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Vedere l'invisibile

Nicea e lo statuto dell’immagine


presentazione e cura di Luigi Russo
traduzione di Claudio Gerbino
note di Claudio Gerbino e Mario Re
appendici di Maria Andaloro Mario Re Crispino Valenziano

Aesthetica Edizioni
Indice

Presentazione, di Luigi Russo '

Vedere l’invisibile
Nicea e lo statuto dell’Immagine

Parte prima 15
Parte seconda 29
Parte terza 51
Parte quarta 57
Parte quinta 145

Note, di Claudio G erbino e Mario Re 149

Appendici
Il secondo Concilio d i Nicea
e la controversia iconoclastica, di Mario Re 171
Il secondo Concilio d i Nicea
e l’età dell’Immagine, di Maria Andaloro 185
Il secondo Concilio d i Nicea
e l’Iconologia, di Crispino Valenziano 195

Indice dei nomi 207


Presentazione
di Luigi Russo

N on fidatevi delle immagini.


Paul Gauguin

Può sembrare strano pubblicare in questa sede atti di un famo­


so Concilio della Chiesa, il Secondo Concilio di Nicea, tenutosi più
di milleduecento anni fa: nel 787. E ancora più strano che a farlo,
per la prima volta in italiano, sia uno studioso di estetica. Ma la
seconda stranezza ingloba e giustifica la prima. Perché la stranez­
za è, semplicemente, frutto di un pregiudizio scientifico, annoso e
tutt’ora purtroppo alquanto diffuso. Come l’opinione che l’estetica
sia una pura disciplina filosofica, sorta e sviluppatasi fiorentemente
solo nella modernità, a partire dal Settecento, col nome di Baum-
garten.
Non è questo il luogo per chiarire, accanto alle non banali ra­
gioni storiche che stanno a monte di tale pregiudizio, le infauste
conseguenze che esso ha procurato (e minaccia continuare a procu­
rare) agli studi di estetica. Del resto, a siffatte questioni chi scrive
ha già dedicato tempo e pagine, alle quali non può che rimandare
il lettore interessato.
Il fatto è che l’estetica, l’orizzonte dell’estetica, non si restringe
all’orbita dell’estetica moderna, quella appunto istituita nel Sette­
cento nella forma di un sapere specialistico squisitamente filosofi-
co, ma si dilata a tutte le epoche storiche che hanno preceduto la
modernità, e informa ed attraversa l’intera cultura occidentale. Pie­
namente leggibile anzi, nella sua interezza, sub specie aestheticae.
Sempre che, beninteso, non si proceda con la bizzarra pretesa di
cercare estetica nelle diverse epoche storiche secondo la forma epi-
stemica assunta dall’estetica postsettecentesca. Non solo perché, a
considerare con occhio fermo la vicenda scientifica apertasi con
Baumgarten, la stessa estetica moderna appare un crogiolo polifor-
me e insaturato, e costituisce solo un mito teorico ed un abuso sto­
riografico proiettarla in un modello identitario. Ma soprattutto per­
ché questa pur illusoria purezza altrove naturalmente neanche si
abbozza. Per la semplice ragione che ogni epoca segmenta, articola
e disciplina i saperi secondo forme sue proprie; disegna specifiche

7
mappe cognitive, elabora codici epocali di compatibilità. L’identità
dell’estetica (o per dire con termine tecnico: la sua “definizione”)
non è dunque determinabile a priori secondo una personale opzio­
ne (meta)teorica, ma acquista plausibilità e concretezza scientifica
solo a posteriori, grazie al puntuale accertamento storiografico, ad
una visione cioè capace d ’istituire e interrogare attraverso indici
empirici un sistema aperto di (somiglianze-)differenze, ossia la plu­
ralità di tutte le derive estetologiche che si sono configurate nella
storia.
Ciò, dopo lo “sfondamento” metodologico procurato negli ulti­
mi decenni agli studi di estetica da maestri quali Wladystaw Ta-
tarkiewicz e Rosario Assunto, ai nostri giorni è (dovrebbe essere...)
pacifico. Non mette conto, dunque, stigmatizzare operazioni storio­
grafiche che versano fuori del tempo, ipotecate da prospettive an­
cora ottocentesche, e che vagolano in libertà per pura acquiescenza
accademica. Laddove si è dispiegata un’apertura radicale dell’inda­
gine estetologica, invero complessa e laboriosa, di cui non sono
predeterminabili oggetti e metodi, aggregazioni ed intrecci, lemmi
e concordanze, e però foriera di risultati di altissima, innovativa
valenza conoscitiva, pienamente gratificante ogni ricercatore disin­
teressato.
Negli ultimi quindici anni la collana Aesthetica, e più in genera­
le il lavoro del Centro Intemazionale Studi di Estetica, hanno intra­
preso e vanno conducendo sistematicamente questa esplorazione.
Sia evidenziando gli assi problematici di costituzione dell’estetica
moderna (Baumgarten, certo, ma anche Meier, Hutcheson e Burke,
Batteux e Laugier, Rousseau e Diderot, Winckelmann e Mengs,
Lessing e Mendelsshon, Hemsterhuis ed Herder, Spalletti ed Arte­
aga, Goethe e Moritz, Ast), approfondendo decisivi punti di sno­
do nella strutturazione dell’estetica sistematica ottocentesca (Schle­
gel e Schelling, Solger e Schleiermacher, Rosenkranz) e offrendo
prese significative del dibattito novecentesco (Lukàcs e Mukarov-
sky, Geiger e Spranger, Formaggio e Grassi, Stevenson e Sedlmayr,
Brandi ed Arnheim, Assunto e Tatarkiewicz); ma, parallelamente,
lanciando sonde nell’intero tessuto estetologico premodemo (Den­
nis e Fréart de Chambray, Perrault e Saint-Hilarion, Graciàn, fino
ad Aristotele e lo Pseudo Longino). Ora è la volta di Nicea.

Una diecina d’anni fa, quando - sulla scia di un illuminante sag­


gio di Cesare Brandi (1960), da cui avevamo mutuato la convinzio­
ne della rilevanza estetologica della dottrina dell’immagine elabora­
ta dall’estetica bizantina, convergente del resto con gli stimoli che
in tale direzione venivano dall’inconsueto volume La critica d’arte
nel pensiero medievale di Rosario Assunto (1961) - varammo il
progetto di riesumare i testi sull’immagine prodotti nel Secondo
Concilio di Nicea, la legittimazione estetologica di tale intrapresa,
oTnche la sua significatività più latamente culturale, non potevano
contare su confortanti pezze d’appoggio. La pur meritoria traduzio­
ne de Le porte regali. Saggio, sull’icona di Florenskij (1977) non ave­
va concorso ad avviare un serio dibattito sull’immagine. E anche la
pubblicazione in Italia del secondo volume della Storia deltresteti-
ca di Tatarkiewicz (1979), in cui non mancava un illuminante capi­
tolo intitolato all’estetica bizantina, come la successiva comparsa de
L’estetica bizantina. Problemi teorici di Byckov (1983), non valsero
a modificare orientamenti tradizionali e communis opimo. Là que­
stione dell’immagine nella cultura occidentale, che aveva ricevuto
tanti secoli fa proprio a Nicea la sua più perspicua fecalizzazione,
veniva così sostanzialmente elusa, o addirittura vanificata, stempe­
randosi entro un sapere esclusivamente storico-artistico, relegato
per altro in ambiti ultraspecialistici.
La difficoltà del progetto editoriale, l’immancabile congiuntura
d’imprevisti e disguidi, financo eventi purtroppo luttuosi non han­
no risparmiato il presente lavoro e gli fanno vedere la luce ben oltre
il tempo preventivato. Ma oggi fa specie vedere che esso cade al
centro di una attualità lancinante, che era impossibile immaginare.
Non mi riferisco soltanto all’interesse suscitato dalle pur nume­
rose iniziative che, in Italia e all’estero, non hanno mancato di ri­
cordare nel 1987, attraverso mostre e convegni, il xn centenario del
Concilio di Nicea. Ovvero, in modo diverso e parallelo, al favore
che hanno incontrato negli anni successivi, per motivi devozionali
o in omaggio alle tracimanti mode culturali, esposizioni di icone, bi­
zantine e non. Non sono, voglio dire, qui in gioco fatti pur rilevanti
di costume e di cultura, a partire dalla presa d’atto, ricorrente nella
cronaca quotidiana, che lo spettro iconoclastico, la paura e l’odio
per l’immagine, fino a determinarne la mutilazione o lo sfregio o la
distruzione, non è spettro del passato, che intercetta l’Occidente
unicamente in sue soglie traumatiche come la Riforma protestante
o la Rivoluzione francese, o ancora in questo secolo la rivoluzione
sovietica e i roghi nazisti. La vita deU’immagine e il suo destino,
come dimostrano già anche questi episodi negativi, intrecciano l’in­
tera cultura occidentale ed incpmbono nel nostro presente.
Penso piuttosto ad una vera e propria rivoluzione scientifica
che, nell’onda della fondamentale opera di Freedberg liùotere del­
le immagini (1989), va percorrendo questi anni ’90^i nrie millen-
nio, e che nella rifondazione della problem atica dell’immagine ri­
scopre in Nicea e lo statuto dell’Immagine - siccome abbiamo vo­
luto sottotitolare il presente volume - il baricentro ineludibile che
ha determinato il corso della storia ed ipoteca la nostra contempo­
raneità. Basta citare l’intrigante volume Vita e morte dell’immagine.
Una storia dello sguardo in Occidente di• Régis
-------- ---------------------------------- O -,,.....,. „----- _P
Debray (1992) fino
al recentissimo, ed eloquente fin dal titolo, Immagine, icona, econo­
mia. Le sorgenti bizantine dell’immaginario contemporaneo di Ma-
rie-José Mondzain (1996), per toccare con mano la completa riva-
lutazione di Nicea e la sua irresistibile irruzione nel dibattito teo­
rico odierno;—
Così, vedere l’invisibile) insegna di Nicea e dell’intera estetica
bizantina (nostro titolo, ma anche quello che apre U riumèrcTspé7
ciale della rivista “Critique”, dedicato nel 1996 all’immagine), divie­
ne un indice polivalente e davvero euristico. Nel senso che l’anti­
ca polemica sulle immagini esorbita l’episodio, pur importantissi­
mo, di storia religiosa che l’ha provocata per acquistare ulteriori e
cruciali valenze conoscitive. Anzitutto - per quanto primariamen­
te ci tocca - l’immagine come icona assume una flagrante investi­
tura estetologica, che sostanzia d T c o m p e s ^
«grolle Lùckfe» di cui parlavano i primi storici dell’estetira, ~p rìp
alimenta il percorso premoderno.
KTaTprù in generale, la' ftmziòtìè Svolta dall’immagine, artistica e
non, oltre ad illuminare meccanismi fondamentali della costruzione
dell’Occidente, procura un accesso privilegiato alla nostra stessa
congerie. Non necessariamente “porte regali” nell’accezione di Flo­
renskij, ma porte molto più profane, anzi una gate postmoderna
per così dire. Sintetizzando ai limiti del lecito, ci limiteremo ad os­
servare che l’antica trasgressione alla proibizione biblica di fabbri-
care immagini, spintasT finolT sci^ l’assoluto, ha
fondato grazie a Nicea il nostro^*impero dèi seffsi^; proprio quello
aperto dalPestetica moderna, in cui si è oramàT tecnologicamente
consumata ogni distinzione fra visibile e invisibile, in cui tutto può
e deve essere visto, e, sostituito blasfemicamente Dio con Holly­
wood e Internet, Hmmagine è divenuta metastasi del mondo come
ganvisibilità.

Ma non vogliamo innescare uno usteron proteron, anticipando


riflessioni sulla realtà dell’immagine, che i testi finalmente qui pre­
sentati non possono non propiziare. In questa occasione è suffi­
ciente offrire alla comunità scientifica sicure condizioni testuali per
le analisi future, che anche noi siamo impegnati altrove a sviluppa-
re. E consegniamo il volume al lettore fiduciosi che la smagliante
traduzione degli antichi dibattiti, l’ampio e puntuale apparato cri­
tico che li sorregge, le tre strategiche Appendici che lo corredano,
gli offrano un prezioso strumento di lavoro.

Il volume è dedicato alla memoria di Claudio Gerbino.

La presente edizione traduce solo le parti del Secondo Concilio d i Nicea d i


maggior interesse p er la questione dell'immagine. La traduzione è stata condotta
sul testo stabilito da J.-D. Mansi, Sacrorum conciliorum nova et amplissima col-
lectio, tt. xii e xiii, Firenze 1766 e 1767 (verrà indicato con MANSI).
Le parti in cui è divisa la traduzione corrispondono alle sessioni del Concilio,
secondo il seguente schema:
Parte prima: M ANSI xii 1055 A-1072 C, 1077 C-1084 D (seconda sessione);
Parte seconda: M A N SI xm 1 A-20 E, 39 D-42 B, 43 A-54 C, 57 B-58 D, 67
D-72 D, 79 C-80 D, 91 C-100 A (quarta sessione);
Parte terza: M ANSI xm 165 E-170 B, 171 0 1 7 2 E, 179 C-182 C, 182 E-188
A (quinta sessione);
Parte quarta: MANSI xm 205 A-364 E (sesta sessione);
Parte quinta: M ANSI X I I I 373 D-380 B (settima sessione).
Il passaggio da una colonna all’altra nel testo di MANSI è segnalato con I: con
il segno [...] si indica l'omissione di una porzione di testo; mentre con il segno ...
si indicano segmentazioni interne al testo.
Le citazioni del testo biblico fanno d i norma riferimento alla Vulgata; il rife­
rimento al testo dei Settanta è indicato con (lxx).
Si sono usate anche le seguenti abbreviazioni:
PG = Patrologia graeca, ed. J.-P. Migne, Paris 1857-1866.
GCS = D ie griechischen christlichen Schriftsteller der ersten drei Jahrhun-
derte, Leipzig 1897 ss.

Referenze bibliografiche

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Tatarkiewicz e la storia dell’estetica, postfazione a W. Tatarkiewicz, Storia di sei Idee,
Aesthetica, Palermo, 1993; Id., Assunto e il Paesaggio dell’estetica, in Rosario Assunto: in
memoriam, “Aesthetica Preprint ”, 44 (1993),
Wladyslaw Tatarkiewicz, Historia estetyki, Wrodaw-Kraków, 1960, trad. it. Storia
dell'estetica, Einaudi, Torino, 1979-80, 3 voli.; Id., Dzieje szesciu pajqc, Warszawa, 1975,
trad. it. Storia di sei Idee, Aesthetica, Palermo, 1993; Rosario Assunto, La critica d ’arte nel
pensiero medievale. Il Saggiatore, Milano, 1961; Id., Stagioni e ragioni nell’estetica del
Settecento, Mursia, Milano, 1967; Id.., L ’antichità come futuro. Studio sull’estetica del neo­
classicismo europeo, Mursia, Milano, 1973.
Nella collana Aesthetica sono stati pubblicati: A. G. Baumgarten, Meditationes phi­
losophies de nonnullis ad poema pertinentibus, 1735 (Riflessioni sul testo poetico, 1985); F.
Hutcheson, A n Inquiry into the Origin o f Our Ideas o f Beauty and Virtue, 1725 (L ’origine
della Bellezza, 1988); E. Burke, A Philosophical Enquiry into the Origin o f our Ideas of the
Sublime and Beautiful, 1757 (Inchiesta sul Bello e il Sublime, 1995’); Ch.
Beaux-Arts réduits à un m im e principe, 1746 (Le Belle Arti ricondotte ad unie& ihi 0 p i a ^ f
1992’); M.-A. Laugier, Essai sur 1‘Architecture, 1755 (Saggio sull’ArcfntelturqgtytflT) -J.
Rousseau, Lettre à d ’Alem bert sur les spectacles, 1758 (Lettera sugli Spettacoli, 1995); D.
Diderot, Essais sur la peinture (Saggi sulla Pittura, 1991); J. J. Winckelmann, Gedanken
ùber die Nachahmung der griechischen W erke in der Malerey und Bildhauerkunst (Pensieri
sull'Imitazione, 1992); A. R. M engs, Gedanken ùber die Schònheit und ùber den Ge-
schmack in der Malerey, 1780 (Pensieri sulla Pittura, 1996); G . E. Lessing, Laokoon, oder
ùber die Grenzen der Mahlerey und Poesie, 1766 (Laocoonte, 1991); F. Hemsterhuis, Lettre
sur la Sculpture, 1769 (Lettera sulla Scultura, 1994); J. G . Herder, Plastik, 1778 (Plastica,
1994); G. Spalletti, Saggio sopra la Bellezza, 1765 (1992); E. de Arteaga, Belleza Ideal, 1789
(La Bellezza Ideale, 1993); F. Schlegel, Frammenti d i Estetica (1989); K. Ph. Moritz, Schrif-
ten zur À sth etik und Poetik, 1785-93 (Scritti d i Estetica, 1990); F. Schelling, lì ber das
Verbdltnis der bildenden Kùnste zu der Natur, 1807 (Le arti figurative e la Natura, 1989);
F. D . Schleiermacher, Àsthetik, 1819 (Estetica, 1988); K. W. F. Solger, Vorlesungen ùber
À sthetik, 1829 (Lezioni d i Estetica, 1995); K. Rosenkranz, À sth etik des Hàfilichen, 1853
(Estetica del Brutto, 19942); G. Lukàcs, Scritti sul Romance (19952); D. Formaggio, Pro­
blem i di Estetica, 1991; E. Grassi, La metafora inaudita, 1990; H. Sedlmayr, Das Licht in
seinen kùnstlerischen Manifestationen, 1979 (La Luce nelle sue manifestazioni artistiche,
19942); C. Brandi, Segno e Immagine, 1996}; R. Arnheim, Thoughts on A rt Education,
1989 (Pensieri sull'Educazione artistica, 1992); R. Assunto, La parola anteriore come parola
ulteriore, 1984; W. Tatarkiewicz, Storia d i sei Idee, cit.; J. Dennis, Grounds o f Criticism in
Poetry, 1704 (Critica della Poesia, 1994); R. Fréart de Chambray, Idée de la perfection de
la Peinture, 1662 (La perfezione della Pittura, 1990); B. Graciàn, Agudeza y Arte de In­
g en ti, 1648 (L'Acutezza e l’A rte dell’Ingegno, 1986); Aristotele, Scritti sul Piacere (1989);
Pseudo Longino, Il Sublime (19922).
Negli Aesthetica Preprint sono stati pubblicati: F. B. de Saint-Hilarion, Les Propor­
tions de 1‘Architecture (Le Proporzioni dell’Architettura, 42, 1994); C. Perrault, Préface
aR’Ordonnance des Cinq Espèces de Colonnes selon la Méthode des Anciens, 1683 (L’ordine
d ell’Architettura, 31, 1991); G. F. Meier, Einleitung agli Anfangsgrùnde aller schònen
Wissenschaften, 1754 (Introduzione ai Fondamenti Primi d i tutte le Scienze Belle, 30, 1990;
M. Mendelssohn, Betrachtungen ùber die Quellen und die Verbindungen der Kùnste und
schònen Wissenschaften, 1757 (I principi fondam entali delle Belle Arti, 26, 1989); D. Di­
derot, Pensées détachées sur la peinture, la sculpture et la poésie, 1773-74 (Pensieri sparsi
sulla pittura, la scultura e la poesia, 34, 1992); J. W . Goethe, Ùber Laokoon, 1798 (Sul
Laocoonte, 35, 1992); J. Roller, E ntw urf einer Geschichte und Literatur des Àsthetik, 1799
(Schizzo d i una storia e bibliografia d ell’Estetica, 25, 1989); F. Ast, liber den Geist des
Altertum s und dessen Bedeutung fù r unser Zeitalter, 1805 (Lo spirito dell'antichità e il suo
significato per il nostro tem po, 17, 1987); F. D. Schleiermacher, Ùber den Umfang des
Begriffs der K unst in Bezug a u f die Theorie derselben, 1835 (Sul concetto dell'Arte, 22,
1988); E. Spranger, Lebensformen. Geisteswissenschaftliche Psychologie und Ethik der Per-
sònlichkeit, 1925 (L’uomo estetico, 28, 1990); J. Mukaìòvsky, O motorickém dèni v poezii,
1937 (Il processo motorio in poesia, 15, 1987); M. Geiger, Vom Dilettantìsmus im kùn­
stlerischen Erleben, 1928 (Lo spettatore dilettante, 21, 1988); Ch. L. Stevenson, Interpre­
tation and Evaluation in Aesthetics, 1950 (Interpretazione e valutazione in estetica, 11,
1986).
Cesare Brandi, Perché si form ò un’iconografia bizantina, in Id., Segno e Immagine, cit.;
Rosario Assunto, La critica d ’arte nel pensiero medievale, cit.; Pavel Florenskij, Le porte re­
gali. Saggio sull’icona, Adelphi, Milano, 1977; Wladyslaw Tatarkiewicz, Storia dell'esteti­
ca, li, cit.; Viktor Bydcov, L'estetica bizantina. Problemi teorici. Congedo, Lecce, 1983.
David Freedberg, The Power o f Images. Studies in the History and Theory of Re­
sponse, 1989, trad. it. Il potere delle immagini. Il mondo delle figure: reazioni e emozioni
del pubblico, Einaudi, Torino 1993; Régis Debray, Vie et mort de I’image. Une histoire du
regard en Occident, Gallimard, Paris, 1992; Marie-José Mondzain, Image, Icòne, Economie.
Les sources byzantines de l ’imaginaire contemporaìn, Seuil, Paris, 1996; Arrèts sur I image,
“Critique”, 589-90 (1996).
La «grofie Lùcke» dell’estetica fu concettualizzata già da Robert Zinunerrnann, Ge­
schichte der À sthetik als philosophischer Wissenschaft (1858), rist. anast. Hildesheim-New
York, 1973.
Varie prim a

Synodica di Adriano I alla Corte di Costantinopoli


I Traduzione 1 della lettera in latino di Adriano,
santissimo papa dell’antica Roma

Adriano, servo dei servi di Dio, ai signori piissimi e serenissimi


vincitori e trionfatori, figli diletti in Dio e Signore nostro G esù C ri­
sto, C ostantino ed Irene Augusti. «D io che disse: rifulga la luce
dalle tenebre» 2, «che ci ha riscattati dal potere delle tenebre» 3 con
l’incarnazione del Figlio suo vera luce, «nel quale si compiacque di
far abitare ogni pienezza» di divinità «ed attraverso il quale volle
rinnovare tutte le cose, rappacificando in lui, con il sangue della sua
croce, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli» 4; per le m ol­
teplici ricchezze della sua bontà, guardando al voltò della sua Chie­
sa, si è degnato di chiamare la vostra pietà e predestinata serenità
di imperiale clemenza all’integrità della fede, per coprire di disono­
re attraverso voi tutta la meschinità della falsa dottrina e rivelare la
verità. Leggendo la lettera inviataci dalla vostra serena pietà il n o ­
stro cuòre si è molto rallegrato, e ci sentimmo colmi di una gioia ed
esultanza tale che nessuna parola di uomo saprebbe dire. La letizia
che ha destato in noi, infatti, l’ordinanza che ora avete prom ulga­
to 5 è grande quanto il dolore che provammo qualche tempo fa per
l’eresia degliscism atici 6. E, per quel che riguarda ciò cui anche
nelle vostre venerabili ordinanze si fa cenno, «i fatti, cioè, che ac­
caddero tem po fa nella vostra regale città a causa delle venerande
immagini, e. come i vostri predecessori le abbiano distrutte ed ab-
Biàn^.^ p ó s td'esse“e sestéssràirbTtraggfò ed al disonore: Dio non
voglia che debbano render conto di questo peccato, perché meglio
sarebbe stato p er loro non avere mai alzato il braccio contro la
Chiesa. Tutto il popolo delle regioni nn>nta1ir infatti, è caduto nel­
l’errore e, nei confronti delle immagini, hfl agito ciascuno secondo
il proprio capriccio, come a ciascuno pareva, fin quando Dio non
ha innalzato al p o te re voi, che cercate la Sua gloria nella verità e
volete p reserv are ciò ch e fu tra m a n d a to dal m agistero dei santi
A postoli e di tu tti i m aestri» 7, ed o n o ra re le venerande immagini
d istru tte dalla follia degli eretici. S co p re n d o o r ora, grazie alle vo­
stre pie ordinanze, qual è il v ostro in ten d im en to rispetto alla que­
stione, m olto supplicando D io o n n ip o ten te p e r la vostra potenza, vi
rendiam o grazia ed onore. L a regalità vostra, voluta da Dio, sappia
con sicura certezza che la g rande o p era che avete intrapreso, se per
la vostra intercessione p o trà com piersi, se ripristinerà l’antica orto­
dossia in quelle regioni, se le v en eran d e im m agini saranno reinnal­
zate alla loro originaria dignità; ebbene, voi diverrete partecipi della
divina sorte che to ccò al signore C o stan tin o e ad E lena signora -
che resero chiara e p en etran te l ’ortodossa fede ed esaltarono ancor
di p iù la santa vostra m ad re C hiesa cattolica rom ana e spirituale -
com e anche ai vostri predecessori, I che regnarono rimanendo nel­
l ’o rtod o ssia. E così verrà rivelato an ch e il v o stro piissimo nome,
do n ato da D io, di N uovo C ostan tin o e N uova Elena, e si diffonde­
rà p e r tu tta l ’ecum ene nella lode; e p e r esso sarà rinnovata la san­
ta Chiesa cattolica ed apostolica. E so p ra ttu tto se seguirà la tradi­
zione dell’ortodossa fede della C hiesa dei santi Pietro e Paolo, co­
rifei degli A postoli, e ab b raccerà il lo ro vicario - come anche ono­
rarono il loro vicario e lo am arono con tu tto il loro cuore gli impe­
rato ri che ven n ero p rim a d i voi sin d a p rin cip io - ; e se la vostra
p o ten za, v o lu ta d a D io , o n o re rà la santissim a Chiesa romana dei
corifei degli A postoli, ai quali fu d a to dallo stesso Verbo di Dio il
p o tere di sciogliere e legare i peccati nel cielo e sulla terra 8: ebbe­
ne, lo ro d iv erran n o difen so ri della p o te n z a vostra e tutti i popoli
barbari saranno sottom essi ai vostri piedi e dovunque andrete vi ac­
clam eran n o vincitori. Essi, in fatti, i santi e corifei degli Apostoli,
che h a n n o d a to inizio alla fed e cattolica e ortodossa, per iscritto
sancirono che tu tti i lo ro successori sul lo ro tro n o perseverassero
nella lo ro fed e clvi .rim an essero sino alla fine;, e così persevera la
n o stra C hiesa e d o n o ra le san te ló ro im m agini. È per questo che
anche oggi le n o stre chiese so n o o rn a te ed abbellite dalle loro ve­
n erande im m agini, com e testim o n ia an ch e il beatissimo e santissi­
m o p ap a Silvestro 9 agli inizi della retta fede di noi Cristiani, quan­
do C o sta n tin o , ^im peratore u n te m p o p e r volontà di Dio, si volse
alla fede: y

passato il giorno e giunta già la notte, ordinò che ci fosse silenzio e addor­
mentatosi gli apparvero i santi Apostoli Pietro e Paolo, che gli digs££Q: «Poiché
hai disposto, o imperatore, di versare il sangue dei piccoli per la malattia di cui
soffri, ecco, siamo stati mandati da Cristo per darti la salvezza; ascolta dunque
la nostra ammonizione e fa’ tutto quanto ti ordiniamo. Manda a chiamare il ve­
scovo Silvestro, che è fuggito da te a causa della tua persecuzione e che oggi si
trova nascosto nelle grotte del m onte Soratte insiem e al suo clero. Lui ti prepa­
rerà una piscina di pietà ed in essa ti battezzerà, ed in te si realizzerà la guarigio­
ne dalla lebbra e da tutti i malanni. E quando avrai avuto questo bene, subito
volgiti in ogni luogo della Chiesa romana, per essere rinnovato. Purifica nte stesso,
allontanandoti da ogni servitù degli idoli, adora il solo vero D io e cammina se-
condo la sua volontà». Svegliatosi dal sonno, subito riunì tutti quelli del suo
palazzo e raccontò loro ciò che aveva visto in sogno. E subito m andò qualcuno
al monte Soratte, dove si trovava il santo Silvestro, nascosto con il suo clero, che
trascorreva il tem po nella lettura. Vedendosi circondato da un esercito, questi
disse al suo clero: «E cco ora è il momento giusto, adesso è il giorno della salvez­
za». E, mentre andava viàj gli "fu detto dai soldati per quale m otivo era ricerca­
to. Giunto di fronte all’imperatore con tre presbiteri e due diaconi, I quando lo
""vide, disse: «Pace a te, o imperatore, dall’alto del cielo, e vittoria!». E l ’impera­
tore, accogliendo le sue parole con occhi ridenti e cuore semplice, raccontò al
santo Silvestro quanto gli era stato rivelato; e, alla fine del racconto, lo interro­
gò dicendo: «Q uelli che ho visto, Pietro e Paolo, che dei sono?». Il santissimo
Silvestro così gli rispose: «Loro non sono dei, ma servi e discepoli del nostro Si­
gnore Gesù Cristo, che li ha scelti per convertire tutti i popoli a credere in Lui».
Sentite queste parole, r i p e t i t ó r e gli chièse ancora sé pèrjcasò esistessero le lò r o
immagini; allora il santo Silvestro-ordinè ad un diàcono di portare le icon e de-
glfApostoli. Quando le vide, l’imperatore gridò: «Ma questi sono quelli rhp mi
apparvero in vision ejcome posso rimanere incredulo? Si appresti la piscina della
mia salvezza!». É, apprestata la piscina, fu battezzato e au b ilo fu. sanato.

Poi, memore del bene ricevuto, anche lui si diede a costruire


chiese, innalzando in esse le stesse venerande immagini, per devo­
zione e ricordo del Signore nostro Gesù Cristo, che si fece uomo,
e di tutti i santi; sì che convertì tutti aLcristianesimo. alla luce, alla
verità ed al desiderio .della divina adorazione, e strappò via tutti
dalì’idoTatna pagana e dall’inganno dei demoni. Allo stesso modo
j 4 Cinsegnò il santo Gregorio 10, il successore degli Apostoli, «che tutti
gli uomini ignoranti ed incapaci di leggere vedano le storie del
VàngeTóTed^Attraverso esse siano condotti a glorificare ed ac co rd a­
re là dispensàzìòrie^'^ del re e Signore nostro Gesù Cri­
sto» 11. E tutti gli ortòdossi'FWiStiani^lfHii' imperatori, con tutti i
sacerdoti e gli uomini onorati, che servono Dio insieme a tutto il
cristianissimo popolo, secondo l’antica consegna dei santi padri,
accolsero, difesero e mantengono le stesse venerande immagini nel
ricordo e nella compunzione del cuore, e fino ad oggi le venerano.
E dalle vostre parti furono venerate nell’ortodossia fino al vostro
bisnonno ma lui, istigato da alcuni empi, fece abbattere su due
piedi le sacre icone, e, aa allora," iTgràrì'd€'"5ffore* crebbe nette re ­
gioni della Grecia. é3~un gran'dé scandalo"lTF~naciffi^ il
mondo. Ma^guai a quelli cne pòrtàrono scaridàirhel mondoTcdmé

*7
Lui stesso, in verità, testimonia °. Per questo vissero m gi.m.li' af
flizione Gregorio Me Gregorio 15, beatissimi pontefici del n«'-no
trono romano che vissero in quei tempi; e spesso importunarono il
bisnonno della pia serenità vostra proprio per reinnalzarc alla loro
dignità le venerande immagini, ma in nessun modo quello si piegò
alle loro salutari suppliche. Poi, il signore Zaccaria K\ e Stclano |:,
e Paolo e un altro Stefano 19, santissimi pontefici nostri prode
cessovi, importunarono il nonno 20 ed il padre 21 della pia vostra
maestà per il ripristino delle stesse sacre icone. Similmente, anche
la nostra piccolezza importuna con grande umiltà la vostra maestà,
I affinché, secondo quanto tramandato dai santissimi nostri prede
eessori e stimatissimi pontefici, nelle chiese possiamo apprestare
rappresentazioni figurate al fine di ricordare, e possiamo porre nel
la casa di Dio la sacra immagine del Signore nostro Gesù Cristo
secondo l’incarnazione della sua forma umana; ed insieme l’imma
gìne della sua santa madre, dei santi e beati Apostoli, dei profeti,
dei martiri e dei confessori; e con amore possiamo venerarle. Per
ciò, anche la vostra giustissima maestà ordini di compiere un’ener­
gica azione nelle regioni della stessa Grecia e pareggi il diritto della
fede ortodossa; affinché, come fu scritto, ci sia «un solo gregge ed
un solo pastore» 22, poiché in tutto il mondo cristiano le stesse ve
nerande immagini sono onorate da tutti coloro che sono veramente
fedeli; affinché, attrave^J[yQltp_vtóibUe, la nostra mente sia rapita
verso l'invisibile divinità della sua grandezza con una disposizione
spirituale, secondo la carne che il figlio di Dio si degnò dì accoglie­
re per la nostra salvezza; affinché adoriamo colui che è nei cieli,
che ci ha riscattato e, glorificandolo nello spirito, lo lodiamo. Infat­
ti, come fu scritto, «Dio è spirito» 23; e, secondo questa parola, glo­
rificandolo spirìtualmipf^liddflMi'd1là sua divinità. Che non ci ac­
cada, come alcuni sciocchi dicono, di dfifirarf^ |g ;m p ap m ;TaTTan-
no ed il desiderio che sentiamo, sono, per amore di Dio e defsuoì
santi. E, come dice la nostra divina Scrittu^ttsische custodiamo la
purezza della nostra fede manteniamo lefimmagin&ome segni che
d richiamano alla venerazione. Infatti, iP&eeatere' e demiurgo nò­
s t r o ^ Signore Dìo, che ha plasmato l’uomo a sua immagine e so­
miglianza 24 dalla materia della terra, illuminandolo lo ha reso libe­
ro; e lo stesso primo uomo, nella sua libertà, per ordine divino die­
de a tutti gli animali e agli uccelli del cielo e a tutto il bestiame del­
la terra i loro nom i25. Anche Abele portava in dono al Signore Dio
di sua volontà i primogeniti del suo gregge. E di lui leggiamo che
«il Signore volse lo sguardo su Abele ed i suoi doni» 26. Poi, anche
Noè, dopo il diluvio, costruì un altare edificandolo di sua volontà,

18
e di tutte le bestie ed uccelli offrì puri doni a Dio su quell’altare 27.
Similmente anche Abramo, come sta scritto, costruì un altare ad
onore e gloria di Dio 28, quando gli si era manifestato. E Giacobbe,
in fuga da suo fratello, in sogno vide gli angeli di Dio salire e scen­
dere per una scala, e su di essa vide il Signore che gli parlava; e,
levatosi, di propria volontà prese la pietra che si era posta com e
guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità;
e chiamò quel luogo Betel, dicendo: «non è altro che la casa di
Dio» 29. Per questo il Signore non si adirò mai con lui, perché di
sua volontà aveva eretto la stele. Perciò, dopo un p o ’, nel seguito
della storia, disse: «Io sono il D io di Betel, dove tu hai u n to una
stele e dove mi hai fatto un voto» 30. Infatti, o serenissimi figli, so­
vrani grandi ed ortodossi imperatori, quanto I nell’um ana intenzio­
ne è per la gloria di Dio, diviene a Lui gradito. E d ancora lo stesso
Giacobbe «si prostrò sulla cima del suo bastone» 31, facendo ciò
per fede nell’amore di Dio, fede della quale parla l’apostolo Paolo
nella Lettera agli E brei32; egli non adorò il bastone m a colui che ne
è il padrone, com e dim ostrazione d ’amore. Così an ch e n o i^ con
l’ardente amore che sentiam o p er il Signore e p er i sanpA.i}jp.,XMb
presentiam o nelle icone le sembianze. tributandi > <mo re n o n alla
tavola ed ai colori m a a j:p lq rq .jL ippare.il n o ­
me. Leggiamo ancora l’ordine che fu dato a Mosè dal Signore, che
gli disse: «farai il coperchio, o propiziatorio, d ’oro p u m avrà d u e
cubiti di lunghezza e un cubito e mezzo di larghezza; e due cheru­
bini d ’oro battuto, che guardano da entrambe le parti»; e, d< >po un
po’: «sopra collocherai la Testimonianza che ti darò, p e r co p rire
l’arca, e parlerò con te da sopra il propiziatorio, cioè in mezzi » ai
due cherubini che stanno sopra il coperchio dell’arca della Testi
monianza» 33; ma anche sui tendoni e sulla copertura del tem pio
dei cherubini ordinò che vi fosse un tessuto di vari colori. Bisogna
riflettere, o serenissimi signori e figli, sul fatto che l’o n n ip o ten te
Signore e Dio nostro si degnò di parlare per la salvezza del suo po­
polo dallo spazio tra i cherubini fatti a m ano. È p er questo che,
senza dubbio, quanto è stato posto nelle chiese di D io a lode ed
abbellimento della sua casa è anche riconosciuto santo e venerabile.
E bisogna aggiungere anche, o serenissimi signori, «per la convin­
zione degli increduli e la correzione di coloro che sono nell’errore,
che Dio ordinò al suo servo Mosè, come si legge nel libro dei N u ­
meri, a causa del flagello che si era abbattuto su di loro: "Fatti un
serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque, dopo essere stato m or­
so. lo guarderà, resterà in vita”. Mosè allora fece un serpente di
rame e Io mise sopra l’asta; quando un serpente aveva m orso qual-
cuno, se questi guardava il serpente di rame, era sanato 11, C) stol­
tezza di coloro che insolentiscono contro la fede e la religione dei
cristiani! Essi, infatti, hanno abbandonato l’uso di venerare le vene­
rande immagini, nelle quali si trovano le rappresentazioni del no­
stro Salvatore, della sua Genitrice e di tutti i santi, e la cui poten­
za sostiene e salva il genere umano; poiché, se crediamo che il po­
polo d’Israele si salvò per la visione del serpente di rame, che non
ci accada di dubitare né di allontanarci dalla tradizione dei santi
Padri e neanche di deviare dal loro insegnamento» 35. Anche il re
Salomone, nel tempio che aveva costruito a Dio fece i cherubini a
gloria di Dio, ed ornò il tempio stesso con diversi colori36; ed an­
che noi e tutti gli ortodossi facciamo professione della nostra fede
e rendiamo bella la casa di Dio con vari colori e con l’ornamenta­
zione fatta dai pittori; poiché anche il profeta Isaia disse: «In quel
giorno ci sarà un altare dedicato al Signore in mezzo alla terra
d’Egitto ed una stele in onore del Signore presso la sua frontiera:
sarà un segno ed una testimonianza per il Signore degli eserciti nel
paese d’Egitto. Quando, di fronte agli avversari, invocheranno il
Signore, allora egli manderà I loro un liberatore che li salverà e
combatterà per loro» 37. Anche il salmista Davide inneggia dicendo:
«confessione di fede e bellezza sono davanti a lui» 38; e poi di nuo­
vo: «Signore, ho amato la maestà della tua casa e il luogo del tem­
pio della tua gloria» 39; e di nuovo, annunciando la venuta e l’in­
carnazione del Figlio di Dio e Salvatore nostro, con forza ammonì
di adorare il suo volto secondo la sua dispensazione nella carne e
disse: «ti cercò il mio volto, cercherò, o Signore, il tuo volto» 40; ed
ancora: «i più ricchi del popolo invocheranno il tuo volto» 41; e
poi: «è impressa su di noi, Signore, la luce del tuo volto» 42. Perciò
sant’Agostino, il grande maestro, nelle sue Ammonizioni disse: «che
cosa è l’immagine di Dio se non il volto di Dio, in cui il popolo di
D io T u le g n a t^ r^ rP o Ila il'G T e ^ riD ^ v e sc o v w ^ Nissa compose
un Discorso su Abramo in cui diceva: «spesso ho visto la rappresen­
tazione del doloroso evento, e non ho potuto smettere di guardarlo
senza ritrovarmi a piangere, poiché l’arte con chiarezza recava la
storia alla vista» 44; ed ancora scrisse nella sua Interpretazione del
Cantico dei Cantici-, «come dice la dottrina dipinta: senz’altro una
qualche materia c’è nelle differenti tinte, che compie l’imitazione
dell’anima; colui che, infatti, guarda l’icona, una tavola riempita di
colori con arte, non trae la somiglianza dalla tinta, ma è condotto
alla visione del p rototipo» 45. Anche nella Lettera del santo Basilio
a Giuliano il Prevaricatore si dice:

20
Poiché abbiamo ereditato da Dio la nostra irreprensibile fede di Cristiani,
io professo, riconosco e credo in un solo D io onnipotente, D io Padre, D io F i­
glio, D io Spirito Santo; un D io unico in questi tre io adoro e glorifico; credo
anche nella dispensazione del Figlio nella carne, e nella santa Maria che lo ha
generato secondo la carne, madre di Dio; ed accolgo i santi A postoli, i profeti
ed i martiri che supplicano Dio, perché per la loro intercessione D io, amante
dell’uomo, mi è propizio e dona la rem issione dei peccati; e perciò onoro e
venero apertamente anche le rappresentazioni presenti nelle loro immagini, poi­
ché questa è i a tradizione dei sanH'ÀpS totTè'nòh dèOé éSseré a b o lità ;a ffittir
tutte le nostre cinese innalziamo le loro rappresentazioni 46.

Ed ancora fu detto dallo stesso santo, nel Discorso sui santi qua­
ranta M artiri:

Poiché trofei e vittorie di guerre gli scrittori ed i pittori spesso rappresen­


tano, ornandoli gli uni con le parole, raffigurandoli gli altri nelle tavole; e gli
uni e gli altri spinsero m olti alla virtù: infatti, ciò che le parole della storia
descrivono, la pittura lo indica silenziosamente attraverso l ’im itazione 47.

Ed ancora, dal discorso del santo Giovanni Crisostomo, vescovo


di Costantinopoli, Sulla parabola del seme:

Se disprezzi il vestito dell’imperatore, non disprezzi anche colui ch e se n e


veste"? fvlon sai che chi (Jtraggia iTmrnagine latta di l é ^ o FcoTofi non e accu-
sato di aver agito sfrontatamente contro un oggetto inanimato ma contro l’im ­
peratore? I Trasferisce infatti due volte sull’imperatore l’oltraggio 4S.

Ed ancora, dal discorso dello stesso Padre Per la quinta feria di


Pasqua-.

Tutte le cose, infatti, furono fatte sì per gloria di lui ma anche per nostra
utilità: le nubi, al servizio della pioggia; la terra, per l’abbondanza dei frutti; il
mare, che benefica i naviganti: tutto è al servizio di D io, anzi piuttosto dell’im-
magine.di Dio. Infatti, quando vengono portate per la attà le figufeTT è HMRg-
gini imperiali, edTmagìstrafi e l e popoTaziònfvahno loro Incontro con lodiTniSbr
onorano la tavola o la figura di cera ma la raffigurazione deH’imperatore^oogJ
ahchèlà creazione non onora la forma terréna ma venera la figura c r e s t e 49.

Ed allo stesso m odo riportiamo anche quanto dice il beato Ci­


rillo nella sua Interpretazione del santo Vangelo secondo M atteo: «la
fede, infatti, dipinge ciò che è parola in forma di Dio, come anche
la redenzione della nostra vita fu riportata a Dio, che si è rivestito
della somiglianza con noi ed è divenuto uomo»; ed ancora, poco
dopo: «le parabole svolgono per noi la funzione di immagini, che
ci indicano la virtù; esse suggeriscono, allo stesso m odo che se
guardassimo con gli occhi o toccassimo^ con Te rnani liriche ciò che

21
si può contemplare invisibilmente con un guizzo del pensiero»
E d ancora il discorso del santo A tanasio vescovo di Alessandria
Sull'incarnazione del Signore, che inizia così: «Abbiamo a sufficien­
za scritto scegliendo poche questioni fra molte»; poco dopo dice:

E ciò ch e viene dipinto sulle tavole, quando l ’im m agine si perde per il su­
dicium e che le viene da fuori, di n uovo è necessario rifarsi al soggetto della fi­
gura e riaccostarla a ciò di cui essa è figura, p er p oter rinnovare l ’immagine
sulla m edesim a materia ed elem ento. Infatti, a causa della figura di esso, nean­
che la materia su cui è raffigurato viene buttata m a su di essa si ridipinge 51.

E d un altro discorso ancora, del beato Ambrogio all’imperato­


re Graziano, tratto dal terzo libro, capitolo nono: «e che, dunque?
Forse adorando la sua divinità e la sua carne dividiamo il Cristo?
O quando adoriamo in lui l’immagine divina e la croce, lo dividia­
mo? N on sia mai!» 52. E ancora, del santo Epifanio di Costanzia di
Cipro: «e infatti anche F in^eratore, se ha u n ’immagine è forse due
im peratori? N o di c e r to n ’im peratore è uno anche con Tìmmagi-
ne» 5\ E d ancora, 3eT santo SteEantTv«TOVÒ“3i''B bslrar'’'''

N o i riguardo alle icone dei santi crediam o che ogni opera che si compie in
nom e di D io è buona e santa. Altro, infatti, è un ’icona ed altro un idolo, cioè
una statuetta. G iacché quando D io plasmò Adamo, cioè lo creò, disse: «Faccia­
m o l'uom o a nostra im magine e som iglianza»; e fece l ’uom o ad immagine di
D io . E che? D al m om ento che l’uom o è im m agine di D io, è un idolo, e cioè
idolatria ed empietà? N on sia mai! Se Adam o fosse stato immagine di demoni,
sarebbe stato rigettato e rifiutato; ma poich é è im m agine di D io è onorato e
b en e accolto. O gni im magine, infatti, fatta nel nom e del Sign ore, sia essa di
angeli, o di profeti, o di Apostoli, o di martìri, o di giusti, ^santa^ giacché non
è^addratoH l égno ma si onora ciò che nel legno si vede e viefi'eincordato. Tutti
noi, InfatinTadoriamo 1 g o v ern a n ce cruentiamo attaccati a loro ì anche se sono
peccatori. P erché dunque non dovrem m o venerare i santi servi di D io ed in
loro memoria costruire ed innalzare le loro immagini affinché non vengano di­
menticati? Ma tu dici che D io stesso proibì di adorare ciò che viene fatto con
le mani. Allora dimmi, o Giudeo: cosa c’è sulla superficie della terra che non sia
fatto con le mani, dopo la creazione di D io? Cosa, dunque? L ’arca di Dio, che
fu fatta e costruita con il legno di Setheim, non è fatta con le mani? E l’altare,
ed il propiziatorio, e lo stamno dove si trovava la manna, e la tavola, e la lucer­
na, ed il tabernacolo interno ed esterno, non sono fra le opere delle mani de­
gli uomini, che Salomone fece? E perché si chiama “Santo dei Santi” ciò che è
fatto dalla m ano dell’uomo? E che? I cherubini e le creature a sei ali intorno
all'altare, non erano animali ed immagini degli angeli, opere di mano umana? E
com e mai non sono state rifiutate? Poiché le icone degli angeli furono fatte per
ordine di D io, sono sante, ed erano animali. E infatti gli idoli dei pagani, che
erano immagini di demoni, D io li ha rigettati e condannati. Noi, invece, faccia^
mo ior»n> a dei «» fjpfr ft Ahramo. di M osè. di .ÉEfc Hi Isaia, di
Zaccaria e degli altri profeti, apostoli e santi martiri che sono stati uccisi per ii
Signore; affinché cK iungueli veda ìn e ffig ie ”sT ricordi di loro e glorifichi il Si-
gnore che li ha glorificati. A loro, infatti, si addice onore e venerazione, e che
innalziam ole n ^ r e vite alla loro altezza, seguendo la loro giustizia; affinché
tutti coloro che li vedono si curino di diventare anche loro imitatori della loro
condotta. Che cosa è infatti l’onore della venerazione, se non semplicem ente ciò
secondo cui anche noi peccatoti,ci veneriamo e ci salutiamo a vicenda. WJ Segno
di onore e di affetto?. £ d è così, non altrimenti, che veneriamo il nostro Signore,
c glorificandolo addirittura tremiamo. L ’icona è a som iglianza di colu i ch e è
stato dipinto in essa. Ma gli empi, che non operano il bene e non ricordano i
santi, non ostacolino chi fa il bene, e non scandalizzino chi onora i santi e i
servi di D io e si ricorda di loro. Essi riceveranno un ricco com penso per la loro
buona condotta; gli empi, invece, così com e hanno ragionato, riceveranno la ca­
duta nel disonore, poiché non si sono curati della giustizia, allontanandosi da
Dio. In ricordo dei santi le icone vengono dipinte, onorate e venerate, p oich é
essi sono i servi di D io che supplicano ed importunano per noi la divinità. E
giusto ricordare coloro che ci hanno preceduto e rendere grazie a D io M. .

E dal discorso del beato Geronimo, presbitero di Gerusalemme:


E infatti, quando D io permise ad ogni popolo di adorare i m anufatti, ai
Giudei si compiacque di dare quelle tavole che Mosè aveva tagliato e i due ch e­
rubini d ’oro; così anche a noi cristiani donò di dipingere e adorare la croce ^ le
immagini delle buone opere, e di mostrare l’opera nostra

Insomma, o piissimi e serenissimi signori e figli, abbiamo percór­


so brevemente i su riportati brani dei santi Padri. Ma anche iEliéi-
conto della divina Scrittura, del Vecchio e del Nuovo T e s ta m e n t
reca testimonianza dell’osservanza del culto divino; poiché ció-<Élé
è stato innalzato nelle chiese a lode di Dio, in memoria I della jtóà
condotta di vita, per cenno di Dio, lo è stato secondo la tradizióne
dei santi Padri che riguarda l’erezione delle sacre icone e la divina
Scrittura presente nella pittura; secondo quanto ci siamo preoccu­
pati di richiamare all’attenzione della serena vostra maestà, da 1)io
ratificata, con ogni umiltà e schiettezza di cuore, attraverso il preseli
te apostolico messaggio. Perciò è necessario conservare le specifiche
testimonianze degli eccellenti ed onoratissimi Padri che sostennero
le sacre immagini, come abbiamo constatato nei loro libri e come ci
siamo curati di ricordare alla vostra indulgentissima maestà. Invoco
di gran cuore la vostra bontà, ed a voi inginocchiandomi come se
fossi presente e piegandomi ai vostri piedi vi supplico, e di fronte,a
Dio vi prego e vi scongiuro: ordinate che nella città imperiale, pro­
tetta da Dio,~ed ih entrambe le parti della Grecia le sacre immagi­
ni siano collocate e rimangano nella loro sede originaria; adempien­
do così la consegna di questa nostra sacratissima e santissima Chiesa
e allontanando via da voi nel disprezzo la cattiveria degli empi ere­
tici, per essere accolti tra le braccia di questa nostra santa, cattoli­
ca, apostolica Chiesa romana irreprensibile.

23
Synodica di Adriano I a Tarasio Patriarca di Costantinopoli
Lettera di Adriano santissimo papa dell’antica Roma,
tradotta dal latino in greco

Adriano (vescovo), servo dei servi di Dio, all’amato fratello Ta­


rasio patriarca.

Meditando - grazie alle sollecitudini pastorali con cui conviene


pascere il popolo di Dio, e ad una riflessione assai meticolosa - sul
modo in cui deve essere proclamata intatta in ogni occasione dal­
l’araldo la voce dell’annuncio della salvezza, e su come deve esse­
re il pastore nella compassione e come nel genere di vita, affinché
nella compassione sia vicino a ciascuno e nel genere di vita di
esempio per tutti; e affinché prenda su di sé le infermità di tutti
con pia commozione e tutti conduca alle realtà divine grazie alla
sublime visitazione richiesta per sé: su tutte queste cose siamo co­
scienti di dovere rivolgerci alla vostra amata santità e sacerdotale
concordia ed accuratamente parlarvi della questione. Nella lettera
sinodica contenente la vostra professione di fede, che avete invia­
to al nostro apostolico trono per mano di Leone, vostro piissimo
presbitero 56, abbiamo trovato, all’inizio del primo foglio, che la
pietà vostra è stata innalzata all’ordine sacerdotale dalla condizio­
ne di laico al servizio dell’imperatore; a questa notizia l’animo no­
stro si è molto irritato. E, se non avessimo trovato adeguatamente
confermata, nella sinodica suddetta, la vostra sincera ed ortodossa
fede nel sacro simbolo, secondo la legge dei sei santi sinodi ecume­
nici, e riguardo alle venerande immagini: ebbene, in alcun modo
avremmo tollerato di ascoltare una simile sinodica. Ma quanto il
nostro cuore era addolorato per l’antica discorde I distanza da noi,
tanto l’animo nostro si è rallegrato nel rinvenire la vostra ortodossa
professione di fede. E abbiamo trovato, nella suddetta epistola si­
nodica della vostra santità, insieme alla pienezza della fede e della
professione del sacro simbolo e di tutti i santi sei sinodi, anche un
miracolo a proposito delle sacre e venerande immagini, degno di
lode e venerazione, che così recita:

Accolgo gli atti del santo sesto sinodo, con tutti i canoni da esso legittima-
mente e divinamente promulgati, nei quali si riporta: «In alcune figure delle
venerande icone è rappresentato un agnello indicato dal dito del Precursore
esso fu assunto come figura della Grazia, che ci fa intravedere il vero agnello a
causa della Legge, Cristo nostro D io. Mentre accogliamo, dunque, le antiche
figure e chiaroscuri, dati alla Chiesa com e'sim boli e schizzi della Verità, ante­
poniamo ad essi la Grazia e la Verità, accogliendola com e compimento della
Legge. A ffinché dunque la perfezione possa essere raffigurata, attraverso le p it­
ture, sugli sguardi di tutti, n oi decretiam o ch e da ora in p o i sia esposta anche
nelle icone l ’im m agine d ell’agnello che toglie il p eccato del m on d o, Cristo n o ­
stro D io , in figura umana, al p osto d ell’antico agnello, per com prendere attra­
verso di Lui la sublim ità d ell’um iliazione del V erb o di D io , in m em oria della
sua vita nella ca m e, con d otti per m ano dalla sua P assione, dalla sua m orte sa­
lutare e dal riscatto del m o n d o così realizzatosi» 58.

Con questa testim onianza di fede ortodossa, il vostro fraterno


sacerdozio ha messo al bando respingendole la pedanteria dei m a­
ligni e la petulanza degli eretici; allo stesso m odo il loro malvagio
zelo non ha avuto accoglienza presso di noi né presso la divina gra­
zia ma anzi se ne è capita l’arbitrarietà in tali questioni. Infatti, cin­
ta ai fianchi della nostra mente, anche la nostra cattolica ed aposto­
lica Chiesa rom ana fa la sua professione di concordia e d arm onia
contro là follia degli eretici, dai quali, come e manifesToTfu attac­
cata e re s a oggetto di trame. Perciò, sé la vostra amata santifà, dàT
momento che ha promesso .di venerare e adorare Te venerande im-
magini - di Cristo Dio nostro in figura umana, che sì Tncàmòlfe^
condo noi, per noi ed a causa nostra, della santa immacolata e ve­
ramente genitrice di Dio, ed anche dei suoi santi se persevererà
nel suo proposito di ortodossia così come lo ha adottato all’inizio,
noi esprimiamo di cuore la nostra lodé è’Turandoci della respom
sabilità pastorale, consigliamo di preservare im m utabile la fede
ortodossa, che una volta ha professato, con l’annuncio e l ’insegna­
mento. «Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quel­
lo che già vi si trova, che è Gesù Cristo» 59. Chi dunque mantiene
come supporto l’amore, che è in Cristo, per Cristo e per il prossi
mo, non ha forse posto come fondam ento presso di sé lo stesso
Gesù Cristo, Figlio di Dio e dell’Uomo? Noi crediamo, infatti, che,
dove Cristo è fondam ento, segue un edificio di opere buone. La
Verità stessa, poi, dice con la sua stessa voce: «chi non entra nel
recinto delle pecore per la porta, ma vi entra da u n ’altra parte, è
un ladro e un brigante; chi invece entra per la porta, è il pastore
delle pecore» 60. Per questo I lo stesso Salvatore disse: «io sono la
porta» 61. £atra~nel gregge, dunque, chi-entra per la porta; e chi
entra per la porta, e n tra attravers^TCristo. È chiunque ascoltata
veritàqpTOprio daf-demiurgo e lib e ra to re d d l’umano genere custo­
disce e sorveglia la soglia della dignità pastorale e sa portarne il
peso sulle spalle, non guardando alla gloria ed all’onore che ne vie­
ne; ma, poiché ha assunto la responsabilità del gregge, vigila con
cura che le pecore di Dio non si perdano a causa di uomini perver­
titi o che dicono il falso, o persuase da uno spirito cattivo. In ve-
rità, anche il beato Giacobbe, che per molti anni era stato servo di
Labano, suo suocero, fra le donne, sappiamo che disse:

Da vent’anni sono con te; le tue pecore e le tue capre non sono diventate
sterili, e non ho mai mangiato i montoni del tuo gregge. Nessuna bestia sbrana­
ta ti ho portato: io ti ripagavo a mie spese ciò che veniva rubato di giorno e ciò
che veniva rubato di notte. D i giorno mi bruciava il caldo e di notte il gelo, e
il sonno fuggiva dai miei occhi 62.

Ora, se così fece e vigilò colui che pascolava il gregge di Laba­


no, quante fatiche e quante veglie bisognerà che sopporti chi pa­
scola il gregge di Cristo? Ma in tutte queste cose vi confermi e vi
istruisca Colui che per noi si fece uomo, degnandosi di divenire ciò
che aveva creato; Lui riversi su di voi l’amore e l’ardore del suo
Santo Spirito, vi preservi da ogni affanno e dischiuda gli occhi del­
la vostra mente; affinché, attraverso le fatiche, la corsa e l’agone
della vostra carità, che imita la nostra apostolica trasmissione del­
l’ortodossa fede di un tempo, nelle regioni dei nostri pii imperatori
le sacre e venerande icone vengano innalzate secondo l’antica pre­
scrizione, perché rimanga saldo in questo il vostro sacerdotale uf­
ficio. Dopo la vostra professione di fede, infatti, abbiamo saputo
che la vostra venerabile santità ha chiesto agli augustissimi, assai
ortodossi, zelanti e fedeli nostri imperatori, sorti a gloria di Dio,
difensori della verità, che si faccia un sinodo ecumenico; che essi
hanno acconsentito di fronte a tutto il loro popolo amante di Cri­
sto, esaudendo piamente la vostra supplica, ed hanno stabilito che
il sinodo si tenga nellaJorc) regale città. E noi, con grande entusia-
sm tre gioia, secondo le istruzioni della loro divina ordinanza, ab­
biamo inviato, a proposito della situazione delle venerande imma­
gini, sacerdoti illustri, stimati e saggi, affinché, secondo l’antico or­
dinamento, esse vengano reinnalzate in quelle regioni. Ma la vostra
santità prema con sollecitudine sui piissimi e vittoriosi imperatori,
affinché innanzitutto sia posto l’anatema, alla presenza dei nostri
apocrisarii, su quel preteso sinodo 63 che ebbe luogo senza l’aposto­
lico trono, contro ogni disciplina e senza ragionare, contro la con­
segna degli assai venerandi Padri per le divine immagini; ed affin­
ché sia estirpata ogni zizzania dalla Chiesa e si compia la parola del
Signore nostro Gesù Cristo «le porte degli inferi non prevarranno
contro di essa» 64; ed ancora: I «tu sei Pietro, e su questa pietra
edificherò la mia Chiesa; a te darò le chiavi del regno dei cieli e
tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che
scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» 65. Il suo trono rifulge
nel primato su tutta la terra ed è costituito a capo di tutte le Chiese
di Dio. Ed è per questo che lo stesso beato Pietro, Apostolo per
ordine del Signore, pascendo la Chiesa non trascurò nulla ma sem­
pre mantenne e mantiene il principato. Perciò, se la vostra santità
vorrà saldamente stringersi al nostro apostolico trono, che è capo
di tutte le Chiese di Dio, e si curerà di preservare incorrottamen­
te e nella purezza, di vero cuore e con mente sincera, la sua sacra
ed ortodossa forma legittima, rimanendo veramente ortodossa e
pia, offrirà al Signore onnipotente questo primo sacrificio; e, gia­
cendo, per così dire a nome nostro, agli egregi piedi degli augustis­
simi e incoronati da Dio grandi nostri imperatori, li supplicherà e
li giudicherà come di fronte a Dio nel. t^jdbUe.giui^Q^iBGnché
ordinino di riportare all’antica condizione, le sacyg_icone e di pro-
ctemaflé nétta'citta imperiale difesa da, Dio e in ogni luogo, preser­
vando la tradizione di questa nostra sacra e..santissima Chiesa di
Roma, e respingano con disprezzo l’errore dei malvagi e*degtrere-
tici grazie alla vostra lotta ed al vostro fedelissimo impegno. Se in-
vece non ripristineranno le. sacre e venerande icone in quelle regio­
ni, non '(^ìtatnò'accoghere^in alcun modo fa vostra ordinazione: ed
a maggior ragione se seguirete coloro che non credono alla verità.
Per questo, conviene che, con somma fatica, amore per la fede e
lotta in ciascuna di queste cose, la vostra venerabilissima santità in
quelle regioni reinnalzi senza esitare all’antica dignità le sacre e ve­
nerande icone del Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo, della
santa sua genitrice e semprevergine Maria, dei santi Apostoli e di
tutti i santi Profeti e Martiri e Confessori; affinché nella concordia
degnamente cantiamo il profetico Cantico, dicendo: «salva, o Si­
gnore» i piissimi nostri imperatori e «rispondici nel giorno in cui
ti invochiamo» 66; poiché essi «hanno amato la bellezza della tua
casa ed il luogo della tenda della tua gloria» 67. Coloro, poi, che
abbiamo inviato, ai piedi dei serenissimi e pii imperatori, Pietro,
amato nostro arcipresbitero della nostra Chiesa romana, e Pietro
abbate, presbitero ed egumeno: ti preghiamo* per amore del santo
Pietro, corifeo degli. Apostolit e per noi, di far sì che siano mentiti
degni di godere di ogni accoglienza ed umana'BeneyoIènza, affin­
ché anehem questo possiamo rendervi grandTgrazie. Dio onnipo­
tente guardi con Favore alla vostra caritaTse essa rimarrà salda,
cammini con voi e vi protegga, faccia abbondare oltre la misura
dell’abbondanza il frutto che vi è stato dato a credito e voglia con­
durvi alla gioia eterna. Che Dio vi salvi e vi protegga, o amato fra­
tello.
Parte seconda
'' ^ ■k r ' %•

Nel nome del Signore e Dominatore Gesù Cristo, nostro vero


Dio; sotto l’impero dei piissimi e amici di Cristo nostri signori Co­
stantino ed Irene, madre sua incoronata da Dio; nell’anno ottavo
del loro consolato, il giorno delle Calende di ottobre, undicesima
indizione 68;
riunitosi il santo ed ecumenico sinodo, radunato, per grazia di
Dio e pio decreto degli imperatori confermati da Dio, nella illustre
metropoli 69 di Nicea dell’eparchìa 70 di Bitima; convenuti cioè il
devotissimo Pietro, arcipresbitero 71 della santissima chiesa di san
Pietro Apostolo che è in Roma, e Pietro, devotissimo presbitero,
monaco ed egumeno 72 del venerabile monastero di san Saba che si
trova a Roma, nelle veci dell’apostolica sede del reverendissimo e
santissimo Adriano, arcivescovo dell’antica Roma; e Tarasio, reve­
rendissimo e santissimo arcivescovo della gloriosa Costantinopoli
nuova Roma, e Giovanni e Tommaso, devotissimi presbiteri, mona­
ci e legati dei troni apostolici della provincia orientale 7};
seduti di fronte al sacratissimo ambone del tempio della santis­
sima grande chiesa di nome Sofia 74; all’attenta presenza dei glorio­
sissimi e magnificentissimi magistrati Petronas, illustrìssimo ex-con­
sole patrizio e cómes dell’imperiale tema di Opsikion 75 da Dio pro­
tetto, e Giovanni, ostiario imperiale e logoteta militare76; e di tutto
il santo sinodo, nell’ordine I già fissato nella prima sessione 77; pre­
senti anche gli assai amati da Dio archimandriti od egumeni e tutti
i monaci al completo 78; ■-
posti innanzi i santi ed incontaminati Vangeli di Dio n ;
il santissimo patriarca Tarasio disse: nelle sessioni or ora conclu­
se 80, mentre ci istruiva, come dice l’autore del libro dei Proverbi,
l’ispirazione del Signore onnipotente 81, la nostra golétta declamato
la verità; poiché, grazie alle lettere di santissimi uondSftjÉUriemc e
d’Occidente che sono state lette, siamo divenuti concdliipi^a. poi
ché la parola del Profeta ci ordina: «sali su un alto m <|§lE|u lie
rechi liete notizie in Sion; annunzia con forza, alza la voCBBBife.'lie
rechi liete notizie in Gerusalemme. A nnunziate e non temete» s2;
seguendo dunque questo precetto del Profeta, o sacerdoti, annun
ziamo, alziamo la nostra voce, dicendo pace alla Chiesa universale,
che è la vera Sion, e la Città del Re dei cieli, Cristo Dio nostro. Ma
come avverrà ciò? Siano condotti in mezzo a noi per essere letti ed
ascoltati i libri dei gloriosi santi Padri, ed attingendo da essi ciascu­
no di noi dia da bere al proprio gregge; infatti così avverrà anche
che «la nostra voce si diffonderà per tutta la terra, ed ai confini del
mondo la potenza delle nostre parole» 83, giacché non spostiamo i
confini fissati dai nostri padri ma, apostolicamente istruiti, mante­
niamo le tradizioni che abbiamo ricevuto.
Costantino, reverendissimo vescovo di Costanzia di Cipro, dis­
se: secondo le parole del santissimo ed ecum enico patriarca Tara-
sio, siano portati opere e brani dei beati Padri e vengano letti uno
per uno a questo santo sinodo.
Leonzio, illustrissimo a secretis 84, disse: o bbedendo all’utile e
salvifico consiglio del santissimo e beatissimo patriarca ed al consen­
so di questo ecumenico sinodo, e desiderosi di portarlo a compi­
mento, abbiamo recato e disposto l’uno accanto all’altro i santissimi
e sacri libri; il primo di essi è il libro ispirato e scritto da Dio, che
anche ora leggerò per primo. Tutti, dunque, ascoltiamo con intelli­
genza e saggezza, ed attentamente riconosciamo la potenza di ciò
che viene detto, per raccogliere il frutto di un beneficio perfetto.
E lui stesso lesse - dall’Eroso dei figli di Israele -:

Il Signore disse a Mosè: “Farai il coperchio propiziatorio d ’oro puro; avrà


due cubiti e mezzo di lunghezza e un cubito e m ezzo di larghezza. Farai due
cherubini d ’oro, e li metterai lavorati a martello sulle due estremità del propi­
ziatorio. Saranno fatti un cherubino ad una estremità e un cherubino all’altra
estremità; e farai i due cherubini sulle due estremità. I cherubini avranno le ali
stese di sopra e faranno ombra con le ali sul propiziatorio; saranno rivolti l’uno
verso l’altro e le facce dei cherubini saranno rivolte verso il coperchio. Porrai il
propiziatorio sulla parte superiore dell’arca e collocherai n ell’arca le testimo­
nianze che io ti darò. Da lì mi farò riconoscere da te e ti parlerò da sopra il
propiziatorio, in mezzo ai due cherubini che saranno sull’arca della Testimo­
nianza, per tutto quello che ti ordinerò per i figli di Israele” 85.

I Dai Numeri:

Questa la consacrazione dell’altare dopo che furono ricolme le sue mani e


dopo che fu unto. Q uando M osè entrava nella tenda della Testimonianza per
parlare con lui, sentiva anche la voce del Signore che gli parlava da sopra il
propiziatorio, che è sull’arca della Testimonianza fra i due cherubini; e la voce
gli parlava 86.
Da Ezechiele profeta:

Mi introdusse poi nel santuario, dove misurò il portico: sei cubiti la larg
za da un lato e sei cubiti la larghezza del portico dall’altro lato 87. E, dop o
po’: e il santuario e le parti vicine erano costruite in legno tutto intorno,
anche il pavimento, e dal pavimento fino alle finestre, che erano velate tre vo
fino a sporgere. Dentro e fuori del tempio e su tutte le pareti interne ed este
erano scolpiti cherubini e palme, e una palma tra cherubino e cherubino. ~
cherubino aveva due aspetti: aspetto d ’uomo verso una palma e aspetto d i .
verso l’altra palma, e tutto il tem pio, in circolo, era effigiato di cherubini,
pavimento fino al cassettone del soffitto M.

Dalla Lettera agli Ebrei del santo Apostolo Paolo:

Certo, anche il primo tabernacolo aveva norme per il culto ed un sant


terreno. Fu costruita infatti una tenda, la prima, nella quale vi erano il ca
labro, la tavola ed i pani dell’offerta: essa è detta il Santo. D ietro il s e c o |
velo, poi, c’era una tenda, detta Santo dei Santi, con un turibolo d ’oro e Vi
dell’alleanza tutta ricoperta d ’oro, nella quale si trovavano un’urna d ’oro
tenente la manna, la verga di Aronne che aveva fiorito e le tavole dell’allea
E sopra queste cose stavano i cherubini della gloria, che facevano ombra al;:
go dell’espiazione w.

Tarasio, reverendissimo patriarca, disse: notiamo, o santi uc


ni, che l’Antico Testamento aveva come divini simboli i cherui
della gloria che facevano ombra al luogo dell’espiazione; e 'da
tìccTEQ)r«e il^
Il santo sinodo disse: sii o signore, è la verità.
Il santissimo patriarca disse: se l’Antico Testamento aveva i che­
rubini che facevano ombra al luogo dell’espiazione, anche noi avre-
mo■ ■leI icone del _Signore
1 1^ * —
nostro G esuT instc
■■ • ------------ p - rr i—^■ T i *
Dio e dei suoi Santi, che tanno m
I magnificentissimi magistrati disseroTe veramente un precetto
divino.
Costantino, reverendissimo vescovo di Costanzia di Cipro, disse:
come fu letto, il cherubino aveva aspetto d ’uomo; e com’è che si
dice che qualcuno vide l’aspetto del cherubino? È chiaro: la Scrit­
tura parlava di un aspetto scolpito.
H santissimo patriarca disse: tutti i santi che meritarono di vede­
re gli angeli, li videro sotto forma di uomini, come abbiamo letto in
vari luoghi nella Scrittura. Perciò, anche riguardo ai cherubini, Dio
rispose a Mosè dicendo: «guarda, farai tutto secondo il modello che
ti è stato mostrato sul monte» 90. E per questo I il servo Mosè fece
tali e quali le forme che aveva visto, tra le quali anche i cherubini.
Costantino, reverendissimo vescovo di Costanzia di Cipro, dis-

3i
se: quando, però, il popolo si muoveva all’idolatria, Dio d icev a a
Mosè: «non farai alcuna immagine per servirla» 91.
Giovanni, devotissimo presbitero e vicario dei troni apostolici
d’Oriente, disse: testimonianza più alta di queste è che Giacobbe
eresse una stele a Dio 92, per cui Dio lo benedisse, annunciandogli
doni al di sopra di ogni parola. E in un altro luogo, sotto forma di
uomo, (Dio) lottò con lui e lo chiamò Israele 93, che interpretato
vuol dire “mente che vede D io” 94. Disse poi Giacobbe: «ho visto
Dio faccia'Tt5Caà7"éppure la mia vita è rimasta salva» 95; ed ecco,
non furono viste soltanto potenze intellegibili ma anche Colui che
per natura è Dio invisibile ed incorporeo, come è chiaro nell’idea
che ne abbiamo.
Demetrio, devotissimo diacono e skeuophylax 96 della santissima
grande chiesa di Costantinopoli, lesse - del santo padre nostro Gio­
vanni Crisostomo, daW’Encomio a Melezio 97, il cui inizio è questo -:

Percorrendo con lo sguardo dappertutto questo sacro gregge e vedendo


tutta quanta la città qui presente, non ho nessuno con cui felicitarmi. Poco do­
po dice: e quello che accadde fu un ammaestramento nel timor di Dio. Costret­
ti, infatti, a ricordare continuamente quel nom e e ad avere sempre quel santo
presente nell’animo, col suo nome scacciavano ogni passione e pensiero irragio­
nevole; e ciò si verificò così spesso che dappertutto, nelle strade, al mercato, nei
campi, nelle vie risuonava in ogni luogo l ’eco di questo nome. Voi non avete
provato affetta solo per un nome così grande ma anche, p gf .la-Stessajmnagine_
del corpo; ciò che avete fatto "con ì nomi,To’ avete fattq anche con ia,sua figu-
ra: molti, infatti, dipinsero quella santa immagine dappertutto, nei castonicle-
gli anelli, nelle coppe è nèibicchieri, sulle pareti delle camere da lètto; affinché,
non solo potessero udire quel santQ.norOè. ma anche vedessero dovunque l’im­
magine del suo corpo, e ricavassero dunque, per così dire, upa-dupkee-ccmsp-
lazione deBrsua acoirtfrarsa. ~ ’ ‘

Pietro, reverendissimo vescovo di Nicomedia, disse: Giovanni


Crisostomo dice queste cose a proposito delle icone; chi oserà an­
cora parlare contro di esse?
Basilio, reverendissimo vescovo di A ndrà, disse: veramente le
accolse come cosa buona; e tale passione avevano i pii di allora per
la sua icona che in ogni luogo raffiguravano l’immagine di san Me­
lezio. È per questo che il padre fa di esse un elogio straordinario.
Tarasio, santissimo patriarca, disse: anche noi, che abbiamo ri­
cevuto gli insegnamenti dai nostri padri, le diciamo venerande, san­
te e sacre.
Teodosio, devotissimo egumeno del monastero di sant’Andrea
di Nesio, recò un libro dello stesso san Giovanni Crisostomo, chie­
dendo che venisse letto.
Il monaco Antonio, presolo, lesse I - discorso del santo padre
nostro Giovanni Crisostomo Uno solo è il legislatore dell’Antico e del
Nuovo Testamento e sulla veste del sacerdote 98, il cui inizio è

Per primi i Profeti annunziarono l’evangelo del regno di Cristo; poco dopo
dice: lo amai anche una pittura ricoperta di cera, ricolma di pietà; vidi infatti in
un'icona un angelo che respingeva nugoli di barbari; vidi calpestate le nazioni
dei barbari e Davide che veracemente diceva: «Signore, nella tua città annien­
terai la loro immagine»

Il santissimo patriarca disse: se colui che aveva la bocca più pre­


ziosa dell'oro pronunziò le parole: «amai anche la pittura ricoperta
di cera», che diremo di coloro che la odiano?
Basilio, reverendissimo vescovo di Ancira, disse: se lui diceva
«io ho amato», chi osa affermare il contrario?
Giovanni, devotissimo monaco e presbitero, vicario dei patriar­
chi orientali, disse: chi è questo angelo, se non colui del quale fu
scritto «l'angelo del Signore percosse centottantacinquemila Assiri
in una notte, accampati presso Gerusalemme» 10°?
Niceforo, reverendissimo vescovo di Durazzo, disse: ci sia pro­
pizio il Signore, per gli errori che abbiamo commesso a proposito
delle sacre icone.
Gregorio, diacono e notario 101, lesse - dal discorso del santo
Gregorio di Nissa, pronunziato a Costantinopoli, Sulla divinità del
Figlio e dello Spirito e su Abramo m , il cui inizio è questo -:

Un sentimento simile a quello che provano, dinanzi ai prati pieni di fiori;


poco dopo dice: spesso ho visto su un quadro l’immagine del doloroso evento
e non ho potuto smettere di guardarlo senza ritrovami a piangere, poiché FàrFé
con chiarézza recava la storia aUa vista: ..ebbene, Isacco è raffigurato in ginocchio
di fronte al padre proprio vicino all’altare, con le mani legate dietro le spalle; e
quello, salito col piede sul braccio del figlio piegato dietro le spalle e volgendo
presso di sé con la mano sinistra la testa del fanciullo, si piega sul volto che lo
guarda implorante e dirige la destra armata di pugnale per sgozzarlo; e già con
la punta del pugnale sta per toccare il corpo del figlio, che una voce divina gli
giunge a fermare il misfatto.

I gloriosissimi magistrati dissero: vedi come il nostro padre si


addolorò alla vista della pittura, tanto che diede in lacrime.
Basilio, reverendissimo vescovo di Ancira, disse: spesso il padre
aveva letto la storia ma forse mai ne aveva pianto; quando però
vide la pittura, scoppiò in lacrime.
Giovanni, devotissimo monaco e presbitero e vicario dei ponte­
fici orientali, disse: se ad un tale maestro la visione arrecò vantag-

33
gio e lacrime, quanto più recherà agli ignoranti ed ai semplici con
trizione e profitto?
Il santo sinodo disse: in vari luoghi abbiamo visto raffigurata la
storia di Abramo, come il padre dice.
Teodoro, reverendissimo vescovo di Catania, I disse: se il santo
Gregorio, che vegliava 103 in divini pensieri, scoppiò in lacrime alla
vista della storia di Abramo, quanto più la rappresentazione figu­
rata della dispensazione nella carne di Cristo Signore nostro, che si
fece uomo per noi, recherà profitto a coloro che guardano e farà
loro versare lacrime?
Il santissimo patriarca disse: se avessimo visto un’icona che mo­
stri il Signore crocifisso, non avremmo anche noi versato le nostre
lacrime?
Il santo sinodo disse: moltissimo; giacché in essa con chiarezza
si comprende l’umiltà sublime di Dio che si fece uomo per noi.
Stefano, devotissimo diacono, notario e referendario 104, lesse -
del santo Cirillo, vescovo di Alessandria, dalla Lettera ad Acacio,
vescovo di Scitopoli, sul capro espiatorio 105, che inizia così -:

Per le notizie che mi sono ora giunte dalla tua santità molto mi sono ralle­
grato; e poco dopo: diciamo, dunque, che la legge è ombra e figura, come fos­
se una pittura posta innanzi alla vista di coloro che guardano gli oggetti; e le om­
bre, nella tecnica dei pittori su tavola, sono fra i segni fondamentali; e, se ad esse
si sovrappongono i colori più brillanti, ecco che la bellezza della pittura risplen­
de. E poco dopo: sta scritto, dunque, nel libro della creazione del mondo 106:
dopo queste parole, Dio mise alla prova Abram o e gli disse: «Abramo, Abramo!».
Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi il tuo amato figlio, il figlio che hai amato,
Isacco, va’ nel territorio elevato ed offrilo in olocausto su una delle alture che io ti
indico». Abram o si alzò d i buon mattino, sellò l'asino, prese con sé due servi e il
figlio Isacco, spaccò la legna per l ’olocausto e alzatosi si mise in viaggio e giunse nel
luogo che Dio gli aveva indicato. Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano
vide quel luogo. Allora Abram o disse ai suoi servi: «Fermatevi qui con l’asino; io
e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e p oi ritorneremo da voi». Abramo
prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il
coltello, p o i proseguirono tu tt’e due insieme. E poco dopo: qui Abramo costruì l’al­
tare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. Poi
Abram o stese la mano per prendere il coltello ed immolare suo figlio 107. Dunque,
se qualcuno rii noùm iak-vedem dipinta si! un quadro la storia di Àbramo, come
dovrebbe dipingerla il pittore,. rapprese# t andolo mentre fa tutte le cose jaaoib
tate In ùh’Ùhica immagine o per singole parti ed in m odo differenziato - e,cioè
indlveree~pòse m “p iu ^ fitr d e r q u à d fo ? JTriteri per esempio, óra dipin­
gendolo m gròppa all’asina insièm e al fanciullo e con i servi al seguito; ora, in­
vece, una volta lasciata a valle l ’asina insieme con i servi, quando carica la legna
sulle spalle di Isacco tenendo in mano il fuoco ed il coltello; e infine altrove, in
un altra posa ancora, mentre lega mani e piedi I il fanciullo sulla legna, con la de­
stra armata di coltello, per immolarlo. Ora, l’Àbramo che si vede in pose diverse
nelle diverse parti del quadro non è volta per volta diverso, ma Io stesso nelle
varie parti del quadro, e la tecnica del pittore si conforma ai requisiti delle azio­
ni. Non sarebbe stato conveniente, infatti, anzi sarebbe stato impossibile, vederlo
in una stessa immagine mentre fa tutto quanto di lui è detto.

Costantino, reverendissimo vescovo di Costanzia di Cipro, dis­


se: ecco, anche il santo Cirillo concorda con quanto dice il santo
Gregorio di Nissa.
Cosma, diacono, segretario e cubuclésio 108, lesse - dai versi del
santo Gregorio il Teologo tratti dal Discorso sulla virtù 109, che ini­
zia così

Invoco D io, causa prima di tutte le cose. Poco dopo dice:, neanche di Po-
lemone tacerò, giacché il miracolo è fra quelli più spesso predicati. Costui non
era in passato fra i sobri ma anzi era assai ignobile schiavo dei piaceri. Ma quan­
do fu preso dall’amore del bene, dopo aver trovato un consigliere (non so dire
chi, se un sapiente o, all’improvviso, se stesso), tanto superiore alle passioni ap­
parve che uno solo dei suoi miracoli esporrò. Un giovane intemperante invitò
un’etera; quando quella giunse, dicono, vicino al portone, al di sopra del qua­
le sporgeva Polemone in effigie, vedendola, giacché era veneranda, subito andò
via, vinta dalla visione, 'svergognata dal dipinto come dd'SMifò' ^

Basilio, reverendissimo vescovo di Ancira, disse: anche il santo


Gregorio, padre ispirato, ritenne prodigiosa l’immagine di Polemo­
ne.
Il santissimo patriarca disse: e infatti da essa si produsse la ca­
stità; giacché, se non avesse vistoITconadiPòIe^^
avrebbe abbandonato l’mdecenza.
Nircforo’Tévérendissimo vescovo di Durazzo, disse: miracolosa
fu l’immagine e degna di lode, poiché riuscì a liberare la donna dal
disgusto della sua attività vergognosa.
Giorgio, amatissimo da Dio, diacono e segretario del santo pa­
triarcato n0, lesse - di Antipatro, vescovo di Bostra, dal Discorso
sull’emorroissa 111 che inizia così -:
La Scrittura ha insegnato che venne per prima la chiamata dei Giudei. Poco
dopo dice: aggrappata al mantello della salvezza 1I2, l’emorroissa diceva queste
parole, come tenendo per mano il Signore, re della natura, e mostrando la tiran­
nia della sofferenza. Ricevuto il dono, eresse una statua a Cristo; lei che aveva
consumato le sue ricchezze con i medici, offrì a Cristo il resto dei suoi beni.

Il santissimo patriarca disse: sicché, anche chi dipinge un’imma­


gine la offre a Dio, allo stesso modo che l’emorroissa offrì la statua.
Basilio, reverendissimo vescovo di Ancira, I disse: per meglio
dire, ordina di agire così ed approva ampiamente i creatori di ico­
ne.

