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MANCUR OLSON

LA LOGICA DELL'AZIONE COLLETTIVA


l beni pubblici e la teoria dei gruppi
A diciotto anni dalla sua pubblicazione negli Stati Uniti, La logica dell'azione
collettiva è ormai da considerare uno dei contributi più originali e stimolanti della
scienza sociale contemporanea, e il suo autore, Mancur Olson, è uno dei maggiori
esponenti dell'approccio economico alla analisi dei fenomeni politici e sociali.
Muovendo dal postulato dell'homo economicus, ovvero del perseguimento
razionale dell'interesse individuale come fondamento dell'agire sociale, e
applicando originalmente categorie fondamentali della teoria economica, ·come lo
schema costi-ricavi, la tipologia delle forme di mercato, il concetto di bene pubblico,
Olson confuta la tesi largamente accettata secondo cui i membri di un gruppo o di
un'organizzazione sappiano e possano perseguire razionalmente i propri interessi
collettivi, quali sono espressi negli obiettivi comuni. Lungi dal garantire la razionalità
collettiva, il comportamento razionale e utilitaristico dei membri di gruppi di ampie
dimensioni e di organizzazioni che offrono beni pubblici non esclusivi conduce a
esiti negativi o comunque a risultati dell'azione non ottimali. Tali gruppi organizzati
devono quindi agire intenzionalmente per indurre i propri membri a perseguire lo
scopo comune, attraverso l'uso di sanzioni e di incentivi, capaci di modificare il
rapporto costi-benefici dei singoli membri, rendendolo compatibile con il rapporto
costi-benefici del gruppo e scoraggiando in tal modo il comportamento dei •liberi
battitori•.
Nei primi due capitoli del libro viene presentata la teoria nelle sue linee essenziali
con un'argomentazione limpida e serrata. Nei tre capitoli successivi, si procede alla
verifica del teorema con riferimento all'analisi del comportamento sindacale, alle
teorie ortodosse dello Stato e delle classi e alla teoria dei gruppi di pressione,
sottoponendo a una critica radicale i più noti paradigmi dell'azione collettiva, da
quello marxista a quello pluralista. Infine, nell'ultimo capitolo, si sviluppa
ulteriormente la teoria analizzando i fattori che spiegano l'esistenza dei grandi
gruppi organizzati.
La logica dell'azione collettiva è vulnerabile a molte critiche se pretende di essere
una teoria generale dell'agire sociale; ma offre una chiave interpretativa di grande
utilità nell'analisi di tutte quelle situazioni in cui l'assunto del perseguimento
razionale dell'utile individuale può essere plausibilmente applicato. Come spesso
accade ai migliori contributi scientifici, è un'opera •di confine• e costituisce una
lettura obbligata per gli studiosi di economia pubblica, di sociologia economica, di
scienza politica.
Alberto Martinelli

Mancur Olson (1932), dopo aver insegnato a Princeton, è attualmente professore di Economia
all'Università del Maryland. Oltre a La Logica dell'azione collettiva, ha pubblicato numerosi saggi e libri, tra
cui ricordiamo The Economics ofthe Wartime Shortage (1963), «Economics, Sociology and the Best of Ali
Possible Worlds• ( The Public lnterest, 1968), Toward a Social Report (1969), A New Approach to the
Economics ofHealth Care (1981) e The Rise and Decline ofNations (1982).

l. 18.000 (IVA INCLUSA)


I fatti e le idee BIBLIOTECA DI SOCIOLOGIA
E SCIENZA POLITICA
Saggi e Biografie
Diretta da
516 Alberto Martinelli
NELLA STESSA SEZIONE

A. CARBONARO e A. PAGANI (a CU­ Saggi sociali sulla condizione


ra di), Sociologia industriale e dei negri negli Stati Uniti
dell'organizzazione d'America

L. A. cosER, Le funzioni del con­ GABRIELE LE BRAS, Studi di SO­


flitto sociale ciologia religiosa
C. WRIGHT MILLS, La élite del
GOFFREDO FOFI, L'immigrazione potere
meridionale a Torino
VARI, LSD. La droga che dilata
LEROY JONES, Sempre piu nero. la coscienza
Mancur Olson

La logica
dell'azione collettiva
I beni pubblici e la teoria dei gruppi

Feltrinelli Editore Milano


Titolo dell'opera originale:
The Logic of Collective Action. Public
Goods and the Theory of Group
(Harvard University Press, Cambridge, Mass.)
Copyright © 1965 and 1971 by the President
and Fellows of Harvard College

Traduzione dall'inglese
di Serenella Sferza

Prima edizione italiana: marzo 1983

Copyright by
©
Giangiacomo Feltrinelli Editore
Milano
Indice

Pag. 11 Prefazione (1971)

13 Introduzione

17 Capitolo primo
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni
a) Lo scopo dell'organizzazione, 17. - b) Beni collettivi e gruppi
numerosi, 21. c) La teoria tradizionale dei gruppi, 29. d) I
- -

piccoli gruppi, 35. e) Gruppi "esclusivi" e "inclusivi", 50. - f)


-

Una tassonomia dei gruppi, 56

67 Capitolo secondo
La dimensione e il comportamento dei gruppi
a) La coerenza e l'efficacia dei piccoli gruppi, 67. - b) Le con­
traddizioni delle teorie tradizionali, 71. - c) Incentivi sociali e
comportamento razionale, 74

