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COMMENTARIO

ALLA TRADUZIONE

DELLA DIVINA LITURGIA

del protopresbitero Antonio Lotti,


aggiornato al 2021

1 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


PREMESSA

Quanto presentato vuol essere un contributo alla traduzione dei testi liturgici. In
quanto contributo non pretendono di essere assunti come eccellenza, né di soppiantare
altre esperienze. Il metodo della presente traduzione si basa su alcuni assunti, molti
dei quali consolidati, altri in discussione. Sappiamo che lo slavonico della Divina
Liturgia è lingua modellata allo scopo, una sorta di esperanto degli Slavi, mi si
perdoni l'accostamento, mentre le lingue moderne hanno già una loro formazione e
sono meno plasmabili agli scopi liturgici.
Se tradurre è tradire, dobbiamo ammettere che le traduzioni delle traduzioni, come per
esempio dallo slavonico e poi dal rumeno, sono tradire tante più volte, quanti sono i
passaggi di mano, a meno che non si considerino tali versioni a sé stanti, ciascuna
divinamente ispirata e dunque intoccabili. La presunta intoccabilità dei testi produce
solo versioni letterali, fino alla creazione di una struttura linguistica differente dalla
lingua ricevente; questo è accaduto finora nelle traduzioni italiane. Va detto in coda
che le discrepanze tra greco e slavonico, spesso solo apparenti, vengono a volte
ingigantite, sino a divenire differenze da competizione. Queste affermazioni non
escludono la doverosa e rispettosa consultazione di tutte le traduzioni tradizionali, ma
pretendono comunque la conoscenza di lingua e testi greci e della lingua di arrivo.
Gli esperti ci dicono dunque che lo slavonico liturgico costituisce una favorevole
esperienza di come una lingua plasmata ad hoc sia stata capace di conservare la
mentalità ortodossa fuori dai contesti mediterranei. Gli stessi ci dicono che per
conservare tale mentalità nelle lingue moderne bisogna affrontare un percorso
differente.
Tanto premesso, ho cercato di confrontare per la presente versione i testi greci e
slavonici non senza perdere di vista quella rumena e le principali sperimentazioni
moderne. Il concetto che il testo slavonico è traduzione dal greco non è esaustiva: il
greco liturgico include a sua volta altre culture cristiane, tutte con la propria logica di
lingua; il pensiero moderno si accontenta di chiarezza logica nella traduzione, ma
anche tal minima esigenza pare scontrarsi col metodo di formale e letterale versione;
in un simile contesto, la traduzione della liturgia può attingere ai suoi fini anche a
fonti poi modificate? se sì, il potere dei vari receptus vacilla. Penso che per vincere
tali sfide si debba dispiegare tutta la creatività specifica di ciascuna lingua ricevente.
Appartenere alla Chiesa Russa significa anche seguirne il tipico. Ho pensato di
aggiungere alle mie consultazioni anche lo Hiératikon del p. Denis Guillaume.
A prevenire la riprovazione degli accademici, affermo che il mio programma di
traduzione è solo pastorale. Quanto alla versione in sé non mi sono arrampicato sulla
traduzione letterale o sull'uniformità di versione dei singoli termini e costrutti, specie
quando la lingua non tollera tali manovre; ho inseguito termini diretti, rifuggendo il
più possibile da parafrasi e da letteralismi, nonché da verbi servili o epistemici; ho
cercato l'immediatezza e il ritmo della lingua italiana. Ho usato anche costrutti e
termini per noi oggi meno comuni, ma legittimati da letteratura, dizionari e
grammatiche, per l'immediatezza e la solennità (p. es. secondo le tue dimolte

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indulgenze, per “secondo la moltitudine delle tue indulgenze”, 13 sillabe contro 17), e
simili. Pochi termini specifici sono stati confermati rispetto al Compendio del 1989:
già all'indomani della pubblicazione, dopo una traduzione voluta da una commissione
ad hoc, ne sentivo i limiti; ad essi si aggiungevano i grossolani errori di stampa,
presenti ancora dopo ben tre mie correzioni di bozza; da allora ho dedicato per un
trentennio una parte del mio tempo allo studio e alla revisione; ciò che non ho fatto è
disprezzarlo, anzi, ho rispettato in esso quanti allora contribuirono alla stesura e quanti
vi sono tuttora affezionati. Il principio supremo, ben noto e tanto semplice da essere
disarmante che mi ha guidato nella revisione è stato: “La traduzione deve essere tanto
fedele quanto possibile e tanto libera quanto necessario”.
Si troveranno nella presente versione anche espressioni inusuali ad un pubblico
formato alla cultura di massa, ma il pericolo di svilire i valori trasmessi dalla nostra
liturgia è stato per me più grande del cedere alla lingua dai vocaboli pochi e dimessi:
presso chi ignora o rifiuta la nostra tradizione letteraria, la catechesi dovrà rivestire un
compito importante.
Nel commentario che segue si trova anche del nozionismo spicciolo; se sarà
considerato saccente me ne scuso, ho avuto solo l'intenzione di includere qualche dato
nel dar conto dei miei processi di traduzione. Per questo lavoro ho coinvolto alcuni
volontari attenti, non solo dotati di specifica formazione, ma anche versati in altri
campi o in nessuno specifico, ortodossi e non, soprattutto per gli stretti aspetti della
nostra lingua; rivolgo un ringraziamento particolare a chi, grazie a stretta e certificata
professionalità, ha risposto con competenza ai miei quesiti e dubbi. Ringrazio anche la
persona che mi ha consigliato di compilare questi articoli riguardanti la scelta dei
termini fondamentali, ed anche chi ha allestito il sito. Ringrazio da ora chi vorrà con
retta coscienza correggere sviste o suggerire migliorie.
Voglio concludere dicendomi felice di questa esperienza, fatta non solo di ricerca, ma
anche di riflessione e di dialogo. Mi piacerebbe non tanto aver compiuto
un'impossibile traduzione perfetta, quanto aver proposto un metodo alternativo a
quello finora imperante, al quale il lavoro corale ha fatto da antidoto; non mi sono
comunque esentato dalle scelte e dalla responsabilità del testo finale. Avverto che
negli articoli le citazioni dei termini originali sono riportate in caratteri propri e nelle
declinazioni o coniugazioni del testo in esame, anche qui chiedendo venia e aiuto sulle
sviste.
La revisione costante del testo è quanto serve a garantire miglioramenti; non la si deve
fermare; è agli antipodi della pretesa di fissare le traduzioni liturgiche su libri, perfino
costosi, spesso rifiutati in blocco a dispetto delle imposizioni ufficiali. Vorrei che il
processo da me proposto si fermi solo al conseguimento di un reale e ampio consenso;
e perfino questo potrebbe accadere per breve tempo, per dover ripartire verso ulteriori
aggiornamenti; è questo un esercizio duro per chi si contenta di una qualunque
versione acritica.
Quale “pronto soccorso” per le officiature in italiano (non quale editio princeps, come
malevolmente equivocato), il “Compendio” fu ai suoi tempi il primo testo del genere
scritto e pubblicato da ortodossi italiani per l'uso liturgico; il nostro non fu impostato

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su schemi confusi, bensì su quelli modellati, nel suo piccolo, dal συνέκδημος
(vademecum), popolare successo della Chiesa di Grecia. Lo spirito del Compendio
Liturgico del 1989 continua nelle traduzioni di www.liturgiaortodossa.net , anzi si
rinnova e torna a conseguire ulteriori primati, in umiltà: oltre ad essere il primo testo
impostato sulla revisione continua, è il primo a presentare un lessico liturgico e a
darne conto, è il primo a riconoscere i propri limiti e a chiedere collaborazione aperta.
È dell'anno 2019 l'iniziativa “Tremila parole da salvare” della Zanichelli; il lodevole
scopo è quello di destare interesse sulla ricchezza della nostra lingua e di invogliare
l'uso di vocaboli negletti o ritenuti solo forbiti, e invece necessari alla completa
capacità espressiva. Auguro molto successo a questo movimento, così come a tutti
quelli che fanno conoscere la nostra lingua e letteratura. Contro ogni disprezzo o
vantata ignoranza di tanta ricchezza culturale, nel piccolo mi batto anch'io; il
Commentario, anch'esso aggiornato, ne è solo un circoscritto resoconto. L'invettiva
del Grande della nostra lingua sia il nostro motto, se non per la forma impulsiva,
almeno per il messaggio contenuto: "A perpetuale infamia e depressione de li malvagi
uomini d'Italia, che commendano lo volgare altrui e lo proprio dispregiano". (Dante,
Convivio, I, 11, 1).

BIBLIOGRAFIA MINIMA

Liturghier. Editura Institutului Biblic şi de Misiune al Biserici Ortodoxe Romane.


Bucuresti, 1995.
Ἱερατικὸν: Αἱ Θεῖαι Λειτουργίαι. Ἡ Ἀποστολικὴ Διακονία τῆς Ἐκκλησίας τῆς
Ἐλλάδος, 1968.
Ἱερατικὸν: voll. 1, 2 e 3. Ἓκδοσις Ἱερὰς Μονῆς Σιμῶνος Πέτρας. Ἅγιον Ὄρος, 2013.
La divine Liturgie de St. Jean Chrysostome. Monastère de la Transfiguration de
Aubazine, 1975.
Archimandrita Venediktos Katsanevakis: I Sacramenti nella Chiesa Ortodossa, Ed.
presso la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo dei Nazionali Elleni, Napoli, 1954.
Ἐπιστασίᾳ Ἀρχιεπισκόπου Ἀθηνῶν Χρυσοστόμου (†): Ἡ Θεία Λειτουργία τοῦ Άγίου
Ἰακόβου τοῦ Ἀδελφοθέου. Ἡ Ἀποστολικὴ Διακονία τῆς Ἐκκλησίας τῆς Ἐλλάδος,
1970.
S. P. N. Joannis Chrysostomi, Archiepiscopi Constantinopolitani Opera Omnia quae
exstant vel quae ejus nomine circumferuntur, etc.: Tomus Duodecimus. J. P. Migne,
Parigi, 1862.
N. Cabasilas: Commento della Divina Liturgia. Ed. Pad. F.M.C. Grafiche Messaggero
di S. Antonio, 1984 (Traduzione dal greco e note di Mark Davitti e Sergio Manuzio).
C. A. Swainson: The Greek Liturgies. Cambridge University Press, 1884.
Denis Guillaume: Hiératikon, tome 2: Les Divines Liturgies. Diaconie Apostolique,
1986.

4 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


Liturgia Bizantino-slava di San Giovanni Crisostomo. Centro Studi Russia Cristiana,
1958.
Y. G. Bouissou d'Arnaudet: Divine Liturgie de St. Jean Chrysostome, traduite en
langue d'Oc. Editore (?) Anno (?)
M. B. Artioli: Liturgia Eucaristica Bizantina. Gribaudi, 1988.
I. F. Hapgood: Service Book. Antiochian Orthodox Church, 1975, revised 5th ed.
Commissione Liturgica del Decanato d'Italia della Chiesa Ortodossa Russa
(Patriarcato di Mosca); traduzione di A. Lotti: Compendio Liturgico etc. Il Cerchio,
1988.
Григорий Дьяченко: Церковно-славянский Словар. Исдателъсво “Отчнй Дом”,
Москва, 2002.
Vocabolario della Lingua Italiana: Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da G.
Treccani, Roma, 1986.
N. Tommaseo et al.: Dizionario della Lingua Italiana. L'Unione Tipografico-Editrice,
1865, ristampa 1973.
N. Tommaseo: Nuovo Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari. Fratelli Melita Ed.,
ristampa anastatica del 1987.
L. Pestelli: Parlare Italiano. Feltrinelli, 1979.
G. Mounin: Guida alla Linguistica. Feltrinelli, 1971.
N. Abbagnano: Dizionario di Filosofia. UTET, 2005.
A. A. Sobrero (a cura di): Introduzione all'italiano contemporaneo. Le strutture.
Laterza, 1993.
A. A. Sobrero, A. Miglietta, A.A.: Introduzione alla Linguistica Italiana. Laterza,
2009.
Serianni-Castelvecchi: Grammatica Italiana ecc., UTET, 1988.
J. B. Carroll: Psicologia del Linguaggio. Aldo Martello Ed., 1966.
Православный Богослуеный Сборник. Издание Московского Данилова
Монастыря. 2000.
I Menei nelle edizioni della Chiesa Ortodossa Russa, Greca e Moldava.

È impossibile elencare tutti i siti elettronici consultati.

5 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


COMMENTARIO LINGUISTICO
IN ORDINE ALFABETICO
1. A DUE O TRE, CHE FANNO ACCORDO, δύο καὶ τρισὶ συμφωνοῦσιν / двема
или трем согласующимся: nella preghiera della terza antifona; il passo è una
sintesi di Matteo 18: 19-20; personalmente scorgo nella pericope anche la
contestazione verso la limitazione di costituire una sinagoga col minimo di
undici fedeli maschi: Gesù approva la comunità di preghiera con un quorum
minimo (due o tre), senza differenze di genere e, aggiungerei, senza luogo fisso,
purché si accordino nel suo nome. Va detto, invero, che l'intera preghiera in
oggetto contiene diversi temi, costrutti e richiami apparentemente scoordinati;
rischiamo di acuirli se traduciamo alla lettera; va meglio se li strattoniamo con
una versione libera. Vedi anche qui sotto AL MEGLIO; ACCORDO,
ARMONIA ecc.; ADEMPI e LARGIRE.
2. A SUO TEMPO, πάλιν/паки: alla lettera ancora, nella preghiera dopo
l'anamnesi: è riferito a παρουσία/пришествие e non al verbo
μεμνημένων/поминающе; non sfugge il pleonasmo verso
δευθέρα/второе/”seconda”, se questo “ancora” è considerato un avverbio
iterativo. In effetti una seconda “ri”-παρουσία / пришествии / ”parusia” è
troppo per la nostra logica di lingua; tuttavia in origine questa frase è coerente,
perché secondo me πάλιν non è un reiterativo. né un pleonasmo rispetto al
numerale. Nelle traduzioni da me esaminate, il πάλιν/паки 1) è ignorato,
apparentemente assorbito dall'aggettivo “secondo”, nel timore di pleonasmo; 2)
è trasformato in un aggettivo come ad esempio “nuovo”, non risolvendo il
pleonasmo anzi, introducendo ambiguità verso secondo; 3) convive con
“secondo” mediante un prefisso reiterativo, addossato a “parusia” come “ri-
torno”, con pleonasmo attenuato e senza ambiguità; in tutti questi casi
πάλιν/пакн è inteso come avverbio iterativo; 4) esprime in nuce, come nel
Compendio, il disagio linguistico proponendo la versione: “seconda … Parusìa
del Ritorno”, in cui è il πάλιν/пакн ad essere reso con la circollocuzione “del
Ritorno”. Oggi credo che sia accettabile rendere πάλιν/паки con la locuzione
avverbiale a suo tempo, cioè in un tempo opportuno che verrà, che non
possiamo stabilire noi e che indica l'attesa del non compiuto e non una
ripetizione; pare riprendere dal capo opposto il concetto di “già e non ancora”.
“Di nuovo” e “nuovo”, sempre nell'ottica della reiterazione, non solo cozzano
con secondo, ma forzano il significato; il Dizionario dei Sinonimi del
Tommaseo infatti riporta: “Di nuovo può essere nonché un'altra, ma la decima
volta” (il corsivo qui è dell'autore); detto così, “di nuovo” autorizzerebbe a
pensare che si attendano ancora molti altri Avventi, dopo il secondo. A suo
tempo non forza la lettera e fissa come definitivo l'aggettivo secondo. Non
intendo infierire su cacofonie come “nuova-venuta. Dire poi “successiva” è
burocratico, pignolo, duro e itorna n conflitto con seconda. Dopo questa

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estenuante trattazione, invito a volgere deferente pensiero al lapidario
“nell'attesa della sua venuta” dei riti occidentali.
3. ABBIA MISERICORDIA, ἐλεήσαι/помилует: in disuso ormai il transitivo
“misericordiare”, la nostra lingua ricorre a una serie di circonlocuzioni, come
usare m. a q.uno, avere in m. q.no, colmare di m.q.no, avere m. per q.no, dare
m. a q.no, avere m di q.no. Un vuoto decreto sedicente accademico voleva (or
non è più) rigida corrispondenza dei termini nella traduzione; io dico che
l'italiano non è fatto di ghisa, per cui troveremo nella presente versione tutta la
varietà suesposta, e non solo quella, a seconda di quanto meglio dia lustro alla
proprietà di linguaggio, alla precisione intuitiva, al buono stile, alla brevità, alla
chiarezza e all'immediatezza. Vedi anche PROVVEDI e PROVVIDENTE.
4. ABBIAMO RICORDATO, dopo l'Anamnesi: qui non si tratta di volgere la
mente al passato dei fatti di Cristo, né di porre contradditoriamente nel passato
da ricordare anche il futuro del secondo avvento; si tratta invece della
consapevolezza di un tutt'uno cui la comunità accede nel memoriale, oltre il
tempo e lo spazio. Tale visione è bene espressa dal Concilio di Costantinopoli
del 1157, che tra l'altro si oppone, pe dirla brevemente, agli estremi di una
semplice commemorazione storica degli eventi salvifici, da un lato, e di una
loro efficacia cumulativa grazie alle molte consacrazioni, dall'altro. Nel
presente contesto si pone la mia abolizione delle strutture subordinate, quando
logica consente, per dare, oltre alle sempre invocate chiarezza, brevità e
immediatezza, anche un robusto risalto ai concetti. Ammetto che il pensiero qui
esposto sia contraddetto dall'intimistico e sfocato “Memori” che fu del
“Compendio”.
5. ABITARE, κατοικηρίου/жилища: nella preghiera prima dell'elevazione;
abitare è qui sostantivo singolare maschile; come al suo plurale associato
all'aggettivo santi, a tradurre il concetto di santuario, come luogo della santa
Presenza all'interno del Tempio, prima e luogo sovracceleste dopo, anche il
singolare vuole indicare con un termine del tutto letterario e poetico
un'abitazione ragguardevole, qual è quella di Dio. Vedi anche SANTI
ABITARI.
6. ACCEDERE, AVVICINARSI E OFFICIARE: alla prima proposizione della
preghiera dell'ingresso maggiore troviamo questa tripletta di verbi, tre veri
gradini di ascesa alla celebrazione presso l'altare; come è noto, gli albori della
nostra liturgia vedevano il clero lasciare l'ambone dopo le letture e recarsi alla
tribuna dell'altare (il verbo che propongo è accedere), indi disporsi nelle
immediate vicinanze dell'altare stesso, intorno o a file (avvicinarsi) e poi
iniziare la funzione consacratoria (accoglienza dei doni, anafora, ecc.)
(officiare). Non ho trovato nelle mie ricerche di traduzioni la consapevolezza di
tali gradi, ma per me il fenomeno è evidente; dal solo punto di vista della
traduzione, ignorare il messaggio dei tre livelli comporta una versione con verbi
in sequenza confusa perché assunti come banali sinonimi. Preciso sul primo
verbo: non si tratta vagamente di avvicinarsi, ma, secondo l'ordo che fu, di

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entrare al santuario, dove c'è l'altare (questa precisazione non è pignoleria,
perché in slavonico e in latino altare è anche tutto il santuario). Sul secondo
verbo: l'atto è spesso correttamente descritto mediante un “accostarsi” o un
“avvicinarsi”, ma la differenziazione tra questo verbo e il precedente, se
entrambi sono pensati come sinonimi, è inefficace: ne risulta una ripetizione
enfatica ma non logica. Sul terzo verbo si trova “servire”, “celebrare”, “lodare”
e quant'altro di romantico venga in mente: essi sono confusi rispetto allo scopo
funzionale: qui infatti si tratta di officiare, verbo che combacia col significato
greco di agire nella “liturgia”, intesa come sacro e pubblico officio; tale verbo è
pertanto pregnante quanto all'azione liturgica sacerdotale, come attesta il resto
della preghiera. Per conseguenza logica ho collegato i tre verbi che si
succedono pensando di trovarmi non davanti a classiche congiunzioni
disgiuntive, bensì a nessi correlativi; tanto può accadere in greco, anche non
classico, quando la congiunzione ἤ è ripetuta per indicare il nesso anziché la
disgiunzione, quasi dicesse qui: “Nessuno è degno di una sola di queste azioni,
figuriamoci di tutte e tre insieme”; avrei potuto tradurre banalmente con sia...,
sia..., mancando però di caratterizzare il testo. Quanto poi all'abuso del termine
“servizio” in altre versioni italiane, mi permetto di ricordare che 1) se
“servizio” indica officio/ufficio, esso è un inutile latinismo (servitium), o uno
stolto anglicismo (service), perché da noi esso indica atto servile e subordinato;
2) “servizio” è in italiano un termine che al più può riferirsi ad un compito, ma
non propriamente elevato come quello pastorale e consacratorio; al più, il
servitium è del diacono nella totalità delle sue funzioni, dunque non solo
liturgiche, ma più in generale ecclesiali. Per tornare all'espressione della liturgia
come la intendiamo noi ortodossi, credo che quando si traduce si debba offrire
il meglio della lingua: non tutte le parole italiane sono presenti o precisamente
usate nel vocabolario turistico, sui giornali o nel nostro colloquiare, e non
sempre sono presentate a sufficienza sui dizionari minori; se ce ne faremo una
ragione, cercheremo tra le ricchezze della lingua per prendere confidenza con i
termini più difficili o soltanto meno usati; ai russofoni può essere difficile lo
slavonico e ai greci il greco liturgico, come pure agli italiani la propria lingua
colta, eppure la consapevolezza di celebrare i sacri offici con le migliori parole
possibili val bene lo sforzo di istruirsi; imparare poi nuovi vocaboli di una
lingua potrebbe essere una bella esperienza: nel caso della nostra, poi, non si
tratta di affrontare una lingua diversa o remota, ma di seguire un modulo
letterario della medesima lingua. Personalmente ho una grande considerazione
di quegli adepti di varie sette i quali, a forza di leggere e imparare i testi biblici
e i commenti pur solo di parte, hanno acquisito, iniziando da incolti, un eloquio
e una cultura invidiabili da parte di molti nostri tribali (diconsi “genuini
ortodossi”). Sono in conclusione convinto che non è il vocabolario dimesso a
rendere efficace il discorso, ma l'opportuna scelta dei termini, senza remore,
anche quando per motivi di precisione o di sintesi, accade che non siano del
linguaggio comune.

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7. ACCORDO, ARMONIA, CONCORDIA, CONCORDANZA, CONSENSO,
CONSONANZA, UNANIMITÀ: prescindendo dal testo originale, ὁμώνοια,
συμφωνία ed altri sinonimi, devono essere registrati sulla proprietà di
linguaggio della lingua ricevente. “Accordo” è l'incontro di volontà o di
consensi tra due o più persone; per altre accezioni, come musica, colori, ecc.,
somiglia più a “intonazione”. “Armonia” è consonanza di voci o di strumenti,
cioè di suoni simultanei o anche successivi; in senso figurativo è concordia di
sentimenti e di opinioni tra più persone diverse in vari aspetti che conduce ad
un agire coordinato o graduato. “Concordia” è un aspetto della conformità: è
conformità di sentimenti, voleri, opinioni, non disgiunta da reciproco affetto,
come dire: consonanza voluta dal cuore. “Concordanza” è ancora più
chiaramente conformità, nel senso di esatta corrispondenza. “Consenso” è
conformità di voleri, da cui l'accezione di giudizio favorevole a che si compia
un'azione desiderata e richiesta. “Consonanza” è dare suono insieme e, nel
traslato, corrispondenza di opinioni, di sentimenti e simili. “Unanimità” è la
totale e piena concordanza di opinioni tra più persone, sforzo di smussare le
singole differenze e presentare voto, programma, voce ecc. unici; sotto l'aspetto
etimologico, abbandonate le similitudini con cuore, suoni e sentimenti, qui si
passa all'animo. Una menzione a parte merita il sintagma “con una mente”,
espressione creola (poveri accademici!) che meglio in italiano suonerebbe “con
mente una”: il concetto non è di incontro né di consonanza, non di conformità
né di corrispondenza, ma di grigio ammasso di cervelli; pur nell'indulgenza per
il metodo fotocopia, dico che quando mi si trasporta tale metodo sull'italiano, la
fotocopia risulta “bruciata”. Ringraziamo la Provvidenza che le menti siano
molte e diverse; “una mente” non fa per noi ortodossi, né credo si adatti alla
nostra ecclesiologia di tipo sinodale: pensando “con una mente” non c'è bisogno
di nulla, solo di un grande capo, magari un capo dei capi, o un capo senza pari;
di questo in realtà sono esperti quelli che vogliono il prossimo “con una
mente”.
8. ADEMPI (le richieste), πλήροσων/исполни, nella preghiera della terza antifona:
qui la traduzione letterale e la proprietà di linguaggio in italiano coincidono;
proprio in convergenze come questa, non sempre possibili per il rispetto della
succitata proprietà, si trovano versioni improprie, come “soddisfare”,
“compiere” ecc. Non so per quanto tempo ancora, a causa del duro assedio dei
barbari, ma finora nella nostra lingua le richieste si adempiono o si
esaudiscono. Nel contesto del tutto particolare della preghiera della terza
antifona, dove la traduzione rischia al minimo passo falso di ingarbugliare
ancor più i concetti, trascurare la proprietà di linguaggio contribuisce
ampiamente al danno. Vedi anche A DUE O TRE CHE FANNO ACCORDO,
IN PRO, LA VERITÀ DI TE / IN TE e LARGIRE.
9. ADORARE προσκινέω/пoкланятися: il latino adorare, passato nella nostra
lingua a piè pari, ha un etimo diverso dal greco e dallo slavonico; è “portare alla
bocca” (ad orem), non invece “muoversi verso”; si adorava prendendo l'oggetto

9 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


dell'azione e portandolo alla bocca per un bacio; se ciò non era possibile, lo si
toccava o indicava con la mano, per poi portare la mano stessa alla bocca,
baciandola; lo sporgersi accennava ad un inchino, che in seguito si accentuò per
coincidere, insieme con la perdita del bacio, con lo stile orientale; il bacio e il
movimento della mano, preceduti e / o seguiti da un convulso segno di croce,
sopravvivono di fronte ad immagini sacre in alcune sacche culturali di nostre
regioni meridionali (taccio dei plurimi e convulsi segnamenti, che descrivono
un cerchio piuttosto che una croce, ma almeno sono senza bacio, in uso presso
certe contrade definite “genuinamente ortodosse”). Oggi, per barbarismo o per
snobismo, “adorare” è l'abuso che sta per “apprezzare vivamente”o anche
“prediligere”: a maggior ragione è bene ricordarne etimologia e significato a
fini più salutari. A proposito di bocca, è discussa l'origine di ὀράριον, “orario”,
ma con molta probabilità dalle bocche dei Romani abbiamo ereditato anche il
nome del paramento diaconale “orario”: era in origine un tessuto per la bocca,
orarium, come il nostro fazzoletto (che deriva da “faccia”), ma col tempo pare
abbia assunto forma di sciarpa e poi di banda; il termine latino, grecizzato,
sarebbe passato a indicare la fascia diaconale; molti altri termini latini, liturgici,
cortigiani e amministrativi, hanno seguito questo passaggio alla Nuova Roma.
Un percorso inverso è avvenuto con la stola: στολή, veste, dal greco passò nella
culura latina a significare l'unico paramento, dunque veste liturgica per
eccellenza, che i sacerdoti ponevano su una tunica comune, in genere di colore
bianco; per inciso, non sempre era di aspetto bianco, tanto che i vescovi
dovevano rivolgere ammonizioni e reprimende perché fossero lavate più
frequentemente; nel mondo orientale lo stesso paramento è detto epitrachilio,
“cervicale”, banda che poggia sulla cervice. Dire però dalle nostre parti che il
sacerdote ha “la cervicale” susciterebbe, più che sacro rispetto, sentita
compassione e consigli di portentosi rimedi.
10.AFFIDIAMO NOI … E … LA NOSTRA VITA, ἑαυτοὺς καὶ ἀλλήλους... / сами
себе …: nella parte finale delle preghiere diaconali. Lo “stessi” accanto a noi,
almeno in italiano, non è necessario per caratterizzare il pronome e crea
confusione in chi leggendo o ascoltando osi chiedersi il significato delle parole.
In una impetuosa, enfatica e ridondante versione italiana, un acritico “stessi”
fornirà certo un discreto voto a scuola per assenza di errori, ma non il rispetto
della lingua italiana. Nell'intera frase della preghiera in greco non c'è necessità
di sottolineare il soggetto delle tre frasi proprio nella seconda con un analogo di
“stessi”; l'espressione è infatti ἑαυτοὺς καὶ ἀλλήλους è un tutt'uno a indicare
soltanto la reciprocità, che in italiano rendiamo in modo già ridondante con “noi
gli uni gli altri”. Non contesto dunque il testo in lingua originale o in fotocopia
di altre lingue antiche o classiche; comprendo però che in una frase lunghissima
e solenne, ricchissima di aggettivi, anche superlativi, nonché di tre concetti non
facili per noi da tenere insieme, ogni tanto un po' di fiato in una lingua moderna
bisogna pur prenderlo, non solo con la punteggiatura; e qui ἑαυτοὺς / сами
себе, se reso con “noi stessi”, trova una ragione di richiamo. Mi pare infine,

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che nella presente versione priva di “stessi”, non si trovino violazioni di dogmi,
di ordine rituale o di significato. Se poi c'è chi non ha interesse a pregare in
italiano, ma in creolo, esamini i non brillanti risultati finora conseguiti da tali
stili. Vedi anche BENEDETTA.
11.AFFINCHÉ: è avverbio spesso stucchevole e ingombrante, quando non
grossolano (“preghiamo affinché”... “ti esorto affinché...”). Snelle soluzioni
sono suggerite dalle grammatiche e sono note alla letteratura; una delle
soluzioni si prospetta quando si frammentano frasi costituite da molte parole e
da complessi periodi subordinati: in tal caso si potranno trasformare le
subordinate in principali coordinate, con l'impiego di verbi o perifrasi in
modalità finalistica. Un simile stile, immagino sconvolgente per molti, non
impedisce comunque l'uso di “affinché” (quando brevità e immediatezza lo
permettano) se la congiunzione in questione introduce una proposizione finale
vera; decisamente non me ne servo se la proposizione non è finale reale, bensì è
una finale cosiddetta fittizia.
12.AL MEGLIO πρὸς τὸ συμφέρον / к полезному: nella preghiera della terza
antifona. A) Il testo, se tradotto alla lettera, stupisce per la sua struttura, che
giunge alle menti moderne come decisamente sconnessa, 1) nei concetti
incentrati sui verbi e 2) nei destinatari delle operazioni divine: “Hai "concesso"
(?) a noi: a preghiere - Hai promesso a due o tre: esaudimenti - Adempi a
(tutti?) i tuoi servi: richieste - Dispensi a noi (oranti?): conoscenza – elargisci (a
chi?) vita eterna”. Se in greco, senza discutere sullo slavonico, tutto l'insieme ha
abbastanza immediatezza, nonché solennità e profondità di fede, nella nostra
lingua molto di questo si perde; la traduzione dovrebbe spingere ad un afflato
unitario del testo: tecnicamente io posso solo avvicinare tra di loro concetti e
destinatari, agendo sulla struttura dei periodi e semplificando nonché chiarendo
il più possibile i termini. B) Rientra in questa operazione la locuzione
avverbiale al meglio, che vuol dire “nella migliore condizione possibile”, “al
massimo possibile”; la sua brevità e libertà da ridondanti pronomi, quale
sarebbe un “loro” (inesistente nell'originale, ma necessario nei testi che
traducono “vantaggio”, pena il naufragio totale della preghiera), rende prezioso
questa forma avverbiale; chiedo soltanto che al meglio non sia confuso con
“alla meglio”, che vuol dire il contrario, “mediocremente”. Nell'ottica unitaria
della preghiera, come propongo che si intenda e come esaminavo in A), il
“loro” della proposizione principale tende a contrapporsi al “noi” delle
secondarie successive, quasi a dire: “a loro adempi solo le richieste transeunti, a
noi invece dona di più: conoscenza e vita eterna”; penso che così non sia negli
intenti della preghiera, ma chi traduce pedissequamente crea (o aumenta) il
disorientamento. Vedi anche A DUE O TRE CHE FANNO ACCORDO;
ACCORDO, ARMONIA ecc.; ADEMPI; HAI PROMOSSO; LARGIRE.
13.ALLEVIA, ἐξομάλισον/изравняй: nella preghiera sui capi inchinati dopo il
Padre Nostro. In greco il verbo ἐξομαλίζω è come ὁμαλίζω, “rendere ὁμαλός”
con l'impeto della preposizione ἐκ/ἐξ, e significa rendere eguale, piano, pari,

11 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


uniforme, liscio, ecc.; in italiano il verbo è, a seconda della proprietà di
linguaggio, “appianare, spianare, uniformare, pareggiare, lisciare”, ma anche
“sbarazzare”, “sgombrare” e, nel traslato di “rendere liscio”, “mitigare” e
“alleviare”; nella LXX è presente senza il prefisso, con il senso di “sgombrare”
riferito a vie impraticabili. Va da sé che la proprietà di linguaggio d'ogni lingua
pretende la scelta di sinonimi adeguati: in italiano si sgombrano gli ostacoli e
gli impacci, si appianano i percorsi accidendati, si spianano slivellamenti, si
uniforma il diseguale, si agevola il futuro e, vedremo, si mitigano, cioè si
alleviano, le difficoltà. Quanto alle versioni, accanto alle tante scolastiche, ne
ho trovate due interessanti: “appiana i giorni futuri davanti a noi tutti” e “rendi
piane le vie di noi tutti”. Nel primo caso τὰ προκείμενα/предлежащая sono “i
giorni futuri” e nel secondo “le vie”. Giorni futuri e vie mi sembrano traduzioni
libere, segno che si è data maggiore importanza al verbo e poi si è fornito un
complemento oggetto appropriato, ma ciò che conta in queste versioni è che τὰ
προκείμενα non siano “i doni”; quando infatti il testo vuole indicare i doni e
“come” essi sono, si esprime sempre per esteso: τὰ προκείμενα δῶρα. Qui il
participio presente sostantivato ha in greco significato generico di “cose”
giacenti / presenti / poste davanti, all'osservatore. L'associazione con un verbo
che può principalmente significare “appianare” ha indotto a vedere nelle “cose”
le vie, mentre, se significa “spianare”, ha indotto a vedervi i giorni futuri,
ritengo, col senso di “agevolare”, ma τὰ προκείμενα restano per me “le cose
presenti” oppure “le cose davanti” a noi. Se un participio presente sostantivato
al neutro plurale è interpretato come “giorni futuri” oppure come “vie”, quando
tutte le versioni (apparentemente) classiche interpretano “i santi doni adagiati
sull'altare” è forse perché alla base delle due versioni in esame si prospetta un
disagio. In rude sintesi, dal IV secolo in poi la frequenza alla santa comunione
si dirada sempre più, mentre le masse si affollano nelle grandi basiliche; gli
esperti attribuiscono a questo fenomeno lo spostamento dell'accento liturgico da
una divina cena per tutti i fedeli dell'assemblea, intesi come tutti degni, ad una
intercessione per degni e indegni operata dalla consacrazione dei doni; inoltre,
la guida ormai cristiana dell'impero romano, porta i Cristiani ad agire con i
medesimi parametri di propiziazione che vigevano nella vita pubblica pagana,
la quale sacrificava agli dèi affinché proteggessero lo stato; questa impostazione
può essere fatta risalire già a 1Tim. 2: 1-2. La traduzione di Erasmo da
Rotterdam proposita … ex aequo distribue è dunque formalmente corretta,
perché non indica necessariamente i doni, ma non va oltre; le lingue moderne
stentano a tenersi sulle generali, ovvero la loro struttura analitica tende ad
escludere la polisemia del linguaggio antico, per poi magari crearne altre; io
penso che nel buon italiano si trovino soluzioni che rispettino sia il testo sia il
motivo della presente critica. Si apprezzino comunque entrambe le ardite
versioni di vie e di giorni futuri, così diverse tra loro: esse si interrogano sul
perché i santi doni consacrati qui ed ora debbano produrre proprio a tutti e
dovunque sicura navigazione o sereno viaggio; oppure salute fisica, stavolta

12 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


non più con Dio che fa da nocchiero o da scorta, ma da medico. Il presente
della mia versione è il presente in quanto “il tempo che ora corre, e anche
l'insieme degli avvenimenti che in esso si verificano, lo stato attuale delle cose
(in contrapposizione al passato o al futuro)” (Treccani), ma anche, per mera
estensione, “ciò che sta davanti”; più che vie o futuro, io vedo
“durezze/difficoltà” del “presente”, che in questo caso si chiederebbe a Dio di
mitigare o, più propriamente, di alleviare. Rendo poi ἰδίαν/своей con
particolare, e non con ”propria”, che in italiano è pleonasmo rispetto a di
ciascuno. Infine, il “per il bene”, scialbo di significato, sciatto per la nostra
lingua e flebile nei suoni, merita un più vigoroso a fin di bene. In conclusione:
… a fin di bene, allevia il presente a tutti noi, secondo il particolare bisogno di
ciascuno, ecc.
14.ALTARE βήματι/престолу: nella preghiera di ingresso per l'officio della
presentazione dell'offerta. Βῆμα è il luogo rialzato, la tribuna della basilica, da
cui in epoca pagana, con buone acustica e visibilità, si declamava, dibatteva,
giudicava, sacrificava, e da cui, quando il cristianesimo emerse, si è letto,
predicato e celebrato; davanti alla tribuna cristiana mille anni dopo comparve
l'iconostasi, evoluzione della “pergula”. La versione “tribuna” esula tuttavia dal
linguaggio religioso, essendo ancora oggi dei comizi, proclami, dibattiti ecc.,
finanche virtuali, e risulta comunque impropria alla terminologia sacra.
“Eminenza” è complicazione, mentre altrove è elegante, per via del verbo che
precisa: “presso l'altare, da una eminenza, la Vergine sovrastava alla turba dei
fedeli” (D'Annunzio). “Santuario”, sebbene sia intuitivamente il termine più
vicino al senso “tribuna” e indichi anch'esso una parte che contiene il tutto, qui
appare poco aderente al contesto e non intuibile. “Altare” non è errato se inteso
come sineddoche: la sua stessa etimologia latina lo ritiene vano elevato rispetto
all'”ara” e il concetto in slavonico non se ne discosta. A proposito di questa
preghiera vedi anche DAMMI LA FORZA e SALIRE.
15.ALZATEVI, ὀρθοί / простн: è il levate dei riti occidentali e l' ”in piedi” nella
maggior parte delle nostre traduzioni; quell'”in piedi” non ha nulla di mistico,
specie nel momento dell'ingresso del vangelo, quando incomprensibilmente
anche il sacerdote, se manca il diacono, è obbligato a cantarlo in modo
melodioso, strascicato e anche mellifluo, oppure roboante e folgorante, a
seconda delle tradizioni locali, ma solo per dire “state su”. I commentari, come
sempre a posteriori (come dire, a testo consolidato, ma non più compreso e
spesso acritico) ci dicono in molte versioni che σοφία / премудрость è ciò che
appartiene alla divinità di Cristo e ὀρθοί / простн è ciò che è della sua
umanità, mentre si rappresenta allegoricamente l'inizio della predicazione di
Cristo nello scenario del mistero della salvezza: basta ammettere come non
dogmatica l'allegoria tutta del rito per trovarsi davanti a un semplice invito
diaconale rivolto ai presenti che si mettano in piedi senza creare rumori o
confusione, comportandosi con saviezza, senza obbligo né di sapienza né di
saggezza; è come quando, nei riti laici, entra il preside a scuola o il giudice in

13 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


aula o quando si canta l'inno nazionale, per spiegare a chi non capisce i riti
religiosi e potrebbe capire almeno quelli civili (l'esempio non è peregrino,
siamo circondati da popoli nazionalisti e irreligiosi). L'alzàtevi, come il citato
latino levate, a me è parso più solenne per i fedeli e più dignitoso per i sacerdoti
privi di diacono, come accade di regola nelle piccole comunità. Perché in questi
inviti il sacerdote deve assumersi il compito del diacono? è facile pensare che
quando si è imposta questa abitudine, la prevalenza dell'interpretazione mistica
dell'invocazione fosse ormai indiscutibile. Diversamente, si dovrebbe forse
compiere l'ingresso in silenzio? La Liturgia, mi hanno insegnato, ma non ci
credo, aborrisce il vuoto. L'ordo attuale non sembra consentirlo, più per motivi
pratici (segnalare che si sta entrando) che mistagogici; la recita sommessa della
preghiera dell'ingresso è spesso detta all'altare o poco prima di uscire,
aspettando la fine del canto antifonale, e ciò bastebbe a intitolarla “preghiera
dell'uscita”, invece del contrario; essa invece dovrebbe essere detta davanti alle
porte sante; qui a voce più alta in recitato potrebbe essere proclamata la
benedizione (“Benedetto l'ingresso...”) che si dice di solito sommessamente,
anzi “segretamente”; il tutto potrebbe terminare con l'invito in oggetto; ho
notato questo uso e ho pensato che sia corretto, tanto più se manca il diacono. E
il giro del vangelo che esce dall'altare per tornarvi? come molti sanno, è una
storia di passaggio da un rito stazionale a uno statico, e c'è chi si chiede come e
quanto tutto ciò sia percepito; il centro dell'attenzione è, con tutta evidenza, la
necessità di iniziare la Liturgia con la benedizione dell'altare impiegando il
vangelo; io, fingendo di non capire per non pagare le tasse, chiedo se ci siano
altri usi o proposte, e so che le soluzioni pratiche ci sono, anche se richiedono
consensi vasti. Proprio ora, in cui storicamente e dottrinalmente paiono
allentate le dipendenze da un aureo trapassato da Città Imperiale, e che molti
gradirebbero che esso non risorgesse altrove anacronisticamente, sarebbe il
momento giusto di parlare di una liturgia maggiormente percepita o,
straesagerando, partecipata.
16.ANAPHORA SILENS. Che cosa intendesse la novella di Giustiniano sulle
preghiere, già a quel tempo non più dette ad alta voce, ma da dire, pare che
riguardi l'Anafora; la legge imperiale non fu rispettata e la sua secretazione
durò ancora 1500 anni. Oggi vige una paradossale situazione: 1) il celebrante la
recita sommessamente o meglio, “segretamente”, 2) i fedeli la leggono, ognuno
per conto proprio, spesso in una lingua moderna o in una pubblicazione mono-,
bi-, tri- o quadrilingue, 3) il coro, anch'esso per i fatti suoi, canta rapito un
embolismo; è un quadro sconcertante di incomunicabilità e introversione, in un
consesso e in un momento liturgico dove comunicazione, comunanza e
comunione dovrebbero regnare, specialmente nelle nostre piccole comunità
occidentali; questa condizione è poi supportata dall'idea della contemplazione,
per cui non si trova importante, anzi si trova disdicevole, che il popolo ascolti la
preghiera e risponda col proprio canto, agli inviti dei celebranti. Si scorgono
comunque prospettive interessanti: sempre più spesso queste preghiere sono

14 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


lette dal celebrante a voce naturale, mentre il coro smorza il volume del lungo
embolismo, appositamente creato per riempire il vuoto acustico dell'anafora
“segreta”; accade anche, presso alcune Chiese Locali, che la risposta del coro
sia sempre più spesso corroborata dal canto del popolo e che si fermi
all'essenziale “È degno e giusto”. Io ho interpretato tutti questi fermenti
riportando in corsivo l'embolismo del coro.
17.ANARGIRI, ἀνάργυροι/безсребреници: in Italia l'aggettivo è tuttora associato
al culto dei santi medici che curavano gratis i malati e tuttora ottengono da Dio
miracolose guarigioni. Al contrario di “teòforo” o di “filantropo”, che per i
nostri dizionari assumono significato diverso dall'originale, o di “mirofora” che
non vi è affatto accolto, anargiro è un termine presente e propriamente descritto
nei dizionari, per cui è adottato dalla presente versione, con l'impegno
catechetico di spiegarlo, perché sarà necessario a chi legittimamente non sa né
il greco né l'italiano. Lo stesso vale per taumaturgo. Ogni altro tentativo da me
compiuto per rendere accessibili e immediati questi termini è stato contestato a
ragione, riconosco, come non consono.
18.ANCORA E ANCORA, E IN PACE, ἔτι καὶ ἔτι ἐν εἰρηνῃ / паки и паки миром:
Se associamo sbrigativamente questo raddoppiato avverbio di tempo al
susseguente complemento di modo in pace, cadiamo in una sfumata ambiguità:
si potrebbe infatti pensare che prevalga il concetto di “preghiamo / di nuovo in
pace”, mentre il senso è “in pace / preghiamo di nuovo ”, motivandosi, nel
secondo caso, la reiterazione delle preghiere diaconali “minori” (non
“piccole”); l'aggiunta di una congiunzione tra il doppio avverbio e il
complemento di modo in pace potrebbe risolvere il quesito. L'avverbio di
tempo ancora formulato in doppio è invece efficace proprio a motivo della sua
enfasi, per cui contesto il dimezzamento operato in alcune versioni; adombro
riserve per la sua posizione ad inizio di frase, ma ho temuto, nel posporla, di
rendere irriconoscibile il classico esordio delle nostre litanie minori.
19.ANIMA E CORPO, τῶν ψυχῶν καί τῶν σωμάτων ἡμῶν / душ и телес наших:
in greco e in slavonico la coppia dei sostantivi è presentata al plurale e
accompagnata dal pronome possessivo al plurale. L'italiano possiede una sua
proprietà di lingua, nonché una sua forma di sobrietà: se non rispettata, essa può
esporre al ridicolo; in questo e simili passi, “anime e corpi” sono pensati in
italiano come “la sola anima e il solo corpo di ciascun individuo”, per cui dalle
nostre parti Dio è medico “di anima e corpo nostri”, oppure, più
burocraticamente, “della nostra anima e del nostro corpo” e, più elegantemente,
come vedremo, di anima e corpo: vista così la faccenda, nessuno da noi
oserebbe dichiarare che ciascuno abbia diverse anime e diversi corpi. Va
ammesso che, dove si configuri ambiguità, il plurale costituisce un'alternativa
se non si vuole cambiare la struttura della frase, ma qui ambiguità non v'è.
Quanto all'aggettivo possessivo, altre volte mi sarà dato di spiegare che da noi
esso è inutile o peggio ostico quando l'appartenenza è evidente; nel passo di
sopra nessuna anima e nessun corpo umano è escluso dall'affermazione, perché

15 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


“nostri” si intende “di ognuno di noi fedeli”, non solo “di noi astanti”. Oltre alla
logica intrinseca, in una lingua ci sono anche scorrevolezza, appropriatezza e
musicalità: stando al tema, se insistiamo con i possessivi, la versione si fa
prolissa e cacofonica, persino comica se si configura un'anfibologia, e
“l'aulicità” di ogni decantato progetto di traduzione si perde all'istante. Ma il
peggio è che si crea una lingua che non esiste da nessuna parte, né al mercato
rionale né in letteratura: è questo il concetto di “tradiare”, termine nato come
ironico a disdoro del traduttore che riproduce le strutture della lingua originale
nella lingua ricevente, e così la snatura. Su questo argomento vedi anche IL
TEMPO ANCORA DA VIVERE.
20.APPROPRIAZIONE, ἁρπαγμὸν/хищение: nell'anafora di san Basilio. Il testo è
di Fil. 2:7. Ho tradotto non condusse ad appropriazione perché leggo
nell'espressione paolina la formula patristica secondo la quale il Logos, essendo
divino, non ha, per natura, volontà gnomica e dunque non si appropria della sua
natura, che comunque è comune al Padre e allo Spirito; da incarnato, cioè dopo
avere assunto anche la natura umana nella sua unica ipostasi divina, egli usa
soltanto la volontà naturale dell'umanità risanata, e non quella gnomica
dell'uomo caduto. In proposito, illuminante per chiarezza, precisione e alto
livello di ricerca è la riflessione di Georgios Ioannou Karalis La “follia” di
Dio e la “sapienza” dell'uomo. Percorsi tra Theologia e “spirito dei tempi”,
Asterios Editore, Trieste, 2017, la cui lettura caldamente mi permetto di
consigliare. Dal punto di vista semantico, una rapina è un'appropriazione
indebita, aggiunta a violenza, come avverrebbe se si osasse pensare che il
Logos abbia mai avuto una destruente volontà gnomica. Naturalmente, nella
traduzione pauperistica, in quella letterale e in quella che ignora gli
insegnamenti patristici, “rapina” basta e avanza.
21.APPROVARE, ἰκανόω/удовлят: nell'accezione di “riconoscere idoneo”; tale
concetto ci libera dall'acritico “rendere idoneo”; a mio avviso infatti il senso di
ἰκανόω è qui di “riconoscere” idoneo, nel “qui ed ora” della celebrazione, non
di “rendere”. A “rendere” idoneo ci pensò la chirotonia; a conferma, la
preghiera dell'inno cherubico, proprio quando chiede attuale approvazione,
ricorda che l'officiante già veste grazia sacerdotale, per ammonire a non
metterla ogni volta in discussione. Ciò che è indicato in tutte le preghiere
preparatorie come carenza umana, dunque, non è lo stato perenne o grave di
indegnità, che porterebbe all'esclusione ben prima di accedere alla celebrazione,
ma è lo stato esistenziale di fragilità e caducità; ciò che è liberatorio è che la
confidenza nella divina misericordia faccia attendere al celebrante compunto
l'attuale approvazione a celebrare. Molti sacerdoti, non solo nel novero dei
santi, non celebrarono e non celebrano nel timore di non essere sostenuti dal
santo Spirito a causa delle proprie fragilità (già nella Lettera VIII al monaco
Demofilo, lo Pseudo-Dionigi, forse a partire da una fonte pseudo-ippolitana,
riferisce così di Carpo, santo discepolo di san Paolo): in questi casi i celebranti

16 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


confidano di volta in volta in un segno divino o nella sua misericordia per
essere approvati a celebrare, non ogni volta per essere-resi-idonei-a celebrare.
22.ASSICURARE E RASSICURARE, ἀσφάλισαι/утверди: in riferimento ai
“nostri passi” nella preghiera di ringraziamento dopo la comunione; “Si
assicura chi non è ben fermo, non ben risoluto, chi non ha forza o fiducia
abbastanza; si rassicura chi teme, chi ha bisogno di essere riconfortato... In
senso materiale, s'assicura un uscio, un arnese qualunque, fermandolo,
sostenendolo a qualche maniera, sicché non cada, non prenda posizione diversa
da quella che deve...” (N. Tommaseo: “Dizionario dei Sinonimi della Lingua
Italiana”). Basta dunque ai nostri passi il verbo assicurare e a mio avviso
invece guasta, dopo una serie di verbi monorematici, usare alla fine di essi un
polirema come “rendere sicuro”. Si capisce bene che il classico assicurare ha
semantica più vasta rispetto alla lingua parlata, la quale sembra fermarsi a
“sottoscrivere una garanzia contro rischi”. La questione di fondo è sempre la
stessa: quale linguaggio usare per la Divina Liturgia, sempre che sia permesso
ribellarsi alla povertà lessicale, segno di molte altre povertà.
23.ATEMPORALE, προαιώνιος/превечный: l'utilità di termini singoli e completi
al posto dei polirematici a fini di immediatezza, mi ha portato a cercare nelle
trattazioni patristiche in lingua italiana: atemporale è aggettivo largamente
accettato se riferito al Verbo, quanto alla sua generazione fuori dal tempo dal
Padre (ahimè, è composto di greco e latino!) Il Treccani riporta: “Nel
linguaggio filosofico, che è (o è concepito tale) fuori del tempo, che trascende o
supera il tempo, che non si svolge nel tempo”. Vedi anche DA PRIMA DI
SEMPRE.
24.ATTI SANTI: τῶν ἁγίων / святых: durante il rito dell'infusione di acqua
fervente nel santo calice; l'originale greco non sembra preoccuparsi di
qualificare queste "cose" sante: potrebbero essere oggetti oppure operazioni,
cioè atti (ἐνέργειαι). Preferisco la seconda versione, decisamente più pregnante.
25.AULICO: secondo Dante, il linguaggio è aulico quando è degno di una corte
(αὐλή). Il termine è sinonimo di elevato, sostenuto, illustre, ma dove regna
l'ignoranza convinta di sé, assume un sapore ironico: diffidate dunque di chi
dice aulica la vostra versione. Penso che il linguaggio per la nostra liturgia
debba essere il più possibile preciso, chiaro, scorrevole, incisivo, breve e
diretto, cioè intuitivo, in cui la terminologia dotta o non comune abbia pieno
diritto, ma solo in quanto subordinata alla visione ora esposta. In questo modo
la “aulicità” comparirà da sola, senza che la si sbandieri nel vuoto. Aggiungo
una precisazione a chi abbia pensato che “aulicità” sia lo stesso che
“poeticismo”: i testi liturgici, come i tropari stichiri (che seguono i versetti
biblici), i tropari doxastici (glorificatori, erroneamente tradotti con
“dogmatici”), molti altri tropari, i contaci, gli ichi (stanze) ecc. nella lingua
originale sono poesia liturgica (cioè non fantasiosa né intimistica); le preghiere,
le litanie, i congedi, i sermoni catechetici non sono poesia, ma usano comunque
un linguaggio scelto e il ritmo naturale di ciascuna lingua, ma secondo una sua