35
Tommaso, devotissimo monaco del monastero di Chenolacco,
disse: reco un libro del beato Asterio e lo offro al santo sinodo,
secondo quanto disporrete.
Il santo sinodo disse: che venga letto.
Costantino, da Dio amatissimo diacono e notario, presolo lesse
- del beato Asterio, vescovo di Amasea, Panegirico in onore di Eufe­
mia martire 113-:

Ultimamente, o uomini, ho avuto in m ano il grande D em ostene, e di lui


quel brano in cui si scaglia contro Eschine con u n ’aspra invettiva. Dopo aver
letto il discorso per un p o’, concentrandomi nella riflessione, sentii il bisogno di
riposarmi passeggiando, per alleviare l’affaticamento dell’animo. Lasciata la mia
cameretta e dopo aver gironzolato in piazza con gli amici, giunsi al tempio di
D io per pregare in tranquillità. Finito anche questo, mentre me ne andavo pas­
seggiando sotto un portico, vidi là un’icona e ne fui rapito nel profondo al ve­
derla. Avresti detto ch’era opera d'artè~d"égìra~di Eufrariòre ò 'd l’qualcunó "degli
antichi, i quali, quando creavano l ’im magine di un soggetto necessariamente
piccolo, ne ingrandivano la rappresentazione pittorica. Ma veniamo, di grazia,
a noi, giacché è ora di por fine all’aneddoto. V i parlerò adesso del testo scrit­
to su Eufemia, poiché noi, che siamo figli delle Muse, non abbiamo colori meno
belli di quelli dei pittori. Una vergine santa e pura, che aveva consacrato la sua
pudicizia a D io, Eufemia il suo nom e, una volta che un tiranno si era dato a
perseguitare i pii, con grande entusiasmo scelse di correre il rischio della morte.
Ma i suoi concittadini e fedeli della stessa fede per cui lei era morta, ammirando
la vergine santa e coraggiosa, costruita un’edicola nei pressi del tempio e postavi
l’urna con i suoi resti, le tributano onori e celebrano una festa ogni anno, riu­
nendosi insieme in grande numero. I sacri ministri dei misteri di Dio onorano
sempre la sua memoria con un sermone ed insegnano con cura a tutta la gen­
te che si raccoglie come abbia compiuto l ’agone della sopportazione. Ed il pit­
tore, dal canto suo, che ha rappresentato devotamente, servendosi dell’arte se­
condo la sua capacità, tutta la storia sulla tela, ha posto accanto all’urna la sua
sacra visione. La sua opera è fatta così: il giudice siede in alto su un trono, con
lo sguardo truce e cattivo rivolto alla vergine - l ’arte si adira, quando vuole,
anche con la sola materia inanimata ci sono, poi, i lancieri di corte e nume­
rosi soldati; tra quelli, alcuni fanno da segretari con libri e registri sotto il brac­
cio; di questi, invece, uno, con la mano sospesa sulla tavoletta di cera, ha uno
sguardo irato volto verso l’imputata, con il viso tutto reclinato, come nell’atto di
ordinarle di parlare più ad alta voce, affinché non debba, sforzandosi con l’udi­
to, scrivere cose sbagliate che poi dovranno essere corrette. La vergine sta in
abito scuro e mostra di essere assorta in profondi pensieri; e, come il pittore se
l’è immaginata, ha un viso delicato; com e m e l’immagino io, ha l’anima abbel­
lita dalle virtù. La conducono di fronte al magistrato due soldati, uno trascinan­
dola d’avanti, l’altro spingenda da dietro, con un fare intimidito I dal pudore e
dalla fermezza della vergine; lei ha gli occhi bassi, com e se arrossisse per gli
sguardi degli uomini, e se ne sta imperturbabile, per niente sofferente a causa
del terribile agone. Come, fino ad allora, lodavo gli altri pittori, quando contem­
plavo il dramma di quella donna della Colchide 114! N ell’atto di usare la spada
contro i figli divide l’espressione del suo volto tra il coraggio e la pietà, e degli
occhi uno esprime l’ira, l’altro lei madre clemente e inorridita. Ora, invece, gì*-
zie a quella meditazione, ho trasferito tutta la mia ammirazione dii qneftfa fottìi
ra; ed ammiro molto l!artista, soprattutto perché ha mcncolato l'itnpteMione
morale che i colori destano, temperando la pudicizia fol dOf(lggtn/ pwMinrri rbr
per natura confliggono. E andando avanti nell’imitazione, alcuni cartiefiti, ( inli
soltanto di plccole tumche, già si mettevano all’opera; uno, atterratale la tema e
reclinatala all’indietro, offriva all’altro il capo della vergine pronto a ricever** il
supplizio, l’altro che gli stava accanto le colpiva i denti; e si vedono, ioni* stiro
menti di tortura, un trapano e un martello. Qui scoppio in lacrime ed il dolo
re m’impedisce di parlare; il pittore, infatti, ha colorato in nrodo coiti vivido le
gocce di sangue che dìresifi che sgorgano veramente dalle labbra c te ne andresti
via gemendo. E poi il carcere: e di nuovo Fa vergine veneranda siede da sola in
abiti scuri, levando le braccia al cielo e invocando Dio soccorritore nei tormenti;
mentre prega le appare sopra il capo lo stesso segno che i cristiani devono ado
rare e con cui devono segnarsi; credo che fosse il simbolo della passione che
l’aspettava. Lì vicino, infatti, il pittore ha acceso un fuoco che altrove sarebbe
stato eccessivo, dando consistenza corporea alla fiamma con un colore vermiglio
che s’illumina qua e là; ed al centro ha collocato lei, che spiega le braccia al
cielo e nessuna molestia rivela nel viso ma, anzi, è contenta di passare alla vita
incorporea e beata. Qui si è fermato il pittore e qui anch’io mi fermo, I lai il
tempo, se vuoi, di guardare attentamente quella pittura, per vedere con certezza
se siamo giunti troppo al di sotto di quanto la descrizione richiedeva.

I gloriosissimi magistrati dissero: pia è dunque l’arte dei pitto­


ri e non merita lo stolto vituperio che alcuni le riservano: lo stesso
padre, infatti, ci mette innanzi il pittore che compie un atto di de­
vozione.
Costantino, reverendissimo vescovo di Costanzia di Cipro, dis­
se: ma chiama anche sacra quell’immagine votiva; e il Teologo 111
chiama l’icona veneranda, e il Crisostomo santa, e il padre che è
stato letto sacra: e cosa più si può opporre a queste parole?
Teodoro, reverendissimo vescovo di Mira, disse: ascoltando tutti
quanti r insègnamemo 3eijgadri, il nostro animo è compunto e
piangiamo'! trascorsi anni. Ma diamo grazie a Dio, poiché per gli
insegnamentT^rsarT ti padri siamo giunti alla conoscenza della ite*
rità! ......
Teodosio, reverendissimo vescovo di Amorio, disse: o signore
sacratissimo e onorato da Dio, noi e tutto il santo sinodo, ascoltan­
do gli insegnamenti I dei nostri santi Padri sulle sacre icone, credia­
mo in esse ed esse professiamo e le chiamiamo sacre e sante; c chi
così non dice, sia anatema.
II santo sinodo disse: sia anatema.
Niceforo, reverendissimo vescovo di Durazzo, disse: sempre il
bravo pittore con la sua arte mostra i fatti, come anche colui che
dipinse l’icona della martire Eufemia; è per questo che il maestro
anche in questa materia loda l’arte pittorica.

37
C ostantino, reveren dissim o v e sc o v o di C ostan zia di Cipro, dis­
se: e ha d etto ben e, là d o v e d ice «p rim a io lod avo le immagini del­
la C olch id e, fin ch é n o n m ’im battei n e ll’ico n a della martire».
E il santo sin o d o disse: e v e d en d o la n e fu com p u n to.
Basilio, reveren dissim o v e sc o v o d i A n d r à , disse: il padre che è
stato letto ha provato gli stessi sen tim en ti ch e il santissim o Grego­
rio 116: entram bi, infatti, d ied ero in lacrim e su lle icon e.
Tarasio, san tissim o patriarca, disse: il P ad re dà precetti e, alla
fine del discorso, co n ced e una licen za a ch i v u o le dipingere il rac­
con to dei martiri im pegnati n e ll’agon e. D iss e infatti « hai il tempo,
se vu o i, di guardare a tten tam en te q u ella p ittu ra, p er vedere con
certezza se siam o giu n ti tro p p o al di so tto di q u an to la naFràziSn'e
richiedeva». J"
G iovanni, presbitero da D io am atissim o e legato delle sedi apo­
stoliche d ’O riente, disse: sicch é è p iù grande l ’im m agine che la pa­
rola; e ciò avvenne p er p ro v v id en za d ivin a p er m ezzo di miseri
uom ini.
C ostantino, reverendissim o v esco v o di C ostanzia di Cipro, dis­
se: se n ei santi u om in i le sacre ic o n e h an n o p ro d o tto tanta com­
p u n zione, quanto più n e produrranno in noi?
Teodoro, reverendissim o v esco v o di M ira, disse: se i nostri pa­
dri hanno d etto queste cose, n oi n o n ab b iam o cosa dire.
G iovanni, presbitero da D io am atissim o e legato delle sedi apo­
stoliche d ’O riente, disse: i p ittori n o n so n o contrapposti alle Scrit­
ture ma, se la Scrittura d ice qualcosa, essi la m ostrano, sicché espri­
m o n o fed elm en te ciò ch e è scritto.
T eo d o sio , reveren dissim o v e sc o v o d i A m orio, disse: il divino
A p o sto lo ci d ice « tu tto ciò ch e fu scritto, fu scritto per il nostro
am m aestram ento» 117; esse, d u n qu e, le sante e venerande icone, e
pitture ed encausti e m osaici, ci so n o e fu ron o d ip inti per nostro
ammaestramento e per destare in n oi l ’em ulazione e com e esempio,
affinché anche n oi accogliam o lo stesso esem p io ed agone di fron­
te a D io , p erché ci degni di stare ed aver parte con loro e ci faccia
coeredi del suo regno.
T eodoro, reverendissim o v esco v o d i C atania, disse: il beato e
d eifero m aestro A sterio, lu cen te co m e u n a stella, ha illuminato i
cuori di tutti noi; sicché n on è contro ragione ch e la Chiesa univer­
sale ha accolto le sante e venerate icòne; essa, anzi, lo ha fatto se­
gu en d o con coerenza gli insegnam enti d ei santi nostri Padri.
[...3
Elia, devotissim o protopresbitero 118 della santissima chiesa della
N ostra Signora M adre di D io delle Blacherne, si m ise a leggere un

38
papiro contenente i decreti del santo ed ecumenico sesto concilio
- canone del santo ed ecumenico sesto c o n cilio

In alcune figure delle venerande icone è rappresentato un agnello indicato


dal dito del Precursore 119: esso fu assunto come figura della Grazia, che ci fa
intravedere il vero agnello a causa della legge, Cristo nostro Dio. Mentre acco­
gliamo, dunque, le antiche figure e chiaroscuri, dati alla Chiesa come simboli e
schizzi della Verità, anteponiamo ad essi la Grazia e la Verità, I accogliendola
come compimento della Legge. Affinché dunque la perfezione possa essere raf­
figurata, attraverso le pitture, sugli sguardi di tutti, noi decretiamo che da ora
in poi sia esposta anche nelle icone l’immagine dell’agnello che toglie il peccato
del mondo, Cristo nostro Dio, in figura umana, al posto dell’antico agnello, per
comprendere, attraverso di Lui la sublimità dell’umiliazione del Verbo di Dio,
in memoria della sua vita nella carne, condotti per mano dalla sua Passione e
dalla sua morte salutare, e dal riscatto del mondo così realizzatosi *20.

E, dopo averlo letto, disse rivolto al santo concilio: Padri ono­


rabili e santi, nessuno più di me, a causa dei miei peccati, ha scelto
la persecuzione della Chiesa 121; ma questo papiro, su cui scrissero
i padri del sesto concilio, è stato per me come un amo divino: essi
mi trassero alla fede ortodossa; anzi, non soltanto loro ma anche il
santissimo patriarca: che Dio lo ripaghi per me.
[...] .
I E, presolo in mano 122, Stefano, devotissimo diacono e notano,
lesse - di Leonzio, vescovo di Neapoli di Cipro, dai Quinto-discorso
in difesa dei Cristiani contro i Giudei, o delle icone dei santi 123-:

«Diamoci dunque ora alla difesa delle immagini venerabilmente dipinte, af­
finché si chiudano le bocche di coloro che hanno parole di ingiustizia. Questa
tradizione è infatti nella Legge. Ascolta Dio che dice a Mosè: prepara le im­
magini di due cherubini cesellati in oro, che facciano ombra sul propiziatorio 124;
ed ancora, di fronte al tempio che Dio mostrò ad Ezechiele, disse figure di pal­
me, leoni, uomini e cherubini, dal pavimento sino ai cassettoni del soffitto 125.
Davvero terribile la parola inviata a Israele non fare nessun idolo scolpito, né
immagine né figura di quanto è nel cielo e sulla terra 126; e Dio stesso ordina a
Mosè di fare figure scolpite, i cherubini, Dio che anche mostra ad Ezechiele il
tempio pieno di figure ed immagini scolpite di leoni, palme ed uomini. Perciò
anche Salomone, prendendo spunto dalla Legge, fece il tempio pieno di bronzi,
di figure scolpite o fuse, di leoni, di buoi, di palme, di uom ini127: e non fu bia­
simato da Dio per questo. Se dunque tu vuoi biasimare me per le immagini,
pensa che, se Dio ha ordinato dffare quéste cose, ciò é accaduto jerché"ci~ràrn~-
mentassimo'dìTui». E il Giudeo dJsser^Wia^quelleXnmagini non furono vene­
rate come dèi, furono fatte solo come richiamo' alla memoria*. E il Cristiano
disse: «hafdefto bene; ma'neanchepréssb’tiin oi le pitture, le immagini e le
figure dei santi vengono adorate come dèi. Se, infatti, adorassi come Dio il le­
gno dell’icona, dovrei senz’altro adorare anche gli altri legni; e se adoraci come
Dio il legno dell’icona, non brucerei affatto l’icona quando l’immagine diviene

39
evanida. E ancora, fino a quando le assi della croce sono congiunte, io venero
la figura a cagione di Cristo che fu crocifisso in essa; ma, quando vengono se­
parate l’una dall’altra, io le butto nel fuoco e le brucio. Còlui che accoglie gli
ordini dell’imperatore e ne saluta il sigillo non onora l’argilla o il papiro od il
piombo ma tributa all’imperatore adorazione e venerazione; allo stesso modo
anche noi, che siamo figli di Cristiani, adorando l’immagine della croce non
onoriamo la materiali^ del legno ma. vedendo finsegna, il sigillo, la stessa im­
magine dfCristo, attraverso essa (la crocéTaccoglfàino e veneriamo colui che su
di essa fu crocifisso. E come i figli veri dì un padre partito per tempo lontano
da loro,~chè“pfovano di cuore gran desiderio di lui, se vedono in casa il suo
bastone o il suo mantello, li abbracciano in lacrime coprendoli di baci, e non
perché onorano tali oggetti I ma perché rimpiangono ed onorano il padre; così
anche tutti quanti noi fedeli adoriamo come bastone dt"Cristaria'ltUà'croce, co­
me suo trono e giaciglio il suo ^antfsiimo sepolcro,r irime sua casa la manglaToìa,
B^epim e.e..tutte leTtfg Sante ilunoST^óm ElOOrm ici gE Apostoli, i santi mar­
tiri e gli altri santi, cóme sua città veneriamo Sion, come sua terra salutiamo
Nazaret e abbracciamo il Giordano come suo divino lavacro. Con amore grande
ed indicibile per Lui, noi adoriamo e veneriamo come luogo di Dio i luoghi in
cui Lui passò, sedette, apparve, che toccò o che anche solo coprì con la sua
ombra: non perché onoriamo il luogo, né la casa, né la terra, né la città, né le
pietre, ma perché onoriamo P.nlnjjrie in essi trascorse la sua vita,, apparve^fu
riconosciuto nella carne e ci ha liberatoritàffSFFò’fei Cristo Dio nostrofecTé per
Cristo che ritraiamo anche ^ sofferenze di Cristo nelle chiese, nelle case, nelle
piazze, negli arazzi, rièlle camere, nelle vesti ed iti Ógni luogo; perché, vedendole
di continuo, ce ne ricordiamo e non le dimentichiamo, come tuT^f’dimenticato
il Signore tuo Dio. É còme tu, adorando TTIibro della Legge, non adori la ma­
terialità delle membrane o dell’inchiostro di cui è fatto ma le parole di Dio che
vi si trovano; così anche io, adorando l’immagine di Dio, non adoro la materia­
lità del legno o dei colori - non sia mai! -; ma, possedendo l’immagine inani­
mata di Cristo, credo di possedere e di adorare, tramite essa, Cristo. E come
Giacobbe, ricevuto dai suoi figli il mantello di Giuseppe macchiato di sangue,
lo baciò tra le lacrime e lo cinse di sguardi128, e non fece ciò perché amava od
onorava il mantello ma perché pensava di baciare ed avere tra le braccia, trami­
te esso, Giuseppe stesso; così anche tutti noi cristiani, tenendo in mano ed ab­
bracciando fisicamente un’icona di Cristo, di un Apostolo o di un martire, ri­
teniamo di abbracciare nell’anima lo stesso Cristo e di avere tra le braccia il suo
martire. Dimmi tu, che ritieni che non si debba adorare nessun manufatto né
alcuna cosa costruita: vedendo nella tua stanza un vestito od un ornamento di
tua moglie o dei tuoi figli morti, non li hai molte volte presi e baciati e inondati
di lacrime senza essere per questo condannato? Infatti non hai adorato gli abiti
come Dio ma hai mostrato attraverso il bacio l’amore per colui che un giorno
se n’era cinto. Ed ancora, noi abbracciamo spesso i nostri figli ed i nostri padri,
che sono creati e peccatori, e non siamo condannati per questo, giacché non li
abbracciamo come dèi ma mostriamo attraverso il bacio il nostro amore natu­
rale verso di loro. Come dunque ho in .qgni abbraccio^gd-ia-ogni
atto di adorazione ciò che _conta-è lln^énzione. Se mi accusijjércKiTadoro .come
Dio il legno della croce, perché non accusi Giacobbe che si prostrò siilPestrc-
mita della verga di Glusèppe T297Tvlà è chiaro: perché vedendolo non adorò il
légno ìòa-^attraverso il legnorG iuséppe. come anche noi, attraverso la croce,
adoriamo Cristo Anche Abramo adorò gli uomini empii che gli avevano vendu-

40
il sepolcro 1,0 e p iegò le ginocchia sin o a terra; m a n on com e dèi I li adorò.
1 ancora, Giacobbe benedisse il Faraone, ch e era em pio e idolatra ,}l, ma n on
benedisse come Dio; e di n u ovo, gettandosi a terra adorò Esaù 132, ma n on
me Dio. Vedi quanti abbracci e venerazioni ti abbiam o m ostrato, ch e vengo-
• dalla Scrittura e non son o passibili di condanna? E tu, ch e ogni giorno ab-
acci tua moglie, che forse è anch e im pudica e passionale, non sei da biasima- ^ 1
,'lìfcfiè’se Dio certam ente m ai tTRa ordinato a i abbracciare fisicam ente
irinai con me, Invece, p o ìch é m i naTvisto abbracciare un I c o n a H eT C risto'
ila surirrunacorausslh^TiaH re o 31 un qualche altro giustoTu indigni e subii
nèl/àÌTnsùltan"dòmi. e chiam Tnoi idoIatnTM a à llo ra n ò n hai vergógna, d S
ì. non provi orrore, non tremi, non arrossisci, vedendom i ogni giorno in tut
terra distruggere i tem pli degli id oli e costruire i tem pli d ei martiri? Se £d
: vero che io adoro gli idoli, p erché allora on oro i martiri, che gli idoli li
ruggono? Se onoro e glorifico com e dèi i pezzi di legno, com e m ai on oro^
orifico i martiri, che distruggono le statue di legno? Se glorifico le pietre cc
èi, come mai onoro e venero i m a rtiri^ jtli_apostoIi, ch e g ir id o lr dfpietT
iandano in rovina e li fracassano? C om e mai onoro eTocfo ecTelévo tem p i
.‘leBró’lèste "in onore dei tre giovani ch e a Babilonia si rifiutarono di fare
i adorazione alla statua d ’oro 1}3? Veram ente grande è la durezza degli en ij
rande davvero è la cecità dei G iudei, grande la loro empietà; da loro la
i è ingiuriata e dalla lingua degli ingrati G iudei D io subisce tracotanza. G |
e alle reliquie e alle icone dei martiri, m olte volte fuggono i demoni; e uon
reiterati, aggredendole con prepotenza, le stravolgono, le deridono, se n e fa
effe. Quante apparizioni, dimmi, quanti zampilli, quanti, addirittura, profit
i sangue ci sono stati dalle icone e dalle reliquie? G li stolti di cuore n on c i
ono ma considerano queste cose sciocche favole; pur vedendo, ch e così, og
lorno ed in quasi tutta la terra, uom ini em pi ed iniqui, idolatri ed assassi:
)rnicatori e ladroni, imp rovvisamente, per Cristo e la sua croce provano com -

ra cci.il sangue e l’urna d i "coIorò^cHefùr n______ èKfKe non sacrificarono ...


jJì idoli?». ET5Iudèo"3Tsse: «e come mai per tuttala Scrittura Dio ordina di
on adorare alcuna cosa creata?». Il Cristiano disse: «dimmi: la terra e i m onti
ino cose creale da Dio?» E quello disse: «certo.1». E il Cristiano: « co m ’é. d un- IU
ue, che Dio insegna esaltate il Signore D io nostro e prostratevi allo^sgabèìlo (tei
iotpiedi, poiché Egli e santo e inchinatevi a lsu o santo m ónte e, ancora, lo
a s t r e t t i E T
iiudeo disse: «non come dèi, pero, ma per Colui che u na creati u adori». E il
ristiano disse: « il tuo discorso è fedele; sappi dunque che anche io, attraver-
i il cielo, la terra, il mare, il legno, le pietre, le reliquie, i templi, la croce, at-
averso gli angeli, gli uomini e attraverso tutta la creazione visibile ed invisibileT
ìbuto adorazione e venerazione al solo fattore. signnte-a~c»»atorfe^lljjirfe 1^.
use. TXa creazione, infatti, non adora il rrp a^ rirfX ce c ^ eca «mm^ i atam ente
ù7atffaverso~me, t cieli narrano la gloria d i Dio 137, attraverso m e adora D io la _
ina~ attravfr^o me glpritirano Din | p steli*» attraverso me le~T«inC. Ié~piogge.
rugiade e tutta la reazione, attraverso me. adorano p p
i un re buono, che ha preparato con le sue mani per sé una corona adorna e
reziosa, tutti coloro che gli sono vicini con affetto salutano e onorano la coro-
a - non perché onorano l’oro e la perla ma perché onorano il capo di quel re
te sue sapientissime mani che hanno preparato la corona - ; così, o uom o, i

4i
popoli cristiani, quando salutano le im magini della croce o le icone, non tribu­
tano la venerazione al legno o alle pietre, all’oro o all’immagine corruttibile, al­
l ’urna o alle reliquie, ma, attraverso queste cose, a D io, che di esse e di tutte è
creatore, porgono la gloria, il saluto e la venerazione. L ’onore tributato ai suoi
santi, infatti, nassaa lini- Q uante volte uomini che avevano abbattuto ed oltrag'-
giato le immagini imperiali sòncTstati còndannati Ml^ésìrémò supplizio COmiTsé
avessero 'òìtr’àgj^ iió r^ n una tàvola m a lo stesso imperatore? Immàgine di Dio
im m agine di D io e ch e soprattutto ha accolto
ITnabltàziòriecIa parte dello Spirito-Santo, À buon diritt~o7'Hunque, onoro e vg-
neroH m m àgine dei servi di D io calorifico la dimora dello Spirito Santo. Ijuibi-
terò fralfiQfìrq. dice, e^Tanminero'aTXòró'fianco m . Si vergognino i Giudei^cHe,
pur adorando i re propri e stranièri1, chiarii affar i cristiani idolatri. Ma noi cristia­
ni in ogni città e regione, ogni giorno ed ora ci armiamo contro gli idoli, con­
tro gli idoli cantiamo e scriviamo, contro gli idoli e i dem oni preghiamo. E co­
m e mai i G iudei ci chiam ano idolatri? D ove son o ora i sacrifici di pecore, di
buoi, di figli, che loro recano agli idoli? D ove i fumi, gli altari, i profluvii di san­
gue? N o i cristiani non sappiamo né com ’è né cosa è né un altare né un sacri­
ficio. I pagani dedicavano templi e idoli ad uomini adulteri, assassini, impuri e
scellerati, e li facevano dèi; e non intitolavano certo un tem pio o un altare ai
profeti o ai santi martiri. Com e infatti gli Israeliti che si trovavano a Babilonia139
avevano strumenti, cetre ed altre cose di questo tipo, com e li avevano anche i
B abilonesi, e quelli erano per la gloria di D io m entre gli altri servivano alla
schiavitù dei demoni; così, per quel che riguarda le icone dei pagani e dei cri­
stiani, dobbiam o com prendere che quelli le adoperano per servire il diavolo,
noi, invece, a gloria e memoria di D io. Ed inoltre D io molti miracoli ci ha fatto
udire per m ezzo del legno, chiam andolo legno della vita e legno della cono­
scenza 14°; ed un’altra pianta, che chiamò sabek, la pose come segno di indul­
genza 14*. Poi, con una verga nascose il Faraone 142 ed aprì il mare, rese dolce
l ’acqua 143, esaltò il serpente 144, colpì una roccia e ne fece sgorgare acqua l45,
conferm ò la sacertà di Aronne con una verga piena di germogli davanti alla
tenda 14é. Perciò anche Salomone dice: benedite il legno con cui si realizza la giu­
stizia *47. Così anche Eliseo, lanciato un pezzo di legno nel Giordano, riprese
l’ascia, che era figura di Adamo, com e tirandola su dagli inferi148; così Eliseo or­
dinò al suo servo I di risuscitare con una verga il figlio della donna di Sunem l49.
E D io, che attraverso tanti pezzi di legno ha operato miracoli, non può, dimmi,
operare m iracoli anche attraverso il venerabile legno della santa croce? Se è
segno di empietà adorare le ossa, com e mai le ossa di Giuseppe furono traspor­
tate dall’Egitto con tutti gli onori 15°? E com e avvenne che un uomo morto, toc­
cando le ossa di Eliseo, risuscitò 151? Ma, se D io opera miracoli per mezzo delle
ossa, è chiaro che può farlo anche attraverso le immagini, le pietre e molte al­
tre cose. Infatti, neanche Abramo accettò di seppellire il corpo di Sara in un
sepolcro altrui ma volle seppellirlo in una tomba sua propria, in segno di ono­
re 152. Ed anche G iacobbe onorò D io attraverso una lapide, erigendola ed un­
gendola 1,}, in figura di Cristo, pietra angolare; ed ancora chiamò a testimone
contro Labano un mucchio di pietre 154. Ed è testimone anche Giosuè, figlio di
Nun, che innalzò un mucchio di dodici pietre in ricordo delle opere di Dio
Se, infatti, ci fossero nel tuo tempio quei due cherubini a far ombra sul propi­
ziatorio, cesellati, e venisse un pagano idolatra al tuo tempio che, al vederli,
biasimasse i Giudei perché anche loro venerano gli idoli, cosa avresti, dimmi, da
opporgli riguardo ai due cherubini fusi, ai buoi, alle palme, ai leoni che si trova-
no cesellati nel tem pio? N o n avresti niente di vero da dirgli, se non che non li
teniamo nel tem pio com e d èi ma teniam o n el tem pio questi cherubini in memo-
ria di Dio ed a sua gloria. Se dunque le cose stanno così, perche mi accusi per
le icone? Tu mi dici che D io ordinò a M osè di fare nel tempio oggetti scolpiti ,,f\
Ed io ti dico: ma anche Salom one, condotto via da lì, apprestò oggetti ancora
più numerosi nel tem pio 157, che D io non gli aveva ordinato e non stavano né
nella tenda della testim onianza né nel tem pio che Ezechiele vide per opera di
Dio 158; e per questo Salomone non fu condannato, giacché aveva costruito que­
ste forme a gloria di D io, com e anche noi. Ma anche tu, o G iudeo, avevi altri
oggetti in memoria ed a gloria di Dio: la verga di M osè, le tavole scolpite da ;
Dio, il rovo che bruciava senza consumarsi, la pietra arida da cui sgorgò acqua, 1
il vaso che conteneva la manna 159, l’arca, l’altare, la lamina con il nom e di D io 160, -'j
Yefod che rivelava il giudizio di D io 161, la tenda abitata da D io 162. O h, se tu un !
tempo ti fossi dedicato a queste cose, adorando ed invocando colui che è D io |
su tutte le cose, e ti fossi ricordato di Lui attraverso queste piccole im magini e ij
figure, e non avessi posto al di sopra delle tavole scolpite da D io il vitello e le i
mosche! Oh se anche tu avessi rimpianto il santo altare d ’oro anziché le gioven- |

ce, se Abramo adorò gli idolatri 165, se Mosè adorò l’idolatra Ietro 166, Giacobbe
il faraone e Daniele N abucodonosor? Se loro, che erano profeti e giusti, per
qualche beneficio ricevuto adoravano coloro che sulla terra erano idolatri, tu ti
scagli contro di me che venero la croce e le immagini dei santi, da cui ricevo da
Dio per mezzo loro molti beni? Chi teme il re non oltraggia suo figlio; e chi
teme Dio onora senz’altro e venera e adora, in quanto figlio di Dio, Cristo D io
nostro, e l’immagine della sua croce, e le raffigurazioni dei suoi santi; poiché a
Lui conviene la gloria, con il Padre e lo Spirito Santo, ora e sempre e per i
secoli dei secoli, amen.

[...]
Gregorio, devotissimo monaco ed egumeno del monastero di Or-
misda, portò un libro del santo Sofronio; presolo, Stefano, devotis­
simo monaco, lo lesse - del nostro reverendo padre Sofronio, arci­
vescovo di Gerusalemme, Encomio dei santi Ciro e Giovanni 167

Altri onorino in altri modi i santi, portando in trionfo in molti luoghi i loro
doni ed annunciando in molti modi i loro benefici: chi con la costruzione di
maestosi templi, chi con l’ornamento di marmi variopinti, chi con la composi­
zione di mosaici dorati, chi con splendidi artifìci di pittori, anche d’oro, chi,
ancora, con monumenti in argento, chi con drappi di seta; ed insomma tutti ga-
reggino nell’onorare i martiri, ciascuno come può e vuole, e si diano a vincer­
si a vicenda nel mostrare l’affetto che per i santi c’è nel loro cuore, nel porta­
re innanzi a sé ciò che non marcisce anziché ciò che è corruttibile, ciò che non
ha fine anziché ciò che è fugace. Questi uomini meravigliosi, infatti, sono soli­
ti ricompensare per tali cose i loro amici.

[...]
I Simeone, devotissimo monaco, presbitero ed egumeno della
regione, porse il libro; presolo, Niceta, devotissimo diacono e no­
tano della santa corte del patriarcato, lesse - del santo padre no­
stro Giovanni Crisostomo, Per la lavanda dei piedi 168

Tutte le cose furono fatte per la gloria di D io e per nostro vantaggio: le


nubi al servizio delle piogge, la terra per l’abbondanza dei frutti, i mari per la
prosperità dei mercanti: tutto serve te, o uomo, e, ancora di più, icona del Si­
gnore. Come, infatti, quando le effìgie imperiali vengono introdotte in città e ad
esse si fanno incontro fra le lodi capi e popolo, essi non onorano la tavola né la
pittura a encausto ma l’immagine dell’imperatore; così anche la creatura non
onora l’aspetto terreno ma venera la figura celeste.

Tarasio, santissimo patriarca, disse: i libri che sono stati letti pro­
vengono dal tempio dei santi Anargiri 1691 che si trova nella Città
imperiale veramente protetta da Dio; i chierici di là ce li hanno por­
tati ed hanno sentenziato che li leggessimo nel santo concilio.
H santo concilio disse: ed era necessario, o Signore, che venis­
sero letti, giacché ci sono stati portati per il vantaggio di tutti.
Pietro, devotissimo lettore e notario del santo patriarcato, lesse
- del santo Atanasio, dal Quarto discorso contro gli Ariani 170, il cui
inizio è -:

I folli Ariani, come sembra, scegliendo una volta di divenire apostati; e, po­
co dopo: questo principio lo si può comprendere in modo più immediato dal-
l’esempio dell’icona dell’imperatore. N ell’immagine dell’imperatore, infatti, si
trovano il suo aspetto e le sue fattezze, e l’imperatore ha lo stesso aspetto che
ha nell’icona; e la somiglianza dell’icona all’imperatore è assai stretta, sicché chi
guarda l’icona in essa vede l’imperatore ed anche chi guarda l’imperatore rico­
nosce che è colui che si trova in effìgie. Poiché la somiglianza è reciproca, a chi

44
vuol vedere l’imperatore attraverso la sua immagine, l’immagine potrebbe dire:
to e imperatore ^
che vedi in me lo vedi in.luiy ^ 3 u n c j|ue.
venera 1’immaginc, vegeta, incessa I’i a a ^ a i o i ^ ^ Ìa.m a.S rJM ^ y
il suo aspettq. — —

Tarasio, santissimo patriarca, disse: la natura stessa delle cose


insegna che l’onore tributato all’icona passa sul suo modello origi­
nale, come anche il dispregio; ed il Padre ha ora preso ad esempio
ciò che è stato letto.
Epifanio, diacono amatissimo da Dio della Chiesa di Catania e
delegato di Tommaso, devotissimo vescovo di Sardegna, disse: «gli
esempi vengono scelti fra le verità riconosciute; così, anche questo
padre ispirato da Dio ha scelto l’immagine dell’imperatore».
Niceta, devotissimo diacono e notario, lesse - del santo Basilio,
dai Trenta capitoli ad Anfilochio sullo Spirito Santo, capitolo dicias­
settesimo 171-:

Sul fatto che r,.di


due imperatori. Infatti, non si separa l’impero né si divide la gloria; e com e il
potére' dh'd'cl governa e la potestà è una, così anche la glorificazione che viene
da noi è una e non molte. Perciò l’onore tributato all’icona passa al suo modello
originale.

Giovanni, devotissimo presbitero e legato dei patriarchi orienta­


li, disse: il libro che abbiamo in mano lo abbiamo portato con noi
dall’Oriente, e chiediamo che venga letto.
Costantino, diacono e notario amatissimo da Dio, lesse I - del
santo Basilio, dal Discorso contro i Sabelliani, Ario e gli Anomei m ,
il cui inizio è -:
Il giudaismo combatte il paganesimo ed entrambi combattono il cristianesi­
mo; dopo un po’ dice: ma il discorso della verità è rifuggito da entrambi gli
opposti. Dove, infatti, uno è il potere, uno è anche ciò che deriva da esso; uno
il modello, una l ’immagine, il criterio dell’unicità non si corrompe. Perciò il
i Figlio generato dal Padre e che per natura riproduce in sé stessoil modello del
j padre, in quanto immàgine possiede Mdentita, m quanto essere gHWHRTFonser-
! va la^consustànzialita. Infatn, colui che nel foro appunta lo sguardo suITefifigie
imperiale è cKiafria imperatore quello che vede nell’immagine, non crede che gli
imperatori siano due, l’immagine e quello di cui l’icona è la raffigurazione) né
se, indicando colui che è ratfigurato nel quadro, dicesse: questo p iimperainr*
priverebbe il modeljo - cioq 1*impqrqtnre - dfl.£”n. appellativo dijjnperatore ma
rafforzerebbe ancora di più l’atto di onore nei cubi confronS attraverso la pro-
fessiorre t rlbtim a 'àHTmmagine.

Giovanni, devotissimo monaco e legato dei patriarchi orientali,

45
disse: quel preteso sinodo bofonchiò che chi venera l’immagine di­
vide Cristo in due; e che chi guarda le immagini e dice e scrive
questo è Cristo, divide Cristo: ciò è privo di senso. L’ispirato Basi­
lio, che è illuminatore e maestro della Chiesa di Dio, istruito nelle
cose divine dallo Spirito Santo, disse: «l’onore tributato all’icona
passa al suo modello originale; e chi fissa lo sguardo sull’immagine
dell’imperatore, vede in essa l’imperatore; e chi la venera, non ve­
nera o vede due imperatori ma un solo imperatore»; disse infatti il
padre splendidamente che «si dice imperatore e immagine dell’im­
peratore e non due imperatori, sicché chi venera l’immagine o dice
questo è Cristo Figlio di Dio, non commette peccato. E chiaro che
Cristo è il vero Figlio di Dio e siede sullo stesso trono con il Padre
nei cieli con il suo proprio corpo; ma, attraverso l’immagine che
appare per mezzo dei colori, è venerata la sua potenza ed e glori­
ficata e gìungl2mb al ricordo della sua DrèsenzFsufeTeffa»7'E^5'er
questo il padre~Ka spiegato che~non sono due gli atti di venerazio­
ne ma uno, rivolto all’immagine ed. al. modello di cui essa è imma­
gine.
-U ]
I Teodoro, reverendissimo vescovo di Catania, consegnò un libro;
Gregorio, diacono da Dio amatissimo della chiesa dei santi e
lodatissimi Apostoli, presolo lesse - del santo Basilio, dal Discorso
in onore del beato Barlaam martire 173, che inizia così -:
Prima la morte dei santi; poco dopo dice: alzatevi ora, o illustri pittori dei
successi degli adeti, e magnificate con le vostre arti l’immagine rimpicciolita del
soldato, illuminate con i colori della vostra sapienza l’incoronato di cui io ho
scritto oscuramente; uscirò vinto da voi con la pittura delle vittorie del marti­
re, e gioisco, sconfìtto oggi da una tale vittoria della vostra forza; vedrò la mano,
mentre presso il fuoco con gran cura da voi il combattimento si dipinge, vedrò
più luminoso il lottatore dipinto sul vostro quadro. Piangano i demoni, anche
adesso colpiti dalle eroiche imprese del martire; sia mostrata ancora la mano
bruciata da loro, e vincente; e sia dipinto nella tavola anche l’arbitro dei com­
battimenti, Cristo, al quale sia gloria nei secoli, amen.

I Cosma, da Dio amatissimo diacono e cubuclésio, lesse - Let­


tera di Gregorio, santissimo papa di Roma, a Germano, santissimo
patriarca di Costantinopoli 174-:
Quale e che gioia mai ha saputo rallegrare il mio animo come il lieto annun­
zio su di te, che sei veramente per me nome ed ornamento mirabile e veneran­
do, o uomo santificato e guidato da Dio? Così, infatti, anche poco fa, evange­
lizzato dalla tua onorabile lettera, ho esultato e si è infiammato il mio spirito per
la grande gioia; poi, levati gli occhi al cielo, ho reso grazie a Dio, signore dì
tutte le cose, che così ha disposto anche adesso, che con voi opera sino alla fine

46
e conduce ogni vostra cosa alla luce. Questo, infatti, mi è presente anche nel­
la preghiera, notte e giorno, e mai mi allontanerò da questo desiderio; mi pre­
sento a Cristo senza timore. Rende testimonianza per me al mio discorso, o
uomo lodevole ed amato da Dio, il ricordo ogni ora evocato della vostra virtù.
E poiché questo ricordo è sempre vivo in me e non riesco a sopportare il do­
lore di partorir parole dalle mie labbra, sono venuto di nuovo a parlarti attra­
verso una lettera. E mio dovere, infatti - il più importante di tutti i miei doveri
- chiamarti, te che sei mio fratello, difensore della Chiesa, e così salutarti e lo­
dare le cause delle tue lotte. E se anche qualcuno potrebbe dirle come convie­
ne. le gridi piuttosto colui che adesso ne paga il fio 175, che ha cambiato le tue
avversità in buona sorte, grazie ai tuoi successi, il precursore dell’empietà: poi­
ché, infatti, credeva, al modo di colui che era caduto dal cielo 176, di poter in­
solentire ed insieme prevalere sulla pietà, giace incatenato dall’alto, ingannato
nella sua speranza. Eppure sentiva dalla Chiesa ciò che anche il Faraone, tiran­
no egizio d'un tempo, aveva detto, secondo quanto di lui canta Mosè: «disse il
nemico: lo prenderò, dopo averlo inseguito, dividerò il bottino e se ne sazierà la
mia anima» 177. Gridava queste cose anche il diavolo stesso, mentre risuonava ri­
spondendogli la profetica I maledizione: «perciò Dio ti demolirà alla fine, ti
spezzerà e ti strapperà dalla tenda e ti sradicherà dalla terra dei viventi» 17S.
Così quello, deluso insperatamente nei suoi tentativi di compiere ciò che spera­
va, perì per la durezza della vostra celeste battaglia, allorché si esaurì la lotta or­
dita dal basso contro Dio dall’apostata, e poco mancava che fosse trascinata al­
l’estrema rovina l’arroganza nemica di Cristo. Così fu confermato su di lui il
detto della Scrittura: «l’arco dei forti si è allentato e i deboli sono rivestiti di po­
tenza» 17\ giacché un nulla è stata resa, di fronte alla debolezza di Dio, la forza
della sfacciataggine dei suoi nemici, e fu detto: «il mondo combatterà con Dio
contro gli insensati» 18°. Forse tu, uomo santo, che combatti unito a Dio, non
muovi contro gli atei che sono contro Dio, che hanno trovato Colui che in mo­
do invisibile combatte o, cosa che meglio corrisponde al vero, lotta insieme con
Dio e volge in fuga i nemici, quando hai cominciato il combattimento così come
Dio stesso ti ha mostrato; ordinando, cioè, di condurre avanti all’esercito schie­
rato il veramente glorioso ed insigne labaro della regalità di Cristo, la croce
vivificante voglio dire, il grande suo trofeo nella lotta contro la morte, con cui
tracciò in quattro direzioni i confini del mondo, punteggiandolo di annunci; e
la santa immagine della Signora di tutte le cose e madre veramente immacola­
ta di Dio, il cui volto i ricchi del popolo invocano? Infatti è santa, come i pa­
dri credono, essa che, così da voi onorata con pietà, ha reso ricompense, giac­
ché l'onore tributato all’icona passa al suo modello, secondo il grande Basilio. Ed
è pieno di pietà anche il soggetto delle venerande icone, come dice il Crisosto­
mo m: io amai anche la pittura ricoperta di cera, ricolma di pietà; vidi infatti in
un 'icona un angelo che respingeva nugoli di barbari, e Davide che veracemente
diceva "Signore, nella tua città annienterai la loro immagine'’ 182. E la Chiesa non
ha sbagliato in alcun modo, sebbene si sia creduto così (che D io perdoni), né
la nostra tradizione è conforme al rituale pagano - non sia mai! - se anche del­
l’intenzione della cosa si tiene conto in qualche modo e non si considera soltan­
to ciò che viene fatto lw. Infatti, neanche nella città di Paneade era ripudiata,
dall’emorroissa piamente mossa al ricordo del miracolo avvenuto su di lei,
un’erba, quando cresceva, ai piedi della statua che lei aveva innalzato su di una
colonna nel nome del Signore nostro IM: ed era straniera all’aspetto, sconosciu­
ta, a disposizione di tutti, rimedio di malattie d’ogni tipo per condiscendenza e
bontà di Dio stesso, salvatore nostro. Ed una simile ispirata erezione di una

47
statua è meglio considerarla secondo la legge, sebbene più in rilievo delle sta­
tue e più importanti dell’ombra siano la Grazia e la Verità. Per questo l’assem­
blea dei santi consegnò alla Chiesa per volontà di Dio, come grandissimo fon­
damento di salvezza, questa conclusione: che « alla vista di tutti ed in varie me-
trnlanyp di rnlnri sia innalzata su una colonna la venerabile e ~sànta figura, se
condoTumana natura, di Colui che toglie il peccato del mondo, comprenden­
do noi, attraverso di essa, la sublimità dell’umiliazione del Verbo di Dio, con­
dotti per mano dal ricqrdQ..della_sua vita nella came. deUa sua passione, della
sua morte salutar.e.e.daLriscatto.del.mondo così rea lizza to si» ^ -, e qùéstò'non
discorda in nulla I dalle cose divine. Se, infatti, le proclamazioni profetiche non
hanno avuto compimento, non si dipingano soggetti che mostrano ciò che non
è avvenuto ancora. E cioè: se il Signore non si è incarnato, non si dipinga la sua
santa immagine .secondo l^ càf n ^ s F n'dn Fu partorito à Béiflemme dalla gTòrio-
sjs5&na-verp’iry M adrasi i )ip, e i jdagi non portarono^don^nFappirve^aT
l'altoj'anjeTrTai pastori, né una moltitudine delTSerafo“célèsfé mnéggro*àTnucT
vo nato; se Colui che porta sulle spalle l’universo non era portato tra le braccia
dalla madre come un bambinello, se non ricevette nutrimento di latte Colui che
dà nutrimento ad ogni vita, neanche questo si dipinga; se Colui che governa
sulla vita e sulla morte non era stato accolto tra le braccia da un vecchio l86, se
Lui, che era Signore di tutte le cose, non era stato fatto conoscere ed annunzia­
to da quello, e supplicato di lasciare che andasse, se non era andato in Egitto
per disegno divino su di una nube leggera, la madre tutta luce e forte in bon­
tà e santità, Lui che siede nell’alto; e se non ritornò poi dall’Egitto, ed abitò a
Nazaret: ebbene, che tutte queste cose non siano dipinte con i colori. Se non ha
risuscitato cadaveri, se non ha rialzato paralitici, se non ha concesso purificazio­
ne ai lebbrosi, né ridato gli occhi ai ciechi, resa sicura la lingua ai blesi, rinvi­
gorito il passo degli zoppi e scacciato i demoni; se non ha aperto gli occhi ai
ciechi, se non ha compiuto tutti questi atti straordinari e realizzato segni divi­
ni: che non vengano dipinti; se non ha accolto spontaneamente la passione, se
non ha spogliato gli inferi, se risuscitato non è salito in cielo, Lui che verrà per
giudicare i vivi ed i morti: che non si scrivano né si raffigurino le storie e le
pitture che attraverso lettere o colori narrano questi fatti. Ma se tutto questo è
accaduto - ed è grande il mistero della pietà - magari il cielo, la terra, il mare,
tutti i viventi e le piante e qualunque altra cosa, magari potessero raccontare
questi fatti con la voce, con le lettere, con le pitture! La raffigurazione delle
cose che non sono, infatti, è detta_pittura immaginaria - e quelle cose le concepì
anche l’invenzione pagana, cianciando la creazione delle cose che mai giunsero
all’esistenza; certamente la Chiesa di Cristo non condiscende per nulla agli idoli
(non sia mai!). Infatti, non abbiamo adorato giovenche, non abbiamo fuso un
vitello sul Coreb, né abbiamo considerato Dio la creazione; e ancora, non ci
siamo prostrati a cosa scolpita, non siamo stati iniziati a Belfagor, non abbiamo
celebrato iniziazioni con sacrificio di bambini né occulti misteri, non abbiamo
sacrificato mai ai demoni i nostri figli e le nostre figlie, sicché a noi si potessero
riferire le parole che Salomone rivolse agli idolatri. Infatti, abbiamo mai arros­
sato la terra di sangue? O abbiamo forse costruito un’immagine nel tempio, che
raffigurava un idolo tetramorfo, e l’abbiamo adorata? Abbiamo mai dipinto sul
muro del tempio orrendi idoli di volatili e bestiame? O ancora, Ezechiele ci
vide piangere Adone od offrire incenso al sole 187? Di costoro dice l’Apostolo:
servirono lg che il creatore 18g. O forse abbiamo innalzato im­
magini delle due prostitute in Egitto, Oolà ed Olibà 1W, e le abbiamo adorate?
O abbiamo offerto sacrifici a Bel in Babilonia ,9°, o a Dagon in Palestina, o ci

48
siamo prostrati agli altri dèi delle genti? No, no, non è stato così. I Nessuno ci
accusi, perché di tutte le cose che sono e che sono state create nessuna, eccet­
to la santa e vivificante Trinità, fino ad oggi né adorò né servì - non sia mai! -
il nome che è sopra ad ogni altro nome, il popolo di Cristo. Chiaro è, infatti, il
carattere dell’idolatria e per i Cristiani che venerano Dio oggetto di adorazione
è il Signore di tutte le cose. E se qualcuno, mosso come i Giudei all’accusa, ci
considera colpevoli di ciò di cui furono un tempo accusati gli idolatri, ed affib­
bia alla nostra Chiesa l’accusa di idolatria, per l’ispirata e mirabile guida delle
venerabili icone alle cose più grandi: ebbene, sia considerato nient’altro che un
cane che latra. E come scagliato lontano da una fionda, ascolti come un Giu­
deo: magari Israele, attraverso le cose visibili, cui era stato messo a capo, avesse
rivolto a D io l’adorazione, si fosse ricordato del Creatore attraverso i suoi sim­
boli e non avesse mantenuto al di sopra delle tavole del patto il vitello e le mo­
sche! Magari avesse amato di più il santo altare che le giovenche di Samaria!
Magari avesse potuto rivolgersi alla verga di Aronne anziché ad Astarte! Sareb­
be stata cosa buona e giusta per lui abbracciare la roccia che per prodigio di
Dio stillava acqua, anziché Baal! Oh se avesse guardato piuttosto alla verga di
Mosè, all’urna d’oro, all’arca, al propiziatorio, alla lamina, alì ’e/od, alla tavola,
alla tenda interna ed esterna - cose tutte che sono per la gloria di Dio, se an­
che sono manufatte, e tuttavia erano dette santo dei santi - ! Se avesse guardato
ai cherubini scolpiti, in memoria dei quali l’Apostolo dice: i cherubini della glo­
ria, che fanno ombra al luogo dell’espiazione 191 - e dalla Scrittura impariamo che
è da essi che anche la gloria divina è portata - se ad essi si fosse rivolto, non si
sarebbe prostrato agli idoli. Ogni opera, infatti, che è fatta nel nome del Signore
è preziosa e santa. Ma che bisogno c e di allungare ancora questa lettera? E, per
di più, una lettera indirizzata ad un uomo gradito a Dio, vaso scelto per Dio,
che ha ricevuto la grazia dello Spirito, capace di scrutare le profondità dei di­
vini dogmi e, con la guida di Dio, di giungere con la mente in cima all’altezza
della conoscenza? Ma basta così, torniamo al nostro proposito, ammirando, o
santissimo, le grandi opere della tua propugnatrice e Signora di tutti i Cristia­
ni, ammirati di come tu stesso ti sia rivelato in ogni cosa da lei guidato, salva­
to, fortificato contro i nemici. Ma quelli, però, che da tempo la oltraggiavano
come ubriachi, hanno trovato un avversario forte tanto quanto il nemico che
avevano: e in questo non c’è nulla di cui meravigliarsi. Se, infatti, Betulia fu
salvata per mano di Giuditta, donna israelita, la cui opera fu la rovina di Olo­
ferne e che dai suoi contemporanei fu proclamata salvezza di Israele; come al­
lora potrebbe avvenire che, a maggior ragione, la tua mirabile santità, che conta
su di una tale alleata, non abbia ragione dei nemici della fede e non incoroni
con la vittoria chi le è soggetto? Ma per le suppliche di Lei e di tutti i santi,
Dio nostro potente in battaglia, forte e magnanimo, che ti condusse più di Giu­
seppe come un gregge, ti custodisca, o santissimo, per lunghi anni, te che be­
nefichi tutta la società cristiana, che guidi e stimoli tutti a conformarsi alla di­
vina legge ed a conservare il deposito che abbiamo ricevuto dai padri, I che ri­
chiami coloro che per un po’ hanno agito senza giudizio. La nostra gioia sia
continua e l’utile e il vantaggio comuni, o santissimo e amabile per i Cristiani
tutti.

Tarasio, santissimo patriarca, disse: cercando di eguagliare Pie­


tro, il divino apostolo, anche questo padre beato ci ha cantato da
Roma la verità.

49
Varie terza

Il monaco Stefano lesse - dalla Disputa fra un giudeo e un cri­


stiano 192

Il giudeo disse: «m i sono convinto in tutto, e credo in Gesù Cristo crocifis­


so, che lui è il figlio del D io vivente; ma mi scandalizzo di voi, o cristiani, per­
ché venerate le icone. La Scrittura, infatti, ordina senza riserve di non farsi nes­
sun oggetto scolpito né alcun ritratto». Il cristiano disse: «le Scritture ti ordina­
no di non adorare un dio nuovo, e di non adorare come dio nessun simulacro.
1Te icone rhe vpdi infatti, vengono dipinte per ricordare la salvezza per amore
dell’uomo del salvatore nostro G esù Cristo, poiché esse rappreséritancTirvoItcT
della sua incarnazione. Le immagini dei santi, invece, allo stesso m odo ra
ràno gif agóni d i ‘c iascuno fll lo ro contro il diavolo, le lo r o v ittore e Te loro
corònenSTon^“ché’^ risria n i, com e credi tu, le adorino divinizzandole; ma, in­
fiammati di zelo e t e S ^ c o n t e mplano le immagini dei santi ricordando la lorcT
— ■■.-unii ir i in j.miui-Uwn -Ji" V W I T| 'T -----------r ^ l T — ^ i»r r i -------'~
p tét^ r^lQ óf^itaoio; invocano il D io dei santi, dicendo: “benedetto sei tu, o
Dio di questo santo e t u t t i i santi, che hai dato à loro k sop ^ r t kziorié e li
hai fattid eg n i d ^ t i ^ f e g n o :' fàcTcY partecipi delìafórcT Sorter'S'per^TòPS^fé-
^ÌéTé"^Ivaa C o n t^ p la n d o e adorando l’immagine del Salvatore, rendiamo
grazie con occhi spirituali e con lo sguardo del cuore a Dio, signore di tutte le
cose, che ha accettato, sotto forma di servo, di prendere su di sé l’uomo, di
salvare il m ondo e di rendersi uguale a noi in tutto, fuorché nel peccato. Non
adoriamo o veneriamo, dunque, l ’icona di legno o la pittura, ma glorifichiamo
il signore di tutte le cose, Cristo D io. Piuttosto, ti mostrerò, o fratello, che an­
che Mosè, che ha legiferato per te su queste cose, ordinò, come sta scritto l9J,
e fece costruire due serafini scolpiti, svolazzanti sopra la tenda della testimo­
nianza da un lato e dall’altro; e in essa non doveva entrare nessuno, se non il
solo sommo sacerdote una volta all’anno per offrire incenso al santo dei santi.
Allo stesso m odo, creando il serpente di bronzo fuso e sospendendolo al cen­
tro dell’accampamento, diceva: “Chiunque è stato morso da un serpente, guardi
a questo serpente di bronzo e creda che questo serpente è capace di guarirlo,
e sarà guarito” m . Vedi com e Mosè, che ordinava di non fare simulacri, i simu­
lacri li faceva?».

Giovanni, devotissimo monaco, presbitero e legato dei patriar­


chi orientali, disse: ecco, con chiarezza i sacratissimi Padri nostri
dicono che sono coloro che negano la dispensazione nella carne di
Cristo Dio nostro, che rigettano le sante icone, e cioè gli Ebrei e i
Samaritani; sicché coloro che rifiutano le icone sono simili a que­
sti.
Il santo concilio disse: lo sono!
Il diacono Epifanio, che parlava a nome di Tommaso, vescovo
di Sardegna, lesse - dai Viaggi apocrifi dei santi Apostoli 195

Il pittore, frattanto, dopo averne disegnato lo schizzo, il primo giorno, si


ritirò. Il secondo giorno lo colorò, e ne diede il ritratto a Licomede festante l%.
Questi lo prese e lo collocò nella sua camera da letto, circondandolo di festo­
ni. Giovanni, però, quando più tardi lo seppe, gli fece osservare: «figlio mio
caro, che cosa fai quando passi dal bagno ed entri solo nella tua camera? Non
prego io con te e con gli altri fratelli? E che cosa ci nascondi?». E così dicen­
do e scherzando entrò con lui nella camera da letto. Lì trovò il ritratto inghir­
landato di un vecchio, con dinanzi ceri ed un altare. Lo chiamò e gli disse: «Li­
comede, che cosa significa per te I questo ritratto? E forse uno dei tuoi dèi colui
che è dipinto? Vedo dunque che tu vivi ancora in m odo pagano!». Licomede
gli rispose: «il mio D io è solo colui che mi ha risuscitato dalla morte insieme
alla mia consorte. Se poi si devono chiamare dèi, dopo quel Dio, anche i nostri
benefattori, tu lo sei, padre, che io ho fatto dipingere nel ritratto, che io inghir­
lando, bacio e venero come colui che è diventato la mia buona guida». Giovan­
ni, che non aveva mai visto il suo volto, gli disse: «tu mi prendi in giro, figlio
mio: sono davvero così, per il tuo Signore? E come mi puoi convincere che il
ritratto mi rassomiglia?». Allora Licomede gli recò uno specchio. Si guardò allo
specchio e considerò il ritratto, quindi soggiunse: «com e vive il signore Gesù
Cristo, il ritratto mi rassomiglia; cattiva è stata però la tua azione».

[...]
I Tarasio, santissimo patriarca, disse: riflettiamo! Tutta quest’ope­
ra è contraria al Vangelo!
E il santo concilio disse: sì, o signore; infatti chiama apparenza
l’incarnazione 197.
Tarasio, santissimo patriarca, disse: in questi Viaggi sta scritto
che non mangiava, non beveva, non toccava terra con i piedi, affer­
mazioni simili a quelle dei Fantasiasti198; ma nel Vangelo, di Cristo
sta scritto che mangiava, che beveva e che i Giudei di lui dicevano:
«che uomo vorace e beone!» 199 E se, come hanno favoleggiato,
non calcava terra, come mai è scritto nel Vangelo 200 che Gesù, stan­
co del viaggio, si sedette vicino al pozzo?
Costantino, reverendissimo vescovo di Costanzia di Cipro, dis­
se: questo libro è quello che contiene quel loro preteso sinodo.
Tarasio, santissimo patriarca, disse: tutto ciò è ridicolo!
Teodoro, vescovo, da Dio amatissimo, di Catania, disse: ecco il
libro che ha distrutto l’abito della santa Chiesa di Dio!
L .] _
II santissimo patriarca disse: sono state mostrate le opere di
Eusebio, ed attraverso la voce dei padri si è visto che sono estranee
alla Chiesa universale 201.
Demetrio, piissimo diacono e skeuophylax ^ amatissimo da Dio,
lesse - dalla Storia ecclesiastica di T eodoro L ettore A>? —:

Un Persiano di n o m e X en aiad e 204, ch e C alen d ìon e, al tem p o d el su o m ini­


stero, aveva scoperto ad adulterare i d ogm i d ella C hiesa e a portare scom p iglio
nei villaggi, era stato da lui cacciato via dalla regione. L e m o lte co se su d i lu i
che io so per averle sentite da diverse persone, le dirò qui per som m i capi. F u g­
gendo il proprio governatore della region e d ei Persiani (si recò in quella idei R o­
mani); e dopo un p o ’ dice: P ietro lo m and ò al p o sto di Ciro co m e v escovo della
Chiesa di Ierapoli. N o n m olto tem p o d o p o , i vescovi ch e venivano dalla P erside
lo accusavano di essere u n o schiavetto e, per giunta, privo del divino battesim o.
Sapute queste co se, P ietro, in cu ran te di ciò c h e sareb be stato n ecessario fare,
disse che gli bastava la con sacrazion e ep iscop ale per supplire alla d ivina inizia­
zione.

Stefano, diacono e n o tan o del venerabile patriarcato, lesse —dal­


la Storia ecclesiastica di G iovanni D iacrinom eno 205—:

Xenaiade diceva c h e n o n è co n fo rm e alTordìnam ento d ivin o attribuire un


corpo agli angeli, ch e so n o in co rp o rei, n é raffigurarli corp orei, d otati q u asi d i
forme umane. I Inoltre, d iceva d i n o n essere n ean ch e con vin to ch e l’im m agin e
di Cristo, prodotta attraverso la p ittu ra, trib utasse a L u i o n o re e gloria; e d i
sapere che l’u n ica a d o ra zio n e a L u i grad ita è q u ella in sp ìrito e verità E
dopo un p o ’ dice: d iceva d i sap ere an ch e c h e era proprio d i un an im o p u erile
rappresentare co n l ’im m agin e d ella co lo m b a il san tissim o e ad orab ile S p irito,
specie perché in n essun lu o g o le scritture evan gelich e ci han n o tram andato c h e
lo Spirito Santo d iv en n e co lo m b a , b e n sì c h e una v o lta sì v id e so tto form a d i
colomba 207, ed apparve co sì u n a volta so la p er la su a provvid en za e n o n nella
sua sostanza, sicch é in n essu n caso era u n b en e c h e i fed eli facessero u n ’im m a­
gine corporea. F ilo ssen o , ch e in segn ava q u este co se, univa p o i alla dottrina an­
che la pratica: d ep o n en d o , infatti, da m olti lu o g h i ic o n e d i angeli, le d istru gge­
va, e quelle che raffiguravano C risto le conservava in lu ogh i inaccessibili.

Tarasio, santissim o p atriarca, disse: ascoltiamo, santi uomini: co­


loro che non accolsero le v en erab ili icone fu ro n o n o n battezzati.
Manichei, p redicatori della m era apparenza della dispensazione dì
Cristo; e dalle loro nefandezze p resero le m osse i propugnatori del­
l’eresia anticristiana.
Saba, devotissimo egum eno del m onastero di Studion. disse: ren-
diamo grazie'a D io ed aUram o rev~ole |proposito elei n o stn \T rtu o st
signori, poiché i falsi tu to ri d ì quel falso s f o c io sonó^statTsconfìtti
insieme con gli eretici ebe c o n v i v e v a n o le lo ro posizioni.
santo concilio disse: A natem ajsu di loro!
Antonio, devotissimo monaco, lesse - dalla Petizione consegna­
ta al santo concilio, riunitosi in questa imperiale città 208 contro Se­
vero, eretico ed acefalo 209, dai chierici e dai monaci della santa Chie­
sa di Dio della megalopoli di Antiochia, il cui inizio è

Ora, infine, è giunto il tempo, o beatissimi; e dopo un po’ dice: cosa osò
fare, santissimi, ed in qual modo, intorno alle fonti di Dafne, servendosi lì stesso
di arti magiche e placando i demoni con incenso I sudicio, lo canta tutta quel­
la città. Non risparmiò nemmeno i loro santi altari, né i sacri vasi, gli uni facen­
doli levigare perché sacrileghi, gli altri facendoli fondere e distribuire ai suoi
compagni. Ed osò anche questo, beatissimi: delle colombe d’oro e d’argento che
raffiguravano lo Spirito Santo, appese sopra i sacri fonti battesimali e sopra gli
altari, si appropriava insieme con altri, dicendo che non era opportuno chiama­
re lo Spirito Santo sotto forma di colomba.

Tarasio, santissimo patriarca, disse: se i padri accolsero le co­


lombe poste sopra gli altari in nome dello Spirito Santo, a maggior
ragione accettarono le icone del Verbo Incarnato, che apparve sulla
terra con un corpo. Ma credetemi: anche Anastasio 210, che gover­
nò Costantinopoli, si appropriò delle colombe d’oro e d’argento
per proprio utile, come fece Severo.
Stefano, diacono amatissimo da Dio, notario e referendario2U,
lesse - di Giovanni, vescovo di Gabala, Sulla vita e la condotta del­
l'eresiarca Severo 212, il cui inizio è

Se Severo avesse voluto, anche della sua vita; e poco dopo dice: e non lasciò
libero da offese neanche l’onore degli angeli; anzi faceva sempre lunghi discor­
si dall’altare e continuamente cercava di convincere il popolo, nel tempio del
santissimo Michele, del fatto che agli angeli non spettavano vesti purpuree ma
bianche; pur non ignorando che alle sante potenze non importa di alcun vesti­
to, cercava di portare anche così la divisione, e di aizzare molti l’un contro l’altro,
coloro che pensavano così contro coloro che invece avevano opinione diversa.

Tarasio, santissimo patriarca, disse: consideriamo che, oltre al


resto, gli fu addebitato anche l’aver detto che agli angeli non spet­
tano vesti purpuree e che sono vestiti di bianco.
Demetrio, diacono amatissimo da Dio e skeuophylax, disse: nella
santa Grande Chiesa di Costantinopoli, quando vi fui mandato co­
me skeuophylax, esaminai il registro e scoprii che mancavano due
libri con immagini miniate in argento: indagando scoprii che gli
eretici li avevamo bruciati gettandoli nel fuoco; trovai anche un al­
tro libro del chartophylax 213 Costantino, contenente scritti sulle
venerande icone: i fogli in cui c’erano i brani a proposito delle ico­
ne, questi traditori li avevano tagliati; ecco, è il libro che ho in ma­
no e lo mostro al santo concilio.

54
E lo stesso Demetrio, aprendo il libro, mostrò a tutti che i fo­
gli erano stati tagliati via.
Leonzio, devotissimo a secretis 214, disse: in questo libro c’è an­
che un’altra cosa che stupisce: come vedete, infatti, è composto an­
che di lamine d ’argento, adornate da entrambi i lati con le immagi­
ni di tutti i santi; e, lasciando da parte l’oggetto specifico, le imma­
gini cioè, hanno tagliato via gli scritti sulle immagini che cerano
dentro: è demenza al massimo grado.
Il santo concilio disse: anatema contro coloro che hanno tagliato
e tramato insidie!
Leone, santissimo vescovo di Focia, disse: questo I libro ha per­
duto i fogli; ma nella città in cui abito hanno bruciato nel fuoco
più di trenta libri!
Saba, egumeno di Studion, disse: è tipico dei ciechi, o signori,
non vedere la luce; per questo loro, che sono ciechi nell’anima, fu­
rono ottenebrati.
Demetrio, diacono e skeuophylax amatissimo da Dio, lesse - di
Costantino, diacono e chartophylax della santissima Grande Chiesa
di Dio in Costantinopoli, dal "Panegirico per tutti i santi martiri215,
che inizia così -:

Le festività di Cristo; e poco dopo dice: dissero i giudici: «credete dunque


che noi ci facciamo la salvezza di bronzo e pietra e non che volgiamo lo sguar­
do ad una qualche forza provvidenziale che abbraccia tutto, dalla quale ci viene
il sommo bene?». E i martiri dissero: «e com’è che, dopo che pittori e sculto­
ri apprestano una moltitudine di simulacri, dando loro forme svariate, e li affig­
gono alle pareti dei templi, sono proprio questi che voi venerate con incensazio­
ni, chiedendo loro la soluzione di ciò che è insolubile? E da voi, ciò che i tiran­
ni hanno fatto e che voi chiamate divino, non lo raffigurate in immagini? Per­
ché dunque ci insultate, voi che siete attaccati alle stesse pratiche con ancora
maggiore superstizione? Se dunque di fronte a noi, o giudici, riprovate in modo
irrefutabile la pittura di immagini, ebbene noi vi libereremo dall’errore e dal­
l’ambiguità a questo proposito - dissero i martiri - infatti, noi non raffiguriamo
con forme e figure la divinità, che è semplice ed inafferrabile, né vogliamo ono­
rare con la cera e con il legno la sostanza che è al di là di ogni essere ed a tutto
preesiste; ma, da quando il primo uomo decadde per la sua trasgressione e fu
annientata la potenza ribelle e sfrontata, la natura aveva bisogno di colui che
l’avrebbe risollevata; non era capace, infatti, sprofondata sin dal principio, di
riprendersi dalla sconfitta con una nuova lotta e di ridarsi alla battaglia, dal
momento che il nemico stava sopra a ciò che era caduto; né era possibile che
strappasse la vittoria al tiranno, se non con una seconda lotta. Lo stesso crea­
tore della propria creazione, éhp éj l Flirt Uno, Verbo, della_Xrinità. cotPe nel-
l’antica creazione della namra-«or^vevH-po9*a.accanto_a_gé nessun aiutante,
così neanche adesso, nel restaurare l’immagine corrotta, affidò ad un altro l’in­
carico di riguadagnarci a lui, ma servendosi della sua propria potenza, da uomo
prese su di sé le lotte per noi. Questo infatti conveniva: che nella lotta agisse in
E lo stesso Demetrio, aprendo il libro, mostrò a tutti che i fo­
gli erano stati tagliati via.
Leonzio, devotissimo a secretis 214, disse: in questo libro c’è an­
che un’altra cosa che stupisce: come vedete, infatti, è composto an­
che di lamine d ’argento, adornate da entrambi i lati con le immagi­
ni di tutti i santi; e, lasciando da parte l’oggetto specifico, le imma­
gini cioè, hanno tagliato via gli scritti sulle immagini che c’erano
dentro: è demenza al massimo grado.
Il santo concilio disse: anatema contro coloro che hanno tagliato
e tramato insidie!
Leone, santissimo vescovo di Focia, disse: questo I libro ha per­
duto i fogli; ma nella città in cui abito hanno bruciato nel fuoco
più di trenta libri!
Saba, egumeno di Studion, disse: è tipico dei ciechi, o signori,
non vedere la luce; per questo loro, che sono ciechi nell’anima, fu­
rono ottenebrati.
Demetrio, diacono e skeuophylax amatissimo da Dio, lesse - di
Costantino, diacono e chartophylax della santissima Grande Chiesa
di Dio in Costantinopoli, dal Panegirico per tutti i santi martiri215,
che inizia così -:

Le festività di Cristo; e poco dopo dice: dissero i giudici: «credete dunque


che noi ci facciamo la salvezza di bronzo e pietra e non che volgiamo lo sguar­
do ad una qualche forza provvidenziale che abbraccia tutto, dalla quale ci viene
il sommo bene?». E i martiri dissero: «e com’è che, dopo che pittori e sculto­
ri apprestano una moltitudine di simulacri, dando loro forme svariate, e li affig­
gono alle pareti dei templi, sono proprio questi che voi venerate con incensazio­
ni, chiedendo loro la soluzione di ciò che è insolubile? E da voi, ciò che i tiran­
ni hanno fatto e che voi chiamate divino, non lo raffigurate in immagini? Per­
ché dunque ci insultate, voi che siete attaccati alle stesse pratiche con ancora
maggiore superstizione? Se dunque di fronte a noi, o giudici, riprovate in modo
irrefutabile la pittura di immagini, ebbene noi vi libereremo dall’errore e dal­
l’ambiguità a questo proposito - dissero i martiri - infatti, noi non raffiguriamo
con forme e figure la divinità, che è semplice ed inafferrabile, né vogliamo ono­
rare con la cera e con il legno la sostanza che è al di là di ogni essere ed a tutto
preesiste; ma, da quando il primo uomo decadde per la sua trasgressione e fu
annientata la potenza ribelle e sfrontata, la natura aveva bisogno di colui che
l’avrebbe risollevata; non era capace, infatti, sprofondata sin dal principio, di
riprendersi dalla sconfitta con una nuova lotta e di ridarsi alla battaglia, dal
momento che il nemico stava sopra a ciò che era caduto; né era possibile che
strappasse la vittoria al tiranno, se non con una seconda lotta. Lo stesso crea­
tore della propria creazione, che ^JLXldaJUnOj^erbo^ della .Trinità, come nel­
l’antica creazione della.xiarur»-Bon-avcvar'po9tG-accanto a j é nessun aiutante,
così neanche adesso, nel restaurare l’immagine corrotta, affidò ad un altro l’in­
carico di riguadagnarci a lui, ma servendosi della sua propria potenza, da uomo
prese su di sé le lotte per noi. Questo infatti conveniva: che nella lotta agisse in
modo appropriato. Poiché, poi, ciascun combattente sconfìgge l’avversario in tre
modi diversi, o in uno di essi, e cioè con l’inganno, con la legge o con la tiran­
nide; e dal momento che il nostro difensore ne aveva scartati due, perché inu­
tili e non convenienti e neanche vantaggiosi e giovevoli per coloro a cagione dei
quali era nata la lotta - giacché l’inganno agguanta una vittoria fraudolenta, vol­
gendo in fuga l’avversario in modo abbietto; e la tirannide domina con assurda
violenza, non consentendo uno scontro ad armrpari -ftTOn aictlundgnesSOiT
altro Tno'dò, siTece avanti"nella battaglia secondo la legge, e presa dall’impasto
decaduto ^16la sua cameTHòpó averia animata dTunanima razionale ed intellet­
tuale, rimanendo do che.£ra. e non privandosi delle sue prerogative, divenne_
tutto ciò che Tuomo era e da cui venivar^ccetto iTpeccato. e non prese come
forma il corpo soltanto all’apparenza»; e poco dopo dice: «noi, dunque. Lo
dipingiamo sulle tavole nella forma in cui si mostrò e visse tra gli uomini, e
facciamo sì che la divina immagine sia ricordo della salvezza giuntaci attraver­
so di Lui; e non, come voi credete, creando figure variopinte e scolpendo sce­
ne come ci pare».
Parte quarta

Confutazione della rabberciata e fallacemente chiamata definizione


della istigatrice moltitudine degli accusatori dei Cristiani217

Tomo primo

Per il diavolo, che odia gli uomini, è sempre cosa gradita sepa­
rare da Dio l’uomo, che è ad immagine di Dio, e trarlo in errore
con inganni molteplici; e niente per lui è più desiderabile che com­
battere la pietà e sconvolgere con il terrore l’ordine della pace nella
Chiesa. E questo lo ha mostrato anche ai nostri tempi attraverso un
conciliabolo, i cui convenuti furono autori della presente esposizio­
ne di fede e chiamarono mendacemente se stessi “settimo conci­
lio”, gettando, quasi come u n ’esca nell’amo, il puro e semplice, e
conosciuto da tutti, odio per gli idoli; e, opponendo il loro odio
alle rappresentazioni figurate, soggiogarono i più semplici, restau­
rando anche quella voce antichissima e corrotta, l’idolatria dico, a
cagione della quale coloro che servirono il diavolo e le sue forze
malvage con demoniaci simulacri, e «la creatura anziché il creato­
re» m , giustamente furono condannati a portare il nome di idola­
tri; e tentarono di attribuirla a coloro che erano divenuti «regale
sacerdozio e gente santa» 219, a coloro «che si erano rivestiti di Cri­
sto» 220, che per la sua grazia erano stati liberati dagli idoli ed erano
stati salvati dal loro errore. Magari i loro discorsi fossero morti ap­
pena nati, come un aborto, dal momento che sono abominii nella
Chiesa; ma, poiché, cianciati in giro, sono stati allattati da alcuni, è
necessario che li estirpiam o, anche se non hanno raggiunto l’età
matura, con la spada dello Spirito. Che ci guidi Cristo, vero Dio
nostro, «che illumina ogni uomo che viene nel mondo» 221, il solo
Intelletto di tutti coloro che pensano nella pietà e di tutte le cose
che nella pietà sono pensate, la Parola di coloro che parlano e di
ciò che è detto; che è tutto per tutti, che è e diviene, che dà la lin­
gua dell’insegnamento per conoscere quando una parola va detta;

57
«la rivelazione delle sue parole nel rivelarsi illuminerà e farà com­
prendere i semplici» 222, perché la falsità venga allontanata e tutti
raggiunga la verità, che risplende fulgida e lucente. Ed è la verità
che i fautori della pietà hanno il dovere di sostenere e difendere,
loro che l’hanno abbracciata e ricordano il divino Apostolo che
dice: «guai a me se non annuncio il Vangelo!» 223; ed hanno il do­
vere di confutare il falso e di colpirlo con la fionda dello Spirito.
Giunti, perciò, con l’aiuto delle Scritture e dei Padri, dell’indagine
e del ragionamento, alla osservazione delle stoltezze pronunciate,
con la lancia dello Spirito, al modo di Pincas 224, con un solo col­
po, quello della confutazione, trafiggano insieme senza difficoltà
coloro che insieme si sono uniti in questa empietà; con una argo­
mentazione chiara mostrino a tutti che le loro lingue sono mendaci,
poiché si sono levate contro la conoscenza dell’unigenito Figlio di
Dio e contro la sua Chiesa, ed hanno pronunziato iniquità contro
la sublimità della sua incarnazione; e, spezzando così le loro cate­
ne, «con la spada dello Spirito I che è la Parola di Dio» 225 e scio­
gliendo il giogo della loro ignoranza, rendano a tutti manifesta la
pretestuosità della loro scelleratezza. Per questo il Signore li ha resi
oggetto di derisione e di scherno, ed a loro parlerà nella sua ira,
dicendo: «allontanatevi da me, non vi conosco!» 226. Di essi ha di­
chiarato, per bocca del profeta Geremia: «costoro hanno profetiz­
zato menzogne in mio nome; io, infatti, non li ho inviati e non ho
dato loro ordini; e vi hanno parlato di visioni false e divinazioni e
auguri e capricci del loro cuore» 227. Per questo «saranno gettati
per le strade di Gerusalemme» 228, e cioè della Chiesa universale,
calpestati da coloro che professano il Signore nella pietà. «Una rete
robusta sono per un uomo le sue labbra, ed egli è in potere delle
parole della sua bocca» 229; e come ricompensa alle sue labbra gli
sarà data la confutazione della sua empietà, giacché «io ti accuse­
rò e porrò dinanzi a te i tuoi peccati» 23°. Ma di questo basta. E
per non allungare il discorso con lunghi preamboli, camminando
sulla strada che abbiamo davanti, rivolgiamo il ragionamento alle
confutazioni, a partire dal titolo stesso: non c’è altro modo, infat­
ti, di provare che il loro vaniloquio è ottuso e pieno di maldicen­
za, se non opporsi a loro, con l’aiuto della saggezza di Dio, attra­
verso la confutazione, con la sola certezza che non inventeremo
nulla, noi che miriamo all’adorazione di Dio, seguendo piuttosto gli
insegnamenti degli Apostoli e dei Padri e le tradizioni della Chie­
sa. Noi preghiamo coloro che hanno in mano questo scritto di leg­
gerlo in modo da esaminarlo a fondo e non cursoriamente, affin­
ché, dopo aver riconosciuto in modo chiaro e penetrante l’acutezza

58
degli argomenti invocati come obiezioni, paghino alla Chiesa di
Dio il tributo della vittoria.
Costoro hanno adoperato l’intestazione che segue - Gregorio,
vescovo di Neocesarea 231 amatissimo da Dio, lesse

Definizione del santo grande ed ecumenico settimo concilio

Giovanni, diacono della Grande Chiesa di Dio, lesse: comin­


ciando con la menzogna, e prendendola con sé nel combattimento,
lungo tutto questo vaniloquio pieno di novità, gli accusatori dei
Cristiani hanno terminato nella menzogna. Come, infatti, può esse­
re "santo” questo concilio che non ha tenuto in considerazione ciò
che è santo? Esso è, invece, sacrilego, profano e spurio 232, poiché
alloro che in esso si riunirono, per dirla con le parole del Profeta,
«non hanno distinto fra il sacro ed il profano» 233, chiamando l’ico­
na del Verbo incarnato, il nostro Signore Gesù Cristo, “idolo” co­
me l'icona di Satana. E come, poi, può essere “grande ed ecume­
nico” un concilio che coloro che presiedono tutte le altre Chiese
non hanno accolto né approvato ma hanno anzi respinto con l’ana­
tema? Esso non ha avuto la collaborazione dell’allora papa di Ro­
ma o dei suoi prelati, né per mezzo di suoi rappresentanti né con
una lettera enciclica, come è di norma per i concili; I ma non ha
neanche avuto il consenso dei patriarchi d’Oriente, di Alessandria,
cioè, di Antiochia e della Città Santa, né dei loro sacerdoti e vesco­
vi :M. Veramente la loro parola è un fumo pieno di caligine, che
ottenebra gli occhi degli stolti, e non «la lucerna, posta sopra il
candelabro per far luce a coloro che stanno nella casa» 235; e per­
ciò le loro dottrine hanno risuonato localmente, come in segreto, e
non dalla cima del monte dell’ortodossia. E la loro voce non si è
diffusa apostolicamente per tutta la terra, né ai confini del mondo
la loro parola 236, come quella dei sei santi concili ecumenici. E an­
cora, come può essere il “settimo”, dal momento che non si accor­
da con i sei santi ed ecumenici concili che lo hanno preceduto?
Ogni cosa, infatti, che viene computata come settima è necessario
che sia omogenea a quelle che la precedono nella numerazione, dal
momento che ciò che non condivide niente con le cose che insie­
me ad esso vengono computate non rientra nel novero. Infatti, se
si mettessero in fila sei monete d’oro e poi a queste si aggiungesse
una moneta di bronzo, non si potrebbe chiamarla settima a causa
della differenza del materiale di cui. è fatta - giacché l’oro è costoso
e pregiato, il bronzo, invece, è comune e poco apprezzato allo
stesso modo, questo concilio, che nulla ha di aureo o di pregiato

59
nei suoi decreti, ma che anzi è tutto una lega di rame adulterato,
ed è pieno di veleno mortale, non è degno di essere computato in­
sieme ai sei sacratissimi concili, che risplendono delle auree espres­
sioni dello Spirito.
Con l’alterigia, poi, di colui che disse: «porrò il mio trono sopra
le nubi» 237, questo concilio strombazza quello che segue - Grego­
rio vescovo lesse - :
Il santo ed ecumenico concilio, riunito per grazia di Dio e piissi­
ma sanzione dei nostri imperatori ortodossi e coronati da Dio, Co­
stantino e Leone 238, in questa città imperiale e custodita da Dio, nel
venerabile tempio della santa immacolata Signora nostra Madre di
Dio e semprevergine Maria, chiamato delle Blacherne, ha definito
quanto segue.
Giovanni, diacono amatissimo da Dio, lesse: se la loro riunione
avesse avuto luogo per grazia divina, si sarebbe adornata delle pa­
role pronunziate, per grazia di Dio e illuminata di verità, daTmoy
mento che la grazia è sempre unita ad essa e tutte e due sono con-
giunte e convivono, come testimonia Giovanni, principe della teo-
logia, quando dice:.’«là grazia e la verità vennero per mezzo di Ge­
sù» 239. Costoro, dunque, che hanno lasciato da parte la veritaTneHa
quale l’Autore dei Proverbi si gloria, quando dice: «la mia bocca
proclamerà la verità» 240, ed hanno abbracciato la menzogna, si sono
ovviamente allontanati dalla grazia e perciò neanche la loro parola
è «condita di sale divino» 241 per trasmettere la grazia a chi l’ascolta.
Il fatto, poi, che si siano riuniti nel sacratissimo tempio della nostra
Signora Madre di Dio non è degno di ammirazione: non hanno di
che gloriarsene, infatti, proprio come non giovò ad Anna e Caifa ed
al loro sinedrio di Giudei I il fatto che la loro illecita deliberazione
contro Cristo si sia svolta nel Tempio 242; così facendo essi si mo­
stravano ancor più condannabili, poiché tramarono nei luoghi sacri
disegni sacrileghi ed ostili a Dio. Magari, nel cominciare con le pa­
role patristiche di Dionigi, il Rivelatore di Dio 243, avessero preser­
vato intatti i suoi insegnamenti e quelli di tutti i santi Padri nostri;
ma questo fra di loro non è accaduto, come mostrerà quello che
segue in tutta la loro esposizione di fede.
Pure, sebbene senza alcuna coerenza, come lupi coperti da pelli
di pecora, essi cominciano con una introduzione teologica, che così
recita: - Gregorio, vescovo di Neocesarea, lesse -:
La Divinità, che di tutte le cose è causa e le rende perfette, che per
Unta bontà ha fatto entrare..m ilessere tutte le cose dalla Toro condi­
zione di non esistenza, ha stabilito che esse sussistessero in modo or­
dinato e ben regolato, affinché, mantenendo la Buona condizione loro

60
donata secondo la Grazia, preservino la loro permanenza in modo che
non vacilli e la capacità di oscillare rispetto alla loro retta posizione in
modo che non sia squilibrata verso .nessuna dei due la ti244.
Epifanio, diacono e cubuclésio 245, lesse: l’intera creazione, ina­
nimata ed animata, che è stata creata da Dio ed ha ricevuto l’ipo-
sTatica capacità di esistere dallo stato di non esistenza, cHeTrfhuo-
ve, adesso, ed è regolata al suo ordine. sa~come osservare il coman­
d o del Creajpre_Bmché è oggetto della sua p^ovv^e^a.* Costoro!
però, hanno osato condannare la tradizione che ci è stata affidata
da Cristo nella sua santa Chiesa in memoria della sua dispensazione
redentrice, non rendendosi conto, in questo modo, che niente nella
Chiesa è stato fatto senza di Lui. Così essi mostrano di essere più
insensibili degli esseri inanimati e più irrazionali degli esseri irrazio­
nali. Non solo questo, ma, credendo che la loro lingua parli bene,
anche se con parole e dottrine assurde, accusano falsamente la san­
ta Chiesa di Dio di farsi bella con gli idoli, e, confidando nella pro­
pria falsità, le gridano: «non vogliamo conoscere le tue vie, né sce­
gliere di seguire fedelmente la tradizione che vige sin dal princi­
pio». Certamente udranno da Cristo, che della Chiesa è il fondato­
re: «non vi conosco» 246.
Fingono che il diavolo trionfi, poiché così dicono - Gregorio
vescovo lesse -:
Quando però Lucifero - che a causa del primitivo splendore aveva
il suo posto vicino a Dio - levò la sua mente in alto coMroJl suo
Creatore, per questo divettne oscurità insieme con la sua armata di.
apostati e, caduto via per sua Tiferà scelta dalla gloriosissima Divini-
tà, c h eJ a lu c é ed a l dii sopra della luce risplende, si rese tenebra,
rivelandosi autodidatta, inventore e maestro di ogni malvagità; e, non
tollerando di vedere che l’uomo, creato da Dio, gli era stato sostituito
nelpòsto che occupava nella gloria, \ev'acùòjuttala sua malvagità
contro di lui e lo privdrcònldnfànrio, dg$q„.glcma e'dellÒl'pTehdore
di Dio, suggerendogli di «adorardla creatura piuttosto c h e ti Creato­
re» 247. ~
Epifanio, diacono e cubuclésio, lesse: se il loro discorso fosse
rivolto c o n tro l’adorazione di idoli o creature, proibita e detestata
dal santi Apostoli che dairalfo luronó“Fivestiti di potenza7e~3ai
dmhTProfeti, che profetizzarono per ispirazione dello Spirito San­
to, ed ancora dai divini Padri nostri, che furono loro seguaci, tut­
ti i figli allevati dalla Chiesa lo avrebbero approvato e fatto pro­
prio, e sarebbe _stata cosa o p p o rtu n a che ^«-affidassero le loro
parole alla .scrittura. Ma poiché, abbandonata la Chiesa, si battono
in difesa della menzogna, e fingendo che il diavolo, che della men-

61
zogna è padre, stia celebrando il suo trionfo, aguzzano la loro lin­
gua contro la Chiesa irreprensibile e, come gli osti, mescolano l’ac­
qua al vino e non hanno esitato a «dar da bere al prossimo una
torbida feccia» 248; giustamente sentono rivolta a loro la divina voce
di Davide, rivelatore di Dio, che salmeggia: «a che scopo parlate
dei miei decreti ed avete sempre in bocca la mia alleanza? Voi de­
testate la disciplina e vi gettate le mie parole dietro le spalle, facen­
dovi compagni di quelli che adulterano i dogmi della verità» 249.
È così che, simulando il possesso della verità, dicono - Grego­
rio vescovo lesse
Per questo Dio, il Creatore, non sopportando di vedere l’opera
delle sue mani andare verso la totale perdizione, pose ogni cura per­
ché si salvasse attraverso la Legge e i Profeti. Ma poiché l’uomo non
fu mai per nulla capace di risalire alla sua primitiva nobiltà, egli n-
tenne cosa degna mandare sulla tèrra,, negli ultimi e prestabiliti tem­
pi, 7Tsuo Piglio e VerBo. Questi, con la benevolenza detPadre eia
coopefazione dello Spirito, suo eguale in potenza e principio della
vita, dimorò in un grembo verginale dalla cui carne santa ed irrepren­
sibile ricevette, nella sua esistenza o ipostasi, una carne consustanzia­
le alla nostra, che egli condensò e formò per mezzo di un’anima ra­
zionale ed intelligente. Egli nacque da essa in un modo che oltrepassa
la ragione e la comprensione di ogni mente, sopportò la croce spon­
taneamente, scelse la morte ed al terzo giorno risuscitò dai morti,
compiendo tutta la sua dispensazione di salvezza.
Epifanio, diacono e cubuclesio, lesse: dice la divina Scrittura, nel
racconto della creazione del mondo, che Dio disse: «facciamo l’uo-
mo a nostra immagine e somiglianza» 25°; grande è dunque la gran-
dezza della dignit^^eB^uomo, pdicEe"egETcEee nato dalla terra è
sTato onorato denficon¥lB^iorDécàduìorpcH, perfr Suo~tfadmien-
" to-, -eiìem-pT^C^isÈ^axjdo la dignità della prima creazione, I l’uma­
na stirpe cadde nell’idolatria; e Dio, Verbo del Padre, fattosi uomo
perfetto senza cambiare la sua natura, lo richiamò dal suo decadi­
mento e, liberatolo dall’errore degli idoli, lo rigenerò all’immorta­
lità, offrendogli uh dono irrevocabile. Questo è un dono più divi­
no di quello precedente, la nuova creazione è più grande della crea­
zione, il dono di grazia è eterno. Con l’intenzione di oscurare questa
grandezza di doni, costoro osano dire che una nuova idolatria si è
introdotta con la fattura delle icone e menano vanto con vanaglo­
ria di una nuova redenzione compiutasi per mezzo loro; con espres­
sioni forbite declamano il loro pensiero come una cantilena e giu­
dicano decaduta la Chiesa di Dio, «rendendo fluide più dell’olio le
loro parole» 251 con il suono di qualche citazione scritturale. «Ma le
loro parole sono fraudolente e una freccia micidiale è la loro lingua,
giacché parlano di pace ma nel cuore hanno l’inimicizia» 252.
E per questo che aggiungono - Gregorio vescovo lesse
Ci ha allontanato dall’insegnamento corruttore dei demoni, dal­
l’errore degli idoli e dalla venerazione di essi, e d ha insegnato l’ado­
razione «in spinto e verità» 253.
Epifanio, diacono e cubuclésio, lesse: senza volerlo, eccellentis­
simi signori, siete trascinati alla verità: tutta la divina assemblea de­
gli Apostoli, infatti, e la santa moltitudine dei Padri nostri procla­
ma che il Figlio e Verbo di Dio Padre è venuto fra gli uomini per
allontanarci dall’errore degli idoli. Ma noi abbiamo anche gli an­
nunci proclamati prima di loro attraverso i Profeti, che gridano:
«ecco, vengono giorni, dice il Signore, che io cancellerò il nome
degli idoli dalla terra e non ci sarà più il ricordo di essi» 254; sicché
anche voi siete costretti ad ammettere che Cristo, Dio nostro, ci ha
liberati dall’errore degli idoh. È, se ci ha hEermE'come puo' èssere1
che coloro che Fanno creduto in lui sono divenuti di nuovo idola­
tri? Basta con queste vostre frivolezze prive di senso! Dio incarnan­
dosi ci ha riscattato e noi siamo di nuovo prigionieri? E siamo
adesso, di nuovo, in balia di colui che ci opprimeva? Ascoltate la
divina Scrittura che dice: «il suo regno è un regno eterno e il suo
dominio dura per tutte le generazioni» 255 e «il Signore regnerà in
eterno, il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione» 236. Dio
non è affatto come i re della terra, che una volta vincono e poi so­
no sconfitti, poiché la sua vittoria rimane in eterno. «Dio non può,
come l’uomo, rimanere in sospeso, né, come un figlio dell’uomo,
può essere minacciato» 257, sta scritto; e l’Apostolo, in accordo con
queste parole, «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» 258.
Loro dicono le stesse cose, credendo di esaltarsi; ed aggiungono,
ponendosi in conflitto con se stessi: I - Gregorio vescovo lesse -:
E poi, così, dopo aver assunto in sé la natura umana, è salito ai
cieli, lasciando i suoi santi discepoli ed apostoli come maestri di que­
sta fede di salvezza. Essi, abbellendo la nostra Chiesa, sua sposa, con
i vari e splendidi dogmi della pietà, la rivelarono bellissima e lumi­
nosissima, come cinta e variegata di frange d’oro. Ricevendo la sua
bellezza, i nostri gloriosi Padri e Maestri, ed i sei santi ed ecumeni­
ci concili, la custodirono intatta.
Epifanio, diacono e cubuclésio, lesse: con la loro mente igno­
rante ed incolta non si sono accorti, questi che vanno blaterando di
folli novità, che il loro è un modo di pensare che non può essere
accolto. E volendo dissimulare il loro pensiero dietro un velo di
astuzia, si rendono assai ridicoli perché sono disattenti: lodano
molto ed a gran voce la legislazione ecclesiastica e, anche se non
vogliono, ammettono che i sei santi concili ecumenici la conservano
immutata; ed a parole simulano la pietà ma con la mente sono cat­
tivi, onorano la pietà con le labbra ma con il cuore ne sono lontani,
poiché non vogliono accogliere la tradizione che nel tempo passato
tanti santi hanno mantenuto. Avrebbero dovuto vergognarsi di
fronte alla moltitudine di coloro che oggi sono cristiani e di quel­
li che lo sono stati da quando è stato annunciato il Vangelo, perché
hanno rigettato e disprezzato l’usanza di raccontare il Vangelo at­
traverso la pittura. Dal sesto santo concilio ecumenico, infatti, al
momento in cui costoro si sono riuniti contro le venerande icone,
non erano passati più di settanta anni: ed è a tutti chiaro che la
tradizione delle raffìgurazionì piftoficdie non risale affatto a questi
anni-ma ad un témìgo gjjzj, a direTTvera
js-al tempo della p redica/tone''apostolira. come possiamo apprende­
re anche solo osservando 1 santi templi in ogni luogo, come hanno
testimoniato i santi Padri e come riferiscono gli storici i cui scritti
si conservano sino ad oggi. Nell’anno 5501 259, infatti, Cristo Dio
nostro venne tra gli uomini e, dopo aver vissuto fra noi per trenta-
tre anni e quasi cinque mesi, ed aver realizzato il grande e salvifi­
co mistero della nostra redenzione, compì il viaggio nei cieli, salì,
cioè, lì da dove era sceso, dopo aver ordinato agli Apostoli di inse­
gnare tutto ciò che egli aveva loro comandato. Da allora, dunque,
fino all’imperatore Costantino, che fu il primo dei cristiani a sedere
sul trono imperiale, passarono circa trecento anni, e prima di Co­
stantino il potere era in mano ai pagani: tempi in cui, cioè, un gran
numero di cristiani combattè l’agone della virtù e lasciò col marti­
rio questa vita, insorgendo contro gli idoli. I Ma la moltitudine dei
cristiani, mossa da divino zelo, costruiva templi, chi al nome di Cri­
sto, chi in onore dei santi, e gli uni raffiguravano in essi le vicen­
de dell’incarnazione del nostro Dio, gli altri il racconto degli ago­
ni dei martiri, altri ancora, che volevano mantenere sempre vivo il
ricordo nei loro cuori, dipingevano su tavolette l’icona dell’amato
martire o dello stesso Cristo. Ma icone furono dipinte dai nostri
santi Padri ed uomini pii anche sulle sacre vesti, e sulle sacre sup­
pellettili, ed in esse compivano gli incruenti sacrifici; e fino ai no­
stri tempi tutte queste cose si vedono in pubblico, e restano per
sempre. Quando, poi, germogliarono le eresie, piene d’ira e di acri­
monia contro la Chiesa, e per abbatterle furono riuniti i sei concili
ecumenici in tempi diversi per ispirazione divina, essi diedero so­
stegno e stabilità a tutto ciò che nella Chiesa universale vige per
tradizione, scritta e non scritta, sin dalle origini: di ciò fa parte

64
l’esposizione delle venerande icone. Ma dopo che il sesto concilio
ecumenico 260 ebbe promulgato la sua Definizione contro coloro
che onoravano un’unica volontà in Cristo Dio nostro - regnava al*
lora Costantino 26\ che lo aveva riunito con una sua ordinanza, per
benevolenza di Dio; e poco tempo dopo, morto lui, gli era succe­
duto sul trono imperiale il figlio Giustiniano 262 - proprio coloro
che si erano riuniti in esso, radunatisi un’altra volta concordemente
per ispirazione divina quattro o cinque anni dopo 263, emanarono
ben centodue canoni per dare un assetto più regolare agli affari
della Chiesa. NeU’ottantaduesimo di questi canoni espressero que­
sta dottrina in materia di icone:

In alcune figure delle venerande icone è rappresentato un agnello indicato


ria) dim dpi Prprnrcnrp fii assunto rame figura della (jrazia7~Llh c ci fa
intravedere il vero agnello a causa della Legge, Cristo nostro Dio'. Mentre acco-
'gliamoTdunque, leantiche figure e"ctuaroscuriTdati alla Chiesa come simboli e
schizzi della Verità, anteponiamo ad essi la Grazia e la Verità, accogliendola
come compimento della Legge. Affinché dunque la perfezione possa essere raf­
figurata, attraverso le pitture, sugli sguardi di tutù, noi decretiamo che da ora \
in poi sia esposta anche nelle icone l’immagine dell’agnello che toglie il peccato \
del mondo, Cristo nostro D ieém -fiam y nmana alposto dellJantico agn elli ber I
comprendere atuaverso di Lui la subEmM^delPl^^mzTone"def Verbo
in meffiffria délla sua vita néfla* ca i^ ,'M
cdh<3otti per mano dàlia* suaì*assione.
dalla sua morte salutare e dal riscatto tiri TBUudo cosi realizzatosi 265.