81 Capitolo terzo
Il sindacato e la libertà economica
a) La coercizione nei sindacati, 81. - b) La crescita del sindaca­
to: teoria e realtà, 92. c) Il closed shop e la libertà economica
-

nel gruppo latente, 104. - d) L'intervento governativo e la liber­


tà economia nel gruppo latente, 108

11.5 Capitolo quarto


Le teorie ortodosse dello Stato e delle classi
a) La teoria dello Stato vista dagli economisti, 115. - b) La teo­
ria marxiana dello Stato e delle classi, 119. c) La logica della
-

teoria marxiana, 122

7
Indice

129 Capitolo quinto


Le teorie dei gruppi di pressione
a) La teoria filosofica dei gruppi di pressione, 129. - b) L'eco­
nomia istituzionalista e il gruppo di pressione. fohn R. Com­
mons, 132. - c) Le teorie moderne dei gruppi di pressione.
Bentley, Truman, Latham, 135. d) La logica della teoria del
-

gruppo, 143

151 Capitolo sesto


Le teorie del "sottoprodotto " e dell"'interesse parti­
colare"
a) La teoria del "sottoprodotto" dei gruppi di pressione nume­
rosi, 151. b) Le lobbies del movimento sindacale, 154. - c) Le
-

lobbies dei professionisti, 156. d) La teoria dell"'interesse par­


-

ticolare" e le lobbies dell'industria, 161. - e) La promozione di


pressione politica da parte del governo, 167. - f) Cooperative
agricole e lobbies dell'agricoltura, 173. g) Lobbies di tipo non
-

economico, 179. - h) I gruppi "dimenticati" - quelli che soffrono


in silenzio, 185

189 Appendice (1971)

199 Indice dei nomi

8
Ad Alison
Prefazione
(1971)

Poiché sia l'edizione rilegata sia quella economica di questo li­


bro vengono ristampate quasi contemporaneamente, ci sembra que­
sta una buona occasione per prendere in considerazione l'idea di
introdurre dei cambiamenti. Avrei potuto modificare la tesi del li­
bro, aggiungere parecchie idee che ho sviluppato da quando è sta­
to scritto, ed esaminare i recenti lavori di altri ad esso collegati.
Ho tuttavia deciso di non apportare alcuna modifica rilevante. Le
mie opinioni non sono cambiate al punto da giustificare una nuova
stesura del testo. Alcune delle idee che aggiungerei a un'eventuale
nuova edizione le ho già espresse in taluni articoli. Occuparsi in
maniera adeguata di ciò che altri autori hanno scritto prenderebbe
troppo spazio. Di conseguenza ho invece deciso di preparare una
breve Appendice. Essa fornisce a ogni lettore che vi sia interessa­
to una guida agli articoli che ho scritto su questo argomento e vi
si discute un'interessante idea per future ricerche proposta dai re­
censori di questo libro.
Il ricordo dei molti favori scompare in breve ora, ma non la
mia gratitudine per coloro che mi hanno aiutato con le loro criti­
che durante la stesura di questo libro. Mi capita spesso di notare
che la reazione a quest'opera sarebbe stata molto meno generosa
(o piu riservata) qualora le prime redazioni non avessero avuto il
conforto di osservazioni critiche cosi efficaci. Colui che mi è stato,
tra tutti, di maggiore aiuto è Thomas Schelling dell'Università di
Harvard. Benché né lui né altri siano responsabili degli errori con­
tenuti nel libro, quasi tutto quello che di utile può contenere si
deve a lui in particolare. Edward C. Banfield e Otto Eckstein mi
sono stati anch'essi di grande aiuto con le loro critiche quando an­
cora questo studio non era che la stesura di una tesi di laurea ad
Harvard. Quando l'impresa era ancora allo stato di progetto mi
furono molto utili i consigli di Samuel Beer, John Kenneth Gal-

11
Prefazione

braith, Carl Kaysen, e Talcott Parsons. Quando cominciai a rive­


dere la tesi per farne un libro, ricevetti delle indicazioni estrema­
mente utili da Alan Holmans, Dale Jorgenson, John Kain, Douglas
Keare, Richard Lester, e Georg von Fiirstenberg. Inoltre, duran­
te la stesura del libro William Baumol, David Bayley, Arthur Be­
navie, J ames Buchanan, Edward Claiborn, Aldrich Finegan, Louis
Fourt, Gerald Garvey, Mohammed Guessous, W.E. Hamilton,
Wolfram Hanrieder, Stanley Kelley, Roland McKean, Richard Mu­
sgrave, Robert Reichardt, Jerome Rothenberg, Craig Stubblebine,
Gordon Tullock, Alan Williams e Richard Zeckhauser mi diedero
importanti e costruttivi suggerimenti. Spero, infìne, che la dedica
a mia moglie indichi quanto io apprezzi il suo aiuto e il suo inco­
raggiamento . Oltre a tutte le altre cose che ha fatto per me e per i
nostri tre fìgli, mi è stata di aiuto sia per quanto riguarda la forma
sia per quanto riguarda la sostanza di questo libro.
Sono inoltre grato al professor F .A. von Hayek il quale ha pre­
so l'iniziativa di far tradurre in tedesco questo libro, contribuendo
con una premessa all'edizione tedesca.
Mentre lavoravo a questo libro mi sono stati di generoso aiuto
il Social Science Research Council, la Shinner Foundation e il Cen­
ter for Internation�l Studies dell'Università di Princeton. Sono
inoltre grato alla Brookings Institution, la cui ospitalità ha gran­
demente favorito il mio lavoro, per questo e un precedente libro.

Mancur Olson
Dipartimento di Economia
Università del Maryland
College Park, Maryland 1971

12
Introduzione

Si dà spesso per certo che, almeno quando siano in gioco obiet­


tivi di tipo economico, gruppi di individui con interessi comuni cer­
chino in genere di promuovere tali comuni interessi. Ci si aspetta
che gruppi di individui con interessi comuni agiscano in nome di
questi loro comuni interessi piu o meno allo stesso modo in cui
spesso ci si aspetta che i singoli individui agiscano in nome dei lo­
ro personali. Questa opinione sul comportamento di gruppo ricor­
re non solo nelle normali discussioni, ma anche negli scritti acca­
demici. Parecchi economisti appartenenti a scuole metodologiche
e ideologiche diverse hanno implicitamente o esplicitamente accet­
tato questo punto di vista. Quest'approccio ha, per esempio, svol­
to un ruolo importante in molte teorie sui sindacati, nelle teorie
marxiane dell'azione di classe, nel concetto di " potere controbi­
lanciante " e in diversi dibattiti sulle istituzioni economiche. Esso
ha inoltre occupato un posto preminente nella scienza politica, al­
meno negli Stati Uniti, dove lo studio dei gruppi di pressione è
stato dominato da una celebre " teoria del gruppo " basata sull'idea
che i gruppi agiscono ogni volta che sia necessario promuovere i
loro interessi comuni o di gruppo. Quest'opinione ha infine avuto
un ruolo importante in molti famosi studi sociologici.
L'opinione che i gruppi agiscano allo scopo di giovare ai pro­
pri interessi è presumibilmente basata sull'ipotesi che gli individui
che fanno parte dei gruppi agiscano in base al loro interesse. Qua­
lora gli individui facenti parte di un gruppo trascurassero altruisti­
camente il loro interesse personale, non sarebbe infatti molto pro­
babile che essi perseguissero collettivamente qualche egoistico obiet­
tivo comune o di gruppo. Un tale altruismo è peraltro ritenuto ecce­
zionale, mentre il comportamento guidato dall'interesse personale
è considerato la regola, per lo meno quando vi siano in gioco que­
stioni di tipo economico; nessuno si meraviglia quando gli impren-