17 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


concinnità: usano, oserei dire, uno slang liturgico, inteso come “luogo” di
espressioni diverse dal linguaggio comune ma capaci di aumentarne
l'espressività; non usano invece un gergo, che è il “luogo” di espressioni segrete
ed emarginanti; questi testi vanno rispettati mediante approcci adeguati nella
lingua ricevente; i risultati sono sempre da vagliare, ma il metodo è valido. Se
poi l'incauto traduttore ha tirato fuori “aulicità” confondendola con “stile
letterario”, o “lirica”, allora serve tutt'altro che precisare, servono alcuni buoni
dizionari della lingua italiana e una montagna di prose e poesie dal nostro
Milleduecento in poi. Quasi dimenticavo: Concinnità, “Armonia dello stile o
del discorso, che risulta da una conveniente disposizione delle parole e dei
suoni e ha insieme eleganza e semplicità” (Treccani).
26.AUMENTIAMO LA NOSTRA PREGHIERA, πληρώσωμεν τὴν δέηςιν ἥμῶν /
исполним молитву нашу: nella preghiera diaconale dopo il grande ingresso.
Da qualunque parte finale di un altro officio sia stata trasposta la preghiera
diaconale, questo verbo, in greco e in slavonico, ha il significato basilare di
“riempire”; fra i tanti traslati, il più lontano dei quali è “compiere in quanto
eseguire o concludere”, il più vicino è appunto “colmare”, cioè riempire fino
all'orlo; seguono i traslati di “abbondare” e “implementare”. Questa pignola
analisi, che sarà di tante volte, ci spinge a fornire un senso più pregnante al
vago “compiere”: un “eseguiamo” oppure “completiamo” una sola preghiera
“al Signore” tra le numerose della Liturgia, già basta a svalutare le nostre
versioni scolari; né vale commentarle in modo acritico e a posteriori, dicendo
che, terminato di pregare durante l'ingresso dei doni, si ricomincia: abbiamo
mai smesso prima o durante il grande ingresso? Qui si parla invece di “rendere
una preghiera più piena”, ovvero “implementare”; aumentare una preghiera è
rendere semplice il concetto e restare formalmente fedeli al testo originale.
Vorrei far intendere come suonava un tempo l'invito diaconale, oggi
pallidissimo nelle versioni scolari: si trattava di un'esplosiva comunicazione di
massa; oggi infatti recepiamo il messaggio pubblicitario: “Fai (sic) il pieno nei
nostri supermercati!”; ebbene, il nostro invito poteva suonare alle orecchie dei
fedeli nello stesso tenore: “Facciamo il pieno di preghiere al Signore!”; ad esso
il popolo rispondeva deciso: “Signore, provvedici della tua misericordia!”
(kyrie elèison). Per altri significati di “compiere” vedi COMPIUTO NELLA
FEDE; per la risposta del popolo vedi KYRIE ELEISON.
27.AVVIVANTE, AVVIVATORE, ζωοδότης/живодавечь: se si traduce in
parafrasi l'originale, sarebbe “datore di vita”, che suona come “datore di lavoro”
burocratico o sindacale, “datore a riporto” bancario, “datore di luce”
cinematografico e televisivo, ecc.; questi termini mi sembrano di mestiere, di
prolissità e di prosaicità, soprattutto tecnica. Quanto di visionario occorre alle
traduzioni liturgiche per non somigliare a verbali di polizia, i quali, almeno essi,
hanno le loro peculiarità espressive! questo visionario avvivante, dunque, si rifà
ad avvivare, “rendere vivo, fornire di vita” (Treccani), nel pieno significato del
significato originale. È un aggettivo verbale sostantivato, forma purtroppo rara

18 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


nella nostra impoverita lingua quotidiana. Perfino avvivatore, provvisto di
desinenza prosaica, mi pare più ispirato di “datore di vita”... Vedi anche
RAVVIVARE, VITALE e VIVIDO.
28.BANDO DELLA LEGGE, ἐκ τῆς κατάρας τοῦ νόμου / во клятвы законныя: la
maledizione di cui parla san Paolo in Gal. 3: 13-14 ha in ebraico il significato
di abbandono a sè stesso, nel senso di lasciato fuori dalla comunità legata alla
Legge perché persona esecrata, aborrita, maledetta; sarebbe una scomunica, se
allora fosse maturato il concetto di comunione. "Maledizione" nel nostro
linguaggio corrente è piuttosto di magia e superstizione; di "esecrazione"
manco a parlarne, si diviene populisticamente antipatici. Propongo, nella
cornice poetica del tropario dell'officio dei Dodici Vangeli, il termine bando,
aborrito anche questo dal vocabolario delle cinquanta parole, ma più
avvicinabile a chi si sforza. Il bando è, secondo il Treccani, "Intimazione di una
condanna, proscrizione, e più comunemente la pena dell’esilio ... Per
estensione, mettere al b., allontanare, espellere da una comunità". L'aggiunta di
insito a, con tanto di scuse (sarebbe "insito in", ma la licenza poetica è utile al
ritmo) traduce il genitivo oggettivo.
29.BENEDIZIONE all'anamnesi: “... avendo reso grazie e avendo compiuto la
benedizione...”. L'acquisito è la recita da parte di Gesù delle formule
benedizionali durante la Cena, secondo l'uso ebraico. L'inusuale per le nostre
traduzioni alla lettera è che la benedizione della barakà sia assunta come un
tutt'uno con il ringraziamento (P Grelot: “Regole e tradizioni del cristianesimo
primitivo”, Piemme Ed., 1998; e molti altri). Va aggiunto che “La parola
barakà non fa allusione alle parole di chi trasmette una benedizione, ma
all'attitudine di colui che idealmente piega il ginocchio (in ebraico berèk) per
ottenere questa benedizione, ponendosi nella condizione di ricevere un
beneficio” (mia traduzione da A. Chouraqui, nel commentario alla sua versione
dei Salmi, concorde N. Bux nelle note alla sua “La Liturgia degli Orientali”).
Ho dunque legato più strettamente le due forme verbali senza stravolgere il
testo originale, ma ricorrendo ad una perifrasi quanto più sintetica, come spesso
auspico; per il verbo che regge e unifica ringraziamento e benedizione ho
preferito pregare a “recitare” e “pronunciare”, perché questi due ultimi mi
paiono eludere il legame tra berèk e barakà e sono prosaici. Con questa
versione mi confermo rispettoso del testo della nostra liturgia, ma segnalo che
la versione italiana di uno dei canoni romani, “rese grazie con la preghiera di
benedizione”, è decisamente più diretta e, a buon diritto, antesignana.
30.BENIGNO, BENIGNITÀ, φιλάνθρωπος, φιλανθρωπία /
человеколюбеч,человеколюбие: in italiano filantropia è definita con laica
serenità “Amore verso il prossimo, come disposizione d'animo e come sforzo
operoso, di un individuo o anche di gruppi sociali, a promuovere la felicità e il
benessere degli altri: opere di f.; uomo ricordato da tutti per la sua grande f.”
(Treccani) Non si citano, come spesso per altri termini, esempi di matrice
religiosa. Se leggiamo la definizione di filantropo, sostantivo e anche aggettivo,

19 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


il cielo si annuvola, ma non piove: “Chi sente, sostiene, esercita la filantropia”
(Treccani). Pioviggina se si confronta con il Tommaseo : “Chi ama, o dice
d'amare, gli uomini, perché uomini, non perché creature di Dio e per amore di
Dio (mia sottolineatura). Ma si possono le tre ragioni congiungere; anzi il
Cristiano è più veramente e compiutamente filantropo”; pare di udire un'eco
della polemica tra cristianesimo e teofilantropismo, ma qui,
nell'argomentazione di parte cristiana, al massimo si concede di essere
“filantropi” ai cristiani, e non a Dio. Estrapolando ancora si può ovviamente
dire che Dio è il filantropo per eccellenza, ma a questo punto andiamo al
nubifragio per definizione intrinseca e per consuetudine linguistica. Siamo di
fronte ad un termine che nelle lingue moderne ha perso duttilità, come è
accaduto per “teoforo”. Le stesse lingue moderne hanno fatto disperato ricorso
a vari costrutti per fondere i due concetti di φιλία e di ἄνθρωπος, aprendo la
porta all'ambiguità per via degli aumentati significati di “amore”, della perdita
di sinonimi, della banalizzazione del concetto in sé e del mitragliamento a
vuoto delle sillabe (da due quesiti per parole crociate: “Unisce due cuori:
Amore” e: “È più di un conoscente: Amico”; immediatezza ma superficialità).
A proposito del buon uso dei sinonimi, il Pestelli sconsiglia “filantropia” (intesa
sempre come soccorso di uomini per gli uomini), caldeggiando “carità”.
Riprendendo il filo del discorso, se diciamo che Dio è buono o è misericordioso
(il mio liturgico misericorde), non aggiungiamo mai “con gli uomini” perché
ciò è ben sottinteso; ci si intestardisce però ad aggiungere “con gli uomini” solo
nel tradurre φιλάνθρωπος. “Filantropo” in primo luogo ha perso il suo
significato classico, che era costituito da tre elementi esclusivamente sociali: il
saluto, l'amicizia e l'ospitalità (Abbagnano), per cui in greco vuol dire “gentile”,
così come il nome proprio greco Φίλιππος, Filippo, assomiglia più a uno che
“tratta bene” i cavalli che non ad uno che con essi “intrattiene amore o
amicizia”; con il cristianesimo il nostro termine assume quello della divina e
perciò innata benevola disposizione verso gli uomini, alla pari con la divine
bontà, generosità, misericordia, ecc., egualmente rivolte agli uomini, in quanto
creature amate dal Creatore; per l'uso cristiano dunque si assume il termine
come “parola fatta” e la si adegua a Dio. Qui promuovo, anziché il prolisso e
ambiguo amore per gli uomini, il termine benignità, che nella definizione
contiene l'obiettivo del bene per l'uomo; scrive infatti il filosofo Baumgarten
(XVIII secolo) nell'individuare il più stretto significato del termine, che “la
benignità è la determinazione della volontà a far del bene agli altri”. Già prima
Erasmo da Rotterdam aveva reso φιλάνθρωπος con benignus, una volta
soltanto, nella sua traduzione della Divina Liturgia. In ogni caso la prima
accezione di benigno nella Treccani è la seguente: “Disposizione a beneficare,
a trattare e a giudicare con affettuosa indulgenza”; è qui sottinteso il
complemento oggetto uomo, perché non esiste in italiano una accezione di
uomo benigno con i cani o con i pesci, ecc., né viceversa, se non forzosa. Altre
citazioni dal Tommaseo (Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari): “Benigno, chi

20 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


fa o cerca far bene ad altri. Dolce, chi non offende altrui con parole o modi
bruschi. Umano, chi sente i mali altrui in sè”. Ancora dallo stesso: “Benigno,
chi è tale per moto deliberato dell'animo.” “La benignità è nell'animo e anche
nelle parole e negli occhi, e negli atti; la clemenza nell'animo, nella ragione e
nelle opere. La clemenza s'astien dal punire quando potrebbe; la benignità vuol
giovare, e, giovando, piacere. Benignità è (il sottolineato è mia aggiunta) de'
superiori agli inferiori, ... Benigno (rispetto a clemente, mia aggiunta), dunque,
è più: è cosa più stabile”. “Benigno denota meglio l'amore del bene altrui,
amore che viene da intera e stabile volontà. Benevolo può dirsi di chi soltanto
desidera l'altrui bene, benigno non direbbesi se non di chi, almeno in parte, lo
fa. Ma benevolenza talvolta denota un affetto attuale più prossimo ad amicizia,
ad amore, a carità.” “Benignità, disposizione d'animo a giovare altrui. Suppone
d'ordinario superiorità di grado, di forza o d'ingegno.” “Bontà è amore e abito
del bene; se risiede nella volontà, è benevolenza; se nelle azioni, beneficenza;
nel contegno dolce, facile, generoso, benignità. Benignità è bontà benefica nelle
azioni, graziosa negli atti. La bontà cede, perdona, la benignità cerca le vie del
perdono”. E in ultimo: “Il benigno non dà talvolta, ma piange al pianto altrui;
non maligna sulle intenzioni; ama i miseri”. Notevole la citazione che la
benignità è del superiore verso l'inferiore, come è di Dio con l'uomo; questo
carattere è invece assente, ed anzi contrario, nel concetto di amicizia o amore
per l'uomo. Benigno può non piacere sulle prime, a motivo di una delle sue
accezioni, quella di “non maligno”, che il linguaggio medico usa per le
malattie, ma, così come siamo abituati a declamare insensatezze propalate da
versioni traballanti (non dirò dilettantistiche, non arrivo a tanta perfidia), a
maggior ragione dovremmo approvare questo termine che almeno ha senso
pieno. Esistono ovviamente molti termini composti con “filo-”, che vanno resi,
a mio avviso, con perspicacia; non tutti infatti sono termini a sé stanti, lontani
dalla loro struttura composta: per esempio, nella Liturgia di san Giacomo il
popolo viene detto φιλόχριστος, che traduco popolo ligio a Cristo. Ligio a
Cristo è adatto anche al φιλόχριστος dell'esercito della Roma imperiale
cristiana per la sua disciplina, la quale vietava crudeltà sulla popolazione non
combattente, e per il suo compito di difesa della civiltà cristiana. Quanto alla
valanga di sillabe che vieppiù travolge i testi liturgici in italiano, smorzandone
l'immediatezza, vedansi sopra e sotto le chiose a riguardo, ma soprattutto i tanti
insegnamenti generali sulla nostra lingua del Pestelli: ne sono permeato e grato,
anche se l'ho citato parcamente nella bibliografia; essa avrebbe potuto spaziare
dai severi elzeviri sul quotidiano La Stampa d'altri tempi, sino agli ironici libri
di analisi linguistica e di consigli di buona lingua nella sua turbolenta
evoluzione di fine millennio.
31.BRANDO, палица: alla vestizione del celebrante; nella tradizione russa così si
chiama la sacca romboidale che pende sul ginocchio destro; un tempo era, come
la controlaterale, una custodia per fogli di preghiere e omelie; ora è cucita a
doppio e triplo filo su tutti i lati; è divenuta l'allegoria dello spadone a doppio

21 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


taglio, simbolo della spada dello Spirito (Efes. 6:17), appunto in italiano,
piaccia o no, brando; nel testo di Paolo in realtà c'è scritto “màcheran”
(μάχαιραν), cioè una sciabola corta, ma si sa, quando si parte con le allegorie,
come fermarsi? Brando è forse parola difficile per l'italiano liturgico, o c'è di
mezzo la solita storia del pauperismo linguistico, spacciato per lingua semplice
e comprensibile? eppure è più facile, quanto a dizione e grafia, dell'aliena
“pàlitza”. Un altro termine ormai scomparso nell'infelice lessico liturgico di
parole straniere è fodero (qui per ἐπιγονάτιον/набедренник), cioè, per
similitudine nell'allegoria, la guaina per spada, che si presta a dar nome alla
sacca (o meglio, a ciò che ne resta) quadrangolare, la quale finisce sul
ginocchio sinistro, quando c'è il brando a destra.
32.BUONI FRUTTI DALLA TERRA, ὑπὲρ εὐφορίας τῶν καρπῶν... / о изобилии
плодов...: nella preghiera diaconale iniziale; in greco il sostantivo indica
apporto di buoni risultati, principalmente e originariamente in agricoltura,
dunque “fecondità, fertilità, feracità, abbondanza” (Rocci); l'unico termine qui
appropriato mi pare sia “prosperità”, perché “la fecondità dei frutti” è che essi
siano carichi di semi tali da germinare in nuovi alberi, e non che siano sani,
numerosi o voluminosi; né possiamo pregare sensatamente per la loro
maturazione, cioè che giungano ad essere commestibili senza prima essere
falcidiati, perché anche così non c'è necessariamente “buon apporto” se i frutti
prima di maturare erano scarsi. Trovo inoltre che il proliferare inutile della
preposizione la quale denota il complemento di appartenenza e in più dipende
da sostantivi astratti come “prosperità”, appesantisca e distragga; così è anche
la differenza che passa tra “moltitudine di” e il mio dimolti; nel contesto che ora
esaminiamo mi pare elegante soluzione trasformare il “prosperità di” frutti in
“prosperi” frutti. Risulta però in italiano un che di manieristico in tutta la frase,
che non fa tornare i conti né alla precisione né all'immediatezza: l' ”apporto”
può essere reso meglio con il concetto di provenienza dalla terra e l'affettato
“prosperi” può diventare un lindo buoni. Vedi anche DIMOLTA.
33.BUONO, ἀγαθὸς/благ: in molte citazioni, ma qui, ad esempio, all'esclamazione
dopo la seconda antifona. L'originale termine greco, di prospera radice αγ,
presenta, nelle varie accezioni classiche riferite a persona, il senso di eccellente
valore: valente, prode, perito, probo, forte, compìto e, nelle estensioni
successive, ragguardevole, propizio, favorevole, benefico. Tra queste ultime
accezioni ci sono quasi tutti gli attributi positivi che la Liturgia conferisce a
Dio. Il Masoretico dice piuttosto di un essere teso alla felicità altrui, intesa
come costituita di “beni” e, in seguito, di “bene”. A mio avviso, chi ha tradotto
“benevolo” bene non ha fatto. Elenco le mie argomentazioni. In italiano,
“buono” (così come in latino bonus) è molto più generico dell'originale greco e
arriva anche a significare “gustoso, saporito”. Ovviamente nell'accezione
“moralmente buono” le definizione si circoscrive; dice di buono, in quanto
“persona buona”, il Dizionario della Lingua Italiana del Tommaseo: “Persona i
cui atti corrispondono al concetto di bene... Buono, assolutamente, è Dio

22 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


solo...” Buono è tutto quello che, di Dio, nella Liturgia e nell'innologia già
diciamo con “paziente, indulgente, comprensivo, provvidente, benigno,
benevolo, caritatevole, ecc. ecc.”: “buono” non si aggiunge a questi attributi di
Dio, ma li abbraccia tutti; se dico che Dio è buono e benigno (φιλάνθρωπος),
dico di un insieme denominato “buono” e di un sottoinsieme di “buono”
denominato “benigno”; i due termini sono dunque impari; se dico di una
persona: “È giovane e diciottenne”, il secondo attributo è estratto dall'insieme
“giovane” per precisare di quanto la persona è giovane, ma non è allo stesso
livello del più vasto e completo “giovane”; la logica italiana corretta è la
seguente: “È giovane, è infatti diciottenne”. Quanto a “benevolo”, è di chi
vuole il bene, ma potrebbe anche non farlo, non di chi agisce in bene o
consegue il bene. C'è, in “mite”, un aggettivo che pare adeguato all'argomento;
tale termine si aggiunge comunque agli altri citati che compongono l'insieme
denominato “buono”; si tratta, come accade con “benevolo”, di un altro
sottoinsieme di “buono”; l'analisi di “mite” potrebbe incoraggiare la ricerca di
una terminologia adeguata. Di “mite” in prima accezione il Vocabolario
Treccani dice: “Di persona che ha carattere dolce e umano, disposto alla
pazienza e all'indulgenza”; non dice di soggezione né di correzione, ma di
carattere. Il Tommaseo nel Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari: “Mite chi
non cede alla collera, all'orgoglio o ad una anche giusta severità”. E di
“mansueto”, ritenuto gemello di “mite”, dice il Treccani: “Docile, mite e
trattabile, che non ha natura aggressiva o violenta”, sul modello di animali
addomesticati e non aggressivi; seguono molti esempi di linguaggio. Mansueto
non è gemello di mite, è solo sinonimo; assunto dal modello animale, si
caratterizza nelle accezioni umane per lo sforzo al perfezionamento; sembra
indicare dote non innata, ma conquistata, diversamente da mitezza. Il
Tommaseo dice in proposito: “Nella mansuetudine entrano dolcezza e bontà,
ma non sole: mansuetudine è bontà perfezionata dal costante esercizio; dolce,
uguale, benigna, pronta al bene, a indulgenza, a pietà, moderata, sofferente...
Questo, della mansuetudine in quanto virtù cristiana: ma, secondo l'origine del
vocabolo, c'è una mansuetudine esteriore...” “Mite” mi pare dunque attributo
applicabile anche a Dio, mansueto no; mansueto è invece del Teantropo di
Matteo 11: 29-30. Di tutta la dissertazione resta la segnalazione di fondo, che
buono racchiude in sé anche “mite” insieme con “benevolo” e tutti gli altri
attributi della nostra Liturgia, superandoli. Tornando all'argomento principale, il
vicolo cieco semantico di buono e dei suoi sinonimi particolari non si varca
modulando i significati. Buono rimane il termine più breve, intuitivo e diretto
per il metodo adottato dalla presente versione; non dipendono dal traduttore
tutte le incongruenze verbali e logiche di un testo liturgico; il nostro nel tempo
ha accumulato tante sovrapposizioni ed enfasi, da trovare semplicemente pio il
volerlo semplificare nella lingua ricevente; non è comunque compito del
traduttore emendare un testo. Vedi anche BENIGNO.

23 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


34.CADENZE, φωνῇ/гласом: nelle prima (e lunga) frase della preghiera dopo
l'Ingresso col Vangelo, detta “del trisagio”. La “voce” cui si allude è, a mio
avviso, l'ipòfono, o “ritornello”, cantato dal popolo ad ogni versetto della
salmodia subito dopo l'Ingresso, ipofono che oggi è orfano proprio dei salmi
che esso intercalava e che interamente era noto come trisagio; tale ipofono era
desunto da almeno tre espressioni bibliche in cui si cita il canto angelico della
triplice acclamazione a Dio come “santo”. Senza altre lungaggini, la tautologia
di “cantare per mezzo di una voce” trova in cadenza un senso accettabile; e non
dico poco, nell'esplosione, in tutta la preghiera, di termini e concetti, anche
ripetitivi e non sempre consequenziali, almeno se intendiamo esprimerci, si
perdoni la strana idea, in italiano. Qui dunque il termine ha figura di
sineddoche, parte per il tutto, così come “voce” è parte di “canto”. I nostri
dizionari definiscono la cadenza: “Modulazione della voce e del suono nel
canto, in un passo musicale, nel periodo, nel verso, prima della pausa; clausola
ritmica... Passaggio virtuosistico (composto dall'autore o dall'esecutore e spesso
improvvisato)” e tutto quanto ancora il Treccani espone sull'argomento. Vedi
anche TRISAGIO.
35.CADUTE, MANCANZE, TRASGRESSIONI, INIQUITÀ, PECCATI, COLPE,
ERRORI, TRAVIAMENTI, PREVARICAZIONI ECC.: senza elencare, né
comparare l'originale greco con lo slavonico e l'italiano, sottolineo solamente
quanto sia importante mantenere le medesime distinzioni in italiano,
compatibilmente con la proprietà di linguaggio; l'italiano può permettersi il
bagaglio di questi sinonimi 1) rispetto ad altre lingue moderne, 2) rispetto alla
cachessia che flagella la nostra stessa lingua moderna e 3) rispetto alla povertà
moralistica, prima che espressiva, di chi ha liquidato in soli “peccati” e “colpe”
tutto un travaglio esistenziale dell'anima.
36.CAPIRE E INTUIRE: questi verbi dicotomici mostrano l'incolmabile fossato
fra i traduttori: fare capire contro fare intuire. Per mia esperienza, pochi fedeli
hanno interesse a elaborare cerebralmente richiami biblici, simbologie,
embolismi, formule che siano di parole vaghe e dimesse, o di parole precise e
impegnative; la maggior parte di essi vuole intuire la grandiosa icone liturgica
nella sua totalità e immediatezza. Un grande neurofisiologo chiamava
l'emisfero cerebrale destro “l'emisfero di Dio”, giudicandolo capace di simili
visioni. Eppure, ci viene spiegato, essere “orientati mentalmente a destra”,
come si dice in questo campo di studi, non significa essere spirituali (chissà,
potrebbe significare essere influenzato dalla “Bestia Mediatica”). La
realizzazione spirituale starebbe su un sottile confine tra intuizione e
discernimento. Servono entrambi per equilibrare ciò che Wittgenstein chiamava
il “dire” e il “mostrare” e che Dionigi l’Areopagita ben prima così esprimeva:
“La tradizione dei teologi è duplice, da un lato ineffabile e mistica, dall’altro
palese e più conoscibile… l’ineffabile si intreccia con ciò che può essere
espresso. L’uno persuade e contiene in sé la verità di quello che dice, l’altro
offre, e fonda l’anima in Dio attraverso iniziazioni, che in sé non insegnano

24 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


nulla”. Al traduttore non giova, secondo me, presentare la grande visione della
Liturgia dei Cieli in terra in aspetto dimesso; solo la chiarezza verbale e la
precisione logica ne saranno giuste ancelle, tra ineffabile-intuibile ed
esprimibile-comprensibile, senza pretendere che l'esprimibile, qui inteso come
chiarezza e precisione, insegni alcunché di proprio, ma conduca soltanto a
intuire l'ineffabile.
37.CARNE, σάρξ/плоть: ho lasciato immodificato il termine polisemico, e ciò per
conservare l'immediatezza dei molti riferimenti biblici. A mio avviso l'unica
perfetta traduzione è “stato biologico”: in tali termini spiego il termine nella
catechesi, anche se non introdurrei questo costrutto nelle orazioni. Ci sono
delle accezioni dell'aggettivo corrispondente, “carnale”, che indicano il
coinvolgimento con la vita biologica o, più genericamente, del mondo, per cui
penso che ci si possa permettere la versione con fisico, oppure con terreno,
come accade nella preghiera prima del vangelo o in quella prima della
comunione. Vedi anche DIVINA ESPERIENZA IN TE, E DOMEREMO,
IRRADIA, PER SEGUIRE VITA e VISIONE.
38.CASA, οἶκος/храм: tralasciando l'evidenza di οἶκος e avendo храм,
insindacabilmente, il medesimo significato di “casa” (vedi lo Церковно-
славянский Словар), non dovrebbe stupire se traduco casa e non “tempio”; in
greco οἶκος si differenzia da ναός. Bene fa secondo me il testo slavonico
quando usa solo храм. Come domus, храм evolve in “casa cultuale”, poi anche
“tempio di grandi dimensioni”, “basilica”. Anche per noi credo basti “casa”, per
la solenne semplicità del termine, almeno nella nostra lingua, perché in latino
“casa” vuol dire capanna. Da basilica siamo precipitati a capanna, perciò “casa”
vale per quel che si dice in medio stat virtus; in più, “tempio” può essere luogo
di ogni culto, mentre casa come “abitazione del Signore”, in greco appunto
κυριακόν, dice molto di più: Cirillo di Gerusalemme nelle sue “Catechesi ai
Misteri”, XIII, 26, chiama “spelonche” i luoghi di culto degli eretici, ben
sapendo che all'occhio dell'architettura erano spesso più splendidi degli edifici
ortodossi, ma non ne avevano la sacralità.
39.CHI PRODUCE E COLTIVA ecc., τῶν καρποφοροῦντων καί καλλιεργοῦντων /
плодоносящих и добродеющих: in greco entrambi i termini sono agricoli
(vedasi solo per καρποφορέω: Avacum. 3: 17; Matteo 13: 23; Marco 4:20 e 28;
Luca 8:15; Romani 7:4 e 15; Colossesi 1: 6 e 10 – 7:15); il primo significa
“produrre frutti”, il secondo “coltivare la terra”, che resta sempre la “bella
opera”; solo nel traslato postumo si consente di coltivare sentimenti, arti, ecc.,
come nel latino colĕre. Si può pensare che si pregasse per chi forniva al clero e
ai bisognosi prodotti dei campi e li coltivava allo scopo, forse proprio negli
immediati dintorni del tempio, come oggi accade nei monasteri, oppure in orti
più lontani, ma sempre di pertinenza di una data chiesa; non dimentichiamo
che, anche nel loro pieno splendore architettonico, fino all'era dei grandi
inurbamenti in ogni città c'erano orti, così come intorno alle chiese si
raccoglievano i cimiteri; la prima osservazione spiegherebbe l'avverbio di stato

25 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


in luogo, che io ritengo di circoscrizione, ἐν/во, “entro i limiti di”, e che dunque
traduco presso. Per me è da escludere la traduzione di καλλιεργέω/καλλιεργῶ
con “fare belle opere”, d'arte, artigianato, costruzione e simili, che in greco
attiene a καλλιτεχνέω. Sono inoltre convinto che prevalga l'attività concreta sul
traslato; nulla però, per come è impostata la mia versione, impedisce
l'interpretazione allegorica. Quanto al concetto di produrre, (“pro-duco”), esso
in italiano indica classicamente lo spuntare e il maturare di piante e frutti in
modo spontaneo ovvero naturale (“Il melo produce mele”) o il fruttare o far
fruttare mediante il lavoro nei campi (“Il campo produce mais”; “il contadino
produce ortaggi”). È verbo affine a “germinare”, scrive il Tommaseo. Chi
vuole, o può, legga poi tutta la voce “produrre” del Treccani per i traslati di
questi verbi agricoli. Tengo al senso concreto perché esso è vivo nelle nostre
comunità senza tante allegorie: in varie ricorrenze i fedeli portano in chiesa cibi
preparati solo con vegetali; dopo una preghiera anche per chi li ha offerti in
memoria di defunti o in onore dei santi, i cibi sono benedetti e partecipati ai
convenuti; agli indigenti, poi, essi sono offerti in quantità abbondanti, perché li
consumino subito e ne portino con sé, preesistendo questa pratica di carità al
moderno banco alimentare; né devo citare la preghiera per chi offre il pane e il
vino dell'eucarestia.
40.CHI ENTRA, τῶν... εἰσιόντων ἐν αὐτῶ / входящих в онъ: in questa sequenza, a
causa della peculiarità della lingua italiana che nessun traduttore dovrebbe mai
piegare a rozzezze, il complemento di moto a luogo, espresso sia con l'avverbio
“vi”, sia con il pronome “in esso”, è di fatto un pleonasmo; ho ritenuto pertanto
abolirlo. Noi italiani, se parliamo di una casa e di gente “che entra”, intuiamo
che questa gente entra proprio all'interno di quella casa, salvo precisazioni di
necessità; tanto vige sia per la lingua parlata che per quella scritta. La
caparbietà di tradurre alla lettera porta a comporre un testo legnoso, a volte
comico, da “vieni avanti, cretino”. È bene, a mio avviso, che alcuni nostri
illustri traduttori, anche stranieri, prendano in benevola considerazione che
l'italiano, lingua che ospita le loro fatiche intellettuali, tende a “risparmiare”
sillabe e costrutti ridondanti perché analitica; essa cerca in questo modo gli
stessi pregi delle lingue sintetiche. Mi si corregga solo in due casi, se provati: 1)
se la lingua liturgica originale sia intoccabile, per cui non sia permesso tradurla,
2) se sia lecito maltrattare una lingua ricevente strutturatasi in un millennio da
una poderosa letteratura; comprovato uno dei due casi, si concluderebbe per
l'inutilità di ben tradurre anzi, semplicemente di tradurre. Sono però confortato
dalla tradizione russa, che nel corso della sua storia ha tradotto testi sacri in
centinaia di lingue rispettandole tutte, ed è tuttora alacremente all'opera,
lasciando indietro pretese di razze e lingue elette da Dio.
41.CHIESA CATTOLICA, καθολική/соворная: giungono di tanto in tanto echi di
contestazioni di questo aggettivo italiano di etimo greco, recitato nel Simbolo
della Fede e in varie preghiere; la contestazione deriva da una confusione
ingiustificabile tra “Chiesa Cattolica” in sé e “Chiesa Cattolica Romana”.

26 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


Questo accade quando una lingua liturgica è ritenuta superiore ad altre e quando
si ha poca fiducia nell'uso liturgico delle lingue moderne: ne ho un'abbondante
esperienza personale. Penso comunque che se un'intera comunità fosse mai in
buona fede costituita da tenaci avversatori di “cattolica”, per loro suggerirei,
provvisoriamente, irenicamente e prudentemente, plenaria, certamente non
“universale”. Pochi conoscono origine e vero significato di “cattolico”, tanto da
permettersi di insegnarlo: vanno a parare verso universalità e conciliarità, che
sono strette conseguenze, ma non essenza, del termine: ecco un altro impegno
per una autorevole catechesi in italiano. Si voglia all'uopo prendere in benevola
considerazione quanto il Dizionario Treccani recita di plenario: “1. Pieno,
completo, totale... 2. Che si estende a tutti i componenti di un organo o di un
corpo collegiale, specialmente con riguardo a riunioni a cui intervengono tutte
le persone che ne hanno diritto: seduta, adunanza, assemblea, convocazione
plenaria, e simili”. È la traduzione molto vicina a καθολική/соворная.
42.COL TUO SPIRITO PIENAMENTE SANTO σὐν τῷ παναγίω... σου πνεύματι /
со пресвятим … твоим духом: il superlativo di “santo”, reso in greco in vari
modi, ma qui con il prefisso παν-, ha in italiano il classico suffisso in “-issimo”,
oppure “molto”, “più che” e, solo per la Madre di Dio, “tutta-”, essendo
l'espressione “tuttasanta” accettata dai dizionari esclusivamente per indicare la
sua persona. In particolare, attribuisco allo Spirito la formula pienamente santo,
sempre con valore di superlativo (vedasi lo stesso valore grammaticalmente
riservato al “veramente santo” di alcune preghiere in italiano di rito latino); il
motivo di questo superlativo sta nella piena divinità e totale condivisione di
essere in sé che spetta allo Spirito nella Trinità, come scaturisce dalle ortodosse
formulazioni teologiche. In altri termini, dire che lo Spirito è “molto santo” o
“santissimo”, lungi dall'essere un'iperbole di “santo”, vuole evidenziare il
robusto concetto della sua non sminuibile parità nella Triade. Di questa analisi,
forse pignola, si avvale anche la ricerca espressiva della nostra lingua liturgica,
che sempre io rifiuto di appiattire su espressioni pallide e formali. Se questo è
spacciato dai detrattori come “poesia” (che, se potessero, chiamerebbero meglio
poeticismo) e “arcaismo”, e magari fosse lirismo, ne sopporteremo il fastidio
senza indietreggiare.
43.COMPAGINE IN CRISTO DEI DIACONI, τῆς ἐν Χριστῷ διακονίας / во
Христе диаконстве: nella preghiera diaconale iniziale e in alcune preghiere
sacerdotali. Con questa versione sento di avere sfidato oltre misura i detrattori
dei termini liturgici elevati e i miei detrattori personali, che accusano le mie
traduzioni di “poesia” e “arcaismo” (riferisco alla lettera). Nello specifico, nel
testo in esame si denota subito la necessità di esplicitare nella versione italiana i
termini astratti di “episcopato, presbiterato e diaconato”, i quali indicano una
carica, ma molto meno un insieme di persone; ho voluto assegnare al
decrescente elenco degli ordini sacri, il crescente impegno a mano a mano che
si restringe l'ambito di lavoro “sul campo”; così assieme è per i vescovi,
collegio per i presbiteri, compagine per i diaconi. Nella fattispecie, compagine è

27 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


quella oscura e sovversiva parola che indica, in italiano, “La connessione di
varie parti, unione intima di più elementi che costituiscono una struttura, e
l'insieme stesso delle parti strettamente connesse” (Treccani); esempi riferiti a
persone, sempre dal Treccani: compagine del governo, dello stato, dell'esercito,
dei giocatori; se ogni italiano parlamentare, ministro, funzionario, militare o
sportivo sa dunque che cos'è una compagine, perché anche i nostri ortodossi
italofoni non possono fregiarsi di tanto sapere? Per la Chiesa, la compagine dei
diaconi è la “La Squadra” per eccellenza, quella dei servitori in Cristo del
popolo di Dio “sul posto”, compagnia motivata e solidale che tra gli altri
compiti svolge anche quelli liturgici di guida alla preghiera comune. Siccome il
termine è assolutamente italiano e non affatto desueto, cito per pauperisti e
poverini la forma “compàge”: questa sì, è la forma arcaica e poetica del
termine, e qui avrei voluto risparmiarla loro, temendo che se la leggono poi
svengano. Rassegniamoci dunque: la Divina Liturgia non è la messa romana
delle sei di mattina, che non a caso i francesi chiamano petite messe.
44.COMPIUTO NELLA FEDE, ἐν πίστει τετελειωμένου / в вере скончавшемся,
alla preghiera dopo la consacrazione; in questo participio perfetto medio-
passivo di un generico “finire”, non vedo errata l'accezione di “defunto” come
di chi “ha finito la vita”; qui però penso debba prevalere l'accezione di “ri-
finire”, cioè “perfezionare”, “completare”, specie a causa della coniugazione al
perfetto del participio. L'espressione, così intesa, pervade tutta la sacra scrittura
per culminare nelle numerose citazioni paoline: quella che ci riguarda
direttamente è Ebrei, 12:23. Sebbene la Scrittura da sola sia capitale, mi
permetto di aggiungere a questa e all'analisi grammaticale alcune
considerazioni di logica: uno “spirito” come qui descritto, si intende già spoglio
del corpo, per cui uno “spirito defunto” dice che è lo spirito ad essere morto:
cosa diversa è dunque lo “spirito di un defunto”; dire di uno spirito compiuto
nella fede, è invece affermare che lo spirito del giusto è stato completato
rispetto ai suoi limiti terreni dalla Grazia, a motivo della fede: ἐν in questo caso
sarebbe in greco un ebraismo, penetrato nella κοινή attraverso la LXX,
complemento di mezzo o di causa e non di circoscrizione o di stato in luogo.
Continuando nell'analisi dei significati, la circonlocuzione “che ha compiuto la
sua vita”, se è considerata adeguata, è però lunga 6 parole ovvero 10 sillabe, e
in più comporta un errore, perché si dovrebbe dire “la propria vita”; inutile poi
infierire su chi ignora che il possessivo in Italia si elimina se ovvio; tutte queste
versioni producono una sbobba indigeribile per la nostra lingua e per la serenità
della preghiera in sé. Ci sono poi altre espressioni, basate più sul senso della
forma media del verbo che non su quella passiva e comunque corrette in sé: per
esempio, “(che è) arrivato/giunto alla perfezione”, e simili; ebbene, mi
sembrano egualmente prolisse. L'idiotismo “portato alla perfezione” presso un
italiano che parli italiano vuol dire “incline per natura alla perfezione”, come si
è portati all'ira, o alla scultura, o alla danza: diversamente, bisogna dire
“condotto alla perfezione”. “Reso perfetto in fede” significa altra cosa che

28 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


“nella fede”, perché quell'espressione vuol dire “a fiducia”, ovvero “sulla
parola”, che sia propria oppure di un garante; se ne deduce che tale espressione
nel presente contesto è fuori luogo; se invece “in fede” è posto in un contesto
non isolato e ben circostanziato, allora potrebbe sì assumere il significato di
“per mezzo della fede”. Ora basta infierire sulle traduzioni di fortuna, torniamo
a studiare. Vedi, per l'uso di “in fede”, IN FEDE UNANIME.
45.HAI PROMOSSO χαρισάμενος/даровавый: qui, nella terza preghiera delle
antifone, e dovunque il verbo χαρίζω, soprattutto nella forma media, regga un
accusativo di complemento oggetto e un dativo di complemento di termine, può
anche essere tradotto con "dare", "offrire", con complemento oggetto in genere
di cose non materiali. "Offrire preghiere" è un melenso barbarismo per
"porgerle", è acirologia in traduzioni maccheroniche dall'inglese, sempre più
frequente a causa dei traduttori automatici e dell'ignoranza della lingua patria; l'
"offire" a noi preghiere da parte di Cristo è dunque espressione "bruciata", per
cui verto con "proporre preghiere" nel suo estensivo di promuovere. Ritengo qui
si predichi che Gesù ha promosso, nel senso di "caldeggiare, dare impulso,
favorire, incoraggiare, sostenere", ai suoi discepoli un determinato ordine di
preghiere per celebrare l'Eucarestia, ordine sintetizzato nel kerigmatico "Fate
questo in memoriale di me". Contestazione: Promuovere non è traduzione alla
lettera. Risposta: Promuovere presso i discepoli determinate preghiere è una
forma di "offrirle spiritualmente" con un senso preciso e perfettamente
comprensibile qui ed ora, soprattutto ora, cioè nella mentalità attuale: chiedete
in giro, come ho fatto io, che cosa intuisca o, se no, comprenda, il fedele,
quando Gesù gli "largisce" o "concede" preghiere: c'è chi definisce astrusa
questa frase, c'è chi, acritico oppure compiacente, la prende per buona e si
arrampica sui vetri a spiegare che... non ne ha capito nulla; c'è infine chi non si
chiede nemmeno come e cosa stia pregando, ma è solo affascinato da un
linguaggio che, tradotto com'è scolarmente, egli spaccia per misterico; è
necessario ricordare a tutti costoro che solo traduzioni del genere qui proposto
garantiranno la sopravvivenza dell'Ortodossia in Italia presso figli e nipoti,
anche di genitori e nonni di dura cervice. Quanto poi molto in alto si tenga a tae
sopravvivenza, questo è l'attuale vero interrogativo dell'Ortodossia in Italia.
Vedi anche LARGIRE e DONATA DI GRAZIA.
46.CONFESSARE E PROFESSARE, ἳνα...ὁμολογήσωμεν / да исповедим: si tratta
di sinonimi, che però nell'uso liturgico si differenziano. “Confessare” è
“riconoscere”, sia i propri peccati, sia la grandezza di Dio, mentre “professare”
è “esternare”, “dichiarare pubblicamente” ciò in cui si crede. Il primo verbo dà
l'idea di un atto interiore; il secondo ha un aspetto prevalentemente esteriore,
come indossare una divisa, mostrare un distintivo. Il greco ὁμολογέω (“parlo in
modo eguale”, cioè senza ambiguità) significa 1) andare d'accordo, convenire,
concordare, e da qui 2) ammettere, riconoscere, confessare e, in deriva di
accezioni, “celebrare”, “lodare, “glorificare”, e ancora 3) “avere a che fare”,
“avere relazione”, fino a “omologare”. Quasi tutti queste accezioni in genere

29 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


reggono un caso indiretto, ma il gruppo 2) regge classicamente il caso diretto.
Nella LXX invece il senso si restringe a “riconoscere”, sia il male fatto, con
rammarico, sia il bene divino, mediante fatti e parole, e regge prevalentemente
il dativo; in quest'ultima accezione presenta il verbo anche col prefisso ἐκ (ἐξ),
che palesa il prorompere dell'azione. Dal NT in poi con lo stesso senso torna a
reggere l'accusativo. In latino confessare e professare sono sì distinti nel
significato, e la radice fat sostiene entrambi i due concetti, come in greco.
Cicerone ironizza su Catilina giocando su quanto ho descritto: “Tanto volentieri
egli confessa, che pare professi”. Tutte le scritture, non solo i Salmi, riportano
in latino esclusivamente confiteor col dativo. I dizionari di italiano moderno
non ci aiutano molto a distinguere tra i due termini, ma il Dizionario della
Lingua Italiana del Tommaseo ci ricorda che “Dall'idea di professare viene il
senso religioso di confessare Dio, riconoscerlo Bene sommo, dimostrargli in
fatto e in parola la riverenza e l'amore”. Vedi anche ACCORDO ecc., CON
FEDE UNANIME e PORGIAMO CARITÀ ecc.
47.CONFIDENZA CON, παρρησία/держновением, nell'accezione di “parlare con
schiettezza”. Va da sé che in italiano “confidenza con q.no” è diverso da
“confidenza in q.no”, sapendo che entrambi i costrutti ricorrono nelle nostre
preghiere.
48.CONOSCENZA DELLA VERITÀ IN TE, τὴν ἐπίγνωσιν τῆς σῆς ἀληθίας /
познание твоея нстини: nella preghiera della terza antifona e in varie altre
preghiere, nonché in molti tratti scritturali. Il dilagante relativismo impone che
questo e simili passi, come per esempio “tua verità”, “tuo mondo”, vadano
caratterizzati nelle traduzioni; il pericolo è quello di assecondare nelle preghiere
interpretazioni anomale, per esempio quella di “una tua verità”, la tua versione,
cioè, tra le tante verità che si possono affermare. Vedi anche QUESTO TUO
MONDO.
49.CONSENTIRE, καταξιóω/сподобить: come sinonimo di “degnare”; compio lo
stesso procedimento che ho assunto con ἰκανόω/удовляты, rendendo con
approvare. Escludo l'accezione di “rendere degno” o, al passivo, di “essere reso
degno”, moralista, pedante, di molti termini, tortuosa e non corrispondente, a
mio avviso, al profondo significato. Se infatti valutiamo ἄξιος, ci rendiamo
conto che il lemma è modificato dal prefisso κατά per modulare un significato
diverso; abbiamo esempi anche nello slavonico con сподобить, che non passa
attraverso la radice di достоиный. “Consentire” è soprattutto uno dei tanti
termini che propongo come anti-valanga di sillabe. Vorrei altresì ammonire che,
appartenendo alla categoria dei volitivi, questo verbo nella frase implicita
richiede “di” davanti all'infinito. Vedi anche APPROVARE e MERITARE.
50.(COSE) ADATTE, συμφέροντα/полезных: nelle preghiere diaconali. Il verbo in
greco al participio presente, non vuol dire alla spicciolata “essere utile”, bensì
“portare insieme”, con molti traslati; nell'accezione di “confarsi”, il participio
presente è “confacente”, cioè “che facilmente si adatta o diviene adatto”.
Adatto, cioè “che risponde a un determinato scopo, conveniente, idoneo”, è più

30 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


semplice e diretto, si converrà, di “confacente”. Chi prega così ha certo in
mente molti bisogni materiali, anche gravi, ma li esprime specificamente in altri
momenti della liturgia o nelle altre preghiere comuni e private; qui invece si
prega esplicitamente, senza nulla elencare, per il bene opportuno alle nostre
anime, che Dio già conosce e che certamente incrociano anche gli affanni
terreni; tradurre “utili”, oggigiorno è significare soltanto “soddisfacenti bisogni
materiali”, addirittura di lucro, ma soprattuttto adombra che siamo noi a
decidere cosa vada bene alle nostre anime, e non Dio; ne deduco che “utile” è
qui termine non adatto.
51.COSE BELLE, τἀ καλὰ/добрых: nelle stesse preghiere diaconali di cui sopra,
poco prima di “e adatte”: anche conoscendo il significato in greco di καλὸς, si
suole tradurre con “buone”; il motivo sarebbe una presunta concretezza di
richieste; proprio la concretezza o meglio, la specificazione delle richieste
manca qui, come ho già commentato poco sopra. In altre preghiere si chiede di
tanti nostri bisogni, perché l'Adamo fuori dall'Eden è un essere bisognoso; qui
però vedo la richiesta di aiuto a superare il bisogno e a gustare la bellezza del
Regno già qui sulla terra. Poiché è impensabile che Dio distribuisca cose cattive
mascherate di bellezza, le cose belle di Dio sono anche buone e adatte “alle
nostre anime” nostalgiche dell'Eden. Già al maltrattato Compendio non era
sfuggita questa versione con “Doni belli”. Solo che allora non c'era p.
Ambrogio (Cassinasco) ad avermi suggerito di dar conto di ogni particolare,
specie se controvertibile, delle mie versioni; gli sono oggi molto grato. In
aggiunta, questi articoli sono divenuti una sorta di autocoscienza per me, e forse
una croce per chi li legge; ma di tutto questo chiedo comprensione.
52.COSÌ CHE ATTUINO, ὣστε γενέσθαι … εἰς / якоже бытн … во: confermo dal
vilipeso Compendio (e averlo vilipeso ha aperto la stura a tante versioni in tante
lingue creole: bastava solo una revisione comunitaria), confermo, dicevo, la
versione di attuare in quanto “far passare dalla potenza all'atto” (Treccani).
“Divenire” è ben più incerto e nebuloso, direi quasi casuale, di attuare. Nello
stesso contesto, poi, “tramutare” è improprio: se una cosa si tramuta in un'altra,
lo fa empiricamente, radicalmente, palesemente e selettivamente, non nello
spettro di un atto misterico; ma è il concetto stesso della trasformazione che
sconcerta: i doni si trasformano in corpo e sangue, corpo e sangue si
trasformano in purificazione, remissione, comunione, ecc., senza discernimento
di termini e concetti: tutto ciò, per fortuna, solo in creolo, non in italiano. La
versione con “trasmutare” mi vede meno critico, perché termine di
“sostituzione” e non di “trasformazione”; resto però diffidente perché è un
termine dotto: certo non è sconveniente, ma lo diviene quando non è necessario
perché c'è di più semplice e non ambiguo; più che non necessario diventa
stucchevole quando insinua la cultura della speculazione a noi estranea su come
i doni offerti siano cambiati in corpo e sangue di Cristo. Vedi anche TI SEI
COSTITUITO.

