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Proprietà letteraria riservata

Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari

Finito di stampare nel febbraio 2005


Poligrafico Dehoniano -
Stabilimento di Bari
per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
CL 20-7525-3
ISBN 88-420-7525-6

È vietata la riproduzione, anche


parziale, con qualsiasi mezzo effettuata,
compresa la fotocopia, anche
ad uso interno o didattico.
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non danneggi l'autore. Quindi ogni
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Chi fotocopia un libro, chi mette
a disposizione i mezzi per fotocopiare,
chi comunque favorisce questa pratica
commette un furto e opera
ai danni della cultura.
© 2001, 2005, Gius. Laterza & Figli

Prima edizione 200 l

Nuova edizione riveduta 2005

Il volume è corredato da un'ampia


bibliografia on line che integra
quella contenuta alla fine di ogni
capitolo ed è reperibile all'indirizzo:
http://w w w .laterza.it/il_linguaggio
Lia Formigari

n linguaggio
Storia delle teorie

.Editori Laterza
Istruzioni per l 'uso

Nel costruire questo libro ho cercato di tenere insieme due punti di


vista distinti e complementari: quello che ci presenta il linguaggio
come strumento conoscitivo e quello che ci consente di studiarne le
componenti filogenetiche costitutive. Ma una storia naturale del­
l'uomo ha di proprio il fatto di trasvalutarsi continuamente in una
storia culturale: così entrambi gli aspetti s'intrecciano con le impli­
cazioni sociali, giuridiche, etico-politiche, istituzionali e ideologiche
della prassi specificamente umana che è il parlare. n linguaggio è un
oggetto restio a farsi ridurre esclusivamente a una o ad altra sfera: li­
bertà/necessità, scienze dello spirito/scienze della natura. Ogni vol­
ta che se ne isola un aspetto (privilegiando il tema dell'arbitrarietà a
scapito delle componenti materiali, vocali, psicomotorie, o vicever­
sa; sottolineando l'importanza dei meccanismi innati o dell'appren­
dimento) , ci si accorge che si è data solo metà della risposta alle ri­
chieste della teoria.
Il taglio d'un volume è determinato certo dai gusti teorici del­
l' autore, ma anche da motivi empirici. Dirò subito, dunque, quello
che non si troverà in questo libro. Per motivi di spazio, non contie­
ne una storia delle singole scienze del linguaggio (grammatica, reto­
rica, ecc. ) . Sulle grandi partizioni del sapere linguistico si danno però
indicazioni bastanti per un primo orientamento e sufficienti a mo­
strare via via le intersezioni fra studio filosofico e singole scienze del
linguaggio. Per motivi di spazio e di competenza, questo libro non
contiene poi se non la storia di una sola tradizione intellettuale, quel­
la dell'Occidente. Quanto alle scelte teoriche, ho privilegiato una
prospettiva che si potrebbe definire di 'filosofia della linguistica',
che ha per oggetto il linguaggio inteso come insieme di dispositivi
sottostanti alle lingue storico-naturali.
VI Istruzioni per l'uso

Un primo capitolo passa in rassegna i diversi ambiti di ricerca e


ne discute statuto, rapporti, metodi, finalità. I restanti capitoli se­
guono l'ordine cronologico della narrazione. Alla fine di ciascuno si
dà un elenco di fonti e una bibliografia minima per chi voglia am­
pliare le sue letture. L'assai più ampia bibliografia che corredava il
volume nella sua prima edizione è ora accessibile in forma via via ag­
giornata sui siti www. laterza.it/il_linguaggio e www.liaformigari.it/
materiali.
La distinzione tematica all'interno dei capitoli costringerà forse il
lettore a qualche andirivieni, e qui i rinvii interni potranno essergli
d'aiuto. All'utente inesperto consiglio di tenere sul tavolo un'indi­
spensabile anche se tascabile enciclopedia. Acquisire le coordinate
temporali dei problemi è infatti una delle condizioni per coglierne le
coordinate logico-storiche; e le sinossi restano un buon ausilio per
esercitare la nobile arte della memoria.
Alle persone che ringraziavo introducendo la prima edizione si
aggiungono adesso gli amici e colleghi che, avendo usato e/o adot­
tato il volume, mi hanno comunicato i risultati del loro collaudo.
Il linguaggio
Storia delle teorie
Capitolo primo

Una mappa del territorio

1 . 1 . Filosofia, filosofie del linguaggio, scienze del linguaggio

Pochi fra gli oggetti del sapere sono studiati, come il linguaggio, nel­
le aree più diverse e coinvolgono tanti elementi di valutazione. Im­
paccio alla comunicazione delle anime o segno di riconoscimento
della comune umanità; strumento malfido da sottoporre a perenne
scrutinio o insostituibile mezzo di analisi; guscio neutrale del pen­
siero o sua forma; sostanza o calcolo, incidente evolutivo o benedi­
zione divina, il linguaggio sembra stare sempre dalla parte del mon­
dano, dell'empiria, della mediazione e dell'analisi.
n senso della natura multiforme delle lingue si traduce nella va­
rietà di metafore con cui le si rappresenta. Manzoni scriveva che so­
no edifici costruiti con i rottami d'altri edifici di cui si ignora il dise­
gno; i loro mutamenti sono riparazioni che si apportano a una fab­
brica mentre si continua a lavorare. n fondatore della demopsicolo­
gia ottocentesca, Steinthal, descriveva l'atto del parlare come riuso di
materiale di demolizione accatastato nella psiche. n filosofo Mauth­
ner, suddito d'una grande nazione multilingue, boemo di lingua te­
desca, paragonava la formazione della lingua a quella d'una città, che
cresce casa su casa, quartiere su quartiere, ogni elemento incassato
nell'altro e collegato con gli altri da gallerie e sepolcri. I filosofi del­
l'Illuminismo avevano paragonato le lingue ad archivi dove si con­
serva memoria della storia dell'uomo. A indicare l'elusività e va­
ghezza delle parole, le avevano paragonate ai colori del collo d'un co­
lombo, che variano secondo i moti del sole e del colombo. A indi­
carne l'affidabilità come strumento di organizzazione dell'esperien­
za, le avevano paragonate alle orme che il viandante lascia sulla sab­
bia del deserto e che gli servono per far la strada a ritroso. A indica-
4 Il linguaggio. Storia delle teorie

re il suo potere di scambio, circolano fin dall'antichità le metafore


monetarie, che si moltiplicano nel secolo dell'economia politica, il
Settecento, quando il confronto tra il commercio verbale e la circo­
lazione monetaria, la menzogna e lo spaccio di falsa moneta, diventa
luogo comune. In tempi più vicini, la regolarità e sistematicità delle
strutture linguistiche induce la metafora del gioco degli scacchi; e la
natura prammatica dei comportamenti verbali spinge a parlare di
'giochi' linguistici per descrivere l'uso delle parole.
Ciò non sorprende se si pensa all'onnipresenza della parola, al
suo intreccio con ogni aspetto e forma di vita. ll pensiero, nella sua
forma più comunicabile, è pensiero verbale. La padronanza della lin­
gua è strumento di controllo del pensiero proprio e altrui; lo studio
delle forme linguistiche può fornire indizi sul funzionamento della
mente; e la formulazione e il successo di ogni programma scientifi­
co dipendono dai suoi procedimenti simbolici e dall'adeguatezza
della terminologia. I segni verbali restano il più complesso ed effica­
ce tra i sistemi di interazione nelle comunità umane. La forma anche
più rozza e aurorale di vita associata suppone un commercio verba­
le che assicuri i rapporti di scambio tra individui e renda possibili
forme sia pur elementari di cooperazione. Suppone una serie di pra­
tiche simboliche. n giuramento, il patto espresso, la parola data, il
consenso, il contratto, la promulgazione delle leggi, la manifestazio­
ne della volontà generale nelle assemblee sono atti linguistici che
presiedono alla formazione e al funzionamento della società civile e
dello Stato.
Lo studio del linguaggio coinvolge aree epistemologiche diverse,
che non è sempre facile distinguere. La linguistica propriamente det­
ta è oggi una disciplina scientifica istituzionalizzata, oggetto di inse­
gnamento universitario, dotata di suoi organi di diffusione e discus­
sione. È una scienza empirica, o empirico-normativa, che si occupa
della struttura e storia delle lingue naturali sulla base di pratiche lin­
guistiche passate e presenti, verbali o scritte. La sua istituzionalizza­
zione ha inizio ai primi dell'Ottocento, connessa con l'imponente
sviluppo delle ricerche storico-comparative e con la riforma che le
università tedesche subiscono in quel periodo, secondo un modello
presto diffuso in tutta l'Europa continentale. È del 1 8 19, a Bonn,
la prima cattedra di Sanscrito; del 182 1 , a Berlino, quella di Lingui­
stica comparata. A partire dagli ultimi decenni del secolo cattedre di
queste materie vengono istituite nella maggioranza delle università
europee. L'ambito della filologia si estende dallo studio dei testi let-
l. Una mappa del tem"torio 5

terari all'insieme della cultura e delle istituzioni dei popoli, e si dif­


ferenzia al suo interno via via che gli studi di sanscrito assumono un
ruolo autonomo rispetto alla filologia classica, e si costituiscono le fi­
lologie speciali (romanza, germanica, slava, ecc.).
Un'altra area del sapere dotata di statuto e metodi propri sarà
praticata fin dagli ultimi decenni dell'Ottocento e riceverà il nome
di 'linguistica generale', consacrato dalla fortuna del Cours de lin­
guistique générale di Ferdinand de Saussure. Come nel Sei e Sette­
cento la grammatica generale (§ 5 .3 ) era stata distinta dalle gram­
matiche delle lingue e destinata a studiare i princìpi a tutte comuni,
così alla nuova disciplina viene affidato lo studio delle condizioni ge­
nerali delle lingue e della facoltà del linguaggio. Per tutto l'Ottocen­
to la linguistica era stata unanimemente considerata come una delle
scienze storiche e identificata con la ricerca comparativa. I linguisti
si occupavano quasi esclusivamente della dimensione storico-dia­
cronica delle lingue, lasciando a filosofi e psicologi lo studio dei di­
spositivi linguistico-cognitivi. La nascita della linguistica generale
produce un effetto dirompente sulla definizione stessa della ricerca
linguistica. In quanto teoria delle lingue, infatti, essa doveva bensì
registrare i risultati provenienti dalla linguistica storica, ma inte­
grando quei dati con altri, provenienti dagli studi di psicologia co­
gnitiva, di fisiologia, di antropologia, e con princìpi e metodi di na­
tura filosofica.
In questo sviluppo della nozione stessa di linguistica si prefigura
la contiguità di aree del sapere che caratterizza l'odierna ricerca sul
linguaggio. La linguistica generale, come la filosofia del linguaggio,
deve trarre informazioni e dati dalla linguistica descrittiva e da altri
settori di studio delle pratiche linguistiche, ma anche dai dibattiti
confinanti con le scienze naturali - logica, matematica, psicologia
cognitiva -, dallo studio dei linguaggi formali, dei fondamenti bio­
logici del comportamento, delle patologie linguistiche, delle teorie
dell'apprendimento, dell'intelligenza artificiale, ecc. L'insieme delle
informazioni sul linguaggio e le lingue provenienti da queste fonti
viene oggi compreso sotto la dizione di 'scienze del linguaggio' . La
separazione tra linguistica generale e filosofia del linguaggio dipen­
de spesso da fattori istituzionali (formazione degli studiosi, tra di­
zioni accademiche, ecc.) più che da una reale distinzione di oggetto
e metodi.
Una reintegrazione dello studio del linguaggio nel corpo della fi­
losofia è suggerita del resto anche dalla svolta cognitiva della secon-
6 Il linguaggio. Storia delle teorie

da metà del Novecento. Linguistica e filosofia hanno vissuto, dall ' i­


nizio dell'Ottocento, una lunga storia di separazione anche istitu­
zionale, la 'linguistica' dei filosofi avendo avocato a sé lo studio del
linguaggio come aspetto della teoria della mente, mentre i linguisti
tendevano a concentrarsi sull a ricerca empirica avente come ogget­
to attestazioni di lingua date e reali. Le intersezioni della filosofia
con la ricerca linguistica, e di entrambe con la letteratura psicologi­
ca o biologica o medica, se non infrequenti, erano certo occasiona­
li. La psicologia comportamentista e le teorie linguistiche connesse,
nella prima metà del Novecento, avevano poi negato ogni legittimità
scientifica all 'introspezione. Pratica sempre sospetta di soggettivi­
smo e di elusività rispetto alle verifiche empiriche, essa era stata tut­
tavia a lungo la via d'accesso privilegiata ai fenomeni del mentale:
dai processi di concettualizzazione alla dinamica delle rappresenta­
zioni astratte, alla funzione delle immagini mentali nei meccanismi
del significato. Oggi la neurofisiologia è capace di evidenziare i cor­
relativi neurali di questi fenomeni, la psicologia è capace di osser­
varne e in certo grado misurarne gli effetti comportamentali. Que­
sto ha contribuito a restituire all'approccio generalmente designato
come 'mentalismo' (secondo il quale v'è una correlazione osserva­
bile fra la struttura del comportamento e la struttura della mente)
una rispettabilità filosofica che aveva perduto nella prima metà del
Novecento. La caduta di questa pregiudiziale coincide con la svolta
chomskiana in linguistica (§ 8.1). Vengono riammessi nel corpo de­
gli studi linguistici, per la porta della psicologia e della teoria della
mente, quesiti classici della filosofia come quelli che riguardano il si­
stema astratto di conoscenze che presiede alla produzione e perce­
zione del linguaggio; la genesi di tale sistema e la sua utilizzazione
nelle pratiche verbali; le caratteristiche esclusive del linguaggio
umano come capacità indefinitamente innovativa di produrre forme
linguistiche inedite rispetto alla passata esperienza individuale o col­
lettiva. D'altra parte lo studio dei fenomeni mentali, e con esso lo
studio del supporto fisico della mente, induce ora i linguisti a guar­
dare alle scienze mediche e biologiche come a un serbatoio sempre
nuovo di ispirazioni teoriche.
L'integrazione fra linguistica e teoria della mente non è tuttavia
senza problemi. Una linguistica che si occupi di quello che Chom­
sky chiama il linguaggio interno (area designata via via con i termini
più o meno equivalenti di grammatica universale, competenza, 1-lan­
guage: quello insomma che ho chiamato sopra un sistema astratto) e
l. Una mappa del tem"torio 7

una che si occupi invece del linguaggio esterno cioè della produzio­
ne effettiva degli enunciati e delle proprietà di questi (esecuzione, E­
language) , avranno evidentemente problemi e metodi diversi. La pri­
ma tenderà a rappresentare, con procedure empiriche o formali,
quel sistema mentale. La seconda tenderà a raccogliere corpora di
enunciati e a studiarne le proprietà. Quella che dovrebbe essere una
ragionevole divisione del lavoro viene presentata spesso come una
separazione tra la linguistica del linguaggio interno (la 'vera lingui­
stica') e una linguistica sociologica che avrebbe molto da dire sul­
l' ambiente e sul comportamento dei parlanti, ma poco o nulla sul lin­
guaggio. Questa radicalizzazione è autorizzata dallo stesso Chomsky
con la sua considerazione del linguaggio esterno come puramente
derivativo e dunque teoricamente secondario. Resta il fatto che la le­
gittimazione del mentalismo ha prodotto una circolazione interdi­
sciplinare senza precedenti, e saldato una vecchia frattura con la fi­
losofia. Questo vale soprattutto per la linguistica cognitiva di secon­
da generazione (§ 8.2 ) , che critica per un verso il modello sintattici­
sta di Chomsky, per altro verso la filosofia analitica del linguaggio e
la riduzione del significato al valore di verità delle proposizioni.
li rapporto di osmosi con scienze diverse, naturali e sociali, collo­
ca la filosofia del linguaggio nella sfera delle filosofie applicate, cioè
in quell'insieme di riflessioni che assumono come oggetto un aspetto
specifico dell'attività teorica o della prassi umana (filosofia del lin­
guaggio, della scienza, della politica, del diritto, ecc. ), e si distingue
perciò stesso dall a filosofia generale o 'filosofia prima'. Certo, ci sono
anche definizioni del linguaggio che tentano di rispondere a doman­
de formulate nello stile della filosofia prima (che cos'è il linguaggio;
qual è la sua essenza) piuttosto che a questioni suggerite dall ' osserva­
zione e descrizione empirica dei fatti linguistici. Che la filosofia del
linguaggio sia essa stessa una filosofia prima è stato sostenuto nell'età
romantica, quando un autore come Humboldt indica nel linguaggio
la condizione del pensiero (§§ 6. 1 , 7. 1 ) ; o nel Novecento, quando
Wittgenstein pone il linguaggio stesso come condizione di possibilità
di ogni rappresentazione del mondo ( § 7.4), o Gadamer e altri ( § 7 .l)
ne fanno un'entità trascendentale nell'accezione kantiana del termi­
ne.
Una filosofia del linguaggio come filosofia applicata si occupa in­
vece delle diverse funzioni del linguaggio e delle lingue (conoscitiva,
comunicativa, espressiva, Iudica, ecc.) e delle condizioni biologiche
e sociali per la realizzazione di quelle funzioni. Certo, essa può non
8 Il linguaggio. Storia delle teorie

risultare immediatamente identificabile, perché tende a confonder­


si con le scienze del linguaggio da cui trae i propri dati. Ma l'esiguità
del confine che la separa dalla linguistica generale non deve turbare:
è nella natura di ogni filosofia applicata avere un rapporto di per­
meabilità con le scienze che si occupano del suo oggetto o di ogget­
ti affini, e l'occasionale perdita di identità più che un limite è una ri­
sorsa di questa pratica teorica. La maggiore o minore contiguità con
l'uno o altro settore scientifico può servire forse a distinguere i di­
versi 'stili' del lavoro filosofico-teorico attorno al linguaggio (filoso­
fia delle lingue, filosofia della linguistica, semiotica linguistica, filo­
sofia analitica) , ma resta un fatto l'interdipendenza tra studio delle
lingue e dei comportamenti linguistici e studio della facoltà del lin­
guaggiO.

1 .2 . Il sapere linguistico e lo studio de/ linguaggio


Nel corpo della filosofia si integrano saperi disparati relativi al par­
lare e al comprendere. Uno è quello che si chiama 'epilinguistica' : un
sapere che appartiene a ogni locutore e che tutti più o meno consa­
pevolmente applichiamo per valutare la correttezza e chiarezza dei
nostri e altrui enunciati. È un sapere che non è collegato a com­
petenze professionali, non si traduce in una terminologia scientifica,
non ha una sua metodologia, ma è sufficientemente organizzato per
incorporare princìpi condivisi di spiegazione e predizione dei feno­
meni. Questa sorta di senso comune linguistico può tradursi in una
'linguistica fantastica', il cui studio viene affidato ad altre discipline:
antropologia, etnologia, sociologia, psicologia e psicanalisi, storia
letteraria. Ma fenomeni di linguistica fantastica possono anche esse­
re oggetto di studio scientifico. È il caso delle glossolalie, articola­
zioni casuali di sillabe, presentate come lingue morte o lingue d'altri
pianeti o lingue sacre (famoso il 'sanscrito' o la 'lingua marziana' del­
la medium Hélène Smith, studiati alla fine dell'Ottocento) . È il caso
del linguaggio di pazienti psichiatrici, accompagnato spesso da una
riflessione epilinguistica da parte dei pazienti stessi, che può fornire
indizi importanti sui meccanismi di produzione linguistica. D'altra
parte nelle lingue fantastiche si esprime talora una competenza teo­
rica: i modelli di lingue perfette (§ 5 . 1 ) sono motivati spesso da in­
tenti di riforma grammaticale.
Fin dal mondo antico, poi, ci sono tante e tali intersezioni tra lo
studio filosofico del linguaggio e 'arti' come la poetica, la grammati-
l. Una mappa del territorio 9

ca, la retorica, la dialettica, la filologia, l'ermeneutica, la teoria della


traduzione, che spesso è difficile tenere ferme le distinzioni. L' appa­
rente spontaneità del parlare, tratto naturale della condotta umana
che si impara senza riflessione e si insegna con il semplice fatto di
parlare e agire linguisticamente, rende apparentemente calzante la
definizione di 'arti' del linguaggio che veniva applicata alle prime tre
grandi partizioni dell'enciclopedia delle scienze dell'età classica:
grammatica, dialettica, retorica. Arti si dicono infatti le tecniche del­
l' agire spontaneo che possono essere organizzate normativamente e
trasmesse con l'insegnamento e l'esempio al fine di perfezionare le
competenze naturali del discente. Ma nessuna delle tre antiche arti
è rimasta fedele a una definizione puramente tecnica. Arte quando
insegna le regole di costruzione degli enunciati di una lingua, la
grammatica si fa scienza se prova a spiegarne le 'cause', a ricondur­
le a tratti universali delle lingue. Dai grammatici antichi fino ai più
recenti sviluppi della grammatica teorica, lo studio delle regolarità
sistematiche della lingua, l'analisi delle parti del discorso e delle re­
gole per la costruzione degli enunciati, hanno sempre rinviato a pro­
blemi di teoria generale, al tema dei rapporti tra pensiero e realtà, al
dibattito sulla struttura della mente, sull'esistenza di universali lin­
guistici che presiedano all'apprendimento, produzione e ricezione
del linguaggio.
Definita, in opposizione alla retorica, come tecnica del discorso
vero, la dialettica obbedisce presto all a sua vocazione di logica del­
l' argomentazione dimostrativa. A fronte di essa la retorica riesce a
definirsi come campo autonomo solo rivendicando un oggetto di­
verso. Questo è avvenuto almeno due volte nella storia della cultura
occidentale, con l'Umanesimo (§ 5 .3 ) e poi nel Novecento, e in en­
trambi i casi si è parlato di una ' rinascita' della retorica. Negli anni
'3 0 il filosofo inglese lvor Armstrong Richards analizzava le strategie
cognitive messe in atto dai dispositivi tradizionalmente pertinenti al­
l' arte retorica. Negli anni '50 il belga Cha1m Perelman rivendicava
alla 'nuova retorica' il campo sconfinato di una logica dell a ragion
pratica, la logica del verosimile, del probabile, del non-calcolabile.
La retorica, tecnica della vita civile e sorella minore della dialettica,
assimilata spesso a una pratica pedagogica più che a una partizione
della filosofia, si trasforma, nei suoi momenti alti, in una scienza del­
le configurazioni del pensiero linguistico diverse da quelle logico­
formali, e come tale s'impone alla riflessione dei filosofi. Tra i punti
che collegano l'argomentazione retorica alle procedure stesse del
10 Il linguaggio. Storia delle teorie

pensiero, uno emerge in particolare: le 'figure' retoriche - prima fra


tutte la metafora - non sono semplici tecniche del discorso, ma pro­
cedure radicate nel modo di operare del pensiero. La 'quasi-logica'
del discorso retorico è una modalità del dialogo e come tale ha
profonde implicazioni etiche. Nel corso del Novecento questa pro­
blematica è diventata corrente in sociolinguistica con gli studi sul lin­
guaggio della propaganda politica e della pubblicità, e ha generato
un insieme di riflessioni che vanno sotto il nome di 'etica della co-
. .
mumcaztone ' .
In altri casi ancora, oltre quelli elencati, appare labile il confine
tra arti linguistiche e scienze del linguaggio. La filologia, e perfino
pratiche apparentemente ovvie come la traduzione, implicano il con­
fronto con testi pensati ed espressi in lingue diverse, lingue morte,
stadi arcaici di una stessa lingua. Dal confronto con un testo anche
relativamente semplice fino al cimento di un testo poetico o lettera­
rio e alla programmazione di sistemi di traduzione automatica, ogni
esperienza del tradurre si rivela come riformulazione di senso nei
termini d'una diversa cultura o forma di vita o visione del mondo, e
mostra l'inadeguatezza di una concezione ingenua che veda nelle lin­
gue semplici sistemi lessi cali, nomenclature i cui elementi si corri­
spandano uno a uno. I limiti della traducibilità sono sottolineati con
tanto maggiore enfasi quanto più ci si allontana dall'idea delle lingue
come traduzioni esse stesse di un linguaggio mentale universale. Il
caso limite è il contatto con una lingua del tutto sconosciuta: espe­
rienza non inconsueta per i viaggiatori e missionari nei secoli dell'e­
spansione coloniale europea o, più tardi, per gli etnologi; poi finzio­
ne filosofica (la 'traduzione radicale') cui ricorre il filosofo america­
no Willard Van Orman Quine per criticare la nozione intuitiva di si­
gnificato e mostrare come la comprensione di un enunciato sup­
ponga la comprensione dell'intero linguaggio di appartenenza ( §
7 .6 ) . La teoria della traduzione rinvia così sempre a una teoria del si­
gnificato, dell'interpretazione e comprensione.
Alle antichissime arti e scienze della parola si affiancano oggi, as­
sumendone in parte i compiti, discipline nuove come la psicolingui­
stica, la sociolinguistica, l'etnolinguistica. La psicolinguistica studia
i processi di acquisizione del linguaggio, gli atti di produzione e com­
prensione e i sottostanti dispositivi mentali, le disfunzioni (come afa­
sia e dislessia) . La sua consacrazione epistemologica è degli anni
1950. n suo presente testimonia una sempre più stretta integrazione
con gli studi neurologici, cui è deputato il compito di descrivere le
l. Una mappa del tem'tono 11

basi organiche delle abilità linguistiche e delle relative alterazioni.


Affine all'area della psicolinguistica si può considerare quella della
semantica cognitiva, che studia le procedure di categorizzazione
grammaticale e di concettualizzazione, di costituzione delle metafo­
re, di selezione e pertinentizzazione delle informazioni nel discorso.
Infine, contributi alla psicolinguistica provengono dalle teorie e ap­
plicazioni pratiche dell'intelligenza artificiale. Come scienza limitro­
fa delle scienze cognitive o, più spesso, come loro partizione, la psi­
colinguistica è oggi coinvolta nei dibattiti sui diversi modelli di men­
te e le relative metodologie.
Un'altra disciplina recente, almeno nella sua forma istituzionale,
è la sociolinguistica, che studia le pratiche discorsive dal punto di vi­
sta dell'interazione sociale, in relazione a ceto, provenienza, sesso,
età, appartenenza a categorie professionali o politiche o religiose,
ecc. (gli usi linguistici degli immigrati, degli adolescenti, dei politici,
ecc.). Si è ora aggiunta, come campo di ricerca relativamente indi­
pendente, la riflessione femminista sul linguaggio. Come variante
della sociolinguistica, a partire dagli anni '60, l'etnolinguistica assu­
me su di sé lo studio di fenomeni sociolinguistici in determinati
gruppi, comunità o società, i problemi della comunicazione interet­
nica, i rapporti fra comunicazione orale e scritta, le modalità di co­
municazione di popoli privi di scrittura, insomma l'aspetto lingui­
stico dell'antropologia culturale.

1 .3 . Lo studio filosofico del linguaggio e le sue partizioni


Stimoli alla riflessione sul linguaggio vengono da settori disciplinari
diversi: la letteratura medica, dai primi studi sulle patologie artico­
latorie fino alla moderna linguistica clinica; il progressivo e ormai
impetuoso sviluppo delle neuroscienze; gli studi di acustica musica­
le e meccanica acustica fino ai recentissimi esperimenti di audiome­
tria prenatale. Sono aree che non solo hanno fornito materiale alla
fonetica come scienza descrittiva, e alla fonologia come teoria gene­
rale, ma pongono problemi di natura teorica che riguardano gli
aspetti non-grammaticali, non-cognitivi del linguaggio, e ne coin­
volgono le basi biologiche. Inducono a interrogarsi sulla misura in
cui gli aspetti prosodici e i dispositivi sensomotori del discorso con­
tribuiscono alla funzionalità semantica, sulla specificità dei segni vo­
cali rispetto ad altri sistemi semiotici come il gesto e la scrittura. Per
la sinergia tra organi fisici e procedure mentali che sembra essere ca-
12 Il linguaggio. Storia delle teorie

ratteristica del linguaggio umano, tutti quegli studi ripropongono


l'antico problema dei rapporti tra corpo e mente. E l'avvento del
trattamento elettronico dell'informazione implica un confronto an­
che teorico tra intelligenza umana e artificiale.
Tra le cosiddette scienze umane, alcune sembrano particolar­
mente vocate alla riflessione sul linguaggio. Una disciplina a forte vo­
cazione semiotico-linguistica è l'estetica. Ciò vale per la poetica clas­
sica, da cui si possono trarre tesi relative a dispositivi linguistici es­
senziali, come la metafora. Vale per le teorie sei-settecentesche del­
l'immaginazione come facoltà che opera il passaggio dalla singolarità
dell'esperienza alla generalità dei segni. Vale per l'identificazione
idealistica di linguaggio e opera d'arte, che culmina nella paradossa­
le riduzione crociana della linguistica all'estetica. Vale infine per gli
sviluppi semiotici dell'estetica contemporanea.
Ma tra le partizioni della filosofia è soprattutto la gnoseologia, o
teoria della conoscenza, che trova al suo centro il tema della media­
zione linguistica. n pensiero organizzato è per definizione pensiero
discorsivo. L'apprendimento linguistico nel bambino è una forma
primaria di appropriazione conoscitiva del mondo, e nella vita quo­
tidiana la parola media il nostro rapporto con persone, oggetti ed
eventi. Patologie come il sordomutismo e l'afasia possono rescinde­
re in modo radicale i rapporti tra il soggetto e l'ambiente. I disordi­
ni del linguaggio sono il sintomo più evidente e drammatico di ri­
tardi psichici o alienazioni mentali. La teoria del linguaggio diventa
perciò indissolubile da una teoria della mente, la critica del linguag­
gio strumento essenziale per il controllo dell'esperienza. La scepsi
linguistica e la critica degli abusi linguistici, il relativismo linguisti­
co, l'analisi del linguaggio quotidiano sono, come vedremo, altret­
tanti modi di fare i conti con il potere della parola.
Dall'interno della riflessione gnoseologica emergono settori di ri­
cerca che assumono poi fisionomia autonoma. Tale è la semiotica, il
cui nome viene applicato alla scienza dei segni linguistici solo alla fi­
ne del XVII secolo, ma che costituisce fin dall'inizio un nerbo della
tradizione filosofico-linguistica. Viene istituzionalizzata in tempi mo­
derni con le riflessioni del logico e filosofo americano Charles Sanders
Peirce e, indipendentemente da lui, di Saussure. I suoi confini sono
stati oggetto di discussione soprattutto negli anni 1960. Alcuni auto­
ri tendevano a }imitarne l'ambito allo studio dei segni usati per la co­
municazione, altri a farne una teoria generale della significazione, in
cui sarebbero coinvolti tanto i processi di significazione naturali
l. Una mappa del territorio 13

(comportamenti simbolici basati sul gesto, sulla postura, sulla praso­


dia ecc. , la zoosemiotica, la semeiotica medica, ecc.) quanto quelli cul­
turali (sistemi linguistici, sistemi di parentela, tecnologie della scrit­
tura, sistemi musicali, tecniche narrative, ecc.). La semiotica non so­
lo incorporerebbe allora la linguistica, ma si sovrapporrebbe a scien­
ze umane come l'antropologia culturale, l'estetica, lo studio delle co­
municazioni di massa. Di fatto, la semiotica si è andata sempre più di­
varicando tra una semiotica generale di derivazione peirciana e una
semiotica linguistica di ispirazione saussuriana.
Un altro aspetto dello studio linguistico che nasce dall'interno
della gnoseologia filosofica è la semantica: altro nome recente per
una cosa antica. li termine viene usato dal linguista francese Miche!
Bréal, a fine Ottocento, in una accezione molto limitata, come ricer­
ca sui cambiamenti di significato delle parole, in prospettiva storico­
diacronica. Ma nella sua accezione più ampia, come studio generale
del significato, la semantica è una scienza antichissima: le riflessioni
arcaiche sul rapporto tra nome e cosa o la teoria classica delle idee,
la logica terminista, le teorie della rappresentazione mentale formu­
late dalla psicologia filosofica tra Sei e Ottocento o quelle proposte
in seno all'attuale dibattito in psicologia cognitiva, sono altrettanti
modi di porre il problema del rapporto tra pensiero e realtà.
La semantica interessa oggi trasversalmente logica, linguistica,
psicologia, scienze cognitive, intelligenza artificiale. Ciò deriva dal
profondo radicarsi dei nostri processi di significazione e compren­
sione in ogni aspetto dell'esperienza, culturale e psicologica, dal fat­
to che ogni atto di significazione e comprensione è collegato con tut­
to ciò che sappiamo sul mondo (la nostra 'enciclopedia' mentale) e
condizionato dai dispositivi cognitivi e affettivi attraverso i quali
questo sapere si forma. Gli autori sono concordi nel riconoscere che
non si debba parlare di una semantica come scienza generale e uni­
ficata quanto piuttosto di una varietà di approcci al problema del si­
gnificato. Fa semantica il linguista che studia le dinamiche della si­
gnificazione nelle lingue naturali; il logico che studia il riferimento
dei simboli ai loro designati e la loro capacità di soddisfare condi­
zioni di verità virtuali, indipendenti dalla verità fattuale, dalle con­
dizioni psicologiche del locutore, dalla situazione pragmatica dell'e­
nunciato. Fa semantica il semiologo che analizza le relazioni che ogni
unità di significato ha con il resto del sistema; lo psicologo cogniti­
vo che si occupa dei processi di categorizzazione attraverso i quali si
formano i concetti, e delle procedure sintattiche che contribuiscono
14 Il linguaggio. Storia delle teorie

al loro significato. Fra tutte le partizioni che ho elencato, quest'ulti­


ma - la semantica cognitiva - meglio ottempera all'antica vocazione
gnoseologica dello studio del significato.
Naturalmente non è sempre facile tenere ferma una distinzione
di campo tra la semantica e le altre discipline linguistico-cognitive.
Per esempio con la semiotica: ogni processo semiotico infatti è un si­
gnificare, e ogni teoria semantica implica una teoria dei segni e uno
studio dei codici semiologici. Altrettanto labile è la distinzione tra
semantica ed ermeneutica perché ogni processo di significazione im­
plica un corrispondente processo di interpretazione e comprensio­
ne. Secondo la natura dei testi di cui si occupano, le varie partizioni
dell'ermeneutica si sono sviluppate in tempi diversi. La forma forse
più antica è l'ermeneutica giuridica, che nasce insieme con le leggi:
la capacità di interpretarle è costitutiva della professione stessa del
giureconsulto. Una dimensione ermeneutica è intrinseca alla filolo­
gia, l'interpretazione di un testo essendo appunto la definizione mi­
nima che si possa dare di quest'arte. Dalla filologia si dipartono pe­
raltro le forme assunte successivamente dalla teoria dell'interpreta­
zione. Una di queste è l'ermeneutica religiosa, nata nel secolo XVII
insieme con la critica biblica, quando si comincia a studiare i testi sa­
cri con gli stessi strumenti che dall'Umanesimo in poi erano stati ela­
borati per la lettura e ricostruzione dei testi classici. Trasformatasi in
età romantica in una teoria generale della comprensione come ripe­
tizione del processo creativo, l'ermeneutica avrà una parte impor­
tante nella filosofia tedesca fra Otto e NoveceQ.to.
A differenza di queste più illustri partizioni dell'ermeneutica, le
teorie semantiche prendono di preferenza in esame il discorso ordi­
nario, con effetti dirompenti per alcune convinzioni di senso comu­
ne, tra cui l'idea della comunicazione come semplice travaso di infor­
mazione da una mente all'altra. La retorica per prima aveva mostra­
to come l'efficacia dell'enunciazione cambi a seconda del luogo in
cui si parla, dell'uditorio cui ci si rivolge, dell'occasione del discor­
so. Ciò ha trovato conferme nella pratica antropologica dove, per
elaborare una teoria del significato adeguata all 'interpretazione di
testi etnologici, è più che mai necessario estendere le condizioni del
significato dai fattori intralinguistici alle circostanze pratiche e al
contesto culturale dell'enunciato. È, questa, un'istanza accolta an­
che dalla 'nuova retorica' , sia nella versione francofona (Ch. Perel­
man) sia in quella anglo-americana (I.A. Richards, K. Burke). Ed è
l'istanza centrale della pragmatica, che all'idea del linguaggio come
l. Una mappa del te"itorio 15

codice o sistema formale oppone l'immagine del parlare come azio­


ne cooperativa tra interlocutori in situazione. In accezione ampia la
pragmatica è un punto di vista sul linguaggio, con un'ormai lunga
storia filosofica (§ 7 .5 ) . In accezione più ristretta indica un pro­
gramma di ricerca in filosofia analitica (§ 7 .6) . Come importante svi­
luppo della teoria della comunicazione, ricordo infine la pragmatica
cognitiva, che ha per oggetto gli stati mentali degli attori di un'inte­
razione comunicativa.
La semantica come studio dei rapporti tra entità linguistiche ed
entità reali, la pragmatica come studio delle finalità e condizioni de­
gli enunciati, la sintassi come studio delle proprietà dei segni e del­
le loro relazioni, costituiscono una triade da quando nel 1 93 8 il fi­
losofo americano Charles Morris introdusse, ispirandosi a Peirce,
questa partizione. Essa è stata messa in discussione da Chomsky, che
ha avocato alla sintassi gli aspetti analitici del significato ( § 8. 1 ) , !a­
sciandone alla pragmatica, giudicata una pratica irredimibilmente
non scientifica, tutti gli altri aspetti. La semantica cognitiva ( § 8.2 )
ha evidenziato invece la valenza semantica dei dispositivi gramma­
ticali, contribuendo a rendere ancor più sfumati i confini fra le tre
aree tradizionali.
Infine, nel panorama del Novecento, come filosofia eminente­
mente linguistica si è presentata la filosofia analitica, eleggendo a
proprio stile l'analisi del linguaggio (scientifico, ordinario) e ricono­
scendosi in una tradizione che ha i suoi autori in Frege, Russell, Witt­
genstein. Negli sviluppi recenti non sempre peraltro è facile identi­
ficare con certezza un metodo che contraddistingua la corrente ana­
litica da altri tipi di ricerca in filosofia del linguaggio. Se infatti stu­
diare 'analiticamente' un fenomeno significa identificarne le condi­
zioni di possibilità, evidenziarne le interne articolazioni, vagliarne
l'intrinseca coerenza e le possibili conseguenze logico-argomentati­
ve, questo è un metodo di ogni filosofia che lavori sui dati delle scien­
ze del linguaggio e studi genesi e funzioni delle forme linguistiche.
Inoltre, dall'incontro-scontro con la scienza cognitiva e con le rina­
te teorie della coscienza, esce ridimensionato l' antipsicologismo che
era stato un tratto della originaria specificità analitica. Sempre più il
linguaggio appare come qualcosa che va spiegato all'interno di una
più generale teoria della mente; sempre meno come il grimaldello
universale che apre le porte di ogni sgabuzzino filosofico. Questo ha
ampliato in misura ancora difficilmente calcolabile le potenzialità
16 Il linguaggio. Storia delle teorie

epistemiche della filosofia. La 'riscoperta della mente' sembra esse­


re la nuova frontiera delle teorie del linguaggio.

STUDI

FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO: S. Auroux , La filosofia del linguaggio, Edi­


tori Riuniti, Roma 1 998. LINGUISTICA GENERALE: T. De Mauro, Prima le­
zione sul linguaggio, Laterza, Roma-Bari 2002 ; Id . , Linguistica elementa­
re, Laterza, Roma-Bari 2003 . SEMANTICA: P. Violi, Significato ed espe­
rienza, Bompiani, Milano 1997; D. Gambarara (a cura di), Semantica, Ca­
rocci, Roma 1999; T. De Mauro, Minisemantica dei linguaggi non verba­
li e delle lingue, Laterza, Roma-Bari 200 1 ; U. Eco, Dire quasi la stessa co­
sa. Esperienze di traduzione, Bompiani, Milano 2003 . SEMIOTICA E TEORIA
DELLA COMUNICAZIONE: U. Volli, Manuale di semiotica, Laterza, Roma­
Bari 2000; S. Gensini, Manuale di semiotica, Carocci, Roma 2004 . PRAG­
MATICA: B. Bara, Pragmatica cognitiva, Bollati Boringhieri, Torino 1 999;
C. Bianchi, Pragmatica del linguaggio, Laterza, Roma-Bari 2003 .
Capitolo secondo
Essere, pensiero, linguaggio

2. 1 . Nominare e conoscere
Le riflessioni sul linguaggio, nella tradizione filosofica occidentale,
nascono come sottoprodotto dell'antologia. Posto l'essere, si tratta
di capire se una conoscenza, e quale conoscenza, ne sia consentita
per mezzo del pensiero discorsivo. Indagare sul significato dei nomi
equivale così a interrogarsi sulla conoscibilità del reale.
Attorno ai rapporti tra linguaggio e realtà si aggirano le osserva­
zioni di alcuni filosofi greci del VI-V secolo a.C. che avrebbero po­
sto le premesse della questione poi a lungo dibattuta: se nella impo­
sizione dei nomi gli uomini siano guidati dalla natura e riflettano l'es­
senza delle cose; o se i nomi siano imposti secondo uso e convenzio­
ne. La prima opzione implica un'aderenza tra ordine linguistico e or­
dine antologico che sembra testimoniata dalla polivalenza del ter­
mine logos ai primordi della filosofia greca: discorso, proporzione,
norma che regge il divenire del reale e implica una corrispondenza
'per natura' fra i due ordini. La seconda pone fra i due ordini un le­
game puramente istituzionale. Entrambe sono discusse in uno dei te­
sti fondatori della filosofia del linguaggio, il Cratilo di Platone. La te­
si esposta dal protagonista che dà il nome al dialogo sembra espri­
mere effettivamente una qualche coalescenza tra cose e parole, tra
essere e linguaggio. È una tesi che difficilmente può essere attribui­
ta in modo specifico a un autore, anche se si fa in proposito il nome
di Eraclito, presunto maestro di Cratilo. Un abbozzo di onomatolo­
gia naturalistica poteva essere contenuto anche nella filosofia di Pi­
tagora. Per il convenzionalismo dovettero invece optare i Sofisti,
maestri di retorica e teorici del 'ben dire' come strumento di peda­
gogia sociale. Data la convergenza di interessi teorici e pratici, o ad-
18 Il linguaggio. Storia delle teorie

dirittura professionali, non è un caso che ai Sofisti, Protagora e Pro­


dico di Ceo fra gli altri, vengano attribuiti studi grammaticali e les­
sicali: l'ideale stesso del ben dire doveva implicare una qualche fede
nella funzione strumentale del linguaggio e un incentivo allo studio
delle sue strutture.
Questo per sommi capi il retroterra del Crati/o. Platone mette in
scena due personaggi oltre Socrate, e affida loro la discussione sul­
l' appropriatezza dei nomi. Ermogene è il rappresentante del con­
venzionalismo («non per natura già predisposto per ciascun oggetto
è il nome [. . . ] bensì per legge e uso di coloro che così usano e chia­
mano»: 3 84d-e) . Cratilo rappresenta il naturalismo (un nome cor­
retto «indicherà la cosa quale è»: 428e) . Entrambi esprimono tesi
estreme, forse da nessun autore formulate in modo così radicale. A
Platone servono come pretesto per dare voce a uno strumentalismo
che, per l'accentuazione delle finalità conoscitive dei nomi, si distin­
gue da quello dei Sofisti, per i quali la parola era bensì strumento,
ma finalizzato alla pura tecnica argomentativa.
Questa posizione comincia a emergere nella prima parte (3 86a-
3 9 1b), dove Socrate dialoga con Ermogene e ne confuta la dottrina.
Ermogene fa dell'atto del nominare un fatto privato, sia l'individuo o
la comunità a compierlo: ognuno di noi chiama le cose come vuole, le
stesse cose hanno nomi diversi per i Greci o i Barbari. Socrate lo in­
duce ad ammettere che cose e azioni devono pur avere una qualche
stabile essenza, ed espone la sua concezione del nome come strumen­
to. Come ogni azione (il tagliare, il tessere, ecc.) si compie con un ar­
nese ad essa congruo, così il nominare, il dire. Per mezzo dei nomi ci
«insegniamo qualcosa a vicenda e [ . . .] distinguiamo le cose» (388b):
così Platone attribuisce all'atto del denominare una duplice funzione,
comunicativa e conoscitiva. I nomi servono bensì per dire le cose, ma
servono in primo luogo per separarle e distinguerle secondo le loro es­
senze, cioè per classificarle, categorizzarle. L'unico criterio per giudi­
care della congruità d'un nome è che sia un buon arnese; e giudice di
ciò sarà chi meglio lo adopera nell'argomentare con domande e ri­
sposte, cioè il dialettico. La contrapposizione natura-convenzione
perde con ciò parte della sua forza: l'uso deve comunque sottostare a
criteri imposti dalla funzione del nome (insegnare e distinguere) e per­
ciò adattarsi a fini che non possono essere esclusivamente soggettivi.
La confutazione del naturalismo è un'analisi etimologica dove si
applicano i princìpi di Cratilo, cui Socrate sembra dapprima aderi­
re per operame poi una riduzione all'assurdo. Si parte dai nomi pro-
2. Essere, pensiero, linguaggio 19

pri (seguiti dai nomi di dèi, fenomeni naturali, nozioni morali) . La


loro congruità consiste nel descrivere qualità e ruolo delle persone.
Astianatte ('signore della città') è nome congruo per il figlio di Etto­
re ('colui che tien saldo'). Entrambi indicano la sovranità di chi li
porta. Già quest'analisi, che sembra dar ragione a Cratilo, serve a ri­
badire lo strumentalismo di Socrate. Uso primario del nome è di
classificare le cose, perpetuare nella genealogia dei nomi l'essere del­
le cose. È giusto chiamare leone il nato da leone e cavallo il nato da
cavallo, e dare nome regale al figlio di re: contano poco i suoni pur­
ché sia salva l'essenza (3 93d). Qui emerge una nozione del significa­
to destinata a diventare classica: il significato sta nel valore generico
del segno, nella sua capacità di designare classi di oggetti consapute
come tali. li nome è segno del genere, concepito, nella sua totalità
ben definita e non opinabile, come forma o essenza.
Questa analisi sarà un modello imitato per secoli dall'etimologia
speculativa, intesa non a ricostruire le vicende di mutazione foneti­
ca e semantica delle parole, ma ad accertarne la 'causa' , scompo­
nendole nelle loro unità minime per mostrare la congruità semanti­
ca dei singoli elementi. Un esempio: il nome ànthropos, uomo, si­
gnifica che l'uomo, solo fra tutti gli animali, anathròn ha òpope, os­
serva ciò che vede. Con il progredire dell'analisi si arriva agli ele­
menti primitivi non ulteriormente scomponibili, e qui Socrate for­
mula una teoria del simbolismo fonico come analogo di quello di mi­
mica e gesto. Per designare cose alte e leggere possiamo alzare al cie­
lo la mano o abbassarla a terra per designare cose basse e pesanti. Lo
stesso con i suoni: la r indica il movimento perché la lingua vibra nel­
la pronuncia, le sibilanti imitano le cose che soffiano, ecc. Ma alla fi­
ne Socrate costringe Cratilo a convenire che «hanno capacità osten­
siva sia le lettere simili sia le dissimili, quando entrano nell'uso e nel­
la convenzione» (435a-c) .
La conclusione teorica del Cratilo è un'opzione strumentalista,
fra i due estremi del naturalismo che fa collassare la realtà sul lin­
guaggio, e della scepsi da cui consegue l'incomunicabilità. L'idea
della lingua come strumento di controllo e organizzazione dell'e­
sperienza vale d'altronde per ogni filosofia che tiene distinta la sfera
del pensiero da quella dell'essere. Confutando le posizioni estreme,
Platone distingue la sfera linguistica dalla sfera ontologica, spiega
che una cosa sono le parole e altro gli enti, afferma la funzione co­
noscitiva del linguaggio e al contempo i suoi limiti come strumento
euristico.
20 Il linguaggio. Storia delle teorie

In tutti i dialoghi socratici domande e risposte mirano a cogliere


nella parola la determinatezza e unicità del significato. Giusti sono i
nomi non perché somigliano alle cose, ma perché servono a classifi­
carie ed esporle. In che modo il linguaggio si riferisca alla realtà è il
problema che troveremo molte volte riformulato in questo libro. Da
tutte le soluzioni o ipotesi emerge un'idea della mediazione lingui­
stica come dispositivo primario del rapporto col mondo.

2.2. Categorie grammaticali, categorie di pensiero


n Crati/o testimonia una presa di distanza tanto dall'idea del lin­
guaggio come rivelazione dell'essere quanto dalla scepsi radicale cir­
ca il suo valore: due posizioni antitetiche che, entrambe, avrebbero
vanificato il valore euristico del discorso e confutato l'essenza stessa
del metodo dialettico. n linguaggio è uno strumento. Lo studio di
questo strumento, nella polis greca, era essenziale alla formazione
dell'uomo colto. Un'occasione importante di osservazioni linguisti­
che doveva essere la lettura dei poeti, parte essenziale di quella for­
mazione. Per lettori che parlavano i diversi dialetti della comunità
greca, la lingua di Omero, ad esempio, doveva richiedere un'inten­
sa attività glossografica, di chiarimento di termini e luoghi oscuri o
difficili. Fin dal VI secolo, questa attività aveva costituito una forma
aurorale di filologia.
La partecipazione alla vita pubblica era poi certamente un in­
centivo allo studio delle funzioni della parola. A giudicare dai titoli
tramandati ci da Diogene Laerzio, le cui Vite deifiloso/i costituisco­
no una delle fonti più importanti per la conoscenza della filosofia
greca, Democrito avrebbe dedicato alcune opere a temi specifica­
mente linguistici. Degli aspetti tecnici del discorso sembrano esser­
si occupati anche i Sofisti. Protagora sarebbe stato il primo a distin­
guere i diversi tipi di discorso: affermazione e negazione, ma anche
preghiera, domanda, risposta, comando, narrazione, apostrofe, ecc.
E già prima che si possa parlare di una vera e propria riflessione
grammaticale, l'analisi del discorso comincia a delineare nozioni teo­
riche fondamentali, come quella di parte del discorso.
Criticata da eminenti linguisti del Novecento per l'eterogeneità
e vaghezza dei criteri tassonomici, questa nozione resta tuttavia uno
strumento metalinguistico così antico da potersi considerare conna­
turato al nostro senso comune grammaticale. Secondo Aristotele, già
Protagora avrebbe distinto i generi dei nomi. Ma solo nel IV secolo
2. Essere, pensiero, linguaggio 21

emergono le prime due categorie grammaticali: ònoma (ciò che ha


funzione di soggetto nella proposizione) e rhema (qualsiasi sequen­
za con funzione di predicato) . Nella Poetica Aristotele elenca parti
diverse, dalle più semplici e in sé non significanti alle più composite
e significanti: lettera, sillaba; congiunzione e preposizione, distinte o
unificate sotto la categoria di syndesmos; l'arthron, cioè articolo e
pronome; nome, verbo, flessione; e infine la proposizione (voce si­
gnificativa composta: un semplice giudizio o una sequenza indefini­
ta di unità significative tra loro congiunte) . Gli Stoici ne distinguo­
no cinque: nome proprio, appellativo ivi compreso l'aggettivo, ver­
bo, congiunzione, articolo. Con il tempo, la tassonomia raggiunge la
forma canonica delle otto categorie grammaticali: nome, verbo, par­
ticipio (che ha del nome la declinabilità e del verbo la modalità) , ar­
ticolo, pronome, preposizione, avverbio, congiunzione. Se ne ag­
giungeva una nona classificando come parte a sé l'appellativo, e una
decima distinguendo l'interiezione dall'avverbio. Questa sistematiz­
zazione avviene in uno scritto che segna tutta la nostra tradizione
grammaticale, la Techne grammatikè o Arte grammaticale che va sot­
to il nome di Dionisio Trace (Il secolo a.C. ) .
Fin dall'inizio a questa tassonomia logico-morfologica va com­
mista una componente semantica. Ciò vale per gli Stoici, per Apol­
lonia Discolo, grammatico alessandrino del II secolo d.C., per Pri­
sciano, grammatico latino del secolo VI. Già prima, nel So/ista di
Platone, emerge la coimplicazione dei criteri di grammaticalità con
i criteri semantici. Tra i segni, vi si dice (261 d-262d) , «alcuni si ac­
cordano fra di loro perché, detti di seguito, significano qualche co­
sa, altri non si accordano perché posti di seguito non significano nul­
la». Parafrasando, diremo che la grammaticalità (cioè la capacità de­
gli elementi di un sistema di accordarsi secondo regole) ha un pre­
supposto sintattico (l'essere gli elementi collegati in un certo ordine)
e semantico (essere parole significanti). I due criteri si realizzano nel­
la proposizione formata da ònoma e rhema. L'implicazione di gram­
matica e semantica emerge anche nei testi aristotelici, tanto da sug­
gerire l'ipotesi che le categorie siano in ultima analisi ricavate da di­
stinzioni grammaticali della lingua greca. Ricordo che per Aristote­
le sostanza, quantità, qualità, relazione, luogo, tempo, stato, avere, agi­
re e patire sono le dieci categorie, cioè le classi più generali dei pre­
dicati che si possono affermare di un soggetto. All a categoria predi­
cativa della sostanza corrisponde la categoria grammaticale dei so­
stantivi; alla categoria della qualità e quantità la classe degli aggetti-
22 Il linguaggio. Storia delle teorie

vi; alla relazione il comparativo; a luogo e tempo i rispettivi avverbi;


allo stato i verbi detti medii che indicano 'disposizione a' qualcosa;
all ' avere corrispondono aspetti dell'imperfetto greco; ad agire e pa­
tire il verbo attivo e passivo rispettivamente. Così le categorie di pen­
siero in Aristotele altro non sarebbero che la trasposizione delle ca­
tegorie fondamentali della lingua in cui pensava: non attributi sco­
perti nelle cose, ma classificazioni derivate dalla lingua stessa.

2 .3 . Principi della semantica aristotelica


I primi capitoli dell'opera nota con il titolo latino De interpretatione
(o greco Pert' hermenèias) , dove si definiscono il discorso e le sue par­
ti, sono il luogo classico della semantica aristotelica. Vi si tratta del di­
scorso apofantico o dichiarativo (il giudizio, affermativo o negativo,
suscettibile di essere vero o falso) . Gli altri tipi di discorso sono di
competenza di retorica e poetica. Il nome («suono della voce, signifi­
cativo per convenzione, il quale prescinde dal tempo e in cui nessuna
parte è significativa se considerata separatamente»: De int. 2) e il ver­
bo («nome che esprime inoltre una determinazione temporale») so­
no le due categorie minime richieste perché un giudizio vi sia.
Lo scritto si apre con un passo destinato a restare per secoli l' in ­
cipit di ogni teoria del significato:

I suoni della voce sono simboli delle affezioni che hanno luogo nel­
l' anima, e le lettere scritte sono simboli dei suoni della voce. Allo stesso
modo poi che le lettere non sono le medesime per tutti, così neppure i
suoni sono i medesimi; tuttavia suoni e lettere risultano segni, anzitutto,
delle affezioni dell'anima che sono le medesime per tutti, e costituiscono
le immagini di oggetti, già identici per tutti [. .. ] . Come nell'anima talvol­
ta sussiste una nozione che prescinde dal vero e dal falso, e talvolta inve­
ce sussiste qualcosa cui spetta necessariamente o di essere vero o di esse­
re falso, così anche succede per quanto si trova nel suono della voce. In
effetti, il falso e il vero consistono nella congiunzione e nella separazione.
In sé, i nomi e i verbi assomigliano dunque alle nozioni, quando queste
non siano congiunte a nulla né separate da nulla [. ] poiché in tal caso
. .

non sussiste ancora né falsità né verità (De int. 1 ) .

il testo può essere integrato con un passo delle Confutazioni so­


/istiche. I paralogismi, oggetto qui dell'analisi, sono argomentazioni
solo apparentemente corrette, che possono nascere dall'abuso con-
2. Essere, pensiero, linguaggio 23

sapevole di caratteristiche naturali del linguaggio, come l' omonimia,


l'anfibolia, ecc., che consentono un'interpretazione molteplice di
termini o proposizioni. Dato che ci serviamo dei nomi

come di simboli che sostituiscono gli oggetti, riteniamo che i risultati os­
servabili a proposito dei nomi si verifichino altresì nel campo degli og­
getti, come awiene a coloro che fanno calcoli usando dei ciottoli. Eppu­
re le cose non stanno allo stesso modo nei due casi: in effetti, limitato è il
numero dei nomi, come limitata è la quantità dei discorsi, mentre gli og­
getti sono numericamente infiniti. È dunque necessario che un medesi­
mo discorso esprima parecchie cose e che un unico nome indichi più og­
getti. E allora, [ .] coloro che non hanno esperienza della forza e del si­
..

gnificato dei nomi incappano in ragionamenti errati; sia discutendo essi


stessi che ascoltando altri discutere (Con/ so/ 165a, 5 sgg.).

Si tocca qui un punto importante della semantica aristotelica. Si


tratta della determinatezza del rapporto tra simbolo e simbolizzato,
e della natura noetica, intuitiva, prima che dianoetica, cioè discorsi­
vamente organizzata, di questa determinazione. Ho già ricordato la
tassonomia delle parti del discorso esposta nella Poetica, con la di ­
stinzione tra parti significanti e non significanti. Non significative so­
no lettera e sillaba; congiunzioni e preposizioni contribuiscono alla
significazione solo se collegano voci già di per sé significative (nomi,
verbi, proposizioni elementari) . Significative sono insomma le parti
capaci di rinviare a un contenuto ontologico, di generare un'imma­
gine mentale determinata. Che alla base dell'espressione linguistica
stia una rappresentazione determinata è confermato dai capitoli del­
l a Metafisica (f, 3 -4), dove la determinatezza semantica viene usata
come argomento in favore del principio di non-contraddizione. Un
vocabolo non può che designare in maniera determinata l'essere o il
non essere di una cosa. Se invece si dicesse

che il termine uomo ha infiniti significati, allora non si potrebbe eviden­


temente fare alcun ragionamento, giacché non avere un solo significato
equivale a non avere significato alcuno, e se i nomi non hanno significa­
to alcuno, viene di fatto soppresso ogni scambio di pensiero non solo con
gli altri, ma, a dire il vero, anche con se medesimi; difatti è impossibile
possedere un pensiero, se non si pensa una cosa sola, e [. . . ] a questa co­
sa non si potrà assegnare che un solo nome. Allo ra [ . . . ] il nome sta a si­
gnificare qualcosa, anzi [ . . . ] sta a significare una cosa sola (Metafisica, r,
4, 1006b, 6- 13 ) .
24 Il linguaggio. Storia delle teorie

Insomma la significazione è sempre determinata e la determina­


zione è un'operazione extralinguistica: il riferimento del simbolo al
simbolizzato. È vero che un medesimo discorso può esprimere pa­
recchie cose e un unico nome indicare più oggetti. Ma questa è un'o­
biezione sofistica, la parola essendo suscettibile di definizione.
Torniamo ora al passo iniziale del De interpretatione e interro­
ghiamoci sulla natura di quelle affezioni dell'anima (pathèmata) di
cui la voce articolata si fa simbolo, e dei rispettivi oggetti (pràgmata) .
Questi ultimi sono evidentemente non solo gli oggetti in senso pro­
prio, ma tutti gli accadimenti che possono causare un'impressione
nell'anima. Un'interpretazione del pari ampia richiede il termine
pathèmata, che designa le rappresentazioni in genere, i contenuti
mentali a qualsiasi titolo e in qualsiasi grado e modalità di elabora­
zione: immagini, concetti, ma anche stati mentali come il compren­
dere, il pensare, il credere, il supporre. Nello stesso testo Aristotele
parla anche di nòema (nozione) come significato di un termine non
ancora inserito in un rapporto di predicazione. In De anima III, in­
siste sulla funzione delle immagini come dati che accompagnano
sempre il pensiero. Le affezioni dell'anima che sono immagini di da­
ti, i noèmata, sono di pertinenza di un'apprensione che precede il
giudizio.
Che il rapporto semantico sia fondato sull'appropriazione noeti­
ca di una rappresentazione determinata non comporta affatto un re­
ferenzialismo sordo alle istanze di plurivocità delle lingue. Al con­
trario, Aristotele mostra come diversi usi del linguaggio discendano
dai diversi usi della ragione: pratico, tecnico, teorico. Ad Aristotele
dobbiamo una Retorica divenuta classica, in cui le strategie oratorie
vengono distinte e analizzate; gli dobbiamo analisi di proprietà co­
me l'omonimia, la sinonimia, la paronimia. L'esame dei diversi sensi
in cui un oggetto può essere detto sta a fondamento della dialettica:
può infatti accadere che due interlocutori «non indirizzino verso un
unico punto di riferimento il loro pensiero», e occorre allora «che si
renda manifesto quanti siano i significati e dove rivolga la sua mira
chi ha posto la questione» ( Topici, 108a, 2 1 -24) . All'analisi semanti­
ca contribuisce lo studio dei contrari, l'esame delle somiglianze o
analogie tra oggetti disparati (ivi, 106a, 1-23 ; 107a, 7 - 1 6 ) . L'analogia
è anche un principio della metafora, strumento essenziale di concet­
tualizzazione e comunicazione e innovazione lessicale, di cui Aristo­
tele tratta nella Poetica e nella Retorica. L'idea del valore euristico
della metafora viene raccolta da Cicerone, da Quintiliano, dai com-
2. Essere, pensiero, linguaggio 25

mentatori cinquecenteschi della Poetica aristotelica, e attraverso di


loro arriva a Giambattista Vico, che chiamerà la metafora «picciola
definizione» e ne farà un dispositivo centrale dell'intelligenza lin­
guistica del mondo.
Dovrebbe esser chiaro ormai che la semantica dei Greci nasce al­
l'interno di una teoria della proposizione dichiarativa, sottoposta al
criterio verità/falsità. Certo la riflessione coeva è ricca di analisi del­
le più diverse forme di espressioni e proposizioni. Diogene Laerzio
ascriveva già ai Sofisti lo studio sistematico dei diversi tipi di discor­
so. Altrettanto facevano gli Stoici, come sappiamo sempre da Dio­
gene, e da Sesto Empirico, medico e filosofo di lingua greca del II ­
III secolo d.C. Resta tuttavia il fatto che la funzione dichiarativa è as­
sunta come funzione basilare del linguaggio, logos per eccellenza di
cui i diversi tipi di proposizione devono essere considerati varianti,
il legein essendo sostanzialmente il dire qualcosa di qualcosa.

2.4. Dalla voce al discorso


Aristotele è il primo autore che si occupi del linguaggio come fenome­
no pertinente a scienze diverse (biologia, psicologia, logica, poetica,
retorica) e ne studi insieme la dimensione acustico-fisiologica, logico­
semantica, stilistico-pragmatica. Dai suoi scritti si può ricavare la pri­
ma enciclopedia delle scienze del linguaggio della cultura occidentale.
Nel De anima (II, 8) Aristotele distingue la voce dal suono, e la
definisce attraverso le seguenti caratteristiche differenziali. È un suo­
no proprio degli esseri animati (solo per metafora parliamo della vo­
ce di uno strumento) . È prodotta da organi a ciò deputati. È un suo­
no emesso volontariamente in funzione comunicativa, associato a
un'immagine mentale. Ora, per chiarire la relazione tra aspetto bio­
logico e uso linguistico della voce, conviene tornare al passo del De
interpretatione dove si dice che le voci sono prima di tutto segni
(semèia) delle affezioni dell'anima, comuni come tali a uomo e ani­
male. D nome si ha invece «quando un suono della voce diventa sim­
bolo», tant'è che le voci animali manifestano pur qualcosa, ma non
sono nomi (De int. 26-29) . Si afferma con ciò la distinzione, ma an­
che la continuità, tra aspetto biologico-sintomatico e istituzionale­
simbolico delle voci, confermata dai capitoli della Poetica ( 1 -3 ) do­
ve Aristotele apparenta le arti della parola alle arti corporee della
danza e del ritmo, e dalla Retorica ( 1428b, 21 sgg.) dove ricorda co­
me il ritmo prosodico contribuisca alla costruzione del senso.
26 Il linguaggio. Storia delle teorie

È un tema ricorrente, raramente obliato o negato anche nelle ver­


sioni più radicali del convenzionalismo: l'idea della continuità tra
uso spontaneo della voce, espressione immediata delle affezioni del­
l' animo, e uso istituzionale, il più arbitrario e astratto, della voce ar­
ticolata. Nella storia delle teorie antropologico-linguistiche, i suoni
inarticolati, non ulteriormente analizzabili in unità discrete, vengo­
no spesso indicati come i precursori delle voci articolate. Ciò su cui
ci si interroga sono le modalità del passaggio dagli uni alle altre, i mo­
di in cui l'articolazione dà forma alla materia vocale e trasforma suo­
ni semplicemente sintomatici in suoni portatori di significato.
Qualsiasi forma di riflessione sull a natura fonologica del lin­
guaggio e dei suoi elementi supponeva la consuetudine con la scrit­
tura alfabetica, il cui sistema era stato infatti elaborato agli inizi del
primo millennio e che era praticata nei maggiori dialetti greci. Nel­
la coscienza linguistica degli antichi l'articolazione è sempre con­
nessa con la scrittura, e sul modello della scrittura si costituisce la ca­
tena combinatoria in cui le lettere si uniscono a formare la sillaba, le
sillabe a formare la parola, le parole a formare l'enunciato. Di fone­
tica non si occupano solo i grammatici. I musici studiano le sillabe
come unità d'una composizione d'altro genere (il piede, il metro). I
medici, da Ippocrate a Galeno, descrivono la struttura anatomica
degli organi fonatori, i loro processi motòri e le patologie. Ai filoso­
fi interessano specificamente i dispositivi che tramutano la voce in
discorso significante. Come tale, secondo gli Stoici, essa è di specifi­
ca pertinenza della dialettica.
Diogene Laerzio ci dà una chiara idea della collocazione che la
teoria del linguaggio ha nell'enciclopedia delle scienze degli Stoici:
inclusa nella dialettica, essa coinvolge temi di psicologia, perché il si­
gnificato è indissolubile dalla rappresentazione mentale, e problemi
di ontologia, perché si occupa delle cose significate nell'espressione
verbale. Si articola in una grammatica, una teoria dell'argomenta­
zione e una stilistica, che si occupa dei pregi del discorso e dei suoi
difetti. I primi si riassumono nella nozione di 'ellenismo'. Aristotele
(Retorica V) ne indica i criteri (perspicuità, chiarezza, equilibrata ar­
ticolazione della frase, ecc.) e così gli Stoici (purezza, perspicuità,
concisione, convenienza cioè adeguatezza all'argomento, assenza di
idiotismi) . Difetti sono il barbarismo che contravviene alla consue­
tudine dei classici, il solecismo o incoerenza sintattica, l'anfibolia o
ambiguità semantica. Infine la dialettica comprende anche una sor­
ta di etica dell'argomentazione. La descrizione grammaticale e l'eia-
2. Essere, pensiero, linguaggio 27

borazione dei relativi strumenti si intrecciano per un verso con lo


studio dei meccanismi logico-semantici che trasformano la voce in
discorso, per altro verso con i dispositivi tecnici della correttezza ed
efficacia retorica.
Non esiste, nella dottrina degli Stoici, una partizione specifica de­
dicata alla grammatica. Eppure di grammatica trattano sia dal punto
di vista della dialettica come teoria dell'argomentazione vera sia dal
punto di vista dell'efficacia e correttezza dell'argomentare, cioè nel­
l'ambito della retorica. Si tratta della stessa nozione di grammatica?
Leggendo le testimonianze con la mente rivolta alle successive vicen­
de della grammatica nella sua doppia versione (grammatica come
scienza, grammatica come arte) , si può dire forse che qui troviamo
una radice di quella dicotomia. Le osservazioni grammaticali conte­
nute nella dialettica non sono finalizzate alla descrizione della lingua
naturale (il greco) , ma questa casomai è usata come repertorio di
esempi a conferma di teorie circa il funzionamento del pensiero. È
quella che prenderà il nome di grammatica generale, finalizzata allo
studio dei tratti comuni a tutte le lingue (§ 5 .3 ) . D'altronde, l'idea di
grammatica normativa era implicita nella nozione di ellenismo. Le
due grammatiche (filosofica, tecnica) dunque sarebbero compresen­
ti nell'opera degli Stoici, da cui la riflessione linguistica avrebbe tra t­
to non solo un legato di nozioni e termini fondamentali (come i casi
del nome, i tempi e aspetti del verbo) , ma anche la distinzione teorica
tra grammatica del linguaggio e grammatica delle lingue.
L'inclusione delle scienze del linguaggio nella dialettica nasce
dalla specifica vocazione semantica di questa scienza, cui è deputa­
to, secondo lo stoico Crisippo (Diog. Laerzio, VII, 62), lo studio del
significante (semàinon) e del significato (semainòmenon) . È, questa,
una distinzione ontologica, tra un oggetto corporeo (la voce) e uno
incorporeo (le rappresentazioni mentali) . La voce articolata è, pro­
priamente, espressione; che è a sua volta voce articolata asemantica
o voce semantica emessa dal pensiero, cioè discorso. «Le voci si emet­
tono, si discorre di cose» (ivi, VI, 55 -57 ) . Segue, nel testo di Dioge­
ne, quella che sembra una mera elencazione di argomenti: è in realtà
un'enciclopedia sistematica delle scienze del linguaggio. Si parte dal­
le varianti storico-geografiche, connesse con la varietà delle stirpi e
dei popoli. Se ne indicano gli elementi fonici minimi (le <<Ventiquat­
tro lettere» della lingua greca) , gli elementi morfologici minimi (le
parti del discorso) , i criteri di stile e le relative infrazioni. Seguono i
generi del discorso e le loro caratteristiche. Si parla della composi-
28 Il linguaggio. Storia delle teorie

zione poetica e del discorso definitorio. Quest'wtimo implica la no­


zione di genere e presuppone dunque princìpi di categorizzazione e
gerarchizzazione. Gli aspetti logico-semantici e morfo-sintattici del­
l' espressione pertengo no a un ideale «capitolo sulle cose come tali e
sulle cose significate» (ivi, VII, 63 ) , in cui è centrale il tema della rap­
presentazione mentale. Né cosa né qualità, la rappresentazione «in
certo modo è qualcosa e in certo modo ha una qualità» (ivi, VII, 6 1 )
e fa da tramite tra sfera antologica e sfera delle voci articolate. È
un'impressione, paragonabile all'impronta del sigillo sulla cera: pri­
mo atto dell'apprensione, una precognizione o prolessi, una natura­
le intelligenza dell'universale (ivi, VII, 54). n «criterio con cui si di­
scerne la verità delle cose è in generale rappresentazione [ . . ] ; segue
.

il pensiero, che in quanto è capace di enunciare ciò che riceve dalla


rappresentazione lo esprime per mezzo della parola» (ivi, VII, 49) .
Questo contenuto mentale è il lektòn (il 'detto' o 'dicibile') che de­
signa la rappresentazione espressa in forma proposizionale.
n testo di Diogene va integrato con la testimonianza di Sesto Em­
pirico, filosofo scettico; anch'esso fonte preziosa per lo studio della
filosofia antica, le cui dottrine egli espone per confutarle. Gli Stoici,
dice, distinguono tre cose:

la cosa significata (semainòmenon), quella significante (semàinon) e quel­


la che-si-trova-ad-esistere (tynkhànon) [ . ] ; la cosa significante è la voce
. .