13
Introduzione

ditori perseguono profitti piu elevati, i lavoratori salari piu alti, o


i consumatori prezzi piu bassi. Si presume che da questa premessa,
ampiamente condivisa, sulla razionalità del comportamento ispira­
to all'interesse personale derivi logicamente l'idea secondo cui i
gruppi tendono ad agire in difesa dei propri interessi di gruppo.
Si ritiene, in altre parole che, se i membri di un qualche gruppo
hanno un interesse o un obiettivo comune, e qualora la situazione
di tutti loro migliorerebbe grazie al conseguimento di tale obietti­
vo, ne segua logicamente che i singoli membri di tale gruppo,
qualora siano razionali e mossi dal proprio interesse, debbano agi­
re allo scopo di conseguire tale obiettivo.
Non è peraltro vero che l'idea secondo cui i gruppi agirebbero
nel proprio interesse derivi logicamente dalla premessa di un com­
portamento razionale e motivato dall'interesse personale. Nono­
stante il conseguimento del loro obiettivo di gruppo possa significare
un vantaggio per tutti i componenti del gruppo, non ne deriva che
tali individui, quand'anche fossero tutti razionali e motivati dal
proprio interesse, agiscano allo scopo di ottenere tale obiettivo. In
realtà, individui razionali e ispirati dal proprio interesse non si
comporterebbero in modo tale da conseguire il loro interesse co­
mune o di gruppo, a meno che il numero dei componenti del grup­
po sia piuttosto piccolo, o a meno che non si ricorra a coercizioni
o a qualche altra misura allo scopo di spingere gli individui ad agi­
re nel loro comune interesse.
Anche se, in altre parole, tutti i componenti di un gruppo nu­
meroso fossero razionali e mossi dal proprio interesse, e traessero
vantaggio, in quanto gruppo, dall'agire per promuovere il loro in­
teresse o obiettivo comune, non agirebbero, comunque, nonostante
tutto spontaneamente allo scopo di conseguire tale interesse co­
mune o di gruppo. La nozione secondo cui gruppi di individui agi­
scono allo scopo di conseguire i loro interessi comuni o di gruppo,
lungi dal derivare logicamente dal presupposto secondo cui gli in­
dividui in un gruppo perseguono razionalmente i propri interessi
individuali, contraddice di fatto tale presupposto. Questa incon­
gruenza sarà spiegata nel capitolo seguente.
Qualora i membri di un gruppo numeroso cerchino razional­
mente di massimizzare il loro benessere personale essi non agiranno
in modo da promuovere i loro obiettivi comuni o di gruppo, a me­
no che una qualche coercizione li spinga ad agire in tal senso, o a
meno che qualche incentivo separato, distinto dal conseguimento
dell'interesse comune o di gruppo, venga offerto individualmente
ai membri del gruppo a condizione che essi contribuiscano ad as-

14
Introduzione

sumersi i costi e gli oneri che il conseguimento degli obiettivi di


gruppo implica. Se invece non si danno la coercizione o gli incen­
tivi testé menzionati, questi gruppi numerosi non formerebbero
neppure delle associazioni allo scopo di conseguire i loro obietti­
vi comuni. Queste osservazioni restano valide anche qualora
il gruppo sia d'accordo all'unanimità sul bene comune e sui meto­
di del suo conseguimento.
L'opinione diffusa, comune a tutte le scienze sociali, secondo
cui i gruppi tendono a promuovere i loro interessi è di conseguen­
za ingiustifìcata, per lo meno quando si basa, come di solito acca­
de, sull'assunzione (talora implicita) che i gruppi agiscano nel pro­
prio interesse perché cosi fanno gli individui. Vi è paradossalmen­
te la possibilità logica che gruppi composti da individui altruisti o
da individui irrazionali agiscano talvolta nel proprio comune inte­
resse. Come cercheremo di dimostrare piu avanti adducendo dei
dati empirici questa possibilità logica non ha tuttavia, di solito,
una grande rilevanza pratica. La tradizionale opinione secondo cui
gruppi di individui dotati di interessi comuni tendono a promuo­
vere tali interessi comuni sembra quindi avere scarso o nessun fon­
damento.
Nessuna delle osservazioni fatte in precedenza vale per i pic­
coli gruppi, poiché la situazione nei piccoli gruppi è molto piu com­
plicata. Nel caso dei piccoli gruppi può benissimo esserci una qual­
che attività spontan�a a sostegno degli obiettivi comuni agli indi­
vidui del gruppo, ma nella maggior parte dei casi tale attività ces­
serà prima che il livello ottimale per l'insieme dei membri del grup­
po venga raggiunto. Nella ripartizione del costo degli sforzi volti
a conseguire un obiettivo comune vi è, comunque, nei piccoli grup­
pi una sorprendente tendenza allo " sfruttamento " del grande da
parte del piccolo.
Le prove di tutte le affermazioni fatte in precedenza sono con­
tenute nel capitolo primo, il quale sviluppa una spiegazione logi­
ca e teorica di certi aspetti del comportamento dei gruppi e delle
organizzazioni. Il capitolo secondo esamina le implicazioni di tale
analisi per gruppi di diversa dimensione, e illustra la conclusione
secondo cui in molteplici casi i piccoli gruppi sono molto piu effi­
cienti e vitali dei gruppi numerosi. Il capitolo terzo prende in con­
siderazione le conseguenze di tale tesi per i sindacati, e trae la con­
clusione che una qualche forma di iscrizione obbligatoria è nella
maggior parte dei casi necessaria alla loro sopravvivenza. Il capi­
tolo quarto muove dall'impostazione di questo studio per esamina­
re la teoria delle classi sociali di Marx e analizzare le teorie dello

