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Le origini del problema: quando si parla di movimenti per i diritti civili non si discute di un movimento in

modo unitario; in realtà esso è sostituito da una serie di manifestazioni antidiscriminatorie di diversa
natura: cause legali, azioni dimostrative, attività di sensibilizzazione sul territorio. Si può dire che esso ebbe
un movimento unificante nella figura di Marthin Luther King jr, considerato la figura più rappresentativa
delle aspirazioni degli afroamericani di fronte a tutta l’America anche a livello internazionale; inoltre,
caratteristica del movimento era l’azione non violenta e la maggior propensione per l’integrazione, anche
se ci furono elementi di separatismo che corsero paralleli all’attività di Malcolm X. La presenza degli
afroamericani negli USA risulta peculiare rispetto all’afflusso proveniente da qualunque altra regione
europea e non. Infatti, mentre coloro che provenivano dalle altre regioni europee, vi giungevano di propria
spontanea volontà, gli afroamericani vi giunsero già in stato di schiavitù. Fra gli europei era diffusa la
schiavitù a contatto, ma essa era limitata nel tempo (di solito 4 anni) e l’individuo vi si sottoponeva
spontaneamente; facevano eccezione i detenuti che erano portati con la forza e la cui servitù durava più a
lungo. Questo era semplicemente un sistema per raggiungere le colonie e vincolava il nuovo colono in
maniera provvisoria. Gli schiavi africani furono invece oggetto di un vero e proprio commercio, che in
genere si svolgeva secondo uno schema triangolare. Gli schiavi erano acquistati in grandi mercati nelle
coste del golfo di Guinea ed erano quindi portati nelle Americhe per essere rivenduti. La traversata era
un’esperienza atroce che provocava la morte dei soggetti più deboli. Dalle Antille e dagli altri grandi
mercati, le navi salpavano colme di materie prime alla volta dell’Europa, dove le materie prime erano
rilavorate per essere poi rivendute in Africa. Mentre la presenza degli schiavi africani era abbastanza
omogenea nelle diverse colonie, ben presto, già dalla fine del Seicento, il loro numero aumentò
specialmente nelle colonie meridionali, dove vennero imprigionati nelle piantagioni di cotone, riso e
tabacco, poiché il loro lavoro si era rilevato redditizio per quel tipo di coltivazione. La condizione giuridica
degli schiavi non era ben definita e nel migliore dei casi era assimilabile a quella dei servi a contratto, ma
erano considerati inferiori. Dopo il 1600, si iniziò a legiferare sul loro status e tali legislazioni cristallizzarono
la condizione di schiavitù. Il loro status divenne assimilabile a quello dei beni mobili; non godevano di diritti
politici o civili. Negli USA la popolazione di origine africana di solito non superava per numero quella bianca
e lavorava in piantagioni piccole, che impiegavano poche decine di schiavi; nel resto del continente,
esistevano vastissime piantagioni dove lavoravano centinaia di schiavi e i bianchi=minoranza. La presenza
scarsa negli USA rendeva più difficili le rivolte. Per ribellarsi essi riducevano i ritmi del lavoro, boicottando
l’attività produttiva. Agli schiavi non era riconosciuto il diritto di sposarsi legalmente, e le famiglie nate dalle
unioni spontanee potevano essere divise con la vendita; il senso della famiglia rimase poiché in questo
modo i tentativi di fuga erano ridotti.

Religione e schiavitù: la conversione al cristianesimo di popolazioni prevalentemente animiste era stata una
delle motivazioni del prelievo degli schiavi dall’Africa nel XVII e XVIII secolo; fra i proprietari di schiavi erano
anche religiosi. Tuttavia, i proprietari avevano il timore che il battesimo potesse riconoscere la dignità della
persona agli schiavi, nonostante il fatto che la stessa legislazione negasse questa possibilità ribadendo che il
battesimo riguardava solo la liberazione dell’anima. Vi era anche il problema dell’istruzione. Le chiese
protestanti consideravano fondamentale l’apprendimento individuale delle sacre scritture, e quindi la
possibilità di leggerle autonomamente; per evitare però che gli schiavi imparassero a leggere, era permessa
solo un’istruzione religiosa orale. I missionari e i religiosi, per convincere i proprietari all’evangelizzazione,
sottolineavano come la religione cristiana li avrebbe resi più docili. Gli schiavi erano portati nelle chiese dei
padroni ma erano relegati in un angolo della chiesa, potevano assistere solo al culto senza partecipare alle
attività religiose. Nonostante ricevessero l’eucarestia erano trattati comunque come beni mobili. L’unica
denominazione religiosa a ribellarsi contro la schiavitù fu quella dei quaccheri: ciò portò a delle scissioni
interne. Nelle chiese metodiste e battiste, gli uomini furono lasciati liberi di decidere il proprio
atteggiamento contro la schiavitù. La chiesa cattolica l’aveva condannata, ma tra i proprietari di schiavi vi
erano anche membri di ordine religiosi e del clero. Nonostante i limiti della predicazione bianca, volta ad
educarli nel rispetto del volere del padrone, il cristianesimo dava agli schiavi delle indicazioni che non
potevano per loro natura restare legate alla sfera della spiritualità, e davano quindi la possibilità di
comprendere lo stesso mondo dei bianchi e di giudicarli, facendo evolvere la consapevolezza della loro
condizione. In questo gli schiavi iniziarono presto a cercare una propria via per la spiritualità, attraverso la
predicazione di altri schiavi o di altri uomini di origine africana. La figura del predicatore è fondamentale
nella costruzione della comunità afroamericana. È il capo della comunità ed è visto come colui che veicola il
messaggio di libertà attraverso il discorso spirituale.

La conquista dell’indipendenza e gli afroamericani: le prime riflessioni sulla schiavitù si manifestarono in


occasione della guerra d’indipendenza americana. Ad essa avevano partecipato molti neri liberati e schiavi,
e ad essi era stata addirittura promessa la libertà nel 1776 come compenso per l’arruolamento.
Soprattutto, la schiavitù era in contrasto con i principi della dichiarazione d’Indipendenza. Il primo divieto
contro la schiavitù fu stabilito con la Northwest Ordinance (1787) che proibiva l’ulteriore importazione di
schiavi nel nord-ovest (Ohio e grandi laghi). Fu stabilito allora che le nuove terre occupate dai coloni
sarebbero state in una prima fase organizzate in territori controllate dal governo federale tramite un
governatore, ma che appena avessero raggiunto un dato livello di popolazione, i territori sarebbero stati
ammessi come stati dell’unione. Durante la Convenzione federale del 1787 assunse importanza la
questione della schiavitù; in particolare i contrasti si delinearono tra nord e sud, fra regioni con diverse
caratteristiche economiche e sociali. Gli stati del sud volevano che partecipassero al conteggio della
popolazione anche gli schiavi, mentre gli schiavi del nord vi si opponevano, ma anzi, volevano fossero
conteggiati come ricchezze a fini fiscali. Il compromesso fu che uno schiavo venne considerato 3/5 di una
persona libera. Gli stati del sud ottennero che il congresso non abolisse la schiavitù per i successivi venti
anni. Le popolazioni americane erano state scelte per costituire la nuova manodopera perché erano
reputate fisicamente più adatte a quel tipo di lavoro e perché l’agricoltura non richiedeva personale
qualificato. Il tipo di agricoltura ebbe una fondamentale influenza sulla persistenza del fenomeno
schiavistico; nelle zone del nord prima e dell’ovest non fu accettata, poiché si praticava un’agricoltura di
piccoli agricoltori-proprietari. Nell’Ovest: allevamento. L’ultimo stati ad abolire la schiavitù fu il New Jersey
nel 1904, in cui era presente una notevole popolazione afroamericana. La divergenza in materia fra regione
settentrionale e meridionale si attenuò. L’espansione verso ovest causò un inasprimento dei contrasti
regionali già emersi in occasione della convenzione, in particolare, la questione scoppiò quando il territorio
del Missouri chiese di essere ammesso agli USA, popolato dai coloni del sud che vi avevano organizzato
un’agricoltura di tipo meridionale, basata sull’economia di piantagione e sulla schiavitù. Quando il Missouri
chiese al Congresso l’ammissione all’Unione, fu proposta la condizione di una graduale abolizione della
schiavitù. La proposta passò alla Camera (il nord aveva una popolazione> quella del sud) ma non al Senato,
posizione paritaria. Per mantenere un equilibrio transitorio venne ammesso il Missouri schiavista e
costituito il nuovo stato del Maine separato dal Massachusetts. Il compromesso stabilì che la schiavitù
sarebbe stata vietata a nord del parallelo 36’30, ad eccezione del Missouri stesso.

Le prime organizzazioni abolizioniste e il ruolo delle donne: furono fondate delle organizzazioni politiche
contro la schiavitù. Le argomentazioni utilizzate dagli abolizionisti erano di natura religiosa, politica e
morale; religiosa perché era considerato poco cristiano mantenere degli essere umani in schiavitù, politica
perché la schiavitù contrastava con il principio alla base della fondazione degli USA, morale perché la
schiavitù delle donne nere era anche di natura sessuale. Fin dall’epoca della schiavitù la condizione delle
donne di origine africana si presentò peculiare rispetto a quella degli uomini. La brutalità della schiavitù
riguardava entrambi; ma le donne erano sottoposte ad ulteriori sofferenze che in linea di massima erano
risparmiate agli uomini. I compiti delle schiave erano faticosi come quelli degli uomini, ma dovevano
svolgere un ulteriore lavoro nei confronti della famiglia, qualora ciò fosse possibile. Le famiglie erano
smembrate senza alcuna remora, le donne subivano delle violente punizioni e non avevano nessun
trattamento in favore. La particolare durezza del lavoro dei campi e le punizioni corporali debilitavano le
donne durante le gravidanze➔aborti. Minaccia più frequente= violenza sessuale. La violenza sessuale sulla
donna nera era un fatto comune poiché le donne non avevano alcun mezzo, legale o di altro tipo, per
difendersi. Una simile situazione coinvolgeva anche le padrone; in un’epoca in cui le donne erano educate a
considerare come vergognoso un qualunque comportamento sessuale poco casto, esse dovevano accettare
il fatto che i loro familiari, parenti e i mariti considerassero le proprie schiave come concubine. Per quanto
la donna bianca fosse angelicata, il suo potere concreto di incidere sulla volontà degli uomini era nullo. Essa
era pienamente sottomessa al marito. Il mito della donna del sud prevedeva una totale dedizione ai bisogni
della famiglia e un religioso silenzio su qualunque mancanza del marito. Le donne bianche che vivevano
nella piantagioni avevano per tradizione l’obbligo di occuparsi delle necessità degli schiavi, di fornire
assistenza medica e di ascoltare richieste e petizioni; erano in realtà a contatto con il mondo degli schiavi
molto più di quanto non lo fossero i loro familiari maschi. Ma esse non provavano solidarietà verso le
schiave. Era frequente che le donne bianche scaricassero la propria frustrazione sulle vittime incolpevoli.
Schiave: violenza sessuale da parte dei padroni e violenza da parte delle padrone. La donna afroamericana
era vista come lussuriosa, dalla sessualità lasciva e incontrollata, più animalesca che umana. Alle
afroamericane era negato il diritto alla castità. La donna bianca era vista come un essere puro, angelico e
fragile, e la stessa possibilità di esprimere la propria sessualità le era negata. Il dominio bianco era saldato
su entrambe. Inoltre, accusare la donna afroamericana di essere una tentatrice immorale alleviava il senso
di colpa dei padroni. Una simile mentalità sarebbe continuata dopo la fine della schiavitù. Tale
contrapposizione tra bianche e nere ha fatto sì che il clima di rivalità e sospetto influenzasse i rapporti fra le
donne per lungo tempo, impedendo la nascita della solidarietà femminile. Questi complessi aspetti della
schiavitù fanno comprendere come il problema della razza e del razzismo sia stato da sempre
profondamente intrecciato con il problema della sessualità. Le donne bianche che vivevano al nord non si
trovavano in condizioni migliori rispetto alle donne del sud da un punto di vista legale; esse erano
comunque considerate socialmente rispettabili e conducevano una riflessione sulla società e ad una
propensione per l’impegno civile. Anche le donne afroamericane che vivevano nel nord, libere fin dagli inizi
dell’Ottocento, si dedicavano ad attività a carattere solidaristico, volte a creare una rete comunitaria che
aiutasse non solo le famiglie afroamericane meno fortunate, ma anche loro stesse, con orfanotrofi, scuole
e assistenza ai bambini, anche perché in linea di massima le donne afroamericane dovevano lavorare fuori
casa per contribuire al sostentamento delle proprie famiglie (attività più di mutuo soccorso rispetto alle
donne bianche). Nel sud il sostegno allo schiavismo non fu scalfito dall’abolizionismo, anzi divenne più
radicata la convinzione che fosse giusto e necessario. L’unico effetto che l’abolizionismo ebbe nella regione
fu quello di aumentare l’ostinazione nel preservare la schiavitù, la conflittualità con il nord e il senso di
accerchiamento degli stati del sud, che reputavano minacciate le loro tradizioni, al punto che si giunse a
limitare il diritto di esprimere opinione contrarie alla schiavitù. In realtà, la maggioranza dei bianchi del sud
non possedevano piantagioni, quindi i proprietari volevano evitare che fra loro potessero diffondersi
elementi antischiavisti, cosa che comunque non accadde proprio perché la presenza di una fascia di
popolazione ridotta in schiavitù rendeva più accettabile, innalzandolo, lo status sociale dei bianchi pover; il
fatto che si fosse giunti a limitare la libertà di opinione, cosa che costrinse alcuni abolizionisti locali a
lasciare la propria terra natale, rese popolare l’abolizionismo al nord. Quando ciò avvenne, le donne si
impegnarono attivamente contro la schiavitù. La prima donne fu Maria Stewart, che nel 1832 esortò i
bostoniani a partecipare alla battaglia abolizionista. Il suo intervento fece scandalo, tanto che fu costretta a
lasciare la città; all’epoca, sarebbe stato reputato inopportuno che una donna prendesse la parola.
Comunque, le remore sociali non furono tanto forti da riuscire a frenare l’abolizionismo femminile. La
devozione verso la causa assunse presto contorni quasi religiosi, e tantissime donne sentivano il dovere di
partecipare. Le loro attività comprendevano raccolte di fondi, petizioni e conferenze. Cercavano anche di
nascondere schiavi fuggiaschi consentendo loro di raggiungere luoghi come il Canada. In questo divenne
particolarmente famosa Harriet Tubman, un’ex schiava che era riuscita a fuggire e che si era dedicata
interamente ad organizzare la fuga di altri schiavi. Nel 1837 si tenne a NY il primo congresso delle donne
americane contro la schiavitù, al quale parteciparono bianche e afroamericane. Esse ribadirono il proprio
diritto all’autonomia nella lotta contro la schiavitù (esempio: Sarah Grimké, portavoce dell’abolizionismo
ma anche dei diritti delle donne); anche Saojourner Truth: rivendicò alle donne afroamericane dignità
femminile pari a quella delle bianche. Cercarono di dimostrare anche che le differenze tra bianchi e
afroamericani non erano più grandi di quanto lo erano il colore degli occhi e dei capelli. In quel periodo il
nord non era ancora sensibile al problema della schiavitù e la frequentazione reciproca di donne bianche e
nere era vista come disdicevole. Le critiche più brucianti arrivarono dagli stessi abolizionisti, con i loro
frequenti richiami alla convenienza e con la pretesa di ricacciare le donne dietro le quinte. Nel 1840 ci fu il
primo raduno abolizionista internazionale; le donne della delegazione degli USA poterono assistere ma fu
loro negato loro di prendere la parola. Lì era presente anche Elizabeth Cady Stanton che Susan B. Anthony
ad organizzare la Convenzione per i diritti delle donne tenutasi a Seneca Falls, nello stato di NY del 1848. La
battaglia per i diritti delle donne era considerata inscindibile da quella della lotta contro la schiavitù. Del
movimento abolizionista facevano parte non solo bianchi del nord ma anche afroamericani nati liberi o
schiavi fuggiaschi.