[ . ] ; quella significata è lo stesso oggetto con ciò indicato - oggetto che


. .

noi percepiamo nel suo presentarsi reale per mezzo del nostro pensiero,
mentre i barbari, pur ascoltando la voce che lo indica, non lo compren­
dono -; infine, ciò-che-si-trova-ad-esistere è quello che sta lì fuori di noi
[ . ] . Di queste cose due sono corpi, cioè la voce e ciò-che-si-trova-ad-esi­
. .

stere, e una è incorporea, cioè l'oggetto-significato o il 'detto' (lektòn) , e


proprio quest'ultimo o è vero o è falso (ivi, II, 1 1 - 12 ) .

Vediamo quale modello semantico emerge da questa sintesi. La


significazione implica tre termini, due dei quali dotati di realtà fisi­
ca: la voce e il dato extralinguistico. Tra queste due entità corporee,
la mediazione è compiuta da un'entità incorporea: il significato o
lektòn , rappresentazione mentale in quanto detta o dicibile: un con­
tenuto mentale ridotto a formato proposizionale, tant'è vero che si
riproduce in noi, non nei barbari, all'occasione della voce.
Platone, in diversi dialoghi, aveva definito il pensiero come di­
scorso tacito dell'anima con se stessa, stabilendo tra il discorso in-
2. Essere, pensiero, linguaggio 29

terno e il discorso vocale un isomorfismo di struttura e una priorità


del primo sul secondo (il linguaggio presuppone il pensiero, è pen­
siero esteriorizzato) . La distinzione tra discorso interno e discorso
proferito avrà una lunga storia: nelle discussioni sulla razionalità ani­
male in età ellenistica ( § 3 .3 ) ; nella dottrina medievale delle tre ora­
tiones - scripta, prolata, mentalis - (§ 4 .2 ) ; nella dottrina del triplice
verbo (la parola, immagine del discorso interiore che è a sua volta
immagine del Verbo divino) in Plotino, e poi in Agostino dove si sal­
da con la dottrina cristiana dell'Incarnazione (§ 2.6). Gli Stoici dan­
no del tema una versione psicofisica: la parola interiore è il soffio
prodotto negli organi fonatori prima di uscir di bocca come voce.
A differenza degli Stoici, dice Sesto (Contro i logici, Il, 1 3 ) , Epi­
curo non pone alcun elemento intermedio tra voce e cosa significa­
ta: testimonianza confermata da Plutarco (HP 1 987 , I, p. 1 03 ; II,
p. 486) che dice agli Epicurei: voi lasciate sussistere voci e dati e abo­
lite i lektà, da cui «nascono conoscenze, precetti, prolessi, pensieri,
stimoli, assensi». I termini del rapporto semantico, per gli Epicurei,
sarebbero dunque due, voce e dato extraverbale, mediati dal dispo­
sitivo, puramente psicologico, della prolessi: una preconcezione,
un'anticipazione, un'immediata apprensione del reale, l'atto subita­
neo di riconoscimento che ci fa dire, vedendo avanzare una figura,
'è un uomo' . Entra in modo essenziale nell'atto della ricognizione­
comprensione degli oggetti connesso con l'uso di nomi: l'oggetto
viene denominato sulla base di una preesistente anticipazione o ri­
conosciuto, se già ha un nome, come appartenente a una certa clas­
se di oggetti. È l'atto che garantisce il valore generico del nome, la
sua capacità di designare non questo o quell'individuo, ma ciascun
individuo appartenente a una classe. Mentre il lektòn è una rappre­
sentazione di tipo linguistico, una proposizione del linguaggio men­
tale, la prolessi è una procedura puramente psicologica di organiz­
zazione dei dati sensibili (i quali altrimenti resterebbero 'alogici' e
non memorizzabili: Dio g. Laerzio, X, 3 1 ) : trasforma le sensazioni in
nozioni, coadiuvata dall'efficacia dei nomi, dal loro valore immedia­
to (non definitorio) . «Dice Epicuro che i nomi sono più chiari delle
definizioni, e che sarebbe assurdo, invece che dire 'Ciao Socrate', di­
re 'Ciao animale razionale mortale'» (HP 1987 , I, p. 102 ; II, p. 99) .
Per l'efficacia del ragionamento, bisogna «che l'originario pensiero
che giace in ogni singolo termine sia colto con immediatezza e non
abbia bisogno di ulteriore prova o dimostrazione» (Diog. Laerzio,
X, 37-3 8 ) .
30 Il linguaggio. Storia delle teorie

2 .5 . Scepsi, ascest� comunicazione


Si ritiene che gli scritti logici di Aristotele e degli Stoici abbiano for­
nito il quadro teorico alla grammatica alessandrina, codificata da
Dionisio Trace e Apollonia Discolo. Ma la vasta produzione gram­
maticale della scuola di Alessandria (di cui quasi nulla è rimasto) era
principalmente intesa a fini pratici: compilazione di manuali, com­
mento di testi, composizione scritta. A questa duplice finalità, prati­
co-descrittiva e teorico-sistematica, fa riferimento Sesto Empirico
quando critica la pretesa di trasformare un'arte strumentale in una
teoria generale della lingua: «nessuna indagine si può sistematica­
mente condurre su qualcosa di infinito [e] le cose significanti e si­
gnificate sono infinite». A ciò si aggiunga il mutamento semantico,
che trasforma le lingue. Se non è possibile conoscere «un'infinità sta­
tica», figuriamoci conoscerne una sempre mutevole (Contro i gram­
matici, 8 1 -83 ) .
È questa, ch'io sappia, la prima dichiarazione dell'impossibilità di
ridurre il linguaggio a teoria. L' irriducibilità teorica investe anche la
grammatica tecnica. È impossibile perfino enumerare i suoni d'una
lingua. Le vocali sono di numero variabile a seconda che si contino o
no come suoni diversi lunghe e brevi, acute e gravi, aspre e dolci, o vi
si aggiungano i dittonghi. È impossibile distinguere le sillabe brevi
e lunghe: manca un'unità di misura, e una sillaba breve per i gram­
matici è invece, all ' udito, una successione di suoni (ivi, 126).
Infine, ecco l'attacco al pezzo forte della grammatica filosofica, la
teoria delle parti del discorso. Sesto prende come campione una sola
parte, il nome («come i vinattieri, che da un piccolo assaggio giudica­
no l'intera partita. . . ») . Genere e numero sono immotivati. Altrimenti
non si spiegherebbe perché designiamo al maschile le femmine di al­
cune specie o viceversa; perché usiamo nomi plurali per designare una
sola città (Athènai) . Non c'è alcuna dipendenza dei nomi dalle mo­
dalità della percezione, tanto meno dalla natura delle cose.
Infine Sesto attacca anche la grammatica normativa (ivi, 169
sgg. ) . Le varianti ortografiche che appassionano i grammatici non
hanno alcun rilievo semantico. Quanto all 'ellenismo, buona è la lin­
gua di chi segue l'uso corrente, cattiva quella di chi vi contravviene
per seguire l'analogia, cioè la regolarità astratta imposta dai gram­
matici. La correttezza si riduce a un criterio di accettabilità stabilito
dalla sanzione sociale più che dal giudizio dei grammatici. In so­
stanza, lo stesso dilemma tra analogia e anomalia è vanificato in for-
2. Essere, pensiero, linguaggio 31

za di un criterio superiore, quello dell'uso. Che a sua volta è tutt' al­


tro che univoco: varia a seconda dei linguaggi tecnici, dei luoghi, del
ceto degli interlocutori. Ellenizza chi parla da filosofo con i filosofi,
da medico con i medici, chi usa barbarismi con la servitù e termini
urbani con le persone colte: insomma ellenizza chi si adatta ai diver­
si registri di lingua.
La scepsi non investe il potere strumentale del linguaggio, il va­
lore di scambio che lo assimila alla moneta, la legittimità dell'uso
spontaneo. Riguarda la possibilità di farne scienza, di ridume la pra­
tica a teoria. All a scepsi fa da contrappunto una sorta di pragmati­
smo: se il fine della parola è la comprensione, valga la norma stati­
stica attestata dal linguaggio ordinario, la norma settoriale dei lin­
guaggi tecnici e gergali. Questa rivalutazione del linguaggio ordina­
rio è un tratto distintivo delle filosofie del senso comune. Mancan­
do un criterio fondazionale di Verità, non resta che un repertorio di
certezze pratiche di cui il linguaggio ordinario è l'espressione.
Una scepsi radicale investe invece il pensiero verbale nella teolo­
gia neoplatonica. Platino, filosofo di lingua greca attivo a Roma, de­
dica al linguaggio solo cenni sparsi nelle sue Enneadi, sempre per sot­
tolineare la natura parcellizzante del pensiero discorsivo. Nel proces­
so della conoscenza, che ripercorre in direzione ascendente i gradi
dell'emanazione dall'Uno al molteplice, il pensiero discorsivo è luo­
go per eccellenza della divisione, della segmentazione, del diverso. È,
a fronte dell'unità indifferenziata dell'Essere, il luogo della moltepli­
cità, della temporalità e della successione, perché può solo «cogliere
i concetti l'uno dopo l'altro» (ivi, V, III, 1 7 ) . È segno di inopia, nasce
quando l'intelligenza non basta più a se stessa. L'artigiano comincia a
ragionare quando incontra una difficoltà, altrimenti l'arte in lui agi­
sce sovrana; così solo il bisogno spinge all'uso delle parole. Nel regno
delle anime ci si intende per puri atti intuitivi, «ogni essere è come un
occhio; e nulla è nascosto [e] prima che si dica qualcosa a un altro,
questi ha già visto e compreso» (ivi, IV, III, 18).
Di qui la successiva tradizione teolinguistica trarrà spunti nume­
rosi e l'idea stessa di teologia negativa. L'Uno è ineffabile «poiché
qualsiasi cosa pronunzi, avrai pur sempre espresso 'una qualche co­
sa'»; «quegli, invece, è semplicemente 'Uno' senza il 'qualcosa'» (ivi,
V, III, 13 ) . Allora come parlarne? «Ecco, noi balbettiamo appena
qualche cosa intorno a Lui, ma non esprimiamo certo Lui stesso [ . . . ] .
Diciamo quello che non è; ma quello che è non sappiamo dirlo» (ivi,
V, III, 14). Questa separazione del linguaggio dall'essere è collegata
32 Il linguaggio. Storia delle teorie

con un altro tema, espresso nei primi tre trattati dell'Enneade VI. Le
categorie vengono declassate al ruolo di unità accidentali, denomi­
nazioni estrinseche delle cose. Platino nega che le stesse categorie
siano applicabili alla sfera del sensibile e a quella dell'intelligibile, e
confuta così la tesi aristotelica dei generi come forme immanenti al
sensibile e strumenti della sua intelligibilità. La mistica del silenzio è
un aspetto di questa separazione del linguaggio dall'essere. Ve n'è
tracce per tutta la tradizione religiosa occidentale, cristiana e non cri­
stiana. n tacere, spiega Agostino (Confessioni X, 10), è la condizio­
ne stessa dell'accesso a Dio.

Se tacesse il tumulto della carne, tacessero le immagini della terra e


dell'acqua e dell'aria, tacessero i cieli e fin l'anima tacesse a se stessa, [ ] . . .

tacessero i sogni e le rivelazioni della fantasia, ogni lingua e ogni segno


[ . . ] , se [ .. .] finalmente tacessero perché hanno teso l'orecchio in chi le ha
.

create, e solo questi parlasse [ . ] non tramite lingua di carne o voce d'an­
. .

gelo, o rimbombo di nube, o enigma di similitudine, ma lui stesso . . .

Secoli prima, Filone, filosofo ebreo di lingua greca, s'era espres­


so in forma ancora più drammatica. In uno dei suoi commenti bi­
blici, lo scritto sull'ebbrezza ( 1 988, 70-7 1 ) , facendo l'elogio del sa­
cerdozio, Filone dice che per prepararsi a esso bisogna uccidere il
fratello, uccidere i vicini di casa, il proprio parente più stretto. Sono
il corpo, le sensazioni, il linguaggio. «Uccideremo il parente più
stretto: e. l'essere che è più prossimo alla mente è il linguaggio pro­
ferito [. . ] . Perché non dovremmo contrastarlo, per quel che ha di
.

sofistico e impuro, decretando contro di lui la morte che più gli si


addice, il silenzio?». L'idea del linguaggio come parente del corpo è
ricorrente della tradizione neoplatonica. Le anime comunicano ver­
balmente perché sono chiuse nei corpi; vivono nella sfera interme­
dia fra l'unità originaria che non conosce parole e il ritorno all'Esse­
re dove la parola tace.
Giunti alla fine di questo paragrafo, non sorprenderà che vi ab­
bia incluso insieme uno scettico come Sesto Empirico e un teologo
come Platino. Le loro teorie presentano due aspetti diversi della cri­
tica del linguaggio. Sesto sottolinea bensì la riluttanza della parola a
farsi ridurre a norma, ma continua a considerarla buona merce di
scambio per la comunicazione sociale. n primo grande divorzio del
linguaggio dall'essere avviene nella teologia neoplatonica: i due mon­
di - sensibile e intelligibile - hanno una pura relazione di omonimia
2. Essere, pensiero, linguaggio 33

(i generi dell'intelligibile non sono gli stessi generi del sensibile; la so­
stanza, nel mondo intelligibile, non ha che il nome in comune con la
sostanza sensibile: Enneadi, VI, I , 1 ) , o tutt'al più di analogia (ivi, VI,
III , 1 ) . Alle due sfere non è applicabile la stessa logica. Donde l'in­
commensurabilità del pensiero discorsivo rispetto all'unità indivisa
dell'Essere.

2 .6. Segni e segni di segni


A che serve parlare? È la domanda che Agostino rivolge al figlio
Adeodato nel De Magistro. La tesi del dialogo si delinea subito: il lin­
guaggio non è fonte di conoscenza. Serve tutt'al più a comunicare e
ricordare conoscenze che vengono da altra fonte: l'osservazione di­
retta, l'illuminazione interiore.
Si nihil ex tanta superis placet urbe relinqui (Se nulla di così gran­
de città gli dèi vogliono risparmiare) è un verso di otto parole: dim­
mi che cosa significano singolarmente, è la sfida di Agostino. L' ana­
lisi non va oltre la terza parola, ma basta ad avvolgere Adeodato in
una serie di aporie semantiche. Qual è la 'cosa' significata da si ? E
nihil ? significa forse un'affezione dell'anima quando scopre l'assen­
za d'una cosa. Ex indica separazione da qualcosa. Ma così si sono
spiegate «parole con parole, segni con segni» (ivi, II, 3 -4). Né serve
additare l'oggetto: l'estensione si applica solo nel caso dei nomi, e
nomi di cose presenti, e cose presenti e corporee, e anche qui solo
alle qualità visibili. E poi anche il dito puntato è un segno, alla stre­
gua dell'avverbio 'ecco'. Neanche il linguaggio dei sordomuti o dei
mimi esce dal circolo vizioso che riconduce segni a segni.
Una serie di giochi metalinguistici completa il quadro dell'auto­
·

referenzialità del linguaggio. La parola può designare una classe che


include se stessa: 'parola' è una parola e dunque significa oltre che
tutte le parole anche se stessa. Nella frase utrum homo sit homo, il
termine homo può essere considerato «dal punto di vista del segno»
('uomo') o «dal punto di vista della cosa che questo significa» (l'uo­
mo: ivi, VIII, 24 ) . Tutti i nomi sono parole, ma non tutte le parole
sono nomi. Ma tutte le parole sono nomi se possono diventare sog­
getto di proposizioni: come est in Non erat in Christo est et non, sed
est in illo erat, dove il verbo è anche un nome. Epperò, possiamo
chiedere qual è il nome, non qual è la parola, di una cosa. ll senso di
questa digressione è riassunto in un'immagine che sdrammatizza la
discussione, ma ne ribadisce la tesi. Trattare parole con parole è co-
34 Il linguaggio. Storia delle teorie

me strofinare dita contro dita; solo chi lo fa sa quali dita prudono e


quali grattano.
Nulla si può insegnare se non per mezzo di segni, ma nulla per
soli segni si può conoscere. «Impariamo il valore della parola [ . . . ]
tramite la cosa conosciuta che è significata, anziché la cosa tramite la
significazione stessa» (ivi, X, 34). Chi parla può mentire, celare quel
che ha in mente, incorrere in lapsus, usare le parole in sensi diversi
dall'interlocutore. Insomma le parole tutt'al più sollecitano a cerca­
re la cosa, non ce la rivelano. Per apprendere non ci affidiamo alla
voce, «ma alla verità che interiormente presiede la mente, forse in­
vitati a farlo dalle parole» (ivi, XI, 3 8 ) .
Opera tradizionale quanto il De Magistro era paradossale, anche il
trattato De doctrina christiana chiama in causa le arti del linguaggio:
semiotica, stilistica, retorica. Conciliare la grande tradizione classica
con il magistero cristiano era un'esigenza ampiamente testimoniata
dai Padri della Chiesa, cui sopperisce la 'retorica' agostiniana, un'e­
loquenza fondata sul primato della verità sulla parola, destinata a re­
stare per secoli modello di eloquenza sacra. Agostino tramanda poi
definizioni che diventeranno canoniche: la definizione del segno co­
me qualcosa che, «oltre l'aspetto esterno che presenta ai sensi, fa ve­
nire in mente qualcos'altro a partire da sé» (De doctr. chr. II, I, l ) ; la
distinzione tra segni naturali (il fumo che 'significa' il fuoco; le orme
il passaggio dell'animale; l'espressione d'un volto lo stato d'animo
della persona) e segni istituzionali, che hanno come finalità la comu­
nicazione (ivi, II, II, 3 ). Fra tutti i segni, quelli verbali non solo hanno
una preponderanza quantitativa nella comunicazione, ma sono i soli
onnisignificativi. Infatti tutti gli altri «li ho potuti esprimere con le pa­
role, mentre assolutamente non potrei esprimere le parole con quei
segni» (ivi, II, III, 4 ) . È la parola che trasvaluta l'oggetto (acqua, pane,
vino) nel sacramento, ne fa una parola visibile. Ciò non toglie la sua
dipendenza dal discorso mentale, come si conferma nel De Trinitate.
Quando parliamo, ogni moto del corpo, ogni gesto o parola, è antici­
pato «con un verbo espresso nell'intimo di noi stessi» (De Trin. IX,
VII, 12), una locutio cordis in cui le rappresentazioni corporee vengo­
no interpretate alla luce della pura intelligenza, che non è greca né la­
tina, e contiene le conoscenze immanenti che derivano da Dio. Verbo
umano in cui possiamo vedere «come in enigma, il verbo di Dio» (ivi,
XV, XI, 20), il linguaggio interiore s'incarna nella voce, ma anche nel­
le immagini corporee che accompagnano l'endofasia (quando silen­
ziosamente pensiamo parole d'una qualsiasi lingua o recitiamo senza
2. Essere, pensiero, linguaggio 35

muover le labbra poemi e ritmi e melodie di canti) . ll verbo interiore


è insomma un sapere prelinguistico, costituito dalle conoscenze ac­
quisite attraverso i sensi per via diretta o attraverso la testimonianza
altrui, e ill uminate dalla retta ragione. Naturale quanto il discorso
espresso è istituzionale, immediato quanto il secondo è laborioso e in­
soddisfacente, «precede ogni parola» (De Trin. XV, XII, 2 1 ) rapido co­
me un lampo. Mentre il discorso si svolge, il pensiero s'è già dilegua­
to. Dal che si arguisce «quanto il suono delle nostre labbra disti dal
lampo della mente, se neppure somiglia all'impronta della memoria»
(De cat. rud. II, 3 ) .

FONTI

AGOSTINO, De catechizandis rudibus, in Oeuvres, XI, Desclée de Brouwer,


Paris 1 949; La Trinità, Città Nuova Editrice, Roma 1973 ; Confessioni, 3
voll . , Mondadori, Milano 1 992 ; De Magistro, in Il maestro e la parola, Ru­
sconi, Milano 1 993 ; Vistruzione cristiana, Mondadori, Milano 1 994 . ARI­
STOTELE , Opere, 1 1 voll. , Laterza, Roma-Bari 1994-2004. DIOGENE LAER­
ZIO, Vite deifiloso/i, Laterza, Bari 1962 . FILONE ALESSANDRINO, L' ebrietà,
in La migrazione verso l'eterno, Rusconi, Milano 1 988. HP = A.A. Long
e N. Sedley (a cura di) , The Hellenistic Philosophers, 2 voll. , Cambridge
U.P., Cambridge 1 987 . PLATONE, Crati/o, a cura di F. Aronadio, Laterza,
Roma-Bari 1 996; Opere, 9 voll. , Laterza, Roma-Bari 1 992-2004. PLOTINO,
Enneadi, 3 voll. , Laterza, Bari 1947 . SESTO EMPIRICO, Contro i grammati­
ci, in Contro i matematici, I-VI, Laterza, Bari 1972; Contro i logici, Later­
za, Roma-Bari 1975 .

STUDI

G. Manetti, Le teorie del segno nell'antichità classica, Bompiani, Milano


1987 ; Id. (a cura di), Signs o/Antiquity/Antiquity o/Signs, «Versus. Qua­
derni di studi semiotici», 50-5 1 , 1 988; S. Everson, (a cura di) , Language
(= Companions to Ancient Thought 3 ) , Cambridge U.P. , Cambridge
1994 .
Capitolo terzo

Storia naturale della parola

3 . l . Il naturalismo e le sue /orme


Fin qui abbiamo parlato del linguaggio come strumento conoscitivo
e comunicativo, dispositivo di concettualizzazione e organizzazione
morfosintattica del pensiero. Vedremo ora la parola come parte del­
la costituzione biologica e della vicenda filo- e ontogenetica dell'uo­
mo, in cui istinto e apprendimento, natura e istituzioni hanno un
ruolo del pari imprescindibile e grazie al quale la facoltà del lin­
guaggio si rifrange nella varietà delle lingue. li Cratilo ci ha presen­
tato l'alternativa tra naturalismo e convenzionalismo. Una Lettera di
Epicuro a Erodoto trasmessaci da Diogene Laerzio presenta una for­
ma diversa di naturalismo e pone i termini di un altro problema di
lunga durata, che riguarda la nascita del linguaggio e la misura in cui
esso sarebbe connaturato all'uomo oppure acquisito nel processo di
umanizzazione della specie.
Di 'naturalismo' si può parlare in almeno tre accezioni. Una, che
meglio si potrebbe definire 'cratilismo', riaffiorerà nelle speculazio­
ni sulla lingua adamica, nella pratica delle etimologie, nella cosid­
detta mistica del Verbo (§ 5.2): in ogni visione teologica delle origi­
ni umane, dove la parola è oggetto di rivelazione e appare dunque
garantita la congruità o addirittura la specularità del nome rispetto
alla cosa. Una seconda accezione descrive la nascita del linguaggio
come sviluppo istituzionale di potenzialità umane naturali. Questo
tipo di naturalismo trova le sue più articolate espressioni nell'Illu­
minismo. Non entra in conflitto con il convenzionalismo perché, se
il linguaggio è un prodotto umano, è owio che condivida il caratte­
re istituzionale di tutte le produzioni umane. Una terza accezione, la
più attuale, sottolinea l'importanza preponderante dei fattori filoge-
3. Storia naturale della parola 37

netici e delle componenti biologiche nell'apprendimento e uso del­


le lingue naturali. Benché ciò comporti almeno una visione delle
strutture sintattiche come apriori specifici, neppur essa contraddice
in linea di principio l'arbitrarismo semantico. L'alternativa tra natu­
ra e convenzione, istinto e apprendimento, non si pone mai, del re­
sto, in maniera veramente dilemmatica. Avviene spesso che si sotto­
linei l'importanza d'un fattore a parziale discapito dell'altro. Avvie­
ne che ragioni polemiche spingano a rappresentare in forma radica­
le ma speciosa la posizione che si intende confutare (ne abbiamo vi­
sto un bell'esempio nell'argomentazione di Socrate) . Ma non avvie­
ne mai che un autore o una scuola considerino la facoltà del lin­
guaggio come un dispositivo acquisito che nulla deve a un corredo
di predisposizioni in qualche modo naturali. Né, viceversa, che si ri­
vendichi un innatismo che renda superfluo o indifferente il tirocinio
in una o altra lingua. La distinzione tra l'anti-innatismo radicale del­
la tradizione empirista (per cui la parola sarebbe inscritta dall'espe­
rienza su una mente rappresentata come tabula rasa) e l'innatismo
radicale della tradizione razionalista (che, nelle sue forme più re­
centi, rivendica a sé il merito di avere spiegato la complessità del lin­
guaggio e la sua universalità sulla base di un 'istinto' al linguaggio) è
dovuta largamente a uno stereotipo storiografico, e regge male a un
confronto con i testi. Lo sforzo dei filosofi è perlopiù di tenere in­
sieme le due metà del problema: spiegare l'arbitrarietà semantica
senza perciò negare l'universalità dei dispositivi computazionali del­
la logica linguistica; spiegare la molteplicità delle lingue senza con­
traddire l'unità del linguaggio; sceverare le accidentalità dell'ap­
prendimento dalle ragioni dell'istinto linguistico. In breve: tenere in­
sieme storia e natura. Che è quel che fa Epicuro.

Bisogna [ .. . ] supporre che la natura molti e diversi insegnamenti tras­


se dalle cose stesse e da queste fu costretta; successivamente il raziocinio
sviluppa con maggiore impegno ciò che gli è affidato dalla natura e ag­
giunge invenzioni in alcuni campi più velocemente, in altri più lenta­
mente e in alcuni periodi e tempi [compie progressi maggiori] , in altri
progressi minori. Perciò anche i nomi delle cose originariamente non fu­
rono posti per convenzione, ma a crearli fu la natura stessa degli uomini
che, a seconda delle stirpi, provando particolari emozioni e ricevendo
particolari percezioni, in modo altrettanto particolare emettevano l'aria
improntata dal singolo stato d'animo e dalla particolare percezione. Sul­
la particolarità delle voci emesse influì la diversità delle stirpi proporzio-
38 Il linguaggio. Storia delle teorie

nata alla diversità dei luoghi. Successivamente le singole stirpi rinvenne­


ro un accordo e posero così nomi propri a ciascuna cosa, perché fra loro
risultasse meno ambigua e incerta l'intesa e le espressioni fossero più bre­
vi. E di alcune cose fino ad allora non viste alcuni che avevano consape­
volezza vollero introdurre la nozione e le designarono con certi nomi che
o essi pronunziarono sotto l'impulso dell'istinto o scelsero con raziocinio,
conformandosi all a causa presumibilmente più comune d'un tal modo di
esprimersi (Epicuro a Erodoto, in Diog. Laerzio, X, 75-76) .

Queste righe contengono molti fra gli ingredienti che saranno rie­
laborati per secoli dalle teorie antropologico-linguistiche: la neces­
sità naturale che, distinta dalla libertà dell'invenzione, ne consente
tuttavia lo sviluppo; l'istituzione consapevole che disciplina e unifor­
ma l'eruzione sintomatica delle passioni dell'animo; il commisurarsi
delle dizioni alle esigenze espressive e comunicative e la conseguen­
te innovazione, spontanea o raziocinatamente motivata; l'intervento
della soggettività che impone i nomi; l'accidentalità della storia che
genera la varietà delle lingue. Di qui ha origine un paradigma natu­
ralistico cui è stato imputato il fatto di lasciare inspiegato il passag­
gio dal linguaggio come fatto individuale al linguaggio come fatto so­
ciale, dal 'linguaggio privato' a quello pubblico. In realtà la parola
non è concepita mai come pura espressione: nasce fin dall'inizio or­
dinata alla sua funzione comunicativa. La prima fase è già innescata
da meccanismi mentali universali. Largamente uniformi sono gli sti­
moli ambientali per ogni comunità di parlanti. Uniformi sarebbero
dunque le risposte all'interno di ogni comunità. Sicché non c'è mai
una fase di linguaggio privato, i segni naturali godendo di quella
stessa capacità comunicativa che caratterizza i segni verbali.
Otto secoli dopo Epicuro, la genesi del linguaggio dall'azione ge­
stuale, fisiognomica, prosodica, che connette bisogni e desideri con
la loro espressione linguistica, trova espressione nelle Confessioni (I,
8) di Agostino.

Non erano stati i grandi a insegnarmi, ma io da me stesso [ . .] sforzan­


.

domi con gemiti e suoni vari e vari gesti del corpo di esprimere i sentimenti
del mio cuore, affinché i miei desideri venissero esauditi [ . . ] . Quando no­
.

minavano una cosa e accompagnavano i suoni con un movimento del cor­


po verso di essa, io me l'imprimevo nella memoria: osservavo e tenevo a
mente che chiamavano con quel suono quella cosa quando la volevano de­
signare. Che proprio questo fosse il loro scopo, lo capivo dai movimenti
del corpo, come da parole connaturate in tutti gli uomini e che risultava-
3. Storia naturale della parola 39

n o dalla mobilità del volto e degli occhi, dagli altri gesti delle membra e dal
tono della voce, indicanti i sentimenti dell'animo nel chiedere, nel posse­
dere, nel rifiutare o nel rifuggire qualcosa. Così, le parole che ricorrevano
nelle frasi in un certo posto ben preciso, a forza di sentirle pian piano co­
minciai a collegarle con le cose di cui erano segni e a servirmene a mia vol­
ta per esprimere i miei stessi desideri. [ . . . ] In tal modo arrivai a scambiare
con coloro con i quali vivevo i segni indicanti i desideri e mi avventurai più
e più nel procelloso consorzio della vita umana .

. n passo può esser letto in chiave 'epicurea' : manifesto di una teo­


ria pragmatica dell'acquisizione della parola, che parte dall' espres­
sione elementare di emozioni e sentimenti per arrivare alla comples­
sità della comunicazione umana. Agostino riprende dalla tradizione
classica il paradigma naturalistico, e nel De Trinitate lo arricchisce per
due rispetti importanti. In primo luogo la tesi secondo la quale per in­
terrogarsi sul significato di una parola bisogna averla riconosciuta co­
me segno: l'apprendimento linguistico, l'esplorazione del senso delle
parole all'interno della propria lingua, suppongono una sorta di pre­
cognizione, un 'senso linguistico' . Per chiederci che cosa vuoi dire
una parola, bisogna averla già riconosciuta come tale. n secondo mo­
tivo innovatore è l'introduzione di un elemento etico come movente
delle pratiche linguistiche: interrogarsi sul senso delle parole signifi­
ca intuire le ragioni di un sapere fondativo della comunità degli uo­
mini, capire «quale cosa grande e buona sia comprendere e parlare
tutte le lingue di tutti i popoli e il non udirne nessuna come straniera
e il non essere udito come straniero» (De Trin. X, I, 2 ) .

3 .2 . Problemi del naturalismo


Un aspetto importante del naturalismo antico è la tesi della motiva­
z io ne dei nomi. Quale che sia il criterio che si assume a garanzia del­
la loro congruità, deve essere in qualche modo possibile ricostruir­
ne la genesi, e a ciò sopperisce l'etimologia. Con questo termine de­
signiamo oggi la ricostruzione dell'effettivo mutamento fonetico e
morfologico di una locuzione. Ma la pratica etimologica nasce nella
Grecia arcaica come strumento di speculazione sul rapporto dei no­
mi con le cose. Un monumento di questa tecnica sono i libri V-VII
del De lingua latina di Varrone. Una confutazione classica è nel trat­
tato Contro i grammatici di Sesto Empirico (24 1-47 ) . La convivenza
dell'aspetto morfologico e di quello per così dire 'antiquario' è una
40 Il linguaggio. Storia delle teorie

costante della ricerca etimologica: spiegazione del mutamento se­


mantice e insieme ricostruzione di forme linguistiche originarie che
si suppone siano state offuscate dal tempo. La ricerca del significa­
to 'vero' dei nomi innesca aspetti importanti della tradizione teori­
co-linguistica. La perdita dell'iconismo originario che evocava nel
suono della parola la sua genesi percettiva; lo slittamento o prolife­
rare dei concetti; le trasposizioni metaforiche che aprono alle paro­
le nuovi campi di applicazione: sono, questi, ingredienti invocati per
spiegare il mutamento semantico, e modelli delle strategie cui la
mente ricorre per assicurarsi l'apprensione del mondo. Sono canoni
importanti per la ricostruzione della storia delle lingue, per la spe­
culazione sulla loro preistoria. S'intrecciano con un altro tema plu­
risecolare, quello dell'origine del linguaggio.
Come per la grammatica, anche per l'etimologia gli Stoici sono
un buon punto di partenza. Gli Stoici, dice Agostino in un trattato
oggi ritenuto autentico, il De dialectica, cercano delle parole una «ra­
dice o seme» che rispecchi la sia pur remota origine sensuosa del­
l' atto di nominare, e da cui via via significati nuovi si produrrebbe­
ro per analogia, metafora, estensione per similarità o contrario: eser­
cizio inaffidabile come l'interpretazione dei sogni che ciascuno fa a
modo suo. I princìpi dell'etimologia antica restano ingredienti im­
portanti del naturalismo , e così le metafore biologiche, che troviamo
già nella concezione varroniana della perenne possanza generativa
del lessico. La parola è un albero con rami e radici; il lessico un si­
stema di parentela per linea diretta o collaterale; l'etimo e la morfo­
logia rispettivamente fonte e fiume (Varrone, De lingua lat. VIII, 3 -
5 ) . Perfino la letteratura comparatista di età moderna pullula anco­
ra di queste immagini.
La motivazione non esclude in linea di principio la convenziona­
lità. Anzi, l'imposizione del nome, come momento dell'interpreta­
zione creativa dell'oggetto o evento, è anche il luogo della varietà e
dell'arbitrio. Se compro uno schiavo (ivi, V, 2 1 -22 ) , posso dargli il
nome che mi pare. Ma quale che sia il nome prescelto, lo declinerò
secondo norme generalmente accette.
L'etimologia è praticata come strategia interpretativa nella prima
letteratura cristiana, ma già prima, presso autori non cristiani, era
diventata parte integrante dell'esegesi, sull a traccia d'una teoria sug­
gerita dall'Antico Testamento: che il nome esprima l'essenza di una
persona, di una cosa, che il cambiar nome significhi cambiar vita e
natura. Filone dedica al tema così gran parte di un suo commento al
3. Storia naturale della parola 41

Genesi, che questo h a finito per essere trasmesso con il titolo latino
De mutatione nominum. L'interpretazione è rinvio da significati let­
terali a significati allegorici: «piccoli, sensuosi e patenti gli uni quan­
to son grandi, intellettuali e reconditi gli altri; valori risposti in ve­
rità nobili, in nozioni pure e veritiere, nell'elevamento dell' animo»
( 1969, 65 ) .
La scienza etimologica è codificata dalla grande enciclopedia di
Isidoro, vescovo di Siviglia, le Etymologiae (VI-VII secolo) . È un
metodo di analisi morfologica: studia la derivazione delle parole le
une dalle altre. È uno strumento di analisi semantica: studia la 'cau­
sa' delle parole. Conoscere la genesi d'un nome vuoi dire conoscer­
ne il valore; ignorare i nomi significa non possedere le cose. È una
sorta di cratilismo cristiano: la corrispondenza tra parole e cose è as­
sicurata dal fatto che le forme o essenze sussistono eterne e immuta­
bili nella mente divina, come esemplari a un tempo degli oggetti del
mondo sensibile e dei segni linguistici. Isidoro raccoglie e trasmette
dati di 'filologia sacra' che circoleranno a lungo, agendo anche nella
formazione di discipline laiche come l'antropologia e la filologia. L'e­
braico è la lingua sacra per eccellenza. Tutte le lingue post-babeliche
ne derivano, così come tutte le razze umane derivano dall'unità pri­
migenia delle genti.
La coalescenza fra criterio etimologico e significato simbolico è
un tratto importante dell'ermeneutica sacra, che investe tutto lo sci­
bile instaurando una connessione organica tra il sistema dei nomi e
il sistema della natura. La sua incontrastata fortuna dura fino al XII
secolo, quando la grammatica comincia a essere dominata dalla dia­
lettica e la nozione di derivazione si restringe a un'accezione morfo­
logica. n tema della giustezza dei nomi permane tuttavia, variamen­
te intrecciato alla nozione platonica delle Forme sostanziali come
causa a un tempo delle cose naturali e dei loro nomi.

3 .3 . Co �unicazione animale, comunicazione umana


Un altro tema centrale nella storia naturale della parola è la distin­
zione tra linguaggio umano e animale. Alcune coordinate del pro­
blema si trovano in Sesto Empirico. I segni ci consentono di inferi­
re l'esistenza di cose momentaneamente non evidenti (il fumo signi­
fica il fuoco) e di cose per natura non evidenti (i moti del corpo si­
gnificano moti dell'animo) . Si tratta rispettivamente dei segni mne­
stici, o memorativi, e dei segni indicativi. Sesto ritiene validi i primi,
42 Il linguaggio. Storia delle teorie

di cui tutti ci serviamo, ma contesta la legittimità dell'inferenza da


segni indicativi all'esistenza di oggetti inosservabili. Diversa la posi­
zione degli Stoici: la capacità di trarre inferenze non solo da segni os­
servabili, ma anche da enunciati è il discrimine tra animali e uomini.
La voce articolata non basta a definire il linguaggio; ci vuole in più
la capacità di comporre, associare e dissociare le impressioni e rap­
presentazioni, passare dall'una all'altra, che è una competenza spe­
cifica umana. n discorso proferito è l'epifenomeno di un discorso in­
teriore di natura compositiva e sintattica i cui segni inseriti in lektà
possono significare anche cose che non percepiamo attualmente o
non percepiamo affatto. Secondo gli Stoici l'uomo non differisce
dall'animale

in base alla ragione proferita (ché anche corvi e pappagalli e gazze profe­
riscono voci articolate) , ma alla ragione internamente riposta, né soltan­
to in base alla semplice capacità rappresentativa (ché anche gli animali si
formano rappresentazioni) , bensì in base a quella transitiva e compositi­
va. Possedendo la nozione di conseguenzialità, l'uomo concepisce [ .. .]
immediatamente anche il segno: difatti il segno, d i per s e stesso, vale co­
me 'se è questo, è questo' . Dunque dalla natura e struttura dell'uomo de­
riva anche l'esistenza del segno (Sesto, Contro i logici, II, 275 -76) .

A differenza degli Stoici, Sesto va molto vicino a riconoscere an­


che agli animali l' omologia tra discorso interiore e discorso proferi­
to. Riconosce loro capacità inferenziali, e il possesso di un vero e pro­
prio linguaggio intraspecifico, per noi incomprensibile: come, del re­
sto, la parlata dei Barbari, che noi percepiamo come suono indistin­
to. Sia pure commisurata al discorso interiore canino, c'è nel cane
una capacità di adattare segni a circostanze (Schizzi pirroniani, I, 7 4-
76) . La zoofilia di Sesto non arriva però fino ad attribuire agli ani­
mali un linguaggio mentale di tipo proposizionale e un linguaggio
espresso a ciò commisurato. Nessun autore peraltro negava loro una
qualche capacità segnica. Agostino, ad esempio, non escluderà che i
segnali animali rispondano al requisito minimo di 'segno' , la volun­
tas significandi (De doctr. chr. II, II, 3 ) .
La questione della razionalità animale aveva opposto agli antichi
Stoici i filosofi dell'Accademia di Atene. Le due posizioni si con­
frontano in un trattato di Filone di Alessandria, il De animalibus, in­
terpretate da Alessandro, nipote di Filone, e da Filone stesso. Ales­
sandro ritiene che il rapporto etico che sussiste fra uomini debba es-
3. Storia naturale della parola 43

sere esteso alle bestie, le quali possiedono, sia pure commisurati al­
la loro natura, entrambi i tipi di ragione presenti nell'uomo: una, «si­
tuata nella mente, è come una sorgiva che scaturisce dalla parte so­
vrana dell'anima», l'altra, la ragione espressa, è «come un fiume che
scorre su lingua e labbra fino al senso dell'udito» (De anim. 12 ) . La
presenza della ragione espressa è attestata dall a funzione che anche
negli animali ha l'udito, mediatore tra le percezioni e la mente, e dal­
la loro capacità di apprendere i segni. La ragione interiore è docu­
mentata da un gran numero di osservazioni tratte dalla storia natu­
rale: la perfezione inimitabile con cui il ragno tesse la tela, l'intelli­
genza delle api, la previdenza della rondine, la capacità di apprendi­
mento della scimmia, la perizia degli animali da circo, la sagacia de­
gli elefanti, la concertazione tra animali gregari, la capacità di auto­
medicazione e la ricerca degli antidoti, l'economia domestica di mol­
te specie, i procedimenti inferenziali che guidano la caccia; perfino
virtù come la sobrietà nel cibo e nel sesso, il coraggio, la giustizia che
regola alcune comunità animali. Sono tutte prove del fatto che il si­
gillo della ragione si imprime più o meno in ogni essere (ivi, 27 ) . La
differenza è solo di quantità o di grado.
La confutazione di Filone esordisce invece con una distinzione
nettamente qualitativa tra un dire «che nasce dal muoversi su e giù
della lingua e muore alla soglia della bocca» e uno «che scaturisce
dalla parte sovrana dell'anima e [ . ] genera sensate espressioni» (ivi,
. .

73 ) . È la distinzione tra semplice articolazione e articolazione signifi­


cativa, specifica questa della parola umana. Altrettanto netta è la dif­
ferenza tra le capacità tecniche degli animali, praticate con la stessa
spontaneità con cui le piante portano frutto, e quelle degli uomini,
deliberatamente esercitate. Nello scritto sull a Confusione delle lin­
gue ( 1 988, III, 6-8; IV, 9) Filone nega la credenza pagana che in ori­
gine animali e uomini parlassero una sola lingua. Nel De animalibus
un principio etico ispira la zoofilia di Alessandro e un principio eti­
co opposto induce Filone a concludere che è sacrilegio innalzare gli
animali al livello degli uomini.
A una finalità morale si ispira anche Porfirio, siriano di lingua
greca, scolaro in Italia di Platino: predicando la dieta vegetariana,
usa argomenti così simili a quelli di Filone e Sesto Empirico da far
pensare che tutti e tre si ispirino a una fonte comune perduta. In cia­
scuna specie, dice, si manifesta egualmente la ragione, comunque la
lingua risuoni, «alla maniera dei Barbari o Greci, dei cani o dei buoi»
(De abst. III, III, 3 ) . Non osta, a quanto pare, il diverso rapporto che
44 Il linguaggio. Storia delle teorie

sussiste tra le lingue umane (traducibili, e passibili di apprendimen­


to) e tra le lingue animali (che non sono passibili di traduzione e di
apprendimento interspecifico) . In verità Porfirio porta esempi di
'traduzione' tra lingue umane e animali, elencando episodi di com­
prensione reciproca: e questo grado minimo di comunicazione in­
terspecifica basta al suo argomento. Una ragione unica si manifesta
più o meno in tutti gli esseri, dèi compresi (ai quali bisognerebbe al­
trimenti rifiutare la ragione, dato che non articolano parola) . La dif­
ferenza è di grado, ché «una e una sola è la rappresentazione di chi
parla, sia che giunga oppure no alla lingua» (ivi, III, V, 2 ) .
In questo dibattito sulla razionalità animale si delineano due para­
digmi che reincontreremo, per esempio, nell'antropologia settecente­
sca (§ 5.7) o nel dibattito attuale sui rapporti mente-linguaggio (§ 8.3 ) .
n primo è quello che potremmo chiamare continuista: il linguaggio è
uno strumento di conoscenza e interazione più sviluppato negli uma­
ni, ma comune a tutti gli animali. Per secoli questa scelta teorica si in­
tegra nella grande metafora della Catena dell'Essere, nell'idea che le
creature siano disposte in una serie ascensionale che va dagli oggetti
inanimati alle diverse specie di piante, poi di animali, fino all'uomo e,
attraverso le gerarchie angeliche, a Dio. Le differenze di razionalità e
linguaggio tra le specie animali e tra queste e l'uomo vengono rappre­
sentate come momenti di un continuo. In età moderna, a partire dal­
l'Ottocento, interviene un nuovo concetto di continuità, quello del­
l' evoluzione, e i diversi gradi del continuo vengono rappresentati co­
me stadi di un naturale processo di sviluppo. L'altro paradigma pone
fin dall'inizio una distinzione qualitativa tra mente umana e animale,
negando ogni continuità tra un gradino e l'altro della scala degli esse­
ri e ogni comunanza di destino tra i diversi soggetti del processo evo ­
lutivo. Esclusiva dotazione genetica dell'uomo, il linguaggio è irridu­
cibile a un modello generale di comunicazione animale.

3 .4. Comunicazione umana, comunicazione divina


Le funzioni del linguaggio, le operazioni cui serve, gli effetti che sorti­
sce non si esauriscono nei processi di denominazione e categorizzazio­
ne che abbiamo descritto al cap. 2 . Ci sono funzioni non conoscitive il
cui studio è affidato alla retorica: una divisione di compiti che non de­
ve farci dimenticare peraltro che la prima grande Retorica, destinata a
restare un modello, è opera di Aristotele, che con gli scritti dell'Orga ­

non fondava in termini del pari canonici la tradizione gnoseologica.


3. Storia naturale della parola 45

Una tradizione fa risalire la prima codificazione del discorso giu­


diziario ai processi per l'esproprio di terre in Sicilia (V secolo a.C. ) .
Ma la riflessione sull'eloquenza doveva essere più antica se, nell'A­
tene del VI-V secolo, le arringhe erano redatte da 'logografi' pro­
fessionisti, il che implicava l'esistenza, sia pure non codificata, di ca­
noni. Accanto al genere giudiziario e a quello deliberativo praticato
nelle assemblee, fiorisce il genere epidittico o dimostrativo. Usato
per gli elogi funebri, per i panegirici di città o vincitori o divinità,
sopravvive come esercitazione scolare fino al secondo Ottocento,
quando la retorica viene esclusa dai programmi scolastici in tutta
Europa. Primariamente finalizzata alla formazione dei predicatori,
questa pratica servirà anche alla preparazione di quell'ampio ceto di
funzionari della comunicazione sociale che sono gli intellettuali.
L'arte sofistica delle antilogie (difesa di tesi antitetiche) era stata
certamente una grande scuola di tecnica argomentativa. Platone, che
se ne occupa in diversi dialoghi, distingue la retorica dei Sofisti, ar­
te dell'illusione, dalla dialettica filosofica che ha per fine la dimo­
strazione del vero. La contrapposizione di retorica e dialettica sarà
per secoli un luogo comune della trattatistica sulle arti del discorso.
Nell'enciclopedia aristotelica tuttavia la retorica è concepita come
legittima ricerca di argomenti persuasivi, non come arte della per­
suasione a ogni costo. Non è incompatibile con la dialettica. Insegna,
per mezzo di parabole, favole ed esempi, la tecnica del ragionamen­
to probativo. Si serve di entimemi, argomenti di tipo sillogistico che
inducono però a conclusioni opinabili, a differenza del sillogismo
dialettico che conclude inconfutabilmente. Nella cultura romana,
con Cicerone, è saldamente stabilito il primato della retorica tra le
scienze umane e l'idea che la capacità di produrre enunciati sia la
competenza più richiesta nell'intellettuale. Scuole di retorica fiori­
scono a Roma dal II secolo a.C. Vengono sistematizzate le sue parti­
zioni canoniche (la ricerca degli argomenti o inventio, il loro ordine
o dispositio, l'enunciazione o elocutio, l'insieme delle procedure
mnemotecniche o memoria, l'arte della voce e del gesto o actio) e
classificati i tipi di discorso (giuridico, politico, dimostrativo). Gli
scritti di Cicerone costituiscono una sistematizzazione dell'arte de­
stinata a durare nei secoli. Quintiliano descrive la formazione del re­
tore, e prescrive le regole del mestiere e l'etica della professione. Al
nome dello storico Tacito resterà legato l'ideale di concinnitas, bre­
vità e concisione di stile, e l'idea che l'arte oratoria nasce dalla libertà
e langue nella tirannide. Per i primi apologeti, i precetti dell'arato-
46 Il linguaggio. Storia delle teorie

ria giudiziaria servono alla difesa del cristianesimo, alla condanna dei
costumi pagani. E un altro grande campo si apre ora: la catechesi e
la predicazione, che si servono delle tecniche già codificate per vei­
colare contenuti nuovi.
L'età tardo-antica è un periodo molto importante nella storia
delle teorie. Nel sincretismo filosofico-religioso di quest'epoca tro­
viamo le fonti di un'intera tradizione misteriosofica in filosofia del
linguaggio. Entra a far parte della letteratura e dell'immaginario
collettivo il paradigma vetero-testamentario (il potere creativo de­
gli atti linguistici divini, la figura di Adamo impositore di nomi, la
confusione babelica) e neo-testamentario (l'idea di Logos creatore,
l'identificazione del Verbo con la seconda Persona della Trinità) . La
filologia sacra discute su problemi di traduzione, sui limiti dell'in­
terpretazione. «Dio creatore diede i nomi alle cose create perché
ciascuna cosa indicata dal nome potesse essere conosciuta. Nessu­
na cosa formò senza vocabolo, nessun vocabolo impose a cose non
esistenti». Così Fredegiso di Tours (De nihilo, pp. 284-85 ) , intorno
all'anno 800, giustificava la lettura letterale della Bibbia. Per altri
invece l'interpretazione s'imponeva per la diversità delle lingue e la
loro origine umana. E la pratica dell'allegoria implicava lo studio
dei tropi, l'osservazione della polifunzionalità delle parole, l'analisi
dei limiti rispettivi di eloquenza e sapienza, espressione metaforica
e coerenza logica. Le pratiche liturgiche pongono problemi nuovi
di descrizione linguistica, e la natura simbolica dei sacramenti dà
avvio a una sorta di semiotica sacra.
La maggior parte di questi temi si trova riunita in quel sommario
di pedagogia cristiana che sono gli scritti di Agostino. Ma ad inte­
grare il sapere linguistico dell'antichità nella nuova filosofia della sto­
ria avevano già cooperato i Padri della Chiesa, organizzando temi e
teorie all'interno dell'enciclopedia cristiana. In primo luogo il mo­
nogenetismo, che fa risalire a un'unica lingua madre tutte le lingue
conosciute. Questa opinione, rinforzata dal racconto biblico della
denominazione delle cose da parte di Adamo, doveva essere stata
diffusa già nel mondo classico, se lo storico greco Erodoto riferisce
che il re egiziano Psammetico, per individuare la lingua naturale del
genere umano, avrebbe fatto allevare un bambino in isolamento.
Sull'identità della lingua primigenia la filologia discuterà fino alle so­
glie dell'età moderna. Un'altra tesi diffusa è quella dell'origine divi­
na del linguaggio: dominante al punto che una delle rare voci in con­
trario, quella di Gregorio di Nissa, nel IV secolo, finì per essere tra-
3. Storia naturale della parola 47

mandata come 'epicurea' , cioè materialista, benché l'autore fosse tra


i luminari della Chiesa del tempo.
Tra il V e il VI secolo il curriculum scolastico assume la forma che
conserverà per tutto il Medioevo, e le arti della loquela (grammatica,
retorica, dialettica) sono raccolte nel 'trivio'. La cultura delle arti li­
berali viene codificata fra il V e il VII secolo in opere enciclopediche
di autori come Marziano Capella, Boezio, Cassiodoro, Isidoro di Si­
viglia, e adattata alle esigenze della nuova pedagogia che trovava i suoi
luoghi istituzionali nelle scuole create presso i monasteri e le catte­
drali. La necessità di mediarne i contenuti a un pubblico per cui il la­
tino non era ormai più lingua nativa spiega probabilmente la mole de­
gli studi grammaticali e il fatto che annotazioni di natura linguistica
fossero disseminate nei commentari alle Scritture. Grammatica e dia­
lettica diventano funzionali allo studio della teologia e le considera­
zioni sul significato e potere dei nomi sono un capitolo importante
della teurgia, l'arte (o scienza) della comunicazione con il divino.
Vediamo quest'ultimo punto servendoci di alcuni testi databili
tra IV e V secolo. Quello conosciuto col titolo latino De mysteriis
Egyptiorum e attribuito al filosofo di lingua greca Giamblico è un te­
sto classico delle correnti antispeculative del neoplatonismo, che af­
fidavano l'accesso alla divinità all'adempimento di azioni «ineffabili
e al di sopra di ogni intellezione», la cui efficacia non dipendeva dal­
l'officiante, ma dal potere intrinseco ai simboli. «Senza che noi in­
terveniamo con il nostro pensiero, i simboli stessi compiono la loro
opera» (De myst. II, 96-97 ) . L'unione teurgica agisce per mezzo di
arcane segnature e inesplicabili simboli, attraverso i nomi degli dèi,
da cui bisogna eliminare «tutte le spiegazioni logiche» (ivi, VII, 254-
256). Proclo ( Theol. plat. I, 29) dispone i nomi lungo una scala di
imitazione sempre più pallida dell'onomatesia divina e solo ai più vi­
cini alla fonte concede la piena efficacia dei simboli teurgici. Giam­
blico considera i nomi mistici un lascito di popoli sacri, gli Assiri ed
Egizi. Tradotti, quei nomi perdono ogni potere (De myst. VII, 257 ) .
Giamblico è tra gli apologeti del paganesimo. Ma l a tematica dei
nomi divini è trasversale, attestata anche da un classico della mistica
cristiana: il corpus di scritti falsamente attribuiti a Dionigi Areopagi­
ta, discepolo di san Paolo, databili in realtà alla fine del V secolo.
Dio, si legge nel trattato sui Nomi divini (I, l , 588B) , è per eccellen­
za l'Anonimo, è «Assenza di intelligibilità e di nome», il suo essere
trascende la capacità umana di nominare e conoscere. Ma è anche
dotato di molti nomi, ché gli si possono dare infiniti attributi, tutti
48 Il linguaggio. Storia delle teorie

puramente simbolici, ogni attributo non essendo che un traslato dal­


la creatura al Creatore, il quale resta tuttavia inconoscibile. Per que­
sto gli autori sacri «hanno preferito la via delle negazioni, che sepa­
ra l'anima dai pensieri che le sono naturali, dai quali è ben lontano
Colui che sorpassa ogni nome e discorso e scienza» (ivi, XIII, 3 ,
98 1A-B). L'essenza divina, inaccessibile al linguaggio, si manifesta
peraltro in forma linguistica nei libri sacri. Questa ambivalenza del­
la parola, che vela e disvela l'essere, resterà un luogo comune della
critica del linguaggio, anche là dove la sua origine teologica viene
obliata o rimossa. Nell'immediato, l'immagine dell'Anonimo dai
molti nomi contribuì certo a quella saldatura tra 'linguistica' e teo­
logia mistica le cui radici abbiamo visto in Plo tino e che sarà un tra t­
to importante del platonismo cristiano medievale.

FONTI

AGOSTINO, Confessioni; De Trinita/e; De doctrina christiana, cit. al cap. 2 ;


De dialectica, in Il maestro e la parola, cit. al cap. 2 . DIONIGI AREOPAGITA,
Nomi divini, in Tutte le opere, Rusconi, Milano 198 1 . EPICURO, Lettera a
Erodoto, in Diogene Laerzio, cit. al cap . 2 . FILONE ALESSANDRINO, De mu­
tatione nominum, in Works, V, Harvard U.P., Cambridge (Mass. ) 1969;
La confusione delle lingue, in La migrazione verso l'eterno, cit. al cap . 2; De
animalibus, trad. ingl., Scholars Press, Ann Arbor 1 98 1 . FREDEGISO DI
TOURS, De nihilo et tenebris, «Rivista critica di storia della filosofia», Xl/3 -
4, 1956. GIAMBLICO, I misteri egiziani, Rusconi, Milano 1 984. ISIDORO DI
SIVIGLIA, Etymologiarum sive originum, Clarendon Press, Oxford 1962 .
PORFIRIO, De abstinentia, 3 voli., Les Belles Lettres, Paris 1 977-95 . PRO­
CLO, Theologia platonica, 6 voli., Les Belles Lettres, Paris 1968-97 . SESTO
EMPIRICO, Contro i grammatici; Contro i logici; Schizzi pirroniani, Laterza,
Roma-Bari 1988. VARRONE, De lingua latina, in Opere, Edizioni dell'Ate­
neo, Roma 1974.

STUDI

M.E. Amsler, Etymology and Discourse in Late Antiquity and the Early
Mzddle Ages, Benjamins, Amsterdam 1 989.
Capitolo quarto
La filosofia del lingvaggio
da Boezio a Locke

4 . 1 . La semantica dell'ineffabile
In età tardo-antica le scienze del linguaggio, come tutte le partizioni
del sapere, sono coinvolte nello sforzo di adattare la tradizione clas­
sica all'enciclopedia delle scienze e alla filosofia della storia del cri­
stianesimo istituzionalizzato. Ho ricordato (§ 3 .4) l'ermeneutica, ge­
nere in cui si saggiano i poteri della parola e i dispositivi della poli­
semia. L'analisi dei sensi e dei livelli di senso di un testo si applica in
primo luogo alle Scritture, opera aperta per eccellenza. n senso let­
terale è involucro del senso spirituale, che impartisce insegnamenti
morali o veicola per allegoria verità di fede e prospettive di salvezza
eterna. «Sacrae Scripturae interpretatio infinita est», scrive Giovan­
ni Scoto Eriugena (Periphyseon, II, 560A) , grande mediatore di temi
neoplatonici nella cultura carolingia. n senso della parola divina è
molteplice: «non altrimenti la penna d'un pavone, uno e un sol pun­
to di una minima parte di quella penna, ci mostra una splendida mi­
rabile varietà d'infiniti colori» (ivi, IV, 749C) . Infinita come il suo au­
tore, la Scrittura consente un'interpretazione cumulativa: la nuova
lettura non cancella la precedente (ivi, III, 690B).
Certo l'interpretazione infinita reca in sé il rischio della lettura
soggettiva, dell'abbaglio, dell'eresia. È ovvio che non mancassero gli
appelli ai limiti dell'interpretazione, culminanti nel richiamo di
Tommaso d'Aquino, grande teologo sistematico del XIII secolo, al
relativo primato del senso letterale. La polivocità dei testi ispira an­
che l'ermeneutica profana, che, applicata ai classici, recupera alla
moralità cristiana miti e figure della cultura antica. n tema è con­
nesso a quello, più vasto, del simbolismo. Come le parole dei testi sa­
cri, così vanno interpretate le forme naturali, discorso di Dio alla
creatura, il cui studio è esso stesso una forma di ermeneutica sacra.
50 Il linguaggio. Storia delle teorie

C'è tuttavia un'aporia intrinseca al discorso sacro: l'incompatibi­


lità fra le procedure di enunciazione, che astraggono singole deter­
minazioni dell'oggetto a scapito delle altre, e l'essenza divina, unità
indivisa, dunque ineffabile. Abbiamo visto nell'apologia del silenzio
uno dei legati della teologia platonica alla filosofia cristiana. Eppure
il cristiano comunica con Dio. Ne legge le parole nella Scrittura, ne
coglie i simboli nella contemplazione delle forme naturali, parla di
Dio nel discorso esegetico e con Dio nella preghiera e nei riti. Buo­
na parte delle riflessioni medievali sul linguaggio sarebbe incom­
prensibile se si sottovalutasse questa problematica. Che succede del
linguaggio quando viene usato a significare le cose divine? Che av­
viene delle modalità temporali quando le si applica all'Eterno? La ri­
sposta era stata suggerita da un filosofo pagano, Plotino: le catego­
rie non sono valide tal quali nella sfera del sensibile e in quella del
sovrasensibile (§ 2 .5 ) . Agostino (De Trin. V, 8) aveva precisato che le
categorie di tempo e luogo si applicano a Dio solo per traslato. An­
che Boezio, in un opuscolo anch'esso intitolato De Trinitate, aveva
descritto questa mutazione delle categorie. Sostanza e attributi coin­
cidono, in Dio; qualità e quantità designano nel suo caso un'unica
sostanza cui sono intrinseche ad esempio giustizia e grandezza. La
categoria di luogo è diversa se si dice 'l'uomo è in piazza' o 'Dio è in
ogni luogo' : nel primo caso si dà un'informazione sull'uomo, ma nul­
la si dice sulla sua essenza; nel secondo caso non si dà un 'informa­
zione su Dio, ma si dice che tutti i luoghi sono compresenti nel suo
essere. La categoria di tempo è diversa se si predica di un uomo per
dire 'è venuto ieri' o di Dio per dire che 'è sempre': «il nostro 'ora',
correndo via, forma il tempo [ . . . ], l"ora' divino, immoto, stabile e co­
stante, costituisce l'eterno» (De Trin. IV, 68-70) .
La temporalità compenetra il linguaggio, il che è incongruo
quando si parla di atti atemporali come la Creazione. Profeti e teo­
logi, spiega l'Eriugena (Periphyseon, III, 708C-D) , devono collocare
nel tempo e nello spazio eventi privi d'ogni dimensione spazio-tem­
porale. «Ogni sapere, che nella mente di chi sa forma un tutto, non
può che comunicarsi all'orecchio di chi ascolta come serie di lettere
e sillabe e frasi distinte scandite nel tempo». Dio non è soggetto a
quantità e tuttavia lo si può dire grande, non è soggetto a qualità, ma
gli si possono attribuire le virtù somme, non è relativo ad alcunché
e tuttavia è Padre in relazione al Figlio e viceversa. ll linguaggio teo­
logico, luogo della metafora, applica a Dio parole e categorie che
convengono solo alla creatura (ivi, 457D-462D) .
4. La filosofia del linguaggio da Boezio a Locke 51

Nella teolinguistica dei secoli XII-XIII, descrivono i dispositivi


d'innovazione semantica Abelardo, Thierry de Chartres, Guglielmo
di Conches, Alano di Lilla, Gilberto di Poitiers, Alberto Magno,
Tommaso d'Aquino. La determinazione di regulae per la pagina sa­
cra comporta un confronto col linguaggio ordinario: le parti del di­
scorso sono esaminate una a una per vedere come funzionano nella
predicazione teologica (v. in particolare Alano di Lilla, Regulae,
XXII-XLV) . A poter seguire il tema, dai testi dello Pseudo-Dionigi
fino ai pronunciamenti di san Tommaso, se ne ricaverebbe una vera
e propria grammatica ragionata del linguaggio teologico.
Come ogni altra questione dottrinale, anche la grammatica sacra
trova posto nella Summa di Tommaso d'Aquino. Solo per analogia
applichiamo a Dio verbi, participi, pronomi che includono tempo,
spazio, relazione; con i deittici (cioè le espressioni interpretabili so­
lo in base al contesto empirico dell'enunciazione, per esempio que­
sto) lo indichiamo come oggetto d'intelligenza, non già come ogget­
to dei sensi. Quando nominiamo le cose conosciute, implicitamente
le definiamo. Ma Dio può essere nominato solo per analogia con
qualità creaturali (Summa theol. I, 1 3 , 5 ) . n tema dell'analogia resterà
al centro delle discussioni sulla natura del linguaggio teologico, che
è quanto dire sullo statuto della teologia, fino all'età moderna. Dai
testi di Tommaso nasce una tradizione di studi sull'argomento. L'a­
nalisi del discorso teologico, la distinzione dei diversi tipi di analo­
gia, la discussione sui temi connessi, finiscono per diventare un luo­
go in cui si esplorano i dispositivi semantici del discorso: tra questi
l'univocità e l'equivocità; la metonimia e la sineddoche che giocano
sui rapporti di causa-effetto, di contiguità, di parte-per-il-tutto, di
scambio tra genere e specie; la metafora che instaura proporzioni; la
catacresi che rimedia alla penuria del lessico estendendo i nomi a co­
se che non ne hanno di proprio.
n contributo della teolinguistica all e scienze del linguaggio non
si limita all'analisi dei dispositivi semantici. Lo specifico modus es­
sendi di Dio, il plesso di unità-distinzione delle Persone della Trinità,
la Transustanziazione eucaristica, la mutazione sostanziale dell'In­
carnazione costituivano anche una sfida alle norme della grammati­
ca. n teologo Alano di Lilla, professore a Parigi (in un passo analiz­
zato da Valente 1995 ) descrive efficacemente la natura eversiva del
discorso teologico, in cui le parole si allontanano dal loro senso, gli
aggettivi si sostantivizzano, la predicazione enuncia una mera iden­
tità (Dio è) , il soggetto è senza materia, l'affermazione impropria, la
52 Il linguaggio. Storia delle teorie

negazione vera . . . L'analisi semantica e grammaticale si pone al servi­


zio della spiegazione di formule altrimenti scandalose per la ragione,
come l'uso di pronomi al plurale con riferimento a Dio uno (epperò
trino) . Un altro strumento per la risoluzione delle incongruità lin­
guistiche sarà più tardi la dottrina dei modi di significare (§ 4.4), che
indicava nelle parti del discorso e nelle loro flessioni modalità capa­
ci di esprimere punti di vista diversi (e, nel caso di Dio, apparente­
mente contraddittori) sulle cose.
Infine, un altro aspetto importante dell'intersezione fra teologia e
scienze del linguaggio, messo in luce da Rosier (2004), è da ricercare
nella teoria dei sacramenti, vera e propria 'pragmatica sacra'. Lo spe­
cifico del segno sacramentale non è di esprimere un significato, ma di
produrre un effetto. Ciò comporta una estrema sofisticazione della re­
lativa analisi grammaticale e chiama in causa problemi come la tradu­
cibilità, dispositivi come la sinonimia, la ridondanza, la deissi; elementi
esterni all'enunciazione come il lapsus o l'intenzione del proferente.
Come conciliare l'unità del sacramento con la diversità delle lingue se
non appellandosi a una comune struttura profonda (la stessa che con­
sente la traduzione non solo tra lingue sapienziali, ma anche da queste
ai volgari) ? È la soluzione offerta da Tommaso, da Bonaventura, in li­
nea del resto con la tradizione grammaticale. Ci si interroga sulla sino­
nimia: se la struttura superficiale è secondaria, è lecito apportare va­
riazioni nella formula sacramentale, usando appunto sinonimi? Si ana­
lizza la funzionalità semantica della ridondanza (nella formula 'Ego te
baptizo', ad esempio, l'espressione, ridondante, del soggetto, ego, sot­
tolinea l'assunzione del ruolo dell' officiante) . Ci si chiede a che cosa si
riferiscano i deittici (per esempio questo nella formula eucaristica hoc
est corpus meum: il pane prima o dopo che la formula è stata intera­
mente pronunciata? ) . Interrogativi del genere stimolano la riflessione
su temi spesso assenti o marginali nella grammatica delle scuole. Così
nell'era della grammatica speculativa (v. oltre § 4 .4) di orientamento
formalista e primariamente interessata ai princìpi generali della co­
struzione degli enunciati, si produce tuttavia uno slittamento dell'a­
nalisi grammaticale verso temi tradizionalmente pertinenti alla retori­
ca: quelli, relativi al contesto e alla situazione dell'enunciazione o al­
l'intenzione del locutore, che oggi definiamo come aspetti pragmatici
dell'atto linguistico. Così l'attenzione allo sforzo che viene richiesto al
linguaggio ordinario e alla sua logica per esprimere il divino finisce per
diventare un incentivo all'esplorazione degli stessi normali dispositivi
del discorso e della sua organizzazione.
4. La filosofia del linguaggio da Boezio a Locke 53

4 .2 . La Jemantica dei nomi


Uno degli aspetti più evidenti della continuità tra il Medioevo latino
e le sue fonti classiche è la storia della tradizione dei testi logici di
Aristotele. Dalla prima sistemazione del corpus aristotelico, dovuta
ad Andronico di Rodi (I secolo a.C.), fino alle prime edizioni a stam­
pa negli ultimi due decenni del Quattrocento, si svolge la straordi­
naria vicenda editoriale dell' Organon. Parti di esso vengono tradot­
te in tutte le lingue di cultura del tempo, dal latino al siriaco, all'ara­
bo, all'armeno, e chiosate in testi innumerevoli, spesso perduti. Le
commentano autori greci, tra cui il neoplatonico Porfirio (III seco­
lo) ; autori arabi, tra il IX e l'XI secolo, fra i quali Alfarabi, Avicen­
na, Averroè; in numero ancora più cospicuo le commentano autori
latini. Le Categorie e il De interpretatione, primi a essere diffu si nel­
la versione latina, e seguiti a partire dal XII secolo dagli altri scritti
dell'Organon, vengono presentati in innumerevoli esposizioni e pa­
rafrasi, fra il V e il XIII secolo. Restano per secoli la base degli studi
di logica e dialettica in Occidente e insieme ai testi di Donato e Pri­
sciano costituiscono il nerbo della dottrina grammaticale.
Per quanto riguarda in particolare il De interpretatione, la tradu­
zione di Boezio e i suoi commenti sono il tramite principale della tra­
dizione logico-linguistica nell'Europa medievale, e ne foggiano an­
che la terminologia. All 'Isagoge di Porfirio, testo introduttivo alla
dottrina aristotelica delle categorie, pure tradotto e commentato da
Boezio, è dovuta, in negativo, una prima formulazione di quello che
diventerà poi, dal XII secolo, il problema degli universali. Porfirio
dichiara infatti che non si occuperà della natura di generi e specie:
se esistano in sé o siano solo rappresentazioni mentali e se, nel pri­
mo caso, siano corporei o incorporei, se esistano indipendentemen­
te dalle cose sensibili o siano ad esse congiunti. Di qui il problema
degli universali diventa, nel Medioevo, un luogo di confronto tra
platonismo (generi e specie come Forme separate dotate di esisten­
za reale) e aristotelismo (specie e generi come concetti prodotti a
partire dai dati sensibili grazie a un processo astrattivo) .
Dalla formulazione di Porfirio muove Boezio, proponendo una
traccia di soluzione. Gli universali non sono sostanze in sé sussisten­
ti, ma rappresentazioni della mente («che ha il potere di comporre le
cose disgiunte e di analizzare le cose composte»: 1906, p. 1 65 , 3 -4 ) .
Come potrebbe altrimenti un universale essere uno e comune a più
cose? Le specie (per esempio 'uomo') sono costituite in base alla so-
54 Il linguaggio. Storia delle teorie

miglianza tra diversi individui; i generi (per esempio 'animale') in ba­


se alla somiglianza condivisa da diverse specie. Lo statuto dei nomi
generali è problematico. Mentre i nomi singolari (Socrate, Platone)
si riferiscono direttamente a individui, nel caso dei nomi generali non
esistono res corrispondenti. Spiegame il significato implicava dun­
que una riformulazione del problema dei rapporti tra linguaggio e
antologia. Nel commento alle Categorie ( 1 860, col. 1 85C-D) è con
una considerazione glottogenetica che Boezio spiega la distinzione
aristotelica fra sostanze prime (individui) e sostanze seconde (uni­
versali) : sono sempre le cose più prossime alla percezione che vien
fatto di denominare per prime. Chi per primo usò la parola uomo, ad
esempio, non lo fece per indicare l'uomo in universale, ma per indi­
care un dato individuo umano.
Nell'intento di restaurare la «retta opinione aristotelica» ( 1 877-
1880, II, p. 29, 13 ) , Boezio formula un modello semantico destinato
a restare canonico. I dati primari sui quali successivamente l'intelli­
genza si esercita ricavandone i concetti sono le percezioni. Le parole
non significano cose e neppure le immagini mentali che sempre si ac­
compagnano al pensiero, ma appunto i concetti. n discorso proferito
è espressione di un discorso mentale già strutturato in parti. «Dicono
i Peripatetici che tre sono i discorsi (orationes) : quello che si scrive per
mezzo di lettere, quello che si proferisce vocalmente e quello che vie­
ne formato nell'animo». Triplici sono anche le parti del discorso: «ci
saranno verbi e nomi che si scrivono, altri che si proferiscono, altri che
si applicano tacitamente nel pensiero» (ivi, Il, p. 3 0, 6- 10) . Boezio sot­
tolinea con ciò l'omologia anche grammaticale tra discorso interno e
discorso espresso. Nomi e verbi 'sono nell'anima' già come parti del
discorso in forza del fatto che designano concetti, che sono elementi
significativi. La distinzione tra voce già costituita come parte del di­
scorso e voce come tale è analoga a quella tra la moneta e la materia
di cui è fatta. Un pezzo di rame si dice moneta quando è l'equivalen­
te d'un prezzo; una voce si dice verbo e nome quando è l'equivalente
d'un concetto (ivi, p. 32, 25 -29) . A differenza dei segni scritti e voca­
li, che variano da un popolo all'altro, i concetti si producono natural­
mente e sono dunque per tutti gli stessi (ivi, p. 38, 3 sgg.).
Una caratteristica di questa semantica filosofica è di lavorare per­
lopiù su due sole categorie grammaticali, il nome e il verbo. In ciò
sta una prima differenza rispetto alla semantica grammaticale di cui
ci occuperemo più avanti (§ 4.4), che opera invece sull'intera gam­
ma delle parti del discorso. La semantica dei nomi resterà tuttavia
4. La filosofia de/ linguaggio da Boezio a Locke 55

fondamentale per una teoria filosofica del significato e per l' approc­
cio più diretto al problema dei rapporti tra linguaggio e realtà. Ne
abbiamo un esempio (e sono passati più di cinquecent'anni dalla re­
dazione delle Istituzioni di Prisciano, altrettanti dalla morte di Boe­
zio) nell'analisi dei paronimi contenuta nel De grammatico di Ansel­
mo d'Aosta. Paronimi (o denominativi, nella traduzione di Boezio)
sono i nomi derivati, per esempio coraggioso da coraggio, grammati­
co da grammatica. Aristotele, nelle Categorie, aveva parlato della pa­
ronimia come derivazione morfologica fra termini astratti e concre­
ti. Gli interpreti neoplatonici di Aristotele avevano trasformato que­
sta nozione morfologica in nozione metafisica e Boezio l'aveva tra­
smessa al mondo latino. Secondo questa versione il paronimo parte­
cipa dell'essenza del nome da cui deriva ( 'grammatico' partecipa del­
la essenza o idea o forma della grammatica, 'bianco' partecipa del
biancore, ecc.). Non è solo una partecipazione dei nomina, è anche
una partecipazione antologica:

ogni volta che una cosa partecipa di un'altra, questa partecipazione ri­
guarda sia il nome sia la cosa, come quando un uomo partecipa della giu­
stizia da ciò traendo e la qualità e il nome [di] giusto. Dunque si chiama­
no denominativi quei nomi che differiscono dal loro radicale solo per la
terminazione (casus) , cioè per una semplice trasformazione ( trans/igu ra­
tio). Così se il nome principale èjustitia,justus ne deriva come nome tra­
sformato [. .. ] . Tre cose sono dunque necessarie perché vi siano termini
denominativi: la partecipazione alla cosa, la partecipazione al nome, e
una trasformazione del nome (Boezio 1860, col. 167D- 168A) .