15
Intraduzione

Stato elaborate da alcuni altri economisti. Il capitolo quinto pren­


de in esame, alla luce dei principi cui questo studio s'informa, la
teoria dei gruppi utilizzata da molti studiosi di politica, e vi si so­
stiene che tale teoria, cosi come è generalmente intesa, è inconsi­
stente sul piano logico. L'ultimo capitolo sviluppa una nuova teo­
ria dei gruppi di pressione che si accorda con l'impostazione deli­
neata nel primo capitolo, e suggerisce che il numero degli iscritti
e il potere dei gruppi di pressione numerosi non derivano dai ri­
sultati da essi ottenuti tramite pressioni di tipo politico, ma sono
piuttosto il sottoprodotto di altre loro attività.
Sebbene io sia un economista e gli strumenti di analisi impie­
gati in questo libro derivino dalla teoria economica, le conclusioni
dello studio sono rilevanti per il sociologo o lo studioso di politica
quanto lo sono per l'economista. Ho di conseguenza evitato, do­
vunque fosse possibile, di usare il linguaggio matematico tipico del­
l'economia. Purtroppo molti non economisti troveranno che una o
due brevi parti del primo capitolo sono espresse in modo oscuro e
a loro non congeniale. Il resto del libro dovrebbe tuttavia essere
perfettamente chiaro al lettore, qualunque sia la sua formazione
disciplinare.

16
Capitolo primo

Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

a) Lo scopo dell'organizzazione

Poiché la maggior parte dell'attività intrapresa da o nell'inte­


resse di gruppi di individui viene intrapresa tramite organizzazio­
ni, sarà utile esaminarle in linea generale e teorica.1 Ogni studio
sistematico delle organizzazioni deve logicamente iniziare dal loro
scopo. Le organizzazioni, perfino quelle economiche, sono tuttavia
ti tipo, forma e dimensioni diversi; caratterizzare le organizzazio­
ni in base all'esistenza di un singolo scopo è quindi discutibile. Uno
scopo che purtuttavia caratterizza la maggior parte delle organiz­
zazioni, e di certo, in pratica, tutte le organizzazioni che hanno un
importante aspetto economico, è il perseguimento degli interessi
dei propri membri. Ciò sembrerebbe ovvio, almeno dal punto di
vista dell'economista. Alcune organizzazioni possono senza dubbio
non favorire gli interessi dei propri membri, a causa della loro
mancanza di informazioni, e altre possono essere indotte a favo­
rire esclusivamente gli interessi dei propri dirigentF Tuttavia, le

1 Gli economisti hanno per lo piu tralasciato di sviluppare teorie sulle organizzazio­
ni; su questo tema però esistono alcuni lavori scritti dal punto di vista dell'economia. Si
vedano, per esempio, tre articoli di }ACOB MARSCHAK, Elements !or a Theory of Teams, in
"Management Science", I, gennaio 1955, pp. 127-137, Towards an Economie Theory of
Organization and Information, in Decision Processes, a cura di R.M. Thrall, C.H. Combs
e R.L. Davis, }ohn Wiley, New York 1954, pp. 187-220, e Etficient and Viable Organiza­
tions Forms, in Modern Organixation Theory, a cura di Mason Haire, John Wiley, New
York 1959, pp. 307-320; due articoli di R. RADNER, Application of Linear Programming
to Team Decision Problems, in "Management Science ", V, gennaio 1959, pp. 143-150, e
Team Decision Problems, in " Annals of Mathematical Statistics " , XXXI II, settembre 1962,
pp. 857-881; C.B. McGuiRE, Some Team Models of a Sales Organization, in "Manage­
ment Science " , VII, gennaio 1961, pp. 101-130; OsKAR MoRGENSTERN, Prolegomena to a
Theory o/ Organization, Santa Monica, Cal. RAND Research Memorandum 734, 1951;
}AMES G. MARCH e HERBERT A. SIMON, Organizations, John Wiley, New York 1958;
KENNETH BouLDING, The Organizational Revolution, Harper, New York 1953.
2 Max Weber ha richiamato l'attenzione sul caso in cui un'organizzazione continua a
esistere per un certo periodo dopo essere divenuta inutile poiché qualche burocrate ne trae
il suo stipendio. Si veda la sua Theory o! Social and Economie Organization, tradotta da
Talcott Parsons e A.M. Henderson (Oxford University Press, New York 1947), p. 318.

17
La logica dell'azione collettiva

organizzazioni, se non fanno nulla per favorire gli interessi dei pro­
pri membri, sono spesso destinate a estinguersi, e questo fatto li­
mita drasticamente il numero delle organizzazioni che trascurano
di essere utili ai singoli che ne fanno parte.
L'opinione secondo cui le organizzazioni o associazioni esisto­
no allo scopo di favorire gli interessi dei propri membri non è af­
fatto nuova e peculiare all'economia; tale idea risale quantomeno
ad Aristotele, il quale scrisse: " Gli uomini si incamminano insie­
me in vista di qualche vantaggio particolare, e allo scopo di pro­
curarsi qualche oggetto specifico necessario alla propria esistenza;
e sembra che l'associazione politica sia stata originariamente crea­
ta in simile modo, in nome dei vantaggi generali che essa com­
porta " .3 Il professar Leon Festinger, uno psicologo sociale, ha piu
di recente sottolineato che " l'attrazione del gruppo sui suoi mem­
bri non consiste tanto nel mero senso di appartenenza, quanto piut­
tosto nell'ottenere qualcosa per mezzo di tale appartenenza " .4
Il vecchio teorico della politica Harold Joseph Laski si diceva
sicuro che " le associazioni esistono allo scopo di realizzare dei pro­
positi comuni a un gruppo di persone " .5
Ci si aspetta dunque dai tipi di organizzazione al centro di que­
sto studio che favoriscano gli interessi dei loro membri.6 Dai sin­
dacati ci si aspetta che lottino per salari piu elevati e per migliori
condizioni di lavoro per i loro iscritti; dalle organizzazioni degli
agricoltori che lottino per una legislazione favorevole ai loro soci;
dai cartelli che si battano per prezzi piu alti a favore delle indu­
strie che ne fanno parte; dall'impresa che favorisca gli interessi dei
propri azionisti 7; e dallo Stato che promuova i comuni interessi