31 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


53.CREDO: del simbolo della fede esistono varie formulazioni; si può dire senza
smentita che ogni comunità ortodossa in Italia ha confezionato in italiano,
spesso in creolo, un proprio testo, con molte varianti di terminologia, costrutto,
punteggiatura, ecc., desunte, con maggiore o minore rozzezza, dalla versione
della Conferenza Episcopale Italiana della Chiesa Cattolica Romana. Questo
andazzo è esattamente l'opposto del professare unanimemente una formula
universale: felici quelle comunità che lo recitano solo nella propria antica
lingua liturgica! Qui dunque sia consentita anche a me una revisione della
versione del Compendio, nelle more che maturi il miracolo di un simbolo
unico; questo sarà pensabile dopo incontri e ragionamenti interortodossi,
auspicabili tra soli italiani italofoni; si dovrà poi rinunciare a imporre dall'alto
un dittatore, un raccomandato o un Cagliostro come “Sommo Traduttore
Unico” in qualche finta commissione. Ma chiederei troppo. Tornando al nostro
testo, il punto più controverso, ma non il solo, penso sia quello del
“consostanziale”, detto anche “consustanziale”, “coessenziale”, “della stessa
sostanza”, ecc., su cui rimando alla voce “IDENTICO”. Rinuncio a motivare
tutte le altre peculiarità della mia versione, punteggiatura compresa, perché ciò
richiederebbe una lunga trattazione. Nel frattempo raccomando a chi non teme
gli steccati la monografia in italiano di Silvano Livi: “Attualità del Simbolo –
Una lettura ortodossa del Credo Niceno-Costantinopolitano”, Franco Angeli
editore, Milano, 2007. Vedi anche CHIESA CATTOLICA, IDENTICO e LA
CONGIUNZIONE E ecc.
54.DA CELATE SCHIERE: la versione riguarda l'inno cherubico in forma ritmica
su canto sillabico, con emistichi uguali e sillabe accentate almeno sulla quinta
sillaba del versetto, e, quando possibile, anche sulla terza; le comunità
monolinguistiche immigratizie dotate di cori professionali forse hanno di
meglio a confronto di questa versione, ma se il coro è monodico, non
professionale e usa l'italiano come lingua cementante (che strano, esistono
comunità ortodosse che sono multietniche e, ancora più strano, che convivono
pacificamente nella lingua locale), bisogna proporre soluzioni utili. Di questa
versione ritmica cito ora soltanto il celate, aggettivo del sostantivo schiere ma
con funzione avverbiale sul verbo scortate; ho scartato il pesante avverbio
“invisibilmente”, sia per il numero di sillabe, sia per la parte preponderante che
assume senza diritto in tutta la frase, sia per la semantica inadatta al pensiero
corrente (abbiamo troppe cose invisibili da gestire, noi moderni: scientifiche,
parascientifiche, fantasiose e fantascientifiche, e poche spirituali); per questo
penso che le traduzioni letterali, se non dogmaticamente necessarie, non aiutano
alcun aspetto della vita liturgica, ma soprattutto non aiutano l'intuizione. Il
verbo “celare”, a riprova dell'aderenza al testo originale, è, come prima
accezione per il Treccani, “Nascondere, tenere nascosto alla vista d'altri” (la
sottolineatura è mia); chi cela o palesa gli angeli è comunque Dio, mentre la
semantica di “invisibile” è: “ che in sè non si può vedere”. Segue l'accusa di

32 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


arcaismo e poeticismo? sarebbe giustificata solo se avessi scritto “ascose”; per
il resto si tratta solo di buon italiano. Vedi anche E RICEVEREMO.
55.SENZA PRIMA NÉ PRIMO ἄναρχος/безначалный: parlando del Padre che
non ha principio, molti sono i termini candidati a ben tradurre. Eterno non
specifica “da che lato” sia l'eternità, come potrebbe essere ab aeterno di cui
diremo; da noi eterno ha due accezioni, 1) “che non ha né principio né fine”, 2)
“che non ha mai fine”; come lo si possa forzare al solo “che non ha principio”,
non so. Servirebbe al nostro scopo un termine 1) che sia inversivo del solo
principiare e 2) che non si identifichi con “eterno”, secondo una semantica
pauperistica; il primo punto è arduo da attuare, se non vogliamo naufragare in
qualche struttura deprivativa, comunque non inversiva (parleremo della
preposizione “senza”); il secondo punto è più facile da risolvere, ma richiede
una lunga riflessione. Nel suo essere eterno il Padre anche non ha mai fine:
“eterno”, dunque, elude la pregnanza di ἄναρχος. La seconda accezione di
ἄναρχος è “che non sottostà ad alcun potere”, cioè “non subordinato”, tutt'altro
che “anarchico”, perché in realtà indica il Padre non solo come non
subordinato, ma asseverante come mònarchos, “unico principio” della divinità
trina. Sono critico con la versione “senza inizio”, pazienza per il “senza”, ma
soprattutto per “inizio”. “Senza” (dal latino absentia) indica pur sempre
assenza, carenza, concetto deprivativo secondo me inappropriato agli attributi
divini, anche se si tratta di assenza di limiti: ci vuol poco, se male usato, a
sgretolare il concetto qui in esame. Erasmo da Rotterdam traduce principio
carens, ma careo ha senso più vasto rispetto al nostro “essere privo o carente”,
è anche “far senza, non valersi” ed altro ancora. In altre versioni latine, per
esempio nei trattati teologici in latino dell'epoca patristica, non trovo né
traduzioni né interpretazioni: solo anarchos, traslitterato ma non tradotto. Mi
sembrano poi meno inadeguate le sfumature di esclusione e di esenzione, se ci
si chiede chi mai escluda o esenti Dio. Tengo a segnalare il termine
“imprincipiato” che, assente nei dizionari moderni, è termine teologico che
compare nel XVI secolo, quando ancora la nostra lingua era creativa e insieme
didattica. Ci sarebbero poi ab aeterno e il suo vernacolare “abeterno”, entrambi
inafferrabili ai più, e “preeterno”, inesistente nei dizionari qualificati e
tollerabile solo se si accetti il malfermo concetto di “prima dell'eternità”; per
chi nei testi liturgici cerca poetica o aulicità e li confonde col buon cursus, può
invece essere appetibile, perché termine accettato solo in poesia: si tratta in
realtà di προαιώνιος/превечный, ante saecula, “prima del tempo”, forma
assertiva dell'inversivo ἄναρχος/безначалный. Infine c'è “aprimordio”,
neologismo come tanti altri. “Aprimordio” risulta non eccezionalmente
composto da un prefisso greco e da una radice latina, come ad esempio il
termine teologico e filosofico “atemporale”, o come quello tecnico
“radiofonico”, e come altre miriadi; un colto e stimato amico me ne ha inviato
un lunghissimo elenco fulminando chi, convinto di sapere l'italiano, contesta la
doppia radice. “Aprimordio” presenta, nel suo piccolo, oltre un trentennio di

33 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


consensi sia nel metodo (introdurre i neologismi solo dopo aver perso i conforti
dell'italiano corrente), sia per intuibilità, almeno in ambiente interessato o colto.
“Aprimordio” ovviamente non è presente nei dizionari accreditati e purtroppo
risponde solo al requisito di “che mai ebbe primordio”; ignora cioè la seconda
accezione di ἄναρχος, “non subordinato”, “indipendente”, e finisce per
somigliare a fără de început rumeno. L'editto emesso da un paio di
proibizionisti di neologismi e buoni solo a odiose prefazioni non mi fa sentire
né fuorilegge né dilettante, almeno nel mio ambito di italiano colto e ortodosso
che traduce per gli italiani: impoverire il linguaggio liturgico è per me
inammissibile, perché esso si è formato sulla patristica nella precisione
teologica; renderlo intuibile alla mentalità moderna è invece doveroso, anche se
laborioso; confermerei dunque “aprimordio”, se non fosse per il limite già
esposto del mancato doppio significato. Ci sarebbe ancora l'aggettivo assoluto.
Di esso il Treccani recita, negli usi estensivi, alla voce “In filosofia”: “Ciò che
ha realtà per sé stesso, che non dipende cioè da altro ed è incondizionato”; oltre
a questo significato, presenta l'altro di “compiuto in sé e per sé, perfetto...; in
particolare, nella filosofia greca, ciò che, sottratto alle vicende del divenire, è
per sé stesso compiuto e perfetto”. Il termine nel '700 entra nel linguaggio
politico a indicare il potere incontrastato dei re nazionali; già Plotino in
filosofia con ἀπόλυτος, e in teologia Agostino d'Ippona e poi Niccolò Cusano
con absolutus, avevano attribuito il termine a Dio in quanto “non soggetto,
svincolato, da qualunque limite”. “Assoluto”, anche secondo lo Церковно-
славянский Словар, potrebbe essere il concetto più vicino a ἄναρχος. Quello
che io esprimo e lo Словар descrive non concordano però con l'immaginario
moderno, presso cui il significato di “assoluto” oscilla, senza appelli, fra
“tiranno” e “imprescindibile”; anche le mie consultazioni e interviste su
“assoluto” sono dissuasive. Altra soluzione da suggerire è da sé esistente,
correlato al concetto di aseità, “Qualità o carattere dell'essere che ha in se stesso
la causa e il principio del proprio essere, cioè di Dio” (Dizionario di Filosofia di
Nicola Abbagnano); è espressione certamente intellettuale. La lezione che ho
ricavato da tutta la disamina è che la riproduzione esatta e monorematica di
ἄναρχος, come di tanti altri termini, è impossibile, mentre ci sono situazioni in
cui bisogna adeguarsi a formule polirematiche: mitigherà la prolissità una
terminologia immediata, evocante, non certo elusiva come “eterno”. Io ho
elaborato un'espressione poliremica sì, ma sintetica, e immediata, quasi da
gergo dei media; spero che risulti intuitiva, come sono tutte queste formule del
mondo greco: si tratta di senza prima né primo, che dice di entrambi i
significati del nostro greco teolologico. Il συν-άναρχος / со-безначалный può
essere reso più breve e con come (ad esempio, senza prima "come" il Padre),
oppure al pari di, sino a in una con, oppure, quando c'è vicinaza stretta con
l'apposizione riferita al Padre, semplicemente ed elegantemente con il solo "pari
a lui". In conclusione, contesto sia “eterno” che “senza inizio”, non pregnanti,
ritengo “imprincipiato” non proponibile, “assoluto” molto vicino ma non

34 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


evocante, da sé esistente intellettuale e senza prima né primo quanto possibile
breve e intuitivo. Vedi anche ATEMPORALE e PRIMA DI SEMPRE.
56.DA SEMPRE ἀπὸ τοῦ αἰῶνος / от века, dal salmo 92:2 dei LXX, alla velatura
del pane durante l'offertorio; ἀπὸ col genitivo ha significato non solo di
provenienza, ma anche di antecedenza e perfino di esclusione nonché, per
ebraicismo, di comparativo (vedasi il salmo 92 LXX versetto 3, che solo per
una diversa punteggiatura, inesistente nell'originale, diverge dal masoretico):
qui dunque può voler dire “tu esisti” 1) “da quando c'è il secolo”, 2) “da prima
del secolo”, 3) “superando il secolo.” La preesistenza di Dio al mondo per il
salmista ispirato e per tutti i credenti è un concetto fondamentale, dunque per
me è buona la 2). Ho attinto il da sempre dalla formula da prima di sempre, che
pure userò; mi è parsa, questa, immediata e comprensibile, lievemente ardita
perché solo del parlato o magari del giornalistico; a volte l'ho modulata in da
prima “del” sempre quando il senso di eternità “a partire da una qualche
temporalità” gridava al paradosso. Vedi anche ASSOLUTO.
57.DA TE: 1) alla preghiera del sacerdote e alla preghiera diaconale alla seconda
Antifona; traduce παρὰ σοῦ, “proveniente da te”, “da parte tua”, secondo me
con riferimento agli aggettivi “grande e abbondante” e non al sostantivo
“misericordia”, almeno se ci è permesso di serbare il testo greco (ci fu chi mi
raccomandò di tradurre solo dallo slavonico...). Ai fini di immediatezza e di
proprietà di linguaggio, tradurre παρὰ σοῦ con “tua” sarebbe dunque inesatto
perché così risulterebbe riferito proprio a “misericordia”. 2) In questa preghiera
si ripete il sostantivo “misericordia”; la prima delle tre ripetizioni è causata in
italiano dall'assenza di un termine unico per “usare misericordia” (essendo
perduto “misericordiare”); le altre due sono parte in causa dell'instabilità
strutturale che colpisce tutte e tre le preghiere antifonali; per armonizzare le
ripetizioni e dare un senso specifico almeno alla terza “misericordia”, ho
trasformato l'articolo determinativo, che in greco la accompagna, in aggettivo
dimostrativo; l'operazione non è affatto insolita nelle versioni dal greco,
avendone l'articolo un antico e mai spento significato dimostrativo: ...esso
attende questa misericordia, (quella già citata) da te grande e abbondante. Se ci
si attiene solo allo slavonico, immaginandolo fonte primaria e ignorando il
greco, visto che colà manca l'articolo, occorrerà una dose di misericordia in più.
58.DAMMI LA FORZA DI, ἐνίσχυσόν με ... ἵνα / укрепи мя … на, nella preghiera
di ingresso al santuario prima della presentazione dei doni: nell'originale il testo
intero ha una sintassi complessa, e la traduzione letterale in una lingua romanza
la complica di molto. Possiamo avvistare gli scogli per salvare la nave: 1)
ἐνισχύω come “rafforzare”, non è pregnante, perché non si tratta di strutture
materiali a puntello, difesa o sostegno; se è “fortificare”, ha un senso
maggiormente spirituale, ma “fortìficami”, bisdrucciola, entra nella categoria
delle dizioni perigliose, togliendo molto alla scioltezza di linguaggio e alla
gravità spirituale (il comicissimo “benedèttolo”, pur solo sdrucciolo, insegna);
se è “temprare”, presenta modalità imperfettiva, dunque non puntuale e dunque

35 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


impropria; dammi la forza è sì una perifrasi, ma breve e pregnante; presenta
modalità puntuale ed immediatezza, insiti nell'idiotismo stesso. 2) “Affinché”
(ἵνα), è la tomba di ogni preghiera, a causa di lunghezza in sillabe, pesantezza
pomposa e sapore burocratico (la perla liturgica rimane sempre il “pregare
affinché”); il contestato avverbio è però richiesto per le secondarie finali
esplicite; come si vede, il groviglio sintattico, di stile e di immediatezza si
presenta inestricabile in italiano, per cui ci vogliono le maniere forti con un
dammi la forza: esso può reggere la finale implicita con la preposizione di
senso finale di; così anche lo scoglio di “affinché” è superato. 3) L'inciso nella
finale, nell'imminente tuo servizio è anteposta al verbo principale ἐνίσχυσόν με
per non intralciare il percorso logico; lo stesso tuo, riferito a servizio, nella
presente versione assume chiarezza ed evita l'ambiguità semantica tra “dedicato
a te” verso “eseguito da te”. 4) Ancora a fini di immediatezza, poco si può fare
per i ridondanti aggettivi; si possono però rendere con il minor numero di
sillabe e la maggiore immediatezza possibile. L'avverbio
ἀκατακρίτως/неосужденно in italiano è classicamente e ambiguamente “senza
condanna” (c'era colpa e si è già stati assolti? c'era colpa e ora si chiede
assoluzione? si è del tutto privi di colpa?), ma nell'intuizione il buon senso deve
prevalere, anche per non dover sottoporre il testo a contorsionismi inutili (per
esempio con “in modo ineccepibile”). Vedi anche LUNGI DA CONDANNA.
59.DECORO, σεμνότης/чистота: qui si tratta, credo, di un modo di condurre
insieme una vita calma e tranquilla, con ogni pietà (piětas) e dignità, che
coinvolga non solo il singolo, ma tutta la comunità di cristiani: il termine per
me giusto è decoro; si tratta dunque di pubblici valori cristiani come purità,
onestà, probità, serietà, ecc. Decoro è tutto questo, a voler credere almeno al
Treccani, ed è riduttivo eleggere nella traduzione una sola delle accezioni a
discapito della polisemia. Mi duole che per l'ennesima volta siamo di fronte ad
una non diversificata traduzione in slavonico con la radice чист- fotocopiata o
scopiazzata in “purezza” (nemmeno “purità”) in italiano. Rinuncio solo per
ora a cercare spiegazioni linguistiche, teologiche e psicologiche del fenomeno e
torno a contestare chi ha tradotto, traduttor dei traduttor, con “purezza”.
60.DEDIZIONE, DEDICAZIONE λατρία/служба: nella preghiera eucaristica ma
anche in altre. Il termine greco indica un servizio dovuto e un vero e proprio
possesso del servizio stesso da parte di chi lo riceve. In origine era “servaggio,
schiavitù” per poi ottenere l'accezione più nobile di “servigio”, lavoro di
schiavo che appartiene, come lo schiavo, al padrone. Nel linguaggio religioso
successivo, ben altro che “adorare”, di modalità perfettiva, è un durativo
assegnare o assegnarsi in modo assiduo. Il richiamo scritturale è paolino (Rom.
12:1). Se ci rivolgiamo al Dizionario Treccani troviamo che dedicare è
sinonimo di “consacrare” in modo figurativo, e il riflessivo è “Consacrarsi,
darsi interamente a qualche cosa... anche, occuparsi attivamente di qualche
cosa”. Dedizione ha una desueta prima accezione di piena resa al nemico,
sempre nel senso di cedere sé stesso o cosa propria senza riserve; oggi prevale

36 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


il figurativo, che significa cedere sé stesso o qualcosa, interamente e con spirito
di sacrificio, a una persona, a un'attività, a un ideale. Dedito è colui il quale
“attende con assiduità a qualche cosa”, sia in senso positivo che negativo. Dalla
trattazione escludo “dedica”, che “intitola, quasi fosse una dedicazione, cioè
una consacrazione, dello scritto”, (Tommaseo) in un significato ristrettissimo e
a volte abusato. La dedicazione è l'atto, la cerimonia o anche la festa
commemorativa (se si tratta di chiese) del dedicare”; io credo che il senso possa
estendersi anche a “oggetto dedicato”, ma solo come senso, perché l'uso ne fa
un'azione e non un oggetto. A conferma del tutto, cito il Dizionario dei
Sinonimi del Tommaseo: “Dedicasi dicendo di offrire un oggetto, un'azione, o
alla divinità o a persona sacra, o almeno a persona che intendesi onorare... Il
dedicare è un dire che la tal cosa è del tale, dandogliene, in segno d'onore o
d'affetto, una specie di proprietà... L'uomo dedica le sue cure, i pensieri, gli atti,
la vita a tale o tal fine; le dedica a Dio, alla patria, alla scienza. Si dedica egli,
dedica sé stesso... Dedicazione è l'atto del solennemente offrire al nome di Dio,
o di una divinità, o ad un santo (secondo le religioni), statua, teatro, ginnasio,
ponte, arnese, tempio, chiesa”. Ho pensato dunque di rendere, da un formale “Ti
offriamo inoltre questa dedicazione razionale” a: “Ti dedichiamo inoltre questa
offerta razionale”, come ho anche reso all'anafora con elevare ... la santa
offerta, anziché “offrire la santa elevazione”, ovvero in figura di ipallage.
Stando in argomento, ho inteso ἔτι/еще di questa proposizione non come un
avverbio iterativo “ancora”, ma come un aggiuntivo inoltre, seguendo la logica
che l'offerta è unica, non costituita da tante offerte per quanti sono coloro per i
quali si offre; in altri termini, se si insistesse su “ancora”, si potrebbe intendere
“facciamo più di un'offerta nella stessa liturgia con i medesimi doni”. Per
concludere l'argomento principale, penso che tradurre con “servizio” per stare
dietro a служба sia doppiamente fuorviante. Credo di non dover caldeggiare
neanche “culto”, espressione tecnica, gelida e non esente da estensioni laiche,
pescaggio abusivo e irriverente dal sacro, tipico del linguaggio dello spettacolo.
Vedi anche OFFERTA/VITTIMA DA ELEVARE, OFFERTA, ACCEDERE,
AVVICINARSI ecc. e DOPO L'ANAMNESI.
61.DEÌPARA, θεοτóκος/богородица: strutturalmente “la donna che partorisce o
partorì Dio”. Confermo per fini di correttezza dogmatica la versione di deìpara,
di fronte al personale fallimento nel cercare altre soluzioni e di fronte
all'obiettiva insufficienza di “Madre di Dio” con o senza trattini (una madre può
anche essere adottiva, e un paio di trattini non la rendono certo madre naturale),
di “Genitrice di Dio”, (traduzione in realtà di θεομήτωρ), di prolisse
proposizioni relative (“Colei / la Donna - che ha partorito Dio), e infine
dell'importazione acritica di Theotòkos nell'italiano. A proposito di Θεοτóκος, e
nel rispetto di tutte le sperimentazioni possibili, dico la mia: come si fa ad
imporre una dentale aspirata a un italiano mentre parla italiano, e dove mai essa
è contemplata nella nostra pronuncia, se non nel solo toscano che aspira tutte e
comunque le dentali forti? Non è di conseguenza approvabile né la trascrizione

37 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


completa con l'acca né l'incompleta “Teotokos” senza acca. Theotòkos è invece
benaccetto in inglese, perché congiunge la concisione (che si deve cercare
anche da noi), la pronuncia corretta e l'ecletticità linguistica degli anglosassoni
con la perfezione del termine; questa lingua dovrà solo chiarirsi da che parte di
stile porsi dopo l'abbandono della sua lingua aurea. Da noi risulta comunque un
termine da lingua creola, assente dai dizionari di lingua italiana. Usava invece a
Venezia il termine “Teotòco/Teotòca”, per dire sia l'icone della Deìpara, sia la
chiesa a lei dedicata o contenente l'icone. Il termine in sé è affascinante per
come l'italiano riesca ad assimilare il greco; è assente dai moderni dizionari, ma
lo si trova sempre più frequentemente nella letteratura teologica e nei siti
enciclopedici, uno per tutti Wikipedia. La valida tradizione latina, a voler
accettare almeno quella, ci soccorre con deipăra, termine caratterizzato dalla
prima “a” breve, a stabilire inconfutabilmente l'accento sulla “i”. Vale la pena di
ricorrere a un buon dizionario per ricordare a chi ritiene straniero deìpara (sol
perché di origine latina), che esso è termine italiano: “Deìpara, aggettivo e
singolare femminile ... Nel linguaggio ecclesiatico di tono elevato, appellativo
di Maria madre di Gesù”. (Treccani). Si noti, non a sproposito, il concetto
positivo secondo cui il “tono elevato” riceve il permesso di appartenere al
linguaggio ecclesiastico, nonché il theologically correct di “madre di Gesù”:
la cultura apparentemente laica e neutrale non permette di più, forse non per il
correct, ma per un improsciugabile suo fondo di religiosità ariana; il Dizionario
della Lingua Italiana del Palazzi devotamente dice: “La madre di Dio”; senza
conoscere i trattini, sembra propendere per “madre naturale”. il Grande
Dizionario della Lingua Italiana Hoepli, con precisione per la prima accezione e
con reticenza dogmatica nella seconda: “La genitrice di un dio. Nel
cattolicesimo, attributo di Maria Vergine”. Θεοτóκος nasce come vero e proprio
slogan, immediato e preciso, assunto da un preesistente aggettivo pagano che
aveva ruolo fenomenologico e non ontologico, quale poi divenne per Maria di
Nazaret. Il termine cristiano risale al pensiero monastico del III secolo; dal IV
fu formula per combattere gli ariani e poi i nestoriani. Nel linguaggio ortodosso
è da sempre affettato dire colloquialmente Deìpara: il termine è sostituito, a
seconda delle culture, da concetti quali Madre di Dio, Tuttasanta, Madonna,
Nostra Signora, Sovrana e in Sicilia dal controverso, eppure affettuosissimo,
Mamma Santissima. Sostituire nella liturgia Deìpara è altamente lesivo della
fede ortodossa: lasciamo questo peso agli eretici e ai teologici della religione
globalistica (essendo la religione ecumenica confluita in quella). Quanti
dizionari ad usum delphini hanno omesso un termine così prezioso per la
teologia ortodossa nella nostra lingua? e quanto si rischia in eresie, sempre di
casa in Italia, appaiate al nostro relativismo e atte a depistare i concetti
fondamentali della fede cristiana? Ho finora inteso districare vigorosamente il
testo liturgico ritenendolo forma di tradizione, mai dogma di traduzione; con la
stesso vigore e dopo inutile ricerca di un termine accessibile ai più, mi
confermo difensore della formula dogmatica di Deìpara che fu del

38 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


Compendio. Come se non bastasse a provocare i suoi detrattori, dalla radice
latina ci viene un'altra possibilità; nelle ricerche sull'aggettivo deìparo, da
offrire all'uso, ho trovato in uso anche il sostantivato, qui ottimo sul sottinteso
tropario; tale formula è per me più consona di “teotochìo”: se infatti
esaminiamo termini come tropario, contacio, ecc., notiamo che l'etimo greco è
conservato in tutte le lingue, con soli adattamenti fonetici e grafici (non tratto
qui il perché); l'inno alla Deìpara ha invece un termine o un costrutto proprio di
ciascuna lingua, abolendo la radice greca; esempi sono lo slavonico
богородичен, da богородица e il rumeno, che ricorre ad una circonlocuzione
pur di non cedere al termine greco. Per lo stretto uso liturgico ritengo dunque
deìparo più completo dei concorrenti “teotochìo”, “mariano” o “mariale” (il
primo e l'ultimo inesistenti nei dizionari). Va da sé che per accettare l'aggettivo
deìparo bisognerebbe aver prima accettato il sostantivo Deìpara. Per ironia, se
si accettasse “teotòca”, “teotochìo” (o forse “teotocale”) sarebbe più
logicamente consono, sebbene e comunque non vi sia traccia di questo
ragionamento nei nostri dizionari. Lascio infine come consiglio di lettura
l'eclettico e curioso articolo di Raffaele K. Salinari pubblicato sul Manifesto l'8
luglio 2017 che, a modo e scopi suoi, padroneggia teotoca con una
consapevolezza del termine che darà da pensare ad ogni sostenitore sia di
“Madre di Dio” che di Deìpara.
62.DEVOTO, ὅσιος/преподобный: si trovano svariate versioni del termine greco;
a causa della difficoltà essenziale di sovrapporre il termine slavonico a quello
greco, il minimo è l'indulgenza per le varie versioni, esaminando il modello
greco e quello slavonico, senza cioè visitare le altre lingue. Ὅσιος significa, se
riferito a cosa, “sancito, ordinato, permesso dalle leggi divine” e, se a persona,
“pio, religioso, timorato di Dio, giusto, onesto”, mentre torna, compulsiva e
abusata, l'errata versione con “puro”. Ὅσιος è opposto da un lato a δίκαιος, che
significa “conforme alle leggi umane”, e dall'altro a ἱερὸς, “sacro, consacrato“
(Rocci). Il concetto di ἱερὸς appartiene al sacro che discende, mentre quello di
ὅσιος appartiene al sacro che ascende. Tutte le accezioni di ὅσιος possono in
realtà essere ridotte all'unico concetto di “votato alle leggi divine”. Il termine
nel cristianesimo proviene sì del greco classico, ma traduce la mentalità biblica
della LXX, come versione dell'ebraico “hassìd”. Преподобный è, non potendo
essere brevi per ben spiegare,“chi ha la speciale somiglianza dei santi graditi a
Dio nel N. T., conseguita attraverso il freno delle proprie inclinazioni al peccato
e attraverso il miglioramento spirituale della propria immagine e somiglianza
divina; il преподобный si santifica con la più severa professione della pratica
dei precetti di Cristo” (Грнгорнй Дъяченко: “Церковно-славянский
Словар”). Da qui la traduzione, insita nel termine stesso slavonico, di
“somigliantissimo”. Altra versione interessante è “venerabile”, che mi pare
meno intrinseca, quasi a vedere ciò che è fuori e da altri attribuito, ma che
invece è da cercare dentro; è non pregnante e spreca un termine utile ad altri
scopi, sempre che si voglia restare circoscritti all'ambito cristiano. Io preferisco,

39 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


in linea con i miei propositi di immediatezza e brevità, devoto, un participio
passato passivo dal latino devověre, “promettere con voto”; in italiano, nella
specifica accezione religiosa, è “dedito all'amore e al culto della divinità, alla
contemplazione delle cose celesti, all'osservanza delle pratiche religiose”
(Treccani), dunque, in piena identità di significato con ὅσιος - votato alle leggi
divine e con преподобный – somigliantissimo della definizione dello Словар.
Il Tommaseo, nel confronto con religione e con pietà: “La pietà sente l'amore e
il rispetto debito a Dio; la divozione li fa con cuore più umile e più dato a Dio.
Conoscevano anco i Gentili la pietà: non la divozione.” (I corsivi sone
dell'autore”). Ed eccoci al dunque del Tommaseo: “Nell'uso ascetico, pietà
denota la disposizione dell'animo dimostrata nelle opere e nelle pratiche;
divozione, specialmente, l'intensità della preghiera, l'esterno raccoglimento. Far
vita divota è più che vivere con cristiana pietà.” Chi viene da fuori e presume
che devoto significhi “bigotto” è in errore, perchè costui “bada alle minute
pratiche del culto con iscrupolo soverchio, e non sempre con vera pietà” (ibid.).
Chi è di casa converrà che devoto si sovrappone semanticamente allo hassìd
ebraico, allo ὅσιος della LXX e del cristianesimo greco, nonché al
преподобный slavonico, pur nelle etimologie diverse; e apprezza anche quanto
sia soave esser brevi, diretti e incisivi. Nella Liturgia di san Basilio, annoto
infine che anche Dio è ὅσιος, forse “somigliantissimo” (a sé stesso?), ma più
veramente devoto, cioè votato, al suo progetto creativo e alle opere delle sue
mani.
63.DI TUO GLORIFICA ESSI ἀντιδόξαζον/возпрослави: il prefisso verbale ἀντὶ
ricorre durante la preghiera della seconda antifona e in quella dietro l'ambone
(la seconda, copia parziale della prima ), nonché in un altro verbo nella
preghiera diaconale dopo l'anafora (ἀντικαταπέμψῃ/возниспослет); trovo
inadeguata la versione “in cambio” o, peggio, “in contraccambio”, leggendovi
uno sciamanico scambio tra orante-ammaliatore e divinità-ammaliata. Ἀντί non
deve necessariamente essere assunto col significato succitato, perché significa
anche, come nel latino instar, “in pari”, “come”. Io dunque interpreto non
“glorifica chi glorifica te”, ma “glorifica al pari del tuo livello”. Confermo la
contestazione del senso di scambio anche in ἀντικαταπέμψῃ/возниспослет, per
cui traduco anche qui di suo, mai “in contraccambio”, nemmeno “a sua volta”,
perché quest'ultima forma avverbiale indica l'avvicendare di un'azione. Di tuo,
di suo sostanziamente significa “di quanto appartiene a te / a lui”, “di quanto è
nei tuoi / suoi competenze / facoltà / disponibilità / livello”, ecc.” In
conclusione, il popolo-eredità di Dio appare in questa preghiera costituito da
due sottoinsiemi: chi ama il decoro della sua casa e chi spera in lui, cioè chi è
attivo nel testimoniarlo e chi ascolta e prega, tratteggiando l'insieme evangelico
di Maria e Marta; questa osservazione spiega l'uso di essi dopo glorifica, in
quanto trova il proprio corrispondente in noi, che speriamo in te (con tanto di
virgola dopo noi). Vedi anche SPLENDORE.

40 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


64.DIMOLTA MISERICORDIA, (κατὰ) τὸ πλῆθος τοῦ ἐλέους / (по) множеству
милости: presente con varie declinazioni in varie preghiere. Nell'originale la
formula è leggera, scorrevole e lirica; in italiano la “moltitudine delle
misericordie” (spero non “delle pietà”) presenta accidentata pronuncia, troppe
sillabe e scarsa intuibilità. Dimolto, aggettivo e avverbio, rispettabile ed
enfatica variante toscana di “molto”, si rarefà nell'uso comune ai primi del
novecento e arriva in letteratura fino a Gadda e a Soldati; quest'ultimo,
piemontese, ne fa colta e precisa scelta di linguaggio volutamente forbito e
vagamente datato, proprio per conferire autorevolezza al testo: sull'esempio dei
citati autori ho trovato utilità liturgica in questo dimolto/a; in altri termini, me
ne servo per contrapporre al pesante e grigio “moltitudine di” un termine
leggero e di solida e venusta dignità letteraria, capace di creare una sottile
distinzione tra le due sinonimie “molti/molte” e “moltitudine dei/delle”.
Recentemente sono stato gratificato di udire il costrutto in esame abbastanza
spesso anche nel discorsivo, segno che se è morto nella scarna (e ridondante
solo nell'ego) letteratura moderna, non è morto nella buona lingua viva; infine,
è un termine che non fa male a nessuno, o forse sì, lo fa ai cultori del linguaggio
pigro, ridotto e non fluente; questa tragedia della cultura italiana è perfino
vantata; dal punto di vista neurologico potrebbe pericolosamente correlarsi a
quel calo di quoziente intellettivo registrato presso le ultime generazioni in
occidente, come è stato riportato da vari studi scientifici. Con tutta la
compassione per tale fenomeno regressivo, forse per questo motivo dobbiamo
rassegnarci a una lingua liturgica piatta?
65.DIMORARE AL TUO … ALTARE, παραστὰς τῷ … σου βήματι / предстану
престолу твоему: nella preghiera d'ingresso alla presentazione dell'offerta; il
verbo ricorre con i medesimi significati e circostanze in altre preghiere della
Divina Liturgia; alla lettera in greco è “stare accanto/presso”, non invece
“davanti” come magari atteso dallo slavonico, in modalità verbale perfettiva.
Nel latino ad-si-sto = assisto, il nostro verbo significa “stare, porsi, fermarsi,
collocarsi” in un luogo e poi “venire ad essere o a stare; stare accanto, vicino,
fermo; essere presente”. In italiano è, da intransitivo, “Essere presente allo
svolgimento di un fatto” e, da transitivo, è “Stare vicino a una persona per
offrirle appoggio ed aiuto, ecc,” (Treccani). L'evoluzione italiana del verbo non
è dunque adatta alla nostra versione, né lo è uno “stare” privo di carattere e
quasi un esserci per caso, significato ben lontano da quello di “installarsi”
greco, slavonico e latino. In “restare”, “rimanere” e “permanere”, a mio avviso
e per la mia versione, trovo altrettanta genericità. “Dimorare” ha una accezione
classica: quella di “trattenersi, fermarsi in un luogo, o più genericamente, stare,
restare”, ma con maggiore dignità rispetto ai suoi sinonimi, soprattutto perché
non è costretto a significare genericamente “stare qua o là”. I detrattori
paventano qui un arcaismo? Beh, tanto tuonarono che piovve. Vedi anche, per
tutto il piano della preghiera, DAMMI LA FORZA e TREMENDO.

41 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


66.DISCOLPA, ἀπολογία/ответ: il termine greco è originariamente dialettico e
poi giuridico, a significare “controdeduzione” e da qui “difesa processuale”,
“discolpa”; tra le lingue moderne, l'inglese ne fa uso col significato di
“scusarsi”. Potrebbero esistere in qualche mente due diverse liturgie, quella
greca e quella slava: mi preme perciò ipotizzare che lo slavonico “risposta”
indichi, forse perché termine giuridico più adatto a quella cultura, la difesa
dell'imputato durante l'interrogatorio; io contesto la versione italiana con
“risposta” o con “difesa” e traduco con discolpa. Il perennemente citato
Vocabolario Treccani distingue due accezioni del termine: 1) l'atto del
discolpare o del discolparsi e 2) gli argomenti addotti per discolpare o
discolparsi. “Discolpare” significa “Difendere dall'accusa di una colpa, sia
dimostrando l'inesistenza della colpa stessa, sia adducendo ragioni che
attenuino la colpevolezza”. Comunque inteso, il termine originale risulta
pregnante per la nostra lingua.
67.DISPENSIERE DI VITA ζωῆς χορηγὸς / жиэни подателю: il termine è nel
tropario maggiore della festa del santo Spirito, usato anche nelle preghiere
iniziali. Ho sempre cercato di meglio rispetto al burocratico e oggettistico
“dispensatore” del Compendio. “Dispensare” è “distribuire con certa misura”,
limita il Tommaseo; dispensiere invece espande ed eleva il concetto, forse solo
a causa del suo uso quasi solo spirituale: così infatti si dice di Dio e dei Santi
nel loro distribuire doni celesti e terreni. Il corego, nel suo iniziale incarico
pubblico durante la sua “liturgia” (officio pubblico) delle feste religiose statali,
da un lato era prodigo per ben figurare, dall'altro era misurato, essendo
obbligato dalla legge a pagare di tasca propria; dispensava dunque, cioè
distribuiva avvedutamente. “Donatore (di vita)” per me non è rispettoso della
ricca sinonimia del greco; lo slavonico (che ispira la versione italiana
“donatore”, acritica e pauperistica), esibisce un податель che è meno
“donatore” e più “concessore”. Personalmente diffido dei termini che finiscono
in -tore e simili: se lasciati in mano a gente malaccorta, i datori, donatori,
portatori, dominatori, consolatori, creatori, curatori, fautori, iniziatori,
promotori, lettori, evangelizzatori, illuminatori ecc. ecc. riempirebbero tutti i
nostri testi liturgici di un pestifero gas burocratico; trovo dunque che si debba
evitare termini con tale desinenza, anche addolcendo gli spigoli di traduzioni
alla lettera.
68.DIVINA ESPERIENZA IN TE, τῆς σῆς θεογνωσίας / твоего благоразумие:
nella preghiera prima del vangelo. In una serie di articoli, sparsi per il
Commentario ho voluto dare, per la nostra lingua, ragione di una versione più
immediata di tutta la preghiera 1) districando costrutti secondo categorie
semeiologiche di maggiore o minore importanza, 2) semplificando le
preposizioni subordinate e subordinate di subordinate, 3) chiarendo termini
ambigui come “divina conoscenza”, “proclami”/”annunci” ecc. e
ridimensionando figure retoriche capaci di disorientare (occhi della mente da
aprire alla conoscenza divina). Volutamente rinuncio alla trattazione globale

42 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


della singola preghiera per non abusare della provata pazienza del lettore, ma
devo pur dare qualche spiegazione, soprattutto a chi non si districa in queste
matasse. Tornando al tema, in questo tratto la “teognosia” presenta varie
versioni convenzionali; di solito si esibiscono una scolara “divina conoscenza”
e un'ambivalente “divina comprensione”; in entrambi i casi si tratta di versioni
intellettuali e comunque non pregnanti; mi sono convinto che a noi sia chiesta
una conoscenza particolare, quella acquisita mediante la contemplazione e la
prassi: l'esperienza; sempre nella mentalità della nostra lingua ai nostri tempi,
se l'esperienza è divina, è tautologico aggiungere che essa “è” di Dio (“tua”,
nell'originale), per cui la si dovrebbe volgere a in te, cioè quella che a noi è
data di vivere “in Dio”. Vedi anche CARNE, DEL VANGELO CHE CI
RIVOLGI, E DOMEREMO, IRRADIA, PER SEGUIRE VITA, nonché
VISIONE.
69.DONATA DI GRAZIA, κεχαριτωμένη/благодатная: sebbene non ricorra
strettamente nella Divina Liturgia del Crisostomo, il termine è presente in molte
altre composizioni. L'originale va reso con una terminologia liturgica che
rispecchi la mentalità ortodossa. L'ortodosso gratia plena non è la brutta
traduzione “piena di grazia”, bensì il “riempita di grazia” da Dio, come ho
sostenuto nel Compendio con il “colmata di grazia”; plena ha a che fare col
verbo semplice latino pleo, “riempio”. “Piena di grazia” in italiano non dice se
si viene riempiti o se si è pieni da sé, mentre il participio perfetto passivo di
χαριτόω, come d'altronde il termine благодатная, lo dice, escludendo così una
pienezza in proprio; significa, insomma, che la persona “è stata dotata di una
elargizione (grazia)”, da parte di Dio. Mettere in risalto il termine “grazia”, in
quanto “elargizione - assegnazione gratuita”, penso sia teologicamente
doveroso, così come fa lo slavonico quando trova inesistente il concetto di
riempimento e si concentra, riproponendo la forma passiva, su quello di bene
elargito. Propongo dunque questo “Donata di grazia”, con un costrutto simile a
“dotata di”, “munita di” e simili, insolito nella lingua parlata, ma di solido stile
letterario; evito comunque di tradurre con un difficile “elargita di grazia” in
quanto tautologico; la grazia infatti, è operazione (atto) della divina largizione,
già di suo.
70.DOVE LONTANI SONO, ἔνθα ἀπέδρα / отнюдуже отбеже, nella preghiera
per i defunti, la quale riporta il testo di Is. 51: 11; al termine del versetto
troviamo: “E la letizia coinvolgerà tutti: sono messi definitivamente in fuga
(ἀπέδρα) dolore, tristezza e gemito”. Il riferimento è al risveglio di
Gerusalemme dalla desolazione. Quanto a tradizione, il tratto della preghiera
per i defunti è già citato quasi alla lettera dal Dionigi Areopagita del De
Ecclesiastica Ierarchia (Cap. VII: III.4) nella preghiera per i funerali,
amministrati dal vescovo-presbitero, forse per un arcaismo voluto; troviamo
una sola differenza: qui l'avverbio di luogo è ἐν τόπω οὖ, che significa nel
luogo in cui, esattamente ciò che significa anche ἔνθα, dove, nella preghiera
funebre attuale; entrambe le parallele formule si riferiscono al luogo dei beati.

43 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


La citazione del Dionigi ἐν τόπω οὖ dimostra che la formula in greco è di fatto
inalterata almeno dal VI secolo, data di attribuzione degli scritti, anche se
l'autore descrive un uso liturgico consolidato, dunque anteriore; la ritroviamo
infatti, con una variante importante ὃθεν, anche nella Liturgia di san Giacomo
alle commemorazioni dopo la consacrazione. C'è forse una sorpresa per chi è
abituato al testo slavonico e alle tante versioni italiane della Liturgia di san
Giovanni: entrambe le forme, l'avverbio recente ἔνθα, e la forma avverbiale ἐν
τόπω οὖ del De Ecclesiastica Ierarchia, indicano senza equivoci uno stato in
luogo, non un moto da luogo. Di conseguenza quello indicato è il luogo non
“da dove dolore, tristezza ecc. sono fuggiti / si sono allontanati”, bensì “nel
luogo dove risultano fugati/allontanati”, di fatto, “sono lontani” (in greco il
verbo è un aoristo, sia in Dionigi che nell'attuale preghiera in greco). Il rapporto
fra la preghiera e il testo di Isaia si differenzia alquanto nella figura delle
sofferenze in rapida fuga: in Isaia la medesima Gerusalemme è prima un luogo
di sofferenze e poi un luogo di beatitudine e diviene antitipo della beatitudine
solo dopo essere liberata dal male; nella preghiera, il luogo dei beati è invece
diverso dalla terra della sofferenza; a Gerusalemme, le sofferenze fuggono da
essa, mentre nel luogo dei beati esse sono, senza prima né dopo, già lontane. Mi
pare dunque corretto confermare l'avverbio di stato in luogo dove. Annoto che
Giovanni Eriugena traduce ἐν τόπω οὖ di Dionigi con: “...loco quo expellitur
dolor et tristitia et angustia...”, con un “quo” complemento in bilico tra stato in
luogo e moto da luogo, ma con un verbo al presente indicativo passivo ben più
caratterizzato e forse meno rispettoso della forma verbale greca. Quanto si era
anticipato più sopra della Liturgia di san Giacomo, sia nell'edizione della
Chiesa di Grecia che nei manoscritti di Messina e Rossano, è che ἀπέδρα è
introdotto da un apparente complemento di moto da luogo ὃθεν; qui il testo
necessita di critica, perché se ὃθεν sta per ὃθι, secondo il fenomeno detto
“attrazione” (= da là, dove), allora anche nella Liturgia di san Giacomo
l'avverbio ha identico significato.
71.E DOMEREMO, ἵνα … καταπατήσαντες / да … поправше: come più sotto, è
questo un modo di alleggerire le subordinate di primo e secondo ordine, che
costituiscono solo una delle dure prove che l'orante di una lingua moderna deve
affrontare, ovviamente se intende pregare nella propria lingua; va spiegato
infatti che non mancano gli occidentali che pregano in greco o in slavonico, e
così saranno (o “affinché siano”) veri Ortodossi.
72.E RICEVEREMO ὡς ...ὑποδεξόμενοι / яко да … подымем: nel tropario
dell'ingresso con i doni; tutto il tropario è ambiguo sui doni verso l'altare,
perché lascia socchiusa la porta a chi li intende de facto consacrati.
Ὑποδεξόμενοι è la forma ritenuta più corretta rispetto a ὑποδεξάμενοι ed è un
participio futuro di ὑποδέχομαι. Il verbo al futuro e la conseguente proiezione al
futuro sono la chiave che aprono ad una logica più attenta nella traduzione: il
verbo al tempo futuro mostra come, nel trasportare i doni da consacrare, in
immagine di cherubini, noi cantiamo un “inno trisagio” che si estende oltre la

44 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


“quarta antifona” del trisagio e si porta al triplice santo dell'anafora; mostra
come deporre ora gli affanni terreni sia segno della progressiva ascesa ai
misteri attraverso canti, letture e preghiere; mostra come il passaggio del Re
scortato dagli angeli non è tanto dei doni in quanto già scelti e già offerti, ma
degli stessi in quanto muovono verso la consacrazione e, di conseguenza, come
il Re non è ricevuto ora (nel senso specifico di “nella santa comunione”), bensì
lo sarà dopo la consacrazione. Esuberanza e ambiguità sul trasporto dei doni
all'altare non è solo dei tempi andati e della pietà orientale: nemmeno i riti
occidentali moderni che hanno copiato o ripristinato tale trasporto sembrano
essere esenti da esuberanze: io non ne ho esperienza diretta, ma mi sono riferiti
canti sentimentali, spesso canzoni profane, virtuosismi strumentali, cadenzature
a battito di mani, danze, ecc.; insomma, questo momento liturgico pare
dovunque esposto a esagerazioni; il patriarca Eutichio forse non ebbe tutti i torti
a mostrarsi severo, almeno per il Cherubico in sé; ben presto a Costantinopoli la
funzione, da un silenzioso trasporto da parte di maggiorenti laici e poi da
diaconi, si sarebbe ingigantita con il tropario cherubico cantato tre volte dal
coro e tre dal popolo, tra versetti del salmo 23. La processione aggiunse cantori
e clero, preceduti da ceroferari, insegne, turiboli fumanti, ecc..; oggi noi siamo
ammessi ad una funzione più sobria e dovremmo esserne grati confermandola
anche con il canto di un testo meno elusivo. Dire però più sobria non è dire
ritorno alle origini, perché con le grandi processioni del rito cattedratico la
partecipazione popolare, in sostituzione del ruolo primario che aveva avuto, si
ridusse ed è oggi in paragone ridotta al lumicino; ed ecco che compaiono,
fortunatamente non in tutte le chiese, i già lamentati inginocchiamenti,
prosternazioni, baci di paramenti dei celebranti che passano, ripetizioni del coro
per coprire i tempi “morti”, ecc.; lo stesso trasporto delle offerte ad opera del
clero, che in qualche visuale popolare è compresa come una uscita da una porta
per un rientro in un'altra, facilita spesso interpretazioni e credenze distorte.
Tornando alla presente versione, si potrà lamentare l'aggiunta nel secondo
versetto di un aggettivo, divina, riferito a Triade: è una mera facilitazione
ritmica; me ne assumo la responsabilità, facendo presente che dell'inno
cherubico sono apparse varianti in diverse epoche e circostanze; un esempio
notevole si trova nei testi armeni ma, per non andare in casa d'altri, abbiamo già
accennato alla variante postuma ὑποδεξάμενοι e alla categoria del postumo
possiamo aggiungere la sostituzione di νῦν con τῆν di fronte a βιοτικὴν; tanto
spero basti ad attenuare la colpa di una aggiunta sì, ma non impropria o
tralignante. La presente versione mostra, in contrasto col mio stile, un paio di
forme perifrastiche (“porgere il canto” e “disponiamoci ad abbandonare”); esse
vogliono esplicitare le rispettive modalità verbali e, visto che si è nell'arena,
anche assicurare a tutti i versetti la altrove citata omogeneità sillabica
(isosillabia). Dall'avvincente scritto “Il Grande Ingresso” del prof. Stefano
Parenti ho ricavato diverse informazioni e in questa sede le ho appena sfiorate;
esse sono state utili ai miei scopi di trattazione; gli sono pertanto grato per

45 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


avermene indirizzato la lettura e concesso la citazione. Vedi anche CELATE
SCHIERE.
73.E SANTIFICA ἀλλὰ … ἁγιάζει / но … освящаяй: durante la frazione del Santo
Pane. Ἀλλὰ qui non oppone la frase successiva alle precedenti, ma vuole
congiungerle mediante distinzione senza opposizione; in altri termini, ben tre
congiunzioni καὶ/и precedenti collegano argomenti antinomici ma omogenei al
loro interno, mentre ἀλλὰ distingue senza contraddire il concetto del periodo
secondario conclusivo. Faccio precedere tale congiunzione da una virgola per
creare una pausa, non solo di lettura ma anche di concetto, proprio perché,
sebbene sia resa da un'ulteriore e, non è una delle tre pacifiche congiunzioni
finora incontrate. La traduzione francese del Monastero di Aubazine del 1975
coglie bene l'argomento omettendo arditamente, ma correttamente, la
congiunzione di cui trattiamo.
74. E TI INNEGGIAMO, μεμνημένοι τοίνουν κ.τ.λ. / поминающе убо и т. д.: nel
testo slavonico, a partire da “Abbiamo dunque ricordato” fino a “sacrificio di
lode” siamo di fronte ad un'unica preghiera, testimoniata dalla struttura dei
primi due verbi subordinati al terzo; alla lettera: “Avendo ricordato... offrendoti
queste cose... noi ti inneggiamo...”. Il testo slavonico conserva la recensione
greca documentata dal Swainson all'XI secolo, con la differenza che qui l'ultima
parte sembra più breve: “ti inneggiamo, ti benediciamo”; anche con tale
formula la proposizione principale spetta all'assemblea. Il testo greco odierno
coincide con la recensione al XVI secolo presso lo stesso Swainson; in esso la
prima proposizione è subordinata alla seconda, divenuta la principale, mentre la
terza, quella spettante all'assemblea, si trova indipendente dal contesto,
scollegata dalla premessa. Perché è importante ribadire che il testo accettato
dallo slavonico è un'unica frase? Proprio perché, avvertono alcuni studiosi, la
prima e la seconda parte spettano al celebrante, ma la terza, quella della
proposizione principale, spetta all'assemblea; ciò è stato visto come una sorta di
conferma del precedente “àxion”. Questa affermazione espone tra l'altro a
critiche il coro professionale: in più di un momento liturgico, infatti, esso ha
soffocato nelle varie epoche assemblea e celebrante: prima vittima in questi
frangenti è l'anafora, che finisce con l'essere recitata sottovoce. C'è un detto in
occidente: “In chiesa l'organo ha ucciso il coro”. La comparsa dell'organo in
realtà fu di nemesi per il coro stesso: esso infatti già prima e in ogni rito aveva a
sua volta “ucciso” celebrante e assemblea, scoraggiando, mediante l'esclusione
dal dialogo liturgico, al primo l'anafora ad alta voce e al secondo la risposta in
partecipazione responsabile. Paradossalmente, se sia accaduto il contrario, cioè
che il coro abbia occupato il posto acusticamente vacante di un'anafora
sottovoce, il risultato non cambia. La presente versione è costituita da tre
periodi coordinati: la sua sintassi, resa massimamente accessibile e provvista
della congiunzione e affidata all'ultima proposizione, vuole restituire il dovuto
all'assemblea e ammonire il coro a sostenere, anziché zittire, celebrante ed
assemblea. E se manca il coro, invece di rinunciare alla Liturgia scopriamo la

46 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


meraviglia dell'impegno di tutto il popolo nel rispondere, pur con un canto
semplice o a volte stentato.
75.ELOQUIO, ρῆμα/глагол: nel dialogo tra celebrante e diacono prima della
lettura del vangelo; l'eloquio è, nel buon italiano, non solo il “parlare”, ma
anche, e meglio, “il modo di parlare”. Si tratta qui, come in quasi tutti gli
articoli del Commentario, non propaganda di finta arcaicità o di precostituita
aulicità, ma di ovvia proprietà di linguaggio in un italiano classico che vado
proponendo come lingua liturgica; giustificati gli stranieri, dai quali non si
pretende tanto, molti dei nostri ignorano il concetto stesso e, posti di fronte ad
esso, scadono in commenti desolanti. Resta fermo il dovuto impegno
catechetico a spiegare i termini (magari mediante un dizionario, anche
informatico); questo si fa anche per le lingue liturgiche classiche, tutte di livello
elevato.
76.EPISTOLA, ἐπιστολὴ/послание: nell'enunciazione della lettura dell'apostolo;
sinonimo di “lettera”, il termine aggiunge che la comunicazione scritta è di
importanza storica, letteraria, religiosa, ecc. La differenza nella nostra liturgia è
che uno stile non sciatto o dozzinale vorrebbe una lettura di una epistola o al
massimo di una “missiva”, e non una “lettura” di una “lettera”: eppure molti
annunciano questa “lettura della lettera” senza alcun turbamento. “Missiva” è
egualmente una lettera importante, ma forse un po' più burocratica o diplomtica
di fronte alla levatura di epistola: questa è apostolica, quella è di tribunali,
ministeri, ambasciate ecc.
77.ESAUDISCI/ASCOLTA, ἐπάκουσον/услыши: lo stesso verbo sia in greco che
in slavonico si presenta con entrambe le sfumature; anche in italiano il verbo
ascoltare racchiude entrambi i significati; va precisato che nel linguaggio
comune “ascoltare” significa solo “disporsi a udire”, “udire attentamente”. Ci
sono dei momenti liturgici in cui “ascoltare” è ben poco, perché sembra
prevalere il significato generico, proprio mentre si chiede di accordare la
richiesta ascoltata. Bandire del tutto esaudire dal linguaggio liturgico è nei
programmi del pauperismo verbale; anche in questa occasione contesto tale
manifesto, non solo ai fini “tecnici” di precisione e logica, che fanno pur
sempre buona interpretazione, ma anche di stile. Altre liturgie, che una volta si
presentavano con la solennità sobria e non affettata di termini accurati e
specifici, sono divenute oggi una sorta di chiacchierata tra amici e in ciò sono
addirittura finite come parodie negli avanspettacoli. Più lontano si sta da questi
ambienti, anche nella scelta del linguaggio, e meglio è per noi ortodossi.
78.ESAUDISCI, per indulgenze - per grazia, indulgenze, ecc. oἰκτιρμοῖς - χάριτι
καὶ oἰκτιρμοῖς / щедротми - благодатию и щедротaми: con procedimento
opposto all'abolizione dei “perché” e degli “affinché” nelle esclamazioni,
introduco nel testo un neutrale esaudisci. L'operazione consente di ovviare 1)
alla sofferenza di una lingua piegata alla solita proposizione secondaria priva di
principale che sia intellegibile, 2) all'insofferenza di quanti in una versione in
lingua moderna e in esclamazioni di questo genere non trovano né l'arcano né il

47 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


numinoso, ma solo il nebuloso. Il modo imperativo di esaudisci riprende il
modo di tutti i verbi della preghiera in capo all'esclamazione, senza rompere la
continuità logica. Come nell'omissione dei “perché” e “affinché”, non ho
intaccato né ordine, né ritmo, né significato; ho solo dato senso a due
esclamazioni che nella mente di un italiano d'oggi appaiono isolate e
sconcertanti; naturalmente le presenti osservazioni sono valide solo per chi si
chiede che cosa diciamo quando preghiamo, mentre a chi non si chiede nulla,
basteranno le zelanti traduzioni alla lettera. Vedi anche POICHÉ, PERCHÉ,
OFFRIAMO LA MISERICORDIA DI PACE e CONFESSARE E
PROFESSARE.
79.ESEMPLARE, νοερός/мысленный: il significato primordiale del termine greco
è di “saggio, pieno di buon senso”, epiteto del dio Apollo; passa a “ingegnoso”
ed evolve a “concettuale”, inteso come stato intermedio tra il mondo “noētòs”
(“intellettivo, tipico del mondo iperuranio”) e la materia, sino a “intelligibile”,
cioè che può essere conosciuto o compreso dall'intelletto. Se un oggetto è nella
mente senza che essa ne abbia esperienza, non necessariamente è immateriale,
come alcuni traducono, semmai è ideale, in quanto riporta esperienze materiali
ed empiriche partendo da un modello di perfezione. “Ideale” a me pare meno
fuorviante di “immateriale”, non è inversivo e comporta il concetto
fondamentale dell'acquisizione intellettiva; dal punto di vista prettamente
filosofico, ideale è “ciò che è formale o perfetto, nel senso che appartiene
all'idea come forma, specie o perfezione” (Abbagnano): in altri termini è la
specie unica intelligibile di una molteplicità di oggetti; la stessa fonte ci avverte
però che l'aggettivo in esame può significare “irreale” se l'oggetto appartiene
alla sola rappresentazione o al pensiero, oppure se designa un oggetto
impossibile. È questo il limite di “ideale”. Diverso termine è invece esemplare:
è “ciò che funziona da modello o archetipo, nel senso di essere oggetto
d'imitazione e quindi causa formale o ideale di ciò che l'imitazione produce.”
(Abbagnano). Il termine “esemplare” risale alla terminologia latina del
platonismo e neoplatonismo e si prolunga sino a Kant. Per concludere, finché
troviamo scritto νοερός, non possiamo trovare scappatoie quali “immateriale” e
“spirituale”. Vedi anche SUPERNO.
80.ESSENZA οὐσὶα/естество: Un discorso difficile è come esprimere il concetto
di “essenza” presso la cultura moderna, ma la presente proposta di (essere) in
sé potrebbe aprire un dibattito non filosofico. È certo che quando dico
“esprimere” dico anche di tutti i compromessi di passaggio da una lingua
all'altra; basti pensare al prefisso latino di “co-”, cum, rispetto a quello greco
“ὁμo-” di ὁμός, nella formula “coessenziale”. Per questi motivi rinuncio a
presentare dettagliate argomentazioni e mi limito per ora a sottolineare lo sforzo
di immediatezza della formula che propongo. Vedi anche IN SÉ PARI AL
PADRE.
81.ETEREO MANTO πτερωτά/пернатый: nella parte finale dell'anafora
propriamente detta, poco prima del sanctus; πτερωτός è un aggettivo verbale di

48 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


πτερόω; esso indica, a motivo della desinenza, azione che è già compiuta, o che
può risultare presto compiuta; qui significa “che è costituito, è stato o è dotato
di piume oppure di penne”, ovvero, ma non necessariamente, “alato” o
“rappresentato come pennuto/piumato/alato”; è anche “quasi dotato di ali”,
detto classicamente solo dell'alzata dei remi da parte dei vogatori, ma in seguito
esteso a “sollevato dalle proprie ali”: il tutto, adiuvante il Vocabolario del
Rocci, per dire che chi più ne ha, ne metta. Di tutte le citazioni bibliche di
cherubini e serafini, trovo più vicine alla citazione liturgica le descrizioni di
Isaia ed Ezechiele. In particolare in Ez. I,7 (LXX) si trova il verbo πτερόω: καὶ
πτερωτοὶ οἱ πόδες αὐτῶν: “e i loro piedi (erano) piumati/pennati/alati”.
Impossibile il confronto col Masoretico, che nella stessa posizione del versetto
riporta: “... e la pianta dei loro piedi (era) come la pianta del piede di un
vitello”. Forse i due testi potrebbero essere ricongiunti nel concetto di
“lanuggine”. La sola LXX, dopo la descrizione delle scintille o bagliori
(parallela al masoretico) aggiunge: “e le loro piume/penne (erano) leggere”. Ho
voluto sùbito evitare in πτερωτά una ripetizione del concetto di “fornito di
ali/piume”, già espresso, con aggiunta numerica, dal sei ali; prima, citando la
lanuggine, ho voluto invece alludere all'impalpabilità che diviene immaterialità
nella cultura greco-romana e “appartenenza a una realtà impercettibile ai sensi”
nella cultura moderna. La soluzione che propongo con etereo comporrebbe la
contraddizione tra corpo immateriale e minuziosa descrizione dell'immagine,
sino a farla apparire materiale; risponderebbe inoltre alle riserve ornitologiche
su incorporee penne e piume, rispettando da un lato il testo e, dall'altro, la
moderna avversione a descrizioni immateriali mediante figure materiali; né
spero di avere trascurato l'aspetto visionario. Se escludiamo la descrizione
“moderna” degli angeli, dal IV secolo a. C. in poi legata all'immagine delle
statue delle Vittorie greco-romane, le visioni dei profeti differiscono tra loro: ad
una analisi antropologica anche spicciola la causa starebbe nella mancanza di
modelli cognitivi umani adeguati all'evento straordinario; non dissimile è la
testimonianza storica della reazione di una tribù di pellerossa alla prima vista di
un'automobile: si misero a cercare i cavalli in ogni suo recesso: se non erano
fuori e davanti, dovevano esserci necessariamente da qualche altra parte! Non
avevano sbagliato procedura mentale, ma per ristretta esperienza non avevano
una esperienza di equivalenti dei cavalli. Nell'accogliere tali aspetti e
ragionamenti, spero di non essermi allontanato troppo dalla versione letterale;
resta importante per me il concetto di immediatezza della versione, salvando
però l'aspetto teologico; non regge, ad esempio, un paragone tra
θεοτóκος/богородица tradotto con “Madre di Dio” e πτερωτά/пернатый
tradotto come io propongo: nessun dogma né ordine rituale è stato alterato con
etereo il manto; con “Madre di Dio”, invece, è stata compiuta una deliberata
alterazione teologica, come se in una traduzione un dogma avesse il medesimo
valore di un'opportunità linguistica.