Nel De grammatico di Anselmo (XII) il Maestro, uno dei due in­


terlocutori del dialogo, invita il Discepolo a considerare il diverso
comportamento semantico di uomo e grammatico.

n nome uomo significa direttamente e come un tutto unico i caratte­


ri dei quali consta l'uomo. E [. . . ] sebbene tutti insieme, come un tutto
unico, con un unico significato e con un unico nome [quei caratteri] sia­
no detti uomo, tuttavia questo nome significa e denomina principalmen­
te la sostanza [ . . . ] . Grammatico invece non significa l'uomo e la gramma­
tica come una cosa sola, ma significa direttamente la grammatica e indi­
rettamente l'uomo.

Le due funzioni in questione sono il significato (signi/icatio) e la


denominazione o riferimento (appellatio). Coincidono nel caso di
56 Il linguaggio. Storia delle teorie

nomi di sostanza: 'uomo' significa, e si riferisce a, l'uomo. Non così


i paronimi: 'grammatico' significa la grammatica, ma si riferisce al­
l'uomo che sa di grammatica. n Maestro fa un esempio. Se mi si di­
ce che c'è un bianco, non capirò mai che si tratta di un cavallo bian­
co, se già non lo so. Se in presenza di un cavallo bianco e di un toro
nero mi si dice di percuotere il bianco, so che è il cavallo. Dunque
bianco significa il cavallo in modo diverso da come lo significa ca­
vallo. n Discepolo mostra di avere compreso l'argomento, e così lo
nassume:

n nome cavallo, anche prima che io sappia che il cavallo è bianco, si­
gnifica la sostanza del cavallo direttamente e non indirettamente. n no­
me invece del cavallo bianco significa la sostanza del cavallo non diretta­
mente ma indirettamente, mediante la conoscenza che quel cavallo è
bianco. Poiché infatti il nome bianco significa soltanto quel che significa
l'enunciato «ciò che ha la bianchezza», come questo mi dà la nozione di
bianchezza e non della cosa che ha la bianchezza, così pure quel nome.
[Bianco] significa e non significa, perché non significa il cavallo diretta­
mente ma indirettamente, e tuttavia il cavallo è denominato bianco. E ciò
che vedo a proposito del bianco lo capisco anche del grammatico e in al­
tri denominativi simili. Perciò mi sembra che il significato dei nomi si
possa distinguere in diretto e indiretto (De gramm. XIV-XV) .

La trattazione di Anselmo è in sostanza una teoria del significato


dei nomi cui non si può applicare la nozione di significato 'diretto' .
La possibile discrepanza tra forme logiche e forme grammaticali
degli enunciati è rilevata in più punti nel De grammatico, e così le pe­
culiarità dell' usus loquendi, della communis locutio, del parlare in po­
pulo. Distinguendo ciò che si dice dal punto di vista della gramma­
ticalità (secundum /ormam loquendi) , da ciò che si dice dal punto di
vista della realtà (secundum rem) , Anselmo enuncia una distinzione
importante tra grammatica e logica, semantica grammaticale e se­
mantica logica.

4.3 . La semantica degli universali

Le teorie semantiche medievali sono talmente intrecciate alla que­


stione degli universali, che su questa occorre fermarsi quanto basta
per ricostruirne almeno gli aspetti più rilevanti per le teorie del lin­
guaggio. Ne abbiamo visto gli esordi (§ 4.2) leggendo Boezio e risa-
4. La filosofia del linguaggio da Boezio a Locke 57

lendo attraverso di lui a Porfirio. li problema emerge come centra­


le solo nel secolo XII, parecchi secoli dopo quegli esordi. Fra i mo­
tivi dell'insorgenza del problema, come suggerisce de Libera ( 1 999,
pp. 124-29) , c'è la teologia trinitaria: la necessità di capire se le tre
Persone fossero tre realtà distinte o una sola. Ma già prima che i me­
dievali si chiedessero se gli universali fossero cose, concetti o paro­
le, i neoplatonici si erano domandati se le categorie di Aristotele fos­
sero enti, noèmi o suoni vocali. Tutto era cominciato dall' «ambi­
guità fatale» di alcuni passi aristotelici: donde l'esplicitazione che i
neoplatonici fanno del platonismo in essi latente e lo sforzo, poi, di
conciliare l'antologia di Aristotele con quella platonica.
Distinguerò, per chiarezza, tre tipi di soluzione.
l . Da un punto di vista semantico, un universale è il culmine d'u­
na gerarchia di classi alla cui base stanno le sostanze individuali. È il
prodotto finale d'una progressiva generalizzazione dagli individui
alla specie, dalla specie al genere, da un genere meno esteso a uno
più ampio e così via. Un individuo appartenente a una data classe
corrisponde alla definizione di quella classe (se uomo, ad esempio,
significa ' animale razionale' allora tutti gli individui rispondenti a
quella definizione saranno uomini) . Come prodotto dell'induzione
astrattiva, gli universali sono secondari rispetto alle cose (post rem) .
Questo modello fu trasmesso dalla tradizione logica attraverso i
commentatori neoplatonici di Aristotele e si ritrova in Boezio.
2. L'universale può anche essere interpretato dal punto di vista
antologico, come l'essenza o forma particolare dell'individuo con­
creto, che lo caratterizza come tale. In questa accezione gli univer­
sali sono inerenti alle cose stesse, in re. Non c'è incompatibilità con
la nozione aristotelica di eidos: in entrambi i casi si tratta della for­
ma costitutiva dell'entità individuale. La costruzione delle classi e
delle corrispondenti denominazioni è allora guidata dalla ricogni­
zione che la mente fa della forma caratteristica dell'oggetto.
3 . Infine gli universali possono essere concepiti come forme sepa­
rate, precedenti rispetto agli individui (ante rem): modelli, di cui gli
oggetti partecipano in diversi gradi, e da cui derivano la loro denomi­
nazione. Nel platonismo cristiano, le forme sono spesso identificate
con le idee della mente divina. La metafora dell' ousia o essenza come
fonte dei generi e delle specie si trova ad esempio nel Periphyseon di
Scoto Eriugena (493B), ed esprime una posizione realista.
Ho schematizzato al massimo la questione che è, come si può im­
maginare, assai più complessa. Già l'identificazione e il catalogo del-
58 Il linguaggio. Storia delle teorie

le diverse scuole e delle relative denominazioni costituiscono un pro­


blema. Si può comunque dire che l'emergenza linguistica della que­
stione scaturisce naturalmente più chiara dalla posizione teorica che
abbiamo indicato sopra come accezione semantica; e un caso parti­
colarmente interessante in questo senso - nella direzione cioè di
un'interpretazione linguistico-operativa dell'universale - è quello di
Abelardo, filosofo attivo in Francia nella prima metà del XII secolo.
Che Abelardo si possa definire nominalista oggi non è più tanto
scontato. La locuzione nominalistae entra nell'uso più tardi, e non è
affatto pacifica la continuità di questi ultimi con i nomina/es della ge­
nerazione di Abelardo, cioè con i sostenitori dell'unità del nome.
Questa era una tesi di tutt'altra natura: come il dictum (o enuntiabi­
le) è una proposizione mentale passibile di diverse verbalizzazioni,
così secondo i nominali il nomen è un'unità di pensiero precedente
tutte le possibili voces e forme grammaticali delle diverse lingue.
Certo è che nelle due Logiche (Ingredientibus e Nostrorum, così
intitolate dalle parole con cui i due scritti si aprono) Abelardo si oc­
cupa degli universali nella prospettiva di una critica del realismo. La
differenza fra universale e particolare è spiegata su base grammati­
cale. Esclusa la soluzione realista, non resta

che ascrivere l'universalità alle sole voci. Infatti come i grammatici chia­
mano comuni alcuni nomi e altri propri, così i dialettici chiamano uni­
versali alcune parole, altre particolari o singolari. Universale è il vocabo­
lo coniato per essere predicato singolarmente di molti, come il nome 'uo­
mo' che può andare congiunto a particolari nomi di uomo a seconda del­
la natura dei soggetti cui è imposto. Singolare è quello predicabile d'un
solo, come 'Socrate', che vale come nome d'un solo individuo (Log. Ingr.
p. 16; cfr. Log. Nostr. p. 522 ) .

Ridurre l'universale al modo in cui un termine è usato nella pro­


posizione non significa identificare predicazione logica e struttura
grammaticale. Infatti, dal punto di vista della grammaticalità (la «CO­
struzione di cui si occupano i grammatici») la proposizione 'l'uomo
è un sasso' è tanto legittima quanto la proposizione 'l'uomo è un ani­
male'; non così dal punto di vista del dialettico, che deve guardare
alla natura delle cose (Log. Ingr. p. 1 7 ) .
Nella Logica Nostrorum, si esclude dunque che l ' universale sia
vox, semplice materia vocale, così come si esclude che sia res. In en­
trambe le Logiche, esso si definisce in forza del suo peculiare com-
4. La filosofia de/ linguaggio da Boezio a Locke 59

portamento semantico. A differenza del nome individuale, che evo­


ca la forma d'una sola sostanza, il nome universale suscita l'immagi­
ne indistinta di molte cose (Log. Ingr. p. 28; Log. Nostr. pp. 526-27 ) .
Così, quando sento pronunciare la parola 'uomo', mi viene in men­
te qualcosa che si riferisce a tutti gli uomini, e non singolarmente a
ciascuno (Log. Ingr. pp. 2 1 -22 ) . Se dico 'voglio un mantello', non in­
tendo questo o quel mantello, benché debba certo trattarsi di un
mantello determinato (Log. Nostr. p. 53 1 ) . Ancora una volta si trat­
ta di una distinzione tra diverse funzioni semantiche. I nomi univer­
sali «non significano tutte le cose che nominano» (Dialectica, p. 1 13 ) ,
cioè le cose individuali di cui sono nomi: significare si dice propria­
mente solo nel senso di 'generare un concetto'. 'Concetto' (intellec­
tus), designa nei testi di Abelardo il contenuto di un atto di intelle­
zione espresso dal parlante per mezzo del nome o generato dal nome
nella mente dell'interlocutore. Anche il termine significare ha la stes­
sa duplice valenza di esprimere o di generare un pensiero. Altra cosa
da ciò è il denotare un oggetto (appellare, nominare, demonstrare, de­
signare: la funzione che Abelardo chiama anche signi/icatio de rebus
distinguendola da quella de intellectibus, che è appunto la significa­
zione in senso proprio).
La formazione dell'universale è fondata su un procedimento
astrattivo e questo è condizionato dall'attenzione, che isola tratti
pertinenti degli oggetti e separa cose in natura congiunte. La sua ef­
ficacia pratica è garantita tuttavia dalla specularità tra il processo di
generazione del concetto e quello dell'originaria produzione del no­
me. Ciò è spiegato molto bene nelle glosse alle Categorie (Log. Ingr.
pp. 1 12 - 1 3 ) , dove Abelardo ricorda che i nomi vengono comunque
imposti in base alla natura delle cose: «chi escogita il vocabolo, ha
prima considerato la natura della cosa che dev'essere indicata dal no­
me che le impone». n vincolo posto dalla natura della cosa, insom­
ma, assicura che il concetto restituito dalla parola sia congruo ri­
spetto alla cosa stessa.
Un'osservazione cade qui a proposito e ci torna utile ogni volta
che ci si trova di fronte al tema dell'imposizione dei nomi. Critici e
interpreti moderni del pensiero linguistico antico e di quello della
prima modernità amano marchiare la nozione stessa di impositio co­
me segno di intellettualismo (i nomi inventati 'a tavolino' ! ) o inge­
nuità glottogenetica. Ora è vero che la nozione viene spesso associa­
ta a miti onomatetici (primo fra tutti, nella cultura cristiana, la figu­
ra di Adamo impositore dei nomi). Ma è anche vero che ogni testo
60 l/ linguaggio. Storia delle teorie

deve essere letto secondo gli stilemi del suo tempo, e la tematica del­
l'imposizione dei nomi corrisponde in buona misura a quella che og­
gi chiamiamo categorizzazione: quali sono i criteri di somiglianza o
tipicità che ci inducono a ridurre gli oggetti in classi sufficientemen­
te ben definite e riconoscibili perché più oggetti possano essere com­
presi sotto un solo nome?
È la specularità tra imposizione e uso a garantire che il nome co­
mune generi un concetto nella mente dell'interlocutore, adempien­
do così, come mai potrebbe fare un nome individuale, alla funzione
che gli è propria. La forza dell'universale sta nell'essere indetermi­
nato, «solus et nudus et purus», disciolto dal legame coi sensi e dalla
materia e forma dell'oggetto (Log. Ingr. pp. 23 -27 ) . Proprio questa
purezza fa sì che si possa parlare di cose passate o assenti: il nome
della rosa ha ancora senso quando non ci sono più rose (ivi, pp. 29-
30). Tanto il significato intellettuale è permanente quanto la denota­
zione, il significato reale, è transeunte (ivi, p. 3 09).
Fin qui ho seguito Abelardo nella sua teoria della funzione che i
nomi hanno, per così dire, in astratto. Ma una parte importante della
semantica abelardiana riguarda le funzioni delle parole nel contesto
proposizionale. E di questo ci occuperemo nel prossimo paragrafo.

4.4. La semantica delle funzioni grammaticali


Ho ricostruito nei due paragrafi che precedono un primo aspetto del­
la semantica medievale, quello relativo ai nomi: una ricostruzione per
campioni, limitata a pochi autori (Boezio, Anselmo, Abelardo) una­
nimemente riconosciuti di primaria importanza. Un secondo aspetto
importante è quella che definirei piuttosto una semantica delle fun­
zioni grammaticali: l'analisi delle proprietà dei termini (o terministi­
ca) e lo studio dei loro modi di significare. Logica dei termini consi­
derati come elementi funzionali in un contesto, essa si occupa della
loro combinazione e delle relative condizioni di legittimità.
Un primo autore sul quale occorre soffermarsi è, ancora una vol­
ta, Abelardo. Dalla sua Dialectica, che contiene una lista di modi di si­
gnificare, desumerò alcuni casi di analisi della semantica dei termini
nella proposizione. Un primo esempio è lo studio della funzione del
verbo: che non è, come voleva Aristotele, di consignificare il tempo,
dato che ciò non è prerogativa di questa sola parte del discorso. È piut­
tosto di dare compiutezza all'enunciato. Homo currit (l'uomo corre)
e homo currens (l'uomo in corsa) sono frasi in astratto equivalenti, ma
4. La filosofia de/ linguaggio da Boezio a Locke 61

molto diverse dal punto di vista dell'effetto comunicativo. L a secon­


da è una frase incompleta: l'interlocutore «resta sospeso e brama di
sentire di più per giungere a un senso compiuto». Si aspetta un è, per
esempio o un altro verbo. «È per questo che quasi tutte le specie di
proposizioni complete prendono il nome dal proprio verbo: dichia­
rativa, imperativa, ecc.» (Abelardo, Dial. p. 148).
Ora il verbo non solo completa la proposizione producendo co­
sì una oratio per/ecta, ma esprime nella frase compiuta anche i diversi
«stati dell'animo». Le diverse espressioni corrispondenti ai diver­
si modi del verbo (dichiarativa, imperativa, ottativa, ecc.) non sono
equivalenti dal punto di vista semantico. Ad esempio in frasi come
Vieni!, Se tu venissi!, apparentemente equivalenti, il modo del ver­
bo determina la modalità del significato (imperativa, ottativa: ivi,
p. 14 9) . È la diversa funzionalità semantica delle diverse forme gram­
maticali che viene qui sottolineata. Sempre nella Dialectica (p. 124)
si distingue nei nomi un significato primario ( «significazione princi­
pale e quasi sostanziale») dai significati secondari («significazioni
posteriori e accidentali») . È la distinzione (poi codificata nella teo­
ria dei modi signi/icandi) tra significato essenziale Oessicale) di un
termine e significati accessori o accidentali, o consignificati, di natu­
ra grammaticale (tempo, persona, numero, ecc.).
Un altro caso di integrazione semantico-grammaticale è quello
della unità! distinzione del significato di due espressioni come homo
albus (frase nominale) e homo est albus (proposizione compiuta) , che
per un verso generano lo stesso intellectus, per altro verso si com­
portano tra loro diversamente dal punto di vista semantico, la se­
conda affermando con più forza l'inerenza dei due termini. Oltre a
questo, vari altri tipi di oratio perfecta vengono analizzati nella Logi­
ca Ingredientibus (pp. 373 sgg.): l'imperativa, la vocativa, la depre­
cativa (cioè l'espressione di preghiera) , la desiderativa, l'interrogati­
va, ecc., tutte riducibili a un significato primario che si differenzia
tuttavia per i diversi stati dell'animo e 'modi di porgere' («modus
proponendi»: Dial. p. 152; «modus pronuntiandi» o «enuntiandi»:
Log. Ingr. pp. 327, 374). Non solo, ma la stessa forma verbale può
esprimere diversi atteggiamenti mentali: come nella frase Venga pre­
sto, la mia amica, che può esprimere un ordine, un desiderio, una
preghiera; o Non ucàderai, che con il verbo indicativo presenta in­
vece un significato imperativo (Dial. p. 152 ) . Insomma, a seconda
della modalità grammaticale, il significato astratto si realizza in at­
teggiamenti mentali diversi.
62 l/ linguaggio. Storia delle teorie

La convergenza di grammatica e dialettica è tra le caratteristiche


essenziali del pensiero di Abelardo, ma non ne è esclusiva. I confini
tra le due discipline sono quanto mai labili. La cosiddetta grammati­
ca speculativa, che fiorisce per circa ottant'anni a cavallo tra il XIII
e il XIV secolo, è una vera e propria sintesi di problemi, metodi e ter­
minologia dialettici e grammaticali insieme. Una progressiva eman­
cipazione della grammatica dalla filologia si accompagna alla sua coa­
lescenza con la dialettica. Pur restando, nel curriculum degli studi, la
presenza di autori come Donato e Prisciano, la grammatica, sotto
l'influsso di Aristotele e dei suoi commentatori arabi, si va trasfor­
mando da disciplina normativa, finalizzata alla lettura dei classici e
fondata sulla citazione di exempla, in una disciplina scientifica, logi­
co-filosofica. A ciò contribuì probabilmente la scoperta delle Confu­
tazioni so/istiche di Aristotele, che inducevano a cercare nell'analisi
logico grammaticale il metodo per la soluzione di problemi linguisti­
-

ci radicati nell'argomentazione sofistica. Questa compenetrazione di


filosofia e grammatica è ormai cosa fatta tra XII e XIII secolo. Ve­
diamone i due aspetti più importanti: la teoria della supposizione e
la teoria dei modi di significare.
A partire dall a fine del XII secolo, era emerso nell'analisi della
proposizione un nuovo termine e criterio, quello della suppositio.
Anselmo aveva distinto l'appellatio, come atto di denotazione, dalla
significatio (§ 4 .2 ) e Abelardo aveva descritto due modalità interne
alla significazione ( § 4 .3 ) : il significare le cose, che corrisponde alla
funzione denotativa (estensionale) e il significare i concetti, che cor­
risponde alla funzione significativa in senso proprio (intensionale) .
L a nozione di suppositio assume su di sé la funzione denotativa già
assegnata all' appellatio o denominazione.
Non mi soffermerò sulle molte varianti e sui rapporti reciproci
tra queste funzioni semantiche, diversamente elaborate nella scuola
parigina (Pietro Ispano, Lamberto di Auxerre) e in quella di Oxford
(Guglielmo di Sherwood, Roger Bacon). Mi limito anche qui ad al­
cune indicazioni essenziali. Per cominciare con una chiarificazione
terminologica, dirò che il suppositum, in questa semantica logica, si
può identificare con ciò cui viene imposto il nome: il quod est, la so­
stanza particolare. n signi/icatum è invece la forma in forza della qua­
le il nome viene imposto: il quo est, l'insieme delle qualità da cui di­
scende il suo essere quella cosa. Ciò detto, occorre sottolineare la
componente sintattica che la nozione stessa di supposizione com­
porta. Si ha funzione referenziale d'un termine solo in quanto que-
4. La filosofia del linguaggio da Boezio a Locke 63

sto funge da soggetto d'un verbo; in quanto designa, in una locuzio­


ne, 'ciò di cui si tratta'. È nel contesto proposizionale, insomma, che
la parola manifesta la sua proprietà eminente di 'stare per' una so­
stanza individuale: suppositio si può propriamente tradurre con 'so­
stituzione' . Pietro Ispano, filosofo portoghese e futuro papa, autore
d'un trattato conosciuto più tardi con il titolo di Summulae logica/es,
definisce lapidariamente la supposizione come «accezione d'un so­
stantivo in luogo di altro» (in luogo del suo denotato) . A fondamen­
to della supposizione, cioè dell'applicazione del termine a denotare
oggetti individuali, sta tuttavia una significa/io essenziale della paro­
la stessa, una sorta di significato potenziale, indipendente dal suo
uso effettivo nella proposizione. La supposizione è il significato del­
la parola in contesto, la significazione è il suo significato astratto, po­
tenziale: «la significazione viene prima della supposizione e le due
cose si distinguono in questo, che la significazione pertiene alle paro­
le, la supposizione invece al termine già composto di voce e significa­
zione» (Pietro Ispano, Tractatus, VI/3 ) . La significazione è data nel­
l' atto dell'imposizione; se questo viene ripetuto, si ha la sovrapposi­
zione di un altro significato e ne consegue l'equivocità. La suppo­
sizione è invece di per sé plurima, connessa con diversi atti di deno­
tazione (appellatio, nominatio): univoco dal punto di vista della signi­
ficazione, un nome designa tuttavia diversi individui.
Naturalmente la teoria della supposizione riguarda i termini co­
siddetti categorematici, cioè quelli che possono essere usati come
soggetti o come predicati della proposizione, capaci di significare
per sé. Non riguarda i termini 'consignificanti', i cosiddetti 'sincate­
goremi' (propriamente: 'co-predicati'), capaci di significare solo se
associati ai primi. Su questi esiste un'ampia letteratura, che si svi­
luppa tra il XII e il XV secolo. Vi si studia la particolare funzione se­
mantica degli elementi privi di autonoma funzione referenziale: che,
per esempio, indicano distribuzione (è il caso di tutti, nessuno), ne­
gazione (non, nulla), esclusione (soltanto) , eccezione (salvo che) , di­
sgiunzione (oppure) , ecc.
Un altro aspetto dell'intreccio tra teorie del linguaggio, antologia
e gnoseologia è la dottrina dei modi signi/icandi, formulata nel qua­
dro della cosiddetta grammatica speculativa. Cercherò di definirne i
contorni con l'aiuto di un testo che è tra i più importanti della pri­
ma generazione dei Modisti e di uno che si può invece considerare
il culmine della tradizione. Mi riferisco rispettivamente ai Modi si­
gni/icandi di Boezio di Dacia, attivo a Parigi presumibilmente negli
64 Il linguaggio. Storia delle teorie

anni '70 del XIII secolo, e alla Grammatica speculativa di Tommaso


di Erfurt, di qualche decennio più giovane, anch'egli attivo a Parigi
oltre che nella città tedesca da cui prende il nome.
Da Boezio ricaveremo in primo luogo una definizione della
nuova scienza grammaticale. Nella questione 3 del suo trattato, si
contestano i motivi per cui alla grammatica viene talora negato il
carattere di scienza. Scienza, si dice, si dà solo di ciò che è immu­
tabile, mentre l'oggetto della grammatica varia presso i diversi po­
poli. Scienza si dà solo di ciò che è necessario, ma la grammatica
non è dotata di necessità, essendo un 'invenzione umana. Ma per­
ché vi sia scienza, obietta Boezio, basta che i fenomeni studiati non
siano casuali: che siano «immutabili quanto a ciò che consegue dal­
le loro cause», non immutabili in sé; necessari nel senso che il loro
divenire obbedisce a leggi costanti, non necessari in sé. Altrimenti
non si darebbe scienza di nessun fenomeno fisico (Modi sign. q. 3 ,
3 9-40) . All'ipotetico obiettore che dice: la scienza si occupa di co­
se, è «causata dalle cose», e questo non è il caso della grammatica,
Boezio risponde: è vero, ma ciò di cui si occupa la grammatica è de­
sunto dalle cose (ivi, q. 5 , 98- 103 ) . La grammatica è bensì di fattu­
ra umana, ma nel senso in cui lo è una scoperta, non un 'invenzio­
ne arbitraria. Infatti nella creazione di questo strumento ci si rego­
la sulle proprietà delle cose, né si possono usare modi di significa­
re che ripugnino ad esse (ivi, q. 5, 104 - 1 07 ) .
Dietro l a regolarità e legalità della grammatica sta insomma il pa­
rallelismo tra sfera linguistica, sfera intellettuale e sfera antologica,
presupposto della teoria dei modi di significare. Le voci non solo
esprimono le cose, ma grazie alle loro modificazioni morfologiche
esprimono anche le modificazioni delle cose. Uno stesso contenuto
mentale può essere espresso secondo diverse categorie grammaticali
o parti del discorso. Per esempio, dolor, doleo, dolens, dolenter, heu
esprimono lo stesso concetto di sofferenza sotto le diverse categorie
grammaticali del nome, del verbo, del participio, dell'avverbio, del­
l'interiezione (ivi, q. 14, 60-68). Ora, «il modo di significare è fatto a
somiglianza del modo di conoscere e il modo di conoscere a somi­
glianza del modo di essere» (ivi, q. 26, 25 -27 ; cfr. q. l , 4 1 -49) . Tutti i
modi di significare - non solo le parti del discorso, ma anche genere,
numero, persona, ecc., i cosiddetti 'accidenti' delle parti del discorso,
le loro varianti morfologiche - hanno origine da proprietà di cose, per
il tramite delle relative modalità mentali o modi intelligendi. n gene­
re di vir, maschio, può solo essere maschile, Socrates non può essere
4. La filosofia de/ linguaggio da Boezio a Locke 65

plurale né homo comparativo (ivi, q. 1 7 , 7 - 1 7 , 88-9 1 ) . I.;impositor, il


locutore, non se li può certo inventare, questi modi di significare:

dato che la cosa determina attraverso le sue proprietà i modi d'intendere


che la riguardano, talché non può essere intesa secondo modi che a quelle
proprietà ripugnano, la mente nell'intendere segue l'essere della cosa e con
i suoi modi d'intendere determina modi di significare simili a quelli dell'in­
tendere. Dunque è evidente che i modi di significare seguono i modi d'in­
tendere e non sono possibili senza di questi. Onde le proprietà della cosa
determinano i modi di significare che le sono pertinenti (ivi, q. 1 7 , 76-84 ) .

Lobbligo di rispettare la coerenza tra modalità della cosa, del­


l'intellezione e del significare è un principio formale, spiega Boezio
di Dacia (ivi, q. 1 7 , 90-93 ) , nel senso che non dipende dalla materia
vocale, di per sé indifferente, pura potenza, «che non determina nes­
sun modo di significare e con nessuno è incompatibile, ma è passi­
bile di tutti». La voce è mero supporto materiale, neppure sempre
indispensabile: il segno in quanto tale può valersi di ogni altro tipo
di supporto. Un breve capitolo della Grammatica di Tommaso di Er­
furt ( 1 97 1 , pp. 146-48) ribadisce questa distinzione tra materia e for­
ma del linguaggio. C'è una gemmazione dei dispositivi semantici -

signum, dictio, pars orationis, terminus - con una graduale specifica­


zione delle funzioni. Il segno serve a «segnare o rappresentare qual­
cosa» come che sia, poiché non è necessariamente vocale; con la dic­
tio, o parola, la funzione di segnare viene invece imposta alla voce,
che diventa così voce significante; nella parte del discorso, alla pa­
rola viene aggiunto un modo di significare; i termini, infine, sono
parti del discorso intese come soggetto e predicato della proposizio­
ne. La struttura profonda delle lingue di cui si occupa la grammati­
ca è celata dietro l'indifferenza della materia vocale. Questo vale an­
che per Boezio di Dacia (Modi sign. q. 2 , 45 -53 ; cfr. q. 4, 40-50). Le
lingue variano accidentalmente, in figuratione vocum, ma presenta­
no tutte una stessa struttura di parti del discorso:

poiché la natura delle cose è ovunque simile, così son simili i modi dell'es­
sere e dell'intendere presso tutti coloro che hanno lingue diverse e di con­
seguenza son simili i modi del significare e perciò ancora i modi di costruire
il discorso o parlare. Così la grammatica d'una lingua somiglia a quella di
un'altra. Qual modo d'essere e intendere e significare e costruire e parlare
potrebbe mai esserci in una lingua, che non si ritrovi nell'altra?
66 Il linguaggio. Storia delle teorie

L'universalità della struttura grammaticale è un presupposto ta­


cito dell'intera tradizione grammaticale antica e medievale. C'è una
sola grammatica come c'è una sola fisica. La teoria modista del pa­
rallelismo tra essere, intendere e significare non fa che esplicitare e
precisare l'idea dell'universalità della grammatica, la sua legalità
esemplata sulla legalità della natura qual era rappresentata dall a fisi­
ca aristotelica. Per un aspetto i nuovi grammatici tendono a distin­
guersi dalla tradizione precedente, cui rimproverano l'approccio pu­
ramente descrittivo, che non assurge mai al carattere esplicativo pro­
prio della scienza. Nella questione 9 (24-3 3 ) , quando parla della
grammatica come di una scienza dimostrativa, vale a dire capace di
spiegazione causale, Boezio di Dacia, ad esempio, osserva che Pri­
sciano non procede modo demonstrativo, ma narrativo, cioè non
spiega, ma descrive, i fenomeni grammaticali. Conoscenza scientifi­
ca è propriamente conoscenza per cause: e la 'scoperta' della gram­
matica è di competenza della filosofia. Con una finzione filosofica
simile a quella dell'impositore di nomi che già abbiamo incontrato,
Boezio ci presenta il filosofo-grammatico che esamina la natura del­
le cose, i loro modi di essere e i nostri modi di conoscerle e collega
le voci ai rispettivi referenti. Solo a quel punto il filosofo si trasfor­
ma in grammatico. Fuor di parabola, questo vuoi dire che la gram­
matica descrittiva presuppone sempre un procedimento analitico di
natura filosofica, che motivi la distinzione delle parti del discorso e
i relativi 'accidenti' (cioè le flessioni) . n nome, ad esempio, significa
una sostanza perché significa per modum permanentiae, cioè secon­
do la modalità della permanenza che è appunto propria delle so­
stanze (ivi, q. 29, 103 sgg.). Le modalità temporali del verbo signifi­
cano il tempo come indicazione di stato (presente, passato o futuro) .
O ancora: il genere è modo di significare, col maschile o il femmini­
le, le rispettive proprietà dell'oggetto, col neutro la natura indefini­
ta di esso (ivi, q. 83 , 29-3 4 ) . La distinzione delle parti del discorso è
fondata nella diversità dei modi di significare (ivi, q. 14, 87 -88) e
questa nelle modalità proprie dell'essere.
Oltre a questa funzione semantica, d'altronde, i modi di significa­
re hanno una funzione sin tattica: sono i princìpi «grazie ai quali le pa­
role si collegano nell'ordito delle parti del discorso, onde esprimere
in modo conveniente il concetto che si ha in mente» (ivi, q. 62 , 1 -3 ; cfr.
q. 3 7 , 59-70) . A questo ruolo sintattico dei modi sembra alludere an­
che l'uso che Tommaso di Erfurt fa della nozione di consignificazio­
ne. L'intelletto attribuisce alla voce una duplice ratio: la funzione di
4. La filosofia del linguaggio da Boezio a Locke 67

significare, «in forza della quale si produce il segno», e si ha la parola


(dictio) ; e la funzione di consignificare, «in forza della quale la voce
significante diventa co- segno» e si ha la parte del discorso ( 1 97 1 ,
p . 136) . Consignificanti sono, le parti del discorso, in quanto coope­
rano come elementi d'una costruzione al significato primario, lessi­
cale, della parola. Questo rinvia all'oggetto o evento per un atto di im­
positio vocis che costituisce la parola in quanto tale; mentre la consi­
gnificazione - che è una funzione morfologico-sintattica poiché per­
tiene alla parola come parte del discorso - ne indica le diverse moda­
lità o 'proprietà' possibili, i diversi aspetti (tempo, modo, persona, ge­
nere, ruolo sintattico nell'espressione, ecc.). Per Tommaso di Erfurt
(ivi, p. 272 ) , le parti del discorso sono il «principio efficiente intrin­
seco» della costruzione della frase. Dalla convenienza o incompatibi­
lità dei modi di significare, dai modi in cui le parole si flettono e con­
giungono, dipende la congruità del discorso, ossia la grammaticalità,
la propria un io dei costruttibili (ivi, p. 3 08). Ne dipende la perfezione,
ossia la completezza che consente di «generare un senso compiuto
nella mente dell'ascoltatore», tanto maggiore o minore quanto più o
meno «si acquieta l'animo dell'ascoltatore» (pp. 3 14 , 3 16) . La rete
delle giunture sin tattiche è insomma la forma del discorso.

4 .5 . Da Ockham a Locke
Pur sotto l'estrema complessità delle definizioni e distinzioni, i Mo­
disti elaborano un modello semplice e seduttivo dei rapporti tra lin­
guaggio e realtà. Elaborano un'immagine rassicurante del mestiere
del grammatico-filosofo, il cui successo è assicurato dal fatto che la
struttura del linguaggio è già un sistema adeguato di rappresenta­
zione del mondo, di cui si devono semplicemente 'scoprire' le mo­
dalità. Quella, invece, che è stata definita «la rivoluzione del XIV se­
colo» (de Libera 1999, pp. 3 17 sgg.) è, a fronte della teoria modista,
una profonda mutazione di modello semantico, segnata dall'opzio­
ne antirealista. Ho ricordato le difficoltà che si presentano e le cau­
tele che si impongono a chi voglia identificare il nominalismo come
corrente o tendenza unitaria. Se tuttavia assumiamo come suo trat­
to identificativo primario la tesi della natura logico-semantica degli
universali, non c'è dubbio che gli scritti del francescano inglese Gu­
glielmo di Ockham , protagonista di quella rivoluzione, possono es­
sere assunti come luogo classico in materia. La posizione di Ockham
è netta su un punto dell'antologia, fondamentale per ogni posizione
68 Il linguaggio. Storia delle teorie

definibile come nominalista. L'arredo del mondo è costituito da en­


ti ed eventi individuali. Tale è perfino l'universale che, malgrado si­
gnifichi più realtà extramentali, è singolare e uno di numero. «Biso­
gna affermare che qualunque universale è una cosa singolare e che
quindi non è universale se non per significazione, dal momento che
è segno di più cose» (Summa logicae I, 14; Ockham 1992 , p. 120) .
Dei quattro tipi di essere distinti da Aristotele nelle Categorie non re­
stano se non le sostanze prime e le loro qualità. Vengono infatti eli­
minate le «entità che avevano fin lì posto i problemi maggiori ai fi­
losofi» (de Libera 1999, p . 3 68): le sostanze seconde, cioè generi e
specie, e le qualità comuni intese come proprietà reali di cui parte­
cipa una molteplicità d'individui. L'universalità è funzione esclusiva
dei segni, tanto mentali (naturali) che verbali (volontari) .

L'intellezione con la quale intendo 'uomo' è un segno naturale che si­


gnifica degli uomini nel modo in cui il pianto è un segno naturale della ma­
lattia, della tristezza o del dolore. Questo segno è tale che può stare per gli
uomini in una proposizione mentale, come la parola può stare al posto del­
le cose nella proposizione verbale (Summa log. l, 14, 1 5 ; Ockham 1992 ,
pp. 12 1 , 123 -24).

Tra segno e designato il rapporto è costituito dalla suppositio (Sum­


ma log. I, 63 -77 ) in forza della quale un termine, che di per sé signifi­
ca ogni individuo di cui è predicabile, si riferisce, in una data propo­
sizione, a questo o quell'individuo o sottoclasse di individui. Nel di­
spositivo referenziale della supposizione è implicito un elemento
ostensivo, un «appello alla deissi» che spiega come un nome univer­
sale possa riferirsi a un oggetto particolare. n questo è il punto termi­
nale del linguaggio: mette in relazione l'enunciato con un soggetto,
«ancora il linguaggio al mondo delle cose» e trasferisce l'oggetto nel­
la sfera del discorso (Biard 1 989, pp. 76-77 , 82) .
Ockham distingue, sulla scorta di Boezio e Agostino, tre tipi di lin­
guaggio: scritto, orale, mentale. I segni di quest'ultimo sono naturali,
gli altri sono convenzionali e variano da un popolo all'altro. Ockham
non condivide tuttavia l'idea della natura derivata dei segni verbali ri­
spetto a quelli mentali che era stata tramandata dalla tradizione ari­
stotelico-boeziana. Secondo questa tesi, che si ritrova in Tommaso
d'Aquino, il rapporto tra nome e cosa è mediato dal concetto o uni­
versale, frutto di un procedimento astrattivo. La tesi è discussa nella
logica del tardo XIII secolo e contestata da Duns Scoto e dalla sua
4. La filosofia del linguaggio da Boezio a Locke 69

scuola in nome di un realismo metafisica che identificava invece l'u­


niversale con la natura stessa o essenza della cosa (Biard 1 989, pp. 3 1
sgg.). Ockham la critica da un punto di vista antirealista, attribuendo
alle parole e ai concetti uno stesso rapporto diretto con l'oggetto. C'è
fra segno verbale e mentale una concomitanza, una corrispondenza a
un comune oggetto di riferimento: «i suoni vocali sono imposti per si­
gnificare quelle stesse realtà che sono significate attraverso i concetti
della mente» (Summa log. I, 1 ; 0ckham 1992 , p. 9 1 ) . Un segno di qual­
siasi tipo (scritto, detto, pensato) assolve nello stesso modo alla sua
funzione di segno, che è di evocare una certa cosa o riferirsi a essa. La
reciproca autonomia dei tre sistemi segnici non esclude tuttavia il pri­
mato del sistema di concetti, visto che può darsi un discorso mentale
non espresso, ma non un discorso espresso che non sia sostenuto da
un discorso mentale (Summa log. I, 12; Ockham 1992, p. 1 15 ) . Que­
sto è strutturato sin tatticamente («a ogni proposizione verbale corri­
sponde nella mente un'altra proposizione, e quindi come sono di­
stinte quelle parti della proposizione verbale che sono state imposte
per la necessità della significazione, così sono distinte le parti della
proposizione mentale corrispondente»: Summa log. I, 3 ; Ockham
1992 , pp. 95 -96). Ma è strutturato nel senso che condivide con il di­
scorso espresso i tratti grammaticali essenziali che hanno il potere di
incidere sul significato della proposizione: solo quelli, non i fattori
materiali come la prosodia, accidentali come l'ellissi, la ridondanza,
la sinonimia, o puramente esornativi. Questi competono solo al lin­
guaggio espresso, non al linguaggio del pensiero. Quest'ultimo inol­
tre lavora con un numero di parti del discorso minore di quello, ri­
dondante, del linguaggio espresso: gli sono essenziali il nome, il ver­
bo, la congiunzione, la preposizione; ma il participio è riducibile al
verbo; e il pronome può essere considerato ridondante rispetto al no­
me. Quanto alle varianti morfologiche del nome (i cosiddetti 'acci­
denti'), numero e caso sono essenziali ai due ordini di discorso, ma
non il genere (che il sasso sia maschile come lapìs o femminile come
petra è irrilevante per il discorso mentale) né la figura (cioè la qistin-"
zione tra nome semplice e composto) . Nel verbo sono essenziali mo­
do, numero, tempo, persona; la forma attiva e passiva, ma non depo­
nente; e inessenziale è anche la distinzione tra coniugazioni. Insom­
ma il linguaggio mentale chiama in causa solo i dispositivi cognitivi es­
senziali, esso stesso essendo 'fatto' di atti conoscitivi.
La teoria semantica di Ockham è complessa, radicata nella tradi­
zione dell'analisi terministica, ricca di distinzioni che solo in minima
70 Il linguaggio. Storia delle teorie

parte ho riassunto in quel che precede. Si distingue ad esempio


(Summa log. I, 10), accanto a una significazione primaria - puro rap­
porto referenziale del segno alle cose reali o, per estensione, a cose
passate, future o semplicemente possibili - anche una significazione
secondaria o connotazione (connotatio) . La significazione primaria
compete ai termini assoluti (nomina absoluta) , quelli di cui si può di­
re 'questo è . . . (una pietra, un albero . . . ecc.)'; la significazione secon­
daria o connotazione è invece il contenitore di tutte le funzioni se­
mantiche non referenziali (quelle che non si possono esprimere con
il 'questo è . . .'), per esempio le relazioni, le espressioni di quantità,
tempo, luogo, le espressioni negative, i concetti matematici, i termi­
ni astratti in genere.
La necessità di spiegare le funzioni semantiche non referenziali si
pone per ogni antologia che non preveda altra entità al di fuori de­
gli individui. li problema si pone, trecento anni dopo, per Locke, e
anche per Locke il questo è il punto terminale del linguaggio: l'atto
estensivo ('ecco il rosso') è la sola forma di definizione 'reale' (si pro­
vi a definire il color rosso per un cieco nato) . Altra definizione non
si dà in un mondo in cui tutto ciò che non è sostanza individuale rien­
tra nella classe dei costrutti mentali espressi nei nomi generali: uni­
versali solo «per significazione», diceva Ockham ; passibili solo di
definizione nominale, dice Locke. Ricordo, con parole di Ockham
(Summa log. I, 26; v. Ockham 1992 , p. 149) , la differenza tra defini­
zione reale e definizione nominale, fondamentale più tardi nella gno­
seologia di Locke: l'una è «la definizione che esprime il che cosa di
una cosa», l'altra «la definizione che esprime il che cosa di un no­
me». In altri termini: la definizione reale risponde alla domanda «che
cos'è?»; la definizione nominale alla domanda «che vuoi dire?».
Questa seconda è la sola pertinente quando si tratti delle idee non
riferibili a sostanze individuali: pure entità semiotiche, creature del­
l'intelletto (come ama esprimersi Locke), la cui sola essenza è quel­
la racchiusa nel nome. La prima - la definizione reale - è comunque
impossibile anche per le sostanze: non ne conosciamo 'il che cosa',
esse si danno a noi solo nella percezione delle loro qualità e queste
non possono essere definite, ma solo 'mostrate' nella condivisione
dell'esperienza percettiva.
Può apparire scorretto, dal punto di vista della plausibilità sto­
riografica, confrontare due autori o paradigmi separati da circa tre
secoli di riflessioni e di eventi intellettuali, in questo caso Ockham e
Locke. Ma la corrispondenza fra modelli cronologicamente distan-
4. La filoso/t'a del linguaggio da Boezio a Locke 71

ti, anche quando non è sostenuta da una continuità testuale com­


provabile, resta uno strumento epistemologico importante per ogni
scienza teorica. Non è escluso inoltre che il tessuto della tradizione,
a poterlo esaminare da vicino, presenti davvero fili ininterrotti che
conducono dalla riflessione logico-semiotica del tardo Medioevo fi­
no alla 'rivoluzione scientifica' del Seicento. Ricorderò qui un solo
testo che mi pare possa, se non documentare sufficientemente quel­
la continuità, almeno metterei in guardia contro la tentazione di se­
gnare scansioni troppo nette nel materiale sempre fluido e coale­
scente della storia intellettuale. Si tratta del De veris principiis et ve­
ra ratione philosophandi di Mario Nizolio ( 1553 ) . Vi troviamo i mo­
tivi consueti della polemica antiscolastica degli Umanisti: la supe­
riorità inarrivabile dei classici greci e latini; l'utilità pratica della
grammatica e della retorica contro la sterilità della dialettica e del
suo gergo; la critica del principio d'autorità; la fede nella maggiore
fecondità dell'argomentazione entimematica rispetto a quella del ra­
gionamento sillogistico. Ma c'è una ripresa di motivi nominalistici di
tradizione ockhamista: l'universale (universum) non è se non il pro­
dotto di un atto di comprensione che assume l'uno in luogo dei mol­
ti. In più c'è un elemento di psicologismo, che come vedremo costi­
tuirà un ingrediente importante della semantica lockiana: la com­
prehensio non si dà in modo uniforme presso tutti gli uomini e in tut­
te le circostanze, l'universale è dunque condizionato da fattori psi­
cologici e prammatici.
li testo di Nizolio può apparire come un anello di congiunzione
almeno ideale tra la dialettica medievale e la semantica di Locke. Ma
non è sulla base di una continuità di fatto che non sarei in grado di
documentare che azzarderò il confronto sopra accennato tra la se­
miotica ockhamista e quella lockiana. Lo farò per illustrare in modo
quanto più possibile rapido ed economico, salvo poi tomarci su,
quello che possiamo definire il paradigma lockiano, presupposto
fondamentale della riflessione teorico-linguistica della prima mo­
dernità. I due modelli semiotici - quello del nominalismo tardo-me­
dievale rappresentato da Ockham, quello dell'empirismo classico
rappresentato da Locke - condividono la critica alla nozione di uni­
versale come forma sostanziale o natura comune delle cose in esso
comprese. L'universale è un segno, prodotto da un legame di causa­
lità naturale che sussiste tra gli oggetti d'esperienza - sostanze indi­
viduali e loro qualità - e la mente. Per Locke, come vedremo, il con­
cetto riacquista la funzione mediatrice tra nome e cosa che aveva
72 Il linguaggio. Storia delle teorie

avuto nella tradizione aristotelico-boeziana e che Ockham aveva eli­


minato. Ma una divergenza più rilevante occorre mettere in luce.
Naturale per entrambi, il segno mentale è concepito da Ockham co­
me 'intenzione' nel senso latino di intentio (che sarà reintrodotto nel
linguaggio filosofico dalle moderne teorie della coscienza) . Illu­
strando la genesi di questa nozione, che il lessico filosofico latino de­
riva dai testi di Avicenna, de Libera ( 1 999, p. 1 85 ) ne spiega molto
bene anche il senso. li termine intentio, usato per lo più come sino­
nimo di concetto, suggerisce tuttavia

una cosa diversa dal 'raccogliere' implicito nel conceptus in virtù del lati­
no capere ('prendere ' ) : non è tanto un con-prendere quanto un intende­
re (nel senso in cui si dice 'intendo con questo che .. . ' ) , che è anche un vo­
ler-dire e soprattutto un obiettivo: è [ . . ] 'quello a cui si mira' quando si
.

pensa a qualcosa o si parla di qualcosa; ciò verso cui 'tende' il pensiero o


'è portata l'attenzione'. L'intentio ha una dimensione [ ] intuitiva che il
. . .

conceptus non ha: una dimensione di 'scoperta' o 'disvelamento' che fa


vedere ciò che è la cosa.

Questa citazione, al di là delle intenzioni dell'autore, serve mol­


to bene a caratterizzare la genesi e la natura dell'universale in Locke
e a differenziarlo rispetto all ' intentio ockhamista. Proprio di un con­
ceptus si tratta, nel caso di Locke: il segno mentale non è prodotto
da un solo atto intuitivo, ma dal diuturno lavoro di bricolage dell'in­
telletto sui dati dell'esperienza sensibile. Quando Locke scrive il suo
Essay on Human Understanding ( 1 690) , al modello dell'intelletto in­
tuitivo o intuizione intellettuale, che sulla base anche di un solo atto
d'intellezione si forma lo schema o prototipo dell'oggetto cui ridur­
re poi tutti gli oggetti consimili, s'è ormai sostituito il modello di un
intelletto analitico (che sarà quello in séguito elaborato dall a psico­
logia dell'Illuminismo): una mente che opera scomponendo e ri­
componendo, raccogliendo e organizzando in rappresentazioni più
o meno complesse i dati primari della sensazione.

FONTI

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Philosophische Schri/ten, 2 voli., Aschendorffschen Verlagsbuchhand­
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4. La filosofia del linguaggio da Boezio a Locke 73

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198 1 . ANSELMO D ' AOSTA, De grammatico, in Opere filosofiche, Laterza,
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logiae cursus completus, LXIV, 1 860; Commentarii in librum Aristotelis
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STUDI

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Mittelalter, Narr, Tiibingen 1 995 . TEOLINGUISTICA: L. Valente, Langage
et théologie pendant la seconde moitié du XIIe siècle, in Ebbesen, cit.; l.
Rosier, La parole efficace. Signe, rituel, sacré, Seuil, Paris 2004 . PROBLEMA
DEGLI UNIVERSALI: A. de Libera, Il problema degli universali: da Platone
alla fine del Medioevo, La Nuova Italia, Firenze 1999. GRAMMATICA, SE­
MANTICA, TEORIE DEL SEGNO: A. de Libera (a cura di) , Sémantiques mé­
diévales, «Histoire Epistémologie Langage», III/ l , 1981 ; ]. Biard, Logi­
que et théorie du signe au XIVe siècle, Vrin, Paris 1 989; R. Fedriga e S.
Puggioni (a cura di), Logica e linguaggio nel Medioevo, LED, Milano
1993 ; C. Marmo, Semiotica e linguaggio nella Scolastica: Parigi, Bologna,
Er/urt 1 2 70- 1330. La semiotica dei Modisti, Istituto Storico Italiano per il
Medioevo, Roma 1 994 ; l. Rosier, La parole com me acte. Sur la grammaire
et la sémantique du XIIIe siècle, Vrin, Paris 1 994 . OCKHAM: C. Panaccio,
Les mots, !es concepts et les choses. La sémantique de Guillaume de Ockham
et le nominalisme d'aujourd'hui, Bellarmin-Vrin, Montréal-Paris 1992 ;
Id. , Ockham on Concepts, Ashgate, Burlington 2003 .
Capitolo quinto
La filosofia delle lin�e
dalPUmanesimo alrllluminismo

5 . 1 . Unità de/ linguaggio, pluralità delle lingue


Le parole di Agostino (§ 3 . 1 ) , sulla felicità che si prova nella cono­
scenza delle lingue, esprimono il sentimento di appartenenza che na­
sce dall'uso di un idioma comune. Tale è la forza di questo senti­
mento che un uomo, dice ancora Agostino (De civ. Dei, XIX, 7 ) , pre­
ferisce st !:l re col suo cane piuttosto che con persone con cui non può
parlare. E un buon avvio, questo, per interrogarci sull'autocoscien­
za linguistica degli intellettuali nel Medioevo latino.
Nel mondo antico e medievale è praticamente inesistente un'idea
positiva della varietà linguistica. n racconto della maledizione babe­
lica non contribuiva certo a promuoverla. Anche l'invito di Agosti­
no a studiare il senso delle parole sconosciute e impadronirsi di tut­
te le lingue può esser letto alla luce dell'ideale di ricomposizione del­
l'originaria unità del genere umano. Pure, per un buon millennio,
prima e dopo l'anno mille, la civiltà europea è una civiltà multilin­
gue in cui le relazioni tra volgari e latino sono molto complesse, e in
cui il bilinguismo è la condizione naturale di ogni persona scolariz­
zata. Lingue d'uso erano anche il greco e l'ebraico, elencate accanto
al latino come lingue sacre: parlata la prima negli insediamenti gre­
ci in Italia, la seconda da rilevanti minoranze nelle città d'Europa. Si
pensi infine all'importanza delle opere filosofiche e scientifiche tra­
dotte dall'arabo o dei testi greci ritradotti attraverso l'arabo: questa
fondamentale lingua di cultura era anche una lingua viva negli scam­
bi commerciali del Mediterraneo, e lingua di un mondo considerato
obbiettivo di evangelizzazione anche forzata.
Non è difficile immaginare che una rete di rapporti interlingui­
stici fosse prodotta dalla contiguità geografica, dai traffici, dalle
missioni diplomatiche, dalle vicende militari e religiose. Nell'Opus
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 75

majus Roger Bacon raccomanda lo studio delle lingue proprio a fini


pratici: per l'utilità negli scambi commerciali, nelle controversie giu­
ridiche in paesi stranieri, per la stipula di trattati, per la pratica del­
l'evangelizzazione. Quanto alla competenza teorica, asserisce lo stes­
so Bacon che fra tutti i Latini che parlano lingue straniere ben pochi
ne conoscono la grammatica e sono in grado di insegnarla. Gli stes­
si parlanti nativi non sanno spiegare <de ragioni e cause» della loro
lingua ( Opus tertium, X, 3 3 -3 4 ) . Un confronto tra lingue doveva tut­
tavia imporsi almeno nella pratica delle traduzioni. Come desumia­
mo ancora da Bacon, non mancano le osservazioni su quanto le lin­
gue altre abbiano di irriducibile al criterio della latint'tas: la proprie­
las d'una lingua (la sua specifica impronta, lessicale e prosodica) non
vale per altre, ci dice ( 1897 , I, p. 66) . Autore fra l'altro di una gram­
matica greca, egli condivide però l'idea che la grammatica sia «una
sola sostanzialmente in tutte le lingue, anche se varia accidental­
mente» (Roger Bacon 1 902 , p. 27) e nelle analisi empiriche cerca
conferma dell'unità di dialetti diversi nella «Sostanza» di una sola lin­
gua su cui concordano clerici et litterati (Roger Bacon 1902, p. 126) .
A Bacon dobbiamo anche una formulazione dei princìpi dell'arte
etimologica, intesi a distinguere l'etimologia diacronica (derivatio)
dalle etimologie speculative d'ispirazione isidoriana, che cercavano
la 'causa' del nome. La pratica dell'etimologia è un altro campo in
cui il confronto tra le lingue doveva imporsi.
L'idea dell'uso come criterio della lingua, che dominerà poi nell a;
teoria e nella pratica degli umanisti, si affaccia già nel De grammatico
di Anselmo con la distinzione tra linguaggio scientifico e linguaggio
ordinario, semantica logica e semantica dell'uso. Nel De signis attri-.
buito a Roger Bacon, l'uso è una modalità specifica di impositio, det­
ta accidentale, diversa dall'imposizione espressa, con cui ad esempio
si dà il nome nel battesimo o si delibera di chiamare una certa cosa in
un certo modo. L'imposizione espressa è consapevole, e pertiene ai sa­
pienti, «periti nell'arte dell'imporre». L'imposizione accidentale è ta­
cita e sfugge all'attenzione dell'impositore stesso e degli astanti (De si­
gnis, 1 6 1 , 1 978, p. 132). L'imposizione accidentale coincide con l'at­
to stesso dell'enunciazione, estende e trasforma continuamente il les­
sico originario della lingua, assoggetta le parole a una continua tran­
sumptio, uno slittamento semantico grazie al quale «creiamo e rinno­
viamo continuamente i significati delle parole» (ivi, 155 , p. 130).
Caso eminente di imposizione espressa sono le lingue artificiali,
per la cui costruzione Bacon espone le regole. Si parte da un nume-
76 l/ linguaggio. Storia delle teorie

ro di radici monosillabiche; da queste si deriva l'intero lessico im­


ponendo le <<Voci primarie alle cose primarie e le secondarie, cioè de­
rivate, alle cose secondarie annesse alle prime» (ivi, 156, p. 13 1 ) . La
ricetta è in buona sostanza la stessa che verrà proposta dall' enciclo­
pedismo tardo-rinascimentale: una ramificazione di segni che ri­
specchia la ramificazione dei concetti (§ 5 . 1 ) . Bacon elabora una ru­
dimentale tipologia linguistica, e il latino risulta essere lingua tutt'al­
tro che razionale, lontana com'è dal modello 'artificialista' (<<lingua
latina valde deficit ab hac arte») cui si avvicina invece l'antica lingua
anglosassone, più semplice «quanto al criterio di composizione».
Anche i successivi progetti di lingue 'filosofiche' porranno la sem­
plicità morfosintattica fra i criteri di perfezione.
L'idea di imposizione come intervento del locutore sulla lingua è
molto importante. La corrente di studi semantico-grammaticali,
rappresentata da autori più o meno contemporanei della prima ge­
nerazione modista come Robert Kilwardby e appunto Roger Bacon
(oltre che da molti anonimi maestri delle arti del trivio) , si concen­
tra infatti sugli aspetti pragmatici dell'enunciazione: sull'intenzione
del locutore, sulla specificità semantica delle espressioni figurate, in
breve su tutti i dispositivi interni e condizioni esterne degli atti di
produzione e ricezione degli enunciati. Questioni di pertinenza del­
la retorica vengono così introdotte nell'analisi grammaticale, che si
trova a fare i conti con fattori prammatici pertinenti ai normali di­
spositivi della comunicazione, problemi posti dalle pratiche lingui­
stiche della liturgia sacramentale, interrogativi circa l'efficacia dei se­
gni magici e astrologici.
Tutto ciò deve farci diffidare delle nette dicotomie che si insi­
nuano nelle ricostruzioni storiografiche a caratterizzare periodi,
scuole o tendenze che si vogliano, peraltro legittimamente, distin­
guere (qui: logica/retorica; norma/uso; universalismo/storicità delle
lingue, a rappresentare antagonisticamente la riflessione linguistica
medievale e quella successiva, umanistico-rinascimentale) . Si può
tuttavia pensare che la dottrina dell'unità del linguaggio e dell'uni­
versalità della grammatica offrisse in generale un principio forte di
spiegazione. L'accidentale varietà delle lingue non toglieva la loro
unità sostanziale, assicurata, al di là del consenso dei dotti cui si ri­
ferisce Bacon, anche e soprattutto dall a struttura categoriale delle
parti del discorso, presenti in ogni lingua secondo uno dei capisaldi
della grammatica speculativa, e dal radicamento antologico dei mo­
di di significare. Che in una prospettiva del genere l'idea dell'unità
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 77

linguistica potesse convivere con una descrizione naturalistica delle


origini umane è attestato, fra i Modisti, da Boezio di Dacia. Questi
dichiara di essersi occupato della questione della pluralità degli idio­
mi in uno scritto De animalibus; ma dovremo contentarci degli indi­
zi offerti nella questione 16 del trattato sui modi di significare, dove
si chiede se la grammatica sia innata. Come ogni altra specie anima­
le, l'uomo è dotato di un proprio sistema espressivo. Anche uomini
segregati in un deserto imparerebbero a comunicare, perché la lo­
quela - quella loquela, sostenuta da quella struttura logico-gramma­
ticale - è loro connaturata, così come altre lo sono per altre specie
animali. Gli idiomi non possono dunque differenziarsi se non acci­
dentalmente, cioè per quanto in essi è frutto di apprendimento, non
per quanto è preordinato dalla natura. Le varianti idiomatiche sono
il risultato della progressiva articolazione della materia fonica, di per
sé «libera e indifferente alla significazione di qualsiasi concetto del­
la mente» (q. 1 14 , 85 -86) . Una prima impositio genera la voce signi­
ficante, una seconda ne determina i modi di significare. Alla neces­
sità naturale del sostrato materiale di ogni lingua (i suoni, connatu­
rati all'uomo e in quanto tale eterni) subentra l'accidentalità dell' ar­
ticolazione che genera la varietà delle lingue. Così ad esempio avvie­
ne che il genere dei nomi differisca in greco e in latino, che una lin­
gua possieda l'articolo e l'altra no (ivi, 98- 104 ) .
Dante Alighieri nel De vulgari eloquentia dichiara di essere il pri­
mo a occuparsi del principio di variazione delle lingue. Certo il suo
scritto è la prima sistematica descrizione di un volgare e un primo
abbozzo di teoria dei volgari. Occuparsi di lingue locali significava
porsi il problema teorico della variabilità delle lingue. Nella ricogni­
zione dei dialetti italiani, Dante sottolinea non solo le differenze re­
gionali, ma le varianti intraregionali, le differenze da una città all'al­
tra e tra quartieri d'una stessa città. Queste varianti, spiega, sono
causate da variazioni che si producono nel tempo in modo così im­
percettibile da non essere neppure registrate dai parlanti. La causa
remota è indicata, com'era consuetudine, nella maledizione babeli­
ca. Per secoli questa sarà chiamata in causa ogni qual volta si descri­
ve la diversità delle stirpi, la varietà di lingue e religioni e costumi,
quando ci si propone insomma di sciogliere l'enigma antropologico
dell'unità-nella-diversità del genere umano. Certo in molti casi si
tratta di rinvii di prammatica. Tuttavia si può ben dire che nella fi­
losofia della storia di tradizione giudaico-cristiana Babele non è in­
tesa come facile principio di spiegazione empirica, ma piuttosto as-
78 Il linguaggio. Storia delle teorie

sunta a evento fondatore della storia profana, discrimine fra questa


e la storia sacra, evento dunque a partire dal quale è lecita e plausi­
bile una spiegazione empirica dei fatti umani. Anche Dante spiega la
confusione degli idiomi come dimenticanza della lingua primigenia.
Non essendo le lingue fondate nella natura, ma subordinate al gene­
rale consenso e ad accordi locali, l'uomo opera su di esse con l'in­
stabilità e mutevolezza che è nella sua natura. Tutte le lingue condi­
vidono tuttavia una /orma locutionis concreata nell'anima.
n De vulgari eloquentia è un compendio delle coeve conoscenze
di storia delle lingue. Si postula un idioma comune degli antichi po­
poli d'Europa, da cui si sarebbero sviluppati tre gruppi: le lingue
germaniche, il greco, e quelle che oggi chiamiamo lingue romanze.
Loro fonte comune è forse un volgare di cui il latino letterario è la
forma grammaticalmente codificata. n problema centrale dello scrit­
to, come si sa, è di ricavare dalla molteplicità dei dialetti un 'volgare
illustre' . Per questo l'opera sta in qualche modo all'origine della co­
siddetta 'questione della lingua', cioè del secolare dibattito sull'i­
dentificazione o formazione d'una lingua sovraregionale comune
destinata alla comunicazione letteraria e scientifica: lingua aulica e
curiale, cioè consacrata dall'uso della corte e dell'amministrazione.
Questo rapporto di causa-effetto tra potere politico centralizzato e
costituzione di una lingua di cultura è tuttora una chiave di lettura
della storia dei volgari.
Lingua volgare è quella che spontaneamente impariamo dalla no­
stra nutrice. Accanto ad essa ci può essere una lingua secondaria, co­
me il Latino, che si dice grammatica: lingua dotta, più stabile, acqui­
sita (ma non da tutti), che accompagna (ma non in tutte le culture)
la lingua naturale. Quanto al volgare illustre, non lo si può identifi­
care con nessuno dei dialetti italiani, ma in tutti è presente: come la
pantera, che non si riesce a localizzare pur avvertendone ovunque
l'odore. Si tratta di costruirlo con l'opera di magistero cosciente dei
doctores illustres. Dante civetta qua e là con la terminologia dialetti­
ca del tempo. Tutto ciò che è molteplice può essere ridotto all'unità
di un genere. Così i volgari dovranno essere ridotti all'unità di un
volgare illustre, che si realizza in ciascuno di essi dal più al meno, co­
me Dio si manifesta dal più al meno nell'uomo o nell'animale o nel
vegetale o nel minerale, ecc. e in nessuno si trova mai nella sua inte­
rezza. Nella cornice platonica Dante introduce una nozione antro­
pologica destinata a una lunga storia: che ci siano per ogni comunità
specifici elementi di identificazione, nei costumi, nelle leggi, nelle
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 79

abitudini come negli idiomi (il 'genio delle nazioni' , come si dirà con
un'espressione divenuta luogo comune fra Sei e Settecento, il 'genio
della lingua' ) .
Tutto ciò appare tanto più importante se si guarda allo stadio di
grammatizzazione all'epoca raggiunto dai volgari. Quando Dante
scrive il suo trattato, la sola lingua finitima e affine ai volgari italiani
che fosse stata oggetto di descrizione grammaticale era il provenzale.
Solo a partire dalle grammatiche umanistiche dell'italiano e dello spa­
gnolo ha inizio la produzione di grammatiche, lessici, manuali d'or­
tografia delle lingue moderne d'Europa, destinata a intensificarsi a
partire dal Cinquecento. È l'avvio di un processo che coinvolge via via
anche le lingue d'altri continenti, specie le lingue amerindie, descrit­
te in numero sempre maggiore da missionari specialmente spagnoli.
Baggioni ( 1 997 ) data al Quattro-Cinquecento la prima «rivoluzione
ecolinguistica»: una redistribuzione territoriale delle lingue dovuta
alla sempre maggiore concorrenza dei volgari rispetto al latino nel­
l' amministrazione, nella letteratura bellettristica e scientifica, nella
comunicazione religiosa soprattutto a partire dalla Riforma prote­
stante, e poi alla diffusione della stampa (la seconda rivoluzione eco­
linguistica essendo quella con cui nell'Ottocento gli Stati tendono a
omogeneizzare anche linguisticamente il territorio nazionale con la
scolarizzazione di massa e la creazione di un'omogenea struttura am­
ministrativa) . L'acquisita coscienza della varietà linguistica non toglie
peraltro la tendenza, diffusa nella filologia rinascimentale e tardo-ri­
nascimentale, a postulare o ricercare l'unità originaria delle lingue. In
questa tendenza ideologica (nostalgia della condizione edenica, ri­
cordo del miracolo pentecostale, riscoperta della lingua-madre), pa­
radossalmente, sono da ricercare alcune fra le radici del comparati­
smo che si proclamerà poi scientifico.
L'immagine di una radicale rottura tra la linguistica ottocentesca
('scientifica') e la tradizione di studi precedenti ('prescientifici'), ac­
creditata dai comparatisti, è oggi posta in dubbio. Gli studiosi han­
no prodotto una quantità di dati che inducono a pensare piuttosto a
una trasformazione interna di quella tradizione. Molti princìpi svi­
luppati dal comparatismo sono già tra i punti fermi della filologia dal
tardo Rinascimento al secolo XVIII: l'esistenza di una protolingua
da cui sarebbero derivati i principali gruppi linguistici dell'Europa
e dell'Asia; lo sviluppo delle lingue in dialetti e di questi in lingue in­
dipendenti; l'idea che, per accertare la parentela delle lingue, il con­
fronto delle strutture grammaticali sia più importante della compa-
80 Il linguaggio. Storia delle teorie

razione lessicale; l'idea che la validità di un'etimologia debba essere


confermata da una qualche regolarità ('analogia') nella variazione fo­
netica. Filologia sacra e profana contribuiscono entrambe alla defi­
nizione di questi temi. Nella cultura umanistica si delinea, con Val­
la, la figura dell'interprete dei testi sacri come tecnico cui compete il
restauro della lettera, la sua liberazione dalle superfetazioni poste­
riori. Nella Germania riformata come nella pubblicistica cattolica, la
parte della lettera e dello spirito nella lettura dei testi sacri è oggetto
di accese controversie. La critica biblica afferma che il testo sacro va
sottoposto allo stesso metodo esegetico di ogni altro oggetto di filo­
logia. Chi studia la Bibbia si trova a interpretare le più antiche testi­
monianze della storia: non sorprende dunque che opere come l'Hi­
stoire critique du Vi'eux Testament del francese Richard Simon ( 1 680)
si occupino dell'antropologia delle origini e avanzino ipotesi glotto­
genetiche.
Nel viluppo di osservazioni, riflessioni, speculazioni che è la sto­
ria della filologia dal tardo Medioevo fino ai primi dell'Ottocento
pesa la tradizione teolinguistica, che induceva a cercare nella com­
parazione tra idiomi conferme al paradigma biblico. n primato del­
l'ebraico viene seriamente revocato in dubbio solo a partire dalla
metà del Seicento, quando si fa strada la cosiddetta ipotesi scitica -
l'idea di un'origine delle lingue poi dette indo-europee dalle regioni
a nord del Mar Nero (' Scizia') - mentre l'ebraico veniva finalmente
identificato come lingua semita. La storia linguistica è spesso detta­
ta dai nazionalismi nascenti: dimostrare la maggiore prossimità d'u­
na lingua alla presunta lingua madre era una patente di primogeni­
tura per la nazione che la parlava.
Un erudito in cui tutti questi fili si raccolgono è Gottfried
Wilhelm Leibniz. I suoi studi storico-comparativi vanno congiunti
all'interesse per le funzioni simboliche del pensiero e per la possibi­
lità di ridurle a sistemi di scrittura o lingua artificiale. La prima com­
ponente (quella 'linguistica') è rimasta in ombra fino a tempi recen­
ti rispetto alla componente 'logica'. Numerosi studi di Gensini han­
no mostrato come i diversi settori della riflessione leibniziana sul lin­
guaggio e le lingue non solo non siano tra loro in contraddizione, ma
anzi si compongano e organizzino in una vera e propria filosofia del­
le lingue.
Un primo punto, e fondamentale, è la limitazione dell'arbitrarietà
semantica. Vige nelle lingue artificiali un'assoluta arbitrarietà del se­
gno che nelle lingue naturali è vincolata da motivazioni intrinseche al-
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 81

la genesi della parola. L a causa più spesso evocata da Leibniz è l a cor­


rispondenza tra suoni e moti dell'animo che si manifesta nell'onoma­
topea. Le lingue sono nate da un «qualche impulso naturale degli uo­
mini, i quali adattarono i suoni alle affezioni e ai moti dell'animo». La
nascita delle parole è sì accidentale, ma regolata dall' «analogia della
voce con l'affezione dell'anima che accompagnava la sensazione del­
la cosa» (Brevis designatio, 17 10: Leibniz 1 995 , pp. 174-75 ) . Sulla ba­
se di quest'analogia si risale all 'etimo, che sopravvive soprattutto nei
toponimi e nomi di persona. L' onomatopea come caratteristica della
lingua originaria e principio attivo nelle successive ha una storia che
risale al Cratilo e alla scienza etimologica degli Stoici passando per Isi­
doro di Siviglia e l'enciclopedismo medievale. Dall ' estremismo eti­
mologizzante di questa tradizione Leibniz si dissocia quando ricorda
la trasformazione che il tempo opera nei significati nativi delle paro­
le, rendendole irriconoscibili. È il motivo per cui ritiene vani i tenta­
tivi di ricostruzione della lingua originaria.
Per spiegare questo intreccio di naturale e arbitrario, Gensini
( 1 995 , p. 23 ) si richiama ali' «epicureismo mediato» sotto la cui gui­
sa il naturalismo linguistico antico si trasmette al pensiero moderno.
Il naturalismo leibniziano ha però un secondo aspetto, che non è ri­
ducibile all'epicureismo. A limitare l'arbitrarietà concorre un prin­
cipio che potremmo definire sintattico: il rapporto di 'proporzione',
anch'esso naturale (iscritto, diremmo oggi, nel codice genetico uma­
no) , che sussiste fra l'organizzazione dei segni indispensabili per
pensare e l'organizzazione delle cose:

se si possono impiegare caratteri per il ragionamento, c'è qualche dispo­


sizione (situs) complessa, qualche ordine che conviene alle cose, se non
nelle singole parole [. . ] almeno nella loro connessione e flessione. E que­
.

sto ordine variato corrisponde, in qualche modo, in tutte le lingue. [ . . ].