3 Ethics, viii, 9, 1160a.


4 LEoN FESTINGER, Group Attraction and Membership, in Group Dynamics, a cura
di Dorwin Cartwright e Alvin Zander, Row, Peterson, Evanston, 111. 1953, p. 93.
' A Grammar of Politics, George Allen & Unwin, London 1939, 4• ed., p. 67.
6 Le organizzazioni religiose e filantropiche non devono necessariamente servire solo
gli interessi dei loro membri; tali organizzazioni hanno altri scopi che vengono ritenuti
piu importanti, per quanto i loro membri sentano il " bisogno " di appartenenza, o ne
vengano migliorati e aiutati. Non è tuttavia il caso di discutere in profondità in questa se­
de la complessità di tali organizzazioni, poiché questo studio si concentrerà su quelle
che presentano un significativo aspetto economico. Porremo l'accento sui gruppi che
hanno qualcosa in comune con quello che Max Weber chiamò " gruppo associativo" ; per
gruppo associativo Weber intendeva un gruppo in cui " l'orientamento dell'azione sociale
si basa su un accordo razionalmente motivato " . E contrappose il suo "gruppo associativo"
al " gruppo comunitario " , basato invece sull'affetto personale, le relazioni erotiche, ecc.,
come nel caso della famiglia. (Si veda WEBER, op. cit., pp. 136-139, e GRACE CoYLE, So­
eia! Process in Organized Groups, Richard Smith, !ne., New York 1930, pp. 7-9.) La lo­
gica della teoria qui sviluppata può essere estesa sino a includere le organizzazioni comu­
nitarie, religiose e filantropiche, ma la teoria non è di particolare aiuto nello studio di tali
gruppi. Si veda a p. 75 nota 17, pp. 179 sgg.
7 E cioè i suoi membri. Questo studio non adotta la terminologia di quei teorici
delle organizzazioni i quali descrivono i lavoratori come " membri" dell'organizzazione per

18
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

dei suoi cittadini (sebbene in questo periodo caratterizzato dal na­


zionalismo lo Stato abbia spesso interessi e ambizioni diversi da
quelli dei suoi cittadini) .
S i noti che gli interessi che ci si aspetta vengano favoriti da
queste organizzazioni sono per la maggior parte interessi comuni:
l'interesse comune dei membri del sindacato in un salario piu ele­
vato, l'interesse comune degli agricoltori in una legislazione favo­
revole, l'interesse comune dei membri del cartello in prezzi piu
alti, l'interesse comune degli azionisti in dividendi piu elevati e
nel prezzo delle azioni, l'interesse comune dei cittadini in buon go­
verno. Il fatto che ci si aspetti che le organizzazioni di vario tipo
sopra elencate lavorino soprattutto nell'interesse comune dei loro
membri non è casuale. Interessi di tipo personale o puramente in­
dividuale possono infatti essere promossi, e di solito in modo piu
efficace, tramite l'azione individuale e non organizzata. Non vi è
ovviamente ragione di dar vita a un'organizzazione nei casi in cui
un'azione di tipo individuale e non organizzata può servire gli in­
teressi dell'individuo quanto o meglio di un'organizzazione: non
ci sarebbe, ad esempio, motivo di formare un'organizzazione al
semplice scopo di fare dei solitari. Tuttavia, nei casi in cui un cer­
to numero di individui ha un interesse comune o collettivo -
quando essi cioè condividono un singolo scopo o obiettivo -
l'azione individuale o non organizzata non sarà per nulla in gra­
do (come vedremo in seguito) di promuovere tale comune interes­
se, o non sarà in grado di promuoverlo in modo adeguato. Quan­
do si tratta di interessi comuni o di gruppo le· organizzazioni pos­
sono dunque svolgere un loro ruolo, e, benché di solito servano
anche interessi puramente personali e individuali, la loro funzione
caratteristica e principale consiste nel favorire gli interessi comu­
ni a gruppi di individui.
Dalla maggior parte della letteratura sulle organizzazioni si
desume che queste esistano in genere allo scopo di promuovere gli
interessi comuni a gruppi di persone, e due degli autori già citati
assumono esplicitamente tale ipotesi. Harold Laski ha infatti sot­
tolineato che le organizzazioni esistono al fine di conseguire scopi
o interessi " comuni a un gruppo di persone " , e sembrerebbe che
Aristotele avesse in mente una nozione simile quando sosteneva
che le associazioni politiche sono create e mantenute in vista dei

cui lavorano. Qui è molto piu conveniente seguire invece il linguaggio di tutti i giorni, e
distinguere, ad esempio, i membri di un sindacato, da quelli che lavorano per tale sinda­
cato. I membri di un sindacato verranno cos{ considerati lavoratori dell'impresa per cui
lavorano, mentre i membri del!'impresa sono i comuni azionisti.

19
La logica dell'azione collettiva

" vantaggi generali " che esse comportano. R.M. Maclver ha an­
ch'egli avanzato la stessa idea in modo esplicito scrivendo che
" ogni organizzazione presuppone un interesse condiviso da tutti i
suoi membri " .8
Anche quando la discussione verte sui gruppi non organizzati,
la parola " gruppo " viene usata, almeno quando si parla di " grup­
pi di pressione " e in sede di " teoria dei gruppi " , per riferirsi a
" un gruppo di individui con un interesse comune " . Sarebbe ovvia­
mente possibile etichettare come " gruppo " perfino un numero di
individui selezionati a caso (e quindi senza nessun interesse comu­
ne e senza alcuna caratteristica unificante) ; la maggior parte delle
discussioni sul comportamento di gruppo sembrano tuttavia rife­
rirsi soprattutto a gruppi che hanno interessi comuni. Secondo la
definizione di Arthur Bentley, il fondatore della " teoria dei grup­
pi " nella scienza politica moderna, " non esiste gruppo senza un
proprio interesse " .9 Altrettanto esplicito lo psicologo sociale Ray­
mond Cattell quando dichiara che " ogni gruppo ha il proprio in­
teresse " .10 E in questa accezione la parola " gruppo " sarà usata an­
che in questo lavoro.
Cosi come è presumibile che quanti appartengono a una orga­
nizzazione o a un gruppo abbiano un interesse comune/1 è pure
presumibile che essi abbiano, ovviamente, anche interessi pura­
mente individuali, diversi da quelli degli altri membri dell'organiz­
zazione o del gruppo stesso. Tutti i membri di un sindacato han­
no, per esempio, un interesse comune ad ottenere salari piu eleva­
ti, ma ogni lavoratore ha contemporaneamente un interesse unico

8 R .M MAclvER, Interests, in Encyclopaedia o! the Social Sciences, Macmillan, New


.