La guerra di secessione: la schiavitù ebbe un ruolo fondamentale fra le cause determinanti la guerra di
secessione. Il problema delle scelte dell’economia federale, se favorire i dazi o no, divideva il sud che voleva
la libera importazione ed esportazione delle materie prime, e il nord che voleva proteggere le proprie
industrie. La contrapposizione fra esigenze agricole ed esigenze industriali trasformava i conflitti interni in
conflitti regionali; ogni variazione del delicato equilibrio lo faceva crollare. La scelta se mantenere o no la
schiavitù era parte integrante di questi conflitti. Dunque, problemi economici, struttura sociale e tensioni
morali si univano ad un problema istituzionale di fondo. Dopo la questione del Missouri fu la volta dei
territori del Texas e dell’Oregon: il Texas fu ammesso all’Unione come stato univo nel 1845, dopo un lungo
dibattito, dal momento che si trattava di un territorio molto vasto in cui era presente la schiavitù e il nord
temeva che potesse essere suddiviso in diversi stati schiavisti, consolidando quindi il potere del sud al
senato; tale acquisto fu bilanciato nel 1846 con l’annessione del territorio dell’Oregon a sud del 49esimo
parallelo grazie ad un trattato con la GB. La guerra con il Messico che si concluse nel 1848 con la cessione
agli USA della California e del New Mexico, portò nuovamente alla ribalta la questione schiavistica. Il
tentativo di far approvare lo schiavismo nei territori acquisiti dal Messico fu respinto dal Senato, ma
dibattuta dal Congresso. In linea teorica, essendo suo compito amministrare i territori che non erano
ancora stati ammessi come stati, il Congresso avrebbe dovuto avere anche l’autorità di proibire lo
schiavismo; ma proprio in occasione della cessione dei territori messicani, il sud attaccò tale posizione
sostenendo che esso non aveva alcuna facoltà di impedire che i coloni che si sarebbero stabiliti nei nuovi
territori vi portassero le loro proprietà, schiavi inclusi. Inoltre, sostenere che ammettere degli schiavi fosse
incostituzionale significava sostenere che il compromesso raggiunto in occasione dell’ammissione del
Missouri fosse incostituzionale. Una soluzione di compromesso sarebbe stata quella di far decidere ai
coloni di ammettere o meno la schiavitù. Il momento cruciale in cui si iniziò a pensare di separarsi
dall’Unione avvenne tra il 1849 e il 1850: quando in New Mexico e in California emerse chiaramente la
volontà di vietare la schiavitù, gli stati schiavisti del sud compresero che il sistema che fino allora aveva
consentito di bilanciare la predominanza del nord quanto meno al senato, vale a dire l’ammissione di nuovi
stati schiavisti a sud ovest, era finito: nessuno dei nuovi stati avrebbe ammesso la schiavitù e il sud era in
minoranza politica. Si cercò di arginare le polemiche con un compromesso nel 1850 che concedeva in
cambio dell’ammissione della California come stato non schiavista, un irrigidimento dei provvedimenti
contro gli schiavi fuggitivi; con la questione del Nebraska e del Kansas, si giunse a scontri sanguinosi tra
schiavisti e antischiavisti. La sentenza della causa (Dread Scott vs Sandford del 1857), dichiarò che il
Congresso, secondo la Costituzione, non aveva il potere di vietare per legge la schiavitù nei territori, poiché
questo avrebbe violato i diritti di proprietà dei cittadini dell’unione (anche compromesso del
Missouri=incostituzionale). Nel 1854 nacque allora dalle fratture e dalle nuove coalizioni nate in quegli anni
turbolenti il partito repubblicano che comprendeva parte dello scomparso partito whig, ex democratici
nordisti e antischiavisti. La formazione di un partito a livello nazionale ostile alla schiavitù indusse il sud al
timore non solo di un diretto attacco ostile alla schiavitù ma anche di una semplice vittoria elettorale
repubblicana, nonostante la permanenza della schiavitù negli stati in cui già esisteva non fosse in
discussione. Quando le elezioni presidenziali del 1860 diedero la vittoria a Lincoln, il South Carolina
proclamò lo scioglimento dell’Unione, e prima ancora dell’insediamento di Lincoln altri sei stati lo
seguirono, dando vita nel febbraio 1861 alla Confederazione. Una simile secessione risultò inaccettabile per
il nord, non solo per la diminutio che subiva da tale mutilazione o per ragioni economiche, ma perché
salvaguardare l’integrità dei principi su cui gli USA erano fondati, pareva impossibile senza conservare
l’integrità dell’Unione stessa. Per la vittoria del nord fu determinante il fatto che in effetti non tutti gli stati
schiavisti abbandonarono l’unione (Maryland, Delaware, Missouri e Kentucky). Per mantenere questi stati
nell’Unione, Lincoln e il Congresso dichiararono che, nel primo periodo di guerra, l’obiettivo era la
conservazione dell’unione e non la fine della schiavitù. Le spinte abolizioniste erano però sempre più forti:
nel 1862 venne emanata una legge che, oltre a proclamare liberi gli schiavi appartenenti a chiunque fosse
coinvolto nella secessione, permise l’arruolamento degli africani, sia liberi che emancipati. Il proclama di
emancipazione del 22 settembre 1862 dichiarava effettivamente liberi tutti gli schiavi degli stati
confederati. Le donne che combattevano contro la schiavitù furono molto deluse quando i nuovi
emendamenti che proteggevano i diritti di cittadinanza degli afroamericani non furono estesi anche alle
donne. I repubblicani spiegarono che ciò era necessario per non fare iniziare ulteriori tensioni che
sarebbero derivate dalla proposta di estendere i diritti alle donne. Anche gli abolizionisti erano d’accordo:
reputavano più urgente che prima fossero liberati gli afroamericani. Le donne allora, invece che battersi per
il diritto di voto agli uomini e alle donne, tesero a sottolineare la minore dignità degli ex schiavi alla
cittadinanza rispetto alle donne colte e di famiglia rispettabile. Tale argomentazioni risposero della
mentalità dell’epoca: il linea di massima l’abolizione della schiavitù non era accompagnata da una
considerazione paritaria degli afroamericani (verso cui gli americani aveva un atteggiamento paternalistico
più che di uguaglianza). Si arrivò allora a una scissione fra il movimento abolizionista e il movimento per i
diritti delle donne, allontanando da quest’ultimo molte delle afroamericane. Molte di esse scelsero di
privilegiare l’appartenenza razziale alla solidarietà di genere, altre reputarono erronee entrambe le
posizioni, sostenendo la necessità di battersi per i diritti delle donne, bianche e nere, e insieme per i diritti
degli uomini afroamericani. Infine, quando l’emendamento fu approvato e le suffragiste furono sconfitte, le
donne continuarono ad affiancarle nella battaglia per il suffragio.