Sebbene i caratteri siano arbitrari, nondimeno il loro uso e la loro con­


nessione hanno alcunché di non arbitrario, vale a dire una qualche pro­
porzione tra caratteri e cose, e le relazioni che hanno tra loro caratteri di­
versi che esprimono le stesse cose. E questa proporzione o relazione è il
fondamento della verità. Essa infatti fa sì che, sia che noi impieghiamo
questi o quei caratteri, il risultato sia sempre identico o equivalente o cor­
rispondente in proporzione (Leibniz 1 968, p. 176) .

La piena misura del naturalismo leibniziano si ha solo tenendo


insieme i due aspetti. Perfino i sistemi artificiali di notazione (la cha-
82 l/ linguaggio. Storia delle teorie

racterirtica, di cui parleremo tra poco), i cui elementi sono arbitrari,


funzionano, come le lingue, grazie alla naturale proporzione tra nes­
si reali e nessi ideali.
Per un'idea della poliedricità della semantica leibniziana valga la
disamina di Gensini (2000, pp. 23 -34), da cui ricavo un elenco di te­
mi. l ) La distinzione tra significato lessi cale (signz/icatio, signi/icatus)
e significato in contesto (sensus). Questa distinzione (peraltro già
operata, ricordo, dalla semantica medievale) sarebbe da mettere in
relazione con la pratica leibniziana dell'ermeneutica giuridica, natu­
ralmente attenta al senso delle parole quando interagiscono in un te­
sto. 2) La funzione dei tropi (metafora, metonimia, sineddoche) nel­
le trasformazioni del significato. 3) La distinzione tra le parole (ver­
ba) del linguaggio ordinario, semanticamente elastiche, e i termini,
rigidamente definiti, del linguaggio scientifico. 4) La tesi che l'im­
perfezione del linguaggio ordinario è tuttavia funzionale alle sue fi­
nalità espressive e comunicative: nell'uso del parlare, dice Leibniz,
spesso un solo periodo contiene dieci sillogismi e perciò al difetto di
logica rimediamo con la forza d'immaginazione, con la familiarità
dei modi di dire, con la conoscenza della materia trattata. 5 ) La tesi
della onniformatività delle lingue, l'idea cioè che esse possano par­
lare di tutto. Infine, 6) l'idea di cogitatio caeca propria dei linguaggi
formalizzati, che procedono per via di simboli senza 'riempirli' pas­
so passo di materiale intuitivo, ed evitando con ciò di aggravarsi di
contenuti nazionali: grazie a questo dispositivo simbolico le lingue
sono in grado di parlare di cose di cui non possiamo avere un'im­
magine (per esempio del chiliagono o poligono di mille lati) e di an­
ticipare e condensare il pensiero.
Gli scritti di Leibniz sono un'enciclopedia del sapere linguistico
coevo e non sorprende trovarvi due temi distinti, ma non necessa­
riamente incomunicanti che caratterizzano il dibattito teorico del
tempo: i progetti di lingua artificiale e la cosiddetta mistica del Ver­
bo. Entrambi partecipano di quella esigenza di ricostruzione dell'u­
nità linguistica che animava anche la filologia. Nei progetti di lingua
artificiale la motivazione pratica - unificare la comunità dei dotti
frammentata dall'avvento dei volgari; sottrarre la comunicazione
scientifica alle ambiguità del linguaggio ordinario - andava talora
congiunta a un movente religioso: la conversione degli infedeli, co­
me nel caso dell'Ars magna di Raimondo Lullo, nel XIII-XIV seco­
lo; più tardi la riunificazione delle confessioni cristiane, divise dalle
guerre di religione. La speculazione sulle radici dell'universo sim-
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 83

bolico, rinnovata nei primi decenni del Seicento dal mistico tedesco
Jacob Boehme, s'incontrava con la rappresentazione corrente della
natura come discorso del Creatore alla creatura. Tanto la costruzio­
ne ex novo di lingue perfette quanto la ricostruzione del simbolismo
naturale originario erano una risposta allo scetticismo linguistico.
Dall ' Umanesimo al tardo Rinascimento i filosofi tengono rispetto al
linguaggio ordinario un comportamento ambivalente. Lo presenta­
no come pietra di paragone del discorso sensato e l'oppongono co­
me tale al gergo degli Scolastici. Oppure lo denunciano come stru­
mento malfido e lo oppongono - anche in questo caso in funzione
antiscolastica - all" autopsia' della natura, l'approccio diretto con le
cose, nucleo della nuova pratica scientifica. Vedremo esempi del pri­
mo atteggiamento in umanisti come Valla e Nizolio, ne troviamo
un'eco in Leibniz. Incontreremo l'esempio più noto e influente del
secondo atteggiamento accennando tra poco all'influsso di France­
sco Bacone. I due temi si intersecano spesso, e talvolta si sovrap­
pongono.
Quando si parla di lingua universale nel Sei-Settecento non si in­
tende un sistema esemplato sulle lingue naturali e destinato a sosti­
tuirle nella comunicazione internazionale, come l'esperanto in età
moderna. Si intendono due diversi tipi di costruzione artificiale. Una
è la characteristica universalis, sistema di scrittura i cui caratteri de­
notano direttamente le cose. Questo si pensava facessero i caratteri
cinesi, la cui conoscenza i missionari gesuiti avevano importato ai
primi del Seicento, e che insieme ai geroglifici egizi venivano indica­
ti come esempi di scrittura simbolica. L'altra, più interessante da un
punto di vista teorico, è la lingua filosofica (o universale) .
Questi progetti fioriscono soprattutto in Gran Bretagna, dove il
latino era meno praticato, e dove il problema della comunicazione
scientifica era oggetto di discussioni diffuse. L'esigenza di una carat­
teristica universale è posta da Francesco Bacone, nume tutelare del­
la filosofia scientifica inglese del Seicento, e l'ispirazione 'baconiana'
di progetti come quelli di George Dalgarno (Ars signorum, 166 1 ) o
John Wilkins (Essay towards a Rea l Character an d a Philosophical
Language, 1668) è esplicitamente dichiarata. La lingua universale è
presentata come rimedio all'inaffidabilità della lingua naturale, che
Bacone aveva sottolineato con la sua dottrina degli idola /ori: le fal­
se immagini delle cose che si annidano nel parlare e che ciascuno di
noi interiorizza apprendendo la lingua materna. Ai progetti di lingua
artificiale concorrono motivi diversi, oltre all'emendamento dei
84 Il linguaggio. Storia delle teorie

mezzi di trasmissione del sapere: l'ideale enciclopedico rinascimen­


tale, con la sua aspirazione a una sistematizzazione totale dello sci­
bile; l'eredità delle antiche 'arti della memoria' intese alla memoriz­
zazione di dati; progetti diversi di riforma pedagogica e religiosa.
Cauta sull'argomento l'opinione di Cartesio: finché una «vera fi­
losofia» non abbia consentito di ordinare e numerare tutte le nostre
nozioni, si otterrà tutt'al più un dizionario poliglotta in cui a ogni pa­
rola primitiva corrisponde un carattere. Che un sistema del genere
diventi una lingua è cosa che ci si può aspettare solo «nel paese dei
romanzi» (Lettera a Mersenne, 1629). Del tema si occupa con mag­
giore fiducia Leibniz, nella Dissertatio de arte combinatoria ( 1 666) e
in successive riflessioni sulla grammatica universale. Ciò non con­
trasta con il suo interesse per le lingue naturali: non c'è una con­
traddizione di principio tra la consapevolezza del carattere empiri­
co delle formazioni storiche e la progettazione di sistemi di notazio­
ne che riducano al minimo o tendenzialmente eliminino, a vantaggio
della comunicazione scientifica, i fattori accidentali connessi con la
genesi storica e tutta umana degli idiomi terreni.
Non descriverò i numerosi progetti di lingua artificiale. Tutti pre­
vedevano una previa classificazione delle nozioni, un inventario del­
lo scibile, debitamente gerarchizzato secondo generi e specie fino ai
generi sommi, e una morfologia e sintassi estremamente semplifica­
te. Non sorprende dunque che, via via che si diffondeva la popola­
rità del paradigma linguistico-epistemologico lockiano, fondato co­
me presto vedremo sulla critica della possibilità stessa di classifica­
zioni 'reali', questi progetti divenissero desueti.

5 .2 . Filosofie della storia, filosofie della lingua


Della mistica del Verbo abbiamo visto le radici, occupandoci della
tradizione teolinguistica, negli scritti dello Pseudo-Dionigi ( § 2 .4) e
nel sincretismo greco-giudaico di Filone di Alessandria (§ 3 .2 ) . Vei­
colata dal platonismo medievale, era penetrata nella cultura umani­
stica e vi aveva incontrato la tradizione mistico-simbolica della Cab­
baia sviluppatasi nelle comunità ebraiche d'Europa nei secoli XII­
XIII. Aveva accompagnato il pensiero teologico cristiano, con pun­
te alte di elaborazione negli scritti del teologo tedesco Johannes
Eckhart tra il XIII e il XIV secolo. Era stata rielaborata da altri due
filosofi tedeschi, Nicola Cusano e Jacob Boehme, e rinverdita dalla
voga della setta rosacrociana, una confraternita che prendeva il no-
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 85

me da un Christian Rosenkreuz, viaggiatore tedesco che si diceva


avesse riportato dall'Oriente testimonianze dell'antica sapienza teur­
gica. n tema neoplatonico dell'ineffabilità del principio divino si in­
trecciava con quello giovanneo della identificazione di Dio con il Lo­
gas, o Verbo; con quello, pure neoplatonico, delle forme sensibili del
cosmo come autorivelazione simbolica del Verbo; con il tema ago­
stiniano della parola interiore che non appartiene a una lingua, ma
tutte le precede come lo spirito precede la lettera.
La mistica del Verbo permea in vario modo la riflessione lingui­
stica. Per esempio nella speculazione etimologica, dove la ricerca
della radice si identifica spesso con la ricerca stessa della lingua ri­
velata da Dio ad Adamo, in cui ogni cosa aveva il suo nome 'vero',
non soggetto all'accidentalità e contingenza delle denominazioni
umane. Per esempio nella distinzione tra la conoscenza puramente
simbolica delle forme naturali (incarnazioni dell'Ineffabile, che non
possono essere conosciute se non attraverso i modi dell'umana per­
cezione, consacrati nelle parole) e una conoscenza apriori, di princì­
pi che sono manifestazione diretta del logas e fondamento della stes­
sa capacità di pensare. n confine tra spiegazione mistica e spiegazio­
ne naturalistica del potere delle parole è spesso sottile, come il con­
fine tra magia e scienza. L'astrologia, fra l'altro, spiegava l'efficacia
delle formule magiche e degli incantesimi come caso particolare del­
la simpatia, o concordanza, che regge l'intero universo naturale: la
magia verbale è il potenziamento artificiale di qualità naturali del
suono. Sottile era il confine tra magia e medicina, se si pensa al tema
del valore terapeutico dei suoni, che agiscono sulla virtus imaginati­
va, capace di generare fenomeni di somatizzazione.
Diffusa era l'idea che l'arbitrarietà del segno fosse effetto di oblio
della lingua originaria. Questa era ipostatizzata come entità meta­
storica la cui struttura si identificava con la struttura stessa del pen­
siero e in cui vigeva una totale aderenza tra parole e cose. Oppure la
si collocava in una sfera pre- o protostorica: il giusnaturalismo (cioè
la discussione sui diritti naturali, inalienabili, che dovevano stare al­
la base del contratto tra sovrano e sudditi) aveva creato un interesse
nuovo per le forme di vita pre-istituzionali e dunque per lo stato di
natura, per la ricostruzione dello stato nascente delle istituzioni. n
tema delle origini assumeva perciò un'importanza rilevante nelle
trattazioni dei filosofi del diritto, per esempio in Samuel Pufendorf,
autore di una famosa opera sul diritto naturale (De iure naturae et
gentium, 1672 ) , dove fra l'altro veniva riproposta la tesi 'epicurea'
86 Il linguaggio. Storia delle teorie

secondo la quale il linguaggio si sarebbe sviluppato spontaneamen­


te nei primi gruppi umani a partire da interiezioni e onomatopee,
sotto la spinta di emozioni e passioni. La tesi veniva rilanciata anche,
contemporaneamente, da un settore molto specifico della filologia
che ho già menzionato, la critica biblica.
n caso più interessante d'intersezione tra teoria giuridica e lin­
guistica è la Scienza Nuova di Giambattista Vico (due versioni, 1725 ,
1744 ) . Nessuna teoria generale del diritto può prescindere da una
«scienza d'una lingua comune a tutte le prime nazioni» (Vico 197 1 ,
pp. 1 86-87 ) . Le lingue sono parte essenziale della «iconomia del di­
ritto naturale delle genti» (ivi, p. 176) perché il diritto stesso è fin
dall'inizio incorporato nelle forme del linguaggio. Questo è a fon­
damento di ogni società; accompagna di fase in fase lo sviluppo del­
le istituzioni fin dall 'inizio della storia profana, che Vico fa risalire al
Diluvio universale. Esce da questo una progenie di uomini imbe­
stiati, sprovvisti di raziocinio, la cui sapienza è una sapienza fanta­
stica o poetica, sostanzialmente fondata su procedure di personifi­
cazione delle forze naturali. È l'età degli dèi, cui succede l'età degli
eroi, fase dei regimi patriarcali e del potere aristocratico, e infine
l'età degli umani, con l'avvento della ragione e la costituzione delle
repubbliche. Del pari il linguaggio passa dalla fase dell'espressione
muta, fatta di gesti e rappresentazioni emblematiche, alla fase delle
procedure simboliche, corpose, proprie della mentalità primitiva, fi­
no a quella del linguaggio ormai emancipato dalla sacralità delle for­
mule e capace di esprimere astrazioni. Ne è un esempio il diritto di
proprietà. L'acquisto di un campo in Grecia era fondato sull'inter­
pretazione dei segni divini; nel primitivo diritto romano, le leggi del­
le XII tavole imponevano che la consegna fosse accompagnata da ri­
tuali atti simbolici; nel diritto moderno basta la dichiarata volontà di
trasferire il possesso.
Nelle comunità primitive, inoltre, la lingua è elemento di identi­
ficazione del gruppo sociale. Coloro che hanno lingua comune, leg­
gi e dèi comuni costituiscono la casta dei patres, i nobili il cui pote­
re si fonda sulla capacità di parlare con gli dèi per mezzo degli au­
spìci. n diritto aristocratico è fondato dunque sul monopolio della
parola e tramonta via via che questa si estende alle classi subalterne.
Le leggi possono allora esprimersi in una lingua comune. La fine del
monopolio linguistico è l'inizio del regno dell'uguaglianza, della
convenzione linguistica e giuridica. I primitivi erano «osservantissi­
mi nelle parole circa i patti, le leggi e sopra tutto i giuramenti» per-
5. La filosofia delle lingue dali'Umanesimo all'Illuminismo 87

ché mancava loro «la copia de' trasporti» (ivi, p. 242 ) , la capacità,
cioè, di astrarre, distinguere e confrontare, emancipandosi dalla ma­
terialità delle formule in cui si esprime dapprima la norma giuridica.
Ma con l'avvento del raziocinio, le parole perdono la loro corposità,
diventano segni, si emancipano dalla naturale somiglianza con le co­
se, diventano capaci di coglierne l'universalità. La lingua è fatta or­
mai di <<Voci convenute» e ne sono «assoluti signori i popoli», per­
ché è la moltitudine che dà «i significati alle voci dentro le comuni
adunanze» (ivi, p. 327 ) .
L'origine del linguaggio è dunque un problema interno alla gene­
si delle istituzioni; le fasi della sua trasformazione coincidono con le
fasi della transizione istituzionale, secondo un cammino prefissato
dalla natura, che porta alla progressiva separazione di mito e logo, fa­
vola e discorso razionale. Con l'uso dei segni convenzionali l'uomo di­
venta un essere «discreto», cioè capace di astrarre e sceverare. Ma il
parallelismo tra lingua e altre istituzioni non finisce qui. Come c'è una
continuità accertabile tra diritto naturale e diritto positivo, così sussi­
ste nelle lingue convenzionali un elemento naturale: un nucleo poeti­
co che opera al loro interno generando metafore e altri tropi.
Nelle lingue arcaiche, la «povertà dei parlari», l'incapacità di
astrarre, stimolano la fantasia a registrare l'analogia tra cose distan­
ti, a cogliere i tratti sensibili immediatamente caratterizzanti dell' og­
getto e foggiare «universali fantastici», che definiscono in compen­
dio l'oggetto sulla base di quei tratti. I primitivi non sanno «appel­
lare una proprietà astratta ossia un genere» e si arrestano a un solo
aspetto, il più rilevante e sensuoso dell'oggetto definito. L'universa­
le fantastico isola una qualità dell'oggetto assumendola come tipo.
Questo dispositivo fantastico-definitorio opera nel gesto: l'anno, per
esempio, viene definito dall'atto del falciare, il fatto più rilevante nel
ciclo delle stagioni. Opera in forma verbale quando, per restare al­
l' esempio, Saturno portatore di falce diventa dio, cioè nome, del
tempo. Si è passati dalla definizione gestuale (il falciare) a quella per
caratteri divini, rappresentazioni di sostanze animate cui si attribui­
sce natura di dèi. La lingua in questa fase è un dizionario di figure
divine (trentamila, secondo Varrone, nel primo dizionario degli an­
tichi popoli del Lazio): dio il cielo che tuona, la terra seminata, il gra­
no che germina . . . In questo senso si può dire che «i primi parlari si­
gnificavano per natura» (ivi, pp. 276, 495 , 501).
Nell'età eroica, le sostanze naturali non sono più identificate con
figure di dèi, ma il meccanismo della denominazione è ancora la ge-
88 Il linguaggio. Storia delle teorie

neralizzazione fantastica, che non viene completamente meno nep­


pure nella fase finale della glottogenesi, quella dei «parlari convenu­
ti». La metafora, principio attivo nella glottogenesi, resta un princi­
pio permanente della produzione linguistica. Non c'è lingua infatti
che non incontri «la dura necessità di spiegare le cose spirituali per
rapporto alle cose de' corpi» (ivi, p. 273 ; cfr. pp. 447 , 484-86) .
Questa teoria della lingua è coerente con la metafisica di Vico,
con la sua tensione tra un primato della mente pura e le istanze con­
tinuamente reinsorgenti della corporeità e dell'empiria. Questa ten­
sione spinge Vico a teorizzare la perenne «inopia» di una mente in­
fetta dalla corporeità e a vedere nel linguaggio un processo di conti­
nuo adattamento dell'espressione, un faticoso procedimento per
tentativi ed errori, che segue le pieghe di un pensiero che si va for­
mando. La lingua è insomma un insieme di strategie adattative.
n materialismo d'età classica aveva messo in rilievo la funzione
degli elementi fantastico-passionali nella genesi del linguaggio. La
tesi epicurea era stata ripresa nel secolo XVII da scrittori di diritto
naturale, da filologi, da filosofi come Gassendi e Hobbes. Vico fa un
passo avanti: fa intervenire quegli elementi anche nelle lingue del­
l'«uomo civile» che nasce dalla trasformazione dell'uomo selvatico
grazie alle istituzioni.

5 .3 . Le mutazioni del trivio


L'enunciazione più sintetica ch'io conosca dell' 'antiretorica' cristia­
na è quella che ne dà il teologo Alano di Lilla nelle sue Regulae
(XXXIV) . n discorso teologico, dice, dev'essere usitato, «perché la
Chiesa rifugge da profane novità verbali»; comprensibile perché di­
retto a tutti; consono alle cose di cui parla. A questa sobrietà di oh­
biettivi corrispondeva del resto il ruolo subordinato della retorica
nel curriculum degli studi in età medievale: tanto subordinato che
nella seconda metà del XIV secolo l'Università di Parigi abolisce ad­
dirittura la cattedra di questa disciplina.
n suo prestigio resta tuttavia indiscusso nelle università italiane,
dove la frequentazione dei testi ciceroniani è viva e diretta. Cicero­
ne, peraltro, è ovunque l'autorità maggiore dell'insegnamento della
disciplina fino al XIII secolo, quando la Retorica aristotelica comin­
cia a essere conosciuta attraverso commenti arabi e poi a circolare in
traduzione. Per Cicerone la retorica era il culmine della vita civile e
il ciceronianesimo ispira in Italia la professione legale e la pratica del-
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 89

le Segreterie e viene coltivato e divulgato fra il XIII e il XIV secolo


da intellettuali come Brunetto Latini e Francesco Petrarca, contri­
buendo a quell'idea del primato degli aspetti espressivi sugli aspetti
formali dell'argomentazione, della maggior efficacia dell'esemplifi­
cazione rispetto alla dimostrazione, che è propria del nascente Uma­
nesuno.
All a riscoperta dell'Institutio oratoria di Quintiliano ( 14 1 6) e a
quella, di poco successiva, del De oratore di Cicerone, si accompa­
gna ora, tra Quattro e Cinquecento, la conoscenza diretta della tra­
dizione greca, divulgata dagli immigrati bizantini. La retorica tende
a trasformarsi in una vera e propria teoria dell'argomentazione. Ciò
finirà per avere un effetto liberatorio anche sulla logica, che passa
dallo statuto medievale di arte della disputa a quello, moderno, d'u­
na teoria generale dell'investigazione. La sua autonomia di scienza
formale rispetto alle scienze del linguaggio s'era andata producendo
d'altronde anche per altre vie, tra i logici inglesi del Trecento e poi,
verso la fine del secolo, nella scuola di Parigi, con l'elaborazione del­
l'idea di linguaggio mentale e della sua priorità rispetto al linguaggio
espresso. A questa emancipazione della logica avrebbe dovuto cor­
rispondere una pari autonomia degli studi grammaticali. Di fatto il
monolinguismo culturale dovette pesare a lungo, confermando l'i­
dea (condivisa da Dante: Convivio, I, V) del latino, perpetuo e in­
corruttibile come appunto la logica. Ciò può sembrare strano, se si
pensa alla trasformazione ch'esso andava subendo per l'influsso dei
volgari e sotto la spinta delle finalità pratiche e amministrative im­
poste dalla rinascita delle città dopo il Mille e dallo sviluppo di una
sempre più complessa economia di scambio. Si spiega forse col fat­
to che il latino - lingua legata alla scrittura o alle pratiche altamente
istituzionalizzate della Chiesa, delle università, delle Cancellerie - si
imparava a scuola, ed era oggetto di una descrizione rigorosa, eleva­
ta spesso a dignità di grammatica universale.
L'idea che anche il latino sia soggetto a variazione diacronica si
diffonde solo nel Quattrocento, con il programma umanistico di una
sua 'restaurazione': salvo poi il fatto che, proponendo come model­
lo l'ineguagliata perfezione dei classici, proprio la critica umanistica
tende a fissare un nuovo ideale metastorico di lingua. Le Elegantiae
!in guae latinae di Lorenzo Valla sono un testo canonico in questa di­
rezione, da leggere accanto alle Dialecticae disputationes dove, criti­
cando le procedure e il linguaggio tecnico della Scolastica, l'autore
elabora una teoria dell'argomentazione fondata non sulla dimostra-
90 Il linguaggio. Storia delle teorie

zio ne sillogistica, ma sulla cogenza degli esempi, sull'efficacia degli


entimemi, delle risorse interlocutorie della lingua, sull'uso, che di­
venta supremo criterio. Valla interpretava le esigenze di comunica­
zione civile della nuova intellettualità laica, ed esponeva princìpi de­
stinati a segnare a lungo la specificità della cultura italiana. Uno, im­
portante, che sta alla base della 'rivoluzione retorica' degli umanisti,
è l'avversione al metodo, per la pretesa che ha di giungere a conclu­
sioni incontrovertibili. Gli si contrappone la libertà di una dimo­
strazione continuamente riaperta con argomenti pro e contro, via via
aggiustata alle circostanze. Tutto ciò induceva all'esplorazione siste­
matica delle risorse del linguaggio ordinario, che diventa supremo
scrutinio delle scienze. La filologia, suprema arte critica, si applica
anche alla logica, a sostegno, ad esempio, della posizione nominali­
sta di Nizolio ( 1956, pp. 4 1 -54). Che gli universali siano appellativi
assunti figurativamente a designare una collettività d'individui è pro­
vato secondo lui dall ' uso dei maestri del disserere, i classici greci e la­
tini, che non esitano a costruire al plurale gli enunciati che riguar­
dano universali ('Quicquid patimur mortale genus . . . ') così come
quelli che riguardano i veri collettivi ('Sic dixerunt multitudo .. . ' ) .
La riforma della dialettica ebbe conseguenze pedagogiche in tut­
ta Europa. Nella nuova arte dell'argomentazione l'efficacia del ragio­
namento è determinata, più che dal rispetto di rigorose regole d'infe­
renza, dalla cogenza degli argomenti da cui parte o dalla plausibilità
delle citazioni e testimonianze addotte. Diventano centrali la topica,
cioè la classificazione dei luoghi comuni, e l' inventio, cioè la scoperta
degli argomenti strategicamente appropriati. Questa mutazione del­
le arti del trivio corrispondeva ai bisogni di una società laica e mer­
cantile, in cui la retorica si presentava come teoria dell'argomenta­
zione civile e gli studi di grammatica dovevano sopperire alle neces­
sità di una più ampia scolarizzazione. Si critica la sterilità dell'argo­
mentazione sillogistica, identificata con la 'Filosofia delle Scuole': il
tema riecheggia sia presso i fautori delle humanae litterae sulla scia di
Valla, sia nei teorici del metodo sperimentale come Francesco Baco­
ne. In questi ultimi, tuttavia, la critica della dialettica non viene fatta
dal punto di vista della retorica, ma in nome di un approccio 'autop­
tico' alla natura: il vero linguaggio della scienza non è il sillogismo né
l' entimema, ma l'osservazione e l'esperimento. L'oscillazione tra le ra­
gioni dell'eloquenza e quelle d'una scienza rigorosa indica il ruolo am­
biguo della retorica in una cultura divisa tra l'ideale umanistico del vir
civilis e i nuovi progetti di filosofia scientifica.
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 91

Nel rigetto della Filosofia delle Scuole gioca il fatto che con l'U­
manesimo emerge una nuova figura di filosofo legato alle professio­
ni civili e a mansioni politico-amministrative più che all'insegna­
mento universitario. Dall'Umanesimo fino ai primi dell'Ottocento le
linee maestre della filosofia (salvo che in Germania, anche li con ec­
cezioni importanti) si sviluppano fuori delle università. Dante era un
politico, Valla un segretario di corte, Francesco Bacone un avvocato
e ministro di Stato, Cartesio occasionalmente un soldato, Hobbes
era un istitutore privato, Leibniz bibliotecario di corte, Locke medi­
co e consigliere politico, l'abate Condill ac viveva della sua sinecura,
Vico aspirò invano a una cattedra di diritto, Herder era predicatore
di corte; tutti erano scrittori /ree lance. Con il diffondersi delle uni­
versità esemplate sul modello creato ai primi dell'Ottocento in Ger­
mania, la figura del filosofo e quella del professore di filosofia tor­
neranno (anche qui con qualche eccezione) a coincidere.
Anche la grammatica è coinvolta nel mutamento epistemologico.
La misura in cui le grandi grammatiche latine del Rinascimento di­
pendono dai modelli medievali è oggetto di discussione, e discussa è
anche la continuità, rispetto alla grammatica speculativa, della cosid­
detta grammatica generale. I due testi fondatori di questa tradizione
di studi sono la Grammaire générale et raisonnée di Arnauld e Lance­
lot ( 1 660) , e la Logique, ou l'art de penser di Arnauld e Nicole ( 1 662 ) ,
conosciute anche sotto la denominazione compendiosa di Gramma­
tica e Logica di Port-Royal perché destinate alle scuole di quell'abba­
zia. La loro fortuna trasmette alla cultura del Settecento l'idea di una
grammatica che si occupi delle strutture generali del discorso pre­
scindendo dalle particolarità delle lingue. I due testi sono stati ogget­
to di opposte valutazioni: accusati di avere perpetuato una tradizione
logico-linguistica arcaica o, al contrario, salutati come l'atto di nasci­
ta della grammatica moderna. Insieme con la Retorica di Bernard
Lamy, essi operano certamente una redistribuzione dei compiti fra le
tre antiche arti del trivio. La Grammatica è una teoria delle parti del
discorso, preceduta da un capitolo sui fondamenti della fonetica. Nel­
la Logica si espone il rapporto biunivoco fra struttura del giudizio e
struttura della proposizione, e si svolge un'analisi dei fondamenti del­
la semantica (la sfera del 'concepire' come atto che precede il giudi­
care) . La Retorica tracima decisamente dall'alveo tradizionale della
disciplina, le cui competenze coincidono ormai con quelle di una teo­
ria generale del linguaggio e comprendono uno studio delle sue ori­
gini e della sua storia, una semiotica che include considerazioni di na-
92 Il linguaggio. Storia delle teorie

tura fonosimbolica, una classificazione delle parti del discorso, una


teoria dei tropi come principio di mutamento semantico e infine una
teoria della persuasione fondata sulla psicofisiologia cartesiana.
Nel sottotitolo della Grammaire leggiamo che questa si occuperà
delle «ragioni di ciò che è comune a tutte le lingue e delle principa­
li differenze che vi si riscontrano». Definizioni analoghe propongo­
no Nicolas Beauzée, autore di una Grammaire générale ( 1767) e
compilatore della maggior parte delle voci grammaticali dell'Enry­
clopédie; e César Chesneau Du Marsais, autore di Véritables princi­
pes de la grammaire ( 1 730), il quale spiega inoltre che la grammatica
universale deve occuparsi dei suoni articolati, delle «lettere che ne
sono i segni», della «natura delle parole e i differenti modi in cui que­
ste devono essere costruite o flesse per costituire un senso» (Du Mar­
sais 1797 , p. 274) . Già nei testi di Port-Royal, la nozione di uso ve­
niva introdotta a rendere conto delle deviazioni dalle norme genera­
li della grammatica, fino ad assurgere a dignità di un principio che,
assommando tutti i fattori accidentali ed empirici connessi alla pras­
si linguistica, spiegava la diversità delle lingue e la loro variazione
diacronica. La loro unità restava garantita dalla correlazione tra ope­
razioni mentali e strutture della lingua, espressa nel modo più sinte­
tico nel titolo di un capitolo della Grammatica di Port-Royal (Il, I) :
«Per comprendere i fondamenti della grammatica occorre conoscere
quel che awiene nella nostra mente». Per questo Beauzée ( Gramm.
I, XXXI I) poteva dire che la grammatica generale «non è se non l'e­
sposizione ragionata delle procedure [della] logica naturale». Que­
sta viene ricostruita attraverso lo studio delle manifestazioni lingui­
stiche empiriche, con una procedura induttiva non incompatibile
con l'idea che i princìpi della grammatica siano apriori.

La scienza grammaticale è anteriore a tutte le lingue, perché i suoi


princìpi non suppongono se non la possibilità delle lingue, che sono gli
stessi che dirigono la ragione umana nelle sue operazioni intellettuali, in
breve sono eternamente veri. L'arte grammaticale, al contrario, è poste­
riore alle lingue, perché gli usi linguistici devono esistere prima che li si
riferisca artificialmente ai princìpi generali del linguaggio e i sistemi di
analogie che costituiscono l'arte non possono essere se non il risultato
delle osservazioni fatte sugli usi preesistenti (Beauzée, Gramm. l, X-XI) .

Ogni grammatica universale, come teoria dei princìpi di costru­


zione degli enunciati di tutte le lingue reali o possibili, presuppone
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 93

l'esistenza di universali linguistici. Anche per questo, Noam Chom­


sky ( Cartesian Linguistics, 1966: Chomsky 1970), ha individuato
nella tradizione razionalista del Seicento un precedente del proprio
progetto teorico (§ 8. 1 ) . In realtà, per tutto il secolo e oltre, l'idea
di una struttura profonda comune a tutte le lingue è largamente
condivisa anche dagli empiristi o sensualisti, come Locke, Condil­
lac e altri autori che esamineremo in quel che segue. Gli universali
del linguaggio sono intesi come risultato empirico della sostanziale
uniformità organica degli uomini e della conseguente uniformità di
rappresentazioni costruite sulla base di sensi e procedimenti men­
tali genericamente umani anche se relativamente condizionati da
tempi, luoghi e circostanze. In quanto tali, essi sono certamente
'apriori' rispetto alla loro realizzazione empirica, sono potenzialità
del linguaggio realizzate dalle lingue in modo contingente, varia­
mente incarnate nelle strategie dell'espressione e della comunica­
zione. Ma questo non significa che debba essere apriori il metodo
della ricerca relativa. Tutto questo risulterà più chiaro da quanto
ora vedremo occupandoci della teoria delle parti del discorso e del
dibattito sull'ordine analitico: due esempi della nozione di univer­
sale linguistico.
A fondamento della teoria delle parti del discorso sta l'idea che
in tutte le lingue a tratti del pensiero debbano corrispondere tratti
della catena parlata, disposti secondo criteri di grammaticalità.
Questo principio può essere a buon diritto definito un universale
linguistico. Ma se tutte le lingue hanno parti del discorso, non tut­
te le lingue hanno tutte le parti del discorso: in altri termini non tut­
te le lingue realizzano allo stesso modo uno stesso universale, anzi
ve n'è alcune in cui questo resta allo stato potenziale. Universale,
insomma, non è la parte del discorso o categoria grammaticale, che
anzi è contingente. Universale è la funzione sottostante. Qualche
esempio, tratto dalla Grammatica di Beauzée. Non tutte le lingue
hanno l'articolo, ma tutte assolvono in qualche modo la funzione
dell'articolo, di mettere a fuoco gli individui cui si applica il nome
generale. O ancora: la temporalità è essenziale al verbo, ma trova
realizzazioni diverse nelle diverse lingue. Nel numero ciò che è uni­
versale è l'uso del singolare e del plurale. n duale è ridondante, per­
ché la pluralità pertiene al due come al mille : perché allora non di­
stinguere tante pluralità particolari quanti sono i numeri? Anche
sul piano della sintassi, ci sono attualizzazioni diverse delle relazio­
ni che sussistono tra le rappresentazioni mentali del parlante. Non
94 Il linguaggio. Storia delle teorie

tutte le lingue sono flessive, ma tutte realizzano in modi contingenti


la funzione della flessione, con l'uso di preposizioni, di casi, con un
sistema misto di entrambi. La contingenza delle realizzazioni di­
pende dalla diversità delle procedure cognitive, da classificazioni di
natura pragmatica, dall ' uso, che spiega ad esempio l'anarchia che
regna nell'attribuzione del genere ai nomi o nel sistema dei modi e
tempi verbali.
Questa tendenza 'psicologista' , già abbozzata nell'opera del ra­
zionalista Beauzée, si accentua nella Grammaire di Etienne Bonnot
de Condillac, prima parte del suo Cours d'études ( 177 5 ) , e nella sua
teoria delle lingue come metodi analitici ( § 5 .6), cioè come strumenti
che ci consentono di sezionare, distinguere e disporre in successio­
ne contenuti mentali che ci sono dati in modo globale e di passare
così dalla simultaneità dell'immaginazione e del pensiero alla linea­
rità del discorso. «Quest'arte è nata con le lingue e, come le lingue,
si è lentamente perfezionata. [...] Assolutamente necessarie per po­
ter rendere conto a noi stessi dei nostri pensieri, esse lo sono anche
per condurci a idee che mai avremmo avuto senza il loro concorso»
(Condillac 1986, pp. 132-33 ) .
Le parti del discorso sono appunto strumenti per analizzare il
pensiero. N asco no e si sviluppano via via che si estendono le sfere
dei bisogni e delle conoscenze degli individui e dei popoli. Pur di­
verse e contingenti, non sono perciò arbitrarie. «Poiché le parole so­
no segni delle nostre idee, bisogna che il sistema delle lingue sia for­
mato su quello delle nostre conoscenze». Le parti del discorso dif­
feriscono «perché le nostre idee appartengono a classi differenti»; i
nessi sintattici esistono «perché noi non pensiamo se non collegan­
do le nostre idee» (ivi, p. 26) . La formazione delle categorie gram­
maticali, come quella dei nessi morfosintattici, obbedisce a leggi psi­
cologiche generali: «il sistema del linguaggio è in ogni uomo che par­
la» (ivi, p. 63 ) .
L a storiografia linguistica h a a lungo contrapposto questa posi­
zione, tacciata di razionalismo, all'induttivismo della ricerca com­
parativa sulle lingue, istituendo così una cesura fra la tradizione
(prevalentemente francese) della grammatica generale e la scuola
storico-comparativa (prevalentemente tedesca) che si costituirà ai
primi dell 'Ottocento. Ma in linea di principio, sostenere che la
struttura delle lingue sia unificata dal comune radicamento nei di­
spositivi della mente non impedisce la pratica del metodo indutti­
vo nella ricerca linguistica. E infatti il confronto fra le lingue non è
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 95

affatto estraneo al metodo della grammatica generale. La ricostru­


zione della logica naturale sottostante alle lingue parte proprio di
lì: non c'è altra procedura per il sensualista Condillac, ma neppure
per il razionalista Beauzée, né per un altro autore, di lingua tedesca
e di tradizione leibniziana, come Johann Heinrich Lambert. Nel
Neues Organon ( 1764, III, 127) Lambert indica nella comparazio­
ne delle lingue, in mancanza d'una metalingua ideale che possa ser­
vire da pietra di paragone, il metodo per accertare la necessità del­
le parti del discorso. Queste devono esistere in tutte le lingue per­
ché esprimonò variazioni, determinazioni e rapporti dei realia; ma
la loro realizzazione è contingente, come ci mostra l'analisi delle
lingue (il tedesco, in questo caso, con il greco, il latino e, occasio­
nalmente, l'ebraico in funzione di metalingue) . Le osservazioni su­
gli elementi psicologici e pragmatici che intervengono a determina­
re la struttura morfosintattica delle diverse lingue accompagnano
come un contrappunto la descrizione che Lambert fa della gram­
matica generale. E il divario tra la struttura morfosintattica reale
(delle lingue) e quella ideale (del linguaggio) è considerata non so­
lo inevitabile, ma funzionale allo sviluppo e alla produttività delle
lingue stesse (ivi, III, 277 sgg. ) .
L'inerenza tra le parti del discorso e le categorie fondamentali
del pensare (essere, forza, spazio, tempo) è affermata da un altro
autore (il più immune, si noti, da sospetti di riduzionismo logico­
linguistico) , cioè Johann Gottfried Herder, nella Metakritik ( 1799) .
li senso del discorso di Herder è di mostrare, contro Kant, la ge­
nesi empirica delle funzioni cognitive fondamentali. Le categorie,
lo spazio, il tempo, spiega, sono operazioni dell'intelletto attive nel­
la strutturazione dell'esperienza come nella costituzione delle lin­
gue: «alia base del discorso sta il tipo di un atto di connessione del­
l'intelletto» (Herder 1993 , p. 1 13 ) . Come spazio e tempo, anche le
categorie, universali profondamente connaturati al linguaggio, so­
no prodotti dell'intelligenza prelinguistica, dell'esperienza corpo­
rea, un caso particolare della generale legge di integrazione del vi­
vente, per cui ogni fibra vegetale o animale trae o astrae dal mon­
do circostante ciò di cui ha bisogno. Proprio per l'integrazione tra
forme della lingua e forme generali dell'esperienza, dallo studio
delle lingue parte ogni conoscenza delle leggi della psicologia co­
gnitiva. Abbiamo qui un buon esempio di quel che si intende per
'psicologismo' nelle teorie della lingua: la tendenza a convalidare le
leggi generali del linguaggio confrontandole con le procedure rap-
96 Il linguaggio. Storia delle teorie

presentazionali della mente e a rintracciarne la genesi nei processi


cognitivi preverbali. L'analisi semiotica diventa uno strumento in­
sostituibile per una 'storia naturale dell'anima' . In questa prospet­
tiva, negli ultimi decenni del secolo XVIII, la letteratura psicologi­
ca si occupa delle patologie linguistiche (sordomutismo, afasia) , ca­
si in cui si interrompe la sinergia fra funzioni rappresentative pre­
linguistiche e articolazione verbale.
La teoria delle parti del discorso, nel Settecento, viene sviluppa­
ta sulla base di una indiscussa omologia tra logica naturale e strut­
ture linguistiche. Tutti, razionalisti o sensisti, concordano sul fatto
che le categorie grammaticali sono universali linguistici. Le posizio­
ni non sono omogenee invece per quanto riguarda un altro tema dif­
fuso del dibattito grammaticale, quello sul cosiddetto ordine analiti­
co: l'organizzazione delle parti del discorso nella proposizione è
conforme a un naturale concatenamento delle idee o si modella se­
condo forme variabili, empiricamente determinate? Per alcuni de­
cenni la discussione coinvolge grammatici, filosofi e letterati, Rias­
sumo qui le due opposte soluzioni illustrandole con testi di Beauzée
e Condillac.
L'ordine analitico è il modo in cui «le idee parziali d'uno stesso
pensiero sono concatenate l'una all'altra in una successione fondata
su rapporti che le legano tra loro e al tutto» (Beauzée, Gramm. I, p.
VII) . Tanto l'analisi del pensiero quanto l'analisi del discorso attesta­
no l'esistenza di un «prototipo originale e invariabile, [ . . . ] fonda­
mento unico e immutabile delle leggi della sintassi in qualsiasi lingua
immaginabile» (ivi, Il, pp. 467 -68), riprodotto in alcune con l'uso
della costruzione diretta che ripete la successione stessa delle idee,
in altre realizzato con l'uso delle flessioni. Solo in questo secondo ca­
so l'uso delle inversioni è legittimo, l'ordine logico delle parole es­
sendo comunque suggerito dalle desinenze. Ma quali che siano le
procedure adoperate, la costruzione diretta resta per Beauzée (come
per Du Marsais) il prototipo universale di ogni enunciazione.
D'altro avviso è Condillac (e con lui Diderot) : «non c'è ordine di­
retto né inverso nella mente, che percepisce le idee tutte insieme. [. . . ]
Solo nel discorso queste si succedono. I due ordini sono entrambi
naturali» ( 1 986, pp. 306-3 07 ) . Nessuna lingua può fare a meno di in­
versioni, e «se sono necessarie bisogna pure che diventino naturali»
(ivi, p. 3 10). Tutte le strategie, compresa l'inversione, si giustificano
in forza della loro capacità di organizzare le rappresentazioni men­
tali in forme di pensiero verbalizzabile.
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 97

5.4 . Mente, linguaggio, lingue


Nel 1660 la Grammatica di Port-Royal inaugura una tradizione di
studi di filosofia della grammatica. Trent'anni dopo, nel 1690, esce
un altro testo destinato a diventare canonico, l'Essay concerning
Human Understanding di John Locke. li potere del linguaggio nella
classificazione del mondo conoscibile, la sua relativa indipendenza
dai realtà e dunque l'arbitrarietà e storicità del segno linguistico so­
no temi centrali della sua filosofia della mente.
Locke dà del segno una definizione che include non solo i segni
verbali, ma anche le rappresentazioni mentali di oggetti, eventi, rela­
zioni. Già la categorizzazione è un'attività semiotica, e i processi di
produzione linguistica mimano i processi di costruzione dell' espe­
rienza. Si pensi alla genesi delle parole. Tutte nascono, afferma Locke,
come contrassegni di idee sensibili. Anche quelle che si usano per
esprimere azioni o nozioni remote dai sensi da questi traggono tutta­
via la loro origine, e da ovvie idee sensibili vengono trasferite a signi­
ficati più astratti. Qualche esempio: 'spirito' significava in origine 'ali­
to', 'angelo' significava 'messaggero'. Se fosse possibile ricondurre
tutte le parole alla loro fonte, si constaterebbe che in ogni lingua i no­
mi che designano oggetti non sensibili traggono però origine da idee
dei sensi. Questa genesi metaforica garantisce alle parole un origina­
rio fondamento iconico: la genesi del nome ripete il processo cono­
scitivo, dai dati sensibili verso una sempre maggiore generalizzazione.
La massima parte del lessico è costituita da termini generali, né
può essere altrimenti. Una lingua fatta di nomi propri trascendereb­
be i limiti della memoria umana. Inoltre, i nomi sono intelligibili pro­
prio perché sono generali, cioè intersoggettivi: si riferiscono a colle­
zioni di particolari che non sono necessariamente le stesse per tutti
gli interlocutori. L'essenza d'una specie di cose particolari è un'idea
astratta designata dal nome. Certo, si deve supporre che sussista, nel­
le cose naturali, una costituzione reale delle parti, da cui scaturisco­
no le qualità sensibili che ci servono per distinguerle e classificarle.
Ma è un'essenza a noi ignota, che perciò non ha alcuna parte nel
meccanismo della significazione. In questo sono coinvolti invece il
nome, la cosa e l'idea che funge da mediazione fra di essi. Insomma,
creando le idee astratte e contrassegnandole con i nomi, gli umani
«si pongono nella condizione di considerare le cose, e parlarne, per
dir così, a fasci» (Saggio, IIVm, 20) e questo favorisce l'organizza­
zione delle rappresentazioni e la loro comunicazione.
98 Il linguaggio. Storia delle teorie

L'intervento dell'astrazione è minimo nelle idee semplici, che si


riferiscono immediatamente all'esperienza sensibile (una sensazione
di calore, l'impressione di un colore, ecc.). I relativi nomi sono in­
definibili; ma poiché hanno un immediato riferimento alla relativa
sensazione ( 'ecco il rosso'), sono anche i meno ambigui e controver­
si. La libertà di astrazione è massima invece nel caso di idee com­
plesse, soprattutto quelle che non hanno un referente oggettivo, un
modello in natura (per esempio i termini morali e giuridici) . In que­
sto caso la mente «unisce e ritiene certe collezioni, come altrettante
idee specifiche distinte; mentre altre, che ricorrono in natura altret­
tanto spesso e sono suggerite altrettanto chiaramente dalle cose
esterne, vengono neglette, e non ricevono particolari nomi o speci­
ficazioni» (ivi, IIVv, 3 ) Queste idee non motivate da modelli natu­
.

rali sono pensabili anche in mancanza di una sola loro realizzazione.


Per esempio: termini come resurrezione hanno un significato indi­
pendente dalla reale esistenza dei fenomeni che designano. Per
esempio omicidio: non c'è, in natura, un nesso più particolare tra l'i­
dea di uccidere e l'idea di uomo, di quanto non ci sia tra l'idea di uc­
cidere e l'idea di pecora; e tuttavia solo per il primo caso esiste un
termine specifico. Non c'è in natura alcun nesso specifico tra l'idea
di omicidio e l'idea di padre, e tuttavia nelle nostre lingue l'uccisio­
ne del padre viene designata con il nome specifico di parricidio. An­
che in questi casi, la mente «unisce arbitrariamente, a formare idee
complesse, ciò che le conviene, mentre altre [ . ] vengono lasciate di­
. .

sperse, e mai combinate a formare una sola idea, perché in quei ca­
si gli uomini non hanno bisogno di un solo nome» (ivi, III/v, 6).
Quello che conta, insomma, non è un modello in natura, una con­
nessione reale delle idee tra loro congiunte, ma una finalità in senso
lato pratica, una pertinenza che nasce dalle necessità della comuni­
cazione, dettata da fattori di costume, tradizione, abitudine. Per
questo le lingue continuamente si rinnovano, vecchi termini cadono
in desuetudine, nuovi termini vengono coniati, via via che costumi e
bisogni nuovi modificano il repertorio mentale della comunità dei
parlanti. Per questo esistono parole che non hanno corrispettivo in
altre lingue, o termini che, pur sembrando traduzioni letterali, vei­
colano significati diversi: come i termini di misura latini bora, pes, li­
bra, che coprono idee diverse da quelle dei termini inglesi, apparen­
temente identici, hour, foot, pound. E questa discrepanza fra termi­
ni apparentemente analoghi in lingue diverse è tanto maggiore quan­
to più complesse sono le idee relative. Molte parole sono «ammassi
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo alqlluminismo 99

di idee messe assieme a piacere dalla mente secondo i fini che essa
persegue nel discorso» (ivi, IIVIX, 7 ) . n nome è l'unica garanzia del­
la persistenza e unità dell'idea.
Questa mancanza di modelli nella costituzione di oggetti menta­
li vale, in minor grado, anche nel caso di oggetti esistenti in natura.
Anche qui i nomi designano classi la cui ampiezza non può essere
determinata sull a base di un'essenza reale che non conosciamo. Uno
stesso nome può avere, per i diversi parlanti, connotazioni diverse,
perfino nel caso dei termini apparentemente più ovvii. Si prenda il
termine 'uomo' . Se l'essenza cui esso corrisponde non fosse di volta
in volta costituita da incerte e variabili collezioni di idee, non si di­
scuterebbe se il feto debba essere battezzato, se debbano essere bat­
tezzati i parti deformi, se appartengano alla specie umana le creatu­
re mostruose di cui favoleggiano i viaggiatori. Distinguiamo con no­
mi diversi l'acqua e il ghiaccio che sono una sola sostanza, non l'oro
liquido nella fornace e l'oro solido tra le mani dell'orefice. Tutto ciò
non accadrebbe se le classi sulla cui base distinguiamo e nominiamo
le cose non fossero opera dell'uomo, ma riproduzione di confini po­
sti dalla natura a distinzione di specie reali. Certo, nell'idea di un og­
getto raccogliamo caratteristiche che si suppongono concomitanti in
natura. Ma quali e quante è una scelta contingente. In genere ci si ac­
contenta di associare poche evidenti qualità sensibili, per lo più for­
ma e colore. Ma ciò dipende dalle inclinazioni, dalle determinazioni
pratiche dell'osservatore, dalla sua capacità di osservazione, dagli
strumenti di cui dispone. Una stessa idea complessa contiene per al­
cuni un numero maggiore, per altri un numero minore di idee sem­
plici. Un color giallo brillante basta a un bambino per costituire l'i­
dea dell'oro; altri vi aggiungono il peso, la malleabilità, la fusibilità,
altri ancora qualità diverse. Così persone diverse hanno 'essenze' di­
verse dell'oro a seconda che vi includano o no alcune o altre idee
semplici. Insomma a costituire i significati concorrono gli usi cor­
renti, la natura della lingua usata, le necessità della comunicazione
che rendono pertinenti alcuni e non altri aspetti delle cose di cui si
parla. Questo conferisce al linguaggio un potere sul pensiero, che
non avrebbe se le parole fossero la semplice traduzione di significa­
ti stabili e garantiti da essenze reali. n pensiero è dunque in parte de­
terminato dal linguaggio; le stesse lingue naturali ci inducono a pen­
sare la realtà, a classificare le cose, in certi modi invece che in altri.
n fatto che le costellazioni di idee raccolte in un significato varii­
no da un interlocutore all'altro, da una lingua all ' altra, poneva evi-
100 Il linguaggio. Storia delle teorie

dentemente un problema quanto alla possibilità della comunicazio­


ne. La risposta di Locke è inequivocabilmente pragmatica: si parla,
dice, come se le essenze nominali fossero stabili, e identiche nella
mente del parlante e dell'ascoltatore. È questo il presupposto tacito
di ogni atto comunicativo. Ed è ciò che rende Locke, e la linguistica
illuminista dopo di lui, così sensibili e attenti al tema dei difetti e so­
prattutto degli abusi delle parole. L'eccessiva complessità delle idee
cui si riferiscono, l'incertezza del riferimento, l'uso di parole vuote,
gli slittamenti semantici non registrati dai parlanti, sono tutti casi di
abuso linguistico. Si può rimediare con un uso critico del linguaggio,
con il ricorso ad esempi e definizioni, con la costanza nell'uso dei ter­
mini. Ma «esigere che gli uomini usino le loro parole costantemente
nel medesimo senso, e non per altre idee che non siano determinate
e uniformi, significherebbe pensare che tutti gli uomini dovessero
avere le stesse nozioni, e non dovessero parlare mai d'altro se non di
ciò di cui abbiano idee chiare e distinte» (ivi, IIVXI, 2 ) .
Il tema non era privo di precedenti. Bacone, nella sua dottrina de­
gli idola, aveva denunciato le distorte immagini delle cose che si an­
nidano nelle parole. Della critica degli errori e inganni perpetrati nel
linguaggio e col linguaggio i filosofi dell'illuminismo si serviranno
come strumento di critica della filosofia scolastica; ma soprattutto
affideranno all'analisi delle idee la funzione di prevenire le prevari­
cazioni che nascono dagli abusi della lingua.
Non è difficile riconoscere nella teoria lockiana dei nomi gene­
rali la ripresa dell'antico problema della costituzione di generi e
specie. Molti fra i contemporanei la interpretarono come una for­
ma di nominalismo. In effetti, Locke liquida la soluzione realista
con la sua tesi dell'inconoscibilità dell'essenza reale; e certo i pro­
cedimenti di categorizzazione non sono da lui considerati dal pun­
to di vista dell'antologia, ma solo da quello dei comportamenti
mentali. Ma la mente si comporta in modo diverso a seconda che
debba classificare oggetti naturali o artificiali. È, per dir così, una
mente concettualista quando classifica le sostanze (fa una ricogni­
zione delle qualità e su questa base, come può e come le conviene,
costruisce la classe, i cui confini restano tuttavia sempre modifica­
bili e incerti) . È una mente nominalista quando classifica enti pen­
sabili, ma non empiricamente localizzabili (che sussistono dunque
solo in forza del nome). È insomma una mente opportunista, quel­
la descritta da Locke, che sceglie strategie diverse a seconda del
compito che le si propone.
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 101

Una soluzione nuova, dunque, di un problema antico. Ora, l a ri­


presa di un tema, la sua rielaborazione e fortuna hanno sempre un
motivo. Nel caso di Locke questo è insieme etico-politico ed episte­
mologico. Nella sfera delle istituzioni il linguaggio era apparso, per
esempio a Hobbes, il criterio per eccellenza di fondazione dei giu­
dizi di valore. Valutare la giustizia di un'azione è possibile solo risa­
lendo alla norma positiva che determina il significato di parole come
giusto e ingiusto. Anzi, le leggi positive sono definizioni nominali, sti­
pulazioni di significati. Dalla sua riflessione sul patto istitutivo della
norma etica e giuridica, Hobbes era stato indotto a formulare, al­
meno nella sfera del linguaggio morale, un rigoroso arbitrarismo. Il
nominalismo etico diventava così, in qualche modo, il corrispettivo
linguistico del contrattualismo in politica.
L'altro motivo ispiratore della semiotica lockiana era il bisogno di
creare una teoria della lingua adeguata alla nuova epistemologia. Il
problema che si poneva alla nuova fisica era di spiegare le qualità del­
la materia senza dover fare ricorso a entità metafisiche come le forme
sostanziali. E a ciò sopperiva la tesi secondo la quale l'essenza dei cor­
pi, che consente la loro classificazione secondo specie, è la materia
stessa considerata sotto diverse denominazioni specifiche, via via
adattate alle sue mutazioni. Proprio i nomi rappresentano l'elemento
di continuità di cui l'intelletto può servirsi per tener ferme le nozioni.

Quello che oggi è erba domani è carne di pecora; e, pochi giorni do­
po, viene a far parte di un uomo: e in tutti questi e altri singoli cambia­
menti, è evidente che l'essenza reale delle cose - ossia quella costituzio­
ne da cui dipendevano le proprietà di queste cose diverse è distrutta e
-

perisce con loro. Ma assumendosi le essenze come idee stabilite nella


mente, con nomi annessi a ciascuna, si suppone che esse rimangano co­
stantemente le stesse, quali che siano le mutazioni cui vanno soggette le
sostanze particolari. Infatti, qualunque cosa accada di Alessandro e di Bu­
cefalo, si suppone tuttavia che le idee cui sono annessi i nomi di uomo e
cavallo rimangano le stesse; e così vengono preservate intere e intatte le
essenze di quelle specie, quali che siano i cambiamenti cui vanno sogget­
ti alcuni o tutti gli individui di quella specie (ivi, II VIII , 1 9) .

Non le essenze reali, dunque, rendono possibile il sapere, m a le


essenze nominali cioè, in ultima analisi, l'uso di nomi.
Delle molte polemiche suscitate dal 'nominalismo' di Locke ri­
corderò un solo caso, importante per il nostro argomento: le criti-
102 Il linguaggio. Storia delle teorie

che di Leibniz, tese a limitare (non a negare) l' arbitrarismo. Nei


Nouveaux Essais sur l'entendement humain (scritti fra il 1703 e il
1705 , pubblicati postumi nel 1765 ) , Leibniz attacca Locke, per co­
sì dire, dall'alto discutendone le premesse metafisiche e dal basso
accumulando materiale empirico a dimostrazione delle cause natu­
rali che agiscono nella produzione linguistica. Partirò dalla distin­
zione, su cui richiama l'attenzione Gensini (2000, p. 25 ) , tra idee e
rappresentazioni mentali (cogitationes) . Le prime (essenze, generi e
specie) sono «possibilità indipendenti dal nostro pensiero» (Nuovi
Saggi, III/m). Se nessuno avesse mai commesso parricidio e nessun
legislatore l'avesse previsto, la possibilità del suo accadere sarebbe
tuttavia possibile «e la sua idea sarebbe reale. Poiché le idee sono
in Dio da tutta l'eternità e sono anche in noi prima che vi pensia­
mo attualmente» (ivi, III/IV, 17). A differenza delle idee, che sono
apriori, che condizionano e guidano i processi di categorizzazione,
le rappresentazioni sono costruite in proporzione ai bisogni e alle
conoscenze. n punto della contestazione è dunque la tesi lockiana
che si dia esperienza solo di oggetti individuali; che solo a partire
da questi possa aver luogo qualsiasi processo di categorizzazione,
mentale o linguistica, le rappresentazioni empiricamente condizio­
nate essendo i soli contenuti mentali di cui disponiamo. Le consi­
derazioni sulle lingue naturali sono secondarie e il dissidio non è
neppure radicale: sia per Locke che per Leibniz nella genesi delle
lingue agiscono dispositivi psicologici naturali. Tra questi prevale
per Locke la tendenza a metaforizzare, per Leibniz i meccanismi fo­
nosimbolici. In entrambi i casi quei dispositivi assicurano una qual­
che i conicità ai segni linguistici. L'analogia postulata da Leibniz tra
a/fectus e suoni non poteva invece interessare Locke, che non si oc­
cupa dei meccanismi di produzione materiale delle lingue. Insom­
ma è diverso l'oggetto dell'analisi: Locke si occupa del rapporto tra
la categorizzazione linguistica e l'organizzazione dell'esperienza;
Leibniz delle condizioni elementari e irriflesse dell'attività mentale
che presiedono alla genesi delle lingue. Sono discorsi diversi, in li­
nea di principio non inconciliabili: è legittimo chiedersi perché
Leibniz voglia farli collidere. La risposta è che a Leibniz preme di­
fendere contro Locke la tesi degli universali come condizioni di
possibilità rispetto alle rappresentazioni empiriche. Riaffermati con
ciò i princìpi del realismo metafisica, peraltro, non ha difficoltà a
concedere, con Locke, che i segni linguistici siano in certa misura
arbitrari. Insomma, messo in salvo Platone (categorizziamo come ci
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 1 03

dettano le essenze reali) , Leibniz può mettersi a scuola da Epicuro


(vocalizziamo come ci dettano gli affetti) .
Leibniz aveva riposto nel simbolismo fonico il fondamento della
'somiglianza' fra la parola e il suo referente. All 'iconismo fonico il
naturalismo settecentesco associa, come princìpi generatori della pa­
rola, anche l'azione gestuale, fisiognomica, prosodica, il comporta­
mento motorio, l'istinto a metaforizzare. Quest'ultimo, relegato da
Leibniz tra i fattori 'tropici' della mutazione di significato delle pa­
role, era stato, come abbiamo visto, un caposaldo della semantica
lockiana. L'idea della metafora come generatrice oltre che trasfor­
matrice di significati diventerà un luogo comune del naturalismo set­
tecentesco.
Tanto poco i successori di Leibniz e Locke percepirono una con­
traddizione tra l'approccio storico-naturalistico, genetico, e quello
semantico-cognitivo, sincronico, da tenerne insieme i due aspetti,
sviluppando in sede di semantica storica i temi della tradizione na­
turalistica cui aveva attinto Leibniz, ma partendo in semantica co­
gnitiva dalla prospettiva lockiana. Natura e convenzione vanno in­
sieme, e insieme contribuiscono a spiegare la duplice indole delle lin­
gue, naturale e storico-istituzionale.

5 .5 . Semantiche dell'uso
Molte discussioni sui rapporti tra linguaggio e pensiero nel corso del
Settecento possono esser lette come contrappunto alla teoria lockia­
na. Ne abbiamo visto nei Nuovi saggi di Leibniz un esempio, il cui
esito teorico era stato di ridimensionare la nozione di arbitrarietà del
segno. George Berkeley trova invece nella sua metafisica immateria­
lista sostegno a un arbitrarismo ancor più radicale di quello lockia­
no. Il che lo induce a sottolineare la molteplicità degli usi non refe­
renziali, ma pragmatici del discorso, per esempio in un passo del­
l'Alciphron (VII, 14) che è una sorta di epitome della sua dottrina
linguistica. Significare idee, spiega, è solo una tra le funzioni dei se­
gni. Questi hanno altri usi: suscitare emozioni, produrre abiti men­
tali e disposizioni all ' azione: insomma usi «di natura attiva e opera­
tiva», che spesso si realizzano non solo in assenza di idee, ma in con­
dizioni in cui non è neppur possibile rappresentarsi idea di sorta.
Dietro queste affermazioni c'è la critica alla nozione lockiana di idea
generale astratta: non ci sono infatti per Berkeley altre idee generali
che quelle assunte come nomi di classi. Ma c'è anche la complessa
1 04 Il linguaggio. Storia delle teorie

teoria della percezione dell'Essay towards a New Theory of Vision


( 1 709, §§ 7 - 10) dove Berkeley aveva ridotto il rapporto tra segni lin­
guistici a un caso particolare del rapporto tra serie di idee eteroge­
nee, appartenenti a sensi diversi, che come tali non sono legate da un
nesso di somiglianza o di causalità, ma solo dall ' abitudine. Grazie a
questo legame puramente empirico noi costruiamo gli oggetti: la car­
rozza che ho sentito arrivare, poi ho visto arrivare, poi ho toccato sa­
lendovi, viene costruita dalla concomitanza di queste percezioni ete­
rogenee che non hanno tra loro nessuna necessaria inerenza. Non di­
versamente le parole suggeriscono all'immaginazione, con la media­
zione di suoni, 'oggetti' non pertinenti all'udito. A salvare il potere
comunicativo del linguaggio interviene la mente divina. Se infatti il
'linguaggio' delle percezioni funziona anche in assenza di qualsiasi
referente materiale è perché opera nella percezione un superiore di­
spositivo di rappresentazione che garantisce comunque il senso del
discorso, e quel dispositivo è il pensiero divino. C'è insomma, dietro
le percezioni e il loro arbitrario comporsi, un Soggetto che pensan­
do crea i referenti di un linguaggio che non è di per sé legato a un
mondo materiale di rappresentazioni.
n potenziale pragmatico della teoria linguistica dell'empirismo è
realizzato invece fuori da ogni schema teologico da David Hume.
Dall'abitudine il nome trae tutto il suo potere semantico: la sua fun­
zione non è di presentare, o rappresentare, gli individui che appar­
tengono alla classe designata o l'idea che è nella mente del parlante,
ma di suscitare nell'ascoltatore una disposizione a riferirsi a uno
qualsiasi degli individui stessi, a seconda della motivazione pratica o
delle necessità del comunicare.

La parola, non essendo capace di far rivivere l'idea di tutti [gli] indivi­
dui [compresi nella classe] , si limita a toccar l'anima [ . . . ] e fa rivivere l'a­
bitudine che abbiamo contratta nell'esaminarli. Essi non sono, di fatto,
presenti alla mente, ma solo in potenza; né li facciamo sorgere tutti distin­
tamente nell'immaginazione, ma ci teniamo pronti a prender in conside­
razione l'uno o l'altro di essi, secondo che ci spinga qualche intento o ne­
cessità presente. La parola sveglia un'idea individuale e insieme con essa
una certa abitudine; e quest'abitudine produce ogni altra idea individua­
le, secondo che l'occasione richiede (A Treatise on Human Nature, I/vn).