49 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


82.FAVORE, FAVORIRE εὐδοκία, εὐδοκέω / благоволение, благоволитъ: nel
salmo 50 LXX, nell'innologia e in varie preghiere. Cito il Treccani per le
accezioni di “favorire”: “1a. Dimostrare il proprio favore a una persona,
accordandole aiuto e protezione e agendo in modo da spianarle la via per una
buona riuscita... 1b. Di cosa, promuoverla, agevolarla, esserle in
favore... 2a. Letterario. F. qualcuno di una cosa, fargliene dono. Figurativo,
come formula di cortesia... 2b. Con altra costruzione, non com., f. una cosa a
qualcuno, dargliela per favore... 3. Costruito intransitivamente, … compiacersi
di fare una cosa...”, nella formula “favorire e il verbo dipendente all'infinito”
(esempi: favorisca informarci, hai favorito accoglierli). Quest'ultima accezione
è quella che ci interessa. Di “favore” la stessa autorevole fonte definisce:
“Benevolenza, buona disposizione, dimostrata per lo più concretamente con atti
d’approvazione, di protezione, di concessione, d’aiuto e simili. Azione
concreta che è effetto e dimostrazione di benevolenza...” E, tra i sinonimi,
ricaviamo al caso nostro: “benevolenza, benignità, compiacenza, aiuto,
beneficio, sostegno, vantaggio, gradimento, approvazione”. Quanto al verbo
greco, possiamo ricomporre nella nostra lingua l'originale greco εὖ, “bene”,
positivamente, direi “favorevolmente”, e δοκέω, variante di δέκομαι/δέχομαι
con “accogliere”, fino ad estendersi a “concepire che sia bene per sé” in quanto
“compiacersi” e, agendo per altri, “favorire”. La composizione dello stesso
verbo di base con un altro avverbio combacia in greco e in italiano nel
sinonimo κατά-δέχομαι / изволитъ, “accettare”. I due sinonimi corrono
paralleli nell'innologia: nell'inno dopo la seconda antifona, ὁ
μονογενής/единородный, troviamo un esempio di tale sinonimia, hai accettato
(nel senso di acconsentito) di incarnarti, confrontabile col tropario della festa
dell'Ortodossia hai favorito salire la croce, con evidente assonanza di concetti.
Sia nell'A. T. che nel N. T. il significato di εὐδοκέω rimane quello già descritto;
nell'Antico è piuttosto associato a Dio in relazione al suo “favore” indotto da
sacrifici e da pentimento, come nel salmo 50, o dal comportamento del suo
popolo eletto; del N. T. non possiamo non citare Mt 3:17 – Mc 1:13 - Lc 3: 22,
dove del Figlio si può però rendere meglio con “del quale mi sono
compiaciuto”, mentre altrove si può rendere con gradire, cioè accettare con
favore. Se traduciamo εὐδοκέω con “volere”, disconosciamo tutte le accezioni
di favorire e riduciamo la polisemia.
83.FEDE UNANIME, ἐν ὁμωνοίᾳ / единомыслием: il “per confessare”, ovvero e
confesseremo dell'invito diaconale che precede il Credo è, sia nell'originale che
nelle traduzioni, un verbo assoluto; lo è almeno finché il popolo non risponde
con una zeppa, costituita dal medesimo verbo, ma sottinteso, e un complemento
oggetto di professione trinitaria. Non sempre in italiano i verbi transitivi
possono permettersi di essere assoluti, ovvero esonerati dal reggere il
complemento oggetto; per esempio, in questa frase un verbo che ha più
significati, ne esprime quello più inusitato: nella lingua corrente infatti si
confessa per ammettere qualcosa di negativo (In “Confessa! - disse il

50 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


commissario-” il verbo assoluto ha significato chiaro), e non per prorompere
positivamente in lode: qui, senza un complemento oggetto non c'è mistica, ma
vuoto; nemmeno “in unanimità”, ovvero “in modo o in condizione unanime”,
oppure in sé “unanimi”, aiutano a chiarire il verbo “confessare”; l'ostacolo si
rimuove dando al verbo il complemento oggetto che gli spetta, qual è fede
unanime, prendendolo dal complemento di modo e trasformandolo in
complemento diretto: il verbo non è più assoluto, o meglio, sospeso, assume
significato autentico e non sbanda di fronte alla zeppa trinitaria, la quale in
questa versione è trattata altrettanto dignitosamente quanto nell'originale,
assunta come precisazione di “fede unanime” nel Padre, ecc. Solo così, poi,
nella nostra lingua non risulta necessaria l'ntroduzione di un verbo che apra la
risposta. Sono convinto di non aver creato mutamenti riprovevoli del testo
originale, ma solo adattamenti alla lingua e aiuti alla comprensione, senza i
quali finiamo per celebrare i Misteri Divini su Marte. Vedi CONFESSARE E
PROFESSARE, ACCORDO ecc., e PORGIAMO CARITÀ.
84.FIACCARE, καταργέω/упразднять: nella preghiera per i defunti. Il termine
fiaccare ha due accezioni principali, entrambe a mio avviso pregnanti: 1.
privare delle forze, delle energie; 2. spezzare o piegare forzando e indebolendo,
senza smembrare. Ἀργός è in origine un inversivo, ἀ-εργός, cioè “in-operoso” e
“in-operante“, con tutte le derivate accezioni possibili, fino a “sfaccendato,
“inutile” e “vano”. Nel testo che trattiamo trovo in fiaccare il significato
meglio sovrapponibile al greco di “privare di nerbo”; entrambe le accezioni di
fiaccare sono conformi all'insegnamento ortodosso sul diavolo dopo la
resurrezione di Cristo. Il termine appartiene alla buona lingua e alla letteratura,
da Dante fino ad oggi, ed è scorretto pensarlo forma dialettale o colloquiale.
L'azione è qui direttamente riferita alla persona del diavolo, e non a qualcosa
che a lui appartiene o che egli opera. Si sarebbe potuto tradurre con “annullare”,
“annientare”, “annichilire, o “vanificare”, ma con ridotta proprietà di
linguaggio: i primi tre sinonimi si intendono infatti come “eliminare”, ovvero,
se riferiti a persone, uccidere, mentre “vanificare” non fa diretto riferimento a
persone ma a loro conseguimenti, fini o attività, ed è già affogato in una goffa
perifrasi in una recente traduzione.
85.FORZA, κράτος/держава: in greco il verbo di κράτος, κρατέω, presenta il
percorso semantico da “esercito la forza, la potenza” a 1. domino, governo,
regno, 2. sono superiore, 3. vinco, 4. in forma impersonale: è meglio, vale più.
Κράτος è statico rispetto al “dinamico” δύναμις. Possiamo esaminare i termini
che nei nostri testi sono stati invocati per rendere κράτος. “Potestà”, sempre più
accezione giuridica, è la capacità di esercitare un dominio; “potenza” copre nei
testi liturgici troppe accezioni, e sembra essere vago, è ”essere potenti”, mentre
“potente” è non specificamente, chi ha potere, forza, autorità, prestigio, ecc.;
“potere”, da “capacità di agire”, oggi è passato a “capacità o diritto di influire
su opinioni, azioni, pensieri, ecc. altrui” per modificarle o usarle a favor
proprio, ed è perciò coinvolto nella critica sociale; “sovranità” è termine

51 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


prettamente giuridico, ormai circoscritto alle prerogative dello Stato; vigendone
una forma “assoluta” e una “limitata”, il linguaggio politico obbliga ad una
qualifica del termine stesso; se si aggiungono la complessità di dizione e di
canto, correlata anche all'accentazione, nonché la prevalente accezione politica
in funzione autarchica e autocelebrativa, anche questo termine finisce tra gli
improponibili. La vera difficoltà di tradurre κράτος sta nel fatto che esso è
presentato in queste frasi come prerogativa assoluta di Dio: affermare che τὸ
κράτος è suo, suggerisce che non esista nessun minimo e transeunte κράτος in
tutto il creato, che non sia vincolantemente suo, è anzi anticamera della
premozione della Scolastica; affronto il quesito solo ai fini della versione,
perché già fa luce l'antinomico aforisma di Padri: “In tutto Dio è onnipotente,
meno che nel limitare la libertà dell'uomo”. La scelta deve dunque incentrarsi
non sui termini complessi già descritti, ma su di uno che concettualmente
presso Dio sopravanzi la capacità e la libertà della sua creatura, ma non la
abolisca. Forza, pur nella sua disarmante semplicità e nell'apparente
discrepanza tra il significato filosofico e quello corrente, è il primo termine
immediato; lo è anche quando è assunto nella sua sola accezione filosofica di
“Azione causale, non in quanto è (aggiunta mia) esplicativa o giustificativa, ma
in quanto produce immancabilmente il suo effetto” (N. Abbagnano). Fuor di
contesto cristiano, l’espressione new age fantascientifica “La forza sia con te” è
vacua e scipita, ma il titolo operistico verdiano “La forza del destino” è
pregnante e poderosa. Κράτος potrà così essere prerogativa dell'Onnipotente in
quanto “causa dall'immancabile effetto” e non potere schiacciante, nelle
esclamazioni del sacerdote e nella preghiera della prima antifona.
86.FORZA! δύναμις: alla lettera, nella declinazione al nominativo (nelle
trascrizioni attuali) in quanto soggetto in grammatica, “la potenza / il vigore (si
compia / agisca / si manifesti ecc.)”, esortazione del diacono, addirittura del
sacerdote mancando quegli, durante l'inno trisagio secondo l'uso greco; nel
testo slavonico l'esortazione manca, ma è bene che essa sia qui ricordata, non
solo per evitare discordanze tra concelebranti di diversa tradizione, ma anche
per comprendere la significazione. In Santa Sofia, diversamente dall'inno
cherubico, affidato a voci bianche, pare che il trisagio fosse tardivamente
cantato da un robusto coro dell'esercito, una sorta di “Coro dell'Armata Rossa”
odierno (i nostri nostalgici Alpini non sarebbero la stessa cosa): ad esso il
diacono si sarebbe rivolto per incrementarne il vigore all'ultima ripetizione del
canto. Prima di così è noto che il trisagio fosse il ritornello di uno o più salmi
(almeno il 79) in uso nelle processioni a Costantinopoli; fra tali processioni
c'era quella che nelle tappe cittadine portava all'ingresso in cattedrale per
continuare nella Divina Liturgia; il ritornello sarebbe poi passato alla liturgia
statica come una anomala antifona, priva del salmo che intercalava; la struttura
originaria era quella dei grandi prochimeni del rito cattedratico, oggi ancora in
uso nelle grandi feste: all'inizio e alla fine del salmo si cantava un tropario per
intero e tre volte, (“Santo sei, Dio,” ecc.), mentre tra i singoli versetti si

52 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


intercalava solo la parte finale (“santo e immortale: misericordia di noi”); da
ritornello salmico passò poi ad una invocazione a sé stante, conservando solo
una piccola parte della struttura originaria, come la glorificazione finale divisa
in due parti. L'antifona ha resistito nella sua nuova forma verosimilmente a
motivo della successiva interpretazione trinitaria, àncora nelle controversie
teologiche, e si rifà a Isaia: 6:3, al Salmo 41:3 e all'Apocalisse 4:8. Vedi anche
SANTO SEI, DIO e TRISAGIO.
87.FRATELLI SACERDOTI, nella preghiera diaconale detta “intensa” o
“ardente”, meglio forse “istante” per chi non è a dieta di pauperismo verbale.
La mia ottica è di rendere in una versione immediata anche la presente
preghiera diaconale. Massima attenzione si deve ai testi che elencano, a
seconda di varie tradizioni locali, 1) sacerdoti, 2) sacerdoti-monaci, 3) monaci
non sacerdoti, 4) monache e 5) fondatori, benefattori e dignitari vari, 6) popolo
parrocchiale vivente, 7) popolo parrocchiale e universale defunto, il tutto su una
falsariga discendente pseudodionisiana. Dove però sia l'istanza, l'ardore o
l'intensità non a tutti è dato di capire; forse sta nella triplice invocazione del
coro. La traduzione italiana, basata sulla più contenuta formula slavonica, non è
amata da nessuna delle tradizioni ortodosse d'Oriente, in quanto priva del
fascino numinoso e intuitivo che solo la lingua liturgica madre può dare;
nemmeno la mentalità occidentale, che vuole soprattutto comprendere e
partecipare nella sintesi intuitiva, ama questo elenco minuzioso di categorie,
sproporzionato tra la solenne premessa di “ardente” e le meticolose petizioni
successive. Per ottenere chiarezza e sobrietà, mi confermo sul testo slavonico.
In sintesi, seri quesiti si affollano sulla presente preghiera diaconale; ciò
malgrado, in questa sede mi adopero soltanto a tradurla nel modo più
intellegibile e asciutto possibile. Vedi anche VENERANDA CASA e
PREGHIAMO IL SIGNORE E CHIEDIAMO AL SIGNORE al paragrafo B.
88.FRATÈRNITA IN CRISTO, τῆς ἐν Χριστῷ ἡμῶν ἀδελφότητος / во христе
братстве нашем: nel contesto della Supplica Intensa, la presente versione
trova in fratèrnita una bella parola di sapore antico, non ancora abolita in un
paese in cui si abolisce la povertà. Perché non "confraternita"? perché questo è
un termine oggi più specifico, con la miriade di organizzazioni
autoambulanziate che soccorrono i soccorritori delle nostre "aziende" sanitarie:
fratèrnita, certo più antiquato, è meno motorizzato, meno informatizzato e
meno monetarizzato del precedente e, se questi mezzi usa, li usa nell'ambito
specifico della comunità di preghiera; tale gruppo è, se si vuole, "antico"; il
termine è infatti vigente per indicare antiche istituzioni religiose tuttora esistenti
o, se estinte, ben presenti nella memoria comune. Dire inoltre "nostra
confraternita" è un errore di lingua, è come dire "un mio compaesano" al posto
di "un mio paesano" oppure "un compaesano"; nostra fratèrnita è dunque
corretto, "nostra confraternita" no, ed è ancor più cacofonico. Rimarrebbe da
analizzare "fratellanza", con la sua ambiguità di origine dei fratelli (genitori

53 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


comuni? stessa razza, magari benedetta a dominare tutta la comunione
ortodossa? affettuoso gruppo?) ed egualmente cacofonico dietro a "nostra".
89.FU CONSUMATO IL SUO PROCESSO, ἡ κρίσις ἀυτοῦ ἤρθη / во смирении
эго суд эго взатся: la formula durante la presentazione dei doni si riferisce ai
LXX di Is. 53:8. Ἤρθη è l'indicativo aoristo I passivo sia di αἴρω che di
ἀραρίσκω. Tradurre “togliere, alzare” per il primo verbo e “adattare” per l'altro
è poco accreditato, se κρίσις significa “processo”. Il Masoretico non permette
specularità letterale con i LXX; lo slavonico rende взятся e si mette subito a
posto. La mia osservazione è retta dall'idea che “togliere” una κρίσις sia un
idiotismo, e se è tale non può essere tradotto alla lettera, ma con un idiotismo
corrispondente. Apparentemente “togliere” una κρίσις suggerisce il concluderlo,
ovvero, se traspare iniquo, consumarlo. Per contro, “alzarlo” o “toglierlo”
potrebbe anche significare aprirlo, magari con un fumus persecutorio. Se poi
pensiamo ad ἀραρίσκω, esso è “congegnare”. Come si toglie un diritto, si
potrebbe anche togliere, cioè negare, un processo: “fu negato il suo diritto al
processo”, come trovo, sulla falsariga masoretica, in “gli fu negato il processo”,
ammesso che quel che trovo sia la corretta traduzione dall'ebraico. Il soggetto
del verbo è κρίσις, cioè giudizio, sineddoche di processo; in alternativa, κρίσις
varrebbe per “sentenza” e potremmo anche tradurre “fu emessa la sua
sentenza”; la formula “alzare, elevare il giudizio” serve a varie esegesi per
mettere in contrapposizione la “umiliazione” o “umiltà” del Servo Sofferente
con la sua elevatezza. Poiché non posso risolvere da solo la questione, ed anzi
vedo lacunosa la presente trattazione, considero provvisoria la mia versione.
90. GERARCA, ἱεράρχης/священноначальник: mancando l'affettato “ierarca” in
tutti i nostri dizionari, non concordo che tale termine passi direttamente dal
greco all'italiano, dovendosi preferire la dizione consolidata di gerarca.
Consoliamoci, perché gerarca vuol dire esattamente ἱεράρχης; c'è
un'accezione laica, si spera definitivamente d'altri tempi, dal medesimo
significato; cosa comune nelle lingue moderne è infatti imporre significati laici,
spesso effimeri, a termini esclusivamente religiosi, mentre l'opposto è
ostacolato (esempi: “culto” per cura o ammirazione, “sacrestia dell'oro” per
caveau della Banca d'Italia). Possiamo dunque reimpossessarci di gerarca, che
per venustà, pratica e forse cessato folklore totalitaristico, è italianissimo. Si
noti comunque come la radice greca ier- si manifesti da noi sia in forma dotta
(“ierofante, ieromemnone, ieromonaco, ecc.), sia in forma popolare (gerarca,
gerarchia, gerarcato, gerarchico, ecc.): la doppia forma ci ammonisce a ben
discernere le codificazioni e le stratificazioni di ogni lingua, ma soprattutto ad
accettarle.
91.GIUDIZIO E CONDANNA, μὴ εἰς κρῖμα ἤ ἐις κατάκριμα / не в суд илн не во
суждение: al termine della preghiera sacerdotale prima del Padre Nostro; alla
lettera è “non per giudizio né per condanna”, ma credo che i due termini si
debbano intendere non come opposti, bensì come distinti e consequenziali.

54 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


92.GIUSTIZIA, δικαιοσύνη/праведност: al salmo 50 in “sacrificio di giustizia”.
Termini religiosi come “legge”, “giustizia” ed altri simili sono letti male se
riportati ai nostri attuali concetti di legalità o di moralità. Ritengo impossibile
che l'italiano crei termini accessibili diversi da quelli tradizionalmente assunti;
si può solo chiarire il senso che la nostra tradizione di continuità biblica dà a
questi termini. Sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento essi hanno il valore di
concreto rapporto tra gli uomini e tra Dio e l'uomo all'interno del suo
Testamento, cioè della sua attestazione di legame con l'umanità. In questo
ambito nell'A. T. i “sacrifici di giustizia” sono la volontà liturgicamente
espressa di ripristinare il mancato rispetto tra i membri della comunità, causato
da intenzioni e comportamenti di abbandono della giustizia di Dio e della sua
Legge. Questa, a sua volta, è intesa meno come raccolta di obblighi e divieti da
espiare se violati, e piuttosto come un perimetro di “sicurezza”; per non
inoltrarci nel termine Torah, il νόμος della LXX era, all'origine della lingua
greca, “consuetudine certa che si fa regola”, “composizione di comportamenti
riconosciuti buoni e di azioni riconosciute corrette”, alla fine, da non violare.
Intendiamo quindi l'“iniquità” ἀνομία/беззаконие, una rinuncia alla Legge,
ovvero il privarsi da sé di un beneficio.
93.GLI OFFERENTI E CHI MENZIONANO NEL PORGERLA τῶν
προσενεγκάντων καὶ δι'οὒς προσήγαγον / принешних и ихже ради принесоша:
nella preghiera finale dell'officio offertorio. La mia versione è più breve di
quella perfettamente alla lettera e è contorta: 1) evita i grovigli di una frase
secondaria relativa (“di coloro per i quali”) e 2) non ripete il verbo “offrire”,
che nell'originale è diverso nella subordinata (προσφέρω e προσάγω). Il prezzo
di questa linearità forzata lasciando integro il significato è l'aggiunta di un
verbo, menzionano, che sostituisce la proposizione relativa indiretta “per i
quali”. Menzionare è, per il Vocabolario Treccani, "Far menzione di una
persona o cosa; nominare, ricordare. Più propriamente, nominare per un
determinato fine, o con particolare risalto". La "menzione" è "Ricordo,
citazione esplicita di una persona, una cosa o un avvenimento, che si fa
parlando o scrivendo." Rientrano dunque in questa terminologia anche i nomi di
viventi e defunti che sono consegnati al rito offertorio per essere ricordati con
l'apposizione di una particola davanti all'Agnello. Vedi anche OFFERTA,
OFFERTA ELEVATA e OFFERTORIO ASPETTI DELLA PREGHIERA.
94.HAI INVITATO, χαρισάμενος/даровавий: il primo verbo della preghiera alla
terza antifona presenta una particolarità di interpretazione connessa anche con
la proprietà di linguaggio italiana; come lo slavonico ha trovato la soluzione nel
verbo "donare", così da noi la soluzione mi pare sia invitare, derivato
dall'accezione "offrire" di χαρίζω; da noi infatti non è immediato pensare che
Dio doni preghiere specifiche, già pronte e scritte, a chi le deve dire; piuttosto
"chiedere" o "ricevere" il dono "della" preghiera significa chiedere ecc. la
disposizione, l'ispirazione a ben pregare; questo vale certamente per la logica
italiana, ma forse anche per quella comune. Pensare che Dio ci inviti a "queste",

55 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


cioè a specifiche formule, le quali sono soggette a modifiche col tempo (come
accade nella storia di ogni liturgia) dissolve in italiano il sentimentale e il
numinoso.
95.IN SÈ UGUALE AL PADRE, ὁμοούσιον τῶ Πατρὶ /единосущна Оцу:
impegnativa è la scelta fra una versione accessibile, quale “della stessa
sostanza/essenza” (a rischio di prolissità, interpretazioni fuorvianti e cacofonia)
e la sintetica formula dotta conciliare del consubstantialem; di questa formula,
poi, abbiamo in italiano tre versioni: “consustanziale”, “consostanziale”,
“coessenziale”; quest'ultima sarebbe la forma più esatta a causa della differenza
tra essenza e sostanza. Nella ricerca di uno o più termini immediati e
comprensibili, andrebbe inoltre considerato un particolare: è vero che “della
stessa sostanza” (del Padre), è una legittima forma aggettivale, e che per i
cacofonici non c'è la galera, ma è anche vero che quella formula non dice di una
“piena identità condivisa dell'essenza del Padre”: questo è il concetto che fa del
Figlio un identico nell'essenza e non soltanto un contitolare. Altro elemento da
considerare è come sia inteso oggi il concetto di “essenza”, ma è certo che sia
nel vocabolario corrente che in quello colto esso è svalutato. Si aggiunge il fatto
che presso i Padri il concetto di essenza non è definito come in filosofia, è
inscindibile da quello di natura e non è trattato a sé, essendo insondabile.
Propongo in sé uguale al Padre, credo ben leggibile. Spero di essermi
avvicinato alla sintesi del consubstantialis/ὁμοούσιος e all'l'immediatezza
dell'inglese one in essence. Vedi anche ESSENZA.
96.IL LORO SERENO AGIRE, ἐν τῇ γαλήνῃ αὐτῶν / в тишние их: la versione
alla lettera, riferita ai fedelissimi imperatori, nonché alla corte e all'esercito, è:
“...affinché, nella loro serenità, anche noi conduciamo una vita calma e
tranquilla ecc.”. Interpreto così: “Mantieni sereni re e corte: le loro difficoltà si
riverserebbero disastrosamente sulla nostra vita, che vogliamo invece
cristianamente calma e tranquilla, ricca di pietà e decoro”. Il testo, che ingloba
2Timoteo, 2:1, è dunque vigoroso e sincero in sé, e anche critico. La concezione
dello stato e la sua gestione hanno conosciuto evoluzioni che qui ovviamente
non espongo; affermo solo che la versione del testo in esame è ad un bivio: 1)
scegliere la traduzione fedele, facendo bella figura nel compito in classe, ma
confermando una visione politica non vigente e fingendo che nulla sia
cambiato; 2) scegliere una traduzione meno letterale, ma fedele nel senso e più
adatta alla contemporanea mentalità civica. So di individui che coltivano
nostalgie imperiali, per i quali sarebbe norma di fede tradurre alla lettera
“imperatore” e termini annessi. L'ammonizione che “Ogni cultura respira la
fine” di Pavel Evdokimov non è qui peregrina. È comunque innegabile che noi
ora “conduciamo una vita” nell'attuale forma di governo, come i nostri avi in un
altro. Il ritocco dei testi sulle autorità è prassi dovunque: non si citano più gli
scomparsi imperatori con l'augusta famiglia e tutto il seguito, ma il governo
nazionale, a volte persino i nomi di persona delle cariche supreme. In Italia il
fenomeno veste toni sobri, come sobri sono nella versione russa post-

56 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


monarchica (a indicare quanto poco cogente sia un receptus ai fini pastorali);
noi italiani dobbiamo la sobrietà non solo ai concetti civici di ricambio elettivo
e di servizio pubblico, ma anche alla diffidenza verso la laica religion di patria:
da sempre, infatti, vige da noi una sorta di equilibrio tra la vigilata autonomia
dello stato laico e il vigilante potere religioso maggioritario; tale clima non
coinvolge le formule ortodosse, fautrici della “sinfonia dei poteri”, bensì quelle
occidentali, le quali dell'autorità laica non citano nemmeno il concetto,
limitandosi a pregare per la “società civile”. Per tornare alle nostra tradizione,
nella prassi corrente le difficoltà di traduzione cominciano a pesare con la frase
“affinché nella loro serenità, ecc.”: come si diceva, siamo chiamati a scegliere
tra conservare o rimodulare il linguaggio da monarchia assoluta. La “serenità”,
tradotta un tempo nel Compendio come “moderatezza”, di ordine etico-
amministrativo, significa oggi più di allora “indirizzo politico moderato” cioè,
parafrasando il Treccani, “centrismo su posizioni conservatrici”: in tal modo il
termine è oggi di parte, mentre allora tentava solo un compromesso di
traduzione. Tutto ciò premesso, mi sono deciso alla modifica del testo.
“Affinché nella loro serenità ecc.” è divenuto il loro sereno agire ci valga a
condurre una vita calma e tranquilla ecc., con un'estromissione
dell'ingombrante “affinché” e l'attrito di tutta la proposizione già secondaria,
con il valga a per la finalità, e con un il loro riferito ad agire, per mettere in
relazione il servizio del governo e la sua emanazione dai cittadini. “In tutta
pietà e decoro” del Compendio, dal gallico è passato all'italico con ogni pietà e
decoro. “Il regno pacifico” è diventato nel nuovo contesto un mandato di pace,
sociale e militare, evidentemente temporaneo ed elettivo, che si chiede a Dio di
ispirare se è di pace. Imperatore, corte ed esercito sono divenuti nazione,
autorità e forze di ausilio e difesa. La manipolazione del testo è schietta e non
inficia il leale senso originario di offerta eucaristica anche in favore di chi ha
responsabilità della cosa pubblica, pur in assenza dell'antico requisito imperiale
di fede ortodossa, nel senso di primo cittadino cristiano ortodosso; d'altronde,
accanto alle vicende europee di laicismo radicale, turcocrazia e ateismo di stato,
si ricorda anche nella storia post-risorgimentale greca un Ottone, primo re di
Grecia, nato Wittelsbach principe di Baviera, strenuo fedele del cattolicesimo
romano: il suo rifiuto di ritorno all'Ortodossia, comprensibile per motivi di
coscienza ma non di dispettosa attività antiortodossa, lo pose in contrasto con la
costituzione ellenica, che ortodosso voleva il monarca, e di conseguenza con la
Chiesa Ortodossa locale, la quale mi risulta lo commemorasse egualmente; non
era ancora il tempo di riflettere sul concetto di re travicello. Vedi anche VITA
CALMA E TRANQUILLA e DECORO.
97.IL TEMPO ANCORA DA VIVERE, τὸν ὑπὸλοιπον χρὸνον κ.λπ. / прочее
время и т.д.: nelle due litanie diaconali, rispetto alla versione alla lettera “Che
il tempo rimanente/residuo/che resta - della nostra vita”. La mia versione
presenta i seguenti fondamenti: 1) qui “nostra” è inutile nella sensibilità
dell'italiano; il possessivo, infatti, da noi non è tollerato quando l'appartenenza è

57 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


intuitiva; faccio i seguenti esempi: noi italiani non porgiamo ai “nostri” amici la
“nostra” mano, bensì porgiamo agli amici la mano; come comune mortale, ma
mortale italiano, non soffio il “mio” naso, ma soffio il naso o, se voglio essere
preciso, “mi” soffio il naso, e poi non lavo le “mie” mani, a meno che non
intenda un atto solenne e simbolico, ecc.; così, se Giovanni parla col padre, agli
italiani che parlano italiano è chiaro che si tratta del padre di Giovanni e non del
padre del vicino di casa, fatto salvo diverso contesto da precisare come, per
esempio, parlare con un sacerdote, che non sarà mai esclusivamente "suo". 2)
L'aggettivo “residuo/rimanente” è divenuto un avverbio, “ancora”, eliminando
ulteriori pesantezze e significando egualmente il restante da compire. 3) Il
complemento determinativo “della nostra vita” diviene un verbo telico “da
vivere”, conforme all”ancora” citato; si evita così non solo l'aggettivo
possessivo, ma anche la preposizione “di”, ancor più se articolata, molto
ricorrente nella nostra lingua romanza; tale preposizione, se non trova argini, è
in grado, in combutta con i possessivi inutili, i pronomi relativi e qualche altro
elemento grammaticale, di invadere ampi spazi del discorso: avete mai sentito
parlare (e spero mai letto) della faccenda del libro di storia del cugino del
compagno di scuola di mio figlio che tutti conoscevano? Tornando alla mia
versione, che cosa cambia rispetto alla traduzione che si fa in classe? il testo si
fa scorrevole, recupera i tanto feriti ritmi italiani e toglie sillabe di troppo. Se il
testo fosse intoccabile per sacralità intrinseca o per mentalità pedante,
dovremmo tradurre alla lettera, dando l'addio agli italiani che parlano italiano e
sono interessati alla nostra fede; se poi, serrati nei nostri ghetti, ce ne
infischiamo degli italiani, consideriamo almeno che quasi tutti i figli di
ortodossi immigrati, in quanto scolarizzati nella Repubblica Italiana, parlano
l'italiano, e anche in modo impeccabile; ad essi, istruiti e ben parlanti, tutti i
nostri traduttori dovranno rivolgersi, prima che le suorine “missionarie”
guatemalteche o filippine li portino, con i genitori, parenti, padrini e amici vari,
alla “prima comunione” e poi alla ri-cresima: tutti sappiamo che non sto
raccontando fandonie. Altro fenomeno poi è quello dei fedeli della venerabile
Chiesa Rumena che vanno a ricevere i Misteri Divini presso chiese non
ortodosse, perfino quando hanno a portata di piede o di ruota una chiesa
ortodossa, ma di altra giurisdizione e però multilingue ed ospitale, ancora non
dico fandonie; a questo livello non hanno futuro alcun testo liturgico e alcuna
traduzione.
98.ILLIBATO, ἄχραντος/пречистый: in slavonico il termine è assertivo
semanticamente e superlativo assoluto grammaticalmente, quando nell'originale
greco è inversivo e positivo. Il significato di χραίνω è “imbrattare, insudiciare,
sporcare”; capisco l'imbarazzo di molte lingue di fronte a un aggettivo,
oltretutto liturgicamente ricorrente, che con brutalità significa “non sporcato”,
specie se mancano sinonimi opportuni; in italiano però le cose non sono così
rozze: disponiamo di numerosi e meno sgradevoli sinonimi inversivi,
soprattutto, al di là dell'estetica, incentrati più sull'ontologia e meno sulla

58 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


fenomenologia, come vuole qui la mentalità ortodossa; essi sono immacolata,
illibata, integra, intatta. Il carattere ontologico di tali termini e l'abbondanza di
sinonimi ci consentono di tradurre correttamente la forma originale, già definita
inversiva e incomparata. Illibato è definito “integro, puro, esente da qualsiasi
macchia che ne offuschi l'onore... In particolare di donna che non ha avuto mai
rapporti sessuali, vergine” (Treccani); è usato non solo per persone o parti di
persona (donna, uomo, coscienza, vita, costumi, ecc), ma anche per oggetti:
“Che la illibata, la candida imago Turbare egli temea” (Leopardi). Riporto il
poeta dal Treccani, a prevenire la contestazione di illibata immagine, sempre
ἄχραντος / пречистый, di Cristo, in un tropario recitato per l'ingresso all'altare
prima della liturgia, tropario maggiore della festa dell'Ortodossia: la
”immagine” del poeta e del tropario non è “pura”, sia genericamente che
intrinsecamente , ma propriamente “esente da qualsiasi macchia che ne offuschi
l'onore”; questo concetto è valido anche per un'icone, soprattutto per noi
ortodossi che lamentiamo una lunga storia, anche recente, di sfregi subìti alle
nostre sacre immagini. Tradurre ἄχραντος con “purissimo” denuncia sciattezza
linguistica, ignoranza dell'italiano, evanescente mentalità ortodossa, confusione
teologica e falsa adesione al senso originale; lo slavonico mi pare infatti defletta
dal metodo “fotocopia” solo per una propria forma di pudore di fronte ad una
traduzione comprensibilmente sgradevole o pesante; tale pudore non ha, come
già detto, limitazioni linguistiche, ma semantiche; esistono infatti anche nello
slavonico gli aggettivi inversivi, creati col prefisso не-. “Puro”, d'altronde,
corrisponde al greco καθαρός e “purissimo” a καθαρῶτατος; eppure, anche per
καθαρός ci troviamo di fronte ad una bizzarra versione con un “candido”; così
recita una raffazzonata traduzione che si vuole compiuta da accademici, con
riferimento alla Sindone in un tropario recitato dopo l'ingresso con i doni e
imprestato, a fini mistagogici e per consuetudine, dal Triodio nella Grande
Settimana. È difficile che in quel tempo e in quel luogo le stoffe bianche fossero
veramente candide, cioè bianco-lucenti, quando per il bucato c'era solo la
cenere di legna, detta liscivia o ranno; tale ingrediente ha dato “un fiero bianco”
ai lenzuoli fino a settant'anni fa, ma non il candore. Nel mondo ebraico un
lenzuolo “puro” è tutt'altro: sarà pure ben pulito e non reciclato ma, cosa
capitale, deve essere tessuto sotto le regole di “purità” del Deuteronomio, cap.
22, vers.11; in proposito, due regole sono rigide: 1) che lino e lana non formino
tessuti misti e 2) che ciascun telaio sia usato solo per una delle due fibre; in
difetto di almeno una delle due prescrizioni, il tessuto è dichiarato “impuro”.
Niente “candido”, dunque, ma il lino “puro” del rituale che si addice a un
devoto israelita (hassìd), quale il donatore arimateo. Per tornare a “puro” e
“purissimo”, chi voglia prendere ancora atto dell'abuso del termine veda UN
ESERCIZIO DI TRADUZIONE. Per il tema principale si veda anche
IMMATERIALE e IRREPRENSIBILE.
99.ILLUSTRΕ πανεύφημος/преславныи: del termine, breve, diretto e
comprensibile, nonché già presente in altre versioni, un buon vocabolario quale

59 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


il Treccani dice alla seconda accezione: “Che ha larga e meritata fama per
singolari qualità e per opere o atti stimati egregi”. E così, accogliendo brevità e
chiarezza, diamo l'addio anche al verboso e gnagnaroso “degno di ogni lode” e
al meno colpevole, ma lezioso, “laudato”.
100. IMMATERIALE ἄκήρατος/нетленный: è, nell'originale, aggettivo
inversivo di “composito”, dunque “incomposito”. Incomplexum è il termine
filosofico presso Ockham (“Expositio aurea”) con il senso di “non composito”,
cioè semplice, ma riferito alla terminologia logica. Ontologicamente, ciò che è
composito appartiene alla sfera creata e materiale, ciò che è semplice ovvero
incomposito è di natura increata, divina; tra i due aggettivi, “semplice” è però
polisemico e assertivo, mentre immateriale è preciso, inversivo e rispecchiante
la formula in lingua originale; “incomposito” mi pare inaccessibile. È evidente
che già all'epoca della composizione della preghiera era ben presente il concetto
di “Luce Increata” così come sarà formulato pienamente da san Gregorio
Palamas. Tutti questi accenni vogliono solo spiegare la validità del presente
metodo di traduzione. Estenuante e vacuo è, di conseguenza e per l'ennesima
volta, l'abuso della versione “puro”. Si veda UN ESERCIZIO DI
TRADUZIONE, ILLIBATO e IRREPRENSIBILE.
101. IMMENSA ἀμέτρητον/безмерна, nella prima preghiera delle antifone:
per assonanza con gli altri aggettivi dovrebbe essere “incommensurabile”,
indubbiamente difficile per dizione e immediatezza; tutti gli altri aggettivi della
prima frase della preghiera sono inversivi e con desinenza significante “che non
è o non può essere il tal verbo”, e tengo a mantenere questo registro. Immensa
non ha più i caratteri descritti, essendo divenuto nel senso comune un assertivo;
“smisurata” rispetta i fini semantici sopra illustrati, ma è quasi aggressivo, e
male accompagna la mite “misericordia”; può dare inoltre l'idea di “eccessiva”,
perché il concetto di “senza misura” è ambiguo. Propendo dunque per immenso.
Sempre in riferimento alla prima preghiera delle antifone, ho voluto giovare al
buono stile alleggerendo i ripetuti aggettivi possessivi con un solo e solenne di
te iniziale, per riassumere i ripetuti pronomi enclitici greci σου, “di te”, imposti
all'italiano, ogni volta e senza la minima sfumatura, come aggettivo possessivo
“tuo”: stile buono per molte lingue, ma non per l'taliano.
102. IN ALTO TENDIAMO ἄνω σχῶμεν / горе имеим: all'anafora. Qui il
verbo ἕχω transitivo e con un avverbio di luogo significa “guido, volgo,
rivolgo, conduco”; “volgere” ha l'accezione comune di piegare, indirizzare
verso un luogo o un punto determinato. Il complemento oggetto è di solito una
parte del corpo del soggetto o una cosa che dipende strettamente dalla sua
volontà: si volgono gli occhi, lo sguardo, il viso, il cuore, le spalle, la mente, il
pensiero, ecc. (vedi Treccani). Volgere, o come dico io, tendere come
contestazione di “tenere” è lo scopo della nota presente, mediante tre
argomentazioni: 1) il reale significato che assume ἕχω quando associato ad un
avverbio, non solo di di luogo, come già spiegato; 2) l'improprietà di “tenere” i
“cuori”, oltretutto in alto: non è dell'italiano, ma di alcuni dialetti meridionali;

60 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


eppure, perfino in questi la locuzione qui discussa significa ben poco; ciò
dipende dall'aspetto verbale e dall'uso corrente (“tengo il cuore allegro” o
“triste” è colà corretto, “tengo il cuore in alto” è inusitato). 3) il differente
aspetto o modalità dei due verbi in italiano: “teniamo” è di aspetto verbale
perfettivo, volgiamo è imperfettivo; così vuole anche l'originale greco, non per
l'uso in sé del verbo, coniugato all'aoristo, ma per l'avverbio che lo orienta. La
versione slavonica, di certo montata a “fotocopia”, vorrà pur dire lo stesso di
ἄνω σχῶμεν, ma горе имеим, trasposto in italiano con “teniamo in alto” cioè
“abbiamo, stringiamo, manteniamo in alto”, indica l'opposto aspettuale e di
conseguenza semantico del testo originale greco. Rifiuto infine di commentare
il tautologico “in alto eleviamo”. In chiosa, vorrei citare l'asciutto sursum corda
dei latini, “in alto i cuori“. Nello specifico del testo in esame, la formula della
Liturgia di san Giovanni Crisostomo comporta il verbo: la presente versione
ligiamente lo mantiene, ma non certo in una rozza traslazione di termini, che
sarebbe irrispettosa della proprietà di linguaggio.
103. IN PERPETUO / SEMPRE, πάντοτε/всегда - νῦν/присно: dal francese en
tout temps ci giunge “in ogni tempo”, in modo talmente acritico, che, passi per
il vilipeso Compendio, anche i nostri più alti accademici così traducono e (non
solo per questo), cadono. Πάντοτε/всегда non è “in ogni tempo”, bensì “nel
trascorrere di tutto il tempo”. Apparentemente esso è un sinonimo di
ἀεί/присно, ma si deve spiegare come si distingua da questo avverbio. Ἀεί
significa sempre, cioè “con continuità ininterrotta, senza termine di tempo”
(Treccani); πάντοτε significa in perpetuo, così “che dura ininterrottamente …
anche, che si prolunga ininterrottamente nel tempo”. La differenza sta che in
sempre il tempo non ha limiti, mentre in perpetuo il tempo non ha interruzioni,
non tanto di continuità obiettiva (che sarebbe ”in continuo”, “continuamente”),
ma di percezione. Quando il greco liturgico intende dire “in ogni tempo (e
momento)”, lo dice per esteso: ἐν παντί χρόνῳ (καί καιρῷ) (preghiera comune
delle Ore); lo stesso accade in quella preghiera all'ambone, che in alternativa si
recita alla liturgia di san Basilio nel giorno della memoria del santo (14
gennaio) e il Grande Sabato; πάντοτε è dunque riservato ad una accezione che
l'uomo possa concepire e narrare, quasi che il “vero” sempre spetti solo a Dio. È
posto accanto ad ἀεί per sua testimonianza, non per sua misurazione. Accenno
soltanto che alcune antiche versioni riportavano “in ogni luogo”, forse solo per
una loro incapacità di distinguere tra i due avverbi, ma comprendendo che sono
diversi. Doveroso sarebbe il confronto tra πάντοτε e sicut erat in principio, ma
la disamina ci porterebbe lontano dal nostro fine. In coda alle ricerche e agli
sforzi per ben interpretare, giunge, sempre su “perpetuo”, segnalazione del
rischio di banali incidenti di dizione causati dalla contiguità di due bilabiali,
cioè “per-pe”; questa segnalazione ammonisce certamente a curare le difficoltà
di dizione, Demostene docente; da pediatra potrei anche impartire qualche
consiglio correttivo (non i sassolini!), ma sono convinto che in questa sede mi

61 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


sia piuttosto richiesta, oltre che la sintesi e la proprietà, l'eufonia finché si può,
non la logopedia.
104. IN SÉ, IN SÈ STESSO. Già Aristotele dice che per sé, in quanto sé
stesso è, hanno il medesimo significato: la realtà della vera e propria natura di
un soggetto, indipendentemente dai suoi attributi conoscibili o da un modo
soggettivo di considerarla (Abbagnano). Il Treccani rincalza: “In sè, in sé
stesso, in sé e per sé, di per sé, (di) per sé stesso, espressioni con cui si dichiara
di considerare una cosa nel suo significato o valore assoluto, nella sua essenza,
indipendentemente dalle circostanze accessorie … in particolare, nel linguaggio
filosofico la locuzione in sé indica la realtà nella sua propria e vera natura,
indipendentemente dai suoi attributi accidentali o da un modo soggettivo di
considerarla”. Vorrei infine giustificare l'accentazione di sé accanto a stesso:
sappiamo che non si dovrebbe, anche perché insieme formano una sorta di
polirema, in cui l'accento cade sulla prima sillaba di stesso, e non su sé; è però
invalso l'uso, soprattutto quando si vuole aiutare chi legge o, per noi, chi canta
un turbinio di parole, che non si tratta di una congiunzione subordinante. Vedi
anche A SÉ e IN SÉ UGUALE AL PADRE.
105. IN TE SPΕRIAMO ecc., ἐλπίζοντες εἰς σέ κ.τ.λ. / надеющися на тя и т.
д.: nelle preghiere prima dell'offerta da presentare. Tra le tante traduzioni, in
lizza per il miglior voto al migliore scolaro, si trova anche l'assurdo; ne ho visto
i risultati durante le interviste sul significato del testo; ebbene, sono emerse
delle “letture” addirittura disdicevoli (per es.: la Tuttasanta può deluderci).
Questa esperienza obbliga a rendere comprensibili i testi secondo la struttura
della lingua ricevente. Se poi il testo slavonico differisce dal greco per un “ma”,
но, le interpretazioni aumentano: in realtà si tratta di un abbaglio sulla
congiunzione avversativa greca μὴ del periodo che precede il “ma”, la quale
esprime una negazione soggettiva, cioè nega o contrasta secondo il punto di
vista di chi tiene il discorso; tanto basta al greco per non ritenere necessaria
l'avversativa rispetto al periodo che segue, il quale ha un valore più obiettivo; io
l'ho tradotta con lungi da, per cui la necessità del “ma” successivo viene meno.
Una banale osservazione come questa ci dice come cercare le possibili vie di
traduzione “in chiaro”. Leggendo nel suo insieme il testo, si converrà poi che di
adattamenti linguistici bisogna farne più d'uno, sempre a causa della differente
mentalità linguistica.
106. INDÏATI, θεοφώρων/богоносных: nelle dimissioni, ma anche in tutta
l'innodia sui devoti Padri; l'aggettivo fu riservato inizialmente al gerarca martire
(in gergo, ma non in italiano, “ieromartire”) Ignazio di Antiochia, e presto si è
esteso a tutti i Padri spirituali della Chiesa per la presenza di Dio in loro, sia
addosso, come “recanti”, sia dentro di sé, come “contenenti”; in greco e in
slavonico il termine funziona come l'italiano “portalettere” e “portapacchi”: essi
sarebbero dei “portadìo”; guai però a raccontarla così: in questi termini di
oggettistica o di mestiere c'è un che di imposizione o di uso continuativo e
scontato che disdice a questi grandi atleti di Dio. In italiano l'aggettivo e

62 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


sostantivo “teòforo” (o “teofòro”), riferito a “nome”, appartiene solo
all'onomastica, come “nome personale formato, composto o derivato dal nome
di Dio o di una divinità” (Treccani). Questo significato italiano è presente anche
in greco, se associato a “nome”, ὄνομα; da noi però è l'unico significato: esso
abbraccia nella definizione tutti i Teodoro, Artemisia, Deodato, Dionisio ecc., e
anche i Goffredo e i Gottardo. Vano è il suo tentativo di imporsi come termine
letterario religioso e liturgico, perché non trova accredito nei dizionari. Come
per “filantropo” e “theotokos”, anche qui si discute sulla responsabilità del “non
tradurre” e anche su quella di creare linguaggio di gergo, che è cosa diversa da
usare termini difficili o dotti. Quanto alla diffusa soluzione “portatore di Dio”,
resto convinto che l'uso di termini adombranti mestieri, utilità o azioni
abitudinarie con desinenza in “tore” demolisca i significati spirituali e
contribuisca alla prolissità, grande nemica dell'immediatezza. Esiste invero un
termine, particolare e meno prosaico, in -tore, “latore”, che in una accezione
estesa perde la definizione classica del portatore di messaggio che attende la
risposta; oggi infatti a un latore è permesso anche un vessillo, e sempre più
spesso malattie, speranze, ricchezze ecc., passando come “foriero”, il quale a
sua volta non è più di sole disgrazie o cattivi annunzi. Scarto questi termini, in
quanto inadatti. In un finale a sorpresa, l'italiano non è affatto privo di soluzioni
autonome, tali da evitare costrutti fuorvianti; abbiamo all'uopo il verbo indïare:
è noto a Dante, a Leopardi e a Carducci, nonché a un nugolo di altri poeti e
prosatori minori; è ignoto a chi ha orrore della letteratura italiana e a chi
propugna versioni liturgiche poverelle; ma se badiamo a questi veri
conservatori culturali, non si progredisce; l'espressione “devoti e indiati padri”
davvero perde in partenza? la presunta maggioranza che usa solo cinquanta
parole vince e la timorosa minoranza della buona lingua perde? è questa una
dottrina spiantata (io non capisco e gli altri si adeguino a me) come il no vax
(io non mi vaccino e gli altri crepino)? Chi possa o voglia ravvedersi può
documentarsi sull'ideale adesione di “indïato” a θεοφόρος; qui riporto, nella
forma transitiva del verbo, dal Dizionario del Tommaseo: “Fare partecipe della
beatitudine o delle grazie divine”; e dal Treccani: “Letterario. – Innalzare a Dio,
collocare tra gli dèi, o beatificare, divinizzare, rendere quasi simile a Dio o a un
dio; avvicinare alla felicità divina... Più comune l'intransitivo pronominale
indiarsi, avvicinarsi a Dio attraverso la contemplazione, addentrarsi nella
visione di Dio, o divenire partecipe della beatitudine divina.” Dalla medesima
fonte citerò soltanto, dal Treccani stesso, il Carducci: “Com'angel
contemplando arde e s'india”. Come vado ripetendo, termini poco accessibili
come “indiato” (teòforo, o teofòro, sarebbero invece largamente accessibili?)
richiedono spiegazioni adeguate o una traduzione nella lingua di un
interlocutore straniero o di un italiano se non ambisce istruirsi. La spinta a
tradurre con “indiare” è davvero forte, e si basa sulla preferenza di termini unici
e intuibili, anche se non subito comprensibili; devo però convenire che
precisione e immediatezza possono essere offuscate dal perfezionismo e dalla