Dalla ricostruzione al XX secolo: alla fine della guerra civile americana, con la vittoria dell’Unione, la
schiavitù venne abolita e gli afroamericani diventarono uomini liberi. Alcuni abolizionisti avevano pensato
ad un ritorno in Africa degli schiavi liberati (già realizzato in precedenza con la fondazione nel 1822 della
Liberia sulla costa atlantica dell’Africa). Ciò diventò impossibile poiché essi consideravano l’America casa
loro. Un alto numero di schiavi si trovò ad essere libero, anche in stati in cui non vi era una alta percentuale
afroamericana e gli schiavi del sud erano stati sconfitti. Su di loro cadeva più o meno velatamente, l’accusa
di tradimento. Essi però non si resero protagonisti di ritorsioni e vendette. Il momento della Ricostruzione
diede il tono alla successiva storia afroamericana. La ricostruzione concerneva il futuro degli stati
confederati da un punto di vista istituzionale, e su questo aspetto vi fu condiscendenza da parte
dell’Unione. Fra Lincoln e il Congresso vi fu già nel 1863 un disaccordo sulle condizioni istituzionali da
imporre agli stati confederati sconfitti, poiché i repubblicani radicali volevano imporre misure più severe
rispetto a quelle del presidente. Tale controversia si prolungò fino alla fine della guerra e dunque dopo
l’assassinio di Lincoln il problema passò a Johnson nel 1865. Egli concesse l’amnistia previo giuramento di
lealtà all’Unione, escludendo solo coloro che avevano ricoperto determinate cariche o i possidenti di un
certo livello di censo. Si richiedeva alle assemblee di rinnegare le delibere con le quali i singoli stati avevano
proclamato la secessione, di non onorare i debiti di guerra, e di ratificare l’emendamento che aboliva la
schiavitù. Dopo aver adempiuto a tali obblighi gli stati ex confederati avrebbero potuto eleggere i propri
rappresentanti sia a livello statale sia per il congresso. Gli stati del sud rispettarono tali obblighi ma in modo
molto riluttante e spesso eleggendo alle nuove cariche personaggi di spicco della confederazione. Un segno
di una credenza nella idee che avevano spinto alla secessione fu l’emanazione dei codici neri emanati dagli
stati del sud tra il 1865 e il 1866 con cui regolavano lo stato giuridico degli afroamericani in modo da tenerli
in una condizione di inferiorità. Si tentò anche di far rivivere la schiavitù attraverso l’assegnazione forzata
degli afroamericani arrestati per vagabondaggio alle piantagioni. Il congresso emanò allora due leggi
fondamentali sulla questione degli ex schiavi, i cui principi furono inseriti nel quattordicesimo
emendamento. I repubblicani più radicali riuscirono a realizzare il loro programma di ricostruzione del sud,
attraverso il First Reconstruction Act (marzo 1867). Si chiedeva agli stati del sud di approvare nuove
costituzioni statali che prevedessero il diritto di voto per gli afroamericani ed escludessero dalle cariche
elettive coloro che avevano ricoperto determinate posizioni nella Confederazione; nel 1868 fu determinato
il diritto di voto a 600000 cittadini afroamericani (grazie alla vittoria del generale nordista Ulysses Grant).
Grant nel suo primo mandato si fece guidare dai radicali; durante il secondo mandato si mostrò meno
condiscendente nei confronti di essi. Nell’opinione pubblica del nord, inoltre, stava venendo meno
l’interesse per il modo in cui i rapporti razziali erano gestiti al sud. La protezione data agli afroamericani
durante la Ricostruzione non durò a lungo. La situazione del sud dopo la guerra civile era di totale rovina
economica; gli schiavi erano lasciati a loro stessi, privi di qualsiasi mezzo di sussistenza. Nel 1865 con il
Freedmen’s Bureau si cercò di fornire agli schiavi i mezzi per sopravvivere, per costruirsi un’autosufficienza
economica e garantire che l’emancipazione della schiavitù fosse effettiva. Comunque, la presenza degli
afroamericani nelle cariche istituzionali non fu eclatante poiché non vi fu alcun governatore di colore (solo
due senatori e 15 rappresentanti). Furono tuttavia eletti in numero consistente nelle assemblee degli stati
del sud, e nel South Carolina ebbero addirittura la maggioranza. I rappresentanti afroamericani
provenivano da ambienti eterogenei. Il periodo della ricostruzione fu di assestamento per ciò che
concerneva i rapporti fra bianchi e afroamericani. Con la fine della schiavitù fu necessario ridefinire il
sistema dei rapporti sociali. In ciò vi fu una tensione fra la volontà dei bianchi di mantenere gli
afroamericani in una condizione il più vicino possibile a quella servile e il tentativo di dare loro margini di
libertà più ampi possibile. Essi volevano conquistare l’autonomia che solo l’indipendenza economica poteva
dare, tramite la proprietà della terra. Fra i radicali vi erano alcuni favorevoli ad una generale distribuzione
delle terre agli ex schiavi, ma siccome ciò metteva in discussione il rispetto per il diritto di proprietà, il
congresso fu molto cauto. Il tipo di contratto più diffuso fra i proprietari terrieri del sud e i contadini
afroamericani fu quello della mezzadria, anche perché gli afroamericani si rifiutavano di lavorare ancora
come braccianti. Altra esigenza fu quella dell’istruzione nonostante fosse molto diffuso l’analfabetismo e le
numerose difficoltà economiche che impediva loro di frequentare assiduamente la scuola. Le azioni del
Freedmen’s Bureau e della Union League, un’associazione che aveva la finalità di istruire gli afroamericani
sui diritti politici e sulle modalità per esercitarli, fu in gran parte indirizzata nell’orientare il loro voto a
favore del partito repubblicano (interesse del nord nella politica meridionale e della manipolazione di parte
del voto degli afroamericani). Ben presto però i bianchi organizzarono attività di carattere intimidatorio, per
contrastare l’influenza delle due associazioni, soprattutto per far sì che gli afroamericani tornassero in una
condizione di sottomissione. La risposta del congresso fu immediata. In seguito, il Freedmen’s Bureau
venne chiuso e la vecchia aristocrazia sudista riprese il potere. Negli stati del nord, dopo l’abolizione della
schiavitù subentrò il disinteresse generale per le reali condizioni degli afroamericani. La condizione del sud
durante la ricostruzione era provvisoria e l crisi economica del 1873 fece passare in secondo piano la
questione della ricostruzione. Nel 1875 fu emanata una nuova legge per vietare la discriminazione razziale
nei locali pubblici ma ciò che stava venendo a mancare era la volontà di far rispettare le leggi, dal momento
che ciò comportava uno sfibrante e capillare controllo. Non appena i bianchi del sud percepirono un
allentamento della pressione da parte del governo federale dei nordisti, cercarono di elaborare una
strategia per riprendere il controllo della politica meridionale. Per fare ciò era necessario riconquistare la
fiducia nei democratici di quei sudisti che appoggiavano i repubblicani, cosa abbastanza semplice a causa
della cattiva amministrazione repubblicana al sud, e impedire ai neri di votare, preferibilmente tramite la
pressione economica per evitare reazioni al nord, ma anche con la violenza. Così i governi statali del sud
caddero nel 1876. Le elezioni presidenziali dello stesso anno furono caratterizzate da intimidazione da
parte democratica e da brogli da parte repubblicana, tanto da non rendere necessaria la costituzione di una
commissione elettorale del congresso per decidere come assegnare alcuni dei voti. La scelta
dell’attribuzione dei voti avvenne tramite un compromesso (1877), con i quali i repubblicani ottennero la
presidenza; in cambio: le ultime truppe federali sarebbero state ritirate dal sud. Il nord lasciò che il sud
regolasse i propri rapporti sociali con la popolazione nera senza interferenze. Gli afroamericani dopo la
ricostruzione furono nuovamente oppressi in stato di totale inferiorità. Ciò riguardava anche le donne; a
nessuna di esse era riconosciuta la dignità di signora; erano considerate un facile oggetto sessuale, da
molestare in pubblico senza remore o da aggredire con facilità senza essere quasi puniti. Il governo federale
e la corte suprema si limitò ad impedire che le leggi degli stati ex confederati contrastassero esplicitamente
con quelli della costituzione e che quindi il diritto di voto fosse negato sulla base di discriminazione di razza
o di precedente condizione servile; tutte quelle leggi che limitavano i diritti politici degli afroamericani
erano invece costituzionali. Per esempio, nel 1883 venne eliminata la legge che proibiva la discriminazione
nei luoghi pubblici. Da ciò derivò: il divieto dei matrimoni misti, l’obbligo di servizi pubblici separati... Nel
1873, la Corte suprema stabilì che i diritti difesi dai recenti emendamenti costituzionali erano solo quelli
spettanti ai singoli in quanto cittadini degli Stati Uniti e non i diritti derivanti dal fatto di essere cittadini nei
singoli stati. Nel 1875 stabilì che la protezione dei diritti era assicurata solo quando il diritto era violata dallo
stato e non da un altro cittadino. Il più importante tentativo di mettere in discussione la costituzionalità di
tali leggi avvenne nel 1896. Da lì la corte stabilì la dottrina del separate but equal, secondo il quale il fatto di
imporre la segregazione non era in sé incostituzionale, purché fossero forniti servizi pubblici anche ai neri;
in realtà i servizi riservati ai neri erano di gran lunga più scadenti. I bianchi mantennero quindi i neri in una
condizione di sottomissione anche psicologica tramite il costante disprezzo e la violenza. Era pratica
comune il linciaggio per reprimere i diritti degli afroamericani di emergere socialmente. Le giurie erano
composte di soli bianchi ed era credenza comune che la posizione di superiorità della razza bianca dovesse
essere mantenuta. L’assenza di ribellioni da parte degli afroamericani è spiegata dal fatto che il ricorso alla
violenza sarebbe stato duramente punito mentre i bianchi potevano fare qualsiasi cosa.

Ida B. Wells e la questione del linciaggio: la più militante afroamericana dell’ultimo ventennio
dell’Ottocento fu Ida B. Wells che aveva iniziato la propria carriera come giornalista, invitando gli
afroamericani a battersi per i propri diritti. Dal 1892 il suo impegno si diresse contro la pratica del
linciaggio. In genere parte dall’accusa di aver molestato una donna bianca e all’epoca era opinione comune,
anche dove non era praticato, che pur nelle sue barbarie fosse un modo per punire degli effettivi colpevoli.
Ciò che in quell’anno indusse Ida B. Wells a nutrire dei sospetti fu il linciaggio di un commercialista
afroamericano, i cui affari prosperavano, da parte di una folla mobilitata da un suo concorrente bianco. In
quel caso la vittima non era stata neanche sfiorata dal sospetto di aver molestato una donna; per giunta la
Wells era coinvolta personalmente essendo amica della famiglia del commerciante. L’episodio la persuase a
intraprendere una vera e propria campagna investigativa sulla questione del linciaggio: voleva indagare sui
singoli casi e verificare quali reali cause e condizioni nascondessero. L’attività era rischiosa. La Wells si recò
in diversi luoghi dove erano avvenuti linciaggi per rintracciare testimoni e lesse vecchi quotidiani. Le sue
scoperte (su più di 700 casi) furono notevoli. Innanzitutto solo in un terzo di tutti quei casi la vittima era
stata accusata di stupro (spesso accusa infondata); negli altri l’accusa era stata apertamente diversa, in
genere la mancanza obbedienza e deferenza nei confronti di un bianco, il far valere i propri diritti, come il
diritto di voto, l’aver successo negli affari. Wells scrisse un articolo contro di ciò. Le conseguenze furono
terribili: la sede del periodico venne incendiata. La Wells pubblicò allora un ampio dossier completo di date,
luoghi e nomi dei casi su cui aveva indagato, e il dossier fu pubblicato in migliaia di copie in uno dei più
importanti quotidiani afroamericani; ciò fece sì che la Wells fosse acclamata come un’eroina. La
generazione di afroamericane della Wells era differente dalle precedenti: si trattava della prima ad essere
libera. Infatti, anche se alcune di loro erano nate in schiavitù, erano comunque diventate libere troppo
giovani per aver sperimentato il senso vero e proprio di quella situazione. Questa giovane generazione era
anche più combattiva e meno disposta a subire la supremazia bianca senza reagire. Queste donne non
godevano dei privilegi che avevano le donne bianche, ma potevano godere di un grado di autonomia e
libertà sconosciuto dalle generazioni precedenti; prima cosa fondamentale fu l’istruzione grazie alla quale
le donne riuscirono a fornire alle proprie comunità una rete di servizi essenziali che spesso sarebbero
altrimenti mancati. Questo nuovo orgoglio delle donne afroamericane insieme alla capacità di costruire reti
solidaristiche, permise loro di comprendere la coesione con la quale seppero stringersi attorno a Ida B.
Wells nel 1896 (anno in cui, a seguito dell’azione della Wells contro il linciaggio), il presidente della stampa
del Missouri definì tutte le donne nere prostitute, ladre e bugiarde. Le donne formarono allora la National
Association for Colored Women, la prima organizzazione nazionale delle donne afroamericane, il cui scopo
era difendere l’immagine della donna, vista dai bianchi come moralmente dissoluta e dell’uomo afro visto
come predatore sessuale. Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, la discriminazione nei
confronti delle donne afroamericane allignò nel movimento suffragista del nord, le cui attiviste, al fine di
conquistare consenso fra le bianche del sud, emarginarono le suffragiste afro. In una marcia tenutasi a
Washington per il suffragismo, fu chiesto alla Wells di non partecipare; la Wells rifiutò e marciò con la
delegazione dell’Illinois. Così come era accaduto durante la schiavitù, le donne afro non ricevettero alcun
supporto dalle donne bianche del sud, che rimpiangevano il vecchio sud e promuovevano la
discriminazione nei confronti degli afroamericani come unico mezzo per salvaguardarne la purezza.
Passarono alcuni decenni dalla fine della guerra prima che si prospettasse qualche cambiamento, che
avvenne dapprima attraverso canali religiosi, al di là del conservatorismo delle chiese stesse, perché le
donne iniziarono a riunirsi per attività di carattere assistenziale verso i poveri. In particolare, la chiesa
metodista era nota per il suo impegno nella comunità, e le donne metodiste erano le più attente alle
esigenze di carattere sociale, come una paga eguale per le donne lavoratrici, il divieto del lavoro dei
bambini e il sostegno per l’istruzione degli afroamericani. Le donne metodiste furono anche le più
combattive nel sostenere la prima iniziativa a carattere interrazziale nel sud negli anni Venti del Novecento,
la Commission on Interracial Cooperation (1919), la cui branca femminile fu istituita nell’ottobre del 1920,
ed assunse come obiettivo principale la lotta contro il linciaggio e lo sfruttamento sessuale delle donne
afro. Per la prima volta nel sud donne bianche a afro trovarono un punto di incontro. Per i primi anni
sembrò che la CIC rappresentasse l’unico modo in cui bianchi e afro potessero comunicare, ma non riuscì a
raggiungere risultati davvero sostanziali nel combattere la violenza; ciò cambio quando Jessie Daniel Ames
nel 1928 assunse la direzione delle attività femminili del Cic. Ames era la vedova di un chirurgo dell’esercito
e rispondeva per origine, classe sociale e istruzione alle caratteristiche di una vera signora del sud. Si
impegnò in una lotta contro il linciaggio, che lei riteneva fondamentale anche per le donne del sud. Il
linciaggio era infatti volto per proteggere la castità e la purezza delle bianche dalla sessualità degli afro. Nel
1930, in seguito a un’ondata di episodi particolarmente nutrita, Ames e altre 25 bianche militanti del sud,
fondarono l’Association of Southern Women for the Prevention of Lynching. Fu un evento importante
poiché per la prima volta le donne del sud presero posizione contro il linciaggio. Esse si impegnarono
inoltre a far firmare un giuramento a degli agenti delle polizie locali col quale si impegnavano
solennemente a fare tutto quanto il loro potere per fermare la violenza della folla; di fronte alle proteste di
personalità pubbliche del sud che asserivano la necessità dei linciaggi per proteggere l’onore femminile, la
risposta fu un netto rifiuto dell’utilizzo dell’immagine della donne del sud come giustificazione per la
violenza illegale. Alla fine, anche se negli anni Quaranta del Novecento la pratica del linciaggio non fosse
stata sradicata, l’Aswpl erano riuscite a dissociare da esso le donne del sud. Nonostante ciò, le donne di
colore non erano ammesse nell’associazione. Si può dire che si trattasse semplicemente dei primi passe
quanto meno per il riconoscimento di alcuni diritti essenziali degli afro, come il diritto di essere protetti
secondo le leggi.