Tutti, dunque, vediamo e comprendiamo che, sia prima dei santi


concili che dopo di essi, le raffigurazioni delle icone erano una tra­
dizione nella Chiesa, come lo è quella del Vangelo. Come, infatti,
ricevuto il suono della lettura con le orecchie, lo trasmettiamo alla
nostra mente, cosà, guardando con gli occhi le icone dipinte, siamo
come illuminati nella mente; ed attraverso queste due cose che si
susseguono l’una all’altra, e cioè la lettura e la pittura, acquisiamo
conoscenza di un’unica cosa, poiché in entrambi i modi d si richia­
mano I alla memoria i fatti accaduti. È per questo che nel Cantico
dei Cantici è possibile trovare congiunta l’operazione dei due sen­
si prindpali, là dove dice: «mostrami il tuo viso, fammi sentire la
tua voce, perché la tua voce è soave e il tuo viso è leggiadro» 266.
Allo stesso modo anche noi diciamo, con le parole del Salmo: «co-
me abbiamo udito, così anche abhiaffiQ-rislflgJI67- Se è così, di co­
loro"che hanno blaterato contro le venerande icone è il caso di dire:
«ciascuno ha detto al suo prossimo cose vane: nel cuore labbra in-
gannatrid, nel cuore ha detto malvagità» 268. Da esse d liberi la gra­
zia del Salvatore nostro. Cristo Dio vero.
Tomo secondo

Epifanio, diacono e cubuclésio, lesse: dimenticando che la pro­


messa del Signore sulla sua Chiesa - «le porte degli inferi non pre­
varranno su di essa» 269 - non mente, con il capo scoperto ed il
volto non velato e pur avendo opinioni completamente opposte, di
quella promessa si fanno scudo per combattere, e, usando in modo
ingannevole affermazioni dei Padri, le presentano come proprie e
dicono - Gregorio vescovo lesse
Ma poiché, ancora una volta, «il predetto creatore della malvagità
non sopportava la vista della bellezza della Chiesa, non rinunciò, in
varie occasioni e modi diversi, al suo malvagio proposito, per ridur­
re il genere umano in suo potere con l’inganno; ma anzi impercetti­
bilmente reintrodusse l’idolatria mascherata da dottrina cristiana,
convincendo con i suoi sofismi coloro che a lui guardavano a non
rifuggire dalla creatura ma, al contrario, ad adorarla ed a venerarla,
ed a considerare Dio la creatura, dandole il nome di Cristo» m .
Epifanio, diacono e cubuclésio, lesse: coloro che combattono la
Gerusalemme spirituale, cioè la Chiesa universale, si conformano in
qualche modo a coloro che combatterono la Gerusalemme terrestre;
ed anche loro si premurano di far uso della lingua della loro patria,
proprio come Rapsache un tempo usò il dialetto di Giuda 271 par­
lando contro Israele 272, poiché questi eretici armano rinsegnamento
dei Padri e la voce della Chiesa contro i Padri e contro la Chiesa
universale. «Ma dai loro frutti» dice il Signore «li riconoscerete» 27\
poiché somigliano «a sepolcri imbiancati, che all’esterno sono belli
a vedersi» per gli uomini, come lo sono anche questi accusatori dei
cristiani, tutti coperti, cioè, di parole dei Padri; «di dentro, però,
sono pieni di ossa e di ogni impurità» 274, di morti, voglio dire, e di
dogmi puzzolenti. Ma noi, scoperchiando il loro sepolcro, rendere­
mo visibile tutta la loro immondizia: poiché loro, secondo il proprio
capriccio, stravolgono I gli insegnamenti che nella Chiesa universale
i santi Padri hanno promulgato e si servono delle stesse loro espres­
sioni, alterandone però il senso con astuzia. Quanto, infatti, quelli
avevano promulgato contro gli Ariani, costoro lo hanno cambiato in
un atto d’accusa contro le venerande immagini; e quello che il fa­
moso Padre Gregorio, capo della Chiesa di Nissa, nel suo Discorso
funebre per il santo Basilio, suo fratello carnale e spirituale, aveva
yjttsegnato contro gli Ariani, loro lo hanno preso per usarlo contro
^■immagini, come si può vedere dall’introduzione del brano, che
^Recisamente recita così:

66
Di certo nessuno ignora lo scopo con cui il nostro Maestro si manifesta nel
tempo; dopo che, inlatti, si estinse con la predicazione di Cristo la follia degli
uomini riguardo agli idoli, ed ogni oggetto dei culti degli stolti era stato ormai
distrutto ed annientato, mentre in quasi tutta l’ecumene era giunto l’annuncio
della pietà, sicché colui che è signore del tradimento umano era stato scacciato,
espulso da ogni parte dellecumene nel nome di Cristo; lui, inventore della mal­
vagità ed abile in essa, non rinunciò al suo malvagio proposito, per ridurre an­
cora una volta il genere umano in suo potere con l’inganno; ma anzi impercet­
tibilmente reintrodusse l’idolatria, mascherata da dottrina cristiana, convincen­
do con i suoi sofismi coloro che a lui guardavano a non rifuggire dalla creatu­
ra ma, al contrario, ad adorarla ed a venerarla, ed a considerare Dio la creatu­
ra chiamata col nome di Figlio. E se la creazione ha luogo a partire da quanto
non è ancora, ed è estranea, secondo la sua propria natura, alla sostanza divina:
ebbene, il demonio convinse a non tenere ciò in alcun conto e spinse anzi ad
adorare la creatura dandole il nome di Cristo, a servirla, a riporre in essa le
speranze di salvezza, ad attendere da essa il giudizio; e scagliatosi l’apostata a ca­
pofitto su uomini capaci di contenere tutta la sua malvagità, e cioè Ario 273, Ae-
zio 276, Eunomio 277 ed Eudossio m , e molti altri oltre a loro, attraverso i quali
reintrodusse, come si è detto, l’idolatria che ormai perdeva terreno, dandole
nome di cristianesimo, prevalse allora il morbo degli uomini che servono la crea­
tura anziché il Creatore. Sicché, anche con l’aiuto degli imperatori di allora, l’in­
ganno si rafforzava e tutte le alte autorità si diedero a combattere in favore di
una siffatta malattia. E quando poco mancava che tutti gli uomini cambiassero
rotta verso ciò che allora prevaleva, fu allora che venne mostrato da Dio il gran­
de Basilio, come Elia ai tempi di Achab 279; ed egli, ricevuto il sacerdozio, che
allora era come decaduto come una lucerna che si è spenta, fece di nuovo ri­
splendere la parola della fede attraverso la grazia che abitava in lui 280.

Osserviamo che l’intero contenuto di ciò che il Padre dice è ri­


volto ai folli seguaci di Ario 281; dice, infatti, che il santo Basilio
visse ai tempi di Ario, Eunomio, Eudossio, Macedonio 282 ed i loro
seguaci Anomei e Semiariani, che asserivano che il Figlio, Verbo
del Padre e Dio nostro, è una creatura, E poiché veneravano la
creatura come Dio, giustamente sono detti idolatri sia da lui che
dalla Chiesa universale, giacché dicono I che il Dio che venerano è
venuto in esistenza dal non essere, come l’intera creazione delle
cose create. Ne consegue che i Cristiani non hanno chiamato dèi le
venerande icone, non le hanno venerate come divinità, non hanno
riposto in esse le speranze di salvezza né da esse attendono il giu­
dizio che verrà: soltanto in memoria ed a scopo di esortazione, pre­
si di desiderio dei loro prototipi, le accolsero e le adorarono con
riverenza e non certo si misero a servirle né tributarono loro la ve­
nerazione che si deve a Dio - basta con questa calunnia! - come
non la tributarono a nessuna delle cose annoverate fra le creature.
Gli Ariani, invece, che includevano fra le cose create il Figlio e Ver­
bo di Dio, vantavano di riporre in lui la speranza della salvezza e
predicavano che il giudizio venturo sarebbe avvenuto per mezzo di

67
lui. Per questo anche il divino Padre li accusa «di adorare essa, la
creatura, di servirla, di riporre in essa la speranza della salvezza, di
aspettare da essa il giudizio». È cosi che si dimostrano falsificato-
ri della verità i propugnatori di questo vocio di novità, che, dice il
Profeta, «sono come osti che mescolano il vino con l’acqua» 28J; e
non solo questo: essi sono persino divenuti falsificatori delle affer­
mazioni dei Padri. Mentre, infatti, il Padre ispirato da Dio dice:
«(la creatura) chiamata col nome di Figlio», costoro, nell’intento di
applicare il senso dell’espressione alla rappresentazione iconografi­
ca, hanno surrettiziamente contraffatto “nome di Figlio” in “nome
di Cristo”. E infatti è chiaro die dicendo «che ha nome di Figlio»,
Gregorio fa un’affermazione contro gli Ariani, poiché quelli be­
stemmiano la divina generazione del Figlio, celeste ed increata. Per
questo ha denunciato anche i capi di quest’eresia, là dove dice
«cioè Ario, Eunomio, Eudossio ed Aezio». Costoro, invece, dicen­
do “di Cristo” anziché “di Figlio*, provarono ad applicare la be­
stemmia alla raffigurazione delle venerande icone.
Dunque anche in questo si sono rivelati falsari e mentitori, e
traggono deduzioni improprie quando dicono - Gregorio vescovo
lesse -:
Perciò, come un tempo Gesù, che fu principio e compimento della
nostra salvezza, inviò dappertutto i suoi sapientissimi discepoli ed
Apostoli perché li annientassero con la forza del santissimo Spirito,
così anche adesso ha fatto sorgere i suoi servi e pari agli Apostoli, i
nostri imperatori fedeli, che hanno ricevuto la saggezza per la potenza
dello stesso Spirito, per renderci perfetti ed istruiti e per distruggere
le fortezze demoniache che si ergono contro la conoscenza di Dio e
confutare la frode e Verrore del demonio ...
Epifanio, diacono e cubudésio, lesse: chi aveva mai pronunziato
una simile iniquità contro il Cielo? E quale empietà potrebbe essere
più grave di questa? Oh bestemmia m aligna ed irriverente! Oh in­
ganno dissimulato ed astuta leggerezza! Loro parlano come istruiti
dall’argomentazione del diavolo in persona, poiché hanno osato
chiamare la visione ed il volto die d conducono quasi per mano in
modo chiaro e penetrante alla gloria di Dio ed attraverso cui «com­
prendiamo l’altezza dell’umiltà d d verbo di Dio I e siamo condotti
come per mano al ricordo della sua v ia nella carne, della sua pas­
sione e della sua salvifica morte» 2S4, “fortezze demoniache che si
ergono contro la conoscenza di Dio" e “frode ed errore del demo­
nio”. Veramente «hanno teso il loro arco, amaro gesto, per trafig­
gere di nascosto l’innocente» 20, poiché, se hanno ammesso che i
santi discepoli, rivestiti di forza dall’alto dopo che su di essi era
sceso lo Spirito Santo, erano stati mandati per la distruzione degli
idoli, non avrebbero dovuto dire che ne erano stati innalzati altri
dopo che la loro tradizione ed il loro insegnamento si erano man­
tenuti in vigore per quasi ottocento anni e che i santi Padri li ave­
vano rafforzati e resi stabili come un’ancora salda. Liberati comple­
tamente dagli idoli una volta per tutte da Cristo, non dobbiamo più
essere incolpati di idolatria; a meno che essi non ardiscano afferma­
re che nella Chiesa si è prodotto un mutamento e che altre leggi ed
ordinamenti sono stati tramandati, attribuendoci così pretesti irra­
gionevoli ed infarciti di apostasia. Questo, infatti, hanno obiettato
questi nobili signori dicendo «come un tempo fece anche Gesù,
principio e compimento della nostra salvezza». È a partire da que­
sta convinzione che continuano dicendo «ciò che diventa antico ed
invecchia, è prossimo a sparire» 286, ed anche: «visto che è divenuto
antiquato l’insegnamento degli Apostoli, noi ci proponiamo di eri­
gerne uno nuovo, giacché anche Mosè ed Aronne erano sacerdoti,
ma quando subentrò la Grazia, dice l’Apostolo, un altro sacerdote
è sorto» 287. Adesso, dunque, costoro avrebbero anche dovuto darci
una qualche grandissima grazia, più grande di quella dei santi Apo­
stoli, visto che dicono «per renderci perfetti ed istruiti». E poiché
erano vescovi i partecipanti a questo concilio, in pieno possesso
della compiutezza degli ordinamenti apostolici, avrebbero anche
dovuto rendere perfetti altri e non essere da altri resi perfetti. Così
ancora di più hanno sconfessato il loro essere discepoli della dot­
trina e della tradizione dei santi Apostoli e dei nostri illustri Padri;
e si sono rivelati estranei al loro insegnamento dottrinario, poiché
non si conformano alla loro tradizione. Di loro parla il salmista Da­
vide, quando dice: «il Signore annienterà tutte le labbra inganna­
trici, e la lingua che dice parole arroganti» 288. Canti Davide il suo
canto verace con noi, e noi con lui: «le spade del nemico alla fine
sono venute meno ed hai distrutto le città» 289. Ma quando sono
venute meno le spade e le città del nemico, cioè le sue fortezze?
Non forse nell’incarnazione di Cristo, della quale è scritto «dei forti
dividerà il bottino» 290? Non è forse del loro preteso sinodo e con­
ciliabolo che sta scritto «le spade del nemico alla fine sono venu­
te meno»? E se alla fine e completamente «le spade del nemico so­
no venute meno» e «sono state distrutte le città» dell’empietà, co-
m’è che scioccamente hanno detto che sono ricostruite di nuovo?
Per attribuirsi il merito della loro distruzione e del riscatto del ge­
nere umano da esse? Hanno così sminuito il grande mistero della
nostra salvezza, la dispensazione del Cristo, Dio di tutte le cose,
veramente benedetto nei secoli dei secoli, amen!
Continuando, usano l’adulazione nei confronti dei governanti e
dicono I - Gregorio vescovo lesse
... i quali, mossi dal divino zelo che è loro proprio, non tolleran­
do di vedere la Chiesa dei fedeli saccheggiata dall’inganno dei demo­
ni ...
Epifanio, diacono e cubuclésio, lesse: se dicono queste parole,
non hanno conosciuto le promesse che la Chiesa universale ha ri­
cevuto da Cristo, suo fondatore, né ammettono che il genere uma­
no è stato salvato attraverso la redenzione in Cristo Gesù, Signore
nostro. Il beneficio che Cristo recò con il suo sangue, infatti, loro
lo rivendono al diavolo, e coloro che Cristo vivificò con la sua mor­
te loro li uccidono con il veleno delle loro labbra, e li spingono a
scendere «fino alla botola dell’Ade» 291. Ascoltino il cantico espres­
samente cantato alla Chiesa come da Cristo stesso: «Tutta bella tu
sei, mia vicina, tutta bella, e non c’è in te nessuna macchia» 292.
Hanno già sentito che essa è tutta bella e vicina a Cristo, libera da
ogni macchia. A lei fu detto per bocca di Isaia: «sulla mia mano ho
tatuato le tue mura, tu sei per sempre davanti a me» 293. Come può
essere che lei che ha ricevuto queste promesse è saccheggiata dal­
l’avversa potenza dei demoni? E se in lei «Cristo è la testa» 294, co­
me dice il divino Apostolo, chi ha il potere di farne bottino? «Lui
l’ha posta davanti a sé senza macchia né ruga» 295, e come mai è di
nuovo sudicia? Che modo di concepire! È chiaro, infatti, che è la
negazione della sua dispensazione a spingere sino a questo sospet­
to. Ma loro si sono adoperati per disprezzare la Chiesa: per questo
il Signore li disprezzerà, e disprezzati ed anatemizzati saranno da
tutti coloro che in essa sono stati generati, giacché essa è rimasta
inespugnabile, intatta, incrollabile.
Con la bocca piena di adulazione, poi, raccontano tutte le cose
che hanno fatto e se ne gloriano - Gregorio vescovo lesse
... convocarono l’intera assemblea sacerdotale dei vescovi a Dio
graditi, affinché, riunitasi a questo proposito in concilio e dopo aver
compiuto un’indagine scritturale sulla ingannatrice produzione di fi­
gure attraverso i colori - che fa precipitare la mente umana dal cul­
to sublime e degno di Dio al culto volgare e materiale delle cose crea­
te -, mossa da Dio proclami ciò che crede opportuno; sapendo che è
scritto nei Profeti: «le labbra dei sacerdoti custodiranno la conoscenza
e dalla loro bocca cercheranno la legge, poiché sono messaggeri del
Signore onnipotente» 2%.
Epifanio diacono lesse: dimenticando la nascita del Verbo di
Dio dalla Vergine I ed il suo grande e salvifico mistero, di cui Lui
ci fece grazia quando dimorò nella carne, sottraendoci all’errore

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degli idoli ed alla loro folle superstizione, costoro, usurpando que­
sta salvezza con l’intenzione di ricavare la gloria per sé, ingloriosa­
mente subiscono il trionfo della Chiesa universale su di sé. Giusta­
mente Cristo, Dio nostro, si rivolge a loro attraverso i Profeti, di­
cendo: «i sacerdoti hanno violato la mia legge ed hanno profanato
le mie cose sante; non hanno fatto distinzione tra il sacro e il pro­
fano, tra cose pure ed impure non hanno fatto distinzione» 297. Co­
storo, infatti, non hanno distinto le icone del Signore e dei suoi
santi, dando loro un appellativo simile all’immagine del demonio,
quello di idoli, ed accusando calunniosamente la Chiesa, che «Cri­
sto, nostro Dio, ottenne con il suo sangue» 298. Hanno scioccamen­
te chiamato ingannatrice la rappresentazione attraverso i colori del
racconto del Vangelo, che i fedeli dicono e chiamano veneranda e
santa poiché non guardano a ciò che si vede ma a ciò che vi è
espresso; ascoltando, infatti, con le orecchie il racconto del Vange­
lo, esclamano «gloria a te, o Signore!»; e vedendo con gli occhi
innalzano esattamente la stessa dossologia. Con la mente, infatti,
andiamo al ricordo della sua vita tra gli uomini, perché qualunque
cosa il racconto ci mostra per iscritto anche la pittura ce lo mostra.
Ma esaminiamo ora quanto quelli hanno cianciato senza pudore,
anzi con arroganza: «... che fa precipitare ... dal culto sublime e
degno di Dio al culto volgare e materiale delle cose create». Oh
che follia! Con la lingua come una spada aguzza e affilata dalla
menzogna pensano che l’immacolata nostra fede di Cristiani si sia
trasformata in un’iconolatria e parlano con tracotanza quando la
chiamano «culto volgare e materiale delle cose create». Nessuno
dei cristiani sotto il cielo ha tributato il suo culto ad un’icona: que­
sta è una fola che viene dai pagani, un’invenzione di demoni,
un’impresa dell’azione di Satana. Ciò ha avuto fine con la presen­
za di Cristo, ed il culto adesso è «in Spirito e verità» 2"; diverse
cose la Chiesa possiede nel suo seno consacrate a Dio, in memoria
di Lui e dei suoi santi, e la fattura di icone è una di queste. Costo­
ro, poi, confutano se stessi, quando dicono «proclami ciò che cre­
de opportuno»; hanno dimenticato ciò che sta scritto dalla bocca
del Signore: «chi parla da se stesso cerca la propria gloria» 30°. Es­
si, quindi, attestano di parlare da se stessi e non da parte dello Spi­
rito; e allora chi può ascoltarli, se quello che dicono non viene in
alcun modo dallo Spirito?
E poi, gloriandosi non nel Signore ma della propria lingua, di­
cono - Gregorio, vescovo di Neocesarea, lesse -:
Ed ecco adesso noi, sacro concilio riunito in mezzo a not, in cut
abbiamo raggiunto il numero di trecentotrentotto, seguendo t decreti
dei concili, lietamente accogliamo e predichiamo i dogmi e le tradizio­
ni che essi hanno con fermezza stabilito, decretando che noi li man­
teniamo senza cedimenti.
I Epifanio diacono lesse: avendo un’adunanza fitta di uomini, si
vantano e si gloriano della loro moltitudine! Dopo aver riunito,
infatti, una folla contro la Chiesa, con una bocca incapace di star
chiusa cianciano ciò che non è lecito, proclamando iniquità contro
il Cielo. «Sono cresciuti come il popolo ebreo, e sono divenuti nu­
merosi» 301; ma il Signore in loro non si è compiaciuto. Perché?
Perché dopo aver strappato se stessi dalla Chiesa hanno errato nel
deserto, in un luogo arido, sprovvisti del vino spirituale «che dilet­
ta il cuore degli uomini» 302.
E ancora, dicono le stesse cose sugli stessi argomenti, atteggian­
dosi a parole a seguire i decreti dei concili ma rinnegandoli nei fat­
ti; ed enumerando i concili ecumenici dicono - Gregorio vescovo
lesse
In primo luogo il santo ed ecumenico grande concilio riunito a
Nicea sotto l’imperatore Costantino il Grande di santa memoria, che
depose dalla dignità sacerdotale l’empissimo Ario, poiché sosteneva
essere creatura il Figlio increato di Dio, consustanziale al Padre ed
allo Spirito Santo e che in tutto condivide la stessa gloria e lo stesso
onore; concilio che anche proclamò il simbolo della nostra fede salvi­
fica dettato da Dio. E poi anche quello dei centocinquanta santi Pa­
dri, convenuti in questa città imperiale ai tempi dell’imperatore Teo­
dosio il Grande m, che condannò Macedonio lo Pneumatomaco, che
aveva bestemmiato il santissimo ed increato Spirito e decretato em­
piamente che esso non è consustanziale al Padre ed al Figlio; questo
concilio rese più chiaro, anche attraverso una maggiore ampiezza, il
simbolo della nostra fede salvifica, confermando che è Dio anche il
santo ed onnipotente Spirito 304.
Epifanio diacono lesse: questi due santi concili ecumenici anche
l’empio Nestorio li aveva accolti, insieme con gli eretici suoi segua­
ci. Cosi il loro concilio di sobillatori, pur accogliendoli, ha intro­
dotto un’ulteriore eresia, a causa della quale coloro che vi aderisco­
no sono stati chiamati accusatori dei Cristiani dalla santa ed univer­
sale Chiesa di Dio; in niente distinguendosi dagli insensati che,
quando vedono il sole sopra la terra, si dicono l’un l’altro: «gli astri
sono nascosti dallo splendore del sole, ed è giorno, non notte»;
che, cioè, traggono conclusioni ovvie e manifeste riflettendo in mo­
do sterile.
Continuano poi così - Gregorio vescovo lesse -:
E poi il concilio dei duecento santi Padri, riunito per la prima

7 2
ihilfii (hi l i f t so ai tempi di Teodosio I il Giovane 305/ esso condanno
Nestorio ")fl che ragionava alla maniera dei Giudei, adoratore dell’uo­
mo, giacché riteneva che fosse Cristo in senso proprio il Verbo che
mene da Dio e che quello generato da una donna fosse un altro Cri­
sto; ponendo da una parte e in senso proprio il Dio-Verbo e dall'al­
tra l'uomo, affermando da qui la presenza di due ipostasi in un unico
( '.risto e negando l'unione in ipostasi. È sulla base di questa unione
che non c venerato l ’uno insieme all'altro ma Gesù Cristo, Figlio
unigenito, è compreso essere uno, onorato con un’unica adorazione
unitamente alla sua carne.
Kpilanio diacono lesse: anche Eutiche e Dioscoro, ed i Confu­
sionisti loro seguaci 307, accolsero questo concilio ma rimasero ere­
tici, pcM'ché introducevano un’altra eresia. Anche costoro, perciò,
saranno annoverati insieme a quelli, giacché introducono nella
Chiesa universale un vaniloquio pieno di novità. E come i bambi­
ni si raccontano a vicenda ciò che hanno visto dire e fare ai loro
padri, facendo loro il verso, così anche loro ritengono di dover af­
fermare in veste di maestri e di mettere per iscritto cose a tutti assai
itole, rendendosi per tutti oggetto di derisione.
E, facendo ancora uso del loro vaniloquio, dicono - Gregorio
vescovo lesse
U poi anche il grande e famoso concilio di Calcedonia, che si riunì
ai tempi dell’imperatore Marciano, amato da Dio 308 Questo concilio
anatemizzò Dioscoro 309 e lo sventurato Eutiche }1°, che asserivano che
il medesimo ed unico Cristo e Signore, dopo la perfetta unione iposta-
tìca di Dio-Verbo con la carne, non ha due nature ma che, piuttosto,
sebbene l’unione sia fatta di due nature, ne risulta tuttavia una sola
mescolata e confusa. Oltre a questi concili, noi accogliamo quello dei
centosessantacinque santi Padri, che si riunì a Costantinopoli ai tempi
dì Giustiniano dì sorte divina 5U. Esso anatemizzò Origene 312, detto
anche Adamanzio, Evagrio 313 e Didimo 314, insieme ai loro scritti pa­
gani; e Teodoro di Mopsuestia 315, Teodoro (Diodoro) 316, maestro di
Nestorio, e Severo 317, Pietro 318 e Zoora 319 con le loro empie dottri­
ne; e poi anche la cosiddetta Lettera di Iba a Mari il Persiano 32°, e
così facendo riaffermò le pie dottrine del santo e grande quarto con­
cilio.
Epifanio diacono lesse: questi santi ed ecumenici concili, e quel­
li che li precedettero, li accolsero Sergio di Costantinopoli, Ciro di
Alessandria, Onorio di Roma ed i cosiddetti Monoteliti loro segua­
ci; ma sono, in seno alla Chiesa stessa, anatemizzati come eretici
dalla Chiesa universale, poiché gridano cose vane a causa della loro
eresia. Così anche costoro, pur accogliendo questi santi concili, per

73
la loro eresia I sono espulsi dalla Chiesa universale, Ed il loro di­
scorso su questo argomento è vano et! ozioso, c non degno di una
risposta, poiché, pur accennando ai santi concili, vi si oppongono
e li avversano. Se hanno fatto questo discorso per ignoranza, esso
è completamente pieno di dabbenaggine ed inesperienza; ma se
l’hanno fatto scientemente, è pieno di empietà e (li una consapevo­
lezza veramente orribile. Ci mostrino, infatti, un concilio che si op­
pone ad un altro concilio, che non sia, però, uno di quelli conside­
rati estranei alla Chiesa universale ed anatemizzati, come è quello
loro; oppure seguano quelli santi ed approvati, e ciò che essi hanno
lasciato alla Chiesa lo accolgano anche loro; e se accolgono le ve­
nerande icone, vuol dire che seguono la Chiesa universale, poiché
esse sono state accolte dai sei santi concili ecumenici; ma se non
seguono la Chiesa universale, nessuno li ascolterà, poiché non ade­
riscono alla sua tradizione che si confà a Dio.
Gregorio vescovo lesse:
Allo stesso modo accogliamo anche il concilio che ai tempi del pio
imperatore Costantino riunì centosettanta santi Padri in questa città
custodita da Dio m , che anatemizzò e scomunicò Teodoro di Faran 322
Ciro di Alessandria ì2), Onorio di Roma m , Sergio 325, Paolo m, Pir­
ro 327 e Pietro 328, che lì erano stati presuli m , Macario di Antiochia330
e Stefano, suo discepolo 3 3 poiché asserivano che nelle due nature del­
l’unico Cristo, nostro Dio, c’è un'unica volontà ed operazione.
Epifanio diacono lesse: per queste miserevoli considerazioni non
ci sono parole di confutazione, poiché si trovano confutate già più
sopra.
Con un ragionamento fallace, poi, richiamano di nuovo l’atten­
zione sui santi concili e dicono - Gregorio vescovo lesse -:
Questi sei concili, dunque, santi ed ecumenici, che hanno esposto
con pietà ed in modo a Dio gradito i dogmi della nostra immacolata
fede di Cristiani, istruiti dai Vangeli che ci sono stati trasmessi da
Dio, hanno tramandato che nell’unico Cristo, Signore e Dio nostro,
vi è una sola ipostasi in due nature, volontà ed operazioni, ed hanno
insegnato che i miracoli e le sofferenze sono di Lui medesimo e solo.
Epifanio diacono lesse: che boria ed orgoglio presuntuoso! Ten­
tano di dar lezioni alla Chiesa come se essa fosse inesperta e del
tutto all’oscuro dei divini dogmi, essa che è testimoniata essere pie­
na di ogni sapienza, come grida con la gran voce dello Spirito la
sua guida e divino apostolo, dicendo di lei: «perché sia manifestata,
per mezzo della Chiesa, ai Principati ed alle Potestà I la multiforme
sapienza di Dio» 332. Non hanno, dunque, giudicato con rettitudi­
ne, riportando anzi al centro dell’attenzione, in modo rischioso,

74
cose' che non sono in discussione. La Chiesa universale ha, infatti,
accolto ed approvato questi dogmi come un’ancora sicura e non ha
bisogno delle lezioni di costoro. I nostri Padri, però, fra i loro dog­
mi divini accolsero anche le venerande icone e le ritennero degne
di una certa venerazione ed onore; ne fecero innalzare nei venera­
bili templi da loro costruiti ed ancora ne fecero dipingere in ogni
luogo appropriato e le accolsero con affetto. Ma costoro hanno
osato scavalcare tutta la loro divina adunanza ed hanno posto il
loro trono di fronte a loro, con la stessa alterigia del diavolo, il pa­
tire della menzogna; e poi hanno imbrattato e violentato le cose sa­
cre, e le hanno gettate nel fuoco. Che delitto! E che pazzia teme­
raria! Abbia fine la loro arroganza e risparmi il Signore il suo po­
polo da questa loro malvagità corruttrice. Che tutti seguano la
Chiesa universale, accolgano tutte le raffigurazioni di episodi dei
Vangeli e le rappresentazioni pittoriche degli agoni dei martiri, e le
accolgano con affetto, come la santa Chiesa di Dio sin dall’inizio le
ha accolte.
E si appigliano ancora ai loro artifici, dicendo le frivolezze che
seguono - Gregorio vescovo lesse
Passando in rassegna e valutando queste questioni con molto stu­
dio e profonda indagine, con l’ispirazione del santissimo Spirito, noi
abbiamo trovato che l’arte empia dei pittori è una bestemmia rivol­
ta al fondamentale dogma della nostra salvezza, e cioè alla dispensa­
zione in Cristo; e che essa stravolge questi santi ed ecumenici concili
riuniti da Dio...
Epifanio diacono lesse: studio ed indagine possono anche essere
rivolti al male: allo stesso modo Assalonne studiava ed indagava
con Achitòfel contro suo padre 333, proprio come costoro contro i
santi Padri. Anche Achab ritenne di accogliere le profezie dei fal­
si profeti come ispirate da Dio ma anche costui fu ingannato nel­
la sua speranza 334. Anche l’autore dei Proverbi ha detto: «ci sono
strade che ad un uomo sembrano dritte ma alla fine conducono nel
fondo dell’Ade» 335. Questo è capitato anche a loro, poiché si fan­
no vincere dal desiderio di piacere agli uomini, sono ciarlatani co­
me i ventriloqui 336 e ritengono che le loro strade siano dritte ma
trascinano alla botola dell’Ade quelli che ubbidiscono loro. Ma co­
me è possibile, infatti, che la produzione di icone realizzata dai pit­
tori costituisca, come loro dicono, «una bestemmia rivolta al fon­
damentale mistero della dispensazione di Cristo»? Ed ancora, come
fa l’arte dei pittori a rigettare i sei santi concili ecumenici? E come
può essere che le icone sono state collocate nelle Chiese in contra­
sto con le loro disposizioni, dal momento che, al contrario di quan-

75
to dicono costoro, proprio quei divini nostri Padri, con l’intento di
ammaestrarci I e di chiarire espressamente per noi il mistero della
nostra salvezza, lo fecero rappresentare nei venerandi templi ser­
vendosi dell’arte dei pittori? E quale dei divini Padri nostri ha di­
chiarato che « ratte dei pittori è empia rispetto allo stesso fonda-
mentale dogma della nostra salvezza e cioè alla dispensazione in
Cristo»? Se uno, infatti, accoglie una cosa, non tollera che essa sia
oggetto di biasimo: sanno dunque dire sciocchezze ma non sanno
dimostrarle. A quanto pare, hanno supposto che nessuno si sareb­
be reso conto del fatto che loro falsificano il verbo della Verità.
Tutte le arti manuali, dunque, che deviano dal disegno dei coman­
damenti di Dio, devono essere bandite; ma quelle che non sono
tali, ed anzi, al contrario, sono utili alla nostra vita, non hanno
niente di sconveniente né furono disprezzate o respinte dai nostri
santi Padri. Ed anche l’arte pittorica, se qualcuno la usa per offrire
alla vista l’oscenità, costui è un individuo spregevole e fa del male
- se qualcuno, per esempio dipinge figure e scene pornografiche,
contorcimenti propri della danza o scene da ippodromo; o se an­
che qualcosa d ’altro di simile è prodotto dall’arte, questa è una
pratica vergognosa. Ma se, invece, vogliamo dipingere le vite di
uomini virtuosi ed i racconti degli agoni di martiri, la narrazione
delle loro sofferenze ed il mistero della dispensazione del grande
Dio e salvatore nostro, e ci serviamo allora dell’arte dei pittori, noi
ci troviamo ad esercitarla in modo assolutamente retto. Infatti, se
un pittore rappresenta una croce, nessuno che sia dotato di senno
respinge la croce che è stata disegnata, e neanche se il pittore ha
fatto uso di colori per dipingerla, la croce è priva della grazia divi­
na. Lo stesso principio deve essere accolto, poi, a proposito dei
libri: se qualcuno, infatti, scrive nei libri racconti vergognosi, essi
sono vergognosi, da rigettare e da mantenere estranei all’orecchio
dei Cristiani; se, invece, scrive parole ispirate da Dio e racconti che
conducono alla pietà, essi meritano di essere lodati ed accolti e so­
no degni della Chiesa di Dio. Lo stesso bisogna intendere anche
per l’icona del Signore nostro Gesù Cristo e dei suoi santi, come
abbiamo appena detto. Quando uno produce una cetra o dei flauti,
la sua iniziativa è turpe; ma se produce qualcuna delle sacre sup­
pellettili, è degna di approvazione, e nessuna persona di senno bia­
sima l’arte se appresta cose utili alle necessità di questa vita. Biso­
gna porre mente, infatti, al fine ed al modo attraverso cui si realiz­
za il risultato delle arti: e se il fine è la pietà, il risultato è accetta­
bile; ma se il fine è una qualche turpitudine, il risultato è degno di
disprezzo e di abiezione.

76
Fissati, poi, nella loro accusa, continuano dicendo - Gregorio
vescovo lesse
... dando forza a Nestorto, che divideva in una dualità di figli
l’unico Figlio e Verbo di Dio che si è fatto uomo per n o i...
Epifanio diacono lesse: ancora, come abbiamo appena detto, si
limitano a fare dichiarazioni senza produrre dimostrazioni. Come
può essere, infatti, che dà forza I a Nestorio chi dipinge l’icona di
Cristo? Nestorio introduce due figli, uno è il Verbo del Padre, l’al­
tro è quello nato dalla Vergine. Coloro, però, che sono autentici
cristiani professano che un’unica e medesima persona è Figlio, Cri­
sto e Signore, e dipingendo un’icona di come «il Verbo si è fatto
carne e pose la sua tenda in mezzo a noi» 337, cioè come uomo per­
fetto, agiscono in modo assolutamente retto. Dio Verbo, infatti, cir­
coscrisse se stesso quando venne tra noi nella carne. Ma nessuno
ha mai pensato di dipingere la sua divinità, giacché, dice la Scrit­
tura, «Dio non l’ha mai visto nessuno» 338; Lui, infatti, è incirco­
scritto, invisibile, incomprensibile, ma è circoscritto secondo la sua
umanità. Noi sappiamo che Cristo è di due nature, ed in due na­
ture in modo indivisibile, la divina, cioè, e l’umana; e, dunque, una
incircoscritta ed una circoscritta si vedono in un unico Cristo. E
l’icona è simile al prototipo non nella sostanza ma soltanto nel no­
me e nella disposizione delle membra che vengono dipinte. Infat­
ti, neanche qualcuno che dipinge l’icona di un uomo cerca poi nel­
l’icona un animo, sebbene sia incomparabile la differenza tra l’ani­
ma umana e la divina natura; giacché l’una è increata, creatrice,
senza tempo, l’altra creata, legata al tempo, creata dalla prima; e
nessuno mai che sia dotato di senno, al vedere l’icona di un uomo
ha pensato che, attraverso l’arte del pittore, l’uomo è separato dalla
sua anima. Non solo, infatti, l’icona è priva di anima ma anche del­
la reale consistenza del corpo - e cioè di carne, muscoli, nervi, ossa
- e degli elementi - ossia il sangue, il flegma, l’umore e la bile -, e
vedere in un’icona la mescolanza di queste cose è impossibile; se,
infatti, si vedessero queste cose nell’icona, noi la chiameremmo
“uomo” e non “icona di un uomo”. Dunque, la presente fanfaro­
nata se ne va via insieme alle altre loro questioni.
Quanto segue è altrettanto ridicolo - Gregorio vescovo lesse
... non solo, ma anche ad Ario, Dioscoro, Eutiche e Severo, che
asserivano la confusione ed il disordine delle due nature nell’unico
Cristo.
Epifanio diacono lesse: che sconsiderate fole, degne di anziane
donne, sono le loro! E che inganno dissimulato! Si compiacciono
ancora una volta di perdere il loro tempo fra sciocchezze sempre

77
uguali: o ignorano che gli eretici che enumerano sono diversi fra
loro ovvero dire sciocchezze è un loro obiettivo deliberato. Le ere­
sie di Ario, infatti, di Dioscoro e di Eutiche avversano in qualche
modo Nestorio e sono reciprocamente in conflitto, sebbene siano
pari in empietà. Ario, infatti, che dice che l’eterno ed increato Ver­
bo di Dio Padre è venuto in esistenza dal non essere, aggiunge al­
l’empietà anche un’altra eresia, quando dice che Cristo non ha I
un’anima razionale ma che al posto dell’anima reca la divinità; ed
alla divinità lui ascriveva anche la Passione. Dioscoro ed Eutiche,
invece, in opposizione a Nestorio che diceva esserci in Cristo due
nature e due ipostasi, confondevano le nature e nel loro vaniloquio
asserivano che ve ne era una sola; e procedendo lontano dalla via
regia 339, che non devia né a destra né a sinistra, si sono allontanati
dalla dottrina degli Apostoli e dei Padri. E quale comunanza o
consonanza ha la santa Chiesa di Dio universale con Ario, Diosco­
ro ed Eutiche a proposito di rappresentazioni pittoriche descritti­
ve? Ma i loro discorsi non sono soltanto vani ed inutili, sono anche
estranei al precetto apostolico che prescrive: «il vostro parlare sia
sempre con grazia, condito di sapienza» 34°; e, nel suo disgusto per
loro, anche Giobbe dalle molte prove diceva: «verrà mangiato un
pane senza sale? E c’è un gusto in parole vane?» 341. E davanti agli
occhi di tutti, dunque, che costoro accusano la Chiesa di Dio a ca­
saccio ed invano, dicendo qui che essa, dipingendo l’icona del Si­
gnore incarnato, si uniforma a Nestorio empio, che divide le natu­
re, e là che si uniforma ad Eutiche e Dioscoro, sacrileghi e confu­
sionisti 342. Ma, come è stato mostrato, è chiaro che essi si oppon­
gono gli uni agli altri, sebbene poi gli uni e gli altri combattano
contro la Chiesa. Se, infatti, ammettiamo che la Chiesa, come loro
affermano, è seguace di Nestorio, allora loro mentono, poiché di­
cono che essa concorda con Eutiche e Dioscoro; e se, al contrario,
ammettiamo che essa consente con Eutiche e Dioscoro, si scopre
che anche in questo mentono, giacché la discussione appena con­
clusa ha mostrato che Nestorio ed Eutiche furono divisi l’uno dal­
l’altro nella loro empietà; e questo loro fallace ragionare è irragio­
nevole e vano.

Tomo terzo

Epifanio diacono lesse: e poiché, arando tra le spine, fanno di­


scorsi alieni da quanto gli Apostoli hanno seminato e fanno frutti­
ficare i germogli della zizzania degli eretici, a loro Dio grida per
bocca del profeta: «molti pastori hanno devastato la mia vigna,

78
hanno insozzato il mio pezzo di terra» M\ dicendo queste parole -
Gregorio vescovo lesse
Per questo abbiamo ritenuto giusto mostrare nei Jettagli, attraver­
so la presente nostra definizione, in cosa consiste l'errore Ji ehi rea­
lizza le icone e di chi le venera. Tutti i divini Padri, dunque, ed i
santi concili ecumenici hanno tramandato così la nostra lede e confes­
sione pura, incontaminata ed a Dio bene accetta, affinché nessuno
escogitasse un qualche tipo di divisione o confusione per l'indicibile
ed inconoscibile unità, che sopravanza l’intelletto ed il pensiero, l'uni­
tà in un’unica ipostasi delle due nature di una persona manifestata in
modo assolutamente individuale.
I Epifanio diacono lesse: veramente hanno mostrato nei dettagli
il loro errore, questi sciocchi! Mentre, infatti, tutti i santi Padri
nostri che si sono riuniti nei sei santi concili ecumenici accettaro­
no ed istituirono le venerabili rappresentazioni iconografiche nei
templi santi ed in altri luoghi appropriati, costoro, invece, le han­
no fatte oggetto di scomunica con espressioni spregevoli ed usate
a sproposito: le hanno chiamate “inganno” ed hanno tirato fuori il
nome di “altra idolatria”, oltre quella del demonio. E mentre l’ido­
lo e l’icona sono due cose opposte l’una all’altra, loro non hanno
fatto distinzione tra esse; infatti, ciò che era stato fatto a gloria di
Cristo, Dio nostro, e per ricordare la sua vita nella carne, e ciò che,
invece, era stato creato per la gloria ed il ricordo dei demoni dai
pagani, che li venerano, e da alcuni Giudei: ebbene, loro designa­
no ambedue le cose recando sulla loro, bocca un’unica, identica
denominazione, e non hanno vergogna di mettere per iscritto tut­
to questo, mescolando ciò che non è mescolabile e adducendo co­
me scusa i loro peccati. E mormorano vani discorsi di divisione e
confusione contro la conoscenza di Dio che la Chiesa universale
possiede, e scioccamente dicono «affinché nessuno escogitasse un
qualche tipo di divisione» nell’unione ipostatica di Dio Verbo alla
carne. Inoltre, come è sembrato, non hanno mai letto ciò che i Pa­
dri dicono o, se l’hanno letto, l’hanno letto in modo frettoloso e
senza perspicacia. Gregorio il Teologo confuta il loro vuoto decla­
mare quando dice: «ogni volta che le nature vengono distinte nel
pensiero, anche i nomi ne risultano distinti» 344; e tutti i nostri santi
Padri, che non ammettono la confusione delle nature, dicono che
le due nature sono separate nel pensiero nel senso della distinzio­
ne e non della divisione. Ne consegue che o sono sprovvisti, anche
a questo proposito, di una esatta conoscenza dei dogmi; oppure
asseriscono che i nostri santi Padri in nessun modo hanno parlato
di divisione per l’unità delle due nature della dispensazione di Cri-

79
sto. E mentre Nestorio, quando dice che uno è il Dio Verbo ed un
altro colui che è stato generato dalla Vergine, di fatto divide le na­
ture in uomo e Dio separatamente; la Chiesa universale, invece, che
professa un’unione senza confusione, col pensiero e solo con esso
distingue le nature senza dividerle, confessando che l’Emanuele è
uno e lo stesso, anche dopo l’unione.
Spirando poi tracotanza dalle loro narici, affermano - Gregorio
vescovo lesse
Cos’è, dunque, questa insensata presunzione del pittore 345, che si
è messo a fare ciò che non è possibile fare per miserabile bramosia di
guadagno, dar forme, cioè, servendosi di mani impure, a «ciò che col
cuore si crede e con la bocca si confessa» )46?
Epifanio diacono lesse: è follia pensare e parlare così, giacché
non è da saggi accusare chi non è colpevole. I Che perverso dise­
gno è, infatti, quello loro, di applicare queste sciocchezze agli og­
getti consacrati della Chiesa? Se si dice che è per bramosia di gua­
dagno che il pittore raffigura il Signore nostro in quanto fu uomo
perfetto ed i suoi santi, è il caso anche di accusare coloro che mi­
niano i divini Vangeli e chiamare “pittori di sciocchezze” anche
coloro che attraverso i colori raffigurano la croce, e dire che fanno
ciò per bramosia di guadagno 347.
E allora? Bisognerà forse chiamare “costruttore di sciocchezze”
anche un fabbro che costruisce una croce? E uno scultore che
sgrossa e scolpisce una santa mensa, dovremo chiamarlo “scultore
di sciocchezze”? E un orafo, un argentiere, un tessitore, anche loro
dovremo chiamarli così? Nel loro delirio, dunque, va perduta ogni
disciplina ed ogni arte data da Dio per la sua gloria e per la conser­
vazione della nostra vita; e poiché hanno raggiunto il punto estre­
mo dell’ignoranza e della perversione, ascoltino dalla divina Scrit­
tura e dai nostri santi Padri quanta lode si tributa alla sapienza,
donata alla nostra natura dal munifico Dio che ci ha creati. Giob­
be, per esempio, che di Dio dice: «chi ha dato alle donne l’abilità
nel tessere?» 348. Anche la divina Scrittura testimonia che da Dio fu
data la sapienza a Bezaleel, perché avesse conoscenza di ogni arte di
costruire; essa dice infatti:

E il Signore parlò a Mosè dicendo: «vedi, ho chiamato per nome Bezaleel,


figlio di Uria, figlio di Or, della tribù di Giuda, e l’ho riempito di uno spirito
divino di sapienza, intelligenza e conoscenza, perché sia capace, in ogni genere
di lavoro, di concepire e di costruire e di lavorare l’oro, l’argento, il bronzo, e
poi il blu di giacinto, la porpora, lo scarlatto nei filati, ed il filato di bisso, e gli
oggetti di pietra, ed i lavori di costruzione con il legno, perché possa operare in
ogni genere di lavoro. Io gli ho anche assegnato Eoliab, figlio di Achisamac,

80
della tribù di Dan, e ad ogni cuore intelligente ho dato intelligenza e faranno
tutto quanto ti ho ordinato» 3‘,9_

In sintonia con queste parole, anche il grande teologo Gregorio


dice: «uno spirito del Signore discese e li guidò; e uno spirito di
conoscenza riempì Bezaleel, il costruttore della Tenda» 35°. Poiché
dunque disprezzano e condannano le conoscenze che Dio ha dato
agli uomini, essi sono annoverati tra gli eretici spregiatori di Dio, e
così vengono chiamati, poiché «hanno aggiunto», come è scritto,
«peccato a peccato» 351. I figli legittimi, dunque, e non bastardi
della sposa adornata di Cristo, la Chiesa universale, «che non ha
macchia né ruga» 352, che offrono i sacrifici spirituali ed il loro cul­
to a Dio solo, quando, attraverso il senso della vista, vedono la ve­
nerabile icona del Cristo o della santa Madre di Dio, che è propria­
mente e veramente signora nostra, o le icone degli angeli santi e di
tutti i santi, sono santificati e conformano la loro mente al ricordo
di loro, e «con il cuore credono» in un solo Dio «per ottenere la
giustificazione e con la bocca fanno la loro professione di fede per
ottenere la salvezza» 353. Allo stesso modo, anche ascoltando il Van­
gelo riempiono la percezione di quanto hanno udito di santificazio­
ne e di grazia e «con il cuore comprendono» 354 il racconto di
quanto è stato scritto.
E poi, pieni di sconsiderato orgoglio, cosa dicono? I - Gregorio
vescovo lesse
Un tale individuo, infatti, ha fatto un’icona e l’ha chiamata “Cri­
sto’; e il nome “Cristo” è Dio e uomo: dunque anche l’icona è icona
di Dio e di uomo. Ed allora il pittore o ha circoscritto, secondo la sua
vana opinione, l’incircoscrivibile carattere della Divinità con il limi­
te della carne creata o ha confuso quell’inconfusa unione, incorrendo
nell’illegittimità della confusione delle nature, arrecando così due be­
stemmie alla Divinità, attraverso il circoscrivere ed attraverso la con­
fusione. Ma anche chi adora le immagini si macchia delle stesse be­
stemmie, e guai allo stesso modo ad entrambi, perché sono caduti
nell’errore insieme con Ario, Dioscoro ed Eutiche e con l’eresia degli
Acefali 355.
Epifanio diacono lesse: la fattura delle icone non è un’invenzione
dei pittori ma uso approvato e tradizione della Chiesa universale; e
«ciò che eccelle in antichità è degno di rispetto», secondo il divino
Basilio 356. Ed è la stessa antichità dei fatti, e l’insegnamento dei
nostri Padri ispirati, a testimoniare che essi, vedendo le immagini nei
venerandi templi, se ne rallegravano; e quando facevano innalzare
templi venerandi, ve le ponevano alle pareti ed all’interno dei templi

8i
offrivano le loro preghiere a Dio bene accette e i loro sacrifici in­
cruenti a Dio, signore di tutte le cose. Ai Padri, dunque, appartie­
ne l’idea, di essi è la tradizione, non del pittore; solo l’arte è del
pittore, mentre l’iniziativa è chiaramente dei santi Padri che hanno
fatto costruire i templi. Il nome “Cristo”, poi, designa la divinità e
l’umanità, le due nature perfette del Salvatore. E i Cristiani hanno
ricevuto il precetto di dipingere la sua icona secondo la natura in cui
si rese visibile, non secondo quella per cui era invisibile: quest’ulti-
ma, infatti, non è circoscrivibile, giacché «Dio non l’ha mai visto
nessuno» 357, come abbiamo sentito dal Vangelo. Dal momento che
Cristo viene dipinto nella sua natura umana, è ovvio che, come la
realtà ha mostrato, i Cristiani professano che l’icona visibile ha in
comune con l’archetipo solo il nome e non l’essenza. I Questi balor­
di, invece, dicono che non c’è distinzione tra icona e prototipo, ed
a cose per essenza diverse assegnano una medesima essenza. Chi
non riderà della loro ignoranza? O chi, piuttosto, non lamenterà la
loro empietà? Voltisi ad un disegno spregevole, infatti, dicono cose
improprie, cianciando che la santa Chiesa di Dio, a causa della fat­
tura delle venerande icone, è responsabile di confusione delle due
nature di Cristo e che essa ascrive alla divinità il carattere della cir-
coscrivibilità; ed aggiungendo, poi, empietà ad empietà, bofonchiano
condanne. Ma la loro fatica si ritorcerà contro il loro capo. Se, in­
fatti, «era maledetto colui che malediceva l’antico Israele e colui che
lo benediceva era benedetto» 358, quanto più chi maledice il nuovo
Israele che vede Dio spiritualmente, cioè la Chiesa di Dio, è male­
detto senza riserve? Chi potrebbe non detestarli, loro che dicono
che essa è tratta in errore da Ario, Dioscoro ed Eutiche, e dall’eresia
degli Acefali, I mentre sono proprio loro ad averli per guide e patro­
ni della loro odiosa eresia? Nel seguito, infatti, è addotto da loro
come testimone Eusebio, discepolo di Panfilo, che è riconosciuto
dall’intera Chiesa universale fautore dell’eresia di Ario, come è ri­
portato in tutti i suoi scritti e pubblicazioni. Egli afferma che il Dio-
Verbo è secondo nell’adorazione, è ministro del Padre, occupa il
secondo posto quanto a dignità; e si oppone così alla dottrina del­
la consustanzialità, asserendo una commutazione della santa Carne
del Signore nella natura della Divinità. Poiché, poi, asserisce la con­
fusione di queste due nature, non ammette neanche l’icona. Ma
neanche l’intera adunanza maledetta dei folli seguaci di Ario la am­
mette: ritengono, infatti, che il Signore nostro si sia fatto uomo sen­
za l’anima razionale e che in lui al posto dell’anima c’era la Divinità;
e pensavano così per poter riferire le sofferenze della Passione a
quest’ultima, come testimonia Gregorio il Teologo 359. In quanto

82
teopaschiti, dunque, non ammettono l’icona 36°; ed allo stesso modo
neanche Severo il confusionista ammise l’icona di Cristo, nostro Dio,
nella Chiesa, come riferiscono numerosi storici. Come fanno dunque
ad affermare che la Chiesa universale, dal momento che accoglie le
rappresentazioni iconiche, è seguace di Ario, Dioscoro, Eutiche e
dell’eresia degli Acefali? È davvero strano. Il fatto è che loro vomi­
tano con la loro lingua irrefrenabile anche queste loro insensate be­
stemmie, parlando al vento: nient’altro. Ascoltino, dunque, sul serio:
la natura divina, come abbiamo detto, è al di sopra della circoscri-
vibilità, la natura umana, invece, è circoscritta; e nessuno che abbia
senno, quando dice che la natura umana è circoscrivibile, circoscrive
insieme a questa anche l’altra, che circoscrivibile non è. Il Signore,
infatti, in quanto era uomo perfetto, quando si trovava in Galilea
non era in Giudea; e lui stesso lo conferma, quando dice: «andiamo
di nuovo in Giudea!» 361; e parlando di Lazzaro ai suoi discepoli
diceva: «sono contento per voi di non essere stato là» 362. In quanto
è Dio, però, è presente in ogni luogo del suo dominio e rimane as­
solutamente incircoscritto. Com e che, allora, cianciando sciocchez­
ze, vanno farfugliando con la loro lingua irrefrenabile «[...] il pittore
ha circoscritto, secondo la sua vana opinione, l’incircoscrivibile ca­
rattere della divinità con il limite della carne creata»? Se la natura
divina di Cristo è stata circoscritta insieme alla natura umana di
quando giaceva in fasce nella mangiatoia, nella rappresentazione
figurata della sua umanità è circoscritta anche l’incircoscrivibile sua
divinità; e così è anche nella croce: se la sua natura divina è stata
circoscritta insieme alla natura umana, nella rappresentazione figu­
rata della sua umanità è circoscritta anche l’incircoscrivibile sua di­
vinità. Ma se, invece, non si è realizzata la prima di queste due cose,
allora neanche la seconda ha mai avuto luogo. Magari costoro aves­
sero letto le parole dell’ispirato Dionigi tratte dal suo Discorso sul­
la Gerarchia, quando dice:
Non c’è esatta somiglianza fra le cose che sono prodotte da una causa e le
cose che ne sono causa; ma le cose causate recano immagini convenienti alle
cause, sebbene le cause stesse siano più alte e superiori, secondo il grado del­
la propria natura 363.

Sicché è stato mostrato, anche a coloro che hanno poco com­


prendonio, I che folle inanità tenti di introdurre il loro discorso
raffazzonato, attaccando battaglia contro la Chiesa, non contro il
pittore.
Incapaci di provare vergogna, poi, ostinatamente dicono —Gre­
gorio vescovo lesse -:

83
E pur essendo stati condannati da chi riflette saviamente per es­
sersi dati a dipingere 1‘incomprensibile ed incircoscrivihile natura di­
vina di Cristo, si rifugeranno di certo in un’altra perfida difesa, dicen­
do: «della sola carne, che abbiamo visto e toccato, e con la quale ab­
biamo vissuto, rappresentiamo l’icona»; e questa è empietà, e inven­
zione del furore nestoriano.
Epifanio diacono lesse: loro che falsificano la verità, voltisi a
contraddire senza vergogna, si attaccano alle loro macchinazioni e
tuttavia, pur di essere coerenti con se stessi, cadono nella trappo­
la della bestemmia; e con queste parole deliranti «l’incomprensibile
ed incircoscrivibile natura di Cristo», accusano i Cristiani dicendo
che loro l’hanno circoscritta. Con un espediente retorico, poi, reci­
tano la parte di quelli e fanno loro falsamente dichiarare: «della
sola carne, che abbiamo visto e toccato, e con la quale abbiamo
vissuto, rappresentiamo l’icona», per spingere la Chiesa, come se
così fosse di nuovo possibile, nella bestemmia nestoriana. E per
questo che concludono «questa è empietà, e invenzione del furore
nestoriano». Ascoltino dunque la verità. I Cristiani, poiché ricono­
scono che l’unico Emanuele è Cristo Signore, lo rappresentano in
quanto «il Verbo si è fatto carne» 364; essi tengono lontane da sé le
tortuose fandonie, accogliendo con cuore semplice tutto quanto è
stato tramandato nella Chiesa. Quando guardano le pitture, poi,
nient’altro intendono se non ciò che in esse è significato. Infatti,
quando vedono nell’icona la Vergine che ha partorito e gli angeli
che le si appressano con i pastori, considerano che Dio, facendosi
uomo, è stato generato per la nostra salvezza, e lo professano di­
cendo: «Colui che è senza carne si è incarnato, il Verbo è divenuto
corporeo, l’Increato è stato creato, l’Impalpabile fu toccato»; e pro­
fessano che è uno e lo stesso, perfetto in divinità e perfetto in uma­
nità, veramente Dio e veramente uomo. E poi è stato detto sopra,
a proposito dell’infame eresia di Nestorio, che le rappresentazioni
iconografiche non sono compatibili con essa, ed è già stato detto
con sufficiente chiarezza; ma, se è necessario, verrà detto un’altra
volta.
Giacché, poi, credono di avere in sé qualcosa che deve essere
compreso, dicono - Gregorio vescovo lesse -:
Anche su questo punto è necessario considerare che, se secondo i
Padri ortodossi la carne è carne del Verbo di Dio; che non ammette
in nessun caso la nozione di divisione ma che è compresa tutta e com­
pletamente nella natura divina ed I è integralmente deificata, come
faranno a dividerla in due ed a farla sussistere separatamente coloro
che tentano di fare ciò? La stessa cosa vale per la sua santa anima.

84
Poiché, infatti, la divinità del Figlio ha assunto nella propria ipostasi
la natura della carne, l’anima è divenuta mediatrice fra la divinità e
la materialità della carne; e come la carne è carne del Verbo di Dio,
così l’anima è anima del Verbo di Dio; e l’una e l’altra insieme sono
deificate, l’anima, cioè, così come il corpo, e rimanendo inseparata da
essi la divinità, anche in quella separazione dell’anima dal corpo che
è avvenuta nella sua passione volontaria. Dove, infatti, c’è l’anima di
Cristo, lì c’è anche la divinità e dove c’è il corpo di Cristo lì c’è an­
che la divinità.
Epifanio diacono lesse: quando stanno per intraprendere un ra­
gionamento malvagio, loro, che deviano dal cammino della Chiesa
universale, prendono le mosse da principi su cui tutti sono d ’accor­
do; e lo fanno perché, grazie al buon senso che in essi si rivela,
possano riscuotere credito anche sul resto. Dopo avere, infatti, be­
ne espresso alcuni concetti, mescolano le perle con i sassolini e,
voltisi al proprio vomito, affermano che quanti accolgono le vene­
rande rappresentazioni iconografiche «dividono in due l’unico Cri­
sto e fanno sussistere le due parti separatamente». E falsamente
affermano che «la carne non ammette in nessun caso la nozione di
divisione». È ovvio che loro non conoscono il parere dei Padri.
Dicono espressamente, infatti, che la divisione delle due nature è
tale solo al livello del pensiero e non di fatto - e l’abbiamo detto
poco sopra - , come ha osato dire Nestorio bestemmiando. E nel
rappresentare il Signore in quanto si è fatto uomo perfetto, in real­
tà, non entra in causa, come loro hanno in molti modi affermato,
la nozione di separazione e sussistenza individuale, o di una qual­
che divisione o, al contrario, di confusione. Altro, infatti, è l’icona,
altro il suo modello, e nessun uomo assennato cerca in alcun modo
nell’icona le proprietà del modello. Nell’icona, infatti, il ragiona­
mento corretto non riconosce altro se non il fatto che essa ha in
comune con ciò di cui è l’icona il nome e non la sostanza, come
abbiamo in molti modi detto, spinti dalle loro dispute. E poiché
sorge loro il dubbio di non stare dicendo qualcosa di giusto contro
la Chiesa universale, su questioni identiche dicono identiche cose,
dicendo insulsaggini e producendo per chi ascolta un chiaccheric-
cio. Perciò accade pure che si espongano alla derisione generale,
giacché parlano ora di divisione ed ora di confusione, con la lingua
che hanno prontissima a dire castronerie.
Per questo aggiungono - Gregorio vescovo lesse
Se dunque nella passione la divinità è rimasta inseparata da essi,
anima e corpo, come fanno costoro, insensati e pieni di ogni stoltezza,
a dividere la carne, che è intrecciata alla divinità e deificata essa stes-
sa, ed a tentare così di dipingerne l’icona come se fosse la carne di un
normale essere umano? Su questo punto, infatti, essi cadono in un
altro abisso di empietà, I poiché separano la carne dalla divinità, la
designano come sussistente in sé ed assegnano alla carne un’altra per­
sona, dicendo che è quella che rappresentano nell’icona. Così facen­
do, essi mostrano di aggiungere una quarta persona alla Trinità ed in
più rappresentano come essere non deificato l’acquisizione deificata
(da parte di Cristo, della natura umana). Da quanti sono, dunque,
convinti di dipingere l’icona di Cristo si dovrà dedurre o che l’ele­
mento divino è circoscritto e confuso con la carne o che il corpo di
Cristo non era deificato ma, invece, diviso, e che essi assegnano alla
carne una persona che sussiste per sé - ed in questo costoro si iden­
tificano con la lotta contro Dio dei nestoriani. Quindi, poiché incor­
rono in una tale empia bestemmia, si vergognino, siano confusi e la
smettano quanti realizzano, amano e venerano quella che falsamen­
te è fatta e chiamata da loro "icona di Cristo”. Via da noi, allo stes­
so modo, anche la divisione delle nature di Nestorio e la loro confu­
sione ad opera di Ario, Dioscoro, Eutiche e Severo, che sono mali
diametralmente opposti ed entrambi altrettanto empi.
Epifanio diacono lesse: non seguono per niente un’unica strada,
questi promotori dell’eresia che calunnia i Cristiani, diversamente
da come sono soliti fare coloro che rettamente ragionano sui divini
dogmi, che, invece, mantengono sempre la via regia e non deviano
da nessuno dei due lati. Loro, al contrario, stravolgendo le vie del
Signore, raccolgono presso di sé le opinioni più antitetiche, con la
loro intelligenza come guida e ritenendo di essere sapienti in tutto.
Ma da Isaia, che parla schiettamente, sentono: «guai a coloro che
si credono sapienti e si reputano intelligenti!» 365. Ed infatti loro
prendono per articoli di fede ciò che i Cristiani ortodossi non han­
no mai detto, ed accusano la Chiesa usando sofismi per costruire
sillogismi insostenibili. Da loro non proviene altro che prepotenza,
scherno ed, in più, empietà. Quanto, infatti, Diodoro, Teodoro di
Mopsuestia, Nestorio, Eutiche e Dioscoro e Severo ritennero, de­
lirando contro la verità, costoro lo attribuiscono alla Chiesa univer­
sale e, mischiando cattiveria a cattiveria, e con le parole più stupide
e sciocche, le addebitano di essersi mescolata con questi empi ere­
tici. E come gli osti mescolano il vino con l’acqua, loro mischiano
il discorso giusto con un discorso contorto, unendovi il fiele del­
l’amarezza; l’eresia di Dioscoro ed Eutiche è, infatti, in qualche
modo, contraria a quella di Nestorio, come abbiamo appena finito
di dire. Ed eresie contrarie non è possibile che si trovino in un’uni­
ca dottrina e professione di fede, proprio come sarebbe inconcepi-

86
bile vedere il bianco e il nero, il caldo e il freddo in uno stesso og­
getto nello stesso momento. Non si è mai trovato, infatti, il caldo
tra la neve né il Ireddo nel fuoco. Ma mostreremo meglio la loro
dabbenaggine da ubriachi. Costoro, che sono rapidissimi nel pro­
nunciare calunnie, dicono che l’icona ed il suo modello sono la
stessa cosa. Ed è per questo che imputano confusioni e divisioni a
coloro che dipingono il racconto evangelico. La deviazione dalla
verità, infatti, degli Eutichiani, di coloro, cioè, che affermano resi­
stenza di un’unica natura nell’unione ipostatica di Cristo ed argui­
scono da questo la confusione, in loro non consiste in altro se non
nel fatto che definiscono ipostasi I e natura come una medesima
cosa. Noi, invece, allievi della Chiesa universale, sappiamo che sono
cose distinte: chiamiamo infatti “ipostasi” una sostanza con le sue
proprietà, a parte il sussistere, e “natura”, invece, qualcosa che esi­
ste per sé, che non ha bisogno di niente per essere costituita, a par­
te la generazione. In questo modo, inoltre, costoro affermano che
l’icona di Cristo e Cristo stesso non differiscono in niente quanto
alla sostanza, poiché, se avessero conosciuto la differenza, non
avrebbero tirato fuori, così affrettatamente, queste parole vuote. E
infatti chiaro per tutti che una cosa è l’icona ed un’altra il model­
lo: questo è animato, quella è inanimata; e poiché hanno cianciato
che nell’icona si trova circoscritta la divina natura, deviati dal giu­
sto modo di ragionare, «sono stati abbandonati in balia di un’intel­
ligenza depravata» 366. Si vedono, infatti, dipinti Pietro e Paolo ma
le loro anime non sono nelle icone. Quando, pure in presenza del
corpo di Pietro, non si riesce a vedere la sua anima, chi dei seguaci
della verità potrebbe dire, se non riferendosi al solo pensiero, che,
poiché non la si vede, la carne di Pietro è separata dalla sua ani­
ma? A maggior ragione, allora, l’incircoscrivibile natura del Verbo
di Dio sarà forse separata dalla carne che Lui assunse, che è circo-
scritta? Quando, infatti, Cristo fu stanco per il cammino e cercava
da bere presso la donna samaritana o quando veniva lapidato dai
Giudei, non era la natura divina ad essere stanca o ad essere colpi­
ta dalle pietre - lungi da noi una simile bestemmia 367! Queste in­
tricate contorsioni, dunque, la famigerata vanità degli accusatori dei
Cristiani ha introdotto con lingua irrefrenabile, nell’intento di re­
spingere le rappresentazioni iconografiche; ed aggiungendo surret­
tiziamente altre accuse e raccogliendo iniquità su iniquità, ha scioc­
camente asserito l’aggiunta di una quarta persona alla santa Trini­
tà. Noi, però, generati come figli legittimi nella Chiesa universale,
che accogliamo ogni cosa della dispensazione del signore nostro
Gesù Cristo e detestiamo Ario e Nestorio, Apollinare ed Eutiche e
Dioscoro, suoi seguaci, accogliamo le venerande icone, riconoscia­
mo che esse sono nient’altro che icone, in quanto hanno conforme
al loro prototipo il solo nome e non la sostanza.
Camminando di traverso come i granchi, poi, si mettono sulla
via di un’altra bestemmia, dicendo - Gregorio vescovo lesse
Gioiscano e si rallegrino, e giudichino in tutta libertà coloro che
fanno, amano e venerano con anima sincera la vera icona di Cristo e
la offrono per la salvezza dellanima e del corpo. È colui che istituì i
sacri misteri, Dio stesso, che, quando assunse da noi una consistenza
del tutto nostra, nel momento della sua passione volontaria, la diede
ai suoi iniziati come figura di sé ed in memoria di sé pienamente ma­
nifesta. Quando, infatti, stava per consegnarsi volontariamente alla
sua morte memorabile e vivificante, prese il pane e lo benedisse, rese
grazie e lo spezzò, e distribuendolo disse: «prendete e mangiate, per
il perdono dei peccati; questo è il mio corpo» 368 Allo stesso modo,
porgendo anche il calice disse: I «questo è il mio sangue; fate questo
in memoria di me» 369. E questo a significare che non aveva scelto
nessun’altra figura in terra né alcun altro simbolo che potesse essere
l’icona della sua incarnazione. Ecco, dunque, l’icona del suo corpo
vivificante, che è fatta tributando veramente onore a Dio e con vero
intento di onorare. Infatti, che cosa ha compiuto Dio onnisciente così
facendo? W ent’altro se non additare e manifestare chiaramente a noi
uomini il mistero che si è realizzato nella sua dispensazione. Infatti,
come ciò che assunse da noi è soltanto la materia della sostanza uma­
na in tutto perfetta, che non raffigura una persona che sussiste per sé,
per evitare che nella Divinità intervenisse l’aggiunta di una persona;
così anche dispose che venisse offerta come icona una materia appo­
sita, e cioè la sostanza del pane, che non raffigura la forma umana,
affinché non venisse reintrodotta l’idolatria. Come dunque il corpo
naturale di Cristo è santo, in quanto deificato, così è chiaro che an­
che quello adottivo, cioè la sua icona, è santa, in quanto deificata
dalla grazia di un atto di consacrazione. Questo, infatti, è quanto ha
realizzato, come dicevamo, il Signore Cristo, sicché, come deificò la
carne che assunse con una particolare santificazione naturale per mez­
zo dell’unione ipostatica, allo stesso modo si compiacque di rendere
il pane dell’eucaristia, in quanto immagine che non inganna del cor­
po naturale santificato attraverso l’inabitazione dello Spirito Santo,
corpo divino, attraverso la mediazione del sacerdote che fa l’offerta,
nel passaggio dalla sfera del comune a quella del santo. Inoltre, la
carne naturale, animata e razionale, del Signore fu unta dallo Spiri­
to Santo, quanto alla Divinità; allo stesso modo l’icona della sua car­
ne, che è stata data da Dio stesso, il divino Pane, fu colmato di Spiri-

88
to Santo insieme al calice del sangue del suo fianco, che dà la vita.
Questa, dunque, si è rivelata icona che non mente della dispensazio­
ne nella carne di Cristo, Dio nostro, come si è detto prima; Lui stes­
so, il vero creatore della vita naturale, ce l'ha data con le sue stesse
parole.
Epifanio diacono lesse: è in qualche modo naturale che il ragio­
namento condotto, qualora abbia una volta deviato dalla verità,
produca numerose e pericolose assurdità, dovute alla consequenzia­
lità a partire dall’errore. Anche a questi promotori di rivoluzione è
accaduto così. Dopo aver deviato, infatti, dalla verità nelle loro con­
clusioni a proposito della produzione di icone, si sono fatti trasci­
nare ad un altro folle furore anche più estremo, giacché come dal
tripode di Delfi si sono messi a vaticinare queste dottrine contor­
te e funeste. Ma sentano le parole del libro dei Proverbi: «una rete
robusta sono per un uomo le sue labbra ed egli è preso dalle parole
della sua bocca» 37°; hanno apprestato, infatti, «legno, fieno e pa­
glia, che finiscono nel fuoco» 371. Mai nessuna delle trombe dello
Spirito, i santi Apostoli, o dei celebrati Padri nostri ha detto che il
nostro sacrificio incruento, che avviene in memoria della Passione
del nostro Dio e di tutta la sua dispensazione, è icona del suo cor­
po; infatti non hanno ricevuto dal Signore il precetto di affermar­
lo e di professarlo ma ascoltano le sue parole nel Vangelo: «se non
mangiate la carne del Figlio dell’Uomo e non bevete il suo sangue,
non potete entrare nel Regno I dei cieli» 372; e «chi mangia la mia
carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in lui» 373; e prese
il pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e lo diede ai suoi disce­
poli e disse: «prendete e mangiate, questo è il mio corpo»; e pre­
so il calice rese grazie, e lo diede loro dicendo: «bevetene tutti,
questo è il mio sangue della nuova alleanza, versato per molti in
remissione dei peccati» 374. Non disse: «prendete e mangiate l’icona
del mio corpo» ! Ma anche Paolo, il divino Apostolo che fu ispirato
dalle divine parole del Signore, disse:

lo ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: che nel­
la notte in cui veniva tradito prese il pane e rese grazie, lo spezzò e disse: «pren­
dete e mangiate, questo è il mio corpo spezzato per voi; fate questo in memo­
ria di me». Allo stesso modo fece anche con il calice, dopo aver cenato, dicen­
do: «questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, fate questo in memoria
di me; ogni volta che mangiate di questo pane e bevete da questo calice, annun­
ciate la morte del Signore, finché egli venga» }75.

E dunque dimostrato chiaramente che né il Signore mai, né gli


Apostoli o i Padri hanno chiamato “icona” il sacrifìcio incruento

89
offerto dal sacerdote ma “corpo” e “sangue” in senso proprio; e ad
alcuni dei santi Padri sembrò bene chiamare “segni”, prima del
compimento della santificazione, il pane e il vino. Fra essi si trova
Eustazio, saldo 376 propugnatore della fede ortodossa e distruttore
del furore ariano; e Basilio, sterminatore della stessa superstizione,
che sotto il sole ha insegnato rettamente la base levigata dei dogmi.
Entrambi, infatti, parlano per ispirazione del medesimo spirito; e
l’uno, interpretando il detto di Salomone nei Proverbi «mangiate il
mio pane e bevete il vino che ho mescolato per voi» 377, dice così:
«con il vino ed il pane annuncia i segni delle membra corporali di
Cristo» 378; l’altro, a sua volta, attingendo dalla stessa fonte, dice,
come sanno tutti gli iniziati al sacerdozio, nell’orazione della divi­
na anafora: «ci avviciniamo con coraggio al santo altare e, ponen­
do innanzi i segni del santo corpo e sangue del tuo Cristo, ti pre­
ghiamo e ti invochiamo»; e quanto segue rende ancora più esplicito
il pensiero del Padre 379, poiché gli elementi prima della santifica­
zione sono chiamati “segni” ma dopo la santificazione sono detti
propriamente “corpo e sangue di Cristo”, e lo sono e tali vengono
creduti. Questi illustri uomini, tuttavia, nell’intento di abolire la
visione delle venerande icone, hanno introdotto un’ulteriore icona,
che icona non è ma corpo e sangue. Posseduti dalla cattiveria e
dalla malizia, ingannando se stessi con un artificio fallace, hanno
asserito che questa divina offerta avviene per convenzione; e come
dire questo è sicura follia, così il chiamare icona il corpo e il san­
gue del Signore è segno della medesima ubriachezza, ed ha in sé
più empietà che ignoranza. Poi, mettendo da parte la falsità, attin­
gono un po’ di verità quando dicono che il pane diviene corpo di­
vino; e se è icona del corpo, non è possibile che questa stessa cosa
sia corpo divino. Costoro, dunque, volgendosi ora di qua ora di là,
hanno cianciato cose che mai riuscirebbero a stare in piedi. Come
I infatti un occhio disturbato non vede bene, così loro, sconvolgen­
do la loro mente ed intorbidandola con la confusione di ragiona­
menti malvagi, patiscono lo stesso male dei pazzi, che si figurano
una cosa al posto di un’altra, quando chiamano il nostro sacrificio
sacro ora “icona del santo corpo di Cristo”, ora “corpo per con­
venzione”. Questo è accaduto loro, come abbiamo appena detto, a
loro che volevano eliminare dalla Chiesa la vista delle rappresenta­
zioni iconografiche, lieti di sovvertire le tradizioni ecclesiastiche.