York 1932, VII, p. 147.


9 MTHUR BENTLEY, The Process of Government, Principia Press, Evanston, Ili. 1949,
p. 2 1 1 . DAVID B. TRUMAN adotta un simile approccio; si veda il suo The Governmental
Process, Alfred A. Knopf, New York 1958, pp. 33-35. Si veda inoltre SIDNEY VERBA,
Small Groups and Politica/ Behavior, Princeton University Press, Princeton, N.J. 1961,
pp. 12-13.
10 RAYMOND CATTELL, Concepts and Methods in the Measurement of Group Synìa­
lity, in Small Groups, a cura di A. Pau! Hare, Edgard F. Borgatta e Robert F. Bales, Al­
fred A. Knopf, New York 1955, p. 115.
11 Qualsiasi organizzazione o gruppo sarà di solito ovviamente diviso in sottogruppi
o correnti in lotta tra di loro. Questo fatto non indebolisce l'ipotesi qui avanzata secondo
la quale le organizzazioni esistono allo scopo di servire gli interessi comuni dei membri,
poiché l'ipotesi non implica che il conflitto interno al gruppo debba venire ignorato. I
gruppi in contrasto all'interno di un'organizzazione hanno di solito un qualche interes­
se comune (perché dovrebbero altrimenti sostenere l'organizzazione?), e i membri di ogni
sottogruppo o corrente hanno anche un loro distinto comune interesse. Essi avranno in
realtà spesso uno scopo comune che consiste nello sconfiggere un qualche altro sottogrup­
po o corrente. L'approccio qui usato non trascura quindi il conllitto interno ai gruppi e
alle organizzazioni, poiché considera ogni organizzazione come un'unità solo nella misu­
ra in cui essa cerca di servire un interesse comune, e poiché considera i vari sottogruppi
come le unità dotate di interessi comuni rilevanti per analizzare le lotte di fazione.

20
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

nel proprio reddito personale, il quale dipende non soltanto dal­


l'indice salariale, ma anche dalla durata del tempo in cui egli la­
vora.

b) Beni collettivi e gruppi numerosi

La combinazione tra interessi individuali e interessi comuni in


un'organizzazione suggerisce un'analogia con un mercato competi­
tivo. In un settore competitivo, per esempio, le imprese hanno un
interesse comune che è quello di ottenere un prezzo piu elevato per
il prodotto del settore stesso. Poiché il prezzo che si afferma in un
simile mercato deve essere uniforme, una singola impresa non può
aspettarsi di spuntare prezzi piu elevati, a meno che tutte le altre
imprese del settore non ottengano anch'esse lo stesso aumento del
prezzo. Un'impresa all'interno di un mercato competitivo, tutta­
via, ha anche interesse a vendere il piu possibile, fin tanto che il
costo di produzione di un'unità addizionale non ecceda il prezzo
di tale unità. Non vi è in questo alcun interesse comune; l'interes­
se di ogni impresa si oppone direttamente a quello di tutte le altre
imprese, poiché piu le altre imprese vendono, piu si riduce il prez­
zo e il reddito di una data impresa. In breve, mentre tutte le im­
prese hanno un interesse comune nell'ottenere un prezzo piu alto,
esse hanno tuttavia interessi antagonistici per quanto concerne la
quantità prodotta. Questo fatto può essere illustrato da un sempli­
ce modello di domanda e di offerta. Si assuma, allo scopo di ren­
dere il ragionamento piu semplice, che un settore industriale com­
petitivo si trovi momentaneamente in una situazione di non equi­
librio, in cui, dato il loro attuale livello di produzione, il prezzo
eccede il costo marginale di tutte le imprese del settore. Si assuma,
inoltre, che tutti gli aggiustamenti vengano compiuti dalle impre­
se già attive nel settore, piuttosto che da nuovi concorrenti, e che
il settore nel suo complesso si trovi in una parte non elastica della
curva di domanda per i suoi prodotti. Dato che per tutte le impre­
se i prezzi eccedono i costi marginali, la produzione verrà aumen­
tata. Ma, non appena tutte le imprese accrescono la loro produ­
zione, i prezzi diminuiscono; poiché la curva di domanda del set­
tore è, per definizione, inelastica, il reddito complessivo del setto­
re risulterà, nei fatti, decrescente. Ogni impresa arriva ovviamen­
te alla conclusione che in una situazione in cui il prezzo eccede il
costo marginale conviene aumentare la produzione, e il risultato è
che tutte le imprese ricavano un profitto minore. Alcuni economi-