Booker T. Washington e W.E.B Du Bois: la condizione degli afroamericani, non era in realtà omogenea in
tutto il sud. Vi erano zone in cui ad esempio più che privare del tutto i neri del diritto di voto, questo veniva
manipolato a vantaggio delle vecchie élites per acquisire maggior potere sul resto della popolazione bianca,
e in questi casi a volte a qualche afro era permesso di ricoprire una carica nelle amministrazioni locali. La
segregazione stessa variava per rigidità e per luoghi in cui veniva applicata secondo le zone. La segregazione
assunse contorni più rigidi e definiti alla fine dell’Ottocento, a causa del movimento populista che tendeva
ad un’unione interraziale dei contadini poveri contro l’egemonia delle élites conservatrici del sud, che
riuscirono a togliere il diritto di voto agli afro. Gli afroamericani erano in svantaggio: non possedevano i
mezzi per iniziare un’attività agricola ed erano una classe economicamente svantaggiata fin dall’inizio; il
fatto di essere cresciuti da schiavi non favoriva lo spirito di iniziativa e la capacità di sfruttare al meglio le
risorse, e durante la schiavitù esistevano per loro divieti all’istruzione. In seguito, i servizi educativi, sempre
soggetti alla regole del separate but equal, fornivano un’istruzione carente e molti bambini, erano costretti
a lavorare molto giovani. L’innalzamento economico era ostacolato dal sistema creditizio, per cui i neri
compravano a credito, spesso a prezzi maggiorati, e quando riuscivano a ottenere un guadagno accettabile
lo vedevano eroso dai debiti. L’insieme di queste condizioni portò gli afro a migrare al nord dove la
discriminazione era meno persistente. Al nord vi era una maggiore separazione sul piano abitativo urbano
(ghetti organizzati in base alla provenienza etnica), a differenza del sud. Nelle comunità afro emersero
diverse figure che ne assunsero la direzione culturale e politica. Fra queste si ha Booker T. Washington,
nato schiavo nel 1856. Era convinto che la popolazione afro dovesse mirare al miglioramento delle proprie
condizioni economiche e non all’eguaglianza; l’istruzione doveva essere finalizzata a ottenere un buon
lavoro. Per sostenere questo programma i seguaci di Washington fondarono nel 1911 la National Urban
League per fornire assistenza sociale agli afro che vivevano nelle aree urbane e ad aiutarli a trovare lavoro.
Ma gli afro➔arretratezza. Egli fondò il Booker T. Washington, un complesso sistema che controllava
giornali, scuole e organizzazioni degli afro, spesso manipolando i mezzi d’informazione della comunità afro
per tacitare il dissenso nei suoi confronti. In seguito, assunse un’influenza di carattere politico tanto che il
presidente Roosvelt lo consultò su tematiche riguardanti gli afroamericani e il sud. Washington finanziò
anche azioni legali antidiscriminatorie ottenendo dei successi (1904: incostituzionale escludere i neri dalle
giurie popolari; 1911: lavoro forzato imposto per il pagamento di un debito: incostituzionale). Il suo invito
alla moderazione fu molto apprezzato dai bianchi del sud. La prospettiva di W. era di riconciliazione: egli
pensava che la schiavitù fosse il mezzo attraverso la quale passare per accedere alle conquiste della società
americana, attraverso la quale hanno conosciuto l’operosità e il senso del dovere. Questa visione non
rispecchiava per niente quella che era in realtà la schiavitù. Dopo la guerra, era necessario sottolineare
come essa non avesse distrutto sul piano morale la popolazione afro, poiché era indispensabile prospettare
la possibilità di una ripresa del rispetto di sé. Ciò che era opportuno era stabilire un legame non distruttivo
con il presente. Du Bois fu in disaccordo con queste posizioni. La sua opera principale, Souls of Black Folk,
suscitò scalpore per il suo attacco a W. Du Bois evidenziava il potere distruttivo della schiavitù che non era
ancora finita: i suoi effetti erano visibili ovunque nella società bianca (abitudine a vedere la forza lavoro
come bene commerciale) e i neri (aveva instillato sottomissione e apatia e rovinata l’attitudine familiare).
C’era poi il pregiudizio razziale. Ciò rendeva agli occhi di DB il diritto di voto indispensabile per un recupero
sociale. Egli rivalutava l’eredità africana che avrebbe contribuito alla formazione della cultura americana.
Fondò poi un movimento (National Association for the Advancement of Colored People) contro la
segregazione e i linciaggi e prevedeva una lotta di carattere eminentemente giudiziario che impegnò la
stessa Corte Suprema a pronunciarsi. La condizione economica degli afro era migliorata nel corso
dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, nonostante la maggiore rigidità della segregazione;
tuttavia questo miglioramento subì un arresto a causa della crisi del ’29. I cittadini afro del nord erano i
primi a perdere il lavoro; al sud la crisi colpì i campi di cotone e quindi i contadini che vi lavoravano. Le
famiglie afro poterono poi beneficiare delle attività assistenziali create nell’ambito del New Deal, come la
WPA, e tale aiuto da parte del governo federale portò ad un cambiamento dell’orientamento politico degli
afro verso il partito democratico. Lo status legale dei neri non era semplice da definire poiché variava da
stato a stato, e spesso anche all’interno di uno stesso stato

Mary McLeod Bethune e Mary Church Terrell: Negli anni Trenta e nei primi anni 40, un inaspettato impegno
a favore della comunità afroamericana provenne dalla first lady Eleanor Roosevelt, una donna del sud, i cui
membri della famiglia erano stati in passato schiavi e che decise di impegnarsi nel sociale una volta
diventata adulta. Quelli che per il presidente Roosevelt erano problemi di carattere politico e sociale, per
Eleanor erano drammi umani, e la portarono ad una meditazione personale che l’aiuto a superare i
pregiudizi che poteva aver nutrito in passato e a desiderare di impegnarsi sinceramente per il
cambiamento. Come first lady ebbe modo di entrare in contatto con diversi membri della comunità di
colore; una dei più importanti fu Mary McLeod Bethune, nata da genitori entrambi schiavi (1875), fu istruita
in scuole per neri guidate da missionari. Iniziò così la carriera nell’insegnamento. Fondò il Bethune-
Cookman College, uno dei maggiori istituti d’istruzione per gli afro. Era anche impegnata per i diritti degli
afro. Le sue attività nel campo rientravano sia nella promozione dei diritti presso la comunità afro, che
conduceva con grande coraggio, carisma e abilità oratoria, sia nell’influenza esercitata in ambito
istituzionale, cosa nuova e insolita. Bethune, molto prima del movimento per i diritti civili, promosse
l’avanzamento della propria comunità attraverso il sistema politico, dapprima come repubblicana e poi
come democratica (dopo le elezioni del 1932). Nel 1935, fu scelta per dirigere l’ufficio delle minoranza
presso la National Youth Administration; diventò quindi la prima donna afro a ricevere un incarico
dirigenziale a livello federale negli USA. Si occupò di migliorare le condizioni di vita e di lavoro degli afro, di
aumentare le loro opportunità lavorative e cercò di agire contro la violenza sugli afro. La sua collaborazione
con Eleanor Roosevelt, fece sì che la popolazione afro potesse beneficiare di una maggiore attenzione nei
programmi del New Deal, specie dopo che nel 1935 il presidente decise di bandire la discriminazione dalla
WPA. Nel 1935 fondò il National Council of Negro Women, una associazione-ombrello che aveva il compito
di coordinare e raccogliere diverse organizzazioni locali di donne afro, e che collaborò con la NAACP.
Bethune espresse il concetto per cui gli interessi delle donne bianche del sud coincidevano con quelli delle
afroamericane; ciò era avvenuto con l’abolizionismo e si sarebbe ripetuto con il movimento degli anni
Sessanta. La stessa Bethune ebbe un’enorme influenza politica su Virginia Durr, una bianca e facoltosa
signora del sud tramutatasi in militante per i diritti civili. All’inizio della sua attività politica Durr era
impegnata nei diritti delle donne, era una segregazionista convinta della supremazia bianca. La sua prima
battaglia fu contro la poli tax, che impediva non solo il voto degli afro, ma anche di molte donne che
dipendevano economicamente dai mariti. Fu l’incontro con Bethune a renderla matura, a farle capire che le
donne del sud, non avevano alcun potere e l’unico modo per vincere la battaglia era allearsi con gli afro.
Nel 1938 Virginia Durr divenne membro fondatore della Southern Conference for Human Welfare, una
organizzazione di progressisti del sud volta a utilizzare le iniziative del New Deal per combattere razzismo e
povertà. Una delle militanti afro più importanti della prima metà del Novecento fu Mary Church Terrell,
figlia di un ex schiavo riuscito a diventare ricco, crebbe nel periodo della ricostruzione e in quello
successivo, tanto da non conoscer la segregazione scolastica nella prima gioventù. Viaggiò in Europa e
frequentò l’alta società europea. Fu fin dalla prima gioventù una convinta suffragista e sostenitrice dei
diritti delle donne, tanto da lavorare strettamente con le suffragiste bianche, pur non condividendo la
scarsa attenzione nei confronti delle donne afro. Durante la Prima guerra mondiale, partecipò con altre
suffragiste a picchetti di fronte alla casa bianca. Fu la prima presidente della Nacw, partecipò all’incontro
del 1909 che determinò la nascita della Naacp, della cui branca Washington fu presidente. Una delle ultime
battaglie la videro impegnata contro la segregazione degli afro nei ristoranti di Washington. In effetti, la
segregazione non era legale nel Distretto della Columbia, ma durante la Segregazione erano state emanate
delle ordinanze per proibirla in certi luoghi pubblici, ordinanze che non erano mai state revocate. Nel 1946,
Terrell fu nominata a capo di una commissione interraziale che chiedeva che la legge fosse applicata. La
corte suprema confermò nel 1953 che la segregazione nel distretto della Columbia era illegale. La
segregazione ricevette il primo colpo nel 1953 con la sentenza Brown vs Board of Education: il suo esempio
di decenni di operosità a favore dei diritti delle donne e degli afro sarebbe stato raccolto dalla nuova
generazione di attivisti dei diritti civili.

Rosa Parks e Jo Ann Gibson Robinson: il primo episodio di risonanza della desegregazione, non è collegato a
quella scolastica. La città di Montgomery in Alabama aveva un servizio di autobus segregato: le ultime file
erano riservate agli afro, ma qualora le file dovessero essere piene dovevano cedere il posto ai bianchi.
Bisogna poi precisare che la principale utenza sugli autobus era costituita da donne afro che lo prendevano
per andare al lavoro poiché le persone afro erano meno dei bianchi e le donne meno degli uomini potevano
disporre di un mezzo proprio. Il boicottaggio degli autobus fu boicottato per molto tempo dalla Women’s
Political Council (WPC), le cui donne erano persone istruite e impegnate nelle attività comunitarie. Tale
presenza aveva favorito l’organizzazione necessaria per il boicottaggio. Da tempo gli afro erano
discriminati, non solo per la segregazione negli autobus, ma anche per le continue angherie subite dagli
autisti bianchi. Qualsiasi protesta dei clienti afro finiva con una multa da pagare. Era costume abituale per
gli autisti bianchi insultare e maltrattare gli afro, specialmente le donne. La presidente della prima sezione
del Wpc era Jo Ann Gipson Robinson, che cercò di trovare una soluzione. La possibilità di agire nei confronti
dell’amministrazione della città era irrealizzabile, poiché ben pochi cittadini afro erano registrati nelle liste
degli elettori. L’unico punto a favore era proprio il fatto che la maggioranza dei clienti degli autobus fosse di
colore, e che quindi se avessero smesso di prenderlo, la compagnia degli autobus sarebbe stata
danneggiata economicamente. Due organizzazioni civiche cercarono di conferire con i diritti della
compagnia degli autobus ma il tentativo fu vano. Queste due organizzazioni erano guidate da uomini: una
da E. D. Nixon, apprezzato leader della comunità afroamericana; l’altra era volta a promuovere il diritto di
voto fra i cittadini afro ed era diretto da Rufus Lewis. Fallito il loro tentativo, le donne della WPC cercarono
di intervenire. Le donne come la Robinson erano riuscite ad instaurare rapporti di collaborazione on il
sindaco Gayle e l’amministrazione cittadina. Il sindaco impose alla compagnia degli autobus di farli fermare
ad ogni isolato nei quartieri abitati da afro, come in quelli abitati dai bianchi e richiese maggiore cortesia da
parte degli autisti. Per un breve periodo la situazione sembrò migliorare ma ciò fu di breve durata. Nei primi
incontri si richiedeva semplicemente una segregazione meno dura nei confronti degli utenti di colore, le
autorità cittadine si mostrarono desiderose di collaborare. Dopo il mutamento sollecitato da Gayle, la
situazione tornò drammatica, con episodi sconcertanti, ma ridotti a degli individui; vi erano degli autisti che
si comportavano in maniera rispettosa nei confronti dell’utenza afro. Comunque, i problemi legati alle file,
e al fatto di alzarsi per cedere il posto, rimasero. La situazione sembrò esplodere con l’arresto di Claudette
Colvin, studentessa quindicenne. Il 2 marzo 1955, Colvin salì su un autobus e si sedette nei posti non
riservati ai bianchi, in fondo alla vettura. Ella rimase seduta al posto mentre i passeggeri afro si alzavano per
far posto ai bianchi. L’autista allora dopo aver guidato senza fermarsi, richiamò l’azione di una pattuglia
stradale che la arrestò, la ragazza venne liberata su cauzione. La comunità afro convocò una riunione per
decidere cosa fare. Alla fine, il poliziotto affermò che la ragazza non occupava un posto riservato ai bianchi.
Ella fu giudicata colpevole, sulla base della legge dello stato, che consentiva agli autisti di assegnare i posti.
Claudette fu rilasciata in libertà vigilata sotto custodia dei genitori, causando indignazione nella
popolazione afro. Il caso acquisì risonanza nazionale. Nell’ottobre 1955 un’altra ragazza venne poi
arrestata. La tensione accumulata deflagrò il pomeriggio del primo dicembre 1955. Rosa Parks salì su un
autobus per tornare a casa alla fine dell’orario di lavoro. Trovò un posto nelle prime file non riservate ai
bianchi ma essendo orario di punta l’autobus si affollò e l’autista le ingiunse di alzarsi. La donna si rifiutò
poiché, come affermò lei stessa, era stanca di arrendersi. La donna fu arrestata e liberata su cauzione
(pagata da E.D. Nixon e Virginia Durr). La sera stessa del primo dicembre, la Robinson iniziò ad organizzare il
boicottaggio e stampò dei volantini in cui invitata a non usare gli autobus il giorno del processo; essi
sarebbero stati sostituiti dalle macchine guidate dai proprietari. Ciò fu un successo, non solo perché gli
autobus furono disertati dagli afro ma anche perché vi salirono pochi bianchi per rispetto. Per la prima
volta un’intera comunità si era unita per difendere i propri diritti in un carattere non violento ma legale e
cristiano. Venne fondata una nuova associazione la Montgomery Improvement Association con presidente
Martin Luther King Jr. In essa lavorarono diverse donne che finanziarono vendite di beneficienza per
finanziare la protesta. Il boicottaggio proseguì per molto tempo con molti tentativi (spesso falliti) di trovare
un accordo. Alla fine del gennaio 1956 Fred D. Gray, uno degli unici due avvocati afro di Montgomery era
stato contattato da alcuni dei partecipanti al boicottaggio che volevano discutere la possibilità di ottenere
una sentenza di incostituzionalità della segregazione negli autobus; all’inizio questi tentativi furono esitanti,
poi dopo che la casa di Martin Luther King venne bombardata, si decise di muoversi. I ricorrenti erano le
donne che avevano subito maltrattamenti negli autobus. Si chiedeva che la corte organizzasse
un’ingiunzione conto le autorità cittadine per diffidarle dall’utilizzare l’intimidazione, la forza, le minacce o
altre molestie per indurre i cittadini afro a usufruire dei servizi della Montgomery City Lines. Il 5 giugno
1956, la corte votò con una maggioranza di due a uno stabilendo l’incostituzionalità della segregazione
negli autobus di Montgomery.