Tomo quarto

Epifanio diacono lesse: persistendo nelle stesse calunnie, affilano

90
le loro lingue e le brandiscono per insultare la santa Chiesa di Dio,
e dicono - Gregorio vescovo lesse
Di contro, il cattivo nome di ciò che erroneamente chiamiamo
“icone” non ha riscontro nella tradizione di Cristo, o degli Apostoli,
o dei Padri, né vi è alcuna preghiera di consacrazione che possa ele­
varla dalla condizione di oggetto comune allo stato di oggetto sacro.
Invece, essa rimane comune e priva di valore, come il pittore l’ha
fatta.
Epifanio diacono lesse: con lingua magniloquente loro si danno
ad un eccesso di malvagità, rincarando la dose senza timore di Dio.
Avendo fatto vacui tentativi con sfrenata audacia, loro hanno di­
chiarato che le icone, che sono state fatte nel nome di Cristo, han­
no un falso e cattivo nome. Se avessero osato dire lo stesso per
l’icona degli imperatori, avrebbero probabilmente ricevuto la sen­
tenza di morte. E questo accadrà loro veramente, poiché tale sen­
tenza riceveranno, quando ci sarà la ricompensa per quanto hanno
detto e fatto. Tra le tante pratiche che ci sono state tramandate in
forma orale, quella del dipingere le icone nella Chiesa si è diffusa
dappertutto, sin dal tempo della predicazione degli Apostoli. Il rac­
conto della donna emorroissa - una storia che è testimoniata in
diversi resoconti - afferma che la donna costruì una statua del Si­
gnore e, toccandone il bordo, come, del resto, recita il Vangelo 38°,
fu guarita; e che, inoltre, tra essa e l’icona del Signore, crebbe, ai
piedi della statua, una pianta capace di allontanare ogni male 381.
La maggior parte dei nostri santi Padri ha anche trasmesso ai Cri­
stiani, in forma scritta, la tradizione dell’accoglimento delle icone:
Basilio il Grande - il cui insegnamento è seguito da un capo all’al­
tro del mondo - fa menzione delle icone in vari discorsi; Gregorio,
suo fratello di sangue e spirito, presule di Nissa, lo fa nel suo Di­
scorso su Abramo-, anche Gregorio, che dalla teologia riceve il so­
prannome, le cita nelle sue opere in versi, fra le quali si tramanda
un poema intitolato Sulla virtù-, Giovanni, che possedeva una bocca
più preziosa dell’oro, I nella sua Orazione funebre a Melezio, vesco­
vo di Antiochia, così come nel suo discorso intitolato Uno è il legi­
slatore di entrambi, Vecchio e Nuovo Testamento; Cirillo, il demoli­
tore di Nestorio, nella sua Prima lettera ad Acacio, vescovo di Scito-
poli\ così come Anastasio di Teopoli, Sofronio, e Massimo. Ma per­
ché dobbiamo ricordarli tutti per nome? Tutti i nostri santi Padri
hanno accettato la pittura delle icone, e loro mentono quando di­
cono che tale tradizione non proviene dai Padri. Sì, sarebbe ragio­
nevole dire che, se non ci hanno trasmesso l’esortazione a leggere
il Vangelo, non ci hanno trasmesso neanche quella a dipingere ico-

9i
ne; ma se hanno fatto la prima cosa hanno fatto anche la seconda.
La rappresentazione fatta di immagini segue la narrazione del Van­
gelo; e la narrazione del Vangelo segue il racconto figurato. En­
trambe sono valide e degne di onore. Elementi che fanno riferi­
mento gli uni agli altri indubbiamente si supportano a vicenda. Se
noi diciamo: «il sole splende alto nel cielo», indubbiamente sarà
giorno. E se noi diciamo: «è giorno», il sole è certamente alto nel
cielo. Così è nel nostro caso. Quando vediamo in un’icona l’angelo
che porta la buona notizia alla Vergine, dobbiamo certamente an­
dare con la mente al ricordo del racconto evangelico: «l’angelo Ga­
briele fu mandato dal Signore alla vergine. E lui andò da lei e dis­
se: “Ave, o piena di grazia, il Signore è con te. Benedetta sei tra le
donne”» 382. E dal Vangelo, dunque, che abbiamo ascoltato il mi­
stero comunicato alla Vergine dall’angelo, ed in questo modo ce ne
ricordiamo, e, quando vediamo la stessa cosa su un’icona, percepia­
mo l’evento in modo più vivido.
Tuttavia, loro hanno deviato verso un altro sentiero di ignoranza
dicendo - Gregorio vescovo lesse -:
... né vi è alcuna preghiera di consacrazione che possa elevarla
dalla condizione di oggetto comune allo stato di oggetto sacro. Invece,
essa rimane comune e priva di valore, come il pittore l’ha fatta.
Epifanio diacono lesse: ascoltino qual è la verità. Molte delle
cose sacre che noi abbiamo in mezzo a noi non hanno bisogno di
una preghiera per essere santificate, poiché il loro stesso nome dice
che esse sono interamente sacre e piene di grazia divina. Conse­
guentemente noi le onoriamo e le accettiamo come cose degne di
venerazione. Così, riveriamo la forma della croce che dà vita, dive­
nuta sacra anche senza una preghiera di consacrazione. La stessa
forma di essa ci è sufficiente per ricevere la santificazione. Con la
venerazione che noi tributiamo ad essa, segnandoci la croce sulla
fronte, ed anche facendo il segno della croce in aria con le dita,
esprimiamo la speranza che essa scacci i demoni. Allo stesso modo,
quando noi designiamo una icona con un nome, trasferiamo al suo
prototipo l’onore che ad essa rendiamo; ed abbracciandola e tribu­
tando ad essa onore e venerazione, diveniamo partecipi della san­
tificazione. Noi baciamo ed abbracciamo i diversi oggetti sacri che
abbiamo, ed esprimiamo la speranza di ricevere santificazione da
essi. Dunque, o loro andranno cianciando che la croce e gli oggetti
sacri sono comuni e privi di valore - poiché I è un falegname, o un
pittore, o un tessitore che li ha fatti, e perché non vi è preghiera di
consacrazione per essi - o dovranno anche accettare le venerabili
icone come benedette, sacre e degne di lode.

92
Tuttavia nel loro desiderio di spargere ulteriori semi di discor­
dia, essi - come parlando per ispirazione profetica - dicono anche
di più - Gregorio vescovo lesse
Ma se alcuni di coloro che sono irretiti da quest’errore dicessero
che quanto abbiamo detto sull’abolizione della cosiddetta icona di
Cristo lo abbiamo affermato a ragione e con pietà, per il carattere di
indivisibilità e di inconfondibilità di cui godono le due nature riunite
in un’unica ipostasi; e che, invece, sbagliamo poiché proibiamo che ci
siano le icone dell’immacolata e gloriosissima veramente Madre di
Dio, dei Profeti, degli Apostoli e dei martiri, che sono semplici uomi­
ni e non hanno due nature, la divinità, cioè, e l’umanità, in un’unica
ipostasi, come avviene solo in Cristo ...
Epifanio diacono lesse: nessuno educato nella Chiesa universa­
le penserebbe o direbbe mai che costoro hanno dato un giusto e
devoto giudizio su questa novità. Tutti i vescovi ed i preti del­
l’Oriente e dell’Occidente, del Settentrione e del Meridione hanno
colpito con la maledizione quelli che mantengono questa opinione.
Loro hanno fuorviato solo una piccola parte delle comunità qui
presenti e le hanno tagliate fuori dal resto della Chiesa, o perché
non conoscevano la voce del Signore o perché ignoravano che essa
dice: «chiunque scandalizzerà uno di questi piccoli, sarà meglio per
lui che si leghi intorno al collo una macina di mulino e che sia get­
tato nel mare» 383. Poiché non hanno alcun rispetto per Lui, come
infuriano contro la sua icona così non hanno rispetto neanche per
i suoi santi.
Essi hanno mosso le loro lingue anche contro di loro, dicendo
- Gregorio vescovo lesse -:
... e che, invece, sbagliamo, perché proibiamo che ci siano le ico­
ne dell’immacolata e gloriosissima veramente Madre di Dio, dei Pro­
feti, degli Apostoli e dei martiri, che sono semplici uomini e non han­
no due nature, la divinità, cioè, e l’umanità; a loro si deve rispondere
che, confutata la legittimità dell’icona nel primo caso, delle altre icone
non c’è neanche bisogno.
Epifanio diacono lesse: se prima essi non hanno prodotto con­
futazione sulla base delle parole del Vangelo, o degli Apostoli, o
delle Scritture o dei Padri, né sulla base di prove, né, per dirla in
breve, per spirito di devozione; ma piuttosto si sono schierati con­
tro la Chiesa universale di Dio parlando a vanvera secondo quan­
to il loro cuore gli dettava; neanche riguardo alle icone qui presenti
della nostra immacolata Signora, Madre di Dio, o dei santi, loro
hanno un ragionamento veritiero e pio da opporre, come I noi ab­
biamo provato con le parole che Dio ci ha dato. Come abbiamo
appena detto, infatti, rifacendoci ai santi Padri, l’onore tributato
all’icona passa al suo prototipo; e se uno guarda l’icona dell’impe­
ratore, vede in essa l’imperatore; così, colui il quale ne venera l’ico­
na riverisce l’imperatore, poiché è la sua forma e il suo aspetto che
in essa si trova; e come colui che insulta l’icona di un imperatore
è a ragione soggetto a punizione per avere in realtà ingiuriato l’im­
peratore - anche se l’icona non è altro che legno e colori miscelati
e combinati con la cera - lo stesso avviene per colui che disonora
l’immagine di ognuno di questi santi, giacché rivolge l’insulto alla
persona che l’icona rappresenta. La stessa natura delle cose ci in­
segna che, quando si insulta l’icona, è certo che è il suo prototipo
che è stato insultato. Tutti lo sanno, e sanno che essi si sono ribel­
lati ai Padri, si sono opposti alla tradizione della Chiesa universa­
le, non sono conseguenti rispetto alla natura delle cose.
Con lingua ancora piena di falsità essi pensano, poi, di poter far­
si gioco della verità, quando dicono - Gregorio vescovo lesse
Tuttavia, noi diremo anche ciò che deve essere detto per confutar­
ne la legittimità. Poiché la Chiesa universale di noi Cristiani si trova
in mezzo tra il Giudaismo ed il Paganesimo, e non condivide le costu­
manze rituali né dell’uno né dell’altro, essa avanza, invece, sul nuo­
vo sentiero, rivelato da Dio, della pietà e dell'iniziazione, senza rico­
noscere i sacrifici di sangue e gli olocausti del Giudaismo, e disprez­
zando anche i sacrifici e la pratica della realizzazione e dell’adorazione
degli idoli, della quale disdicevole arte il Paganesimo è l’inventore e
il promotore. Non avendo, infatti, fede nella resurrezione, esso ha
inventato un trastullo degno di sé, per presentare, con l’inganno, co­
me esistente qualcosa che non esiste. Se, dunque, nella Chiesa non c'è
nulla che provenga da altre tradizioni, allora anche questa usanza - in
quanto ha origini estranee alla Chiesa ed è invenzione di uomini pos­
seduti dal demonio - deve essere bandita dalla Chiesa di Cristo.
Epifanio diacono lesse: il loro scritto, smisuratamente volgare,
abbellito con sciocchezze a profusione, è abominevole e del tutto
ridicolo. Mentre prima avevano battuto dirupi e burroni, con i loro
insulsi discorsi, adesso, dichiarando che la Chiesa dei Cristiani sta
tra il Giudaismo ed il Paganesimo, essi hanno condotto se stessi
giù alla porta dell’Ade. Così, cadendo di nuovo in contraddizione
con se stessi, loro dicono che «la Chiesa non condivide le costu­
manze rituali né dell’uno né dell’altro». Ma allora, o essi mentivano
prima, o non dicono la verità adesso. In realtà, essi mentono a se
stessi, perché la falsità si oppone non solo alla verità ma anche a se
stessa, come Davide il divino Salmista dice: «l’ingiustizia ha men­
tito persino a se stessa» 384.

94
Così Basilio, presule di Cesarea, la cui «voce ha percorso tutta
la terra» 385, nel proemio del suo Disamo contro Sabellio, dice così:
«il Giudaismo combatte il Paganesimo, ma entrambi I combattono
il Cristianesimo» 386. Costoro, tuttavia, pensando di essere più sa­
pienti dei Padri, decretano che la fede dei Cristiani sta nel mezzo
tra i due estremi, il Giudaismo, cioè, che ha introdotto la penuria
di divinità, e il Paganesimo che ha introdotto il politeismo. Grego­
rio, che dalla teologia riceve il soprannome, rinunciando ad entram­
bi dice quanto segue:

Quando dico “D io ” intendo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. E voglio


cioè dire che la Divinità né va al di là di essi, in modo che non possiamo intro­
durre una folla di dèi, né è definita preliminarmente rispetto ad essi, sicché non
ci si può accusare di impoverire la Divinità. In questo modo noi non pensiamo
né come gli Ebrei, per la signoria di un solo dio, né come i pagani, per l’abbon­
danza di dèi. Il difetto, infatti, è lo stesso in entrambi, anche se si trova realiz­
zato in due opposte direzioni 387.

Le vicende raccontate nel Vecchio Testamento, cui il popolo di


Israele prese parte, sono state un insegnamento da parte di Dio,
mentre le pratiche dei Pagani provenivano dai demoni. Così, a que­
sto punto, essi hanno anche incluso tra i precetti dati da Dio quelli
demoniaci, che essi hanno accorpato assieme a quelli, nel momen­
to in cui hanno affermato che la icona del Signore è un idolo equi­
valente alle immagini dei demoni. Quindi, essi dovranno accusare
Abele, Noè ed Abramo per avere continuato i sacrifici di animali;
così come Mosè, Samuele, Davide, e il resto dei Patriarchi, perché
anche loro offrivano al Dio sacrifici al modo degli stranieri e dei
Pagani - a dispetto del fatto che la Scrittura testimonia che, al loro
sacrificio, «il Signore fiutava un odore di dolcezza» 388. Avrebbero
dovuto sapere il vero, e cioè che ciò che è offerto a Dio è a Lui
gradito, perché è scritto che «essi sacrificarono al Signore Dio» 389.
Ciò che, invece, è offerto ai demoni è disgustoso e detestabile, poi­
ché, dice la Scrittura, «essi sacrificarono ai demoni e non a Dio» 39°.
Ciò che è male, tuttavia, così come il suo opposto, nasce da noi e
si realizza attraverso di noi, e non per la materia che è usata. Infatti
l’Apostolo chiede: «un idolo è qualche cosa? E le vittime immola­
te agli idoli sono qualche cosa? No, ma quello che i Pagani sacrifi­
cano, lo sacrificano ai demoni e non a Dio» 391.
Tuttavia, essendo in grave torto e inventando insulti e falsità, essi
pensano ed aggiungono quanto segue - Gregorio vescovo lesse -:
Taccia, quindi, ogni bocca che pronuncia ingiurie e bestemmie con­
tro la nostra opinione e il nostro voto, che sono graditi a Dio, perché
i santi che piacquero a Dio e che da Lui sono stati elevati al rango
della santità vìvono con Lui in eterno, anche se non appartengono più
a questo mondo. Così, colui il quale pensa di riesporli in alto, per
mezzo di un’arte morta e detestabile che non è sempre esistita ma è
stata inventata vanagloriosamente dagli avversari pagani, si dimostra
blasfemo.
Epifanio diacono lesse: sulla base di ciò che abbiamo appena
detto, essi si dimostrano estranei ed alieni dalla pace di Dio, che il
nostro Signore ha concesso a quelli che credono in Lui in modo
genuino e sincero, dicendo: «vi do la mia pace, vi lascio la mia pa­
ce» 392. Come può esservi pace se la Chiesa universale, che ha la sua
forza e la sua sicurezza nelle sue tradizioni, si divide in fazioni «se­
condo la loro opinione e il loro voto»? I Coloro i quali sono mos­
si dall’ardore divino concordano sempre con i Padri e con gli ordi­
namenti della Chiesa che ci sono stati tramandati, e scansano come
nemici coloro che ad essi si oppongono. Sono, dunque, loro, che si
sono amputati dall’intero corpo della Chiesa; ed i veri adoratori -
cioè quelli che venerano Dio «in spirito e verità» 393, e che manten­
gono le rappresentazioni iconografiche soltanto come mezzo di
esposizione e di richiamo alla memoria e che le stringono al petto e
le abbracciano - vestiti della corazza della verità contro la loro opi­
nione e il loro voto, che non sono a Dio graditi, non cessano di tra­
figgerli con la lancia dello Spirito. Gli uomini santi di tutti i tempi
che piacquero a Dio, le cui biografie scritte sono rimaste a nostro
beneficio e con il proposito della nostra salvezza, hanno anche la­
sciato alla Chiesa universale le loro azioni raccontate attraverso la
pittura, così che la nostra mente possa ricordarsi di loro, e sia rie­
vocata la loro condotta. Così, anche il santo Basilio, nel suo Enco­
mio ai santi quaranta Martiri, dice così:
Ordunque, nel ricondurli qui tra noi con il ricordo, rendiamo il beneficio
che da loro deriva comune ai presenti, mostrando ad ognuno, come in un affre­
sco, gli eroismi di questi uomini. Molte volte scrittori e pittori presentano eroici
fatti d’arme, gli uni abbellendoli con parole, gli altri dipingendoli su pannelli; ed
è accaduto che gli uni e gli altri hanno destato il coraggio di molti uomini. Ciò
che la parola offre attraverso l’udito dandone un resoconto, il dipinto lo mostra,
pur silenziosamente, attraverso l’arte dell’imitazione ì'*.

Tuttavia, mescolando le lodi di se stessi con la malizia, essi di­


cono ciò che segue - Gregorio vescovo lesse -:
Come osano essi dipingere con la volgare arte dei Pagani la loda­
tissima madre di Dio, su cui la pienezza della Divinità proiettò la sua
ombra 395 e attraverso cui l’inaccessibile luce splendeva su di noi -
Lei che sta più in alto dei cieli ed è più santa dei Cherubini? O an-

96
cord, coloro t quali regneranno con Cristo e siederanno accanto a Lui
per giudicare il mondo, e che saranno conformi alla sua gloria 396 -
dei quali, come dice la Parola, il mondo non fu degno 397? Non si
vergognano di dipingerli con l’arte dei Pagani? Infatti non è legitti­
mo per i Cristiani, che sperano nella resurrezione, darsi alle abitudini
dei popoli che adorano i demoni, e trattare così irrispettosamente, con
una materia indegna e morta, i santi che risplenderanno di tale glo­
ria. Noi certamente non accettiamo dagli estranei espedienti per mo­
strare la nostra fede. Così Gesù rimproverò i demoni, anche quando
essi professavano Lui come Dio, perché Egli giudicava indegno essere
testimoniato dai demoni 398.
Epifanio diacono lesse: essi cominciano con un encomio nel de­
siderio di attrarre verso il loro vacuo pensare le menti più semplici.
Tuttavia, quelli che hanno l’astuzia - ma non la malizia - del ser­
pente e la purezza della colomba 399 sanno I come onorare l’imma-
colatissima ed irreprensibile veramente e propriamente Madre di
Dio, e i santi, con parole e lodi, così come sanno conservare nel
ricordo le loro virtù attraverso i libri che raccontano le loro storie.
E sanno, poi, anche come esprimere le loro imprese e il loro corag­
gio attraverso la figurazione iconografica, così come esaltarli con i
più alti onori. Essi sanno anche che, come dice il divino Apostolo,
«sono liberati dal corpo e sono con Cristo» 400, ed intercedono a
nostro favore; e sanno anche come offrire la fede e l’adorazione
pura e sincera a Dio soltanto - e non ad ogni altra creatura qua­
lunque essa sia sotto la volta celeste - «in spirito e verità» 401. Inol­
tre, loro concepiscono la materia come male: ma perché vogliono
colpire la verità con quest’insulto? Essi piuttosto avrebbero dovuto
fuggire ciò che è malvagio al massimo grado e scegliere ciò che è
buono al massimo grado e ricordarsi dei santi sacrifici di un tem­
po, che sono lodati dalla Scrittura. Gli stessi sacrifici che furono
offerti a Dio in un certo tempo, furono offerti ai demoni in un al­
tro - ed è in questo caso che essi furono totalmente profanati, an­
che se la materia che fu usata era la stessa. Guardando soltanto a
ciò che sta in superficie, essi accusano la Chiesa di usare simboli
che sono secondo il modello pagano. Ma il fatto che la materia me­
riti biasimo poiché serve per diversi usi ripugnanti o il fatto che la
si designi come cattiva, non è un buon motivo per non riconoscer­
ne l’utilità. Se, infatti, la materia fosse concepita ed assunta così, ne
consegue - in accordo con loro - che ogni cosa dedicata a Dio, e
cioè le sacre vesti e le sacre suppellettili, dovrebbe sparire. Così i
seguaci del paganesimo fabbricarono idoli dall’oro e dall’argento ed
erano soliti offrire libagioni di vino, proprio come gli Ebrei, dive-
nuti idolatri, offrivano focacce di farina all’esercito celeste. A loro
manca soltanto, dunque, di rinfacciare alla Chiesa universale il fatto
che i Pagani elogiano i loro dèi e demoni con libri di storie; e di
dirci che noi non dobbiamo lodare, servendoci di libri di storie,
come i Pagani, né colui che è Dio di tutte le cose né i suoi santi,
poiché così facendo prendiamo da altri modi di esprimerci a noi
estranei. Che perversione e follia! Da uomini dotati di percezione,
facciamo uso di cose sensibili, per riconoscere e ricordare ogni pia
e divina tradizione.
Poi, in quanto contraffattori della verità che distorcono i sentieri
e le intenzioni del Signore, essi dicono - Gregorio vescovo lesse
In aggiunta, tuttavia, a questo nostro insegnamento, frutto di in­
dagine ed attentamente meditato, noi forniremo anche, dalla Scrittura
ispirata da Dio e dai nostri eminenti Padri, evidenti testimonianze,
che sono in sintonia con noi e confermano questo nostro proposito
religioso, testimonianze che chi le conosce non contraddirà, ma che
colui che non le conosce deve recepire e conservare come provenienti
da Dio. Prima di tutto le testimonianze dalla parola del Signore che
dice: «Dio è spirito e quelli che lo adorano, devono adorarlo in spi­
rito e verità» 402; ed ancora, «Dio nessuno l’ha visto mai» 40J; e «voi
non avete mai sentito la sua voce, né visto mai il suo volto» 404; pa­
rola che anche benedice «coloro che non Lo hanno veduto e tuttavia
hanno creduto» 405.
I Epifanio diacono lesse: quando qualcuno tenta di distoreere le
rette dottrine secondo la propria opinione, nessuno dovrebbe essere
sorpreso del fatto che costui faccia uso di citazioni scritturali. Tutti
gli eresiarchi raccolgono pretesti per i loro errori dalla Scrittura
ispirata da Dio, distorcendo ciò che è stato detto correttamente at­
traverso lo Spirito Santo con il loro spregevole modo di pensare:
ciò è quanto Pietro, il supremo araldo tra gli apostoli, proclamò
dicendo: «cose che gli ignoranti e gli instabili stravolgono» 406 se­
condo i loro desideri. E tipico degli eretici stravolgere la conoscen­
za delle divine e veraci dottrine secondo i loro desideri. Così, men­
tre in generale i Santi Padri capirono che la frase «il Signore mi
creò come primizia delle sue vie verso le sue opere» 407 indicava la
dispensazione di Cristo nella carne, Ario, Eunomio e i loro segua­
ci la intesero riferita alla celeste nascita divina e perciò stravolsero
la conoscenza. Anche Apollinare ha male interpretato la parola del
Vangelo «nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal
cielo, il Figlio dell’uomo» 408, ed è giunto all’assurdo, dicendo che
Dio-Verbo discese dal cielo con quella carne che si trovava ad avere
quando era in cielo, carne che era pre-etema e consustanziale a Lui.

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Lui ingannava se stesso con il suo pensiero, adducendo quell’affer­
mazione dell’Apostolo che dice: «il secondo uomo, il Signore, vie­
ne dal cielo» 409. Non sorprende, dunque che gli eretici di questa
vuota follia adducano obiezioni tratte dalla sacra Scrittura, poiché
essi hanno preso le mosse dai loro maestri. Essi ribaltano le affer­
mazioni che si riferivano all’invisibile ed incomprensibile divinità,
riferendole alla dispensazione nella carne del nostro Signore Gesù
Cristo, uno della Santa Trinità. Perché, chi tra quelli dotati di senno
non sa che la frase «Dio nessuno l’ha visto mai» fu scritta con ri­
ferimento alla divina natura? Inoltre, chi non sa che interpretare la
frase «voi non avete mai sentito la sua voce, né visto mai il suo vol­
to» 41°, come se questa si riferisse all’umanità di Cristo, è come sov­
vertire l’intero Vangelo? Dove, allora, collocheremo le frasi «il Si­
gnore disse ai suoi discepoli», e «il Signore disse ai Giudei che ve­
nivano a Lui» 4U, e «il Signore disse: “siate maledetti, scribi e Fa­
risei”» 412? O ancora, come interpreteremo la frase «ed aprendo la
sua bocca li ammaestrava» 413? Ovviamente queste frasi si riferisco­
no all’umanità di Cristo, mentre la precedente «voi non avete mai
sentito la sua voce né visto mai il suo volto», si riferisce alla sua
essenza divina. Infatti, come abbiamo detto precedentemente, in
quanto Dio-Verbo divenne uomo perfetto, noi abbiamo udito la sua
voce ed abbiamo visto il suo volto, anche dopo la resurrezione -
poiché Egli fu toccato, e fu mentre i discepoli lo guardavano che
Egli parlava loro del regno dei cieli. Inoltre, essi hanno anche assi­
milato la divina adorazione e venerazione, che i Cristiani mantengo­
no con vera e sincera fede, alla relativa venerazione che consiste in
un tributo di onore. Questi sono i due punti che essi hanno distor­
to, per cui essi sono chiamati, ed in effetti sono, accusatori dei Cri­
stiani. Essi dicono, infatti, che I i Cristiani offrono l’adorazione e la
venerazione che è dovuta a Dio alle venerabili icone, e che circo­
scrivono l’inafferrabile natura divina. Che deviazione e stupidità, ed
ogni altra cosa che deriva da ciò! E fuori luogo il loro discorso, ed
è invece pieno di oltraggio e calunnia. I Cristiani non hanno tri­
butato l’adorazione che è «in spirito e verità» alle icone o alla di­
vina forma della croce, né essi hanno mai fabbricato una icona del-
l’incomprensibile ed invisibile natura divina. Piuttosto, in quanto «il
Verbo si è fatto carne, e prese dimora tra noi» 414, essi hanno rap­
presentato in forma di icona ciò che è pertinente alla sua dispensar
zione in forma umana. Inoltre, in quanto essi sanno che «Dio è spi­
rito, e quelli che lo adorano, devono adorarlo in spirito e verità» 415,
essi hanno offerto, secondo la loro fede, venerazione e adorazione
a Lui soltanto, che è il Dio di tutte le cose ed è lodato nella Trinità,

99
Noi baciamo e offriamo l’onore della venerazione alla divina forma
della croce e delle venerande icone perché siamo mossi dal deside­
rio e dall’amore di raggiungere i prototipi. Di conseguenza, le loro
sciocche parole dalla verità sono rivelate vane, totalmente vuote e
interamente corrotte.
Allo stesso modo, partorendo anche quello che segue con un ra­
gionamento estraneo alla pietà, dicono - Gregorio vescovo lesse
Anche nel Vecchio Testamento, dove Dio dice a Mose ed al popo­
lo: «tu non ti fabbricherai idolo, né immagine alcuna di quanto è
lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra» 4ltVperché «sulla
montagna avete udito il suono della voce provenire dal mezzo del
fuoco, ma non avete visto nessuna immagine, solo la voce avete sen­
tito» 417.
Epifanio diacono lesse: è da ciò che essi prendono il pretesto di
empietà per atterrire i Cristiani - come fossero bambini - con le
loro cavillosità: «se tu ricordi Cristo o i santi facendo ricorso alle
rappresentazioni iconografiche, scadi nell’idolatria». Ed in aggiunta
a tutte le ingiurie contenute in ciò che essi hanno già detto - loro,
i nobili - adesso ricorrono pure all’editto divino - «non fabbriche­
rai immagini»! Essi si esercitano nell’empietà, «soffocando la verità
nell’ingiustizia»418, «cercando di stabilire la propria giustizia» '“‘’i e
si allontanano dalla verità inorgogliendosi anche dell’inesistenza
della falsità. Perché, stravolgendo i comandamenti che furono dati
in tempi antichi agli Israeliti, i quali adoravano il vitello e che ave­
vano provato l’odio egiziano, e rivolgendoli alla divina assemblea
dei Cristiani, si espongono al ridicolo narrando meraviglie, e «sono
presi dalle labbra della loro bocca» 420. Essi avrebbero dovuto com­
prendere che fu perché Dio era in procinto di condurre gli Israe­
liti nella terra promessa - dal momento che lì vivevano popoli che
adoravano idoli e veneravano i demoni, il sole, la luna, le stelle, ed
altre creature, anche uccelli, quadrupedi, e rettili e non il vivo e
vero Dio - che Egli diede a loro la legge: «tu non ti fabbricherai
idolo, né immagine alcuna di quanto è lassù in cielo, né di ciò che
è quaggiù sulla terra», I allontanandoli dall’idolatria, poiché aggiun­
ge: «non li adorerai né li servirai» 421. Tuttavia, quando il suo fedele
servitore Mosè costruiva la tenda della Testimonianza obbedendo al
comandamento di Dio, egli, per mostrare che tutto è al servizio di
Dio, plasmò i cherubini d’oro con sembianze umane, simboli di
esseri spirituali. Questi Cherubini dovevano far ombra sul luogo
dell’espiazione 422, che era prefigurazione di Cristo; poiché, come
dice il divino Apostolo, «Lui è la vittima di espiazione dei nostri
peccati» 423. Poi li avviò alla conoscenza di Dio in due modi, dicen-

ioo
do: «ti chinerai dinanzi a Dio e Lui soltanto adorerai» 424, e facen­
do costruire Cherubini in oro fuso che facevano ombra sul luogo
dell’espiazione, cioè nell’atto di chinarsi dinanzi a Lui. Li condusse
a chinarsi dinanzi al Signore e ad adorare Lui soltanto attraverso
l’udito e la vista!
Tuttavia, poiché il loro pensiero è pieno di stravolgimenti, essi
adducono le seguenti affermazioni dell’Apostolo - Gregorio vesco­
vo lesse
Ed «essi scambiarono la gloria di Dio, che è incorruttibile, con
l’aspetto di un’immagine di uomo che è corruttibile ...e venerarono
e adorarono la creatura piuttosto che il Creatore» 425/ ed ancora: «an­
che se una volta abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non
lo conosciamo più in questo modo» 426, «perché noi camminiamo per
fede e non servendoci della vista» 427e l’affermazione dello stesso
Apostolo: «così la fede viene da ciò che è udito, e ciò che è udito è
trasmesso tramite la Parola di Dio» 42S.
Epifanio diacono lesse: si deve chiaramente dire che essi somi­
gliano ai Pagani, che scambiarono la gloria di Dio e adorarono le
creature piuttosto che il Creatore, perché essi hanno scambiato e
distorto ciò che l’Apostolo intendeva, secondo i loro propri deside­
ri. Perché è manifesto a tutti che, quando l’Apostolo dice: «essi
scambiarono la gloria di Dio, che è incorruttibile, con l’aspetto di
un’immagine di uomo che è corruttibile ...», lui sta canzonando i
Pagani, poiché continua «... o di uccelli, quadrupedi o rettili» 429.
Anche se essi eliminassero ingannevolmente un’intera frase per in­
durre le menti più semplici a credere che l’Apostolo si riferisce alla
questione delle rappresentazioni iconografiche della Chiesa, ciò che
segue rende la spiegazione manifesta. Perché egli fa anche riferimen­
to agli uccelli, quadrupedi e rettili così come al fatto che «essi ado­
ravano le creature piuttosto che il Creatore» 430. Così, chi è più pra­
tico di libri di storia sa che in tempi antichi gli Egiziani venerava­
no i tori ed altri quadrupedi, vari tipi di uccelli, mosche, vespe, ed
anche animali più comuni. Anche i Persiani, poi, adoravano il sole
e il fuoco, mentre i Greci, oltre a questi, adoravano l’intero creato,
come anche facevano alcuni Ebrei, secondo quanto riferiscono il
libro dei Regni e le narrazioni dei Profeti. Allora, dicano come e
quando «le genti hanno vaneggiato e le loro menti ottuse si ottene­
brarono» 431, prima o dopo che essi credettero in Cristo? Certamen­
te prima, questo è assodato. I Perché, se essi dicono: «i popoli ado­
rarono il creato e gli idoli dopo che credettero in Cristo», e cioè
dopo la dispensazione di Cristo nostro Dio, ciò significa che secon­
do loro la predizione annunziata per mezzo dei profeti per ciò che
riguarda la Chiesa - «Gerusalemme sarà città santa, e per essa gli
stranieri non passeranno più» 432, e, «non toglierò loro la mia pie­
tà ... né violerò il mio patto; e non renderò vane le cose che esco­
no dalle mie labbra»433 - è falsa. Ma se i popoli, adorando il dia­
volo, si sono allontanati dalla conoscenza di Dio e «sono stati ab­
bandonati in balia di una mente depravata» 434 prima della venuta
di Cristo, l’accusa che essi muovono adesso contro i Cristiani è folle.
Isaia parlerà chiaramente contro di loro, gridando: «guai a coloro
che fanno decreti malvagi; perché quando essi scrivono, scrivono
malvagità» 435. Essi, quindi, accolgono le parole dell’Apostolo e della
Scrittura con malizia e malvagità, e si affrettano a sovvertire il gran­
de mistero della salvezza - quello della dispensazione di Cristo no­
stro Dio, per mezzo del quale siamo stati liberati dall’errore degli
idoli - e ad ascrivere la gloria a se stessi. Tuttavia nessuno dei Cri­
stiani crede loro. Perché tutti noi ammettiamo che è stato Cristo,
nostro vero Dio, nella sua venuta nella carne presso di noi, che ci
ha allontanato dall’errore degli idoli e da ogni superstizione paga­
na. Se essi non ammettono che questo è accaduto, essi non portano
neanche il suo nome. È a loro che l’Apostolo dice: «cosa possiedi
che tu non abbia ricevuto?» 43é. Tuttavia, se essi l’avessero ricevu­
ta, avrebbero dovuto confessare la redenzione ed accettare le icone
che sono diventate nelle chiese segni di bellezza per la vista dei no­
stri occhi, ed hanno il compito di riportare alla nostra mente la nar­
razione evangelica col proposito - come abbiamo detto molte vol­
te - di ricordarci del Vangelo e di spiegare la sua storia. Tuttavia,
dal momento che essi propongono altri detti dell’Apostolo, come
«anche se una volta abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne,
ora non lo conosciamo più in questo modo» 437, poiché «cam­
miniamo per fede, non servendoci della vista» 438, portiamo tra di
noi gli eloquenti maestri che hanno interpretato questi detti. Cosi
Giovanni, che ha ricevuto in dono un insegnamento più prezioso
dell’oro o di una pietra preziosa, interpreta questo stesso passaggio
dell’Apostolo 439 - «da ora in poi, tuttavia noi non conosciamo nes­
suno secondo la carne, ed anche se una volta abbiamo conosciuto
Cristo secondo la carne, adesso non lo conosciamo più in questo
modo» 440 - dicendo quanto segue:

«N on conosciamo nessuno dei fedeli secondo la carne». E allora? Anche se


fossero nella carne? Quella vita, quella carnale, è morta e noi siamo nati in spi­
rito dal cielo, e conosciamo un altro modello di vita, un altro comportamento,
un’altra vita e condizione che è nei cieli.

102
Ed aggiunge:

Egli mostra Cristo com e capo, e questo è il motivo per cui aggiunse: «anche
se una volta abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, adesso non lo con o­
sciamo più in questo m odo». Che significa allora? Dimmi: ha deposto la carne ed
è adesso senza un corpo? Lungi da noi una simile idea! Lui è nella carne anche
allesso; perche «questo G esù che fu portato di tra noi in alto nei cieli ritornerà
nello stesso m odo» “N ello stesso m odo” Quale modo? Nella carne, assieme
con il corpo. Perché allora dice: «anche se una volta abbiamo conosciuto Cristo
secondo la carne, adesso non lo conosciamo più in questo modo»? Egli dice ciò,
perche, anche se abbiamo conosciuto Cristo come soggetto alle sofferenze, non
lo conosciamo più in questo m odo. Così, riferita a noi l’espressione “secondo la
carne” significa la condizione di peccato; e l’espressione “non secondo la carne”
significa la condizione di non peccato. Con riguardo a Cristo, I invece, l’espres­
sione “secondo la carne” significa l’essere soggetto a passioni naturali, e cioè sete,
fame, fatica, sonno; infatti, «egli non commise peccato, né si trovò inganno nella
sua bocca» ‘,‘12. Per questo diceva anche: «chi di voi può convincermi di pecca­
to?» ■Hi. Ed ancora: «viene il principe di questo mondo; ma egli non ha nessun
potere su di me» 4-M. D ’altra parte, l’espressione “essere non secondo la carne”
significa che Egli è libero da queste passioni, non che egli è sprovvisto della car­
ne. Lui, infatti, viene per giudicare il m ondo, con una carne incorruttibile che
non è soggetta a sofferenze; questo è lo stato verso cui anche noi tendiamo, «d i­
ventando il nostro corpo conforme al corpo della sua gloria» 445.

Anche Cirillo d ’Alessandria, il difensore della nostra pura fede,


nel chiarirci lo stesso detto così lo interpreta 446:

Poiché l’unigenito Verbo di D io si fece uomo ed apparve una seconda ra­


dice della stirpe, non è secondo la prima, che discende da Adamo, che siamo
trasformati in esseri viventi, bensì secondo l’altra, che è considerata ed è incom ­
parabilmente fra quanto c’è di meglio. Perché non siamo sotto la morte ma sotto
la Parola che dà vita a tutto. Nessuno è “nella carne”, cioè nella fragilità della
carne, che è corruzione. Paolo non dice che Cristo non si è incarnato, perché,
sebbene dica: «noi non abbiamo conosciuto nessuno secondo la carne», lui non
intende questo. Altrimenti Egli come sarebbe morto? Questa, infatti, è la fragi­
lità della carne. Ciò che egli dice, dunque, è questo: la Parola si è fatta carne ed
è morta per tutti noi; in questo m odo lo abbiamo conosciuto secondo la carne.
Ciò nonostante, non lo conosciamo più in questo modo, perché, se anche adesso
è nella carne - Egli resuscitò dopo tre giorni ed è salito in cielo - è tuttavia
considerato al di sopra della cam e, perché non è più soggetto né alla morte né
ad altre debolezze della carne ma, in quanto Dio, va ben oltre tutto ciò.

Vedete, tuttavia, voi che vi opponete: non soltanto stravolgete le


parole dell’Apostolo, ma vi opponete anche a tutti i santi. Loro,
infatti, sulla base di queste parole dell’Apostolo, mostrano che Cri­
sto dopo la resurrezione fu liberato dalle sofferenze. Inoltre, essi ci
guidano, poiché «noi siamo diventati conformi al corpo della sua
gloria», a non camminare secondo la carne, cioè a non seguire i
piaceri carnali. Tuttavia, poiché pensate in modo diverso dai Padri,
e non intendete seguire le loro orme, voi introducete una nuova
dottrina. Inoltre, percorrendo un sentiero non frequentato e gui­
dando voi stessi e quelli che vi seguono verso burroni e dirupi, voi
li conducete giù verso le porte dell’Ade. Tuttavia, nessuno crede in
voi, perché voi non seguite gli insegnamenti dei nostri santi Padri.
Quanto alla frase «camminiamo per tede e non servendoci della
vista», lo stesso Giovanni interpretandola dice ,,l/:

Perché nessuno dica: “Cos’è questo? Quando dici: «finché abitiamo nel cor­
po siamo in esilio lontani dal Signore» 44H, perché lo dici? Siamo dunque sepa­
rati da Lui mentre siamo qui?”; perché nessuno dica questo, lui, l’Apostolo, ci
ha corretto anticipatamente, dicendo: «perché noi camminiamo per fede, non
servendoci della vista». Noi conosciamo Lui mentre siamo qui, ma non chiara­
mente. Questo è quanto egli dice in altro luogo: «adesso noi guardiamo in uno
specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia» ,4'’.

Questo è quanto entrambi i divini Padri hanno detto. Lo stes­


so Apostolo in altre sue affermazioni ci chiarisce con precisione il
concetto, dicendo: «chi è che spera ciò che già vede? Ma se noi
speriamo ciò che non vediamo, lo aspettiamo con perseveranza» 4,°.
È ovvio, I di fatto, che «noi camminiamo per fede e non servendoci
della vista», perché noi non vediamo Dio qui, ma crediamo in Lui.
Per fede noi affermiamo anche che le sue creature furono create da
Lui, come lo stesso Apostolo proclama con l’alta voce dello Spirito,
dicendo: «per fede noi sappiamo che i secoli furono formati dalla
Parola di Dio, sicché ciò che è visibile ha avuto origine non dalle
cose che si vedono» 45’. Inoltre, quando consideriamo il movimento
ordinato dell’universo, arriviamo ad una comprensione del Dio che
ha creato ogni cosa con sapienza. Questo, dunque, è quanto la frase
«noi camminiamo per fede e non servendoci della vista» significa;
non ciò che costoro, per la rozzezza della loro lingua, insinuarlo
distorcendo il pensiero dell’Apostolo, usando quanto lui disse pfer
riferirsi alla fattura delle venerande icone. Così, dopo aver udito
l’insegnamento dei Padri, seguiamolo e rigettiamo questa novità,
dicendo: «ho odiato l’assemblea dei malvagi, e non siederò con gli
empi» 452.

Tomo quinto

Epifanio diacono lesse: poiché i loro piedi corrono verso la mal­


vagità, essi sono rimasti sospesi ai loro stessi lacci. È stato dimo­
strato che nessuno di quelli che sono stati educati nella Chiesa ha

104
miumilialo In gloria di Dio per la fattura di icone, o per qualunque
altra creatura. Procediamo, quindi, con la confutazione di ciò che
l imane, avendo al nostro fianco, come alleata, la verità che non è
mai sconfitta. Infatti, nel loro sforzo di moltiplicare il male con ul­
teriori argomenti, essi hanno anche tirato in ballo alcuni santi Pa­
dri. allermando insolentemente che essi si sono pronunziati contro
la pittura delle venerabili icone, ed hanno poi aggiunto quanto se­
dile Gregorio vescovo lesse
/ e stesse cose le insegnano i nostri Padri rivelatori di Dio, i disce­
poli e stueessori degli apostoli. Così Epifanio di Cipro, famoso tra i
is'\ silittori della Chiesa, dice: «siate vigilanti e mantenete le tradizioni
che avete ricevuto. Non deviate né a destra né a sinistra»; ed aggiun­
ge wc rifiniate questo, figli cari: non portate le icone dentro le chiese,
»» nei vintiieri dei santi. Piuttosto con la memoria abbiate sempre Dio
net t^virt cuori, e non in una casa comune. Poiché il Cristiano non
deve elevarsi attraverso gli occhi o le irrequietezze della mente» 453.
Egli scrisse, allo stesso modo, altri discorsi per confutare la fattura
delle usate, che chi è abile nella ricerca sarà in grado di trovare.
r.pifanio diacono lesse: chi è abile nelTesaminare i problemi della
Chiesa, di fronte a quelli con diversa opinione, «che cercano di af­
fermare la loro giustizia» 454 e contrastare quella di Dio, riponendo
la propria forza in documenti falsificati e addotti inopportunamente,
I in quanto Tigli bastardi e non veri della Chiesa universale, sa impe­
dire che si avvicinino come fratelli, ed anzi li respinge dicendo: «voi
progenie dì Canaaft e non di Giuda» 455, sapendo ciò che E v a n g e ­
lista ha detto: «sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri;
se hwscro stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi» 456; ed anche
ciò che ilice il divino Apostolo: «dopo la mia partenza rapaci lupi
entreranno tra di voi, che non risparmieranno il gregge, per attira­
re discepoli dietro di sé» 457; e ancora: «badate che nessuno vi in­
ganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri» 458. Ed ancora lo stesso
Apostolo dice: «non prestate fede ad ogni ispirazione» 459. Ogni Cri­
stiano, dunque, quando sente leggere libri apocrifi, deve sputarvi
sopra e non accettarli in nessun modo. Così, v’è una falsa Lettera ai
I aodùesi, che è attribuita al divino Apostolo ed è inserita in alcuni
esemplari dei suoi lib ri4W) e che i nostri Padri rifiutarono, in quanto
non attribuibile a lui. 1 M anichei461 hanno introdotto anche il Van­
gelo set*»ndo Tommaso, che la Chiesa universale, piamente, rigetta
come spurio. Così è anche la presente affermazione, che, sebbene sia
detta appartenere al nostro santo Padre Epifanio, non è sua 462.
Questo Padre di divina loquela scrisse un trattato che constava di
ottanta capitoli, nei quale egli combattè trionfalmente tutte le ere-

105
sic* - pagane ed ebree, così come tutte le altre che sono sorte con­
tro la cristianità - senza ometterne alcuna 463. Se egli avesse giudica­
to la produzione delle icone in contrasto con Cristo, avrebbe incluso
anche questa tra le eresie. Inoltre, se la Chiesa avesse accettato que­
ste spiegazioni contro le venerande icone, non vi sarebbe stata nes­
suna di queste venerande icone dipinte a fungere sia da decorazione
dei santi templi che come mezzo per suscitare in noi il ricordo. Gli
scritti stessi che gli istigatori di questi vuoti discorsi adducono come
testimoni forniscono la confutazione. Il santo Epifanio fu attivo du­
rante il regno di Teodosio e Arcadio 464. Da allora sino alla presente
eresia trascorre un periodo di almeno quattrocento anni, durante il
quale nessuno dei Cristiani ha accettato questi scritti contro le icone,
eccetto i fallaci difensori di questi folli discorsi. Se tutti questi anni
non hanno visto l’accoglimento nella Chiesa di questi scritti, essi non
saranno accettati neanche adesso, perché non sono mai stati accet­
tati. Quanto allo scritto che alcuni di loro producono e che impro­
priamente porta il titolo di Lettera del santo Epifanio, presule dei
Ciprioti, all’imperatore Teodosio 465, lo abbiamo avuto nelle nostre
mani e lo abbiamo letto, non distrattamente ma attentamente, e ab­
biamo scoperto alla fine della lettera una dichiarazione che recita:
«pur avendo molte volte suggerito ai miei colleghi nel sacro ministe­
ro di rimuovere le icone, essi non hanno accolto il suggerimento,
non mi hanno voluto ascoltare neanche per un momento». Andia­
mo, quindi, a vedere chi furono i sempre memorabili maestri e in­
crollabili muri di cinta della Chiesa al tempo del nostro Padre Epi­
fanio che qui è stato menzionato: Basilio, il Grande in parole e atti;
Gregorio che ha il suo soprannome dalla teologia; Gregorio, presule
di Nissa, da tutti chiamato “il Padre dei Padri”, così come Giovanni
dalla cui bocca scorrevano parole dolci più del miele e che per que­
sta ragione è chiamato “bocca d ’oro”, ed in aggiunta a questi Am­
brogio, Anfilochio e Cirillo di Gerusalemme. I Dunque se lo stesso
autore che scrisse questi trattati contro le venerabili icone dice che
essi non furono ben accolti dai santi Padri di quel tempo, come pos­
siamo noi, che abbiamo raggiunto la soglia della vita e che siamo
poveri in parole e saggezza - perché non siamo neanche degni di
essere considerati loro discepoli - accettare ciò che è stato inventato
contro la Chiesa e che i nostri stessi Santi Padri non accettarono?
Via da noi questi trattati sacrileghi e sfrontati! Coloro che hanno
così combattuto contro la Chiesa si sono allontanati dalla retta ra­
gione. Tuttavia, sia nei nostri cuori di Cristiani il detto dell’Apostolo:
«manteniamo le tradizioni che abbiamo ricevuto» 466, «allontanan­
doci da discorsi inutili e profani» 467, e rendiamoci conto che que-

106
sti scritti sono falsi ed artificiosi. I libri del nostro santo Padre Epi­
fanio, quello intitolato Anchoratus 468 e gli altri, sono venerati e di
ventati famosi in tutto il mondo e sono stati diffusi quasi in ogni
Chiesa. Questi trattatelli, invece, che strepitano di qua e di là con­
tro le venerande icone, in tutto il mondo non si sono trovati che in
due o tre esemplari, sempre che non siano stati scritti da poco. E se
fossero stati famosi nella Chiesa universale, avrebbero circolato lar­
gamente in tutte le Chiese, come ha avuto diffusione l’Anchoratus
del santo Epifanio. Tuttavia, essendo senza precedenti, spurii e in­
terpolati, essi non sono mai stati accettati dalla Chiesa universale;
non sono mai apparsi; né possono essere accettati adesso, perché la
pace di Dio e l’antica tradizione prevalgano in tutte le Chiese. Che
i bestemmiatori non lascino alle loro lingue briglia sciolta, accusando
chi ragiona correttamente che coloro i quali accettano l’antico uso
della Chiesa universale si oppongono al santo Epifanio. Perché noi
rigettiamo lo scritto, mentre riconosciamo il santo Padre come mae­
stro della Chiesa universale. Allo stesso modo i santi Padri che si
riunirono a Calcedonia per il santo quarto concilio ecumenico - e
lo stesso fecero i Padri del santo quinto concilio - colpirono con
anatema la cosiddetta Lettera di Iba, Vescovo di Edessa, a Mari il
Persiano, che concordava con la dottrina di Nestorio, e non Iba,
perché non è stato provato che la lettera fosse di Iba. Conseguen­
temente, con l’anatema essi non colpirono Iba ma la cosiddetta Let­
tera di Iba, perché, sebbene fosse chiamata così, non era sua. Allo
stesso modo, anche questi falsi scritti contro le venerabili icone, seb­
bene alcuni dicano che sono del santo Epifanio, come è stato dimo­
strato non sono suoi. Infatti, i suoi discepoli eressero nell’isola di
Cipro una chiesa con il nome del suddetto Padre, con dentro molte
rappresentazioni iconografiche, inclusa una dello stesso santo Epi­
fanio. Se lui avesse disdegnato la vista delle icone, perché i suoi di­
scepoli lo avrebbero ritratto in un’icona? Ognuno di voi che ascol­
tate può giudicare da sé e separare la verità dalla falsità. Tali trattati
non sono di questo Padre ma di provenienza manichea 469. Da essi
noi rifuggiamo, perché sono pieni di amaro fiele. I Manichei e quelli
che hanno introdotto la dottrina della confusione delle due nature,
non hanno mai accettato la vista delle icone, perché non credono
che Dio-Verbo si fece realmente uomo nella carne, ma soltanto ap­
parentemente ed illusoriamente.
E così che anche costoro, lavorando di immaginazione e scam­
biando un concetto con un altro, dicono ciò che segue I - Grego­
rio vescovo lesse
Allo stesso modo, Gregorio il Teologo nei suoi versi dice: «male

107
e riporre la fede nei colori e non nel cuore. Perché la fede riposta nei
colori sbiadisce facilmente, mentre quella che è nel profondo della
mente sì che mi è gradita».
Epifanio diacono lesse: essi riportano un nuovo detto di Grego­
rio il Teologo, intendendolo ancora una volta in modo distorto. Ciò
che il Padre ci ha lasciato come: «male è riporre la fede nei colori
non nei cuori; facilmente i colori possono sbiadire, ma la profondi­
tà è ciò che amo» 470 è messo in questo modo da questi falsificatori:
«male è riporre la fede nei colori e non nel cuore. Perché la fede
riposta nei colori sbiadisce facilmente, mentre quella che è nel pro­
fondo della mente si che mi è gradita». Essi hanno tappato le loro
orecchie, hanno chiuso i loro occhi ed hanno rifiutato di pensare in
modo retto, violando le tradizioni della Chiesa; «perché essi udiro­
no ma non capirono, e videro ma non compresero» 47h Induriti nel
cuore, essi stravolsero gli insegnamenti e le tradizioni dei Padri se­
condo i propri desideri. Il santo Gregorio il Teologo, infatti, nei
suoi scritti poetici, quando afferma ciò che costoro hanno citato, lo
fa nell’intento di introdurre parole di incitamento morale per la no­
stra vita, che ci conducano a rinunziare ai beni effimeri e mondani
ed ai piaceri della carne, ed a scegliere la vita spirituale che ci con­
duce in alto verso le cose celesti, a non riporre la fede in questo
mondo ed a non attaccarci a ciò che è temporaneo e non rimane -
ed a tutte queste cose ha dato il nome di “colori” - ma, piuttosto,
a perseguire ciò che è spirituale e veritiero, ciò che il cuore confer­
ma e che rimane per sempre. La nostra vita è fugace, ed il vivere
qui è un soggiorno in terra straniera. Poiché l’inchiostro o il colore
svaniscono velocemente, anche se sono ritoccati dal pittore, così è
anche in questa vita, come dice lo stesso Padre: le nostre vicende si
svolgono secondo cicli che in tempi diversi e in modi diversi, in un
giorno o, a volte, in un’ora, apportano cambiamenti. Così tutto ciò
che è umano scompare come un’ombra e tutto il peso dell’umano
potere si disintegra come una bolla d ’aria; poiché «ogni uomo è co­
me l’erba, e tutta la gloria dell’uomo è come il fiore del campo» 472.
Mostrare opere spirituali, invece, è garanzia di incrollabilità ed ha
la sua ricompensa in ciò che dura. Dunque, se l’affermazione fosse
stata rivolta direttamente contro le icone, avrebbe detto chiaramen­
te: «è male riporre la fede nei colori e non in Dio». Ma egli ha det­
to «... e non nei cuori»; il che significa che noi dobbiamo realizzare
cose salde e sicure, che appartengono al regno dei cieli; e non le
cose di questo mondo che, essendo transitorie e così soggette a mu­
tamento, non sono degne di fede.
Ancora, interpretando tutto allegoricamente in modo maldestro

108
ed istituendo collegamenti secondo il loro modo di pensare, I essi
producono come testimonianze le affermazioni di Basilio e Giovan­
ni, grandi maestri dei misteri, dicendo - Gregorio vescovo lesse
Giovanni Crisostomo insegna quanto segue: «noi, grazie agli scrit­
ti, godiamo della presenza dei santi, in quanto possediamo così le
icone non dei loro corpi ma delle loro anime. Quanto loro hanno
detto, infatti, sono le icone delle loro anime; e lo studio degli scrit­
ti ispirati da Dio, disse il santo Basilio, è un mezzo di grande efficacia
per scoprire ciò che è giusto. In essi, infatti, si trovano anche i precet­
ti impartiti attraverso le azioni e le vite di uomini beati tramandate
per iscritto, come icone animate della condotta secondo il volere di
Dio, proposteci perché imitiamo le opere conformi a quanto Dio vuo­
le» 473.
Epifanio diacono lesse: in nessun modo un uomo di retto sen­
tire ha mai pensato o potrebbe pensare che queste affermazioni fu­
rono fatte a confutazione delle venerande icone. Perché è manife­
sto a tutti che, quando ascoltiamo del colaggio dei santi e della loro
sopportazione, noi benediciamo la fermezza e la nobiltà delle loro
anime. Inoltre, quando noi ci troviamo di fronte alle Sacre Scrit­
ture, o leggiamo le vite degli uomini santi, o guardiamo le rappre­
sentazioni iconografiche, ci ricordiamo delle loro opere, realizzate
in armonia con il volere di Dio. Perché, come Basilio il Grande dis­
se nelYEncomio ai santi quaranta Martiri: «ciò che la parola offre
attraverso l’udito, la pittura - sebbene in silenzio - lo mostra attra­
verso l’imitazione» 474. Ma anche Giovanni Crisostomo nel suo di­
scorso Uno è il Legislatore di entrambi, Vecchio e Nuovo Testamen­
to, e sulla veste del sacerdote, che inizia con le parole:

Per primi i Profeti annunziano l’evangelo del regno di Cristo, dice più avan­
ti: io amai anche una pittura ricoperta di cera, per devozione; vidi, infatti, in
un’icona un angelo che respingeva nugoli di barbari, e vidi le nazioni dei bar­
bari e Davide che veracemente diceva: «Signore, nella tua città annienterai la
loro immagine» 475.

È stato mostrato, dunque, che, essendo al di fuori della divina


congregazione, essi hanno distorto ciò che i santi Padri hanno cor­
rettamente affermato. Tuttavia essi sono di una malvagità ancora
maggiore; e, per confutare le rappresentazioni iconografiche, addu­
cono ciò che il nostro Padre Atanasio disse contro gli idoli dicen­
do - Gregorio vescovo lesse
Inoltre, anche Atanasio, splendore di Alessandria, disse: «come è
possibile non provare pietà per coloro che adorano le creature? Per­
ché coloro che vedono, pregano per quelli che non possono vedere, e
coloro che sentono, per quelli che non possono sentire» 476. Una crea­
tura, infatti, non sarà mai salvata da un ’altra creatura.
I Epifanio diacono lesse: ahimè, che follia! Conducendo il loro
pensiero su una nuova strada di bestemmie, essi si sono allontana­
ti dalla verità. Perché, mentre il divino Padre ha fatto questa affer­
mazione contro gli idoli, essi accusano i Cristiani dicendo che dopo
avere conosciuto la verità, professato la fede con sincerità ed esse­
re stati rigenerati da Dio, venerano le creature oltre all’unico Dio di
tutte le cose, ed imputano loro anche l’idolatria. O Signore, rispar­
mia la tua gente e non permettere che alcuno sia traviato dalle loro
bestemmie. Poiché tutti quelli di noi che siamo chiamati con il tuo
nome riconosciamo che ci hai liberato dall’inganno e dall’errore de­
gli idoli e che, dopo che ti abbiamo conosciuto, noi, stimati degni
della divina rigenerazione, non abbiamo in nessun modo deviato
offrendo la divina adorazione che appartiene a te e a nessuna altra
creatura vivente sotto il cielo che non sia tu, il nostro unico Salva­
tore; e cantiamo: «o Signore noi non conosciamo nessuno al di fuo­
ri di te: noi nominiamo il tuo nome» 477. Tu sei testimone di ciò,
così come lo sono le schiere di angeli santi, e la divina adunanza
degli Apostoli, dei Profeti, dei Martiri e degli ispirati Padri. E affin­
ché tutti i nostri sensi ne abbiano ricordo, così da innalzarci verso
la tua maestà, possediamo, come mezzo per glorificarti, l’immagine
della divina croce, la narrazione del Vangelo, e la rappresentazione
iconografica, così come molti altri utensili sacri; noi baciamo questi
oggetti perché essi sono stati fatti in tuo nome ed al tuo nome de­
dicati. «Ma coloro che hanno accumulato tesori con lingua menda­
ce, hanno perseguito la vanità» 478. Questo è il motivo per cui il loro
ozioso discorso manca di consistenza. Come l’oscurità è scacciata
nel momento in cui una luce si accende, così la menzogna della loro
lingua è mozzata dalla spada dello Spirito all’apparire della verità.
Tuttavia, con i brandelli di quanto è già stato fatto a pezzi, essi
continuano, dicendo - Gregorio vescovo lesse
Allo stesso modo Anfilochio di Iconio dice quanto segue: «non
dovremmo cercare di dipingere sulle tavole con i colori i visi dei San­
ti; non ne abbiamo bisogno. Ciò di cui abbiamo bisogno, invece, è di
imitare la loro condotta attraverso la virtù» 479.
Epifanio diacono lesse: caratteristica degli eretici è quella di pre­
sentare le affermazioni in forma frammentaria. Tuttavia se uno cerca
attentamente, non troverà da nessuna parte l’intenzione del Padre di
proibire la riproduzione delle venerande icone. Piuttosto, il Padre
dice questo per lodare il coraggio e la fermezza della disposizione
spirituale dei santi, preferendo l’efficacia delle virtù, e lo fa per spro-
arci ad imitare la loro condotta. Infatti, noi non lodiamo i santi, né
rappresentiamo in pittura, perché li amiamo carnalmente; piutto-
o, nel nostro desiderio di imitare le loro virtù, noi raccontiamo le
irò biografie I e li rappresentiamo iconograficamente, sebbene loro
on abbiano alcun bisogno di essere encomiati da noi attraverso nar-
izioni o di essere raffigurati attraverso la pittura. Invece, come ab-
iamo detto, noi facciamo questo per nostro beneficio; perché non
ino soltanto le sofferenze dei santi che sono istruttive per la nostra
dvezza, ma anche la descrizione di queste sofferenze, mostrata dalle
ippresentazioni iconografiche, allo stesso modo che la loro memoria
Zebrata ogni anno. Questo è il significato del tenore complessivo
el discorso. Ciò che il Padre disse non fu detto per confutare le
;nerande icone, né per insidiarle in nessun modo e sebbene egli
ica: «non dovremmo tentare di dipingere sulle tavole con colori i
isi dei Santi», egli dice questo con l’intento di attrarre l’attenzione
dia loro virtù. Infatti continua: «ciò di cui abbiamo bisogno, invece,
di imitare la loro condotta attraverso la virtù». Dobbiamo sforzarci
i scegliere le virtù degli uomini virtuosi, imitare le loro opere ed
mudare la loro condotta. Non è lodevole, invece, erigere in continua-
ione chiese dedicate a loro o mostrarli rappresentati nelle icone,
ìentre disprezziamo le loro virtù. Nessuno loderebbe un uomo ve-
endolo con una mano rigettare le virtù dei santi e con l’altra offrire
: loro icone, giorno dopo giorno, o erigere molte chiese, o costruire
ggetti sacri, senza che adorni d tempio che è in lui stesso con le vir-
ì ispirate da Dio. Perché Dio disse a quelli che vivono in questa
ondizione, attraverso le parole di Isaia d profeta: «anche se portate
i buona farina essa è murile, l’incenso per me è un abominio. An-
lie quando protendete le vostre mani verso di me, allontanerò d mio
guardo da voi; e sebbene facciate molte suppliche, non vi ascolte-
b» 48°. Ma cosa dovreste fare? «Lavatevi, divenite puri, rimuovete
i malvagità dalle vostre anime davanti ai miei occhi; cessate le vo­
ire malvagità, imparate a fare d bene, cercate diligentemente la giu-
:izia, assistete colui che patisce l’ingiustizia, perorate la causa dei­
orfano, ed ottenete giustizia per la vedova» 481. Quando riusciamo
far questo, allora le cose che noi offriamo - le sacre chiese, o le
acre suppellettili, o anche le venerande icone - sono accettate da
)io. Così, per ricordare i santi, la cosa migliore per noi è ripercor-
ere nel ricordo le loro virtù e, per quanto possibde, imitarli fedel-
lente. Infatti, «questo è ciò che costituisce un encomio ai martiri:
he quelli che si riuniscono supplichino per ottenere virtù», come
ìasilio d Grande disse nei suoi discorsi morali 482. Ma, come è sta-
o già detto, è lodevole che, assieme alle virtù, uno possa erij

. • v. N
se, dipingere icone, ed offrire sacre suppellettili a Dio, perché la pa­
rola della verità ci insegna che «si deve adempiere agli uni senza tra­
lasciare gli altri» 48}. L’uomo non potrebbe ottenere la virtù se non
cammina attraverso le dimore del Signore, o se non presta, attraverso
la lettura, orecchio ai discorsi divini, e se non è, attraverso la vista,
indotto a concepire il significato e gli insegnamenti del Vangelo e
delle narrazioni delle vittorie dei martiri. Tuttavia, è doveroso e ne­
cessario attenersi alle virtù, in ogni tempo, in ogni posto, in ogni
istante e in ogni ora; perché è necessario per noi, continuamente e
sempre e in ogni tempo, vivere in prima persona le sofferenze di Cri­
sto, così come è vantaggioso, anche, «portare la sua morte nel nostro
corpo» 484, facendo tutto ciò con sollecitudine. Questo conduce al
regno dei cieli. Invece, scolpire molte croci in una piccola casa e allo
stesso tempo spregiare I i comandamenti di Cristo e l’imitazione delle
sue sofferenze è da stolti, perché «la fede senza le opere è morta» 485.
Così, il Signore dice nel Vangelo: «non chiunque mi dice: “Signore,
Signore”, entrerà nel Regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre
mio che è nei cieli» 486. Continuando ulteriormente questa discussio­
ne, noi addurremo un altro argomento. È abitudine dei nostri san­
ti Padri, che hanno chiarito a noi il salvifico intento di Dio, di inse­
gnarci profusamente ad osservare i comandamenti ed indirizzare gli
ascoltatori verso quel comandamento che essi hanno scelto come
obiettivo, dichiarandolo il più alto e grande; affinché, pur tenendo
saldamente fede a questo comandamento come ad un’ancora di sal­
vezza, non trascuriamo gli altri. Così, mettendo da parte la maggior
parte di questi Padri - altrimenti il discorso diventerebbe troppo
lungo - puntiamo l’attenzione su Asterio di Amasea. In un sermo­
ne che egli scrisse Su Lazzaro e l’uomo ricco, dopo aver parlato con
enfasi sul dar da mangiare al povero e contro quelli che si arricchi­
scono, egli esorta i ricchi ad elargire in elemosine, piuttosto che ve­
stire allegramente ed elegantemente con abiti raffinati. Egli inserisce
anche un invito, per quelli che vivono una vita più religiosa ma sono
bramosi di ricchezza, dicendo questo: «non dipingere Cristo nelle
vesti; piuttosto, il denaro necessario a queste spese dallo ai poveri».
E poi, nel desiderio di eliminare la bramosia di ricchezze, aggiunge:
«perché una umiliazione - quella di assumere un corpo - è sufficien­
te per Lui» 487. In altre parole, a Cristo, nostro Dio, non piace che
il mistero della sua dispensazione sia mostrato attraverso un appas­
sionato attaccamento al mondo o attraverso l’avidità di denaro. Non
è consono alla religione né gradito di fronte a Lui il nostro accumu­
lare ricchezze materiali e l’avanzare pretesti che consistono in azioni
peccaminose, col proposito di fare ciò che dice il Vangelo; e disprez-

112
zare, invece, coloro i quali hanno bisogno di cibo e abiti e necessi­
tano di un riparo. Questo è proprio dell’avarizia, non della religio­
sità. Proprio come la luce non può coesistere con il buio, o il diritto
non ha nessun legame con l’illegalità, così la bramosia di ricchezze
e l’abbigliarsi con abiti raffinati non hanno nulla in comune con la
rappresentazione e la narrazione del Vangelo. Quest’ultima cosa ci
insegna in modo penetrante gli eventi della dispensazione che con­
duce alla salvezza. Quella condotta, invece, è condannata come de­
gna di punizione, secondo quanto Giacomo, fratello di Dio, dice:
«voi ricchi versate lacrime e vi lamentate a gran voce per le vostre
miserie; le vostre ricchezze sono imputridite e i vostri abiti tarlati; i
vostri ori e argenti sono arrugginiti e la loro ruggine rimane come
prova contro di voi» 488. Come è stato detto, quindi, qualunque cosa
deriva dall’avarizia si dilegua nel mondo. È possibile per noi, spen­
dendo poco, avere cibo, abiti, e riparo, e a sufficienza. Poiché «ogni
cosa che si prende non per uso ma per ornamento è vanità», come
disse il divino Basilio 489. Quindi accontentiamoci di ciò che di uti­
le abbiamo e da questo traiamo quanto occorre per i poveri tenden­
do loro una mano caritatevole, così che possiamo udire la voce del
Signore che ci dice: «beati i misericordiosi perché troveranno mise­
ricordia» 490; e «quanto avete fatto ad uno solo di questi miei fratelli
più piccoli, l’avete fatto a me» 491. Poiché abbiamo menzionato Aste­
rio, verifichiamo, usando le sue stesse parole, che la tradizione delle
venerabili icone è un’antica I istituzione della Chiesa universale. Così
lui, avendo visto una icona della passione di Eufemia la martire, la
loda con il seguente encomio:

Una vergine santa e pura, che aveva consacrato la sua pudicizia a Dio, Eu­
femia il suo nome, una volta che un tiranno si era dato a perseguitare i pii, con
grande entusiasmo scelse di correre il rischio della morte. Ma i suoi concittadi­
ni e fedeli della stessa fede per cui lei era morta, ammirando la vergine santa e
coraggiosa, costruita un’edicola nei pressi del tempio e postavi l’urna con i suoi
resti, le tributano onori e celebrano una festa ogni anno, riunendosi insieme in
grande numero. I sacri ministri dei misteri di Dio onorano sempre la sua memo­
ria con un sermone ed insegnano con cura a tutta la gente che si raccoglie come
abbia compiuto l’agone della sopportazione. Ed il pittore, dal canto suo, che ha
rappresentato devotamente, servendosi dell’arte secondo la sua capacità, tutta la
storia sulla tela, ha posto accanto all’urna la sua sacra visione. La sua opera è
fatta così: il giudice siede in alto su un trono, con lo sguardo truce e cattivo ri­
volto alla vergine - l’arte mostra il rancore, quando vuole, anche con la sola ma­
teria inanimata - ; ci sono, poi, i lancieri di corte e numerosi soldati; tra quelli,
alcuni fanno da segretari con libri e registri sotto il braccio; di questi, invece, uno,
con la mano sospesa sulla tavoletta di cera, ha uno sguardo irato volto verso l’im­
putata, con il viso tutto reclinato, come nell’atto di ordinarle di parlare più ad
alta voce, affinché non debba, sforzandosi con l’udito, scrivere cose sbagliate che

113
poi dovranno essere corrette. La vergine sta in abito scuro e mostra di essere
assorta in profondi pensieri; e, come il pittore se l’è immaginata, ha un viso de­
licato; come me l’immagino io, ha l’anima abbellita dalle virtù. La conducono di
fronte al magistrato due soldati, uno trascinandola d’avanti, l’altro spingendo da
dietro, con un fare intimidito dal pudore e dalla fermezza della vergine; lei ha gli
occhi bassi, come se arrossisse per gli sguardi degli uomini, e se ne sta impertur­
babile, per niente sofferente a causa del terribile agone. Come, fino ad allora, lo­
davo gli altri pittori, quando contemplavo il dramma di quella donna della Col-
chide 492! Nell’atto di usare la spada contro i figli divide l’espressione del suo
volto tra il coraggio e la pietà, e degli occhi uno esprime l’ira, l’altro lei madre
clemente e inorridita. Ora, invece, grazie a quella meditazione, ho trasferito tutta
la mia ammirazione su questa pittura; ed ammiro molto l’artista, soprattutto per­
ché ha mescolato l’impressione morale che i colori destano, temperando la pu­
dicizia col coraggio, passioni che per natura confliggono. E andando avanti nel­
l’imitazione, alcuni carnefici, cinti soltanto di piccole tuniche, già si mettevano al­
l’opera; uno, afferratale la testa e reclinatala all’indietro, offriva all’altro il capo
della vergine pronto a ricevere il supplizio, l’altro le colpiva i denti; e si vedono,
come strumenti di tortura, un trapano e un martello. Qui scoppio in lacrime ed
il dolore m’impedisce di parlare; il pittore, infatti, ha colorato in modo così vi­
vido le gocce di sangue che diresti che sgorgano veramente dalle labbra e te ne
andresti via gemendo. E poi il carcere: e di nuovo la vergine veneranda siede da
sola in abiti scuri, levando le braccia I al cielo e invocando Dio soccorritore nei
tormenti; mentre prega le appare sopra il capo il segno che ora i cristiani devono
adorare e con cui segnarsi; credo che fosse il simbolo della passione che l’aspet­
tava. Lì vicino, infatti, il pittore ha acceso un fuoco che altrove sarebbe stato ec­
cessivo, dando consistenza corporea alla fiamma con un colore vermiglio che s’il­
lumina qua e là; ed al centro ha collocato lei, che spiega le braccia al cielo e nes­
suna molestia rivela nel viso ma, anzi, è contenta di passare alla vita incorporea
e beata. Qui si è fermato il pittore e qui anch’io mi fermo. Hai il tempo, se vuoi,
di guardare attentamente quella pittura, per vedere con certezza se siamo giunti
troppo al di sotto di quanto la descrizione richiedeva 493.

Questo è quanto disse Asterio. Se esaminiamo ciò che dice la


Sacra Scrittura, scopriremo che ciò che lui ha predicato lo ha tra­
scelto da lì. Così quando Dio dava ordini al suo servo Mosè per la
tenda, dopo avere prescritto diversi e variopinti lavori per esso,
aggiungeva; «tu farai tende di bisso filato, blu e porpora, e cheru­
bini di un filato scarlatto, le farai con un lavoro da tessitore» 494.
Quest’ordine ci insegna che ciò che è dedicato a Dio deve essere
fatto con grande fasto. Non è lo stesso, tuttavia, per ciò che riguar­
da gli esseri umani, poiché fu detto al popolo: «e voi non indosse­
rete abiti tessuti con due diversi filati» 495. Il divino Apostolo ren­
de totalmente chiaro il significato di queste parole nell’esortazione:
«le donne dovranno adornarsi con pudore e sensibilità, con un de­
coroso abito, non con i capelli intrecciati o oro o perle o un abito
di costosa fattura, ma di opere buone, come si addice alle donne
che professano la pietà» 4%.

ri4
Così noi che offriamo la nostra adorazione «in spirito e verità»
soltanto a Dio, sapendo queste cose, continueremo a baciare ed
abbracciare ogni cosa consacrata e dedicata a Lui - sia la divina
torma della preziosa croce, o il santo vangelo, o le venerabili icone,
o le sacre suppellettili - nella speranza di poter ricevere da loro la
santificazione. Continueremo anche ad offrire loro la dovuta vene­
razione latta di onore; infatti la Scrittura dice: «prostratevi allo sga­
bello dei suoi piedi, perché è santo» 497. Questo è il motivo per cui
anche Gregorio il Teologo, nella sua Orazione per la Natività di
Cristo dice: «onorate Betlemme, e riverite la mangiatoia» 498, giac­
che ogni cosa dedicata a Dio è sacra, perché lui discende su di essa
ed è associato ad essa, come testimonia tutta la divina Scrittura.
Inoltre, come nel caso di un santo, la santità non si può onorare in
altro modo se non con la nostra adorazione relativa.
Essi, tuttavia, ancora esalando falsità, ed avendo cucito assieme
ciò che è contrario alla Chiesa, dicono - Gregorio vescovo lesse -:
In conformità con loro, Teodoto di Andra 4", compagno di lotta
di Cirillo, insegna quanto segue sullo stesso argomento: «abbiamo
ricevuto la tradizione di far rinascere il volto dei santi, ma non sul­
le icone, con colori che sono materiali. Piuttosto siamo stati educati
a rinnovare I le loro virtù e, attraverso ciò che è stato detto di loro
negli scritti, come fossero icone animate, stimolare noi stessi al rag­
giungimento del loro stesso ardore. Coloro che ripristinano tali imma­
gini. ci dicano: che tipo di benefido possono trarre da esse, o a che
livello di spirituale contemplazione loro sono innalzati dal ricordo da
esse risvegliato? Ovviamente tale idea è vana ed è invenzione di dia­
bolico inganno».
Epifanio il Diacono lesse: se Teodoto fosse vivo, avrebbe grida­
to a Dio, come Susanna: «o Dio Eterno, che discerni ciò che è se­
greto, che sei a conoscenza di tutte le cose prima che accadano, tu
lo sai che hanno deposto il falso contro di me» 50°, rimpiangendo
gli antenati della confusione di Babele, loro che sono gli autori di
questa corruttrice novità delle anime. Tuttavia nel loro desiderio di
mostrarsi capaci ed importanti, essi proclamano in modo altisonan­
te discorsi vuoti. Lo stilo usato per i loro scritti si è dimostrato in­
gannatore ed essi sono chiaramente incriminati come contraffattori
della verità. Molta gente, infatti, che ha controllato e cercato assie­
me a noi la suddetta citazione nel discorso di Teodoto - ammesso
che una tale cosa sia mai stata scritta - non ha trovato nulla del
genere da nessuna parte; perché egli stesso non ha mai affermato
nulla di tutto ciò. È ovvio che non si tratta di una affermazione di
Teodoto. Questa espressione è piena di collera e concitazione; e
l’oltraggiosa chiacchiera che le icone sono un’invenzione di astuzia
diabolica è qualcosa che nasce da una lingua incontenibile e da
labbra impure. Questo è tipico degli accusatori dei Cristiani ed è
una delle loro invenzioni piuttosto che di Teodoto. Se, come loro
rivendicano, hanno estratto questa testimonianza dalle sue opere,
avrebbero dovuto indicare esplicitamente l’opera da cui questo pas­
so fu preso. Tuttavia, sapendo che questa è un’invenzione, essi la­
sciano che la falsità vada in giro in silenzio. Essendo tornati ai suoi
discorsi - intendiamo i discorsi che egli scrisse a Lauso, Contro Ne­
ttario, in sei tomi, l’Interpretazione del Credo dei santi Padri di Ni-
era, i sermoni Per la Natività del Signore, Per l’Epifania, Per Elia e
la vedova, Per i santi Pietro e Giovanni, Per lo zoppo seduto presso
la porta bella, Per coloro che hanno ricevuto i talenti e Per i due
ciechi - diciamo che non abbiamo trovato da nessuna parte quan­
to essi hanno citato. Neppure quando il loro falso sinodo eccitava
le folle e questo passo fu incluso nel loro falso scritto, esso fu preso
da alcun libro del Padre di Andrà. Piuttosto, esso si diffuse duran­
te il concilio, come una piaga, per mezzo di un falso estratto 501,
che i più semplici accettarono; ma coloro che sono stati prudenti e
che hanno creduto nella verità, lo hanno sempre considerato falso.
Inoltre essi presentano come capo della loro pestilente eresia co­
lui che fu difensore di Ario ed alleato di Eusebio di Nicomedia 502,
di Teognide di Nicea 503, e di Maride di Calcedonia 504, e che fu uno
dei capi degli oppositori del sacro concilio di Nicea, quando dico­
no ciò che segue - Gregorio vescovo lesse
Allo stesso modo, Eusebio di Panfilo dice ad Augusta Costanzia 505,
la quale gli aveva chiesto di mandarle una icona di Cristo: «poiché mi
hai scritto a proposito di una certa icona di Cristo che desideri che io
ti invii, a quale icona di Cristo ti riferisci? Quella che è vera e immu­
tabile e che reca le caratteristiche della sua natura o quella che Lui ha
assunto per noi rivestendo sembianze di un servo? Ma, per quanto
riguarda il suo aspetto di Dio, io non aedo che è questo che tu cachi,
poiché un tempo da Lui stesso hai appreso che “nessuno ha conosciuto
il Padre, eccetto il Figlio, né nessuno mai conoscerà chiaramente il
Figlio stesso, con l’unica eccezione del Padre, che lo ha genaato”» 506.
Ed in seguito: «ma, catamente, stai richiedendo una icona con le sue
fattezze di servo, e di quella carne che rivestì per noi. Tuttavia, ci è
stato insegnato che anche quella è stata mescolata con la gloria della
divinità e che “l’elemento mortale è stato assorbito dalla vita’’» 507. E
poco dopo: «allora, chi sarebbe in grado di ritrarre con smorti ed ina­
nimati colori, o in forma di schizzo, i luccichii splendenti e radiosi e
di tale gloriosa dignità? Anche i divini discepoli che sulla montagna


non poterono continuare a guardarlo si gettarono con la faccia a ter­
ra, confessando che non riuscivano a sopportare la vista 508; se, dunque,
il suo aspetto incarnato divenne così potente quando era trasfigurato
nella divinità che dimorava in lui, cosa occorre ancora che sia detto di
lui, che, dopo che si svestì della mortalità e lavò via la corruttibilità,
trasformò l’immagine della sua forma di servo in quella della gloria
del Signore e Dio - con la vittoria sulla morte, e salendo in cielo, e
sedendo sul trono regale alla destra del Padre, e riposando sull’inno­
minabile ed indicibile petto del Padre? È questa divina gloria che i
poteri celesti acclamarono, quando lui vi salì e vi riacquistò la sua con­
dizione originaria dicendo: “aprite i vostri battenti, voi principi, e voi
apritevi, eterne porte, ed entrerà il Re della gloria”» 509
Epifanio diacono lesse: a loro può addirsi la parola che Dio pro­
nunciò per mezzo di Geremia il profeta, rimproverando le folle dei
Giudei: «essi hanno abbandonato me, la sorgente d ’acqua viva ed
hanno scavato da se stessi cisterne screpolate che non potranno
tenere l’acqua» 51°. Questi falsificatori di prim’ordine, avendo messo
da parte gli insegnamenti dei Padri riconosciuti, ed avendo invidia­
to coloro che sono stati ripudiati con il ventilabro del giudizio di­
vino dall’aia del Signore - e cioè dalla Chiesa universale -, li attrag­
gono a sé per consolidare la loro eresia. Perché chi è che non sa,
tra i fedeli della Chiesa e tra coloro che sono a conoscenza I delle
vere dottrine, che Eusebio di Panfilo, trascinato da un proposito
spregevole, è diventato un tu tt’uno nel credo e nella mente con
coloro che aderirono agli insegnamenti di Ario? Infatti, in tutte le
sue opere storiche, lui chiamava il Figlio e Verbo di Dio “creatura”,
“ministro del Padre” e “secondo nell’adorazione”. E se qualcuno,
per difenderlo, asserisce che egli ha sottoscritto nel concilio, ebbe­
ne, ammettiamo pure che sia così. Tuttavia, come tutti i suoi scritti
e le sue lettere indicano, «egli onorò la verità con le sue labbra, ma
il suo cuore era lontano da essa» 5U. Se egli era confuso e cambiò
idea in modi diversi, in momenti diversi, secondo i tempi e le cir­
costanze, prima lodando coloro che condividevano le idee di Ario,
e dopo simulando la verità, allora è assodato che egli è, come dice
Giacomo il fratello di Dio, «un uomo dall’animo doppio, instabi­
le in tutte le sue vie; non pensi di ricevere qualcosa dal Signore» 512.
Perché se avesse creduto in cuor suo nella rettitudine, anche «con
la bocca avrebbe professato la parola di verità per la salvezza» 51\
così come certamente avrebbe chiesto perdono per i suoi scritti ret­
tificandoli, ed avrebbe redatto un’apologià per giustificare le sue
lettere. Ma non ha mai fatto nulla del genere. Egli rimase com’era,
come un Etiope che non cambia il colore della pelle. Così, interpre-

117
tando il passo «io dissi al Signore: “tu sei il mio Signore”» 514, usci­
to fuori dalla vera conoscenza dice questo: «secondo le leggi della
natura il padre di ogni figlio è anche il suo signore. Per questa ra­
gione colui che generò l’unigenito Figlio di Dio, sarebbe il suo Dio,
e Dio così come Signore e Padre» 515. Inoltre, nella sua Lettera al
santo Alessandro, il maestro di Atanasio il Grande - che inizia con
le parole «attaccai questi scritti con grande sollecitudine e diligen­
za» 516 - sproloquiando più esplicitamente, quando critica gli scritti
di Ario e dei suoi seguaci per aver detto che il Figlio fu creato dal
nulla come una fra tutte le cose, dice di loro quanto segue:

Essi produssero un documento che avevano fatto per te. In esso facevano
mostra della loro fede, che essi professavano con le seguenti parole: «il Dio del­
la Legge, dei Profeti, e del Nuovo Testamento, che generò l’unigenito Figlio
prima di tutti i tempi, per mezzo del quale Egli creò i secoli ed ogni altra cosa,
lo diede alla luce non apparentemente, ma realmente, dandogli una ipostasi per
propria volontà; immutabile ed invariabile, perfetta creatura di Dio, sebbenè
diverso dalle altre creature». Ora, se queste loro parole fossero vere, le accette­
resti senz’altro anche tu, nel punto in cui professano che il Figlio di Dio, che è
prima di tutti i tempi, e per mezzo del quale Egli creò i secoli, è immutabile e
perfetta creatura di Dio, sebbene diversa dalle altre, La tua lettera, invece, le
critica per aver detto che il Figlio fu creato come una qualsiasi creatura, anche
se loro non dicono questo ma piuttosto specificano chiaramente che Lui non è
Come una creatura qualsiasi. Bada, quindi, di non offrire loro ogni ulteriore
motivo che possa essere usato per avversare ed alterare tutto quello che voglio­
no. Ed ancora, tu li ritieni responsabili di aver detto che Colui che è diede alla
luce un essere. Mi meraviglierei che si potesse dire questo in modo diverso. In­
fatti, se Colui che è, è uno, è ovvio che ogni cosa che esiste dopo di Lui fu fatta
da Lui. Ma se Lui non è uno, ma è anche Figlio, I come può, allora, Colui che
è aver generato l’essere? Vi sarebbero, in tale caso, due esseri.

Questo è ciò che Eusebio scrisse al celebrato Alessandro. Tut­


tavia, vi sono anche altre lettere allo stesso santo uomo che sono
attribuite ad Eusebio, nelle quali si potrebbero trovare varie be­
stemmie in difesa dei seguaci di Ario. Egli bestemmia con assolu­
ta evidenza in una lettera inviata al vescovo Eufrasione. Questa ini­
zia con le parole:

In ogni cosa io professo la mia gratitudine al Signore; e più avanti recita:


perché noi diciamo che il Figlio non coesiste col Padre, ma che il Padre viene
prima del Figlio. Tuttavia, questo è qualcosa che il Figlio stesso, che sa tutto
meglio di ogni altro, ci insegna in modo religioso, sapendo di essere diverso dal
Padre, inferiore e subalterno, dicendo: «il Padre che mi ha mandato è più gran­
de di me» 5I7. E dopo un po’: anche il Figlio è Dio, sebbene non un autentico
Dio.