In questo passo Hume trae molte delle conseguenze implicite


nella rivoluzione semiotica iniziata da Locke. All a descrizione
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 1 05

lockiana della genesi astrattiva dei nomi generali si aggiunge, per


spiegarne il potenziale semantico, quella del comportamento abitu­
dinario dell'immaginazione, guidato da fattori prammatici.
Si può cogliere qui il passaggio da una semantica rappresenta­
zionale (com'era ancora in parte quella lock.iana) a una semantica
dell'uso. Questo passaggio è reso esplicito nei saggi On the lntellec­
tual Powers o/ Man ( 17 85) di Thomas Reid, principale rappresen­
tante della filosofia scozzese di fine secolo e teorico del senso comu­
ne. n passaggio avviene tuttavia in polemica contro il 'nominalismo'
humiano e contro le conclusioni scettiche cui questo induce. Oltre
che dalla sensazione, le idee derivano da un'altra fonte, indipenden­
te dall'esperienza, che Reid chiama senso comune, un corredo di
princìpi costitutivi del soggetto, che regolano la condotta teorica e
pratica dell'uomo e si riflettono nell'uso spontaneo della lingua. Da­
to questo nesso tra pratiche linguistiche spontanee e fondamento in­
tuitivo dei princìpi, è ovvio che l'analisi del linguaggio ordinario di­
venti per Reid il metodo elettivo della filosofia, il miglior accesso agli
stati mentali (pensare, apprendere, credere, volere, desiderare . . . ) , di
cui è inutile chiedere una definizione logica e che tuttavia sono chia­
ri per tutti quelli che comprendono una stessa lingua. Dal senso co­
mune spontaneo è guidata anche la categorizzazione dell'esperien­
za, cioè la costituzione delle idee generali: e l'uso linguistico comu­
ne (il consenso sui significati) è il criterio per giudicare della corret­
tezza delle 'combinazioni' da cui le idee generali risultano. Nella lin­
gua d'altronde non si esprime soltanto la struttura del giudizio; vi si
esprimono anche le «operazioni sociali della mente» - promessa,
preghiera, ordine, contratto, ecc. - forme che non sono referenziali,
ma operative.
Darò ancora due esempi di conversione da una semantica delle
idee a una semantica dell'uso. Uno è la breve sezione linguistica del­
la Philosophical Enquiry into the Origin o/ Our Ideas o/ the Sublime
and Beauti/ul di Edmund Burke ( 1757) . L'altro è la seconda parte del­
le Ricerche intorno alla natura dello stile di Cesare Beccaria (pubbli­
cata postuma nel 1809, ma probabilmente redatta negli anni 1770).
Per Burke la rappresentazione può bensì essere uno degli effetti
secondari della parola, ma non è il più importante, tant'è vero che
intere categorie di parole non hanno alcun potere rappresentativo e
ci sono idee (eternità, infinito . . . ) tra le meno rappresentabili eppure
tra le più suggestive. Anche le parole dotate di potere rappresenta­
tivo, d'altronde, non traggono la loro capacità comunicativa «dal fat-
106 Il linguaggio. Storia delle teorie

to di formare nell'immaginazione icone delle diverse cose che rap­


presenterebbero» (Burke 1958, p. 167 ) . C'è un'inevitabile discre­
panza tra la simultaneità dell'esperienza iconico-rappresentativa e il
succedersi dei suoni nel linguaggio verbale. Non è possibile, con­
versando, ma neppure necessario, tenere insieme l'immagine fonica
e l'immagine iconica, «saltare dal senso al pensiero, dal particolare
al generale, dalle parole alle cose» (ivi, p. 1 67 ) . Si possono insomma
capire le parole pur essendo incapaci di rappresentarsi le cose rela­
tive; le si può capire così bene da poterle riusare, e in modo del tut­
to adeguato, in contesti diversi. Burke trae esempi di ciò dalla sfera
delle patologie: Thomas Blacklock, cieco dalla nascita e raffinato
poeta descrittore della natura; Nicholas Saunderson, cieco dalla na­
scita e rinomato docente di ottica e teoria dei colori. La patologia ser­
ve come pietra di paragone della normalità: Saunderson, parlando di
fenomeni come la rifrangibilità e il colore, che non aveva mai visto,
non faceva nulla più di quello che noi tutti facciamo ogni giorno nel
comune discorso. «Quello che noi tutti facciamo ogni giorno nel co­
mune discorso», ecco: per capire questa frase non ci serve di avere
disegnate nella mente le idee di un giorno come 'ogni giorno' e di di­
scorso come 'comune discorso' . Per capire la frase 'andrò in Italia
l'estate prossima' non ci serve di avere dipinta nella mente la figura
del locutore che va per terra e per mare, a cavallo o in carrozza; l'i­
dea dell'Italia, con il verde dei campi, le messi mature, il tepore del­
l'aria . . . Tutte queste idee possono essere richiamate sì artificiosa­
mente con un atto di volontà, ma non sono affatto intrinseche al si­
gnificato delle relative parole.
Per Beccaria l'autonomia relativa dalle rappresentazioni è una ca­
ratteristica acquisita dai segni col passare del tempo: nelle lingue ci­
vilizzate, nessi sintattici sempre più complessi consentono alle paro­
le di richiamarsi reciprocamente, mentre diminuisce la corrispon­
denza uno a uno tra parole e idee, e <<le parole molte, molto familia­
ri, molto facilmente suggerentisi reciprocamente, ci risparmiano mol­
te attenzioni alle idee che rappresentano» (Beccaria 1984, p. 192 ) .
L'esempio estremo di questo modo di procedere è l'aritmetica, dove
«perdendo affatto di mira le cose numerate, [ci] si applica soltanto
alla semplice connessione dei segni numerici tra di loro» (ivi, p. 197 ) .
Con la differenza che i segni delle lingue naturali, non così i segni arit­
metici, sono soggetti a fattori di variabilità che dipendono dalle «di­
sposizioni e le circostanze diverse» del locutore (ivi, p. 198), il che
non vale evidentemente per i segni aritmetici.
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 1 07

5 .6. Le lingue come metodi analitici


Abbiamo incontrato Condillac come teorico della gr amm atica gene­
rale. Non meno importante è lo sviluppo delle potenzialità teoriche
della semiotica lockiana da lui operato a partire dalla critica del dua­
lismo di sensazione e riflessione, considerate da Locke fonti del pa­
ri originarie dell'attività psichica. Anche per Condillac la riflessione
è indispensabile alla vita mentale del soggetto, ma come 'sensazione
trasformata'. Nell'elaborazione dei dati primari dei sensi e nel colle­
gamento d'idee in cui consistono i processi di pensiero, l'uso di se­
gni è uno strumento indispensabile: il soggetto non dispone d'una
fonte interna di organizzazione, dunque è «con strumenti così estra­
nei alle nostre idee» come gesti, suoni, cifre, lettere, che ci eleviamo
alle conoscenze più sublimi (Saggio VIV, l ) . Quanto più è ricco il no­
stro repertorio di segni arbitrari, tanto maggiore è la capacità com­
binatoria della mente. Già il passaggio dalla simultaneità del pensie­
ro alla serialità del discorso è un procedimento analitico in cui «pos­
siamo osservare ciò che facciamo quando pensiamo». L'analisi del
pensiero «è già bell'e fatta nel discorso. È questo che mi induce a
considerare le lingue come altrettanti metodi analitici» (Condillac
1986, p. 2 ) . Pensare diventa un'arte, «e quest'arte è l'arte di parlare»
(ivi, p. 403 ).
La prima parte della Grammaire è intitolata all'analisi del di­
scorso e compendia la teoria via via elaborata a partire dall'Essai sur
l'origine des connaissances humaines, sopra citato ( 1746) , ma con
un'importante innovazione. Lì Condillac tracciava un ampio dise­
gno di filosofia della storia in cui il linguaggio di segni naturali (ge­
sti, espressioni corporee, voci inarticolate: il 'linguaggio d'azione')
rappresentava un'effettiva fase di sviluppo dell'umanità. Qui non è
un antecedente storico, ma una condizione di possibilità della co­
municazione. I segni comunicativi sono fin dall'inizio artificiali. A r­
tt/iciali, non arbitrari: per essere comprensibili, devono essere in­
fatti escogitati in analogia strettissima con i segni naturali. È il caso
della pantomima, del linguaggio dei sordomuti, dove i segni natu­
rali vengono per così dire ritualizzati e usati, consapevolmente, a fi­
ni comunicativi. I segni naturali che nascono dalla risposta sponta­
nea allo stimolo hanno, per chi li produce, la stessa simultaneità che
è propria del pensiero e del sentimento. Non così per gli interlo­
cutori, che li decodificano in successione. n passaggio dall'espres­
sione puramente sintomatica all'intenzione comunicativa trasforma
1 08 Il linguaggio. Storia .delle teorie

così il linguaggio naturale in discorso, il pensiero intuitivo in pen­


siero discorsivo: il bisogno di capirsi insegna le procedure d'anali­
si. Lo stesso locutore è indotto a scomporre il gesto o grido in ge­
sti successivi o voci articolate, locutori e interpretanti imparano ad
analizzare i loro pensieri, «poiché analizzare non è se non osserva­
re successivamente, e con ordine». Per facilitare l'analisi, «immagi­
nano nuovi segni, analoghi ai segni naturali» (Condillac 1 986, pp.
15- 16; cfr. pp. 65 -67 ) .
L'idea delle lingue come metodi analitici viene talora additata co­
me prova dell'intellettualismo di Condillac, della sua incapacità di
cogliere la spontaneità dei processi linguistici. Questa critica non tie­
ne conto del ruolo ch'egli attribuisce ai procedimenti analitici a ogni
livello dell'attività psichi ca. Scomposizione e ricomposizione sono
«quel che la natura fa fare a noi tutti» fin dalla percezione, fin dagli
automatismi connessi con le più elementari attività vitali. «L'analisi,
che si crede conosciuta solo ai filosofi, è conosciuta da tutti» (Logi­
ca : 1996, p. 684 ) : dai meccanici che per capire come funziona una
macchina la smontano e la rimontano, dalle sartine che per ripro­
durre un abito immaginano di disfarne e rifarne il modello. È una
pratica trasversale: attiva nella percezione come nelle competenze
manuali, essa opera nei processi di categorizzazione grazie ai quali si
formano generi e specie. È una procedura così utile da sembrare fi­
nalizzata a uno scopo. «Ma così non è. La natura la realizza a nostra
insaputa» (ivi, p. 69 1 ) .
Questa spontanea classificazione degli oggetti d'esperienza, l'u­
nificazione del molteplice sotto nomi dati, non ha nulla di stabile,
perché «distinguiamo le cose in classi non in base alla natura delle
cose, ma in base alla nostra maniera di concepirle» e le classi tendo­
no a moltiplicarsi in proporzione ai bisogni, a sfumare l'una nell'al­
tra, non avendo confini netti o definiti una volta per tutte (una pian­
ta può non essere albero né arbusto e tuttavia essere le due cose in­
sieme) . Guai se la categorizzazione fosse un inventario dell'universo
reale. È invece una prassi finalizzata al controllo del pensiero e alla
comunicazione: «una specie di divinazione che si fa con le parole»
(ivi, pp. 694-96) . Sicché, ben lungi dall'implicare la separatezza del­
le funzioni intellettuali superiori, il carattere analitico del pensiero
linguistico collega quest'ultimo con l'insieme delle operazioni men­
tali anche più elementari e indica in tutte le facoltà l'azione unitaria
di una forza naturale che si manifesta in tutti i gradi e stadi della vi­
ta psichica.
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 1 09

L'accusa di intellettualismo si perpetuò nella storiografia filosofi­


ca insieme al ritratto stereotipo di Condillac, tracciato dalla letteratu­
ra anti-illuminista, come di colui che aveva rappresentato l'invenzio­
ne del linguaggio come atto deliberato. L'accusa, che nella letteratu­
ra della Restaurazione venne estesa all ' intera teoria illuminista dell'o­
rigine del linguaggio, era adombrata nelle poche pagine che Rousseau
dedica al problema nel suo Discours sur l'origine et les /ondements de
l'inégalité. Per costruire una lingua, dice Rousseau con esplicito rife­
rimento a Condillac, bisogna classificare gli oggetti sotto denomina­
zioni comuni e generiche e per far questo bisogna conoscerne le pro­
prietà e differenze e ci vogliono osservazioni e definizioni, insomma
ci vuole una conoscenza della storia naturale e della metafisica, che i
primitivi non hanno di certo. Condill ac risponde in una nota della
Grammatica ritorcendo contro Rousseau l'accusa d'intellettualismo:
nemmeno noi oggi parliamo sulla base di categorizzazioni fondate su
definizioni o sulla conoscenza reale delle cose. ll nostro modo di ca­
tegorizzare non richiede «se non quel tanto di metafisica che è in noi
anche prima che impariamo a parlare, e che i bisogni producono già
nei bambini» ( 1986, p. 25) . Fondate su processi di categorizzazione
spontanea, le lingue «si sono formate, per così dire, senza di noi» (ivi,
p. 22) . E il sistema della lingua è sempre via via proporzionato al si­
stema di categorizzazione, nella filogenesi come nell'ontogenesi, nel
primitivo come nell'uomo civile, nel bambino come nell'adulto.
La spontaneità dei processi produttivi del linguaggio a partire
dalle sue precondizioni naturali è confermata dal fatto che Condil­
lac, anti-innatista fuor d'ogni dubbio per quanto riguarda la teoria
delle idee, dichiara esplicitamente che c'è un linguaggio innato. Gli
elementi del linguaggio «son nati con l'uomo [. .. ] , c'è un linguaggio
innato, sebbene non ci siano idee che lo siano». Proprio per assicu­
rare le procedure analitiche elementari insite in ogni attività vitale,
«occorreva che gli elementi di un linguaggio qualunque, già pronti,
precedessero le nostre idee» (Logica: 1 996, pp. 73 0-3 1 ) .
La continuità tra natura e artificio si traduce nella continuità del­
la materia vocale: la voce che s'impara ad articolare è la voce stessa
che prorompe nel linguaggio d'azione. La natura iconica che è pro­
pria di questo si trasmette in maniera diretta nell'onomatopea e per
via analogica con la qualità fonica e prosodica delle espressioni.
Charles de Brosses, scrittore di antropologia e teoria del linguaggio,
aveva pubblicato su questo tema un Traité de la /ormation mécani­
que des langues ( 1765 ) che era presto diventato il testo standard per
1 10 Il linguaggio. Storia delle teorie

lo studio dei fondamenti organici del linguaggio e dei fenomeni di


iconismo fonico delle lingue. Un cratilismo di fondo ispira a Charles
de Brosses un programma di scienza etimologica universale che
Condillac non condivide: l'iconismo fonico nasce dalla semplice
rappresentazione soggettiva delle cose, condivisa da «coloro che
cooperano ad una stessa lingua» (Condilla c 1986, p. 22) .
n requisito sostanziale d'una lingua è che sia commisurata ai biso­
gni di chi la parla, consentendo procedure analitiche adeguate a quei
bisogni. Non a caso la riforma del linguaggio scientifico è cominciata
dalle scienze in cui si è imposto il metodo analitico: la matematica, la
chimica, la fisica. Una lingua ben fatta è la condizione dell'arte di ra­
gionare: una scienza è una lingua ben fatta. n che non significa che sia
una lingua artificiale. Questa presuppone una compiuta enciclopedia
delle scienze e costituisce un sistema concluso. La lingua naturale è
invece aperta e commisurata a bisogni mutevoli, non è formalizzata.
Il fatto che, consentendo la scomposizione e ricomposizione del pen­
siero, costituisca un procedimento analitico non significa che sia ri­
ducibile a un calcolo. Al contrario, è casomai il linguaggio matemati­
co - di cui si occupa l'ultima e incompiuta opera di Condill a c, La lan­
gue des calculs ( 1 798) - a essere riducibile a una lingua. Nella comu­
nicazione scientifica come in ogni altro caso, una lingua ben fatta è
una lingua adeguata all'analisi del suo oggetto.
Dalla elementare semiosi implicita nella percezione e manifesta
nel linguaggio d'azione, fino alle più complesse articolazioni sintatti­
che delle lingue culte e alla pura analiticità delle lingue del calcolo,
una qualche forma di linguaggio accompagna tutte le pratiche cogni­
tive. Ciò non significa che Con dill ac identifichi pensiero e linguaggio.
Certo, questo condiziona il pensiero, ma come uno strumento condi­
ziona un'operazione, senza perciò identificarsi con esso. Nulla è più
lontano dalla mentalità degli empiristi classici, e di Condillac dopo di
loro, dell'idea (che sarà poi propria della filosofia idealistica e dei suoi
sviluppi nell'ermeneutica: § 7 . 1 ) , che il vissuto sia già originariamen­
te interpretato e mediato dal linguaggio. Condillac insiste in più pun­
ti sulla genealogia bisogni-pensiero-linguaggio e spiega questa deri­
vazione rappresentandola nella forma di centri concentrici la cui pe­
riferia è mobile e mutevole, che crescono via via che crescono rispet­
tivamente i bisogni e i mezzi (mentali, linguistici) per soddisfarli:

siccome i bisogni precedono le conoscenze, poiché ci inducono a for­


marcele, il cerchio dei bisogni è dapprima più ampio di quello delle co-
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 111

noscenze. [Queste] precedono le parole, dato che non creiamo parole se


non per esprimere idee che già abbiamo. Anche il cerchio delle cono­
scenze è all'inizio più ampio di quello delle lingue. Infine, [. .. ] le cono­
scenze tendono a riempire il cerchio dei bisogni, e le lingue crescono in
proporzione ( 1 986, pp. 29-30).

Certo, una volta costituitesi come formazioni storiche, le lingue re­


troagiscono sui modi di organizzare il pensiero, di costruire le scien­
ze. Condillac condivide con l'antropologia del tempo l'idea che le lin­
gue storiche orientino in qualche modo la mentalità dei parlanti. In­
siste sulla diversità delle lingue, sulle loro diverse potenzialità morfo­
sintattiche, sul fatto che manipolano e combinano a loro piacimento
gli elementi del pensiero. Ma si tratta appunto del condizionamento
che uno strumento può avere sull'operazione cui serve, senza che ciò
implichi una coessenzialità reale di pensiero e linguaggio.

5 . 7. I.:animale parlante: origini e storia


Il linguaggio non nasce insieme al pensiero: sopravviene a esso come
strumento atto ad organizzare conoscenze generate da bisogni. La
metafora dei cerchi concentrici ci introduce alla dimensione antro­
pologica della ricerca sul linguaggio e al tema della sua origine. La
remota antichità delle lingue, i segni che il tempo lascia su di esse, lo
stato nascente della facoltà del linguaggio sono nodi teorici ineludi­
bili per i filosofi della prima età moderna. Ne parlano fra gli altri Vi­
co e Condillac, Rousseau, Herder, Maupertuis, Condorcet, e anche
naturalisti, come Linneo e Buffon. Nel 1769 il tema viene proposto
dall'Accademia delle Scienze di Berlino, che premia Herder per un
saggio di cui ci occuperemo. Jean Itard, medico-filosofo della scuo­
la di Condill ac, mette alla prova le teorie del maestro nella riabilita­
zione di un bambino selvatico, abbandonato o sperdutosi nei boschi
della regione francese dell' Aveyron.
Studiare le origini umane significava porsi il problema del con­
fine tra mondo animale e umano, della possibile evoluzione dell'u­
manità dallo stato ferino. Nel valutare affinità e differenze, un ruo­
lo importante giocava la specificità della voce umana. La parentela
morfologica, sostenuta dalla tradizione aristotelica e galenica, tra
l'uomo e altri animali aveva trovato conferma negli sviluppi dell'a­
natomia comparata tra Cinque e Seicento. La voce umana (sola ca­
pace di articolarsi in parola) è la discriminante fra le due sfere e in-
1 12 l/ linguaggio. Storia delle teorie

sieme il loro punto di saldatura. Restano nella parola umana, nella


sua prosodia, tracce dell'espressione animale: fisiognomica, gesto,
grida di passione, istinto imitativo. Prima di diventare luoghi co­
muni filosofici, questi temi sono trattati da anatomisti come Fabri­
zio di Acquapendente. Lo studio della voce attraversa i campi più
disparati: la storia naturale, la meccanica acustica e la pratica di pro­
duzione automatica del suono, l'estetica musicale, la teoria della
predicazione, l'arte dell'attore. Ancora una volta, come nel mondo
antico, troviamo gli scettici schierati su posizioni animaliste e i 'dog­
matici' contro. Tra i primi Montaigne, che nell'Ap ologie de Ray­
mond Sebond ( 1576: II, XII ) non solo elenca i consueti esempi di ra­
ziocinio animale, ma descrive codici di comunicazione interspecifi­
ci, verbali e non verbali: questi ultimi, d'una varietà «che gareggia
con la lingua», non ignoti anche agli umani, che usano infatti «alfa­
beti delle dita e grammatiche in gesti» ( 1 992 , p. 587 ) . La parte del
dogmatico può essere rappresentata in questo caso da Cartesio.
L'anima delle bestie, nel modello cartesiano, è capace solo di im­
pressioni, e queste stimolano risposte vocali puramente sintomati­
che, prive della capacità composizionale dei segni linguistici. Un au­
toma di sembianze umane che emettesse voci a comando, spiega
Cartesio nel Discours de la méthode ( 1999, p. 328), sarebbe facil­
mente smascherato: nessuna macchina sa combinare parole per ri­
spondere a tono in ogni circostanza. L'argomento ricorre nell'epi­
stolario, ogni volta per segnalare negli animali l'incapacità di passa­
re dai sintomi della passione ai segni delle idee. Lo stesso meccani­
smo di stimolo-risposta vale per la comprensione: l'animale recepi­
sce le parole come suoni (cioè come impressioni sensibili ) , non co­
me segni (cioè come rinvii a idee) . La capacità di combinare i segni
nel discorso e renderli pertinenti in situazioni nuove contraddistin­
gue invece l'espressione umana: anche il bambino «organizza in ma­
niere diverse le parole che ha imparato» e fa «discorsi concatenati
che non possono essere effetto di un 'impressione corporea» (Lamy
1998, p. 72).
Da Cartesio derivano due tendenze all'apparenza contradditto­
rie. La tradizione iatromeccanica, o meccanica medica, descrive il
corpo con la metafora della macchina. Accolta dalla prima genera­
zione cartesiana (Mersenne, Cordemoy, Lamy) , si perpetua poi negli
studi di fonetica articolatoria, nella costruzione di strumenti capaci
di imitare la parola e il canto (le 'macchine parlanti' ) , nelle teorie e
pratiche di riabilitazione dei sordomuti, negli studi di ortografia e
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 1 13

nella ricerca di una 'meccanica delle lingue': «la spiegazione fisica,


che vale a pieno diritto per il fenomeno dell'emissione sonora, de­
borda fino a inglobare quello della prima formazione dei vocaboli»
(Séris 1 995, p. 269) . D'altra parte Cartesio è però una fonte dello spi­
ritualismo moderno: il dualismo di anima e corpo autorizzava a di­
stinguere le operazioni governate dalla causalità fisica, automatiche,
da quelle libere, regolate da un principio incorporeo. Così si spiega­
no gli aspetti creativi del linguaggio. Un animale, come la macchina
parlante, produrrà sempre i suoni per i quali è stato programmato:
«le parole che sento pronunciare da corpi fatti come il mio, invece,
non hanno quasi mai la stessa successione [. . ] e corrispondono co­
.

sì perfettamente al senso delle mie che non mi pare vi sia più adito a
dubitare del fatto che un'anima opera in loro come la mia in me»
(Cordemoy 1970, pp. 9- 1 0) . Agli animali è negato il principio dialo­
gico che permette di adattare gli enunciati a quelli dell'interlocuto­
re. Il carattere istituzionale dei segni non è se non un ulteriore aspet­
to della libertà che contraddistingue la condotta verbale dell'uomo
a fronte della naturalità necessitata del linguaggio animale e ascrive
l'espressione umana alla sfera della libertà, della scelta, della creati­
vità adattativa.
Nel Saggio sull'origine delle conoscenze umane, Condill ac disegna
una teoria filogenetica dello sviluppo di pensiero e linguaggio, de­
scrivendo l'emergere del pensiero verbale nel corso della presumi­
bile evoluzione della specie umana. Questo approccio genetico co­
stituirà per decenni un modello di storia naturale della parola. Il lin­
guaggio articolato si produce a partire da un precedente stadio di
espressione pre-verbale (il 'linguaggio d'azione', fatto di gesti e gri­
da inarticolate) e ne conserva le tracce. L'uso dei segni istituzionali
libera la memoria e l'immaginazione dalle contingenze dell'espe­
rienza sensibile, ne consente l'uso libero che è proprio solo dell'uo­
mo, e con esso consente lo svolgersi delle operazioni mentali com­
plesse che si riassumono nel termine riflessione. La quale, dunque,
non è una facoltà originaria come voleva Locke; è una capacità ac­
quisita nello sviluppo filogenetico, e condizionata dall'avvento del
linguaggio articolato. Herder, come vedremo tra poco, farà dell'i­
stinto e della riflessione il contrassegno della condizione animale e
di quella umana rispettivamente, e un contrassegno che le distingue
fin dall ' inizio e in modo irrevocabile. Condillac ritiene invece che la
riflessione sia una capacità acquisita in base a pratiche istintive; che
sotto l'apparenza della ragione anche l'uomo faccia largo uso di
1 14 l/ linguaggio. Storia delle teorie

istinti, non essendo questi altro che abitudini apprese, automatismi


che tengono luogo della condotta riflessa. Ci sono in qualche modo
due io in ciascuno di noi, afferma: l'io d'abitudine e l'io di riflessio­
ne. n primo dirige tutte le facoltà animali dell'uomo, ne assolve i
compiti reiterativi e non creativi; il secondo è l'io esplorativo, mos­
so da desideri e curiosità, eccitato da ostacoli ed errori, volto all' ac­
quisizione di nuova esperienza e nuovo sapere. Operano sempre in
maniera congiunta: grazie a questa sinergia, per esempio, il geome­
tra assorto nella soluzione d'un teorema attraversa Parigi evitando
pericoli e ostacoli ( Traité des animaux: 1 996, pp. 63 1 -38). D'altra
parte, in polemica con la rappresentazione cartesiana degli animali
come automi, Condillac non nega agli animali la riflessione. L'istin­
to stesso, spiega, non ha nulla di meccanico, è un inizio di cono­
scenza, un sentimento che confronta e giudica le cose. È, anche nel­
le bestie, una sorta di riflessione: si tratta di una differenza di grado.
Le specie animali non escono dal loro habitat, hanno pochi bisogni
che li spingono sempre alla reiterazione degli stessi atti, e così arri­
vano presto al limite massimo nell'uso della riflessione. Non così
l'uomo: sollecitato da compiti sempre nuovi, l'esercizio della rifles­
sione continua per lui indefinitamente e genera la ragione, che altro
non è che «la misura di riflessione che abbiamo al di là delle nostre
abitudini» (ivi, p. 633 ) . n nostro istinto è più fallibile perché conti­
nuamente revocato in causa dalla novità delle circostanze. Ma, a dif­
ferenza di quello animale, che serve solo a finalità pratiche, l'istinto
dell'uomo «abbraccia la pratica e la teoria», ci spinge sovente ad
«avere il presentimento della verità, prima di averne afferrato la di­
mostrazione» (ivi, p. 635 ) .
Avendo distinto in modo netto istinto e riflessione, Herder avrà
buon gioco a spiegare con il possesso di questa la particolarità del
linguaggio umano. Per Condillac la differenza tra l'uomo e gli altri
animali è invece di grado, non di essenza. I loro sistemi espressivi so­
no diversi perché un linguaggio comune nasce solo da un «fondo
d'idee comune» assicurato dalla uniformità della costituzione orga­
nica e dal tirocinio di comune esperienza della specie. Le diverse cir­
costanze in cui vive ciascun individuo fanno sì, poi, che ogni uomo,
oltre che del «sistema generale delle conoscenze umane», partecipi
di più sistemi particolari. Ciò non avviene nel caso degli animali, da­
ta l'uniformità e l' angustia dei loro bisogni e delle loro esperienze.
Ma «se le bestie pensano», si chiede a questo punto, «se fanno co­
noscere alcuni dei loro sentimenti, se ce ne sono alcune che com-
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 1 15

prendono un poco del nostro linguaggio, in che cosa differiscono


dall'uomo?» (ivi, p. 63 0). Chi nega la parentela della natura umana
e animale, lo fa per il terrore di vedere «la natura com'è» (ivi, p. 63 1 ) .
Un aspetto di questa parentela sta nel ruolo che l'istinto continua
ad avere nella prassi linguistica, connesso alla teoria motoria della
memoria esposta nella Logica (I, IX) . La memoria è acquisizione di
movimenti abituali da parte del cervello, un insieme di automatismi
divenuti istinto, la «facilità che [il cervello] acquisisce di muoversi
da sé nello stesso modo in cui era mosso quando [l'] oggetto colpi­
va i sensi», non un grande magazzino in cui si conservano le idee (Lo­
gica: 1 996, p. 7 15 ) . «Non richiameremmo alla mente gli oggetti che
abbiamo visto, udito, toccato, se il movimento non prendesse le stes­
se determinazioni di quanto vediamo, udiamo, tocchiamo»: (z'bi­
dem) . Per spiegare questa funzione motoria del cervello che ripro­
duce il movimento occasionato dall'idea o sensazione, Condilla c la
paragona al movimento abituale con cui un musicista esercitato fa
scorrere le dita sull a tastiera del clavicembalo. Come le dita «con­
servano l'abitudine a una successione di movimenti e possono, alla
più modesta occasione, muoversi come si sono mosse», così mantie­
ne le proprie abitudini il cervello che, «essendo stato una volta ecci­
tato dall'azione dei sensi, passa da sé attraverso i movimenti familia­
ri e ricorda idee» (ivi, pp. 7 17 - 18). Questa teoria motoria delle basi
dell'intelligenza spiega anche la prassi linguistica:

la memoria di un'aria che si esegue su uno strumento risiede nelle dita,


nell'orecchio e nel cervello: nelle dita perché si sono abituate a una suc­
cessione di movimenti; nell'orecchio, perché giudica le dita e perché le
dirige, al bisogno, solo in quanto si è a sua volta abituato a un'altra suc­
cessione di movimenti; nel cervello, perché si è abituato a passare attra­
verso le forme che rispondono esattamente alle abitudini delle dita e a
quelle delle orecchie. [ ] Si potrebbe forse conoscere una lingua se il cer­
. . .

vello non prendesse abitudini che corrispondono a quelle delle orecchie


per sentirla, a quelle della bocca per parlarla, a quelle degli occhi per leg­
gerla? n ricordo di una lingua non è dunque esclusivamente nelle abitu­
dini del cervello, è anche nell'abitudine degli organi dell'udito, della pa­
rola e della vista (ivi, p. 7 1 9).

Un altro testo importante sull'origine del linguaggio è l'Abhand­


lung iiber den Ursprung der Sprache di Herder ( 1772 ) . Letto accanto
ai testi di Condillac, mostra, sotto le apparenti similarità, un model-
1 16 Il linguaggio. Storia delle teorie

lo di spiegazione tutto diverso. Comune è l'idea di una partecipa­


zione dell'uomo all a passionalità animale e alle sue forme espressive:
«Già in quanto animale l'uomo ha un linguaggio», sono le prime pa­
role del Saggio (Herder 1995 ) . Ma è sulla natura di questa parteci­
pazione che le posizioni si divaricano. Per Herder in tutte le lingue
ci sono bensì echi degli accenti naturali, «ma certo non sono essi l'or­
ditura del linguaggio, non essi ne costituiscono le radici vere e pro­
prie» (ivi, p. 34). Gli accenti immediati della sensazione sono sì un
linguaggio, ma non c'è alcuna continuità tra questa forma espressiva
animale (che pertiene anche all'uomo in quanto animale) e le lingue.
«Dai suoni incomposti della sensazione mai potrebbe formarsi lin­
gua umana» (ivi, p. 44) .
Per Condillac l'intelligenza risulta nell'uomo dalla sinergia fra
istinto e riflessione: l'istinto è esso stesso un'embrionale riflessione,
ha una funzione prolettica che ci offre il presentimento di quel che
la riflessione articolerà in maniera cosciente. Per Herder invece istin­
to e riflessione sono geneticamente e funzionalmente separati. Gli
istinti sono capacità tecniche in forza delle quali ogni animale è
astretto al suo habitat, infallibile nelle operazioni proprie della sua
sfera, tanto più quanto più è ristretta. L'ape è insuperabile nel for­
mare le celle e il ragno nel tessere la tela, ma di nulla son capaci al­
l'infuori di ciò. Molto più cartesiano in questo di Condillac, Herder
riduce il linguaggio animale a un insieme di «manifestazioni sonore
della macchina senziente» usate come segnali intraspecifici. Con
l'uomo, carente di istinti e dunque infinitamente adattabile a habitat
e attività le più svariate, la scena cambia radicalmente. «ll linguaggio
- come i sensi, le rappresentazioni, gli istinti - nell'animale è innato
e a lui immediatamente connaturale. L'ape ronza come sugge, l'uc­
cello canta come nidifica, ma come parla l'uomo per natura? Non
parla affatto [. . . ] . Nato muto, ma . . . » (ivi, p. 49) . Con questo 'ma . . . '
s i chiude la prima parte del Saggio e s i introduce l'idea di una sepa­
ratezza dell'uomo dal resto del regno animale, dal quale lo distin­
guono non «differenze di grado bensì di genere» (ivi, p. 52). Di qui
si svolge la tesi centrale dell'antropologia herderiana. Le operazioni
dell'animo sono tutte in diverso grado manifestazioni d'una sola
energia, che è la riflessione. Dal suo esercizio scaturisce il linguaggio
che sancisce l'opera di riconoscimento, o appercezione, degli ogget­
ti che appaiono all'uomo contrassegnati da una o più proprietà sa­
lienti. «Come si è dato il processo di riconoscimento? Mediante un
contrassegno che l'uomo ha dovuto isolare e che come contrassegno
5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 1 17

della coscienza si è impresso distintamente in lui. [ . . . ] Questo primo


contrassegno della coscienza è parola dell'anima. Con esso il linguag­
gio umano è inventato» (ivi, pp. 58-59) .
La genesi del linguaggio interiore è l'atto stesso con cui si distin­
gue e riconosce una rappresentazione in forza d'un segno: da quel­
l' atto emerge un contrassegno «che penetra nell'anima in maniera
profonda e inconfondibile» (ivi, p. 72) . Si passa dal linguaggio inte­
riore alla lingua espressa quando si sceglie un suono come segno
mnemonico e lo si adopera per riconoscere l'oggetto. Nominare e ri­
conoscere sono sinonimi presso alcuni popoli orientali, afferma Her­
der, perché «in fondo all'animo le due operazioni sono una sola» (ivi,
p. 69) . La capacità di identificare attraverso segni è costitutiva della
coscienza, è il corrispettivo dell'istinto animale, è lo strumento di ap ­
propriazione del mondo, «sigillo dell'anima apposto sulle cose [ . . ] ,
.

diritto di proprietà più valido del conio d'una moneta» (ivi, p . 132 ) .
La coscienza è un'operazione semiotica: il conoscere è un ri-cono­
scere per mezzo di un contrassegno.
Continuità o cesura tra sfera animale e umana, tra istinti e co­
scienza: a seconda che si accettasse con Condill ac la prima ipotesi, o
la seconda con Herder, il linguaggio appariva come un perfeziona­
mento della capacità simbolica e comunicativa animale oppure co­
me un appannaggio originario ed esclusivo dell'uomo. La filosofia
della Restaurazione in Europa, nei primi decenni del XIX secolo, ab­
braccerà la seconda ipotesi e Condillac diventerà, anche per questo
rispetto, una testa di turco della critica ami-illuminista. La sua ipo­
tesi glottogonica resta tuttavia un modello tacito per molti di coloro
che nella seconda metà dell'Ottocento - quando l'evoluzionismo
biologico di ispirazione darwiniana riproporrà una visione 'conti­
nuista' del posto dell'uomo nella natura - continueranno a occupar­
si del tema dell'origine del linguaggio e di quello, connesso, del rap­
porto tra linguaggio umano e animale. Difficilmente invece il Saggio
di Herder, che ci presenta un modello di 'discontinuismo' , poteva es­
ser letto nei termini di una teoria dell'evoluzione: se non forse nella
forma arcaica che quella teoria conosce ancora diffusamente nel Set­
tecento, di una Catena dell'Essere in cui le creature sono distribuite
una volta per tutte secondo gradi di perfezione dalle forme più infi­
me di vita fino agli animali superiori, all'uomo, agli angeli, a Dio, in
una serie di nicchie ecologiche contigue ma separate, in cui ciascu­
na specie si evolve potenziando il proprio corredo genetico origina­
rio. Una tesi inequivocabilmente coevolutiva viene invece esposta da
1 18 !! linguaggio. Storia delle teorie

Herder trent'anni dopo, nella Metakritik, dove postula un recipro­


co adattamento nell'uomo tra predisposizioni innate ed esperienza,
e una sua totale integrazione nella natura in forza di tale adattamen­
to. La corrispondenza tra forme della lingua e forme dell'esperien­
za, come s'è già accennato ( § 5 .3 ) , è vista allora come caso partico­
lare di processi adattativi. Ciò non contraddice, in linea di principio,
la tesi dell'eterogeneità del linguaggio umano e animale. Come me­
glio risulterà chiaro in seguito (§ 8.3 ) , l'idea di evoluzione è un qua­
dro teorico capace di contenere diverse e talora opposte visioni del
linguaggio e delle sue origini. Se il modello continuista sembra più
pacificamente adattarsi alla filosofia del darwinismo classico, nel re­
cente dibattito neo-evoluzionista non sono mancate le utilizzazioni
del modello discontinuista, che tengono infatti insieme l'idea della
totale eterogeneità tra linguaggio simbolico umano e forme di co­
municazione animali con l'idea di una evoluzione o co-evoluzione
dei processi culturali e biologici.

FONTI

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STUDI

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za, linguaggio e mente in Thomas Reid, Carocci, Roma 200 1 .
Capitolo sesto

Lingue� popoli� nazioni

6. 1 . Linguaggio e pensiero collettivo


È ricorrente, in età romantica, il tema della divaricazione tra imme­
diatezza intuitiva e pensiero verbale; tra la concretezza e vivacità del
sensibile e l'astrattezza e generalità del segno; tra la funzione della
lingua come strumento euristico della verità oggettiva, luogo dell'u­
niversale, e la tendenza (che tuttavia le appartiene) a trascrivere in
forma depauperata, la 'verità' dell'intuizione. Che il linguaggio fos­
se duplice nella sua natura, lo aveva insegnato Hamann, maestro del­
la prima generazione romantica. Molti altri filosofi l' avevano ripetu­
to, J acobi fra questi. Ci appropriamo dell'universo smembrandolo in
immagini, idee, parole. Con la parola la ragione signoreggia e co­
manda. Ma le sfugge la verità più profonda.
La mediazione linguistica poteva esser vista però anche in positi­
vo, come ciò che concilia la singolarità dell'esperienza individuale
con un mondo condiviso di rappresentazioni, sentimenti, parole. Le
lingue, formazioni storiche in cui si sedimenta il pensare e sentire
delle generazioni, condizionano poi l'intera visione del mondo di chi
le parla. Era, questo, un corollario che già la filosofia del secondo
Settecento aveva cominciato a trarre dalla tesi della sinergia di pen­
siero e linguaggio. In Germania, Herder aveva messo in relazione
questa tesi con il problema politico della promozione del tedesco a
lingua di cultura. Hamann aveva dato una sua versione dell'idea di
'genio della lingua' come tratto connaturato nel popolo, al pari del­
le caratteristiche etniche. Grazie alla lingua materna - dimora sen­
suosa del pensiero, in cui questo diventa visibile e udibile - impa­
riamo a pensare, a identificarci in una comunità culturalmente indi­
viduata.
6. Lingue, popoli, nazioni 12 1

L'idea della lingua nazionale come strumento di emancipazione e


identità civile, già al centro della politica culturale della Rivoluzione
Francese, diventa drammaticamente attuale con le guerre napoleo­
niche e il risveglio dei nazionalismi in Europa. L'idea di comunità lin­
guistica si salda con quella di nazione fino a identificarsi con essa.
Nel 1 808 Fichte pronuncia i Discorsi alla Nazione tedesca: emerge or­
mai matura una nozione della lingua come autonoma essenza. Non
è l'uomo che parla: la natura umana parla in lui. Non è il popolo che
esprime nella lingua le proprie conoscenze, quanto le conoscenze
che si esprimono per mezzo suo; non sono gli uomini che formano
la lingua, quanto la lingua che forma gli uomini. Una lingua viva e
autoctona com'è il tedesco sgorga spontanea dall'esistenza del po­
polo, produce cultura e assicura l'interscambio creativo tra i ceti.
Una lingua estranea, invece, può bensì «simulare la vita, ma resta nel
suo fondo un che di morto» (Fichte 1 845 , p. 32 1 ) .
La congiuntura politica da cui nascono i Discorsi alla Nazione te­
desca, pronunciati da Fichte nella città di Berlino presidiata dai fran­
cesi, spiega forse il suo sciovinismo. Resta il fatto che il rapporto lin­
gua-pensiero viene da lui inserito in una concezione idealistica della
storia che innalza l'idea di nazione alla dignità di formazione meta­
empirica capace di determinare la prassi individuale. La lingua è
un'emanazione spontanea della nazione, un insieme di simboli la cui
essenza profonda è sottratta alle ragioni dell'uso. L'individuo non
può che lasciarsi compenetrare e commuovere dal principio vitale
insito del suo idioma. Questo determinismo etnico-linguistico, que­
sta identificazione di comunità linguistica e identità etnica, cono­
scerà molte e diverse manifestazioni nel pensiero ottocentesco. La
stessa idealizzazione del sanscrito, che segna gli esordi del compara­
tismo linguistico, procede spesso da una simile concezione del lin­
guaggio come essenza ideale, dotata di un autonomo principio di
creatività.
Questa stretta inerenza tra individuo e lingua nazionale si ac­
compagna in Wilhelm von Humboldt a un'appassionata celebrazio­
ne della varietà delle lingue come moltiplicazione dei punti di vista
attraverso i quali lo spirito si manifesta nel mondo. La lingua «è un
mondo che sta fra ciò che si manifesta esteriormente e ciò che agisce
in noi» ( 1 989, p. 62 ) . Nell'atto stesso con il quale «ordisce dal suo in­
terno la rete della propria lingua, [l'uomo] vi si inviluppa, e ogni lin­
gua traccia intorno al popolo cui appartiene un cerchio da cui è pos­
sibile uscire solo passando, nel medesimo istante, nel cerchio di
122 Il linguaggio. Storia delle teorie

un'altra lingua» (Humboldt 2000, p. 47 ) . Questa idea della lingua co­


me essenza capace di determinare il pensiero degli individui è solo
un aspetto della dialettica tra individuale e universale. L'altro aspet­
to è il <<libero accordo tra le fondamentali forme originarie che go­
vernano l'animo e il mondo» (Humboldt 1989, p. 63 ) . «Ciò che [nel­
la lingua] mi limita e mi determina trae origine dalla natura umana,
[. . . ] e ciò che in essa mi è estraneo è tale solo per la mia contingente
natura individuale, non per la mia originaria autentica natura»
(Humboldt 2000, p. 50).
La teoria di Humboldt è fortemente condizionata dalla concezio­
ne idealista dello sviluppo come autoproduzione dello spirito e dal
modello della coeva filosofia della natura. Ciò gli consente di tenere
insieme l'idea della diversità di fatto con quella della sostanziale unità
di principio delle lingue. Basti una citazione a mo' di esempio.

Nulla ci autorizza ad ammettere che la pluralità delle lingue compor­


ti [ . . . ] soltanto la separazione delle nazioni e che a fondamento della stes­
sa non vi sia un'assai più importante finalità dell'ordine cosmico o una
molto più profonda attività dello spirito umano. [ . . .] Probabilmente la ve­
ra ragione della molteplicità delle lingue è l'intimo bisogno dello spirito
umano di produrre una molteplicità di forme intellettuali che trova il pro­
prio limite nel modo, a noi parimenti ignoto, in cui lo trova la moltepli­
cità delle forme viventi della natura (Humboldt 1989, p. 69) .

L'idea del linguaggio come infinita attività produttiva è espressa


in uno dei passi più famosi della più famosa delle sue opere ( Ueber
die Verschiedenheit des menschlichen Sprachbaues [ 1 830- 1 835 ] ) .

L a lingua, nella sua essenza reale, è qualcosa di continuamente, in


ogni attimo, transeunte [ . . ] non è un'opera (ergon ) , ma un'attività (enér­
.

geia) [ . . ] , il lavoro eternamente reiterato dello spirito, volto a rendere il


.

suono articolato capace di esprimere il pensiero. In senso stretto e im­


mediato questa è la definizione dell'atto individuale del parlare; ma in
senso vero e fondamentale si può considerare lingua solo [ . . . ] la totalità
di questo parlare. Giacché nel caos di parole e regole che siamo soliti
chiamare lingua, è presente solo il singolo elemento prodotto da quel par­
lare, e mai in modo completo, necessitando anche questo un nuovo lavo­
ro per riconoscervi la natura del parlare vivente e per dare un'immagine
vera della lingua vivente. [ . . . ] La lingua propriamente detta risiede nel­
l' atto del suo reale prodursi [ . . . ] . La frantumazione in parole e regole non
è che un morto artificio dell'analisi scientifica (Humboldt 2000, p. 3 6 ) .
6. Lingue, popolz; nazioni 123

Con un certo grado di semplificazione storiografica vengono


classificate come neo-humboldtiane le forme di determinismo lin­
guistico nate dagli studi etnolinguistici del secolo scorso. Ma a par­
te alcune forme di 'neo-humboldtismo' dichiarato nella linguistica
tedesca, le nuove forme anche estreme di relativismo nascono per
tutt'altra via, dal progressivo allargarsi dell'orizzonte comparativo e
dal confronto con le lingue amerindie. È il caso di quella che viene
impropriamente detta 'ipotesi Sapir-Whorf' , dal nome di due etna­
linguisti attivi negli Stati Uniti nei primi decenni del secolo XX. La
lingua è invocata da Sapir come ciò che limita per un verso l' espe­
rienza, per l'altro serve a trascenderla proiettando significati poten­
ziali nella materia grezza dell'esperienza. Se, osserva in uno dei sag­
gi raccolti in Culture, Language and Personality ( 1949) , pur non
avendo mai visto più d'un solo elefante, posso tuttavia parlare di ge­
nerazioni, milioni, mandrie di elefanti,
è ovvio che la lingua ha il potere di analizzare l'esperienza in elementi teo­
ricamente separabili e di creare quel mondo del potenziale che si fonde
gradualmente con il reale, che permette agli esseri umani di trascendere
il dato immediato della loro esperienza individuale e di partecipare ad
una più vasta comprensione comune [ .. .] . La lingua è euristica [ .. . ] , ci aiu­
ta e ci frena al tempo stesso nella nostra esplorazione dell'esperienza (Sa­
pir 1972, pp. 7-8).

L'essere stato associato a Whorf ha coinvolto Sapir in un cliché


che occulta le differenze sostanziali. Malgrado l'attenzione alla va­
riabilità semantica, Sapir insiste sulla relativa autonomia delle strut­
ture formali d'una lingua. «Un'organizzazione linguistica [tende] a
conservarsi per un tempo indefinito e non ammette che le sue fon­
damentali categorie formali siano seriamente influenzate dai cam­
biamenti culturali» (ivi, p. 28). All a relatività culturale del lessico fa
riscontro la stabilità delle strutture. Nella versione di Whorf il rela­
tivismo investe invece anche e soprattutto la grammatica delle lin­
gue, vera e propria logica naturale conforme caso per caso alla men­
talità di chi parla. La conoscenza linguistica, scrive in uno dei saggi
contenuti in Language, Thought, and Reality ( 1 956: Whorf 1 977, p.
224), «comporta la conoscenza di molti differenti e splendidi siste­
mi di analisi logica». ll confronto con lingue diverse è una terapia ne­
cessaria per la cultura occidentale, il cui pensiero scientifico altro
non è che una «specializzazione delle lingue di tipo indoeuropeo oc­
cidentale» (ivi, pp. 203 -204).
124 Il linguaggio. Storia delle teorie

La tesi è stata oggetto di confutazioni anche sperimentali negli


anni 1 950-70, soprattutto negli Stati Uniti. Più che per i risultati rag­
giunti, la controversia si è spenta per desuetudine, via via che l'at­
tenzione degli studiosi, sollecitata fra l'altro dalla enunciazione del­
l'idea chomskiana di grammatica universale (§ 8. 1 ) , si polarizzava
piuttosto sulla ricerca degli elementi di unità tra le lingue, sugli uni­
versali grammaticali e i connessi problemi di tipologia linguistica. n
tema prediletto dai relativisti - il rapporto fra lingua e 'mentalità' ­
veniva espunto dalla linguistica generale e affidato a discipline come
l'etnolinguistica e la sociolinguistica.

6.2 . Filosofie del comparatismo


Alle teorie del linguaggio, nei primi decenni dell'Ottocento, s'in­
trecciano i problemi della linguistica storica, sviluppatasi dagli studi
di sanscrito come ricerca sulla genealogia delle lingue. La parentela
delle lingue europee con l'antica lingua degli Indù era un'ipotesi da
tempo prospettata quando, nel 1786, William Jones, funzionario
della Compagnia delle Indie e autore di una grammatica persiana,
pronunciava, davanti alla Royal Asiatic Society di Calcutta un di­
scorso che è considerato un 'manifesto' del protocomparatismo.

La lingua sanscrita, quale che sia la sua antichità, è una struttura mi­
rabile: più perfetta del greco, più ricca del latino, e più squisitamente raf­
finata di entrambe; eppure tale da presentare con entrambe un'affinità,
nelle radici dei verbi come nelle forme grammaticali, più profonda di
quella che mai avrebbe potuto esser prodotta dal caso; così profonda che
nessun filologo potrebbe esaminare il sanscrito, il greco e il latino senza
convincersi che siano scaturiti da una qualche fonte comune che forse
non esiste più. Vi sono analoghe, seppur non altrettanto cogenti ragioni
per pensare che anche il gotico e il celtico abbiano la stessa origine del
sanscrito (Jones 1 967 , p. 1 5 ) .

Tutta la linguistica storica della prima metà dell'Ottocento può es­


sere letta come un'applicazione dell'ipotesi diJones alla maggior par­
te delle lingue europee e a quelle dell'India e dell'Iran. Di qui l'opera
di classificazione e riduzione delle lingue del mondo a un limitato nu­
mero di famiglie, cioè di gruppi aventi in comune una accertata o ra­
gionevolmente ipotizzabile 'protolingua'. Un approccio del genere
favoriva l'interesse per le lingue prive di letteratura, che la filologia
6. Lingue, popolz; nazioni 125

tradizionale aveva per lo più escluso dal proprio orizzonte. Favoriva


l'intreccio con lo studio del mito e delle forme aurorali di cultura dei
popoli. Favoriva, infine, la costruzione di una tipologia linguistica
nella quale spesso peraltro, alla descrizione delle lingue tendeva ad as­
sociarsi un giudizio di valore. La nuova scienza trovava un modello
negli sviluppi, più o meno coevi, della paleontologia scientifica. n pro­
blema era lo stesso: come arrivare da un frammento di organismo (na­
turale o linguistico) a ricostruire l'organismo intero?
Nel 1 808 Friedrich Schlegel, con un saggio sulla lingua e sapien­
za degli Indiani (Schlegel 1 977), partecipa alla cultura tedesca la
'scoperta' del sanscrito. Alla fortuna di questo scritto contribuiva la
convergenza con la filosofia della natura di tradizione goethiano-ro­
mantica, con la sua idea di organismo come soggetto di uno svilup­
po fin dall'inizio inscritto nella sua struttura e indipendente da con­
tingenze storico-empiriche: idea che induceva a concepire le lingue
come sostanze il cui sviluppo non è il risultato di successive aggiun­
zioni e aggregazioni, ma è segnato da una forma interna immutabile
e attiva fin dall ' inizio. Alla celebrazione della lingua 'sacra', il san­
scrito, si intreccia nel testo di Schlegel la critica del naturalismo set­
tecentesco, cavallo di battaglia della critica ami-illuminista.
L'antropologia del Settecento aveva dato una descrizione natura­
listica del processo di umanizzazione e della nascita della parola, suo
strumento primario. Ma proprio il naturalismo veniva ora contesta­
to. Secondo Fichte, esso si arresta alla storia empirica, avanzando
proposizioni indecidibili proprio perché empiriche. Come spiega nel
saggio sull'origine del linguaggio, occorre invece «dedurre la neces­
sità di questa invenzione dalla natura della ragione umana» ( Von der
Sprach/à"higkeit und dem Ursprung der Sprache: Fichte 1 998, p. 3 1 ) ,
sostituire alla descrizione empirica «una storia apriori della lingua»
(ivi, p. 34), individuame un fondamento «insito nell'essenza dell'uo­
mo»: un principio ideale che fa dell'invenzione della lingua un mo­
mento nell'attuazione del compito etico riservato all'uomo fra tutti i
viventi.
Dall a distinzione di due classi tra loro irriducibili - lingue fles­
sive/non flessive - Schlegel trae la tesi di una doppia genesi. Nelle
flessive

ogni radice è [. ] qualcosa di simile a un germe vivente: poiché infatti i


. .

rapporti concettuali vengono espressi da un mutamento interno, si apre


libero spazio all 'evoluzione, la pienezza dello sviluppo può procedere al-
126 Il linguaggio. Storia delle teorie

l'infinito ed è spesso di fatto straordinariamente ricca. Ma tutte le parole


che in tal modo derivano dal semplice radicale conservano l'impronta
della parentela che è loro propria, rinviano l'una all'altra e così si tengo­
no e si mantengono a vicenda. Di qui la ricchezza e insieme la stabilità e
durevolezza di queste lingue, di cui si può dire a ragione che siano nate
in modo organico e costituiscano un tessuto organico (Schlegel 1977 , pp.
50-5 1 ) .

Sono, queste, caratteristiche eminenti del sanscrito, le cui radici


hanno la produttività di tutto ciò che è vivente. In esso Schlegel in­
dica la fonte ultima della maggior parte delle lingue europee, nate
dalla sua contaminazione con le lingue indigene d'Europa. I com­
paratisti successivi vedranno invece nel sanscrito una lingua a sua
volta derivata, sorella e non madre delle lingue indoeuropee. Alla
classificazione binaria si sostituirà una distinzione in tre categorie.
La prima è quella delle lingue isolanti, come il cinese, in cui ogni pa­
rola è un'unità di significato, una radice non soggetta a cambiamen­
ti. August Wilhelm Schlegel, fratello di Friedrich, in un saggio del
1 827 sull'etimologia ( 1 846, p. 13 1 ) , spiega che le lingue isolanti so­
no lingue asintattiche, prive di grammatica, «fatte di monosillabi che
non si possono neppure chiamare radici», dato che manca loro ogni
principio di fecondità e sono «posti gli uni accanto agli altri senza
che nulla li cementi». Una seconda categoria comprende le lingue
agglutinanti, quelle, come il turco, in cui le parole incorporano, ma
tenendoli ben distinti, la radice e gli affissi, e in cui i marcatori gram­
maticali non influiscono sulla forma della radice. Viene infine la clas­
se delle lingue flessive: quelle, come le indoeuropee, in cui le radici
sono saldate con i marcatori grammaticali e dunque ogni parola in­
clude un certo numero di unità di significato completamente fuse co­
me parti della parola stessa. Queste lingue sono in modo eminente
capaci di esprimere in una sola parola idee complesse: la radice con­
tiene l'idea principale, la flessione enuncia modificazioni accessorie.
Quando si conosce la sostanza di queste lingue, cioè radici e forme
grammaticali, le più varie combinazioni sono subito perfettamente
intelligibili. «Soltanto queste lingue recano in sé un principio di fe­
condità, di sviluppo progressivo, e possono guidare il cammino in
ogni perfezionamento dello spirito umano» (ivi, pp. 13 1 -32).
Le metafore vitalistiche che assimilano la lingua all'organismo vi­
vente, la radice linguistica a un germe vivente, lo sviluppo della lin­
gua alla crescita organica del vivente, l'inflessione a una vegetazione
6. Lingue, popolz; nazioni 127

spontanea a partire da quel germe, rispecchiano la saldatura tra filo­


sofia dello spirito e filosofia della natura che aveva trovato un luogo
classico negli scritti di Schelling. Questi aveva insistito sulla priorità
del tutto rispetto alle parti, e sulla conseguente necessità di partire
da un concetto di totalità, nella spiegazione dei fenomeni. Le me­
tafore organiciste saranno riecheggiate con insistenza per tutti i de­
cenni di sviluppo del comparatismo. Presupporre nelle lingue un in­
timo principio vitale significava affermarne la relativa autonomia ri­
spetto alle condizioni materiali dei parlanti. In quanto organismi, es­
se hanno leggi di evoluzione proprie che non possono essere se non
in parte alterate dalle condizioni empiriche: come nel mondo natu­
rale, dove la forma interiore delle specie costituisce un principio di
resistenza alla mutazione ambientale che pure c'è ed è possente.
Solo le lingue flessive, secondo Schlegel, sono organismi (in so­
stanza, solo quelle europee, dato che le semitiche vengono da lui in­
cluse, erroneamente, tra le agglutinanti). Le lingue non flessive sono
costrutti meccanici, che crescono sovrapponendo in maniera atomi­
stica le nuove forme alle primitive radici, né mai possono trasfor­
marsi in lingue flessive. Da questa classificazione delle lingue in due
classi incomunicabili nasce la necessità di postulare, per le une e le
altre, processi di formazione diversi.
L'idea di una monogenesi delle lingue era sempre stata maggiori­
taria, certo anche a causa del perdurante influsso del racconto bibli­
co. Pochi autori avevano avanzato, come Voltaire, ipotesi poligene­
tiche. Ora, con Schlegel, la poligenesi diventa invece un principio
dotato di necessità ideale. Per le lingue non flessive possono valere
le spiegazioni naturalistiche fin lì date dell'origine del linguaggio: si
può supporre ch'esse fossero in principio rozze, dense di onomato­
pee, capaci solo di espressioni metaforiche e sensuose. Ma non il san­
scrito, fin dall'inizio perfetto nella sua struttura, portatore di un ori­
ginario patrimonio di sapienza filosofica e religiosa.
Un principio poligenetico analogo esprime Schelling in diversi
scritti, dalle lezioni di Filosofia dell'arte del 1 802 , all 'Introduzione al­
la filosofia della mitologia, del 1826, all a conferenza sull'origine del
linguaggio del 1850. Contro il naturalismo glottogonico, aveva spie­
gato la genesi del linguaggio con la necessità, che è propria dell ' i­
deale, di darsi un involucro, un corpo in cui oggettivarsi. Come
espressione di un ideale in un reale, la lingua è opera d'arte; come
prodotto spontaneo, è un'opera di natura. Non nasce in modo ato­
mistico, ma è subito una totalità compiuta. Lo spirito, nel produrla,
128 Il linguaggio. Storia delle teorie

non riflette sulle sue funzioni più di quanto la natura, formando il


cranio, non rifletta sul nervo che lo dovrà attraversare. Come la mi­
tologia, la lingua non nasce dal popolo, ma insieme al popolo, ne è
la coscienza individuale in forza della quale una comunità si distac­
ca dalla coscienza universale e si fa popolo. Ciò avviene, secondo
Schelling, con la transizione dal monoteismo originario al politei­
smo, che genera la separazione delle stirpi. La primitiva unità della
coscienza spiega le concordanze, che la linguistica comparata non sa
interpretare, tra lingue di diversa struttura. Spiega il fatto che ci so­
no lingue (quelle amerindie) che frustrano ogni tentativo di studio
comparato: conati linguistici, tentativi abortiti di lingua, apparten­
gono a gruppi che hanno perduto ogni coscienza dell'originaria
unità del genere umano.
Monogenetismo e poligenetismo convivono in questa descrizio­
ne della nascita delle lingue, grazie alla duplice natura (ideale ed em­
pirica) della descrizione stessa. Sul piano ideale la spiegazione mo­
nogenetica fa partire l'intero processo dall'unità originaria della co­
scienza. Sul piano empirico, la spiegazione poligenetica identifica l'i­
nizio della storia stessa con il dirompersi della coscienza e l' affer­
marsi della molteplicità e varietà dei popoli e delle lingue. È il mo­
dulo che anche Schlegel svolge nelle sue lezioni di filosofia del lin­
guaggio e di filosofia della storia del 1 828-29 (Schlegel 1969, 197 1 ) :
l'originaria unità degli idiomi spiega le corrispondenze fra lingue di­
stanti, come le lingue amerindie e quelle dell'Asia centrale. ll distac­
co dal divino produce inoltre la parcellizzazione della coscienza in
facoltà diverse (ragione, immaginazione, volontà, intelletto) e ciò si
riflette nella struttura stessa delle lingue, la cui armonica ricomposi­
zione può essere operata solo dal genio artistico. Questa idea di de­
cadenza delle lingue connessa con lo sviluppo storico, che Schelling
e Schlegel esprimono in modo così paradossale, è diffusa nell'età ro­
mantica, che celebra unanime le lingue primitive come dotate di
maggiore naturalezza e vitalità, capaci di testimoniare un rapporto
immediato dell'uomo col mondo.
Nel quadro delle filosofie del comparatismo va collocato anche
Humboldt, autore peraltro difficilmente riducibile a posizioni teori­
che univoche. Non a caso una studiosa della linguistica ottocentesca
come Morpurgo Davies ( 1 996, p. 147) apre il capitolo a lui dedica­
to con una serie di oltre dieci interrogativi. Appartiene al Settecen­
to o all'Ottocento? Fu un dilettante o un professionista? Qual è il ve­
ro senso delle sue nozioni più famose, quella di forma interna e del
6. Lingue, popoli, nazioni 129

linguaggio come enèrgeia? Fu discepolo dell'Illuminismo francese o


della filosofia classica tedesca? Di Kant, di Herder, di Fichte? Ha
avuto maggior influenza nell'Ottocento o nel Novecento? e così via.
Tra le cause di questa elusività sta certamente il fatto che i suoi scrit­
ti sono formidabili macchine di raccolta e trasformazione di idee
correnti, per cui hanno buon gioco sia quelli che lo dispongono su
una linea di sviluppo che va da Leibniz a Herder, sia quelli che in­
vece rintracciano sotto gli stilemi dell'organicismo romantico temi
della linguistica illuminista, sia quelli che sottolineano la dimensio­
ne kantiana, oppure la dimensione ermeneutica, del suo pensiero, sia
infine quelli che avallano la rappresentazione di uno Humboldt an­
tesignano del generativismo novecentesco. A complicare le cose si­
curamente contribuisce la peculiare natura del suo stile, dove è dif­
ficile trovare una definizione univoca dei fatti linguistici, sempre di
preferenza spiegati per via negativa o per via di metafore. Infine, il
suo lavoro (ancora parzialmente inedito) di descrittore di lingue an­
che disparate come il basco, il cinese, le lingue indiane d'America o
le lingue polinesiane, pone l'ulteriore problema della misura in cui
questa intensa attività di ricerca empirica possa essere interpretata
come l'attuazione del programma enunciato negli scritti teorici.
È sempre Morpurgo Davies (ivi, p. 154) a offrirei una buona pi­
sta in questa direzione, quando indica nel tentativo di conciliare la
varietà delle lingue con l'universalità del linguaggio il problema cen­
trale della teoria humboldtiana. La massa del lavoro descrittivo e la
stessa scelta di lingue tra loro così distanti potrebbe esser letta allo­
ra come parte di un programma di ricerca induttiva, in vista per un
verso di una descrizione tipologica delle lingue e per altro verso del­
l'accertamento della loro unità di principio. Certamente i due aspet­
ti sono compresenti e attivi in tutta la riflessione humboldtiana: co­
sì equipollenti, verrebbe fatto di dire, che Humboldt sembra non
potersi risolvere a una scelta tra una posizione universalista (in tutte
le lingue sono presenti i tre tipi ideali: isolante, agglutinante, flessi­
vo) e un giudizio di valore legato alla maggiore o minore attuazione
della forma linguistica più perfetta, cioè quella flessiva, o di maggio­
re o minor devianza da essa. li paragrafo 22 dello scritto sulla varietà
delle lingue è forse il documento più eloquente di questa oscillazio­
ne. Certo le tre forme si possono isolare in astratto, ma in concreto
coesistono variamente combinate in ogni lingua. Dunque è errato
esaltare alcune lingue come le sole legittime e bollare le altre come
imperfette; e tuttavia è difficile negare che la forma flessiva sia la so-
130 Il linguaggio. Storia delle teorie

la corretta (2000, p. 208). Un giudizio di condanna anche sull a lin­


gua dei più rozzi selvaggi sarebbe disonorante; e tuttavia è difficile
negare che alle lingue devianti dal tipo flessivo manca «la capacità di
influire autonomamente in modo altrettanto ordinato, altrettanto
versatile e armonioso sullo spirito» (ivi, p. 209) . La forma delle lin­
gue dovrebbe essere essenzialmente la stessa, data l'universalità del­
la disposizione al linguaggio. Tuttavia,

le cose stanno diversamente, in parte a causa dell'effetto reattivo del suo­


no, in parte a causa del senso interno nel suo manifestarsi. Determinante
è qui l'energia con cui esso influisce sul suono, rendendolo espressione
vivente del pensiero sin nelle più sottili sfumature. Questa energia non
può però essere la stessa ovunque, né può ovunque manifestare la stessa
intensità, vitalità e legalità. Essa non viene neppure sempre sostenuta da
un'uguale inclinazione al trattamento simbolico del pensiero e da un
uguale gusto estetico per la ricchezza dei suoni e per l'armonia. Cionon­
dimeno, la tendenza del senso linguistico interno resta sempre rivolta,
nelle lingue, all ' identità e la sua autorità cerca, in una maniera o nell'al­
tra, di ricondurre anche le forme devianti al retto cammino (Humboldt
2000, p. 206) .

Cauto sul primato delle lingue flessive è invece un altro grande


linguista tedesco, Jacob Grimm, pur non esente dal culto del primi­
tivo che aveva caratterizzato la generazione romantica. Nel saggio del
185 1 ( Ueber den Ursprung der Sprache: Grimm 1 962 ) , critica chi at­
tribuisce a un paradiso immaginario la perfezione della lingua. Avan­
za anzi l'ipotesi che la stessa flessione sia nata da precedenti fenome­
ni di agglutinazione, come già aveva sostenuto Franz Bopp e come
sosterranno più tardi August Schleicher, un altro famoso comparati­
sta tedesco, ed Ernest Renan, orientalista francese, autore anch'egli
di un saggio De l'origine du langage ( 1 848 cfr. Renan 1947 ) . Ma
Grimm tende a presentare i tre tipi come momenti successivi di una
storia universale e su questo Renan dissente. La semplicità non indi­
ca antichità remota: una lingua semplice come il cinese serviva una
società complessa, mentre le lingue amerindie o centro-africane han­
no una ricchezza grammaticale sproporzionata alla complessità del­
la relativa cultura.
Nell'intreccio fra tipologia linguistica e filosofie della storia un
posto a sé occupa August Schleicher, che spiega la successione dei
tre tipi come stadi del progresso che, al culmine dello sviluppo lin-
6. Lingue, popolz; nazioni 13 1

guistico, col dispiegarsi di comportamenti autocoscienti, consente


l'avvento del regno della libertà e segna l'inizio della storia. Da quel
momento, la formazione della lingua si arresta, il linguaggio da fine
dello spirito si degrada a suo mezzo, mero strumento per lo scambio
di pensieri ( 1 848- 1 850, l, pp. 6- 1 1 ) .

6.3 . La scienza del linguaggio: natura e storia


Un tema centrale dello studio comparato era la spiegazione dei mu­
tamenti fonetici che, a partire da una protolingua, producono le lin­
gue di una data famiglia. Grimm individuava una rete di corrispon­
denze fonetiche regolari tra le lingue germaniche e su questa base ri­
costruiva una protolingua germanica nata da un proto-indoeuropeo
in forza di fenomeni costanti di mutamento fonetico. La filologia
germanica gli appariva totalmente rinnovata grazie alle tecniche
comparatiste, le quali avevano generato nello studioso della lingua
tedesca - dirà nel Saggio del 185 1 - lo stesso effetto che colpisce il
naturalista quando ritrova nelle piante del proprio paese quello stes­
so mirabile organismo che l'aveva colpito nelle piante di paesi esoti­
ci. La linguistica, secondo Grimm, presenta del resto analogie indi­
scutibili con la storia naturale. Nel passato i filologi avevano ricer­
cato nei monumenti del linguaggio regole utili alla ricostruzione dei
testi, come i botanici cercavano nelle piante virtù benefiche e gli ana­
tomisti mezzi di cura nei corpi. Come la botanica e l'anatomia com­
parata, così anche la filologia comparata rappresenta il superamen­
to di una ricerca meramente empirica. Gli studi di sanscrito sono sta­
ti una sorta di illuminazione, per gli studiosi delle lingue. L'analogia
tra scienze naturali e linguistica ha tuttavia un limite n èll'idea di crea­
zione. Per il naturalista questa è un presupposto davanti al quale si
arresta. Non così il linguista: se la lingua è opera dell'uomo, «si po­
trà risalire lungo la sua storia fino al tronco più antico, si potrà var­
care impunemente l'abisso inesplorato [e] approdare, con il nostro
pensiero, sulla riva della sua origine» (Grimm 1 962, p. 78).
Un confronto con le scienze naturali apre anche lo scritto di Re­
nan Sull'origine del linguaggio. La linguistica storica è una sorta di
embriologia dello spirito, rispetto alla psicologia che studia la co­
scienza giunta al suo completo sviluppo. Deve ricostruire induttiva­
mente i processi di formazione, che certo non sono direttamente
sperimentabili, ma possono essere conosciuti per analogia con l'at­
tuale stato delle lingue. L'induzione come metodo ricostruttivo in fi-
132 Il linguaggio. Storia delle teorie

lologia, nella seconda metà del secolo, è uno dei contrassegni di quel­
la fede nell'uniformità dei processi di mutamento linguistico che
consente di affermare l'analogia tra leggi fonetiche e leggi di natura.
Per Renan, lettore di Schlegel e Humboldt, questa fede nell' analo­
gia tra lo stato attuale e i precedenti stati della lingua deriva invece
dalla natura olistica, totalizzante che, come tutti i filosofi romantici
e tardo-romantici, attribuisce a ogni formazione spirituale: dunque
anche al linguaggio, che deve perciò essere già interamente formato
in ogni momento del suo sviluppo. Nessuna parte ha in esso la ri­
flessione, come non ne ha in nessuno dei processi di formazione del­
l'uomo. La creazione o l'apprendimento d'una lingua non incontra
maggiori difficoltà della pianta che germina. «Dovunque è il dio
ascoso, la forza universale che, agendo durante il sonno o l'assenza
dell'animo individuale, produce quegli effetti mirabili che trascen­
dono l'artificio umano» (Renan 194 7, p. l O) . La filologia conferma
questa spontaneità dei processi formativi, tant'è vero che non atte­
sta casi di lingue incomplete o sviluppatesi per gradi, né accerta una
nascita successiva delle parti del discorso, le quali anzi sono tutte, in
ogni lingua, del pari primitive. Così Renan prende posizione netta
quanto al possibile passaggio da un tipo linguistico all'altro, negan­
do che la forma della lingua possa essere mai veramente alterata nel
processo storico. n tipo è un confine inamovibile tra le famiglie lin­
guistiche, tanto separate tra loro e incomunicabili quanto invece al­
l'interno di ogni famiglia «tutto è fluttuante».
Questa separazione originaria poneva naturalmente problemi di
natura antropologica, e non si mancò di trame conclusioni per una
teoria delle razze. n caso più noto è quello del conte Joseph-Arthur
de Gobineau. «Le lingue, nella loro diversità, sono perfettamente
commisurate ai rispettivi meriti delle razze»: così intitolando il XV
capitolo del suo Essai sur l'inégalité des races humaines, alla metà del
secolo, Gobineau traduceva esplicitamente in una teoria quell'in­
trecciarsi tra tipologia linguistica e giudizio di valore sulle razze che
serpeggia nella cultura romantica. Ne abbiamo visto il primo esem­
pio nel saggio di F. Schlegel del 1 808. Un'applicazione massiccia ne
vien fatta nelle lezioni schellinghiane sulla filosofia della mitologia.
Non vi era sfuggito neppure A. W. Schlegel, pur sobrio e misurato in­
terprete delle teorie del fratello, quando attribuiva alle selvagge tribù
migrate in Europa dall'Asia centrale il merito d'aver recato «con un
idioma appartenente a quell'alta e nobile stirpe, la confusa memoria
di antiche conoscenze e il germe di tutti gli sviluppi futuri» (Schle-
6. Lingue, popoli, nazioni 133

gel 1 846, p. 124 ) . Insomma l'idea che nella struttura elementare del­
la lingua siano inscritti una volta per tutte i suoi sviluppi futuri si as­
sommava all'idea, del pari radicata e diffusa nella linguistica roman­
tica, della coestensività di spirito e linguaggio. Era pressoché inevi­
tabile che le potenzialità d'ogni tipo linguistico finissero per essere
identificate con le potenzialità stesse della stirpe che aveva avuto fin
dall'inizio in retaggio quel tipo.
Non mi fermerò sulle intersezioni fra teoria della lingua e teoria
delle razze, che costituiscono tuttavia un capitolo importante nella
storia delle ideologie. Torno alla questione del confronto tra lingui­
stica e scienze della natura, complicato a partire dagli anni 1 860 dal­
l' avvento delle teorie darwiniane. In una «Lettera aperta» al natura­
lista tedesco Haeckel su darwinismo e linguistica ( 1 983 , pp. 2 1 -22) ,
Scleicher scrive che le lingue «sono anch'esse soggette a quella serie
di fenomeni che comprendiamo sotto il nome di vita. La glottologia
dunque è una scienza naturale, il suo metodo è esattamente quello
di ogni altra scienza naturale». Piuttosto che di grammatica storica
o di storia della lingua - dato che le lingue non agiscono, dunque non
hanno propriamente una storia - Schleicher preferisce parlare di vi­
ta della lingua, secondo gli stilemi dell'organicismo romantico. Tut­
tavia, quello che alla metà del secolo è profondamente cambiato è la
filosofia della natura che sottostà alla nozione di organismo. Gli or­
ganismi sono ora i soggetti di un'evoluzione di cui è bensì possibile
studiare le leggi, ma cui non è lecito attribuire alcuna intrinseca fi­
nalità. La critica del finalismo è un aspetto della mutata prospettiva
epistemologica.
È su questa già mutata concezione dei processi evolutivi che si in­
nesta il dibattito suscitato dalla pubblicazione dell'Origine delle spe­
cie di Charles Darwin . Haeckel, massimo esponente del darwinismo
in Germania, indica subito la tesi dello sviluppo delle lingue in­
doeuropee a partire da un progenitore comune come un'applicazio­
ne della teoria dello sviluppo per variazione e selezione naturale.
Questo gemellaggio tra linguistica comparata e teoria dell' evoluzio­
ne viene consacrato in due scritti dello stesso Schleicher (la lettera a
Haeckel, del 1 863 , che ho già citato, e un saggio del 1 865 sul signi­
ficato della lingua nella storia naturale dell'uomo: cfr. Schleicher
1983 ) . Nella darwiniana lotta per la sopravvivenza delle forme vi­
venti Schleicher ravvisa un principio già da lui applicato alle lingue
per spiegare l'estinzione di forme antiche e la diffusione delle varia­
zioni delle 'specie' linguistiche.
1 34 l/ linguaggio. Storia delle teorie

Un contemporaneo, il linguista francese Michel Bréal, imputa a


Schleicher di avere antologizzato le radici indoeuropee, tanto che la
sua scuola opera e ragiona su di esse «come se avesse fra le mani la
cellula del linguaggio umano» (Bréal 1 884, p. VIII ) . Così si perpetua
la tendenza della linguistica romantica a prestare alla lingua madre
una regolarità di forme, una trasparenza etimologica e una simme­
tria fonetica di cui nessun idioma osservabile dà esempi. Quest'ipo­
stasi della lingua-madre ha prodotto negli studi linguistici un effet­
to di stagnazione di cui è primo responsabile Schlegel, che fa scatu­
rire la desinenza dal tema come la resina scaturisce dall'albero. Ogni
successivo progresso data invece dal momento in cui ci si è convinti
che «le lingue valgono più o meno a seconda dell'uso che se ne fa,
degli sviluppi che son loro impressi, del sentimento e del pensiero di
cui, con il passare del tempo, s'impregnano» e non per la loro origi­
ne agglutinativa, incorporante o flessiva (Bréal 1884, p. XII). È alla
scuola cosiddetta neogrammatica, costituitasi in Germania verso la
fine degli anni 1 870, che Bréal attribuiva il merito di avere superato
l'intralcio d'una inconcludente trasvalutazione della tipologia lin­
guistica in un giudizio di valore sulle lingue.
Per i neogrammatici la lingua, in effetti, non era un organismo,
soggetto a cicli di crescita, maturità e decadenza, ma un aspetto del­
la vita cognitiva e dell'interazione umana, soggetto bensì a leggi
uniformi, ma perché fondate nella sostanziale permanenza della co­
stituzione fisiologica e psicologica dell'uomo. Tra queste le leggi fo­
netiche e il dispositivo psicologico dell'analogia: il dibattito sulla lo­
ro natura ('leggi' necessarie e senza eccezioni, alla stregua di quelle
naturali, o semplici regolarità statistiche empiricamente constatabi­
li?) coinvolge negli ultimi decenni del secolo lo statuto teorico della
linguistica (scienza naturale o scienza storica? ) e la spiegazione dei
fenomeni di mutamento linguistico (rigorosamente predicibili o sog­
getti a fattori psicologici e accidentali? ) .
«La lingua non si sviluppa al di fuori dell'uomo e non conduce una
vita autonoma, ma esiste veramente solo nell'individuo, e perciò tut­
ti i mutamenti nella vita di una lingua partono sempre dai parlanti».
Così, nella prefazione alle loro Ricerche mor/ologiche (Morphologische
Untersuchungen , 1 878) , che è considerata il manifesto del movimen­
to neogrammatico, i linguisti tedeschi Hermann Osthoff e Karl Brug­
mann esprimevano una critica dell' organicismo ormai condivisa da
molti. Ne sono una prova gli attacchi, più o meno coevi, dell'ameri­
cano Whitney contro Schleicher e contro i seguaci di Humboldt, in
6. Lingue, popolz; nazioni 1 35

nome d'una concezione strumentale del linguaggio, e della sua storia


come risultato delle pratiche comunicative.
ll motivo per cui la teoria dell'evoluzione poté essere usata a so­
stegno di tesi e, talvolta, di pregiudizi di tradizione romantica è rias­
sunto da Whorf, quando, in un saggio del 1936, considerando re­
trospettivamente l'ideologia indoeuropeista, scrive:

La teoria evoluzionistica è piombata sull'uomo moderno quando le


sue nozioni sul linguaggio e sul pensiero erano basate sulla conoscenza di
solo pochi delle centinaia di tipi linguistici diversissimi esistenti; ha
rafforzato i suoi provinciali pregiudizi linguistici e ha incoraggiato il gran­
dioso abbaglio che questo tipo di pensiero e le poche lingue europee su
cui è basato rappresentino il culmine e il fiore dell'evoluzione del lin­
guaggio. È come se un botanico prelinneiano, avendo concepito l'idea
dell'evoluzione, avesse supposto che il grano e l'avena coltivati rappre­
sentassero uno stadio più elevato dell'evoluzione a confronto di un raro
astro limitato a poche località sull'Himalaya. Dal punto di vista della bio­
logia matura è precisamente il raro astro che ha diritto ad un posto più
elevato nell'evoluzione; il grano deve la sua ubiquità e la sua importanza
solo all ' economia e alla storia dell'uomo (Whorf 1977, pp. 70-7 1 ) .