63 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


inaccessibilità fattuale a termini desueti; propongo sì questo termine, ma mi
piacerebbe che se ne discutesse anche negli ambienti pauperistici. Una nota di
colore: indiare dice di Dio, ispirare dice dello Spirito, cristificare dice di Cristo;
indemoniare dice del demonio: quest'ultimo è il contrario linguistico di indiare,
ma non ne è il contrario teologico, perché sebbene tutti siamo chiamati ad
essere indiati, non tutti lo sono: noi, deboli e impenitenti, non siamo per forza
indemoniati sol perché non siamo indiati.
107. INDURRE IN TENTAZIONE: con la stessa graziosità linguistica di
riposare le anime dei defunti, Dio può anche non indurci nella o in tentazione.
Qui vuol dire “non farci indurre”, cioè “non permettere che siamo indotti”: da
altri, non da lui! Molto spesso in greco le modalità verbali causative sono
espresse non da una coppia di verbi ma da cambiamenti della struttura del verbo
(prefissi, tempi, modi, modalità, ecc.); quando poi risulta chiaro il senso, quella
lingua non si dà neanche la pena di ricorrere a segnali specifici. Ci sarebbe poi
da chiarire come sia stata tradotta in greco la presumibile espressione aramaica,
ma se ne parlerà in seguito. Tradurre εἰσφέρω, “introdurre”, ovvero “fare
entrare” attraverso il latino induco, ovvero “condurre/spingere dentro” e
scivolare nell'italiano “indurre” con un fardello storico di mistici commenti, è
un'evoluzione linguistica temeraria, ma ciò che conta è il significato reale, che
nella traduzione classica proviene da un aspetto verbale causativo; ben si
comprende così il sèguito “ma lìberaci dal maligno”. Faccio un esempio anche
nella lingua corrente: durante un dibattito televisivo, un politico toscano ha
dichiarato, credo iperbolicamente, che “In Nigeria qualche euro campa dieci
persone al mese”, dando lustro, non saprei se alla scienza dell'economia, ma
certamente alla nostra lingua, che avrebbe rischiato uno sgraziato “fa campare”
o un distrattivo “permettere di campare”. Le interviste sono state parte
importante del mio osservatorio linguistico; su questo argomento ho raccolto il
disappunto per certe perifrasi, contorte, lunghe e inutili come “non lasciare che
veniamo indotti in tentazione”, o romanticamente errate come “non
abbandonarci alla tentazione”. Con la citazione dell'ultima chicca pubblicata,
“non farci entrare in tentazione”, un entrare invece c'è stato, ma nell'ilarità: una
mi ha chiesto se per entrarci è gratis o si paga, altri chiedeva se c'è una porta.
Eppure questa espressione, contorta e indiretta al punto da essere derisa, è la
presunta ricostruzione in un probabile aramaico parlato da Gesù. Va detto che
questo tratto “ricostruttivo” è nulla: è solo una sgraziata e impropria traduzione
dall'inglese; della “demolizione” di tutto il resto della preghiera lascio
indovinare quali congreghe se ne siano fatte vessillo. Per tornare alle traduzioni
liturgiche, cercare brevità e immediatezza nelle preghiere ripaga con la
spontaneità nel recitarle. Circola, per fare un altro esempio, un certo libretto di
preghiere in italiano dalle frasi contorte e lunghe ciascuna dieci e più righe
senza quasi punteggiatura; ebbene, diversi italiani ortodossi, senza voler essere
ingrati nei riguardi di chi li ha stampati e distribuiti, si lamentano della
traduzione: non riescono a pregarci; io mi associo, e non spendo una parola per

64 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


difendere un traduttore del genere. Vedi anche LIBERACI DAL MALIGNO,
RIPOSARE e VERBI ASSOLUTI.
108. INSIEME A, σὺν/со: nelle esclamazioni sacerdotali che si completano
con la formula insieme al tuo Padre ecc, ma anche nel Credo a proposito del
santo Spirito. La buona regola italiana è dire “insieme con”, mentre “insieme a”
è dell'uso colloquiale, forse in assonanza con “assieme”; nel nostro caso il
dovere di chiarezza accetta soltanto la formula colloquiale: dire infatti che
rendo gloria al Figlio insieme con il Padre e con lo Spirito può facilmente
significare che il Padre e lo Spirito siano in mia compagnia nel rendere gloria al
Figlio; è questa un'espressione assurda in sé, ma capace, se intesa per buona, di
fuorviare. Nessun commento sui fuorvianti di mestiere o di debole natura.
109. INTERVENTO, μεσιτεία/ходатайство: non c'è dubbio che il termine
greco, quando riferito alla Madre di Dio o ai santi, significhi “preghiera
mediata” presso Dio per conto di chi, sentendosi indegno, pure implora aiuto.
Tutti i concetti di mediazione compiuta dalla preghiera dei Santi di salvezza si
possono scontrare con il concetto di unica intercessione e mediazione compiuta
una volte per tutte da Cristo. Intervento può tornare utile non solo per evitare
interpretazioni distorte, ma anche nelle necessità di chiarezza e brevità di testo.
A me, che esercito la professione medica, il termine intervento non suona
affatto a senso unico come “operazione chirurgica”, né posso credere che ci sia
qualcuno tanto distratto o addirittura beffardo da permettersi di equivocare.
Vedi sotto INVOCATO e ISTANZA.
110. INTONARE ψάλλω/петь: nei salmi; il verbo dei LXX non è “cantare”,
ma pizzicare uno strumento a corda simile all'arpa, noto come salterio e ignoto
per aspetto e caratteristiche tecniche, se non per un accenno tecnico da parte di
san Basilio nel suo Discorso sui Salmi, o per ricostruzioni e assimilazioni
postume; per traslato significa “cantare sulla musica del salterio; non vuol dire
comunque “cantare” toutcourt. “Cantare” in italiano è inoltre avaro di sinonimi
e sfumature. “Arpeggiare” è 1) suonare l'arpa o strumenti a corda in genere e 2)
suonare un accordo musicale come specificamente si fa su un'arpa; 3) cantare
nello stile detto “canto arpeggiato”, e questa è l'accezione che ci interessa.
“Arpeggio” è definito “un modo di eseguire un accordo musicale producendo i
vari suoni non tutti insieme in un'unica percussione o arcata, ma l'uno dopo
l'altro; compreso tra gli abbellimenti, è però un modo naturale (anche se non
l'unico) di esecuzione di alcuni strumenti a pizzico come l'arpa, donde il nome,
il liuto, la chitarra e simili” (Treccani). “Arpeggiare, “salmeggiare” e
“salmodiare”, sono termini dotti, tecnici o rari. Resta il problema di trovare un
termine che eviti di tradurre, per esempio, ᾴσω καί ψαλῶ con “canterò e
salmeggerò” oppure con “canterò e loderò”, con un “lodare” che nei LXX ha un
suo termine specifico. Nella LXX e in tutta la tradizione cristiana successiva
ψάλλω significava più canto o declamato che non musica. Un termine si
inserisce in queste riflessioni ed evita le espressioni polirematiche: intonare;

65 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


significa “Cantare o suonare dando a ogni nota la dovuta altezza di suono; in
questo significato (poco comune) è usato come intransitivo” (Treccani).
111. INVOCATO, παράκλητος / утешителъ: è difficile affrontare
esaurientemente in questa sede etimologia, esegesi biblica e vissuto liturgico,
per decretare quale sia la traduzione perfetta del termine originario παράκλητος.
Molti sono i temi da esaminare; ricordo soltanto che παρακαλέω dice
esclusivamente di un “avvocare”, “invocare presso di sé”, con tutte le accezioni
possibili, da quella originale di “procurarsi un intercessore o una forma di
intercessione” (in una persona o in sacrifici, preghiere, buone opere), sino a
“intercedere”, cioè “raccomandare”, ed anche, da parte del capo della sinagoga
dopo le letture, “convocare l'interprete” (che dall'ebraico scritturale, non più
compreso dal popolo, traduceva a voce in aramaico le letture bibliche), sino allo
stesso “interpretare”. Lo Spirito παράκλητος di Giovanni XIV, 16 è presentato
come un altro παράκλητος a cooperare con Cristo assunto ai cieli. La
traduzione onnicomprensiva è, secondo me, il semplice “invocato”.
112. IRRADIA ἔλλαμψον/возсияй, nella preghiera prima del vangelo. Sento di
negare l'efficacia di immediatezza e di stile a circollocuzioni con il servile
“fare”, verbo che rende transitivo un intransitivo. Così accade a “fa' splendere”
o, come usa l'incolto, “fai” quando non scrive “fà”. Irradia è alquanto inusitato,
ma significa inequivocabilmente nella prima e principale accezione “illuminare
con i propri raggi, con la propria luce” (Treccani). Colpa grave è che osa sfidare
l'imperante pauperismo. Vedi anche CARNE, PASSI EVANGELICI, DIVINA
ESPERIENZA IN TE, E DOMEREMO, PER SEGUIRE VITA e VISIONE.
113. IRREPRENSIBILE, ἄμωμος/непорочный, altro aggettivo inversivo.
Rinuncio a intemerata, inversivo del latino temero, “violare”; esso risulta
sgradito a causa dell'accezione laica di “discorso lungo e noioso”, o
dell'espressione altrettanto laica di “cantare l'intemerata” per: “rimproverare
acerbamente o forse, lungamente”. In realtà io vi ho rinunciato perché il greco
μωμάομαι-μωμέομαι significa “biasimare”, “vituperare”, “beffeggiare”, e non
“violare”. Possiamo definire irreprensibile anche l'Agnello della profezia di
Isaia, da altri detto “senza difetto”, citato nell'offerta dei doni, così come
irreprensibile è la “via” del salmo 17 LXX, v. 33, alla vestizione del celebrante,
perché l'aggettivo italiano non solo contempla gli aspetti di “onestà, integrità,
correttezza”, ma anche di “perfezione formale” (Treccani). Esistono altri
sinonimi di questo gruppo, ma non nella Liturgia di san Giovanni; per questa
ragione, fortunatamente, non dobbiamo esaminarli in questa sede. Vedasi anche
“ILLIBATO”.
114. ISAIA, DANIELE E SAN TEODORO, E I SANTI TEODORI: durante
l'offerta dei doni, quando si appongono le particole in memoria. A) Il testo
slavonico prescrive давида и иессеа (di Davide e di Iesse). I testi greci
presentano varianti, le principali delle quali sono, tra le più antiche, δαυίδ καί
ιεσσαί (come lo slavonico) e tra le meno δαυίδ τοῦ ἰεσσαὶ (di Davide di Iesse).
Quest'ultima solo in apparenza è la più plausibile e non coincide con lo

66 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


slavonico; sorge infatti il dubbio su quanti profeti di nome Davide circolino
indisturbati, tali che sia necessario specificare il nostro come di Iesse; si
potrebbe pensare che sia per l'enfasi sul di lui “virgulto” o anche sulla “radice”.
Non si spiega nemmeno la memoria in sé di Iesse tra i profeti principali, se non,
come sempre, a posteriori: io invece lo direi oggetto di profezia. Resta il fatto
che δαυίδ τοῦ ἰεσσαὶ non è δαυίδ καί ἰεσσαί. Si noti che non ci aiutano i testi
più antichi perché la pròthesis/ offerta premessa, dalla sua comparsa in poi, è
stata formulata nei tempi e nei luoghi con elenchi diversi, prima che un paio di
varianti fossero selezionate e fissate dalla stampa; bisogna però dire che
l'evoluzione è poi ripresa impetuosa, rompendo gli argini dello stampato, per
esempio con l'aggiunta di santi locali occidentali (di fede ortodossa, si spera), la
completa e lunga commemorazione di tutti i santi del giorno, ecc. Queste
varianti, inoltre, non sempre presentano allo stato attuale una formulazione
logica. Per esempio, “Daniele, il profeta” è nominato dopo che si è verbalizzata
l'apertura della categoria dei profeti, ma poi si ha cura di anteporgli “i tre santi
Giovinetti”, non in sé e per sé profeti, ma tipi, a motivo del racconto della
fornace, e di posporgli “e di tutti i profeti”; tutte queste ripetizioni hanno
fortemente convinto tutti che quel Daniele è senza ombra di dubbio anche lui un
profeta; se però lo scopo è solo di riprendere la catena dei profeti interrotta dai
tre Giovinetti, bisognerebbe tradurre con inoltre del profeta Daniele. Non brilla
neppure la doppia commemorazione di san Giovanni Crisostomo o di san
Basilio il Grande, a seconda di quale delle due Liturgie si celebri (io mi sono
permesso solo un nuovamente, così che almeno un sacerdote italofono non
preghi a vanvera ed anzi si ponga qualche domanda). Per tornare al quesito su
Davide e Iesse, una soluzione forse c'è, anche se filologicamente non
documentabile: scartabellando nella mia biblioteca, ho trovato un testo del cui
dono resto grato, non fosse che per il mio affetto alle lingue “tagliate”, in
particolare per quella occitana. È una Divine Liturgie bilingue, francese e
occitana, in cui Yves-Germain Bouissou d'Arnaudet traduce in quest'ultima;
della parte francese non è scritto l'autore, ma essa pare vicina, ma non identica,
alla versione francese ligia ad un lavoro melkita, assunto da uno di quei
venerandi e intoccabili receptus, nella versione del Monastero di Aubazine in
Francia pubblicata nel 1975; la nostra bilingue è invece pubblicata dal
Monastero dell'Arcangelo Michele di Lavardac; il colofone non riporta la data,
ma penso risalga all'ultimo ventennio del secolo scorso, periodo in cui ho
ricevuto la pubblicazione. Ebbene, non saprei da quale fonte, ma la bilingue
sostituisce risolutamente e arditamente Iesse con Isaia, quasi volesse correggere
una trascrizione troppo a lungo errata o considerare Isaia immancabile
nell'elenco. Per me Isaia è soluzione più che logica e sufficiente rispetto a testi
non convincenti, e a me preme un testo convincente, non l'ossequio ad uno dei
receptus: la mia versione pretende infatti di parlare a quegli italiani che sono
interessati profondamente all'ortodossia e non amano contraddizioni e oscurità,
che anzi sperano di aver lasciato alle spalle; tutto ciò nella coscienza che

67 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


tradurre a volte è tradire, e a volte di proposito. Vorrà dire che in mezzo a tante
redazioni della prothesis, nessuna, ripeto, priva di varianti locali,
contraddizioni, punti oscuri e inadeguatezze, ci sarà anche questa. Tanto al
momento mi basta: non faccio l'accademico, non fingo di esserlo, né aspiro al
tronfio lauro. Se solo pare a volte, è perché espongo le mie osservazioni; esse
sono volte a difendere nella traduzione la lingua italiana e la sua calpestata
logica, quando poi la logica in sé stessa non sia già svaporata all'origine. B)
Nella mia versione ho citato un solo santo martire Teodoro; per inciso, se si
vuole mantenere separate le due figure, del militare graduato e del militare
semplice, bisogna dire i Teodori, perché così entrambi sono detti in Italia,
piaccia o non piaccia a chi italiano non è o a è chi italiano a modo suo; non
discuto qui gli studi che vorrebbero i due santi storicamente uno solo, ma
segnalo che i testi dell'XI secolo ne citano solo uno senza distinzione di ruolo.
In entrambi i casi A) e B) spero di aver reso i passi più leggibili secondo logica
e immediatezza, o addirittura di averli resi meno ostici alla meditazione
liturgica.
115. ISTANZA, πρεσβία/молитва: Il concetto di ambasceria come atto
condotto da anziani, in quanto persone autorevoli, presso sovrani per esporre
notizie o richieste, è la πρεσβία. L'uso comune di tradurre questo termine con
“intercessione”, termine lungo quanto “ambasceria”, ma più appropriato,
sarebbe valido; interferisce però col concetto fondamentale di unica e
universale intercessione di Cristo presso il Padre. La traduzione slavonica dice
“preghiera”, rinunciando a cercare un sinonimo; per noi è un ottimo alibi per
essere altrettanto diretti, ma se in ogni caso si traduce “preghiera”, si perde un
carattere importante della letteratura sacra nella lingua originale, cioè
l'abbondanza lirica dei sinonimi. Istanza non si scontra con la mediazione di
Cristo nel progetto di salvezza ed è adattabile al canto in italiano; nell'accezione
letteraria, secondo il Treccani, è “insistenza nel chiedere, nel pregare, e la
richiesta stessa fatta con insistenza, con calore”; non esprime il concetto
associato di “per conto di qualcuno”, ma il contesto della frase può sopperire.
Siccome varie preghiere ed inni presentano entrambi i termini πρεσβία e εὐχὴ in
uno solo, молитва, la traduzione mediante due distinti sinonimi è, almeno in
questi casi, d'obbligo, mentre per l'uso singolo del termine concordo con l'uso di
preghiera.
116. KYRIE ELEISON: dall'originaria interiezione, simile all'italiano
“Misericordia di Dio!”, “Santo Cielo!” e simili, l'espressione entra nella liturgia
di Antiochia nel IV secolo passando a significare “Signore, provvedici della tua
misericordia”; provvedere è la chiave di comprensione di questa giaculatoria,
che ritengo voglia recepire un'accezione del greco neotestamentario di
“misericordia di Dio per gli uomini”, intesa come “divina provvidenza”, sia di
cose materiali che di cose spirituali, come le petizioni stesse propongono.
Pregevole è stata una meteora della messa romana in italiano che coglieva
semanticamente l'argomento: “Signore, ascolta con misericordia”, e che forse

68 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


mirava ad abbandonare, invano, il “Signore, pietà”. Non si deve nemmeno
ignorare che l'espressione greca è presente sin dal V secolo anche nella
preghiera cristiana latina, provenendo dalla precedente liturgia dell'antica Roma
quando era in lingua greca, e continuando tutt'oggi ad essere a casa propria in
italiano (vedasi la voce in Treccani e in tanti altri dizionari completi). Ma se
Kyrie elèison non è sopportato, mi permetto di suggerire Signore, provvedi con
verbo assoluto in aspetto verbale puntuale (cioè minimo scarto di tempo e
carattere compiuto), cioè “provvedi nella tua misericordia”, e giammai il
“Signore, pietà”. Dico questo per vari motivi 1) dell'uso errato del termine
“pietà” al posto di misericordia, 2) del trascurato aspetto verbale e 3)
dell'ambiguità nel concetto stesso della “pietà” richiesta: l'invocazione incute a
vari miei intervistati, specie ai meno assuefatti al linguaggio liturgico e per
questo più concreti nell'uso dei termini, il timore che sia in arrivo una disgrazia,
anziché un aiuto, e se ne scongiuri l'allontanamento. 4) Nella richiesta diaconale
“Soccorri, salva, ...”, tutti i verbi chiedono, nel loro insieme, di “aver
misericordia”; nella stessa richiesta, l' “elèison” singolo o è una ridondanza, o è
una richiesta concreta, come lo sono tutte le altre della stessa invocazione, per
cui bisogna dare, a mio avviso, anche a questo verbo un senso concreto (e,
vedremo, per scorrevolezza, una forma transitiva. 5) In coda, ricordo che
esisteva un termine unico per “avere/usare/esercitare misericordia”, ora
desueto, bandito dai dizionari moderni, transitivo o assoluto, e difettivo:
“misericordiare”. Tanto senza lontanamente voler proporre un “Signore,
misericòrdiaci”. Altri prima di noi, e certo più autorevoli, hanno dovuto dare un
senso fattuale alle preghiere diaconali. Il Cabasila nel suo Commento, citato in
bibliografia, nella traduzione italiana di A. G. Nocilli: “Per quale motivo,
mentre il sacerdote invita a pregare per numerose e varie intenzioni, i fedeli
chiedono soltanto che si abbia pietà di loro e ad ogni richiesta rivolgono
quest'unica supplica a Dio? Anzitutto va osservato che tale supplica – come è
stato detto – implica sia l'azione di grazie che la confessione (di fede).
Secondariamente, implorare la misericordia di Dio significa chiedere il suo
regno, il regno che Cristo ha promesso a coloro che lo cercano, dando ad essi in
aggiunta le cose di cui hanno bisogno (Mt 6,33). Ecco perché i fedeli si
contentano di questa supplica, perché può essere generalmente applicata.” La
sottolineatura è di mia mano, perché concorda con quanto detto a proposito di
Signore, provvedi e simili. Notevole anche la nota a proposito, a cura del
memorarabile P. Mark (Davitti) e di Sergio Manuzio: “Pronunciando il “Kyrie
elieson” i fedeli attestano che, di fronte alla richiesta di ogni bene e alla fiducia
di supplica, il loro atteggiamento resta quello della supplica, il solo che
permetta di considerare la grazia divina nella sua interezza e verità, il solo
capace di evitare il rischio di mettere la grazia in rapporto alle valutazioni sul
merito personale o a delle presunte certezze <giuridiche> di salvezza.”
Ricapitolando: 1) azione di grazie e confessione di fede, 2) richiesta del regno
e, in aggiunta, il bisogno. 3) in una sola confessione di fede. 4) non certezze

69 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


legali, ma grazia divina. Vorrei tuttavia diffidare, nel mio piccolo, dall'assumere
commenti come quelli del Cabasilas come fonte di spiegazione strutturale
liturgica: qui mi permetto alcune considerazioni, da noto e certificato dilettante.
1) Per mia sola comodità di pensiero, definisco “a posteriori” tutti questi
commenti liturgici; in altri termini, una volta ricevuto un testo, vi si cuce sopra
il commento: in un certo senso, è come se non collaborassimo a formarlo, ma vi
è come se aggiungessimo commenti e interpretazioni per attualizzarlo a tutti
costi. 2) Se scaviamo sotto la struttura superficiale, come direbbe Lévi-Strauss,
per cercare la struttura profonda di un testo, scopriremmo che sotto c'è il “vero”
significato, cioè il linguaggio di base del testo, spesso rimaneggiato o
sovrapposto, ma tale da restare universale, in questo caso tale da rendere palesi
molte delle frasi ormai oscure. Questa opera non è uno scavo archeologico, ma
una analisi di un costrutto linguistico, fatta trovando tracce o documentazioni
sul testo sovrapposto. 3) Lasciando la fatica della ricerca agli specialisti, a chi
vorrebbe tradurre spetta solo di traslare le cognizioni così acquisite alle strutture
della lingua ricevente. Le conseguenze pratiche non competono al traduttore, il
quale non può essere coinvolto in riforme o restauri liturgici. 4) Una sola
dimostrazione per chiudere l'argomento: si sa che le “Piccole Litanie”
(impietoso termine per dire “Litanie Brevi”) sono il rimaneggiamento di
un'altra struttura, più antica. Il diacono diceva: A) “Preghiamo”. Questa parte
corrisponde a “Ancora e ancora ecc.”; non seguiva alcuna risposta. B) Dopo la
preghiera silente il diacono proseguiva: “Alzatevi!”. Questa parte corrisponde a
Soccorrici, salvaci...”; (accade ancora al termine di ogni preghiera in ginocchio
durante del Vespro della Genuflessione); non seguiva risposta. C) L'invocazione
“Commemoriamo ecc.” non ha corrispondenza in alcuna formula arcaica se non
quando, raramente, il diacono faceva, a questo punto, una breve
commemorazione della Madre di Dio. D) Seguiva la preghiera presbiterale,
tutt'ora esistente come segreta e udibile solo nella finale esclamazione
tardivamente trinitaria. Dove stavano nelle prime strutture pietà o misericordia?
Abbiamo già detto che compaiono ad Antiochia nel IV secolo. Sappiamo anche
che le antiche strutture non sono cambiate, ma “collassate” sotto il peso di
continue e spesso ridondanti aggiunte. Possiamo allora smettere di idolatrare
singole parole? possiamo provare a dar loro l'antico ruolo per valorizzare il
testo attuale? Nella fattispecie, si potrebbe concedere più credito alla versione
di provvedi ? Vedasi anche PIETÀ E MISERICORDIA, PROVVEDI DI
MISERICORDIA e PROVVIDENTE, nonché VERBI ASSOLUTI.
117. L'INCUBO DEGLI EDITORI: ovvero, il mare di parole, la prolissità;
questo sento da non credenti e da credenti ortodossi ed eterodossi, a proposito
delle traduzioni meticolose delle nostre preghiere. Già nei nostri ambienti
nordamericani circolava l'espressione “incubo degli editori”, autoironia sulla
complessità, lunghezza e verbosità delle preghiere: esse avrebbero sfinito chi,
in fase di composizione, andava a stamparle. Anche con la stampa moderna,
meno faticosa nella composizione dei caratteri, tale espressione ci accusa

70 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


ancora di incapacità nel tradurre la ricchezza della nostra eucologia e innologia;
la conseguenza di tale incapacità è il disagio mentale di un occidentale di fronte
alla carenza di concisione, chiarezza e scorrevolezza, nonché della stessa logica
propria, in una parola, di immediatezza; e pensare che quando traduciamo,
abbiamo come target la cultura occidentale! Come è noto, ci sono lingue
moderne occidentali che sono a vocazione sintetica; quelle neolatine, anche
quando hanno vestigia di declinazioni, sono irrimediabilmente analitiche: al
fine di inseguire la precisione sintetica delle lingue liturgiche classiche, possono
solo adattare i termini originali, o ricorrere a perifrasi o a neologismi, con
risultati non eccellenti; essendo ormai plasmate su modelli laici, le lingue
moderne sono anche renitenti in sé alle accezioni religiose, non solo, ma si
appropriano di esse a fini distorti; rendendoli ridicoli o di altro uso, costringono
ad abbandonarli nell'uso liturgico stesso (“pontificare” per “fare il saccente”;
“salmodiare” per “bestemmiare”, “sacrificio” per “rinuncia”, ed altri esempi
che andrò citando all'occasione). Questa condizione non è solo un dramma per
gli ortodossi, lo è anche per gli altri cristiani, i quali però hanno da tempo
risolto la faccenda prendendo i testi a sciabolate, cioè, per dirla più
irenicamente, riformandoli. A noi, legati alla perla di tanta tradizione liturgica, è
affidato il compito di conservare integro il patrimonio, traducendo, tra i vari
accorgimenti, con la massima sintesi e immediatezza; ciò richiederà una
versione non sempre letterale, con l'eccezione delle formule dogmatiche, e uno
stretto adattatamento alla lingua di arrivo, evitando di stravolgerne peculiarità,
ritmi, grammatica e sintassi, cioè evitando di creare una nuova lingua, spesso
stridente nella dizione ed contorta nei contenuti. Ecco perché ritengo di dover
rendere con un solo termine concetti altrimenti divenuti prolissi nelle nostre
versioni (polyèleos, filànthropos, theotòkos, makròthymos, zōopoiòs, zōodòtēs,
ecc.), perché coordino periodi in origine subordinati e perché frammento
periodi in origine lunghi e affannanti. Dissento invece dall'uso di “non
tradurre”, che ci impone termini stranieri assenti dai dizionari o presenti ma
semanticamente differenti. La lingua classica aiuterà a trovare termini precisi e
la lingua viva suggerirà costrutti snelli e diretti, oppure aiuterà a districare le
matasse sintattiche; dire per esempio ”acqua santificata” è uno dei tanti modi
pesanti di tradurre: agli italiani è sempre bastato dire “acqua santa”; l'aggettivo
deriva dalla prima accezione, la più antica, dal latino sanctus, participio perfetto
di ”sancire”, sancio, nell'accezione di “rendere sacro”; tanto non esclude che
una necessità di precisione richieda il participio passato non contratto
“santificato”; ma basta poco per stravolgere quanto ora affermato; lo scambio di
posto dell'aggettivo in “santa acqua”, modifica infatti la semantica: dopo una
siccità così si dice quando finalmente piove acqua comune, ma egualmente
considerata dono della Provvidenza.
118. L'INGRESSO DEI TUOI VANGELI, ἡ εἴσοδος τῶν ἁγίων σου /
блгословен вход святых твоих: "l'ingresso delle tue cose", e non "alle tue
cose" impone di chiedersi che cosa siano queste cose; la mia versione dice, tolte

71 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


ovviamente le persone e i loro effetti personali, di quanto vediamo nelle mani
dei celebranti: il libro dei santi vangeli. Alla facile contestazione di gretta
materialità voglio opporre proprio un testo non nebuloso e non numinoso.
119. LA CONGIUNZIONE “E” E LE SUE VIRGOLE: molti luoghi comuni
limitano l'uso delle virgole intorno alla congiunzione “e”, intesa in funzione
semplice e coordinativa. Io mi sono permesso di porre la congiunzione all'inizio
di frase, come accade in letteratura e nello stesso parlato, anche quando è
preceduta da un segno di punteggiatura forte; non sempre le mie sono anomalie:
per esempio, in una frase con due coordinate, se nelle seconda di queste il
soggetto cambia, la virgola è buona regola anc he con la congiunzione; altre
volte la virgola prima della congiunzione stabilisce, soltanto ma legittimamente,
delle pause ritmiche.
120. LARGIRE, χαρίζω/даровать: “donare generosamente, con liberalità”;
largire è perfetta e lapidaria traduzione che altri hanno proposto e che io
accolgo con entusiasmo. Cito il poeta dal Treccani, per chiudere al nascere ogni
contestazione: “Ecco ci è nato un Pargolo, Ci fu largito un Figlio” (Manzoni). È
bello spiegare il termine italiano polisemico grazia, in greco liturgico
monosemantico χάρις, con i termini della largizione. I puristi sconsigliano
invano la forma elargire in quanto manipolazione non necessaria dell'originale
latino largiri; elargire di fatto esiste, addirittura ha una sua autonomia rispetto a
largire, suggerendo una magnificenza nell'azione, come quando si dice "elargire
denaro", o "e. sorrisi"; largire pare più composto, è un po' come “tendere” ed
“estendere”; se altrimenti fosse, contrasterebbe con le doti linguistiche ora
decantate del nostro verbo e con i caratteri della carità divina. In coda, ammetto
che in più di una situazione sia comunque corretta la versione donare, meno
specifica, ma meno dotta e di conseguenza più accessibile nelle necessità, come
nel tropario maggiore della Resurrezione. Tanto a confermare che si fà danno a
tradurre un termine in modo univoco, quando invece sono più importanti
proprietà di linguaggio e buono stile.
121. LIBERACI DAL MALIGNO, ρύσαι ἡμάς ἀπό τοῦ πονηροῦ / избави нас
от лукаваго: a me e a moltissimi prima di me per duemila anni è parso chiaro
che il testo greco parli del malvagio per eccellenza, il diavolo, e non di un
intellettuale “male”, anche se già Origene ne discuteva l'ambiguità. Dopo di ciò
non mi profondo nella dimostrazione linguistica della mia asserzione, ma
affermo che è disastroso recitare formule come il Credo o il Padre Nostro
secondo versioni occidentali sol perché siamo in occidente; ciò vale anche per il
cotidianum/superessentialem rispetto all'ἐπιούσιoν: il “quotidiano” per i molti è
solo dei giornali, mentre cotidianum non è del tutto “quotidiano”. Ogni
argomento a favore dell'uso di formule occidentali nei nostri offici mi è
inaccettabile, alla luce della mia personale esperienza pastorale. Mi riferiscono
che c'è chi tollera anche il Credo col Filioque perché questo sarebbe il
linguaggio dell'occidente, e ciò si fa per mimetismo culturale o per
insufficienza teologica, comunque non per salda fede.

72 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


122. LI RICORDI: nelle commemorazioni all'ingresso dei doni e nei dialoghi
tra sacerdoti e diacono alla fine dell'offerta dei doni e ancora al termine
dell'ingresso dei doni, ho usato un lecito costrutto italiano, anteponendo per
prolessi il complemento oggetto al verbo e riprendendo il complemento oggetto
con un pronome personale immediatamente prima del verbo; qui lo scopo è di
rispettare il costrutto originario, comune al greco e allo slavonico, ma
soprattutto di fornire una tensione espressiva che a volte manca nella comune
nostra sequenza soggetto-verbo-oggetto.
123. LINGUA CREOLA: molto in generale, una lingua creola è un crogiolo di
due o più lingue. Mi rendo conto di usare spesso il termine “creolo” in modo
ingeneroso, trascurando quanto ferva la creatività dei linguaggi umani; insisto
però a tradurre nella mia lingua letteraria, senza incertezze, per dare alla liturgia
tradotta uno stile dignitoso; l'italiano della liturgia non sarà mai come quello
della lingua parlata, come non lo sono le lingue liturgiche classiche, che si
avvalgono di termini scelti, di solito classici o “antichi”; esse non sono “un'altra
lingua”, ma una forma più elevata e più nobile e venusta; divengono
comprensibili con l'esercizio all'ascolto e alla lettura, non senza aspirazione a
migliorare le proprie conoscenze; faccio a proposito notare che il rumeno
liturgico ha la sua debita distanza dal rumeno parlato moderno, e che l'inglese
liturgico di Virginia Hapgood è ancora onoratamente in uso nelle comunità
anglofone che condividono il concetto sopra espresso; va detto che ci sono
anglofoni che non condividono i concetti ora espressi e preferiscono il
linguaggio corrente, rapidamente mutevole.
124. LUNGI DA CONDANNA E SENZA CONDANNA
ἀκατκρίτως/неосужденно: A) nella preghiera prima della vestizione e prima
della Preghiera Signoriale; l'avverbio originale è comunque presente in altri
punti della Divina Liturgia. Le sfumature semantiche dell'avverbio privativo
sono: 1) “non essendo in stato di condanna”; 2) “non meritando condanna”; 3)
punito senza (giusto) processo. In altri termini, vuol dire: 1) poter agire perché
non reo; oppure 2) non essere reo degli atti che si stanno compiendo.
L'accezione 3) esula dal nostro contesto; di entrambi i casi alla nostra portata,
1) e 2), a me pare più certo il significato 1) per la maggior parte delle formule;
corrobora il mio punto di vista la comune intuizione dei salmi e della serie di
preghiere dell'officio offertorio, e anche nelle parallele preparazioni penitenziali
prima o all'inizio dei riti occidentali. Nell'officio offertorio e in tutte le altre
formule la versione è dunque senza condanna. Nella sola invocazione prima del
Padre Nostro pare contradditorio pensare di rischiare una condanna da Dio se,
pur indegni, lo si chiama Padre, perché questo è un precetto che Gesù stesso
rivolge a tutti; in questa formula preferisco dunque la locuzione avverbiale
lungi da condanna, che dice della speranza di non compiere un atto di sfida a
Dio e così di non incorrere in condanna. L'allusione a evitare la condanna risale
a quando la Preghiera Signoriale fu introdotta, dopo l'VIII secolo, come atto di
contrizione prima della comunione; ritengo che il cumulo di preghiere

73 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


penitenziali sovrappostesi abbia sminuito e sviato il concetto primigenio di
contrizione per evitare condanna ad accedere alla santa comunione. B)
Passando al concetto di “osare chiamare Padre”, esso è radicato in tutte le
liturgie, orientali e occidentali. Penso che sia meglio dire “ardire” (avere
coraggio di una qualsivoglia impresa) che non “osare” (avere coraggio di
impresa pericolosa o disdicevole, come per sfida o affronto); non ci aiuta il
latino audemus dicere, il quale accomuna sia “ardire” che “osare”. Mantengo
“osare” per via dell'uso comune, che confonde i due sinonimi, ed anzi diffida di
“ardire” perché alquanto lezioso. Vedi anche DAMMI LA FORZA DI,
DIMORARE e TREMENDO.
125. MANIERE, ἀνταποδόσεις/воздаяний, al secondo versetto del salmo 102
della prima antifona: “corrispondenze” è la traduzione letterale, che contrasta
con l'accezione moderna, scarsa di traslati adeguati. I santi padri descrivono il
termine greco come l'interazione tra Dio, che inizia, e l'uomo che “risponde”, e
viceversa, in un dialogo continuo in cui all'uomo è data la rivelazione (salmi 18
e 44, LXX). Tra le varie traduzioni, solo apparentemente fantasiose, volte in
realtà a rendere diretto il concetto, ricordiamo “benefìci”, “attribuzioni”, “doni”
di Dio, perfino “lodi” a Dio: sono tutte solo parti del tutto. Più complesso, nella
deriva semantica, ma unificante per l'intuizione, è il maniera che propongo: è il
“modo di comportarsi”; di più, è quel fare che permette di distinguersi e di farsi
riconoscere e, facendosi riconoscere, di interagire; tutto ciò può essere in bene o
in male, sicché il resto del salmo 102 elenca le maniere di Dio con l'uomo come
buone e tali da creare questa “reciproca rispondenza”, malgrado i limiti umani.
126. MEMORABILI, ἀειμνήστων/приснопамятних, nella preghiera
diaconale dopo il vangelo: poiché il significato classico di “memorare” porta in
sé la nozione temporale, è superflua l'aggiunta dell'avverbio di tempo “sempre”:
“Memorabile: da doversi ricordare lungo tempo per la sua gravità (=
importanza, ndr) e per i suoi effetti.” (Palazzi). La definizione moderna, inoltre,
non esclude l'estensione alle persone (Treccani). C'è poi memorando, ancor più
diretto, breve e di simile significato, però enfatico e a volte ironico, nonché
oscurato dal raro memorandum, che ha accezione monosemantica derivata.
Comunque si scelgano questi termini, il “sempre commemorati” e il “di
perpetua memoria” vanno in pensione: di memorabile dovrebbe restare solo la
loro prolissità.
127. MEMORIA, MEMORIALE, RICORDANZA, RIMEMBRANZA E
REMINISCENZA, μνήμη, ἀνάμνησις / памятъ, воспоминание: in italiano i
sinonimi ridondano, e ognuno ha il suo posto nell'uso liturgico. Nel Nuovo
Dizionario dei Sinonimi della Lingua Italiana del Tommaseo si trova:
“Memoria è la facoltà per la quale si ritengono le impressioni avute, o si
rinnovano: ma l'atto del rinnovarle dicesi specialmente reminiscenza... La
ricordanza è reminiscenza... Da questa voce derivano rammemorare, e
rammemorazione, e rimembrare, e rimembranza; i primi, poco dell'uso; gli altri
due, della lingua scritta, ma solamente della più scelta. La rimembranza è

74 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


nell'animo; pubblica e solenne è la commemorazione: e così chiamansi le
preghiere e riti per i defunti. La ricordanza e il ricordo è più cosa del cuore...
Ricordanza è voce famigliare a' contadini, i quali chiamano ricordanze le
solennità maggiori dell'anno...”. Ricordanza è, secondo il Treccani, termine
poetico: è “l'atto, il fatto oppure ciò che si ricorda, o ciò che di una cosa, di un
fatto o di una persona, conserva o rinnova la memoria”; dissento dall'etichetta
di poetico, perché in varie parlate italiane del centro e del meridione il termine è
usato correntemente a indicare oggetto o episodio che aiuta a ricordare di sé chi
lo riceve, cioè un pegno, e invero anche questa accezione è descritta nel
Treccani. A volte ricordanza è usato pomposamente o ironicamente; il termine
ci torna comunque utile nella Liturgia di san Basilio a caratterizzare il
sostantivo plurale ὑπομνήματα/воспоминания con ricordanze. Ancora il
Treccani sull'accezione liturgica di “memoriale”: “... Sinonimo di anamnesi.” E
su “reminiscenza”: “Nell'uso filosofico il termine si adopera come
corrispondente del greco ἀνάμνησις, che nella terminologia platonica si
distingue da μνήμη “memoria”; anamnēsis indica un momento della
conoscenza delle idee che, presenti nella memoria (l'anima le ha conosciute
prima di scendere nel corpo), vengono come risvegliate e ritrovate attraverso un
processo di purificazione dalla sensibilità.” Tirando le somme e filtrando gli
arcaismi della nostra lingua, si può far coincidere memoria con μνήμη,
memoriale con ἀνάμνησις e ricordanze con ὑπομνήματα. In conseguenza di
quanto esposto, nel rito offertorio la traduzione italiana più completa di Εἰς
ἀνάμνησιν è, secondo me, Per il memoriale; con il per si evidenzia che la
preparazione dell'offerta è “finalizzata” al memoriale che avverrà nello
svolgimento eucaristico; la pròthesis è così intesa come l'offerta dei doni per il
memoriale. Vorrei in conclusione completare il pensiero sui termini esaminati,
anche a rischio di ripetermi: per la mentalità italiana, dire o agire “in memoria”
di qualcuno o qualcosa è richiamarne il ricordo: questo atto è molto meno di
compiere il memoriale, cioè stabilire relazione concreta tra passato e presente e
darne testimonianza comune.
128. MERAVIGLIA, θαυμαστὸς/дивен: nel salmo 92 LXX del rito offertorio e
nel canto feriale dell'ingresso con il vangelo. Il salmo presenta verso la fine un
aggettivo potente per μετεωρισμοὶ/выссоты; la presente versione cerca almeno
di non sminuirlo con “mirabile”. Dire meraviglia anziché “meraviglioso” e
anziché il pallido e dotto “mirabile”, dice, a mio modesto avviso, la stessa cosa
in modo più vivace e sentito. Va da sé che chi compie una rigida analisi
grammaticale troverà solo in apparenza un sostantivo contro un aggettivo,
perché qui meraviglia è un equivalente aggettivale, “destante meraviglia”. Vedi
anche RAMPATE DEL MARE.
129. MERITARE, ἀξιωθήναι/сподобитися: invece di “essere stati resi degni
di”, un elegante verbo quaggiù da noi è antidoto a prolissità e cacofonia:
meritare significa “risultare degno di avere, ottenere e sim. q.cosa”, se si dà
retta al Treccani e a un gran numero di altri dizionari. Tale verbo ha un altro

75 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


grande pregio, tipico di quasi tutte le lingue analitiche, rammaricate di sprecare
parole: è un verbo attivo ed evita così le preposizioni dei complementi indiretti.
Meritare è termine comune, diretto, nobile nell'umiltà di chi riceve e assai meno
moralistico di “essere stati resi degni di”. Vedi anche CONSENTIRE.
130. MILIZIE, δυνάμεις/силы: ad indicare l'attualità e l'universalità del
concetto biblico e liturgico di milizie angeliche, e non di “potenze ”, non citerò i
nostri testi, ma la definizione di André Chouraqui nella sua versione francese
dei salmi masoretici: “Truppe organizzate sulla terra o nei cieli, corpi celestiali
(étoiles) che eseguono gli ordini del Signore” (mia traduzione). Aggiungo che
anche Dante nella Divina Commedia compara l'angelo alla stella, non solo con
l'ovvio significato di “nunzio celeste”, ma in generale di “essere celeste”.
131. MIRRANTE, μυροφόρα/мироносицa: il termine di “mirofora” non figura
nei nostri dizionari; anche nel greco esso cristiano è un neologismo, improntato
sul sostantivo μύρον e sul verbo φέρω, un po' come l'italiano “portaborse”,
portalettere”, “portavivande” ecc.; sarebbe “portamirra” e significherebbe
“portatrice di olio di mirra”; sarebbe, perché tra le due lingue c'è una differenza
di concetto: i termini italiani in -tore, -trice, come sempre reclamo, sembrano
indicare azione continuativa, ripetitiva, di utilità o di mestiere; i corrispondenti
termini greci, invece, tratteggiano l'azione puntuale; per questo la “portatrice di
mirra” sembra dire: “Sono addetta al trasporto della mirra”; μυροφόρα-mirofora
sembra invece dire: “Mi trovo in questo momento mistico e in questo luogo
santificato a portare mirra”. Quanto a ciò che esse portano, io l'ho chiamato,
dall'olio estratto da molte resine profumate, mirròlo: questo termine è, come in
greco, generico, non specificando da quale resina provenga. Per me gli “aromi”
stanno meglio in cucina; i “profumi” sono soluzioni acquose o alcoliche, non
oleo-resinose, ma spesso valgono per il loro risultato olfattivo, e non per il
materiale in sé; il “miro”, insindacabilmente, non esiste in italiano, se non come
aggettivo di altro significato; rimane questo antico sostantivo mirròlo: per i
pauperisti il solo dirlo costituisce reato, ma io intendo commetterlo anche a loro
beneficio. Precisando quanto affermato, tuttavia, bisogna dire che nel presente
contesto ciò che le donne recano sono, tra i tanti μύρα (plurale di mýron),
mirròli, (si è detto, estratti oleosi o unguentosi di resine varie), μύρρα, la mirra;
ce lo dice il vangelo, e a me non resta che concentrare le mie ricerche di una
versione che renda lo specifico di “mirra”. L'uso acritico è di italianizzare il
termine greco di ciascuna donna recante la mirra in “mirofora”. Vantaggi di tale
operazione, tutti da provare, sono che tale termine 1) non è polisemico, 2) è
anche entrato nell'uso in linguaggi religiosi eterodossi, col medesimo
significato e 3) è relativamente conciso. Remano contro quattro aspetti negativi:
1) l'essere parola comunque incomprensibile ai molti, e non necessaria nella sua
struttura: una cosa è infatti spiegare un termime italiano “difficile”, un'altra è
arrampicarsi sui vetri per giustificarne uno esotico e introvabile sui dizionari; 2)
l'uso eterodosso di nicchia e comunque non qualificato, perché fa solo chic in
quanto “orientale”, ma è privo della dottrina ortodossa cui il termine

76 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


teologicamente fa capo; 3) la sua restrizione alla sola sfera linguistica greca,
cosa in sé autorevole, ma poco accetta in assoluto a tutte le altre lingue
liturgiche ortodosse, ognuna delle quali presenta il termine in esame con una
traduzione domestica; 4) la costante e ferma renitenza dei più autorevoli
dizionari ad ammetterlo come vocabolo italiano; 5) il suo conseguente figurare
come non-traduzione, al pari di “theotòkos” e “filànthropos”. Né potrei
caldeggiare, per tutte e tre le “mirofore”, termini come “le tre Marie”, “le donne
al sepolcro”, “le donne con la mirra”, sol perché popolari. Chiariti questi limiti,
propongo mirranti: si tratta, grammaticalmente, di un participio presente del
verbo “mirrare”, modo verbale non tanto raro nel linguaggio corrente e non
ancora proibito, con in più la funzione di aggettivo sostantivato; malgrado
l'apologia ora fattane, ce n'è tanto da procedere ad un arresto per oltraggio al
pauperismo. “Mirrare” è di Dante (“ebber la fama che volontier mirro”);
significa onorare mediante offerta o spargimento di mirra, sul modello di
“incensare”; il Treccani ci avverte inoltre che si può anche intendere come
“rendere incorruttibile, così come facevano gli antichi ungendo di mirra i corpi
nell'imbalsamazione”. Dopo sussulti di rispetto per chi non può o non vuole
seguire siffatte elucubrazioni, mi confermo su mirranti, per dire di persone
riprese nel momento del loro pio compito; chiarisco che non si tratta di un
neologismo, ma dell'uso al participio presente in forma sostantivata, come
“concorrente, badante, nullafacente, renitente e simili a centinaia, di un verbo
non colloquiale, eppure ben caratterizzante; così, i nostri proibizionisti di
neologismi si spera tacciano. Se poi, contestando quanto esposto, si insiste su
“mirofora”, si affronti anche la partita, di un certo interesse ma già persa
all'inizio, di uniformare la posizione dell'accento; in Italia infatti esso è
legittimamente variabile sulle parole greche: Verba graeca per Ausoniae fines
sine lege vagantur; in altri termini, a inceppare del tutto la ruota, mancano solo
le legittime varianti di accentazione di “mirofòra” e “miròfora”. Vedi anche
MIRRÒLO, INDÏATI, nonché RAVVEDIMENTO e TRISAGIO.
132. MIRRÒLO, μύρον/мѵро: nel mondo precristiano il termine greco myron
indicava solo una mistura di oli di supporto con il distillato di mirra, olio
volatile profumato, a sua volta composto da aldeide cuminica, eugenolo,
dipentene e pinene, in seguito ottenuto anche da altre essenze; nel salmo 132
dei LXX, in assonanza con Esodo, 30:23 si cita proprio questo prodotto, con cui
si crismavano (si mirravano) i re e i sommi sacerdoti di Israele (la barba dello
stesso salmo non è “di Aronne”, ma da Aronne, cioè degna di Aronne, ovvero
dei suoi successori all'altezza del suo nome e ministero). L'italiano avrebbe
l'interessante mirròlo, sostantivo maschile, indicante appunto olio volatile di
mirra e, per esteso, di altre essenze chimicamente uguali o simili, come il
nardo; per la verità, è un termine tecnico in uso fino alla prima metà del
Novecento, ma io lo trovo adatto per italianizzare l'esotico μύρον, da altri detto
“mìro” o, peggio, “mìron”; noi moderni, però, orgogliosi delle nostre sole
cinquanta parole e orgogliosi di quelle esotiche di soppianto, perderemmo il

77 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


sonno se mirròlo ricomparisse. Il termine è rintracciabile ancora nel moderno
Dizionario Olivetti (“Olio volatile che si estrae dalla mirra”) e nel classico
Dizionario Tommaseo (“È l'olio volatile, contenuto nella mirra e da cui riceve
l'odore che gli è particolare”), mentre altri dizionari ignorano il termine; certo è
che il sostantivo “mìro” non esiste nei dizionari, mentre l'aggettivo “miro” ne è
solo assonante, ma ha diverso significato. La perdita di una parola si paga con
l'uso di termini stranieri o di più parole (polirematici) in sua sostituzione, a
danno dell'immediatezza. Scartando aromi da cuoca, unguenti da dermatologo e
pervicacemente convinto della giustezza di mirròlo, lo ripropongo qui e per
ogni accezione di μύρον/мѵро: in fin dei conti una coppia di alti accademici
traduttori non riuscì a costringere nessuno al loro Pensiero Unico; all'opposto,
sarei contento se il termine da me proposto stimolasse la discussione. Vedi
anche MIRRANTI e UN ESERCIZIO DI GRECO.
133. MISERICORDE, ἐλεήμων/милостив: più breve e incisivo di
“misericordioso”, è anche meno logorante di quanto martellato in tempi meno
recenti dal partito dei misericordisti-pillolisti, ora perdenti e scomparsi.
134. MISERICORDIA DI PACE, OBLAZIONE DI LODE, ἔλεον εἰρήνης /
милост мира: nella risposta dell'assemblea all'inizio dell'anafora. Ἔλεον è un
inconsueto e irregolare accusativo di un ἔλεοϛ, sostantivo neutro col significato
di “misericordia”, e non un regolare accusativo maschile di “olio” la cui grafia
corretta è ἔλαιον. La chiarezza fu operata dallo slavonico милость con
misericordia. Erasmo da Rotterdam traduce ἔλεον con oleum; anche Swainson
riporta il suggerimento da parte di “un amico” a considerare ἔλεον come “olio”,
sulla base di alcuni commentari manoscritti, concludendo però che accettando
tale versione “la confusione permane” (nell'introduzione a “The Greek Liturgies
Chiefly from Original Authorities”; mia traduzione). Questo accusativo di un
insolito maschile di ἔλεος (εἰρήνης) è qui usato come sinonimo di “sacrificio (di
pace)”, già noto nel contesto ebraico, ovvero di riconciliazione; la forma di
“misericordia di pace” era preferita dai primi cristiani, i quali chiamavano così
l'eucaristia, in quanto non sacrificio veterotestamentario, cioè non cruento e non
bruciato, come invece il tipo dei sacrifici della Legge; il modello
dell'espressione è Ebr. 13:15, riferito alle nostre stesse persone. Si spiegherebbe
la desinenza -ον di ἔλεοϛ, un forzato caso accusativo maschile retto dal
sottinteso “offrire”, in una forma che si prefigge di escludere la confusione col
caso nominativo riferito al verbo dell'esortazione diaconale. Tutto questo
ragionamento può essere reso nelle traduzioni in lingue moderne con la
ripetizione del verbo nella risposta. Lo spunto per il commento a ἔλεον εἰρήνης
nel presente commento è il lavoro del rev.mo archimandrita Yaqoub Khalil
dell'Istituto di Teologia “San Giovanni Damasceno” dell'Università di
Balamand, Tripoli del Libano, intitolato “A Textual-Critical Study and
Interpretation of the Liturgical Response ‹Ἔλεον εἰρήνης, θυσίαν αἰνέσεως›”.
135. MITRIA, μίτραν/венец, durante la vestizione dello sticario: in origine la
mitria era una fascia di cuoio o di metallo cinta al tronco e riservata a guerrieri