118
Dunque, attraverso questi suoi scritti è provato che egli ha la
stessa opinione di Ario e dei suoi seguaci. Gli inventori della follia
di Ario, insieme con questa eresia da apostati, affermano che vi è
una sola natura nell’unione ipostatica. Essi sono anche dell’avviso
che il nostro Signore, nella sua dispensazione salvifica, si fece carne
senza anima, dicendo che la sua divinità era al posto della volontà
e delle emozioni dell’animo. Essi dicono questo allo scopo, secon­
do Gregorio il Teologo, di ascrivere la Passione alla divinità. E ov­
vio, dunque, che coloro i quali ascrivono la passione alla divinità
sono Teopaschiti, e quelli che condividono questa eresia non si per­
mettono di accettare icone, come anche fecero l’empio Severo 518,
Pietro Fullone 519, Filosseno di Ierapoli 52°, o chiunque dei loro -
Idra dalle molte teste e tuttavia senza testa. Quindi Eusebio, essen­
do un membro di questa banda - come è stato mostrato dalle sue
epistole e dai suoi scritti storici - rigetta, in quanto teopaschita,
l’icona di Cristo. E per questa ragione che egli scrive a Costanza,
moglie di Licinio, che nessuna icona mai è stata in suo possesso.
Nella stessa lettera egli aggiunge: «la sua forma incarnata si è tra­
sformata nella divina natura». Tuttavia, nessuno dei nostri santi Pa­
dri ha pensato o insegnato questo, né questa è la verità. Ascoltiamo
cosa dice Atanasio, il demolitore della pazzia di Ario, nella sua Let­
tera dogmatica ad Eupsichio, presbitero di Cesarea, e così pure ciò
che dice Cirillo nella Prima lettera a Succenso, vescovo di Diocaesa-
rea, e anche nel suo discorso Contro i Sinusiasti. Entrambi, infatti,
avendo vissuto nella stessa città sulla terra così come adesso fanno
in cielo, ed ispirati dallo stesso spirito, parlano in perfetta armonia.
Così, Atanasio, nella succitata Lettera a Eupsichio che inizia con le
parole:

Su quegli argomenti sui quali hai voluto, o eminentissimo; in seguito dice:


di poco valore è quanto si ricava dalle pecore. Così, questo raccolto che provie­
ne dal dorso delle bestie, la lana, è di uso comune, disponibile a tutti. Ma quan­
do lo si tratta con la tintura che si ricava dal mare, viene detta porpora, ed una
volta cambiato il nome e divenuta adatta ad essere usata esclusivamente dagli
imperatori, è lana e non lo è, dal momento che, quanto alla sua natura, è quello
che era prima ma, dal punto di vista dell’uso che se ne fa, essa non è più tale,
giacché rifugge il suo carattere di materiale di poco valore grazie alla dignità di
colui che se ne serve. Allo stesso modo, anche la carne, assunta nella sua natura
comune, poiché divenne indumento di re, I è divenuta degna della medesima
gloria di Colui che se ne rivestì, anche se non è divenuta tale quanto alla sua
natura; sicché Cristo è detto “Signore della gloria”, e giustamente, anche in
quanto uomo, essendo questa natura, quella di uomo, quella che accettava la
Passione, mentre l’ingiustizia ricadeva su di lui che si era rivestito della carne
come di una veste. Come, infatti, chi lacera una veste di porpora soggiace alla
punizione come se avesse attentato all’imperatore in persona - anche se l’impe-
ratore non ha subito nulla di male - ed è il danno arrecato alla porpora che si
ripercuote su di lui; così si dice che la sofferenza della carne, pure se il Verbo
rimane impassibile, si è ripercossa su di Lui attraverso 1 ingiustizia. È per questo
che Paolo insegna che il Signore Cristo è Figlio di D io in quanto uomo. Prima
di lui anche l’arcangelo Gabriele, dando a Maria la buona novella della straor­
dinaria nascita, disse: «ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te; ecco,
concepirai nel grembo e partorirai un figlio, e lo chiameranno Gesù; sarà gran­
de, e chiamato Figlio dell’Altissimo» 521. Così Gesù è chiamato Figlio di Dio
non perché la carne si è trasformata in natura divina ma perché ha ricevuto una
dignità dello stesso nome con l’unione a Dio-Verbo 522.

Anche Cirillo, nella già citata Lettera a Succenso che comincia


con le parole:

H o scorso il memoriale inviato dalla tua santità; poco dopo dice quanto se­
gue: il corpo che aveva sofferto c’era anche dopo la resurrezione, identico in
tutto eccetto che per il fatto che non aveva più in se stesso le debolezze uma­
ne. Così noi diciamo che non è più suscettibile di fame, fatica, o qualsiasi cosa
di questo tipo, ma che da quel momento in poi è incorruttibile. Non soltanto
questo, ma che è un corpo che genera vita; perché è un corpo di vita, cioè del­
l’Unigenito. Esso è anche diventato splendido con una gloria assolutamente
degna di Dio, ed è concepito come il corpo di Dio. Così, se uno dovesse chia­
mare questo “corpo divino” - come del resto il corpo dell’uomo è chiamato
umano - non sbaglierebbe. Questo, io penso, è ciò che il sapientissimo Paolo
intendeva quando diceva che «anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la
carne, ora non lo conosciamo più così» 523. Essendo, come dicevo, un corpo
proprio di Dio, trascese tutte le prerogative umane 524; ma un corpo di origine
terrena non può essere soggetto ad una trasformazione in natura divina, giacché
è inconcepibile, a meno di non affermare che la Divinità è generata ed ha incor­
porato in sé qualcosa che non è proprio della sua natura. E altrettanto assurdo
dire che il corpo è mutato nella natura di Divinità e dire che il Verbo si è tra­
sformato in natura carnale. Come, infatti, è inconcepibile quest’ultima ipotesi,
giacché il Verbo è immutabile ed invariabile, così lo è anche la prima, giacché
non può accadere che alcuna creatura abbia la capacità di trasformarsi in so­
stanza o natura di Divinità - e la carne è una creatura. Dunque diciamo che il
corpo di Cristo è divino, perché è il corpo di Dio, splendido di una indicibile
gloria, incorruttibile, santo e dispensatore di vita; che esso fu trasformato nel­
la natura di divinità nessuno dei santi Padri l’ha mai pensato o detto, e neanche
noi abbiamo una simile intenzione.

Allo stesso modo, nel discorso Contro i Sinusiasti 525 che inizia
con le parole:

Il beato Verbo delle dottrine di verità è stato or ora da noi afflitto; aggiun­
ge: se, tuttavia, mutando la sua carne nella divina natura, Egli ha cessato di es­
sere il Figlio dell’uomo, sarà chiaro ad ognuno che abbiamo anche perso il van­
to dell’adozione, poiché non abbiamo più Colui che, quando venne tra noi, di­
ventò «il primogenito tra molti fratelli» 526. E subito dopo: abbiamo, quindi,
inaspettatamente perso la gloria che ci era stata donata? 1 Per niente. Non ra-

120
ineremo diversamente da com e dovremmo, spinti ad un modo di pensare
regevole dalla stupidità e dalle assui stolte invenzioni di certi uomini. Piutto-
v accettando la Scrittura sacra e divinamente ispirata come regola della ret-
ed incontrovertibile fede, diciamo che quando l’unigenito Verbo di Dio di­
nne il primo nato tra di noi, Egli non cessò di esistere e di essere chiamato -
»ieme al nome di “vero D io ” - Dio e Figlio dell’uomo. Si vede, infatti, che
ù non ha trasformato la carne, che a Lui era unita senza cambiamenti o con­
sone, in natura divina; piuttosto, si potrebbe a buon diritto pensare che Egli
fece risplendere della sua gloria e la riempi delle sue qualità divine. Così Lui
parirà un giorno agli uomini di tutta la terra, quando ritornerà dal cielo. E,
iza dubbio, quando, dopo aver realizzato compiutamente quello che è dawe-
il mistero della dispensazione nella carne, Egli ritornò in cielo, quanti vide-
erano pieni di meraviglia per l’accaduto, giacché, come è scritto, «una nuvola
avvolse» 527. Poi, uno degli angeli santi si rivolse agli astanti attoniti dicendo:
lomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato
tra voi assunto in cielo, ritornerà nello stesso modo in cui voi l’avete visto
dare in cielo» ,28. Quelli cui furono indirizzate queste parole hanno dunque
sto il Verbo ritornare al Padre svestito della carne? O liberatosi della somi-
ianza con noi uomini? O con un corpo non visibile e tangibile, o, piuttosto,
sformato in invisibile ed incorporea natura? Chi oserebbe dire questo? Inol-
se Lui ritornerà nello stesso modo in cui è salito al cielo, non è esatto dire
ìe Egli tornerà in un corpo, e non come nudo ed incorporeo Verbo? E poco
ipo: notate, tuttavia, che mostrando in anticipo come sarebbe stata la disce-
dal cielo che sarebbe avvenuta alla fine dei tempi, Egli si trasfigurò. Tuttavia,
itto della trasfigurazione, dice il meraviglioso evangelista, ebbe luogo non met-
ndo da parte l ’immagine, non scrollandosi, cioè, di dosso la forma umana,
iuttosto, questo aveva a che fare soltanto con la gloria. Perché egli dice che il
io volto brillava e riluceva di uno splendore paragonabile ai raggi del sole 529.
d ancora: anche il sapientissimo Paolo ha scritto con riferimento a Cristo che
Egli trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorio-
»> 53°. Dunque, come fanno a dire che Egli mutò la sua carne nella natura del
erbo? Allora, i corpi dei santi si trasformerebbero per mezzo di un cambia-
lento nella natura di divinità, in maniera da poter divenire conformi al suo
irpo glorioso? E dunque come non capire che questa è un’assurdità piena di
;noranza spinta all’estremo? Se, come essi rivendicano, la carne fu compieta­
lente mutata nella natura della Divinità, di quale tipo di corpo si servì il Verbo
al momento che Egli è Dio? Perché la Divinità è qualcosa di incorporeo ed è
ero che «D io nessuno l’ha visto mai» 5M.

Ancora, lo stesso divino Padre, nello stesso discorso, rivolgen-


losi allo stesso Eusebio, dice con grande chiarezza ciò che segue:
Nelle loro parole si trova anche un altro e diverso argomento sulla questio-
e. Così si scopre che il divino Paolo ha scritto: «anche se una volta abbiamo
onosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più in questo mo­
lo» ,32. Essi dicono, tuttavia, che, se Egli non è conosciuto secondo la came, è
tecessario dire che Egli ha mutato la carne I nella natura del Verbo stesso, così
he possa essere conosciuto come Dio. Ma allora io penso che uno dovrebbe
eplicare loro immediatamente: in quale occasione, allora, parlando di noi e
licendo «coloro che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio; voi,

121
però, non siete sotto il dominio della came ma dello Spirito» 53\ Paolo ci co­
nosce privi di carne e sangue? Allora egli indirizzò queste parole a spiriti sen­
za corpi! Non è da ciarlatani pensare e parlare in questo modo? Riferendosi a
noi, dunque, egli chiama “carne” le strane ed impuni passioni della came. Con
riferimento a Cristo, invece, che è il Salvatore di tutti noi, che è puro e non ha
conosciuto il peccato - «perché Egli non commise peccato» 5J<I - l’espressione
“secondo la carne” deve essere intesa in un modo diverso. Perché Egli non è
“nella carne”, cioè non soggiace alle debolezze della came.

Allora, noi sappiamo chiaramente dai Padri, che parlano sotto


l’ispirazione di Dio, che gli autori di queste ciarle non attinsero
dalle sorgenti d’Israele in modo che potesse loro servire per la vita
eterna 535. Invece essi attinsero la loro bevanda da sorgenti infide e
sterili. Avendo seguito un estraneo, essi sono condotti verso preci­
pizi e burroni. Se essi fossero stati allevati nella Chiesa, avrebbero
dovuto addurre Basilio il Grande, che dice: «l’onore tributato al­
l’icona passa al suo prototipo» 536; o Gregorio di Nissa, che dice:
«ho visto una icona che raffigurava questa sofferenza e non sono
stato capace di andare oltre con lo sguardo senza lacrimare, perché
l’arte con vivezza recava la storia alla vista» 537; o Giovanni, che
dice di «amare la pittura a cera che è piena di religiosità»; o altri
loro compagni e maestri insieme a loro.
Poi, senza avere rettificato le affermazioni piene di stravolgi­
mento, ma facendo crescere il male con ulteriori aggiunte, essi di­
cono - Gregorio vescovo lesse -:
Dunque, avendo collezionato queste testimonianze bibliche e patri­
stiche, abbiamo messo assieme nella presente nostra Definizione sol­
tanto poche di esse, così che questa non diventasse troppo lunga. Per­
ché, sebbene ve ne siano molte di più, ne abbiamo volutamente omesse
un numero infinito. Essendoci solidamente edificati a partire dalle Sa­
cre Scritture ispirate da Dio, ed avendo poggiato fermamente i nostri
piedi sulla pietra della divina adorazione «in spirito e verità» m, noi
tutti, che abbiamo ricoperto l’ufficio del sacerdozio, avendo raggiunto
la stessa opinione, decretiamo unanimemente, nel nome della santa e
soprasostanziale Trinità, principio della vita, che ogni icona, fatta di
qualsiasi materiale e dalla mala arte dei colori dei pittori, sia da respin­
gere, estranea e ripugnante alla Chiesa dei Cristiani.
Epifanio diacono lesse: riluttanti a chinare il capo di fronte alla
tradizione della Chiesa, divenuti, invece, ciechi nella scelta di ciò
che giova e nella comprensione della verità e dopo aver fatto del­
la pietà tradizionale oggetto di biasimo, essi non hanno voluto «dis­
setarsi al torrente delle delizie» 539, così che potesse nascere in loro
«una sorgente I di acqua che zampilla per la vita eterna» 5',°, loro

122
linguacciuti assertori «di questa novità; al contrario, irrigatisi da «ci­
sterne screpolate» 541, fanno germinare arbusti puzzolenti, che han­
no come frutto amaro fiele. Ed aggiungendo falsità su falsità essi
hanno dichiarato: «sebbene vi siano molte altre testimonianze le
abbiamo omesse volutamente». Ecco perché, come è stato già «di­
mostrato, tutte le citazioni dei Padri riconosciuti che essi hanno
precedentemente presentato «cercando di stabilire la propria giu­
stizia» 542, essi le interpretano in modo distorto. Quanto alle affer­
mazioni che vengono dagli avversari, queste non hanno la loro ori­
gine nello Spirito Santo. È per questo che il beato Davide, cantan­
do nello Spirito, dice di loro: «tutti hanno detto stoltezze al proprio
vicino, le loro labbra sono ingannevoli nel cuore, ed hanno pronun­
ciato le cattiverie del loro cuore» 543; ed a sua volta Isaia, che parla
a cuore aperto, dice: «l’assemblea dei malvagi delibera illegalità;
giacché non sanno comprendere, i loro occhi hanno oscurato la
loro vista» 544. E dopo aver messo da parte definizioni e leggi sane,
a parole fanno mostra di pietà e tentano anche di dire qualcosa che
sia dettato dalla devozione, in modo da riscuotere, attraverso la
nobiltà d’animo riposta in questi gesti, credito anche nel resto; è
così che dicono: «in nome della santa e soprasostanziale Trinità,
principio della vita». Ma poiché vogliono agire male contro la ra­
gione, essi producono affermazioni e definizioni di propria inven­
zione, mettendo a nudo la loro empietà senza neanche prendere in
considerazione il giudizio di Dio, e senza capire l’affermazione del
signore che grida: «chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli
che credono in me sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al
collo una macina girata da asino e fosse gettato nel mare» 545. In
seguito, come porci che hanno camminato sulle perle 546 - intendo
le tradizioni della Chiesa - essi hanno blaterato che «qualsiasi icona
fatta di qualsiasi materiale è da respingere e ripugnante alla Chie­
sa dei Cristiani», dopo aver messo su un’assemblea non sotto la
guida del Signore, e stilato i loro articoli non sotto l’ispirazione del
suo Spirito. Invece, «hanno attaccato il gregge di Cristo come lupi
violenti» 547. Tuttavia, lo splendore della verità e la lucentezza della
luce mantengono ben salda la loro libertà di parola. Perché, chi
non sa che quando una icona è oltraggiata l’insulto è diretto alla
persona che è raffigurata sull’icona? La verità sa che è così e la
natura delle cose lo insegna. Anche i «divini Padri sono d’accordo in
questo: per esempio Basilio, che dice: «l’onore tributato all’icona
passa al suo prototipo»; e Atanasio, che dice: «chi si china «di fronte
all’icona riverisce il Re che è in essa», e Crisostomo, che in modo
simile dice: «non sai che se insulti l’icona di un re, riferisci l’insulto
alla dignità del prototipo?» Questi Padri hanno chiaramente segui­
to ciò che è naturale. Ma loro si rivoltano contro la Chiesa e la Ve­
rità, poiché non soltanto sono pieni di bestemmia, ma le loro parole
sono cariche di follia ed ignoranza. Essi avrebbero dovuto piutto­
sto promulgare quell’insegnamento che è stato mantenuto da tutti,
non quello che è controverso; come anche avrebbero dovuto ap­
poggiare e considerare importante per se stessi l’antica tradizione
che tutti i credenti hanno professato e mantenuto, secondo l’uso
degli Apostoli e dei Padri. Essi non avrebbero dovuto introdurre
un’innovazione o l’abolizione di una pratica che si è radicata nella
nostra pietà. Perché ciò che è stato tramandato I nella Chiesa uni­
versale non è soggetto né a riduzione né ad aggiunte. Colui che è
causa di un’aggiunta o di una riduzione è passibile della più grande
punizione. Perché la Scrittura dice: «maledetto chi sposta i confi­
ni dei suoi padri» 548. Tuttavia essi non avevano intenzione di cono­
scere la verità; per questo ascolteranno le parole della saggezza:
«chi accumula tesori con lingua menzognera persegue la vanità e
cadrà nella rete della morte» 549.

Tomo sesto

Epifanio diacono lesse: essi avrebbero dovuto prendere in con­


siderazione le parole che il Signore disse a Pietro, il corifeo degli
Apostoli: «tu sei Pietro, e su questa pietra costruirò la mia chiesa,
e le porte degli inferi non prevarranno su di essa» 55°. Tuttavia, re­
sisi invece alieni da quest’armonia e da questa edificazione, essi
borbottano cose degne di derisione, decretando ciò che segue 5M:
- Gregorio vescovo lesse -:
Nessuno osi mai più darsi ad un’opera così empia ed irreligiosa.
Colui che, da adesso in poi, osa costruire una icona, o venerarne una,
o collocarne una in una chiesa o casa privata, o nasconderne una, se
è vescovo, prete o diacono, sia spretato; se monaco, invece, o laico, sia
scomunicato e ritenuto responsabile di fronte alle leggi imperiali, co­
me oppositore dei comandamenti di Dio e nemico delle dottrine dei
Padri.
Epifanio diacono lesse: avendo accusato l’intera Chiesa, e non
essendo ancora soddisfatti né sazi di empietà, essi decretano, con­
tro ogni legge umana e divina, che non sia più fatta alcuna icona.
Ma chi tra coloro che pensano e vivono in grazia di Dio obbedirà
loro? A tal punto, infatti, si è affermata la presenza delle venerande
icone nelle chiese, giacché è da quando fu annunciato il Vangelo, e

124
sim* tul oggi, che sc ne vedono esposte in esse; e «tutto ciò che
eccelle in antichità è degno di rispetto» ” 2. A cos’altro il divino
Apostolo esorta i dorim i quando scrive: «mantenete le tradizioni
die avete ricevuto» '"V tigli inoltre scrive a Timoteo e Tito: «evi­
tate le chiacchiere prolune» 11‘M. Dunque tutti noi Cristiani, essendo
miti nella sunta Chiesa universale, ed obbedendo al divino Aposto­
li*, conserviamo le tradizioni che abbiamo ricevuto, ci atteniamo ad
esse e sconfessiamo i nuovi inutili discorsi. Accettiamo anche le
cose die nel tempo sembrò vantaggioso ai nostri memorabili Padri
«edificare sul fondamento degli Apostoli e dei profeti» 555. Quan­
to è in conflitto con esse noi lo disprezziamo come odioso ed av­
verso e qui ci riferiamo a tutte le farneticazioni delle vergognose
e sacrìleghe eresie - e, respingendo sdegnatamente insieme a que­
ste anche quella escogitata di recente dagli accusatori dei Cristiani,
noi ne abbiamo orrore, giacché è un dissennato mormorio detesta­
to da Dio. I Tuttavia, poiché con l’insistente loro empietà, non sol­
tanto essi mantennero affilate le loro lingue per proferire l’errore
ma dicenilo: «colui che non obbedisce a queste disposizioni sia ri­
tenuti* responsabile di fronte alle leggi imperiali», essi hanno gui­
dato le mani di coloro che sono al potere a produrre accuse e col­
pire i responsabili. Così, in conseguenza di questa dichiarazione, il
mondo soffre molte calamità di ogni tipo 556. Massima crudeltà fu
esercitata da governanti e nobili nei confronti persino dei vescovi
oppositori. Quale lingua potrà narrare queste tragedie? Da dove e
come comincerò a descriverle una per una? Tumulto e paura, per­
secuzioni, la reclusione dei monaci in ogni città, le staffilate loro
inflitte e I’imprigionamento per molti anni con le gambe incatenate,
la distruzione dei sacri utensili, il rogo dei libri, l’utilizzazione delle
sacre Chiese come luoghi di pubblica utilità, e la profana trasfor­
mazione dei casti monasteri in mondani ostelli. Così quegli uomi­
ni pii che vivevano in essi, dopo che i loro beni furono presi, rag­
giunsero le terre dei barbari, pensando che è meglio vivere come
apostoli tra i pagani che vivere insieme ad uomini della stessa razza
in modo sacrilego, obbedendo all’ingiunzione del divino Apostolo
«di evitare persino di mangiare con tali uomini» ” 7. Ciò che è peg­
gio di tutto è che questa empietà nello sconsacrare illegittimamente
i sacri monasteri continua ancora oggi da parte di alcuni uomini 358.
Al posto degli inni sacri e di una voce di gioia nelle tende dei giusti
vi è il canto delle prostitute e di Satana; ed al posto delle continue
genuflessioni vi sono le contorsioni della danza. In aggiunta a que­
ste cose si dovrebbero menzionare i pericoli, lo scompiglio, l’agita­
zione ed i maltrattamenti, le punizioni, il cavare gli occhi, la muti-
lazione dei nasi, il taglio delle lingue; e le disonorevoli fughe, cioè
l’esilio di uomini timorati di Dio - bisogna ricordare che si disper­
sero in tutto il mondo - le ustioni di visi di santi uomini, la brucia­
tura delle loro barbe; l’illegale e forzato matrimonio delle vergini
dopo che si erano schierate con Cristo 559; e - peggio di tutto -
l’assassinio. Questi sono i frutti di quelli che si fanno beffe della
verità. Questa è sicura follia, non veritiero giudizio. Dio ha protetto
e liberato la sua Chiesa da tutte queste sofferenze che la affliggono.
Gloria a lui. Amen.
Piantati in asso persino dal loro illegale disegno, essi sono con­
futati dalla verità, quando dicono - Gregorio vescovo lesse
Noi decretiamo anche questo: che nessun uomo posto a capo di
una qualunque Chiesa di Dio o di un edificio consacrato, col pretesto
dell'eliminazione di questo errore delle icone, metta le mani sulle
sacre suppellettili consacrate a Dio, nell’intento di alterarle, perché
sono decorate con figure ...
Epifanio diacono lesse: sono bocche di uomini che non temono
il Signore a vomitare I queste parole. Perché chi, tra quelli la cui
mente è fissa nel timore di Dio, oserebbe chiamare ciò che è con­
sacrato a Dio con il nome usato per gli idoli 560? Neanche il più
ignorante analfabeta potrebbe, se non dimenticando il grande e
salvifico mistero che Dio Verbo, vivendo tra di noi nella carne, ha
realizzato, liberandoci dagli errori degli idoli. Perché “decorati con
figure” è il termine usuale che gli uomini pii adoperano per descri­
vere gli idoli dei pagani. In verità, questa balbuzie, è di coloro che
parlano dalla terra e le loro sentenze provengono dal loro ventre,
che, ripieno di lurida cibarie, manda maleodoranti esalazioni alla
mente, rendendoli forsennati e degni di ridicolo.
Per questa ragione essi aggiungono - Gregorio vescovo lesse
... o sui drappi dell’altare, o altri veli, o su ogni altra cosa consa­
crata per il servizio divino, perché non abbia a subire danni.
Epifanio diacono lesse: mentre essi diffamano la santa Chiesa di
Dio e decretano che è male che essa accolga le rappresentazioni
iconografiche - chiamandole “cose vergognose”, “idoli”, “oggetti
decorati con figure” - adesso, come dimenticando la loro malvagia
decisione, essi giudicano che queste debbano rimanere nella Chiesa
poiché sono state consacrate a Dio. Ma se queste sono consacrate
a Dio, come possono essere cose vergognose, invenzioni di diabo­
lico inganno? Ovviamente questa è una decisione come quella di
Caifa. Egli, infatti, mandò Cristo a morte per la sua malvagità; di­
cendo però il vero per la sua ignoranza, professò che Lui è il Sal­
vatore del genere umano 56‘. Così è accaduto anche a loro, che so-

126
no diventati come Caifa: mentre per la loro malvagità essi vitupe­
rano la vista delle sacre icone come “errore”, “decorazione di figu­
re”, “cose vergognose”, e “invenzione d ’astuzia diabolica”, d ’altro
canto, contro la loro stessa intenzione e poiché è la verità che li
confuta, essi sono costretti ad ammettere che sono oggetti sacri e
dedicati a Dio; e cadono nella trappola delle loro stesse ciance.
Così, ingannando coloro che li seguono, aggiungono quanto se­
gue - Gregorio vescovo lesse
Se qualcuno dovesse, tuttavia, reso di ciò capace da Dio, desidera­
re di ritoccare tali suppellettili o vestim enti, noi decretiamo che non
osi farlo senza che ne sia a conoscenza e dia il consenso il santissim o
e beatissimo patriarca ecumenico, e senza il permesso dei nostri piis­
simi imperatori cristiani, per evitare che il diavolo possa, con questo
pretesto, umiliare la Chiesa di Dio. A llo stesso modo decretiamo che
nessun magistrato né alcuno tra i suoi subalterni, cioè nessun laico,
con lo stesso pretesto osi stendere le m ani sulle divine chiese e pren­
derne possesso, come già in passato è accaduto che cose sim ili faces­
sero uom ini dai m odi turbolenti.
I Epifanio diacono lesse; chi non si metterebbe a ridere o piut­
tosto a piangere di fronte ad una tale disposizione? Perché, sulla
base di queste empie affermazioni, molti - ovviamente usandole
come pretesto - osarono mettere mani da Briareo 562 sulle suppel­
lettili sacre. La malvagità è qualcosa che scivolando si insinua facil­
mente. Guardando, infatti, con la coda dell’occhio quei vescovi che
loro dicono beatissimi - ma che la verità chiama usurpatori 563 -
impadronirsi dell'oro e dell’argento dei sacri monumenti e delle
raffigurazioni musive; ebbene, anche loro hanno agito così, trasfor­
mandoli in case comuni, bagni e teatri, ed hanno contaminato con
la loro risoluzione ciò che è santo.
Pieni di orgoglio, poi, dicono - Gregorio vescovo lesse
Ma poiché adesso la situazione è favorevole ed è resa stabile dal­
la grazia di Dio, abbiamo ritenuto giusto esporre alcune fondam entali
definizioni in questo nostro scritto universale e gradito a Dio; e poi­
ché noi crediamo, per dirla con l ’A postolo, ed anzi «confidiam o di
avere lo Spirito d i Cristo» *64, allo stesso modo in cui quelli prima di
noi, poiché hanno creduto in questa ispirazione, espressero ciò che ave­
vano definito in concilio, «anche noi parliamo credendo in essa» 56\
fissando, dopo alcune definizioni elaborate dai Padri, che, per così dire,
combattano in prima fila, quanto riteniam o giusto, in conseguenza ed
armonia con quelle.
Epifanio diacono lesse: dopo aver detto molte e varie frivolezze
ed aver mostrato chiaramente la loro malvagità, che hanno dispie-
gato in molte occasioni, giungono a ritenersi pari ai Maestri della
Chiesa e millantano di annoverare le proprie sacrileghe definizioni
alle sacre spiegazioni di quelli, mirando a mescolare la menzogna
alla verità, mescolando cioè al miele il veleno. Tuttavia, quelli che
sono guidati dallo Spirito divino sono capaci di distinguere ciò che
è bene da ciò che è male, accettando così ogni cosa che è stata de­
finita religiosamente dai santi Padri, rigettando, d ’altro canto, tut­
to ciò che è stato dissennatamente detto da quest’ultimi. Questi bu­
giardi, infatti, da un lato professano la conoscenza di Dio, dall’altro
deviano dal sentiero che conduce sulla strada regia, poiché hanno
imbrattato le parole della nostra pura fede con la ruggine della mal­
vagità, loro che sono di una rozzezza molto simile a quella degli
eresiarchi del passato. Anche quelli concordavano con la Chiesa
universale su diversi punti; ma poiché deviarono su uno o due pun­
ti, meritarono l’anatema.
Ed è con quelli che loro hanno parte, anche quando dicono
quanto segue - Gregorio vescovo lesse
Chiunque non ammette, d’accordo con le tradizioni degli Apostoli
e dei Padri, che nel Padre, Piglio, e nello Spirito Santo I vi è una e
la medesima Divinità, così come una ed una sola natura ed essenza,
volontà ed operazione, potere, dominio, governo ed autorità, in tre
ipostasi o persone glorificate, sia maledetto 566
Chiunque non ammette che uno della santa Trinità, cioè il Figlio
e Verbo di Dio e Padre, il Signore nostro Gesù Cristo, fu generato
prima dei secoli dal Padre quanto alla divinità, discese dai cieli negli
ultimi giorni per la nostra salvezza, divenne carne dallo Spirito Santo
e dalla Vergine Maria e da lei nacque, al di là di ogni comprensione
umana, sia maledetto.
Chiunque non ammette che l’Emanuele è in verità Dio e, così,
che la santa Vergine è Madre di Dio - perché diede alla luce secon­
do la carne il Verbo di Dio che si fece carne - sia maledetto 567.
Chiunque non ammette che il Verbo di Dio Padre sia unito ipo-
staticamente alla carne e che Cristo è uno con la sua propria carne,
e, cioè, che lo stesso è ad un tempo Dio e uomo, sia maledetto.
Chiunque non ammette che la carne del Signore è generatrice di
vita e che è la carne del Verbo di Dio Padre, ma piuttosto professa
che si tratta della carne di qualcun altro, diverso da Lui, unito a Lui
per dignità - cioè che il Signore ha soltanto la divinità che dimora in
Lui - ma non ammette che la carne del Signore è essa stessa genera­
trice di vita, come abbiamo detto, poiché divenne sua, del Verbo, che
può dare vita ad ogni cosa, sia maledetto.
Chiunque non riconosce due nature in un Cristo, nostro vero Dio,

128
e due naturali volontà e due naturali operazioni, in comunione l’una
con l’altra ed inseparabili l’una dall’altra, senza cambiamenti, senza
divisione, senza confusione, secondo l’insegnamento dei nostri santi
Padri, sia maledetto.
Chiunque non ammette che il nostro Signore Gesù Cristo siede
con Dio Padre nella forma che egli ha assunto, cioè con la sua carne
animata da u n ’anima intellettuale e razionale, e che Egli ritornerà
nello stesso modo, con la gloria del Padre, per giudicare i vivi e i
morti - essendo non più carne «ma neanche incorporeo, dotato di
quelle condizioni di corpo più simile a Dio che lui solo conosce, così
che possa esser visto anche da coloro che lo trafissero, e che tuttavia
rimane Dio oltre la corporalità» 568 - sia maledetto.
Epifanio diacono lesse: fino a questo punto, essi esprimono una
giusta disposizione d ’animo, in accordo con le interpretazioni dei
santi Padri. O piuttosto, essendosi appropriati degli insegnamenti
dei Padri, essi ne attribuiscono a se stessi l’onore. Tuttavia, in quel­
lo che segue, essi vomitano le amare dottrine della loro venefica
lingua, dottrine simili ad una vipera, piene di veleno mortale - Gre­
gorio vescovo lesse
Se qualcuno tenta, attraverso colori materiali, di concepire la di­
vina immagine del Verbo di Dio secondo la sua incarnazione, e non
offre a Lui adorazione - Lui che è al di là dello splendore del sole e
che siede alla destra di Dio, in alto sul trono della gloria - con l’oc­
chio dell’intelletto e con tutto il suo cuore, sia maledetto.
I Epifanio diacono lesse: con questa loro fantasiosa dichiarazio­
ne si dimostrano, per così dire, ben strani allegoristi. Perché, men­
tre l’Apostolo proclamava che il Figlio è l’immagine di Dio Padre
a causa dell’identità dell’essenza, essi, rovesciando questa afferma­
zione ed applicandola ambiguamente alla carne che fu assunta dal
Verbo di Dio, dal loro folle cuore eruttano una nuova sentenza,
dicendo: «se qualcuno tenta, attraverso colori materiali, di conce­
pire la divina immagine del Verbo di Dio, secondo la sua incarna­
zione». Che la carne che il Verbo di Dio ha assunto sia di una di­
versa essenza rispetto alla natura del Verbo di Dio, è qualcosa che
tutti sappiamo molto bene, perché siamo stati istruiti in questo mo­
do dalla verità e dai santi Apostoli, che furono i primi capi della
Chiesa, e dai nostri divini Padri. Così, come abbiamo detto, Paolo,
il divino Apostolo, che «vide cose inenarrabili» 569, nel suo deside­
rio di annunciare la consustanzialità del Verbo e Figlio di Dio a
Dio Padre, non trovò nulla che fosse appropriato e adatto allo sco­
po che la proclamazione che «il Figlio è impronta dell’ipostasi del
Padre» ,7Ù. Loro, invece, tentando di cambiare la verità in menzo-

129
gna, si esprimono a loro volta con voci chiassose e spezzate, inchio­
dati dall’odio per le venerande icone.
È per questo che si lanciano in affermazioni che costituiscono
bestemmia e si abbandonano ad un atteggiamento spregevole, ag­
giungendo - Gregorio vescovo lesse
Chiunque tenti di circoscrivere, attraverso colori materiali, nelle
icone in forma umana l’incircoscritta sostanza ed ipostasi del Verbo
di Dio, per il fatto che Egli s’incarnò, senza riconoscere, piuttosto, in
Lui nulla di meno che la Divinità, ed il fatto che è incircoscritto an­
che dopo l’incarnazione, sia maledetto.
Epifanio diacono lesse: poiché nei punti cruciali delle tradizio­
ni della Chiesa il loro è un male senza rimedio, e questo male con­
tagioso lo hanno contratto corrompendo la loro mente, essi fanno
queste affermazioni attribuendo la vergogna dell’inganno al retto
pensiero. Inoltre essi ingannano anche le loro menti confondendo
la carne che fu assunta dal divino Verbo, circoscritta, con la sua
non circoscrivibile natura. Questo precisamente significa la loro af­
fermazione «nulla di meno che ... il fatto che è incircoscritto anche
dopo l’incarnazione». Come mai questi sapienti di sciocchezze han­
no tirato fuori questo cicaleccio? Perché è una vera bestemmia dire
che il Signore di tutte le cose, Gesù Cristo, nostro vero Dio, è in­
circoscritto anche dopo l’incarnazione, specialmente dopo che Lui
stesso ha detto ai discepoli: «Lazzaro, il nostro amico, si è addor­
mentato ... ed io sono contento per voi di non essere stato là» 571.
Non è, dunque, l’affermazione “io non ero lì” propria di un esse­
re circoscritto? Certo che è così!
Discutiamo anche - lasciando da parte ciò che il Vangelo dice
di Lui prima della passione - di ciò che dice di Lui dopo la resur­
rezione. Quando apparve alle donne I Egli non era affatto incirco­
scritto. Anche la sua apparizione ai due discepoli è segno esplicito
del suo essere circoscritto. Il fatto che Egli entrò mentre le porte
erano chiuse e che fu toccato da Tommaso cosa mai significa se
non che era circoscritto? E anche il fatto che i discepoli andarono
in Galilea e lì lo videro e si chinarono di fronte a Lui significa la
stessa cosa. Ed il fatto che, mentre i discepoli erano in contempla­
zione, Egli fu assunto in cielo e un angelo si presentò a loro e dis­
se: «Uomini, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù che è
stato di tra voi assunto in cielo, ritornerà nello stesso modo in cui
lo avete visto andare in cielo» 572, non è anche questo un segno
caratteristico del suo essere circoscritto? E proprio così! Inoltre,
questo è quanto tutti i nostri Padri ispirati da Dio insegnano espli­
citamente, come è evidente a coloro che sono dotati di senno; cioè.

130
in quanto Egli è Dio e Verbo di Dio Padre, Egli è invisibile, non
circoscrivibile, inintelligibile, e presente in ogni luogo del suo re­
gno; in quanto Egli assunse la natura di uomo, invece, Egli è visi­
bile e circoscrivibile - perché Egli stesso disse ai discepoli che non
era lì - e intelligibile come Tommaso ci ha confermato. I fautori
dell’ingannevole follia degli accusatori dei Cristiani, dunque, per
mezzo di una sola loro bestemmia, incorrono in molte malignità.
Perché, lanciando nuovamente false accuse, dicono - Gregorio
vescovo lesse
Chiunque tenti di dipingere in un’icona l’indivisibile unione ipo­
statica della natura del Verbo di Dio alla carne, e cioè quanto da due
elementi è divenuto un unico risultato, inconfuso ed indiviso, chia­
mando questa icona “Cristo” - ed il nome “Cristo” indica invece Dio
ed uomo - e ricavandone così la frottola della confusione delle due
nature, sia maledetto.
Epifanio diacono lesse: la vergogna dell’inganno seppe essere
attribuita al retto pensiero. E infatti costoro assumono come pun­
to di partenza, fallacemente e con malvagità, che all’indivisibile ed
inconfusa unione ipostatica realizzatasi in Cristo si oppone la fattu­
ra delle icone, poiché introdurrebbe la confusione delle due nature.
Tuttavia, «la verità di Dio non è incatenata» 573. Perché il nome di
Cristo indica due nature, una visibile e l’altra invisibile; così lo stes­
so Cristo, visibile agli uomini attraverso il velo, cioè attraverso la
sua carne, rese manifesta la divina natura - anche se questa rima­
neva nascosta - attraverso segni. Dunque, è nella forma in cui fu
visto dagli uomini che la santa Chiesa di Dio dipinge Cristo, secon­
do la tradizione dei santi Apostoli e Padri. Essa non divide Cristo,
come essi con leggerezza l’accusano di fare. Come abbiamo detto
molte volte, infatti, ciò che l’icona condivide con il prototipo è sol­
tanto il nome, non ciò che definisce il prototipo, poiché è priva
anche di un’anima, che sarebbe impossibile iscrivere entro un con­
torno in quanto è invisibile. E se l’anima, che pure è una creatura,
è impossibile dipingerla, come si potrebbe, a maggior ragione, con­
cepire l’idea di rappresentare in modo sensibile l’incomprensibile
ed imperscrutabile divinità del Figlio unigenito, a meno di non es­
sere I fuori di senno? Così il loro affanno è ricaduto sulle loro te­
ste, e l’anatema che hanno blaterato pende in eterno su di loro.
Tuttavia essi dicono ancora - Gregorio vescovo lesse
Chiunque divide la carne unita all’ipostasi del Verbo di Dio, as­
sumendola con il mero pensiero 574 e per tentare così di dipingerla in
un’icona, sia maledetto.
Epifanio diacono lesse: il santo Gregorio, che dalla teologia pre-
se il nome, così dice: «quando le nature sono distinte nel pensiero,
anche i nomi ne vengono distinti» 575, ed anche moltissimi Padri si
servirono di questo concetto, giacché questa è l’opinione della ve­
rità. Loro, invece, separatisi dalla verità così come dalla tradizione
dei Padri, dicono: «chiunque divide la carne unita all’ipostasi del
Verbo di Dio nel pensiero» 576. Così, anche a questo riguardo essi
non si rivelano concordi con ciò che i santi Padri hanno afferma­
to. Piuttosto, ripetendo le stesse cose allo stesso proposito, essi
combattono manifestamente contro la verità ed accusano la Chie­
sa universale di avere lo stesso credo di Nestorio.
Poi, pronunciandosi in conformità col loro pensiero, essi ag­
giungono - Gregorio vescovo lesse
Chiunque divide il Cristo in due ipostasi, ponendo da una parte
il Figlio di Dio e dall’altra il Figlio della vergine Maria, e non rico­
nosce che è uno e lo stesso Cristo, ma piuttosto che vi era soltanto
un’unione relativa tra di loro, e conseguentemente descrive in una
icona il Figlio della Vergine, come se avesse una propria ipostasi, sia
maledetto.
Epifanio diacono lesse: rigirando continuamente le stesse argo­
mentazioni, essi fanno così tanti pronunciamenti che ciò che essi
blaterano sarà presto al di là di ogni calcolo immaginabile. Così
avendo ripreso l’empia opinione di Nestorio, essi la applicano alla
pittura delle icone, cucendo assieme certe strane e assurde chiac­
chiere. Ma, dopo averli confutati in molti modi, adesso riteniamo
necessario consegnarli al silenzio.
Ancora una volta essi vomitano quanto segue - Gregorio vesco­
vo lesse
Chiunque dipinge in un’icona la carne che fu divinizzata dall’unio­
ne con la divina Parola sia maledetto, perché separa la carne dalla
Divinità che l’ha assunta e deificata, e di conseguenza la rende non
deificata.
I Epifanio diacono lesse: anche se la Chiesa universale dipinge
Cristo in forma umana, essa non separa quest’ultima dalla divinità
ad essa unita. Piuttosto crede che questa sia deificata, ed ammette
che è un tutt’uno con Dio, come dice il grande Gregorio il Teolo­
go 577 e come asserisce la verità. Realizzare icone non è, come essi
hanno detto, parlando come barbari ignoranti e senza cultura, ren­
dere per questo la carne del Signore non deificata. Come, infatti,
uno che dipinge un uomo non lo fa inanimato ma il soggetto del-
l’immagine rimane dotato di un’anima e l’immagine è detta sua per­
ché gli somiglia, allo stesso modo, facendo l’icona del Signore, noi
professiamo che la carne del Signore è deificata, e sappiamo che

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l’icona non è nient’altro che un’immagine che esprime un’imitazio­
ne del suo prototipo. È per questo che le viene attribuito il nome
di quello, e con quello ha in comune il solo nome, e per questo è
veneranda e santa. Se, invece, l’icona è di un uomo spregevole o di
un demone, essa è immonda e contaminata, poiché così è anche il
suo prototipo.
Così, irretiti in empie opere, essi raccolgono sterilità nelle loro
mani, e ricevono dalla verità una maledizione dalla quale non si libe­
reranno, poiché dicono ciò che segue - Gregorio vescovo lesse
Chiunque ten ti di rappresentare con colori materiali Dio-Verbo,
che, «pur essendo nella form a d i Dio, assunse nella propria ipostasi
forma di servo e divenne sim ile a noi in tutto» 578 fuorché nel pec­
cato, di rappresentarlo, cioè, come fosse un semplice uomo e di sepa­
rarlo dalla inseparabile ed immutabile divinità, in quanto introdur­
rebbe così una quaternità al posto della santa Trinità, principio di
vita, sia maledetto.
Epifanio diacono lesse: quale stoltezza e follia la loro! Essi non
hanno vergogna di attirare su di sé questa maledizione. Invece, co­
me vermi che si nutrono guazzando nel fango, essi, inviluppati in
questa voce, non riescono a saziarsi quando tentano di maledire la
santificata Chiesa di Dio, mentre sono loro degni di maledizione.
Perché «coloro che la benedicono», dice la Scrittura, «sono bene­
detti, e coloro che la maledicono sono maledetti» 579. Per ciò che
riguarda il fatto che, a causa della riproduzione figurata, si possa
dedurre che Cristo il Salvatore sia un semplice uomo, o che si pos­
sa separarlo dalla divinità e introdurre una quaternità, chi non co­
prirebbe di grosse risate la loro demenza, o piuttosto lamentereb­
be un tale insulto? Perché chi realizza un’icona di Cristo nella sua
forma umana non esprime la convinzione che ci sia una quatemi-
tà ma, piuttosto, ammette che il Verbo di Dio divenne veramente
uomo, e non in apparenza. Si sa che è stato lo sconvolto Nestorio
ad introdurre ima quaternità, perché egli empiamente immaginava
due ipostasi in Cristo come due nature. Tuttavia, la santa Chiesa di
Dio, che giustamente professa che vi è una sola ipostasi di Cristo in
due nature, I è stata istruita da Dio a rappresentarlo nelle icone,
per ricordare la sua dispensazione salvifica.
Ma nel loro desiderio di dimostrare che sono degni di fede, co­
storo affermano anche qualcosa di vero, dicendo quanto segue: -
Gregorio vescovo lesse -:
Chiunque non riconosce che la semprevergine Maria è, in senso
proprio e veramente. Madre di Dio, e che è al di sopra di ogni crea­
tura visibile ed invisibile, e non supplica con sincera fede intercessio-
ni di Lei che parla liberamente al cospetto del nostro Dio, che Lei
stessa partorì, sia maledetto.
Epifanio diacono lesse: la Chiesa universale, fondata e resa sta­
bile su questi precetti, non deve dare retta in nulla a quelli con opi­
nione diversa dalla sua tradizione ispirata da Dio. Anche il Signo­
re, infatti, quando fu proclamato tale dai demoni, li scacciò via 58°.
Inoltre, quando Paolo il divino Apostolo e i suoi compagni di viag­
gio furono riconosciuti dai demoni come uomini del Dio altissimo
e proclamatori della via della salvezza 581, essi li mandarono via. È
così anche quando dicono qualcosa di vero essi sono scacciati dalla
santa e universale Chiesa di Dio.
Tuttavia, come cani che ritornano al loro vomito 582 e come ma­
iali che si bagnano rotolandosi nel fango, essi ancora borbottano
quanto segue - Gregorio vescovo lesse
Chiunque tenta di reinnalzare le immagini di tutti i santi in icone
inanimate e mute, fatte di colori materiali, che non apportano alcun
beneficio - perché è un’invenzione vana ed una trovata di diabolico
inganno - e piuttosto non riproduce in se sfèsso le loro virtù, attraver­
so ciò che è stato scritto di loro nei libri, come fossero icone animate,
allo scopo di suscitare in se stesso un ardore simile al loro, secondo
quanto i nostri Padri ispirati da Dio hanno detto, sia maledetto. ■
Epifanio diacono lesse: i nostri divini Padri non hanno insegna­
to né proclamato nulla del genere. Piuttosto, sono questi falsifica­
tori che si sono appropriati del loro nome. Questo vaniloquio ap­
partiene a loro, giacché anche in ciò che viene dopo essi chiamano
se stessi «settimo concilio». Tuttavia, un certo santo uomo ha det­
to: «Lascia che sia il tuo vicino, e non la tua stessa bocca, a lodarti;
un estraneo, e non le tue labbra» 583. Sebbene essi non siano stati
istruiti né lodati da alcuno, si procurano da se stessi le lodi, e vo­
gliono essere chiamati dagli uomini “rabbi”, fingendo di essere essi
stessi i Padri della Chiesa universale. Inoltre essi l’accusano di aver
abbandonato Cristo nostro Dio e di essere diventata devota all’ido­
latria, anche se Lui stesso le disse, attraverso il profeta Isaia: «farò
di te I una perpetua esultanza, una gioia di generazione in genera­
zione» 584; e per bocca dell’Ecclesiaste: «tu sei tutta bella, mia com­
pagna, tutta bella, e non c’è macchia in te» 585. Guardiamo da vi­
cino, dunque, il loro delirio: loro si vantano di essere maestri del­
la Chiesa che poi accusano di idolatria. E, se sono padri di idola­
tri, ci dicano: sono maestri di una parte della Chiesa, quella che fa
professione di idolatria, o di tutta la Chiesa? Ma allora avrebbero
dovuto guardare alla Chiesa universale nella sua pienezza, ricevere
da essa una legittimazione e da essa raccogliere i frutti della verità.

134
Questo è il modo in cui i nostri Padri solevano rettificare gli errori
degli eretici e ricomporre ciò che era spezzato. Ma, mentre la Chie­
sa universale risplende di questa tradizione, essi, essendosi distac­
cati da essa, credono di potere condannarla nella sua interezza per­
ché caduta in errore. Parlare di queste cose dà i brividi, ma rima­
nere in silenzio merita condanna. Secondo loro, infatti, la giusta
professione di fede in Cristo è perduta, ed ogni altra cosa è stata
totalmente distrutta. Ma basta con questi discorsi: rigettiamoli co­
me se non fossero mai stati pronunciati, o come se fossero stati
pronunciati con troppa superficialità. In un modo o in un altro,
comunque, essi saranno respinti, poiché la pittura delle venerabili
icone, tramandatasi nella Chiesa universale da tempo immemorabi­
le e per questo visibile nei venerandi templi, i santi Padri raccolse­
ro e la diffusero con favore, insieme all’intera assemblea dei Cristia­
ni; loro, invece, non solo hanno dimenticato tutto questo ma, quel
che è orrendo e terribile più di ogni altra cosa, l’urlo della loro
maledizione è cresciuto al modo di Sodoma e Gomorra. Per que­
sto motivo il loro è un peccato gravissimo. Chi sarà capace di sop­
portare l’estrema furia di questa follia e l ’intimidazione di questi
fragori da satiri? Avessero essi saputo la verità! Perché è perfetta­
mente chiaro ad ognuno che vuole pensare con mente pia che, co­
me leggendo nei libri le storie dei santi ci ricordiamo delle loro
sofferenze e veniamo condotti al loro stesso zelo, allo stesso modo
avviene che con la rappresentazione figurata, guardando le loro sof­
ferenze, possiamo giungere al ricordo del loro coraggio e della loro
vita ispirata da Dio.
Poi, esprimendo ancora una volta una giusta opinione, essi di­
cono quanto segue - Gregorio vescovo lesse
Chiunque non am m ette che tu tti i santi, dall’eternità sino ad oggi,
che piacquero a Dio prima della Legge, sotto la Legge e sotto la Gra­
zia, sono degni di onore al suo cospetto, in anima e corpo, e non scon­
giura le loro preghiere, riconoscendo che essi godono di confidenza
con Dio per intercedere in favore del mondo, come afferma la tradi­
zione della Chiesa, sia maledetto.
Epifanio diacono lesse: quando hanno detto “tradizione della
Chiesa”, essi avrebbero dovuto anche dichiarare: «chiunque non
accetta le figurazioni iconografiche, sia maledetto». Questa è, infat­
ti, una tradizione veramente antica nella Chiesa universale e noi la
riteniamo finalizzata assai giustamente alla rimembranza dei proto­
tipi; ma loro, dopo avere sfrontatamente rifiutato I questa iniziazio­
ne, alla Chiesa universale rivolgono queste funeste parole: «Noi non
vogliamo conoscere le tue vie!». Per questo, con codesta loro

135
espressione, loro hanno rifiutato anche l’azione di supplica che Dio
gradisce, cancellandola dal loro decreto. E questo lo sunno lutti,
giacché è tipico degli eretici, quando scorgono la pietà su di un
solo monte e si allontanano dalla via della verità, cadere in molti
errori della più svariata specie. La verità, infatti, è semplice ma mol­
teplice è la menzogna. Così, gli Ariani, in aggiunta alla loro irrive­
rente bestemmia che Dio Verbo era una creatura, cianciarono che
divenne uomo senza un’anima. Anche lo sciagurato Eutiche m , so­
stenendo che c’era un’unica natura nella dispensazione del Signore,
bestemmiava dicendo che Egli assunse una carne che era, per così
dire, più divina, e non della stessa sostanza della nostra natura. Allo
stesso modo, i fautori di questa eresia, per invidia di quegli eretici
e non soddisfatti da una sola novità - giacché mai sono sazi di mal­
vagità - ne hanno tirata fuori un’altra, vicina a quella.
Poi, sostenendo ipocritamente di essere pii, fanno affermazioni
che sono in accordo con i santi Padri, ritenendo se stessi pari a
loro - Gregorio vescovo lesse
Chiunque non ammette la resurrezione dei morti, il giudizio e la
ricompensa dei meriti di ognuno secondo la giusta valutazione di Dio,
e non ammette che non vi è fine al castigo o al regno dei cieli, che è
la gioia in Dio - perché, come afferma il divino Apostolo, «il regno
dei cieli non è questione di cibo e di bevanda ma è giustizia, pace e
gioia nello Spirito Santo» 587 - sia maledetto.
Epifanio diacono lesse: questa sì che è una sentenza dei capi
della nostra vera fede, cioè dei santi Apostoli e dei divini Padri. E,
questa, la confessione della Chiesa universale, e non di quelli che si
concedono all’eresia.
Tuttavia, ciò che segue è caratteristico di loro, poiché è pieno di
ignoranza e di rozzezza, visto che così borbotta - Gregorio vescovo
lesse
Chiunque non riconosce questo nostro santo ed ecumenico settimo
concilio, ma lo avversa in ogni modo e non accoglie con sicura con•
vinzione ciò che è stato da esso deliberato, secondo gli insegnamen­
ti della Scrittura ispirata da Dio, sia maledetto dal Padre dal Figlio e
dallo Spirito Santo, così come dai santi sette condii ecumenici.
Epifanio diacono lesse: cadere via ,HH dalla verità è un acceca­
mento della mente e dell’animo. I Questa loro afférmazione più che
di empietà è piena di ignoranza e di pazzia. Non sono, infatti, sa­
pienti se non in ignoranza. Pur chiamando, infatti, se stessi «setti­
mo concilio», impongono il loro anatema come dopo sette conci­
li già celebrati, dicendo: «sia maledetto dai santi sette concili ecu­
menici»; e non sono più ridicoli per la loro incultura di quanto
non meritino compassione per la loro empietà. Perche, avendo uh
bandonato la verità e separatisi dalla facile via regia, essi si sono ili
retti verso i fossati, i burroni e i precipizi; e la parola ilei Proverbi
dice loro: «hanno vagato per i sentieri del proprio podere (... 1 e
raccolgono sterilità con le loro stesse mani» ,tw. Per questa ragione
coloro che amano la verità e perseguono la rettitudine ricacci imo le
frecce appuntite e gli archi tesi contro i loro cuori, di loro che li
hanno adoperati contro la Chiesa; e facendo proprie le parole di
Davide, che canta per ispirazione divina, dicono: «gli autori di q ue­
sta nuova malvagità hanno aperto una fossa e l’hanno scavata in
profondità, e sono caduti nella voragine che essi stessi hanno lutto;
la loro fatica è ricaduta sulle loro teste, e la loro iniquità piombe
rà sul loro capo» 590; essi, infatti, chiamano amaro il dolce, e dolce
Tamaro, rendono tenebra la luce e luce la tenebra, dicendo - Ciré
gorio vescovo lesse
Avendo, dunque, ordinato queste cose con ogni precisione e dili-
genza, noi decretiamo che a nessuno è permesso proclamare ima fede
diversa né scrivere, escogitare, pensare o insegnare diversamente; e
che coloro che osano architettare una fede diversa, o divulgarla, inse­
gnarla, trasmetterla a quanti vogliono volgersi alla conoscenza della
verità da una qualunque eresia o innovazione, o che osano introdurre
qualche trovata fatta d i parole, per sovvertire quanto noi abbiamo
annunziato: se sono vescovi o chierici, siano deposti i vescovi daltepv
scopato e i chierici dal clero, se invece sono monaci o laici, siano stxb
municati.
Epifanio diacono lesse: pasciuti nell’ignoranza, essi hanno ruba’
to queste parole dai nostri divini Padri, e le hanno rabberciate in­
sieme come se fossero loro proprie. Così la loro parola è vana e
inefficace, immeritevole di risposta.
Gregorio vescovo lesse:
Gli assai divini imperatori, Costantino e Leone, dissero: «Dica il
santo concilio ecumenico se la Definizione appena letta è stata prò*
mulgata col consenso dei santissimi vescovi».
Il santo concilio esclamò: «questo è ciò che noi tutti crediamo, alh
biamo tutti la stessa opinione. Abbiamo ratificato la Definizione una*
nimi e soddisfatti. N oi tu tti crediamo in modo ortodosso, Quando
noi adoriamo I Dio che è spirito, noi tutti offriamo la nostra venera*
zione in spirito. Questa è la fede degli Apostoli, questa è la fede dei
Padri, questa è la fede degli ortodossi, questo è il modo in cui tutti
loro offrirono la loro venerazione quando adoravano Dio ,
Lunga vita agli imperatori! Concedi loro, o Signore, un'esistenza
pia. Possa la memoria di Costantino e Leone essere eterna! Voi sia*

137
te la pace del mondo. Possa la vostra fede proteggervi! Voi onorate
Cristo e Lui vi proteggerà. Voi avete dato stabilità alla fede ortodossa.
Concedi loro, o Signore, un’esistenza pia! Lungi l’invidia dal loro
regno! Possa Dio proteggere la vostra sovranità! Possa Dio mettere
pace nel vostro regno! La vostra vita è la vita degli ortodossi. O Dio
del Cielo proteggi gli abitanti della terra! E attraverso voi che la Chie­
sa nel mondo intero è stata pacificata. Voi siete gli splendori dell’or­
todossia. O Signore, proteggi gli splendori del mondo! Possa la memo­
ria di Costantino e di Leone essere eterna!
Lunga vita al nuovo Costantino, piissimo imperatore! O Signore,
proteggi colui che è di stirpe ortodossa! Concedi a lui, o Signore,
un esistenza pia! Lungi l’invidia dal suo regno! Lunga vita alla piis­
sima Augusta! Possa Dio proteggerla, lei che è pia e ortodossa!
Lungi l’invidia dal vostro regno! Possa Dio proteggere la vostra
sovranità! Possa Dio mettere pace nel vostro regno! Voi avete distin­
to la non confusa natura della dispensazione di Cristo, voi avete pro­
clamato l’indiviso carattere delle due nature di Cristo con rinnovata
forza, voi avete confermato le dottrine dei sei santi concili ecumeni­
ci; avete abolito ogni idolatria, avete trionfato sui maestri di quell’er­
rore. Avete reso oggetto di ludibrio chi aveva opinione contraria».
Epifanio diacono lesse: rivolgendosi agli imperatori con espres­
sioni di rito, con l’anima infiammata dal furore della menzogna, par­
lano con le stesse insidie del diavolo, dicendo: «voi avete abolito
ogni idolatria». Magari le nostre orecchie fossero state sorde a que­
ste parole corruttrici dell’anima, perché la parola dei Proverbi dice:
«non essere assiduo con una prostituta» 591. Nel loro desiderio di
corrompere la parola redentiva della dispensazione, si sono immersi
nella più esagerata bestemmia. Cosa può essere detto di questa de­
plorevole follia se non quello che è stato detto dallo Spirito santo al
divino Davide? «Il veleno di un aspide è sotto le loro labbra; la loro
gola è un sepolcro spalancato; e con le loro lingue essi tramano l’in­
ganno» 592. Così, condannati da Cristo nostro Dio, che ci ha liberati
dall’errore degli idoli, essi sono venuti meno ai loro piani. Perché è
Lui che, degnatosi di diventare uomo perfetto per la nostra reden­
zione, ha abolito ogni idolatria; Egli disse, infatti, per bocca del pro­
feta: «ecco, vengono giorni che cancellerò i nomi degli idoli dalla
terra, e non vi sarà più il ricordo di essi» 593. E ovvio che la profe­
zia si riferisce a Lui e non, come essi hanno detto, alla sovranità
degli imperatori. Ed è caratteristico dell’apostasia attribuire questa
grazia e questo dono ad altri. I Cristiani, però, ispirati dal sublime
Isaia, gridano: «non un ambasciatore né un messaggero ma il Signo­
re stesso ci ha salvati» 594. Tuttavia, se, come essi dicono, I fu il con-
alio dei vescovi e dei sacerdoti e il potere dei re che ci hanno libe­
rato dall’errore degli idoli, allora la razza umana è stata ingannata
riguardo alla verità, poiché uno l’ha salvata ma qualcun’altro si sta
vantando di averlo fatto. Perché, mentre fu Cristo nostro Dio che ci
liberò dall’errore e dall’inganno degli idoli, sono loro che si vanta­
no di avere realizzato la redenzione. Che arroganza e follia! Essen­
dosi allontanati dalla verità, essi sono diventati ciechi sia nel pensie­
ro che nell’intelletto, e, immersi completamente nelle loro congettu­
re e fantasie, vagano nell’adulazione. Avendo disdegnato di tributare
agli imperatori lodi a loro adatte e confacenti, hanno invece rivolto
loro parole che rivolgiamo solitamente a Cristo, nostro Dio. Essi
avrebbero piuttosto dovuto lodare il loro coraggio, le loro vittorie
sui nemici, le umiliazioni dei barbari - che molti di loro hanno di­
pinto su icone e su affreschi murali col proposito di ricordarne la
narrazione, esortando in questo modo chi li vede all’ardore ed allo
zelo - la loro protezione sui sudditi, le adunanze, le celebrazioni per
le loro vittorie, le riunioni mondane, i pubblici restauri e la ricostru­
zione delle città. Questi sono elogi all’imperatore degni di lode, che
in qualche modo invitano ogni suddito alla buona volontà.
Tuttavia, con lingue ancora appuntite, ed esalando rabbia e mal­
dicenza, pensano di trafiggere nel buio i giusti di cuore, dicendo
ciò che segue - Gregorio vescovo lesse
Voi avete sbaragliato l’alterigia di Germano, Giorgio, e Mansur,
di mala dottrina 595. A Germano, l’oscillante e adoratore del legno,
anatema. A Giorgio, che è della stessa sua opinione, e falsificatore
degli insegnamenti dei Padri, anatema. A Mansur, di spregevole no­
me e di mente saracena, anatema. All’adoratore delle icone e scrittore
di falsità, Mansur, anatema. A colui che offende Cristo e congiura
contro l’impero, Mansur, anatema. A l maestro di empietà e travisa­
tore della Sacra Scrittura, Mansur, anatema. La Trinità ha annientato
tutti e tre.
Epifanio diacono lesse: in risposta recitiamo il detto dei Profe­
ti: «tu hai preso l’aspetto di una meretrice, sei diventata sfacciata
con tutti» 596. Le prostitute, infatti, compiacendosi della loro igno­
minia e del loro vergognoso lavoro, sono solite dileggiare quelli che
hanno vissuto una vita santa, perché la devozione è un’infamia agli
occhi dei peccatori. Così loro, avendo labbra ingannatrici, «dicono
malvagità contro i giusti con alterigia e disprezzo» 597. Ma «il Signo­
re li nascose al riparo del suo volto, li protesse dal loro scompiglio
e li liberò dalla rissa delle loro lingue» 598; essi, infatti, splendono nel
mondo come stelle, poiché hanno la parola di vita. Così di Germa­
no, allevato nelle sacre scritture ed offerto a Dio, come Samuele, sin

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dall’infanzia I degno di stare alla pari con i divini Padri, è indispen­
sabile seguire le argomentazioni. I suoi scritti sono famosi nel mon­
do intero, poiché «le lodi di Dio sono nella sua bocca e le spade a
doppio taglio nelle sue mani» ” 9, scagliate contro quelli che disob­
bediscono alla tradizione della Chiesa. Giorgio, nativo di Cipro, vis­
se una vita secondo il Vangelo e imitò Cristo nostro Dio, che ci die­
de la Sua dispensazione come esempio. Non venne mai a contesa né
mai gridò. «Quando fu insultato, non ricambiò l’insulto; quando
soffrì, non minacciò» 600; a chi lo colpiva sulla guancia, offrì anche
l’altra 601; a chi lo costringeva ad accompagnarlo per un miglio, con­
cedeva due volte tanto 602. «Egli sopportò la schiavitù sin dalla gio­
ventù», poiché riteneva fosse bene, come dice il Profeta, «sedere
solitario e silenzioso» 603. Giovanni, oltraggiosamente chiamato da
loro “Mansur” 604, abbandonò ogni cosa e, imitando Matteo l’evan­
gelista, seguì Cristo, perché «egli considerava le ingiurie sofferte nel
nome di Cristo una ricchezza più grande dei tesori d ’Arabia» 605.
Egli anche «preferì essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto
che godere per breve tempo del peccato» 606. Così, presa la propria
croce e quella di Cristo, lo seguì e col suo aiuto suonò la propria
tromba dall’Oriente 607 in favore di Cristo e di coloro che apparten­
gono a Cristo; perché egli non poteva sopportare la novità che era
nata in terra straniera, l’illegittima macchinazione e la violenta fol­
lia contro la santa Chiesa universale di Dio. E quando trionfò su
questa novità, con esortazioni ed ammonimenti mise in guardia tut­
ti, che non si facessero sviare da chi opera l’iniquità. Nel far questo
egli cercò di preservare nella Chiesa l’antico uso e quell’ordine pa­
cifico che il Signore donò ai suoi discepoli, come segno di chi è sta­
to chiamato nel suo nome, dicendo: «vi do la mia pace, vi lascio la
mia pace» 608. Allora, cos’è questa ribelle e sempre più orribile ed
insostenibile maldicenza contro questi venerabili uomini, degni di
fede, che si sono così tanto distinti nella Chiesa universale? In ve­
rità questi miserabili non conobbero il loro errore quando, denu­
dando le loro lingue senza grazia, chiamarono Germano, sacerdo­
te iniziato e prete di Dio, «oscillante e adoratore del legno». Così
essi chiamarono Giorgio e Mansur. Mai nessuno, invece, ha scaglia­
to una tale offesa contro i propri compagni di fede. Tali accuse sono
piuttosto state fatte in molti modi ai Cristiani da parte degli Ebrei,
degli Agareni e di altri infedeli, con riferimento al sacro simbolo
della croce, alle venerabili icone ed agli oggetti sacri dedicati a Dio.
Mai, tuttavia, un Cristiano imputò tale accusa a qualcun’altro del­
la stessa fede. Adesso, proprio come a chi ha la vista sofferente il
sole arreca fastidio, così la persona virtuosa è un fastidio per l’ini-

140
quo. Essendosi dunque sottratti alla verità ed esclusi dall’ordina­
mento della Chiesa, essi si sono dati a false accuse e maldicenze.
Non hanno realizzato niente più, niente altro che accusare i Cristia­
ni e i preti di Dio di avere abbandonato il Dio vivo e vero e di ave­
re adorato le icone; così essi sono diventati uomini che scagliano
attorno parole, calunniatori, che blaterano senza giudizio e parlano
perversamente. Chi tra quelli che temono il Signore e ridono di loro
non scoppierà in una grande risata; o piuttosto non I si rammariche­
rà amaramente e si sentirà avvolto da una profonda oscurità di fron­
te a questa loro empietà? Ma poiché, pur essendo «inventori del
male» 609, come dice il divino Apostolo, hanno desistito dalle loro
indagini e rivendicano di avere la forza che viene loro dalle loro
stesse chiacchiere; noi, con la grazia di Dio, abbiamo congegnato un
insieme di argomenti sufficienti a confutare completamente i vani
sillogismi della loro falsa teoria, ed abbiamo posto nel novero del­
le antiche eresie questo loro errore, fatto di vuota ignoranza; li ab­
biamo tagliati via con la spada dello Spirito. Informiamo adesso le
menti di coloro che ascoltano. In verità «tutte queste parole sono
leali per chi le comprende, e rette per chi trova la scienza» 610, come
sembra, e giustamente, all’autore del Libro dei Proverbi ed alla ve­
rità. Così, la santa Chiesa universale di Dio, usando vari strumenti
diversi tra loro, richiama coloro che sono nati in essa al pentimento
e alla consapevolezza dell’osservanza dei comandamenti di Dio. Essa
si cura che tutti i nostri sensi ci conducano alla gloria del Dio di
tutte le cose e realizza la correzione attraverso l’udito e la vista, mo­
strando allo sguardo di chi si avvicina proprio ciò che è avvenuto.
Così quando essa sottrae qualcuno all’avarizia e all’ingordigia, gli
mostra un’icona di Matteo, che da pubblicano divenne apostolo, ab­
bandonando la follia dell’avarizia e seguendo Cristo 6 1 o di Zac­
cheo, che si arrampica su di un sicomoro perché vuole vedere Cri­
sto, e gli fa la promessa di dare metà dei suoi beni ai poveri e, se
aveva derubato qualcuno, di restituire il quadruplo 612. In questo
modo la continua visione di ritratti pittorici serve a salvaguardare la
propria conversione ed a mantenere costantemente viva la rimem­
branza, così che uno non abbia a ritornare al proprio vomito. An­
cora, essa sottrae un altro tutto preso dalla passione per le donnac­
ce, ponendogli innanzi l’icona del casto Giuseppe, il quale, allonta­
nata da sé con disprezzo la fornicazione ed avuta la meglio su di
essa con la castità, custodì il suo essere ad immagine di Dio 613, im­
magine di cui sono partecipi soltanto quelli che amano la castità.
Altrove, poi, essa espone la beata Susanna, ornata di castità, che
protende le sue braccia mentre invoca aiuto dal Cielo, con Danie­

l i
le che siede come giudice e la libera dalle mani degli iniqui anzia­
ni 6U. Così il ricordo dei ritratti pittorici è orientato alla salvaguardia
di una casta vita. La Chiesa prende colui che ha trascorso la sua vita
nella lussuria e che indossa morbidi panni, spendendo per tali abiti
ciò che avrebbe dovuto dare ai poveri, ed ha abbracciato la vita
agiata; e gli mostra Elia, vestito del vello di pecora, che si acconten­
ta soltanto del cibo necessario 615; o Giovanni, che indossa abiti in-
tessuti con crini di cammello, e che si nutre di miele selvatico 616,
mentre addita con l’indice la figura di Cristo e lo prefigura come
colui che toglierà il peccato del mondo 617. E con loro essa mostra
il grande Basilio, e una folla di asceti e monaci dai corpi emaciati.
Per non prolungare oltre il discorso, abbiamo menzionato solo po­
chi casi, lasciando la ricerca degli altri all’ascoltatore. Abbiamo, in­
fatti, l’intera storia del Vangelo dipinta sulle icone, che ci conduce
al ricordo di Dio e ci riempie di gioia. Quando queste icone sono
davanti ai nostri occhi, i cuori di coloro che temono Dio fanno fe­
sta; i visi risplendono, le anime scoraggiate ridiventano di buon
umore, cantando assieme a Davide, padre di Dio: «ricordavo I Dio
ed esultavo» 618. Attraverso le icone, dunque, ci ricordiamo conti­
nuamente di Dio. Talora, infatti, nelle venerabili chiese si tralascia
di cantare la lettura; la figurazione dell’icona, invece, a sera, al mat­
tino, a mezzogiorno, visto che ha in esse una collocazione fissa, ci
narra e ci annuncia la verità dei fatti narrati. Accettiamo, dunque,
la tradizione della Chiesa. Onoriamo la sua regola. Non critichiamo
una pia e legittima consuetudine. Non dobbiamo esagerare nella cri­
tica degli antichi statuti, perché ogni cosa che è consacrata col pro­
posito di riportare Dio alla mente è a Lui ben accetta. E quanti si
pongono al di fuori di questa tradizione, cui hanno fatto riferimento
tutti coloro che sono stati legittimamente adottati come figli nella
Chiesa universale, sono figli illegittimi e non figli veri. Noi dobbia­
mo comprendere, insomma, che è cosa buona e bella che nella
Chiesa vengano poste le venerande icone, che spiritualmente siamo
elevati, attraverso esse, al ricordo dei prototipi, che le accarezziamo
e le abbracciamo per la loro preziosità e tributiamo loro la venera­
zione dovuta. Che la si voglia chiamare salutazione o venerazione,
entrambe sono la stessa cosa, tranne che non si intenda la venera­
zione nel senso dell’adorazione: quest’ultima, infatti, è qualcosa di
diverso, come si è mostrato in mille modi. L’unica cosa importan­
te è che chi si accosta all’icona sia degno di compiere atto di vene­
razione; se non ne è degno, si purifichi prima e si avvicini così alla
venerabile figura dell’icona. Abbia fine questa diabolica opposizione
a che esse ricevano venerazione, e questa paura che ha come prete-

142
sto il malvagio sospetto che, se io mi avvicino all’icona per offrire
ad essa il mio saluto, sono colpevole perché starei tributando ad
essa una adorazione in spirito. Basta con questo sospetto! Questi
chiacchieroni che avversano Dio e fanno il verso al serpente è un
prurito nella lingua che li spinge a dire queste cose. Fu proprio il
serpente che, avvicinatosi alla donna, le disse con parole ingannatri­
ci: «perché Dio ha detto “potrai mangiare di ogni albero che si tro­
va nel giardino ma dall’albero che si trova al centro del giardino
non mangerete”?» 619. Allo stesso modo essi ingannano i cuori ef­
feminati, dicendo che colui che venera l’icona del Signore o dell'Im­
macolata, Signora nostra che è veramente Madre di Dio, o dei santi
angeli, o di qualcuno tra i santi, offre all’icona l’adorazione in spi­
rito. Dunque, non facciamoci ingannare dalle loro parole; la loro
esortazione è un inganno diabolico. Gregorio il Teologo confuta
questa storia, esortando noi tutti: «onora Betlemme, e venera la
mangiatoia» 62°. Assieme a lui si trova l’indimenticabile Massimo,
che è lodato in tutte le Chiese, che una volta discutendo su proble­
mi della Chiesa con alcuni uomini, ordinò che il divino segno del­
la preziosa croce, il santo Vangelo ed una venerabile icona fossero
portati tra di loro. Poi, per confermare ciò che essi avevano detto,
assieme a loro li baciò. Anche colui che prende il nome dall’immor­
talità, Atanasio, nella sua Lettera a Marcellino, che egli mette come
prefazione al libro Sull’interpretazione dei Salmi, si esprime con
grande chiarezza quando dice: «quando uno prende in mano il li­
bro dei Salmi, ripercorre le profezie sul Salvatore, che di solito am­
mira e venera nelle altre Scritture» 621. Capite? Il divino Padre ci
esorta a venerare le profezie sul Salvatore. Se è pio venerarle, quan­
to più I è necessario venerare ciò che è l’adempimento delle paro­
le dei Profeti che noi vediamo in una icona? Così la profezia dice:
«ecco, la vergine concepirà nel suo grembo, e partorirà un figlio» 622.
Dunque, quando noi vediamo questa profezia su di una icona, e
cioè la Vergine che tiene tra le sue braccia Colui al quale ha dato la
vita, come possiamo trattenerci dal venerarla e baciarla? Neanche
chi è ignorante nella sua mente oserebbe trattenersi daU’offrire un
tale abbraccio! Rendiamoci dunque degni di offrire la nostra vene­
razione, affinché non ci tocchi, se ci siamo avvicinati senza che ne
fossimo degni, la punizione di Uzzà: quando lui toccò l’arca, morì
all’istante, perché vi si era avvicinato senza esserne degno, pur es­
sendo l’arca decorata con una varietà di figure e fatta di legno 623,
come accade per le icone. D’altro canto, quelli che invece sostengo­
no ci si debba limitare ad usare le icone come mezzo per richiamare
alla mente e non anche come oggetti cui rivolgere affettuoso salu-

143
to, e che quindi ammettono il primo principio ma rifiutano l’altro:
ebbene, costoro si rivelano, per così dire, cattivi a metà e falsamente
veritieri, poiché da un lato professano la verità e dall’altro la di­
sprezzano. Che demenza la loro! Adesso diventiamo difensori di
coloro che una volta maledirono l’ortodossia e la verità. Invochia­
mo il perdono del loro peccato di avere violato le tradizioni della
Chiesa. In tutte queste cose osserviamo i comandamenti attraverso
ciò che ci è stato ordinato. Andiamo in giro rivolgendo l’orecchio
alla parola del Profeta che dice: «non ti è stato insegnato, o uomo,
ciò che è buono? o ciò che il Signore richiede da te: praticare la
giustizia, amare la pietà ed essere pronto a camminare a fianco del
Signore tuo Dio?» 624, Calmiamo la nostra rabbia; fermiamo la lin­
gua per evitare la menzogna, il turpiloquio e la maldicenza; mode­
riamo l’occhio, educhiamo il ventre, perseveriamo nel canto e nel­
la preghiera. Ringraziamo Dio per ogni cosa che ci ha donato. Non
abituiamo la nostra bocca al giuramento ma piuttosto ascoltiamo la
parola del Signore che dice: «ma io vi dico: non giurate affatto!» 625.
Calpestiamo la gloria che sta qui giù in terra. Guadagnamoci il più
grande di tutti i nostri beni, misericordia e amore, ed il timore di
Dio che li accompagna; perché, senza timore di Dio, l’amore è falso.
Anche Giosafat, mentre stava facendo amicizia con Ahab, udì: «ti
comporti amichevolmente verso un peccatore, o aiuti uno odiato dal
Signore?» 626. Da adesso in poi facciamo ogni cosa col timore di
Dio, supplicando le intercessioni della nostra immacolata Signora,
che è per sua natura Madre di Dio e Semprevergine, dei santi an­
geli e di tutti i santi, salutando affettuosamente anche le loro vene­
rabili reliquie così che possiamo anche prendere parte alla loro san­
tità. «In questo modo possiamo essere resi perfetti in ogni opera
buona» 627 in Gesù Cristo nostro Signore, al quale spettano gloria,
potenza e adorazione, assieme al Padre e allo Spirito Santo, ora e
sempre, nei secoli dei secoli. Amen.

144
Parte quinta

Definizione del santo grande ed ecumenico concilio


per la seconda volta in Nicea

Il santo grande ed ecumenico concilio, che per grazia di Dio e


sanzione dei pii e cristiani imperatori nostri Costantino ed Irene
sua madre si è riunito per la seconda volta nella splendida metro­
poli di Nicea della provincia di Bitinia, nella santa chiesa di Dio
intitolata a Sofìa, seguendo la tradizione della Chiesa universale ha
definito quanto segue.
Colui che ci ha fatto grazia della luce della sua conoscenza e ci
ha redento dalla tenebra della follia degli idoli, Cristo nostro Dio,
sposando la sua santa Chiesa universale «senza macchia né ruga»628,
promise di custodirla e rassicurava i suoi santi discepoli dicendo:
«sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del tempo» 629. I Di questa
promessa non solo a loro fece grazia ma anche a noi che, tramite
loro, crediamo nel suo nome. Alcuni, però, disprezzando questo do­
no, come istigati dal nemico ingannatore, deviarono dalla retta ra­
gione e, opponendosi alla tradizione della Chiesa universale, sbaglia­
rono nella comprensione della verità; e, come dice il Libro dei Pro­
verbi, «vagarono per i solchi del proprio campo e raccolsero con le
proprie mani la sterilità» 6,°, poiché osarono gettar via Tomamen­
te, a Dio dovuto, delle cose consacrate, dicendosi sacerdoti sebbene
non lo fossero. Su di loro Dio, attraverso il Profeta, grida: «molti
pastori hanno devastato la mia vigna, hanno insozzato il mio cam­
po» 61'. Seguendo uomini empi e confidando nel proprio cuore,
hanno calunniato la santa Chiesa di Cristo Dio, sua sposa, e «non
hanno distinto tra sacro e profano» 6i2, designando l’icona del Si­
gnore e dei suoi santi allo stesso modo che i simulacri degli idoli
satanici. Perciò il Signore Dio, non tollerando di vedere i suoi sud­
diti corrotti da una simile peste, per la sua benevolenza ha convo­
cato noi, principi del sacerdozio, da ogni parte, con il divino ardore
ed assenso di Costantino ed Irene, nostri imperatori fedelissimi; af-

*45
finché la divina tradizione della Chiesa universale riabbia la sua au­
torevolezza per comune voto. Indagando, dunque, ed esaminando
con ogni diligenza, e tenendo dietro al fine della verità, non toglia­
mo nulla né nulla aggiungiamo, ma conserviamo integro tutto ciò
che appartiene alla Chiesa universale, seguendo i santi sei concili
ecumenici, innanzitutto quello riunito nella splendida metropoli di
Nicea e poi anche quello, successivo, tenutosi nella città imperiale,
protetta da Dio 633.
Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cie­
lo e della terra, e di tutte le cose visibili e invisibili; e in un solo
signore Gesù Cristo, l’unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre pri­
ma di tutti i secoli: luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato,
non creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo di Lui tut­
te le cose sono state create, per noi uomini c per la nostra salvez­
za discese dai cieli, e si è incarnato, per mezzo dello Spirito Santo
e della vergine Maria, e si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto
Ponzio Pilato, patì e fu sepolto, e il terzo giorno è risuscitato se­
condo le Scritture; è salito ai cieli e siede alla destra del Padre; e di
nuovo verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti, e il suo regno
non avrà fine. Crediamo nello Spirito, che è Santo, è Signore e dà
la vita, che procede dal Padre 634, e con il Padre ed il Figlio è ado­
rato e glorificato, ed ha parlato per mezzo dei Profeti. Crediamo
nella Chiesa, una, santa, universale ed apostolica. Professo un solo
battesimo, per il perdono dei peccati; aspetto la resurrezione dei
morti e la vita del tempo che verrà. Amen,
Detestiamo ed anatemizziamo Ario e quelli che con lui consen­
tirono e condivisero la sua folle e falsa dottrina; e Macedonio, insie­
me a quelli che con lui ben a ragione furono detti Pneumatomachi.
Professiamo I anche che la nostra Signora, la santa Maria, è propria­
mente e veramente madre di Dio, poiché ha generato nella carne
uno della Santa Trinità, Cristo Dio nostro, come definì il primo con­
cilio di Efeso 635 , che espulse dalla Chiesa Tempio Nestorio ed i suoi
seguaci poiché introducevano una dualità di persone. Ed insieme a
ciò, crediamo anche nelle due nature di Colui che si incarnò per noi
dall’immacolata madre di Dio e sempre vergine Maria, riconoscen­
dolo Dio perfetto e perfetto uomo, come anche promulgò il conci­
lio di Calcedonia 636, cacciando via dalla divina aula Eutiche e Dio-
scoro blasfemi. E, mettendoli insieme con loro, anatemizziamo Se­
vero, Pietro e quelli della loro assai blasfema stirpe, mescolati gli uni
con gli altri; e, con essi, anatemizziamo le favole di Origene, di Eva-
grio, di Didimo, come avvenne anche nel quinto concilio riunitosi a
Costantinopoli 637. E, inoltre, noi proclamiamo le due volontà ed

146
energie in Cristo, secondo la qualità di ciascuna delle due nature,
proprio come promulgò il sesto concilio di Costantinopoli 638, quan­
do bandì Sergio, Onorio, Ciro, Pirro e Macario, che per nulla vol­
lero esser pii, e quelli che con loro consentivano. Insomma, noi pre­
serviamo senza alcuna innovazione tutte le tradizioni della Chiesa,
decretate per il nostro bene in forma scritta o non scritta.
Una di queste tradizioni è la rappresentazione pittorica icono­
grafica, che è in accordo con il racconto della proclamazione evan­
gelica, a conferma dell’incarnazione del Verbo di Dio, incarnazione
vera e non immaginaria; questa rappresentazione è apportatrice di
un beneficio simile a quello del racconto evangelico, giacché cose
che alludono reciprocamente l’una all’altra senza dubbio recano il
riflesso l’una dell’altra. Stando così le cose e come avanzando su un
sentiero regale, seguendo sia l’insegnamento dei nostri santi Padri,
che è ispirato da Dio, sia la tradizione della Chiesa universale - e
riconosciamo che essa proviene dallo Spirito Santo che la abita
noi definiamo con ogni precisione e diligenza che, accanto all’im­
magine della preziosa e vivificante croce, le sante e venerabili ico­
ne, fatte di colori, di pietre preziose o di altro materiale adatto, ven­
gano innalzate nelle sante chiese di Dio e applicate sui sacri vasi e
paramenti, su muri e tavole, nelle case e nelle strade; che siano ico­
ne del Signore, Dio e salvatore nostro Gesù Cristo, e dell’immaco­
lata Signora nostra, santa Madre di Dio, e degli onorabili angeli, di
tutti i santi e degli uomini venerabili. Quanto più di continuo, in­
fatti, essi vengono visti attraverso la rappresentazione iconica, tan­
to più coloro che le guardano vengono innalzati al ricordo ed all’ar­
dente desiderio dei prototipi. E dichiariamo anche che si può tribu­
tare loro un affettuoso saluto ed una venerazione fatta di onori: non
l’autentica adorazione della nostra fede, che è dovuta soltanto alla
divina natura, ma lo stesso tipo di venerazione tributata alla forma
della preziosa e vivificante croce, ai santi Vangeli ed alle altre cose
sacre dedicate a Dio. Ancora dichiariamo che si può fare, in ono­
re loro, offerta di incenso e di luci, secondo il pio costume degli an­
tichi; «l’onore tributato all’icona, infatti, passa al suo modello» 639.
E chi venera l’icona, venera l’ipostasi di colui che è dipinto in essa,
giacché così è rafforzato l’insegnamento dei santi Padri nostri, e
cioè la tradizione della santa Chiesa universale, I che ha accolto il
Vangelo da un confine all’altro della terra.
In questo modo noi seguiamo Paolo, che parlava in Cristo, ol­
tre alla divina assemblea degli Apostoli e dei santi Padri, «raffor­
zando le tradizioni che abbiamo ricevuto» M0. Così ripetiamo, con
le parole del Profeta, gli inni di vittoria alla Chiesa:

147
Gioisci, figlia di Sion, grida a gran voce, figlia di Gerusalemme, godi e ral­
legrati con tutto il tuo cuore: il Signore ha allontanato da te le iniquità dei tuoi
avversari, ti ha liberato dalla mano del tuo nemico. Il Signore è re in mezzo a
te, tu non vedrai più sventure e la pace sarà su di te per sempre Mx.