Whorf lo abbiamo già incontrato come il controverso sostenito­


re del relativismo linguistico. Qui critica, non senza ragione, il pre­
giudizio in favore del sanscrito e delle lingue derivate, come ceppo
separato e privo di ogni connessione genetica con qualsiasi altro
gruppo linguistico. All'unità e unicità della famiglia indoeuropea i
comparatisti classici opponevano l'irriducibile molteplicità delle al­
tre lingue. Specie le lingue amerindie (quelle cui pensa Whorf de­
nunciando il pregiudizio indoeuropeistico) venivano indicate, pro­
prio per la loro irriducibilità tassonomica, come testimonianza della
inferiorità dei popoli selvaggi che le parlavano. Questa apparente ir­
riducibilità ha costituito a lungo un problema. Oggi, una loro classi­
ficazione in tre famiglie corrispondenti a tre successive migrazioni di
popolazioni dall ' Europa (proposta verso la fine degli anni 1980 dal
linguista statunitense Joseph H. Greenberg) sembra confermata da
studi genetici. Le discussioni in corso su questo gemellaggio tra lin­
guistica e biologia, che legittima nella fattispecie l'ipotesi d'una si­
milarità di base tra evoluzione linguistica ed evoluzione genetica,
hanno rinnovato l'interesse per la storia dell'evoluzionismo in lin­
guistica. La teoria dell'evoluzione, del resto, è oggi all'ordine del
136 Il linguaggio. Storia delle teorie

giorno anche per un altro aspetto, che vedremo più avanti (§ 8.3 ) , e
che non riguarda tanto la genealogia o la tipologia delle lingue quan­
to l'emergere della stessa facoltà del linguaggio.

FONTI

BRÉAL, Introduzione a A. -H. Sayce, Principes de philologie comparée, Del­


grave, Paris 1 884 . GRIMM, Circa l'origine de/ linguaggio, Ausonia, Roma
1 962 . JONES, On the Hindus, in A Reader in Nineteenth Century Histori­
cal Indo-European Linguistics, University of Texas Press, Austin 1 967 .
FICHTE, Reden an die deutsche Nation, in Séimmtliche Werke, VII, Berlin
1 845 ; Sulla facoltà e l'origine de/ linguaggio, in Scritti su/ linguaggio, Gue­
rini, Milano 1998. HUMBOLDT, Scritti su/ linguaggio, Guida, Napoli 1989;
La diversità delle lingue, Laterza, Roma-Bari 2000. RENAN, De l'origine du
langage, in Oeuvres complètes, VIII, Calmann-Lévy, Paris 1 947 . SAPIR,
Cultura, linguaggio e personalità, Einaudi, Torino 1 972. SCHELLING, Phi­
losophie der Kunst, in Werke, III, Beck, Miinchen 1 959; Einleitung in die
Philosophie der Mythologie, ivi, V; Vorbemerkungen zu der Frage uber den
Ursprung der Sprache, ivi, IV. A. W. SCHLEGEL, De l'étymologie en général,
in Oeuvres, II, Weidmann, Leipzig 1 846. F. SCHLEGEL, Philosophische
Vorlesungen [. ..] uber Philosophie der Sprache und des Wortes, in Kriti­
sche Friedrich-Schlegel-Ausgabe, X, Miinchen 1 969; Philosophie der Ge­
schichte, ivi, IX, 1 97 1 ; Uber die Sprache und die Weisheit der Indier,
Benjamins, Amsterdam 197 7 . SCHLEICHER, Sprachvergleichende Untersu­
chungen, 2 voll., Konig, Bonn 1 848-50; Die Darwinsche Theorie und die
Sprachwissenschaft; Ober die Bedeutung der Sprache /ur die Naturgeschi­
chte des Menschen, in Linguzstics and Evolutionary Theory, Benjamins,
Amsterdam 1 983 . WHORF, Linguaggio, pensiero e realtà, Boringhieri, To­
rino 1 977.

STUDI

OPERE GENERALI: A. Morpurgo Davies, La linguistica dell'Ottocento, li


Mulino, Bologna 1 996. HUMBOLDT: J. Trabant, Humboldt, ou le sens du
langage, Mardaga, Liège 1 995 .
Capitolo settimo

Linguaggio e filosofia tra Otto e Novecento

7 . l . Idealismo filosofico e teorie del linguaggio


Ho ricordato sopra la definizione humboldtiana del linguaggio co­
me enèrgeia, motivo ispiratore di diversi indirizzi riducibili a quello
che potremmo chiamare 'attualismo linguistico' e connessi alle coe­
ve professioni di vitalismo e critica della scienza. La lingua, si dice,
vive nel discorso in atto e si sottrae al morto artificio dell'analisi
scientifica. Delle lingue in generale non si dà scienza, solo studio sin­
golare di ciascuna. «Ogni lingua è di natura infinita e pertanto non
consente mai che la si esamini e ancor meno che la si descriva in ma­
niera compiuta» scrive Humboldt. Come le nubi a distanza assumo­
no forme che si dissolvono in un grigiore indistinto se vi si penetra,
così il carattere delle lingue dilegua appena si cerchi di definirlo
( 1 989, pp. 68-7 1 ) .
L'idea della lingua come totalità in divenire; quella, connessa, del­
la natura intuitiva, non scientifica, dello studio linguistico; quella di
una necessaria riduzione del molteplice (della lingua, della storia) al
principio dell'unità che è proprio dello spirito: ce n'è abbastanza per
attestare la parentela tra la filosofia humboldtiana del linguaggio e
l'ermeneutica che negli stessi decenni si ridefinisce, come filosofia e
non più solo come tecnica dell'interpretazione testuale, all'interno
della cultura romantica. Filosofi e filologi sottolineano il carattere
tecnico, artistico, non analitico della filologia. Ripetono da Hum­
boldt l'idea della lingua come luogo in cui si manifesta l'unità tra sfe­
ra soggettiva e sfera oggettiva, prodotto della forza formatrice dello
spirito. Ogni interpretazione, spiegano, suppone che allo studio dei
singoli elementi si accompagni il presentimento della totalità di cui
partecipano e questa a sua volta rinvia all'originaria unità dello spi-
138 Il linguaggio. Storia delle teorie

rito. È la stessa dialettica tra l'unità originaria e la sua ricomposizio­


ne a partire dal molteplice, che si ritrova anche in una nozione tra le
più elusive della filosofia humboldtiana, quella di 'forma interna del­
la lingua': forma formante (l'enèrgeùz che si manifesta in tutti gli at­
ti di lingua) e forma formata (caratteristica di una singola lingua) ; im­
pronta morfologica o modo di semantizzazione; individualità pre­
sente in ogni elemento, ma non riducibile a nessuno di essi. Come la
fisionomia d'un volto, sfugge all'analisi e si rivela nell'insieme.
Non seguirò la storia dell'ermeneutica, dall a primitiva accezione
di arte dell'interpretazione e strumento della filologia, fino all'acce­
zione totalizzante secondo la quale la comprensione è l'essenza stes­
sa dello spirito umano. Mi limiterò a ricordare che i momenti fon­
damentali di questo processo sono legati soprattutto ai nomi di Mar­
tin Heidegger e Hans Georg Gadamer. Per la tesi della intrascendi­
bilità del linguaggio, apriori d'ogni esperienza possibile, per l'idea
che in ogni parola sia contenuta la totalità della lingua e della relati­
va visione del mondo, questi è davvero l'ultimo erede della filosofia
di Humboldt. Quanto a Heidegger, più d'un aspetto lo apparenta al­
la tradizione romantica, primo tra tutti la critica d'ogni concezione
strumentale del linguaggio. Con espressioni come quella, notissima,
«il linguaggio è la dimora dell'Essere» ( Unterwegs zur Sprache, 1 959:
Heidegger 1984 , p. 28) , Heidegger vuol indicare la primarietà della
dimensione linguistica nell'esperienza del mondo, la presenza di
strutture di significato originarie che costituiscono la condizione di
possibilità del discorso. Come i grandi maestri romantici, addita nel­
la spontaneità autoproduttiva della parola il segno della sua onnipo­
tenza. Riflettere sul linguaggio vuol dire «prender dimora presso il
linguaggio: nel suo parlare, e non nel nostro. [. . . ] È al linguaggio che
va lasciata la parola» (ibidem) .
Una reazione idealistica contro l a scienza aveva segnato d'altron­
de già la cultura tedesca alla fine dell'Ottocento. Se n'erano fatti in­
terpreti, fra gli altri, Karl Vossler e, in Italia, Benedetto Croce. In lin­
guistica, questa svolta antiscientista aveva comportato fra l'altro una
resa dei conti con il metodo dei neogrammatici. Molti elementi con­
sentivano infatti di vedere nella scuola neogrammatica l'applicazione
del metodo positivo alle scienze filologico-linguistiche. E quando nel
1904 Vossler pubblica il suo saggio Positivismo e idealismo in lingui­
stica, ai neogrammatici rimprovera appunto il metodo analitico posi­
tivo che ipostatizza concetti empirici (suoni, forme flessive, parole,
proposizioni) che vanno intesi invece, secondo Vossler e Croce, come
7. Linguaggio e filosofia tra Otto e Novecento 139

distinzioni puramente artificiali. La critica di Vossler era un caso par­


ticolare di quella svolta, senza la quale non si comprende neppure l'e­
pistemologia (o anti-epistemologia) crociana. Proprio l'identificazio­
ne neogrammatica della linguistica come scienza storica - scienza sto­
rica e tuttavia scienza - appariva insostenibile alla luce della dicotomia,
ormai largamente prevalente, tra 'scienze idiografiche' (quelle che de­
scrivono i fatti storici nella loro unicità e individualità) e 'scienze no­
motetiche' (quelle che spiegano i fatti sulla base di leggi non condi­
zionate storicamente) . Se la linguistica, in quanto scienza storica, ap­
parteneva alla prima categoria, doveva rinunciare dunque a quella ri­
cerca delle leggi generali che era stata il progetto scientifico dei neo­
grammatici. Vossler applicava, e discuteva in un intenso rapporto per­
sonale con Croce, tesi che questi andava esponendo nelle sue opere si­
stematiche, a cominciare dall ' Estetica come scienza dell'espressione e
linguistica generale ( 1 902; ed. definitiva 1 907). La loro comune con­
cezione del linguaggio come serie indefinita di atti linguistici non uni­
ficati in un sistema pone il problema di spiegare come sia possibile la
comunicazione e comprensione. Vossler ricorre al collaudato disposi­
tivo deli'intuizione ermeneutica. Croce invoca alla fine il concetto mi­
stico della communicatio idiomatum, l'unità delle lingue in Dio, che,
pur nella sua formulazione mitologica, dice, racchiude una verità.
La ricerca di quell"universale concreto' su cui la filosofia s'era
andata interrogando a partire da Hegel approda al linguaggio con
l'ultimo grande rappresentante dell'idealismo filosofico classico,
Ernst Cassirer. Universale perché capace di infinite realizzazioni,
concreto perché realizzato ogni volta in un atto individuale, il lin­
guaggio trascende la distinzione tra sfera soggettiva e sfera oggetti­
va. In esso la soggettività non è «limite che ci separi dalla compren­
sione dell'essere oggettivo», ma «mezzo dell'aggettivazione delle im­
pressioni sensoriali» (Philosophie der symbolischen Formen, 1923 :
Cassirer 1 976, I, p. 1 1 9). il linguaggio, come la conoscenza, il mito,
l'arte, la religione, è visto come specifica forma dell'articolazione del
mondo intuitivo. A partire dal caos delle impressioni immediate, gli
oggetti si costituiscono in noi grazie al nome. La differenziazione e
fissazione di momenti concreti per mezzo del suono linguistico è l'i­
nizio di quella «funzione generalissima del separare e riunire che tro­
va la sua più alta espressione cosciente nelle analisi e nelle sintesi del
pensiero scientifico» (ivi, p. 23 ) .
È l'inizio di un'epifania dello spirito come progressivo distan­
ziarsi dall'immediatezza sensibile: un tratto hegeliano che si riflette
140 Il linguaggio. Storia delle teorie

nella descrizione che Cassirer dà dei dispositivi linguistici come con­


tenenti ciascuno in germe lo stadio finale dello sviluppo della co­
scienza. Già nelle forme più elementari di simbolizzazione sono im­
plicite le forme successive. n gesto dell'indicare adombra «un tratto
di tipico e universale significato spirituale»: con cui il soggetto si di­
stanzia dal contenuto rappresentato costituendolo come oggetto.
L'afferrare fisico è avvio a una superiore funzione significativa: il
prendere contiene in sé il comprendere, il mostrare prelude al di­
mostrare, la funzione indicativa alla funzione apodittica (ivi, pp. 150-
5 1 ) . n gesto imitativo è una schematizzazione dell'oggetto. E l'arti­
colazione della voce segna un salto qualitativo: organo sempre più
differenziato e sensibile, essa esprime dal lato oggettivo rapporti e
determinazioni formali, dal lato soggettivo la dinamica di sentimen­
ti e pensieri (ivi, pp. 155 -56).
Riorganizzando secondo gli schemi della gnoseologia kantiana
una quantità straordinaria di materiali empirici tratti dalla compara­
tistica del tempo, Cassirer fa una sorta di grammatica universale non
dichiarata: una descrizione delle 'idee elementari' che operano nella
formazione del linguaggio, una 'deduzione' delle forme linguistiche
dalle forme dell'intelletto. Primaria è l'espressione dello spazio. « È
come se tutte le relazioni concettuali e ideali potessero esser colte
dalla coscienza linguistica solo in quanto il linguaggio le proietta nel­
lo spazio e in esso analogamente le 'raffigura'» (ivi, p. 179). Sulla di­
stinzione di posizioni e distanze «si fonda anche la differenziazione
dei contenuti, dell'io, del tu, del lui, da una parte, e della cerchia de­
gli oggetti materiali dall'altra» (ivi, p. 1 82 ) . Solo alcuni esempi: la for­
mazione dell'articolo determinativo dalla «deixis dell' ille>>, per cui
l'oggetto cui l'articolo si riferisce viene indicato «come !"esterno' e
il 'colà', separato dall " io' e dal 'qui'» (ivi, pp. 1 84-85 ) ; gli avverbi di
spazio (davanti, dietro, sopra, sotto, ecc. ) , legati ciascuno al corpo
umano e alle sue parti (ivi, p. 1 88) ; la derivazione spaziale di locu­
zioni di causa o scopo: il 'per cui' come traduzione causale dello spa­
ziale 'da cui', il concetto generale di finalità come traduzione dello
spaziale 'verso' (ivi, p. 1 90).
Più complessa la rappresentazione del tempo. Nell'intuizione
spaziale le parti si collegano, in quella temporale si escludono. Le de­
terminazioni spaziali possono trapassare l'una nell'altra, il 'là' può
diventare 'qui' in forza d'un semplice movimento, ma il tempo ha
una direzionalità irreversibile. Nel verbo, <<Vero ed unico portatore
delle determinazioni temporali» (ivi, p. 206), il linguaggio deve pas-
7. Linguaggio e filosofia tra Otto e Novecento 141

sare dalla semplice distinzione tra 'ora' e 'non-ora' a quella tra azio­
ne compiuta o incompiuta, durevole o momentanea, distinguere di­
verse azioni e coordinarle nella loro reciproca dipendenza.
Nel concetto di numero si palesa il legame strettissimo tra lin­
guaggio e pensiero e, insieme, l'irriducibilità della parola a pensiero
puro. n linguaggio non può mai compiere il passo decisivo richiesto
dal pensiero matematico, l'emancipazione dalla rappresentazione
intuitiva delle cose, neppure quando cerca di adattarsi all ' espressio­
ne di relazioni pure (ivi, p. 2 19). L' atto di nascita del concetto logi­
co è bensì la «rigorosa delimitazione del contenuto significativo del­
la parola ed un'univoca fissazione di essa» (ivi, p. 298) , ma anche qui
il linguaggio conserva la sua duplice natura, sensibile e intellettuale.
I concetti linguistici non si formano per astrazione, come voleva una
lunga tradizione gnoseologica, ma per il tramutarsi delle impressio­
ni in rappresentazioni. La denominazione «prende le mosse da qual­
che carattere singolare che viene colto nel complesso di un conte­
nuto intuitivo» (ivi, pp. 3 02-3 03 ) , non da una «tranquilla considera­
zione e comparazione dei contenuti» (ivi, p. 3 05 ) . Le lingue intere
sono «profondamente radicate nel campo dell'agire e del fare» (ivi,
p. 308) ; in esse solo ciò che appare significativo riceve un significa­
to. Precursore del pensiero logico, il linguaggio non si identifica
dunque mai con esso. Anzi questo si sviluppa sì con il linguaggio,
«però sempre anche contro di esso» (ivi, p. 349) .

7 .2 . Critiche della ragione impura: psicologismo


e scienze del linguaggio
Nei decenni di sviluppo dello psicologismo, alla fine dell'Ottocento,
è diffusa tra i filosofi la coscienza del fatto che al programma kan­
tiano di critica della ragion pura debba affiancarsi una critica della
ragione linguistica. Herder, nella Metacritica ( 1 993 , p. 7 ) , aveva op­
posto all a logica trascendentale kantiana una teoria della mente che
«pensa con parole». Filosofi, anche di formazione kantiana come
Karl Leonard Reinhold, psicologi come Johann Friedrich Herbart e
Friedrich Eduard Beneke erano arrivati alla conclusione che non si
danno pensieri puri, che un'analisi delle strutture categoriali della
mente si può fare solo attraverso il linguaggio. Filosofi materialisti
come Ludwig Feuerbach, come Marx ed Engels, avevano obiettato
all'idea di coscienza pura il fatto che lo spirito si manifesta fin dall'i­
nizio 'infetto' dal linguaggio.
142 Il linguaggio. Storia delle teorie

Ho menzionato sopra Herbart, sul quale vale la pena di fermarsi


brevemente, in questo contesto. Neli'Introduzione alla filosofia ( 1814;
ed. definitiva 1837 [ 1 964] ) Herbart aveva escluso che la logica,
scienza formale, potesse mai pronunciarsi sull'origine dei concetti o
la loro funzione di atti di pensiero effettivo. Aveva dunque delegato
alla psicologia lo studio semantico e morfosintattico, radicati en­
trambi nella dinamica costitutiva delle rappresentazioni e nelle mo­
dalità del loro coordinamento. n bambino, a partire dalla proprio­
cezione, impara a pensarsi come soggetto e a costruire quella com­
plessa rete rappresentativa che costituisce la mente dell'individuo
adulto. Ora, com'è spiegato in uno scritto sulla psicologia come
scienza del 1824 - 1 825 (Herbart 1 964 ) , in questo processo di appro­
priazione del mondo, o 'appercezione', l'azione comunicativa ha un
ruolo centrale. Parlare è in primo luogo un agire e interagire. I suo­
ni verbali si 'co-implicano' con le rappresentazioni già esistenti nel­
la mente costituendo, e via via ridisegnando, masse rappresentative
più o meno dominanti e attive. Nelle Lettere sull'applicazione della
psicologia, scritte nel 1 83 1 e pubblicate molto più tardi, Herbart de­
scrive più da vicino la circolarità tra la sequenza fonica - grazie alla
quale alcune rappresentazioni emergono al di sopra della soglia del­
la coscienza mentre altre ne sono respinte o inibite - e la nuova azio­
ne vocale-motoria che consegue all'attivazione di quelle rappresen­
tazioni. n tessuto delle rappresentazioni è però di tutt'altro formato
rispetto all'ordine seriale cui viene ridotto nell'enunciato: mai pen­
sare che nella mente «ci siano così pochi avvallamenti e rilievi quan­
ti ce n'è nel discorso [. . . ] : guai se la sequenza delle parole che ci fac­
ciamo uscir di bocca fosse l'immagine del modo in cui è strutturato
il nostro pensiero ! » (Herbart 1 964, p. 429). L'unità di pensiero e lin­
guaggio non è un dato, è un prodotto dell'azione comunicativa. Co­
me spiega nelle Ricerche psicologiche del 1 840 (ivi, p. 298), la lingua
non si limita a imporre nomi ai contenuti mentali, ma li struttura con
un procedimento fatto di avvii, di arresti, percorsi interrotti, ostaco­
li e inibizioni della massa rappresentazionale.
Questo programma di psicologia cognitiva viene ripreso da Stein­
thal, che peraltro, come comparatista, persegue un programma hum­
boldtiano di descrizione e classificazione delle lingue considerate
nella loro irriducibile individualità. Pari eclettismo traspare dalla sua
attività di curatore di un'importante rivista di Volkerpsychologie, o
psicologia dei popoli, cui presiede l'interesse antropologico di deri­
vazione humboldtiana per le forme simboliche (linguaggio, mito,
7. Linguaggio e filosofia tra Otto e Novecento 143

prassi estetica, ecc. ), associato per un verso a una filosofia della sto­
ria sicuramente memore della lezione hegeliana e per l'altro a una
metodologia di tipo positivistico, di raccolta e scrutinio dei dati. Si
tratta insomma di un linguista-filosofo la cui lettura è spesso diffici­
le ridurre a una vera e coerente unità teorica. Mi occuperò di lui sot­
to il profilo dello psicologismo linguistico che, più che la difficile ge­
stione dell'eredità humboldtiana, mi sembra interessante nella sua
teoria. Si tratta di una teoria rappresentazionale della mente, in cui
il pensiero verbale figura come una e una sola delle forme di attività
rappresentativa accanto a molteplici altre forme non verbali. La pa­
rola non esaurisce il pensiero, non si identifica con esso: al contra­
rio, solo una fascia intermedia dell'attività psichica è legata alla prassi
linguistica. Di ciò Steinthal adduce testimonianze attinte dagli studi
sul comportamento animale, dalle patologie linguistiche, dall'osser­
vazione dei comportamenti inferenziali non verbali dell'uomo, per
esempio i comportamenti motòri, in forza dei quali continuamente
pensiamo, calcoliamo, valutiamo, sempre senza parole. Ampie sfere
della condotta intelligente, insomma, operano in assenza di segni
verbali, le più astratte tendono addirittura a liberarsene, altre si ser­
vono di procedure iconico-intuitive. «Solo nella sfera mediana del
pensiero regna abitualmente la parola», scrive nel saggio su Gram­
matica, logica e psicologia, del 1 855 ( 1 968, p. 155 ) .
Ma se il pensiero non è fin dall'origine verbale, che cosa mai ci
induce a varcare la «soglia del linguaggio»? (ivi, p. 246). Per trovare
una risposta Steinthal attinge alla neuropsicologia del tempo, in par­
ticolare alla teoria del riflesso. La verbalizzazione non è un'attività
puramente mentale, è anche un'attività corporea e come tale pre­
suppone un «legame che il sentire, la sensazione, l'attività psichica
in genere ha con i movimenti» (ivi, pp. 25 1 -52). D'altra parte, se fos­
se solo un'espressione sintomatica di stati psichici, non si spieghe­
rebbe la complessità e la natura formale delle lingue. Per varcare la
soglia del linguaggio occorre che i riflessi sonori vengano collegati si­
stematicamente con i contenuti rappresentazionali sempre più com­
plessi in cui si organizzano le intuizioni. Grazie a questo collega­
mento una rappresentazione emerge dall ' immenso repertorio delle
rappresentazioni fluttuanti sopra e sotto la soglia della coscienza.
L'intuizione «è un insieme, un complesso di molte sensazioni, ma
non un'unità. Questa si costituisce nel linguaggio e grazie a questo
l'intuizione diventa rappresentazione» (ivi, p. 3 1 9). L'unità semanti­
ca così costituita diventa lo strumento per identificare e re-identifi-
144 Il linguaggio. Storia delle teorie

care una cosa attraverso le sue modificazioni e istituire collegamen­


ti con altri plessi rappresentazionali. La mente è una rete variabile di
rappresentazioni subordinate e coordinate. Questo procedimento di
aggregazione, disgregazione, riaggregazione è descritto per via di
metafora. Parlando, via via

si forma nella mente un cumulo di macerie del materiale fonico che ave­
va costituito un edificio di giudizi tra loro collegati. L'edificio è andato in
rovina e restano solo pietre e travi, che giacciono sconnesse e senz'ordi­
ne. Ogni pezzo reca le tracce della sua connessione, ma una stessa pietra
mostra commessure diverse, e lo stesso tipo di combinazione è suggerita
da diverse pietre e t ravi. [. .] Nell'atto del parlare la mente attinge sem­
.

pre di nuovo a queste macerie, e usa il materiale secondo le commessure


che trova (Steinthal 1968, p. 347 ) .

L o studio del linguaggio è una parte importante del programma


scientifico di Wilhelm Wundt, che condivide con Steinthal, e con
buona parte della psicologia tardo-ottocentesca, l'idea di una corre­
lazione accertabile fra eventi psichici ed eventi motòri (il cosiddetto
parallelismo psicofisico) e la convinzione che il linguaggio sia il luo­
go elettivo in cui studiare quella correlazione. I due volumi intitola­
ti Il linguaggio, usciti in prima edizione nel 1 904, sono una vera e
propria enciclopedia della psicolinguistica del tempo. La funzione
psichi ca essenziale è anche per Wundt l'appercezione, che mette a
fuoco, seleziona e riorganizza, per tradurli in segmenti fonici sintat­
ticamente ordinati, gli elementi di ciò che si presenta dapprima co­
me rappresentazione globale. La stessa funzione consente all'ascol­
tatore di ci-sintetizzare a sua volta quella rappresentazione a partire
dalla sequenza fonica, ricomponendo l'impressione totale sulla base
di indizi raccolti via via che l'enunciato si svolge, di schemi che con­
sentono di anticipare l'interpretazione a partire da poche parole o
forme grammaticali. L'appercezione è un procedimento psicosintat­
tico che ristruttura serialmente, in segmenti correlati, un'impressio­
ne mentale simultanea e, viceversa, riproduce olisticamente nella
comprensione l'evento psichico iniziale (Wundt 1 904, II, cap. 7 ) .
n gemellaggio tra psicologia e linguistica produce programmi di
ricerca riducibili a due diversi obbiettivi. n primo è la spiegazione,
su basi psicologiche, dei fenomeni di mutamento semantico, e sop­
perisce a un'esigenza teorica non soddisfatta dalla linguistica stori­
ca, occupata in quegli anni dal tema dell'ineccepibilità delle leggi fo-
7. Linguaggio e filosofia tra Otto e Novecento 145

n etiche. L'altro obbiettivo è lo studio generale delle precondizioni


psichiche del linguaggio, del suo apprendimento, dei meccanismi di
significazione, enunciazione, comprensione. I Principi di storia della
lingua di Hermann Paul, ripubblicati in forma sempre accresciuta in
cinque edizioni fra il 1 880 e il 1920, sono un esempio di entrambi gli
approcci e un palinsesto delle discussioni linguistiche nell'arco di
quei quarant'anni. Paul, che aveva seguito le lezioni di Steinthal a
Berlino, ne raccoglie l'idea della connessione tra sistema linguistico
e dinamica rappresentazionale, ma rifiuta il programma di ricerca in
demopsicologia, confutandone l'oggetto stesso, l'idea di anima col­
lettiva, dalle cui mutazioni dipenderebbe il mutamento semantico.
Lo sforzo di Paul, come dei neogrammatici, è di spiegare i fatti lin­
guistici come immanenti al sistema della lingua e all'azione dei suoi
utenti, senza ricorrere a fattori sovraindividuali. Così il mutamento
semantico è spiegato come effetto cumulativo di variazioni che ven­
gono bensì gradualmente assimilate nell'uso collettivo, ma che han­
no origine nelle pratiche comunicative individuali: ampliamenti o re­
strizioni del senso dei termini, uso metaforico o metonimico, ecc. È
nella prassi linguistica infatti che il «significato usuale» si specifica,
secondo il contesto e l'intenzione del locutore, in un «significato oc­
casionale». La discrepanza fra i due significati è, più che possibile,
necessaria. Uno è «l'intero contenuto rappresentativo che, per chi
appartiene a una comunità linguistica, si collega con una parola».
L'altro è «il contenuto rappresentativo che il locutore, nel pronun­
ciare quella parola, collega a essa, aspettandosi lo stesso dall'interlo­
cutore» (Paul 1 995 , p. 75 ) . Si tratta di una «specializzazione del si­
gnificato» (ivi, p. 8 1 ) che si realizza nel momento in cui la parola ac­
quista un riferimento, il che avviene nell'enunciato e richiede il con­
corso di circostanze senza le quali l'interlocutore non saprebbe qua­
le significato lessicale, o uso figurato o perifrastico, attivare.
Un altro dispositivo di variazione è l'analogia, che assurge per i
neogrammatici a dignità di principio generativo delle forme lingui­
stiche. È un dispositivo psicologico sempre attivo nella produzione
linguistica, che consente al parlante di produrre nuove forme verba­
li a partire dal limitato repertorio di quelle che ha sentito e memo­
rizzato o di scegliere tra diverse forme in competizione. È inoltre un
caso particolare della dinamica psichica in forza della quale non so­
lo le rappresentazioni mentali (e dunque il repertorio dei significa­
ti) , ma anche le rappresentazioni fonetiche e sintattiche, si deposita­
no nella sfera dell'inconscio come tracce di tutto ciò che anche una
146 Il linguaggio. Storia delle teorie

sola volta è entrato a far parte della coscienza attraverso l'ascolto del
parlare altrui, attraverso l'esercizio della lingua e del pensiero ver­
bale, e può essere in ogni momento riattualizzato in atti di parola. Le
forme grammaticali e sintattiche categorizzate dalla riflessione sono
desunte da strutture morfosintattiche inconscie, stabilizzatesi nel­
l'individuo adulto.
Paul affronta anche un tema classico della teoria sintattica, la de­
finizione della frase. Confutato il parallelismo logico-grammaticale,
cadeva anche l'idea antichissima che nella proposizione a soggetto e
predicato si esprimesse la forma logica del giudizio. Non c'è nessun
motivo per pensare che proposizione 'normale' sia quella dichiara­
tiva: perché non un'esclamazione, un vocativo, una domanda, un
verbo impersonale? Proposizione è infatti ogni enunciato che espri­
me una connessione delle rappresentazioni nella mente del locuto­
re e ne genera una analoga nella mente dell'interlocutore, valendo­
si di strumenti sintattici, ma anche di strumenti prosodici: intona­
zione, modulazione del tono, 'tempo' dell'enunciazione e relative
pause (i vi, pp. 134 sgg. ) , insomma l' actio, secondo un termine della
tradizione retorica antica con cui un altro rappresentante dello psi­
cologismo, Philipp Wegener, nelle Ricerche sui problemi fondamen­
tali della vita de/ linguaggio, del 1 885 ( 1 99 1 , p. 16), riassume gli ele­
menti non sin tattici della proposizione. Anche il filologo Georg von
der Gabelentz, in uno scritto sui compiti, metodi e risultati della lin­
guistica, del 1 89 1 ( 1 984 , pp. 365 sgg. ) , insiste sul carattere proposi­
zionale di esclamazioni, vocativi, ellissi. Insomma la proposizione
non è un'entità grammaticale, ma un'unità di comunicazione. E nel­
la relativa teoria tornava l'antico problema dell'ordine delle parole:
libero, certo, ma non casuale, perché finalizzato alla comunicazio­
ne. Il 'soggetto psicologiCo' , cioè l'elemento su cui di volta in volta
il parlante vuole attirare l'attenzione, non coincide necessariamente
con il soggetto logico: è il tema, 'ciò di cui si tratta' . Predicato psi­
cologico è ciò che di nuovo viene aggiunto, 'ciò che si dice di' . Su
questa distinzione, e sulla primarietà della funzione psicologica su
quella logica, convengono, salvo piccole differenze, Paul, Wegener,
Gabelentz.
Delle modalità e motivazioni psicologiche e cognitive del muta­
mento semantico, dei meccanismi sociologici che lo sanzionano, di­
scutono in quei decenni anche in Francia linguisti della statura di Ar­
sène Darmesteter, Michel Bréal, Victor Henry, più tardi Antoine
Meillet. La semantica si dissocia dalla motivazione etimologica cui
7. Linguaggio e filosofia tra Otto e Novecento 1 47

da sempre era stata legata: anzi, si afferma, proprio la perduta co­


scienza dell'etimo dà alle parole quella elasticità, cioè quell'indefini­
ta contraibilità ed estensibilità di significato che le rende strumenti
efficaci per il pensiero e la comunicazione. 'Elasticità' è un termine
usato dal linguista americano Whitney ( 1 867 , p. 105) . La nozione,
insieme a quella di oblio dell'etimo, si trova anche nell'Essai de sé­
mantique di Bréal, del 1897 ( 1 990, pp. 106- 1 09). Elasticità significa
che il significato varia con il variare delle rappresentazioni connesse
con una parola da un soggetto all'altro o in diversi momenti della vi­
ta d'uno stesso soggetto. La sola conoscenza del significato lessicale
non basta alla comprensione, in assenza di un contesto reale. «È dal­
la conoscenza delle relazioni reali, che non abbiamo acquisito in for­
za della comunicazione linguistica, ma grazie all'esperienza, che com­
pletiamo riempiendolo di contenuto il poco che l'enunciato ci dice»
(Wegener 1 99 1 , p. 1 14). Se così non fosse (l'esempio è di Wegener,
p. 105 ) , non potremmo interpretare come successive le azioni espres­
se nella frase Veni, vidi, vici, e come simultanee quelle espresse nel­
la frase 'Sono rimasto a casa e ho letto un libro'. Così, attraverso la
teoria rappresentazionale, fattori pragmatici irrompono nella teoria
semantica e mettono in discussione la metodologia puramente in­
tralinguistica della semantica storica coeva.

7 . 3 . L'eclissi dello psicologismo


Almeno un punto possiamo assumere come indicativo dello psico­
logismo: l'idea che la competenza linguistica sia un tratto distintivo
della coscienza e che spetti alla psicologia studiarne i fondamenti. Se
è lecito poi definire materialista l'assunto secondo il quale il menta­
le può essere descritto in termini di processi fisici, si può anche so­
stenere che il parallelismo psicofisico sia stato la migliore approssi­
mazione al materialismo nel quadro della filosofia ottocentesca. L'e­
clissi dello psicologismo coincide con la critica di questo assunto,
fatta in nome di una teoria della mente, o dell'io, come componente
primitiva irriducibile al suo sostrato materiale.
Un caso paradigmatico è quello del filosofo francese Henri Berg­
son . ll dualismo metafisica da lui professato comporta una serie di
opposizioni (intuizione-analisi, unità-distinzione, immediatezza-me­
diazione, vissuto-astratto) che relegano rigidamente il linguaggio
nella sfera di una cognitività dimidiata e inautentica. Questa valuta­
zione negativa dell'intelligenza discorsiva, analitica, e del suo stru-
148 l/ linguaggio. Storia delle teorie

mento che è il linguaggio, è un tema che compare fin dalle prime pa­
role della prima opera di Bergson, l'Essai sur les données immediates
de la conscience, 1 889: «Ci esprimiamo necessariamente per mezzo
di parole, e pensiamo perlopiù spazialmente. In altri termini, il lin­
guaggio esige che si stabiliscano tra le nostre idee le stesse distinzio­
ni nette e precise, la stessa discontinuità che c'è tra gli oggetti mate­
riali» (Bergson 1 964 , p. 19). n divorzio del linguaggio dall a coscien­
za comporta qui (pp. 132-42, 2 1 6-24 ) addirittura un'intima scissio­
ne della soggettività. C'è un «io fondamentale», il soggetto che spe­
rimenta stati qualitativi, che vive nel tempo-qualità, e un «io rifrat­
to» che vede la realtà solo attraverso i simboli, vive nel tempo-quan­
tità e non può afferrare il reale «senza fissarne la mobilità» (ivi, pp.
132 sgg.), senza snaturare i qualia in oggetti discreti, spazializzati,
'solidificandoli' , per usare una metafora cara a Bergson . Quello che
si realizza nel linguaggio è insomma un pensiero cristallizzato in en­
tità discrete e queste entità sono le idee.
La discrasia tra vissuto e linguaggio non ammonta qui alla diffe­
renza risaputa tra la simultaneità del pensiero e la linearità del lin­
guaggio. Si tratta della differenza profonda tra due linearità: quella
continua del pensiero reale e quella discontinua - spezzata in idee e
parole corrispondenti - del pensiero linguistico. Una tale cesura tra
qualia e linguaggio è difficile da tenere insieme con una teoria del­
l' evoluzione. n presupposto fondamentale di ogni epistemologia di
indirizzo evoluzionistico è che l'evoluzione del sistema biologico
umano implichi anche la correlativa evoluzione di un sistema cogni­
tivo. n peculiare modello evolutivo elaborato da Bergson in uno
scritto del 1907 , !;évolution créatrice, lascia invece supporre che ci
sia un sistema cognitivo che serve per conoscere il mondo esterno e
uno che serve per conoscere i qualia, e che i due sistemi (rispettiva­
mente l'analisi e l'intuizione) presentino tra loro una discrasia. L'o­
biezione che si potrebbe far valere contro questo dualismo cogniti­
vo è la stessa che in diversi momenti è stata mossa, dal punto di vi­
sta del naturalismo, contro l'idealismo trascendentale kantiano, e
che si ripropone nel dibattito attuale (§ 8.3 ) : è mai pensabile che le
leggi del nostro apparato cognitivo, sviluppatosi nel corso di un con­
tinuo confronto con le leggi di natura, non abbiano alcuna relazione
con il mondo esterno da queste regolato?
Immersa nel linguaggio, la filosofia per Bergson è condannata a
restare nella sfera del linguaggio. Filosofia della chiacchiera, dun­
que, oppure filosofia «puramente concettuale», che sostituisce i con-
7. Linguaggio e filosofia tra Otto e Novecento 149

cetti ai percetti. Non bisognerà piuttosto, si chiede Bergson, «torna­


re alla percezione, ottenere che essa si dilati ed estenda?» (Bergson
1 959, p. 1369) . Questa riappropriazione della coscienza, che si ot­
tiene «rompendo le barriere del linguaggio» (Bergson 1 964 , p. 137),
somiglia molto al metodo fenomenologico, più tardi enunciato da un
altro filosofo francese, Maurice Merleau-Ponty, del quale mi occu­
però nel prossimo capitolo.
Una periodizzazione stereotipa abbastanza diffusa presenta la
rottura con lo psicologismo come uno spartiacque dal quale scaturi­
scono le correnti che domineranno le teorie del linguaggio della pri­
ma metà del Novecento. Come molti stereotipi questa ricostruzione
ha del vero. Non c'è dubbio che dalla critica antipsicologista nasca­
no direttamente o indirettamente approcci importanti come le se­
mantiche formali e lo strutturalismo e che un 'opzione antipsicologi­
sta sia alla base del comportamentismo che ha caratterizzato tanta
parte della filosofia del linguaggio del secolo scorso ( § 7 .6) . Crisi del­
lo psicologismo non vuoi dire tuttavia eclissi dello studio dei dispo­
sitivi psichici della produzione, ricezione e apprendimento del lin­
guaggio. Questi continuano a essere al centro degli interessi degli
psicologi, benché la nascita della psicolinguistica come scienza au­
tonoma sia generalmente datata solo agli anni 1 950.
La critica dello psicologismo assume naturalmente forme diver­
se. In alcuni casi, come quello di Anton Marty, più che di antipsico­
logismo, si dovrebbe parlare di un nuovo modello di psicologia.
Quello applicato da autori come Steinthal e Wundt si valeva degli
apporti della fisiologia e mirava alla spiegazione genetica dei feno­
meni psichici; quello proposto da Franz Brentano, maestro di Marty,
era un modello descrittivo e non genetico, una psicologia 'pura', che
rifiutava ogni commistione con la fisiologia e tracciava la mappa del­
l'esperienza interna sulla sola base dell'intima percezione del vissu­
to. Così, non a caso uno degli oggetti polemici di Marty è la teoria
del riflesso elaborata da Steinthal e Wundt, secondo la quale il lin­
guaggio verbale sarebbe geneticamente derivato da moti istintivi e vi
sarebbe dunque continuità tra espressione spontanea e uso del lin­
guaggio a fini comunicativi. Secondo Marty il linguaggio è fin dall'i­
nizio un dispositivo a sé, finalistico e strumentale anche se irriduci­
bile a un piano predeterminato. Non è un prodotto di natura, al con­
trario nasce dai bisogni della comunicazione: il che vuoi dire che
l'uomo l'ha acquisito agendo in vista d'uno scopo (Marty 1 884-92 ,
p. 304). L'apparente contraddizione tra l'assenza di un piano e la na-
150 Il linguaggio. Storia delle teorie

tura di azione volontaria è spiegata per analogia con le altre istitu­


zioni: anche il finalismo di queste «non dipende dalla ragione di un
singolo [ . . ma] è prodotto da bisogni, tendenze, abitudini [ . . . ] , sen­
.

za che mai gli individui ne abbiano una visione d'insieme o una con­
sapevolezza astratta» (Marty 1908, p. 73 7 ) .
n parlare è primariamente finalizzato «all'espressione degli even­
ti psichici del parlante e al corrispettivo controllo del contenuto psi­
chico altrui» (ivi, p. 53 ) . Si attua con la cooperazione dei parlanti at­
traverso procedimenti di integrazione delle informazioni da parte
dell'ascoltatore, anticipazioni, aspettative, atti di comprensione par­
ziali raggiunti più o meno completamente mentre il discorso si sno­
da, e confluenti nella comprensione finale a discorso compiuto (ivi,
pp. 144-46) . È dunque un'azione che procede per tentativi ed erro­
ri e le cui regolarità sono la forma codificata di atti linguistici abituali
selezionati sulla base del successo reiterato. Anche il mutamento se­
mantico nasce da innovazioni individuali accettate per la loro effica­
cia comunicativa. Questa sorta di pragmatica glottogonica è lo sfon­
do di diversi aspetti importanti della teoria di Marty; per esempio
della sua idea della genesi dei significati lessicali: qual è il motivo per
cui solo certi concetti e non altri trovano nella lingua una parola cor­
rispondente? In uno scritto del 1879 sull a sensibilità cromatica, con­
futa la tesi, enunciata da alcuni studiosi coevi, che la povertà del les­
sico dei colori nelle lingue antiche fosse prova di una meno evoluta
percezione cromatica: nulla impone che la concettualizzazione lin­
guistica debba procedere di pari passo con la categorizzazione per­
cettiva e rispecchiarla fedelmente, come se il fine del linguaggio fos­
se la rappresentazione del pensiero monologico . Proprio perché è in­
vece uno strumento finalizzato alla comunicazione, esso sottolinea
certe e non altre categorizzazioni percettive e ricalca dunque fedel­
mente il pensiero soltanto nella misura indispensabile alla compren­
sione reciproca. La vaghezza semantica è un suo punto di forza. Il
carattere ridondante o (al contrario) carente del lessico, l'irriducibi­
lità a regole necessitanti e il prevalere dell'anomalia sull'analogia,
escludono qualsiasi parallelismo tra logica e grammatica, fonda­
mento del modello grammaticale classico. Marty critica anche la teo­
ria delle parti del discorso, che di quella tradizione era stata forma
canonica e nerbo. È improprio già domandarsi quali e quante esse
debbano essere. Rispetto a quale ideale di completezza? Rispetto a
quale criterio? La lingua è uno strumento e il solo criterio di bontà
d'uno strumento è che sappia o meno adempiere a uno scopo (Marty
7. Linguaggio e filosofia tra Otto e Novecento 15 1

1925 , p. 7 1 ) . Ogni lingua dev'essere comunque in grado di esprime­


re le funzioni semantiche essenziali fondate sulle forme invarianti
che strutturano l'esperienza, deve riprodurre nella sintassi del mez­
zo espressivo l'intima trama della nostra vita psichica. Accertare quel­
le funzioni è il compito della grammatica (o semasiologia) generale
( 1 908, pp. 53 sgg.) . La ricerca delle funzioni indispensabili del lin­
guaggio non contraddice alla varietà dei mezzi espressivi nelle di­
verse lingue: si tratta semplicemente di modi diversi dell'adegua­
mento di uno strumento ai suoi scopi.
Gli psicologisti avevano radicato il linguaggio nella sfera delle
rappresentazioni e in un inconscio cognitivo non linguistico. Si fa
ora strada invece, con autori come Otto Jespersen e Karl Biihler, l'i­
dea che i dispositivi mentali che presiedono al linguaggio siano spe­
cifici e diversi da ogni altro dispositivo mentale. Questo contribuì,
secondo Graffi ( 1991 ) , alla crisi dello psicologismo ed ebbe un'im­
portante funzione preparatoria rispetto alla concezione del linguag­
gio come sistema autonomo propria dello strutturalismo, che nel
frattempo aveva eletto a suo testo fondatore il Cours de linguistique
générale di Ferdinand de Saussure.
Quando Saussure pronuncia (dal 1 907 ) le lezioni ginevrine de­
stinate a costituire la base del futuro Cours, lo studio delle precon­
dizioni psichiche del linguaggio, di competenza dei filosofi, faceva
da contrappeso alla tendenza storico-descrittiva che dominava gli
studi linguistici. Alcuni aspetti (fra i più noti) della teoria di Saussu­
re sono da leggere su questo sfondo: come programma di una lin­
guistica non psicologistica e non unilateralmente storica. A entram­
be le esigenze sopperisce la distinzione tra linguistica sincronica
(studio di uno stato di lingua preso in un momento temporale astrat­
to) e linguistica diacronica (lo studio delle lingue nel loro sviluppo
temporale) . L'approccio sincronico, specifico della linguistica gene­
rale, studia il sistema della lingua isolandolo da congiunture e consi­
derazioni di natura storica o psicologica e dalle circostanze dell' ef­
fettiva produzione di atti di linguaggio. Nella stessa direzione anti­
psicologista andava un'altra famosa distinzione saussuriana, quella
tra langue e parole. La langue è il sistema linguistico condiviso da una
certa comunità di parlanti: «insieme di convenzioni necessarie adot­
tate dal corpo sociale per consentire l'uso della facoltà del linguag­
gio negli individui», «tesoro [. . . ] completo nella massa, più o meno
completo negli individui» (Saussure 1 967 , p. 3 8 1 ) . La parole è l'atto
di produzione linguistica individuale in situazione concreta. Negli
152 Il linguaggio. Storia delle teorie

anni '60 Noam Chomsky ha presentato come analoga a quella saus­


suriana la propria distinzione fra competenza ed esecuzione. In
realtà, la competenza chomskiana è di natura mentale: è la cono­
scenza individuale interiorizzata ('innata') di regole grammaticali
universali. La langue è invece per Saussure una formazione sociale
sovraindividuale (e si è molto discusso sulle possibili fonti sociologi­
che di questa nozione) . La distinzione fra langue e parole è entrata a
far parte del senso comune scientifico, insieme all'idea che oggetto
della linguistica generale sia appunto la prima. La tesi secondo la
quale il valore di un elemento linguistico, cioè la sua identità fun­
zionale all ' interno di un sistema soggetto a regole, dipende da un'in­
tera rete di elementi ad essa collegati è stata alla base del predomi­
nante approccio antipsicologista, o antimentalista, della linguistica
generale della prima metà del Novecento. Le correnti a vario titolo
definibili strutturaliste hanno infatti concepito la lingua in primo
luogo come sistema autonomo, e hanno attuato in questa direzione
il programma saussuriano di costituzione di una scienza linguistica
indipendente tanto dalla metodologia della storia e delle scienze
umane quanto dallo studio del mentale.
Tra Otto e Novecento, tradizioni diverse e spesso non esplicite
collegano, in Francia e in Germania, i linguisti-filosofi alle fonti del­
la gnoseologia prekantiana, espunte in età romantica dall'orizzonte
della filosofia accademica. In Germania questa funzione di collega­
mento era toccata a Herbart. In Francia il programma scientifico
rappresentato in modo eminente da Bréal si proponeva di studiare
la relazione della lingua con i dispositivi rappresentazionali - di «en­
trare nel modo di pensare e di sentire delle persone», (Bréal 1 877, p.
322) - e in funzione di ciò si appellava alla tradizione di Condill a c.
Nei paesi di lingua inglese maggiore era stata la continuità con la tra­
dizione dell'empirismo classico, rinnovata dalla pubblicazione del
System o/ Logic di John Stuart Mill ( 1 843 ) . Nella semantica dei no­
mi contenuta in quest'opera si distingueva fra l'altro tra funzione de­
notativa e connotativa e si ponevano problemi come quello della se­
mantica dei nomi propri che, dopo Mill, dopo Frege e Russell, sono
stati ancora oggetto di dibattito nella filosofia analitica del Nove­
cento. La semantica di Mill, esplicitamente tributaria della logica dei
termini e delle proposizioni di tradizione tardo-aristotelica, era
estranea ai coevi sviluppi della linguistica storica e a ogni considera­
zione della dimensione diacronica delle lingue naturali. Per questo
rispetto rappresentava un approccio del tutto diverso da quello del-
7. Linguaggio e fi"loro/ia tra Otto e Novecento 153

la semantica linguistica che troverà una definizione istituzionale ad


esempio negli scritti di Bréal. Criticava peraltro esplicitamente il mo­
dello rappresentazionale della mente diffuso dall'empirismo classi­
co e con ciò l'idea che gli enunciati rinviino primariamente a rap­
presentazioni mentali. Per questo rispetto il suo approccio si diffe­
renziava anche dall a semantica di indirizzo psicologista.
Gli studi di semantica si moltiplicano sia nella nascente linguistica
generale con linguisti-filosofi come Steinthal, Wegener, Paul, Bréal,
sia presso logici come Frege, Russell, Husserl. Nelle Logische Unter­
suchungen ( P ed. , 1 900- 190 1 , ed. definitiva 1922) questi enuncia un
assunto fondamentale dell' antipsicologismo: l'indipendenza delle ve­
rità logiche dai processi mentali (Husserl 1 968, I, p. 294). Anche Fre­
ge dello psicologismo critica in primo luogo la riduzione della logica
a procedure rappresentazionali, e l'identificazione del senso degli
enunciati con i contenuti mentali dei parlanti. TI saggio Uber Sinn und
Bedeutung ( 1 892) contiene la distinzione, rimasta classica, tra senso
dell'espressione e denotazione, vale a dire ciò che l'espressione desi­
gna. La denotazione è irrilevante in certi casi (nel discorso poetico per
esempio) ; è essenziale invece nel discorso dichiarativo, dove coincide
con il valore di verità («L'essere protesi verso la verità è ciò che gene­
ralmente ci induce a procedere dal senso alla denotazione», scrive F re­
ge nel 1 892 : Frege 1 973 , p. 16). D senso è ciò che «contiene il modo in
cui l'oggetto viene dato» (ivi, p. 10), è il 'pensiero' relativo ad esso, non
in quanto atto soggettivo del pensare, ma come «contenuto oggettivo,
che può essere possesso comune di molti» (ivi, p. 15 n.), il contenuto
cognitivo dell ' enunciato. Ne è escluso il 'tono', cioè l'insieme dei fat­
tori non rilevanti per la verità o falsità dell'enunciato, per esempio di­
re 'destriero' in luogo di 'cavallo ', usare il verbo all'attivo o al passivo,
ecc.: fattori che potremmo definire stilistici, benché Frege non ado­
peri questo termine. La differenza fra senso e denotazione viene illu­
strata dagli esempi dati da Frege: poste tre rette a, h, c che si interse­
cano in un punto, le espressioni 'il punto d'incontro di a e h' e 'il pun­
to d'incontro di h e c' hanno la stessa denotazione e sensi diversi. La
stella del mattino e la stella della sera sono due espressioni di senso di­
verso, due 'pensieri' diversi di uno stesso oggetto designato, il piane­
ta Venere. Né la denotazione né il senso coincidono con la relativa rap­
presentazione. Questa è un'immagine interna legata all'esperienza in­
dividuale, che si distingue «essenzialmente dal senso di un segno, sen­
so che può essere un possesso comune di molte persone e non è dun­
que una parte o un modo della mente individuale» (ivi, p. 12). 1nsom-
154 Il linguaggio. Storia delle teorie

ma le rappresentazioni sono atti psichici che accompagnano se mai il


senso, ma non lo costituiscono. Non lo possono costituire perché, in
quanto contenuti psichici individuali, sono inaccessibili; mentre sen­
so e denotazione devono essere condivisibili. Se il teorema di Pitago­
ra può essere riconosciuto vero da altri, «allora non fa parte del con­
tenuto della mia coscienza»: se così non fosse dovrebbe essere possi­
bile dire 'il mio . . . il suo teorema di Pitagora' .
Anche Husserl, nelle Ricerche logiche, separa l a funzione seman­
tica delle espressioni da ogni considerazione che riguardi la loro si­
tuazione comunicativa. n significato deve essere distinto dalla fun­
zione indicativa, benché certo nel discorso comunicativo sia sempre
«intrecciato in un certo rapporto con l'essere-segnale» (Husserl
1968, I, p. 29 1 ) . Ciò che il significato effettivamente è si coglie nel­
l'uso monologico («la vita psichica che non entra in rapporto comu­
nicativo», ivi, I, p. 302) meglio che nell'uso dialogico, dove va inevi­
tabilmente commisto con la funzione segnaletica e informativa. Nel­
l' espressione si devono distinguere, si spiega nel paragrafo 9 della
prima Ricerca, un «fenomeno fisico nel quale l'espressione si costi­
tuisce nel suo aspetto fisico»; gli atti che le conferiscono il significa­
to (atti conferitori di senso, o intenzioni significanti) ; infine gli atti che
riempiono il signzficato, o riempimento di signz/icato. «In virtù di que­
sti atti, l'espressione è più che un mero complesso fonetico. Essa in­
tende qualcosa, riferendosi nello stesso tempo ad un'oggettualità».
La distinzione risulta molto più trasparente se tradotta nella termi­
nologia filosofica tradizionale, in cui intenzione significante e riem­
pimento di significato sono rispettivamente il concetto e l'intuizione
corrispondente (ivi, I, p. 3 0 1 ) . Gli atti intenzionali colgono i feno­
meni sotto l'aspetto universale, come concetti. Quando al concetto
corrisponde un'intuizione sensibile si ha il riempimento, la realizza­
zione del concetto stesso, il riferimento all ' oggettualità. Un nome ad
esempio intende sempre il suo oggetto, nella sua universalità, come
concetto; ma resta «mera intenzione quando l'oggetto non è intuiti­
vamente presente e quindi non c'è come oggetto denominato». Non
appena l'oggetto si offre all 'intuizione, o almeno 'si presentifica' (per
esempio nelle immagini della fantasia), la vuota intenzione signifi­
cante (il concetto vuoto, cui non corrispondeva alcuna intuizione) si
riempie di contenuto intuitivo e «la denominazione diventa una re­
lazione attualmente presente alla coscienza tra nome ed oggetto de­
nominato» (ivi, I, p. 304 ) . Ogni espressione, scrive Husserl, «non
vuole dire soltanto qualcosa, ma dice anche su qualcosa; oltre ad ave-
7. Linguaggio e filosofia tra Otto e Novecento 155

re un significato si riferisce anche a oggetti [ . . ] . In certi casi la stes­


.

sa espressione può avere molteplici riferimenti. Ma in nessun caso


l'oggetto coincide con il significato» (ivi, I, p. 3 13 ) . Le espressioni il
vincitore di ]ena e il vinto di Waterloo hanno significato diverso, ma
si riferiscono entrambe a Napoleone; un cavallo ha lo stesso signifi­
cato quando si riferisce a oggetti diversi in Bucefalo è un cavallo o in
questo ronzino è un cavallo.
La separazione tra sfera dei significati e sfera dell'oggettività con­
sente a Husserl (ivi, Il, pp. 87 -88) di postulare «una molteplicità di
leggi a priori del significato che fanno astrazione dalla validità obbiet­
tiva [ . . .] dei significati»: leggi logico-grammaticali pure che determi­
nano le possibili forme di significato. È ciò ch'egli chiama «gram­
matica pura». n riferimento al modello classico della grammatica ge­
nerale è discutibile, perché quest'ultima, come abbiamo visto, era
stata piuttosto una ricostruzione induttiva di universali statistici a
partire dalle lingue naturali (alcune lingue naturali). Altra è la co­
genza delle leggi grammaticali pure: la contravvenzione ad esse ge­
nera il nonsenso formale (è il caso di espressioni come un uomo e è) ,
che bisogna distinguere dal controsenso materiale (per esempio un
quadrato rotondo), che non viola nessuna legge della grammatica for­
male. n fatto che in ogni lingua solo certe connessioni siano consen­
tite dipende da <<leggi a priori della connessione e della trasforma­
zione dei significati» (ivi, Il, 1 17 ) , che consentono di enunciare
espressioni grammaticalmente ben formate e costituiscono una «im­
palcatura ideale che ogni lingua fattuale riempie e riveste in modi di­
versi». Ogni studio linguistico deve partire da questo «sistema puro
delle forme», il grammatico deve «avere davanti agli occhi questa
impalcatura, per poter chiedere sensatamente: come esprime il te­
desco, il latino, il cinese, ecc. la proposizione esistenziale, la propo­
sizione categorica, la antecedente dell'ipotetica, il plurale, le moda­
lità di possibile e probabile, il non , ecc. ?» (ivi, Il, pp. 126-27). È que­
sta la più rigorosa formulazione moderna dell'idea di grammatica
universale prima di quella chomskiana (§ 8. 1 ) .

7 .4. Critica de/ linguaggio e statuto della filosofia


Che l'analisi del linguaggio possa avere una funzione 'terapeutica' in
filosofia è un'idea che attraversa l'età moderna almeno a partire dal­
l'illuminismo, fino a diventare un principio centrale nel neopositivi­
smo e nella filosofia analitica. È esplicita nei programmi di critica
156 Il linguaggio. Stona delle teorie

della 'ragione impura' che ho menzionato al § 7 .2, e usata, in fun­


zione antispeculativa, prima contro la kantiana 'purezza della ragio­
ne', e poi contro il sistema della filosofia hegeliana. n confronto con
il discorso ordinario è anche una condizione per la costruzione d'un
linguaggio logico-matematico rigoroso: per questo Frege, in una no­
ta alle sue Ricerche logiche ( 1 918- 1 926), si dichiara costretto a occu­
parsi della lingua, e nell'Ideografia del 1 879 propone un sistema no­
tazionale inteso a «spezzare il dominio della parola sullo spirito uma­
no, svelando gli inganni che [ . . . ] traggono origine, spesso quasi ine­
vitabilmente, dall'uso della lingua» (Frege 1 965 , p. 1 06) . Un altro
autore di lingua tedesca, Fritz Mauthner, pone al centro della sua ri­
flessione l'idea di critica del linguaggio.
Dai suoi Contributi a una critica de/ linguaggio, usciti in prima
edizione nel 1 90 1 - 1 902 , Wittgenstein trasse probabilmente alcune
famose metafore: quella del linguaggio come città costruita pezzo
per pezzo (Mauthner 1 967 - 1 969, I, p. 27; Wittgenstein, Ricerche fi­
losofiche, I/ 1 8 ) , quella della critica del linguaggio come scala di cui
si devono distruggere i pioli via via che si sale (Mauthner 1 967 -
1969, I, pp. 1 -2 ; Wittgenstein, Tract. 6.54) . Di Mauthner è una lo­
cuzione considerata oggi wittgensteiniana per antonomasia come
quella di 'gioco linguistico' . Naturalmente bisogna tenere ferme le
differenze. Mauthner opera nel contesto di una riconversione lin­
guistica del kantismo e ne trae conclusioni scettiche. n linguaggio
è tanto ineludibile quanto inaffidabile (Mauthner 1 967 - 1 969, I,
p. 94 ) . Vi si rispecchiano tutte le finzioni dell'intelletto con cui
l'uomo vive e opera solo probabilisticamente. Riflettere sul lin­
guaggio significa demistificare la nostra rappresentazione del mon­
do: il linguaggio è «l'autocritica della filosofia» (ivi, I, p. 7 13 ) . Al
di là di questa, il silenzio: il silenzio della mistica, vissuto e non teo­
rizzato. Non può non colpire anche qui la consonanza con passi fra
i più noti e citati di Wittgenstein, fatte però, anche qui, le debite
differenze, prima fra tutte l'atteggiamento verso la scepsi. Questa
non investe mai, per Wittgenstein, le proposizioni della logica, del­
la matematica, le proposizioni scientifiche; e al di là di queste non
sussiste il dubbio, ma l'ineffabile. Per Mauthner invece la scepsi
non porta tanto a vedere i limiti del linguaggio quanto, parados­
salmente, alla dissoluzione dello stesso metodo linguistico. Spec­
chio che specchia se stesso, il linguaggio delira se deve applicarsi
insieme a sé e al pensiero. Parlare del linguaggio è come scoper­
chiarsi la testa per studiare la fisiologia del cervello (ivi, III, p. 633 ) .
7. Linguaggio e filosofia tra Otto e Novecento 157

Non si dà studio scientifico della lingua, che è attività, comporta­


mento: pura prassi realizzata solo in atti di parola individuali. Co­
me il camminare o il respirare, si basa su automatismi, ma, a diffe ­
renza di questi comportamenti, è socialmente regolata: è un gioco
soggetto a regole, «tanto più vincolante quanti più sono i giocato­
ri [. .. ] e che tuttavia non pretende né di cambiare né di capire il
mondo reale». Le norme di questo imponente gioco di società so­
no empiricamente stipulate via via che gli atti di linguaggio si pro­
ducono, non riconducibili a un canone di buona lingua né codifi­
cabili in una grammatica scientifica, tanto meno soggette a una
grammatica logica comune a tutte le lingue. Ogni lingua si apre i
percorsi più convenienti, trova propri mezzi di trasporto, snodi, bi­
nari. Come in una stazione ferroviaria, bisogna che i binari siano
uniformi e scorrevoli e questa è la grammaticalità. Che snodi e
scambi si adattino al movimento dei vagoni: questa è la sintassi (ivi,
III, pp. 2 -3 ) .
Mauthner condivide con i critici dello psicologismo l'idea che i
significati, pubblici e comunicabili per eccellenza, non possano iden­
tificarsi con rappresentazioni mentali per eccellenza private e inco­
municabili. n linguaggio non è una mappa della realtà. La sua com­
prensione è legata a un'intesa sempre provvisoria fra interlocutori.
Mauthner partecipa senza dubbio dell'approccio che sopra (§ 7 . l )
ho chiamato di 'attualismo' linguistico e che ha il suo lontano ascen­
dente nella nozione humboldtiana di enèrgeia. Ma rappresenta in
qualche modo il punto di non ritorno di quella tradizione. Desueta
ormai l'immagine della lingua come organismo, nessuna produttività
può essere attribuita al linguaggio. Questo produce solo <<le noci
vuote della tautologia», peggio: ha «dita sporche che uccidono la
partoriente» (ivi, l, p. 28) . Viene decostruita la stessa nozione di 'io',
come quella di un reggimento che continua a essere considerato
un'unità benché i soldati non siano più gli stessi (ivi, I, p. 653 ) ; vie­
ne rescissa la corrispondenza tra rappresentazioni proprie e altrui
che Humboldt aveva fondato sull'idea di un'unità ultima della natu­
ra umana e gli psicologi sul parallelismo psicofisico. n linguaggio è
ridotto a prassi, a comportamento regolato da norme contingenti. Se
si vuoi fare di Mauthner il precursore di qualcosa, non è per aver pre­
stato due metafore a Wittgenstein, ma per aver registrato con qual­
che anno di anticipo alcune conseguenze linguistiche della critica a
nozioni della metafisica classica come l'unità del soggetto e la con­
divisione di strutture concettuali tra soggetti.
158 l/ linguaggio. Storia delle teorie

Se c'è un autore in cui la riflessione sul linguaggio si salda con una


mutazione nello stile della filosofia, questo è certo Wittgenstein. Che
di uno stile si tratti, di una prassi, non di un'attività teoretica, ce lo
spiega nelle proposizioni 89 e sgg. delle Philosophische Untersu­
chungen, pubblicate postume nel 1 95 3 (Wittgenstein 1983 ) . Agosti­
no nelle Confessioni dice del tempo: so che cos'è se nessuno me lo
chiede, ma se lo devo spiegare non lo so più. Questa è la condizio­
ne-tipo della domanda filosofica e ne consegue il metodo della ri­
cerca relativa. Agostino richiama alla memoria enunciati sulla dura­
ta di eventi, sul loro passato, presente o futuro. «Non sono, natural­
mente, enunciati filosofici intorno al tempo, al passato, al presente,
al futuro» (Ricerche filosofiche, 89-90). li 'naturalmente' va sottoli­
neato. Wittgenstein dà per scontato che oggetto primario dell'anali­
si non sia il linguaggio filosofico, ma i comuni enunciati che si fanno
intorno ai fenomeni. Non si tratta di costruire o verificare teorie, di
produrre nuove esperienze, di spiegare i fenomeni: si tratta di pene­
trare il modo d'operare del linguaggio, di assestare ciò che da tem­
po ci è noto. In filosofia «incontriamo lo stesso tipo di difficoltà che
incontreremmo con la geografia d'un paese di cui non ci sono map­
pe o solo una mappa di zone isolate. n paese di cui parliamo è il lin­
guaggio e la sua geografia è la sua grammatica» (Wittgenstein 1 979,
p. 43 ). n fine della ricerca è vedere attraverso il linguaggio lo stato
dei fenomeni. La proposizione 122 del Tractatus è quella dove forse
meglio si coglie la definizione di questo compito ermeneutico della
filosofia: «Una delle fonti principali della nostra incomprensione è il
fatto che non vediamo chiaramente l'uso delle nostre parole. La no­
stra grammatica manca di perspicuità. La rappresentazione perspi­
cua rende possibile la comprensione, che consiste appunto nel fatto
che noi 'vediamo connessioni'».
Lavorare sul linguaggio, non per stabilirne la natura o le regole, ma
per descriverne gli usi e vedere le cose attraverso di essi, significa con­
frontare le diverse circostanze in cui un enunciato è o può essere usa­
to; formulare esperimenti mentali tesi a capire come certi usi funzio­
nerebbero in determinate circostanze comunicative; fare insomma
prove e controprove dei modi in cui gli enunciati funzionano o posso­
no funzionare in situazione. I nostri giochi linguistici non sono finaliz­
zati a una «futura regolamentazione del linguaggio», sono piuttosto
termini di paragone per chiarirne lo stato (Ricerche, 13 O). Mirano ben­
sì a mettere ordine nell'uso linguistico, ma «un ordine per uno scopo
determinato; uno dei molti ordini possibili; non l'ordine» (ivi, 132 ) .
7. Linguaggio e filosofia tra Otto e Novecento 159

Nella Prefazione alle Ricerche Wittgenstein prende le distanze


dal Tractatus, e una vasta letteratura discute se, e fino a che punto, e
per quali rispetti, il secondo libro rappresenti effettivamente un'au­
tocritica. Bertrand Russell, introducendo l'edizione inglese del Trac­
tatus, ne riassume nel modo più chiaro e conciso l'oggetto e la tesi
fondamentale. Wittgenstein nel Tractatus si occupa delle condizioni
di un linguaggio perfetto, con regole di sintassi che prevengono il
nonsenso e simboli di significato definito e univoco. Ora,

funzione essenziale del linguaggio è asserire, o negare, fatti. Data la sin­


tassi d'un linguaggio, il significato d'un enunciato è determinato non ap­
pena sia noto il significato delle parole componenti. Affinché un certo
enunciato asserisca un certo fatto, comunque il linguaggio possa esser co­
struito vi dev'essere qualcosa in comune tra la struttura dell'enunciato e
la struttura del fatto. Questa è, forse, la tesi fondamentale della teoria di
Wittgenstein . Ciò che vi deve essere in comune tra l'enunciato e il fatto
non può (secondo Wittgenstein) venire esso stesso detto nel linguaggio.
Nel lessico di Wittgenstein, ciò può venire solo mostrato, e non detto,
poiché qualunque cosa noi possiamo dire necessariamente avrà ancora la
stessa struttura (Russell, in: Wittgenstein 1 989, pp. XXX - XXXI ).