78 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


e atleti, (una di queste, in bronzo, è stata ritrovata nell'antichissima cittadina di
Gravina di Puglia) e in seguito cinta al capo e riservata a re e sacerdoti, per
stringere un turbante o una corona e poi divenirne sinonimo, come parte per il
tutto. Avvalendomi della versione con mitria, posso meglio caratterizzare il
verbo περιέθηκε/возложи con coronare; sciolgo così la sinonimia in
περιζωννύων-περίζωσαι / препоясуляй-препояши, poco oltre nella vestizione in
una allusione alla potenza che viene cinta (ζώνη-пояс), mitria questa volta sul
tronco. Ispirante è l'espressione dantesca che associa i verbi di corona e mitria:
“Per ch'io sovra te corono e mitrio”. Mitria dunque sta per “turbante di nozze”.
Desolante invece è stato imbattersi, in una delle tante versioni scolari, nel
burocratico e frigido “copricapo”, quando in quella versione ormai naufragata si
pretendeva contesto aulico e autorità accademica.
136. MONDARE E PURIFICARE: a volte ho usato mondare per purificare;
il termine potrebbe essere perdente a cospetto di chi propugna il semplicismo o
puperismo verbale; si aggiungano la confusione indotta da dialettismi entrati
nella lingua, come “mondezza” per “immondizia” (attraverso una romanesca
elisione di “im-mondezza”), l'abbandono del termine in sé nel parlato e
l'accezione che un tempo era dialettale centro-italiano e oggi ovunque
affettatamente in auge di “sbucciare, pelare”. La storia del termine italiano,
distaccatosi dal latino, inizia con “eradicare dalle risaie le male erbe”; per
traslato, giunge attraverso “ripulire il male”, fino a “ripulire alcunché” e, in
accezione spirituale, a “purificare”, facendo rientrare dalla finestra il significato
latino. C'è però una sottile differenza tra “mondare”, che è una estensione
appunto di pulire, e “purificare”, “rendere puro oggetto o persona”: il peccato si
può mondare, cioè si può eradicare o asportare, ma non si può purificare, cioè
non si può far sì che diventi “peccato puro”. Quando inoltre ho preferito
mondare oltre il senso ora descritto, ho solo sperato di ridurre la ridondanza
delle sillabe e la difficoltà di dizione in alcuni contesti, a causa
dell'accentazione sdrucciola, o peggio bisdrucciola quando si accolla un
pronome afono, in suffisso (“purìficaci”). Con un grazie ancora una volta alla
nostra lingua classica che dà lustro alla liturgia, e dimenticando per un attimo
che, oltre a mondare, da ora in poi anche “lustro” compare nella lista nera della
oligofrenica lingua di cinquanta parole.
137. NE ACCOLGA L'ANIMA τάξη τἠν ψυχὴν αὐτῶν / учинит души их: il
testo originale e la sua traduzione slavonica sono concordi e chiari
nell'esprimere il concetto di “classificare”, “includere in un
rango/ordine/gruppo/insieme”. Senza nulla dire degli altri popoli mediterranei,
o di quelli più a oriente, l'idea che ne cava un italiano, insieme fruitore e
contestatore della burocrazia, è che anche Dio, da buon dirigente dell'Ufficio
Anagrafe Supremo, sia un burocrate; all'intelletto nostrano verrebbe evidente la
similitudine tra Dio e i nostri non sempre diligenti o efficienti capi di uffici, enti
e ministeri vari. Tralasciamo il neutro “porre” o, impropriamente, “mettere”, o
burocraticamente, “collocare”; “includere” o “ammettere nei ranghi” è da

79 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


insensibili, come dimostrato. Chiarito così che una versione letterale è
impraticabile, passo ad esaminare come per proprietà di linguaggio ci si
esprime dalle nostre parti quando Dio si occupa di noi dopo la nostra morte.
“Annoverare” sarebbe buon termine, ma è inutilmente dotto e meno immediato
rispetto a sinonimi pur meno precisi. “Accogliere” presenta delle particolarità
semantiche interessanti; il Vocabolario Treccani ne dice alla prima accezione:
“Ricevere, e in particolare ricevere nella propria casa, ammettere nel proprio
gruppo, temporaneamente o stabilmente, soprattutto con riguardo al modo, al
sentimento, alle manifestazioni con cui si riceve.” Oltre alla calorosa
benevolenza che mancherebbe in Dio se solo dovesse metterci in buon ordine
come oggetti su uno scaffale, particolare attenzione semantica va qui posta al
luogo o all' “insieme” in cui l'accoglienza avviene; è proprio questo l'elemento
che abilita accogliere. Il Dizionario dei Sinonimi del Tommaseo è dello stesso
parere: “...Accogliere ha vari sensi. O vale fare accoglienza a chi viene, ed è più
del ricevere e dell'accettare semplicemente, e in questo senso, quasi
figuratamente dicesi di luogo ricevente in sé la cosa o le cose che accoglie.
Accogliere è però un ricevere in modo speciale, sì che che la cosa sia contenuta
nello spazio, o tutta o in quantità sufficiente all'intento, e d'ordinario vi stia non
di forza né a disagio. L'origine conferma la differenza: ricevere da capere, che
può essere anco violento o in piccola parte; accogliere da con-legere, che dice
adunamento e porta l'idea d'ordine.” (La sottolineatura è mia). Cito quanto
immediatamente segue, che esula dalla mia impostazione sull'accoglienza di
Dio per lasciare questa volta al Tommaseo la manfrina finale sui riottosi alla
buona lingua: “Traslatamente, anco gli indocili e i caparbi ricevono nella mente
e nell'animo il vero e il bene; i migliori l'accolgono. E non l'agevolezza a
ricevere, ma la disposizione ad accogliere fa la virtù e la scienza”.
138. NEL PADRE, NEL FIGLIO E NEL SANTO SPIRITO, TRIADE DI
UGUALI IN SÈ E INDIVISIBILE προσκυνεῖν πατέρα, κ.λπ. / поклаятися
отцу, н т. д.: così il popolo all'invito diaconale prima dell'anafora; ci sono
Chiese che hanno abolito quest'ultimo tratto del testo, penso non per motivi
filologici, perché bisognerebbe tornare almeno all'XI secolo per constatare
assente la parte che ora trattiamo, mentre è già presente nei testi del XVI
secolo, bensì per rendere attento il popolo al momento dell'Anafora: mettere da
parte pleonasmi ed embolismi è, a questo fine, ragionevole. Vedi anche
TRIADE.
139. NELLA TUA GRAZIA τῇ σῇ χάριτι / твоею благодтню: nelle preghiere
diaconali. Altre espressioni, (“con la tua grazia”, “per mezzo della tua grazia”,
“per tua grazia” e simili), formalmente corrette ma o prolisse o vicine alla
dottrina scolastica sulla grazia creata, mi paiono meno affidabili.
140. NELL'ADE ἐν ᾄδου / во аде: è difficile in italiano rendere questo
termine in modo breve e accessibile; i sintagmi “luogo/sede/regno” ecc. “dei
morti”, o “ombra di morte”, di analogo significato, come in Isaia (e nei
videogames!) non sono né sintetici né diretti; spesso nell'innologia tali sintagmi

80 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


si trovano accanto a lemmi “morte” o “morto” di altra radice, in più espressi in
diverse forme grammaticali: nella traduzione l'inevitabile affollamento
disorienta. Scarto “inferi”, plurale che impedisce la frequente personificazione
poetica, allunga i verbi corrispondenti nella loro desinenza al plurale, ma che
soprattutto marca una posizione precisa e geologicamente oggi contestabile, al
contrario di “ade” (ἀ-ἰδεῖν, luogo “senza visibilità”, dunque “buio” o, come
vedremo, “informe”); scarto anche “inferno”, che per convenzione denota meno
una localizzazione, ma indica lo stato di condanna definitiva dell'Ultimo
Avvento. Chi vuole ricorrere a radici latine può farlo con “orco”, termine che ha
seguìto il percorso di “ade”, indicando, abolito il dio pagano, il luogo ma poi, di
suo specifico, il soggetto truce delle favole; per trovare la coincidenza tra ade e
orco dobbiamo risalire al prologo dell'Iliade del Monti, per poi trovarlo, sempre
più raro e isolato, nella successiva letteratura, e solo lì. Si potrebbe dire
“averno”, ma anche esso è ignoto ai più, se non per un'assonante illusione di
digerire meglio con una bevanda alcolica. Non sono soddisfatto di “ade”, non
perché sia una rinuncia a tradurre, (il termine è presente in tutti i nostri buoni
dizionari), ma perché è non immediato, non culturalmente accessibile e, quando
lo è, ha comunemente sola accezione pagana. La ricerca di termini nostrani
potrebbe partire dall'etimologia: per esempio, in italiano ci sono i sostantivi
“tenebròre”, “tenebrìa”, ”luogo informe”, i quali prospettano una gara tutta in
salita, tra ali di ostili fischiatori. Più accettabile ai più, ma meno solenne,
sarebbe il termine “aldilà”, in grafia univerbata; a me però pare più adatto al
cristiano distratto o allo spiritista. Scarto decisamente “oltretomba”, per me
quasi ironico e comunque inopportuno, e l'incerto “limbo”. In conclusione, per
ora non si sfugge a ade, anche se sono ortodossamente suggestionato dal
concetto di “informità”, come presto leggeremo. Vorrei ora riportare la sola
prima parte del lungo brano conservato nei Sacra parallela di san Giovanni
Damasceno, che espone il destino dell'anima dopo la morte; questa parte, e
invero il brano al completo, soccorre chi vorrà cercare un termine
liturgicamente accessibile e insieme preciso che tenga il posto di “ade”, come
ad esempio, “mondo informe”. Da Emanuele Castelli: Un falso letterario sotto
il nome di Flavio Giuseppe – Ricerche sulla tradizione del Περὶ τοῦ παντὸς e
sulla produzione letteraria cristiana a Roma nei primi decenni del III secolo.
Jahrbuch fuer Antike und Christentum. 2011. - Bisogna ora dire dell'Ade, in cui
si raccolgono le anime dei giusti e degli ingiusti. L'Ade è un luogo informe
all'interno del creato, una regione sotterranea, in cui non risplende la luce del
mondo. Dato dunque che la luce non risplende in questo luogo, c'è sempre
necessariamente oscurità. Questa regione fu assegnata alle anime come
prigione, e in essa furono posti angeli guardiani, che in relazione alle opere di
ciascuno assegnano le punizioni provvisorie dei luoghi. In questa regione è
circoscritto un luogo, uno stagno di fuoco inestinguibile, in cui abbiamo inteso
che non è stato precipitato ancora nessuno, ma è stato preparato per il giorno
stabilito da Dio, nel quale sarà data a tutti l'unica rivelazione del giusto

81 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


giudizio, e gli ingiusti… (omissis) …saranno condannati a questa pena eterna
perché colpevoli di essersi contaminati, mentre i giusti riceveranno il regno
incorruttibile e perpetuo. Per il momento, tuttavia, costoro si raccolgono
nell'Ade ma non nello stesso luogo come anche per gli ingiusti...- La traduzione
riveduta è dello stesso Castelli, attualmente ricercatore associato all'Institut des
Sources Chrétiennes di Lyon. A lui i miei ringraziamenti per il dono della
pubblicazione e per il permesso di citazione.
141. NESSUNO, DI CHI È AVVINTO, Οὐδεὶς … τῶν συνδεδεμένων /
Никтоже … от связавшихся: “legare” è la convenzionale versione dei verbi
nel presente testo; io invece confermo la mia di “avvincere”, perché nello stile
letterario italiano è più appropriato trovarsi avvinti dalle passioni che non
legati, magari come salami. La versione con la legatura potrebbe anche essere
ammissibile con un “Nessuno” “di chi è legato”, oppure “di quanti,
coloro/quelli - che sono legati” oppure “che sia legato”, come per esempio nella
“Liturgia Eucaristica Bizantina” della Gribaudi; dire invece “Nessuno dei
legati” rimanda al sostantivo “legato” (latino: legatus), per cui si può capire, di
primo acchito: nessun “inviato/rappresentante/delegato” di pulsioni ecc. A mio
avviso, poi, suona male il “tra” invece del “di”; “fra” è meglio, per velare ciò
che comunque sembra un partitivo; questo nostro “di” contribuisce invece a
creare un denominale di “avvincere” o, insistendo, di “legare”.
142. NON C'È STENTI, nel salmo 33 (LXX): toscanismo, sempre elegante
per noi italiani; vuole risparmiare qualche sillaba e rendere il testo più vivo e
meno prosaico. A volte basta rinunciare ad essere pedanti per riuscirci.
143. NON SCORDARE, μὴ ἐπιλανθάνου / не забывай: nel salmo 102 dei
LXX; la differenza tra scordare e dimenticare sta nella sede dell'azione; lungi
da essere un dialettismo, scordare significa “allontanare o perdere dal cuore,
mentre dimenticare lo è “dalla mente”. Verrebbe facile il contrasto romantico
tra mente e cuore, ma i sinonimi non si differenziano per contrasti, ma per
contiguità: in questo caso va detto che molte culture tramandano che la
memoria risieda nel cuore, e che la mente abbia a che fare solo con la ragione.
Del salmo 102 vedi anche MANIERE.
144. NON VENALI, ἀφιλαργιρίας/несребрoлюбнe: nel tropario a san
Giovanni Crisostomo; sta per “di non venalità”. Anche qui si poteva attentare al
testo con una cocciuta perifrasi, ma reso così va a gloria della concisione.
145. NOVELLO BIMBO, παιδίον νέον / отроца младо: nelle antifone festive
in appendice alla Liturgia. Si tratta di un neonato, non tanto “nato da poco”, ma,
novello, nato per tempi nuovi. Il Tommaseo: “Nuovo riguarda il tempo e l'uso;
novello il tempo” … “Nuovo riguarda non tanto il tempo, quanto le qualità che
vengono all'oggetto dall'aver poco tempo.” (I corsivi sono dell'autore).
146. OBLAZIONE, θυσία/жертва: Il termine ebraico è qorban, azione o
mezzo per avvicinare, nella fattispecie Dio, che non coincide toutcourt con
sacrificium (sacra azione per eccellenza, cioè l'offerta di animali sgozzati) o con
θυσία, (l'invio in fumo degli animali sgozzati); il qorban è l'attesa di un segno

82 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


davanti all'altare, anche il solo silenzio-assenso, prima di farvi salire la vittima
sacrificata. Ho pensato di rendere "sacrificio, immolazione" con oblazione.
Malgrado il termine sia polisemico e ostico ai più (ma molte volte è chiarito il
metodo della presente traduzione sull'uso di termini non colloquiali), ritengo
questo termine accettabile in forma duplice, di offerta sacrificale e di sacrificio
dell'offerta. Perché prendere la strada irta di contestazioni di oblazione e
abbandonare quella acriticamente sicura di "sacrificio"? perché "sacrificio"
l'eredità di questo termine è talmente carico di equivoci, da confondere il senso
profondo dell'eucaristia, specialmente dopo una storia di Scolastica e di
Riforma e dopo il ritorno al significato pagano e l'intromissione laica nel suo
uso; "gli scavi" dei liturgisti sembrano dimostrare una comparsa tardiva del
concetto di sacrificio nelle nostre celebrazioni eucaristiche, e anche quando tale
terminologia compare, è rara e trova modo di negare sia il concetto di sacrificio
nel suo significato concreto sia quello di moltiplicazione o implementazione
dell'unico sacrificio di Cristo; il termine "sacrificio" sembra solo far parte
della lenta operazione di allineamento di culto e terminologia del Nuovo
Testamento all'Antico e del reclutamento di termini descrittivi pagani; in quel
contesto "sacrificio" è termine pagano nella forma ma cristiano nel contenuto,
un po' come pontefice; in questa sede non ci sono dunque contestazioni alla
terminologia greca e latina, ma riflessione sull'opportunità attuale dell'uso dei
termini; non farlo comporta la responsabilità di lasciare fuorviare i fedeli che
nella nostra lingua e sui nostri lidi riceve la mistagogia liturgica. Vedi
DEDIZIONE-DEDICAZIONE, OFFERTA, OFFERTORIO, OFFERTA
INNALZATA, MISERICORDIA DI PACE, PONTEFICE.
147. OFFERTA, ἀναφορά/возношение: all'invito diaconale prima dell'anafora.
Si tratta di “vittima/primizia da innalzare”; era detto di quanto bruciava
fumando verso l'alto, affinché ascendesse totalmente a Dio. Dove alla lettera
troviamo “... ad offrire ... “la santa vittima da innalzare”, ho reso “... a innalzare
... la santa offerta”, con uno scambio di termini. Con l'eccezione di questo
momento liturgico, rendo sempre ἀναφορά con una perifrasi costituita dal
sostantivo (“vittima”/ “sacrificio”/“offerta”) e una forma verbale (“innalzato,
-a” / “da innalzare”), a seconda del contesto. Vedi VITTIMA INNALZATA,
DEDIZIONE E DEDICAZIONE, IN ALTO VOLGIAMO, OFFERTORIO,
MISERICORDIA DI PACE.
148. OFFERTORIO, ASPETTI DELLA PREGHIERA,
πρόθεσιν/предлoжение, durante l'officio offertorio. Esaminiamo solo un paio
di aspetti di un officio non sempre lineare; altri articoli di questa raccolta
riprenderanno ancora questo officio. A) Il termine greco “prothesis” indica
qualunque cosa o atto del “mettere davanti” oppure del “mettere prima”; nella
prima situazione, più antica, si allude ai pani messi davanti all'arca; nella
seconda, datante l'anteposizione dei riti offertori divenuti ipertrofici, si
assumono come tipo i sacrifici dell'Antico Testamento, i quali prescrivevano
dapprima di offrire la vittima sgozzandola e, in seconda fase, di consacrarla

83 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


alzandola sull'altare. Manca nelle lingue occidentali moderne un termine
preciso, sembrano prevalere “presentazione” e “preparazione”; detto così, il
concetto rimane, almeno in italiano, un atto del presentare/preparare e non la
cosa presentata/preparata in sé; restano dunque non individuati nelle traduzioni
due termini distinto che stiano l'uno per “oggetto presentato” e l'altro per “atto
del presentare”. Qui propongo officio offertorio per il rito dell'offerta e offerta
per l'oggetto offerto: l'aggettivo offertorio può anche diventare sostantivato;
l'oggetto presentato/preparato si identifica dunque con offerta. B) La preghiera
finale dell'offertorio presenta una struttura assai complessa, non solo nei molti
contenuti, ma anche e soprattutto nell'intrigo espressivo a proposito di 1) coloro
che offrono i pani e il vino, 2) coloro che li recano (sappiamo che all'epoca
della nascita di questa preghiera spesso, standosene a casa, si demandava ad
altri la consegna della propria offerta) e 3) di coloro, viventi e defunti, per i
quali coloro che offrono chiedono preghiere durante l'offerta con l'apposizione
dielle particole. A mio avviso, soltanto un atto vigoroso può mettere ordine
logico nella traduzione. Nella presente versione sono all'uopo denominati 1)
offerenti coloro che hanno offerto i doni; 2) chi menzionano, coloro per i quali
essi chiedono di pregare e 3) nel porgerla coloro che hanno recato e consegnato
i doni stessi. Per questo forte adattamento ad una linearità da lingua moderna
sono stati necessari dei cambi di sintassi; risulterà facilmente che il senso non è
stato alterato. Infine, la versione accettala per il tuo ... altare, presenta un per
preferito a “sul” o “al” e vuole ricordare che l'offerta è adesso misticamente
tagliata come antìtipo del tipo "sgozzamento", per poi essere innalzata, in
quanto divenuta "anàfora", in consacrazione sull'altare. La visione dell'Agnello
sgozzato che ebbe l'allora novizio san Paisios dell'Athos mentre un giorno
aiutava il celebrante nell'officio offertorio, gli diede modo di riflettere proprio
su questo particolare dell'azione mistica; il giovane da allora non servì più
all'offertorio (Ieromonaco Isaac: “Padre Paisios del Monte Athos: La Vita” ed.
Sacro Monastero di sant'Arsenio il Cappadoce, Ormilia, Grecia, 2012). Vedi
anche PRESENTAZIONE.
149. OFFERTA INNALZATA / VITTIMA INNALZATA, ἀναφορά/
возношение: il sostantivo greco è connesso con il verbo ἀναφέρω; ἀνά significa
“in alto” e φέρω “portare”. “Anafora” è dunque termine tecnico
veterotestamentario della LXX per vittima che, innalzata sull'altare, bruci
fumando “verso l'alto”, “in odore di fragranza”. “Oblazione”, voluta da certuni,
oggi indica, in italiano, piuttosto “multa o altra spesa pagata subito e senza
contestazione..., ovvero con spontanea solerzia...;” molti dizionari ricordano
che “oblazione” è l'atto e non la cosa in sé, qual è “oblata”; questo termine
viene dal latino classico con il senso di “tributo volontario” (Treccani). Anche
ἀναφορά ebbe in greco antico una accezione simile, ma nella LXX è già
assimilata all'ebraico sacrificio “dovutamente innalzato”. Nella forma di
aggettivo sostantivato, oblata (da offӗro) era in uso nei riti occidentali; indicava
i doni da consacrare, non senza altri doni in denaro o in natura accanto al pane e

84 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


al vino, cosa che penso corrisponda al greco προσφορά / “offerta che si porge”,
che non ad ἀναφορά / “vittima che si innalza” o, nella distinzione dei momenti,
“innalzata” o “da innalzare”. Non pare dunque esserci in “oblata” la differenza
che c'è invece tra ἀναφορά e προσφορά; adoperando insieme due radici verbali
di offӗro, nell'azione e nel verbo participio passato sostantivato, i latinofoni
incorrevano poi nella tautologia di “offrire un'offerta” senza battere ciglio.
“Inlatio” (e non “illatio”, termine che comporta anche altre accezioni), forma
latina forse più vicina ad ἀναφορά, era della liturgia ispanica detta “messa
visigota”, con lo stesso significato di praefatio. “Oblata” e “anafora” hanno in
comune il fatto di essere non-traduzioni; un altro termine, “olocausto,” lo è un
po' meno, ma da “vittima completamente arsa”, viene oggi confusa con scioàh,
”tempesta devastante”, a indicare l'indicibile orrore del secolo scorso. Tradurre
“anafora” con offerta/vittima innalzata, ovvero da innalzare, penso sia
auspicabile, malgrado io stesso sia contrario a più termini per tradurne di
singoli; come nome tecnico della preghiera liturgica mantengo tuttavia il
termine greco con accentazione sdrucciola. La mia versione è anche confortata
dalla versione di “anafora” in francese, montée, “salita”, in A. Chouraqui: “Les
Psaumes”, Desclée de Brower, 1990. Si deve però colà lamentare una
confusione nei commenti, tra ἀναφορά/tenufah/offerta innalzata ecc., e
ὁλοκαύτωμα o ὁλόκαυστον/olah/“olocausto”, o “offerta totalmente arsa”;
questo, forse senza colpa dell'autore, il quale nel testo salmico coerentemente
dice “olocausto/olah” con totalité. Troverei molto preciso e suggestivo che
anche in italiano si traducesse “salita” e “totalità”. Diverse ancora erano le
εἰρηνικά, sacrifici di pacificazione o pacificazioni, in cui i partecipanti
mangiavano una parte delle vittime, lasciando il resto a bruciare, per significare
la ripristinata comunione nella riconciliazione, tra di loro e con Dio; la forma
misericordia di pace sarebbe stata in uso presso i primi cristiani a indicare
l'eucarestia in quanto sacrificio incruento da un lato e di riconciliazione
dall'altro; c'erano inoltre i sacrifici di acclamazione o acclamazioni, quelli di
giustizia o giustificazioni ecc. Vedi GIUSTIZIA, OFFERTA, OFFERTORIO-
OFFRIRE e MISERICORDIA DI PACE.
150. OFFERTORIO, OFFRIRE, πρόθεσις, προτίθεμι / предлoжение,
предлежать: tutto comincia, storicamente, quando la preparazione delle
offerte da consacrare si separa dal loro apporto diretto all'altare e la si anticipa
al divino officio stesso; è πρόθεσις in quanto associata ai pani “messi davanti”,
o “messi avanti”, oppure “ammessi”, cioè introdotti a cospetto, davanti all'Arca,
ma soprattutto all'offerta-sgozzamento della vittima negli antichi sacrifici, che
precedeva la fase successiva della consacrazione della stessa. Tutto questo
processo inizia quando si instaura un parallelismo tra Antico e Nuovo
Testamento. “Disposizione” secondo me non è valida traduzione; messa
(avanti) mi pare una soluzione intuitiva; potrebbe però dispiacere che il
termine, che, contro volontà equivoca sull'officio eucaristico del rito latino,
prenda posto nella nostra liturgia; il termine presentazione è classico, legato al

85 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


concetto di esporre alla vista, dunque davanti, ma io non lo condivido più. Non
credo poi peregrina la differenza che evidenzio fra πρόθεσις - “protesi” e
προσκομιδία - trasporto, apporto, recamento, processionali: questi termini
erano sinonimi finché i doni erano scelti, recati all'altare e preparati subito
prima dell'anafora, ma, da quando non è più così, sarebbe bene distinguerli
almeno a fini catechetici: se pensiamo che i più li intendono come sinonimi
anche oggi, riconosciamo loro sì una coscienza storica liturgica o meglio, un
suo subconscio, ma taciamo sulla differenza che oggi semanticamente oppone
l'atto processionale verso l'altare (“proskomidìa”) all'atto statico su un tavolo di
servizio (anch'esso detto in greco “prothesis”): di fatto oggi “proskomidìa” è e
dovrebbe essere il solo grande ingresso, ma sempre più spesso troviamo
“prothesis” e “proskomidìa” come meri sinonimi. Vedi anche OFFERTA,
OFFERTA (PRESENTATA) e OFFERTA DA INNALZARE.
151. OGNI CREDENTE IN LUI, πᾶς ὁ πιστέυων εἰς αὐτὸν / всяк веруяй в
него: nella preghiera dell'anamnesi. La versione “chiunque crede / creda in lui”
raccoglie, dal punto di vista ortodosso, ogni forma di fede in Cristo, ma non
l'unione nel suo unico corpo, la Chiesa. Questa versione va dunque bene per
quelle sètte che hanno disperato bisogno di inclusività per tenere in piedi la
baracca, ma non per la Chiesa Ortodossa. Chi compilò questa anafora,
riportando esattamente la pericope di Gv 3:16, credo ne fosse conscio; πᾶς -ὁ-
πιστέυων non è un inesistente πᾶς πιστέυων, nemmeno un ἕκαστος πιστέυων:
c'è una specificazione in questo “ognuno il quale è -il- credente in lui” che ci
obbliga almeno alla versione che propongo; e dico almeno, perché questa
versione non è il massimo, dovendosi pensare anche a “tutto colui che è -il-
credente in lui”, cioè tutto il credente in lui. La versione con “chiunque” in un
corretto italiano suggerisce, a causa dell'obbligatorio congiuntivo, una sorta di
incertezza o aleatorietà della fede (“chiunque creda in lui”), tale da essere in
contrasto con il contesto e richiamare piuttosto la parabola del Seminatore, con
la possibile fine della semente fuori dal campo.
152. ONORI, δοξολογίαν/славословне: nella preghiera prima del trisagio;
sarebbe, con le riserve successive, “glorificazione”; “dossologia” è per me
meno ammissibile, essendo da noi termine dotto e tecnico con varie accezioni,
dall'esclamazione finale di una preghiera, a un singolo inno di gloria, fino a
tutta una collezione di tali inni; i miei codici di traduzione dunque mi
orienterebbero su “glorificazione” oppure “canto di gloria”; me lo impediscono
1) un “glorificato”, una “gloria” e una “glorificazione/dossologia” già presenti,
ripetizioni che forse valorizzano i concetti nell'originale, ma certamente li
sgretolano nella nostra lingua; 2) la cacofonia che si creerebbe con due
susseguenti finali in -zione, considerando la precedente “adorazione”; 3) la
diffidenza per le espressioni inutilmente polisemiche: per esempio
“glorificazione” significa anche e più precisamente “stato glorioso del Cristo
risorto e dei santi deificati in lui” (Treccani). Il termine adatto a noi sarebbe
“innodia”, se non fosse un'inutile preziosismo. Ho trovato più accessibile onori.

86 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


Il Dizionario Treccani ne dice in una delle accezioni: “Ogni atto d'omaggio o
altra manifestazione esteriore con cui si vuole onorare, esaltare una persona, o
testimoniarle il rispetto, la riverenza, in cui è tenuta per i suoi meriti, il suo
stato, il suo grado, ecc. (in questo senso, è frequente il plurale)”. Vedi anche
CADENZA.
153. ORBE UMANO / UMANITÀ E ORBE TERRESTRE, ὑπὲρ τῆς
οἰκουμὲνης / о вселенней, nella continuazione della preghiera eucaristica dopo
la magnificazione, nonché in vari altri punti, dall'innodia ai salmi. Οἰκουμὲνη è
un participio presente indicativo del verbo οἰκέω, qui con funzione aggettivale
di una sottintesa γῆ, terra; è dunque la Terra abitata dagli uomini; ancora più
precisamente, è il luogo dove gli uomini, abitando, hanno fiorire la civiltà.
Siccome gli uomini si sono sparsi dovunque sul pianeta, il termine è passato a
indicare la terra tutta. Altra accezione, nata circa un secolo fa, è l' ”ecumène”
come convivenza di confessioni, filosofie, eresie, liberi pensieri ecc. nell'unità
di una sola chiesa; potrebbe essere quanto proclamato da una cantante: “Io
credo che a questo mondo esista solo una chiesa che passa da Che Guevara e
arriva fino a Madre Teresa, passando da Malcom X attraverso Gandhi e San
Patrignano arriva a un prete di periferia che va avanti nonostante il Vaticano”
(Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti). “Orbe umano”, cioè umanità traduce
“ecumène”, se il senso è più di “uomini” e meno di “terra”, è meno
polisemantico di “universo”, e si stacca da unintellettuale “ecumene”, nonché
da “mondo” e da “terra”: sono tutti quanti sinonimi, e tutti quanti hanno anche
altri significati. Altre volte, come nel salmo 92 LXX, questa
οἰκουμὲνη/ecumene è più “terra” che “uomini”, e in tal caso ricorro a orbe
(terrestre), che è più mondo, Terra, comunque con i suoi abitanti. Di orbe il
Dizionario della Treccani dice: “Cerchio, circonferenza, oppure sfera, globo...
In particolare, e più comunemente, il mondo, la Terra, e i suoi abitanti, … anche
con alcuni significati estensivi e figurativi di mondo: l'orbe cattolico”. Il
termine può essere incompreso e inviso nel declamato, ma non nelle preghiere
liturgiche, che non si declamano, ma si leggono o si proclamano; in ogni caso,
se si dice orbe nel senso di mondo, nel concetto sono chiaramente compresi i
suoi abitanti, in quanto sono, dopo la caduta, fondatori sulla Terra di società e
civiltà; gli aggettivi intero, tutto, saranno utili a rafforzare il concetto. Rimango
convinto che, come è pesante leggere trattazioni come questa, altrettanto è lieve
pregare con qualche termine preciso, sintetico e diretto, anche se non
momentaneamente familiare.
154. PATÌ, παθόντα/страдавша, nel Credo: le traduzioni italiane non
ortodosse riportano “morì”; si tratta di un'espressione indubbiamente chiara e
diretta, ma priva del concetto della sofferenza del Verbo incarnato, che in
questo passo intende escludere il concetto secondo cui Gesù in quanto Dio non
potesse soffrire e che coincide con il concetto duofisita patristico che “Dio
soffrì nella carne di Cristo”, basato sulla pericoresi degli idiomi (circuminsessio
idiomatum). “Morì” ignora il concetto di “fu giustiziato” e di “soffrì”; suona

87 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


all'Ortodosso come un velato arianesimo, non certo nel concetto in sé di morire,
ma nella scelta di termini che possano non piacere al “pubblico”. Si può
comprendere, al contrario, lo scopo della comunicazione diretta. Al contesto
culturale attuale, che ha perfino difficoltà a comprendere il mistero della Croce,
potrei proporre un “fu giustiziato”, ma sono convinto che un tema di tale
portata non sia di competenza del solo traduttore. Con patì, comunque, non
intendo cadere nella sequenza cronologica “fu crocifisso – morì – fu sepolto; do
invece risalto alla sequenza teologica “fu crocifisso – soffrì - fu sepolto in
quanto morto”, servendomi delle pause offerte dalla congiunzione “e”
preceduta da virgola, a mo' di polisindeto.
155. PAZIENTE, μακρóθυμος/долготерпеливный: nel salmo 102 della prima
antifona; è termine breve, incisivo, diretto e preciso, che vorrebbe sostituire il
non errato ma inutile, perché c'è di più semplice e diretto, “longanime” e il
ridondante neo-masoretico, “tardo all'ira”, si spera non riferito a deficit
neurologici.
156. PER SEGUIRE VITA, ἵνα... πολιτείαν μετέλθωμεν / да... жительство
пройдем: nella preghiera prima del vangelo; la frase è qui, come spesso altrove,
complessa, e tale da creare nella traduzione alla lettera una lingua paradossale
di termini italiani e di struttura aliena; non mi dilungo a riportare le versioni che
pretendono di creare un receptus, o almeno una editio princeps in italiano:
sono, a causa del loro metodo, sortite pedestri, in edizione di lusso e con
clamoroso insuccesso. L'operazione che eseguo in questa preghiera, complessa
nell'originale, è la separazione grammaticale, non contro logica né contro
dogmi, di un testo lungo, ricco di subordinate e di concetti: si tratta di tre
lunghe frasi principali; nella prima parte se ne trovano due, coordinate; nella
seconda parte si trovano quattro proposizioni, di cui una principale, una
subordinata alla principale e due subordinate alla subordinata e coordinate tra
loro; anche i concetti esposti sono numerosi (dieci); ho escluso dal computo
l'esclamazione trinitaria (la quale non è esclamata), se no avrei dovuto
aggiungere al computo due altre subordinate coordinate e due altri concetti. Lo
scopo dell'operazione è quello sempre enunciato: favorire immediatezza,
proprietà linguistica e stile letterario nel tradurre fedelmente i concetti, se
inesorabilmente non si può salvare la lettera. CARNE, DIVINA ESPERIENZA
IN TE, E DOMEREMO, IRRADIA e VISIONE.
PERDONACI LE INIQUITÀ, συγγχώρισον τὰς ἀνομίας ἥμίν / прости
беззакония наша: la preghiera è invasa da ripetuti aggettivi possessivi, posposti
ai rispettivi sostantivi, in uno stile caro a slavonico, rumeno e greco, ma per
niente all'italiano, per non dir nulla di francese e inglese; traduco con la
particella pronominale atona su “perdona”, non tanto per variare la monotonia,
ma soprattutto per rispettare il costrutto originale greco, che detta alla lettera
“perdona le iniquità a noi”, e non “nostre”. Vada per gli slavi e i romanofoni,
ma stranamente anche i Greci in Italia traducono “le nostre iniquità”, spero non
a a causa di qualche iniquità.

88 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


157. PIETÀ e MISERICORDIA, εὐσέβεια/блaгочестние - ἔλεος/мнлость:
Non c'è alcun dubbio che i due termini abbiano significato diverso. Al di là
della loro etimologia, pietà è un sentimento limitato alla sola partecipazione
interiore, mentre misericordia è un sentimento operoso, che cioè spinge al bene
del soccorso altrui. Pietà è sentimento solo umano, e non divino, perché in sé
significa aderenza dell'uomo alle leggi divine (piĕtas), mentre misericordia è
anche e soprattutto atto divino perché Dio la rivolge all'uomo, almeno nella
nostra teologia di Dio che vede le miserie degli uomini e provvede al loro vero
bene. “La misericordia di Dio è la perfezione del suo agire che si china verso
gli esseri inferiori”, così si legge nella Buona Stampa. Quest'ultimo concetto, di
coincidenza tra misericordia in senso operativo e provvidenza in quanto
veduta di sovvenire a quanto occorre, è per me fondamentale quando traduco in
modi diversi il verbo provvedere. Ci avvertono i dizionari che in alcune
accezioni, soprattutto nelle invocazioni, la pietà è chiesta anche a Dio, volendo
però significare misericordia; questa discutibile accezione deriva da una
ambivalenza semantica già in uso, ma che si impose nella messa latina delle
sommarie edizioni in vernacolo dei primi anni '60 e che comportava
un'ingannevole ideologia di sapore romantico. In ogni caso la piĕtas era chiesta
dal vinto al vincitore, atavicamente incline a eliminare il vinto. A Dio è sempre
stata chiesta misericordia. A proposito del deprimente “Signore, pietà” vedi
KYRIE ELEISON. A proposito dei verbi associati a “misericordia” vedi
USARE. A di proposito misericordia operativa vedi anche PROVVIDENTE.
158. PIÙ CHE BENEDETTA, ὑπερευλογιμήνης/преблагословенную: il testo
finale della preghiera diaconale iniziale, qui in esame, è ricchissimo di aggettivi
e teso su tre concetti fondamentali non tanto ovvi da accostare, dato il peso
conferito alla premessa della preghiera stessa mediante due verbi posposti; la
versione dovrebbe trovare, in una lingua come la nostra, il sollievo almeno nel
variare l'espressione dei superlativi. Il “sollievo” ci serve non per contestare o
riformare, ma per lasciare all'anima la serenità di un linguaggio pacato nei ritmi
della nostra lingua. Anche in altri punti della Liturgia si troverà tanto ardire;
noi, e di conseguenza la nostra lingua, siamo fatti così: per pregare calmi
sacrifichiamo termini e sillabe ridondanti, degradando per esempio a
incomparati certi aggettivi in origine comparativi che già ci suonano solenni,
complessi o comunque elevati, quali insigne, glorioso, illibato, venerando e lo
stesso solenne. La lingua francese ha, nella sua evoluzione, un percorso simile
ma più radicale, quando abolisce i suffissi (bellissime – très beau, grandissime –
très grand, ecc.). Quanto al superlativo di benedetta, bisogna considerare che
compare in molte espressioni, con comparazione sia positiva che superlativa,
per cui è necessario differenziare i gradi anche nella traduzione, al superlativo
non certo con ingenuo "benedettissima", né con uno scialbo "molto benedetta",
né con un lungo "grandemente b."
159. POICHÉ, PERCHÉ: ὅτι/яко nelle esclamazioni sacerdotali. È arduo
tradurre un avverbio che apre una proposizione secondaria retta da una

89 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


principale esistente ma non espressa. È lo stesso quesito che pone ὅτι dei salmi.
Ὅτι e quanto segue è descritta dai più come proposizione causale; parafrasando
ottengo: “(Chiediamo a te tutte queste cose) perché tu sei Dio buono ecc.”. A
me pare più semplice l'ipotesi della proposizione oggettiva, specie se la
proposizione principale è assai distante nella percezione uditiva, mentale e
logica. Possiamo anche disquisire, senza frutto, se a Costantinopoli
l'esclamazione fosse conclusiva di una preghiera diaconale o di una sacerdotale,
secondo l'uso locale oppure secondo l'uso siriaco. A voler insistere, potremmo
tradurre con un sì! Tanto però sarà possibile quando l'Ortodossia si lascerà
influenzare da una di quelle adunanze da Nuovo Mondo in cui tutti così
ripetono ad ogni affermazione del predicatore. Ammetto che Erasmo traduce
con quoniam e anche che Nicola Cabasila spiega l'esclamazione come
proposizione secondaria causale, ma esprimo riserve per le interpretazioni a
posteriori; ovviamente sono cauto anche con la mia. Mi permetto invece un
fermo richiamo a tutti i distratti amanti del poiché: questo avverbio, univerbato
se è causale, si adopera solo quando la proposizione secondaria precede la
principale e mai quando la segue: “Poiché piove, cerco un riparo” e mai “Cerco
un riparo, poiché piove”; chi fa diversamente affetta il linguaggio o non ne è
padrone. Nel nostro caso l'esclamazione è susseguente alle celate proposizioni
principali, per cui il “poiché” va doppiamente riprovato; ci resterebbe il
polivalente “perché”; anch'esso, se posto in capo alla proposizione secondaria
retta da più principali “segrete”, si espone alla medesima contestazione di
“poiché”, con in più un'ambiguità: chi lo formula non consente all'uditore di
intuire per tempo se esso è avverbio interrogativo, causale o finale, e ciò
nemmeno dal tono della voce, in quanto il testo è cantato. Scartato lo scorretto
“poiché”, che cos'altro potrà convincermi ad usare il “perché”? forse il fatto che
tutte le altre lingue riportano l'avverbio nella traduzione? queste possono (ma
sarà vero? quante altre lingue sono state torturate da traduzioni letterali?), la
nostra no; potrà mai intervenire uno speciale e sacro ukaze, visto che recenti
rovinose traduzioni hanno coinvolto anche le nostre gerarchie? una lingua non
si lascia modificare neanche da sacrali imposizioni. Ma, allora, come rendere
ὅτι/яко? La mia proposta è di conferire dinamismo alla frase anteponendo il
pronome al verbo: Tuo è il regno..., anziché “È tuo il regno” ecc.; questa
operazione in italiano è del tutto lecita ed anzi è antidoto alla prosaicità, purché
non la si confonda con uscite goffe e aliene del tipo “Benedetto è il regno del
Padre”, e simili. La nostra lingua possiede ovviamente altre risposte ai quesiti
posti su ὅτι; le proporrò nella versione dei Salmi, la quale ormai giace da anni
nel cassetto e attende impaziente la luce (e le critiche). Vedi anche ESAUDISCI
e SEI TU LA NOSTRA SANTIFICAZIONE.
160. PONTEFICE ἀρχιερεῦς/святнтель: ho trovato vari sinonimi italiani.
“Antistite” o, più italiano, “antiste”: arcaismo dal latino, non proponibile nei
tempi di cultura in penosa transizione. “Vescovo”(ἐπίσκοπος): cancella la
differenza con ἀρχιερεῦς. “(Arci)pastore”: risponde piuttosto della funzione di

90 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


guida del gregge razionale, che non delle cose sacre. “Sommo sacerdote”: è
inviso; anche nei buoni livelli culturali è identificato con la carica dell'Antico
Testamento, e nel Nuovo con Caifa; lo Pseudo-Dionigi ne sarebbe entusiasta,
ma dovrebbe vedersela con gli italiani di oggi, senza contare che tutti i cristiani
convengono che di Sommo Sacerdote ce n'è uno solo (preciso che alludo al
Cristo e non a un inesistente “vescovo dei vescovi”). “Prelato”: indica titolo
personale e non sacrale. Non è nell'uso (né nei dizionari) “arci/archi-sacerdote”,
ma conosco l'anglicismo “alto sacerdote”, pur non trovando un altimetro tale da
confortarmi. “Pontefice” è termine teoricamente corretto, da pagano passato
all'analogo cristiano, come d'altronde molti altri, i quali hanno assunto la forma
ma non la vecchia sostanza; appare ambiguo, perché da tempo sostituisce
“sommo pontefice”, che indicava il papa di Roma; caduto l'aggettivo ”sommo”,
ma rimasto il riferimento al romano papa, ne rimase indebolita l'accezione nei
riguardi dei “semplici” vescovi, arcivescovi, metropoliti e patriarchi.
D'altronde, chiunque abbia tolto a “pontefice” l'attributo di “sommo” avrà ben
riflettuto che pontefice già significa in sé “sommo sacerdote”, e che
diversamente sarebbe un dire “sommo sommo-sacerdote”. L'aggettivo
“pontificale”, anche sostantivato quando riferito alla celebrazione eucaristica
presieduta dal vescovo, sarà considerato più sotto alla voce specifica. Esaminati
così tutti questi termini e in mancanza di altri a me noti e, soprattutto, eliminate
a priori fantasiose o creole traduzioni, tanto valeva ricorrere a pontefice; la
rara presenza nei testi liturgici ha incoraggiato la scelta, e questo potrebbe
tranquillizzare i diffidenti; va da sé che il termine non è colloquiale, e ha
cessato ormai di essere termine delle cronache vaticane, passate al pubblicistico
solo nome di battesimo. Tornando a pontefice, le citazioni dal Dizionario dei
Sinonimi del Tommaseo fanno sentenza: “...Pontefice, il capo delle cose sacre;
prelato, persona posta innanzi agli altri in sacra dignità...”. Vescovo, prelato che,
in virtù d'una consacrazione speciale, è scelto a esercitare giurisdizione sacra in
una diocesi determinata. Pontefice, dunque, denota l'autorità spirituale e la
dignità, prelato, il grado d'onore, vescovo, la speciale consacrazione, il governo
spirituale d'una diocesi.” … “Nell'uso comune, pontefice non si dice che il
sommo, cioè il papa.” … “Pontefici chiamansi i vescovi santi, dalla Chiesa
onorati. Pontefice chiamasi un vescovo, ma quando si tratti di considerare in lui
il personaggio venerabile che regge le cose sacre della sua propria diocesi. In
altri casi sarebbe affettato” (tutte le sottolineature sono mie). Il Dizionario della
Treccani alla seconda accezione: “Nella Chiesa Cattolica Romana, titolo usato,
a partire dal V secolo, per indicare i vescovi; in seguito titolo onorifico e
designazione ufficiale (anche sommo p.) del papa in quanto vescovo di Roma”.
Traduco che, in quanto “capo delle cose sacre” della diocesi di Roma, è corretto
chiamare il papa di Roma “romano pontefice” o, più chiaramente, “pontefie di
Roma”, e ciò non è affatto sinonimo di “vescovo dei vescovi”, espressione,
questa, nata da eresia ecclesiologica assente all'epoca dell'ascesa del termine; si
tratta dunque del reggente le cose sacre in Roma. Il termine è, secondo alcuni,

91 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


di più antica origine, risalendo a Tertulliano; ad ogni modo, e piaccia o no, dal
V secolo ἀρχιερεῦς si traduce pontifex col medesimo significato; viceversa, se
vogliamo scartare pontefice dobbiamo scartare anche ἀρχιερεῦς. Queste, in
sintesi, le luci e le ombre del termine, ma mi pare siano più le luci. Agli
oppositori di “pontefice”, rispondo che essi sono giustamente diffidenti verso
l'eresia ecclesiologica, ma non abbastanza attenti alla storia della Chiesa e
scientemente sordi all'uso di termini appropriati, prima ancora che
eventualmente elevati. Con questo rivendico l'uso corretto dei termini liturgici
storici e ammonisco a non usare novelli termini gergali, come per esempio
“archierèo” e derivati, nati da trasandatezza culturale. Allo stesso modo, se in
creolo c'è “lo ierèo” (o, per completare il dramma, “il ierèo”) in italiano c'è “il
sacerdote”; anche questo termine viene dal parallelo tra Antico e Nuovo
Testamento innescato nel V secolo con l'assunzione, in latino, di termini pagani
a indicare contenuti cristiani, come già si è detto; per evitare contestazioni oggi
si preferisce l'uso di “pastore” per i sacerdoti e “arcipastore” per i gerarchi; i
sinonimi esistono proprio per le sfumature, per cui tali termini si addicono alla
cura delle anime, ma non considerano l'uso delle cose sacre, alle quali si addice
“sacerdote”, cioè colui che consegna cose sacre, e sull'alro versante, pontefice,
colui che le amministra. Dal punto di vista del grado di chirotonia, il sacerdote
è un “presbìtero”, magari volgarizzato in “prete”. Il risultato è che, parlando
italiano, il sottoscritto si presenta infatti come presbitero quanto alla sua
posizione nel clero, sacerdote quanto alla celebrazione dei Divini Misteri e
prete quanto al diniego a fare bagordi. Il resto è solo fantasia e
improvvisazione, cito però un “sacerdote principe”, che denota in chi lo ha
proposto una meritevole creatività del linguaggio. Vedi anche GERARCA.
161. PONTIFICALE: non intaccato dall'ambiguità di pontefice verso sommo
pontefice, stabilmente presente, come d'altronde pontefice, in tutti i dizionari
autorevoli di italiano e tuttora in uso negli ambienti specifici, il termine oppone
un solido baluardo all'alieno “archieratico”.
162. POPOLO CONVENUTO, περιεστῶτος λαοῦ / предстоящих людех: in
greco il verbo significa “stare intorno”, in slavonico “stare davanti”: si tratta
comunque di “essere presenti” agli offici. Spesso in occidente questa presenza
nelle nostre chiese è esigua, per esempio negli offici di preghiera
(παράκλησις/молебен) richieste da singoli fedeli, a volte nemmeno praticanti: e
così la preghiera per questo “popolo”, davanti o intorno che sia, non rispecchia
l'universo parrocchiale: se il cantore manca, lo sparuto gruppo di astanti non
risponde nemmeno alle invocazioni diaconali o alle esclamazioni sacerdotali,
perché non avvezzo alla partecipazione corale, quando non al concetto liturgico
in sé, per cui dà l'idea non del poco, ma del niente. Queste osservazioni
richiedono due strategie: la catechesi “sul posto” e una traduzione adeguata dei
testi. Ho pensato dunque di rispondere a tutte le osservazioni con questo
participio passato, parallelo al greco quanto a forma verbale e di poco discosto
per significato, breve e al riparo da scadenti proposizioni relative. La logica

92 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


potrà così adattarsi al difettare dell'universo popolo, pensandolo come
“limitatamente a come è convenuto”. Se il popolo è numeroso e perfino
partecipe, allora è propriamente convenuto, con la piena definizione di
“radunatosi in uno stesso luogo provenendo da diverse parti” (Treccani).
163. PORGIAMO CARITÀ GLI UNI AGLI ALTRI (solitamente “Amiamoci
gli uni gli altri.”), ἀγαπήσωμεν ἀλλήλους / возлюбим друг друга: la formula
della Liturgia Clementina era “Abbracciamoci gli uni gli altri con un bacio
santo” (Costituzioni Apostoliche, Libro VIII, Capitolo XII: 4); il testo attuale
sembra rifarsi alla Prima Lettera di Giovanni (IV,7 ἀγαπῶμεν αλλήλους) e alla
Seconda (vers. 5 ἵνα ἀγαπῶμεν αλλήλους). Considerando entrambe le formule,
quella clementina e quella crisostomiana, oggi la mia versione vorrebbe aiutare
ad abbandonare la traduzione alla lettera e a recuperare un senso maggiormente
pregnante di “amarsi”, come era lo “Abbracciamoci ecc.”. Ritengo un torto
accusare di archeologia questo approccio. Ecco alcuni argomenti. 1) Il primo è
semantico. Qui il concetto di “amare” e “amarsi”, tradotto acriticamente, è
generico e ubiquitario; non si tratta né del verbo di moto fisico o platonico, né
di possesso o passione, né di beneficenza o dedizione, né di cortesia o
predilezione, che sono tutti a loro modo “amare”; si tratta invece del verbo della
“carità”, ἀγάπη, che è per i cristiani l'amore che Dio rivolge agli uomini e ogni
uomo agli altri uomini a motivo di Dio. Il Tommaseo, che cito spesso a onore
della nostra lingua, così definisce la carità nel suo “Dizionario della Lingua
Italiana”: “Quell'affetto che, facendo sentire il pregio dell'oggetto, ce lo fa
amare insieme e stimare, e dimostrargli l'amore e la stima. È dunque proprio di
spiriti ragionevoli, e riguarda gli spiriti. Amore riguarda specialmente la
volontà; Carità, e questa e l'intelletto e l'azione. Amore è sentimento; Carità,
abito virtuoso.” Segue l'affondo nel suo “Dizionario dei Sinonimi della Lingua
Italiana”: “l'amore è onesto ed è turpe: la carità sempre bella. L'amore può
essere moto naturale e sentito anco da' bruti; da solo gli uomini la carità. La
carità è amore ordinato; onde l'Apostolo disse che Dio è carità. La carità
perfetta si stende sugli avversarii, sui nemici; e sin nella necessità di
combatterli, li ama”. 2) Se abbandoniamo “amore” per tradurre carità, non
potremo esprimere il verbo corrispondente con un termine univoco, non
esistendo in italiano un verbo specifico di carità; data inoltre la modalità
puntuale del verbo nel presente testo, non affatto continuativa, a maggior
ragione siamo obbligati alla perifrasi per evidenziare tale modalità; ho cercato
per molto tempo la soluzione, e alla fine ho ritenuto la seguente formula come
la più intuitiva e semplice possibile: porgiamo carità; se il verbo che regge
carità appare gracile, è perché intende evitare stravolgimenti di significato a
causa di una sua eccessiva caratterizzazione, lasciando questo compito al
complemento oggetto; la carità è il sentito dono che porgiamo e riceviamo, e
qui tutto dice che è il momento di porgerla come segno liturgico indicativo di
tale virtù quotidiana, operativa e continuativa. Il versetto del salmo 17 (LXX),
citato nel successivo bacio dei doni, provenendo da un altro contesto,

93 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


chiederebbe una risonanza più decisa col testo portante, per esempio ti porterò
carità; è questa, in italiano, l'espressione di ogni sentimento quando rivolto ad
altri: si porta dolore, amicizia, inimicizia, pace, rancore ecc.; preferisco tuttavia
rimandare ogni scelta al completamento della mia versione dei Salmi. 3) In
italiano “amiamoci” è semanticamente ambiguo o ingenuo: trasportato nel
presente contesto, proprio per la sua modalità puntuale, si consegna a troppe
interpretazioni: sono, bene o male, tutte risolvibili logicamente, ma non
coglieranno mai il segno; un consiglio che da sempre ho ricevuto da esperti in
traduzioni liturgiche è di evitare espressioni ambivalenti: i malevoli, per pochi e
isolati che siano, possono interpretare o torcere termini sacri verso una lettura
tutt'altro che consona. 4) Compiute dunque tutte le premesse, propongo la
presente versione che non intende discutere, tra i passi clementino e
crisostomiano, quale sia la migliore, né intende riformare il testo: vuole
evidenziare, a fini pastorali, che il senso della prima formula persiste
implicitamente nella seconda e che questa analisi è spunto per caratterizzare
versioni finora acritiche; intende inoltre valorizzare una necessità espressiva (la
perifrasi in carenza di verbo specifico) in un segno liturgico basato su un
sostantivo (carità). 5) Una riflessione strettamente pratica e pastorale: non
sempre le lingue moderne apprezzano la polisemia, qual è questo “amarsi”,
quando c'è una terminologia specifica in carità. 6) Argomento finale è una
critica alle nostre sciatterie di traduzione: costola del punto 5) e ritornello di
varie mie riflessioni, è che insistere presso la nostra cultura con traduzioni
acritiche, non farà che allontanare chi è seriamente interessato alla vita liturgica
degli Ortodossi e lascerà nelle nebbie chi non si chiede granché su quel che si
prega, almeno, per non provocare nessuno, in italiano; certo, all'intuizione
mistica spetta l'ultima parola, ma anche essa reclama espressioni che stiano
salde sulle proprie gambe. In fine, ritengo che la susseguente proposizione
secondaria finale sia solo fittizia, perché non esprime un fine, ma un requisito
essenziale e un ammonimento all'enunciato della principale; è come se
dicessimo: “Porgiamo carità gli uni agli altri, e solo così riusciremo a professare
unanime fede”; per liberare la proposizione da una versione legnosa, la rendo
dunque coordinata, separandola dalla precedente con una virgola prima della
congiunzione, a indicare la necessità del vincolo liturgico della carità quotidina
e alla composizione perfino degli screzi, in nome della carità; volgo “con
unanimità”, in un complemento diretto del verbo, fede unanime; coniugo
inoltre il verbo “confessare” all'indicativo futuro, a indicare la successione
logicamente sequenziale degli eventi; la scomparsa della subordinazione e la
chiarezza sull'avverbio sfociano in una proposizione coordinata, leggera e
intuitiva, che non perde la solennità e il significato originali, ma li rivaluta in
una lingua di formazione e di tempi diversi dall'originale. Vedi anche
ACCORDO, ARMONIA ecc., FEDE UNANIME, CONFESSARE E
PROFESSARE. Per le finali fittizie vedi AFFINCHÉ; SEMPRE PIÙ
RENDEREMO GLORIA e E RICEVEREMO.