La desegregazione negli anni 50: durante il periodo compreso tra la Ricostruzione e la seconda guerra
mondiale, la popolazione afro del sud non rinunciò mai alla speranza di vedere abolita la segregazione. Gli
afro di tutti gli USA anelavano al raggiungimento di una condizione di parità con i bianchi che ponesse fine
alla loro condizione di cittadini di seconda categoria. La questione del sud era primaria data la vera e
propria negazione dei diritti di cittadinanza che qui si verificava. La 2GM diede nuova linfa alla volontà degli
afro di combattere la segregazione, e diede nuove ragioni ai bianchi che le erano contrari (era difficile
combattere il regime razzista di Hitler e allo stesso tempo praticare il razzismo in patria). Questo portò a
una tendenza alla desegregazione nelle forze armate. I soldati afro avevano preso coscienza dei propri
diritti. La consistenza della lotta per i diritti civili negli anni 40 invece fondamentale sia in sé sia come
terreno di preparazione del movimento propriamente inteso. Jones, un avvocato afro, fu testimonianza del
fatto che gli afro durante la guerra erano destinati ai lavori pesanti ma non al combattimento, dal momento
che li si reputava inaffidabili e incapaci come combattenti, inoltre risultava inopportuno formare gli afro
all’uso delle armi e all’organizzazione bellica e permettere loro di combattere contro dei bianchi. L’esercito
era ancora segregato e i soldati erano spesso vittime di soprusi da parte dei bianchi; grazie alla formazione
di ufficiali afro si riusciva a frapporre un’intermediazione fra le truppe afro e il resto della gerarchia militare.
Come afferma Jones, era illogico tenerle separate. Le ragioni per cui la battaglia si fece più intensa e
registrò i primi successi negli anni Cinquanta furono: l’impulso all’industrializzazione (molti neri si
spostarono verso i centri industriali anche per riuscire ad organizzarsi in maniera più efficace tramite le
chiese). Il movimento abolizionista fu favorito ance da un nuovo mezzo di comunicazione, la televisione,
che consentiva una capillare e tempestiva informazione. Un altro elemento di rilievo fu l’emergere dei
movimenti di decolonizzazione in Africa. Con la fine della seconda guerra mondiale gli imperi coloniali si
disfecero e le popolazioni africane acquistarono l’indipendenza; quindi vi erano nazioni dove gli africani
vivevano in autonomia governando se stessi. Cosa importante per gli Usa era evitare che questi stati
gravitassero nell’orbita sovietica. Ancora una volta era impensabile per gli USA mantenere credibilità
continuando a discriminare in patria i cittadini di discendenza africana, specie di fronte a stati africani. I
dirigenti afro si dichiararono affascinati dai cambiamenti che stavano avvenendo in Africa e si interessarono
alle attività indipendentiste. Nell’immediato dopoguerra vi fu una serie di scontri sanguinosi nel sud a
seguito del ritorno dei veterani afro, non più disposti a subire discriminazioni razziste una volta tornati a
casa. Questo indusse Truman a manifestare sollecitudine verso il problema, creando un ufficio per
eliminare la discriminazione per il servizio civile e una commissione presidenziale per l’equità nel
trattamento e nelle opportunità nell’esercito. Il rapporto tra guerra fredda e diritti civili fu duplice: da un
alto fu necessario dare più attenzione ai secondi per le contraddizioni esposte fra il difendere la democrazia
all’estero e il praticare la discriminazione a casa; dall’altro il timore nei confronti di una possibile diffusione
dell’ideologia comunista negli USA. Dunque, per quanto Truman fosse interessato al problema, non si
sbilanciò al di là dei provvedimenti relativi alle forze armate. Truman non rinunciò alla propria posizione
pubblica a favore dei diritti civili neppure quando nelle elezioni del 48 la sua vittoria fu messa in forse dalle
divisioni interne al partito democratico, dovute proprio al mancato appoggio nei suoi confronti dei
democratici del sud, oltre ad una scissione sulla politica estera. Quando Truman vinse le elezioni, i suoi anni
di mandato non si rivelarono proficui per i diritti civili. L’inizio degli anni Cinquanta fu caratterizzato da una
grande crescita economica unita a una certa stasi politica interna provocata dalla guerra fredda. Le
condizioni di vita erano migliorate ma era aumentato il divario fra le classi più povere e quelle benestanti,
soprattutto fra popolazione bianca e quella afroamericana.

La desegregazione scolastica: Barbara Johns e Daisy Bates: un’importante svolta si ebbe nel 1954 son la
sentenza Brown vs Board of Education of Topeka, Kansas. La Naacp aveva deciso di puntare sulle cause
legali relative all’istruzione perché riteneva che fosse più probabile ottenere una vittoria nel settore, dal
momento che l’istruzione aveva maggiori connessioni con il concetto di pari opportunità rispetto ad altri
settori della vira sociale, e presentava una forma di discriminazione più evidente. Era stato importante
ottenere una vittoria di questo tipo: dal momento che era stata la Corte Suprema a sancire la
costituzionalità della segregazione nel 1896, e quindi a rafforzarla anche ideologicamente, un
rovesciamento di tale sentenza avrebbe eliminato le basi dell’intero sistema segregazionista. La cosa fra
l’altro si rifletteva nell’istruzione universitaria: agli afro era negata la possibilità di frequentare medicina e
giurisprudenza, e andare a studiare in un altro stato non era sempre un’opzione possibile poiché la licenza
per esercitare alcune professioni poteva essere ottenuta difficilmente senza aver studiato nello stato in cui
si voleva aprire uno studio. Negli anni 30 e 40: cause contro la segregazione nelle scuole di legge: la NAACP
tentò di avere successo, basandosi dapprima sulla stessa sentenza del 1896; facendo leva sulla necessità
che l’istruzione fornita fosse uguale, rese incredibilmente dispendioso per il sud continuare a mantenere
università segregate, poiché mentre in precedenza gli stati del sud avevano speso quasi esclusivamente per
le scuole dei bianchi, adesso si trovavano a far fronte a spese raddoppiate per pochi studenti. Fino ad allora
si sfruttò la dottrina segregazionista portandola alle estreme conseguenze e creando un disturbo al sistema;
il primo attacco concettuale alla dottrina del 1896 si ebbe nel 1950, quando la corte suprema capovolse il
principio stesso della segregazione in merito alla facoltà di legge, giudicando la segregazione causa di
minore crescita intellettuale, dovuta alla mancanza di scambi di idee e confronto culturale. Nei primi anni
50 si decise di passare a un attacco legale più aggressivo alla segregazione, mettendo in discussione ad ogni
livello d’istruzione la dottrina del separate but equal. La sentenza del 1954 Brown vs Board of Education of
Topeka, Kansas, consisteva in un insieme di cause da parte di famiglie di studenti afro delle scuole
elementari e superiori condotte contro 5 diverse istituzioni scolastiche (es: azione per far sì che
frequentassero scuole più vicine a quelle riservate ai neri). Queste cause servivano a dimostrare come la
segregazione fosse lesiva all’autostima dei bambini afro anche se in realtà più che la segregazione
scolastica, era il razzismo ad essere considerato. Quando Earl Warren fu nominato Chief Justice, sottolineò
come la segregazione si basava sull’ormai inammissibile concetto della superiorità razziale. Nel maggio
1954 ribaltò completamente la sentenza del separate but equal, stabilendo che nel settore dell’istruzione
separati vuol dire intrinsecamente ineguali, e si pronunciò a favore di una desegregazione delle scuola da
raggiungersi con rapidità. Gli stati del profondo sud si rifiutarono di adempiere a tale ingiunzione, sulla base
del Southern Manifesto, una dichiarazione di principi costituzionali firmata da 101 membri del Congresso, a
favore del diritto dei singoli stati di decidere sulla segregazione. Furono utilizzate diverse tattiche per
ostacolare la desegregazione o limitarla il più possibile. La Naacp subì delle vere e proprie molestie che
misero in discussione la sua stessa esistenza al sud; alcuni suoi membri subirono aggressioni che arrivarono
all’omicidio. Si giunse addirittura alla chiusura delle scuole pubbliche per evitare che gli studenti afro vi
accedessero. In Arkansas, il sindaco di Little Rock aveva predisposto un prudente piano di desegregazione
che sarebbe dovuto iniziare con l’ammissione di 9 studenti afro alla Central High School. Ma il governatore
dello stato, Orval Faubus, pensò di utilizzare la questione razziale per guadagnare consensi negli ambienti
più retrivi dello stato. Quando un giudice gli negò la possibilità di fermare il processo di integrazione, decise
di convocare la Guardia Nazionale per impedire fisicamente agli studenti afro di iscriversi. Il presidente
Eisenhower mobilitò l’esercito affinché i nove studenti potessero frequentare la scuola: ciò a seguito delle
elezioni nelle quali molto afro votarono a suo favore e a seguito delle quali, iniziò il suo secondo mandato.
Ciò indusse il vicepresidente Richard Nixon a fare pressioni per il passaggio di una legge sui diritti civili. Il
Civil Rights Act del 1957 riuscì a superare l’ostruzionismo in Senato grazie all’abilità politica di Lyndon B.
Johnson. Fra gli attivisti del movimento vi fu Barbara Johns (Farmville, Virginia) che organizzò uno sciopero
degli studenti, al fine di ottenere nuovi edifici scolastici. In seguito, agli studenti fu chiesto di combattere
contro la segregazione stessa e di ottenere il consenso degli adulti della loro comunità. Grazie all’Oliver
Brown vs Board of Education of Topeka, Kansas si arrivò alla dichiarazione di incostituzionalità della
segregazione. L’azione del movimento si svolse dopo la sua emanazione, per sollecitarne l’applicazione (es.
Daisy Bates che aveva combattuto a favore dei diritti degli afro). Il peggio arrivò con la desegregazione: i 9
studenti iniziarono a frequentare a scuola si trovarono costantemente di fronte a molestie e violenze da
parte dei compagni di scuola bianchi e dai loro genitori. L’attività di Daisy Bates in questo periodo fu
fondamentale che nonostante le minacce ricevute, continuarono la loro lotta.