Coloro, dunque, che osano pensare o insegnare diversamente, o,


come gli eretici sacrileghi, osano violare le tradizioni della Chiesa o
escogitare qualunque sorta di novità o rigettare qualcuno degli og­
getti che per la Chiesa sono sacri - il vangelo, l’immagine della cro­
ce, una rappresentazione iconografica, la santa reliquia di un mar­
tire oppure osano in modo tortuoso e perverso tramare lo scon­
volgimento delle legittime tradizioni della Chiesa universale; o se
ancora osano trattare come cosa propria i sacri tesori o i venerabili
monasteri: noi ordiniamo che, se sono vescovi o chierici, vengano
deposti, se sono monaci o laici, che vengano esclusi dalla comunio­
ne.
Note
di Claudio G erbino e M ario R e

1La synodtca (lettera inviata in occasione di un sinodo; in origine era così chiamata la
lettera che ciascuno dei vescovi delle sedi patriarcali inviava agli altri per comunicare la pro­
pria elezione, in cui era ..anche contenuta una professione .di.fede; il termine deriva dal sinodo
dei vescovi delle diocesi circonvicine convocato dal neoeletto per fare la sua professione di
fede) è incazzata agli imperatori Costantino vi e Irene. Costantino vi diviene imperatore l’8
settembre 78Ó, di^ieci an n i 'S a qfiXiinticiiq P affidato' alffl rejfpmga della ^dreTre-
m. la q uaie inseguito si o p ^ r r a a l aglio, cKc yerra accecati^nd 7 ^ t'Ifm e' fègneranno
a U p ^ quando,_iT31 ottstl&fe. sarà deposta in favore di Niceforo I (802-811) e rèlègarà nel-
l’isola ili Lesbo. Morirà il 9 agosto 803)“SdflanoTfu papa dal 77T 3*795. SuTproblernf con- "
nessi alTaftendibilita di questa traduzione greca, dalla quale è tratta la presente traduzione,
rispetto all’originale papale del 785, si veda infra, nell’appendice II secondo Concilio di Nicea
e la controversia iconoclastica.
22 Cor 4, 6a.
*Cfr. Col 1, 13a.
4Cfr. Col 1, 19-20.
’ Divalis sacra (F. Dòlger, Regesten der Kaiserkunden des ostròmischen Reiches: i. Teil:
Regesten von 565-1025, Miinchen-Berlin, n. 341) del 29 agosto 784 al pontefice, con cui la
hasilissa invitava Adriano i, o chi per lui, a prender parte al concilio che di lì a poco (agosto
786) sarebbe stato ufficialmente convocato per dirimere l’annosa questione delle immagini.
Una traduzione latina di altri frammenti di questa Divalis si trova in MANSI xn 984-986, così
come, sulla scorta delle indicazioni in L. Wallach, Diplomatic Studies in Latin and Greek
Documents from the Carolingian Age, London 1977, pp. 20-21, 29, sono recuperabili altri
frustuli del documento.
hScil. "degli iconoclasti”. Al concilio del Laterano del 769 chiara era stata la presa di
posizione della Chiesa romana rispetto alla questione..ddls ipimagini, ed all^dottrine icono­
clastiche era statò d e c r ^ ìp ijp ite m à ^
’ Secóndo Wallach, cit., p, 21, si conserva qui l’unico frammento originale della Divalis
di cui a nota 5.
"Cfr. Mt 16, 19b; 18, 18.
"A proposito dei numerosi e complessi problemi posti da quest’inserto tratto dagli Ac­
tus Silvestri, cfr. Wallach, cit., pp. 29-30 e 152-159. È comunque solo a partire dal v secolo
che la leggenda associa questo papa alla conversione e al battesimo dell’imperatore, fornendo
le basi all’autore della sedicente Donatio Constantini. Della figura storica di Silvestro (31
gennaio 314-31 dicembre 335) noi in tegità^ion sappiamo quasi nulla.
10Gregorio l Magno (3 settembre^(90-O marzo 604).
11Cfr. Gregorio Magno, Reg. epist. DT208, ed. L. M. Hartmann, MGH Epp. 2, 1899, 195,
(al vescovo iconoclasta Sereno di Marsiglia): «ut hi qui litteras nesciunt, saltern in parietibus
videndo legant quae legere in codicibus non valent»; cfr. anche ibid., XI 10.
12Leone ili (717-741).
"Mt 18, 7b.
"Gregorio n (19 maggio 715-11 febbraio 731).
"Gregorio ili (18 marzo 731-29 novembre 741).
"■Zaccaria (10 dicembre 741-15 marzo 752).
"Stefano il (26 marzo 752-26 aprile 757).
18Paolo l (29 maggio 757-28 giugno 767).
19Stefano ni (7 agosto 768-24 gennaio 772).
20 Costantino v (741-775).
21 Leone iv (775-780).
22 Gv 10, 16b.
25 Gv 4, 24a.
2,1Cfr. Gen 1, 26a; 2, 7a.
25 Cfr. Gen 2, 19s.
26Gen 4, 4.
27Cfr. Gen 8, 20.
“ Cfr. Gen 12, 7b; 22, 9.
29Cfr. Gen 28, 10-22. Bet'el significa appunto casa di Dio.
30Cfr. Gen 31, 13.
51 Cfr. Gen 47, 3Ib.
12Cfr. Eb 11, 21: «per fede Giacobbe, morente, benedisse ciascuno dei figli di Giusep­
pe e si prostrò appoggiandosi all’estremità del bastone».
51 Cfr. Es 25, 17-22.
34Cfr. Nm 21, 8-9.
35L’intero periodo è citazione dagli atti del Concilio Laterano del 769, che in questo luo­
go citavano a loro volta gli atti del Concilio di Roma del 731; cfr. Wallach, cit., pp. 25-26.
36Cfr. ni Regn (i Re) 6, 14-15.18.20-30.
37Cfr. Is 19, 19-20.
3* Cfr. Sai 96, 6a.
39Cfr. Sai 26, 8.
«C fr. Sai 27, 8.
91 Cfr. Sai 45, 13b.
42Cfr. Sai 4, 7b.
43Questo passaggio non è stato rintracciato in nessuna delle opere note di Agostino; cfr.
Wallach, cit., p. 31.
44De deitate Filii et Spiritus in Abraham, (PG 46.572C, che riproduce l’edizione di Morel­
li del 1638); il doloroso evento è il sacrifìcio di Isacco. Nel corso dei lavori conciliari questo
frammento verrà altre volte ancora citato (p. es. MANSI XIII 9C, 268E, 324B), sempre frain­
tendendone, comunque, il significato: ciò che interessava al Nisseno non era esaltare l'utilità
spirituale della reazione emotiva prodotta dall’opera d’arte - «se a così grande maestro l’even­
to istoriato offrì giovamento e lacrime, quanto più agli ignoranti ed ai semplici esso offrirà
contrizione e giovamento?» si dirà commentandolo in MANSI XIII 9 DE - bensì elogiare, se­
condo un TÓttoi; assai ricorrente nella letteratura ecfrastica, il vivido e patetico realismo di
un’opera d’arte particolarmente ben fatta; su questo punto si veda C. Crimi, Le «chreseis» dei
Padri cappadoci al secondo Concilio di Nicea (787), in Culto delle immagini e crisi iconoclasta,
Atti del Convegno di studi (Catania 16-17 maggio 1984), Quaderni di Synaxis 2, Palermo
1986, pp. 69-92, spec. 75s. Dal confronto con il testo originale risulta che il redattore della
versione greca della Synodica ha tradotto il frammento gregoriano da una versione latina di
esso, e che poi Anastasio Bibliotecario lo ha ritradotto in latino dalla Synodica greca; questa la
traduzione del testo originale (in PG): «spesso ho visto su dipinto un’immagine di questo do­
loroso evento, e non senza lacrime sono andato oltre la visione, giacché l’arte mi metteva sot­
to gli occhi la storia in carne ed ossa». Anche gli altri frammenti patristici greci e latini, citati
all’interno del nostro documento, hanno subito, a causa di ripetute traduzioni dall’una all’altra
lingua, deformazioni che fortemente pregiudicano la comprensione del dettato; in Wallach,
cit., pp. 27-42 e 82-108, una rassegna puntuale di tutti i problemi connessi alle citazioni patri­
stiche e canoniche presenti nel testo a noi pervenuto. Queste citazioni sono per noi senz’altro
i più utili indizi per la ricostruzione della storia della tradizione testuale della nostra Synodica.
45 Commentario in Canticum Canticorum, ed. H. Langerbeck (Gregorii Nysseni Opera
voi. vi, Leiden 1960), p. 28, 7-13 (PG 44.776A); il frammento è fortemente corrotto, sì da
x divenire incomprensibile, nella versione greca e latina della Synodica. Questa la sua traduzione
secondo il testo dell’edizione di Langerbeck: «come secondo la scienza pittorica una qualche
materia senz'altro si trova nelle diverse tonalità di colore, ed essa compie l’imitazione del
soggetto vivo, così chi guarda l’icona, confezionata con arte attraverso i colori, non ferma lo
sguardo sulle tinture spalmate sulla tavola, ma guarda unicamente all’immagine che l’artista
ha espresso servendosi dei colori».
4<’Epistola n. 360, spuria, un falso di probabile origine romana redatto nell’età dell’Ico-

150
noclasmo. Il presente estratto ne è l’unico relitto superstite. Il testo pubblicato da Y. Cour
tonne (Paris, Les Belles Lettres, 1966, in, p. 220) è quello dell’edizione maurina del 1730, poi
riprodotto in PG 32.1100; esso si distingue solo per un desimi più esteso del testo conflui­
to nella Synodica (cfr. Wallach, cit., pp. 32-33) e viene citato un’altra volta, in questa forma
estesa, durante i lavori della IV sessione del nostro Concilio (MANSI XIII 72E-73A). Il desti­
natario è evidentemente Giuliano l’Apostata, alla cui paradigmatica empietà si soleva accosta­
re da parte degli iconofili quella dell’imperatore iconoclasta Costantino v.
” In quadraginta martyres Sebastenses, PG 31.508D-509A; il frammento è citato ancora
in MANSI xm, 113CD, 277B, 300C, 304D (cfr. Wallach, cit., p. 33).
‘BAnche questo frammento, e così pure il seguente, attribuiti al Crisostomo, erano richia­
mati negli atti del Concilio Lateranense del 769, che in questo luogo citavano a loro volta gli
atti del Concilio di Roma del 731; cfr. Wallach, cit., pp. 26, 33 e 88-94. Il primo dei due è,
in realtà, un frammento (PG 63.544) dal De sigillis sermo di Severiano di Gabala, erronea­
mente attribuito a Giovanni Crisostomo, suo oppositore. Nella nostra Synodica il frammen­
to risulta abbreviato e semplificato in qualche punto, per i motivi chiariti da Wallach, cit., pp.
88-94. Parte del medesimo frammento si trova citata ancora in MANSI xm 325D (iv sessio­
ne), anche lì attribuita al Crisostomo. Questa la traduzione del testo originale: «se oltraggi il
vestito dell’imperatore, non oltraggi anche colui che se ne veste? Non sai che, se uno oltrag­
gia l’icona dell’imperatore, reca oltraggio all’originale della dignità rappresentata? Non sai
che, se abbatte un’immagine fatta di legno o una statua di bronzo, non è accusato di aver
agito sfrontatamente contro una materia inanimata ma viene fatto perire come se avesse ag­
gredito l’imperatore? La materia inanimata che reca l’immagine dell’imperatore all’imperatore
trasferisce l’oltraggio che essa stessa subisce».
49 Anche questo frammento sembra da attribuire ad una Homilia de lotione pedum di
Severiano di Gabala (cfr. Wallach, cit., pp. 94-102; a p. 96 il testo critico del frammento). La
citazione ritorna in MANSI xm 68DE (IV sessione).
501 Commentarìì in Matthaeum di Cirillo di Alessandria sono andati perduti; cfr. Wal­
lach, cit., pp. 106-108.
51 Oratio de incarnatione Verbi 1.1 e 14.1; nessuna variante di un qualche peso rispetto
al testo dell’edizione di Ch. Kannengiesser (Paris 1973, Sources chrétiennes 199), p. 258, 314,
sebbene il frammento sia passato, come gli altri di questo documento, attraverso varie tradu­
zioni successive.
52Traduciamo dal testo greco citato nella nostra Synodica il seguente frammento dal De
incarnationis dominici sacramento, 7 (PL 16.873B): Numquid, cum et divinitatem eius adora-
mus et camem, Christum dividimus? Numquid, cum in eo imaginèm Dei crucemque veneramur,
dividimus eum? Sul senso dell’espressione “dal terzo libro, capitolo nono”, sui problemi del­
la ricostituzione del testo del frammento, sulla rovente polemica che ne nacque all’indoma­
ni del Concilio alla corte carolina, cfr. Wallach, cit., pp. 123-132.
3,Panarion haer. 65.8.10, ed. K. Holl (GCS, Epiphanius IH; Leipzig 1933), p. 12; cfr.
Wallach, cit., pp. 34-35. Su Epifanio cfr. nota 462.
w Si traduce dal testo del frammento come ci è pervenuto all’interno della Synodica, per
i motivi spiegati da Wallach, cit., pp. 35-38. L’opera di Stefano di Bostra è andata perduta.
55Vale per questo frammento quanto detto a proposito del precedente. Cfr. Wallach, cit.,
pp. 38-39.
56Non appena consacrato patriarca, il giorno di Natale del 785, Tarasio si affrettò a
confermare, con la Synodica cui qui si allude, indirizzata al papa di Roma, e con altre di si­
mile tenore, dirette ai patriarchi di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, la sua ortodossia,
la sua adesione ai dogmi fissati nei primi sei concili, la sua abiura dei decreti del concilio
iconoclasta, preteso ecumenico, di Hieria.
,7 Giovanni il Battista.
58Si tratta del canone 82 del concilio Quinisesto del 692. Va ricordato che la Chiesa di
Costantinopoli attribuiva al sesto concilio ecumenico in Trullo (680-681) i 102 canoni pro­
mulgati dal Quinisesto, così chiamato perché riunito con l’intento di integrare i decreti dot­
trinali dei concili ecumenici v e vi con norme di carattere disciplinare; la Chiesa di Roma,
invece, ricusò, per mano del papa Sergio, di sottoscrivere i canoni del Quinisesto, perché
alcuni (p. es. il can. 13, sui diaconi e preti sposati) sanzionavano usi in conflitto con la disci­
plina romana, mentre in particolare il can. 36 ribadiva la parità dell’autorità del patriarca di
Costantinopoli rispetto a quella del papa di Roma. Il medesimo canone infra, MANSI xm
40E-41A, 93E (tv sessione).

1*1
” 1 Cor 3, 11.
60 Gv 10, 1-2.
61Gv 10, 7b.
«C fr. Gen 31, 38-40.
« L’allusione è qui rivolta al sinodo iconoclasta di Hieria, preteso concilio ecumenico
(754).
MMt 16, 18b.
65Cfr. Mt 16, 18-19.
“ Cfr. Sai 19, 10.
67Cfr. Sai 25, 8.
681° ottobre 787.
69Col termine metropoli si indica la capitale di una provincia ecclesiastica (eparchia: cfr.
nota successiva), dove risiede il vescovo metropolitano. Il titolo fu usato per la prima volta
al primo concilio di Nicea del 325, che sanzionò la struttura amministrativa della Chiesa. Al
metropolita spettava il diritto di confermare i vescovi che venivano eletti nella sua eparchia,
cioè nelle diocesi suffraganee, e di presiedere i sinodi provinciali.
70Con eparchia si indica una provincia, sia dal punto di vista ecclesiastico, che da quello
civile.
71 II titolo di protopresbitero è equivalente all’occidentale arciprete. Nei primissimi anni
del cristianesimo venivano designati presbiteri (comparativo di présbys, "anziano”) i capi delle
singole comunità che fungeveno da aiutanti degli Apostoli e che le governavano (turante
l’assenza di questi.
72 II termine egumeno (dal greco egoumenos, “guida”) indica nel rito greco l’abate di un
monastero di cenobiti. Eletto dai monaci, confermato dall’autorità ecclesiastica, esercita di
norma la sua carica a vita. Il monastero romano di S. Saba, probabilmente collegato a quello
omonimo palestinese, è uno dei più antichi monasteri greci attestati a Roma, insieme a S.
Atanasio ad aquas Salvias e S. Lucia de Renatis: cfr. J. M. Sansterre, Les moines grecs et orien-
taux à Rome aux époques byzantine et carolingienne (milieu du v r - fin du x r s.), i-n, Bruxelles
1983, pp. 22-31.
73 Ci si riferisce alle sedi patriarcali di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Sin dalle
origini del Cristianesimo acquistarono grande prestigio le sedi di Roma, Alessandria e Antio­
chia, in virtù della loro origine apostolica. Al vescovo di Roma, successore di Pietro, veniva
unanimemente attribuito il primo posto. Il vescovo di Bisanzio, prima della rifondazione
costantiniana del 330, era un semplice suffraganeo della metropoli eli Eralea in Tracia e il suo
nome non figura nella lista dei partecipanti al primo concilio ecumenico di Nicea del 325. È
solo con il secondo concilio ecumenico (381), tenutosi proprio a Costantinopoli, che viene
sancita l’autorità del vescovo di quella che viene definita la “Nuova Roma”, a cui spettano,
dunque, gli onori dopo il vescovo di Roma. È evidente che la fortuna ecclesiastica di Costan­
tinopoli fu dovuta alla volontà politica degli imperatori ed essa fu una delle principali cau­
se che portarono alla rottura sancita dallo scisma del 1054 tra Chiesa latina e Chiesa greca
(già papa Damaso nel 382 sosteneva che è l’origine apostolica e non l’importanza politica che
giustifica il primato delle sedi vescovili). Il patriarcato di Gerusalemme, di cui non esistono
notizie antiche, fu l’ultimo dei cinque troni vescovili (la cosiddetta “pentarchia ecclesiastica”),
essendo stato costituito dopo il concilio di Calcedonia (451), quarto ecumenico, e deve il suo
prestigio al ruolo di città santa per la sua storia e per le reliquie che essa custodiva (la Vera
Croce, il Santo Sepolcro, i Luoghi Santi). Su tutta questa materia cfr. L. Bréhier, Les institu­
tions de l’Empire byzantin, Paris 19702, pp. 359-368. Va sottolineato che sarà proprio il se­
condo concilio di Nicea che sancirà l’idea di ecumenicità come accordo tra le cinque sedi
patriarcali.
14La chiesa di S. Sofia, in cui si svolsero le serre sessioni A A m n p lin (l’ottava ed ultima
si tenne nel palazzo imperiale della Magnaura, alla presenza degli imperatori Costantino vi e
Irene, che sottoscrissero gli atti) fu costruita al tempo di Giustiniano I (527-565); nel 1065,
a causa di un terremoto, subì notevoli danni. Come-la-più.nota chiesa omonima di Costan­
tinopoli, deve il suo titolo alla “Divina Saggezza T u beta Sophip) e non alla leggendaria mar­
tire Sofia. Su S. Sofia di Nicea si veda, da ultimo, C. Barsanti'Panorama artistico di Nicea, in
Il concilio niceno n (787) e il culto delle immagini, Messina 1994, pp. 77-107.
75 U comandante di un tema (circoscrizione provinciale nell’ordinamento che si afferma
dalla fine del secolo v i i e che dura fino al secolo x) era di norma indicato col titolo di stra­
tega e riuniva nelle proprie mani l'essenzialc dei poteri civili e militari. Al territorio del tema
Jell'Opsikion (Asia Minore nord-occidentale), il cui comandante aveva appunto il dtolo di
ivmest apparteneva Nicea.
'•Gli ostiarì (dal lat. osiiarius “portinaio”) erano eunuchi di rango molto elevato che
nelle cerimonie solenni e nei ricevimenti ufficiali avevano il compito di introdurre, secondo
Tordine di precedenza, i vari dignitari e funzionari di corte. Il logoteta (letteralmente: “colui
che impartisce gli ordini”) militare aveva il compito di reclutare e finanziare l’esercito.
” L'ordine dei partecipanti, verificabile anche sulla base delle firme apposte agli atti alla
fine della quarta e della settima sessione, prevedeva, ai primi posti, la seguente successione: i
legali della sede di Roma; il patriarca Tarasio; i rappresentanti dei patriarcati di Alessandria,
Antiochia e Gerusalemme. L’ordine dei vescovi fu stabilito nella prima sessione, in base alle
precedenze gerarchiche. All’inizio di ogni seduta veniva letto l’elenco dei partecipanti più im­
portanti (quelli testé ricordati, più i due rappresentanti degli imperatori); si faceva, poi, men­
zione del “santo sinodo” (l’insieme dei vescovi) e si ricordava la presenza del gruppo dei monaci.
Sulla presenza e sul ruolo dei monaci al concilio di Nicea si veda, da ultimo, M. F.
Auzépy, La place des moines à Nicée il, in Byzanticm 58 (1988), pp. 5-21. La loro presenza nel
luogo riservato tradizionalmente alla decisione episcopale è stata considerata da vari studiosi
cerne una grande novità, dovuta al ruolo di fieri oppositori svolto dai monaci contro l’icono­
clasmo. La Auzépy tende a ridemensionare tale novità, sottolineando tra l’altro che i mona­
ci furono già presenti al concilio iconoclasta di Hieria del 754. Essi, pur non disponendo del
diritto di voto (non facevano parte, infatti, dell’assemblea conciliare, come si nota chiaramen­
te dall'espressione del testo “presenti anche gli assai amati da Dio archimandriti...”, che se­
gue immediatamente le parole con cui si indica il “santo sinodo”), parteciparono in modo
attivo al dibattito, soprattutto in merito alla questione della riabilitazione dei vescovi icono­
clasti ricondotti nell’alveo dell’ortodossia, manifestando una posizione intransigente che fu,
tuttavia, superata attraverso l’opera di mediazione del patriarca Tarasio.
74 Secondo la tradizionale procedura conciliare, il posto d ’onore spettava ai Vangeli. I
rappresentanti dell’imperatore, il patrizio Petronas e il logoteta Giovanni, sedevano davanti
l'ambone, così come gli archimandriti (abati di monasteri da cui dipendono altri cenobi mi­
nori), gli egumeni e i monaci. Costoro non avevano diritto di voto. L’assemble conciliare (il
“santo sinodo”) si disponeva secondo un ordine gerarchico fissato definitavamente sin dalla
prima sessione. Presiedeva il patriarca Tarasio.
90II concilio niceno n si articolò in otto sessioni, le prime sette nella chiesa di S. Sofìa di
Nicea e l’ultima nel palazzo imperiale della Magnaura a Costantinopoli. Ad esso partcap a­
nno 365 vescovi. O ltre all’aspetto dottrinale, furono affrontati anche problemi di natura
disciplinare, soprattutto la questione relativa alla reintegrazione dei vescovi iconoclasti che
avessero fatto pubblica abiura. Per una dettagliata informazione sui lavori del concilio si veda
G. Dumeige, Nicée il, Paris 1978, pp. 99-150.
91Riecheggiamento di G b 32, 8b.
«Cfr. Is 40, 9.
s>Cfr. Sai 18, 5a.
**L a secreta svolgeva la funzione di segretario. Nell’ambito della burocrazia imperiale
ricopriva un’importante carica nella cancelleria.
* Cfr. Es 25, 17-22.
*N m 7, 88b-89.
* E z4 1 , 1.
" E z 41, 16b-20; sia le varie versioni ebraiche che quella dei LXX hanno in questo luogo
un dettato involuto e contorto.
* E b 9, l-5a.
*E s 25, 40.
“ Cfr Es20, 4-5.
12Gen 28, 18.
"G e n 32,23-29.
* 0 significato esatto è “Dio si mostriJorte”; lo scrittore sacro paretimologizza in “è stato
forte contro Dio”. \
"G e n 32, 31.
“ Lo skeuophylax è un sacrestano, ossia il custode dei sacri arredi e paramenti di una
chiesa (compresi i libri, per cui svolge anche le funzioni di bibliotecario), dotato di importanti
prerogative neU’ambito del cerimoniale liturgico e dell’amministrazione delle proprietà annes­
se ad un cau to di culto.
97PG 50.515.
98Si tratta, in realtà, di una Homilia de legislatore di Severiano di Gabala (il nostro fram­
mento in PG 56.407). Il medesimo frammento infra in MANSI 93C e 300D.
"S a i 72, 20b.
100Cfr. iv Regn (li Re) 19, 35.
101 II notario aveva il compito di redigere in forma ufficiale i documenti. La carica era
ricoperta anche da ecclesiastici e da monaci.
,(>2PG 46.572. La parte iniziale del frammento era già stata citata nella Syttodka ài A icia­
no i alla corte di Costantinopoli, e già in quella occasione (MANSI xn 1066B), come anche
in questo passaggio della discussione, il senso delle parole del Nisseno risultava, fuori dal suo
contesto, travisato: cfr. anche nota 44.
101 II gioco di parole si perde nella traduzione: gregoréo significa infatti “vegliare*, “vigi­
lare”, ed il nome “Gregorio” vale pressappoco “il vigilante”.
104II referendario ricopriva una delle più alte cariche nell’ambito della gerarchia ecclesia­
stica ed era il rappresentante ufficiale del patriarca presso l’imperatore.
105Cyr. Alex., Ep. XLI (PG 77.217-220).
106Gen 22, 1-6.
107Gen 22, 9b-10.
108II cubuclésio era il ciambellano del patriarca.
109Greg. Naz„ Carm. I 10, w . 793-807 (PG 37.737-738).
110Si trattava di una importante carica nell’ambito della gerarchia ecclesiastica.
111 PG 85.1793. Questo frammento è noto soltanto dai nostri Atti.
112 Cfr. Mt 9,20-22; Me 5,25-34; Le 8,43-48.
113PG 40.333-337. Ripresa parziale di questo frammento infra, MANSI xm 308A-309B.
114Seti. Medea.
115Scil. san Gregorio di Nazianzo.
H6Scil. Nisseno, cfr. supra.
117Rm 15, 4a.
118Cfr. nota 71.
119Giovanni il Battista.
120II medesimo canone si trova citato nella Synodica di Adriano I a Tarasio (MANSI m
1079AB), in MANSI XIII 93E, in questa stessa quarta sessione, ed infine aU’interno
Refutatio deìl'Horos di Hieria (220DE, 225E-228A).
121 Probabile allusione ad un passato da iconoclasta.
122La lettura pubblica del brano che segue avviene dietro proposta dei due Lg—< dd
papa, che avevano portato con sé il volume.
123PG 93.1597-1609.
1211Cfr. Es 25, 18-20.
123 Cfr. Ez 41, 17-20.
126Cfr. Es 20, 4.
127Cfr. in R egn(i Re) 6.
128Cfr. Gen 37, 31-35.
129Cfr. Eb 11, 21.
130Cfr. Gen 23, 10-13.
131 Gen 47, 7b.
132Cfr. Gen 33 ,1-3.
133Cfr. Dn 3, 1-30.
139 Sai 98, 5.
135Sai 98, 9.
136Is 66, 1.
137Sai 18, 2a.
138Cfr. Lv 26, 11-12.
139II soggiorno babilonese è narrato nel libro di Daniele; si allude forse qui alle vicende
di Dn 3.
140Cfr. Gen 2, 9.
141 Cfr. Gen 22, 13: è il cespuglio in cui si trova impigliato l’ariete che Àbramo sacrifica
al posto del figlio Isacco.
142Cfr. Es 14, 15-20.
143 Cfr. Es 15, 22-25: è l’episodio della sorgente di Mara.

IJ4
144 Cfr. Es 4, 1-17: episodio del serpente che ti trasforma, in mano a Mosè, in bastone
che opera prodigi.
10 Cfr. Es 17, 5-7: episodio di Massa e Meriba.
144Cfr. Nm 17, 16-26: episodio del bastone di Aronne miracolosamente ricoperto da Dio
di gemme e di fiorì.
147Sap 14, 7.
144Cfr. iv Regn (11 Re) 6 , 1-7.
149Cfr. iv Regn (n Re) 4, 18-37.
1.0Cfr. Gen 50, 1-10: i resti sono, in realtà, quelli, imbalsamati, di Giacobbe, di cui il
figlio Giuseppe cura la solenne sepoltura nella terra di Canaan; ritornato in Egitto dopo le
onoranze funebri, Giuseppe vi morirà e 11 sarà sepolto, in un sarcofago, dopo essere stato
anche lui imbalsamato. Sarà Mosè, poi, a trasferire nella Terra Promessa le sue spoglie (Es 13,
19).
1.1 Cfr. iv Regn (11 Re) 13,20-21.
1.2 Cfr, Gen 23, 1-20 .
'” Cfr. Gen 28, 18.
1.4 Cfr. Gen 31, 45-53.
Cfr. Gs 4, 4-9.
1,6Cfr. Es 25, 10-22 .
1,7 Cfr. ili Regn (1 Re) 6 , 1-36,
1,11Cfr. Ez 40.41.
1,9 Cfr. Es 16, 32-34.
m Cfr. Es 28, 36-38,
141 Cfr. Es28, 6-14; 39, 2-7.
,42Cfr. Es 26, 1-37.
147Cfr. Ger 2 , 26-27.
144Cfr. Dn 3.
147Cfr. Gen 23, 1-13.
'“ Cfr. Es 2, 16-22.
147PG 87.3.3388.
144Questo discorso i in realtà da attribuire a Severiano di Gabala: cfr. A. Wenger, Une
homélie inèdite de Sévérien de Gabala sur le lavement des pieds, in Revue des Études byian-
tines 25 (1967), pp. 219-234. Il nostro frammento corrisponde ai parr. 8-9 di codesta editto
princeps.
149Si tratta dei santi Cosma e Damiano, martiri del see. iti, oggetto di un larghissimo cul­
to per tutto il medioevo, in ragione della loro fama di santi medici “anargiri” (dal gr. anér-
gyros, “senza denaro”), cioè che praticavano la medicina senza chiedere compensi.
17" In realtà si tratta del terzo discorso contro gli Ariani; il nostro frammento in PG
26.332.
171 II capitolo è il diciottesimo e si trova in PG 32.149.
172PG 31.605-608.
1,1 PG 3.489. Il discorso è altresì attribuito a Giovanni Crisostomo.
1.4 Gregorio 11 a Germano 1, scrìtta presumibilmente in greco. J. Gouillard, Aux origines
de l'iconocusme. le témoignage de Grigoire II, in Travaux et Mémoires, 3 (Centre de recher­
che d'hiitoire et de civilisation byzantines), Paris 1968, pp. 243-307, spec. p. 251, ritiene, a
buon diritto, che l’autore della lettera sia lo stesso patriarca Germano, dal momento che essa
non è altro che una sorta di esemplare rifuso della lettera dello stesso Germano a Tomma­
so, vescovo di Claudiopoli (in MANSI xiii 107-128). In effetti, tolto il titolo della lettera, che
però non ì originale, e la sua sottoscrizione, che può essere posticcia, nulla nel testo consente
di individuare con certezza né il mittente né il destinatario della missiva. La traduzione di
Anastasio Bibliotecario, come di consueto, pone più problemi di quanti ne risolve.
177Per quanto riguarda la problematica identificazione di questo personaggio cfr. Gouil­
lard, cit., p. 252,.
nkScil Lucifero.
177Cfr. Es 15, 9.
174Cfr. Sai 31,7.
1 Regn (1 Sam) 2, 4 .
'■'Sap 3, 20b.
Frammento già citato supra (col. 9A) e anche qui erroneamente attribuito al Crisosto-
mo; si tratta, invece, di una bomilia de legislatore di Severiano di Gabala. Il medesimo fram­
mento infra, col. 300D.
182Sai 72, 20b.
181Tutto il capoverso, pure così tradotto, risulta oscuro, sì da rendere il testo sospetto di
corruttela.
'« Si raccontava (Eusebio di Cesarea Hist.Eccl. vi i 18) che l’emorroissa di Mt 9, 20-22,
Me 5, 25-34, Le 8, 43-48 fosse originaria di Paneade, nome che i Fenici davano alla città di
Cesarea di Filippo; e che, in ringraziamento della guarigione ricevuta, la donna avesse fatto
costruire una statua che la rappresentava nell’atto di ricevere il miracolo, ai piedi della quale
cresceva uno strano arbusto prodigioso.
185Ancora una volta il can. 82 del concilio Quinisesto (già in MANSI xn 1079AC e Xlll
40E-41A, e poi xm 220DE e 225E-228A).
186Scil. Simeone; cfr. Le 2, 22-35.
187Cfr. Ez 8, 1-18.
188Rm 1, 25b.
189Cfr. Ez 23, 1-4.
190Cfr. Dn 14, 1-27.
191Cfr. Eb 9, 5b.
192Si tratta di un'operetta di autore anonimo per noi perduta nella sua interezza e di cui
conosciamo, grazie ai nostri Atti, soltanto questo frammento.
197Cfr. Es 25, 18-20.
19,1Cfr. Num 21, 6-9.
195Atti apocrifi di Giovanni apostolo, ed. Lipsius-Bonnet, pp. 116-117, capp. 27-28. La
traduzione è quella di M. Erbetta, Gli apocrifi del Nuovo Testamento, il, Marietti, Casale
Monferrato 1966, pp. 42-43, con qualche modifica.
196Che da Giovanni apostolo aveva avuto salvata la moglie Cleopatra, data già per morta;
il ritratto è, dunque, quello di Giovanni.
197Riferimento ad un frammento degli stessi A tti apocrifi di Giovanni apostolo non com­
preso nella nostra traduzione perché non pertinente alla polemica iconologica e citato nel
corso di questa sessione soltanto per rimarcare l’inaccettabilità dell’intero racconto. Ai padri
di Nicea preme cassare gli Atti di Giovanni perché, come si vede nell’intervento che segue
di Costantino di Costanzia di Cipro, se ne erano serviti per i propri scopi i vescovi eretici del
concilio di Hieria del 754.
198Epiteto ingiurioso affibbiato dai monofisiti seguaci di Severo di Antiochia a quelli
seguaci di Giuliano di Alicarnasso, poiché questi ultimi consideravano il corpo di Cristo in­
corruttibile sin dal primo momento dell’Incarnazione (ed erano anche chiamati aftartodoce-
ti). Di rimando, poi, costoro etichettarono gli avversari con l’appellativo di ftartolatri. Entram­
bi questi gruppi si fronteggiavano nel primo trentennio del vi secolo.
199Mt II, 19.
200Gv 4, 4-6.
201Come si ricorderà, Eusebio di Cesarea (265-340) era stato uno dei più convinti soste­
nitori di Ario e della sua dottrina.
202Sulle funzioni dello skeuopbylax cfr. nota 96.
207Frammenti noti soltanto dai nostri Atti.
208Si tratta di Filosseno di Mabbug (Ierapoli), detto anche Xenaiade, su cui cfr. nota 520.
208Frammenti noti soltanto grazie alla citazione in questi nostri Atti.
206Gv 4, 24.
207Mt 3, 16; Me 1, 10; Le 3, 22.
208Concilio di Costantinopoli del 536, che depose il patriarca monofìsita Antimo e con­
dannò Severo patriarca di Antiochia dal 512 al 518 (cfr. nota 317).
209Acefali vennero detti i monaci monofositi di Alessandria, che si ribellarono al patriarca
Pietro Mongo, poiché quest’ultimo aveva accettato l'Henotikon (“Atto d’unione”), documen­
to con cui, nel 482, l’imperatore Zenone (476-491) in collaborazione con il patriarca di Co­
stantinopoli Acacio (472-488), aveva tentato un compromesso con i monofisiti delle chiese
orientali, Pietro Mongo, colpito dalla reazione dei monaci, respinse in un secondo momen­
to l’Atto, ma essi mantennero il loro atteggiamento di rottura (da qui l’appellativo di acefa­
li, ovvero “senza capo”).
210Anastasio I imperatore monofìsita (491-518), fautore di Severo.
211 Sul referendario cfr. nota 104.

Ij6
212 Frammento noto soltanto da questi nostri Atti.
211II cbartophylax era il responsabile di una cancelleria ecclesiastica.
214Cfr. nota 84.
233 PG 88.496-497, 500.
216L’uomo, cioè, creato dal fango e segnato dal peccato originale.
212XpitmavoKcmryopoi: è l’appellativo che il nostro concilio attribuisce agli avversari del­
le icone.
218Rm 1,25.
21*Cfr. 1 Pt 2, 9.
220Gal 3, 25-
221Gv 1, 9.
222Sai 118, 130.
2211 Cor 9, 12.
224Cfr. Nm 25, 1-15. Pincas, per ordine divino, con un colpo di lancia aveva trafino ed
ucciso un Israelita ed una donna di Madian colpevoli di servire Baal-Peor; immediatamente
era così cessato il flagello che colpiva Israele a causa della sua idolatria, cui era stato spinto
dalle donne di Madian.
225Ef 6, 17.
226Cfr. Mt 7, 23.
227Cfr. Ger 14, 14.
228Ger 14, 16.
229Cfr. Pr 6, 2.
250Sai 49, 21b.
231Gregorio è uno dei diciassene vescovi che avevano preso parte al concilio iconoclasta
di Hieria-Blacheme ed erano poi stati ammessi ai lavori del nostro concilio niceno in seguito
ad una abiura pubblica dei loro trascorsi eterodossi; a Gregorio, in particolare, si riconosceva
a Nicea la statura di leader del movimento iconoclasta e di protagonista fra i principali del
concilio del 754. Nella sesta sessione a lui è affidato l’incarico di leggere per esteso l'Horos
di quel concilio, probabilmente con il duplice intento di garantirne formalmente l’autenticità
di fronte all’assemblea nicena e di ottenere da Gregorio un segno inequivoco della recupe­
rata appartenenza allo schieramento iconofilo.
232Seti, interpolato illecitamente nella lista dei concili ecumenici come settimo, inteso
ecumenico fuori dal diritto.
233Cfr. Ez 22, 26.
234 Concili locali e lettere encicliche dei patriarchi di Roma, Antiochia, Alessandria e
Gerusalemme espressero una ferma avversione all’atteggiamento iconoclasta dell’ambiente
imperiale ed alle tesi contenute nell’Horoi di Hieria-Blacheme.
235Cfr. Mt 5, 15.
236Cfr. Sai 18, 5.
237Cfr. Is 14, 13.
238Costantino V Copronimo (741-775) e Leone IV Kazaro (775-780), formalmente inco­
ronato co-imperatore già nel 751, all’età di un anno.
239Gv 1, 17.
240Prov 8, 7.
241Col 4, 6.
242Cfr. Gv 18, 12-27.
243All’inizio del preambolo teologico che i Padri del 754 premettono al loro Horos, se­
condo l'autore della Refutatio si trova una citazione di Dionigi Aeropagita. Tra le opere del
Corpus Diortysianum che noi conosciamo, però, non è possibile rinvenire il luogo esatto che
qui VHoros citerebbe.
244La terminologia qui adoperata sottende l’immagine di una realtà creata dotata di un
equilibrio fra due opposte tendenze, al modo di una bilancia.
245Sul cubudesio cfr. nota 108.
246Mt 7, 23.
247Cfr. Rm 1, 15.
248Ab 2, 15.
249Cfr. Sai 49, 16-18.
230 Gn 1, 26.
2,1 Sai 54, 22b.

157
"M li U h H i
i IV ’I, rU
/,! IV 2
" u ;b Sul I H U
"'‘ Sill MV IH
"'N n i 7 3 , l’jii
""Hill II, 79
Nei ondo il 11 mi| il il 11 i il "atessandrinu" In nascita di Cristo ebbe luogo nell’anno
33(l| ilallil creazione tifi llliilliln
Jl‘" <ìi il li 11li 1 1 iimiiiiiiliiii|iiiliMiiii ili ilei 6H0-6N1, convocato per risolvere la crisi monoener-
glla i- mulini clini, dello lim ile tu l'rttlh, dalla sala a cupola (trullos) del palazzo imperiale in
m i al Icnnein If sedute
,nl ( ii mi u n i Un i iv iriòN 0 N 3 ).
iliialliiliiun li I6N3 693 e m VII),
i iniiiillii leniilnsi a l iiislaiilliii)|uili nel 691-692, anch'esso in Trullo, detto quinisextum
privili? destinalo ad Inicgiarp uhi noni ir disciplinali 1 decreti dei concili ecumenici v e vi. A
palle rinesailozza del dillo rrnnulnglco, bisognerà ricordare che i vescovi che vi parteciparo­
no buono addii Illuni piu numerosi che al precedente concilio del 680-681; il papa Sergio,
pciii, a concilio bullo ili uso l'oneralo ilei suoi tre rappresentanti e si rifiutò di accogliere e
sottoscrivere gli ani, poli he, ira l'alno, nel canone 36 il primato petrino era messo fortemente
In discussione dalla siatul/iune ili pari autorità dei patriarchi di Roma e Costantinopoli.
,<vl ( iiovaunl II haillsia,
Il meilfslino min me è dialo piu volte; efr, MANSI xu 1079AB (Synodica di Adriano
l a Taraslo), Mil «IlII', «| IA e 93|\ (vinaria sessione), qui (220DE) e, frammentariamente, più in
giù orila medesima sesia sessione (223E-228A).
d ila n i 2, N,
MSai «17, 9,
» i ; i r . Sal II, 1,
* 'M l 16, INb,
"" t Illazione "nascosi a" ili Cìregoriu Nlsseno (Orazione funebre per il fratello Basilio in
W i «16 /9611),
Seti l'e b ra ic o ili G eru salem m e,
>!l IV Kcgn (Il He) IN,26, Kapsache era gran coppiere ed ambasciatore del re di Assiria
Sennàchciib al leiupl In col gli eserciti assiri occuparono la Palestina e deportarono gli abi­
tami (701 a, Cd, durame il regno di Ezechia su Israele (716-687 a. C.); giunto a Gerusa­
lemme con mi ultimatum, si mise a parlare in ebraico, e non in aramaico, lingua delle rela-
slonl internazionali, per sobillare i sudditi di Ezechia all'ammutinamento.
-*■**Mi 7, Itm
>N Mi 23, 2/,
Alio (26(1 3 36), prete ili Alessandria, sostenne che il Cristo è di diversa natura rispetto
al Padre e che gli 6 Inlninre, essendo una sua creatura da Lui adottata come Figlio. Contro
la sua violi ritta, vite III ( binile aveva riscosso ampi consensi, l’imperatore Costantino convocò
a Nlcca mi condilo uri 323, che In il primo ecumenico. Ario e la sua dottrina furono con­
dannati e In chiarito II l'apporto ili generazione e di consustanzialità che lega il Padre al Fi­
glio. I.a controversia, pero, potò dirsi sedata sul piano dottrinale soltanto con il concilio di
Costantinopoli del INI, che definì la dottrina di un'unica sostanza divina in tre ipostasi o
persone; e dal momento che le conversioni di numerosi popoli barbari al cristianesimo era­
no avvenute ad opera ili evangelizzatori ariani, fu necessario attendere il vii secolo per un più
generale lisiablllmento della dottrina niceno-costantìnopolitana.
;,l‘ Aezlo In ira II 111 ed II 363 rappresentante di rilievo dell’anomeismo, forma di aria­
nesimo radicale che alleluiava l'assoluta dissomiglianza del Figlio-creatura dal Padre, unico
trascendente.
)u Segretario e discepolo di Aezlo, fu anche lui sostenitore dell’anomeismo radicale di
Aezlo,
m Vescovo di 3 ìerinanlda di Siria, e poi persino di Antiochia e di Costantinopoli, pas­
sò dall'anomeismo radicale a posizioni dottrinali più moderate, rimanendo comunque nell’al­
veo vlell'arlauesimo, Morì nel 370,
""Gli-, ill «egli (I He) 17 19,
IH i N6.796AI),

158
( 'luminili appunto offensivamente “Ariomaniti” (àpetopavirai, “presi dal furore di
A no"), ininr in nmiio era detto àpFtpavf|<; colui che fosse riconosciuto preda del furore di
Airs, tlio della guerra e della furia omicida.
Prete e poi vescovo di Costantinopoli, aderì ad una dottrina (quella degli Omeusiam)
,immillimi di compromesso tra il credo niceno del 325 (consustanzialità del Figlio rispetto al
padre) c In dottrina ariana più radicale che riteneva di natura diversa il Padre ed il Figlio; gli
( liiiciisiiini, così, ritenevano che Padre e Figlio fossero simili quanto alla sostanza. Dopo il
K>0, Macedonian! o Scmiariani vennero detti coloro che, sulla scorta di alcune affermazioni
di Macedonio, non riconoscevano la divinità dello Spirito Santo.
-s,Clt. Is 1.22.
Clr. \upra 220DE; si tratta, ancora una volta, di un frammento del can. 82 del concilio
Chimismo.
Sul. 63, 4b-5a.
F.b 8. lib .
•'"'Cfr. Eb 7, 11-19.
•,B*Sul U, 4.
•'H'’Sul 9, 7a.
'“"Is 53 ,12.
Pr 9, 18.

’'v Cant 4, 7.

M" Is 49, 16.
•"MEf 4, 15.
Ef 5, 27.
!%Cfr. Mal 2, 7.
2“; Ez 22, 26.
™ At 20, 28.
211,1 Gv 4, 24.
lroGv 7, 18.
"" Es 1,7.
102Sai 103, I5a.
"" Teodosio i, imperatore romano d’Oriente, regnò tra il 379 e il 395.
1114Si allude qui al concilio di Nicea, primo ecumenico, del 325, che condannò e depo­
se Ario; ed al concilio di Costantinopoli del 381, ecumenico secondo, che condannò i cosid­
detti Macedonian!, negatori della vera divinità dello Spirito Santo; cfr. nota 275.
J,‘’ Teodosio u (401-450) convocò nel 431 il concilio di Efeso, terzo ecumenico, su richie­
sta di Nestorio, allora patriarca di Costantinopoli.
Nato a Germaniceia di Siria intorno al 381 e morto in esilio nella Grande Oasi del
deserto egiziano dopo il 451, Nestorio, che si era formato in ambiente antiocheno probabil­
mente alla scuola di Teodoro di Mopsuestia, fu patriarca di Costantinopoli dal 428 al 431.
Venne deposto dagli avversari, capeggiati da Cirillo di Alessandria, nel corso dei lavori del
concilio di Efeso, anche se pochi giorni dopo i suoi fautori deposero a loro volta Cirillo dal
seggio patriarcale di Alessandria; sicché è possibile dire che in quel concilio si affrontarono
due cristologie diffìcilmente riducibili luna all’altra, quella antiochena, che distingueva con
grande precisione in Cristo l’elemento umano e quello divino, e quella alessandrina, forte­
mente interessata a rimarcare la subordinazione, nella figura del Cristo, delle qualità umane
a quelle divine, in un’assoluta unità di natura umano-divina. Nestorio fu così accusato di
dividere Cristo, di affermare due Cristi e due Figli, l’uomo e il Dio.
207Synchytikòi, che confondono e mescolano le due nature in Cristo; cfr. nn. 309 e 310.
,0BMarciano, imperatore d’Oriente dal 450 al 457, convocò nel 451 il concilio di Calce-
donia, ecumenico quarto, contro il monoftsismo di Eutiche e Dioscoro.
,09Dioscoro fu patriarca di Alessandria dal 444, anno della morte di Grillo, al 451, quan­
do il concilio di Calcedonia lo depose. Morì nel 454.
Gioco di parole non riproducibile in italiano. “Eutiche* vale in greco fortunato. Nato
all’incirca nel 378 e morto dopo il 454, fu archimandrita di un grande monastero costantino­
politano. Fautore di Cirillo di Alessandria ed acerrimo antinestoriano, si scagliò anche, pei
imprudenza e scarsa cultura, contro gli assertori delle due nature - divina ed umana, ben
distinte - in Cristo. Ne pagò lo scotto con la condanna a Calcedonia e l’esilio, una volta
scomparsi dalla scena i suoi protettori negli ambienti di corte.
Ml Si fa riferimento qui al quinto concilio ecumenico, tenuto a Costantinopoli nel 533,

i?9
che trattò le questioni dell’origenismo e dei cosiddetti “Tre Capitoli” (cfr. nota 315). Giusti­
niano regnò dal 527 al 565.
312Origene (185-253/54) è il primo scrittore ecclesiastico sulla cui vita si hanno notizie
precise grazie alla Historia Ecclesiastica di Eusebio, che lo designa con l’appellativo di Ada-
mantios (“uomo d'acciaio”). Molte sue proposizioni (tra le più note quelle sulla cosiddetta
apocatastasi dell’universo e sulla reincarnazione delle anime), influenzate dal platonismo,
furono condannate successivamente alla sua morte, prima da un editto di Giustiniano i del
543, poi dal quinto concilio ecumenico di Costantinopoli del 553. Di conseguenza la maggior
parte delle sue opere è andata perduta.
313Evagrio Pontico (346-399), ordinato diacono da Gregorio di Nazianzo, nel 382 lasciò
Costantinopoli e si trasferì tra i monaci del deserto egiziano. Seguace di Origene, fu anch’egli
condannato dal concilio del 553. Tuttavia, come dimostrato anche da studi recenti, il suo
pensiero ebbe notevole influenza sulla mistica sia orientale che occidentale.
3'J Didimo il Cieco (morto intorno al 398), alessandrino, fu a lungo il capo riconosciuto
della scuola catechetica della sua città. Insieme ad Evagrio ed Origene, di cui accolse la dot­
trina sulla preesistenza delle anime e dell’apocatastasi, fu colpito da anatema nel corso del
concilio costantinopolitano del 553.
315Vescovo di Mopsuestia in Cilicia, nativo di Antiochia, morì nel 428. Esegeta della
Bibbia, fu considerato ortodosso in vita e solo dopo la mone fu associato alla dottrina di
Nestorio, subendo di conseguenza la condanna del quinto concilio ecumenico, insieme agli
scritti anticirilliani di Teodoreto di Ciro e alla Lettera di Iba a Mari il Persiano (i cosiddetti
“Tre Capitoli”). Ciò componò la scomparsa di quasi tutte le sue opere nella lingua originaria
(greco). Rimangono, invece, traduzioni in siriaco, in base alle quali studiosi recenti hanno
dimostrato che la sua dottrina cristologica era onodossa e che al concilio costantinopolitano
del 553 furono utilizzati testi interpolati.
316Come il suo allievo Teodoro di Mopsuestia, Diodoro di Tarso (città di cui divenne
vescovo nel 378) fu associato dopo la morte, anteriore al 394, al nestorianesimo, di cui ad­
dirittura fu considerato il “padre”, subendo di conseguenza l’anatema.
317Patriarca di Antiochia dal 512 al 518, fu deposto dall’imperatore Giustino I in quanto
monofìsita. Morì ad Alessandria nel 538. Combattè la formula calcedoniana delle due nature
di Cristo, ritendola nestoriana, ma anche le tendenze estreme del monofìsismo (aftartodoced,
coloro che sostenevano l’incorruttibilità del corpo di Cristo). Fu condannato dal concilio di
Costantinopoli del 536. È venerato dalla chiesa copta come santo e martire.
318Vescovo di Apamea, fu deposto nel 518 a causa del suo monofìsismo. Nel 535 accom­
pagnò Severo a Costantinopoli, insieme al quale, l’anno dopo, subì la condanna da parte del
sinodo che fu presieduto nella capitale dal patriarca Mena.
319Monaco monofìsita. Anch’egli fu condannato dal concilio di Costantinopoli del 536.
320La Lettera cristologica del vescovo di Edessa Iba, indirizzata al vescovo persiano Mari,
insieme alle opere di Teodoro di Mopsuestia e agli scritti anticirilliani di Teodoreto di Ciro,
costituisce uno dei cosiddetti “Tre Capitoli”, che subirono la definitiva condanna al quinto
concilio ecumenico del 553.
321Ci si riferisce al terzo concilio di Costantinopoli (680/81), sesto ecumenico, convocato
dall’imperatore Costantino iv (668-685) per procedere alla definitiva condanna del monote-
lismo, formula con cui si tentava una conciliazione con i monofìsiti, attraverso la dottrina
dell’unica volontà (thélesis) nelle due nature del Cristo.
322Fu uno dei sostenitori del tentativo del patriarca di Costantinopoli Sergio di trovare
una conciliazione con i monofìsiti delle chiese orientali, attraverso il monoenergismo, dottrina
che sosteneva la presenza di una sola azione (enérgeia) nelle due nature del Cristo.
323Ciro di Fasi, patriarca di Alessandria, convocò un sinodo della Chiesa copta nd 633, che
accolse il monoenergismo. Accettò in seguito anche YÉkthesis, l’editto monotelita promulgato
nel 638 dall’imperatore Eraclio (610-641) dietro ispirazione del patriarca Sergio (cfr. n. 326).
324Papa dal 625 al 638, nonostante fosse stato difeso da Martino I, il papa che convocò
il sinodo lateranense del 649 che condannò il monotelismo, e da Massimo Confessore, cam­
pione dell’ortodossia antimonotelita ed ispiratore di quel sinodo, subì la condanna del con
Òlio del 680-81 come monotelita, senza che i rappresentanti occidentali reagissero. La sua
^ÉModossia appare oggi certa.
| K i 523Patriarca di Costantinopoli dal 610 al 638, fu l’ispiratore sia del monoenergismo che
monotelismo.
H I 326Patriarca di Costantinopoli dal 641 al 653, cercò di mitigare le pocizioai maaotdite

160
che iruttò le questioni deU 'ongenum o e dei cosiddetti “T re Capitoli* (cfr. nota 31?), Giusti
tò m o regnò dal 527 al 969.
,u O ngene (185-293/54) è il prim o scrittore ecclesiastico sulla cui vita si hanno notule
precisa grazie alla H ittoria Ecclesiastica di E usebio, ch e lo designa con l’appellativo di Ada
m d r ttm ("uom o d 'acciaio ”). M olte sue proposizioni (tra le p iù n o te quelle sulla cosiddetta
s p o s s a ta s i d ell'universo e sulla reincarnazione delle anim e), influenzate dal platonismo,
fu r o r » condannate successivam ente alla tu a m orte, p rim a d a u n ed itto di G iustiniano i del
543, poi dal quinto concilio ecum enico di C ostantinopoli del 553. D i conseguenza la maggior
parte delle sue op ere è andata p erd u ta.
' MEvagrio F on fico (346-399), ordinato diacono d a G reg o rio d i N azianzo, nel 382 lasciò
Costantinopoli e ai trasferì tra i m onaci del deserto egiziano. Seguace di O rigene, fu anch’egli
condann ato d al concilio del 553. T uttavia, co m e d im o strato an ch e d a stu d i recenti, il suo
pensiero e b b e notevole influenza sulla m istica sia o rien tale ch e occidentale.
D idim o il Cieco (m orto in to rn o al 398), alessandrino, fu a lu n g o il capo riconosciuto
della scuota catechetica della sua città. Insiem e ad E vagrio e d O rigene, di cui accolse la dot­
trina sulla preesistenza delle anim e e d ell’apocatastasi, fu co lp ito d a anatem a nel corso del
concilio costantinopolitano del 553.
m Vescovo di M opsuestia in Cilicia, nativo di A n tio ch ia, m o rì n e l 428. E segeta della
B ibbia, fu co n sid erato o rto d o sso in vita e solo d o p o la m o rte fu associato alla dottrina di
N o to rio , su b en d o d i conseguenza la co n d an n a del q u in to concilio ecum enico, insiem e agli
scritti anticirilliani di T eo d o reto di C iro e alla L e tte r a d i Ib a a M a ri i l P ersian o (i cosiddetti
"T re Capitoli"), C iò com portò la scom parsa d i quasi tu tte le sue o p e re nella lingua originaria
(greco), Rim angono, invece, traduzioni in siriaco, in b ase alle q u ali studiosi recenti hanno
dim ostrato c h e la sua do ttrin a cristologica era orto d o ssa e ch e al concilio costantinopolitano
del 959 fu ro n o utilizzati testi interpolati.
C o m e U su o allievo T eo d o ro di M opsuestia, D io d o ro d i T a rso (città di cui divenne
vescovo nel 378) fu associato d o p o la m orte, an terio re al 394, al nestorianesim o, di cui ad­
d irittu ra fu considerato il “p a d re ”, su b e n d o di conseguenza l’anatem a.
w Patriarca di A ntiochia dal 512 al 518, fu d ep o sto dall’im p erato re G iustino i in quanto
monofisita, M orì ad Alessandria nel 538. C o m b attè la form ula calcedoniana delle due nature
di Cristo, ritendola oestoriane, m a anche le tendenze estrem e del m onofìsism o (aftartodoceti,
coloro epe sostenevano l’incorruttibilità del co rp o di C risto). F u c o n d an n ato dal concilio di
f loftsntinopoli del 536, È venerato dalla chiesa co p ta com e san to e m artire.
Vescovo di Apamea, fu depoato nel 518 a causa del suo m onofìsism o. N el 535 accom­
pagnò bavero a C ostantinopoli, Inaieme al quale, l’an n o d o p o , subì la c ondanna da parte del
sinodo che fu p resieduto nella capitale dal p atriarca M ena.
m M onaco m onofisita, A nch'egli fu co n d an n ato dal concilio di C o stantinopoli del 536.
f s Latterà c m to lo fjc a del veacovo di Edessa Iba, indirizzata al vescovo persiano Mari,
insiem e alle o p ere di T eo d o ro d i M opsuestia e agli scritti anticirilliani di T e o d o reto di Ciro,
costituisce u n o dei co siddetti "T re C ap ito li”, ch e su b iro n o la definitiva cond an n a al quinto
concilio ecum enico del 553.
Ui Ci si riferisce al terzo concilio d i C oatantinopoli (680/81), sesto ecum enico, convocato
dall'im perato re C ostantino iv (668*685) p e r p ro c e d e re alla definitiva co n d an n a del monote-
listno, fo rm u la co n cui si tentava u na conciliazione con i m o n o fisiti, attraverso la dottrina
dell'unica volontà ith éle sit) nelle d u e natu re del C risto.
u ì h i u n o dei sostenitori d el tentativo del p atriarca d i C o stan tin o p o li Sergio di trovare
una u m i l i a 1/,ione con i monofisiti delie chiese orientali, attraverso il m onoenergism o, dottrina
che sosteneva la presenza d i u na sola azione (en érgeta) nelle d u e n a tu re del Cristo.
m C iro di Fasi, patriarca d i Alessandria, convocò u n sin o d o della Chiesa copta nel 633, che
ut tolse ij m nnnenergism o, A ccettò in aeguito an che l'É kth esis, l’e d itto m onotelita promulgato
nel 638 dall'im peratore Eraclio (610*641) d ietro ispirazione del p atriarca Sergio (cfr. n. 326).
Falla dal 625 al 638, n o n o sta n te fo ste sta to difeso d a M a rtin o i, il p a p a che convocò
il sinodo l a i m r m t w del 649 che co n d an n ò il m on o telism o , e d a M assim o C onfessore, cam ­
pione dell'o rto d o ssit antim onotelits e d isp irato re di qu el sin o d o , su b ì la c ondanna del con
trillo del 680-8 i com a m onotelita, senza ch e i ra p p re se n ta n ti o ccid en tali reagissero. La sua
ortodossi* ap p are oggi certa.
Mainate* di C ostantinopoli dal 610 al 638, fu l’isp irato re sia del m onoenergism o che
del inoootelisnu),
Maltiere* di C ostantinopoli d al 641 al 653, cercò d i m itig are le posizioni monotelire
A f h f w n f f Costante n (641-668). A lui si deve il T yp o s, editto firmato dallo stesso impe­
larne o d 648, con cui si annullava Y É k th esis e si proibiva qualunque discussione sulla volon­
tà (U Cristo. Tale politica moderata non gli evitò l’anatema del sesto concilio ecumenico.
40 Patriarca moootelita d i Costantinopoli dal 638 al 641 e poi per breve tempo nel 654.
Da awpBtr egumeno aveva collabo rato col patriarca Sergio nell’elaborazione deSYÉkthesis.
** Anch'egli coinvolto nella controversia monotelita, fu patriarca di Costantinopoli dal
654 ri 666.
**Stri, a Costantinopoli.
,w Patriarca di Antiochia, partecipò al sesto concilio ecum enico di Costantinopoli del
680/81, di cui non accettò la condanna del monotelismo; venne, pertanto, destituito e ana-
inw ntfo.
Monaco discepolo di Macario di Antiochia, partecipò anch’egli al sesto concilio ecu-
« r in > e come il suo maestro subì l’anatema.
« C fr E f 3 , 10.
B*Cfr. n Regn (n Sam) 15-17.
,MC6r. m Regn (i Re) 17-19.
,n Pr 1 4 ,1 2 c 16, 25.
« C fr . Is 8 .1 9 .
ffiG v 1, 14.
**Gv 1 .1 8 .
Deviando, cioè, dal retto cammino dell’ortodossia.
’• C t J 4 ,6 a .
Gb 6, 6 (lxx).
M Cbe, cioè, confondono le nature.
*®Ger 12, 10.
>**Gneg. Naz. Or. XXXS u l F ig lio , P G 36.113B; la medesima citazione in fra , 257C e 341B.
18 Letteralmente p i t t o r e d i sc io c c h e zz e , ca ric a tu rista ; è qui irriproducibile un gioco di
parole del tipo tr a d u tto r e /tr a d ito r e , tra “disegnatore” (sk ia g ra p h o s ) e “caricaturista" {sk a io -

**Ch . Rm 10, 9.
“ 'V a ricordato ch e l’unica immagine lecita nella dottrina iconoclasta era quella della
croce, e d ie suDe miniature dei co d ia l’intransigenza era stata ben diversa che su altri tipi di

"""‘• G b 38. 36 (lxx).


*"Es 31, 1-6 (LXX).
**Gfr. Grog. Naz., O ra z. f u n e b r e in o n o r e d i B a silio d i C esarea , Or. XLin, P G 36.55 3B.
« •O r. Is 30, 1.
« E f 5. 27
« C & . R m 10, 10.
**•1*6, 10; Mt 13, 15.
m Cir. nota 209.
“ B a s i Caes., S u llo S p ir ito S a n to 29, P G 32.204D-205A.
w G v l , 18.
**Nm 24, 9b.
* O fr . Greg. N az., S e c o n d a e p is to la a C le d o n io , E p ist. cii, PG 37. i9 6 0 .
**Da tbeós e péscho (“soffrire"). Teopaschiti furono chiamati i monaci sciti che tra il 519
e i 520 tentarono di (sa approvare dal papa Ormisda (514-523) la formula U ttu s e x T rim ta te
p m r est, con quale si intendeva sottolineare la natura divina del Cristo («Colui che ha sof­
i a » per noi è veramente una delle persone della Trinità»), per evitare interpretazioni nesto-
tkueggunri della passione. H papa, però, respinse la formula giudicandola monofistta. Qui
leprino di teopaschita è invece riferito ai seguaci di Ario; si dice che non ammettono l'icona
p a d * essa trova la sua giustificazione nella realtà dell’Incarnazione, con le due nature, la
é mina e k umana, unite nell’unica ipostasi del Cristo. Se si nega la natura umana, attribuendo
k panimi: aBa so k natura divina, viene meno il presupposto teologico per la legittimità della
tappacscacarione figurata del Cristo.
* G » 11. 7.
» G » l i , 15.
•“ Non è nato possibile rintracciare n elk G erarch ia C e le s te (PG 3.120-369) il founr
344Gv 1, 14.
•"Is 5, 21.
344Rm 1, 28.
347Si tratta, infatti, dell'eresia teopaschita (cfr. nota 360).
344Cfr. Mt 26, 26.
348Cfr. Mt 26, 27-28.
370Pr 6 , 2 (ucx).
3711 Cor 3,12-13.
• 171Cfr. Gv 6 , 53b.
171Gv 6 , 56.
374Mt 26, 26-28.
”U Cor 11 ,23-26.
376Gioco di parole istituito fra il nome proprio e l'attributo del personaggio; il nome vale
propriamente “saldo”, “ben fermo”.
377Pr 9,5.
37®Eustath. Antioch. In Proverbia IX 5 (PG 18,684-683).
m Seti di Basilio.
3.0 Mt 9, 20-22; Me 5, 25-34.
3.1 Cfr. Eusebio di Cesarea, H ist . Eccl. vii 18 (ed. Schwartz); al medesimo episodio si f»
riferimento supra (MANSI xm 13E, 93D, 125DE),
382Le 1, 26-28.
,u Cfr. Mt 18, 6 ; Me 9, 42; Le 17,1-2.
384 Sai 26, 12.
3,5 Sai 18, 5.
3.4Bas. Caes. Contra Sabeilianos, PG 31.600B.
387Greg. Naz. In tbeopbaniam stve in N ativitatem Salvatoris, Orat. XXXVin, PG 36.32013
«"Cfr. Gen 8,21.
w»u Parai 7, 4.
3.0 Dt 32, 17.
3,11 Cor 10, 19-20.
3.2 Cfr. Gv 14,27.
3.3 Gv 4, 24.
394Basii. Caes., In xl sanctos M a rtym , otnil. XIX, PG 31J08C-509A.
3.5 Cfr. Le 1, 35.
3.4 Cfr. Fil 3, 21.
m Eb 11, 38.
m Cfr. Me 1, 24.
399Cfr. Mt 10, 16.
400Cfr. Fil 1. 23.
441Gv 4,24.
402Gv 4, 24.
403Gv 1, 18.
443Gv 5, 37.
405Cfr. Gv 20, 29.
«“ C f r ^ P tl, 16.
447Pr 8 , 22.
444Gv 3, 13.
409Cfr. 1 Cor 15,47.
4.4 Cfr. Gv 3, 13.
4.1 Cfr. Mt 24. 2;Gv8, 31
4,2Cfr. Mt 23. 13.
413 Mt 5, 2.
4.4 Gv 1,14.
4.3 Gv 4, 24.
4.4 Dt 5, 8 .
417Cfr. Dt4, 12.
4uRm 1, 18.
4.4 Rm 10, 3.
410Pr 6, 2 (lxx).

1Ó2
«i Dt 5, 8-9.
«E s 25, 17-21.
«» 1 Gv 2, 2.
424Cfr. Dt 6 , 13.
425Rm 1,23.25.
« 2 Cor 5, 16.
« 2 Cor 5, 7.
««Cfr. Rm 10, 17.
«’Cfr. Rm 1, 23.
4.0 Rm 1,25.
4.1 Cfr. Rm 1, 21.
4.2 Gl 4, 17.
433Sal 88, 34-35.
4,4 Cfr. Rm 1,28.
433Is 10, 1.
434 1 Cor 4, 7.
4372 Cor 5, 16b.
4382 Cor 5, 7.
439Giov. Crisost., Omelie sulla seconda lettera ai Corinzi, XI, PG 61 475
* 2 Cor 5, 16.
«'At 1, 11.
««is 5 3 ,9 .
443Gv 8 , 46.
444Gv 14, 30.
443Cfr. Fil 3, 2 1.
444Ciril. Aless., Commento alla seconda lettera ai Corinzi, PG 74.941, con qualche varian­
te.
447Giov. Crisost., Omelie sulla seconda lettera ai Corinzi, X, PG 61.469.
4482 Cor 5, 6.
4491 Cor 13, 12.
450Rm 8, 24.
451Eb 11,3.
452Sai 25, 5.
433Questi frammenti di Epifanio, vescovo di Costanza (Salamina) di Cipro (315-403), che
conosciamo solo attraverso la tradizione indiretta sotto forma di citazioni, sono connessi alla
sua instancabile attività di opposizione alle eresie di Ario e Nestorio. Va ricordato che i se­
guaci di costoro si servivano di icone per illustrare la dottrina dei loro maestri. Su Epifanio
cfr. anche nota 462.
434Cfr. Rm 10, 3.
433Susanna (Dan 13), 56.
4341 Gv 2, 19.
437At 20, 29.30.
438Col 2, 8.
4391 Gv 4, 1.
440Allusione al canone neotestamentario dei Pauliciani - eresia del vii secolo di origine
manichea - che comprendeva, oltre i quattro Vangeli, anche quindici lettere di Paolo, una
delle quali indirizzata ai Cristiani di Laodicea. I Pauliciani erano avversi al culto dei santi e
delle immagini.
441Si tratta, in realtà, di un testo gnostico, ma alcuni autori cristiani dell’antichità (come
Cirillo di Gerusalemme) lo attribuivano ad un discepolo di Mani, fondatore della setta dei
manichei.
442Di Epifanio si conoscono tre scritti contro il culto delle immagini (un trattato, una
lettera del 394 all’imperatore Teodosio e un testamento alla sua comunità), di cui rima
no frammenti. Sebbene i padri conciliari del 787 ritenessero interpolate o spurie questi
te, la maggior parte dagli studiosi moderni le considera autentiche; anzi, Epifanio può i
addirittura considerato il primo vero iconoclasta, poiché, in una lettera al vescovo Giov
di Gerusalemme, si vanta di aver distrutto un'icona che raffigurava Cristo o un santo.
443Si tratta del Panarion (“Cassetta di medicazione”: PG 41 e 42), opera citata di :
con il titolo di Haereses.
4WTeodosio I il Grande (379-395) e Arcadio (393-408).
m È la lettera del 394 (cfr. nota 462).
"«Cfr. 2 T s 2 , 13.
4m 1 Tm 2 ,16.
«"PG 43.17-236, trattato scritto nel 374 a confutazione delle posizionj degli Pneumato-
ttiachi (colora che contestavano la divintà dello Spirito, p n eù m a).
«"Come già rilevato (cfr. nota 463), la critica moderna ritiene autentici gli scritti di Epi­
fanio contro le icone.
47,1 Gfeg, Naz, Versi Morali, xxxi, PG 37.912.
471 Cfr. ls 6, 9; Mt 13, 14.
'«Cfr. Is 40, 6.
tìi Glov, Cria., E pist. a l san to G regorio sulla sua v ita solitaria.
474 Bas. Cesar, in sanctos XL m artyres, H om il. xix, PG 31.509A; cfr. supra col. 277C.
4n Sai 72, 20b, Cfr. supra (col. 9A e 9 3 0 lo stesso frammento da urihomilia de legisla­
tore di Severiano di Gabala fallacemente attribuita al Crisostomo.
'7*Cfr, Atan. Aless. C on tro i Pagani, PG 25.29A.
477 ls 26,13.
'«Cfr. Pr 21, 6.
419Le opere di Anfilochlo in PG 39.36-129. Non è stato possibile identificare l’esatta lo­
calizzazione del frammento citato.
«*1» 1, 13.13.
4,1 Is 1, 16-17.
4.7 Bas, Caes. in sanctos XL m artyres, H om il. hx, PG 31-509A.
4MCfr. Mt 23, 23.
4MCfr. 2 Cor 4,10.
« ’ Cfr, Gc 2,17,
4“ M t7, 21.
4.7 Ast, Amas. in Lazarum e t divitem , PG 40.168B.
«•G c 3, 1-3,
« ’ Bas, Caes. Regala, PG 31.977C.
4» M t3 , 7.
«' Mt 23, 40.
4WSdì. Medea.
49i È una parte dello stesso frammento citato supra, col. 16B-17D.
4« E s2 6 , 1.
«’ Cfr, Lv 19, 19.
* 1 T b i 2, 9.
4* Sai 98, 5b,
4« Greg. Naz. in Theophaniam sive in H atw itatem D om ini, homil. xxxvm, PG 36.329.
4«Teodoto, vescovo di Ancira, partecipò al concilio di Efeso del 431, terzo ecumenico,
a sostegno della posizione di Cirillo di Alessandria contro Nestorio.
,(l<'Susanna (Dan 13), 42.
"» In greco ycuòojtittdKiov.
107 Eusebio di Nicomedia (morto nel 341-42) fu protettore di Ario a corte. A lui e al
vescovo di Nicea Teognide (morto intorno all1anno 342) viene attribuita una supplica ai padri
del concilio di Nicea del 325.
Vl>Cfr. nota precedente.
,tHAnch'egli seguace dell’eresia di Ario.
Sorella dell’imperatore Costantino e moglie di Licinio, Costanza è il destinatario di
una missiva da parte di Eusebio (PG 20.1545A-1548A), della cui esistenza e del cui conte­
nuto gli atti del nostro concilio costituiscono l’unica testimonianza. A questa fonte si rifarà,
decenni dopo, il patriarca Niceforo in un suo analogo cenno allo stesso documento.
«C fr. Mt 11,27.
m Cfr, 2 Cor 3, 4.
«Cfr. Mt 17, 6 .
«Sai 23, 9.
13.
’"Cfr. Is 29, 13, Mt 15. 8 .
’"Oc 1, 8.7.

*64
7,7Cfr. Rm 10, 10.
’«Sal 15,2.
515Eus. Caes. Comment, in Psalm, xv, PG 23.153-160.
716Anche per questa missiva, così come per quella al vescovo Eufrasione cui si fa cenno
piil avanti, vale quanto detto sopra a proposito della lettera ad Augusta Costanzia. Nella
sparizione di questa, e di altra abbondantissima documentazione va evidentemente rilevata
l’efficacia della dam natio m em oria che seguì la vittoria dell’ortodossia antiariana.
517Cfr. Gv 14, 28.
5,*Cfr. nota 318.
519Monaco monofisita, usurpò ripetutamente la sede di Antiochia. Tentò di inserire nel Tri-
sagion («Dio Santo, Santo e forte, Santo e immortale») la formula «Crocifìsso per noi», che ave­
va un chiaro senso monofisita (più specificatamente, teopaschita: cfr. nota 360). Mori nel 488,
720 Metropolita monofisita di Mabbug (Ierapoli) cui 488, sede che ottenne grazie all'ap­
poggio di Pietro Fullone, nel 518-19 fu esiliato in Tracia. Morì a Gangra nel 523.
«'Cfr. Le 1,28.31-32.
722Atan. Aless. Epist. a d Eupsychium, PG 26.1245-1248.
7272 Cor 5, 16.
722La versione integrale della lettera (PG 77.234 ss.; ed. Schwartz, Acta concxecum t, I,
6 (1928), pp. 154-156) ha, in questa frase, un testo leggermente diverso ma certamente mi­
gliore; a quest'ultimo fa riferimento la presente traduzione. Si intravede qui un errore mec
canico da parte del redattore o di uno dei copisti dei nostri Atti, che invece recano; «a Dio
appartengono tutte le prerogative umane».
727L’opera è nota solo grazie a questo passo: cfr. P. Van den Ven, La patnstique et l'ha-
giographie au concile d e N icée de 787, in Byzantion 25-27 (1955-57), pp. 325-362, precisam.
p. 350.1 sinusiasti (da syn e ousta, “sostanza”) erano eretici che ritenevano che le due nature
del Cristo fossero unite in tal maniera da formare una sola sostanza e che il Figlio fosse con­
sustanziale al Padre non solo nella divinità, ma anche nell’umanità.
726Rm 8 , 29.
727At 1, 9.
729At 1 ,11.
729Cfr. Mt 17, 1-5.
730Fil 3, 2la.
331Gv 1, 18.
7322 Cor 5, 16.
733Rm 8 , 8-9.
532Is 53, 9; 1 P t 2 , 22 .
737Cfr. Gv 4,1 4.
736Bas. Caes. In sanctum Spiritum, PG 32.149C.
737Su questo passo cfr. nota 44.
739Gv 4, 24.
739Sai 35, 9.
720Gv 4,14.
721Ger 2, 13.
722Cfr. Rm 10 , 3.
723Cfr. Sai 11, 3.
722Is 32, 7; 44, 18.
727Mt 18, 6 .
324Cfr. Mt 7, 6 .
723 Cfr. At 20 , 29.
729Cfr. Dt 27, 17.
729Pr 21 , 6 .
770Mt 16,18.
771 L'intero paragrafo, inatteso e slegato dai contesto argomentativo della R e/utatto. c
certamente frutto di interpolazione. Lo si può addebitare ad Anastasio Bibliotecario, ed alle
sue note simpatie fìloromane.
772Bas. Caes., cfr. supra, col. 252B.
753Cft. 2 T s2 , 15; 3, 6 .
772 1 Tm 6 , 20 ; 2 Tm 2 , 16.
777Ef 2, 20.
,M' $1 Ifin riferim en to «Ile p ersecu tio n ! s u b ite d ag li iconofili, c h e ai s v ilu p p a ro n o d u ran te
gli lillllfil q u in d ici ah n l del reg n o d i C o sta n tin o V (7 4 1 -7 7 5 ). S u lle d im e n sio n i reali d i tali
paiSM-nalunl 6 ancu ra a p erto ira gli stu d io si il d ib a ttito .
« 'C f r . I (itir 5, 11.
I * turni Ittirniflle sottolineano che le persacuaionl co lp iro n o so p ra ttu tto i m o n a d . Vari
strateghi sem brano essersi distinti p e r il lo to te lo nel co strin g ere m o n a d e m o n ach e a lasciate
l'ab ito e a sposarsi, per p o te re co n fiscare le p ro p rie tà m o n astich e.
4,4 Allusione alla vocatlohe monastica.
II termine qui adoperato è év^toSo, che propriamente indica le colonnine votive isto­
riale 0 decorate ttm motivi aoomorfl o vegetali. Qui viene tradotto con l’espressione decorate
m t m w , rllerlia al termine suppellettili.
‘«( ft tlv 11,43-32.
• « ( rigatile d alle cen to braccia (H e m , //, 1 ,4 0 3 ).
*Mhi tratta, etili Ogni probabilità! di un’invettiva rivolta al patriarca iconoclasta di allora
C o stan tin o II (734-766), po co sopra detto beatissimo. Va ricordato che Costantino n fu no­
m inalo pai (lai ca alla fine del concilio iconoclasta di Hleria, l’8 agosto 754; concilio convocato
nel febbraio rii qu ell’anno, q u an d o la sede patriarcale era vacante, per la morte di Anastasio
(7 rii 734), avvenuta tn gennaio.
’MCfr, 1 Cor 7,40.
*M(;fr, a c o r 4 ,1 3 ,
** Questo primo anatema riprende ed amplia il p rim o an atem a d e l q u in to co n cilio ecu ­
menico, costantinopolitano secondo,
*wQ u e sto ed t seguenti d u e anatem i so n o rispettivamente il p rim o , il secondo e l’undi-
ceslmo del dodici ahatem l Anali della tersa lettera a Nestorio di G rillo di Alessandria, del 430
(PO 77,103 122),
‘«•(freg, Naa„ Or, 40,43 (PO 36.4240,
‘**C,fr,'2 Cor 12,4,
•'"Off, Kb 1,3,
Off, Ov 11,11,13.
w tifr, At 1,11.
Cfr, 2 Tm 2 , 9,
( lost il testo greco. La traduaione latina recita: «... assumendola nel pensiero come una
semplice carne,
*'*(;tr, tupm, eoi. 248C e 257C.
** U na delle accuse ch e blù freq u en tem en te gli iconoclasti rivolgevano ai loro avversari
era quella di nestorlaneslm o (cfr. n o ta 306), cioè d i separare nella raffiguratone del Cristo la
natura um ana (clrcoscrivlhlle e perciò raffigurabile) da quella divina (mrireosdvibile e quindi
non raffigurabile),
*" Orea Naa. Hom. w tm , P O 3 5 .1 160C.
’«Cfr. I'll 2 ,6 7.
’'"On 27,2*.
"Hifr, Me 3, 1-20.
«'Cfr. At 16. 16-18.
•"Cfr. 2 Pt 2 .22.
Hl Pr 27, 2.
•** 1» 60, 13,
•"Cfr Cl 4. 7,
"H'.fr, tMgrw, 236C,
'•'Cfr, Rm 14, 17,
***Il termine qui adoperato, tìltófCttumc, designa comunemente la caduta dei progenitori
della stirpe degli uomini dal giardino dell’Eden.
’"’Cfr, P r %12b !2c,
"•Cfr gal 7, 1316.
w Cfr Pr 3, i,
w'Trl»ll«0 di Rm 3. I), qui citato con in testa l’ultimo verso. Si tratta, come l’intera
P*rlem# di Rm 3, IO-18. dì un ndiatr 'monotematico'' di versetti tratti dal salterio e da Isaia.
•"Cfr. fee 11, 2.
"•Off 1*63,*.
^ («armano i. patriarca di Costantinopoli tra il 713 e il 7)0, Giorgio, patriarca di Co

166
sonni di Cipro, e Giovanni dì Damasco, qui designato con l’originario nome arabo, erano
stati tra i più temibili difensori delle icone prima del sinodo di Hieria del 754.
"» G e r3 ,3 .
Cfr. Sai 30, 19.
"•Cfr. Sai 30,21.
w Sal 149, 6.
"® 1 Pt 2, 23.
«" Cfr. Le 6, 29.
«“ Cfr. Mt 5, 41.
««Cfr. Lam 3, 27-28,
«* In effetti il nome si prestava, e per questo gli iconoclasti vi insistettero, ad essere letto
come un insulto, giacché mamzer vale in ebraico “bastardo”.
««Cfr. Eb 11, 26.
«*Eb 11,25.
407II riferimento è qui alla permanenza del Damasceno alla corte del Califfo, cioè nel
monastero di s. Saba in Palestina.
«*Gv 14, 27.
409Rm 1, 30.
610Pv 8, 9.
611Cfr. M t9 , 9-13.
412Cfr. Le 19, 1-8.
411Cfr. Gn 39, 6-20.
4,4 Cfr. Susanna (Dan 13).
415m Regn (1 Re) 17-19.
4,4Cfr. Mt 3, 4.
417Cfr. Gv 1,29.
414Sai 76. 4.
41,Cfr. Gn 3, 1-3; 2, 16-17; ma il testo dei LXX qui è diverso d a quello citato nei nostri
atti, e la citazione contamina i due passi in modo confuso ed approssimativo.
“ “Cfr. supra, 309D.
421Athan. Alex. A d Marcellinum de interpretatione psalm., PG 27.12-45.
“ Is 7, 14.
423li Regn (n Sam) 6, 6-7.
“ Mie 6, 8.
425Mt 5, 34.
«‘ Cfr. il Parai (il Cron) 19, 2.
427Cfr. Eb 13, 21.
428Ef 5, 27.
429Mt 28, 20.
430Pr 9, 12b-12c.
431Ger 12, 10a.
432Ez 22, 26.
433Si tratta dei primi due concili ecumenici, Niceno I (325) e Costantinopolitano i (381),
ai quali è legata, se anche non propriamente durante le loro sessioni ebbe luogo, la definizio­
ne del famoso symbolon, tuttora riconosciuto, pure con qualche variante assai significativa,
presso tutte le confessioni cristiane. Esso è riportato per intero infra.
434Checché asserisca Mansi in nota (e forse già Anastasio Bibliotecario nella sua tradu­
zione), il filioque è un’aggiunta prodottasi in un’epoca successiva al nostro concilio e diffu­
sa e recepita soltanto in area occidentale. Comunque, il nostro testo greco non ne fa alcun
cenno.
433II concilio di Efeso, terzo ecumenico, si tenne nel 431 (cfr. note 305 e 306).
6340 concilio di Calcedonia, quarto ecumenico, si tenne nel 451 (cfr. nota 308).
437II secondo concilio di Costantinopoli, quinto ecumenico, si tenne nel 553 (cfr. nota
311).
II terzo concilio di Costantinopoli, sesto ecumenico, si tenne nel 680-81 (cfr. nota
321).
“ ’ Basil. Caes. In Sanctum Spiritum PG 32.149C.
440Cfr. 2 TS 2, 15; 3, 6.
641Cfr. Sof. 3, 1 415.
Il secondo Concilio d i Nicea e la controversia iconoclastica
d i M a r io R e

All'inizio del secolo Vili l'Impero Bizantino, perduti definitivamente in conse­


guenza dell’avanzata araba l’Africa settentrionale, la Siria, la Palestina e la Meso­
potamia, si avvia ad un lungo periodo, in cui, attraverso la difesa del territorio
superstite e attorno all’ormai unico centro politico costituito dalla capitale, verran­
no realizzati nuovi equilibri politici e sociali. La riorganizzazione delle province
nelle unità amministrative e politiche dei tbémata, in cui i poteri sono assunti da
un unico stratega, fu il risultato di un’evoluzione certo assai più lenta di quanto
prefigurasse la tradizionale teoria interpretativa di Georg Ostrogorsky, che la fa­
ceva dipendere da una precisa iniziativa istituzionale dell’imperatore Eraclio (610-
641); in ogni caso, l’organizzazione tematica fu la soluzione bizantina alla crisi del
sistema urbano e di quello militare che segna l’Impero nei corso del secolo vn. In
tale prospettiva, l’iconoclasmo, i cui inizi si legano ad imperatori che riportarono
vittorie decisive sui vari nemici delllmpero (arabi, slavi, bulgari), più che una crisi
appare un periodo di stabilità e di consolidamento. I sovrani iconoclasti, infatti,
ebbero un’alta concezione del loro ruolo, sia dal punto di vista politico-militare,
che da quello religioso. Essi si assunsero il compito di contrastare le spinte cen­
trifughe all’interno della compagine sociale e politica delTImpéro, tentando di
ristabilire l’autorità del potere centrale, anche attraverso la simbologia della tra­
dizione costantiniana (la croce). Il sempre più diffuso culto delle immagini.ven­
ne a costituire, ai loro occhi, una sorta di contropotere che allontanava là popo­
lazione dalla devozione nei confronti del sovrano.
0 25 marzo 717 Leone in (7Ì7-741), ufficiale e poi stratega del tema anatoli-
co, venne elevato al soglio imperiale dalle sue truppe. Unendo alle notevoli capa­
cità militari adeguate qualità diplomatiche, il nuovo basileus riuscirà con una serie
di fortunate campagne militari ad allontanare il pericolo arabo Costantinopoli.
La sua stessa elezione era avvenuta in un momento estremamente delicato: nel­
l’agosto del 717, in conseguenza di una avanzata che fino a quel momento non
aveva trovato ostacoli, le truppe del califfo Sulaiman avevano posto l’assedio alla
capitale; ma il 15 agosto deìf’anno seguente, dopo un inverno particolarmente
rigido, grazie all’efficacia delle misure difensive e all’uso del noto “fuoco greco”
(sostanza chimica sconosciuta agli arabi), Leone III otteneva la sua prima grande
vittoria, costringendo la flotta araba al ritiro e riuscendo in seguito ad attaccarla
e a distruggerne le navi. Ebbe inizio da quHa-progressiva riconquista dell’Asia
Minore, culminata nella vittoria riportata j falle truppe bizantine nei pressi
di Amorion (nel tema anatolico); vittoria cheTtfadizionaimente, viene associataci
cjuella co'n cui Carlo Martello fermò l’avanzata araba verso l’Occidente a PoitiefiH
nel 731: la cristianità aveva definitivamente superato il pericolo di essere assorb iti
all’interno dell’Impero Musulmano-- 9
E in questo contesto di riscossa militare e di riorganizzazione politica che ajfl
inserisce la politica religiosa di Leone ni, caratterizzata dall’offensiva contro i f l