94 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


164. POSTO E VALORE DEGLI AGGETTIVI: non è mia sola convinzione
dare importanza alla posizione degli aggettivi rispetto al sostantivo. L'una delle
due parti, aggettivo o sostantivo che sia, la quale si trova posposta, è quella che
potrebbe ricevere più enfasi: per me, insomma, è differente “una grande casa”
da “una casa grande”; spesso, poi, il posto degli aggettivi cambia il significato
dell'enunciato: “numerose famiglie” è diverso da “famiglie numerose”. Cito in
sunto il Tommaseo nel Dizionario dei Sinonimi ecc.: “pura acqua” è acqua sola;
“acqua pura” è acqua non immonda. In greco questi aspetti divengono
imponenti se l'aggettivo, oltre che posposto, si accompagna alla ripetizione
dell'articolo; per esempio, trovo di tradurre τὸ ἅγιον πνεῦμα con il santo Spirito
e τὸ πνεῦμα τὸ ἅγιον, cioè “lo Spirito, che è santo”, con lo Spirito santo. Trovo
dunque appropriato rispettare l'ordine degli aggettivi del testo greco, non certo
per metodo “fotocopia”, ma per il mio modo di pensierli; devo però ammettere
che la maggior parte degli aggettivi nel greco liturgico sono premessi al
sostantivo e che, di fronte alle peculiarità della nostra lingua, la mia fisima si
deve fare, se necessario, da parte.
165. PRECISI ὀρθοτομοῦντες/право правящый: ὀρθοτομέω è in 2Tim 2:15
col vigoroso e realistico significato di “tagliare diritto”, cioè precisamente,
come fa l'operatore citato nella proposizione principale del testo paolino. Il
verbo greco fa dunque parte di una similitudine, incentrata sull'attività pratica
del coscienzioso e valente artigiano; l'aggettivo italiano è oggi percepito
esclusivamente come tale, ma etimologicamente è il participio perfetto latino di
praecidere, “tagliare via”. Ne consegue che “dispensare / esporre rettamente” è
un tonfo, non della Scrittura, ma di traduzioni inclini a rendere ieratico, o forse
solo clericale, un testo che indica sì uno dei compiti dell'epìskopos, ma
attraverso una similitudine forgiata sulla vita comune, al modo delle parabole
del vangelo. Nella critica è coinvolto, non so se primariamente o
secondariamente, un insigne dizionario di greco classico. A mio avviso,
insomma, non sempre né necessariamente funziona il parallelo tra ὀρθός e
“orto-” (lo stesso accade tra φίλος e filo=amico in “filantropo”) . Per inciso,
2Tim. riporta “la parola della verità”, mentre la Divina Liturgia “la parola della
tua verità”: il possessivo nel testo crisostomiano penso voglia solo evitare
dicotomia rispetto al vocativo “Signore”; introduce però ambiguità nella nostra
lingua e alla nostra epoca: si tratta “della verità che racconti tu, mentre di verità
ce ne sono molte altre”? oppure “della verità assoluta, la quale è in te”? Rendo
precisi sulla “tua” parola di verità, “tagliando diritto” (non da “epìskopos”, ma
da dilettante traduttore) il doppio nodo e badando alla sintesi, senza alterare il
senso. Tornando a precisi, il sottoscritto dilettante si mette alla scuola del
Tommaseo: “preciso, quasi liberato da tutti gli elementi estranei, che ne
vengono come tagliati fuori (caedo)”. “La precisione recide dall'opera e dalla
parola ogni cosa che può togliere il franco e efficace andamento”. “Esattezza
riguarda il corso dell'operare e del dire, precisione, il fine a cui questo o quello
mirano, e la via per giungere. Discorso, computo esatto, quel che dal principio

95 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


alla fine va senza sbaglio; preciso, quello che non ha né equivoci, né dubbiezze,
né ingombri, e va lucido in maniera da appagare e convincere l'intelletto. Dire
esatto, che rende il concetto con fedeltà; preciso, che coglie l'essenziale
dell'idea, in modo che gli accessorii inutili ne sian come tagliati fuori. Può il
dicitore essere esatto e prolisso, esatto e non chiaro; la precisione toglie insieme
e la oscurità e la lungaggine. Così, nell'operare, può l'uomo essere esatto, e non
preciso, perché gli manca la forza e l'avvedimento di dare nel segno, e
preciderne ogni cosa inutile e inconveniente”. Tutto questo è quanto preme a
2Tim.? A me pare di sì, e queste preziose lezioni di buona lingua mi sono utili
per caldeggiare con precisi una versione più vicina possibile al “tagliare diritto”
e, di contro, ad abbandonare “esporre rettamente”. Devo alla fedeltà scritturale
anche il non sentirmi obbligato alla posizione del tua così come riportato nella
liturgia. Come sempre mi interessa l'immediatezza, quella che alle origini era di
parole composte, e coniugazioni e declinazioni coerenti, e che nelle nostra
lingua richiede altri strumenti, necessariamente più flessibili. Se ho ripreso la
ricerca su ὀρθοτομέω è perché la mia precedente versione con “conforme” non
era convincente, proprio in quanto non rispettosa del testo scritturale e non
esauriente nell'analisi semantica. Desidero, a coronamento, citare il “rightly
dividing the word of truth” della King James Version, e con essa tutte le
versioni derivate, che nel “dividere”, ignorano il “dispensare” (“distribuire con
misura”, dunque nemmeno largamente), e l'“esporre” (“mettere in bella vista”).
166. PREGHIAMO IL SIGNORE E CHIEDIAMO AL SIGNORE, nelle
litanie diaconali. A) Nella presente versione, come nella maggior parte delle
altre, le proposizioni principali sono posposte alle rispettive secondarie e fissate
in fine di giaculatoria. Tale stile, raro nel nostro parlato, ma tuttora presente in
letteratura, mantiene lo stesso scopo pratico che fu in origine nelle litanie
diaconali: segnalare al coro mediante un messaggio ripetitivo in fine di frase il
momento opportuno per intonare il Κύριε, ἐλέησον / Господи помнлуи o il
παράσχου, Κύριε / подай, Господи. Ovviamente, si prega che e non “affinché”
o “perché”, se intendiamo esprimerci in buono stile. B) Esaminiamo ora
l'espressione ἔτι δεόμεθα / еще молимся della preghiera diaconale dopo le
Letture, detta anche “intensa”, e perfino “ardente”: il verbo è all'indicativo
presente, ma nelle nostre versioni ha l'apparenza di un imperativo per omofonia
e per assonanza col congiuntivo aoristo II attivo del solo primo verbo della
preghiera diaconale εἴπωμεν: “orsù, diciamo”. Quando dunque proclamiamo
“ancora preghiamo” qui dobbiamo intendere “stiamo ulteriormente pregando” e
non “imponiamoci di pregare ancora una volta”. Rendere questo concetto in
italiano con immediatezza e senza ambiguità è arduo, specie se vogliamo
evitare le perifrasi stucchevoli, quali “Ancora siamo in preghiera”. La versione
Noi preghiamo mi pare breve, incisiva e non ambigua, secondo i dettami che mi
sono sempre proposto. L'avverbio ἔτι/еще penso voglia soltanto rafforzare
l'aspetto durativo (non un aspetto iterativo) del verbo al presente indicativo, a
contrastare la suggestione dell'omofonia con il presente imperativo, la quale

96 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


compare anche in italiano; sostengo dunque che lo si possa abolire. Nella prassi
di diverse Chiese, tutta la preghiera diaconale in questione è oggi occultata:
tanto è il rispetto del sacratissimo e “ardente” testo, che lo si pronuncia
“segretamente” all'altare o durante l'incensazione al vangelo, insieme a tutto il
resto che precede la preghiera dell'ingresso dei doni; oppure lo si salta a piè
pari; in altri casi è recitato talmente in fretta dal celebrante, il quale a sua volta
soffre dell'assenza di un diacono, che il coro non fa in tempo a tenergli dietro,
oppure è il celebrante che non tiene dietro al coro. Ci è possibile rispettare
l'ordine stabilito di queste preghiere, gravate, com sono, da tanta meticolosità?
E possiamo, con riferimento alle attese esposte, renderle in un italiano meno
spento, restaurandone la fama di “ardenti”? Io penso di sì; propongo allo scopo:
1) la suesposta sequenza di soggetto pronominale (noi) + verbo al presente
indicativo (preghiamo), per evidenziare l'aspetto durativo, nella prima delle
intenzioni; 2) la riduzione di elementi eccedenti come alcuni superlativi; 3)
l'eliminazione di altri elementi, che pesano sull'intuizione, come la ripetizione
“ancora preghiamo” nelle intenzioni successive, la quale è sostituita da un
incitativo avverbio di congiunzione E, all'inizio di frase e senza verbo. Ho osato
troppo? A quanti mancano del coraggio di intraprendere, consiglio le vecchie
traduzioni, tutte in gara di perfezione per un buon voto da parte del professore,
e perciò rigide e formali; costoro se le meritano proprio, o per dirla alla loro
maniera, “essi sono stati resi degni di esse”. Vedi anche FRATELLI
SACERDOTI e VENERATA CASA.
167. PROCLAMO IL VANGELO, εὐγγελιστὴν/благовеститля: nel dialogo
tra diacono e sacerdote prima del vangelo. In poche righe e in un dialogo
relativamente breve la radice di “vangelo” ricorre ben cinque volte, con in più
due confusioni semantiche tra “proclamatore il vangelo” e “scrittore di
vangelo”; quelle che per una lingua moderna sono ripetizioni e confusioni
inaccettabili alla logica e allo stile letterario (anche a causa di una certa
ignoranza: basta chiedere in giro chi sono oppure solo quanti sono gli
“evangelisti”!), sono in una lingua liturgica classica il pane quotidiano della
polisemia, delle assonanze e degli embolismi. Qui il “proclamatore del
vangelo” ha subìto una mutazione di struttura, da sostantivo a verbo: il numero
delle sillabe è uguale, ma l'immediatezza no; il verbo devo indica il compito,
l'incombenza, il servizio del diacono, e semplifica appunto un più preciso ma
burocratico mi incombe di. In fine frase, il sostantivo in complemento di fine o
scopo con tutto il seguito, “per-l'adempimento-del-compito-di-proclamatore-di-
vangelo” diviene, con lo stesso procedimento, un verbo al modo imperativo,
adempi al vangelo. Le sillabe crollano da 20 a 7, e la mente perde ansia e trova
chiarezza.
168. PROVVEDI (IN MISERICORDIA), ἐλεησον/помилуи: delle molte volte
in cui questo verbo compare nell'originale, dovremmo distinguere analizzando
la modalità verbale. Quando il senso è quello di “dimostrare concretamente e al
momento la misericordia”, come nella preghiera diaconale “soccorri, salva,

97 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


abbi misericordia e custodisci”: tutti insieme questi verbi riassumono la
misericordia divina! l'”abbi misericordia”, secondo me, qui vale “rendi attuale
per noi la misericordia che è nella tua provvidenza, la quale è una tua
operazione (ἐνέργεια)”, cioè “provvedi, con operativa misericordia”. Il discorso
vale anche per il Kyrie elèison, che, se spiace che venga formulato nella lingua
originale, magari senza sapere che appartiene anche alla nostra, (se spiace,
spero lo sia per limiti culturali, non per filetismi), può benissimo essere
sostituito con Signore, provvedi, sottintendendo “nella tua misericordia”. Tanto
non vale per quel ritornello di ben tre salmi, poi scomparsi, che noi oggi
chiamiamo inno trisagio, né per la preghiera iniziale, nelle quali si invoca
misericordia per i nostri peccati. In ultimo, provvedere ha due costrutti:
“provvedere qualcuno di qualcosa” e “provvedere a qualcuno con qualcosa”,
con semantica alquanto diversa. Il primo costrutto, lo dico solo per evitare
contestazioni, ben figura in un insieme di verbi tutti transitivi, come accade
nella preghiera diaconale Soccorri, salva, ecc.; in questo contesto, come si è
detto poc'anzi, il verbo dice della misericorde provvidenza divina, a cui si
chiede un pratico provvedimento alle nostre fragilità. Vedi di seguito KYRIE
ELEISON, PROVVIDENTE e SOCCORRI, SALVA ECC.
169. PROVVIDENTE, πολυέλεος/многомнлостнв: “che ha molte
misericordie” o “molto misericordioso, misericordiosissimo”, oppure, sempre
per chi ha fiato, “abbondante/largo/elargitore di misericordie”, arrivando a
pronunziare ben 11 sillabe prima di centrare il concetto. Associato a
ἐλεήμων/миилостнв ha significato apparentemente non chiaro, è come il
bigliettaio che “non solo” e “naturalmente” è fornito dei biglietti per il suo
lavoro, ma che di biglietti ne ha “anche” molti, tautologia nel rischio di
esaurirli: perché non basta dire solo ἐλεήμων oppure solo πολυέλεος? “Essere
dotato in sé di misericordie” (ἐλεήμων) e “dare a piene mani quelle stesse
misericordie di cui si è dotati” (πολυέλεος) sono, a mio avviso, due sfere
diverse, l'una ontologica e l'altra energetica (operativa). Lo slavonico fotocopia
il greco e si cava d'impiccio, il rumeno segue a ruota; noi pure dobbiamo fare
fotocopia, rinunciando, prima ancora che a una valida versione, alla corretta
comunicazione nella nostra lingua? Se invece ci richiamassimo alla accezione
di Provvidenza come “misericordiosa operazione divina” nel progetto di Dio
per gli uomini, potremmo tradurre πολυέλεος/многомнлостнв come
provvidente, addirittura relegando al superfluo il superlativo, a motivo della
imponenza del participio presente sostantivato, e lasciando sottinteso “di
misericordie” al plurale. Tale voce è perfettamente descritta nel Treccani in
Provvidente: “Letterario – che provvede con saggezza e preveggenza; provvido.
In particolare, che governa il mondo e ne regola le sorti con previdenza
benevola (con riferimento al concetto cristiano di divina Provvidenza) ecc.”
Come sempre, lo scopo di tali ragionamenti è non tanto di presentare un
termine meticolosamente tradotto, quanto uno pregnante, intuibile, diretto e
sintetico, comunque fondato teologicamente: questo penso fosse in origine lo

98 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


spirito di chi fissò in un greco “internazionale”, cioè onnicomprensivo di molte
culture e semantiche, le nostre liturgie e innologie; a mio avviso con la versione
proposta il senso della coppia ἐλεήμων – πολυέλεος / misericorde – provvidente
(in misericordie), trova chiarezza. A parte gioca il ruolo dell'assonanza
letteraria, cioè dell'armonica corrispondenza di forme e di suoni,
dell'espressione sintetica e della visione numinosa, le quali davano al
linguaggio di allora gravità accanto a immediatezza. Se sono accettabili tutte
queste valutazioni, è legittimo e benefico desistere dal tradurre singoli termini
con molti vocaboli di sapore burocratico: dedichiamoci di più alla loro
immediatezza, per mettere in relazione l'attuale mentalità al reale senso
liturgico, allora espresso in modo così felice. Vedi anche KYRIE ELEISON e
PROVVEDI.
170. PULSIONI E APPAGAMENTI ἐπιθυμίαις-ἡδοναῖς / слатьми-
похотьми: alla preghiera prima del grande ingresso e, in parte, alla preghiera
prima del vangelo; brame, voglie, voluttà e simili passioni sempre insidiano
l'uomo in quanto essere biologico (carne); il battezzato, prima costrutto di
passioni destruenti e poi rinato uomo nuovo, è esistenzialmente in tensione col
“vecchio uomo”. Dico così non per propalare insegnamenti, ma per dare a
ἐπιθυμία, e di conseguenza a ἡδονή, l'aspetto drammatico della lotta del
cristiano per mantenere incorrotta la veste battesimale, aspetto mostrato
scarsamente dalle moralistiche traduzioni cui siamo abituati e di cui io per
primo faccio ammenda dopo il Compendio. Vedi anche CARNE.
171. QUAL, ὠς/яко: è un equivalente di “come”, “nella qualità di”, eliso
davanti a parola che inizia con “e”, nonché, in poesia, anche davanti a
consonante. È qui evidente lo scopo di dare, accanto al risparmio di sillabe e al
recupero del ritmo, anche un timbro lirico; l'elisione ha anche uno scopo più
sottile: durante il canto o la lettura, “quale” non eliso e in due sillabe può essere
malcompreso come pronome interrogativo, con un risultato non edificante. Ma
alle volte il senso del greco è come il nostro “quasi”, “alla stregua di”, come
accade nella citazione del salmo 17 LXX alla vestizione dell'epitrachilio;
proprio qui, per non incorrere in garbugli inutili e dare respiro al testo,
l'avverbio è stato addirittura omesso.
172. QUESTO TUO MONDO, τὸν κὸσμον σου / мир твой: l'espressione
ricorre nell'officio dell'offerta, nella preghiera per i defunti e nella preghiera
all'ambone. Dire il “tuo” mondo è oggigiorno ambiguo, così come quando si
dice “la tua verità”: l'artifizio linguistico qui proposto orienta verso il concetto
di esteso dominio divino ed esclude l'ambivalenza di “proprio mondo” inteso
come limitato ambito di vita personale. Non dimentichiamo quanto nel greco di
ogni epoca sia caratterizzato l'articolo determinativo, tanto da risvegliare, in
caso di necessaria precisione, la sopita funzione di aggettivo dimostrativo. Vedi
anche PRECISI.
173. RAMPATE DEL MARE, oἱ μετεωρισμοὶ τῆς θαλάσσης / выссоты
морския: il versetto 4 del salmo 92 LXX, è reso in ogni versione con

99 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


inspiegabile opacità; fa eccezione la vivacità di Guido Ceronetti ne “I Salmi”
(ho assunto l'edizione Einaudi 1994, ma c'è anche quella di Adelphi), il quale
verte in “dirupamenti del mare”. Legato ad una aderenza più stretta al testo, che
parla di salite e non di discese, seguo comunque lo spirito della versione citata
con il mio “rampate”. Il Treccani in “rampare” dice di animale (io estendo ad
“animato”): “Levarsi ad afferrare o ghermire”. Leoni, cavalli, e persino elefanti
e scoiattoli sono raffigurati negli stemmi o nelle insegne come “rampanti”; le
onde “anomale”, cosiddette per come si formano e per la loro violenza, hanno
questo atteggiamento imponente, mirifico e ineluttabile; anche “cavalloni” entra
nella stessa semantica con il travolgente galoppo equino. L'interpretazione data
ai fiumi urlanti e al mare violento è in genere di ribellione della natura
conseguente alla disobbedienza del microcosmo umano. Altri vi legge
l'aggressività dei nemici di Dio. L'ammirevole qui non è lo spettacolo
splendido, quanto la furia della natura.
174. RAVVEDIMENTO, μετάνοια/покаяние: il termine ricorre spesso nei
testi liturgici, e cito soltanto la preghiera del trisagio e le preghiere diaconali
prima e dopo l'anafora. Un “metània”, trovato con tanto di accento a mo' di
autodenuncia, è, per me, un chiaro esempio di gergo e di non-traduzione,
essendo incomprensibile a chi non è acculturato in greco e rumeno; a chi
dissente, ricordo che il termine è inesistente nei più accreditati dizionari italiani,
sia classici che moderni, e che noi vogliamo pregare non solo in italiano, ma in
buon italiano, malgrado le impetuose ondate di barbarismi. Rifacendoci agli
insegnamenti dei Santi Padri, scopriamo poi che a μετάνοια - “cambiamento di
mentalità” corrisponde ravvedimento, cioè “ribaltamento di visuale mentale”;
questo per non confondere μετάνοια con “pentimento”, il quale è la fase
consequenziale di tale ribaltamento. Per la proprietà transitiva si conclude che
anche la versione di “pentimento” per ravvedimento è errata; può semmai
risultare utile, non nella Divina Liturgia, ma nell'innologia, a rendere brevi e
immediati dei concetti scomparsi nella cultura laica imperante.
175. RAVVIVARE, fare tornare in vita q.no, restituire vitalità a q.no: non è
presente nella Divina Liturgia, ma ricorre una volta nelle preghiere di
ringraziamento alla Comunione, nonché nell'innologia; è un termine conciso,
immediato e non burocratico. Vedi anche “AVVIVARE”.
176. RECÒNDITI, ἀφανῶν/неявленных: nell'anafora; il Tommaseo nel suo
Dizionario dei Sinonimi chiarisce questo vocabolo, quando ho pensato che “non
evidente” fosse non esaustivo: “Recondito, propriamente, posto in luogo ben
custodito; ma s'usa per lo più traslatamente nel senso di: non comunemente
noto, non a tutti accessibile. Può essere la cosa recondita e non nascosta;
recondita e non astrusa; cioè, non ovvia ma nemmeno difficile a scoprire e ad
intendere.” Il contrario potrebbe essere “palesi”, cioè aperti teoricamente a tutti,
ma ho preferito evidenti. Evidente è più di chiaro e meno di palese: “Può essere
chiaro l'oggetto, ma non circondato di tanta luce che lo renda visibile facilmente
e in ogni sua parte.” (Tommaseo). In inglese evident è più del nostro evidente, è

100 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


contiguo a probante, certo; so di questa lingua solo quanto serve agli studi
scientifici, per cui non vado oltre; così dovrebbero fare gli inglesi con la nostra
lingua: sutor, ne ultra crepidam.
177. RENDERSI: nel significato letterario di “farsi, diventare”, come in
Leopardi: “E sprezzator degli uomini mi rendo” (Treccani); me ne servo quando
trovo necessario riscattare circonlocuzioni ambigue, come farsi uomo, che in
italiano vuol dire “maturare da bambino o da adolescente ad adulto”
(equivalente moderno, secondo psicologi e sociologi, di “superare i
trentacinque anni”), o evitare verbi poco compresi, eppure precisissimi, come
umanarsi.
178. RENDERE GRAZIE: argomento semplice da svolgere è come mai scrivo
ringraziare anziché rendere grazie. La prima scelta mi sembra più diretta e
semplice, la seconda mi suggerisce ostentazione, formalità, specie quando non è
necessaria alla solennità. Per me, poi, vale molto il risparmio anche di una sola
sillaba, nel profluvio verbale delle preghiere in italiano: qui ringraziare è
transitivo, mentre ”rendere grazie” ha sillabe più ed è intransitivo, dunque
assomma anche le preposizioni che reggono il complemento indiretto. Per la
contiguità tra “rendere grazie” e “recitare la benedizione e il rigraziamento”
vedi BENEDIZIONE e RINGRAZIARE.
179. RICORDARSI E RICORDARE. Frasi come “Ricordami, Signore” sono
preferibili, secondo me, all'imperante “Ricordati di me, ecc.” La prima ragione,
in quanto questione pratica ma cogente, sta nel numero di sillabe che affollano e
affannano le nostre preghiere; la seconda, in quanto questione di dignità
liturgica, sta nella buona lingua. “Ricordarsi può essere involontario e al
momento; può essere deliberato e continuo, quanto è dato essere continui agli
atti dell'anima. Ricordare nell'uso odierno è sempre attivo e concerne il
dimostrarsi ricordevole con parole e con altri segni, e l'usar parole o altri segni,
per far ricordare ad altri la cosa”. (Tommaseo, Dizionario dei Sinonimi). Di
fatto, se mi vien chiesto “Si ricorda di me?”, con delicatezza, per non dire “Mi
ricorda?” io posso rispondere “Mi ricordo di te” se al momento la persona mi
sovviene, avendola precedentemente dimenticata; oppure posso rispondere “Ti
ricordo”, se l'ho sempre tenuta in mente. Allo stesso modo chi vi dice “Mi
ricorderò sempre di te” dice già dell'aleatorietà del ricordo, mentre “Ti ricorderò
sempre” dice della fermezza, per quanto umana, che alimenterà il ricordo. Nei
dialetti settentrionali la forma transitiva ricordare è di fatto inesistente, mentre,
anche presso chi parla correttamente l'italiano, colà prevale la forma intransitiva
ricordarsi; questa osservazione non può tuttavia ipotecare la buona lingua,
specie se è impegnata in un registro solenne. Vedi anche NON SCORDARE.
180. RINGRAZIARE, εὐχαριστέω/благодарнть: all'anafora. Si ringrazia di
qualcosa e, sempre più spesso, grossolanamente, per qualcosa. Εὐχαριστέω, a
partire dal tardo greco si fa con ὑπέρ + genitivo anziché con il classico περί +
genitivo o ἐπί + dativo. Abbiamo nella medesima preghiera dell'anafora due
ringraziamenti: 1) ὑπέρ τούτων ἀπάντων εὐχαριστοῦμέν σοι, in cui con totale

101 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


evidenza ringraziamo “di” tutto l'esposto progetto di salvezza e 2)
εὐχαριστοῦμέν σοι κaì ὑπέρ τῆς λειτουργίας ταύτης in cui alla lettera si ringrazia
“di questo officio pubblico - liturgia”, ma potrebbe essere anche, non con ὑπέρ,
“mediante questa liturgia”. Penso che sia più valida la prima ipotesi, quella
letterale, per la sua attuale incontestabilità testuale, intendendosi gratitudine per
essere stati ammessi alla liturgia in corso. Se scrivo attuale, è perché non si
dovrebbe escludere che un tardivo ὑπέρ abbia sostituito un diverso avverbio dal
significato di mediante. Tertulliano scrive nella Apologia 1, 65: “Poi a colui
che presiede sui fratelli sono portati pane, una coppa di acqua e vino temprato.
Egli li prende e innalza lode e gloria al Padre dell'universo nel nome del Figlio
e del santo Spirito, e rende grazie per essere stati da lui (il Padre, nota mia) resi
degni di ricevere questi doni”. E l'anafora della Liturgia Clementina
(Costituzioni Apostoliche, VIII: 12, 38), (così rendo, rigidamente alla lettera):
“...Offriamo a te, re e Dio, su di Lui comando (di Cristo, al rigo 12,30, nota
mia), questo pane e questo calice, ringraziandoti per mezzo di Lui (δι᾽αὐτοῦ)
delle cose mediante le quali (ἐφ᾽ οἶς) ci hai resi degni di essere giunti a stare
davanti a te e di consacrare a te.” Qui si ringrazia il Padre col classico (o
classicheggiante?) ἐπί + dativo delle cose da consacrare, per mezzo di Cristo
(διὰ + genitivo). Non vado oltre queste poche osservazioni; intanto continuo a
tradurre come nel Compendio: “ringraziamo per questa liturgia”, non
guardando al buon italiano e insinuando con la preposizione per un ambiguo
senso di mediante. Vedi anche RENDERE e GRAZIE.
181. RIPOSARE, ἀναπαύω/упоконть: la nostra bistrattata lingua si prende
una rivincita con questo verbo, che non è solo: sono intransitivi che diventano
transitivi assumendo modalità causativa; nello specifico, arrendiamoci
all'evidenza che Dio ha, tra i suoi poteri, anche quello grammaticale italiano di
riposare le anime, cioè di “causare che riposino” le anime dei defunti. Chi nelle
preghiere può seguire con l'attenzione dovuta la valanga di parole, quali
“concedere/donare riposo”, “fare riposare” ed altre contorture? La nostra
lingua, se impostata così, non potrà avere meriti liturgici. Vedi anche
INDURRE IN TENTAZIONE.
182. RISPETTO: vedi VERECONDIA.
183. SAGGEZZA, σοφία/премудрость: gli inviti diaconali indicavano ai
fedeli che affollavano una cattedrale il corretto comportamento in una lunga
epoca storica in cui si è formata la liturgia; come è noto, i diaconi, oltre a
guidare la preghiera dei fedeli e il cerimoniale del clero, imponevano anche il
buon comportamento e allontanavano i catecumeni a tempo debito. Quanto a
σοφία/премудрость, le interpretazioni allegoriche ne fanno una celebrazione o
un richiamo della sapienza divina, misteriosamente, o misticamente, ma lo
scopo pratico delle origini è evidente; un antecedente σοφίᾳ, declinato al dativo
in funzione di complemento di modo, “con saggezza” indicava più chiaramente
l'ordine da parte del diacono; se così stanno le cose, possiamo scegliere nella
traduzione fra “sapienza” (lontano dal senso iniziale, ma tanto mistico),

102 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


“saviezza” (termine per me preciso, ma incomprensibile ai più) e “saggezza”
(via di mezzo e ben comprensibile). Ancora una volta in medio stat virtus. Vedi
anche ALZATEVI.
184. SANTI ABITARI, ἐν ἁγίοις / во святых: comunemente il termine greco
al plurale, abbreviazione di “santo dei santi, è l'ebraismo equivalente di un
superlativo “santissimo”, per dire il luogo inviolabile e sacro della presenza
divina nel recesso del tempio; un richiamo nelle diverse espressioni liturgiche si
trova, per esempio, nel salmo 67 LXX; nei testi della Liturgia il significato di
“luoghi santi” è in competizione semantica con “uomini santi”. Non intendo
trattare a fondo il fenomeno, per brevità e non diretta pertinenza; qui basta dire
che rendo questo santi nel primo sugnificato, quello biblico. La formula da me
proposta, immagino provocatoria, è tradurre con santi abitari. L'espressione
comporta lo stesso arcano di “santi” e “santo dei santi”; è italiana, ed è antica,
letteraria e classica quanto basta al nostro scopo. Il Treccani alla terza ed ultima
accezione di “Abitare”: “3. sostantivo maschile, antico. Abitazione: i rotti
avanzi di nobili abitari (Giordani)”. Pietro Giordani fu, nella sua vasta attività
culturale, un brillante autore di orazioni, il mentore del giovane Leopardi e
l'autore del saggio Istruzione a un giovane italiano per l'arte dello scrivere
(1821). Acqua passata, forse mai veduta passare. Vedi anche ABITARE.
185. SANTIFICAZIONE, ἁγιασμὸς/освящение: la prima accezione di questo
termine è “l'atto oppure è il processo di santificare”; tanto, all'unanimità dei
dizionari; questo è il significato che prevale nel senso comune e nel linguaggio
corrente. La seconda accezione è strettamente teologica ed è quella che ci
interessa: è “la partecipazione all'ufficio sacerdotale e regale di Cristo, per
l'iniziativa santificante di Dio con la sua grazia” (Treccani); data la posizione
del termine nella Liturgia, esso è legato in particolare alla santa comunione; si
trova inoltre nel salmo 92 LXX dell'officio offertorio. Santificazione è in
entrambe le citazioni riferita alla partecipazione santificante; è termine corretto,
diretto, anche se non breve, e non necessita di analisi ulteriori. In questa piccola
trattazione la confusione fra i termini santità e santificazione trova la possibilità
di essere ricomposta. Vedi anche SEI TU LA NOSTRA SANTIFICAZIONE.
186. SANTO SEI, DIO, ἅγιος ὁ θεὸς / святый боже: una versione critica del
trisagio, che trovo nelle traduzioni del prof. Stefano L. Parenti, suona così: “Dio
è Santo, santo e forte, santo e immortale, abbi pietà di noi”; me ne sono
convinto, nella sua essenza, ben comprendendo l'aggiunta del verbo copulativo
e delle congiunzioni; tuttavia, per mantenere la coerenza liturgica e il logico
legame con la terza persona del verbo successivo ἐλέησον e per rispettare le
tradizionali traduzioni, modulo “essere” dalla terza persona alla seconda:
“Santo sei, Dio, santo e forte, santo e immortale: (abbi tu) misericordia di noi”.
Si noterà di conseguenza che la presente versione, al pari di quelle classiche,
considera il termine “Dio” come vocativo; in greco θεὸς è nominativo e
vocativo (c'è comunque l'altro vocativo θεὲ); sia nei testi greci precristiani che
in quelli cristiani è sempre preceduto dall'articolo determinativo, ὁ Θεὸς, così

103 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


anche nel vocativo; le lingue neolatine assumono invece dalla lingua madre
l'assenza dell'articolo: per noi “il dio” (in genere, di q.no o di q.cosa) è solo un
genio o un démone protettore o antonomasico, su base ironica o enfatica.
“Iddìo” è un rafforzativo di “Dio”, non la fusione di un inesistente articolo e del
sostantivo, e non si usa mai davanti a preposizione, mentre diviene più enfatico
se vi si antepone l'articolo, cosa possibile solo nei casi retti. Per mero amore di
filologia cito infine la presenza dell'articolo nei dialetti salentini, “lu Deu”,
come segno di un linguaggio latino storicamemente imposto a una mente greca.
Vedi anche TRISAGIO e PROVVEDI.
187. SBAGLI, ἀγνοημάτων/безкровныя: nella prima preghiera dei fedeli e in
quella dopo l'Ingresso Maggiore; traduco così perché penso che il sacerdote
voglia, con un artefatto retorico, anteporsi per chiedere indulgenza sul popolo,
non certo per aggravarne le pendenze; il celebrante infatti mette avanti i propri
peccati e solo poi, attenuandoli mediante un sinonimo attenuante, quelli altrui.
Se esaminiamo i termini in italiano, troviamo che “inadempienza” è glaciale;
“ignoranza” è atto colpevole: ignoranza vuol dire che si sbeffeggiano
ammonimenti a regole complesse e che si trascurano quelle intuitive ed
elementari, ovvero “è detta dell'uomo quando non sa quello che è tenuto di
sapere” (Tommaseo): tanto basta a fallire nello sminuire le cadute del popolo.
“Inconsapevolezza” e “disconoscenza”, pur con diverse sfumature, vanno
anch'esse per accusa, non per scusa. “Inscienza” è definita così dal Tommaseo:
“L'inscienza si suppone innocente, cioè che venga da impossibilità, o da grave
difficoltà, di sapere”; vorrebbe dire che un Cristiano di fatto non sa un bel
niente della propria fede; in verità l'esperienza pastorale svela tanti
ortodossissimi inscienti di oltre frontiera, guarda caso anche renitenti a una
seria catechesi. Di sbaglio riassumo dal Vocabolario Treccani: “...In senso
morale, colpa, mancanza più o meno grave (con senso attenuato rispetto a
errore): sbagli di gioventù…”. È quello che ci serve. Pronunziare gli sbagli può
mettere qualcuno in difficoltà di pronunzia: malgrado ogni accorgimento
possibile, nessuna lingua scorre perfettamente se deve tradurre; spetta al singolo
l'acquisizione professionale della dizione, a meno che non opti, sotto la sua
responsabilità, per “i sbagli”; in aiuto, spero gradito, io ho ripetuto il per
davanti a gli sbagli: la breve pausa che così si crea consente di scandire meglio
tutte le sillabe interessate. Chi infine ha tradotto qui con “errore” ha errato
nell'ignorare i sinonimi o nel compiacere il pauperismo; ciò che però veramente
mi indigna è la versione in “errori inconsapevoli”: il solito verbale burocratico
spacciato per “aulicità”.
188. SECOLO, αἰών/век: nell'epoca scientifica delle correlazioni tra materia e
antimateria, tempo e spazio, teorici universo chiuso e universi paralleli del
multiverso e alterazioni del tempo mediante operatori quantici, mi è parso
pallido tradurre con “secolo” tutte le espressioni bibliche collegate a αἰών, per
cui ho diversificato le varie formule che lo contengono. Quando possibile, ho
evitato di scadere nel concetto di eternità intesa come fuori dal tempo, dando

104 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


risalto a quello più biblico di arco del tempo concreto tanto ampio da non
sapere più quando comincia e quando finisce, anche usando termini molto
semplici, quali sempre. Vedi anche IN PERPETUO.
189. SEGNI ATTUATI, ἀντίτυπα / вместообразная: nella Liturgia di san
Basilio, durante la preghiera prima della consacrazione. Il termine originale
rientra nella trattazione di “tipo” e “antitipo”, concetti biblici di “figura”
veterotestamentaria e “realizzazione” o “attuazione” neotestamentaria. Attuare
è, "Far passare dalla potenza all'atto" come termine più che altro filosofico e,
nel linguaggio comune "Tradurre in realtà", (Treccani) cioè rendere reale e
concreto ciò che prima era solo potenziale, possibile o virtuale; nel linguaggio
corrente può anche configurarsi come ciò che è sentito e presente. A noi
dovrebbe interessa soprattutto l'accezione filosofica.
190. SEGNO TRA GLI UOMINI DEL SUO FAVORE, ἐν ανθρώποις εὐδοκία
/ в человецех блaговоление: al termine dell'Offertorio, dopo il tropario al santo
Spirito. In questa sede non do spazio al testo accolto nella tradizione latina e
tratto solo la lettura al nominativo di εὐδοκία/блaговоление; faccio notare che
tra "sulla terra pace" e "tra gli uomini ecc." c'è una virgola (magari non presente
nei manoscritti, ma così sempre intesa), dunque non è presente alcuna
congiunzione, tantomeno aggiuntiva; questo per me significa che da ἐν
ανθρώποις/ в человецех in poi siamo di fronte ad un costrutto con funzione di
apposizione a εὐδοκία/блaговоление; devo dunque tradurre "1. tra gli uomini -
2. segno 3. di Favore" e ricomporre il testo (in lingua italiana e non creola), in
modo che sia chiaro: 2. segno 1. tra gli uomini 3. "di Favore"; la
εὐδοκία/блaговоление è termine biblico che tutti attribuiamo esclusivamente a
Dio, sempre che il contesto non dica espressamente di una
εὐδοκία/блaговоление di qualche altra personalità di elevato grado; per questo
motivo ho pretestuosamente scritto Favore con la maiuscola; quanto io traduco
con favore, altri rendono "benevolenza" (non accettabile è "benvolere" che è
limitato all'espressione "prendere a b."), ma il ragionamento non cambia; nei
linguaggi moderni, infatti, il favore o "benvolere" che sia, non è affatto
riferibile immediatamente a Dio, per cui ho introdotto per necessità l'aggettivo
possessivo suo, per dire appunto "di Dio". Vedi anche FAVORE, FAVORIRE.
191. SEI TU LA NOSTRA SANTIFICAZIONE, ὅτι σὺ εἶ ὁ ἁγιασμὸς ἡμῶν /
яко ты еси освящение наше: anche se lo ritengo improponibile in italiano,
bisogna ammettere che ὅτι apporta una certa dinamicità al testo, una sorta di
scampanellio al termine di una meditazione; possiamo qui, così come in molte
altre esclamazioni che seguono una preghiera sommessa, renderla con la
movimentazione da un “tu sei” ad un “sei tu”. Vedi anche POICHÈ, PERCHÈ.
192. SEMPRE PIÙ RENDEREMO GLORIA A TE ὃπως... σοὶ δόξαν
ἀναπέμπωμεν / яко...тебе славу возсылаем: alla lettera “Affinché...ti rendiamo
gloria...” all'esclamazione prima dell'inno cherubico. L'imbarazzo nel rendere a
inizio di frase avverbi che aprono una proposizione secondaria, priva di fatto
della principale, è argomento già trattato in AFFINCHÉ e in POICHÉ,

105 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


PERCHÉ. In più, molti di questi periodi secondari non sono realmente finali,
avendo un'autonoma valenza di ordine implementativo; qui traduco ὃπως con
sempre più, formula avverbiale tecnicamente definita “incapsulatore di
finalità”, e l'indicativo futuro. A prevenzione di accuse di abuso di traduzione,
propongo una lettura sul senso delle proposizioni finali (fino a scoprire che non
sempre esprimono finalità) nell'Enciclopedia dell'Italiano” della Treccani, alla
voce “Finalità, espressione della”, a cura di Michele Prandi, 2010. A chiosa, mi
pare esperienza assodata che il testo originale, presentandosi con la sua propria
struttura mentale, nel processo di traduzione debba confrontarsi con altre
strutture mentali da esso differenti; chi traduce deve tenerne conto, sotto pena di
un risultato scadente sul piano della comprensione.
193. SERVIRE A DIO, διακονεῖν/служити: nella preghiera dell'inno
cherubico. Quanto a sinonimi, abbiamo in italiano la possibilità di ben
gareggiare con il greco, pur senza vincere; lo slavonico a volte fa meno di noi,
come nel caso in cui, dopo il primo служити/λειτουργεῖν, da me reso con
officiare, al secondo служити/διακονεῖν il buon italiano mi permette servire,
ricalcando così i termini originali del greco; il verbo è qui reso in forma
intransitiva, reggendo il complemento di termine; il caso indiretto conferisce
gravità al complemento (“Nessuno può servire a due padroni”), senza dover
significare “giovare, essere utile o abbisognare”.
194. SI FA RIEMPIRE DI DONI, ἐπλήσθη δώρων / исполнися мзды: dal
tratto del salmo 25 recitato dopo la vestizione del clero. La traduzione del verbo
è, per via dell'aoristo con valore medio, riferito alla mano destra, simbolo di
“destrezza”, forza e giustizia (con buona pace dei mancini), che “ha riempito
per sé dei doni”. Il senso di questi doni è del tutto negativo, sono doni presi per
sé, in quanto bustarelle, tangenti illecite, come esplicitamente recita il testo
masoretico con “corruzioni”, cioè atti o oggetti di corruzione. Ritengo di non
poter manomettere la lettera “doni” della LXX, ma sono in grado di
caratterizzare verbo e sostantivo verso un aspetto negativo di tali doni; ci sono
molti modi per esprimere il concetto: mano stipata, ingombrata, riempita,
colmata; questi verbi però sono tutti impropri oppure figurati, quasi agissero su
vasi o scatoloni, e non colgono nel segno; tanto vale che la destra “si faccia
riempire”, cioè con le buone o con le cattive (come si dice in italiano quando
l'atto è forzato), e non di leggiadri e volontari doni, ma di materiali ed estorti
regali.
195. SIETE BATTEZZATI ἐβαπτίσθητε/крестистеся, al posto dell'inno
trisagio in alcune feste: ho tradotto i verbi della formula paolina “siete stati
battezzati” e “siete stati vestiti” con un presente indicativo in aspetto verbale
perfettivo; tanto non principalmente per dare proporzione agli emistichi (spero
comunque cosa gradita ai fini del canto), quanto piuttosto per caratterizzare il
concetto di essere immersi una volta per tutte; lo stesso vale di di Cristo siete
vestiti anziché “vi siete vestiti”. Il primo verbo porta già in sé l'aspetto
perfettivo, dato l'uso di βαπτίζω, che vuol dire “immergere con effetti

106 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


definitivi”, da “affondare” sino al nostro “essere battezzati una volta per tutte”,
e non di βάπτω, che vuol dire soltanto “bagnare”, l'effetto della cui azione è
transitorio; l'effetto definitivo di “essere vestiti” vale altrettanto rispetto a
“vestirsi”.
196. SII CLEMENTE, ἱλάσθιτι/очисти: essere propizio, propenso,
bendisposto, placato, clemente, è divenuto nelle traduzioni dallo slavonico
“purificare”. Lo Церковно-славянский Словар di Грнгорнй Дъяченко ci dà in
очистити la corrispondenza con καθαρίζειν (καθαρίζω - purificare), mentre di
очищение ci dà la corrispondenza con ἐξιλασμὸς, che ha la stessa radice di
ἱλάσκομαι - essere propizio, indulgente, clemente. Il testo greco certamente non
recita “purificare”, e mi contento di confrontare il testo in esame con Luca 18:
9-14. La presente osservazione avrebbe scarso rilievo per la maggior parte delle
lingue, in cui due termini che condividono la radice non necessariamente hanno
significato analogo; nel rapporto strutturale tra greco e slavonico, invece,
questo legame è strettissimo, con l'uno che plasma l'altro. Sono dunque
convinto che, nel caso trattato, “purificare” non è corretta traduzione. Noto
ancora una volta che in una lingua italiana poveristica che si pretende liturgica,
c'è un tale abuso di derivati da “puro”, da poter coprire qualunque significato,
compreso quello ora trattato. Dietro questo italiano misero sembra ci sia la
mancanza di mezzi culturali, ma certamente c'è il rifiuto in sé di una
terminologia liturgica all'altezza del compito; esistebbe, mi dicono, una
commissione internazionale liturgica, la quale raccomanda traduzioni con
termini semplici: se tale metodo funziona con i riti occidentali, penso che
snaturi invece quelli cosiddetti orientali; se presso di noi semplicità si deve
cercare, io credo fermamente che deve essere nelle strutture sintattiche, non
nella terminologia. Dice bene chi afferma che le lingue moderne snaturano la
nostra liturgia, solo però se il registro di queste lingue è pezzente.
197. SLAVONICO, non so se sia meglio “slavone”; con questo termine indico
genericamente il complesso delle varie forme dello slavo ecclesiastico. Non è
mio compito fare distinzioni specifiche e per epoche, né illustrare i gradi di
legame con il paleoslavo. Esamino il testo ai soli fini di una traduzione italiana,
usando “slavonico” come termine generale, per mera distinzione rispetto ad
altre lingue liturgiche classiche.
198. SOCCORRI, SALVA, PROVVEDI (IN MISERICORDIA) ..., ἀντιλαβοῦ,
σῶσον, ἐλέησον .../ заступи, спаси, помилуи...: la presente versione sposta il
“noi” al termine dei quattro verbi della frase; in versioni più meccaniche il
pronome viene tradotto, comunque in modo corretto, col suffisso pronominale
atono “-ci” per tre dei quattro verbi, mentre per uno di essi, “abbi misericordia”
o, peggio, “pietà”, che reggono il complemento indiretto, col pronome
necessariamente tonico; la difficile articolazione delle ripetute parole sdrucciole
e la cacofonia del “ci-ci” da uccellini, nonché la coesistenza disorientante di tre
verbi transitivi e di uno intransitivo nel reggere un complemento per gli uni
diretto e per l'altro indiretto, creano forte tensione nel testo, che così tradotto si

107 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


macchia di pignoleria e forzatura, sino al comico. Mentre cercavo una soluzione
alla vecchia e sgradevole versione, mi è sovvenuto un episodio: un
concelebrante italiano, mentre pronunciava la preghiera diaconale in questione,
prese a farfugliare; mi spiegò poi che la causa erano stati quei verbi, messi in
italiano così male; al momento però si era ripreso subito, omettendo
spontaneamente le accusate particelle grammaticali: semplicemente se ne era
sbarazzato, riducendo tutti quei verbi sdruccioli in piani, abolendo l'insana
ripetizione di pronomi personali e accorciando drasticamente la perifrasi che
nella lingua moderna sostituisce il perduto “misericordiare”; aveva
sperimentato intuitivamente come reagisce una lingua maltrattata da traduzioni
forzate; nell'imbarazzo del momento non aveva però rimediato all'attrito fra
transitivi e intransitivo. Nella presente versione, dunque, pongo il pronome
personale di seconda persona atono come unico e spostato sull'ultimo dei verbi,
i quali sono tutti resi transitivi; si sarebbe potuto fare di meglio, abolire del tutto
anche l'ultimo pronome, vista la facile intuibilità del costrutto, ma uno scrupolo
di scolastica precisione me lo ha sconsigliato: ci sono infatti due varianti di tale
preghiera, quelle che riguardano il noi dei fedeli e quella che riguarda il loro
dei catecumeni. A mio avviso il testo, reso con l'unico pronome personale atono
sull'ultimo verbo e con i verbi tutti transitivi, si fa agile nella dizione; bisogna
ammettere che in una versione più “burocratica” non avrei dovuto usare il
pronome atono, bensì quello tonico; la letteratura classica abbonda però di
questo costrutto semplificativo; la forma antica preferì il gentile e meno
pigolante “-ne” (“custodìscine”); la lingua però evolve, e condanna certi
costrutti sintetici con l'accusa di poeticismo, sordido delitto contro la prosa, con
aggravante di specificità liturgica. Vedi necessariamente PROVVEDI.
199. SOLENNE λειτουργικῆς … θυσίας / служебныя … жертвы : nella
preghiera del grande ingresso; l'aggettivo in questione, alla lettera “liturgico”, è
evoluto, sorpassando l'accezione di “pubblico” e favorendo quello di “rituale”,
a sua volta inteso nel linguaggio laico come “privo di creatività”, per cui
ritengo che solenne si presti meglio dal punto di vista intuitivo a rendere
entrambi i concetti di pubblico e liturgico nel loro senso positivo. Se pensiamo
all'abuso di “liturgia” e del suo aggettivo (“liturgia della politica, costituzionale,
dello spettacolo, della comunicazione”, ecc.), un sacrificio “liturgico” potrebbe
suonare, come già accennato, “ripetitivo, gelido, vuoto, superficiale, stanco”, e
perfino “a-religioso”, ecc., in totale antitesi col senso originale.
200. SOTTRARRE, ρύσῃ/избавиши: nel tropario delle preghiere all'inizio
della presentazione delle offerte; alla lettera è “liberare”; sottrarre sia più breve
e incisivo nel tumulto di concetti, frasi e parole di questi testi; chi crede che
sottrarre significhi asportare di soppiatto, e lo crede fidandosi del linguaggio
corrente senza documentarsi, resterà sorpreso nel sapere che significa invece
“Portare via, togliere, e in particolare togliere al contatto, agli sguardi, o anche
salvare da un pericolo e simili” (Treccani), pur con due altre accezioni, una
delle quali è “portare via con l'astuzia o con l'inganno quanto appartiene ad

108 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


altri” (ibid.) (che ci ricorda la teologia salvifica dell'amo) e l'altra di ordine
prettamente matematico. Ho dunque preferito alla lunga e stridente formula del
liberare dalla schiavitù del nemico (13 sillabe) quella più breve e letteraria del
sottrarre al giogo nemico (9). L' “aulicità” è per me un fattore secondario e, se
riesce, consequenziale; la presente versione parrebbe conseguire questa
mediante la precisione e la brevità.
201. SOVRANO e PRÈSULE, δεσπότης/владыка: ne ho lette e sentite di tutti
i colori sul mio reato di sdoppiamento del sostantivo, scelta peraltro condivisa
da molte lingue moderne. Pur con tutta la revisione della mia traduzione del
1988, confermo quanto segue: riservo a Dio sovrano e al celebrante presule.
Sovrano è da superanus (derivato dell'aureo superans; confrontabile con
“soprano”), cioè colui che sta al di sopra: si capirà bene che non vuol dire di per
sé “re”. Il Tommaseo, citato anche a proposito di superno e di supremo:
“Supremo riguarda l'ordine, la collocazione, il tempo; sovrano, la dignità...”
Presule è da praesul: dall'antico “capo dei sacerdoti danzanti di Marte” passò a
“preminente in un officio” ancor prima dell'appropriazione cristiana; indica
colui che è preposto al culto, più specificamente se è vescovo, ma non
necessariamente, visto che si usa per tutti i prelati e, per esteso, per tutti i
celebranti, onorati in quanto collaboratori e sostituti del gerarca. Praesul in
latino ha il suo bravo caso vocativo e non vedo perché debba mancargli in
italiano; lo dico a chi se ne uscì con “Presule non si può usare in italiano al
vocativo, perché in latino manca di questo caso”. A parte questa curiosa
contestazione, il senso della mia scelta è il seguente: introducendo un termine
solenne qual è presule, desidero evitare l'appiattimento semantico originale su
signore e, peggio, la differenziazione sciatta tra signore e l'improprio maestro
(“maître”, “master”). Resterebbe per gli irreducibili, e vorrei vedere quanto lo
siano, il termine “padrone” per entrambe le accezioni: per quanto impopolare, è
tecnicamente più corretto di sovrano e presule; i tempi cambiano, ma la
repulsione a questo termine in Italia permane, anzi si rinfocola a causa di chi
nel mondo prova a fare il padrone di gente libera. Vedi anche PONTEFICE.
202. SPIRITO PIENAMENTE SANTO: l'espressione è presente in varie
formule, anche esclamatorie. Il tema è come mai, in riferimento allo Spirito, un
superlativo assoluto di santo che suona in greco πανάγιος e in slavonico
пресвятый, cioè “santissimo”, sia qui tradotto con pienamente santo. Ho
pensato che fosse una sintesi delle risposte agli pneumatomachi, contestatori
cioè della piena divinità dello Spirito nella Triade; questa osservazione torna
utile in epoche come la nostra, di forte banalizzazione e relativizzazione della
fede. Diversamente questo “santissimo” potrebbe sembrare un'ampollosità
rispetto al semplice e più comune aggettivo “santo”, il quale si trova, prima che
in ogni altra formula, semplicentemente positivo nel simbolo della Fede. In
ogni caso questo pienamente conferisce a santo lo stesso valore grammaticale
di superlativo assoluto, con l'aggiunta che richiama l'attenzione quando i
costrutti si ripetono e portano all'assuefazione.