Ella Baker: le successive iniziative del movimento, ebbero come organizzatrice Ella Baker già membro della
Naacp e collaboratrice in gioventù, durante il New Deal, della Wpa. Ella studiò la possibilità di creare nel
sud una nuova organizzazione di ispirazione religios, con a capo King, dato che le chiese avevano svolto un
ruolo importante durante il boicottaggio di Montgomery. Prese così forma la Southern Christian Leadership
Conference (Sclc), un’organizzazione dei ministri di culto delle chiese del sud più noti per combattere la
segregazione. In molti chiesero a King di nominare Ella Baker come direttore esecutivo ma egli si rifiutò a
causa dei suoi pregiudizi contro l’assegnazione di posizioni di potere alle donne. Dovette accettare che la
Baker si occupasse delle funzioni di direttore esecutivo senza riconoscerle il titolo, e limitatamente ad una
campagna. Così il 9 gennaio 1958, la Baker si recò da NY ad Atlanta per occuparsi del movimento. La
situazione che trovò era alquanto singolare dal momento che l’organizzazione esisteva se non nel nome.
Quando si giunse alla data di lancio della campagna, la donna era riuscita a organizzare gli incontri nelle 22
città interessate, a raccogliere la documentazione sulle leggi per la registrazione al voto dei diversi stati, e
aveva reclutto collaboratori locali rivolgendosi alle donne. La campagna comunque fallì perché, dopo le
conferenze tenute nei giorni delle campagne, non seguì alcun lavoro organizzativo; i ministri trascurarono
di esortare a livello locali gli afro a registrarsi, e di fornire ai potenziali elettori le istruzioni necessarie per
superare i test proposti dagli impiegati degli uffici di registrazione. La Sclc aveva necessità di una migliore
organizzazione, Ella Baker divenne direttore associato. Ella cercò di organizzare la campagna di
registrazione degli elettori ma il compito si rivelò ingrato: i pastori erano riluttanti a farsi coinvolgere nella
registrazione dei votanti nelle loro stesse città e si rimetteva alla figura di King, come icona del movimento,
piuttosto che sforzarsi di promuovere l’attività di base. I pastori erano autoritari nel condurre le proprie
chiese, e, anche se, utilizzavano abbondantemente il lavoro organizzativo delle donne, non concedevano
loro alcuno spazi quando si trattava di prendere delle decisioni. Ella Baker vedeva però la leadership del
movimento come un mezzo per indirizzare le masse a trovare in se stesse la capacità decisionale e a
imparare ad utilizzare le proprie forze per combattere la segregazione. Quindi, secondo Baker, si poteva
creare un vero movimento che promuovesse i diritti civili solo attraverso l’organizzazione della base,
affinché i singoli imparassero a sfruttare le proprie risorse. Ciò la porto a scontrarsi con King. Ella pensò poi
ad una campagna di reclutamento delle donne del sud, per alfabetizzare gli afro illetterati e dar loro le
conoscenze politiche di base necessarie per la registrazione del voto. Ciò non fu approvato: la Sclc non
stava funzionando. L’occasione per organizzare un vero movimento di massa si presentò nel 1960 con
l’esplodere del fenomeno dei sit-in a partire da Greensboro in North-Carolina; nel febbraio del 1960 4
studenti universitari che volevano mangiare a una tavola calda locale videro respinte le proprie ordinazioni;
decisero così che non avrebbero abbandonato i loro posti finché non fossero stati serviti. Questo generò un
movimento di protesta analogo in altre città del sud. Intanto al nord aumentava col passare del tempo la
sensibilità nei confronti della difficile situazione degli afro al sud; le tavole calde e i ristoranti segregati
facevano parte di catene diffuse in tutto il paese e i punti di ristoro al nord furono picchettati anche per
fare pressioni a favore della desegregazione. Gli studenti rischiavano molto partecipando a questi
movimenti, poiché potevano essere espulsi. Tuttavia, il movimento dei sit in ebbe molto successo; era
evidente il superamento della vecchia leadership, che non era stata capace di mantenere vivo l’entusiasmo
dell’esperienza di Montgomery e di estendere la protesta. Ella Baker comprese subito quanto fosse alto il
pericolo di veder svanire in maniera analoga l’energia nuovamente dispiegata, così chiese a King di lasciarle
organizzare con i fondi della Sclc un incontro di studenti presso la Shaw University, a Raleigh (North
Carolina). Più di 300 studenti si riversarono nel campus per partecipare al raduno; essi (dopo che King,
nonostante le convinzioni della Baker di far mantenere loro la propria autonomia, decise di farne il ramo
giovanile della Sclc) si riunirono nella Sncc (students nonviolent coordinating committee), la cui struttura
politica era ispirata dalle idee della Baker. L’organizzazione si apriva alle donne e ai bianchi, e si basava
sull’idea che i singoli individui dovessero essere semplicemente stimolati ad aiutati a combattere per i
propri diritti, senza essere governati da una leadership opprimente.

Il movimento degli studenti e le leggi sui diritti civili: la sncc era composta da giovani e prevedeva al suo
interno rapporti meno gerarchici rispetto ad altre organizzazioni. All’inizio essa era composta d bianchi e
afro; in seguito gli afro decisero di espellere gli afro per rendersi più autonomi. Si iniziava a percepire il
desiderio di valorizzare la specificità propria della comunità afro. Un ruolo di rilievo nella fase studentesca
degli anni Sessanta fu ricoperto dal Congress for Racial Equality (CORE), un’organizzazione integrata nata
nel 1942, a Chicago, sempre di orientamento non violento. Gli anni Sessanta si aprirono con l’elezione di
Kennedy che non si mostrò propenso a correre dei rischi per promuovere i diritti civili. Più che altro egli
nominò afro in posizioni di rilievo a Washington e aumentò il loro numero nell’amministrazione federale
ma il suo sostegno all’attività del movimento contro la segregazione fu blando, almeno rispetto alle
speranze che la sua elezione aveva suscitato. Il ministro della giustizia Kennedy Robert, inviò delle truppe a
Oxford, Mississippi, per permettere al veterano James Meredith di iscriversi all’università. Il
comportamento del governo Kennedy fu meno limpido nella questione dei freedom bikers, piccoli gruppi di
cittadini bianchi e neri del nord che partivano in pullman verso il sud per verificare che non vi fossero
problemi legati al viaggiare insieme, sia che i servizi delle stazioni non fossero segregati. Furono però accolti
da folle violente protette dalla polizia locale. Nonostante i f.r tendessero in quell’occasione a verificare il
rispetto di provvedimenti contro la discriminazione, Robert Kennedy incitò a frenare le attività di protesta.
Comunque, era difficile per il presidente ignorare il problema. L’azione di Kennedy fu orientata verso una
nuova legge per i diritti civili, e tale legge fu promossa nel 1963, in occasione della grande marcia per i
diritti civili. Si trattò di un assenso alla proposta legislativa presidenziale e una pressione nei confronti del
congresso che fu approvata con l’elezione di Lyndon Johnson, che riuscì a guadagnare l’appoggio dei
repubblicani e far sì che per la prima volta nella sua storia il senato votasse per porre fine all’ostruzionismo
in tema di diritti civili. La legge prevedeva un ampio raggio di azione contro la discriminazione proibendola
nei luoghi pubblici e nelle imprese; il lato più debole era quello del diritto di voto, poiché non aveva rimosso
la discrezionalità degli addetti alla registrazione. Il problema principale relativo al voto degli afro nel sud era
che il divieto formale di discriminazione era aggirato nelle procedure di registrazione. Per votare, era
necessario a essere registrati nelle liste degli elettori, ma tale registrazione poteva essere soggetta a delle
restrizioni (es: pagamento di una tassa, un test relativo al livello di istruzione...). Il problema del diritto di
voto fu al centro dello Sncc per la sua campagna in Mississippi nell’estate del 1964 (Mississippi Campaign
Project) che doveva consistere nell’afflusso in Mississippi di un gran numero di studenti del nord bianchi e
afro che avrebbero condotto un’opera capillare di informazione, registrazione ed incoraggiamento al voto
fra gli afro del sud, sotto la direzione di giovani che facevano parte dello sncc. La presenza di bianchi del
nord, studenti universitari, sarebbe servita a sensibilizzare l’opinione pubblica degli USA: essi erano ospitati
da famiglie afro molto più povere rispetto al loro ambiente di provenienza, venendo a conoscenza delle
condizioni degli abitanti del sud; organizzavano i neri affinché potessero andare a registrarsi; svolgevano
un’attività di supporto nelle comunità. Gli studenti arrivavano in Mississippi dopo un breve periodo di
formazione in Ohio. La situazione prese una piega drammatica dopo l’omicidio di 3 studenti (2 dei quali
bianchi). In seguito, durante la convenzione nazionale democratica ad Atlantic City, si presentarono 68
delegati del Mississippi Freedom Democratic Party , sostenendo l’autentica rappresentanza del partito
democratico nel Mississippi e che la delegazione dello stato non fosse rappresentativa in quanto
segregazionista. La questione del diritto di voto si ripresentò nel 1965 in Alabama dove una grande marcia
da Selma a Montgomery fu bloccata dalla polizia, vi fu l’omicidio di 3 bianchi del nord che vi avevano
partecipato. L’iniziativa era stata proposta da King che l’aveva dedicata alla questione del diritto di voto. La
violenza dell’iniziativa spinse ad approvare il Voting Right Acts del 1965 che autorizzava l’uso diretto
dell’attività federale per garantire il diritto di voto, con la nomina di addetti alla registrazione federali da
parte del ministro della giustizia nelle aree in cui si sospettava fosse ostacolato. Essa abrogò i test di
alfabetizzazione e stabilì sanzioni per chi avesse impedito l’esercizio del voto, mentre la poll taxx fu abolita
nel 1966 su sentenza della corte suprema. La legge permise un aumento straordinario della percentuale
degli afro registrati nelle liste degli elettori.

Septima Clark: la sua esperienza nell’istruzione degli adulti fu essenziale. L’istruzione era infatti necessaria
non solo per riuscire a superare i test, ma anche per diffondere fra la massa delle persone afro più povere
la consapevolezza dei diritti. Alla aveva aderito al Naacp nel 1918 e criticava aspramente l’atteggiamento
dell’élite afro. Nei decenni successivi alla ricostruzione c’era stata una sorta di stratificazione sociale degli
afro non soltanto basata sul livello economico e sull’istruzione, ma anche sulle caratteristiche somatiche. Le
élites erano spesso composte da neri con la pelle più chiara, più vicini a quelli caucasici, spesso discendenti
delle unioni fra padroni e schiave, quindi che appartenevano a un livello economico più privilegiato. La
Clark diresse dei corsi di istruzione ad insegnanti per adulti, che avrebbero dovuto fornire a coloro che non
ne avevano mai ricevuto una vera istruzione, non solo sul piano della mera alfabetizzazione ma anche della
conoscenza del sistema politico. L’attività di Clark iniziò nel 1955 quando il South Carolina emanò una legge
che proibiva ai dipendenti dello stato e degli enti locali inferiori di far parte di organizzazione per i diritti
civili. Ella promosse l’idea di fornire un insegnamento di base agli afro per permettere la registrazione al
voto. La Clark (come la Baker), cercava di fornire ai singoli individui gli strumenti per far valere i propri diritti
e per combattere in autonomia le proprie battaglie.

Diane Nash: era cresciuta al nord, lontano dai maltrattamenti spesso subiti dagli afro. Non aveva
sperimentato l’umiliazione di trovarsi di fronte alle regole segregazioniste e ciò che la turbò maggiormente
fu il vedere che i suoi colleghi non condividevano per la maggior parte la sua indignazione. A Nashwille la
segregazione era presente nei teatri, ristoranti, negli alberghi e nelle biblioteche. Per attivarsi nella
battaglia politica contro la segregazione, Nash iniziò a frequentare corsi di preparazione alla lotta politica
tramite la non violenza e la disobbedienza civile tenuti da Lawson, ministro del culto formatosi in India sui
principi gandhiani. Si studiavano soprattutto filosofia e teologia, soprattutto i testi scritti dai principali
sostenitori della resistenza passiva. Nel 1959, gli studenti dei corsi di Lawson fondarono un comitato al fine
di organizzare l’attività politica in maniera coerente e ordinata (di questo comitato faceva parte anche la
Nash). Il primo obiettivo scelto dal comitato per attuare una manifestazione di protesta non violenta
tramite il sit-in furono i ristoranti e le tavole calde segregate di alcuni grandi magazzini del centro di
Nashville. L’iniziativa fu programmata per il 13 febbraio 1960 e fu attuata in seguito ad un periodo di
rigorosa preparazione vi parteciparono 124 studenti (no episodi di violenza). Un secondo sit-in fu
programmato per la settimana dopo; Nash ricevette la richiesta da parte degli studenti del comitato
centrale di dirigere l’intero gruppo, non solo per le doti di leadership e per la laboriosità già dimostrate, ma
anche per riteneva che una donna fosse meno suscettibile di indulgere alle lusinghe del potere. La seconda
pacifica come la prima e non si verificarono reazioni; tuttavia i proprietari dei centri commerciali interessati
avrebbero provocato una dura reazione. I locali ministri del culto legati al movimento sollecitarono a
sospendere il sit-in previsto per il 27 febbraio per evitare episodi di violenza, ma il numero degli studenti
aumentava. Il 27 febbraio la manifestazione non fu pacifica come lo era stata in precedenza: i dimostranti
furono violentemente aggrediti da una torma di bianchi inferociti e la polizia intervenne dopo che gli
studenti afro erano già stati malmenati, per arrestarli, lasciando impuniti gli aggressori. Pochi giorni dopo,
al processo, la comunità africana si presentò numerosa al processo. I dimostranti furono riconosciuti
colpevoli di turbativa dell’ordine pubblico e furono costretti al pagamento di una multa. La Nash affermò
che non avrebbero pagato la multa ma sarebbero andati in carcere. Ciò sconvolse l’opinione pubblica degli
USA e in particolare gli afro. L’idea che dei giovani fossero condannati al carcere creò scompiglio. La
condanna fu convertita in lavori comunitari di pulizia delle strade e manutenzione del tribunale. Il sindaco
propose a Nash un compromesso: se non avessero compiuto altri sit-in, sarebbero stati rilasciati e il sindaco
stesso avrebbe nominato una commissione interraziale per studiare una graduale desegregazione dei centri
commerciali. Gli studenti furono rilasciati ma alcuni, insieme alla Nash, continuarono la protesta in un luogo
non rientrante nel compromesso (stazione degli autobus). Ottennero il primo successo perché vennero
serviti senza problemi. La commissione interraziale fallì nel suo tentativo di iniziare la desegregazione e i sit-
in nei ristoranti, insieme al boicottaggio dei centri commerciale e ai picchetti nella piazza principale. Un
gruppo di studenti partecipò all’incontro organizzata alla Shaw University da Ella Baker. Una bomba venne
poi lanciata sulla casa di Alexander Looby, l’avvocato che aveva difeso in aula i partecipanti ai sit-in. Gli
studenti organizzarono una marcia di protesta verso il municipio di Nashville e chiesero un colloquio con il
sindaco. Alla marcia aderirono più di 3000 persone e si concluse con un incontro con il sindaco di fronte al
municipio. Il sindaco dichiarò di reputare le discriminazioni per il colore della pelle sbagliate e quindi 3
settimane dopo i sei grandi magazzini che erano stati teatro dei sit-in aprirono ai clienti afro. La leadership
di Diane Nash divenne nota ed apprezzata ma non venne nominata a presidente dello Student Nonviolent
Coordinating Committee. Nell’estate del 1960 si tenne a Minneapolis il congresso della National Students
Association, la lega nazionale dei consigli studenteschi, interrazziale della sua fondazione nel 1947 e
favorevole all’integrazione. Con il diffondersi dei sit-in la Nsa aveva manifestato il proprio appoggio
organizzando al nord iniziative analoghe nei pressi locali delle catene di ristorazione che praticavano la
segregazione al sud. Al congresso di Minneapolis un gruppo di studenti dello Sncc si presentò di fronte ai
delegati per esporre le idee e la strategia del comitato e per chiedere sostegno alla NSA. Nella prima del
1961 il core organizzò un nuovo tipo di manifestazione a favore dell’integrazione: le freedom rides. Quando
il 4 maggio i primi arrivarono ad Anniston, Alabama, li attendeva una folla che bucò le ruote e cercò di
sfondare i finestrini di uno degli autobus. Uno dei fu bruciato e l’altro riuscì a raggiungere Birmingham,
dove i riders vennero malmenati. Diane Nash sollecitò James Bevel a convocare un incontro di emergenza
per decidere una strategia sull’evento. I freedom riders però avevano deciso di abbandonare il percorso che
li avrebbe portati fino a New Orleans. Ciò avrebbe significato una grave sconfitta per il movimento. La Nash
contattò allora James Farmer per chiedere il suo assenso al proseguimento della freedom ride da parte
degli studenti di Nashville; egli acconsentì. Da quel momento la Nash organizzò le freedom rides,
occupandosi di tutto il necessario. I nuovi riders che partirono alla volta di Birmingham erano stretti
conoscenti e amici di Diane Nash, fra cui John Lewis, Ruby Doris Smith. I riders giunsero a Montgomery ma
vennero assaliti e le uniche che riuscirono a fuggire furono alcuni ragazzi. Montgomery era di nuovo al
centro dell’attenzione nazionale. King, Farmer e Diane Nash vi si recarono immediatamente. Robert
Kennedy chiese di sospendere la ride ma la Nash decise che sarebbe continuata. Il 23 maggio i freedom si
recarono a Jackson, dove furono arrestati e rilasciati dopo 40 giorni. L’opinione pubblica americana fu
colpita da quanto successo in Mississippi. Per la prima volta: non si trattò di movimenti locali; molte
persone dal nord vi avevano partecipato. Nonostante ciò, non tutti sostenevano l’attività dei riders. Fu
quindi richiesto dalla presidenza di interrompere le rides e di dedicarsi alla registrazione degli afro nelle
liste degli elettori, un modo ritenuto meno provocatorio e suscettibile di causare turbative. Fu promesso
che gli studenti impegnati in ciò, sarebbero stati esentati dalla chiamata alla leva. Nonostante ciò, la Nash
non voleva rinunciare a delle azioni dirette, il cui obiettivo era il Mississippi poiché i membri della Sncc
volvano minare la base elettorale dei democratici segregazionisti del sud al congresso. Dopo alcuni anni, ci
si rese poi conto che i sit-in e la desegregazione dei luoghi pubblici in genere erano questioni tiepidi rispetto
al tentativo di riguadagnare i diritti politici degli afro.