Il Tractatus, scrive Dummett ( 1 983 , p. 30), è «un puro saggio di


teoria del significato»: esclude ogni interesse per il tema della com­
prensione o per la nozione di senso, considerata un residuo di psi­
cologismo. Quel ch'è tematizzato è il potere della proposizione as­
sertoria, la sua capacità di rappresentare uno stato di cose nella mi­
sura in cui i suoi elementi, i nomi, rappresentano oggetti. Scrive
Wittgenstein :

I segni semplici impiegati nella proposizione si chiamano nomi. n no­


me significa l'oggetto. L'oggetto è il suo significato. [ . .. ] Alla configura­
zione dei segni semplici nel segno proposizionale corrisponde la confi­
gurazione degli oggetti nella situazione. n nome è il rappresentante, nel­
la proposizione, dell'oggetto ( Tract. 3 .202 sgg. ) . La proposizione è un'im­
magine della realtà ( Tract. 4.0 1 ) .

Una proposizione è dotata di significato se assolve a questa sua


funzione rappresentativa, cioè se è vera. «Un dio che crei un mon­
do ove certe proposizioni sono vere, crea con ciò stesso un mondo,
nel quale valgono tutte le proposizioni che da quelle seguono».
Non potrebbe creare un mondo ove la proposizione 'p' è vera sen-
160 Il linguaggio. Storia delle teorie

za creare i relativi oggetti (Tract. 5 . 123 ) . La proposizione dotata di


significato ha una struttura che può essere evidenziata solo dall'a­
nalisi logica: dal parlare comune è impossibile desumere la logica
del linguaggio. Il linguaggio è un travestimento del pensiero: «dal­
la forma esteriore dell'abito non si può inferire la forma del pen­
siero rivestito; perché la forma esteriore dell'abito è formata a ben
altri fini che al fine di far riconoscere la forma del corpo» (ivi,
4.002 ) .
Ora, le Ricerche proprio a quei «ben altri fini» si volgono: ciò è
chiaro fin dall'inizio del libro, con la critica del referenzialismo lin­
guistico che Wittgenstein attribuisce ad Agostino. Questi rappre­
senterebbe l'opinione secondo la quale il significato d'una parola «è
l'oggetto per il quale la parola sta» (Ricerche filosofiche, l) e le pro­
posizioni sono connessioni di denominazioni siffatte. Quel che dice
Agostino non è falso, ma non esaurisce le funzioni del linguaggio.
Descrive un sistema di comunicazione, «solo che non tutto ciò che
chiamiamo linguaggio è questo sistema» (ivi, 3 ) Wittgenstein esclu­
.

de l'idea del significato come riferimento all ' oggetto, mostra come il
linguaggio sia intimamente collegato ad attività non linguistiche, e
introduce la nozione centrale di significato come uso.
Un esperimento mentale che incontriamo all ' inizio delle Ricerche
è quello che suppone una comunità la cui lingua sia costituita da no­
mi di pezzi di materiale da costruzione: mattone, pilastro, lastra, tra­
ve. I bambini vengono istruiti a svolgere le attività inerenti alla co­
struzione, a usare le parole relative, a reagire in un dato modo alle
parole altrui. In questo processo ha gran parte l'insegnamento esten­
sivo, cioè la condotta del maestro che pronuncia la parola indican­
do l'oggetto (non la definizione estensiva, perché il bambino non
può ancora chiedere il nome delle cose). Questo «gioco linguistico»
crea una connessione associativa tra parola e oggetto e si può anche
pensare che il suono della parola evochi nella mente del bambino
un'immagine dell'oggetto stesso. Ma lo scopo primario non è susci­
tare rappresentazioni, e l'insorgere della rappresentazione non è cri­
terio sufficiente per dire che s'è capita una parola. Capisce la parola
chi udendola agisce in un certo modo; connesso a un'azione diver­
sa, lo stesso atto estensivo avrebbe prodotto un comportamento di­
verso. Il procedimento descritto da Wittgenstein differisce da quel­
lo di Agostino per il fatto, essenziale, di affidare l'intero processo di
apprendimento, comprensione e verifica della comprensione alle
pratiche nelle quali il linguaggio è incorporato: il criterio per dire che
7. Linguaggio e filosofia tra Otto e Novecento 161

il bambino ha capito una parola è il fatto che la padroneggia all'in­


terno di quelle pratiche.
Un linguaggio incorporato nella prassi è per definizione una to­
talità in divenire, completo in ciascun momento, ma sempre passi­
bile di accrescimento e sviluppo. Era completa o incompleta la lin­
gua, prima che vi venisse incorporato il simbolismo della chimica o
del calcolo infinitesimale? È qui che Wittgenstein paragona la lingua
a una vecchia città, «dedalo di stradine e di piazze, di case vecchie e
nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi; e il tutto cir­
condato da una rete di nuovi sobborghi con strade diritte e regola­
ri, e case uniformi» (ivi, 18). Questa è un'altra differenza rispetto al
Tractatus (4.26) , dove la totalità delle proposizioni elementari vere
era considerata alla stregua di una descrizione completa del mondo.
Ho usato sopra il termine 'gioco linguistico' per indicare le di­
verse modalità dell'interazione linguistica maestro-bambino. Ma il
termine indica ogni tipo di attività verbale, «tutto l'insieme costitui­
to dal linguaggio e dalle attività di cui è in tessuto» (Ricerche filoso/i­
che, 7 ) . Tende a «mettere in evidenza il fatto che il parlare un lin­
guaggio fa parte di un'attività, o di una forma di vita» (ivi, 23 ) ; che
«immaginare un linguaggio significa immaginare una forma di vita»
(ivi, 19). Queste locuzioni (gioco linguistico, forma di vita) si riferi­
scono al linguaggio non come a un sistema astratto di segni, ma co­
me parte della storia naturale dell'uomo, di cui il comandare, l'in­
terrogare, il raccontare, il chiacchierare fanno parte allo stesso mo­
do del camminare, mangiare, bere, giocare (ivi, 25 ) . I giochi lingui­
stici sono di numero indefinito. Si pensi alle innumerevoli forme di
domanda: chiedere per sapere, per verificare, per ottenere, per espri­
mere un'incertezza, per ricevere aiuto . . . e poi: domanda diretta, in­
diretta, ecc. E altrettanto può dirsi per tutti i possibili tipi di descri­
zione e proposizione. Tutto ciò testimonia della natura aperta della
lingua. Quanti sono i tipi di proposizione? Innumerevoli, è la rispo­
sta, innumerevoli tipi differenti d'impiego di segni, parole, proposi­
zioni. «E questa molteplicità non è qualcosa di fisso, di dato una vol­
ta per tutte; ma nuovi tipi di linguaggio, nuovi giochi linguistici [. . .]
sorgono e altri invecchiano e vengono dimenticati» (ivi, 23 ).
Con la riduzione del significato all'uso siamo solo all'inizio del­
l' analisi. Perché per altro rispetto significato e uso sono diversi:

comprendiamo il significato di una parola, quando la ascoltiamo o la pro­


nunciamo; lo afferriamo di colpo; e ciò che afferriamo è certamente qual-
162 Il linguaggio. Storia delle teorie

cosa di diverso dall"uso' , che ha un'estensione nel tempo ! [ . ] È possi­


. .

bile che quello che comprendo d'un colpo si accordi con un impiego, con­
venga, o non convenga, ad esso? E com'è possibile che ciò che ci è pre­
sente per un solo istante [ . .] convenga a un impiego? (Ricerche filosofi­
.

che, 1 3 8-39 ) .

Wittgenstein non intende con ciò mettere in questione il criterio


dell'uso: sta piuttosto insinuando il dubbio sul fatto che l'uso delle
parole possa essere stabilito in base a parametri prefissati. Non ci so­
no criteri normativi per l'uso delle parole: il solo criterio, pragma­
tico, è che il giuoco 'funzioni' nella comunità dei parlanti. È, questo,
un preludio alla discussione sul cosiddetto problema del linguaggio
privato, le cui parole «dovrebbero riferirsi a ciò di cui solo chi parla
può avere conoscenza; alle sue sensazioni immediate, private. Dun­
que un altro non potrebbe comprendere questo linguaggio» (ivi, 243 ) .
Può esistere un linguaggio puramente psicologico, scevro da ogni ri­
ferimento oggettivo, collegato direttamente con i contenuti psichici
del soggetto? n problema della comunicabilità del vissuto se l'era po­
sto anche Husserl. L'ascoltatore percepisce in qualche misura i con­
tenuti mentali del locutore, ma non li vive, non ne ha una percezione
diretta, a essi non si accompagna alcuna esplicita formulazione con­
cettuale. Per il locutore l'apprensione è effettiva e adeguata; per l'a­
scoltatore è solo presuntiva, inadeguata. «Nel primo caso abbiamo un
essere 'vissuto', nel secondo un essere meramente supposto, al quale
non corrisponde alcuna verità. La comprensione reciproca richiede
appunto una certa correlazione degli atti psichici che si esplicano da
entrambe le parti, nell'informazione e nella sua ricezione, ma non la
loro completa uguaglianza» (Husserl 1968, I, p. 3 0 1 ) .
Per Wittgenstein il significato dei termini psicologici, non diver­
samente da quello dei termini che designano oggetti esterni, va in­
dagato attraverso la 'grammatica' delle proposizioni che ad essi or­
dinariamente si riferiscono (ricordo che Wittgenstein per 'gramma­
tica' intende spesso l'insieme delle regole dell'uso semantico) . Si può
dire 'mi fa male', ma non 'gli fa male'; si può dire che altri vengono
a conoscenza della mia sensazione, ma non che io ne vengo a cono­
scenza; si può dire che altri dubitano del mio dolore, non che io ne
dubito, ecc. L'apparente analogia grammaticale nasconde due giochi
linguistici differenti: la locuzione in prima persona è 'asimmetrica'
rispetto a quella in terza persona. Ancora una volta, sono in causa le
dinamiche comportamentali che ci portano a padroneggiare il signi-
7. Linguaggio e filosofia tra Otto e Novecento 1 63

ficato, non importa che si tratti di stati psichici o di oggetti esterni.


Come si istituisce la connessione tra nome e nominato nel caso del­
le parole che si riferiscono a sensazioni? n bambino impara a parla­
re della sua sensazione di dolore senza che gli adulti possano fare ri­
ferimento al suo stato interno. Non gli suggeriscono una descrizio­
ne o un'astensione interna, del suo stato psichico: gli insegnano un
comportamento sostitutivo. Ogni atto di parola deve inserirsi in una
'grammatica' condivisa, in una serie di pubblici criteri per l'uso del­
la parola.
La questione del linguaggio privato può essere letta come affer­
mazione di una ineliminabile discrasia fra vissuto e linguaggio. Que­
sto è un tema che viene volentieri drammatizzato dai filosofi. I bio­
logi tendono invece a sdrammatizzarlo. Così Gerald Edelman ritie­
ne sensato supporre che i qualia - esperienze personali e soggettive,
sentimenti e sensazioni che accompagnano la coscienza, di cui è in
discussione la comunicabilità - siano presenti in tutti gli esseri uma­
ni, che sono perciò in grado di stabilire correlazioni tra resoconti
soggettivi, azioni, e funzioni e strutture cerebrali. «È la nostra capa­
cità di riferire e correlare - mentre sperimentiamo individualmente
i qualia - che schiude la possibilità di un'indagine scientifica della
coscienza» (Edelman 1995 , pp. 179-80) . Insomma, il quesito è: per­
ché mai ci dovrebbe essere una sconnessione tra processi di catego­
rizzazione percettiva e processi di categorizzazione comunicabile,
tra percezione pura e percezione categorizzata? È un quesito preli­
minare a ogni studio del mentale, dunque a qualsiasi studio delle
precondizioni del linguaggio.
La filosofia del Novecento apprese da Wittgenstein una lezione
a lungo indiscussa di antimentalismo, e l'idea che il linguaggio si
debba descrivere solo in termini di comportamento e non in termi­
ni di teoria. Rafforzato, tutto ciò, dalla fortuna di un saggio pubbli­
cato qualche anno prima, The Concept o/ Mind dell'inglese Gilbert
Ryle ( 1 949) , che denunciava in maniera brillante e aggressiva la no­
zione di mente come il deus ex machina della tradizione filosofica. Si
può discutere fino a che punto una interpretazione comportamenti­
sta risponda alle ricostruibili intenzioni di Wittgenstein. È vero che
egli non nega l'esistenza di stati mentali, ma la loro esprimibilità; che
non si pronuncia sull'antologia della mente, ma sulla possibilità di
parlarne in modo sensato. Si tratta insomma di una presa di posi­
zione epistemologica. Ma lo stesso vale per il comportamentismo fi­
losofico: ciò che nega non è necessariamente l'esistenza della sfera
164 Il linguaggio. Storia delle teorie

mentale, ma la possibilità di farne oggetto di scienza. Wittgenstein


sembra prendere le distanze dal behaviorismo, epperò ammettendo
una sorta di behaviorismo grammaticale. Perché negare (per esem­
pio nel caso del ricordo) che ci sia un processo mentale? «Ciò che
neghiamo è che l'immagine del processo interno ci dia l'idea giusta
dell'impiego della parola 'ricordare'. Anzi, diciamo che quest'im­
magine [. .. ] ci impedisce di vedere l'impiego della parola quale esso
è veramente». Allora sei un cripto-behaviorista, gli abbietta l'imma­
ginario interlocutore; in fondo sostieni che all'infuori del comporta­
mento umano tutto il resto è finzione. «Se parlo di una finzione», è
la risposta, «allora si tratta di una finzione grammaticale>> (Ricerche
filosofiche, 305-309).

7 .5 . La prassi comunicativa e le sue /orme


Che le pratiche linguistiche siano procedimenti cooperativi degli
interlocutori tra loro e con la situazione enunciativa è un'idea oggi
acquisita in psicolinguistica. La teoria dell'enunciazione, con Emi­
le Benveniste, ha evidenziato i modi in cui la soggettività incide nel­
le strutture della lingua. La pragmalinguistica ha criticato in nome
dell'interazione comunicativa ogni concezione monologica del lin­
guaggio. La teoria degli atti linguistici ha studiato i tipi di discorso
non assertorio e ha codificato in massime conversazionali }"eti­
chetta' della comunicazione. Di 'etica' della comunicazione si par­
la oggi per indicare lo studio dei modelli e valori in gioco nel co­
municare.
Osservare le pratiche linguistiche significa studiarne le funzioni.
Funzionalista, in questo senso, è ogni programma scientifico che
delle funzioni del linguaggio si occupi, a preferenza dei suoi aspet­
ti formali, e le riconduca alle loro condizioni situazionali e dialogi­
che. È il programma esposto nella Sprachtheorie di Karl Biihler
( 1 934), progetto di una linguistica «biologicamente ben fondata»
che prende l'avvio dalla constatazione che non esiste comunità ani­
male senza uno scambio segnico fondato nelle transazioni pratiche
dell'individuo con l'ambiente. Un sistema segnico è un òrganon es­
senziale per l'antropogenesi, alla stessa stregua degli strumenti ma­
teriali; al pari di questi, «mediatore strutturato» al quale reagiscono
gli esseri viventi con cui comunichiamo. È una funzione biologica­
mente primaria, tanto che ciò che propriamente definisce il sistema
psicofisico degli animali è il fatto di funzionare a livelli più o meno
7. Linguaggio e fi'loso/ia tra Otto e Novecento 1 65

elevati come sistema di ricezione e fruizione di segni (Biihler 1 983 ,


p. 44 ) . Dovremo dire allora che il linguaggio nasce da quest'unica
radice? «La mia risposta è no. Non c'è una sola radice, ce ne sono
diverse». Emergono dalla polifunzionalità della lingua (ivi, pp. 8 1 -
86) , che assomma una capacità di appello, intersoggettiva, con cui
si suscitano mediante segnali le risposte verbali o comportamentali
dell'interlocutore; una capacità di espressione, soggettiva, in cui i
segni fungono da sintomi del vissuto del parlante; una capacità og­
gettiva, di rappresentazione per mezzo di simboli la cui costituzio­
ne implica specifici dispositivi. Le tre funzioni sono certo astratta­
mente separabili (tanto da poter essere tematizzate ciascuna da una
diversa partizione delle scienze del linguaggio) , ma convivono in
ogni atto linguistico, semplicemente emergendo di volta in volta co­
me «fenomeni di dominanza, in cui alternativamente prevale uno
dei tre tratti fondamentali dei suoni linguistici» (ivi, p. 85 ) . Sono
modalità diverse dello scambio segnico che si produce e vive solo
nell'interazione dialogica. Ridurre l'essenza del linguaggio alla sola
funzione monologica del pensiero è l'errore di 'epistemologismo'
che inficia la linguistica dei filosofi, non ultimi, nell'opinione di
Biihler, Cassirer e Husserl.
In ogni enunciato coesistono, inoltre, di volta in volta dominan­
ti o relegate nello sfondo, le modalità dell'indicazione e presenta­
zione percettiva (deissi) e quelle dell'astrazione e comprensione
concettuale del mondo (simbolizzazione, categorizzazione, denomi­
nazione) . Cassirer aveva considerato le due funzioni come fasi di­
stinte e successive dello sviluppo linguistico dell'uomo. È ciò che
Biihler contesta, per affermare la «duplicità di momenti, inelimina­
bilmente inerente a ogni fenomeno linguistico» (ivi, p. 45) . La deis­
si assolve in modo eminente alla funzione propria del segno, che è
quella di 'porre davanti agli occhi' , presentare e mostrare le cose, in­
dirizzare alle cose (ivi, pp. 89-90) . L'esempio più ovvio è quello co­
stituito dalle cosiddette parole-indice, o deittici, per esempio paro­
le come qui, là, io, tu, le quali, «ricevono di volta in volta la deter­
minazione del loro significato entro il campo d'indicazione lingui­
stico» (ivi, p. 142 ) . A differenza del segno deittico, il segno concet­
tuale, denominativo, deve poter essere impiegato da tutti come sim­
bolo dello stesso oggetto e ciò può avvenire solo «se la parola coglie
una determinatezza sostanziale dell'oggetto» (ivi, p. 156).
Biihler applica all a semantica la nozione di campo mutuata dalla
psicologia della visione. Come la percezione d'un colore è influen-
166 Il linguaggio. Storia delle teorie

zata dal suo campo periferico, così il senso dei simboli linguistici lo
è dal loro campo situazionale (ivi, p. 203 ) . Si prendano le espressio­
ni ellittiche (quando per esempio si dice 'un ristretto' per ordinare
un caffé): la situazione qui ha una fondamentale funzione 'sinse­
mantica', contribuisce cioè alla formazione del senso. Nelle pratiche
comunicative, poi, l'enunciato è per lo più accompagnato da mimi­
ca e gesti: altro esempio di situazione in cui «si fa valere come cam­
po periferico sinsemantico del singolo segno linguistico la totalità
dei segni comunicativi prodotti contestualmente» (ivi, p. 2 17 ) .
Non avviene mai che la materia sonora «si elevi direttamente a
specchio del mondo» (ivi, p. 203 ) : al contrario, nella costituzione del
segno denominativo gioca una funzione che Biihler chiama rilevanza
astrattiva. Un esempio molto semplice è quello di un sistema segna­
letica per mezzo di bandierine, dove rilevante per la comunicazione
non sarà la forma o grandezza delle bandierine stesse, ma il loro co­
lore. «L'entità sensibile, questo qualcosa percettibile hic et n un c, non
deve entrare con l'intera gamma delle sue concrete proprietà nella
funzione semantica»; è piuttosto l'uno o altro aspetto astratto che
viene pertinentizzato in funzione segnica (ivi, p. 96) .
I fenomeni linguistici, scriveva Biihler (ivi, p. 86) , sono «forme se­
gniche polivalenti». n linguaggio, affermava un altro teorico del fun­
zionalismo, Roman Jakobson , in una conferenza del 1 958, «dev'es­
sere studiato in tutta la varietà delle sue funzioni». Anche qui come
per Biihler le funzioni scaturiscono dalla situazione dialogica dell'e­
nunciazione. La funzione emotiva mira a esprimere l'atteggiamento
del soggetto. Quella conativa, di appello, è orientata verso il mitten­
te. Quella referenziale si riferisce a qualcuno o qualcosa di cui si par­
la. Quella 'fàtica' serve a stabilire, accentuare, interrompere il con­
tatto (come facciamo con le formule stereotipe di cui sono pieni i no­
stri dialoghi: 'bene, eccoci qua' , 'vero?' e simili). Quella metalingui­
stica serve agli interlocutori per verificare se si usa lo stesso codice
('Capisci?', 'Che vuoi dire?' e simili) , ed è parte integrante della com­
petenza linguistica di ognuno. Infine la funzione poetica è intesa co­
me potenziale dimensione del parlare comune, non riducibile alla so­
la poesia. Come per Biihler anche per J akobson, le funzioni sono po­
tenzialmente compresenti in ogni situazione comunicativa. «La di­
versità dei messaggi non si fonda sul monopolio dell'una o dell'altra
funzione, ma sul diverso ordine gerarchico fra di esse. La struttura
verbale di un messaggio dipende prima di tutto dalla funzione pre­
dominante» (Jakobson 1 983 , p. 1 86).
7. Linguaggio e filosofia tra Otto e Novecento 1 67

La nozione di funzione consente di riarticolare le pratiche lin­


guistiche nel quadro dell'interazione sociale e studiarne le condizio­
ni situazionali. Ma le funzioni del linguaggio rinviano alle funzioni
dell'intelligenza e non sorprende dunque che la nozione di funzione
entri a far parte anche del bagaglio teorico della psicologia genetica.
Pensiero e linguaggio è il titolo dell'opera per questo rispetto più rap­
presentativa dello psicologo sovietico Lev Vygotskij ( 1934 ) , tema su
cui negli stessi anni aveva avviato la sua ricerca un altro psicologo ge­
netico, il ginevrino Jean Piaget. Aveva descritto una fase di pensiero
egocentrico, impermeabile all'esperienza, in cui il bambino pense­
rebbe 'per se stesso', accompagnandosi con un linguaggio anch'esso
egocentrico, senza interlocutori, fatto di enunciati tra loro irrelati.
Funzionalmente inutile, esso si atrofizzerebbe intorno ai 6-7 anni,
sostituito dal linguaggio socializzato che serve a scambiare idee, por­
re domande, dare ordini, ecc. Secondo Vygotskij, al contrario, il lin­
guaggio egocentrico non è funzionalmente inutile: è un modo di
«rendersi conto a parole della situazione [ . . . ] , di pianificare l'attività
successiva» (Vygotskij 1990, p. 50) . È, insomma, il precursore del
linguaggio interno, o endofasia, che accompagna poi normalmente
il pensiero adulto. La funzione iniziale del linguaggio è già comuni­
cativa e il linguaggio egocentrico rappresenta una prima differenzia­
zione multifunzionale tra forme di espressione (endofasia e comuni­
cazione) «ugualmente sociali, ma diversamente dirette» (ivi, p. 58).
Pensiero e linguaggio, geneticamente distinti, maturano indipen­
dentemente e a un certo punto si intersecano. Allora «il linguaggio
diventa intellettivo, il pensiero diventa verbale» (ivi, p. 122 ) .
n linguaggio interno era stato identificato dagli psicologi con la
memoria verbale o ridotto a semplice linguaggio insonoro, riflesso
inibito o accompagnato da un comportamento motorio appena ac­
cennato. Oppure era stato inteso in accezione molto lata come l'in­
sieme dell'attività mentale e affettivo-volitiva che precede il linguag­
gio esterno. Per Vygotskij invece ha una funzione a sé e una struttu­
ra ad esso conforme. Per esempio la tendenza alla pura predicatività,
cioè a organizzarsi come espressione di predicati sottacendo il sog­
getto: questa tendenza è condivisa dal linguaggio esterno solo in con­
dizioni particolari, quando cioè il tema del discorso sia consaputo
dagli interlocutori e la situazione condivisa. (Come quando diciamo
al nostro interlocutore 'Eccolo' , invece che 'La vettura della linea B
da noi attesa per andare in città sta arrivando', come probabilmente
faremmo se dovessimo descrivere per iscritto la stessa circostanza a
168 Il linguaggio. Storia delle teorie

interlocutori non identificati) . Ebbene, quella che nel parlato è una


circostanza relativamente frequente, e che nello scritto è pratica­
mente assente, è invece regola nel linguaggio endofasico. n passag­
gio alla parola espressa non è una semplice esternazione sonora, ma
una riorganizzazione sintattica e semantica radicale nelle forme
strutturali proprie del linguaggio pubblico. Così il <<Vivente dramma
del pensiero verbale» (ivi, p. 3 93 ) è un insieme dinamico complesso,
un movimento attraverso tutta una serie di piani interni, che avvie­
ne nelle due direzioni e che può subire intoppi in qualsiasi momen­
to, tra la volizione e la formulazione interna, tra questa e l' espressio­
ne vocale. Ne sappiamo ancora poco, dice Vygotskij ; e si riferisce evi­
dentemente agli studi sulle patologie linguistiche, che dibattevano in
quegli anni il concetto di funzione e che nella varietà delle funzioni
cercavano, per esempio, una spiegazione alla varietà tipologica del­
le afasie.

7 .6. Il linguaggio come comportamento


Salvo eccezioni che in parte abbiamo visto, l'interesse per i rapporti
tra mente e linguaggio subì un'eclissi nella prima metà del Nove­
cento. Vi contribuì per un verso il modello strutturalista prevalente
nella linguistica europea, per altro verso il behaviorismo dominante
in psicologia negli Stati Uniti, il cui programma, rigidamente confi­
nato allo studio del comportamento osservabile, escludeva l'idea
stessa di 'interno' come sede di motivazioni ad agire. Ho ricordato
la fortuna del libro di Ryle ( 1 949) ; pochi anni dopo ( 1 953 ) , la pub­
blicazione delle Ricerche filosofiche di Wittgenstein proponeva una
teoria del significato fondata sull'analisi delle pratiche comunicati­
ve. n suo modello semantico, centrato sull ' idea dell'uso come forma
di comportamento conforme a regole condivise, contribuì certa­
mente a scoraggiare lo studio delle precondizioni psichiche dei com­
portamenti verbali.
È consuetudine datare alla fine degli anni '50 l'inizio di una svol­
ta mentalista, o internista, nelle teorie del linguaggio: precisamente
al 1 959, quando Chomsky recensisce Verbal Behaviour dello psico­
logo americano Burrhus Frederic Skinner, criticandone fra l'altro l'i­
dea che la competenza linguistica sia costituita esclusivamente da di­
sposizioni comportamentali prodotte in risposta a stimoli ricevuti
nell'apprendimento. Esternismo e internismo, come meglio si capirà
dal prossimo capitolo, indicano rispettivamente due tipi di teorie del
7. Linguaggio e filosofia tra Otto e Novecento 1 69

linguaggio. Le une considerano il linguaggio primariamente o esclu­


sivamente come pratica sociale, una capacità che si apprende come
qualsiasi altra, guidare la macchina, per esempio, o andare in bici­
cletta (nelle versioni comportamentiste dell'esternismo); oppure co­
me attività condizionata da regole interiorizzate a partire dall ' inte­
razione con l'ambiente (è il caso della teoria di Piaget) . Le teorie in­
terniste considerano invece il linguaggio come epifenomeno di strut­
ture mentali costitutive del soggetto umano.
Ora, la scansione che indica nel 1 959 l'anno della svolta interni­
sta può essere utile, ma non va presa alla lettera, come segnasse uno
spartiacque fra ere teoriche (cosa peraltro che non capita mai, nella
storia delle idee) . I testi più importanti dell' esternismo linguistico so­
no espressi, infatti, in filosofia analitica, tra gli anni '60 e '80. Un clas­
sico del behaviorismo semantico, Word and Object dell'americano
Willard Van Orman Quine, usciva nel 1960. Le parole, vi si afferma,
non denotano rappresentazioni e stati mentali privati e imperscruta­
bili; né possono esser concepite, secondo il «mito del museo» alla
stregua di etichette i cui significati sono gli oggetti messi in mostra.
È un «mentalismo pernicioso», quello che considera «la semantica
di un individuo come determinata in qualche modo nella sua mente
al di là di ciò che può essere implicito nelle sue disposizioni al com­
portamento» (Quine 1986, p. 60) .
n comportamentismo linguistico di Quine ha una enunciazione
ormai classica nel problema della traduzione, da lui riformulato in
un noto esperimento filosofico: l'ipotesi di dover tradurre da una lin­
gua del tutto sconosciuta e in mancanza di qualsiasi dizionario. L' os­
servazione ripetuta di situazioni enunciative non sarebbe mai suffi­
ciente. Chi ci garantirà che la parola, ad esempio 'gavagai' , pronun­
ciata alla vista d'un coniglio significhi appunto 'coniglio' e non una
fase o stato o parte di coniglio o l'essere-coniglio o una frase come
'guarda, ecco un coniglio' , ecc. ? Poiché uno stesso stimolo (la pre­
senza del coniglio in questo caso) può generare risposte diverse, per
stabilire (comunque solo relativamente) il significato della parola
sconosciuta l'osservatore dovrà verificare una serie di ipotesi sulla
struttura della lingua di partenza, non diversamente da quanto fa il
bambino quando impara a parlare. Questa indeterminatezza del si­
gnificato si applica non solo alla traduzione fra lingue, ma anche a
quella sorta di traduzione intralinguistica che continuamente faccia­
mo scegliendo fra sensi alternativi di termini anche familiari. L' espe­
rimento dell'esploratore linguista diventa parabola della comune
170 Il linguaggio. Storia delle teorie

prassi linguistica. L'interpretazione del singolo dato enunciativo es­


sendo condizionata da una serie indefinita di ipotesi sull a struttura
della lingua, nessun enunciato avrà un significato in sé, ma solo in re­
lazione alla totalità della lingua.
Quine non nega la realtà degli stati mentali; afferma però che so­
no esprimibili solo sulla base di comportamenti osservabili. «In psi­
cologia si può essere o non essere behavioristi, ma in linguistica non
si può non esserlo» (Quine 1990, pp. 37-38). Impariamo a parlare
grazie al fatto che osserviamo il comportamento verbale degli altri e
che altri osservano e sanzionano il nostro. «Nel significato verbale
non c'è nulla più di ciò che si può arguire dal comportamento ma­
nifesto in circostanze osservabili» (ivi, p. 38). L'apprendimento è
fondato su un atteggiamento di empatia, in forza del quale ci si im­
magina nella situazione dell'interlocutore tanto da poter fare con­
getture circa il significato dei suoi enunciati (ivi, pp. 42 , 46) e su un
continuo lavorio di rettifica delle congetture in base ai successi o fal­
limenti comunicativi.
Si può obbiettare che questo insieme di dispositivi comporta­
mentali spiega forse gli stadi elementari dell'apprendimento, fatto di
enunciati immediatamente connessi con la circostanza che è servita
da stimolo, ma non basta a spiegare l'uso maturo del linguaggio, che
richiede dispositivi concettuali e sintattici difficilmente riducibili a
un modello così semplificato. Il punto è tanto più importante se si
pensa che Chomsky, come vedremo, trova un punto fermo della sua
filosofia del linguaggio proprio nella critica alla natura dimidiata del­
le spiegazioni comportamentistiche dell'apprendimento.
Un altro autore rappresentativo delle posizioni esterniste, su cui
vale la pena di fermarsi in questa rapida rassegna per campioni, è
Donald Davidson. Il procedimento della significazione/compren­
sione è da lui rappresentato come una serie di processi adattativi del
tutto contingenti fra i locutori. Non esiste nulla di simile a un siste­
ma condiviso, governato da regole che i parlanti conoscano e appli­
chino; né la comprensione è fondata su alcuna competenza del ge­
nere. Si fonda invece su una teoria di partenza (prior theory) , un in­
sieme di criteri presuntivi sulle migliori strategie linguistiche, de­
sunto da dati al momento osservabili: indole, abito, ruolo, sesso,
comportamento linguistico e non, dell'interlocutore (Davidson 1993 ,
p. 75 ) . L'insieme dei nuovi criteri via via acquisiti costituiscono una
teoria occasionale (passing theory) sulla cui base, di fatto, s'interpre­
ta l'enunciato. Nessuna delle due teorie è paragonabile a una com-
7. Linguaggio e filosofia tra Otto e Novecento 17 1

petenza linguistica, al possesso di una lingua, alla padronanza di re­


gole apprese o innate che siano. Ciò che è condiviso tra i parlanti (se
la comunicazione è riuscita) non è un sistema preesistente di norme
da applicare, ma una strategia transitoria. Dire che due persone par­
lano la stessa lingua è come dire che tendono a convergere su teorie
occasionali. Così stando le cose, non solo viene meno ogni idea di
competenza linguistica, ma si cancella la linea di demarcazione tra
sapere una lingua e sapere, in generale, come orientarsi nel mondo.
Si potrebbe parafrasare il pensiero di Davidson su questo punto di­
cendo che la comunicazione è un occasionale in contro di idioletti. È
lui stesso, d'altronde, che parla (ivi, p. 84) di un vocabolario e una
grammatica privati come di ciò che costituisce, insieme con le aspet­
tative sulla condotta degli interlocutori, la teoria di partenza. Non a
caso Chomsky (2000, pp. 67 -70) gli contesta di non avere sufficien­
temente dimostrato che non vi possa essere una teoria di partenza
intesa come insieme di procedure incorporate in uno specifico stato
maturo della facoltà del linguaggio.
Un a delle più significative manifestazioni della diffusa tendenza
pragmatica è stata la teoria degli atti linguistici. n suo riconosciuto
iniziatore, John Austin , è insieme uno dei primi maestri delle cor­
renti analitiche non formali della metà del Novecento e un erede
della tradizione inglese della filosofia del senso comune. Attraver­
so G.E. Moore eredita fra l'altro l'idea dell'analisi del linguaggio or­
dinario come metodo per eccellenza della filosofia, e la convinzio­
ne che una vera teoria del linguaggio non possa limitarsi all ' analisi
delle proposizioni assertorie, ma debba occuparsi anche delle pro­
posizioni operative come la promessa, la preghiera, l'ordine, il con­
tratto, ecc. Il libro cui soprattutto deve la sua fama (How to Do
Things with Words, 1962 ) contiene una minuziosa analisi degli
enunciati che non descrivono un evento, ma compiono, mettono in
essere, un'azione: enunciati come 'ti regalo . . . ' , 'ti prometto che . . . ' ,
ecc. In un articolo del 1957 , e poi via via i n studi successivi, un al­
tro studioso di pragmalinguistica, Paul Grice, analizzava la nozio­
ne di significato nei termini dell'intenzione del parlante, di ciò che
intende produrre come effetto del suo enunciato. È evidente la na­
tura interattiva e dialogica d'una concezione del significato che di­
pende dalla situazione conversazionale complessiva e non dalla sin­
gola enunciazione. Solo nella situazione dialogica gli interlocutori
colgono i contenuti eccedenti rispetto alla semplice struttura logi­
ca dell'enunciato o al suo senso letterale (per cui ad esempio la do-
172 Il linguaggio. Storia delle teorie

manda 'Puoi chiudere la porta?' non viene riferita alla possibilità fi­
sica di chiudere la porta, ma al desiderio che la porta venga chiu­
sa) . C'è in ogni scambio dialogico una dimensione che Grice chia­
ma «implicatura conversazionale», in forza della quale gli interlo­
cutori inferiscono il significato implicito a partire dal significato
astratto e sull a base del contesto. Perché vi sia scambio di infor­
mazioni occorre che fra gli interlocutori si attui un comportamen­
to cooperativo per cui ciascuno «riconosce un intento o una serie
di intenti più o meno comuni o almeno una direzione accettata di
comune accordo» (Grice 1993 , p. 59). La cooperazione si esprime
in 'massime conversazionali' (dare tutta l'informazione richiesta e
solo quella; non dire cose che si ritengono false o per cui non si
hanno prove adeguate; essere pertinenti; essere perspicui, cioè evi­
tare l'oscurità, l'ambiguità, la prolissità, la confusione) : una sorta di
ricetta della comunicazione ben riuscita.
Nel 1969 usciva un altro classico della teoria degli atti linguistici,
Speech Acts, di John Searle. Già fare una tipologia degli atti, pro­
porne una teoria generale, contraddiceva la tesi wittgensteiniana del­
la irriducibilità tipologica e teorica dei giochi linguistici. In più, la
reintroduzione di fattori psicologici come l'intenzione del locutore
prefigurava la riconversione cognitiva che dagli anni '80 interesserà
ampi settori della filosofia analitica e che ha oggi in Searle uno dei
rappresentanti più significativi. Impegnato nel confronto con il co­
gnitivismo e con le teorie dell'intelligenza artificiale, delle cui posi­
zioni estreme contesta la tesi della natura computazionale dei pro­
cessi mentali, Searle riporta però al centro della discussione i dispo­
sitivi mentali sottostanti alla prassi linguistica, rinunciando al puro
esternismo degli atti di parole (per riprendere, con Searle, la distin­
zione saussuriana) . Le pratiche linguistiche sono fondate sulla com­
petenza dei parlanti. La teoria degli atti linguistici rientra nello stu­
dio della langue.
Ricostruirò brevemente la filosofia di Searle attraverso il suo li­
bro più recente, Mind, Language and Society, del 1998, presa di po­
sizione contro gli esiti a-teorici o anti-teorici del postmoderno. Se­
condo Wittgenstein noi «non facciamo parte di un unico grande gio­
co linguistico in cui vi sono degli standard universali di razionalità e
dove ogni cosa è intelligibile a chiunque»; saremmo invece coinvol­
ti «in una serie di giochi linguistici più piccoli, ognuno con i suoi
standard interni di intelligibilità» (Searle 2000, p. 4 ) . A questa re­
gionalizzazione dei criteri di intelligibilità Searle oppone una visio-
7. Linguaggio e filosofia tra Otto e Novecento 173

ne neo-illuministica, fondata sui presupposti fondamentali del sen­


so comune, «posizioni predefinite» che fanno da sfondo al nostro
pensiero e linguaggio: l'esistenza c4 una realtà indipendente e sen­
sorialmente accessibile; il fatto che le parole hanno di solito signifi­
cati ragionevolmente chiari in virtù dei quali «possono essere usate
per riferirsi a e per parlare di oggetti reali del mondo» (ivi, p. 1 1 ) . Ben
lungi dal cercare nell'analisi dell'uso linguistico l'accesso a una de­
scrizione della mente, Searle fonda la sua teoria del significato su una
teoria della mente (ivi, p. 94) .
L a teoria degli atti linguistici viene rivisitata in questa prospet­
tiva: è la mente che dà signzficato a quella che dal punto di vista fi­
sico è una semplice emissione di suoni, che compie il passaggio
«dalla fisica alla semantica» (ivi, p. 144 ) . Le domande tradizionali
della filosofia del linguaggio (che rapporto c'è tra linguaggio e
realtà? che cos'è il significato? ecc.) possono essere riformulate nei
termini di domande quali: come si fa a passare dal suono all ' atto il­
locutorio? come fa la mente a dare significato a suoni e segni gra­
fici? Primo requisito per questo passaggio è l'intenzionalità. Le
unità di significato sono necessariamente intenzionali e l'intenzione
serve a Searle per mediare il rapporto tra langue e parole. Una co­
sa è il significato dell'enunciato, le cui parole sono parti d'una lin­
gua, combinate in relazioni sintattiche; un'altra cosa è il significato
del parlante, che dipende entro certi limiti dalla sua intenzione.
«L'intenzionalità originale o intrinseca del pensiero di un parlante
viene trasferita alle parole, agli enunciati, ai segni, ai simboli [. . . ] .
Quando il parlante esegue un atto linguistico, impone la sua inten­
zionalità su quei simboli» (ivi, pp. 148-49) . n significare è insomma
un'operazione di transfert dall'intenzione mentale a quella lingui­
stica. La comprensione è raggiunta quando l'interlocutore ricono­
sce quell'intenzione. Ciò non significa che il parlare sia semplice
traduzione di pensieri. Lo sviluppo psicolinguistico del bambino
attesta il passaggio da forme primitive a forme sempre più ricche di
intenzionalità che per un effetto a catena aumentano la compren­
sione, che incrementa a sua volta l'intenzionalità. Non c'è solo <<la
mente da un lato e il linguaggio dall ' altro», ma un processo di in­
cremento reciproco, finché la mente risulta «linguisticamente strut­
turata» (ivi, p. 1 60). In questo esito 'psicologista' della filosofia ana­
litica riacquista rispettabilità filosofica un tema classico della filo­
sofia del linguaggio, quello della retroazione del linguaggio sul pen­
siero (v. ad esempio § 5 .6) .
174 Il linguaggio. Storia delle teorie

FONTI

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STUDI

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gotsky, Lang, Bern 1 995 . BOHLER: A. Eschbach (a cura di) , Karl Buhler's
Theory o/ Language, Benjamins, Amsterdam 1 984 ; FILOSOFIA ANALITICA:
M. Dummett, Filosofia del linguaggio. Saggio su Frege, Marietti, Casale
Monferrato 1 983 ; M. Santambrogio, Introduzione alla filosofia analitica
del linguaggio, Laterza, Roma-Bari 1 992; E. Picardi, Le teorie del signifi­
cato, Laterza, Roma-Bari 1 999; A. Voltolini, Guida alle Ricerche filoso/i­
che di Wittgenstein, Laterza, Roma-Bari 2000; C. Penco, Introduzione al­
la filosofia de/ linguaggio, Laterza, Roma-Bari 2003 .
Capitolo ottavo
Lavori in corso

8. 1 . Mente, corpo e linguaggio


In questa ricognizione di dibattiti in corso cercherò di compendiare
ancora una volta due punti di vista distinti: quello che tratta il lin­
guaggio come strumento di interazione dell'uomo con il mondo e
quello che lo studia come sua emergenza specifica nella sfera ani­
male. Entrambi i rispetti si sono polarizzati negli ultimi decenni at­
torno al dibattito pro o contro il mentalismo, innescato a partire da­
gli anni '60 dagli scritti di Noam Chomsky. L'itinerario filosofico di
Chomsky, da Cartesian Linguistics ( 1 966) , fino ai saggi raccolti nel
recente New Horizons in the Study o/Language and Mind (2000), ela­
bora il programma di fondazione di una grammatica universale co­
me stato iniziale della facoltà del linguaggio prima che sia affetta da
una qualsivoglia esperienza esterna. Un programma naturalistico,
dunque, oltre che mentalista, che impone un confronto con ogni po­
sizione che veda nel linguaggio un «costrutto avventizio, insegnato
mediante il 'condizionamento' (come sosterrebbero, per esempio,
Skinner e Quine) o mediante l'esercizio e la spiegazione esplicita (co­
me pretende Wittgenstein)» (Chomsky 1970, II, p. 90) . La sua tesi
centrale è suggerita dall'apparente contraddizione fra l'estrema com­
plessità della struttura grammaticale delle lingue e la facilità con cui
qualsiasi locutore normale le padroneggia. La stessa rapidità e spon­
taneità con cui il bambino acquista la capacità di produrre gli enun­
ciati della sua lingua (anche quelli che non ha mai sentito) non si
spiega con un procedimento induttivo, per tentativi ed errori, né con
il principio dell'analogia. Si tratterebbe piuttosto di un program­
ma genetico, spontaneamente attuato in tutti i bambini in una fascia
di età prefissata biologicamente. Solo entro i limiti di quel progetto
8. Lavori in corso 177

genetico l'esperienza può rappresentare un fattore di variazione.


Chomsky postula dunque una competenza linguistica innata o 'fa­
coltà del linguaggio' : un sistema cognitivo apriori (per usare un ter­
mine che Chomsky non usa, ch'io sappia, ma che potrebbe usare) ,
un sistema di rappresentazione distinto da ogni altro sistema di rap­
presentazione (l'aritmetica, la visione, ecc.), con princìpi propri e
proprie procedure di acquisizione, il cui sviluppo è indipendente da
qualsiasi altro tipo di attitudine concettuale. Essa «fornisce l'inter­
pretazione delle strutture linguistiche, comprese quelle nuove che
un bambino che apprende una lingua non ha mai udito» (Chomsky
1998, p. 1 7 ) . Consente di riconoscere la grammaticalità degli enun­
ciati o di distinguere i suoni come appartenenti o no a possibili si­
stemi fonologici delle lingue umane. Anche il lessico è in qualche
modo 'saputo' prima di essere appreso. n bambino ha già disponi­
bili i concetti prima di ogni esperienza linguistica e «sostanzialmen­
te sta apprendendo delle etichette da applicare a concetti che sono
già parte del suo apparato concettuale» (ivi, p. 25 ) . Quest'afferma­
zione non esprime solo l'idea, abbastanza ovvia, che altre forme di
apprendimento precedano nel bambino l'emergenza del linguaggio.
Esprime l'idea che esistano schemi apriori come condizioni della se­
mantica delle lingue naturali:

malgrado le parole possano non corrispondere esattamente nel passaggio


da una lingua all' altra, lo schema concettuale nel quale trovano colloca­
zione è proprietà comune a tutti gli uomini. Si discute entro quali limiti
questo schema può essere modificato dall'esperienza e dai vari contesti
culturali, ma è fuor di questione che l'acquisizione del vocabolario sia
guidata da un ricco, invariante sistema di concetti, precedente a qualsia­
si esperienza (Chomsky 1 998, p. 29) .

Cruciale nell'apparato teorico chomskiano è, come s'è detto, l'i­


dea di grammatica universale, «schema costitutivo» di ogni lingua,
«base per l'acquisizione del linguaggio» (ivi, p. 55 ) . I dati empirici
cui viene esposto chi impara una lingua non fanno che orientare tra
opzioni grammaticalmente consentite ('parametri', secondo i quali
ogni lingua applica i princìpi generali della grammatica). Le lingue
si differenziano solo sulla base di «possibilità di variazione permes­
se dalla dotazione biologica innata» (ivi, p. 2 1 ) .
n rapporto fra universalità della grammatica e varietà delle lingue
è uno dei punti nevralgici della teoria chomskiana, come risulta da
178 Il linguaggio. Storia delle teorie

un confronto con quello che Chomsky presenta come suo modello,


la tradizione della grammatica generale. Per i teorici sei-settecente­
schi non era difficile conciliare l'universalità del linguaggio con la di­
versità delle lingue. Non c'era contraddizione teorica nell'appellarsi
alla ragione (cioè a una struttura mentale universale) per spiegare la
prima, e all ' uso (l'arbitrarietà, contingenza, storicità e mutevolezza
degli idiomi) per spiegare la seconda. La grammatica generale era
concepita come il luogo in cui si depositano, nella forma di princìpi
universali (o universali linguistici) , le modalità empiriche di intera­
zione tra mente e mondo, e in cui si elaborano gli strumenti adatta­
tivi di quell'interazione. La presenza in tutte le lingue di più o meno
le stesse parti del discorso (sostantivi, aggettivi, preposizioni, ecc.)
dipende dal fatto che il linguaggio serve a manipolare certi contenuti
mentali (per esempio rappresentazioni di sostanze e qualità) e a ren­
dere conto della loro connessione sintattica nel discorso mentale e
poi nell'enunciato. Se dall'ipotetica protolingua fatta di sintagmi no­
minali come i segnali animaleschi si è passati alla sintassi della pro­
posizione, è perché serviva distinguere il significato dalla verità, il
primo essendo competenza del nome, la seconda pertinenza esclusi­
va della proposizione, come l'intera tradizione logico-linguistica ave­
va insegnato. Se il discorso si articola universalmente secondo una
struttura sintattica, è perché una lingua asintattica, dove non sussi­
sta cioè dipendenza sistematica dei diversi elementi, non potrebbe
comunicare gli eventi nella loro concatenazione e dipendenza reale.
Insomma, alla grammatica generale classica sottostava l'idea del lin­
guaggio come strumento esterno elaborato ad hoc per la conoscenza
e la comunicazione. Era essa stessa uno strumento costruito sulla ba­
se di meccanismi generali dell'apprendimento, a tutti comuni. La
corrispondenza fra princìpi e realizzazioni empiriche rispecchiava
questa natura di strumento adattativo all'esperienza e veniva accer­
tata per via induttiva.
Per Chomsky il linguaggio non è uno strumento adattativo. Non
è affatto uno strumento. È qualcosa «che capita», come capita di cre­
scere e maturare in un modo preordinato che certo deve qualcosa al­
l' ambiente, ma «non riflette le proprietà dell'ambiente fisico, ma
quelle della nostra natura essenziale» (Chomsky 1998, p. 128). I
meccanismi generali dell'apprendimento non contribuiscono in nes­
sun modo alla sua genesi. Infine, la grammatica generale non può es­
sere ricavata per via di induzione dalle lingue naturali. Al contrario,
le lingue naturali sono 'dedotte' dalla grammatica generale.
8. Lavori in corso 179

Per spiegare la diversità delle lingue Chomsky introduce la no­


zione di parametro, alla quale ho accennato. È difficile riassumerla
senza ricorrere alla metafora con cui l'autore stesso la presenta. La
facoltà del linguaggio, o grammatica universale, può essere pensata
come una rete prowista di un dispositivo di interruttori a due posi­
zioni (i parametri) . I dati ai quali il bambino viene esposto determi­
nano una certa configurazione degli interruttori nel sistema e questa
configurazione a sua volta fa sì che si generi in lui il sistema di rego­
le di una data lingua naturale (ivi, p. 55 ) . Le diverse lingue sono dun­
que determinate da diverse configurazioni di parametri e il relativo
processo di acquisizione è un processo di fissazione di parametri. Un
cambiamento minimo dei parametri può generare lingue del tutto
diverse; lingue storicamente prive di ogni rapporto possono presen­
tare, con una stessa configurazione di parametri, un'apparente so­
miglianza. In biologia, piccole differenze di meccanismi cellulari
possono produrre grandi differenze, generando ad esempio la bale­
na oppure la farfalla. Così le lingue: possono essere diverse da ogni
punto di vista, ma noi «sappiamo che devono provenire dallo stesso
stampo». Se così non fosse il bambino non potrebbe apprenderne
nessuna (ivi, p. 57). La linguistica avrà allora il compito (una sfida,
ammette lo stesso Chomsky) di 'dedurre' le lingue dalla grammatica
universale. Dovrà «presentare il sistema fisso e invariante dal quale
si possano letteralmente dedurre le varie lingue umane possibili», as­
segnare valori ai parametri secondo una delle configurazioni possi­
bili e di qui dedurre le proprietà reali. «Dando una certa configura­
zione ai parametri si deducono le proprietà dell'ungherese; dando­
ne un'altra quelle dell'eschimese, e così via» (ivi, p. 59; cfr. p. 1 13 ) .
L'innatismo è rappresentato spesso come un tratto essenziale del
razionalismo chomskiano. Non è tanto questa, tuttavia, a mio pare­
re, una discriminante dawero peculiare del razionalismo. Nessun
empirista ha mai negato (anzi ! ) che esistano dispositivi mentali conge­
niti (associazione, generalizzazione, analogia, composizione e scom­
posizione dei dati, astrazione) che operano nell'organizzazione del­
l'esperienza. Nessun razionalista d'altra parte ha mai affermato che
l'esperienza sia inessenziale a innescare il funzionamento di questi
dispositivi. Valutare il peso dell'una o dell'altra fonte di conoscenza
aveva senso nel dibattito classico perché si operava per così dire in
regime di dualismo metafisica e si trattava di stabilire che cosa era
dovuto a quale delle due sostanze, anima e corpo. Non ha senso
quando si tratta di studiare i diversi stati del cervello, che sono una
1 80 Il linguaggio. Storia delle teorie

e una sola cosa con la conformazione organica del soggetto. L'aspet­


to peculiare del razionalismo chomskiano è, piuttosto, la postula­
zione di una specifica facoltà del linguaggio, la cui acquisizione è sot­
tratta alle generali strategie dell'apprendimento. Questo punto non
a caso ha suscitato il dissenso di chi, come Hilary Putnam ( 1 987 ) , è
disposto ad ammettere che si possano dire innati i mezzi e le strate­
gie che usiamo per imparare a parlare, senza perciò dover postulare
una facoltà speciale diversa dalle normali procedure di apprendi­
mento.
Questo emerge anche come vero punto discriminante fra Chom­
sky e Piaget (Piattelli-Palmarini 1 987 ) . Piaget e la sua scuola aveva­
no messo a punto una visione 'costruttivista' dell'intelligenza secon­
do la quale questa si forma attraverso stadi di sempre maggiore arti­
colazione dei contenuti mentali, dalla fase puramente sensomotoria
(0-24 mesi) attraverso quella dell'intelligenza rappresentativa, fino
allo stadio finale dell'intelligenza operativa formale, dopo i 12 anni.
Critico dell'empirismo gnoseologico, Piaget sostiene l'insufficienza
di percezioni che non siano organizzate da apposite strutture cogni­
tive ('schemi') . Ora, nel dibattito con Chomsky il dissidio sembra
dapprima vertere sull ' innatismo, cui Piaget preferisce l'idea di un
'nucleo fisso' di dispositivi dell'intelligenza sensomotoria. Il dissidio
si restringe via via al tema della definizione di che cosa sia innato: la
capacità di ricombinare i livelli successivi d'una organizzazione co­
gnitiva sempre più avanzata, come vuole Piaget, oppure un organo
o facoltà del linguaggio come vuole Chomsky. Per Piaget attività spe­
cifiche come linguaggio e pensiero logico derivano da disposizioni
non specifiche, polifunzionali. Per Chomsky nessuna di quelle atti­
vità è spiegabile se non si suppongono disposizioni innate gi:à spe­
cializzate. Per Piaget occorre descriverne geneticamente la forma­
zione, accertando così la continuità tra forme di intelligenza non lin­
guistica o prelinguistica e linguaggio. Per Chomsky la ricostruzione
genetica è irrilevante: quel che conta è la specificità dei dispositivi
linguistici rispetto a quelli dell'intelligenza generale.
La continuità fra intelligenza preverbale e verbale è sostenuta, ol­
tre che da Piaget, da un altro esponente di rilievo della psicologia del
Novecento, Jerome Bruner. L'interazione linguistica ha le sue radici
nell'interazione pratica, a partire dalla 'protoconversazione' tra il
bambino e l'adulto: co-orientamento degli sguardi di bambino e
adulto e concomitante denominazione degli oggetti da parte del se­
condo; convergenza dell'attenzione su un oggetto comune; scoperta
8. Lavori in corso 181

da parte del bambino del valore comunicativo dei comportamenti;


istituzionalizzazione di comportamenti protosemantici come l'indi­
care, che sono precursori della denotazione; progressivo avvio alla
decontestualizzazione, grazie alla quale il comportamento significa­
tivo può essere astratto da situazioni specifiche immediate e conven­
zionalizzato o ritualizzato, per esempio nel gioco. Attraverso queste
forme elementari di dialogo il bambino impara a condividere l'o­
rizzonte simbolico degli adulti, ne interiorizza le modalità di rap­
presentazione. Si formano le strutture fondamentali del linguaggio:
la categorizzazione grammaticale, le funzioni di denotazione e pre­
dicazione, la deissi, l'intenzionalità, ecc. I significati sono 'negozia­
ti' entro un sistema condiviso di simboli e solo in forza di ciò assu­
mono «una forma che si rivela pubblica e sociale, piuttosto che pri­
vata e autistica» (Bruner 1 992 , p. 46) . Bruner non contesta che a
fondamento del linguaggio vi sia una naturale organizzazione della
mente, ma la interpreta come una generica attitudine sociale al si­
gnificato che non ha certo la cogenza della struttura sintattica
chomskiana.
Per contro, si assiste nella scuola chomskiana a una rinascita del­
la teoria delle facoltà (Chomsky parla addirittura di 'organi' menta­
li) , sanzionata dalla cosiddetta concezione modulare della mente, se­
condo la quale il cervello è un sistema di elaborazione costituito da
diversi elementi geneticamente differenziati. Applicato alla lingui­
stica, questo modello comporta l'ipotesi di dispositivi diversi prepo­
sti alle diverse funzioni di elaborazione del linguaggio (percezione
della parola; competenza lessicale, semantica, sintattica, ecc. ) . ll mo­
dello ha trovato la sua enunciazione standard in Jerry Fodor. Le di­
verse modalità sensorio-percettive sarebbero a loro volta articolate
in dispositivi di elaborazione altamente specializzati - per esempio il
sistema che entra in gioco nell'analisi percettiva dei suoni linguistici
è diverso da quello che opera nella percezione di stimoli acustici non
linguistici (Fodor 1999, pp. 83 sgg.); sarebbero obbligate - non si
può, neanche volendo, analizzare il parlato come se fosse rumore
(ivi, p. 92) . La teoria modulare è stata utilizzata da altri autori di os­
servanza chomskiana come Roy Jackendoff ( 1 998) . Ha avuto invece
una formulazione meno rigida, aperta alle acquisizioni della psico­
logia evolutiva, in Karmiloff-Smith ( 1995 ) , che parla di processi di
modularizzazione piuttosto che di moduli geneticamente predispo­
sti, e in forza di questa nozione di plasticità revoca in dubbio l'idea
di grammatica universale innata.
1 82 Il linguaggio. Storia delle teorie

Per descrivere i procedimenti su cui si fondano la produzione di


senso e la comprensione, la tradizione filosofica aveva elaborato un
formidabile macchinario di cui il cognitivismo contemporaneo uti­
lizza alcuni snodi essenziali. Si trattava di una visione della mente co­
me insieme di sotto-sistemi diversi, competenze specifiche e indi­
pendenti legate ciascuna a una modalità sensoriale specifica, e inte­
grate in una attività simbolica centrale che è il pensiero linguistico.
Ora, la rinascita della teoria delle facoltà va di pari passo con la ri­
presa dell'idea che il rapporto tra linguaggio e mondo sia mediato da
una sfera di rappresentazioni o modelli mentali. «ll risultato finale
della percezione è un modello di come è il mondo, il pensiero è una
manipolazione interna di modelli e il linguaggio può essere usato per
esternare e comunicare questi modelli»: così un altro psicologo co­
gnitivo, Johnson-Laird, riassume sinteticamente la questione ( 1997 ,
p . 7 ) . Ai modelli mentali Fodor ( 1 994 , pp. 8 1 - 103 ) attribuisce un du­
plice compito, cognitivo ed esecutivo: per un verso rappresentano
(nel complesso veridicamente) il mondo, per altro verso determina­
no le nostre decisioni e azioni: di qui l'accordo tra comportamento
e realtà.
Con la rinascita del rappresentazionalismo, la linguistica diventa
'
parte della psicologia cognitiva. Le rappresentazioni mentali sono
strutturate come codice interno che elabora sintatticamente i sim­
boli alla stregua di un linguaggio (il 'linguaggio del pensiero' o 'men­
talese'). n suo significato, come il significato del linguaggio espresso,
risulta dall'interazione delle proprietà semantiche degli elementi e
dalle regole sintattiche operanti. È questo uno dei più noti aspetti
della teoria di Fodor. Gli organismi possiedono «un linguaggio pri­
vato in cui operano i calcoli che sottostanno al loro comportamen­
to» ( 1 975 , p. 68) . È un codice interno che non si apprende, dunque,
ma casomai condiziona l'apprendimento delle lingue naturali.
La riabilitazione del modello rappresentazionalista ha avuto il
merito di riproporre descrizioni del mentale in cui possono trovare
spazio anche le strategie non verbali del pensiero, conscie o incon­
scie, e il rapporto fra le due sfere (v. ad esempio Jackendoff 1997 , pp.
179 sgg. ) . L'interdizione di questi temi era durata decenni. Wittgen­
stein, nelle Ricerche filosofiche aveva rescisso drasticamente la teoria
del significato dai contenuti rappresentazionali della mente; in lin­
guistica, la lunga stagione della semiotica post-saussuriana aveva
ispirato ricerche tese a spiegare il significato in termini di strutture
piuttosto che di contenuti rappresentazionali. Non c'è bisogno di ri-
8. Lavori in corso 1 83

correre a entità mentali - si sosteneva - per spiegare la prassi lingui­


stica: anzi, proprio le entità mentali possono essere spiegate sulla ba­
se del comportamento linguistico. Ora, il punto di vista rappresen­
tazionalista implica invece proprio il rifiuto del comportamentismo
in ogni sua forma anche coperta e della connessa riduzione del si­
gnificato all'uso. Se nel modello wittgensteiniano il mistero dell'in­
tenzionalità si scioglieva nella onnipotenza del linguaggio, nelle nuo­
ve semantiche cognitive l'intenzionalità delle rappresentazioni pre­
cede e motiva l'intenzionalità della prassi linguistica.

8.2. Le radici corporee della signi/icazione


Quello dell'intenzionalità, della capacità dello stato mentale o del­
l' enunciato di intendere, o riferirsi a, un' oggettualità è un tema che
abbiamo incontrato in forma esplicita in Fodor, e prima di lui in
Searle e altri. Lo si incontra, sotto diversa guisa, ogni volta che ci si
ponga il problema del rapporto tra linguaggio e pensiero. n senso
pertiene prioritariamente agli stati mentali ed è espresso dall'enun­
ciato (come dice ad esempio Fodor) ; oppure pertiene all'enunciato
(come aveva insegnato Wittgenstein) ; oppure ancora, ogni atto di
parola 'sgorga' tutto d'un tratto nella sua compiutezza, e reca in sé
una intrinseca necessità di significazione? Quest'ultima era stata
un'istanza centrale nell'organicismo romantico, esemplata sul mo­
dello delle coeve filosofie della natura, e aveva trovato una riformu­
lazione in termini moderni negli scritti del filosofo francese Merleau­
Ponty. Non noi parliamo dell'essere, l'essere parla in noi. Nel silen­
zio della coscienza originaria, si legge nella prefazione alla Fenome­
nologia della percezione ( 1 945 ) , si rivela non solo quel che vogliono
dire le parole, ma quello che vogliono dire le cose.
La relativa fortuna di cui gode oggi Merleau-Ponty è connessa al­
la sua teoria della parola come funzione corporea fondamentale, co­
me gesto. «l segni organizzati hanno il loro senso immanente, che
non deriva dall"io penso' ma dall"io posso'». Prioritarie sono le pul­
sioni che determinano l'intenzione significativa del soggetto, il suo
'gesto' espressivo che colma un vuoto con le parole (Merleau-Ponty
1 967 pp. 122-23 ) . n parlare ha la stessa intenzionalità del gesto, è un
gesto' del corpo, e il significato vi ·è contenuto appunto come inten­
zione. Solo in quanto il senso è immanente all'azione significativa i
segni acquistano il loro potere intenzionale. La comprensione avvie­
ne tutta d'un colpo, e somiglia a un atto di riconoscimento: «una vol-
1 84 Il linguaggio. Storia delle teorie

ta dato il senso, i segni acquistano valore totale di segni. Ma è ne­


cessario che il senso sia dato prima». Non è ricavato da una serie di
induzioni: è piuttosto una «germinazione di ciò che sta per essere sta­
to compreso»(Merleau-Ponty 1994 , p. 205 ) .
L'assunzione della corporeità come fonte originaria di ogni si­
gnificazione fa di Merleau-Ponty uno dei pochi autori che siano
menzionati come propri precedenti da chi oggi, contro il mentali­
smo di Chomsky e della sua scuola, propone un modello di 'filoso­
fia incarnata' e lega coscienza e linguaggio alle forme primarie del­
la propriocezione e dell'autocoscienza corporea. Al di là di un su­
perficiale riconoscimento, le differenze sono però sostanziali. In
una teoria in cui l'intenzionalità è tutta risolta nella determinazio­
ne che spinge il parlante al gesto del significare, e in cui il senso è
immanente all'attività segni ca, resta da spiegare, anzi resta inspie­
gabile, l'intenzionalità esterna dei segni, la loro capacità di essere
segni di qualcosa, di vertere su qualcosa. È davvero una germina­
zione originaria di senso quella che ci consente la produzione e
comprensione della parola, come suggerisce, con le parole di Mer­
leau-Ponty, la soluzione olistica propria della tradizione fenomeno­
logica? Oppure la concettualizzazione che sta alla base del signifi­
care richiede procedimenti complessi, e il problema è appunto quel­
lo di capire come si svolgano, e con quali altri processi mentali e vi­
tali siano connessi?
In quest'ultima direzione si muovono gli autori della 'seconda ge­
nerazione cognitiva' . Del cognitivismo di osservanza chomskiana
contestano il dualismo, per cui «la mente si definisce nei termini del­
le sue funzioni formali, indipendenti dal corpo» (Lakoff e Johnson
1999, p. 76) . Denunciano l'insufficienza del modello sintattico-com­
putazionale e delle semantiche formali, che non rendono conto del­
l'importanza delle componenti sensomotorie, figurative, gestaltiche,
di inferenza metaforica, ecc., che intervengono nei processi di con­
cettualizzazione e ragionamento. In questa nuova linguistica cogni­
tiva - che prende le distanze sia da Chomsky (ivi, pp. 469-5 12) sia
dalla filosofia analitica del linguaggio (ivi, pp. 440-68) sia dal mo­
dello di mente come computer proposto dalle teorie dell'intelligen­
za artificiale (ivi, pp. 248-55 ) - il significato non è una relazione
astratta fra simboli o tra questi e i loro referenti, né il ragionamento
è calcolo: piuttosto, entrambi hanno «a che fare con i modi in cui noi
funzioniamo sensatamente nel mondo e gli diamo un senso in forza
delle nostre strutture corporee e immaginative» (ivi, p. 78). n lin-
8. Lavori in corso 1 85

guaggio non è un modulo separato dalle altre attività e operazioni


mentali. I significati, nelle lingue naturali, sono prodotti da proce­
dure di concettualizzazione a opera di menti integrate nella loro con­
dizione corporea e storico-empirica. La grammatica non è un siste­
ma formale autonomo, è essa stessa un repertorio di dispositivi di
simbolizzazione e i suoi elementi sono perciò «(anche se schematici)
intrinsecamente dotati di significato» (Langacker 2000, p. 3 1 ) , stret­
tamente correlati con la salienza cognitiva di certi aspetti per un
«concettualizzatore umano (nel ruolo di locutore o interlocutore)»
(ivi, p. 34). È «un insieme di routines cognitive in continua evolu­
zione, che vengono configurate, mantenute e modificate dall'uso
linguistico» (Langacker 1987 - 1 99 1 , I, p. 57). Costituisce, con il les­
sico e la morfologia, un continuo di strutture simboliche tutte in­
trinsecamente significative.
Nei procedimenti cognitivi che determinano contenuti e forme
delle lingue naturali hanno larga parte le operazioni inconscie. An­
che l'enunciazione più elementare comporta infiniti atti di memo­
rizzazione, riconoscimento, scelta, organizzazione, inferenza, imma­
ginazione, che si compiono sotto la soglia della coscienza. Compor­
ta la mobilitazione di conoscenze implicite costitutive del nostro sen­
so comune irriflesso (Lakoff!Johnson 1 999, pp. 10- 13 ) . Del pari al­
l'inconscio cognitivo vanno attribuiti i processi di categorizzazione
elementari, i processi di metaforizzazione costitutivi di rappresenta­
zioni astratte (per esempio le relazioni spaziali) , che si traducono nel­
le innumerevoli espressioni 'corpo-centriche' delle nostre lingue (di
fronte a, alle spalle di; la somiglianza rappresentata come vicinanza,
il capire come afferrare, la quantità rappresentata verticalmente co­
me alto e basso, ecc.).
Una parte in commensurabile del nostro sistema concettuale è co­
stituito da metafore. Le metafore elementari si combinano a forma­
re metafore complesse, relativamente stabili e generalmente accette,
cui contribuiscono modelli culturali, teorie del senso comune, no­
zioni e credenze correnti. Influiscono sui nostri modi di pensare e
sentire nella vita cosciente e strutturano perfino i nostri sogni. Gli
universali concettuali non sono innati: discendono dal fatto che ab­
biamo corpi e cervelli fatti nello stesso modo e viviamo in un mon­
do comune. n problema della discrasia tra la privatezza delle rap­
presentazioni interne e la pubblicità dei significati, posto dall'anti­
psicologismo di Frege ed ereditato dalla filosofia analitica, non ha ra­
gion d'essere.
186 Il linguaggio. Storia delle teorie

Frege sbagliava: la psicologia non è puramente soggettiva [ . ] . I no­


. .

stri cervelli e le nostre menti non operano con simboli formali astratti che
desumano il loro significato da correlazioni con un presunto mondo in­
dipendente dalla mente che si presenti già completo di categorie ed es­
senze. Corpo e cervello sono il luogo in cui i significati nascono, nell'in­
terazione e attraverso l'interazione con l'ambiente e con gli altri (Lakoff/
Johnson 1 999, pp. 462-63 ) .