21
La logica dell'azione collettiva

sti hanno, nel passato, dubitato di tale risultato,12 ma il fatto che


imprese che tendano a massimizzare il proprio profitto all'interno
di un settore perfettamente competitivo possano agire contraria­
mente ai propri interessi di gruppo è ora largamente compreso e
accettato.13 Un gruppo di imprese che tendano a massimizzare il
proprio profitto può agire in modo tale da ridurre il profitto aggre­
gato delle imprese; in ogni situazione di competizione perfetta, in­
fatti, ogni impresa è, per definizione, cosi piccola da permettersi di
non prendere in considerazione gli effetti della sua produzione sul
prezzo. Ogni impresa scopre che è nel suo interesse aumentare la
produzione, e può ignorare gli effetti di questa sua produzione ag­
giuntiva sulla posizione del settore nel suo insieme, fino al punto
in cui il costo marginale è uguale al prezzo. Il risultato finale, è ve­
ro, comporterà un peggioramento nella situazione di tutte le im­
prese, ma ciò non significa che ogni singola impresa non abbia mas­
simizzato i propri profitti. Qualora un'impresa, prevedendo la ca­
duta del prezzo conseguente all'aumento della produzione del set­
tore, dovesse limitare la propria produzione, essa si troverebbe a
subire delle perdite ancora maggiori, poiché il prezzo del suo pro­
dotto diminuirebbe comunque allo stesso modo ed essa si trove­
rebbe inoltre a disporre di una piu ridotta quantità di prodotto.
In un mercato competitivo, un'impresa ottiene soltanto una picco­
la parte del beneficio (o una piccola parte del reddito extra del set­
tore) causato da una riduzione della produzione da parte dell'im­
presa stessa.
Per queste ragioni si conviene ora di solito sul fatto che, se le
imprese in un settore massimizzano i loro profitti, i profitti per il
settore nel suo complesso saranno piu ridotti di quanto non po­
trebbero altrimenti essere.14 Quasi tutti si troverebbero d'accordo
nel convenire che questa conclusione teorica combacia, nel caso dei
mercati puramente competitivi, con i fatti. Il punto importante è
che ciò si verifica perché, nonostante che tutte le imprese condivida­
no un interesse comune in un prezzo piu elevato per il prodotto del
settore, ogni singola impresa ha interesse a che siano le altre im­
prese a sostenere il costo - in termini di riduzione della produ-

" Si veda }.M. CLARK, The Economics of Overhead Costs, University of Chicago
Press, Chicago 1923, p. 417, e FRANK H. KNIGHT, Risk, Uncertainty and Pro/it, Houghton
Miffiin, Boston 1921, p. 193.
·11 EnWARD H. CHAMBERLIN, Monopolistic Competition, Harvard University Press,
Cambridge, Mass. 1950, 6• ed., p. 4.
14 Per una piu completa discussione di questo problema si veda MANCUR 0LSON, JR.
e DAviD McFARLAND, The Restoration of Pure Monopoly and the Concept of the Industry,
in " Quarterly }ournal of Economics " , LXXVI, novembre 1962, pp. 613-63 1 .

22
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

zwne - che deve essere pagato allo scopo di ottenere un prezzo


piu alto.
Nel caso dei. mercati perfettamente compet1t1v1, l'intervento
esterno è press'a poco l'unico mezzo che impedisce ai prezzi di di­
minuire secondo il processo testé descritto. Il sostegno dei prezzi
da parte del governo, tariffe protezionistiche, accordi di cartello e
simili possono impedire alle imprese che operano in un mercato
competitivo di agire in modo contrario ai propri interessi. Tali
aiuti o interventi sono piuttosto comuni. È dunque importante do­
mandarsi come essi avvengano . In quale modo un settore competi­
tivo ottiene l'assistenza del governo nel sostenere il prezzo del
proprio prodotto?
Si consideri un ipotetico settore industriale competitivo, e si
supponga che la maggior parte dei produttori che fanno parte di
tale settore desiderino una tariffa, un programma di sostegno del
prezzo, o un qualche altro intervento governativo allo scopo di au­
mentare il prezzo del proprio prodotto. Per ottenere uno di questi
aiuti da parte del governo, i produttori di tale settore dovranno
presumibilmente creare un'organizzazione di pressione; dovranno
cioè trasformarsi essi stessi in un attivo gruppo di pressione.15 Ta­
le organizzazione può trovarsi a dover condurre una campagna di
notevoli dimensioni. Vi sarà bisogno, qualora si incontri una resi­
stenza significativa, di una gran quantità di denaro.16 Vi sarà biso­
gno di esperti di relazioni pubbliche allo scopo di influenzare la
stampa, e potrebbe rivelarsi necessario un qualche tipo di pubbli­
cità. Vi sarà probabilmente bisogno di professionisti per organiz­
zare incontri " spontanei di base " tra i preoccupati produttori del
settore, e per indurii a far pressione sui propri deputati.17 La cam­
pagna allo scopo di ottenere l'assistenza del governo richiederà che
alcuni di quei produttori sacrifichino tempo e denaro.
Vi è una notevole somiglianza tra il problema che si trova a
15 RoBERT MrcHELS sostiene, nel suo classico studio, che "la democrazia è inconcepi­
bile senza organizzazione " , e che " il principio di organizzazione è una condizione assolu­
tamente essenziale per la lotta politica delle masse" . Si veda il suo Politica/ Parties, tr. di
Eden e Cedar Pau!, Dover Publications, New York 1959, pp. 21-22 (tr. it.: Sociologia del
partito politico, Il Mulino, Bologna 1966). Si veda anche RoBERT A. BRADY, Business as
a System o/ Power, Columbia University Press, New York 1943, p. 193.
16 ALEXANDER HEARD, The Costs of Democracy, University of North Carolina Press,
Chapel Hill 1960, specialmente la nota l, pp. 95-96. Nel 1947, per esempio, l'Associazione
Nazionale degli Industriali spese piu di 4,6 milioni di dollari, e altrettanto spese l'Asso­
ciazione Medica Americana, in un periodo piu lungo, per una campagna contro l'assicura­
zione medica obbligatoria.
11
" Qualora si venisse a conoscenza di tutta la verità... si avrebbero le prove che
l'esercizio della pressione politica, in tutte le sae ramificazioni, rappresenta un'industria di
miliardi di dollari. " U.S. Congress, House, Select Committee on Lobbying Activities, Re­
port, Slst Cong., seconda sessione, 1950, citato dal Congressional Quarterly Almanac, Slsc
Cong., sec. sess., VI, pp. 764-765.