La campagna per i diritti politici: come la Nash aveva previsto, la presidenza Kennedy non fu l’alleato
sperato dagli studenti. La prima cittadina del Mississippi ad essere investito dall’azione dello Sncc fu la
cittadina di McComb dove operava Bob Moses, un insegnante di matematica che aveva iniziato un
programma di registrazione dei votanti. La presenza di Moses aveva suscitato una corrente di cambiamento
nella cittadina e aveva coinvolto delle studentesse giovanissime, che Moses aveva reclutato nella sua
campagna informativa e che si erano mostrate ben disposte ad aiutarlo. All’inizio la campagna sembrò aver
successo; dopo Moses venne arrestato e, in seguito, malmenato. Quando tornò a McComb trovò degli
attivisti ad aspettarlo, decisi ad organizzare una protesta. Il 30 agosto Brenda Travis e due ragazzi si
recarono nella sala d’attesa per i bianchi della stazione degli autobus di McComb e furono arrestati e
condannati per 4 mesi e rilasciati dopo uno: l’anno scolastico era per già iniziato e il preside della scuola
rifiutò di ammettere la Travis; gli studenti decisero allora di marciare verso il municipio di McComb, dove
furono arrestati, episodio che causò l’ira degli afro. Dopo l’omicidio di Herbert Lee, un agricoltore della
contea di Amite che aveva aiutato Bob Moses nella registrazione dei votanti, gli attivisti sospesero per il
momento la battaglia nella cittadina. Intanto lo Sncc portava avanti la sua lotta contro la segregazione
nonostante i tentativi delle autorità di mettere in difficoltà il movimento. Nell’autunno del 1961 lo sncc
aveva organizzato una campagna per la registrazione al voto nell’area sud-occidentale della Georgia,
facendo capo l’Albany State College, dove si denunciarono le continue molestie subite dalle studentesse da
parte dei bianchi. La protesta coinvolse tutta la comunità afro di Albany, e si arrivò all’arresto di più di 700
persone. Gli attivisti dello sncc avevano chiesto a King di intervenire; quando egli accettò l’attenzione si
spostò su di lui. Il 17 dicembre 1961 egli marciò verso il municipio di Albany dove i partecipanti furono
arrestati. Dopo ciò egli non riuscì ad ottenere delle concessioni da parte delle autorità di Albany: la Nash
vide tale episodio come una rinuncia alla lotta e una collaborazione nei confronti del sistema
segregazionista. Il giudice che l’aveva condannata ai due anni di prigione ritirò la sentenza poiché la Nash
era incinta (in questo modo si evitò di pensarle come una martire del movimento).

Fannie Lou Hamer: l’impatto esercitato dal movimento per i diritti civili della popolazione afro degli stati del
sud, fu rappresentato al suo apice dall’esperienza di maturazione politica di Fannie Lou Hamer, nata in una
famiglia di mezzadri in Mississippi, aveva vissuto una vita di povertà senza poter beneficiare di un’adeguata
istruzione. Nel 1961, divette subire un’operazione per la rimozione di un piccolo fibroma all’utero; tuttavia,
il chirurgo la sterilizzò a sua insaputa (pratica diffusa negli sud degli USA). Una luce di una speranza di
cambiamento venne per Hamer quando incontrò James Bevel e James Forman, dalle quali fu incantata e
decise di offrirsi volontaria per le registrazioni. La registrazione venne rifiutata perché la donna non superò
il test d’istruzione e quando le venne chiesto dal padrone del terreno se scegliere fra ritirare la domanda di
iscrizione o lasciare la piantagione, scelse la seconda. Nell’autunno del 1962 fu invitata da Bob Moses ad un
incontro dello Sncc a Nashville, che le chiese di raccontare la sua esperienza di tentativo di iscrizione e le
ritorsioni subite: riuscì ad incantare l’uditorio. Hamer fu tra gli organizzatori della Freedom Summer, ovvero
il progetto che nell’estate del 1964 avrebbe portato nel Mississippi centinaia di studenti bianchi delle
università del nord per promuovere la registrazione degli afro locali nelle liste degli elettori. Hamer si batté
in favore di questa iniziativa e si recò in Ohio, presso il Western College for Women nella cittadina di
Oxford, dove si tenevano corsi di formazione per preparare gli studenti che sarebbero stati impegnati nei
progetti. L’Hammer raccomandò di rifuggire all’odio nei confronti dei bianchi del sud e sottolineò la
necessità di provare amore nei confronti di coloro che religiosamente chiamava fratelli e sorelle. Tuttavia,
la donna era preoccupata per il fatto che di questi gruppi di studenti del nord molte erano ragazze, non
consapevoli della cultura del sud e del rischio che correvano stando a contatto con gli uomini afro del posto
e con quelli della stessa associazione. Infatti, il problema a carattere sessuale del rapporto fra donne
bianche uomini di colore durante l’estate del 64 emerse, rischiando di oscurare la vera natura dei problemi
che si andavano ad affrontare. L’ossessione dei bianchi del sud per i rapporti fra donne bianche e uomini
neri li rendeva ancora più decisi nella loro opposizione. Il ruolo più importante svolto da Hamer nel
movimento fu la partecipazione al Mfdb, fondato il 26 aprile 1964 a Jackson, con l’idea di portate avanti i
propri candidati neri per il congresso nelle primarie democratiche del giugno successivo o di mandare una
delegazione alla Convenzione nazionale democratica, che si sarebbe tenuta ad Atlantic City in agosto, per
mettere in discussione il diritto dei delegati del partito regolare del Mississippi a partecipare alla
Convenzione stessa e a candidarsi al congresso come rappresentanti del partito democratico. Infatti, gli
afro del Mississippi, ebbero l’audace idea di creare un proprio partito politico per sfidare quello
democratico dello stato. Si trattava di un progetto audace siccome ai neri non era consentito di votare e
con questo atto andavano direttamente a sfidare la classe dirigente bianca. I leader della Mfdb erano neri
locali ed era aperta sia a bianchi che neri. Il partito dava poi spazio alle donne e in questo Hammer ebbe un
ruolo centrale; fu scelta nelle primarie per il Congresso per concorrere per la House of Representatives. Alle
primarie democratiche di giugno i rappresentanti del Mfdb persero, ma si prepararono a mandare la
propria delegazione ad Atlantic City. Intanto Ella Baker cercò di conquistare il sostegno dei democratici del
nord a favore della Mfdb. La delegazione del Mfdb che giunse il 21 agosto 1964 ad Atlantic City era
composta da 68 membri e in più alcuni volontari dello Sncc li accompagnavano per assisterli. Vi era un
notevole ottimismo nelle loro azioni ma non riuscirono a raggiungere l’obiettivo. Per smuovere la
convenzione allora si decise di descrivere le condizioni degli afro in Mississippi: ciò venne raccontato da
Hamer e la sua testimonianza venne trasmessa in tutta l’America. Due membri (uomini) del Mfdb furono
ammessi come delegati aggiunti non votanti. Questo compromesso venne portato all’assemblea plenaria
lasciando intendere che il Mfdb lo avesse accettato. A quel punto i delegati del Mfdb fecero irruzione nella
sala delle convenzioni grazie a delle credenziali che erano state fornite loro fa alcuni delegati simpatizzanti
di altri Stati, e occuparono i seggi che la delegazione regolare del Mississippi aveva lasciato vacanti, avendo
rifiutato di sottostare al giuramento di fedeltà. I delegati rifiutarono di lasciare la sala e denunciarono
l’ipocrisia del presidente e del partito, che professavano l’impegno per i diritti civili ma rifiutavano di
riconoscere un gruppo integrato di delegati che offrivano pieno supporto ai principi e alle politiche del
partito. Questa sorta di sit-in indusse i maggiori leaders del movimento, a precipitarsi ad Atlantic City. La
delegazione del Mfdb lasciò la città e in quel momento si formò una frattura che non si sarebbe più risanata
fra il movimento e la politica istituzionale; vi era una forte incomprensione da parte dei membri del Mfdb
dei giochi di meditazione attraverso i quali si conduceva normalmente un’attività politica. Se fino ad allora
vi era stata fiducia nei confronti dei democratici, ora vi era diffidenza nei confronti della politica
tradizionale. La Hamer e gli altri delegati del mfdb non si arresero e da allora in poi una delegazione basata
su un sistema politico segregazionista avrebbe sempre avuto maggiori difficoltà ad essere accettato.
L’importanza di Hamer fu data dal fatto che rappresentava in qualche modo lo spirito del movimento, nel
senso che ne aveva incarnato i principi fondamentali: le sue parole, mai di odio ma di amore e fratellanza
costituivano la realizzazione dei principi della non violenza e la sua opposizione all’espulsione dei bianchi
dallo sncc fu segno del suo impegno verso l’integrazione. Il suo impegno: anche a favore dei diritti delle
donne.