171
culto delle immagini sacre. Le fonti concordano nel considerare il 726 l’ann<
d’inizio della politica iconoclastica del basileus, collegandola, secondo la tipic
mentalità medievale, ad un fenomeno naturale: nell’estate di quell’anno, infatti, s
verificò una violenta eruzione nel braccio di mare a nord-est di Creta, che provo
cò l’emersione di una nuova isola tra Thera (l’odiema Santorini) e Therasia; sem
bra che Leone attribuisse la causa di quell’improvviso fenomeno alla collera divi
na nei confronti del popolo romano - così si autodefinivano i bizantini, in quanti
unici eredi legittimi dell’antico Impero Romano - dedito al culto idolatrico del
le icone. Il primo passo compiuto dall’imperatore fu in direzione del papa Gre
gorio n (715-731), nel tentativo di convincerlo ad appoggiare la sua decisione d
combattere il culto delle immagini sacre. Sembra che lo stesso Gregorio avesse gii
affrontato l’argomento qualche anno prima (723-724), in uno scambio epistolari
con il patriarca di Costantinopoli Germano (ma sull’autenticità di queste lettere
gravano forti dubbi); quest’ultimo, infatti, preoccupato dalle prime manifestazion
iconoclastiche di alcuni vescovi della Frigia (regione nella zona nordoccidentale
dell’Asia Minore), si era già attivato per scongiurare l’esplodere della crisi e aveva
informato il pontefice dei primi risultati, che apparivano positivi, del suo interven­
to. Gregorio n, nella risposta che ci è pervenuta sotto il suo nome, manifestava il
proprio compiacimento per l’operato di Germano, adducendo a sostegno della
legittimità della rappresentazione figurata del Cristo, la realtà deH’Incamaziqne:
«E giusto raffigurare la forma umana di Cristo, che ci ricorda ITsuo abbassamen­
to e ci conduce per mano al mistero della Redenzione».
Essendo tali i convincimenti del papa, il tentativo di Leone di associare alla
sua battaglia l’autorità della Sede Romana ovviamente si rivelò un fallimento.
Sembra che il basileus, indispettito dalla resistenza di Gregorio, abbia messo in
atto vari tentativi per deporre o far sopprimere il pontefice. All’inizio del 727
Leone diede l’ordine di rimuovere il mosaico con l’immagine di Cristo collocato
sulla Cbalkhé, la porta di bronzo del palazzo imperiale. Anche su questo episo­
dio, enfatizzato dalle fonti iconodule, rimangono molti dubbi; sembra, comunque,
che una sommossa popolare, animata soprattutto dalle donne, impedì in un pri­
mo momento la realizzazione del decreto imperiale. In ogni caso l'im m agine fu
rimossa e rimpiazzata da una croce, che diverrà il simbolo della politica iconocla­
stica degli imperatori fino al ristabilimento dell’ortodossia. Teodoro Studita (della
celebre comunità costantinopolitana di Stoudion, che si distinguerà per l’intran­
sigenza nella battaglia contro gli iconoclasti) ha conservato in un suo scritto il
testo dell’iscrizione che Leone avrebbe fatto collocare sulla Cbalkhé, a giustifica­
zione del suo operato: «Non potendo tollerare che il Cristo sia dipinto come una
forma muta e senza vita, in una materia terrestre che le Scritture condannano,
Leone insieme al proprio figlio, il nuovo Costantino, colloca sulle porte del palaz­
zo l’immagine tre volte benedetta della croce, gloria dei credenti».
Nell’aprile del medesimo anno, i thémata degli Elladici e delle Cidadi si sol­
levarono contro Leone, ma vennero sconfitti e severamente puniti. Sventati, dun­
que, i tentativi di opposizione popolare ai suoi progetti, non restava al basileus
che compiere l’atto decisivo: convincere il patriarca Germano ad appoggiare la
sua politica religiosa, oppure, in alternativa, ottenerne la deposizione. A tale sco­
po, il 17 gennaio 730, l’imperatore convocò un’assemblea dei maggiori dignitari
laici ed ecclesiastici. L’intento era quello di costringere Germano a firmare un do­
cumento, già predisposto, in cui si condannava il culto delle immagini; ma il pa­
triarca oppose un deciso rifiuto e, dopo aver ricordato all’imperatore che in ma­
teria \di fede nulla poteva essere mutato senza la convocazione di un concilio ecu­
menico, si ritirò in volontario esilio. Al suo posto Leone fece eleggere il sincello
Anastasio (730-754), che pochi giorni dopo pubblicò un documento di stampo

172
iconoclastico e in v iò al p a p a la su a syn o d ìca (la le tte ra co n cui si com unicava l'av
venuta e le d o n e ). O v v ia m e n te G r e g o rio si rifiu tò di ric o n o scere l’elezione, assai
poco canon ica, d i A n astasio . L a ro ttu ra tra R om a c Bisanzio era orm ai inevitabile:
un sinodo, c o n v o c a to a R o m a d a l n u o v o p o n te fic e G re g o rio ut (7)1 741) nel no
vem bre d el 7 3 1 , c o n d a n n ò se n za a p p e llo gli avversari delle im m agini sacre. Com e
risposta alla p re sa d i p o siz io n e d el P a p a to , fu deciso di trasferire l'am m inistrazio­
ne d ell’Illirico , d e lla C a la b ria e d ella Sicilia s o tto la g iu risd izio n e b izantina, com ­
presi i p o ss e d im e n ti d e lla C h ie sa d i R om a. L a d a ta di q u esta m isura è, tuttavia,
controversa, e p o tr e b b e risalire al p e rio d o di reg n o del figlio di L eone ili, C ostan­
tino v, in u n a rc o d i te m p o c o m p re so tra il 752 e il 757.
Q u e sti gli ev e n ti c h e si c o llo can o all’inizio della controversia iconoclastica, co
m e v en g o n o r ic o rd a ti d a lle fo n ti c h e - è o p p o rtu n o so tto lin earlo - sono tu tte di
parte iconofila. O v v ia m e n te il g iu d iz io degli stu d io si m o d e rn i oscilla a seco n d o
che si c o n ced a m ag g io re o m in o re fid u cia a q u este fonti, in p artico lare q u a n d o si
vogliono c o m p re n d e re i m o tiv i c h e sp in se ro L e o n e ad in tra p re n d e re la sua p o li­
tica iconoclastica; n é si p u ò d im e n tic a re ch e sp e sso a n c h e l’in te rp re ta z io n e dei
m oderni risu lta c o n d iz io n a ta d a p ro sp e ttiv e d i p a rte , siano esse religiose o ideo­
logiche, lad d o v e si te n d a a so tto lin eare e ad esaltare la vittoria d ell’ortodossia su l­
l’eresia, p o n e n d o in cattiv a luce, an ch e sul p ian o m orale, i protagonisti della parte
che sto ricam en te risu ltò sc o n fitta . A p p a re ev id en te, in ogni caso, ch e le testim o ­
nianze delle fo n ti ic o n o file in v ari p u n ti risu lta n o p o c o atten d ib ili o reticenti al
vaglio d i u n a c ritic a s e re n a e c h e te n d a a rim a n e re e q u id ista n te tra le p a rti in
conflitto. A d e se m p io , c o m e rile v a n o stu d io si del c alib ro di P eter S ch re in e r e
G ilbert D a g ro n - a q u e s t’u ltim o si d eve u n a recentissim a ed ottim a sintesi sulla
questione - , le p ersec u zio n i d ei so sten ito ri delle im m agini fu ro n o certam ente m e­
n o feroci d i q u a n to le fo n ti v o g lio n o far cred ere, s o p ra ttu tto al tem p o di L eone
m (vere e p ro p rie p erse c u z io n i si e b b e ro solo so tto il figlio di L eone, C o stantino
V, e p e r p e rio d i d i te m p o lim itati); tra l’a ltro , co n esse, si in ten d ev a colpire più
d ie l’a sp etto relig io so l ’a tte g g ia m e n to p o litic o d i o p p o siz io n e alle d isposizioni
imperiali.
La tendenziosità delle fonti superstiti appare in piena evidenza nel tentativo
dì collegare l’iconodasmo all’influsso del pensiero ebraico e di quello islamico, di
cui è noto il divieto, di raffigurare il sacro. L’esempio più evidente è costituito da
(ma leggenda accolta da vari cronisti bizantini e riferita anche nel corso di una
d d k sessioni del concilio di Nicea del 787; secondo essa, il califfo omayyade Ya-
rid n nel 721, spinto da un ebreo che gli avrebbe profetizzato trent’anni di regno,
emise un decreto con cui si ordinava la distruzione sistematica di tutte le imma­
gine presenti sul territorio appartenente al suo regno, sia nelle chiese che nelle
case private; sebbene Yazid il morisse pochissimo tempo dopo (segno evidente
per g)i iconofìii della collera divina), per il tramite di un apostata siriano di nome
Beser, favorito di corte nei primi anni del regno di Leone, tale supposta iniziativa
legislativa avrebbe finito con l’influenzare il basileus. Il Dagron nega con decisione
die tale leggenda possa avere un fondo di verità (più possibilista si mostra invece
il gesuita Gervais Dumeige, cui si deve il volume IV della nuova Histotre Jet con-
dies cecumértiques, dedicato al Niceno secondo); basti pensare che le fonti arabe
del tempo ignorano l’esistenza di un decreto iconoclasta di Yazid li. Singolare ap~^
pare, poi, dover ipotizzare un influsso ebraico su Leone, il quale nel 722 nromuMfl
gò un editto con cui si intendeva costringere gli ebrei al battesimo. In realtà, noÉH
esiste alcun elemento serio che possa mettere in dubbio il carattere pienam en(^|
‘bizantino’' della politica di Leone ili; risulta chiaro, pertanto, il tentativo dì
apparire una “eresia bizantina” come il frutto di una influenza dei nemici di B t* 9
sanzio, ovvero ebrei ed arabi. a|
Se si passa poi al versante dellereticenze, non si può non notare che i soste­
nitori delle immagini hanno sistematicamente sorvolato sulla diffusa ostilità dei
primi cristiani verso la raffigurazione del sacro. A parte i vari divieti veterotesta
mentati, cui si rifacevano gli iconomachi e che gli iconofili ritenevano non più
validi per il popolo cristiano, che conosce la realtà dell’Incarnazione e non è più
esposto al pericolo dell’idolatria, vari padri della Chiesa dei primi secoli mostrano
apertamente di non accettare le immagini (come Clemente Alessandrino e Ori-
gene) o, comunque, esprimono dubbi in proposito (come Lattanzio e Arnobio, i
quali accettano le icone solo per il loro valore pedagogico nei confronti del po­
polo rozzo ed ignorante, mostrando di temere che esse possano diventare l’ogget­
to di una inopportuna venerazione). Lo stesso sant’Agostino si mostra assai dub­
bioso sulla-legittimità di rappresentare il-sacro, in particolare l’immagine di Dio:
sarebbe come cambiare la gloria di Dio incorruttibile in una somiglianza corrut­
tibile; e nella sua opera De Hseresibus. il santo di Ippona condanna .una certa
Mantellina che venerava le immagini di Gesù e san Paolo, insieme con quelle di
Chnero-e Pitagora. Ancora più rilevante,risulta quanto stabilito dal canone Jdxlel
sinodo spagnolo di Rivira, tenutosi nel corso del primo decennio del secolo III;
esso prescriveva che «nelle chiese non si devono collocare pitture, affinché non
si dipinga sulle pareti dò che è oggetto di venerazione e adorazione», configuran­
dosi come il primo intervento dell’autorità ecdesiastica in materia di immagini (va
notato che nel corso della controversia iconoclastica a tale canone non si farà al­
cuno accenno); il che dimostra che l’uso delle immagini sacre e il culto ad esse
tributato cominciavano a diffondersi. - _____
Altrettanto netta risulta l’nppn<iÌ7.innp di [Eusebio di Cesarea (236.ca,-339), la
cui autorità verrà respinta dal Niceno secondo, che lo taccierà di arianesimo. La
sa s Lettera a Costanza, Fà sofella dell imperatore Costantino I che gli aveva do­
mandato una immagine di Gesù, costituisce uno dei primi documenti in cui viene
posto il problema della rappresentazione delle due nature presenti nel Cristo. Ap­
pellandosi al passo paolino 1 Cor., 11, 9, in cui si afferma che gli uomini ora non
conoscono più il Cristo secondo la carne, Eusebio sostiene che è impossibile ri­
produrre attraverso la materia il divino presente nel Figlio, così come l’umano
trasfigurato. Egli condanna ugualmente l’uso, che evidentemente cominciava a dif­
fondersi tra i cristiani, di fare delle immagini dei santi Paolo e Pietro. Con que­
ste motivazioni Eusebio respinge la richiesta di Cqttao££> . . . ..
Ma il titolo di primo vero iconoclasta spetta ad gpifanio di Safamina^315 ca -
403), il quale scrive al vescovo di Gerusalemme GiovannidTaver distrutto un’im­
magine a colori dèi Cristo, poiché riteneva l’arte e le figure una specie d i nuova
idòfàtnà, Introdotta dal diavolo, Epifanio, ovviamente, sarà molto citato nel corso
Hp ) rn n rilio irrm orlastirn di Hiéria, mentre i padri riuniti nelle sessioni del Nice-
no secondo riterranno falsificati gli scritti del vescovo di Salamina; oggi, tuttavia,
l’autenticità di questi scritti è universalmente accettata. Ciò che appare evidente
con Epifanio (ma anche con Eusebio e tutti gli altri primi padri che, in varia mi­
sura, mostrarono dubbi sulla legittimità delle immagini sacre) è la mancanza di
una tradizione che autorizzasse in modo chiaro la raffigurazione di ciò che per i
cnsuaru era oggetto di culto: si spiega, dunque, come una delle principali accu-
seche glTawersari delle icone rivolgevano agli iconofili fosse quella di aver inno­
vato rispetto alla tradizione della Chiesa, laddove per ‘‘tradizione” si intendeva so­
prattutto l’esistenza di documenti scritti (atti dei concili). Non a caso al Niceno
secondo si affermò che lajradizione non scritta della Chiesa ha uguale valore di
quslU_àa:itta,eche se4»n uso, come quello dd culto delle immagini, è accettato
universalmente anche in assenza, di esplicite autorizzazioni formulate nel corso dei
precedenti concili ecumenici, c$so va riconosciuto come pienamente legittimo.

>74
Con Leone m, dunque, l’iconoclasmo si impose come dottrina ufficiale; man­
cava, tuttavia, ancora un passaggio: la convocazione di un concilio che condannas­
se il culto delle icone. Sarà il figlio di Leone, Costantino v, succeduto al padre,
morto il 18 giugno 741, a compiere questo passo e a far entrare l'iconoclasmo in
una fase più decisa, che conjportò anche una campagna di repressione verso gli
oppositori, in particolare i monaci. Ma a Costantino, bollato dagli iconofili con
l’appellativo infamante di c a p ro n im o (“dal nome di sterco"), si deve anche
un’opera dogmatica (ricostruibile sulla base della confutazione che ne fece vari
decenni più tardi il patriarca Niceforo), scritta nello stile delle “domande e rispo­
ste’’ (Peuseis), che costituì la base dottrinaria del concilio di Hieria del 754. L'idea
cardine delle P eu seis era d im o strare l ’im possibilità teologica di raffigurare il Cri-
StQ. senza c o n trad d ire il d o gma ra lre rln n ian n della p erfetta unione in npajm la
ipostasi della n a tu ra u m an a e d i quella.divina; ciò si fondava sulla prem essa che
la vgra immagine .deveTessére consustanziale al suo modello. Costantino conclude-
vg~che'furiic¥ v era icona d i C risto è I*Eucaristia ~
Del concilio che”venne celebrato dal 1U febbraio all’8 agosto presso il palazzo
suburbano di Hieria non si sono conservati gli atti, anche se la definizione di fede
è ricostruibile sulla base della confutazione che ne fu fatta a Nicea. Si conosce
solo il numero dei partecipanti, 338 vescovi, e si può con ragionevolezza ipotiz­
zare che il testo di base per la definizione dogmatica fu costituito dall’opera di
Costantino v; in ogni caso con Hieria l’iconoclasmo ricevette il carattere della
piena ufficialità e legittimità canonica e dopo la conclusione del concilio il sovra­
no decise di passare ad una politica più energica e meno tollerante del padre. Fu
in questo arco di tempo che si ebbe una vera propria persecuzione, soprattutto
nei^confronti dei/ monaci, f orse anche per motivi politici ed economici, come la
necessità di limitare la sempre maggiore estensione di patrimoni monastici, che
godevano defl’eserizlonefiscale.
L’awenttral regno dìXeone iv (775-780) segnò l’inizio del progressivo allen­
tarsi della politica iconoclastica da parte degli imperatori; quando, poi, l’8 settem­
bre 780, Leone morì, lasciando come erede il figlio Costantino di appena dieci
anni, la reggenza passò nelle mani della vedova Irene, donna energica e di spic­
cate simpatie iconodule. Naturalmente invertire la rotta in una materia così deli­
cata a Bisanzio, come quella religiosa, non era cosa da potersi realizzare in poco
tempo; innanzi tutto, era necessario che al vertice della gerarchia ecdesiatica ci
fosse un patriarca che condividesse la svolta iconofila. Niceta era già morto il 6
febbraio 780; il successore Paolo IV, che non era favorevole all’iconoclasmo, aveva
deciso di abdicare, dopo essersi ritirato in un monastero (agosto 784). Alla basi-
Itssa, sorpresa dalla sua decisione, aveva confessato che mai avrebbe voluto dive­
nire patriarca in una Chiesa costretta a seguire l’erronea dottrina iconoclastica.
Immediatamente (29 agosto 784) Irene decise di scrivere al papa Adriano i (771-
795) per comunicargli la sua intenzione di convocare un concilio ecumenico che
avrebbe risolto l’annosa questione delle immagini, invitando il pontefice a parte­
ciparvi o direttamente o tramite suoi legati.
Nel frattempo bisognava eleggere un nuovo patriarca che fosse favorevole
all’indirizzo ecclesiatico imposto da Irene e che potesse preparare il concilio che
si voleva convocare per l’agosto 786 nella stessa capitale. Il 25 dicembre 784 l'a
secretis (importante carica nell’ambito della cancelleria imperiale) Tarasio veniva
consacrato patriarca, conformemente alla scelta effettuata dalla stessa imperatri-
ce. L’awenuta elezione fu comunicata ad Adriano, il quale, pure riconoscendo
dalla lettera ricevuta l’ortodossia di Tarasio, non mancò di far rilevare la no
conformità ai canoni dell’elezione di un laico alla dignità patriarcale.
Nell’agosto del 786, come previsto da tempo, il concilio si apprestava a darei

I7S
inizio ai suoi lavori nell» chic*» dei bauli Aposiiill * f.'M«uunimt|mil | Mi n ,
sinodo era scontato, in quanto la sua convocazione in form* h u u h w h i . cm* h<h
Ila presenza del rappresentami di tutta a cinque le sedi pali laicali /boms, i
tinopoli, Alessandria, Antiochia a OaPHaalaninial, era al ala tesa possibile pomo/,
dal preventivo accordo sulla legittimità dalla immagini Non aniptcinje dnmiiv.
che la guardia imperiale fedele alla memoria di Cninmtino v, dopo *vn lain* o
ruzione nella chiesa, disperse ['assemblea dei vescovi ivi riunii*, lo uo M irerà,
tentativo di bloccare la svolta iconofila; pare che aldini vescovi in*nifb*i**ii*rn
soddisfazione per l'imprevista sospanaione dai lavori, al godo di «alitiamo »mn„,
Nel maggio dell'anno successivo, dopo che con il pretesto di noe spcdl/ion*
militare in Asia Minore le truppe iconocnmacbe furono alloolanale, il «ondilo tu
nuovamente convocato; ma, per prudenza, si ritenne piu oupoiiuno fai Muoio. /
vescovi a Nicea, la metropoli bitinica in cui si ara lanulo nel \ h il ninno enodi/o
ecumenico, dedicato alla controversia ariana. Aliti MMHiJie loaiiMiiiale, fi 4
bre-787, parteciparono circa 250 vescovi (secondo 1 calcoli del Dannu/es al lavori
presero parte, complessivamente, J65 vescovi). L'ordinv gerao hoo prevedeva
primi posti, i due rappresentanti del papa, Pigtm, arciprete di hao (V iro e I onio
nimo egumeno (abate) del monastero tornano di ban balta; pul TatesIO, palliai
ca di Costantinopoli, e i monaci Giovanni a Tommaso io reppreeenian/a dell*
sedi orientali (Antiochia, Alessandria a Gerusalemme) Alle seriole perno ipeveno
anche due legati dei basileis, il patrizio Patronati e il logorala ioliHate t novenni
nonché vari monaci, egumeni ed archimandriti. La presenza dei mooai i nella sul*
tradizionale delle decisioni vescovili è stata sottolineala dagl) siurimti «noie no*
novità di rilievo del Niceno secondo, ma con ogni probabilità esai furiavi presemi
anche al sinodo iconoclasta di Hieria dal 794) che la loro parte» ipazdaie al “ n,
cilio destinato a proclamare la legittimità del culto delle icone »i deliba al ned/,
di maggiori oppositori dell'iconoclasmo, è anch'essa lesi ttariizinnalv, ma • Ire, »
buoni argomenti, è stata recentemente ridimensionata dalla Au/epy t ,io «Ire *p
pare chiaro, comunque, è che i monaci intervengono alle sedute, ma mai faum,
parte in senso proprio del concilio; non dispongono, inlaiii, di domo di v«a« »
quando all’inizio di ogni seduta viene ripetuto ('elenco dei parieiipanti, alla Un
jmula riassuntiva «il santo sinodo» segue ['indicazione «essendo inoltre preservi
i anche gli archimandriti, gli egumeni e 1 monaci»; questuinoli, dunque, warn »or«
! siderati come non appartenenti all'assemblea indicata con il molo di stivai" Ma
sul loro ruolo si tornerà tra poco, per chiarire meglio il senso di questa pi**en
za.
La prima «f«inpp-^inque. si tenne il 4 settembre, Il discorso iniziai* iu t*
nuto dal patriarca ©raskl^su richiesta dei veicovi siciliani; in questo ovvio «eh
diveniva di fatto il p?e*t3entc dell'assemblea, Nelle sue parole maligni ali inrvvro
no spazio il ricordo dei fatti dell'agosto 786 e le opportune lodi al sovrani, mai
ché l’ammonizione a trovare una soluzione giusta ed equilibrata, «dm «vii**»*
inopportune innovazioni o esasperazioni, Sin da queste prime balline risolta <<e,
evidenza che la preoccupazione maggiore di Tarasio non riguardava in n i IVm-,
«tei dibattito dottrinale - che, come già ricordato, era scontato , tmisi il
bile delinearsi di posizioni intransigenti sulla questione della reiriievra/WK d*i
vescovi e dei metropoliti già iconomachl, che avessero ricoiioticimo «loro suor»
Il problema si pose subito dopo la lettura della lettera utliclate degli impel»*""
Irene e Costantino, fatta alla fine del discorso di Tarsilo, « «v mjvi le prim* o*
sedute.del sinodo,
lì primo passo fu compiuto con l'ammissione di un prmu» «rupi*» «l» v«v"
vi iconomachi, Basilio di Ancira, Teodoro di Mira e Teodoro di Ammvvc <1"P"
la lettura di una professione di fede iconofila e una pubblica suomiiim » i

176
furono riabilitati (ovvero, avrebbero mantenuto il loro seggio episcopale); più
contestata fu la riconciliazione con sei altri vescovi accusati di aver complottato
peKImpedire il concilio progettato per l’anno precedente a Costantinopoli. Si
trattava di Ipazio di Nieea, Leone di Rodi, Gregorio di Pessinunte, Leone dìco-
nion, Giorgio di lerapoli e Leone dell’isola di Carpathos. Fu a questo punto che
si delineò con chiarezza l’opposizione dei monaci, capeggiati da Saba del mona­
stero costantinopolirano di StoudionAi quali premevano perché si scegliesse un at­
teggiamento d i rigore. A favore delle loro posizioni essi avevano portato un testo
di sant’Atanasio* ostile àllareintegraziope dei capi di un’eresia, ma Tarasio, attra­
verso un’abile conduzione del dibattito, riuscì a far prevalere la sua posizione di
conciliazióne. Non si trattava di una questione di scarso rilievo. Poiché gran parte
dell’episcopato era stato ordinato al tempo dell’iconoclasmo, se fosse prevalsa la
posizione di Saba, si sarebbe dovuto procedere ad un generale mutamento dei
vertici ecclesiastici (quasi un’epurazione), che avrebbe coinvolto molti dei parte­
cipanti al concilio; le conseguenze sarebbero state assai dolorose.
È attraverso queste prime fasi del dibattito che si comprende, dunque, il sen­
so della presenza del ceto monastico al concilio. Se si considera,, infatti,.che il loro
intetvénto sulla questione delle immagini è, al di là della proposta di leggere qual­
che testo, pressoché nullo, si constata agevolmente che essi sono presenti esclu­
sivamente nel tentativo di far passare una posizione di intransigenza sul proble­
ma- dei vescovi con un passato da iconoclasti; e si comprende, anche, che questa
era la vera questione aperta, dall’esito per nulla scontato. La forza del “partito”
monastico, che godeva dei favori della basilissa Irene, era tale che,"nonostante al
Niceno secondo finisse col prevalere la tesi conciliatrice e antirigorista del clero
patriarcale, esso cercherà nei decenni immediatamente successivi di imporre il
proprio modello di vita cristiana, in costante conflitto con la gerarchia secolare,
accusata, tra l’altro, di essere troppo sensibile al fascino del denaro (lo stesso
patriarca ammise in una lettera che molti vescovi avevano comprato la loro carica)
e troppo legata - e spesso subordinata - al potere politico. E non va dimentica­
to che Tarasio era un laico imposto dall’imperatrice ai vertici della Chiesa; ciò
destava scandalo non solo negli ambienti della Curia Romana (di questo si parlerà
tra breve), ma anche all’interno del ceto monastico; infatti Saba di Stoudion gli si
rivolge chiamandolo seccamente “patriarca ecumenico”, evitando qualunque at­
tributo onorifico (di solito si usava dire « l’assai santo ed ecumenico patriarca») e
giungendo alla rottura definitiva, ultimati i lavori^fonciliari.
La seconda sessione del concilio si tenne iL26 settembre. Ad apertura dei
lavori, fu ammesso alla presenza dell’assemblea uvescovo di Neocesarea Grego­
rio, iconoclasta pentito, verso il quale Tarasio si mostrò particolarmente severo.
La sua reintegrazione venne rimandata alla seduta seguente, in cui Gregorio
.avrebbe dianttp presentare una confessione di fede scritta. Si passò, così, alla let­
tura delle puenettere di papa Adriano, indirizzate rispettivamente agli imperatori
;e àfpàtriarcSTTrimà dTentràre nèl dettaglio, è necessàrio accennare rapidamen-
;te-aicomplessi problemi legati alla tradizione testuale di questi due documenti, in
particolare della lettera (sinodica) indirizzata ai due sovrani bizantini. Né la ver­
sione greca né quella latina, infatti, ne hanno conservato il testo originale. La
prassi conciliare prevedeva la lettura dei documenti redatti in latino, cioè di pro­
venienza “romana”, prima nella lingua originale e poi in traduzione greca (ma di
questo bilinguismo non rimane traccia nell’edizione del Mansi). La prima tradu­
zione in latino degli Atti, inficiata da grossolani errori e fraintendimenti, fu ese­
guita già all’indomani della conclusione del concilio, nel 788, e, come si dirà gjÉj
avanti, provocò una violenta reazione da parte della corte carolingia. A n d H
giunta, invece, la versione eseguita quasi un secolo dopo da Anastasio BibliotdH

177
rio (la d e d ic a a l p a p a G io v a n n i v m è deU‘8 7 3 ), d a u n o rig in ale greco che, per
q u a n to rigu ard a la synodica d i A d rian o t, e ra sta to falsificato, secondo il W allach,
tra T858 e T871, in am b ien ti vicini a l p atria rc a d e ll’ep o c a Fottìo (838-867, 877
886), c h e aveva in co m u n e co n Tarasào T e n n e p erv e n u to al soglio patriarcale da
laico; e d a n ch e il te s to tra d ito d a i m a n o scritti g reci c h e co n te n g o n o gli A iti di
N icca soggiacq u e a tagli, a g riu n te e d interpolazioni, p ro b ab ilm en te a d o p era dello
stesso F orio . D m orivo d i tali interventi v a ricercato n el co n te n u to originario della
lettera pontificia, quale è possibile ricostruire dalla versione di A nastasio che, oltre
alla g ià ric o rd a ta tra d u z io n e g re c a in te rp o la ta , p o te v a d is p o rre d i alm eno due
esem plari dell’originale latin o d e l 783 (an n o in cu i fu sc ritta la synodica), di cui,
tuttavia, n o n è n o to c o n p recisione c h e u so fece. N e l te sto o rig in ario A driano l,
o ltre a ram m aricarsi p e r rd e v a z io n e a l soglio p atriarca le d i u n laico senza la n e ­
cessaria dispensa c a criticale (’appellativo d i ‘ p atriarca ecum enico* d ato a T ara
sio, chiedeva la restituzione d el patrimomum 5. P etri u b icato in Italia m eridionale,
le c u i rendite e ta n o sta te sto rn ate in favore d el fisco im periale, com e risposta alla
co n d an n a della politica iconoclastica p ro n u n ciata dalla Sede R om ana; inoltre ve­
niva lo d a ta la c o n d o tta d i C a d o M agno, ch e aveva restitu ito all'am m inistrazione
della C hiesa i te rrito ri italiani so ttratti ai L o n g o b ard i. Si trattava, d u n q u e, di a r­
gom enti scom odi e g ià a N ic e sq u c sta p arie p iù politica della lettera d el p a p a non
tir fetta. S i co m p ren d e p o i che, in u n m o m en to in cu i la tensione tra C o stantino­
p o li é lS o m a e ra d i nu o v o ak a, Fozio, funzionario im periale elevato al soglio pa­
triarcale nefl’858, avesse tu tto Tinteresse a far sparire dalla synodica di A driano le
critic h e d irette a T arasio; esse, infatti, p o tev an o b enissim o essere u tilizzate dai
suoi nem ici, com e p reced en te a tto a dim ostrare l’ineleggibilità di un laico al pa-
triarcaux
N ella seconda lettera d i p ap a A driano, indirizzata a Tarasio, le perplessità del
po n tefice a p ro p o sito deU’d e z io n e d i q u e st’ultim o si sono, invece, conservate.
Scriveva fl pontéfice: « N ella lettera sinodica c o n ten en te la vostra professione di
fede, d i e avete in n a to a l n o stro apostolico tro n o p e r m an o d i L eone, vostro p i­
issim o presb itero , abbiam o trovato, all’inizio d e l prim o foglio, che la pietà vostra
è sta ta innalzata all’o rdine sacerdotale dalla condizione d i laico al servizio delTim-
peratore, a q u esta notizia l,anim n n « v n » « è m o lto irritato. £ , se n o n avessimo
tro v ato adeguatam ente conferm ata, nella sinodica su d d e tta , la v o stra sincera ed
o rtodossa fede a d sacro sim bolo, secondo la legge d ei san ti sinodi ecum enici, e
riguardo alle venerande imm agini, eb b en e, in alcun m o d o avrem m o tollerato di
ascoltare im a rimile sinodica». C om e ri vede, A driano, p u r n o n volendo sorvolare
su quella c h e a p p are u n a chiara r i d a n o n e a i canoni, co m p ren d e ch e è necessa­
rio, p e r il b e n e d o la Chiesa, giungere a d u n a co m u n e c o n d a n n a dell’iconoclasmo:
i m otivi d i dissenso t ta R om a e C ostantinopoli andavano rinviati a d o p o . P er cui
nella tptodtca indirizzata a i bariteli il pontefice esprim eva la sua gioia a C ostan­
d o o e I « n e (paragonati a i p rim i d u e g ran d i p ro te tto ri della fede cristiana e del­
la chiesa, l’im peratore Costantino t e su a m ad re Elena), lo d an d o n e l’intenzione di
restaurare il cu b o delle icone e sottolineando, attraverso la citazione d i vari testi
patristici, il valore catechetic o e la legittim ità sul p ian o dogm atico delle im m agi­
ni sacre. L’accettazione delle àue synodiae d i A driano d a p a rte d i Tarasio e del­
l’intero rinOdo saA d t i ficoocU taanoe tra R om a e C ostantinopoli.
L a terza sessione fit ten u ta il 28 (p 29) settem bre. In essa fu ro n o considera­
ti i cari a G regorio d i N eocesarea e d e i sette vescovi accusati d i violenze, cui si
é già fatto cenn o in precedenza, m a, soprattutto, fu celebrata l’adesione delle sedi
o rien tai, attraverso la lettura d i u na serie d i docum enti, tra cui la synodica di T a­
tario ai patriarchi d i Alessandria, A ntiochia e G erusalem m e, la risposta dei dele­
gati d d fe diocesi orientali e t i synodica d i Teodosio, titolare della sede d i G eru

178
salemme, contenente una lunga professione di fede trinitaria e cristologica. Così,
alla fine della terza sessione, nell’arco di pochi giorni, era stato raggiunto l’obiet-
tivo di lignificare l’intera Chiesaxristiana. L’esame dottrinale, dunque, non avreb­
be
K Con la quarta sessione (T^ttobre) ebbe inizio la discussione sulla questione
dejlg immagini; m a li dibattito^ di fatto, era già statò "chiuso"priffia di'ìniziare:
nessuno avrebbe osato, dopo le sessioni iniziali, dubitare ancora della legittimità
delle sacre raffigurazioni. La seduta fu dedicata, dunque, alla lettura di una lunga
serie di passLinnanzi tutto tratti dalle Sacre Scritture, poi patristici ed agiografia,
senza che si possa individuare un criterio preciso nella successione delle citazio­
ni. Alla lettura si alternarono tre diaconi-notai, Gregorio, Stefano e Cosrria, men-
treTarasio interveniva per sottolineare o chiarire ulteriormente il senso di quanto
appena ascoltato. Tra i tanti brani letti (più di quaranta), va segnalato il caso di
: una lettera indirizzata da N ilo d ’Andrà (morto intorno al 430) ad Olimpiodoro,
I poiché di questo testo al concilio di Hieria, secondo l ’ammissione dei vescovi ex
1iconodasti Teodoro di Mira, Gregorio di Neocesarea e Teodoro di Amorion, che
Ia quel sinodo avevano preso parte, erano stati proposti degli estratti incompleti;
^è questa la prova, secondo i padri conciliari, che gli iconoclasti avevano volonta­
riamente falsificato varie opere: si è già ricordato che a Nicea si ritennero interpo­
lati i passi di Epifanio di Salamina, letti a Hieria; ci sarà anche chi porterà in
assemblea dei manoscritti, provenienti dalla biblioteca patriarcale, per mostrare
che essi mancavano di alcuni fogli che erano stati strappati in occasione del sino­
do d d 754.
U n a ltro aspetm.ìmpnrtanfp della quafta sessio n e riguarda la distinzione tra
i concet5~d^Vo^t^g^^Tvenérazio r ie T y ^ ^ ^ ^ (à dorazione). Qui, come in altri
momenti delIjnftSCussione Cariche nella lèttera di papa Adriano agli imperatori si
trova il medesimo argomento), parve opportuno precisare che alle icone spetta
una prosternazione d’onore {thim etiké proskynesis), ma 'fionda vera adorazione
(aietbm elatreidYci^'spetta alla solariiaturà divina; l’onore reso all’immagine, in­
fètti, passa al “prototipo”, ovvero a colui che essa rappresenta, così com e gli al­
tri atti della pietà popolare (come l ’uso diffuso di baciare le icone) erano da in­
tendere come tributati alla persona raffigurata. Si^ritenne di dover sottolineare,
insomma, che il culto delle icone non poteva esserè confuso con un atto di ido­
latria, pome pretendevano gli iconomachi: in alcun modo la semplice materia po­
teva essere in sé oggetto di devozione, ma solò in quanto mezzo che pone il fe-
( t/rIdele in rapporto c o n jl sacro, esattamente come la croce non viene venerata per
|u legno di cui esatta, ma perché ricorda a tuttUapassione..di Cristo. Tanto scru­
polo, tuttavia, non servì ad evitare - come si dirà più avanti - che proprio que­
sto aspetto, a causa della pessima traduzione latina, sarà oggetto delle critiche più
dure tra quelle rivolte dalla corte carolingia aglLatti del N icgno secondo.
La quarta seduta si concluse con una^prima.dichiarazione di fede che ribadì
i dogmi deLsimboIp nicenp-costantinopolitanò, la .validità delle tradizioni scritte
e non scritte della Chiesa e dei sei precedenti concili ecumenici; e sancì, ripren­
dendo lé definizioni proposte nel corso della discussione dottrinale, la legittimi
tà del culto tributato alle immagini sacre. Questo testo fu firmato anche dagli egu­
meni e dai monaci presenti al concilio; anzi, va precisato che le loro firme furo
no apposte in calce a questfunico documento, mentre non si trovano alla fine
dell’norqi (definizione di fede) del concilio, che costituisce il testo dogmatico
ufficiale e che venne letto dopo la settima sessione; ciò conferma quanto sopra
sostenuto, cioè che la partecipazione dei monaci a Nicea riguardava principalmeiMÉ
te la questione dei vescovi iconoclasti; e che essi non fanno parte del concilio, n ifi
la loro presenza risponde ad una volontà patriarcale di coinvolgere il "partito1*^

179
monastico, relegandolo, comunque, in un ruolo gerarchico inferiore, in un sino­
do che avrebbe ristabilito la pace e l’ordine nella Chiesa.
Il ottobre si aprì la quinta sessione, dedicata alla confutazione puntuale
delle teorie iconoclastiche. Anche in questa seduta si procedette attraverso la let­
tura dT testi scritturistici e dei santi padri favorevoli alle immagini, ponendo in
cattiva luce, di contro, certi autori iconomachi, i cui scritti erano stati utilizzati a
jHieria. Sul diverso modo di utilizzare i passi biblici da parte dei due sinodi ha
scritto recentemente Maria Grazia Mara: «Sembra dunque che, mentre il conci­
lio di Ieria tende ad attualizzare i testi scritturistici grazie ad una interpretazione
cumulativa di essi, il Niceno II preferisce collocare i medesimi testi nel contesto .
della storia di Israele, grazie ad una interpretazione attenta alla dimensione cro­
nologica a cui ciascuno può essere ricondotto»; così i frequenti divieti alla rappre­
sentazione del sacro contenuti nell’Antico Testamento, cui spesso si richiamava­
no gli iconoclasti, dai padri del Niceno secondo vennero interpretati all’interno
del disegno provvidenziale della salvezza, per cui se essi erano stati validi per il
popolo di Israele, insidiato dal pericolo dell’idolatria, non erano più attuali per i
cristiani, in quanto la liberazione dall’idolatria si era già avverata con I’incarnazio-
ne del Verbo.
Un altro aspetto che nel corso della quinta seduta fu spesso richiamato riguar­
da il preteso collegamento delle teorie iconoclastiche con le dottrine ebraiche ed
islamiche (è in questa seduta che si fece riferimento al preteso editto deTcaliffo
Yazid n, di cui si è detto in precedenza), oltreché con varie eresie del passato:
l’intento era quello di dimostrare che gli iconoclasti non erano dei cristiani, ma
eTetici che si erano posti al di fuori della tradizione della Chiesa. S ix avuto già
mbdcfdi ricordare che. talejunpostazione, seguita per molto tempo dagli studio­
si di stòria .ecclesiastica, non regge ad un’analisi più attenta - e meno di parte
delle fonti; la teoria che vorrebbe opporre un Oriente a tendenza aniconica ad un
Occidente Bizantino, che da lungo tempo accetta la raffigurazione del sacro, non
appare più sostenibile: riserve, più"O meno accentuate, sulla legittimità delle im­
magini si trovano in molti scrittori cristiani fino al vi secolo ed oltre. E difficile
stabilire chi, tra sostenitori e avversari delle icone, abbia innovato rispetto alle
tradizioni della Chiesa.
La quinta s e s s i o n e concluse con un gesto altameote^simbolico; su proposta
dell’arciprete Pietro, legato romano, im’icdna^erm^OÌlocata af centro della, sala
in cui si celebrava il concilio, dove già, in segno d’onore secondo la tradizione, si
trovavano! VangèliTIa Parola e l’Immagine venivano collocate al medesimo rango.
La sesta sessione fu tenuta il_6 ottobre; in essa venne confutato punto per
punto, ì’hóros di Hieria, attraverso la lettura, fatta da Gregorio di Neocesarea. che
aveva partecipato al rino3è_del 754,. dei vari paragrafi, alternata alla confutazio-
ne_dr essir-letta, a turno, dai diaconi Giovanni ed Epifanio. Venne. còsì, formal-
mente invalidato il sinodo iconoclastico, che aveva preteso di definirsi «settimo
ecumenico», mentre né il papa né i patriarchi delle diocesi orientali vi avevano
partecipato. Vale la pena di notare che, data la scomparsa degli atti di Hieria, è
grazie agli atti di questa sessione che può essere ricostruito ì’hóros iconoclasta.
Ovviamente il problema di maggior rilievo sul piano teologico era rappresentato
dalla raffigurazione dÌ.Gri^tn,■respinta dagli iconomachi per l’impossibilità di ri­
produrre nella materia la perfetta unione delle due nature, l’umana e la divina,
l’una visibile, l’altra invisibile. A Hieria, in cui furono seguite in buona parte le
indicazioni contenute negli scritti dell’imperatore Costantino v, fu stabilito che
rappresentare il Cristo significava o introdurre una quarta persona nella Trinità,
oppure, alla maniera di Nestorio,. separare la natura umana (circoscritta e, dun­
que rappresentabile) dalla natura divina (indrcoscritta e, dunque, non rappresen-

180
labile). A N ic e a f u o b i e t t a t o c h e^ l ’jm m a g jn f c d i C r i s t o è in r a p p o r t o c o n l a p e r s o
na ‘t 7nTTV*r<‘ n o n s e c o n d o | a s o s t a n z a : l ’ic o n a n o n è il C r i s t o , m a l o
ra p p re se n ta su lla b a s e d e lla v e r ità s to r ic a d d l T n c a m a z i o n e ; e a n c b e l T a f f e r m a a o n e
icoi^ c la s 'tic a d e ll’E u c a r is tia c ó m e V e r a i m m a g i n e dT C r i s t o v e n n e r e s p i n t a : G e s ù
nòn ^E sse d i p r e n d e r e l ’im m a g in e d e l s u o c o r p o , m a il s u o c o r p o e il s u o s a n g u e .
T lÌ 3 <o t t o b r e f u c e le h r fita Ta s e ttim a s e s s io n e . ' d i e p u ò e s s e r e c o n s i d e r a t a r a t t o ­
conclusivo d e T c o n r ilio ; in f a tti, l ’o t t a v a e d u l t i m a s e s s ic m e , c h e s i t e r m e a C o s t a n -
Ttfidpòn, n e l p a la z z o i m p e r ia le d e tta M a g r ia u r a , f u c o n v o c a t a a l s o l o s c o p o d i p r e -
s a l a r e ai so v ra n i i ris u lta ti d e l s in o d o : I r e n e e C o s ta n tin o firm a r o n o i l v o l t a n e
co n ten e n te Vb oros, r i b a d e n d o , c o n q u e s t o g e s t o , IL l o r o m o l o d i p r o t e t t o r i d e l l a
C hiesa. A lla le t t u r a d e if y d e f i n i z i o n e d i f e d e e r a s t a t a d e d i c a t a l a s e d u t a d e l 1 3
CTtebre; e s sa r ip r e n d e v a , i n f o r i n e p r e s s o c E e i d e n t i c h e , q u e l l a g i à l e t t a è f i r m a t a
a fe -fin e d e lla q u a r t a s e s s io n e : r i p r é s a d e l r i m b o l o n lc e n c n c o s t a n t i n o p o l i t a n o ; a n a -
tetfiltrfsm tT O r c o n f r o n t i d e g li e r e t i c i c o n d a n n a t i d a i p r e c e d e n t i c o n c ili e c u m e ­
nici, c u i v e n g o n o a s s o c ia ti g li ic o n o c la s ti; a f f e r m a z i o n e d e l l a v a l i d i t à d e l l e t r a d i ­
zioni, s c ritte e n o n s c r itte , d e lla C h ie s a , t r a c u i v i è il c u l t o d e l l e i c o n e . I l p a t r i a r c a
T arasio, c h e s i e r a d i s t i n t o n e l d i r ig e r e i la v o r i d e l c o n c ilio , r e s p i n g e n d o l e p o s i ­
zioni o ltra n z is te d e l c e to m o n a s tic o , p o t e v a s c r iv e r e a g li i m p e r a t o r i e a l p a p a , p e r
c o m u n ic a re c h e « i P a d r i a v e v a n o e s t i r p a t o l ’e r e s i a s e m i n a t a d a l d i a v o l o » .
Il N ic e n o s e c o n d o si c h iu s e , d u n q u e , n e lla c e l e b r a z i o n e d e l l a r i t r o v a t a u n i t à
di tu tti i c ristia n i. M a , in r e a ltà , m o lti p r o b l e m i e r a n o rimasti a p e r t i I n n a n z i t u t t o ,
la g e ra rc h ia e c c le s ia s tic a e r a r im a s ta p r e s s o c h é i m m u t a t a : q u a n t i , d e i v e s c o v i c h e
si e ra n o d ic h ia r a ti p e n t i t i d e l l o r o p a ssa to d i ic o n o c la s ti, e r a n o s t a t i s i n c e r i ? C e r ­
tam en te n o n tu tti, s e n e l g ir o d i p o c h i a n n i in c o n c o m i t a n z a c o n u n a n u o v a c r i s i
p o litic o -m ilita re ( n o te v o le im p r e s s io n e s u s c itò la s c o n f i t t a s u b i t a d a l b a sile u s N i -
ceforo l n e ll’8 1 1 d a p a r t e d e i B u lg a r i) , l ’i m p e r a t o r e L e o n e v p o t è c o n v o c a r e u n
nuovo c o n c ilio n e lla c h ie s a d i S a n ta S o fìa a C o s t a n t i n o p o l i ( p o c o d o p o l a P a s q u a
dell’815), c h e ria b ilitò H i e r ia e a p p r o v ò u n n u o v o h ó ros, p r e d i s p o s t o d a G i o v a n n i
il G ra m m a tic o , u n a d e l l e f i g u r e p i ù r i le v a n ti d i q u e s to p e r i o d o . L a s e c o n d a f a s e
d ella c o n tr o v e r s ia ic o n o c l a s t ic a n o n f u , t u t t a v i a , c o m e s p e s s o e s t a t o s c r i t t o i n
passato, u n a s ta n c a r ip r e s a d e i te m i d e lla p r i m a . E s s a fii c a r a t t e r iz z a t a , in v e c e ,' d a
un n o te v o le sp e s s q r e c ù ltu r a le , g r a z ie a i 'c ò r i f r i b ù t i d i p e r s o n a l i t à c o m e G J ò v a n -
n f a G r a m m a tic o e L e Ò n è ìT i3 5 te m a r ic o , è f u 'a l l 'o r i g i n e d i q u e lla r i p r e s a d i s t u d i
c ric e rc h e n e l c a m p o d e l s a p e r e p r o f a n o p a s s a t a a lla s to r i a c o m e “ p r i m ò l ìm a n e -
jim o K z a ritlrió ’’; m o ltr e , s u f p i a n o d o g m a t i c o , l e p o s i z io n i d e i n u o v i i c o n o c l a s t i
f u r o n o p i u m o d e r a te , v o lte s o p r a t t u t t o a c o l p i r e c e r t i e c c e s s i n e l c u l t o d e l l e i m ­
m agini, c o m e q u e llo d i s c e g lie r e d e lle ic o n e c o m e p a d r i n i o d i a t t r i b u i r e p o t e r e
ta u m a tu rg ic o a ll’i n t o n a c o s u c u i e r a d i p i n t a u n ’i m m a g i n e s a c r a .
M a a ll'in d o m a n i d i N i c e a i p r o b l e m i n o n r i g u a r d a v a n o s o l o il f r o n t e d e g l i
sc onfitti a v v e rsa ri d e lle im m a g in i. L ’o p p o s i z io n e m o n a s ti c a a lla p o l i t i c a “ m o r b i ­
d a ” d e l p a tr ia r c a T a r a s io , c h e in s e n o a l c o n c i l i o e r a s t a t a r i n t u z z a t a , e s p l o s e in
form e d i a p e r ta r o ttu r a ; g li s te s s i s t u d i t i , c h e p u r e a c c e tt a v a n o il c o n c i l i o , e n t r a ­
rono in r o tta d i c o llis io n e c o n il p a t r i a r c a p e r l a q u e s t i o n e d e i v e s c o v i s i m o n ia c i,
ferm e r e s ta n d o le l o r o p e r p le s s ità n e i c o n f r o n t i d i u n la i c o e l e v a t o a l s o g lio p a ­
triarcale. M a a n c h e in O c c i d e n t e , d o v e p u r e l ’ic o n o c l a s m o n o n a v e v a a t t e c c h i t o ,
l’accoglienza rise rv a ta a g li a tti d e l c o n c ilio n o n f u d e lle m ig lio ri. P a p a A d r i a n o o v ­
viam ente a c c e tta v a le c o n c lu s io n i d e l c o n c ilio , m a l a m e n t a v a la m a n c a t a r e s t i t u ­
zione, d a p a r te d e i b a silets, d e i t e r r i t o r i s o t t r a t t i a lla s u a g i u r is d i z i o n e n e l c o r s o
della c o n tro v e rs ia . A lla c o r te d i C a r lo M a g n o , in v e c e , la t r a d u z i o n e d e g li a tti, c a - .
rattcrizzata d a u n p e s s im o la tin o e d a m a d o r n a l i e r r o r i d i tr a d u z i o n e , s u s c itò u n a
violenta re a z io n e , c h e si c o n c r e tiz z ò n e lla c o m p o s iz io n e d e l cap itu iare d e im ag in t^ k
bui, n o to a n c h e c o n il tito lo d f L ib ri C a ro lin i C 7 9 0 7 9 ^ ), e n e l l a c o n v o c a z io n e t t ó l
conciliceli Francoforte, nel giugno 794j)che rigettò il Niceno secondo. Si è già ac­
cennato allé obiezioni che, da pkrtTmuica, ruròrio mosse sul piano dogmatico;
ma, ovviamente, non va trascurato l’aspetto politico della questione. Carlo, che di
lì a poco sarebbe stato incoronato imperatore dal pontefice, non vedeva certo di
buon occhio un riavvicinamento tra il papato e Bisanzio.
Se, dunque, negli anni immediatamente successivi alla sua conclusione il Ni
ceno secondo non sembrava avere superato i problemi per la soluzione dei qua
li era stato convocato, la sua autorità venne pienamente ristabilita quando si esau
ri anche la seconda fase dell’iconoclasm o, che già aveva assunto posizioni pii
moderate rispetto all’epoca di Leone in e Costantino v. N on si ritenne opportu
no, allora, riconvocare un nuovo concilio ecumenico, ma fu sufficiente un sempli

I
ce e rapido sinodo locale, riunitosi nel palazzo di Kanikleion a Costantinopoli (4
marzo 843), che si limitò a ribadire le decisioni e la definizione di fede stabilite
a Nicea.
Da allora fino ai nostri giorni la Chiesa greca celebra la vittoria delle imma
gini nella “festa dell’ortodossia”, la prima domenica di Quaresima. D a allora fine
ai nostri giorni la legittimità della raffigurazione del sacro non è stata più messi
in dubbio: fu un evento decisivo, non solo sul piano religioso, ma, com e è faci
le intuire, anche per gli sviluppi della tradizione artistica, sia in Occidente, che
soprattutto, in Oriente. Chi oggi ammira un’icona, in una chiesa greca o russa
dovrebbe sapere che deve questa sua avventura estetica ai padri che, più di 120C
anni fa, si riunirono nella «illustre metropoli di Nicea dell’eparchia di Bitinia».

Referenze bibliografiche

Ogni manuale di storia bizantina dedica, come è ovvio, il dovuto spazio alla controver­
sia iconoclastica e al contesto storico in cui essa maturò. Fra la opere più recenti in lingua
italiana si segnala, per l’impostazione problematica e per il riferimento alla bibliografia più
aggiornata, l’ottima sintesi di Mario Gallina, Potere e società a Bisanzio. Dalla fondazione di
Costantinopoli al 1204, Torino 1995, pp. 125-160. Tra gli studi specifici vi sono varie pubbli­
cazioni recenti, originate anche dalla ricorrenza dei 1200 anni dal concilio di Nicea celebrata
nel 1987 con due congressi: Nicée li, 787-1987. Douze siècles d’images religieuses, F. Boesp-
flug e N. Lossky ed., Paris 1987; e II Concilio Niceno II (787) e il culto delle immagini (Con­
vegno di studi per il XII centenario del Concilio Niceno II, Messina, sett. 1987), a cura di S
Leanza, Catania 1994. Nel testo si è fatto riferimento, inoltre ai lavori di P. Schreiner, Der
byzantinische Bilderstreit, in Bisanzio, Roma e l’Italia nell’alto medioevo, SSAM, xxiv, Spoleto
1988, pp. 319-407; e di G. Dagron, L ’iconoclasme et l'établissement de l’Orthodoxie (726-847;.
in Histoire du Christianisme des origines à nos jours, t. iv, Desclée 1993, pp. 93-165. Sul prob­
lema delle lettere di Gregorio n si veda J. Gouillard, A u x origines de l’iconoclasme. le témoign-
age de Grégoire li?, in Travaux et mémoires, 3 (1968), pp. 243-305. Per l’atteggiamento critico
del cristianesimo primitivo nei confronti della raffigurazione del sacro cfr., soprattutto, Da­
gron, L ’iconoclasme cit., pp. 94-97, e G. Dumeige, Nicée li (787). Histoire des Conciles cecu-
meniques, IV, Paris, 1978, pp. 17-57, opera nella quale, alle pp. 99-150, si trova una dettaglia­
ta sintesi delle varie sessioni del Niceno secondo. A proposito del numero dei vescovi presen­
ti al concilio si è fatto riferimento all’articolo di J. Darrouzès, Listes épiscopales du conale de
Nicée (787), in Revue des Études Byzantines, 33 (1975), pp. 5-76, mentre sid ruolo dei monaci
si è tenuto conto, in particolare, di quanto scritto da M.-F. Auzépy, La place des moines J
Nicée II (787), in Byzantion, 58 (1988), pp. 5-21 (rist. in II Concilio Niceno il, cit., pp. UN
127). Sui problemi connessi alla tradizione testuale delle synodiae di papa Adriano i et so­
prattutto L. Walìach, The Greek and Latin Version o f il Nicaea, 787, and the Synodica o>
Hadrian I (JE 2448), in Id., Diplomatic Studies in Latin and Greek Documents from the Cam
lingian Age, London 1977, pp. 3-42. Sulle citazioni patristiche ed agiografìche a Nicea si veda
P. Van den Ven, La patristique et Thagiographie au concile de Nicée de 787, in Byzantton. 25-
27 (1955-1957), pp. 325-362; e C. Climi, Le 'chreseis' dei Padri cappadod al secondo conalto

l8z
d i Nicea (787), in C ullo delle im m agin i e crisi iconoclasta, Atti del Convegno di Studi (Catania,
16-17 maggio), Q uadern i d i Synaxii 2, Palermo 1986, pp, 69-92. La citazione di M. G. Mara
è tratta da Im plicante biblico-esegettcbe della polem ica su l culto delle immagini, in 11 Concil­
io Niceno II, cit., pp. 5-27, predsam, p. 17. oui rapporti tra secondo iconoclasmo e primo
umanesimo bizantino si veda, soprattutto, P. Lernene, Le prem ier humanisme byu n tin . Notes
et remarques sur enseigftem ent e t culture à Byxance des en gin es au X' siècle, Paris 1971; S. Im
pellizzeri, L 'U m anesim o bizan tin o d e l ix secolo e la genesi della Biblioteca d i Fozio, in La let­
teratura bixantina, Firenze 1975, pp. 297-565; U, Crisaiolo, Iconoclasmo e letteratura, in II
Concilio N iceno il, cit., pp. 191-219.
ì l secondo C oncilio d i Nicea e l'età d ell’immagine
é Mart* Andahro

Cos* p o trà significare p e r i lettori italiani accedere da oggi agli Atti del Con
ciUo nìccno U accom pagnati dalla nitida traduzione che qui si offre? Forse il saldo
di un debito verso un m o m en to di cultura, alta m a tem poralm ente lontana e se­
parata irrim ediabilm ente da noi, che viviamo in un angolo dell’O ccidente alla fine
del secondo m illennio?
lnsom m a, si tratta d i fare i conti con u n ’operazione nobilm ente accademica,
riservata a ristrette cerehie di specialisti per i quali, tuttavia, si presum e non ab­
bia limiti invalicabili la com prensione della lingua greca nella quale si espressero
i Padri della Chiesa a N icea o della latina delle traduzioni accreditate?
Invero, i potenziali destinatari di Nicea siamo tutti noi, noi impastati di cul­
tura occidentale, cittadini alle soglie del duemila, voraci consumatori di immagini.
Intanto, perché: «athées ou croyants, si nous avons échappé aux ressasse-
ments de la célébration calligraphique de Dieu, à la mode islamique, nous le de-
vons a ces "byzantins” dont ont dit bien légèrement qu’ils discutaient du sexe des
anges. Gràce à leur subtilité, la fiamme ascétique n’a pas brulé l’Occidente, come
ci ricorda Régis Debray (V ie e t m o rt d e Iim age. U ne h istoire du regard en O c­
cidente Paris 1992, p. 83), l'intellettuale francese che ha al suo attivo militanza
culturale e militanza politica nel terzo mondo. E con Debray anche noi slamo
convinti che Bisanzio e il lavorio dottrinale ruminato nelle sessioni del Concilio
niceno il hanno fecondato^FDccIdente monoteista, consegnandogli attraverso il
dc^ma 4^!tnwmazIónJ>U permesso all’immagine, la capacità di comprenderne
ramblguitàf«d où son ambivalence à l’égard de l’icóne, de la peinture, comme
aujourahui de l’audiovisuel» (p. 76). Può apparire paradossale, e, tuttavia, c'è
una buona dose di acume nel ritenere che «Hollywood vient de là, par l’icòne et
le baroque» (p. 77), e non si può non convenire che «comment comprendre
l’actualité sans prendre sur elle au moins douze siècles de recul?»; «camme si les
Pètes byzantins du Concile de Nicée u continuaient leur dispute devant le petit
écran, en nous balan^ant a d vitam setem am d’un extrème à l’autre, entre la mése
bontà des iconodules et la thèse pseu do des iconoclastes» (p. 381).
Altro, allora, che operazione accademica e squisitamente elitaria questa, di
mettere a disposizione la traduzione italiana degli Atti di Nicea! Si tratta infatti
dì consentire a larghe fasce di lettori di attingere ad essi direttamente, onde ac
chiappare ìl bandolo di quel lunghissimo filo che saldamente annoda noi "relevi
si' a quell'evento epocale che si consumò nella chiesa della Santa Sofia a Nicea
circa dodici secoli fa. È vero che il Concilio chiuse solo la prima fase iconoclasta,
visto che successivamente - fra I’813 e l’843 - Bisanzio ne conobbe un’altra e non
meno violenta, ma è pur vero che la questione dell’immagine e la sua difesa han­
no ricevuto a NiceaTavvallo dottrinale più alto e perentorio. Ciò di cui si dib
levarla liceità délTunmagìne e della sua venerazione, non era certo cosa da po.
Concettualmente l'importanza della posta in gioco è commensurabile sul filo i

185
un’affermazione come quella del patriarca Niceforo: «se si sopprime l'immagine,
non è il Cristo ma l’universo intero che scompare»; per il resto, parlano le energie
di altri segni. Si pensi che per garantire l'esistenza all’immagine, gli iconofili met
tono a repentaglio la propria vita. Non volendo piegarsi all’ingiunzione di distrug­
gere le sacre icone, essi finiscono per annoverare nelle proprie file dei martiri, dei
mutilati, dei grandemente offesi. Scenario per tutto ciò è Bisanzio.
Il contrasto fra le opposte parti in nessun altro centro è più rovente che nella
nuova Roma, Costantinopoli/Bisanzio, la città che, per il suo carattere di capitale
cristiana fin dalle origini, aveva ignorato le ondate delle persecuzioni contro i cri­
stiani e m isconosciuto l’ombra della morte allungarsi nel m ondo di coloro che
rifiutavano di praticare il culto verso gli idoli. Con il movimento iconoclasta, in­
vece, Bisanzio fornisce la ribalta per il dramma dell’opposizione dottrinale, e di­
venta il luogo dove il taglio della lacerazione che disunisce la comunità cristiana
è più lungo. È a Bisanzio che viene emanato l’editto iconoclasta (726); che viene
convocato e si svolge il sinodo di Hiereia (754); dove i patriarchi iconofili hanno
vita durissima (Germano e Niceforo) e abati, com e Teodoro del monastero di
Studios, sono esiliati. Ed è proprio a Costantinopoli che la perdita del patrimo­
nio di immagini assume le proporzioni di un naufragio particolarmente doloroso,
senza alcuna speranza di salvataggi, possibili altrove, nei territori lontani dalla
capitale. Costantinopoli paga inevitabilmente il prezzo più alto in termini di di­
struzioni e occultamento di mosaici, affreschi, tavole dipinte e di quanto altro
ospita la presenza di figure sacre. Ben quattro secoli di pittura religiosa costanti­
nopolitana spariscono inghiottiti nel gorgo iconoclasta.
Di contro, si ha ragione di ritenere che nel corso delle due fasi iconoclaste, fra
il 730 e il 785 c,, e successivamente fra l’813 e l’843, a Bisanzio attecchisca l’hu-
mus idoneo per la nascita di una pittura alternativa al genere sacro, una pittura
fatta di immagini profane, dal repertorio elegantemente decorativo, lussuosamente
aniconico, destinato ad espandersi nelle sale dei Palazzi imperiali, sui tessuti; per­
sino sulle pareti delle chiese.
Nella vita di santo Stefano il giovape.si racconta com e Costantino v abbia
ingiunto di staccare le pitture con temi evangelici esistenti nella chiesa della Theo­
tokos alle Blacherne e di averle fatte rimpiazzare con una decorazione ricca di al­
beri, uccelli, quadrupedi e rinceaux di edera rinserranti gru, corvi, pavoni, facen­
do di questa chiesa «un mercato di frutta e una voliera». È opportuno ricordare
che questi soggetti non sono nuovi in sé. Motivi analoghi appaiono in m odo vi-
stoso nel repertorio della pittura paleocristiana, ed esempi illustri, ancora oggi
godibili, come il mosaico con il grande'cespo di acanto nell’abside destra dell’an­
tico atrio del battistero lateranense a Roma o il mosaico del Sacello di santa Ma­
tròna a Càpua Vetère, ne sono una luminosa testimonianza. Nuova è, invece, la
pretesa di ritenerli da parte iconoclasta gli unici soggetti legittimati a entrare nella
decorazione degli spazi sacri, da sigillare con la presenza della croce.
In linea generale, per ciò che attiene la sfera delle predilezioni tematiche nella
pittura di matrice iconoclasta, occorre segnalare, oltre alla ripresa di motivi figu­
rativi del cristianesimo delle origini, la serie di soggetti a forte connotazione im
penale: pannelli votivi, scene di corse di cavaJlLdl caecia, di teatro e di giochi
nell’ippodromo. Dalle fonti sappiamo che Teofilo costruisce nel Gran Palazzo
imperiale una nuova sala del trono e un portico che fa decorare con paesaggi
verzure, giardini, secondo un gusto attinto dall’Oriente islamico, e, in particola
re, dalla corte dei califfi di Bagdad. «Riproduceva senza cambiamenti i palazzi
saracini», dice Teofane Continuato a proposito del palazzo provvisto di giardini
e fontane, fatto costruire dallo stesso Teonlo a Bryas sulla costa asiatica. I giardini
veri e quelli dipinti, rinserrati dentro le mura dei palazzi di Costantinopoli, sono
perduti in sé e co m e organ ism i alim entati d al n esso d ella recip roca e continua
rincorsa fra vero e riflesso d e l vero.
r Lim itatam ente alla con figu razion e d e l bagaglio p ittorico, u n ’idea c possib ile
(farsela sulla scia di u n a d eco ra zio n e d e l tip o d ei m osaici norm ann i sp len d en ti
Isulle pareti e sulla v o lta d ella stanza co si d etta di R u ggero nel P alazzo Reale di
(Palermo o nella sala della F ontan a n el P alazzo della Zisa, ancora a Palerm o, m en
!tre per l’abitudine a ospitare negli spazi sacri tem i profani, com e le scene di teatro
i e di giochi, o cco rre richiam arsi ai celeb ri affresch i co n i g ioch i n e ll’ip p od rom o
| dipinti sulle pareti d ella torre su d n ella C attedrale della Santa Sofia a K iev, del-
( la prima m età d ell’x i se co lo .
A C ostan tinop oli C o sta n tin o v aveva p ro ced u to alla d istru zion e n el M ilion
» delle ìmmagjm d ei condE" a favore d i q u elle « d ’una diab olica corsa di carri e del
suo cocchiere favorito O u ran ik os» {V ita d i sa n to S tefan o i l G io va n e). Il rimpiaz-
zamento d ei c o n d ii c o n le corse significa l’aver scartato il tem a religioso m a aver
ìp anteputp q u ello im p eriale, seco n d o u n o slittairiérito d e l quale fruisce an ch e la
produzione dei tessu q JL a rappresentazione dì soggetti religiosi è vietata anche n ti
tessuti, co m e precisa u n d ecreto d ei ( lo n d lio T co n o cfasta del 7 54, così essi a cco ­
glieranno esclusivam ente tem i profani, s p e d e di ascendenza im periale. Soggetti ri­
correnti sono: quadrighe, scen e di caccia (Aix-la-Chapelle, capitolo della Cattedra­
le; Saint-Calais, C hiesa d i S. Calais); im m agini co n dom atori d i leon i (Sens, T eso ­
ro della Cattedrale); talora, ritratti d i im peratore, T eofilo (?) (Sens, T esoro della
Cattedrale; Londra, V ictoria an d A lbert M useum ).
D islocati in O ccid en te, d o v e giunsero sp esso com e d on o da parte d egli im pe-
T tn r ^ n i «* dogi» nm wwm «ww w iiM n ia ifP utilizzati rnmp sudari e reliquiari,
ftessu ti. CTgtantip opolitani d e ll’vm e d el EX se c o lo , di straordinaria qualità, ed ele-
ggtzarlin iscon o p er rappresentare ai nostri occh i la m igliore testim onianza super­
stite della tem perie figurativa d i m atrice icon oclasta, di contro alla m assiccia di-
sm iztone A e n a colp ito la p rod u zion e p ittorica.d i carattere m onum entale. Q u el
che di essa si conserva tuttora nelle chiese consiste in episodi scarsam ente rappre­
sentativi, di carattere fram m entario, dislocati in aree margìn à lrn sp etto a C ostan ­
tinopoli. Incerta è la lo ro d atazione, d i parte le fonti icon ofile ch e li riguardano.
Dobbiam o perderci fra le iso le d ell’E geo per rintracciare nell’ab sid e della chiesa
di H agia Kyriaki a N a x o s u n a d ecorazion e d el p eriod o iconoclasta, fatta di pan­
nelli con volatili, d e m e n ti vegetali e croci; inoltrarci n ell’altopiano an atolico alla
scoperta di q u elle ch iese d ella C ap p ad ocia, co m e la K izil Cukur, le cui pareti
sono rivestite d i un’estesa decorazione fitom orfica, dom inata da una grande croce;
scoprire fra le rocce d ell’lsauria la d ecorazion e d elle grotte d i Aiodia; e, infine
sostare nella chiesa d i San Iacop o a Zam bra n ei pressi d i Pisa, d ove una decora­
zione che sem bra risalire alla prim a m età d ell’vm secolo, con m otivi vegetali, al­
beri, uccelli, p esci, pervade la sup erficie d ell’abside.
A C ostantinopoli, le tracce d el tem p o icon oclasta son o sparute e univoche.
Esse riguardano esclusivam ente alcuni interventi com piuti all’interno degli edifici
sacri, com e il m osaico tutto d ’oro dell’abside della Santa Irene, abitato esclusiva-
mente dalla figura nera d ella croce e, ancora, l’inserim ento di croci n ell’ambito
della precedente decorazione giustinianea della Santa Sofia, peraltro già rigorosa­
m ente aniconica. C ’è , p o i, un lu o g o n el com p lesso della Santa Sofia dove si ha
l’impressione di sorprendere il gesto d el m osaicista iconoclasta all’opera m eni
distrugge e manipola u n m osaico. Sulle pareti di una delle sale private del Pa
patriarcale (congiunto direttamente alla G rande Chiesa tramite la galleria), l’a
iconoclasta taglia la superficie musiva del vi secolo, sostituisce i ritratti di Cr
e santi entro m edaglioni con d elle croci, asporta la porzione di m osaico c o o j
•scrizioni e integra con nuovi brani m usivi le lacune. Tutto ciò è leggibile su
superficie, grazie atta specifica natura del mosaico die consente di riconoscere le
une accanto alle altre - come in un intarsio - le parti originarie e le parti aggiun­
te, permettendo di ritrovare in questa testimonianza un’eco palpabile di quella
campagna ù-onr^agra che sappiamo essere stata condotta nel f768-76Sf contro la
Santa Sofia. ^
L adistruzione (All’immagine è gesto choccante. L’abbiamo intravisto nel cor­
po di un’opera esistente, e seguito lungo le suture della lacerazione; ci viene rac­
contato nelle fonti di patte iconofila, visualizzato in alcune miniature. Nella V ita
d i santo Stefano i l G iovan e, il biografo riferisce che le sante Icone deT Cristo, della
Madre di Dio e dei Santi furono bruciate, distrutte o coperte. La raffigurazione
dett’atto iconoclasta ricorre inCcìufc diverse miniature del salterio Khludpv (Mosca,
Museo Storico, cod. 129D) e'ógni volta il gesto è quello della scialbatura di
un'icona clipeata di Cristo. In particolare,"n^ primo caso, all’interno di un cón-
testo figurale assimilabile alla scena di un Sinodo, un ecclesiastico imbianca^on
pennelli Ticona, ubbidendo agli ordini die gli vengono impartiti dalla figura del-
l’imperatore in trono; la seconda illustrazione presenta una serrata corrispondenza
fra l’offerta del fide e dell’aceto a Cristo sulla croce e l’atto della sdalbatura com­
piuta ancora una volta contro un’icona clipeata di Cristo. È significativo che la
figura dell’iconoclasta è fisionomicamente caratterizzata da una corona di capel-
licorvim e irsuti, allo stesso modo d d patriarca iconoclasta Giovanni il Gramma­
tico, ricorrente nella miniatura dello stesso Salterio, laddove s i contrappone la
purezza degli iconofili - nella persona del patriarca Niceforo - alla corruzione
dégliiconoclasti - nella persona di Giovanni.
A questo punto, vedo trapelare il tracciato di una questione di fondo, quel­
la dei modi attraveiso i quali Ì’espressi<QQ£..della figuratività si sia vincolata all’im­
magine nelle distinte tappe del suo secolari percorso, dalla preiconodastà alla
posticonoclasta. La questione è ovviamente, oltre che centrale, storiograficamente
impegnativa. Non volendola accantonare, ma non essendoci gli spazi sufficienti
per trattarla, si sceglie di offrire in proposito una semplice intelaiatura di orien­
tamento, sulla base di d ò che ha maturato il lavorio critico di intere generazioni
di studiosi.
Riguardo la prima delle soglie, vale a dire quale fosse lo status proprio all’im-
maginenel jrorso d e lv ie d d v n seco lo , fin allavìgilia della crisi iconodasta, un
punto insuperato ce k> fornisce l’interpretazione di Kitzinger (B yzan tine A r t in the
P e rio d b e tw e e n Justinian a n d Iconoclasm , in “Berichte zum XI. Internationalen
Bizantinisten Congress", Miinchen 1958, trad. it. L 'arte b izan tin a n e l p erio d o tra
G iu stin ia n o e l ’Icon oclastia, in E. Kitzinger, ed., I l cu lto d e lle im m agin i. L ’arte
bizantin a d a l cristian esim o d elle origin i a ll’Iconoclastia, Firenze 1992) e concerne
Tapparente paradosso attivo fra il ruolo e la resa dell’immagine nel corso d d vii
secolo. E quello il[ tempo nel. quale l’immagine della persona santa assume un’at-
Htuàlità e una realtà senza precedenti - l’immagine inizia a parlare è agire in luo­
go dd santo stesso, a essere avvicinata, venerata e usata sempre più come se fosse
animata - ma, di contro, essa si esprime figurativamentemediante un linguaggio
dalle ràdici profondamente.astratte. L’immagine - e si pensi fra tutte alla figura
di santa Agnese nell’abside dell’omonima basilica romana (della metà circa dd vn
secolo) - appare immota, remota, immateriale; galleggia in un fondo, oro, a sua
volta icona senza volto della temporalità e della spazialità. Altrove, ovunque sia­
no note testimonianze figurative di genere iconico, si pensi a Roma, Salonicco,
Ravenna, Salona, associato ad esse riscontriamo il medesimo processo artistico di
* . tendenZaast rattizzante, contrario alla descrittività realistiche"asshrnrirèntrato
nella funzione di vdcolo del soprannaturale.
Una volta fuori daT tunnd dell’iconodastia e legittimata in modo definitivo e

188
glorioso «itila b a te d el fo n d a m e n to d e ll’In c a rn a z io n e , l’icona a p p a re sintonizzata
n i una d iv e rta lu n g h ezza d 'o n d a . N elle sc elte d el linguaggio fig u rativ o si verifica
una «volta, « 'im b o cca u n ’a ltra te n d e n z a . L a te n d e n z a a stra ttiz z a n te ced e il passo
g u n ’inclinazione della figuratività n o n aliena d all’im m ettere l'im m agine all’interno
di un circu ito di d in a m ic h e n u o v e. P e r d irla in term in i fam iliari al clim a niceno,
l’im m agine re c u p e ra sul p ro to tip o , sul m odello, e s te n d e n d o e in f itte n d o la m aglia
della co rporeità, a ttiv a n d o q u el can ale d e ll’illusionism o e im pressionism o di radice
ellenistica c h e a C o s ta n tin o p o li n o n aveva m a i su b ito eclissi.
E sem plare d ella svolta nel rin n o v am en to d ei m o d i figurativi è l’im m agine del­
la T h e o to k o s in tr o n o c o l F ig lio , c a m p ita a m o sa ic o n ella co n c a ab sid a le della
Santa Sofia. C e rta m e n te d i d a ta z io n e p o stic o n o c la sta , e fo rse realizzata già alla
fine dcll’vill secolo, all’in d o m an i della co nclusione del C oncilio di N icea, la T h e o ­
tokos, com e la fig u ra d e ll’an g elo G a b rie le nel so ttarco , è u n ’o p era stilisticam en­
te altissim a e ra p p re se n ta tiv a d el re c u p e ro di u n codice, l ’illusionism o antico, ri­
visitato e p ie g a to a v e stire la lu ce d i u n a g ra n d e e ritro v ata in terio rità. N ei volti
le luci s’im p astan o co n le o m b re , la g rad u alità dei colori, sapiente, digita con sen­
sibilità su p re m a i p iani; l’im m ag in e, se p p u re lo n tan a, lievita in u n a m obilità so t­
tile lungo d irezio n i c o m p o sitiv e g en e ra te d a u n o schem a asim m etrico e in diag o ­
nale; le b o c c h e p icco le so n o sp ira n ti e gli sg u ard i h a n n o in ten sità in sondabili. I
piedi d ell’arcan g elo dagli eleg an ti calzari, se p p u re con levità d a d an zatore, fanno
presa sulla terra.
È assai p ro b a b ile c h e la te n d e n z a ellenistica in p ittu ra e la m atrice latam en ­
te classicistica alla b ase di q u e l se g m en to délLarte" p o stico n o clasta che chiam iam o
"rin a sc é riz a jn a c e d o n e ” tro v in o i germ i della p ro p ria gestazione p ro p rio nel clima
c o s tln tm p p o llta n o deH ’v iil secolo. È il m o m e n to nel quale, di c o n tro aT blócco
dell’arte sacra, si affinano, co m e s’è già”d ettò , le condizioni p e r lan ascita_di .un’ar­
te dal cara tte re sq u isitam en te p ro fa n o , esclusivam ente legata e d ip e n d e n te d a un
tip o d i c o m m itten za im p e ria le e au lica, e p e rciò p ro p e n sa a d acu ire lo sgua rd o
vocazionalm ente retro sp e ttiv o d i B isanzio verso scelte in ten zio n alm en te .“classici-
ste” . C on u n a rosa d i ricad u te su altri piani, fra i quali si rico rd an o l’allargam ento
delle tem atich e di a m b ito ja ic o , il recu p ero e l’arricchim ento di m otivi del rep e r­
torio naturalistico e la cresc ita di^curiogilà verso u n a resa analitica d e i soggetti.
Q u a n d o , to rn a n d o a S an ta Sofia d o p o Tà censura iconoclasta* i fed’é li'potero-
no g u ardare la n u o v a im m agine della T h eo to k o s n ell’abside, essa doveva apparire
loro assai lo n ta n a q u a n to a m etri, e, tu ttav ia, sp rig io n an te u n a p resenza c o n tu r­
bante. L a sua realtà n o n si basava sulla associazione che poteva richiam are: guar­
darla significava p e rc e p ire attrav erso d i essa q ualcosa d i p iù autentico, più reale
e infinitam ente p iù afferrab ile di u n a sem plice associazione.