La nozione di pensiero corporificato serve a spiegare perché i no­


stri concetti si adattano così bene al nostro modo di interagire con il
mondo: «perché si sono evoluti sulla base dei nostri sistemi senso­
motori, che si sono a loro volta evoluti per consentirci di funzionare
bene nel nostro ambiente fisico» (ivi, pp. 44-45 ) .
Anche le teorie evolutive sono diventate un banco di prova delle
tesi di Chomsky. Nulla è spiegabile nella biologia del linguaggio se
non alla luce dell'evoluzione, scrive il biologo Philip Lieberman
(2000, p. 3 ) . Alla nozione di adattamento del darwinismo classico
questi associa l'idea della plasticità del cervello animale, cioè la ca­
pacità di riorganizzare i circuiti corticali in risposta agli stimoli. Bam­
bini, e anche adulti, con gravi danni delle aree corticali normalmen­
te interessate alle attività di linguaggio conservano tuttavia la capa­
cità di apprenderlo o usarlo. Ciò si spiega con il ruolo dell' appren­
dimento nella formazione dei circuiti di attività neuronale coinvolti
nell'attività motoria e nella risoluzione di compiti cognitivi, inclusa
l'acquisizione del sistema fonetico, lessicale, sintattico. n sostrato
neuro-anatomico del linguaggio fa bensì parte del genotipo umano,
ma «i particolari circuiti neurali che codificano le parole, regolano la
sintassi, controllano la produzione del discorso e ne percepiscono i
suoni si formano nel corso dello sviluppo in ambienti linguistici de­
terminati» (ivi, p. 6). Se così stanno le cose, il linguaggio non impli­
ca una conoscenza codificata in un autonomo organo linguistico cor­
ticale; implica anzi il coinvolgimento, oltre che delle aree tradizio­
nalmente deputate al linguaggio, anche di aree neocorticali general­
mente associate a compiti cognitivi non linguistici, di strutture e si­
stemi neurali che regolano il comportamento anche in altri animali.
Così !"unicità' del linguaggio umano si radica per un verso nell'in­
telligenza non linguistica (nei sistemi percettivi, sensomotori, emo­
zionali, nella memoria a lungo e breve termine) e per altro verso nel­
la storia evolutiva del mondo animale. La nozione di plasticità sem­
bra dunque militare contro l'idea di una grammatica universale in-
8. Lavori in corso 1 87

nata codificata in un organo apposito. D'altronde una teoria dell'e­


voluzione non può non presupporre quella nozione, se vuole spie­
gare i fattori di adattamento. L'incompatibilità (o rdativa incompa­
tibilità) di due idee come plasticità e innatismo spiega il rilievo as­
sunto dalle teorie linguistico-evolutive nd dibattito recente.

8.3 . Fossilz� cervelli e lingue


Nd cap. 6 abbiamo visto quali problemi di teoria si celassero sotto
le parvenze speculative dell'antico dibattito sull'origine del linguag­
gio. Nel modello continuista, rappresentato in maniera eminente da
Condillac, il linguaggio si forma gradualmente, a partire da una co­
mune condizione animale e come sviluppo di modalità di comuni­
cazione prelinguistica. Nel modello olistico proposto da Herder e
Humboldt il linguaggio inerisce all ' umanità come qualità originaria,
eterogeneo rispetto alla comunicazione animale. Nasce tutto in una
volta, non conosce gradi. Scegliere l'una o l'altra alternativa aveva
conseguenze dottrinali, ideologiche, morali molto diverse. Significa­
va optare per una visione che pone tra animali e uomini una conti­
nuità di sviluppo e una sostanziale parentda, una differenza solo
quantitativa, di grado e non di sostanza; oppure supporre una sepa­
razione originaria dell'uomo dal resto della natura, una sua peculia­
rità qualitativa geneticamente irriducibile all 'intelligenza animale.
La prima opzione comportava poi una visione della parola come
esterna all'uomo, sopravveniente, strumento in forza del quale l'uo­
mo si rapporta al mondo e ai suoi simili, organizza e comunica l'e­
sperienza propria e altrui, assicura la trasmissione di tecniche della
sopravvivenza, di norme e valori, in una parola della cultura nel sen­
so antropologico del termine. Come tutte le tecniche, nasce dal per­
fezionamento di tecniche precedenti (in questo caso i prato-lin­
guaggi dell'espressione fisiognomica, del gesto, della voce inartico­
lata) , si sviluppa a partire da uno stadio già acquisito di intelligenza
e contribuisce allo sviluppo di stadi ulteriori fornendo strumenti
analitici. Questa posizione riconosce l'esistenza di stadi e forme di
pensiero prelinguistico o non-linguistico, anzi li presuppone come
condizioni vitali per la nascita della parola.
La seconda opzione comporta invece una visione del linguaggio
come forma di vita in cui l'uomo è immerso fin dal suo primo esse­
re uomo. Non implica il bricolage necessario all'invenzione di uno
strumento. Se mai si può parlare di una sua nascita, si tratta di un'e-
1 88 Il linguaggio. Storia delle teorie

pifania di potenzialità insite nella natura umana: le sue caratteristi­


che peculiari sono in germe nel primo manifestarsi della parola. Non
c'è forma di pensiero che non sia già formata dall a parola, che non
sia parola. È l'opzione che ai primi dell'Ottocento la filosofia ro­
mantica incluse nel pacchetto della sua critica dell'Illuminismo.
Nel 1 856 si scoprono resti fossili di un ominide che oggi sappia­
mo essere stato diffuso in Europa e Medio Oriente fino a circa
35.000 anni fa. Solo nella seconda metà del Novecento si è appura­
to con ragionevole certezza che l'uomo di Neanderthal (come que­
sti ominidi vengono denominati dalla località del primo rinveni­
mento) , simile all'uomo attuale per la posizione eretta e le presumi­
bili dimensioni del cervello, capace di usare strumenti di pietra e ser­
virsi del fuoco, aveva però un tratto vocale sopralaringeo più simile
a quello degli altri primati non umani: il che doveva costituire una
forte limitazione delle sue capacità articolatorie. L'osservazione di
uno stadio evolutivamente intermedio attestato da quei resti fossili
segna, nell'Ottocento, l'inizio di un nuovo genere di indagine sulle
condizioni anatomo-fisiologiche dell'evoluzione. Nel 1859, con l'O­
rigine delle specie, Darwin innesca sulla storia filogenetica dell'uomo
una disputa ancora in corso.
L'origine del linguaggio era stata oggetto d'indagine in neurolo­
gia fin dalle origini oggi considerate prescientifiche della disciplina.
Alla fine del Settecento l'anatomista Franz Joseph Gall aveva for­
mulato una limitata e prudente teoria della localizzazione di alcune
funzioni motorie e mentali nella corteccia cerebrale: l"organologia',
volgarizzata poi con il nome di frenologia dal suo seguace J. C.
Spurzheim in forme che hanno per sempre associato ad essa l'idea
di ciarlataneria. Al di là degli aspetti folclorici più tardi assunti dal­
la teoria, Gall aveva formulato il principio fondamentale della corri­
spondenza tra struttura e funzione. n suo contributo allo studio del­
le funzioni connesse con il linguaggio è limitato. È tuttavia l'inizio di
un programma di ricerche cliniche: negli anni '60 e '70 dell'Otto­
cento il francese Paul Broca e il tedesco Cari Wernicke documenta­
no il primato dell'emisfero cerebrale sinistro nel controllo del lin­
guaggio e descrivono due sindromi che costituiscono ancora oggi
una base tipologica per lo studio delle afasie, malgrado che la map­
pa delle corrispondenze tra funzioni linguistiche e strutture cerebrali
sia ormai molto più articolata rispetto a quanto avevano sostenuto le
prime teorie della localizzazione cerebrale. Ciò è dovuto anche al fat­
to che, mentre fino a tempi relativamente recenti le nostre cono-
8. Lavori in corso 1 89

scenze sulle funzioni che presiedono al linguaggio erano derivate


tutte dall'osservazione di soggetti in cui un danno cerebrale aveva
compromesso l'esercizio della parola, le neuroscienze sono oggi in
grado di osservare cervelli umani nel corso di normali attività co­
municative o di creare modelli artificiali dei procedimenti neurona­
li.
Alla metà del Novecento l'origine del linguaggio diventa un pro­
blema sempre meno speculativo e sempre più interdisciplinare, coin­
volgendo psicologi, primatologi, antropologi, neurologi, anatomisti,
esperti di intelligenza artificiale. Tentativi di addestramento lingui­
stico di scimmie antropoidi inducono parte del mondo scientifico al­
la conclusione, tuttora discussa, che queste possano sviluppare un
linguaggio dei segni e che dunque lo stesso si possa pensare degli
ominidi di stadio pressappoco corrispondente. L'osservazione diret­
ta ha accertato che alcune scimmie usano gridi d'allarme diversi a se­
conda del pericolo che intendono segnalare (l'aquila, il leopardo,
ecc.); e ciò ha dato luogo all'interpretazione, pure controversa, di
questo dizionario scimmiesco come una sorta di protosemantica.
Ogni ipotesi di continuità tra sistema rappresentazionale animale e
umano comporta poi anche l'idea della continuità fra pensiero pre­
linguistico e linguaggio. È stata descritta infatti in alcuni animali la
capacità di raggruppare le rappresentazioni mentali in categorie che
sollecitano analoghe risposte comportamentali (animale pericolo­
so/animale innocuo, ecc.) e di disporle gerarchicamente come pezzi
di schemi complessi, di natura sintattica.
n patrimonio di resti di ominidi fossili si è arricchito negli ultimi
decenni. Le indicazioni che questi forniscono sono tuttavia indiret­
te, dato che «né le lingue né i cervelli che le producono diventano
fossili» (Deacon 1997 , p. 24) . Si fossilizzano bensì i crani che conte­
nevano quei cervelli. E dai dati paleoneurologici, infatti, alcuni stu­
diosi traggono ipotesi controverse sulla presumibile emergenza del­
le precondizioni d'una facoltà di linguaggio. n modello continuista
è riproposto dalle filosofie dell'evoluzione che, a partire dagli anni
'70, riprendono la teoria darwiniana integrandola con le nuove ac­
quisizioni della biologia. n neo-evoluzionismo costituisce una corni­
ce epistemologica potente per una teoria continuista del linguaggio,
e ne rafforza tutti gli ingredienti pur rimescolandoli in maniera for­
temente innovativa rispetto all'evoluzionismo classico. Vediamone
qualche riformulazione recente.
Che succede nel cervello di un ominide, si chiede Daniel Den-
1 90 Il linguaggio. Storia delle teorie

nett ( 1 995 , pp. 3 7 8-79) , quando per la prima volta le parole vi si in­
troducono? Certo non è tabula rasa. Le parole che si stanziano in
un cervello devono «ancorarsi ai rilievi e avvallamenti di un pae­
saggio notevolmente complesso», potenziare e foggiare strutture
preesistenti piuttosto che generare nuove architetture. n linguaggio
si installa insomma in nicchie predisposte in precedenti stadi di
evoluzione dall'intelligenza preverbale. È, questa, già una netta
contrapposizione al discontinuismo chomsk.iano. Certo, nulla esclu­
de che l'organo del linguaggio postulato da Chomsky possa essere
descritto a sua volta come il prodotto adattativo dell'evoluzione.
Ma su questo punto Chomsky si pronuncia solo occasionalmente e
in termini negativi: l'idea che l'adattamento delle nostre strutture
conoscitive alla realtà del mondo (questo «fortunato accidente») sia
il frutto di una evoluzione di tipo darwiniano è un 'deus ex machi­
na' (Chomsky 1998, p. 135 ) . L'emergere del linguaggio umano può
essere tutt'al più spiegato come una mutazione genetica (ivi, p.
145 ) . E come tale è spiegato da S.J. Gould e R.C. Lewontin, soste­
nitori d'una teoria in cui nozioni del darwinismo classico come l'a­
dattamento e la gradualità vengono ridimensionate o abbandonate
in nome di una teoria dell'insorgenza casuale e improvvisa di strut­
ture dopo un periodo di latenza. Questo vale anche per il linguag­
gio. «Gli universali linguistici sono così diversi da qualsiasi altra co­
sa esistente in natura, e di struttura così peculiare, che fanno pen­
sare a una conseguenza secondaria dell'aumentata capacità cere­
brale, piuttosto che a una semplice continuazione evolutiva a par­
tire da grugniti e gesti ancestrali» (Gould, cit. in Dennett 1995 , p.
3 90). La nascita degli universali linguistici sarebbe un caso di di­
scontinuità; il linguaggio umano sarebbe del tutto nuovo rispetto a
precedenti forme di comunicazione ed espressione. Si avrebbe, nel
quadro dell'evoluzione, una spiegazione non-adattativa della sua
comparsa. L'adattamento riguarderebbe casomai l'utilizzazione del­
l'organo, nato per un incidente evolutivo, per funzioni non previ­
ste: le ali non nascono perché l'insetto voli, ma gli servono per vo­
lare; il linguaggio non nasce perché l'uomo comunichi, ma gli ser­
ve per comunicare. In un articolo recente che possiamo ritenere
esprima la posizione attuale di Chomsky (Hauser, Chomsky & Fit­
ch 2002 ) , si accetta un'idea adattativa dell'evoluzione linguistica
per quanto riguarda i sistemi sensomotorio e concettuale (la cosid­
detta facoltà del linguaggio in senso lato) . Ma il meccanismo com­
putazionale che consente la produzione d'un numero infinito di
8. Lavori in corso 191

espressioni a partire da una serie finita di elementi (la facoltà del


linguaggio in senso stretto) è intesa tuttora come un tratto della
mente umana che non può essere spiegato adattativamente.
Con i pezzi forniti dalla tradizione evoluzionista, dalla paleonto­
logia e dalla ricerca neurologica, il biologo Terrence Deacon ( 1997 )
ha proposto una diversa ricostruzione del puzzle. n linguaggio è cer­
tamente un'anomalia unica nel suo genere:

Forse le vocalizzazioni e i gesti degli animali spiegano, descrivono,


chiedono, comandano? Discutono, gli animali? dissentono, contrattano,
spettegolano, persuadono e intrattengono gli altri con i loro pensieri? [. . .]
Nei richiami animali nulla corrisponde ai tratti nominali o verbali d'un
enunciato, a sequenze grammaticali commisurabili a sequenze non
grammaticali, agli indicatori del singolare o del plurale, nessuna indica­
zione di tempi, né elementi che si possano considerare come parole se
non nel senso molto elementare di suoni con un inizio e una fine. [ . . .] Per
quanto complessi e sofisticati, i comportamenti comunicativi d'altre spe­
cie tendono a presentarsi come segnali isolati, in sequenze fisse o combi­
nazioni relativamente poco organizzate che possono esser viste come una
successione cumulativa più che ridotte a regole formali. E le corrispon­
denze con eventi o fatti comportamentali, nei casi accertabili, si rivelano
inevitabilmente come correlazioni uno-a-uno (Deacon 1 997 , p. 3 2 ) .

La comunicazione non linguistica non è u n linguaggio di voca­


lizzazioni, espressioni mimiche, gesti, invece che di parole: tant'è ve­
ro che abbiamo difficoltà a tradurli verbalmente, né potremmo mai
chiederci a quale categoria verbale appartiene una risata, se un sin­
ghiozzo è espresso al presente o al passato, se una stringa di espres­
sioni facciali è correttamente enunciata. La difficoltà insomma non
è di trovare un'interfaccia tra linguaggio umano e non-umano, ma
tra il linguaggio e qualsiasi altra forma di comunicazione, umana o
no. Allo stesso modo infatti ci sono comportamenti comunicativi
animali di grande complessità e sofisticazione che pure non hanno
un equivalente linguistico. C'è insieme una «ininterrotta continuità
fra cervelli umani e non umani e [ . . ] una singolare discontinuità [ . . ]
. .

fra cervelli che usano quella forma di comunicazione e cervelli che


non la usano» (ivi, p . 13 ) .
La presenza di tratti comuni a tutte le lingue si può spiegare so­
lo con un processo di co-evoluzione specificamente umano tra lin­
guaggio e cervello, di reciproco adattamento fra le rispettive strut­
ture. Si tratta di un'universalità di fatto, come tale non predetermi-
1 92 Il linguaggio. Storia delle teorie

nata, ma certo statisticamente sostenuta dal caso di milioni di par­


lanti per decine e decine di migliaia di anni. Malgrado la loro origi­
ne epifenomenica, si tratta a ogni fine pratico di universali catego­
riali (ivi, p. 12 1 ) . L'intrinseca variabilità delle lingue, il fatto che
quanto v'è in esse di relativamente invariante (la struttura profonda)
condiziona solo debolmente le variabilissime strutture superficiali
che la realizzano (ivi, pp. 329-3 0), rende comunque poco plausibile
la tesi, divulgata dalla scuola chomskiana, di un 'istinto' grammati­
cale o d'una predisposizione genetica a strutture sintattiche specifi­
che rappresentate nel cervello da processi neurali invarianti.
Non è un caso, che un libro come quello di Deacon si concluda
con diverse pagine dedicate alla filosofia della mente. L'idea di co­
evoluzione è anche una possibile chiave per «spiegare come mai sia
garantita una corrispondenza nella realtà ai nostri pensieri e alle no­
stre parole» (ivi, p. 439) . È, in altri termini, il problema dell'adegua­
tezza dei processi in forza dei quali possiamo nominare e conoscere
per simboli senza alla fin fine troppo rischiare quando applichiamo
quei simboli al molteplice dell'esperienza.
Un antico filosofo, già in epoca pre-darwiniana, s'era appellato
come poteva, cioè in termini speculativi, all'idea di co-evoluzione
per spiegare quell'adeguatezza. È Herder, che nella Metacritica, confu­
tando la separazione kantiana delle categorie dell'intelletto dalle rap­
presentazioni intuitive, si chiede: se questi due tronchi della cono­
scenza umana fossero separati, chi mai potrebbe poi saldarli nell'e­
sperienza?

Già i due cotiledoni d'una pianta mostrano la concorde tendenza a


costituire un tutto: uno si sviluppa nell'aria, l'altro nel suolo; due germo­
gli formano insieme la pianta ed è perfino possibile scambiarli. Negli ani­
mali tutte le sensazioni e i poteri concorrono in un solo istinto [. . . ] . L'uo­
mo soltanto sarebbe una creatura così rappezzata che in lui i due estremi
non combacerebbero l'uno con l'altro? (Herder 1 993 , p. 58).

FONTI

BRUNER, La ricerca del significato, Bollati Boringhieri, Torino 1 992 .


CHOMSKY, Aspetti della teoria della sintassi, in Saggi linguistici, II, Borin­
ghieri, Torino 1 970; Linguistica cartesiana, cit. al cap. 5; Linguaggio e pro-
8. Lavori in corso 1 93

blemi della conoscenza, Il Mulino, Bologna 1 998; Nex Horizons . . cit. al


.

cap . 7 . DEACON, The Symbolic Species: The Co-evolution o/ Language and


the Human Brain , Penguin Books, London 1 997 . DENNETI, Darwin 's
Dangerous Ideas. Evolution and the meanings o/ !ife, Penguin Books, Lon­
don 1 995 . FOOOR, The Language o/ Thought, Harvard U.P., Cambridge
(Mass.) 1 975; The Elm and the Expert, MIT Press, Cambridge (Mass. )
1 994; La mente modulare, Il Mulino, Bologna 1 999. HAUSER, CHOMSKY E
FITCH, The Faculty o/ Language: What Is it, who Has it, and how Did it
Evolve, «Science», 298, 2002 . HERDER, Metacritica, cit. al cap. 5 . JACKEN­
DOFF, The Architecture o/ Language Faculty, MIT Press, Cambridge
(Mass.) 1 997 ; Linguaggio e natura umana, Il Mulino, Bologna 1 998; JOHN­
SON-LAIRD, La mente e il computer, Il Mulino, Bologna 1 997 ; KARMILOFF­
SMITH, Oltre la mente modulare, Il Mulino, Bologna 1995 ; LAKOFF E
JOHNSON, Philosophy in the Flesh, Basic Books, New York 1 999. LAN­
GACKER, Foundations o/ Cognitive Grammar, 2 voli., Stanford U.P.
Stanford 1 987 - 1 99 1 ; Why a Mind is Necessary, in Albertazzi, Meaning
and Cognition, Benjamins, Amsterdam-Philadelphia 2000. LIEBERMAN,
Human Language and our Reptilian Brain, Harvard U.P. , Cambridge
(Mass. ) 2000. MERLEAU-PON1Y, Segni, Il Saggiatore, Milano 1 967 ; Il visi­
bile e l'invisibile, Bompiani, Milano 1 994 . PIATTELLI-PALMARINI, Langua­
ge and Learning. The Debate between ]ean Piaget and Noam Chomsky,
Harvard U.P., Cambridge (Mass. ) 1 987 ; PUTNAM, Mente, linguaggio e
realtà, Adelphi, Milano 1 987 .
Indici
Indice dei nomi

Aarsleff, Hans, 1 1 9. Bacon, Francis ( 15 6 1 - 1626), 83 , 90-


Abelardo, Pietro ( 1 079- 1 142/44), 5 1 , 9 1 , 1 00.
58-62 , 72. Baggiani, Daniel, 79, 1 1 9.
Agostino, Aurelio (354-43 0), santo, Bara, Bruno, 16.
29, 32-35, 3 8-40, 42, 46, 48, 50, 68, Beauzée, Nicolas ( 1 7 17- 1789), 92 -96,
72, 74, 1 1 8, 158, 1 60. 1 1 8.
Alano di Lilla ( 1 128 circa- 1202 ) , 5 1 , Beccaria, Cesare ( 1 738- 1 794), 1 05 -
72, 88, 1 1 8. 1 06, 1 1 8.
Alberto Magno ( 1205 - 1280) , 5 1 . Beneke, F riedrich Eduard ( 1798-
Alfarabi (Abu Nasr Muhammad al­ 1 854), 14 1 .
Farabi, 870 circa-950 circa), 5 3 . Benveniste, Emile ( 1 902- 1 976), 1 64 .
Alighieri, Dante ( 1265 - 1 32 1 ) , 77-79, Bergson, Henri ( 1 859- 194 1 ) , 147 -49,
89, 9 1 , 1 1 8. 174.
Amsler, Mark E., 48. Berkeley, George ( 1 685 - 1 753 ) , 1 03 -
Andronico di Rodi (I secolo a.C . ) , 53 . 104 , 1 1 8.
Anselmo d'Aosta ( 1 033/34- 1 1 09), 55- Bianchi, Cinzia, 1 6.
56, 60, 62 , 73 , 75 . Biard, Joel, 68, 73 .
Apollonia Discolo (II secolo a.C . ) , 2 1 , Blacklock, Nicholas ( 1 72 1 - 179 1 ) , 1 06.
30. Boehme, Jacob ( 1575 - 1 624) , 83 -84.
Areopagita, vedi Dionigi l'Areopagita. Boezio, Anicio Manlio Severino (470/
Aristotele (384-322 a.C.) , 20-22 , 24- 480-525 ) , 47, 50, 53-57, 60, 68, 7 3 .
26, 30, 35, 44, 5 3 , 55, 57, 60, 62 , 68. Boezio di Dacia ( o di Danimarca; atti­
Arnauld, Antoine ( 1 612- 1 694) , 9 1 , vo 1270 circa), 63 -66, 73 , 77.
1 1 8. Bonaventura da Bagnoregio ( 1217 cir­
Auroux, Sylvain, 16, 1 1 9. ca- 1274), 52.
Austin, John Langshaw ( 1 9 1 1 - 1 960) , Bopp, Franz ( 1 7 9 1 - 1 867 ) , 130.
171. Bréal, Miche! ( 1 83 2 - 1 9 1 5 ) , 13, 134,
Averroè (Muhammad ibn Ahmad 136, 146-47 , 152-53 , 174.
Muhammad ibn Rushd, 1 126- Brentano, Franz ( 1 838- 1 9 1 7 ) , 149.
1 1 98) , 53 . Broca, Paul ( 1 824- 1 880), 1 88.
Avicenna (Abu'Ali al-Husayn ibn Si­ Brosses, Charles de ( 1709- 1777 ) , 1 09-
na, 980- 1 037 ) , 5 3 , 72. 1 1 0.
1 98 Indice dei nomi

Brugmann, Karl ( 1 849- 1 9 1 9), 134. Descartes, René ( 1 596- 1650), 84 , 9 1 ,


Bruner, Jerome, 1 80-8 1 , 1 92 . 1 12 - 1 3 , 1 1 8.
Buffon, Georges Louis Ledere de Diderot, Denis ( 1 7 13 - 1784 ) , 96.
( 1707 - 1788), 1 1 1 . Diogene Laerzio (III secolo) , 20, 25 -
Buhler, Karl ( 1 879- 1 963 ), 15 1 , 1 64 - 29, 3 5 -36, 38, 48.
1 66, 174-75 . Dionigi l'Areopagita (o Pseudo-Areo­
Burke, Edmund ( 1729- 1797 ) , 1 05 - pagita, V secolo), 47-48, 5 1 , 84.
106, 1 1 8. Dionisio Trace ( 170 circa-90 circa
Burke, Kenneth ( 1 897 - 1 995 ), 1 4 . a.C . ) , 2 1 , 30.
Donato, Elio (IV secolo), 53 , 62 .
Cassiodoro (490 circa-5 85 circa) , 47 . Du Marsais, César Chesneau ( 1 676-
Cassirer, Emst ( 1 874- 1 945 ), 13 9-40, 1756) , 92 , 96, 1 1 8.
165 , 174. Dummett, Michael, 159, 175 .
Chomsky, Noam, 6-7 , 1 5 , 93 , 1 1 9, Duns Scoto, Giovanni ( 1265 circa-
152, 168, 170-7 1 , 176-8 1 , 1 84, 1 86, 1308), 68 .
1 90, 1 92-93 .
Cicerone, Marco Tullio ( 1 06-43 a.C.), Ebbesen, Sten, 73 .
24, 45 , 88-89. Eckhart, Johannes ( 1260- 1327 ) , 84 .
Condillac, Etienne Bonnot de ( 1 7 14- Eco, Umberto, 16.
1780) , 91, 93-96, 107 - 1 1 , 1 13 - 1 9, Edelman, Gerald M., 1 63 .
152, 1 87 . Engels, Friedrich ( 1 820- 1895 ) , 1 4 1 .
Condorcet, Marie-Jean-Antoine-Ni­ Epicuro (34 1 -270 circa a.C. ) , 29, 36-
colas Caritat de ( 1743 - 1794 ) , 1 1 1 . 38, 48, 1 03 .
Cordemoy, Gerauld de ( 1 626- 1694), Eraclito di Efeso (550 circa-480 circa
1 12 - 1 3 , 1 1 8. a.C. ) , 1 7 .
Crisippo (280-206 a.C.), 27 . Eriugena, vedi Giovanni Scoto Eriu­
Croce, Benedetto ( 1 866- 1952 ) , 1 3 8- gena.
139. Erodoto (484 ? -430/420 a.C. ) , 36, 38,
Cusano, Niccolò (Nicolaus Krebs, 46.
140 1 - 1 464) , 84 . Eschbach, Achim, 175.
Fabrizio di Acquapendente ( 1533 cir-
Dalgamo, George ( 1 626 circa- 1 687 ) , ca- 1 6 1 9 ) , 1 12 .
83 . Fedriga, Riccardo, 73 .
Darmesteter, Arsène ( 1 846- 1 888) , Feuerbach, Ludwig ( 1 804 - 1 872) , 14 1 .
146. Fichte, Johann Gottlieb ( 1762 - 1 8 14 ) ,
Darwin, Charles ( 1 809- 1 882 ) , 1 3 3 , 1 2 1 , 125 , 1 2 9 , 1 3 6 .
1 88. Filone Alessandrino (l secolo) , 32, 35,
Davidson, Donald ( 1 9 17-2003 ) , 170- 40, 42-43 , 48, 84 .
17 1 . Fitch, W.T. , 1 90, 1 93 .
Deacon, Terrence, 1 89, 1 9 1 -92. Fodor, Jerry, 1 8 1 -83 , 193.
De Mauro, Tullio , 1 6 . Formigari, Lia, 1 1 9.
Democrito (460 circa-3 70 circa a.C.), Fredegiso di Tours (attivo 800 circa) ,
20. 46, 48.
Demonet, Marie-Luce, 1 1 9. Frege, Gottlob ( 1 848- 1 925 ) , 15, 152-
Dennett, Daniel C., 1 89-90, 1 93 . 1 5 3 , 156, 174, 1 85 -86.
Indice dei nomi 1 99

Gabelentz, Georg von der ( 1 840- Humboldt, Wilhelm von ( 1767- 1 835 ) ,
1 893 ) , 146, 174. 7 , 1 2 1 -22 , 128-30, 132, 134, 136-38,
Gadamer, Hans-Georg ( 1 900-2002 ) , 157, 174, 1 87 .
7 , 138. Hume, David ( 17 1 1 - 1776) , 1 04 , 1 1 8.
Galeno, Claudio ( 129-200), 26. Husserl, Edmund ( 1 859- 1 938), 153 -
Gall, Franz Joseph ( 1758- 1 828), 1 88. 155 , 162 , 165 , 174.
Gambarara, Daniele, 16.
Gassendi, Pierre ( 15 92 - 1 655 ) , 88. Ippocrate (460 circa-377 circa a.C.) ,
Gensini, Stefano, 16, 80-82 , 1 02 , 1 1 9. 26.
Giamblico (IV-V secolo) , 47-48. Isidoro di Siviglia (560 circa-636), 4 1 ,
Gilberto di Poitiers (o G. Porrettano, 47 -48, 8 1 .
1 080- 1 154), 5 1 . Itard, Jean Mare Gaspard ( 1775-
Giovanni Scoto Eriugena (810-877 ) , 1 838), 1 1 1 .
48-50, 57, 7 3 .
Gobineau, Joseph-Arthur de ( 1 8 1 6- Jackendoff, Ray, 1 8 1 -82 , 1 93 .
1882 ) , 132. J acobi, Friedrich Heinrich ( 17 4 3 -
Gould, Stephen Jay, 1 90. 1 8 1 9) , 120.
Graffi, Giorgio, 15 1 , 175 Jakobson, Roman ( 1 896- 1 982 ) , 1 66,
Greenberg, Joseph G. ( 1 915-200 1 ) , 174.
135. Jespersen , Otto ( 1 860- 1 943 ) , 15 1 .
Gregorio di Nissa (335 circa-395 cir­
Johnson, Mark, 1 84-86, 1 93 .
ca) , 46.
Johnson-Laird, Philip, 1 82 , 1 93 .
Grice, Paul ( 1 9 1 3 - 1 988), 1 7 1 -72, 174.
Jones, William ( 1746- 1794 ) , 124, 136.
Grimm, Jacob ( 1785 - 1 863 ) , 13 0-3 1 ,
136.
Kant, Immanuel ( 1724 - 1 804 ) , 95 , 129.
Guglielmo di Conches ( 1 100- 1 154),
Karmiloff-Smith, Annette, 1 8 1 , 1 93 .
51.
Kilwardby, Robert (m. 1279) , 76.
Guglielmo di Sherwood (attivo 1250
circa) , 62 .
Lakoff, George, 1 84-86, 1 93 .
Lambert, Johann Heinrich ( 1728-
Haeckel, Ernst ( 1 83 4 - 1 9 1 9 ) , 1 3 3 .
Hamann, Johann Georg ( 1 730- 1788) , 1777), 95, 1 18.
120. Lamberto di Auxerre (attivo 1250-
Hauser, Mare D., 1 90, 1 93 . 1260 circa) , 62 .
Hegel, Georg Wilhelm Friedrich Lamy, Bernard ( 1640- 17 1 5 ) , 9 1 , 1 12,
( 1770- 1 83 1 ) , 139. 1 1 8.
Heidegger, Martin ( 1 889- 1976) , 138, Lancelot, Claude ( 1 6 1 5 ? - 1 695 ) , 9 1 ,
174. 1 1 8.
Henry, Victor ( 1 850- 1 907 ) , 146. Langacker, Ronald W., 1 85 , 1 93 .
Herbart, J ohann Friedrich ( 177 6- Latini, Brunetto ( 1220- 1294 ) , 89.
1 84 1 ) , 14 1 -42, 152 , 174. Leibniz, Gottfried Wilhelm ( 1646-
Herder, Johann Gottfried ( 1744- 17 16), 80-84 , 9 1 , 1 02 - 1 03 , 1 1 8- 1 9,
1 803 ) , 9 1 , 95 , 1 1 1 , 1 1 3-20, 129, 129.
14 1 , 187 , 1 92-93 . Lewontin, Richard C., 190.
Hobbes, Thomas ( 1588- 1679), 88, 9 1 , Libera, Alain de, 57, 67-68, 72-73 .
101. Lieberman, Philip, 1 86, 193 .
200 Indice dei nomi

Linneo ( Carl von Linné, 17 07 - 177 8), Peirce, Charles Sanders ( 1 83 9 - 1 9 14 ) ,


111. 12, 1 5 .
Locke, John ( 1 632- 1 7 04 ) , 70-72, 9 1 , Penco, Carlo, 175 .
93 , 97 , 1 00- 1 04, 1 07 , 1 13 , 1 1 9. Perelman, Chailn ( 1 912- 1 984 ) , 9, 14.
Lullo, Raimondo (Ramon Llull, 1235 Petrarca, Francesco ( 1304- 1374), 89.
circa- 1 3 16), 82 . Piaget, Jean ( 1 896- 1980) , 167 , 169,
1 80.
Maione, Maurizio, 1 1 9. Piattelli-Palmarini, Massimo, 180,
Manetti, Giovanni, 3 5 . 1 93 .
Manzoni, Alessandro ( 1785 - 1 873 ) , 3 . Picardi, Eva, 175.
Marazzini, Claudio, 1 1 9. Pietro Ispano (papa Giovanni XXI,
Marty, Anton ( 1 847 - 1 9 14 ) , 149-50, 12 1 0- 1277 ), 62 -63 , 73 .
174. Pitagora (570-490 circa a.C.), 1 7 , 154.
Marx, Karl ( 1 8 1 8 - 1 883 ) , 14 1 . Platone (427-347 a.C.), 1 7 - 1 8 , 2 1 , 28,
Marziano Capella, Felice (V secolo), 35, 45 , 1 02.
47 . Plotino (205-270), 29, 3 1 -32, 3 5 , 43 ,
Maupertuis, Pierre Louis Moreau de 48, 50.
( 1 698- 1759) , 1 1 1 . Plutarco di Cheronea (45 - 125 ) , 29.
Mauthner, Fritz ( 1 849- 1 923 ) , 3 , 156- Porfirio (233/34-305 ) , 43 -44, 48, 5 3 ,
157' 174. 57, 73 .
Meillet, Antoine ( 1 866- 1 93 6 ) , 146. Prisciano (VI secolo) , 2 1 , 53, 55, 62 ,
Merleau-Ponty, Maurice ( 1 908- 1 96 1 ) , 66.
149, 174, 1 83 -84, 1 93 . Proclo (4 10/4 12-485 ) , 47-48.
Mersenne, Mario ( 15 88- 1648), 84 , Prodico di Ceo (n. 470/460), 18.
1 12 , 1 18. Protagora (485 circa-4 1 0 circa a.C. ) ,
Mill , John Stuart ( 1 806- 1 873 ) , 152. 1 8 , 20.
Montaigne, Miche! de ( 1533- 1592 ) , Pseudo-Areopagita (o Pseudo-Dioni-
1 12 , 1 1 9. gi) , vedi Dionigi l ' Areopagita.
Moore, George Edward ( 1 873 - 1 958), Pufendorf, Samuel ( 1 632-1694 ) , 85 .
17 1 . Puggioni, Sara, 73 .
Moro, Christiane, 175 . Putnam, Hilary, 1 80, 1 93 .
Morpurgo Davies, Anna, 128-29, 136.
Morris, Charles, 15. Quine, Willard Van Orman ( 1 908-
200 1 ) , 10, 1 69-70, 174, 176.
Nicole, Pierre ( 1 625 - 1 695 ) , 9 1 , 1 1 8. Quintiliano, Marco Fabio (35 circa-
Nizolio, Mario ( 1498- 1575 ) , 7 1 , 73 , 96 circa) , 24, 45 , 89.
83 , 90, 1 1 9.
Reid, Thomas ( 1 7 1 0- 1 796) , 1 05 , 1 1 9.
Ockham, Guglielmo di ( 1285 circa- Reinhold, Karl Leonard ( 1 758- 1823 ) ,
1349 circa) , 67-73 . 14 1 .
Omero, 20. Renan, Ernest ( 1 823 - 1 892) , 130-32,
Osthoff, Hermann ( 1 847 - 1 909) , 134. 136.
Richards, Ivor Armstrong 0 893 ·
Panaccio, Claude, 73 . 1 979), 9, 14.
Paul, Hermann ( 1 846- 1 92 1 ) , 145 -46, Roger, Bacon ( 1 2 1 0 circa- 1292/94),
153 , 174. 62 , 75 -76, 1 19.
Indice dei nomi 201

Rosier, Irène, 5 1 -52, 7 3 . Thierry de Chartres (XII secolo), 5 1 .


Rousseau, Jean-Jacques ( 17 12- 1778), Tommaso d'Aquino ( 122 1 circa-
109, 1 1 1 . 1274), santo, 49, 5 1 -52 , 68, 73 .
Russell, Bertrand ( 1 872- 1 970), 1 5 , Tommaso di Erfurt (XIII- XIV seco­
152-53 , 159. lo) , 64-67 , 73 .
Ryle, Gilbert ( 1 900- 1 976), 163 , 168. Trabant, Jiirgen, 1 19, 136.

Sapir, Edward ( 1 884- 1 939), 123 , 136. Valente, Luisa, 5 1 , 73 .


Saunderson, Nicholas ( 1 682- 1739), Valla, Lorenzo ( 1407- 145 7 ) , 80, 83 ,
1 06. 89-9 1 .
Saussure, Ferdinand de ( 1 857- 1 9 1 3 ) , Varrone, Marco Terenzio ( 1 16-27
5 , 12, 1 5 1 -52, 174. a.C.) , 35, 3 9-40, 48, 87 .
Schelling, Friedrich Wilhelm Joseph Vico, Giambattista ( 1 668- 1744), 25 ,
( 1755 - 1 854), 127-28, 136. 86, 88, 9 1 , 1 1 1 , 1 1 9.
Schlegel, August Wilhelm ( 1767- Violi, Patrizia, 16.
1 845 ) , 126, 132, 136. Volli, Ugo, 16.
Schlegel, Friedrich ( 1772- 1 829), 125 -
Voltaire, pseud. di François-Marie
128, 1 3 2 , 1 3 4 , 1 3 6.
Arouet ( 1 694- 1778) , 127 .
Schleicher, August ( 1 82 1 - 1 868), 130,
Voltolini, Alberto, 175 .
133-34, 136.
Vossler, Karl ( 1 872- 1 949), 1 3 8-39.
Searle, John R. , 172-73 , 1 83 .
Vygotskij , Lev S. ( 1 896- 1 934), 1 67-
Séris, Jean-Pierre, 1 13 , 1 1 9.
Sesto Empirico (Il-III secolo) , 25, 28- 168, 174-75 .
30, 32, 35, 39, 4 1 -43 , 48.
Sgard, Jean, 1 19. Wegener, Philipp ( 1 848- 1 9 1 6) , 146-
Simon, Richard ( 1 63 8 - 1 7 12), 80. 147 , 153 , 174 .
Skinner, Burrhus Frederic ( 1 904- Wernicke, Cari ( 1 848- 1 905 ) , 1 88.
1 990) , 1 68, 176. Whitney, William Dwight ( 1 827-
Socrate (470-399 a.C. ) , 1 8- 1 9, 3 7 . 1 894) , 134, 147 , 174.
Spurzheim, Johann Caspar ( 1 776- Whorf, Benjamin Lee ( 1 897 - 1 94 1 ) ,
1 83 2 ) , 1 88. 123 , 135-36.
Steinthal, Heymann ( 1 823 - 1 899) , 3 , Wilkins, John ( 16 1 4 - 1 672), 83 .
142 -45 , 149, 153 , 174. Wittgenstein, Ludwig ( 1 889- 1 95 1 ) , 7 ,
1 5 , 156-64 , 1 68, 1 7 2 , 1 7 4 , 176, 1 82-
Tacito, Publio Cornelio (56- 120 cir­ 1 83 .
ca) , 45 . Wundt, Wilhelm ( 1 832- 1 920), 144,
Tani, ilaria, 1 1 9. 149, 174.
Indice degli argomenti

Abuso linguistico, 1 2, 22 -23 , 100 (ve­ Babele, 46, 74, 7 7 .


di anche Critica del linguaggio) . Behaviorismo, vedi Comportamenti­
Accidenti gramm aticali (numero, ge­ smo linguistico.
nere, caso, ecc.), vedi Discorso, Par­ Biolinguistica, vedi Evoluzione.
ti del -; Gramm atica.
Afasia, vedi Patologie linguistiche. Catacresi, vedi T ropi.
Allegoria, 4 1 , 46, 49. Categorie grammaticali, vedi Discor­
Analisi, vedi Ordine analitico. so, Parti del -.
Analitica, filosofia, 15, 153-64, 168- Categorizzazione, 1 1 , 1 3 , 1 8 - 1 9, 28,
173. 44, 59-60, 97- 103 , 105 , 1 08- 109,
Analitico, metodo, vedi Lingua. 150, 163 , 165 , 1 8 1 , 1 85 .
Analogia, 3 0-3 1 , 3 3 -34, 40, 5 1 , 80, 87 , Characteristica, 8 1 -84 .
92 , 1 02 , 1 09, 134, 145 -46, 150, 176, Cinese, 126, 129-30, 155 .
179. Cinesi, caratteri, 83 .
Appellatio, vedi Riferimento. Comparatismo, Comparazione, 4-5 ,
Apprendimento linguistico, vedi I­ 40, 79-80, 94-95 , 120-36, 140, 142.
stinto. Comportamentismo linguistico, 5 -6,
Arabo, 53 , 74. 149, 163 -64, 1 68-73 , 176, 1 82-83 .
Arbitrarietà del segno, v, 26, 37, 64, Comunicazione, Interazione comuni­
80-8 1 , 85 , 94 , 97-98, 1 00- 104, 107, cativa, 4, 10- 1 1 , 14- 15, 30-34, 39,
178 (vedi anche Natura, Segni) . 4 1 -48, 76, 78-79, 82-84, 90, 93 , 97-
Argomentazione, teoria della -, vedi 1 00, 1 07- 108, 1 10, 1 12 , 1 18, 134,
Retorica. 139, 146-47 , 149-50, 1 60-6 1 , 164-
Astrazione, 3 , 53, 55-66, 68, 86-88, 168, 170-7 1 , 178, 1 80-8 1 , 186-87 ,
97 - 1 00, 1 03 , 1 05 , 120, 1 4 1 , 147, 1 90-91 (vedi anche Pragmatica) .
165-66, 179. Connotazione, 69-70, 99, 152.
Atti linguistici, 4, 52, 1 7 1 -73 (vedi an- Consignificazione, Consignificanti,
che Pragmatica) . Co-segno, 60-6 1 , 63 , 66-67 , 165 -66.
Attualismo linguistico, 13 7, 157. Costruzione diretta, inversa, vedi Or­
Automatismi linguistici, 1 13 - 1 7 . dine analitico.
Azione comunicativa, vedi Pragmati- Critica biblica, 14, 80, 86 (vedi anche
ca. Ermeneutica sacra).
204 Indice degli argomenti

Critica del linguaggio, 12, 32-3 3 , 47- 1 13 , 1 17 - 18, 125 , 133 , 135, 148,
48, 155 -64 (vedi anche Scetticismo 1 86-92.
linguistico) .
Famiglie linguistiche, 77-78, 124 -25 ,
Darwinismo, vedi Evoluzione. 135-36 (vedi anche Comparatismo) .
Definizione: Filologia, 5 , 9- 10, 14, 20, 4 1 , 46, 62 ,
- nominale/reale, 24, 29, 57 , 70, 79-80, 82 , 86, 90, 124-25 , 13 1 , 137-
1 0 1 , 105 , 109: - ostensiva, 70, 160; 138.
- gestuale, - fantastica, 25, 87 . Filosofia del linguaggio, 3 -8 .
Deissi, Deittici, 5 1 -52, 68, 140, 1 65 , Fisiognomica, 3 8 , 1 03 , 1 12 , 187.
181. Flessione, 2 1 , 52, 66, 81, 93 -94, 96,
Denominazione, vedi Categorizzazio­ 125 -27 129-3 0, 134, 138.
'
ne, Nome, Riferimento. Fonetica, Fonologia, Mutamenti fo­
Denotazione, 60, 62-63 , 153 -55 (vedi netici, 1 1 , 19, 26, 3 9, 80, 9 1 , 1 12 - 1 3 ,
anche Riferimento). 13 1 , 134, 144-45 , 154, 177, 1 86 (v�
Dialetti, 20, 26, 52, 74 -75 , 77-80. di anche Voce).
Dialettica, 8-10, 24, 26-28, 4 1 , 45 , 47 , Funzionalismo, 164-65 , 167 .
60-62 , 5 3 , 7 1 , 78, 89-90.
Discorso: Generi, vedi Universali.
- espresso/ - interiore, 28-29, 3 1 , Geroglifi, 83 .
34-35 , 42, 54, 65 , 68, 1 17 (vedi an­ Gesto, 1 1 , 1 3 , 19, 34, 37-39, 45 , 86-
che Endofasia) ; - teologico, - sacro, 87 , 103 , 107 - 108, 1 12 - 1 3 , 140, 1 66,
49-52, 88 (vedi anche Teolinguisti­ 1 83 -84, 1 87 , 1 90-91 (vedi anche
ca) ; Linearità del -, 50, 94 , 147-48 Deissi) .
(vedi anche Ordine analitico) ; Parti Gioco linguistico, 4, 1 5 6 , 1 5 8 , 1 60-6 1 ,
del -, 9, 20-25 , 27, 3 0 , 5 1 -52, 54-5 5 , 172.
63 -67 , 69, 76, 9 1 , 93 -96, 132, 150- Giusnaturalismo e teorie del linguag­
15 1 , 177-78; Tipi di -, 20, 22, 25 , gio, 85 -88, 1 0 1 .
29, 45 , 105 , 164 , 1 7 1 -73 . Glottologia, vedi Linguistica.
Gnoseologia e scienze del linguaggio,
Ebraico, 4 1 , 74 , 80, 95 . 12- 1 3 .
Ellenismo/barbarismo, 26-27 , 30-3 1 . Grammatica, 8-9, 1 5 , 1 7 , 20-22 , 26-
Endofasia, 34-35 , 1 67 -68. 27, 30-3 1 , 40-4 1 , 47 , 53 , 7 1 , 78-79,
Entimema, 45, 7 1 , 89-90. 89, 97 , 123 , 1 62-63 , 1 7 1 (vedi anche
Epicurei, Epicureismo, 29, 36-39, 46- Trivio) ;
47 , 8 1 , 85 -86, 88, 1 03 . - comparata, - storica, 124-3 1 , 13 3 ;
Epilinguistica, 8 (vedi anche Lingui­ - sacra, 5 1 -52; - speculativa, - ge-
stica spontanea) . nerale, - universale, - mentale, 4, 6-
Ermeneutica, 9, 14- 1 5 ; - giuridica, 7 , 54-56, 58, 60-67' 69, 75-77' 84 ,
14, 82 ; - sacra, 14, 4 1 , 49; - filoso­ 89, 9 1 -95 , 107 , 124, 140, 146, 150-
fica, 1 4 , 1 10, 129, 137-3 9, 158. 152, 155, 157-58, 176-86, 1 9 1 -92.
Estetica e scienze del linguaggio, 12.
Etimologia, 1 7 - 1 9, 36-37, 3 9-4 1 , 75, !eonismo fonico, 1 8- 1 9, 40, 80- 8 1 , 85 -
80-8 1 , 85 , 109-10, 126-27 . 86, 103 , 109- 10, 127 .
Etnolinguistica, 1 1 . Idealismo linguistico, 1 2 , 1 10, 120-
Evoluzione, Evoluzionismo, 44, 1 1 1 , 3 1 , 137-4 1 .
Indice degli argomenti 205

Innatismo, 3 6-3 7 , 77 , 8 1 , 109, 1 1 6- 1 8 , - comparata, 4-5, 79 (vedi anche


152, 1 7 1 , 176-80, 1 86-87 (vedi an­ Comparatismo); - femminista, 1 1 ;
che Istinto) . - spontanea, 8; - fantastica, 8 ; - ge­
Intentio, lntenzionalità, 7 1 -72 , 154, nerale, 5-8, 1 5 1 -52; - sincronica,
172-73 , 1 83 . diacronica, 15 1 .
Istinto/apprendimento, 3 6-38, 1 12 -
1 1 8, 176-81 (vedi anche lnnatismo). Magia verbale, 85 (vedi anche Nome
divino, Segni divini, Segni magici,
Languelparole, 15 1 -52 , 1 7 2 . Teolinguistica).
Lingua: Mentalese, 1 82 (vedi anche Discorso
- adamica, 36, 46, 59, 85 (vedi anche interiore) .
Ebraico) ; - madre, vedi Comparati­ Metafora, 1 1 - 1 2 , 24 -25 , 40, 50-5 1 , 82 ,
smo; Confusione delle lingue, Ba­ 87 -88, 97 , 102 - 1 03 , 145 , 1 84-85 (ve­
bele; - universale, 8, 75-76, 80, 82- di anche Tropi) .
84 ( vedi anche Characteristica) ; - Metonimia, vedi Tropi .

flessiva, vedi Flessione; - nazionale, Mistica del Verbo, vedi Teolingui­


13 1 -36; - sacra, vedi Teolinguistica, stica.
Ebraico, Sanscrito; - volgare, vedi Modisti, Modi significandi, 52, 60-67 ,
Dialetti; - e mentalità, vedi Relativi­ 76-7 7 .
smo linguistico; - e razza, 132-33 ; ­ Morfologia, vedi Discorso, Parti del -;
come metodo analitico, 94 , 96, l 07 - Grammatica.
1 1 1 , 147-48; Genio della - 78-79,
120; Monogenesilpoligenesi della - Natura/convenzione, 1 7 -20, 36-3 8 ,
46, 127-28. 80-82 , 86-88 (vedi anche Naturali­
Linguaggio: smo, Giusnaturalismo) .
- animale, vedi Zoosemiotica; - in­ Naturalismo, 36-4 1 .
terno, vedi Discorso, Endofasia, Neogrammatici, 134-35, 138, 144-46.
Mentalese; - ordinario, 14, 3 1 , 75, Neurolinguistica, 6, 10- 1 1 , 143 , 1 86-
5 1 -52, 7 5 , 82 , 90, 1 05 , 155 -64 , 1 7 1 - 1 89.
172; - privato, 3 8 , 162 -63 , 1 82 ; ­ Nome (vedi anche Discorso, Parti
scientifico, 7 5 , 82 , 84 , 1 1 0; Arti del del -) :
- , 8-9, 34 (vedi anche Dialettica, Er­ Imposizione del -, 59-60 (vedi an­
meneutica, Poetica, Retorica, Tri­ che Categorizzazione, Riferimento) ;
vio); Metafore del -, 3 -4, 40, 125- Motivazione del -, 80-82 (vedi an­
127 , 144, 157-58; Organo, facoltà che Etimologia) ; - divino, 47 -48, 87 -
del -, 176-83 ; Origine del -, 36-38, 88; Semantica del -, 1 3 , 17-20, 5 3 -
40, 87 , 1 09, 1 1 1 - 1 8 , 125 , 127, 13 1 - 5 6 , 97 - 103 (vedi anche Universali);
1 3 3 , 1 87 -92 ; Scienze del -, 3 -8 (ve­ Unità del -, 5 8 .
di anche Etnolinguistica, Filologia, Nominale, essenza, 1 0 1 (vedi anche
Fonetica, Neurolinguistica, Psico­ Nominalismo) .
linguistica, Semantica, Semiotica, Nominalismo, Nominalisti, 56-60, 67 -
Sociolinguistica, Sintassi). 72 , 90, 100- 1 03 , 1 05 .
Linguistica, 4 -8 (vedi anche Teolingui­
stica) ; Omonimia, 23 -24 , 32-3 3 .
- clinica, 1 1 (vedi anche Neurolin­ Onomatopea, vedi !eonismo fonico
guistica) ; - cognitiva, 5-7, 17 6-86; Ordine analitico, 93 , 96.
206 Indice degli argomenti

Parola, vedi Segni. - aritmetici, 1 06; - divini, 44-48,


Parole/termini, 82 . 86; - mentali, 68-72 , 81 (vedi anche
Paronimi, Paronimia, 24, 54-56. Astrazione, Universali, Discorso); ­
Parti del discorso, vedi Discorso, Par- magici, astrologici, 76; - mnemoni­
ti del -. ci/segni indicativi, 4 1 -42, 1 17 ; - na­
Patologie linguistiche, 5, 10- 12, 26, turali, 38-39, 68, 7 1 -72, 1 12 (vedi
3 3 , 96, 106- 107 , 1 12 , 143 , 168, 188- anche Natura/convenzione) ; - sa­
189. cramentali, 52; - grafici, vedi Scrit­
Plurivocità, Univocità, Equivocità, 24, tura; -/simboli, 22-23 , 25 ; - verba­
5 1 , 63 . li, 4 , 1 1 - 13 , 1 5 , 19, 2 1 , 3 3 -35 , 3 8-39,
Poetica, 8, 12, 22, 24-25 . 4 1 -42, 54, 65-7 1 , 75-76, 86-87 , 92,
Port Royal, grammatica e logica di, 94, 97 - 1 03 , 106- 1 3 , 1 17 , 120, 143 ,
9 1 -92 , 97 . 153 -54, 159, 1 6 1 , 1 64-66, 183 -84 ,
Pragmatica, 14-15, 103 - 1 06, 147, 150- 1 89.
15 1 , 1 64-73 , 1 80-8 1 . Semantica, 1 3 - 1 5 , 2 1 -25, 27 -29, 33-
Prosodia, 1 1 , 12- 13 , 25 , 3 8 , 69, 75, 35, 49-72 , 153 -55 , 159-64 (vedi an­
103 , 109, 1 12, 146. che Categorizzazione, Segni, Signi­
Psicolinguistica, 1 0- 1 1 , 144, 149, 1 64 , ficato) ;
1 7 3 (vedi anche Psicologismo). - cognitiva, 1 1 - 15 , 184-85 .
Psicologismo/ antipsicologismo, 15, Semiotica, Semiologia, 12- 1 3 , 3 3 -35,
7 1 , 94-95 , 14 1-5 5 , 157.
9 1 -92 , 97 - 1 03 (vedi anche Segni,
Zoosemiotica) ;
Questione della lingua, 78-79.
- sacra, vedi Teolinguistica, Segni
sacramentali) .
Relativismo linguistico, Determini­
smo linguistico, 12, 120-24 , 1 3 5 . Significato ( vedi anche Semantica,
Retorica, 8-10, 14- 1 5 , 1 7 , 2 2 , 24-27, Nome) :
34, 44-47, 56, 7 1 , 76, 88-92 , 146. - dei nomi, vedi Categorizzazione,
Ridondanza, 52, 69, 150. Modisti, Modi signi/icandi; - usua­
Riferimento, 13 , 24, 55 -56, 58-59, 62- le/occasionale,145 ; - vs Riferimen­
63 , 68-69, 98, 1 00, 145 , 153-55, to, 55-56, 58-60, 62-63 , 68 (vedi an­
160, 1 62 -63 (vedi anche Denotazio­ che Suppositio) ; - vs senso, 82 , 153 -
ne, Nome, Significato). 154; «Elasticità» del -, 146-47 .
Simbolismo fonico, vedi Iconismo fo-
Sanscrito, 4 , 8, 12 1 , 124-3 1 , 135 (vedi nico.
anche Comparatismo). Sincategoremi, vedi Consignificanti.
Scetticismo linguistico, 12, 19-20, 30- Sineddoche, vedi Tropi.
3 3 , 82-83 , 156-57 ( vedi anche Criti­ Sinonimia, 24, 52, 69.
ca del linguaggio) . Sintassi, 1 3 - 1 5 , 2 1 , 26, 28, 36-37 , 42,
Scrittura, 1 1 - 12, 26, 54, 68-69, 80, 83 , 62 , 66-67 , 69, 76, 82, 84 , 93 -96,
89, 92, 173 (vedi anche Characteri­ 1 06, 1 1 0- 1 1 , 126, 142, 144-46, 15 1 ,
stica, Cinesi, caratteri, Geroglifi). 157-58, 1 67 -68, 170, 173 , 177-78,
Segni (vedi anche Arbitrarietà del se­ 180- 8 1 , 1 84 -87 , 1 89, 1 92-93 (vedi
gno, Semiotica, Consignificazione, anche Grammatica generale,
Universali) : Grammatica universale) .
- animali, vedi Linguaggio animale; Sociolinguistica, 10- 1 1 .
Indice degli argomenti 207

Sofistica, Sofisti, Argomentazione so­ Tropi, 10, 46, 5 1 , 82, 87 , 92 , 103 , 145
fistica, 1 7 - 18, 20, 22-23 , 25 , 45 , 62 . ( vedi anche Metafora) .
Sordomuti, vedi Patologie linguisti-
che. Universali, 5 3 -54, 56-60, 67 -69, 70,
Specie, vedi Universali logici. 90, 402 , 1 85 ;
Stilistica, 26, 34. - linguistici, 5 , 92-93 , 96, 1 2 4 , 152,
Stoici, Stoicismo, 2 1 , 25-30, 40, 42, 155, 178, 190-92 (vedi anche Gram­
81. matica universale) ; - fantastici, 87 .
Strutturalismo, 149, 15 1 -52, 1 68. Uso linguistico, 4, 17- 19, 26, 3 0-3 1 ,
Suppositio, 62-63 , 68.
60, 75-76, 78, 82 , 90, 92 , 94 , 1 03 -
106, 12 1 , 145 , 160-64, 1 68, 178,
Temporalità, Serialità del discorso,
1 83 , 1 85 .
vedi Discorso.
Teolinguistica, 3 1 -3 3 , 36, 5 1 , 80, 82 ,
Verbo, 2 1 -22, 2 7 , 54-55 , 60-65 , 93 ,
84-85 .
Terministica, 1 3 , 60-67 , 69. 140-4 1 , 146, 153 (vedi anche Di­
Teurgia, vedi Teolinguistica. scorso, Parti del - ) .
Tipologia linguistica, 76, 124-3 1 (vedi Voce, 2 1 -22, 24-29, 34-35, 42, 45 , 54,
anche Comparatismo) . 58, 63 , 65 -67 , 77, 81, 1 09, 1 1 1 - 12,
Traduzione, teoria della, 8-10, 4 4 , 46, 140, 1 87 (vedi anche Fonetica) .
52, 75, 98, 1 00, 1 69-70. Volgari, vedi Dialetti.
Trivio, arti del -, 47 , 76, 88-96 (vedi
anche Dialettica, Grammatica, Re­ Zoosemiotica, 1 3 , 25 , 4 1 -44 , 1 1 1 - 18,
torica) . 1 64-65 , 187.
Indice del volume

Istruzioni per l'uso v

l . Una mappa del territorio 3


1 . 1 . Filosofia, filosofie del linguaggio, scienze del linguaggio, p. 3 - 1 .2.
li sapere linguistico e lo studio del linguaggio, p. 8 - 1 . 3 . Lo studio fi­
losofico del linguaggio e le sue partizioni, p. 1 1

2 . Essere, pensiero, linguaggio 17


2 . 1 . Nominare e conoscere, p. 17 - 2.2. Categorie grammaticali, ca­
tegorie di pensiero, p. 20 - 2.3 . Princìpi della semantica aristotelica,
p. 22 - 2.4. Dalla voce al discorso, p. 25 - 2.5 . Scepsi, ascesi, comuni­
cazione, p. 30 - 2.6. Segni e segni di segni, p. 33

3. Storia naturale della parola 36


3 . 1 . Il naturalismo e le sue forme, p. 36 - 3 .2. Problemi del naturali-
smo, p. 39 - 3 .3 . Comunicazione animale, comunicazione umana, p. 4 1
- 3 .4. Comunicazione umana, comunicazione divina, p . 44

4. La filosofia del linguaggio da Boezio a Locke 49


4. 1 . La semantica dell ' ineffabile, p. 49 - 4.2. La semantica dei nomi,
p. 53 - 4.3 . La semantica degli universali, p. 56 - 4.4. La semantica del-
le funzioni grammaticali, p. 60 - 4.5. Da Ockham a Locke, p. 67

5. La filosofia delle lingue dall'Umanesimo all'Illuminismo 74


5 . 1 . Unità del linguaggio, pluralità delle lingue, p. 74 - 5 .2. Filosofie
della storia, filosofie della lingua, p. 84 - 5 . 3 . Le mutazioni del trivio,
p. 88 - 5 .4. Mente, linguaggio, lingue, p. 97 - 5 .5 . Semantiche dell'uso,
p. 103 - 5 .6. Le lingue come metodi analitici, p. 107 - 5 .7. L ' animale
parlante: origini e storia, p. 1 1 1
2 10 Indice del volume

6. Lingue, popoli, nazioni 1 20


6. 1 . Linguaggio e pensiero collettivo, p. 120 - 6.2. Filosofie del compa­
ratismo, p. 124 - 6.3 . La scienza del linguaggio: natura e storia, p. 13 1

7. Linguaggio e filosofia tra Otto e Novecento 1 37


7 . 1 . Idealismo filosofico e teorie del linguaggio, f· 13 7 - 7.2. Critiche
della ragione impura: psicologismo e scienze de linguaggio, p. 141 -
7.3. L'eclissi dello psicologismo, p. 147 - 7 .4. Critica del linguaggio e
statuto della filosofia, p. 155 - 7 .5 . La prassi comunicativa e le sue for-
me, p. 1 64 - 7.6. n linguaggio come comportamento, p. 168

8. Lavori in corso 176


8. 1 . Mente, corpo e linguaggio, p. 176 - 8.2. Le radici corporee della
significazione, p. 183 - 8.3 . Fossili, cervelli e lingue, p. 187

Indice dei nomi 197

Indice degli argomenti 203


Manuali Laterza

l. Roncaglia, A., Lineamenti di economia politica


2. Cazzella, A., Manuale di archeologia
3. Fuhrmann, H . , Guida al Medioevo
4. Vegetti, M., L 'etica degli antichi
5. Renfrew, C . , Archeologia e linguaggio
6. Garnsey, P. - Saller, R. , Storia sociale dell'Impero romano
7. Gusdorf, G . , Storia dell'ermeneutica
8. Fumagalli Beonio Brocchieri, M. - Parodi, M., Storia della filosofia
medievale
9. Simone, R. , Fondamenti di linguistica
10. Bedeschi, G., Storia del pensiero liberale
11. Massa, R. , Istituzioni di pedagogia e scienze dell'educazione
12. Vygotskij , L . S . , Pensiero e linguaggio
13 . Nissen , H .] . , Protostoria del Vicino Oriente
14. Cammarota, L., Breve storia della musica
15. Contento, G . , Corso di diritto penale
16. De Mauro, T . , Storia linguistica dell'Italia unita
17. Liverani, M . , Antico Oriente
18. Ghelfi, D. Lelli, L., Manuale di didattica per la scuola elementare
-

19. Rescigno, P., Introduzione a l Codice civile


20. Santambrogio, M. (a cura di) , Introduzione alla filosofia analitica del
linguaggio
21. Ferrarotti, F . , Manuale di sociologia
22 . Bruit Zaidman , L. - Schmitt Pantel, P., La religione greca
23 . Pevsner, N . , Storia dell'architettura europea
24. Sylos Labini, P., Elementi di dinamica economica
25 . Frabboni, F . , Manuale di didattica generale
26. Bonfiglioli, L . - Volpicella, A., Manuale di didattica per la scuola ma-
terna
27. Musti, D., Storia greca
28. Jacques , F. - Scheid, J., Roma e il suo Impero
29. Greco, E . , A rcheologia della Magna Grecia
3 0. Bretone, M . , Storia del diritto romano
31. Mammarella, G . , Storia d'Europa dal 1 945 a oggi
32. Meister, K . , La storiogra/ia greca
33 . Borghi, B. Q. - Guerra, L . , Manuale di didattica per l'asilo nido
34. Guidi, A. - Pipemo, M. ( a cura di) , Italia preistorica
35. Mecacci, L., Storia della psicologia del Novecento
36. Canevaro, A. - Cives, G. - Frabboni, F. - Frauenfelder, E. - Lapor-
ta, R. - Pinto Minerva, F . , Fondamenti di pedagogia e di didattica
37 . Sinclair, T.A., Il pensiero politico classico
38. Lyons, ]., Lezioni di linguistica
39. Ferrari, V., Funzioni del diritto
40. Trisciuzzi, L., Manuale di didattica per l'handicap
41. Domenici, G . , Manuale della valutazione scolastica
42 . Sobrero, A.A. (a cura di), Introduzione all'italiano contemporaneo,
vol. I
43 . Sobrero, A.A. (a cura di) , Introduzione all'italiano contemporaneo,
vol. II
44. Di Nolfo, E., Storia delle relazioni internazionali. 1 9 1 8- 1 992
45 . Margueron, J.C., La Mesopotamia
46. Bonfanti, P. - Frabboni, F. - Guerra, L . - Sorlini, C., Manuale di edu-
cazione ambientale
47. Peroni, R. , Introduzione alla protostoria italiana
48. Colarizi, S., Storia dei partiti nell'Italia repubblicana
49. Maragliano, R. , Manuale di didattica multimediale
50. Ponzio, A. - Calefato, P. - Petrilli , S., Fondamenti difilosofia de/ lin­
guaggio
51. Aldcroft, D.H., L'economia europea dal 1 9 1 4 al 1 990
52. Luiselli Fadda, A.M., Tradizioni manoscritte e critica del testo ne/Me-
dioevo germanico
53 . Barbero, A. - Frugoni, C . , Dizionario del Medioevo
54. Melchiori, G., Shakespeare. Genesi e struttura delle opere
55. Del Panta, L. - Rettaroli, R., Introduzione alla demografia storica
56. Fforde, M., Storia della Gran Bretagna. 1 832-2000
57 . Guidi, A . , I metodi della ricerca archeologica
58. Frabboni, F. - Pinto Minerva, F., Manuale di pedagogia generale
59. Berruto, G . , Fondamenti di sociolinguistica
60. Cambi, F., Storia della pedagogia
61. Cassese, S . , La nuova costituzione economica. Lezioni
62 . Alpa, G . , Il diritto dei consumatori
63 . Jean, C., Geopolitica
64 . Valentini, F . , Il pensiero politico contemporaneo
65 . Boero, P. - De Luca, C . , La letteratura per l'infanzia
66. Gentili, B., Poesia e pubblico nella Grecia antica. Da Omero al V se­
colo
67 . Contento, G . , Corso di diritto penale, vol. I
68. Contento, G., Corso di diritto penale, vol. II
69. Crespi , F., Manuale di sociologia della cultura
70. Gaja, G . , Introduzione al diritto comunitario
71. Greco, G . - Rosa, M . ( a cura di) , Storia degli antichi stati italiani
72. Fabris, A . , Introduzione alla fi'losofia della religione
73. Hargreaves Heap, S . - Hollis , M. - Lyons, B. - Sugden, R. - Weale,
A., La teoria della scelta. Una guida critica
74. Ferraris, L. V. (a cura di ) , Manuale della politica estera italiana 1 94 7-
1 993
75. Romero, F. - Valdevit, G. - Vezzosi, E., Gli Stati Uniti dal 1 945 a og­
gi
76. Pierantoni, R. , La trottola di Prometeo. Introduzione alla percezione
acustica e visiva
77 . Toscano, M.A. (a cura di) , Introduzione al servizio sociale
78. Trisciuzzi, L . - Fratini, C. - Galanti, M.A. , Manuale di pedagogia spe-
ciale. Nuove prospettive e itinerari psico-pedagogici
79. Mancini, P., Manuale di comunicazione pubblica
80. Lavagetto, M. (a cura di) , Il testo letterario. Istruzioni per l'uso
81. Carrera Diaz, M . , Grammatica spagnola
82 . Grassi, C. - Sobrero, A.A. - Tehnon, T., Fondamenti di dialettologia
italiana
83 . Cesa, C. (a cura di) , Guida a Hegel. Fenomenologia, Logica, Filoso­
/t'a della natura, Morale, Politica, Estetica, Religione, Storia
84 . Ponzio, A . , Metodologia della formazione linguistica
85 . Oliverio Ferraris, A. - Bellacicco, D. - Costabile, A. Sasso, S . , In­
-

troduzione alla psicologia dello sviluppo


86. D'Angelo, P., L 'estetica italiana del Novecento
87 . Berti, E. (a cura di) , Guida ad Aristotele. Logica, Fisica, Cosmologia,
Psicologia, Biologia, Metafisica, Etica, Politica, Poetica, Retorica
88. Le Gentil, G . - Bréchon, R. , Storia della letteratura portoghese
89. Cardarelli, F. - Zeno-Zencovich , V., Il diritto delle telecomunicazio­
ni. Principi, normativa, giurisprudenza
90. Demetrio, D . , Manuale di educazione degli adulti
91. D'Orta, C . - Garella, F . ( a cura di) , L e amministrazioni degli organi
costituzionali. Ordinamento italiano e pro/t'li comparati
92 . Marconi, D. (a cura di) , Guida a Wittgenstein. Il «Tractatus», dal
« Tractatus» alle «Ricerche», Matematica, Regole e Linguaggio priva­
to, Psicologia, Certezza, Forme di vita
93 . Meneghetti, M.L., Le origini delle letterature medievali romanze
94 . Ferrari, V., Lineamenti di sociologia del diritto, l . Azione giuridica e
sistema normativa
95 . Volpi, F. (a cura di) , Guida a Heidegger. Ermeneutica, Fenomenolo­
gia, Esistenzialismo, Ontologia, Teologia, Estetica, Etica, Tecnica, Ni­
chilismo
96. Barbera, A. (a cura di) , Le basi fi'loso/t'che del costituzionalismo
97 . Gastaldi, S . , Storia del pensiero politico antico
98. Bernardini, P., Il diritto dell'arbitrato
99. Broglio, A., Introduzione al Paleolitico
1 00. Brandt, R. , La lettura del testo filosofico
101. Domenici, G . , Manuale dell'orientamento e della didattica modulare
1 02 . Mamiani, M . , Storia della scienza moderna
1 03 . Pocar, V. - Ronfani, P., La famiglia e il diritto
1 04 . Donati, P. , Manuale di sociologia della famiglia
1 05 . Giardino, C . , I metalli nel mondo antico. Introduzione all'archeome­
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