109 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


203. SPLENDORE, εὐπρέπεια/благолепие: nella preghiera all'ambone. Qui si
tratta di “speciosità” nel senso classico, ovvero singolare bellezza che si impone
perché fuori dall'ordinario; e imporsi dice di rispetto, ammirazione e simili. Già
nell'Ottocento il termine è fluito in “bellezza più apparente che vera” o
“apparenza che alletta oltre il vero”, quindi in “apparenza di verità”. C'è ancora
chi, parlando delle porte centrali dell'iconostasio le dice “speciose”, ma subito,
di fronte alla generale riprovazione, si corregge con “porte belle”. Cessata
dunque la “speciosità” della casa di Dio nella liturgia, o di Dio stesso, come nel
salmo 92 (LXX), non ci resta, purtroppo, che “splendore”, il quale è un traslato
di una gradazione di luminosità; il termine ha oggi il senso di “bellezza
particolare che si impone senza sfarzo”: in verità questo senso apparteneva a
“splendidezza”, termine anch'esso perduto. Insomma, potremmo trovare una
casa di Dio che non è un capolavoro architettonico: potrebbe essere una
semplice stanza, una grotta, un tempio imprestato: la sacralità di ciò che vi si
compie sarà allora la sola e sufficiente percezione di speciosità (bellezza che si
impone perché speciale), e un po' meno di splendore (magnificenza e fasto, ma,
si è detto, senza sfarzo). Possiamo allora descrivere l'euprèpeia di simili luoghi
con le parole della Genesi: “Come è tremendo questo luogo! Questa altro non è
che la casa di Dio, questa è la porta del cielo.” (Genesi, 8:17). Lo stesso vale di
Dio che indossa l'euprèpeia della sua potenza creatrice (Salmo 92:1). Per la
dignità dei luoghi di Dio vedi CASA.
204. STIAMO SALDI, στῶμεν καλῶς / станем добре: “stare bene”, cioè
“composti” era l'invito diaconale prima dell'anafora rivolto ai fedeli riuniti nelle
grandi chiese, spesso accalcati e indisciplinati; si invitava a “serbare, nella
posizione del corpo, nell'atteggiamento delle membra … quel contegno
dignitoso e aggraziato che denota buona educazione, rispetto per il luogo o per
le persone a cui si è davanti e che nella donna è espressione di naturale
ritegno...” (Treccani). Quanto al “naturale ritegno”, per mia esperienza
pastorale, lo declinerei anche al maschile. Si può pensare che l'invito fosse già
in uso durante i sacrifici pagani nelle basiliche romane, quando si imponeva
silenzio e compostezza su voci, suoni e movimenti di processi, compravendite,
discussioni, richiami ecc. Le guardie del tempio di Gerusalemme svolgevano
compiti simili nell'imminenza dei sacrifici. Stare composti è dunque buona cosa
per noi Cristiani, ma non è sufficiente, perché insieme al corpo anche l'anima e
lo spirito devono essere orientati all'eucarestia. Intendo Stare saldi proprio il
tenersi risolutamente forti e vigili, evitando di sbandare a causa di dubbi,
ragionamenti avversi, distrazioni, atteggiamenti negativi (per cui non si
dovrebbe nemmeno entrare in chiesa) o inadeguati (e qui si colloca la
scompostezza): è più di stare composti. Ricorda, sia nel senso che nella
struttura, la εὐστάθεια, costanza, delle sante chiese di Dio. Il Cabasilas scrive
nel suo Commento alla Divina Liturgia che l'invito “... sembra dire stiamo
fermi, non lasciamoci scuotere dai fallaci discorsi degli eretici”...; poco oltre, in
relazione all'invito al timor di Dio, egli cita Matteo, 5: 23-24. L'espressione che

110 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


propongo può sembrare inusitata dopo tanto “stiamo composti”; un
atteggiamento critico anche sulla mia stessa versione mi hanno indotto a
scoprire che non è il mettersi formalmente composti (pur auspicabile) ad aver
tramandato lo στῶμεν καλῶς, bensì il convogliare tutte le risorse interiori alla
preghiera eucaristica. Il concetto di invitare alla saldezza interiore potrebbe
oggi evitare al presbitero, se manca il diacono, di rampognare comportamenti
negativi, e invece confermargli quel ruolo positivo che la tradizione liturgica gli
affida. Tra le informazioni più interessanti, ho letto come con le stesse parole
l'arcangelo Michele si rivolgesse agli stormi angelici fedeli a Dio di fronte alla
ribellione di Lucifero e che queste fossero state poi trasposte nel dialogo
liturgico, appositamente per esortare ad una fede salda; tanto si trova nella
“Spiegazione della Divina Liturgia ecc.” del protopresbitero Stefanos
Anagnostopoulos (Pireo, 2003, trad. rumena 2005). Si tratta di commenti che io
definisco “a posteriori”, cioè di testi dei quali non si comprende più la ragione
storica, ma che si pretende di reinterpretare con allegorie o con narrazioni
apocrife; un esempio clamoroso è lo stesso commento del Cabasilas di fronte
all'invito diaconale “Le porte, le porte! in cui si parla di apertura dell'animo,
quando invece è un invito a chiudere le porte del tempio, mentre si aprono le
porte dell'altare che in passato non esistevano. Un commento, invero più sobrio
del mio, anzi, laconico, in “La Divine Liturgie de Saint Jean Chrisostome” del
Monastero della Trasfigurazione di Aubazine, 1975, modulato su Col., 3:2,
riporta: “Teniamo i sentimenti di ciò che è in alto, e non quelli della terra”. Vedi
anche VOLGIAMO e ALZATEVI.
205. SUPERNO, ὑπερουράνιον/пренбесный: nell'offerta dei doni e nella
litania dopo la consacrazione. È termine letterario, ma ciò non vuol dire che non
appartenga all'uso. Superno dice di ciò che è nei Cieli con l'iniziale maiuscola,
cioè oltre i cieli con la minuscola; aggettivi come “iperuranio”, “ultra celeste”,
nonché l'aggettivale “oltre i cieli”, pur appropriati, nei nostri contesti sono
affettati; sono cose o da filosofia platonica e da pubblicistica: in entrambi i casi
oggi e da noi non arrivano ad essere liturgicamente lirici; pur con le migliori
intenzioni, essi sono dunque fuori posto in un sacro officio in italiano; nelle
lingue occidentali, poi, si arriva a tradurlo con ”spirituale”, per diporto o per
carenze culturali, senza badare che poco dopo ci si imbatte in davvero uno
spirituale in πνευματικῆς/духовнаго); ciò accade perché non si afferra che
“spirituale” riguarda l'immateriale e non la localizzazione; oppure ci si butta
proprio su “immateriale”, per ignoranza della peculiare forma inversiva nel
linguaggio liturgico e teologico; mio incubo personale è una sortita anche qui di
“puro”. Il νοερὸν/мысленный che incontriamo poco dopo nella stessa litania
cade nella stessa critica se tradotto con “intelligibile”. L'immediatezza, la
chiarezza, lo stile letterario sobrio e soprattutto dignitoso reclamano il loro
ruolo liturgico; non è male che un termine non sia tradotto alla lettera, se in
cambio l'assemblea perfettamente intuisce e, se può, comprende, cioè fa suo:
detto di un altare, superno suggerisce nella mentalità della lingua italiana che

111 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


esiste una serie di altari limitati, terreni, e che il superno sia quello dei Cieli,
perfetto, e tanto basta; esso è pari a “iperuranio” nell'indicare un “luogo” che
supera il mondo materiale. L'ultima parola è del Tommaseo: “Supremo riguarda
l'ordine, la collocazione, il tempo; sovrano, la dignità; superno, il luogo, e però
dicesi delle cose che concernono il cielo: la superna Gerusalemme, l'amore, la
luce superna... La potenza superna è da Dio, o dagli spiriti mossi da lui.” (i
corsivi sono del Dizionario). Ancora: il Manzoni degli “Inni Sacri” nella
“Pentecoste” dice la Chiesa “immagine della città superna”, giustamente,
perché è in terra l'immagine dei cieli oltre i cieli. Vedi anche SUPREMO e, a
proposito del disperato “intelligibile”, ESEMPLARE.
206. SUPREMO, ἡγεμονικόν/владычним: nel salmo 50, ma utile in molti altri
momenti liturgici. Il concetto letterario di supremo è così espresso nel
Dizionario Treccani: “Che sta nel posto più alto, che è al di sopra di ogni altra
cosa”. La distinzione fra supremo e superno è lapidariamente operata dal
Tommaseo ed è stata riportata in SUPERNO. Con supremo ho tradotto dunque
lo ἡγεμονικόν del salmo 50 LXX, quale vertice di competenza e comando,
come è l'Egèmone del mondo classico greco e della sua traduzione dei maggiori
gradi dell'esercito romano. In fine, l'aggettivo οὐράνιος, “celeste” è distinto da
ἐπουράνιος in greco, ma non in slavonico, e questo spunto riflessivo può
indurre a trovare una traduzione più immediata di “sovracceleste”. Vedi anche
SUPERNO.
207. TESTAMENTO, διαθήκη/завет: atto ufficiale, attestato; per traslato vige
nell'uso moderno come accezione preponderante e tautologica di “disposizione
ereditaria mediante attestazione”, e poi, “convenzione, accordo, alleanza”.
Essenzialmente testamento è un'attestazione che deve essere rispettata, sia da
chi la emette, sia da chi la riceve. La differenza basilare con “alleanza” sta nel
fatto che il testamento è emesso dalla parte in causa più autorevole e vincola
meno autorevole: ecco perché diciamo così anche del lascito di beni da parte
del defunto, a motivo della potestà nel disporne e del vincolo su quanto
disposto. “Alleanza” è un accordo stabile ma di per sé non attesta niente, anzi
necessita di stipula e garante; ha obiettivi più ristretti nel tempo e nel merito,
per cui è solo enfatico dirla eterna, e si compie tra due o più parti di pari dignità
e pari affidabilità; naturalmente la storia conosce più voltagabbana che leali
alleati e la religione l'impossibilità dell'uomo di essere alla pari con Dio, per cui
io ne critico l'uso liturgico e teologico. “Patto” è ancora più limitato di alleanza,
ed è appropriato anche per contraenti di diverso livello. Nella religione
dell'umanesimo prevale il termine “alleanza”. L'umanesimo mise l'uomo al
centro dell'universo: l'ennesima ubriacatura di sé trova naturale che due pari,
quali pensa siano Dio e l'uomo, stringano in un'alleanza; sul tema circolano
alcune storielle spiritose: non sono blasfeme, sono anzi educative, perché
colgono l'assurdo che si alleino due enti del tutto impari. Se si riconosce la
centralità del teantropismo (divino-umanità), ovvero se si è Ortodossi, mi pare
naturale che si scelga testamento: il termine, sia pure percepito dal linguaggio

112 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


corrente come settoriale, antiquato, severo, buono al taglio in due a posteriori
della Bibbia, quando non al solo concetto di eredità da un defunto, ha invece
pieno significato, come sopra ho provato a dimostrare. Utile sarà affrontare
l'argomento anche durante la catechesi: il catecumeno serio impara presto e
bene, al contrario di chi crede già di sapere.
208. TESTIMONIANZA, μαρτυρία/свндения: è del salmo 92 (LXX) e della
pericope di Giovanni, 19: 34, nella presentazione dei doni, nonché nella prima
preghiera dei fedeli. In buon italiano testimonio è ciò che si attesta, mentre
testimone è colui che attesta. L'influenza dei linguaggi settentrionali ha
cambiato le carte in tavola (un po' come, con meno danni, per “presepe” e
“presepio”, un tempo distinti), ma ciò non toglie che il nome astratto testimonio
abbia tuttora come prima accezione il significato di “attestazione personale”.
Quando si rischia confusione, facile al singolare per ignoranza e al plurale per
paronomasia, allora rendo testimonio in testimonianza. La disquisizione appare
più complessa proprio per l'uso biblico; io infatti traduco “attestazione” se l'atto
è riferito a Dio stesso.
209. TI OFFRIAMO COSE TUE, DALLE TUE, τὰ σὰ ἐκ τῶν σῶν... / твоя
от твоих...: mi soffermo a trattare due aspetti della frase. 1) Τὰ σὰ nel presente
contesto è interpretabile sia in aspetto soggettivo che oggettivo; se infatti si
segue la logica che i doni siano offerti a Dio, dovremmo tradurre per te; se
sono, banalmente e incontestabilmente, di sua proprietà, dovremmo tradurre
con l'aggettivo possessivo tue. Se però diciamo che “ti offriamo le cose per te”,
abbandoniamo ogni sfumatura semantica per cadere nella tautologia. Cose tue è
forma atta comporre la confusione; il pur abusato (ma meno di quanto si
lamenti) sostantivo cosa mi è parso necessario ad evitare giochi di parole
imbarazzanti (“ciò che è tuo da ciò che è tuo”) o caratterizzazioni eccessive: “i
tuoi doni da ciò che è tuo”, come se ci fosse anche qualcosa che non appartenga
a Dio, mentre qui la logica corre tra creare e trasformare. Si noti che cose tue
nella presente versione è privo di un articolo partitivo, per conservare il
concetto di specificità, accanto alla posposizione dell'aggettivo possessivo. 2)
Un richiamo a ἐκ come concetto di “prendere”, “ricavare” mette in relazione il
presente testo con l'osservazione patristica cui accennavo, cioè della “grande”
creazione, materializzazione dal nulla, da parte di Dio, a confronto con la
“piccola” creazione, manipolazione delle cose create, da parte dell'uomo;
questo ritengo sia il pensiero su cui poggia, pur ante litteram, il testo in esame;
nello specifico, qui si dice che l'uomo offre a Dio pane che si ricava dal suo
grano e vino dalla sua uva; tale pratica, immediata perfino alle culture che non
ne hanno esperienza diretta, è comunque espressa nel salmo 103 dei LXX,
nonché in vari fatti e preghiere sia vetero- che neo-testamentari. Il verbo
nell'originale è sì sottinteso, ma ben suggerito dalla preposizione ἐκ. Ricavare è
per il Treccani “Cavare fuori, ottenere, trarre o estrarre, di solito attraverso una
elaborazione o trasformazione più o meno profonda: “r. una scala nella
roccia; il gruppo statuario è ricavato da un unico blocco di marmo; acquavite

113 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


ricavata dalla distillazione delle vinacce”. Nel presente contesto aggiungere
“ricavare” è prosaico e troppo caratterizzato, nonché a rischio di creare
parafrasi: è sufficiente porre tra due virgole il dalle tue.
210. TI SEI COSTITUITO NOSTRO PONTEFICE, ἐχρημάτισας/ был еси,
nella preghiera dell'ingresso con i doni: preferisco approfondire il testo greco,
che distingue il verbo precedente γέγονας da ἐχρημάτισας, mentre lo slavonico
ripete был еси. Χρηματίζω vuol dire molte cose, ma qui sta per “servirsi di”,
quindi “nominarsi”, “assumere veste di”. Provo a spiegarmi come mai lo
slavonico traduce doppiamente “divenire”: anche il termine greco ha un
significato simile a divenire, “passare a”, ma soltanto con l'avverbio εἰς: εἶς τι,
“a qualcosa”; Cristo, che non “diventa”, ma “passa a” pontefice, evidenzia una
condizione potenziale e già stabilita che diviene attuale, volendo il testo
valorizzare il progetto divino ed escludere una mera reazione estemporanea
all'incalzare dell'evento cruciale. Ho tradotto da χρηματίζω, anziché da быть,
con costituirsi, “dichiararsi”, “assumere la veste o l'ufficio di”, anche per
proprietà di linguaggio. A prevenzione di contestazioni, chiarisco che anche
l'espressione forense “costituirsi alle forze dell'ordine” ha il medesimo
significato di “dichiararsi” nel sottinteso “reo”, (voce quindi diversa da
“presentarsi”, “consegnarsi” ad esse, che allude al sereno affidarsi alla giustizia)
così come “costituirsi parte civile” è un voler dichiararsene o assumerne veste o
ufficio (vedasi Treccani).
211. TOGLIERÀ LE TUE INIQUITÀ E MONDERÀ ἀφελεῖ, περικαθαρεῖ /
отиметь, очистить: nel greco dei LXX i due verbi sono resi al futuro. Non
ho trovato sui testi ufficiali del Patriarcato di Mosca la citazione che riguarda
Isaia, ma la leggo al tempo presente in una versione dallo slavonico. Ἀφελεῖ e
περικαθαρεῖ sono entrambi un indicativo futuro attivo asigmatico: ἀφελεῖ di
ἀφαιρέω e περικαθαρεῖ, forma attica. Nulla osta dunque che questa traduzione
vada resa con il futuro semplice, e non con il presente, come rinvenuto in quella
versione. Vedi anche MONDARE.
212. TORMENTO, VIOLENZA E COSTRIZIONE, θλίψεος, ὀργῆς... καί
ἀνάγκκης / скорби гнева и нужды: tutti questi termini sono stati qui assunti
come oggettivi e non come soggettivi; intendo dire che tali condizioni sono qui
considerate come imposizione di sofferenze di esseri umani sopra i loro simili e
meno come movimenti sentiti o voluti dall'animo. Nulla toglie che per
estensione essi siano considerati anche soggettivi.
213. TRACCIA LA NOSTRA VIA, ὀρθοτόμησον ἡμῶν τὴν ὁδὸν / исправи
наш путь: nella preghiera di ringraziamento dopo la comunione; abbiamo già
trovato il verbo ὀρθοτoμέω nell'invocazione per la gerarchia dopo la
consacrazione, e anche nel presente contesto il significato è di “tagliare
preciso/diritto” e non di “esporre rettamente”, ancor meno in questo caso;
analogamente tracciare porta in sé il “il taglio dritto”. Ora, aderendo io al
movimento denominato “L'incubo degli Editori,” mai aggiungerei a tracciare
un “con precisione”, o anche un solo aggettivo con funzione verbale quale

114 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


“diritta”, o altre simili incursioni; “tracciare una via”, infatti, dà a sufficienza
l'idea dell'intento “preciso” dell'azione, del “taglio” intrapreso. Quanto poi a
“raddrizza”, per rendere diritta una via storta, fu anche per me una suggestione;
oggi la ritengo non aderente al testo e poco intuitiva, anzi assai dura, proprio
nel momento in cui compare dal nulla, e al nulla ritorna, qualcuno che,
esecrando il Compendio, ne copia il peggio. Vedi anche L'INCUBO DEGLI
EDITORI e PRECISO.
214. TREMENDO, φοβερός/страшием: nella preghiera del sacerdote
all'inizio della presentazione dell'offerta e nelle preghiere diaconali dopo
l'ingresso con i doni e dopo la consacrazione. “Severo” avrebbe potuto
alleggerire la veemenza semantica di φοβερός, ma soprattutto avrebbe evitato,
nel momento di un'affermazione drammatica, la cacofonia in un
avvicendamento di suoni TR (dentale con liquida) e CR (velare con liquida),
come appunto accade con “tremendo+tribunale+Cristo”. Ho preferito il classico
tremendo per attenermi alla lettera se non altrimenti necessario, ma
abbandonando a sé stesso chi si trovi in difficoltà di dizione. Quanto al
tribunale in sé, anziché i meticolosi “sopra il” o “sul” o “davanti al” “o presso
il”, vale la pena di starci con un semplice e cortissimo al.
215. TRIADE, τριὰς/тронца: “triade” è il complesso, gruppo, unitario e
organico di tre persone o divinità, di tre enti o elementi; “trino” è l'aggettivo
della consistenza di tre persone o enti o elementi; è sinonimo di “triplice” e, in
accezioni tecniche, di “trinato”; “trinità” è la condizione di essere “trino”, con
un corrente riferimento al mistero divino. Fin qui una parafrasi del buon
italiano della Treccani. Ho sempre predicato che “triade” è la perfetta
traduzione di τριὰς nella visione ortodossa, perché qui trattiamo, per quanto ci è
rivelato, la consistenza ontologica di tre persone nell'unica essenza divina;
“trinità” è soltanto la modalità di essere tre: questo concetto calza meglio alle
interpretazioni eterodosse del mistero divino basate sulla relazione fra le Tre
Persone e non invece sulla loro ontologia. L'uso di termini correnti in occidente
per maggior comprensione sembra prevalere, anche in relazione al vocabolario
di massa cui ci si prona. Io ho provato a uniformarmi alla terminologia corrente,
ma devo dire che non riesco proprio a riscontrare gli insegnamenti patristici
nella dottrina insita in questa “Trinità”. Non appaia dunque solo un mio
particolarismo il ritorno a Triade nelle mie traduzioni. Vedi anche ESSENZA e
IN SÉ UGUALE AL PADRE.
216. TRISAGIO, τρισάγιον/трнсвятое: è termine italiano elencato nei
dizionari più accreditati; proviene dall'uso liturgico del Tempio e approda alla
nostra letteratura laica del novecento: “È bello che anche la Patria abbia il suo
trisagio come l'Iddio Signore tre volte santo” (D'Annunzio). Il termine è sia
aggettivo che sostantivo. Nota di colore: una ricostruzione dal latino all'italiano
è per me impossibile: ter sanctus porterebbe a un neologismo “tersanto” o
“trisanto”, oltretutto con delle differenze tra le due forme; lo dico non per
aderire partito contrario ai neologismi, ma perché è una ricostruzione non

115 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


necessaria, a motivo del già accreditato, pur dotto, trisagio. L'etimo greco
potrebbe essere ostico ai fedeli di altra cultura, perché essi lo trovano tradotto
nelle loro proprie strutture linguistiche. In Italia, dai lontani tempi delle due
peggiori devastazioni subìte da Costantinopoli, quella dei Crociati e quella dei
Turchi (anche essi qui scritti con la maiuscola), molti Greci, colti e non,
profughi o immigrati in Italia, hanno rivitalizzato lo studio del greco; ciò ha ha
prodotto molti neologismi, che a loro volta sono stati irradiati in molte altre
lingue. Se oggigiorno l'italiano ricevesse l'apporto stabile di altrettanta
abbondanza di termini slavi e rumeni, risulterebbe altrettanto arricchita, e tali
termini entrebbero a buon diritto nei nostri dizionari. Detta così, sembrerebbe
che l'accesso di ogni parola straniera sia garantita: non è così semplice, perché
ciò che decide sono l'utilità e l'uso. Vedi anche INDIATI e MIRRANTI.
217. TUA È LA FORZA, DI TE..., ὅτι σόν τό κράτος, καί σοῦ ἐστιν... / яко
твоя держава и твое есть...: in frasi come queste un minimo di
differenziazione tra i due diversi costrutti greci indicanti appartenenza sono a
mio avviso necessarie. Dire poi “Tua è la forza e di te è il regno...” è
stucchevole. Il punto debole di questa come di ogni altra esclamazione sta
nella... declamazione! Se manca il pathos liturgico che la fa esistere, il testo si
affloscia, peggio ancora se la sua forma, non il contenuto, è vaga. Per far udire
bene le “esclamazioni” liturgiche un tempo c'erano due soli modi: il canto o la
declamazione; oggi un terzo modo sarebbe il microfono: in realtà è una
stampella; la declamazione resta comunque il modo più rischioso, perché, in
mancanza di quel pathos da espressione solenne, facilmente crolla a belatura
affettata, caricata, da attore da strapazzo: ne abbiamo molti esempi nei riti
occidentali. Il modo più sensato tramandatoci è stato dunque il canto, ma un
testo fortemente espressivo, una spiccata dizione e una corretta intonazione
rimangono necessari a solennità oggettiva e a percezione soggettiva. Vedi anche
POICHÈ ecc.
218. UN ESERCIZIO DI CREOLO E UN BREVE QUESITO. A) Sintetizzo
così la notizia di agenzia di informazioni: Iniziativa per ricostituire, nell'inferno
della Mosul allora prossima alla liberazione, la distrutta biblioteca. Il titolo in
inglese è: 1) “Let it be a book rising from the ashes”, oppure, secondo un'altra
agenzia: 2) “Let it there be a book from the ashes”. Una traduzione fatta da
agenzie in creolo anglo-franco-italiano, con l'aggiunta di un pizzico di fantasia,
suona così: “Lasciamo che sia un libro a rinascere dalle ceneri”, verosimilmente
in relazione al testo 1). Se 1) è il receptus del giorno, la traduzione in italiano
fluente per me suona: “Sorga dalle ceneri un libro”. Se il receptus è 2), suona
invece: “Ci sia un libro dalle ceneri”, ovvero: “Esca un libro ecc.”. Non c'è
alcun “lasciare”, alcun “rinascere”, alcuna contorsione o prolissità. Quanti
preferiranno invece la versione creola delle agenzie di informazione? B) Il
quesito: Se dovessimo tradurre l'appellativo con cui è noto il santo monaco
Pietro di Galata in Siria (429), la cui memoria cade il 25 novembre, quale
aggettivo sceglieremmo? “Pietro lo Zitto” (e perché no, oggigiorno, “il Zitto”?)

116 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


“Pietro il Muto”? “Pietro il Taciturno”? “Pietro il Silenzioso”? Oppure, solo in
ultimo, “Pietro il Silente”? La padronanza della lingua italiana è necessaria per
ben tradurre, e non si piega all'ignoranza.
219. UN ESERCIZIO DI GRECO: mi è stato posto da uno stimato teologo un
quesito su Giovanni, cap. 12 vers. 3, sull'aggettivo in genitivo singolare
πιστικῆς, comunemente tradotto con “puro”. Anticipo che “puro”, anche al
superlativo, ricopre presso i nostri traduttori un entusiastico favore per rendere
svariati lemmi, scorrazzando da ἄχραντος a καθαρός, ἄκήρατος, σεμνός, ὅσιος,
fino a πιστικός; non parlo solo dei nostrani campagnoli accademici, ma anche
del mio amatissimo prof. Raffaele Cantarella (Mistretta, 1898 – Milano, 1977),
sommo grecista e bizantinista, tra l'altro traduttore attento di sacre scritture, che
in questa pericope tradusse, quoque tu, con “puro”. La fissazione a tradurre
ogni aggettivo che capita a tiro con “puro” per me è dovuta alla spiritualità
visigota, una sorta di morbus gothorum spirituale, il quale, tra arianesimi,
adorazioni di interiora, cilici, flagellazioni, auto da fé, apparizioni di madonne
teologicamente disinvolte, celibato, filioque ed altro che temo perfino di
elencare, ancora oggi intossica una bella fetta di cristianesimo. (Preciso che
“intossicare” mi giunge da un servizio televisivo su papa Roncalli, servizio che
citava il suo diario: l'allora “Nunzio Apostolico” in Grecia criticava i cristiani di
colà, definendoli, sempre nel diario come riportato dal servizio, “intossicati
dall'Ortodossia”. Per inciso nell'inciso, il diario che io ho letto non riporta tale
affermazione: se c'era prima e poi no, a che serve un diario epurato?). Per
tornare all'abuso di “puro”, mettiamola così: “Omnia pura puris”! abbiamo così
violato, dopo l'italiano, anche il latino. Il quesito: il mio interlocutore mi
informa che è in uso nel suo ambiente la versione di νάρδου πιστικῆς come
“nardo di fedeltà”. Intanto questa versione osa ribellarsi alla dittatura del
“puro”, e ciò appare incoraggiante; qui però ci chiediamo se questa traduzione
sia corretta. Esaminiamo dapprima il lemma “nardo”. Ci giunge dall'ebraico
nerd attraverso il greco νάρδος e il latino nardus e nardum; si tratta di aromi di
vari fiori, definiti meticolosamente da Plinio, secondo la provenienza: gallico (o
celtico), italico, cretese, indiano; quello italico era alla lavanda; si può pensare
che quello che circolava in Palestina fosse cretese, alla Valeriana Italica, o
indiano, alla Valeriana Jatamansi, spica nardi per eccellenza. Il nardo del
vangelo non sembrerebbe un'improvvisazione di aromi locali, bensì un prodotto
importato e ben confezionato, visto che è πολύτιμος. In greco il genere di
νάρδος è maschile o femminile; qui uno dei due aggettivi riferiti a νάρδος è il
citato πολύτιμος, cosiddetto “a due uscite” (cioè con una desinenza in comune
per il maschile e il femminile e un'altra a parte per il neutro), che non ci aiuta a
distinguere il genere di νάρδος; πιστικῆς, concordando con νάρδου, chiarisce
che il sostantivo è assunto al femminile. Tale aggettivo significa due cose. 1)
Derivando da πίστις, “fede”, è “fedele”, e giustificherebbe la forma aggettivale
“di fedeltà”, 2) quando deriva da πίνω, “bere”, vuol dire però “potabile” e, nel
traslato, “liquido”. Si tratta dunque di un uso non attento del dizionario; il senso

117 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


riguarda tecnicamente la materia oleosa dell'essenza di nardo, qui “liquida”,
“fluida”; penso sia intesa come non rinsecchita, non adulterata da polveri di
zavorra o solo non svaporata: se fosse di scarsa qualità, non sarebbe πολύτιμος,
“costosissima”, “preziosissima”. Tale nardo è “puro” solo alla lontana, né mi
pare sia “di fedeltà” se non a posteriori, per l'atto della donna mirrante ante
litteram; né che sia un commento mistico intrinseco ai vangeli, i quali in
proposito sono sobri; è proprio fluido, a testimoniare la buona qualità:
semanticamente lo direi genuino; discutibile la versione alla lettera con
“liquido” o “fluido”, un tempo ben compresa per la pratica stessa del nardo e
oggi inefficace quanto al messaggio da trasmettere. Preferirei, insomma, questa
versione di genuino, che bene fa il paio con costosissimo; non contesto
l'aggettivo “vero”, che, se significa “verace”, ha la stessa valenza semantica di
genuino.
220. UN ESERCIZIO DI VERNACOLO SICILIANO, non ce n'è (di)
Còviddi, “non c'è Covid”: anche a non conoscere le parlate siciliane, risulta
evidente come il costrutto qui espresso sia differente dall'italiano corretto e
corrente; questo era il messaggio rimbalzato all'istante dalla spiaggia di
Mondello su tutti i social; senza soffermarmi sul diritto di esprimere nelle
parlate locali cose tanto gravi con tanta leggerezza, qui si focalizza una
traduzione dal siciliano all'italiano in modo ignaro delle esigenze della lingua di
arrivo. La segnalazione di questo caso di “traduzione” è un pretesto per
ammonire chi non è padrone della lingua a non azzardare con i testi liturgici.
Per converso, abbiamo colti studiosi pasciuti di lettura erasmiana, lettura che
toglie l'ultimissimo tentativo di immedesimarsi nella reale lingua greca.
221. UN TRONO DI CHERUBINI, ὁ ἐπί θρόνου χερουβικοῦ / на престоле
херувимсте: nella preghiera prima dell'ingresso maggiore. A forza di leggere la
medesima versione delle mille grige traduzioni, che Dio sia seduto “sul” trono,
per di più “cherubico”, abbiamo assimilato questo concetto in modo talmente
acritico, che non ci chiediamo neanche più come visitare il concetto in logica
coerente e lingua chiara, e come parlare a chi sia insciente di Scrittura (almeno,
Salmo 79:1 e Daniele 3:31, LXX). Il greco, che è provvisto dell'articolo
determinativo, qui non lo usa, dunque intende “un” trono; esso non è, come si
apprezza seguitando, né di legno né di pietra, e non è nemmeno fisso, è un
trono speciale: “il” trono di Dio; se dunque l'articolo manca, è per premettere,
attraverso una figura retorica, che è sì “un” trono”, ma non uno qualunque,
perché, precisa poi, lo formano i cherubini. L'aggettivo “cherubico”, tradotto
alla lettera, scivola via senza riflessione, come ad esprimere qualunque altra
descrizione, come se si dicesse “leggero” o “dorato”, ecc.; è anche ambiguo e in
ogni caso fuorviante, perché vuol dire che il trono è 1) un affare “che compete
ai” cherubini, o 2) un oggetto “costituito dai” cherubini. Dire “un trono di
cherubini” è invece dire chiaramente che i cherubini “si uniscono a formare” lo
speciale trono. Il testo, prima banalizzato, è ora più in risalto, credo io, con il
poco della presente versione. Spesso mi sono stizzito contro i cattivi maestri

118 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


della nostra lingua, dall'alto investiti a tradurre la liturgia in esclusiva senza dar
conto ai destinatari, ma questa volta penso che dobbiamo compiangerci a
vicenda; tutti noi infatti siamo ancora permeati di vecchie traduzioni
provenienti, guarda caso, da ambienti eterodossi.
222. USA A NOI, ποίησον μεθ´ἡμῶν / призри на ны: nella preghiera della
prima antifona. Una versione può essere “rendi” cioè “fare, far diventare,
condurre nelle condizioni espresse dal predicato … o da un complemento”
(Treccani); “Attua in noi” vuol dire invece “far passare dalla potenza all'atto,
quindi, comunemente, tradurre in realtà” (Treccani); ho maturato errata la
traduzione con “rendere” o “attuare” in questa preghiera, a motivo del costrutto
specifico: ποιῶ μετά τινος vuol dire infatti “trattare, avere a che fare con, agire
nei riguardi di, usare modi o sentimenti a - qualcuno”; rendo pertanto,
aggiungendovi brevità e proprietà di linguaggio, con a noi … usa ricche ... le
tue misericordie ecc.
223. VENERANDA CASA, ἐν τῷ … πανσέπτῳ ναῷ / во … всечестнем
храме: per me è già affrontata e risolta l'incertezza di храм, la quale mi
consente di applicare anche qui, rispetto a “tempio”, la versione casa; traduco
l'aggettivo con veneranda, tagliando corto con certi superlativi assoluti
imbarazzanti per il linguaggio moderno e prestando orecchio alle critiche
raccolte sulla preghiera diaconale “ardente”. D'altronde ci sono da noi vari
aggettivi che per la loro stessa imponenza semantica sanno già di superlativo, al
punto che applicando il formale grado cadiamo nella grossolanità. Vedi anche
CASA, FRATELLI SACERDOTI e PREGHIAMO IL SIGNORE E
CHIEDIAMO AL SIGNORE al paragrafo B.
224. VENITE AD ADORARE, δεῦτε προσκυνήσωμεν / приидите
поклонимся: il “venite, adoriamo”, richiamo al versetto 6 del salmo 94 della
LXX, ritengo possa rendersi nella forma più comprensibile e immediata di
venite ad adorare; ciò non per sé, ma per il resto della frase: e prosterniamoci
al Re, ecc.; in italiano infatti il costrutto, se tradotto alla lettera, crea incertezza
rispetto al complemento “Re”: 1) siamo di fronte ad un pleonasmo quando
proclamiamo “adoriamo e prosterniamoci”, o “inchiniamoci e prosterniamoci”.
2) entrambi i verbi hanno evidentemente lo stesso rapporto con il complemento,
solo che il primo, “adorare”, in quanto transitivo, dovrebbe reggere quello
diretto, e il secondo, “prosterniamoci”, intransitivo, quello di termine. Si
potrebbe ovviare all'incongruenza offrendo un secondo verbo che sia transitivo,
come soltanto sono “riverire”, poco apprezzato (ne è segno l'espressione
“timore riverenziale”, fiacca tautologia per la più semplice “riverenza”), o
“prosternare” in forma attiva: quest'ultimo, così come “inchinare”, in passato
nella sua forma transitiva aveva per complemento diretto il destinatario
dell'inchino; così non è più nella lingua moderna, per cui “adoriamo e
prosterniamo il Re” è oggi inteso come errore. Altra maniera di ovviare è
presentare due verbi intransitivi in forma riflessiva, “inchiniamoci e
prosterniamoci”, in condizione di persistente pleonasmo, di accento sdrucciolo

119 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


e dei cacofonici “ci-ci” pronominali. Propongo la soluzione fondata sull'uso
assoluto del primo verbo e sulla sua disgiunzione dal secondo, il quale a sua
volta regge, da solo, il complemento di termine; forma e logica sono in tal
modo allineati: una ripetizione mediante sinomini (“adorare/prosternarsi”) si
trasforma in una precisazione, adorare, mediante il gesto di prosternarsi. 3) Il
δεῦτε del testo greco non è il verbo “venite” a noi quietamente noto, ma è un
inquietante avverbio esortativo che vuol dire “orsù”, “suvvìa”: già ai primordi
della nostra lingua tali avverbi erano considerati leziosi; siccome però δεῦτε è
un'antica fusione di un avverbio di moto δεῦρο (“verso qui”) e un verbo ἲτε (da
εἶμι, andare, venire, passare), ecco che già nella traduzione slavonica si operò
una forzatura, in barba al metodo fotocopia e con felicissimo risultato, al punto
che anche varie versioni italiane in ambiente greco oggi accettano il “venite,
ecc.”. Trovo poi ingiustificato e frustrante lo spostamento del complemento
(“adoriamo il Re e prosterniamoci a lui” e simili), specie nel contesto in cui
esso nasce, di versione gelidamente letterale, in questo punto divenuta
grossolana e scostante. Vedi anche VERBI ASSOLUTI ECC. e ADORARE.
225. VERBI ASSOLUTI. VERBI AMBIVALENTI, ecc.: faccio presente che
qualunque verbo transitivo può essere espresso in modo assoluto, cioè privo di
complemento oggetto, senza che perda la sua natura transitiva: “Paolo legge”;
“Giovanni mangia”; tanto serve ad evitare perifrasi pedanti e ingiustificate
come: “Paolo esamina con la vista uno scritto”; “Giovanni assume a fini
alimentari del cibo”. Seconda nota: il verbo intransitivo può essere usato come
transitivo quando la base semantica del complemento coincide con quella del
predicato (“dormire il sonno del giusto”, “salire le scale”), oppure quando il
complemento oggetto si forma dalla stessa radice del verbo (“vivere una vita
spensierata”), ma anche per estensione intuitiva (“vivere un'avventura
meravigliosa”, il dantesco “salir le scale” e il nostro “salire la croce”). Ci sono
poi i verbi per sé transitivi, ma con il complemento oggetto diverso da quello
che solitamente reggono: “pregare una grazia dai Santi”, anziché “pregare i
Santi di una grazia”. Infine, nelle grammatiche complete esiste un elenco di
verbi insieme transitivi e intransitivi, come per esempio il temutissimo e
sconvolgente inneggiare (utile invece per non “cantare” troppo), nonché un
elenco di verbi che in passato erano obbligatoriamente e/o facoltativamente
transitivi e oggi intransitivi, e viceversa. Tratterò a parte il caso di “arrivare”, e
non per divagare. “Arrivare” ha un uso transitivo che appartiene alla buona
letteratura e alla bella storia del giornalismo, a motivo della sua efficacia:
“arrivare qualcuno con un coltello” diceva il cronista; “arrivare la stazione”
dice l'affannato che, in ritardo, riesce a non perdere il treno; oggi però, nel
dramma delle nostre ferrovie, tocca al treno di ”arrivare” la stazione. La
digressione, insieme a tutta la trattazione di sopra, vale a promuovere la
creatività di una lingua che cerca di ovviare alla sua natura analitica
producendo espressioni dirette ed eleganti. È bene prenderne atto, proprio di
fronte a traduzioni pedanti. Vedi anche NON INDURCI e RIPOSARE.

120 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


226. VERECONDIA, εὐλάβεια/благоговение: anticamente “timore di fare
cosa che possa venire rimproverata”, oggi è “disposizione di chi rifugge da ogni
cosa che possa, anche lontanamente, offendere il pudore, la riservatezza e la
modestia” (Treccani) e ha una visuale soggettiva. Quando serve un termine più
accessibile e di visuale oggettiva, nella mia versione dico riguardo. Rispetto
tradurrebbe meglio σέβας.
227. VIGILANZA, νῆψις/трезвение: “sobrietà”, come recitava il Compendio,
è una delle accezioni di νῆψις; dalla primaria “astinenza dal vino” si passa alla
sobrietà, e da qui alla speciale attenzione, la vigilanza, per non ricadere nel
vizio. Riferiscono studiosi che in passato c'era νίψις, con iota anziché con eta:
“risciacquo”, dunque “lavanda”; non disperariamoci per il noto abuso del
concetto di “puro”, prezzemolo di ogni minestra; annotiamo invece la
sensibilità al messaggio della vocale perduta, come per esempio nel “pegni di
purificazione per l'anima”, delle note al capitolo 27 del “Commento della
Divina Liturgia” di Cabasilas nell'edizione citata nella bibliografia; ma se
“pegni ecc.” è una ragionevole parafrasi, in una recentissima pubblicazione
troviamo una prevaricazione con “purificazione” tout court: gli anziani
insegnano che νῆψις è uno stato che si acquisisce dopo la κάθαρσις, questa sì
“purificazione”, per cui i due concetti non vanno confusi. Erasmo dice del
receptus νῆψις (con la eta): vigilantia. Vigilanza passa da “stato desto, di
veglia” a “controllo attento dei propri pensieri, sentimenti, atti” (Treccani): il
Tommaseo cita a questo proposito i Moralia di san Gregorio Magno nella
versione di Zanobi da Strata, 1486: “Debbe stare intenta e vigilante la mente a
correggere sua vita”. Concludo che, scartato “purificazione”, 1) l'antico νίψις
ignorava la “sobrietà” dell'anima; e così anche credo dell'attuale νῆψις; 2)
“vigilantia” per me costituisce una mediazione tra le due varianti, da un lato
serbando il receptus, e dall'altro riavvicinando il divario creato dalla diversa
vocale; 3) vigilanza non perde l'energia dell'antica νίψις: pur diversi
semanticamente, entrambi i termini nel loro dinamismo comune tratteggiano
l'idea dell'esercizio continuo che il cristiano compie passando nel mondo.
228. VIRGOLE, USO E ABUSO: nella presente traduzione mi sono permesso
un florido uso di virgole, perfino nei blocchi unitari, ma in genere dove ho
sperato di mettere in evidenza elementi particolari della frase, oppure di porre
ordine verbale o logico in frasi a prima vista non chiare o dispersive. Non mi è
parsa vera libertà grammaticale, ma un tentativo di aiutare lettura, canto e
dizione in sintagmi complessi, ermetici o difettivi; nel clima di una lingua
italiana sempre più impoverita, ho scelto l'esuberanza delle virgole per non
lasciarle a Pinocchio, come dice un nostro detto. In contrasto, e sempre per gli
stessi scopi, ho volutamente omesso virgole dove comunemente dovute.
229. VISIONE, κατανόησιν/разумение: nella preghiera prima del vangelo. Il
termine greco dice di riflessione, ponderazione, meditazione, dunque di
elaborazione di tipo ideale o spirituale; la diànoia è “attività mentale”,
“l'attraversamento di pensieri nella mente”, qui evidentemente illuminanti, tanto

121 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


che questo è l'unico tenuissimo legame fra occhi, mente ed elaborazione che io
riesca a trovare; entrambi i termini, diànoia e katanòēsin, hanno la radice in
comune con nòos, intelletto, ma hanno significati specifici. Mi chiedo però se
sia logico che degli “occhi”, pur di una “mente”, vengano “aperti” non per
vedere, ma per riflettere. Quando traduciamo embolismi, figure retoriche,
inevitabili ambiguità da polisemie e sinonimie, sappiamo renderli un tesoro per
la nostra lingua? Nelle comuni versioni la linearità del nostro testo, come la
intendiamo oggi, è perduta senza appello; noi tutti, complici nel tradurre alla
lettera e nel consegnare alla preghiera solo secchiate di parole, dovremmo
convenire che quegli allegorici “occhi” permettono alla “attività della mente”
“visioni” non allegoriche. Il testo che dunque propongo è: “...apri alla nostra
mente la visione dei tuoi passi evangelici”. Segnalo l'inglobamento di occhi e di
comprensione in visione, sicché l'allegoria, ma non l'affermazione reale, esce
decisamente ridimensionata; ridimensionato è anche il numero delle parole, a
beneficio di una preghiera serena, almeno in italiano; ridimensionata è, sempre
dalle nostre parti, ogni caduta da solenne retorica della cultura greca a
sproloquio di quella italiana. Quanto allo scambio dei complementi diretto e
indiretto sul verbo “aprire”, il fine è di attribuire, sempre nella nostra lingua,
l'opportuna graduatoria semantica (complemento oggetto con valenza
maggiore: “i passi evangelici”; complemento indiretto con valenza minore:
”alla mente”, senza “gli occhi” ma con una santa “visione”). Ricordo ancora
che la presente versione è a beneficio della lingua ricevente, non del receptus. E
mi si perdoni il bisticcio tra “ricevente”e receptus in questo grave discorso di
metodo. Vedi anche CARNE, DIVINA ESPERIENZA IN TE, E DOMEREMO,
IRRADIA, e PER SEGUIRE VITA.
230. VITALE: ζωοποιός/животворящый: un'accezione di vitale è “che dà e
mantiene la vita, necessario per la vita, per la sopravvivenza” (Treccani); tale
accezione è di ordine materiale, ma nella presente versione è forzatamente
assunto, entro il limite semantico, al senso di “creante vita”. Ritengo che
un'operazione tanto ardita ricambi in immediatezza e risparmi perifrasi o altri
aggettivi di difficile pronuncia e intuizione, come i classici “vivìfico” e
“vivificante”, e perfino del visionario “vitacreante”. Vedansi comunque gli
altrettanto temerari AVVIVANTE per “datore di vita”, RAVVIVARE per
“riportare in vita” e il VIVIDO di qui sotto.
231. VÌVIDO, ζωαρχικῇ/живоначалнию: ricorre nell'innologia; l'originale
greco riprende poeticamente, con “principiatore della vita” oppure “capo della
vita”, il “per mezzo suo tutte le cose presero ad esistere” del Credo (con una
perifrasi di modalità incoativa per tradurre ἐγένετο); in italiano, se termine
letterario, significa “pieno di vita, vivace, rigoglioso” ma, se poetico, significa
“che dà vita e ricrea” (Treccani). Ce n'è abbastanza da preferire quest'altro
aggettivo forzato a fin di bene, qual è vivido, almeno quando urgono brevità e
immediatezza in un mare di parole; negli altri casi possiamo usare espressioni
più estese, come “fonte, causa, ecc. di vita”; oppure, se il testo non è dogmatico

122 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


in sé, ma poetico, è auspicabile riprodurne il clima espressivamente creativo e
di stupore teologico con i vari mezzi che la nostra letteratura mette a
disposizione, tutti brevi e incisivi: ne troviamo esempi nella traduzione dei
tropari e contaci. Vedi, per il concetto sotteso, UN MARE DI PAROLE.
232. VITA CALMA E TRANQUILLA: ἤρεμον καί ἡσίχιον / тихое и
безмолвное, nella preghiera dopo la consacrazione. “La tranquillità può
riguardare solamente la persona o la cosa, senz'accennare relazione estrinseca
(…). Tranquillo è l'oggetto che non ha turbamento. La tranquillità non esclude
l'idea del moto, purché non violento.” “Quiete è cessazione o sospensione o
grande allentamento di moto. Può essere quiete, senza tranquillità, nello spirito;
può un moto essere tranquillo, e nondimeno essere moto, cioè il contrario di
quel che propriamente si chiama quiete.” “Calmare è l'opposto d'agitare.
Calma conciliasi meno all'idea del moto: muoversi tranquillamente, non già,
muoversi con calma.” Questo dal Dizionario dei Sinonimi del Tommaseo. A
motivo dunque della proprietà di linguaggio, dal vilipeso Compendio confermo
nel primo degli aggettivi calma, intendendo per “calma” una vita “non agitata”,
ma non “quieta”; confermo per tranquilla una vita “non turbata”; così resi, gli
aggettivi di una buona vita mi sembrano pregnanti e contigui. Si direbbe che la
quiete sia più del monaco, ma anche dicendo così, non dimentichiamo la lotta
interiore che intraprendono per sé e la fatica fisica che affrontano per il
prossimo. Faccio notare in coda la sfumatura di significato che in greco si
presenta fra ἡσιχικὸς, ἡσίχιος e ἥσιχος, che non tutte le lingue possono rendere
in modo preciso.
233. VOLGIAMO A ELEVARE, πρόσχωμεν/вонмемь: nell'invito diaconale
prima dell'anafora; la comune traduzione, “stiamo attenti”, comunque del tutto
corretta, ripete il verbo “stare” per la terza volta rispetto a “stiamo saldi, stiamo
con timore”; tale ripetizione non è necessaria nella traduzione, perché non è
lettera del testo; abbassa non solo lo stile (gioia di certuni!), ma soprattutto
l'attenzione stessa. Si aggiunge alla critica anche l'attuale diversa disposizione
d'animo nei riguardi di quelli che noi oggi chiamiamo, non per caso, “inviti”
diaconali; oggi, insomma, non sono più accetti gli antichi comandi perentori
rivolti a folle spesso indisciplinate e poco comprese del ruolo di assenso alla
preghiera consacratoria; oggi e qui gli “stiamo attenti” nelle varie versioni
(fugaci “badiamo”, sincopati “attenti”, ecc.) non rientrano più nella psicologia
liturgica, e, anch'essi e non solo essi, distolgono l'attenzione, più che destarla;
inoltre, mal dispongono chi è già disposto o chi, ahimè, è irriducibile. Non è del
traduttore modificare rituale e testo, ma, con la prudenza opportuna, modulare
sì espressioni transeunti e non dogmatiche; la versione che propongo non ha
modificato gli altri “stiamo attenti”, perché ci si attende che il celebrante,
diacono o presbitero che sia, invece di intonare questi “inviti – non più
comandi”, li pronunci semplicemente, con fermezza e senza strascichi, proprio
per evitare gli inconvenienti prospettati.

123 Antonio Lotti. Commentario alla Divina Liturgia di S. Giovanni.


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