I movimenti radicali e il femminismo nero: accanto all’esperienza per i diritti civili vi furono esperienze più
radicali, basate sui metodi di lotta più aggressivi. Alcune si queste caratteristiche si riscontrarono
nell’attività svolta da Gloria Richardson, fra il 1963 e il 1964 nella città di Cambridge, Maryland. Si trattava
di una cittadina isolata, in cui la vita dei neri era segregata in maniera più simile a quella del profondo su d
che non al resto del Maryland. La famiglia da cui proveniva era decisamente più agiata di quella media
locale; ciò la fece assumere consapevolezza di come i pochi afro altolocati come suo nonno fossero complici
del mantenimento della segregazione razziale e dello sfruttamento economico dei neri che avveniva nella
cittadina. Nel 1962 divenne presidente dell’organizzazione studentesca affiliata allo Sncc, ma che, rispetto a
questo, si mostrò più propenso alla violenza. La conduzione politica di Richardson era insolita poiché univa
la campagna per l’eguaglianza razziale alla richiesta di giustizia economica. Il tipo di violenza era
estremamente limitata e sempre difensiva. In seguito, Richardson sarebbe stata riconosciuta come leader
radicale. Il concetto di Black Power emerse nell’ambito dello Sncc nel 1966, con il discorso del 16 giugno
tenuto a Greenwood Mississippi. Il potere nero fu identificato come l’esigenza di unità della gente nera, del
riconoscimento della propria eredità e di costruzione di un senso di comunità. La gente nera avrebbe
dovuto iniziare a definire i propri obiettivi, a condurre le proprie organizzazioni. Questo portò all’espulsione
dei bianchi dallo sncc, e lasciò ben presto spazio ad uno sciovinismo maschile nei confronti delle donne
nere. Lo sncc era stara un’organizzazione dove la partecipazione delle donne era sempre stata paritaria,
quantomeno in misura superiore a quella di altre organizzazioni. Quando lo sncc si convertì al black power,
una donna leader del movimento come Robinson accettò l’idea, riconsiderò il punto di vista
sull’integrazione e abbracciò una certa dose di separatismo nero, oltre a far propria l’idea che la gente nera
dovesse essere orgogliosa e nutrire apprezzamento per le proprie caratteristiche. Vi fu un cambiamento
anche nella considerazione dei rapporti di genere nel movimento. Gli uomini dovevano acquistare il ruolo
di protagonisti. Si trattava di una posizione contraddittoria: perché avrebbe portato le donne ad essere
vittime dello sciovinismo che avrebbe accompagnato il sorgere del potere nero. Infatti, uno degli elementi
distintivi della filosofia del potere nero era il propugnare il dominio dell’uomo afro; la convinzione del Black
Power era che gli uomini neri fossero stati privati della loro virilità dalla società bianca americana, e che
quindi dovessero assumere ruoli di guida per rivendicare la loro virilità come requisito primario per il
potere di tutta la gente nera. Si arrivò addirittura ad accusare le donne di interferire con questo processo,
dando un giudizio negativo della leadership femminile afro. Le donne di colore che avevano assunto
posizioni dominanti erano accusate di privare gli uomini del loro ruolo naturale. Il ruolo delle donne
avrebbe dovuto essere quello di sostenere i loro uomini e soprattutto quello di madri, infatti si riteneva che
aumentare la popolazione afro avrebbe favorito la lotta (donne: da un lato sostenere la lotta, dall’altro
oppresse da questo maschilismo). Il Black Panther Party si sarebbe caratterizzato per una critica agli eccessi
di maschilismo del nazionalismo nero, accusato di essere oppressivo al proprio interno, specie nei confronti
della donna nera. Alla repressione della presenza femminile nei movimenti politici afro nei tardi anni
Sessanta e Settanta si contrappose nello stesso periodo la nascita di un femminismo di colore. Le donne
afro parteciparono alla creazione della now, che prese molta forza quando il concetto di potere nero fu
assorbito dal movimento per i diritti civili. Le donne poi nel 1973 fondarono la National Black Feminist
Organization nato poiché le donne iniziavano ad allontanarsi dai movimenti di liberazione dei neri proprio
per lo sciovinismo maschile che vi allignava. Il femminismo nero: riforma del welfare, i diritti delle
lavoratrici domestiche, problemi delle madri non sposate, tossicodipendenza, condizione della donna,
analisi delle modalità secondo le quali le donne afro avevano sofferto della duplice oppressione del
razzismo e del sessismo. Un’altra rivendicazione del femminismo nero: 1974 quando il Combahee River
Collective nacque come capitolo di Boston del Nbfo, assumendo presto un orientamento più militante. Il
collettivo si occupava con impegno inedito dei problemi relativi allo sviluppo eco e indirizzandosi
specificamente al problema del razzismo nel movimento femminista. Prendeva il nome dal fiume del South
Carolina dove l’abolizionista Harriet Tubman aveva pianificato e condotto l’unica campagna militare della
storia statunitense organizzata da una donna, nelle quali ben verso 350 schiavi scapparono verso la libertà.

Integrazione e Black Power: nell’ambito della politica afro si era sviluppato un altro movimento con radici
negli anni 30: i Black Muslims, ovvero la Nation of Islam. Si trattava di un’organizzazione a carattere
religioso, che praticava il culto islamico sotto la guida del leader Elijah Muhammad. Il movimento predicava
la separazione tra bianchi e neri, con la creazione di uno stato interamente afro. Il più importante membro
fu Malcolm X, che si era convertito all’islam in carcere, e negli anni 50 aveva partecipato attivamente al
movimento. I black Muslims mostravano addirittura disprezzo per la società americana e quindi per la
volontà integrazionista che animava il movimento per i diritti civili. Nel 1964 Malcolm X abbandonò i Black
Muslims poiché le sue idee divergevano da quelle di Elijah Muhammad, che propendeva per una forte
cautela. Egli fece un viaggio in Africa e gli consentì di percepire come troppo limitata l’ossessione razziale:
decise allora di creare la Organization of Afro-American Unity, e di avvicinarsi a comprendere le ragioni dei
diritti civili. I Black Muslims erano l’altro lato dell’eterno dilemma della cultura afro fra integrazione e
separazione. Nel momento in cui il Voting Rights Act del 1965 offrì le garanzie legislative desiderate contro
la discriminazione, il movimento per i diritti civili perse le proprie ragioni di battaglia, che si erano
concentrate sugli aspetti palesi della discriminazione. Essi chiedevano qualcuno di più della semplice
integrazione formale: volevano un miglioramento complessivo delle comunità afro affinché esse potessero
uscire dalla marginalità sociale. Si iniziò allora a configurare l’introduzione delle azioni affermative, cioè
provvedimenti volti ad un trattamento favorevole e quindi discriminante in positivo, verso coloro che si
erano trovati per lungo tempo in condizione di uguaglianza. Sulla scorta di questa necessità si registra
un’evoluzione nell’ambito dello stesso movimento per i diritti civili. L’inadeguatezza percepita di fronte ai
nuovi eventi che investivano la comunità afro pose dei problemi che concernevano principalmente la
conversione al separatismo, la presenza di bianchi all’interno del movimento e la non violenza come etica
fondante del movimento. Black Power: 1966 con Stokely Carmichael con cui lo Sncc si distaccò sempre più
dalle organizzazioni moderate del movimento, in opposizione allo stesso Martin Luther King Jr, reputato
troppo conciliante cambiarono in un brevissimo arco di tempo: la sua attività non fu più focalizzata solo al
sud, ma anche e soprattutto al nord; la direzione moderata e non violenta a carattere religioso assunse una
direzione laica e rifiutava la non violenza. Con l’invocazione del potere nero si esprimeva l’esigenza che la
comunità acquisisse il potere politico. Il Black Power è un programma politico che investa il movimento per
i diritti civili. Se prima la divisione= esterna al movimento e si era delineata fra il movimento e il
nazionalismo stesso di Malcolm X, ora la frattura colpiva le organizzazione del movimento per i diritti civili:
prima moderate; ora: violenza. Martin Luther King venne assassinato nell’aprile del 1968= mancanza
dell’ala moderata del movimento. La guerra del Vietnam fu percepita dalla comunità afro come
un’aggressione imperialista dei bianchi contro una popolazione non bianca. Il più significativo prodotto
dell’ideologia del Black Power fu il Black Panther Party (1966 da Heuy Newton e Bobby Seale) in California,
un’organizzazione di carattere marxista che propugnava l’autodifesa degli afro e il nazionalismo nero da
attuarsi con strategia rivoluzionaria. Il Black Panther venne condannato. Gli anni Settanta si aprirono con la
presidenza Nixon che fu molto duro nei confronti dei moti di ribellione universitari. A partire dalla seconda
metà degli anni Settanta prese forma il capitalismo nero che era stata la risposta a Nixon alle richieste degli
afro. Egli tese ad incoraggiare la nascita di una classe imprenditoriale afro. In realtà, l’élite afro che andò a
formarsi in quel periodo era principalmente composta da intellettuali e professionisti più che imprenditori
(le varie crisi avevano messo in crisi il mantenimento delle precedenti condizioni per la classe lavoratrice).
L’avvicinarsi di molti membri per i diritti civili a posizioni di supporto del black power erano destinati ad
allargare la frattura fra la politica istituzionale e i leaders neri del movimento. Le richieste di cambiamento
sociale si stavano scontrando con la volontà di conservatorismo della maggioranza della popolazione. La
new Left (in parte su ispirazione delle lotte degli afro e in parte nell’opposizione alla guerra in Vietnam e
alla leva aveva trovato occasione per promuovere una contestazione più ampia al sistema americano. Al
sud intanto rimaneva la segregazione di fatto: per superarla, busing, cioè l’integrazione ottenuta per il
trasporto per superare la segregazione di fatto. Una volta caduta la segregazione di fatto, era più facile che
bianchi e neri si trovassero spontaneamente a frequentare gli stessi luoghi pubblici. Al nord rimanevano i
ghetti: una volta stabilito che la segregazione di fatto era inaccettabile, il sistema di rapporti razziali al nord
si trovò sottoposto alla stessa demolizione subita al sud. Nixon: posizione ambigua. Intanto, a livello
universitario, la questione era più complessa. Secondo una sentenza della corte suprema del 1978, tali
azioni non violavano la Costituzione qualora la razza fosse solo uno dei tanti elementi considerati per
l’ammissione all’università. Il 14 emendamento era violato qualora vi fosse una classificazione razziale,
senza prove di passata discriminazione. La sentenza da un lato ammetteva che una determinata istituzione
potesse avere come obiettivo la pluralità razziale, dall’altro richiedeva che la razza non fosse un fattore
esclusivo di selezione. I dirigenti delle più importanti organizzazioni afro organizzarono una convenzione
politica a Gary, Indiana, nel marzo 1972 a cui parteciparono delegati di svariate organizzazioni politiche e
religiose. Prevalsero gli elementi più radicali. Negli anni 70: panafricanismo: si cercavano delle radici
storiche che dessero spessore all’ideologia del black power; secondo questo, tutte le popolazioni di origine
africana dovevano sottolineare il proprio legame con l’Africa, più che la loro identità razziale. La cultura
americana assimilata doveva essere rigettata. Esso condannava i difetti del capitalismo come prodotto della
cultura bianca, estraneo alla civiltà africana. Dopo la convenzione di Gary, 1972, il successo del
nazionalismo nero sembrò diminuire sempre di più e le successive convenzioni attirarono un numero
sempre minore di persone. Il problema di questo nazionalismo era la sua incapacità di offrire un’alternativa
alle masse di afro, incapacità dovuta alle divisioni interne, alla carenza di fondi, di organizzazione ecc... Si
registrò una frattura all’interno delle comunità afro.

La memoria del movimento: fin dalla fine degli anni Sessanta, gli afro impegnati in politica hanno sentito
con forza la responsabilità di preservare i movimenti per i diritti civili. Le donne, si sono erte a baluardo
della custodia dei valori espressi durante quella particolare stagione. Venne per esempio, erto un
monumento nel distretto di Columbia alla memoria di Mary McLeod Bethune. Venne promulgata una legge
che dava al segretario del Hwe il compito di finanziare l’istituzione e il mantenimento del Mary McLeod
Bethune Memorial Fine Arts Center presso il Bethune-Cookman College in Florida. Il college avrebbe dovuto
ospitare un centro per gli studenti appartenenti alle minoranze etniche. L’interesse per le personalità
notevoli della storia e della cultura afro e del movimento per i diritti civili ha sempre avuto per oggetto King
Jr, visto come icona e artefice del movimento stesso. Si rese quindi il giorno della sua nascita festa federale,
diventata poi festa nazionale con una legge del 1983 presentata dalla rappresentante dell’Indiana Katie
Hall. Si trattò di un modo per riflettere sui concetti di uguaglianza. Il senso della festività era il simbolo della
piena cittadinanza degli afro nella nazione americana. Negli anni Settanta gli eventi del movimento per i
diritti civili erano percepiti più come cronaca che come storia. Shirley Chisholm protestò poi poiché alla Du
Bois era stato negato il visto d’accesso per non immigranti da parte del dipartimento di stato. Yvonne Burke
introdusse una proposta di legge per preparare uno studio volto alla realizzazione di un museo nazionale di
storia e cultura afro a LA.

L’evoluzione degli ultimi anni: durante gli anni 70 e 80: movimento per i diritti civili. Con Reagan non si
diede spazio all’assistenza pubblica. Negli anni 80 si verificò l’emergere di politici afro nelle istituzioni
rappresentative, in particolare a livello locale. Per esempio, venne eletto come sindaco di Chicago, Harold
Washington (1983); il suo successo fu dovuto ad una mobilitazione popolare. Egli poté prendere delle
misure nella tutela dell’ordine pubblico. Per il sud si è parlato di una vera e propria rivoluzione non
violenta. Nel sud però, quando i distretti si sono modificati per dare una rappresentanza più equilibrata
delle minoranze, i bianchi si sono opposti. Al di là dell’affermazione degli afro nelle amministrazioni locali, i
focolai di tensione maggiori sono stati comunque le grandi città, a causa della crisi economica e della
struttura del ghetto. Le rivolte cittadine erano scatenate spesso dalla brutalità della polizia nei confronti
degli afro. Hanno avuto un peso rilevante anche la conflittualità fra le diverse minoranze etniche. Negli anni
Novanta l’azione affermativa per riequilibrare le opportunità a favore degli afro fu duramente contestata.
L’abolizione della discriminazione avrebbe dovuto costituire il primo passo, dopo il quale avrebbe dovuto
essere introdotta la garanzia di una discriminazione positiva.