Sono gli atteggiamenti mentali e psicologici che vorrei confrontare per un


momento con quello che Barthes annota a proposito della fotografia: «La fotogra­
fìa non rimemora il passato (in una fotografìa non c’è niente di proustiano). L’ef­
fetto che essa produce su di me non è quello di restituire ciò che è abolito (dal
tempo, dalla distanza), ma attestare che ciò che vedo è effettivamente stato»; e
ancora: «Forse questo stupore (prodotto dalla foto), questa caparbietà affonda le
sue radici nella sostanza religiosa di cui sono imbevuto; niente da fare: la fotogra­
fìa ha qualcosa a che vedere con la risurrezione: forse che non si può dire di lei
quello che dicevano i Bizantini dell’immagine di Cristo di cui la Sindone di To­
rino è impregnata, e cioè che non era fatta da mano d’uomo, che era acheiropoi-
tos?» (La Chambre claire, Paris 1980; trad. it. La camera chiara. Nota sulla fom ttÈ È
fia, Torino 1980, rispettivamente pp. 83, 100).
Le analisi di Barthes sul rapporto foto-referente-fruitore sono penetrairi|^^^|
sta ih V^AVVAto it a Attratto iti giocò sono toccati da qualche sfocatura,
come AÀbttto ÙxMÒVe A Vòtttòttwé Fhà b Sitìddrte di Torino e quella categoria di
MWaagttÙ. copy? tt WMhMtoft è le actatòplté ette erano assai familiari alla tradizio-
vyf tawnfinq- -Ùt ittito ptAttlv b pungente Freschezza di un punto di osservazio­
ne più 0 WAto AMVfcqvAòlltttìlto àtìticò rivolto a una categoria moderna. Perciò
ho svolto Wfiltawwi di tanta* a Fungere da cerniera fra l’intelaiatura di carat­
tere StoWA dota Imagine pieeedenti e gli squarci su Nicea e la modernità delle
seguenti
Vvit W qwèsitottì gAYAttlì ifttotoO all'icona che oggi ci appaiono frutto del con­
corse» vh geU A m m i rii Attvltttti, approcci diversificati, catene di studi, menzione­
rei almeno ste s te due: la questione della Filiazione dell’icona cristiana dal gene­
re vie! ribalto, del Vinario ÌVttVèbtè, della maschera; la durezza lucente del nesso
iva rim pagino e il suo prototipo

È in questa Irne thè andremo a cenate quel Filo forte e ininterrotto che lega
noi, abitatoti del «uaukr nell'età dell'immagitte, al polo che è Nicea. Senza owia-
txreote pretendere di ratehindedo tutto in queste poche note e avvertendo quanto
ampia sia la atta t^wnibilità a essere seguito e raccontato in maniere differenziate.
In un ideale indite, piacerebbe trovare titoli del tipo:
- l'toawlasmo antico di Bisanzio e gli iconoclasmi antichi e moderni dell’Oc-
eideme;
- le venature aniconiche nella parabola figurativa dell'Occidente ;
- la storiografia del Novecento e la questione dell’immagine fino a Nicea e
dopo Nicea;
- Nicea e l'età dell'intmagine e della comunicazione visiva.
Al carattere di queste note è esterna t’idea stessa di poter affrontare in modo
organico anche solo qualcuno dei punti elencati. Si opterà, perciò, per approcci
minimali, per assaggi, delibazioni; oppure per visioni d’insieme, o tagli parziali, o
di tacere del tutto, com'è il caso del secondo punto.
Non seme ignote le scolte a tendenza aniconica o decisamente iconoclasta che
in maniera assai intermittente ma significativa seguono raffermarsi e radicarsi del-
l’immagtne in (’recidente. In questa occasione ci si limita solo a nominarle.
Come primo episodio è da ricordare il lavorio intorno al tema dell’immagine
elaborato negli ambienti della corte carolìngia con relative contestazioni nei ri­
guardi di alcune posizioni espresse negli Atti niceni.
NeU'Eurvtpa delle cattedrali romaniche, Bernardo di Chiaravalle alzò forte la
sua voce, dissidente, contro b folla di immagini che invadevano oltre le usuali
superile! gli elementi costruttivi nelle forme di un’inaudita plastica architettonica.
Alla proliferazione Bernardo oppose l’eleganza dell’assenza, la vocazione coeren­
temente anìeonìea ehe rinveniamo alla base delle scelte dell’ordine cistercense,
capaci dì tradursi nella logica di un’architettura rigorosa nel modulo, luminosa ma
priva dì qualsiasi immagine ehe non fosse il segno della Croce.
E, infine, un aeeenno alle vere e proprie ondate iconoclasta l’iconoclastia
germinata nel terreno delb Riferma protestante, con effetti devastanti nei territori
dell'Europa del nord; l’iconoclastia incalzante sull’onda della Rivoluzione francese
o della rivoluzione bolscevica, e, in tempi moderni, i singoli gesti di distruzione
o mutilazione. Sì pensi alla mutilazione infetta alla Pietà di Michelangelo nella
Basilica di San Pietro in Vaticano o allo sfregio perpetrato su un dipinto come la
RohJU Ji hotte dì Rembrandt, fino alla sottrazione o occultamento di opere con­
dotte su commissione.
Quanto al terzo punto, tenuto conto della sede, sembra cosa opportuna limi-

190
lume l'ambito aU'ìnformazìone, senza peraltro alcuna pretesa di completezza, circa
l'impatto prodotto dalla ricorrenza - nell'anno 1987 - del xii centenario del Con­
cìlio Niceno u.
Le iniziative promosse in Italia riguardano soprattutto l’organizzazione di con­
vegni. Apre la serie il convegno “Culto delle immagini e crisi iconoclasta”, svol­
tosi a Catania il 16-17 maggio 1984; nel corso del 1987 si susseguono: le giornate
di studio presso l'Università Cattolica di Milano, su “Icona ed Iconoclastia", 17
e 18 marzo 1987; il convegno “La legittimità del culto delle icone. Oriente e Oc­
cidente riaffermano insieme la fede cristiana", Bari, 11-13 maggio; e, infine, “Il
Concìlio Niceno li e il culto delle immagini", Messina 23-25 settembre.
A livello intemazionale si segnalano: il “Colloque International Nicée n”, svol­
tosi a Parigi (2-4 ottobre 1986); il Simposio storico interecclesiale che ha avuto
luogo a Istanbul il 13-16 ottobre in concomitanza strettissima con la ricorrenza
del Concìlio Niceno il, apertosi il primo ottobre 787; il Simposio “The Holy Ima­
ge", presso il Dumbarton Oaks a Washington, D, C. (27-29 aprile 1990), per il
uale sì può dire che se lo scarto cronologico rispetto all’anniversario lo spoglia

3 i ogni intenzione commemorativa, la scelta del tema, la sua articolazione, i ter­


mini problematici lo rendono a pieno titolo una delle occasioni più stimolanti. È,
infine, estremamente significativo che, nell’ambito di una sede come “The A. W.
Mellon Lectures in the Fine Arts” della National Gallery of Art di Washington,
D, C , il tema dell’anno 1987 svolto da Jaroslav Pelikan sia stato: “Imago Dei.
The Byzantine Apologia for Icons”.
La mole e la varietà degli aspetti affrontati nelle varie circostanze e che hanno
ricevuto una rinnovata, dettagliata e non inutile attenzione è davvero considere­
vole.
E, tuttavia, non si può non lamentare con quanti l’hanno segnalato che pur­
troppo la ricorrenza è passata senza che si disponesse dell’edizione critica degli
Atti del Concìlio Niceno il. Sotto un altro piano, si vuole ricordare come la serie
di quelle iniziative nelle quali si adombrava maggiormente una preoccupazione di
tipo dottrinale ed ecclesiale, abbia trovato un idoneo coronamento nella pubbli­
cazione di due documenti, quali l'enciclica 11 concilio di Nicea e la teologia dell’ico­
na di Dìmitrio 1, Patriarca ecumenico di Costantinopoli, e la lettera apostolica
Dutidecìmum tatculum del Pupa Giovanni Paolo il, ad appendice degli Atti del
Convegno di Bari (1988, pp. 329-349). I due documenti, in modo significativo e
si direbbe scontato, sono differenti, essendo ciascuno simbiotico con le proprie
tradizioni e con quella diversità di approccio nei confronti della questione dell’im­
magine che contrassegnò la linea costantinopolitana e la linea romana. Mentre
l'Enciclica ripropone la memoria di Nicea, concentrandosi sulla centralità che
assume la definizione e comprensione del vincolo fra immagine e prototipo, la
Lettera del papa ne offre una rilettura attraverso il ripensamento dei punti interni
alla tradizione occidentale, da Gregorio Magno al Concilio Vaticano u.
Ma come vedremo fra poco, sono le pieghe di certa riflessione critica di area
europea ed anglosassone ad apparire lambite e raggiunte, in anni vicini a noi, dal
cono d'ombra del lavorio intorno all’immagine culminante a Nicea. Penso alle
opere di Belting, di Freedberg, Debray sulle quali torneremo.
E non solo. In Francia nel corso del 1992 ha luogo l’esposizione “Les icono-
dules: la question de l'image”, organizzata dal Museo des Beaux-Arts André Mal-
raux, Le Havre, dal Museo d’Evreux con la partecipazione di 14 artisti. Una ra­
mificazione dentro le vene dell’orizzonte contemporaneo dell’antico battito nice­
no.
Al dì là del crinale occidentale, verso Oriente, è il caso di menzionare
no l’acutissimo “saggio sull’icona" di Pavel Florenskij Le porte regali, risalente
1922, pubblicato a Mosca nel 1972 e apparso in edizione italiana nel 1977 (Mi­
lano, Adelphi 1977, a cura di E. Zolla), ma circolante in Francia allo stadio di
brogliaccio fin dal 1969. Alla luce di queste apparizioni, sarebbe interessante se­
guire l’andamento dei percorsi di idee chiave nel quadro storiografico generale,
come sono, ad esempio, quelle relative alla genesi dell’icona, presenti in Floren­
skij e nella storiografia francese. E ancora di più sarebbe interessante allungare lo
sguardo all’interno del grande serbatoio che per la comprensione di Bisanzio rap­
presenta la cultura russa, specie fra Ottocento e Novecento, affondare le mani
nefl’humus pertinente all’esperienza di un Florenskij, di uno storico dell’arte bi­
zantina come André Grabar, nativo di Kiev, ma studioso operante nella sua lunga
vita in paesi francofoni, fino ad arrivare al retroterra di un’opera come L'estetica
bizantina. Problem i teorici di V. V. Bydeov, del 1977 (ed. it., Galatina, Congedo
editore 1983). Allungare lo sguardo e affondare le mani su quella soglia tempo­
rale comune al maturare delle esperienze del formalismo russo nonché di alcuni
tasselli di figuratività (dei simbolisti, dei cubofuturisd, di Kandisky) che, una volta
trasmigrati in Occidente, costituiranno la spina dorsale di esperienze artistiche
interne alle avanguardie storiche, come l’astrattismo.
Ancora in Russia, specificatamente a ciò che attiene l’idea dell’icona antica
«piale si va configurando nel Novecento, credo significativo segnalare una circo­
stanza, in particolare. Era il 1890, quando, in occasione del vn Congresso archeo­
logico, furono presentate due icone, l'ima raffigurante la Theotokos, l’altra i santi
Sergio e Bacco. Custodite nei Museo ecclesiastico di Kiev, le icone vi erano giunte
nel 1885, alla morte del vescovo Porfirio Uspenski che le aveva comprate nel
corso dei suoi due viaggi al Sinai nel 1845 e nel 1850. L’apparizione di quelle due
tavolette dipinte ad encausto, ancora oggi nel novero delle icone più antiche che
si conoscano (risalgono, Luna al vi, l’altra entro il vn) e fra le più affascinanti in
assoluto, era destinata a dischiudere un primo varco nel buio delle nostre cono­
scenze intorno alla produzione iconica anteriore a Nicea. Un altro e più consi­
stente varco si sarebbe verificato solo dopo alcuni decenni, grazie alla pubblica­
zione negli anni '50 del grande patrimonio iconico conservato nel monastero di
Santa Caterina sul Monte Sinai e la scoperta di quattro antiche icone romane
dopo che i restauri ne hanno rivelato l’identità rimasta sepolta sotto vasti strati di
camuffanti ridipinture. Con il recupero delle icone di epoca preiconoclasta del
Sìnai e di Roma la questione delle immagini acquisisce volto, corpo. Davanti ad
esse d rendiamo conto di quale linfa alimentasse i tipi di immagini che scatena­
rono l’aspra contestazione iconoclasta e per contro la difesa degli iconofili. Insom­
nia, il gruppo oggi noto delle icone del Sinai e di Roma risalenti al vi, vn, inizi
d d l’vm secolo, permette l'avvicinamento al corpo del reato iconofìlo, alla pietra
dello scandalo per gli iconoclasti, persino attraverso una pluralità di sfumature. Ci
sono esemplari che sono testimoni del dim a romano - e il riferimento è, in par­
ticolare, alle icone di Santa Maria Nova, del Pantheon, di S. Maria in Trasteve­
re - , sono riconosdbili icone deU’area siropalesrinese e di altre realtà dell’orien­
te cristiano, come l’Egitto, copto e non. Costantinopoli non conserva icone in
proprio, e, tuttavia, i caratteri specifici della sua produzione sono rintracciabili in
quelle icone conservate nel Monastero d d Sinai, fin le quali l’icona d d vi secolo
co) Cristo e l’icona con la Theotokos in trono col bambino sulle ginocchia fra
angeli e sanò, ritenute ragionevolmente di provenienza costantinopolitana.
Com’è naturale, di pari passo con le scoperte, si intensificano e si articolano
variamente gli studi. Accanto a pagine di carattere filologico prendono forma
lavori volti a penetrare nella dimensione dell’icona qual è recuperabile nella sua
parabola anteriore al taglio iconoclasta. D i questi ultimi possiamo considerare
capofila il saggio di Kitzinger d d 1954 (The C ult o f Images in the A ge before Ico-

192
rtoclam, in “Dumbattore Oak» Paper*”, vm, 1954, trad, it in E. Kitzinger, cd.,
dt.,Brente 1992)
A questo punto mi sia permessa un’annotazione nata all’incrocio fra lettura
degli Atti del Concilio, stato attuale delle conoscenze degli esemplari iconici di
epoca preiconoclasta e relativo quadro storiografico. Chi leggesse gli Atti e la
iynndka di Adriano alla Corte di Costantinopoli con l’occhio intento a selezionar­
vi la rota dei riferimenti a immagini reali, avrebbe l’impressione di assistere al-
l'emcrgerc di uno strato geologico, di toccare l’aurora del fenomeno, di comporre
mentalmente delle tracce che sono da immaginare a zoccolo del mondo dell’icona
coti come noi oggi lo conosciamo. Accade che volendo dimostrare l’esistenza di
una linea delle immagini ininterrotta, si tenta di recuperare le testimonianze del
tempo più lontano possibile. L ’ottica “storica” di papa Adriano tende a fissarne
il punto di partenza almeno per Roma nei tempi costantiniani. Costantino, dopo
il racconto del sogno nel quale gli apparvero coloro che nel confronto con le loro
immagini poterono essere identificati nei principi degli apostoli, Pietro e Paolo,
«si diede a costruire chiese, innalzando in esse le stesse venerande immagini» (cfr.
infra). Da parte loro, i padri del Concilio non sono da meno nel ricordare una
fitta catena di testimonianze antiche. Asterio, vescovo di Amasea è «rapito nel
profondo», passeggiando sotto un portico, davanti a «tutta la storia sulla tela» di
Eufemia martire (cfr. infra); «colui che aveva la bocca più preziosa dell’oro pro­
nunziò le parole; “amai anche la pittura ricoperta di cera”» (cfr. infra)-, Giovan­
ni Crisostomo registra l’«affetto» per «l’inunagine del corpo» di Melezio, e dice
essere stata dipinta «quella santa immagine dappertutto, nei castoni degli anelli,
nelle coppe e nei bicchieri, sulle pareti delle camere da letto» (cfr. infra)-, Grego­
rio il Teologo racconta con partecipazione dell’etera «vinta dalla visione» davanti
all'effigie di Polentone sporgente sopra il portone (cfr. infra).
Icone su tela, tavole dipinte ad encausto, immagini dal carattere narrativo ed
effigi/ritratto; immagini variamente dislocate; sotto portici, sopra un portone, in
interni dom estici, su oggetti personali e d ’uso corrente. E questa la poliedrica,
sfaccettata, affollata dimensione dell’immagine quale si configura con precisione
nella prima metà del v secolo, in base alle fonti. N ei confronti di questo quadro
fondato sulle memorie, il panorama iconico preiconoclasta a tutt’oggi noto soffre
di un vistoso scarto cronologico. Fra le icone del Sinai, di Kiev, di Roma non
sembra di poterne riconoscere alcuna che sia antica quanto quelle evocate nel
corso del Concilio ed è condivisibile la loro aggregazione intorno all’asse del vi e
VII secolo. E, tuttavia, sul piano degli assetti più generali, nella formulazione dei
sistemi interpretativi di studiosi fra i più avvertiti si coglie l ’ombra di una qual
certa refrattarietà a pensare l ’icona a una soglia anteriore al vi secolo.
Riprendendo il filo storiografico e giungendo al nostro presente, emerge un
dato. Ed è che la latitudine di riflessione sensibile all’impatto di Nicea sullo sta­
tuto dell’immagine si è enorm em ente dilatata. Ci si proverà a dam e sentore dal
punto di stazione coincidente con l’am bito degli studi storico-artistici, limitata-
mente al nodo rappresentato dalle due opere: The Power of Images. Studies in the
History and Theory of Response di David Freedberg, 1989 (trad. it. Il potere delle
immagini. Il mondo delle figure: reazioni e emozioni del pubblico, Torino 1993) c
Bild und Kult-Eine Geschichte des Bildes vor dem Zeitalter der Kunst, 1990 di
Hans Belting (trad, ingl. Likeness and Presence. A History of the Image before the
Era of Art, Chicago and L ondon 1994), e attraverso la focalizzazione che le que­
stioni agitate in esse offre Holy Images and other Images, un contributo dello « t g
so Freedberg nel quale confluiscono la lettura presentata alla Conferenza su “H f l
Holy Imaac a Dum barton Oaks nell’aprile del 1990 e gli spunti e i chiarimenti
originati dal confronto fra la propria im postazione e quella di Belting. 1

193
Apparse « un solo anno di distanza l’una dall’altra, le due opere sono dissi­
mili n oia concezione genetale e negli esiti, ma aecomunabili in alcuni punti. Per
entrambe l'esperienza nkena è centrale e lo è a tal punto da trasparire limpida­
mente persino a livello d ì lessico. N e l ì potere delie im m agini l’uso di termini
come fusione, elisione, repressione non è di matrice saussuriana e freudiana, come
erroneamente è stato interpretato (Gombrich 1991; I l culmine dell’illusione, in
*La Rivista dei libri*’, gennaio 1994, pp. 7-8), ma deriva direttamente da Nicea,
secondo quanto dichiara lo stesso Freedberg {Holy, p. 74); d ’altra parte, la scelta
di Belting per il titolo della sua opera nell’edizione inglese Likeness and Presence
si configura in proposito quasi con l'aderenza del calco. Ambedue le opere, inol­
tre, sì commisurano su processi di lunga durata, che per likeness and presence si
estendono dalla tarda antichità fin sulla soglia della modernità, allo schiudersi del
bipolarismo RìfotmaCiontrorìfbnna, mentre la trasversalità de II potere delle im­
magini giunge a inglobale la dimensione del nostro presente. Carattere comune è,
infine, l’apriiri della latitudine iconica attorno a gravitazioni di tipo diverso, ma
pur sempre di carattere problematico. Con ima conseguenza. Grazie a opere co­
me queste, in grado dì compiere delle rifondazioni, il tema dell’icona viene disin­
cagliato dal duplice ghetto in cui la pigrizia intellettuale della cultura moderna
occidentale l’aveva relegato: da una parte, l ’angolo degli specialism^ specie di
coloritura Kmnrina; daQ'ahra il dilagare della fortuna dell’icona, anche moderna,
nei arcuiti della fruizione; da una pan e la filologia, dall’altra lo specchio della
devozione.
Fuori dei punti di contatto, sono fierissime le divergenze. N ell’opera di Bei-
ring il sottotìtolo Likeness and Presence. A History o f the Image before the Era o f
A rt apre hmptdamente sul traodalo del suo sistema basato su un fondamento che
si direbbe modernamente '“vasariano”, o per diria con termini intemi all’articola-
ziooe stessa d d tracciato, post-luterano: prima c ’è il tempo dell’immagine (fino
alla Riforma), poi il tempo defl’aitc (il tempo moderno), oggi la fine della storia
dell’arte. Pier Vasari prima d i Giotto ri estende la plaga indistinta dell’arte bizan­
tina, poi comincia la parabola storico-artistica il cui culmine coincide coll’espe­
rienza totale e compiuta di Michelangelo. Anche per lo studioso moderno il tem­
p o ha valenza tutta occidentale, sì dispone sull’asse diacronico; è tagliato da so­
glie. Belting distingue aD’interno de&'estensione dell’immagine la duplice catego­
ria. d d l’ìmmagmefrìtratro e defl’ìmmagtne/storia. NeU’assegnare alla prima il tem­
po deD’immagme (Oriente) e alla seconda il tempo moderno e l’area dell’Occi­
dente, Bdring non attualizza la posizione tenacemente espressa e mantenuta dalla
Chiesa dì Roana volta al recupero ddl'ìmmagine come storia, come racconto, co­
me canale parallelo alla panda?
Diversamente, nella sistemazione rifiata da Freedberg elemento unificante è
la fluidità fra immagine e immagine di storia; il rapporto fra immagine e proto­
tipo è un nesso essenziale ria per Pimmagine/ritratto, sia per l’immagine/storia; il
potere ri estende dalla prima alla seconda categoria. Sembra inevitabile conclude­
re che la riflessione di Freedberg, sensibile al potere dell’immagine, di tutte le
immagini, e fuori da ogni dominio di stile, ha come centro propulsore l’orizzonte
niceno e come punto di osservazione la ribalta dell’arte contemporanea, la qua­
le nelle sue ramificazioni più significative ha rinunciato alla valenza illustrativa,
narrativa, *storica”, recuperando in modi inediti il nodo di ciò che in termini
nicern chiamiamo il vincolo fra immagine e prototipo e che con Freedberg è il
nodo deD’ìnerenza.
Il secondo Condito dì Nnm e ì iconologia
ir Cnsptm

Nel campo ilcU'fttte In generale, di Iconologia ni traila come di metodo per


fettnetteutka integrale dell'tinera d'atte, Durante II nonno necolo, dopo la rlassun-
«rane del termine «tesso di "Iconologia” con accezione evoluta e m-eclsuta relati­
vamente al suo ambito postrluasdmentalc ', chi ne ha parlato * lo na fatto trattan­
do quasi di una posizione opposta al "metodo Iconografico”, cioè opposta alla
iconografia metodo a sua volta:

L 'i c o n o g r a f i a d e s c r i v e le t o r m e vii u n 'o p e r a d 'a r t e e n e I d e n t i f i c a II c o n t e n u t o ric o ttili)


« i n d o l e a l p u r o s ig n i f ic a to , L 'I c o n o l o g i a , I n v e c e , I n t e r p r e t a l ’o p e r a d ’a r t e g e n e ti c a m e n te , è
s t u d i o d e ll e f o r m e s ig n i f ic a n ti c h e r e c a n o in s é il s ig n if ic a to . D o t t o c o n le p a r o l e d i P a n o f s k y
( c h e m i s c r i v e c o s i in u n a l e t t e r a ) : la d i f f e r e n z a t r a i c o n o g r a f i a e I c o n o l o g i a r i g u a r d a n o n
t a n t o il s o g g e tt o q u a n t o il p r o c e d i m e n t o , p u r s e la d lf l é r e n a a d i p r o c e d i m e n t o c ir c a II « o g g e t­
to g e n e ra d a s é u n d iv e rs o g e n e re d i s o g g e tto \

Detto con parole nostre: già l'iconografìa non è puro e semplice riconoscimen­
to del soggetto dell’opera d'arte: l'iconologia, poi, è apprendimento del senso glo­
bale dell'opera d'arte: tuttavia, prima e più che ogni altra cosa, Iconografia e ico­
nologia sono entrambe procedimento metodologico. E cosi anche se l’impiego del
"nuovo m etodo\ quello iconologico, nello "studio sistematico dcll’ane cristiana”,
in virtù del suo peso specifico stesso (beninteso, negli anni ’20 del nostro secolo
senta particolari accorgimenti sulla specificità) fa trasbordare oltre, in “un diverso
genere di soggetto” quale, appunto, è nell’arte il soggetto cristiano e liturgico:
S in a d e s s o la c o n o s c e n z a e la c o m p r e n s i o n e d e l l 'a r t e è p r o g r e d i t a m e d i a n t e s tu d i in t re
d i r e t ti m i ; r ic e r c h e d ì c a r a t t e r e p u r a m e n t e s to r i c o , m a g a r i in u n c a p it o lo p r iv ile g ia to d i s to r ia
d e lta c iv iltà u m a n a : o s s e r v a z io n i d i c a r a t t e r e p r a t i c o , I n t o r n o a lle q u a li t à e s te r n e o a lle c a ra t-
{ e ris tic h e t e c n i c h e d e ll e o p e r e : r llle s s io n l d i c a r a t t e r e s p e c u l a ti v o , p e r l 'a p p r e z z a m e n t o e s te ­
t ic o d e i f e n o m e n i a rtis tic i. M a c ’è u n a d i r e z io n e u lte r io r e . U n Itin e ra r io I m p o r ta n te , in d is p e n ­
s a b l e p e r a r r i v a r e a U 'a p n tc z z a m e n t o i n te g r a le d e lle o p e r e . Io i n t e n d o t r o t ta r e d i q u e s ta q u a r
t t d i m e n s io n e d e g li s tu d i a rtis tic i. l ’im p o r ta n z a d e g li s tu d i ic o n o lo g ic i n o n si d is c e r n e a n c o ra
s u ff ic ie n te m e n te . L o s c o p o d i ta li s t u d i n o n è t u t t o r a b e n p r e c i s a t o , le s c e lte m e to d o lo g ic h e
s o n o p r e s e a p p e n a In c o n s id e r a z i o n e , I m e z z i p e r o t t e n e r e r is u l ta t i d a v v e r o s c ie n tif ic i s o n o
p r o v a t i s o lo p a r z i a l m e n t e . Il t e r m i n e s te s s o d i I c o n o lo g ia è a b b a s t a n z a d e s u e t o ; e p e r ò s e
d ’o r a in n a n z i s a rà u s a to c o n m ig lio r e c o n s a p e v o le z z a s a rà c e r t a m e n t e u n p r o g re s s o su g li s tu d i
s to r ic i d e tl ’a rte . L ’ic o n o lo g ia si e e c lis s a ta u o p o la riv o lu z io n e ( fra n c e s e ); la s to r ia d e ll 'a r t e s e
c o n te n t a ta a llo r a d i im a r e g i s tr a z io n e d e s c r i tt iv a , c io è d e ll 'I c o n o g r a f i a d e lle c o s e ra f f ig u r a te
m e n t r e lo s p ir i to c h e le a n im a è r im a s to n e g le t to c o m e s e fo ss e u n e le m e n to a c c e s s o rio . (M a)
I c o n o g r a f ì a d à n u d a d e s c r iz io n e , a n a litic a o s in o ttic a c h e sia, ( m e n tre ) l'ic o n o lo g ia fa esegesi
d e i f e n o m e n i a r tis tic i; ( ['ic o n o g r a f ia ) si lim ita a lla c o n s ta t a z i o n e d e i f e n o m e n i, (T ic o n o lo io g i*
ta )
p e n e tr a n e lla e s p lic a z io n e d e l s e n s o . E s e m p l o Illu s tr e d e i r is u lta ti o t te n i b il i d a lla ìcourologia. tto lo ,
e la trip li* * o p e r a , g i u s t a m e n t e c e le b r e , d i M . M àis) s u ll 'a r t e re lig io s a in ( 'r a n c ia n e l M a
e v o . Il c o ltis s im o a u t i u e le a v e v a d a t o il s in t o m a t ic o s o tt o tito lo : S t u d io s u lle o r ig in i d e .1 2 9
n o g e a fia n e l M e d io e v o E r a c h ia r is s i m o m a ito ti e r a lo g ic o , p e r c h è e g li t r a t ta n o n l ’ori
delT scooografia m a l'origine delle ìconi stesse. Si è accorto dell’incocrenza e nella edizione
quatta del secondo volume com e nella seconda del terzo, apparse entram be nel 1922-1923,
ha jw sio il scnotholo: Studio sull’iconografia del M edioevo e sulle sue fonti ispiratrici. O t­
ti c a redazaooe; m a sarebbe stato più d iretto parlare di: Studio sull’iconologia [...] 4.

L e critiche m osse al "metodo iconologico” sono state fondam entalm ente due.
La prima è ch e l'ieanologia trascura la forma artistica tutt’a favore del significa­
to astratto deU opera. La seconda è che procedendo iconologicam ente, cioè pre­
stando attenzione alle form e significanti in quanto recano in sé il significato -
quindi, in quanto sono simboli - si rischia di rimanere impigliati nelle concatena­
zioni simboliche, sia im putando indebitamente all’artista e all’opera simbolizzazio­
ni e allegorizzazioni sia attribuendogliene anche di debite. N on ci interessano ora
le apologie del m etodo dibattute in riferimento all’arte in generale; qui dobbiamo
dire com e presso la cultura cristiana, nella sua radicalità. I’icon ologia non è una
funzione m etodologica ma è la struttura costitutiva della nostra icondgràfìarNella
nostra tradizione culturale, più che m etodo l’iconografia è il fatto stesso dell’ico-
nografare, m eglio che m etodo l’iconologia è il fatto stesso dell’iconologizzabile. E
questa la nostra autentica e propria “quarta dim ensione”. Linguisticamente (tutti,
ogn u n o dal su o punto di vista, si accorgono che iconologia è affare di linguisti­
ca s) n oi non andiamo a caccia di “chiavi” per aprire gli «emblemes, devises... e
altre infinite materie» delle espressioni artistiche; noi perseguiamo la com prensio­
n e culturale delle rappresentazioni ed espressioni estetiche da com unicare esteti­
cam ente ed esteticamente comunicate, consapevoli che una tale com prensione di
globalità estetica introduce nella poietica specifica dell’arte cristiana e liturgica.
Reciprocamente: consapevoli che l’estetica e la poietica specifiche dell’arte cristia­
na inducono rappresentazione ed espressione e com unicazione globalm ente ico­
niche. In altri termini, la nostra iconografia si fonda sulla nostra iconologia che la
norma; la nostra iconologia è il senso globale della nostra iconografia che n e è
nonnata. N o n dimentichiamo che il banco di prova dell’iconologia, m etodo per
reim eneutica integrale dell’opera d ’arte, sin dal suo nascere, è stata l’arte cristia­
na; e ch e nel contesto dell’arte cristiana il m etodo iconologico si autotrascende.
N é soltanto. Fenom eno di globalità iconica della nostra antropologia e della
nostra teologia, nella cultura e nella liturgia cristiana l ’iconologia è la logica del­
la iconicità fondativa. Iconologia è lo stesso che statuto iconico della cristianità.
O sserviam o da questo punto di vista l ’estetica, la poietica, le icon i del nostro
orizzonte “teandrico” 6. Lo facciamo suN auctoritas incontestabile, chiarificante in
m odo ottimale e massimo, del Concilio ecumenico vn N iceno i l 7, finalmente (di­
ciamo “finalmente” dopo il XH centenario nel 1987) in ricezione senza contrasti
anche da parte dell’O ccidente. Ha scritto il papa Giovanni Paolo il:
D dodicesimo centenario del Concilio Niceno n è stato occasione di molte commemora
zioni ecclesiali e accademiche, alle quali anche questa sede apostolica ha voluto partecipare
e associarsi. L ’avvenimento è stato pure degnamente commemorato con la Lettera enciclica
di Sua Santità il Patriarca di Costantinopoli e del suo Sinodo; docum ento che ha esaltato
rim ponanza teologica e il senso ecumenico del vii Concìlio, l’ultimo riconosciuto dalla Chiesa
cattolica (occidentale) e insieme dalla Chiesa ortodossa (orientale). Ma è la dottrina stessa de­
finita da quel Concilio riguardo alla venerazione delle iconi nella Chiesa, che merita un’atten­
zione tutta speciale; per le ricchezze spirituali dei suoi frutti, e anche per i postulati che pone
nel campo tutto dell’arte sacra [...] 8.

1. Visibilità D el N iceno II lezione germinale di esplicazioni produttive


è il chiasmo cristiano tra codice visivo e codice uditivo sino a coimplicare ogni
percezione sensibile che l’uom o abbia di Dio.
N el primo quarto del secolo ix i due grandi iniziatori della teologia iconica
postnicena e strenui difensori delle iconi, elaborando certe osservazioni sulla per­
cezione dei nostri sensi con altre riflessioni filosofiche e teologiche formularono
anche la tesi psicologica di una prevalenza della vista su ll’udito, S econ d o il pa­
triarca Nicèfpro là percezione visiva è piu immediata e m eglio penetrante che non
la percezione uditiva 9. Il m onaco Teodoro, d’accordo con lui, ritiene che l’occhio
è"piu importante e m eglio affidabile d ell’orecchio 10; ma si spinge oltre sin o ad
affermare che le parole si pronunciano in virtù di u n ’im m agine previam ente per­
cepita, i profeti - egli dice - d’anticipo son o veggenti, i discepoli ed evangelisti
del Cristo hanno parlato di lui d op o averlo veduto, «la realtà che quando è assen­
te deve vedersi solo intellettualm ente non p u ò vedersi n eanche intellettualm ente
se prima non è stata vista sensibilm ente» u . Entram bi però sanno ch e le loro o s ­
servazioni p sicologich e o pure fisiologich e son o su ggestion i a d abundantiam , le
osservazioni giustificanti l’iconofilia e l ’icon od u lia del C on cilio e d egli ortodossi
cristiani che nella cattolicità tutta lo hanno seguito o p reced u to so n o riflessioni
della fede e azioni liturgiche. A d esem pio, T eod oro è con vin to ch e le iconi so n o
necessarie ai cristiani im perfetti e ai cristiani perfetti ugualm ente p erché l’e co n o ­
mia di D io è questa e tutti i problem i riguardo alle icon i si rid u con o alla loro
«com prensione spirituale» 12; se dissente perciò dalla giustificazione ipotizzata dal
vescovo Ipazio, il quale le accetta soltanto per istruzione degli sprovveduti a im i­
tazione della condiscendenza pedagogica di D io verso i « n o n spirituali» 15, è per­
ché quel minimalismo didattico resta fuori delle asserzioni teologiche riguardo alla
iconicità cristiana. Ipazio eb b e n el ix secolo atteggiam ento analogo all’atteggia­
m ento che nel seco lo X I I avrà Bernardo di Chiaravalle H, n on all’atteggiam en to
che nel secolo Vi aveva avuto G regorio M agno 13, il quale (contrariam ente a quan­
to si ripete di solito) fa appello alla didattica argom entando m inim alisticam ente
(quand’anche le iconi si accettassero soltanto per la istruzione d egli sprovveduti,
per ciò stesso non sarebbero da distruggere...): forse ch e afferm are la finzionali-
tà catechetica delle iconi equivale a negarne fatalm ente la struttura celebrativa? Se
così fosse, G iovanni D am asceno, il grande ispiratore della teologia icon ica d el v i i
Concilio ecum enico, sarebbe un insensato p erché è con vin to d ell’im a e d ell’altra
cosa Ié. Peraltro, nell’870 il can on e 3 d el C on cilio C ostantinopolitano iv dichiare­
rà: «C om e per il senso d elle sillabe scritte n el lib ro (d ei vangeli) tu tti ab b iam o
salvezza, così dalla virtualità dei colori ch e d ip in gon o (le icon i) tutti, e sapienti e
sprovveduti, traggono vantaggio [-..]»■ La giustificazione ultim a d ell’icon ism o cri­
stiano è nella professione della fed e, celebrata dalla liturgia, su « c iò ch e era sin da
principio, c iò ch e n o i a b b iam o u d ito ciò ch e n o i ab b iam o v e d u to co n i nostri
occhi, ciò che n o i abbiam o con tem p lato e le n ostre m ani h an n o toccato, ossia il
Verbo della V ita p o ich é la V ita si è fatta visib ile, n o i l ’ab b iam o ved u ta, e di ciò
rendiamo testim onianza annunziandovi la V ita eterna ch e era presso il P adre e si
è resa a noi v isib ile - q u ello ch e ab b iam o v e d u to e u d ito [ ...]» (1 G v 1-3). La
“com prensione spirituale” auspicata da T e o d o r o Studita verte su q u esta visib ili­
tà econom ica di D io , nella quale sguardo e ascolto so n o com p lici d ell’esperienza
vitale umana su D io . I d iscep o li ed evan gelisti n e so n o sp ettatori con i profeti:

[...] p u r guardando non vedono e p u r ascoltando n o n od o n o . E così si adem pie per loro
la profezia d ’Isaia (6, 9-10) che dice: V oi u d re te m a n o n c o m p re n d e te, g u a rd e re te ma non
vedrete. P erché il cu o re d i q u esto p o p o lo si è in d u rito , son div en tati d u ri di orecchi c han
no chiuso gli occhi, p e r n o n v ed ere con gli occhi e n o n sen tire con gli orecchi, e non imt-n
dere con il cuore e convertirsi, e io li risani [il q u a rto vangelo (G v 12. 41) annoia: O H M
disse Isaia (6, 1-4) q u a n d o vide la sua gloria e p a rlò di lui]. M a beati i vostri occhi
vedono e i vostri orecchi p erch é o d o n o . In verità vi dico: m olti p ro feti e giusti ( s c c o ^ ^ ^ H
10, 20: profeti e re] h an n o desid erato v ed ere ciò che voi vedete c n o n lo videro, c u d ij^ ^ H
che voi udito e non lo u d iro n o (M t 13, 13-17).
Ma non è complicità elementare. La visibilità dei segni operati da Gesù (Gv
12, 37) non è il determinante; l’evento della nostra iconologia, quello celebrato
dalla liturgia, è che egli è la visibilità - da lui stesso «gridata» (Gv 12, 44 50)
di Verbo della Vita, del Logos di Dio. È la visibilità di lui Parola che pone il
chiasmo teologico dell’incarnazione nella quale noi vediamo l’inaudito e udiamo
l’invisibile. Un chiasmo che situa in riflessione a specchio l’ascoltabilità e la visi
bilità umana di Dio: la teofania trinitaria della Trasfigurazione sul monte, davanti
alla Apostolicità, testimoni la Legge e la Profezia, trasfigura in se stessa la teofania
uditiva - «con voce di tuono» per l’alleanza del Sinai a Mosè «nella nube oscu
ra» (Es 19, 19; 20, 21) o «con voce di silenzio sottile» per l’intimità dell’Oreb ad
Elia «all'ingresso della caverna» (1 Re 19, 12. 13) - nella teofania uditiva e visi
va, con «visione della sua grandezza» e «discesa dal cielo della voce di Dio Pa
dre» per la conoscenza diretta della «potenza e venuta del Signore nostro Gesù
Cristo» a Pietro a Giacomo a Giovanni «con lui sul santo monte» (2 Pt 1, 16-19),
Tale trasfigurazione speculare e chiasmo nell’esperienza cristiana di Dio, che
la liturgia fa normale mediante la celebrazione sacramentale, è il principio per cui
sotto la denominazione e il fenomeno pregnante della visibilità noi riuniamo ogni
nostra percezione sensibile di Dio. E d è perciò che la “visibilità onnicomprensi
va” è il principio della estetica cristiana e liturgica. È perciò che Sacrosanctum
concilium indica sotto il codice della visibilità tutti i codici linguistici con il cui
complesso la rappresentazione teandrica è espressa nella liturgia e comunica nel
l’assemblea liturgica, e interpreta l’indicazione della visibilità in equivalenza, in
sinonimia, ai diversi codici della percezione sensibile, a tutti i codici di estetica
quali che ognuno d’essi sia. Altrove a questo scopo ho trascritto in sinossi due
passaggi sorprendenti di cotesto uso ineccepibile 17:

SC 7 SC 33

l, in qua (Liturgia) 1. quibus utitur sacra Liturgia


2■per signa sensibilia 2. signa visibilio
3, significata 3. ad res divinas invisibiles significandoi
4, et efficitur sanctificatio hominis 4. gratiamque eius (Dei) recipianl
5, et a Jesu Christi Corpore 5. dum Ecclesia
6, capite riempe eiusque membris 6. vel orat vel canit vel agit...
7, integer cultus publicus exercetur 7. ut rationabile obsequium ei praestent

Vi si rileva agevolmente una corrispondenza nella quale l’unico imparallelo -


6 - mentre in SC 7 precisa il soggetto dell’azione liturgica, Gesù Cristo capo e le
sue membra (il contesto è: «Natura della liturgia e suo valore nella vita della
Chiesa»; caput I, i), in SC 33 precisa, con elencazione aperta, diverse specie di
segni liturgici (il contesto è: «La riforma liturgica»; caput i, tu elencando nel ge­
nere della visibilità la preghiera (codice verbale), il canto (codice musicale), l’ope­
ratività (codice gestuale)! La radice teandrica della nostra estetica di visibilità
onnicomprensiva è così riletta nella iconologia nicena dalla Duodecimum sxculum.
«Secondo il patriarca di Costantinopoli S. Germano, illustre vittima dell’eresia
iconoclasta, nella controversia (delle immagini) è implicata “tutta l’economia di
vina secondo la carne” (Teofane il Confessore, Cronografia all’anno 6221) [...] La
Chiesa è persuasa che Dio rivelato in Gesù Cristo ha davvero redento e santifica
to la carne insieme all’intero universo visibile, in altri termini l’uomo dotato dei
cinque sensi affinché possa essere quello (uomo nuovo) che si rinnova, per una
piena conoscenza, ad immagine del suo creatore (Col 3, 10)» 18, Si noti il river
sarsi nell’antropologia dell’“intero universo visibile” che, “in altri termini”, è dei
to: “l’uomo dotato dei cinque sensi”. Con preziosa metonimia dell’oggetto - 1in

198
tero universo visibile - nel soggetto, se ne universalizza così la “visibilità” riferen­
dola a tutta l’estetica, cioè a tutte le percezioni sensibili antropologicamente ap­
prezzabili - l’uomo dotato dei cinque sensi. La non-ricezione carolingia del Nice-
no u, che malgrado le sue intenzioni pseudo moderate 19 troppo a lungo ha de­
pauperato la cristianità e la cultura occidentale di ricchezze non facilmente inven­
tariabili, è rischiosissima laicizzazione dell’arte cristiana e liturgica per la sua in­
sidia precisamente contro la radice teandrica della nostra estetica e le sue propag­
gini antropologiche e cosmologiche. A ragione il patriarca Dimitrios i:

Nell’iconoclasmo rivivevano varie eresie del passato, tendenze manichee, gnosdche, do-
cetiste, elementi nestoriani e monofisiti; insieme a dottrine ereticali recenti quah l’eresia pau-
liciana; ma pure tendenze ed elementi avversi al cristianesimo, dell’ebraismo e dell’islamismo
[...] che ravvivavano tradizioni dell’Oriente non cristiano [...] L’iconoclastia (così composita)
si assegnava un progetto di idee e di attività distruttivi dell’evento della incarnazione e rin­
negatoli d’ogni possibilità di santificazione della vita (umana) e della materia, di passaggio da
cose terrestri a realtà celesti e divine [...] Ha affermato icasticamente Giovanni Damasceno:
«Non alle iconi l’iconoclastia ha dichiarato guerra, ma ai Sanò» (Difesa delle iconi 1,19) [...)
È a tutto ciò che la tradizione ortodossa oppone la sua teologia dell’icone fondata su [...]
l’insegnamento della Chiesa circa la materia e lo spirito, l’essenza e le energie, l’increato e il
creato, il celeste e il terrestre, l’eterno e il finito [...] x .

Cotesto insegnamento della Chiesa si oppone cioè alla simboloclastia “sacra­


mentale”.

2. Agiograficità D el N iceno II lezione canonica dell’iconografìa mediante


l’iconologia è la precisazione normativa dell’operare iconico cristiano e liturgico.
Vicende tragiche, specialmente in Oriente sfociate tra eresia e martirio nel vn
Concilio ecumenico, e vicende travagliate, specialmente in Occidente tra elucu­
brazioni e ricezione provocate dal Niceno n, hanno fatto o fanno fantasticare una
molteplicità tanto svariata quanto indistinta di normative sull’arte cristiana e litur­
gica. In effetti, sarà bene che tutti, in Occidente e in Oriente, si recepisca la uni­
cità di canone pronunciata “biblicamente" dai padri conciliari nel 787 sia riferen­
dosi alle iconi con l’esclamazione della meraviglia nel versetto 9 del salmo 47 -
«Come (sicut) avevamo udito, così (rie) abbiamo visto, nella Un) città del nostro
Dio» - sia parlando degli autori delle iconi in maniera assimilante agli autori delle
Scritture - lo zographos, “scrittore dal vivo” (= pittore, artista) quale agiograpkos,
“scrittore di cose sante” (= autore ispirato di sante Scritture, agiografo). Il rappor­
to sicut/sic/in del salmo 47, 9 è canone unico dell’iconografìa cristiana e liturgi­
ca in quanto iconologia matrice ne è la rivelazione biblica secondo la percezione
ecclesiale:

Le iconi sono state trasmesse nella Chiesa così come i vangeli; poiché con la lettura sen­
tita dalle orecchie l’ascolto perviene alle orecchie e con l'immagine vista degli occhi l'intelli­
genza è illuminata similmente, con le due cose interdipendenti, dico la lettura delle Scrittu­
re e lo sguardo alla pittura, apprendiamo la medesima notizia pervenendo alla memoria della
storia. Per ciò sulla attività unificata dell’ascolto e della vista è detto nel Cantico dei Canti­
ci: Mostrami il tuo viso, fammi sentire la sua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è
leggiadro; alla cui parola siamo consonanti cantando anche noi con il salmo (47. Conte
avevamo udito, così abbiamo visto, nella città del nostro Dìo [...,] Non è dei pittori la inveii
zione e la poietica delle iconi ma è della probata legislazione e della autentica trasmissione vii
venerande primordialità [...] La penetrazione e la tradizione è dei padri, non del pittore; d e ^
pittore è l’a rte 2I. 9
In altri termini, per il fatto stesso che l’estetica dell’artista cristiano c liturgico
è sinergica tra lui e il Verbo “visibile”, la sua poietica è sinergica tra lui - a cui
appartiene ciò che il Niceno II dice “arte” - e i "padri", ossia gli autori ispirati
rlpllp sante Scritture (a loro volta, con-autori con Dio che si autorivela) insieme
alla “probata legislazione” e alla “autentica trasmissione di venerande primordia-
lità” (cioè, insieme alla memoria ecclesiale) - a cui appartiene ciò che il Concilio
dice “invenzione e poietica”/ “penetrazione e tradizione”. Entrare in una tale si­
nergia, all’artista cristiano e liturgico è necessario non per essere artista né per
operare arte religiosa ma per essere agiografo e operare a suo modo rivelazione
cristiana e sacramentalità liturgica. Provvidenzialmente la Duodecimum saculum
nel 1987:

Specialmente la Chiesa greca e le Chiese slave, istruite dalle opere degli insigni teologi
cultori delle immagini che furono S. Niceforo Costantinopolitano e S. Teodoro Studita, han­
no ritenuto l’icone una parte integrante della sacra liturgia non altrimenti che la celebrazio­
ne della Parola. Come la lettura dei libri materiali fa che si percepisca il Verbo vivente del
Signore, allo stesso modo né più né meno (item ommino) la formazione dell’immagine dipinta
permette a chi la contempla di pervenire ai misteri della salvezza mediante la visione £...J Si
producano sempre più numerose le opere d’arte realmente di qualità ecclesiale [...] opere che
veramente intendano riferire il mistero e no che, invece, lo occultino. Per ciò oggi come in
passato la fede stessa sia l’ispiratrice imprescindibile dell’arte ecclesiale. L’arte per l’arte che
non ha riferimento se non all’artista e non stabilisce rapporto alcuno con le realtà divine, è
estranea alla accezione d’icone cristiana. Qualunque sia lo stile che adotta, ogni arte sacra
deve dichiarare la fede e la speranza della Chiesa. La tradizione continua dell’immagine sa­
cra comprova che l’artista dev’essere egli stesso cosciente di compiere un ufficio ministeria­
le per la Chiesa. È arte cristiana autentica quella che dalla percezione sensibile fa intuire che
il Signore stesso è presente nella Chiesa, che gli eventi di storia della salvezza danno senso e
orientamento alla nostra vita, e che la gloria a noi promessa trasfigura già la nostra esisten­
za. L’arte sacra deve tendere ad offrirci una visibilità globale di tutti gli aspetti c le logiche
della nostra fede. Le opere d’arte della Chiesa devono mirare quasi a parlare la lingua dell’in­
carnazione e mostrare mediante gli elementi della materia colui che, secondo la formula bel­
lissima di S. Giovanni Damasceno, «volle abitare la materia al fine di operare la mia salvezza
mediante la materia» (Difesa delle iconi 1, 16) 22.

È curioso (ma non troppo) che l’originale latino imaginem reputaverunt voluti
complentem aliquam liturgia sacra partem baud seats atque verbi celebrationem sia
tradotto in italiano (e non solo): hanno considerato la venerazione dell’icona come
parte integrante della liturgia, a somiglianza della celebrazione della parola. Ov­
viamente (purtroppo) chi traduce è talmente lontano dalla riflessione teologica di
Niceforo e di Teodoro, e talmente estraneo alla accezione della Chiesa greca e
delle Chiese slave, circa le iconi, da lasciarsi trascinare dal paragone stabilito di
sua propria iniziativa sino a smentire il rapporto posto, invece, dal testo:

ed. tradotta ed. originale

1. la venerazione dell’icona l’icone


2. a somiglianza non altrimenti
3. della celebrazione della parola che la celebrazione della Parola

Il traduttore non conosce la dottrina teologica (orientale, e non solo) sulla


presenza che l’icone comporta in se stessa a differenza della presenza che la scrit­
tura reca nella sua lettura; si lascia sfuggire pertanto la forza dell’identità - 2. non
altrime«ri - tra 1. l 'icone (del Verbo “visibile”) e 3. la celebrazione della Parola
(ascoltabile) nella liturgia. Ma basta leggere il testo conciliare niceno: «Nelle chic
se la lettura (delle Scritture) si proclama a intervalli mentre la figurazione delle

200
iconl, perinanenlpmentc per sé, gì narra ed evangelizza la verità degli eventi e a
sera e al mutililo t* al mezzogiorno [...]» 2); celebrazione della Parola è la sua pro­
clamazione liturgica mentre celebrazione dell’Icone è la sua liturgica figuratività,
cioè l'aglogralicltà dell'lcone è permanente per sé, l’icone è celebrazione del Ver­
bo "visibile" In Ne stessa,
Nella operatività dell’artista-agiografo la demiurgia e l’escatologia proprie di
ogni onera d'arte sono fatte dall’iconologia del nostro caso demiurgia sacramen­
tale etl escatologia rlvclativa. L la trasposizione che consegue ai criteri di auten­
ticità dell'opera d'arte cristiana: fare intuire dalla percezione sensibile la presen­
za di saggezza e di orientamento vitali del Verbo “visibile” alla sua Chiesa, fare
intuire dalla percezione sensibile la trasfigurazione della nostra esistenza in virtù
della gloria già visibile pur se non ancora perfettamente fruibile. L’apporto che,
in sinergia con "il Corpo di Gesù Cristo capo e membra”, l’artista arreca si basa
sulla demiurgia ed escatologia tipiche della nostra iconologia, ma si edifica, con
qualsiasi torma artistica egli adotti, sulla infinita agiograficità della “lingua dell’in­
carnazione". Altro che limitarla, tale agiograficità stimola appunto all’infinito l’au­
tonomia artistica, Così, altro che invischiarsi in genericismi del sacro, sospettabili
di gnosi vecchie o gnosi ultime e “occultatori del mistero” tale quale “l’arte per
l’arte che non ha riferimento se non all’artista e non stabilisce rapporto alcuno
con le realtà divine”, l’artista-agiografo elabori le risonanze del Verbo visibile
“quali gli riecheggia il suo proprio genio - e carisma - di artista e s’accorgerà di
quale creatività egli è compartecipe”. La storia dell’arte cristiana e liturgica - tutta
da narrare - con le sue miriadi ai opere capolavori autentici è costellata lumino­
samente di riproposizioni della “qualità ecclesiale”, enarrative del “mistero” e
rivelative della "visibilità globale di tutti gli aspetti e le logiche della nostra fede”.
Certo, è qui che la rivelazione sacramentale dell’artista-agiografo si è sempre con­
frontata ieri e continua a confrontarsi oggi con l’adeguazione biblica; particolar­
mente, con l’adeguazione della tipologia biblica, che è la biblia pauperum vera e
propria, davanti alla quale tutti siamo più o meno sprovveduti; e con l’adeguazio-
ne della tipologia estesa, che è la ricerca del Verbo “visibile” al di fuori delle
sante Scritture eppure ad esse sinfonica: con le scritture apocrife (in ciò uguali sia
l’Oriente sia l’Occidente) con la transignificazione cristiana di miti acristiani, o
con i simboli e le allegorie della natura - minerari, erbari, bestiari, poiché, come
scrive l’apostolo (Rm 1, 19-20): «ciò che di Dio si può conoscere è manifesto; Dio
stesso lo na manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezio­
ni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiu­
te» (in ciò diversi l’Occidente e l’Oriente, diverse le varie culture dell’Occiden­
te e le varie culture dell’Oriente, e diverse le varie epoche culturali). Ora, oggi e
domani, questa è sfida alle Chiese, alle loro teologie e alle loro liturgie, alle cul­
ture cristiane e agli artisti che lavorano ad opere d’arte con iconologia cristiana.
La correttezza deile opere d’arte moderna elaborate con iconologia cristiana di­
penderà dal senso profetico e dal sacerdozio regale con cui, nella storia che con­
tinua, la cristianità saprà come «la creazione stessa attende con impazienza la ri­
velazione dei figli di Dio; essa infatti, sottomessa alla caducità [...] nutre la spe­
ranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella
libertà della gloria dei figli di Dio [...] Sappiamo bene infatti che tutta la creazio­
ne geme e soffre sino ad oggi nelle doglie del parto [.,.] ma anche noi, che pos­
sediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando la redenzio-
ne del nostro corpo [...]» (Rm 8, 19-23). È dal saper fare eucaristia di ogni realtà
spazio-temporale e mondana visibilizzandone l’impazienza rivelativa e non la c*g|
ducità, la libertà della gloria dei figli di Dio e non la schiavitù della corruzione^!
visibilizzando le doglie e il travaglio del parto dalla materia in noi e dalla niute-1
ria fuori di noi accomunati al neutro gemito e alla nostra retlcnzione pasquale, vite
d’ora in avanti sarà misurata la legittimità della poietica cristiana e il valore vie!
l’opera liturgica d’arte moderna. Se arte cristiana è quella che "lieve dìchiatare la
fede e la speranza della Chiesa”, tanto essa evolve quanto queste si approfondi-
scono. E si potrà e dovrà prendere atto di tutta una scalari» nella coscienza che
gli artisti hanno “di compiere un ufficio ministeriale per la Chiesa", dal caso pa
radossale di un artista non credente che riesca però a trascrivere la lede e la spe
ranza della Chiesa (pure l’asina di Balaam ha dovuto profetizzate e anche un ateo
può battezzare) sino alla proiezione mitica di Luca evangelista "pittore" dell'ln
carnazione quasi fosse evangelista “e ” pittore dell'Ineffabile maternità di Maria,

Iconicità In correlazione dell'iconografìa alla tipica globalità del


l’iconologia dobbiamo qui richiamare l’iconicità increata del Figlio che è «l'imma­
gine di D io invisibile» (Col 1, 15) e l’iconicità creata dell’uomo che è «ad imma
gine di Dio» (Gen 1, 27) per come l’una e l’altra sono condizione della tem ici
tà arte-facta, per come sostengono iconologicamente l'iconografìa artistica. L\ que
stione non del che cosa ma del che senso, questione non esegetica ma erm eneu­
tica. - La divaricazione postcarolingia tra l'iconicità coltivata dai cristiani in
Oriente e in O ccidente (divaricazione che, coerentemente alla tipica globalità
dell’iconologia, è anche indice della differenza tra la teologia, la spiritualità e la
pastorale, dell’Oriente e dell’Occidente, tra l’una liturgia e Paltra) è differenza da
ricondurre a questa ermeneutica e a quel senso Duodccimum sattctilnm non tre
ha trattato, Epi te 1200 è vi ha dedicato la sua parte centrale.

L’umanità visibile del Signore è l'immagine della sua invisibile divinità (...) l.e due na
ture unite nell’unica persona del Signore ci offrono l’Immagine unitaria del l)io Uomo vivstt
al modo d’immagine che descrive Dio stesso benché Dio sia assolutamente inconcepibile e
ineffabile. 11 Signore è l'immagine di ogni immagine, l’archetipo che comprende la natalità
dell’essenza divina [...] e noi vediamo Dio soltanto mediante la sua ipostasi divino-omana: suo
Figlio e suo Verbo (visibile). Schema teologico, diremmo, "contraddittorio'' rite («regorrè
Palamas giustifica cosi: Dio inconoscibile e inconcepibile, assolutamente trascemlento scvondo
la sua essenza, diviene essere partecipabile sul piano empirico [.„) eternamente partecipabile
da parte dell’uomo che vedrà il Signore nella sua seconda venuta. Allora l'uomo contemplerà
questo volto della divina auto-rivelazione; quando l’uomo sarà trasligorato nella gioita dri
Signore ogni uomo giustificato vedrà Dio faccia a faccia T,.,] (I ('or IL là) il volto stesso dri
Verbo umanizzato, la faccia stessa del Figlio che è l’immagine di Dio invisibile, generato
prima d’ogni creatura (Col 1, 15) [...] Né dobbiamo dimenticate che icone di Dio é l'mwo
creato ad immagine e somiglianza divina; l’uomo che, nonostante abbia oscurato questa im
magine con la sua caduta e il suo peccato, conferva la capacità «l'essere trasfigurato orila Imo
e nella gloria dell’ipostasi divina, coal come essa ai riflette innanzitutto e soprattutto orila
presenza dell’ipostasi del Signore nell’icone, e appresso a lui dei Santi poiché quelli «Ito cgh
ha da sempre conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine «lei lòglio
suo (Rm 8, 29). Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo «li terra «usi ponemmo l'im
magine dell’uomo celeste (1 Cor 15, 49): questa immagine è la luce della presenza «lell'qto
stasi, e al fedele che la contempla e la venera essa offre di divenire aneli crii somiglianza
luminosa del modello. Secondo Gregorio di Nissa “l’anima aceotttanihwi alla luce diviene
anch’essa luce” (Commento al Cantico dei Cantici 5): la luce che assume torma eristica e
nell’anima forma il Cristo (Gal 4, 19) il quale è l'immagine «li Dio invisibile t(ol I, l" •'*

Lo “schema teologico contraddittorio’’ della iconologia orientale coglie, «Ititi


que, il senso della iconicità artistica nella iconicità increata del l'igli«t che «licione
iconicità estetica, sensibilmente partecipabile, nella iconicità «'tema «Iella caute «la
lui assunta; e nella iconicità creata dell’uomo che, in xlinbittxi con quella, svìlupiot
il proprio iconismo iniziale e costitutivo, già queste per il Verbo, ancora per il
Verbo: partecipando alla trasfigurante luce di Cristo-Dio «a viso scoperto, raflet-
tendo come in uno specchio la gloria del Signore, [...] di gloria in gloria, secon­
do l’azione dello Spirito del Signore» (2 Cor 3, 18) 33. In altri termini runa k
poietica dell’icone consiste nel fatto che in se stessa essa

contiene l’ipostasi delle trascendenti categorie della gloria e della luce [... ] Per dò l'x»-
ne presenta la persona santa [...] nella sua situazione gloriosa e luminosa. L’ocribrò del fat­
tore ortodosso percorre le vie dell’ascesi sperimentando il sublime digiuno degli occhi,, e ten­
de a coincidere con la contemplazione dell’elemento trascendente eoa come è rivelato ala
Chiesa nella sua capacità spirituale. Contrariamente alla tradizione occidentale, nella quale
l’immagine manifesta una differenza e una distanza tra la materia e lo sparito, nriD'otxodossìa
orientale la realtà dell’iconè armonizza i due elementi, lo spirito e la materia, neB^nieQigenza
che è dimensione di particolare dialettica della nostra spiritualità [...] *

Sì, lo spogliamento della componente trascendente fatto dalì’mtdligenza d ie,


categorizzando con filosofia platonica, è allora considerata una dialettica deflkff-
rività spirituale, rimane tratto di speciale discriminazione della iconicità ocoden-
tale dalla iconidtà orientale. Però il problema ora, oggi e domani, è segnane pun­
tualmente nella concezione della iconicità cristiana il confine tra Faspetto teolo­
gico vero e proprio e l’aspetto filosofico-platonico dell’iconologia; e ciò n oe tanto
per una eventuale legittimazione delle concezioni occidentali a fronte delle orien­
tali o viceversa, quanto per una progressiva elaborazione della iconografia crisna-
na che dia nuovo impulso ed efficacia alla iconografìa orientale e nuova robustez­
za e specificità alla iconografia occidentale.
Tuttavia la gloria e la luce trascendenti qualificano l’iconologia, e Fkoncgra-
fia, cristiana e liturgica di qualsiasi contestualità culturale, storica e locale: e,
ugualmente gli orientali e gli occidentali, tutti i cristiani sappiamo da Giovanni
Damasceno:

Soltanto quando vedrai l’incorporeo divenuto uomo per te potrai figurare 1nmrr>»piy
della forma umana; soltanto quando l’invisibile diventerà visibile nella carne porrai realizzare
la somiglianza di dò che avrai visto [...] Anticamente Dio che è incorporeo non era figura­
bile in alcun modo, ora che si è rivelato nella came ed è entrato in contatto visibile e o e e h
uomini io iconografo dò che vedo di Dio. (E venerando l’icone) io venero non la morena ma
il creatore della materia, colui che per me si è fatto materia, ha accettato dì abitare la marina
e mi ha salvato mediante la materia; non cesserò di rispettare la materia mediante la quale è
stata realizzata la mia salvezza 17.

La materia della teandricità del Figlio di D io e dell’uomo vivente, la gloria e


la luce della trasfigurazione del Figlio dell’uomo e dei Santi appresso a lui: ecco
gli estremi della iconicità cristiana e liturgica; in dialettica la materia tra finitudine
e assunzione, in dialettica la gloria e la luce tra storia in divenire ed escatologìa
definitiva. Perciò l’iconicità cristiana e concentrazione sensibilmente percepibile
della biologia ecclesiale sino alla seconda venuta del Signore.
Nessun’arte liturgica sta fuori di tale iconicità.

Giustamente si insiste sul fatto che il Verbo di Dio in cui abita corporalmente rutta it
pienezza della divinità (Col 2, 9), il Verbo promesso, rivelato e rivelatore, che è stato toccato
e udito, è contenuto interamente nelle sante Scritture. Ma egli è il medesimo Verbo che as
suine (orma architettonica nell’arte edificatoria e conclude alfa costruzione del santo edificio
della Sinassi. È il medesimo Verbo che cantato e ripresentato nella Sinassi eucaristica coro
pone la santa liturgia. È il medesimo Verbo che si offre misticamente alla contemplatone e
alla teologia della visione sotto la forma dell’icone unitaria del Cristo di cui 1* Chiesa conso^^
va la memoria [...] a .
Sarebbe errore di prospettiva pensare un’opera cristiana e liturgica di qualsia­
si arte fuori dalla estensione totale della iconicità così come dalla comprensione
totale della visibilità: sta nella iconicità del Verbo «contenuto interamente nelle
sante Scritture» e «in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità», sia
Yicone formata con i colori, sia Yicone architettata in chiesa-edifìcio, sia l';<r>»tc
musicata del canto, sia Yicone che è ogni linguaggio composto dalla celebrazione
nel linguaggio globale della sua propria azione rituale. È l’azione liturgica nella
sua tipicità teandrica e nella sua sacramentalità trasfìgurativa a costituirsi linguag
gio dei linguaggi e a costituire ogni linguaggio icone del Verbo «rivelato e rivela­
tore, toccato e udito», icone del Signore che è «l’immagine di ogni immagine».
Come i colori lumeggiati dalla gloria fanno icone la propria materialità, così l'or­
dine dello spazio assumendo la gloria abitativa della Sinassi si costituisce specu­
larmente “luogo” luminoso, icone nel cosmo del rapporto della Chiesa con il Si­
gnore suo Sposo; così il ritmo del tempo assumendo la gloria acustica della Pa­
rola si costituisce specularmente “ora” luminosa, icone nella storia del rapporto
sacramentale dell’uomo con il Verbo suo archetipo... È tale il lessico e la sintas­
si e la grammatica dell’iconologia che attua la sua virtualità eristica.

Proponiamo due osservazioni circostanziali piuttosto che qualche conclusio­


ne sistematica; infatti l’iconologia è in sé stessa tanto fondativa quanto conclusi­
va.
1. L’iconologia ci si dimostra inveramento cristiano dell’arte, logica con cui
non soltanto identificare l’arte cristiana e liturgica ma con cui inoltre saggiare la
concezione dell’arte in generale. Infatti l’arte liturgica, l’emblematiea dell'arte
cristiana - come la spiritualità liturgica è il referente di ogni spiritualità cristiana,
così l’arte liturgica è il referente di ogni arte cristiana - provoca una concezione
dell’arte quale “creazione cosmizzante”: come la spiritualità cristiana, referente la
spiritualità liturgica, è spiritualità per eccellenza perché lo Spirito del Cristo è
Spirito Dio Compitole di ogni perfezione delle persone; così l’arte cristiana, re­
ferente l’arte liturgica, è arte per eccellenza perché il Cristo Uomo Dio è l’arte del
Padre Dio Creatore dal kaos il cosmos.
2. «Da alcuni decenni si nota un interesse crescente per la teologia e la spi­
ritualità delle iconi orientali; e ciò è indizio della necessità crescente anch'essa,
quasi di una lingua spirituale di cui si serva l’arte autenticamente cristiana [...] La
riscoperta dell’immagine cristiana aiuterà anche a far prendere coscienza della
grande necessità di reagire contro gli effetti spersonalizzanti e spesso degradanti
di quelle svariate immagini che condizionano la nostra vita con la pubblicità e gli
strumenti di comunicazione sociale. Infatti quell’immagine rivolge verso di noi il
volto dell’autore invisibile e ci dischiude l’accesso a realtà spirituali e conclusive
[...] La nostra tradizione più autentica pienamente comune con i nostri fratelli
ortodossi (orientali) ci insegna che il linguaggio della bellezza impiegato nel mi­
nistero della fede è capace di spingere il cuore degli uomini verso la conoscenza
interiore di colui che esteriormente osiamo raffigurare, Gesù Cristo Figlio di Dio
fatto Uomo [...]» 29.
Secondo noi la simpatia crescente in Occidente, nella liturgia e fuori della
liturgia, per le iconi dell’Oriente (tra le altre cause, pure occasioni casuali - la
diaspora russa seguente alla rivoluzione d’ottobre... - e pure urti tutt’altro che
spirituali - la moda di un certo antiquariato o arredamento...) è sentimento che
promana dall’attesa di un’arte liturgica concentrata sull’evento misterico, non di­
spersiva in improvvisazioni casual. Cosa (durante tutto il secolo xx) puntualmente
registrata dal Movimento Liturgico nel suo crogiolo di riforma 50. È questione di

204
teologia spirituale inclusiva di teologia liturgica. Ma non si andrebbe troppo in là
se si introducesse nella nostra liturgia la maniera dell’icone orientale; sarebbe anzi
regressivo per l’arte cristiana dell’Occidente e dell’Oriente. La riforma efficace
inventerà l’uso contemporaneo della "lingua dell’incamazione” nella nostra litur­
gia e in ogni nostra cultura. Però con la *lingua delTincarnazione” per un “arte
autenticamente cristiana”, le nostre culture hanno da imparare per un’arte auten­
ticamente liturgica la gratuità dell’arte: no all’arte per l’evangelizzazione così come
no all’aite per l’arte (la questione della “pubblicità e gli strumenti di comunica­
zione sociale” nella così detta “civiltà delle immagini” è, poi, problema d’altre
ermeneutiche). Si cerchi prima l’arte liturgica celebrazione in se stessa e tutte
queste cose saranno date in aggiunta.

1C. Ripa, Iconologia. Opera nella quale si descrivono diverse immagini di Virtù Vitti A f­
fetti Passioni humane. Arti Discipline, Humori Elementi Corpi celesti, Provincie d'Italia Fiumi
Parti del Mondo, et altre infinite materie, Roma 161) (ed definitiva); J. Baudoin, Iconologie,
ou la Science des Emblèmes, Devises, etc. qui apprend à les expliquer, dessiner et inventer.
Ouvrage très utile aux orateurs, poètes, peintres, sculpteurs, graveurs, et généralement à toutes
sortes de curieux des Beaux Artes et des Sciences, Amsterdam 1698.
2A. Warburg, ItaUanische Kunst und Internationale Astrologie im Palazzo Schifanoia zu
Ferrara, in ‘Atti del x Congresso Intemazionale di Storia dell’Arte”, Roma 1912, Roma 1922,
179-19) (vi si usa per la prima volta il termine con la nuova accezione); G. J. Hoogewerff,
Limnologie et son importance pour l’étude systématique de l’art chrétien (Amplification d’une
conference faite devant la section speciale pour l’Iconographie au Congrés International Hi-
storique a Oslo, aoùt 1928), ‘Rivista di archeologia cristiana” 8 (19)1) 53-82 (vi si riferisce
sul nuovo metodo); E. Panofsky, Zum Problem der Beschreinbung und Inhaltsdeufung von
Werken der bildenden Kunst, “Logos” 21 (19)2) 103-119; Id., Studies in Imnology, New York
19)9 (vi si teorizza il procedimento metodologico). Vedi anche W. S. Heckscher, The genesis
of Imnology, in ‘Akten des XXI International Kongretses fùr Kunstgeschichte. Bonn 1964”,
t. ), Berlin 1967, 2)9-262; G. Hermerén, Representation and meaning in the visual arts: A
study in the methodology o f Imnography and Imnology, Stockholm 1969; J. Bialostocki, Ico­
nografia e Iconologia, in “Enciclopedia Universale dell’Arte”, t. 7, Venezia-Roma 1971, 163-
177; E. Kaemmerlling, Ikonographie und Ikonologie: Theorien, Entwicklung, Probleme, Kob
1979.
5 Heckscher, The genesis..., cit., 260-261, n. 52 passim.
* Hoogewerff, Limnologie..., cit., 55-59 passim.
’ H. Damiseli, Semiotics and Iconology, in T. A. Sebeok, ed., Tell-Tale Sign: A survey o f
Semeiotics, Lisse 1975; J. Derrida, La verità in pittura, Roma 1981; C. Hasenmueller, Image
and codes: Implications o f the exegesis o f illusionism for Semiotics, “Semeiotica” 50 (1984/3-
4) 535-557; W. J. T. Mitchell, Iconology: Image, Text, Ideology, Chicago-London 1986; T.
Goumapeterson - P. Mathews, The feminist critique o f Art, “The Art Bulletin” 69 (1987) 326-
557; G. Pollock, Femininity and Histories o f Art, London-New York 1988. Vedi anche B.
Croce, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, Milano-Palermo-Napoli
1902.
6C. Valenziano, 6 Tesi per l ‘Arte Cristiana, in Profezia di bellezza, (s. ed.) Roma 1996,
29-3) (e bibliografia annessa).
7 Mansi 12, 951 - 13, 496.
s Duodecimum steculum. Lettera apostolica di Giovanni Paolo II, 4 dicembre 1987 nella
memoria liturgica di S. Giovanni Damasceno, 1.
’ Niceforo di Costantinopoli, Antirretici 3, ). Vedi anche Apologetico 61; Contro Epifa-
nide 2.
10 Teodoro di Studion, Antirretici 3, 1. Vedi anche Lettera a Nicola.
11 Id., Antirretici ), 4.
12 Id., Lettera a Niceta. _
17Ipazio di Efeso, Lettera a Giuliano d'Atramizia.
MBernardo di Chiaravalle, Apologia a Guglielmo 12, 28-29.
17 Gregorio Magno, Lettera a Sereno di Marsiglia. 9

205
'* Giovanni Damasceno, Difesa delle iconi 1,17.
,7C. Valenziano, L'anello della Sposa. Magnano 1993, 44.
" Duodecimum smculum, cit., 9.
’* C. Valenziano, Iconismo e anifonismo occidentale post niceno. “Ecclesia Orans’, 13
(1996), 11-42; 185-206.
e>Epi te 1200 è, Lettera enciclica di Dimitrios I e del suo Sinodo, 14 settembre 1987 nella
festa dell’esaltazione della Croce, 6. 8. 11.
21 Concilio Niceno ri, Actio vi; Mansi 13, 220-222. 253-254.
n Duodecimum smculum, cit., 10. 11 (il corsivo è dell’originale; di Giovanni Damasceno
vedi la citazione più estesa del medesimo passaggio in Epi te 1200 è, cit., 22).
*’ Concilio Niceno il, Actio vi; Mansi 13,359-362.
24 Epi te 1200 è, cit., 16.17.29 passim (nel rito romano 1 Cor 15, 49 è riportato dalla
orazione alternativa iniziale per la celebrazione della Passione del Signore il venerdi santo).
» Cit., ih., 28.
26/A, 28,14.
27 Giovanni Damasceno, Difesa, cit., 1, 10.16 (cit. in Epi te 1200 è 18.22; e vedi l’asso­
nanza con GS 22).
w Epi te 1200 è. cit., 15.
29 Duodecimum smculum, cit., 11.12.
w A, Cingria, La décadence de Vari sacri, Paris 1930; P.-R. Régamey, A rt sacre au xxr.
siècle?, Paris 1952; F. Débuyst, L ’art ebrétien contemporain de 1962 à nos fours, Paris 1988;
S, de Lavcrgne, Art sacri et modemiti. Les grandes donnis de la reme Art Sacri, Namur 1992.
Indice dei nomi

Abele, 18, 95. Auzépy, M. F„ 153, 176, 182,


Abramo, 19, 22, 34, 40, 42, 43, 95, 154.
Acado patriarca di Costantinopoli, 156. Bacco santo, 192,
Achisamac, 81. Barsanti, C., 152.
Achitòfel, 75. Barthes, R., 189, 190,
Adamo, 22, 103. Basilio Magno vescovo di Cesarea, 20, 45
Adone, 48. 47, 66, 67, 81, 90, 91, 95, 96, 106, 109,
Adriano I papa, 15, 24, 29, 149, 154, 158, 111, 113, 122, 123, 142, 158, 161, 162,
175, 177-179, 181, 182, 193. Basilio vescovo di Anciru, 32, 33, 35, 38,
Aezio vescovo di Antiochia, 67, 68, 158. 176.
Agnese santa, 188. Batteux, Ch,, 8, 11,
Agostino vescovo d’Ippona, 20, 174. Baudoin, J., 205.
Ahab, 144. Baumgarten, A. G., 7, 8, 11.
Alessandro vescovo di Ierapoli, 118. Bel, 48.
Ambrogio vescovo di Milano, 22, 106. Belfagor, 48.
Anastasio I imperatore, 54, 156. Belting, H., 191, 193, 194.
Anastasio Bibliotecario, 150,155,165,167, Bernardo di Chiaravalle, 190, 197, 205.
177, 178. Betulia, 49.
Anastasio di Teopoli, 91. Bezaleel, 81.
Anastasio patriarca di Costantinopoli, 166, Bialostocki, J., 205.
172. Boespflug, F., 182.
Anfìlochio vescovo di Iconio, 106, 164. Bonnet, M„ 156.
Anna, 60. Brandi, C , 8, 11, 12.
Antimo patriarca di Costantinopoli, 156. Bréhier, L„ 152.
Antipatro vescovo di Bostra, 35. Burke, E., 8, 11,
Antonio monaco, 33, 54. Byckov, V. V., 9, 12, 192.
Apollinare vescovo di Laodicea, 87, 98.
Arcadio imperatore, 106. Caifa, 60, 127.
Ario prete di Alessandria, 45, 67, 68, 72, Calendione patriarca di Antiochia, 53,
77, 78, 81-83, 86, 87, 98, 116-119,146, Carlo Magno, 178, 181, 182.
156, 158, 159, 161, 163, 164. Carlo Martello, 171.
Aristotele, 8, 11. Cingria, A., 206.
Amheim, R., 8,11. Cirillo vescovo d’Alessandria, 21, 34, 35,
Amobio, 174. 91, 103, 106, 115, 119, 120, 151, 159,
Aronne, 31, 42, 49, 69, 155. 163, 164, 166.
Arteaga, E. de, 8, 11. Ciro di Fasi patriarca di Alessandria, 73,
Assalonne, 75. 74, 147, 160.
Assunto, R., 8, 11, 12. Ciro martire, 44.
Ast, F„ 8, 12. Ciro vescovo di Ierapoli (o Mabbug), 53,
Astarte, 43, 49. 147.
Asterio vescovo di Amasea, 36, 38, 112- Clemente Alessandrino, 174.
114, 193. Cleopatra moglie di Licomede, 156.
Atanasio vescovo di Alessandria, 22, 44, Cosma diacono e cubuclesio, 35, 46. 179^.
109, 118, 119, 123, 143, 177. Cosma martire. 44. f l jH
Costante u imperatore, 161. Epifanio vescovo di Costanzia (Salamina)
Costantino diacono e chartophylax, 36, 45, di Cipro, 22, 105-107, 163, 164, 174,
54. 179.
Costantino ì imperatore, 16, 64, 72, 158, Eraclio imperatore, 160, 171.
164, 174, 178, 193. Erbetta, M., 156.
Costammo n patriarca di Costantinopoli, 166. Esaù, 41.
Costantino iv imperatore, 65,74,158,160. Eschine, 36.
Costantino v Copremmo imperatore, 60, Eudossio vescovo di Germanicia, 67, 68.
137,138,150,151,157,166,173,175, Eufemia martire, 36, 37, 113, 193.
176, 180, 182,186,187. Eufranore, 36.
Costantino vi imperatore, 15,29,145,149, Eufrasione, 118, 165.
152, 175, 176, 178, 181. Eunomio vescovo di Cizico, 67, 68, 98.
Costantino vescovo di Costanzia (Salamina) Eupsichio, 119.
di Cipro, 30, 31, 35, 37, 38, 52,156. Eusebio di Cesarea, 53, 82, 116-119, 121,
Costanza, 116, 119, 164, 165, 174. 156, 162, 164, 174.
Counonne, Y., 151. Eusebio di Nicomedia, 116, 164.
Cràni, C , 150, 182. Eustazio vescovo di Antiochia, 90.
Crisaiolo, U., 183. Eutiche archimandrita di Costantinopoli, 73,
Crisostomo (vedi Giovanni Crisostomo). 77,78, 81-83, 86, 87, 136, 146,159.
Croce, B., 205. Evagrio Pontico, 73, 146, 160.
Ezechia, 158.
Dagon idolo, 48. Ezechiele profeta, 31, 39, 43, 48.
Dagron, G., 173, 182.
Damiano martire, 153. Filosseno di Mabbug (detto Xenaia o Xe-
Damiseli, H., 205. naide), 53, 119, 156.
Dan, 81. Florenskij, P„ 9, 191, 192.
Daniele, 43, 141, 154. Formaggio, D., 8, 11.
Darrouzès,}., 176, 182. Fozio patriarca di Costantinopoli, 178, 183.
Davide, 20, 33,47,62,69, 94, 95,109, 123, Fréart de Chambray, R, 8, 11.
137, 138. 142. Freedberg, D., 9,12,191-194.
Debray, R, 10, 12, 185, 191.
Débuyst, F., 206. Gabriele arcangelo, 189.
Demetrio diacono, 32, 53, 54, 55. Gallina, M., 182.
Demostene, 36. Geiger, M., 8, 12.
Dennis, J., 8, 11. Gerbino, C., 10.
Derrida, J., 205. Geremia profeta, 58, 117.
Diderot, D., 8, 11, 12. Germano I patriarca di Costantinopoli, 46,
Didimo il Cieco, 73, 146, 160. 139, 140, 155, 166, 172, 186, 198.
Dimitrio i, 191, 199,206. Geronimo presbitero di Gerusalemme, 23.
Diodoro (Teodoro) vescovo di Tarso, 73, Giacobbe, 19, 32, 40-43, 150, 155.
86, 160. Giacomo apostolo, 113, 117, 198.
Dionigi (Pseudo) Aeropagita, 60, 83, 157. Giobbe, 78, 80.
Dioscoro vescovo di Alessandria, 73, 77, Giorgio diacono e segretario del patriarca,
78, 81-83, 86, 88, 146, 159. 35.
Dòlger, F., 149. Giorgio vescovo di Costanzia (Salamina) di
Dumeige, G., 153, 173, 182. Cipro, 139, 140, 166.
Giorgio vescovo di Ierepoli, 177.
Elena madre di Costantino I, 16, 178. Giosafat, 144.
Hia profeta, 22, 67, 116, 142, 198. Giosuè, 42.
Flia protopresbitero di S. Maria delle Bla- Giotto, 194.
cheme, 38. Giovanni apostolo, 52, 105, 116, 156, 198.
Eliseo, 42. Giovanni Battista, 142, 151, 154, 158.
Eoliab, 81. Giovanni Crisostomo, 21, 32-44, 47, 60, 91,
Epifanio diacono, 45, 52, 61-63, 66, 68, 70, 102, 104, 109, 122,123, 151,155, 164,
72-75, 77-81, 84-86, 89, 90-94, 96-98, 193.
100,101,104,105,108-110, 115, 117, Giovanni Damasceno (detto Mansur), 139,
122, 124, 126, 127, 129-139, 180. 140, 167, 197, 199, 200, 203, 205, 206.

208
Giovanni dùcono, 59,60, 180. Hutcheson, F., 8, 11.
Giovanili Diacrinomeno, 53.
Giovanni il Grammatico, 181, 188. Iba vescovo di Edessa, 107, 160.
Giovanni logoteta, 29. 153, 176. Ietto, 43.
G iovanni m artire, 44. ImpeUizzeri, S., 183.
Giovanni monaco e presbitero, 29, 32, 33, Ipazio di Efeso, 197, 205.
38,45, 51. Ipazio vescovo di Nicea, 177.
Giovanni Paolo n papa, 191,1% , 205. Irene imperatrice, 15, 29, 145, 149, 152,
Giovanni vescovo di Gabala, 54. 175-178, 181.
Giovanni vescovo di Gerusalemme, 163, Isacco, 34, 150, 154.
174. Isaù profeta, 22, 86, 111, 123. 166, 197.
Giovanni vm papa, 178.
Giuditta, 49. Kaemmerlling, E., 205.
Giuliano di Alicamatso, 156. Kandisky, V., 192.
Giuliano l'Apostata imperatore, 20, 151. Kannengiesser, Ch., 151.
Giuseppe figlio di Giacobbe, 40, 42, 49, Kitzinger, E., 188, 192, 193.
141,150,155. Koller, J., 12.
Giustiniano i imperatore, 73, 152, 160.
Giustiniano n imperatole, 65, 158. Langerbeck, H., 150.
Giustino i imperatore, 160. Lattanzio, 174.
Goethe, J. W., 8,12. Laugier, M.-A., 8, 11.
Gombrich, E., 194. Lauso, 116.
Gouiliard, J., 155, 182. Lavergne, S. de, 206.
Goumapermeo, T., 205. Lazzaro, 83, 112, 130.
Grabar, A., 192. Leanza, S., 182.
Gradati, B., 8, 11. Lemerle, P., 183.
Grassi, E,, 8, 11. Leone m imperatore, 149,171-73, 175,182.
Granano imperatore, 22. Leone iv kazaro imperatore, 60,137,138,
Gregorio i Magno papa, 17,149,191,197, 150, 157, 175.
205. Leone v imperatore, 181.
Gregorio n papa, 18, 46, 149, 155. 172, Leone il Matematico, 181.
173. Leone presbitero, 24,178.
Gregorio m papa, 18,149,173. Leone vescovo di Carpathos, 177.
Gregorio di Nazismo, 35, 37, 79, 81, 82, Leone vescovo di Foda, 55.
91, 95, 107, 108, 119, 131, 132, 143, Leone vescovo di Iconion, 177.
154,160, 193. Leone vescovo di Rodi, 177.
Gregorio diacono, 33,46,179. Leonzio a secretis, 30, 55.
Gregorio r p m m n del monastero di Ormi­ Leonzio vescovo di Neapoli di Cipro, 39.
sda, 43. Lessing, G. E., 8, 11.
Gregorio Pajamas, 202. Licinio, 119, 164.
Gregorio vescovo di Neocesarea, 59,60-63, Licomede, 52.
66,68,70,72-75,77,79-», 88,91-%, Lipsius, R. A., 156.
9 8 ,1 0 0 ,1 0 1 ,1 » . 107,109,110,115, Longino (Pseudo), 8,11.
116,122,124,126-137,139, 157,177- Lossky, N., 182.
180. Luca evangelista, 202.
Gregorio vescovo di Nissa, 20, 33,34,35, Lucifero, 155.
38,66,68,91,106,122,158,202. Lukacs, G., 8, 11.
Gregorio vescovo di Pesrinunte, 177.
Macario patriarca di Antiochia, 74, 147,
Hartmann, L. M., 149. 161.
Hasenmndler, C , 205. Macedonio patriarca di Costantinopoli, 67,
Heckscber, V . S„ 205. 72, 146.
Hansrerlmis, F., 8, 11. Male, M., 195.
Herder, J. G., 8,11. Mani, 163.
Ileimcrén, G-» 205. Mansi, T.-D.. 10, 149-151, 154-156, 158,
Hot, K-, 151. 162, 167, 177, 205.
Mansur (vedi Giovanni Damasceno).
Hooy e r ff, G. J., 205.
M »r». M <*„ 180, 1*3. Pardo i pop», 18, 149.
M ertcH m » , 174- Paolo tv patriarca di Gwrantinnpoli, 74,175.
M an p llin w i 143 PdtkanJ., 191.
M ert-ieiw im p e ra to re , 73, 159. Perrault, C , 8, 11.
M e ri il P e rs ia n o ventava d i A rd a a h ir, 7 5 , Petronoe comes del tema Opeikion, 29,153,
l« 7 , 160. 176.
M ariti* d i C a l c e d o n i » , 1 16, Pietro apostolo, 16, 17, 27, 49, 87, 116,
M im in o i p a p a , 160, 124,152, 174, 193,198.
M assim o C o n fe sso re , 9 1 , 1 4 3 ,1 6 0 , Pietro arripresbitero di S. Pietra Apostolo,
M ath e w s, I* . 2 0 9 . 27,29,176.
M a u r o a p o sto lo , 2 1 , 1 4 0 ,1 4 1 , Pietro egumeno di S. Saba, 27, 29,176.
M H rr, Cr, F „ S, I I , Pietro Follone patriarca di Antiochia, 53,
M eitv lo v esco v o d i A n tio ch i» , 32, 9 1 ,1 9 3 , 119, 146, 165.
M enu p a tria rc a d i C o s ta n tin o p o li, 160. Pietro lettore e notano della cone patriar­
M e n d e lsso h n , M „ 8 , 12. cale, 44.
M en g s, A, H., 8 , i l . Pietro metropolita d’Apamea, 73.
M ich e la n g e lo , 1 9 0 ,1 9 4 . Pietro Mongo patriarca di Alessandria, 156.
M ich ele a rc an g e lo , 34, Pietro patriarca di Costantinopoli, 74.
Mlgne.J, P,, 11, Pietro vescovo di Nicomedia, 32.
M itc h ell, W . J . T „ 20 5 , Pincas, 58, 157.
M o n d ite lo , M . J ., 10, 12. Pirro patriarca di Costantinopoli, 74,147.
M o relli, li,, 150, Pitagora, 174.
M o rite . K, P h ,, 8, 1 1, Pollock, G., 205.
M osè, 1 9 ,2 2 , 2 3 , 30-32, 3 9 ,4 3 ,4 7 , 5 1 ,6 9 , Ponzio Pilato, 146.
8 1 ,9 9 , 114, 155, 198,
M u k a fo v sk f, J„ 8, 12, Rapsache, 158.
Régamey, P.-R., 206.
N a b u e o d o n e s o r, 4 3 , Rembrandt, H. van R., 190.
N c s to r lo p itriA rc » d i C o e te n tin o p o li, 7 2 , Ripa, C„ 205.
73, 7 7 , 7 8 , 8 0 , 8 4 -8 7 , 116, 132, 133, Rosenkranz, K., 8, 11.
146. 139, 1 6 0 ,1 6 3 . 164, 166, 180. Rousseau, J.-J., 8,11.
N lc e fo ro i Im p e ra to re, 1 4 9 ,1 8 1 . Ruggero il re, 187.
N lc efo ro p i t t u r e » d i C o» t« n tin o p o U . 164, Russo, L., 11.
175, 186, 188, 1 9 7 ,2 0 0 , 205.
N lc e fo ro v e te o v o d i D u r a n o , 3 3 ,3 9 ,3 7 . Saba egumeno di Studion, 53, 55, 177.
N ie et» d iie o n o e n o ta rlo d ell» c o rte p a- Saint-Hilarion, F. B. de, 8,11.
t r l t r c a k . 4 4 .4 5 . Salomone re, 20, 39, 42, 43, 48, 90.
N ieet» p»tri# rc» d i C o eten tin o p o li, 175, Samuele, 95, 139.
N ilo d 'A n c ire , 179, Sanatene, J. M„ 152.
N o è , 18, 95, Schelling, F., 8, 11.
Schlegef F„ 8,11.
O llb k . 48. Scbleteimacher, F. D., 8,11,12.
Ò i i m p i o d o r o , 179. Schreiner, P., 173, 182.
Oloferne, 49. Schwanz, E., 162,165.
O m e ro , 174, Sedlmayr, H., 8, 11.
O n o rio l p e p a, 7 3 , 74, 147, Sennacherib, 158.
O o lk , 48. Sereno vescovo di Marsiglia, 149, 205.
O u ra n ik o e , 187. Sergio di Costantinopoli, 73, 74,147,151,
O r , 81. 158,160,161.
O rig e n e , 73, 146, 160, 174. Sergio santo, 192.
O rm iid e p e p e, 161. Severiano di Gabala, 151,155,156, 164.
O strogorclcy, CI,, 171. Severo patriarca di Antiochia, 54, 73, 77,
83, 86, 119, 146, 156, 160.
P anfilo, 82, Silvestro t papa, 16, 17, 149.
P anafeky, E „ 1 9 3 ,2 0 5 . Simeone monaco e presbitero, 44, 156.
P aolo tp o eto lo , 1 6 ,1 7 ,1 9 , 3 1 ,8 7 ,8 9 ,1 2 0 - Sofronio arcivescovo di Gerusalemme, 44,
1 2 2 ,1 7 4 ,1 9 3 ,1 9 4 . 91.

2IO
Solger, K. W. F., 8, 11. Teofane il Confessore, 198.
Spoletti, G., 8, 11. Teofane Continuato, 186.
Spranger, E., 8, 12. Teofilo imperatore, 186, 187.
Stefano n papa, 18, 149. Teognide vescovo di Nicea, 116, 164.
Stefano hi papa, 18, 150. Timoteo, 125.
Stefano diacono, 34,39,44,51,53,54,179. Tito, 125.
Stefano il Giovane, 186-188. Tommaso apostolo, 105, 130, 131, 176.
Stefano monaco, 74. Tommaso monaco e presbitero, 29, 36,
Stefano vescovo di Bostra, 22, 151. 176.
Stevenson, Ch. L., 8, 12, Tommaso vescovo di Claudiopoli, 155.
Succenso, 119, 120. Tommaso vescovo di Sardegna, 52.
Sulaiman, 171.
Susanna, 115, 141, 163, 164. Uria, 81.
Uspenski, P., 192.
Tarasio patriarca di Costantinopoli, 24, 29, Uzza, 143.
31, 32, 38, 44, 45, 49, 52-54, 151, 153,
154, 158, 175-179, 181. Valenziano, C., 205, 206.
Tatarkiewicz, W., 8, 9, 11, 12. Van den Ven, P., 165, 182.
Teodoreto di Ciro, 160. Vasari, G., 194.
Teodoro (vedi Diodoro).
Teodoro di Faran, 74. Wallach, L„ 149-151, 178, 182.
Teodoro di Mopsuestia, 73, 86, 160. Warburg, A., 205.
Teodoro Lettore, 53. Wenger, A., 155.
Teodoro Studila, 172, 187, 197,200, 205. Winckelmann, J. J., 8, 11.
Teodoro vescovo di Amorion, 176, 179.
Teodoro vescovo di Catania, 3 4,3 8 ,4 6 ,5 2 . Xenaiade (vedi Filosseno).
Teodoro vescovo di Mira, 37,38,176,179.
Teodosio egumeno di S. Andrea di Nesio, Yazid il, 173, 180.
32.
Teodosio I imperatore, 106, 159, 163, 164, Zaccaria papa, 18, 22, 149.
172. Zaccheo, 141.
Teodosio ri imperatore, 73, 159. Zenone imperatore, 156.
Teodosio vescovo di Amorio, 37, 38. Zolla, E., 192.
Teodoto vescovo di Ancira, 115, 116, 164. Zoora monaco di Syce, 73.