23
La logica dell'azione collettiva

dover fronteggiare un settore perfettamente compet1t1vo mentre


si adopera per ottenere l'assistenza del governo e il problema che
lo stesso settore si trova a dover fronteggiare sul mercato, quan­
do le imprese aumentano la produzione e causano una caduta del
prezzo. Cosi come per un produttore particolare non era razionale
limitare la propria produzione allo scopo di ottenere in seguito un
prezzo piu elevato per il prodotto del proprio settore, allo stesso
modo non sarebbe per lui razionale sacrificare il proprio tempo e
il proprio denaro per appoggiare un'organizzazione di pressione
allo scopo di ottenere l'assistenza del governo. In nessuno dei due
casi il produttore individuale avrebbe alcun interesse ad assumer­
si egli stesso parte dei costi. Un'organizzazione di pressione o un
sindacato o qualsiasi altra organizzazione che agisca nell'interesse
di un gruppo numeroso di imprese o di lavoratori di un dato set­
tore noft otterrebbe assistenza alcuna da parte dei membri di tali
settori che razionalmente agiscano in base al proprio interesse in­
dividuale.
Ciò si verificherebbe anche qualora tutti i membri del settore
fossero assolutamente convinti che il programma suggerito fosse
nel loro interesse (benché, in realtà, alcuni potrebbero pensarla
diversamente e quindi rendere il compito dell'organizzazione an­
cor piu difficile) .18
Quello dell'organizzazione di pressione, sebbene sia solo un
esempio dell'analogia logica tra l'organizzazione e il mercato, ha
una notevole importanza pratica. Vi sono, in effetti, parecchie
lobbies potenti che dispongono di larghi mezzi : queste organiz­
zazioni di pressione non ottengono tuttavia tale sostegno in virtu
dei successi conseguiti in sede legislativa. Come dimostrerò in
seguito, le piu potenti organizzazioni di pressione ottengono in
realtà sostegno e finanziamenti per motivi diversi.
Qualche critico potrebbe argomentare che in realtà l'indivi­
duo razionale sosterrà una vasta organizzazione del tipo suddet­
to, che si adoperi nel suo interesse, essendo consapevole che,
qualora egli se ne astenesse, altri se ne asterrebbero a loro volta,
cosicché l'organizzazione fallirebbe ed egli verrebbe privato del
beneficio che l'organizzazione potrebbe essere in grado di procu­
rargli. Da tale argomentazione emerge tutta la necessità del para­
gone con il mercato perfettamente competitivo . Sarebbe infatti
altrettanto ragionevole sostenere che in un mercato perfettamen­
te competitivo i prezzi non cadranno mai al di sotto del prezzo
18
Per una eccezione logicamente possibile, ma praticamente irrilevante, alle conclu­
sioni di questo paragrafo, si veda la nota 68 in questo capitolo.

24
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

che sarebbe stato fissato da un monopolio poiché, qualora un'im­


presa aumentasse la sua produzione, altre imprese farebbero lo
stesso e il prezzo diminuirebbe; e poiché ogni impresa è in grado
di prevedere tutto questo, nessuna di loro darebbe quindi il via
a una serie di aumenti della produzione che ridurrebbero il prez­
zo. Nella realtà, né il mercato competitivo, né le vaste organizza­
zioni funzionano in questo modo. Quando le imprese coinvolte
sono numerose, nessuno noterà l'effetto sul prezzo nel caso in
cui un'impresa aumenti la propria produzione, e nessuno modi­
ficherà quindi le proprie intenzioni a causa di ciò. Similmente,
all'interno di un'organizzazione numerosa, la perdita di un mem­
bro pagante non accrescerebbe in modo rilevante il carico degli
altri membri paganti : nessun membro potrebbe razionalmente
pensare, quindi, che, ritirandosi da un'organizzazione, indurreb­
be altri a fare altrettanto.
La tesi precedente ha probabilmente rilievo se non altro per
le organizzazioni di tipo economico, le quali sono in prevalenza
degli strumenti attraverso cui gli individui cercano di ottenere le
stesse cose che ottengono tramite le loro attività nel mercato. I
sindacati, ad esempio, sono organizzazioni per mezzo delle quali i
lavoratori cercano di ottenere gli stessi obiettivi - salari piu ele­
vati, migliori condizioni di lavoro e altri consimili - che essi rag­
giungerebbero con sforzi individuali nel mercato . Sarebbe davve­
ro strano se i lavoratori non si trovassero a fronteggiare nel sinda­
cato alcuni degli stessi problemi che incontrano nel mercato, da­
to che i loro sforzi in entrambe le dimensioni hanno alcuni scopi
comuni.
I critici potrebbero obiettare che, per quanto simili possano es­
sere tali scopi, gli atteggiamenti all'interno delle organizzazioni
non sono gli stessi che si manifestano nel mercato. Nelle organiz­
zazioni è spesso presente anche un elemento di tipo emotivo o
ideologico. Forse che questo fatto rende praticamente irrilevante
la tesi da noi avanzata?
L'esempio di uno dei piu importanti tipi di organizzazione -
lo Stato nazionale - servirà a saggiare la validità di questa obie­
zione. Il patriottismo è probabilmente il piu forte motivo di spe­
cie non economica a ispirare lealtà verso un'organizzazione in epo­
ca moderna. Epoca che spesso è chiamata l'epoca del nazionali­
smo. Varie nazioni traggono forza e ulteriore coesione da qualche
potente ideologia, come la democrazia o il comunismo, o anche da
una religione, dalla lingua o da una tradizione culturale comune.
Lo Stato non dispone solo del sostegno di fonti di questo genere,

25
La logica dell'azione collettiva

ha anche un grande rilievo dal punto di vista economico. Quasi


tutti i governi comportano benefici di specie economica per i pro­
pri cittadini, nel senso che la legge e l'ordine assicurati dallo Sta­
to sono un prerequisito di ogni attività economica. Tuttavia, nono­
stante la forza del patriottismo, l'appello all'ideologia nazionale, il
legame fornito da una cultura comune e l'indispensabilità del si­
stema giudiziario, nessuno dei principali Stati della storia moderna
ha potuto mantenersi tramite versamenti e contributi volontari.
I contributi filantropici non costituiscono neppure una significati­
va fonte di entrata per la maggior parte dei Paesi. Sono infatti ne­
cessarie delle tasse, e cioè dei contributi obbligatori per definizio­
ne. La loro necessità invero, come dice un vecchio proverbio, è cer­
ta quanto la morte stessa.
Se lo Stato, nonostante tutte le risorse che ha a sua disposizio­
ne, non è in grado di finanziare le sue attività fondamentali e vitali
senza ricorrere alla coercizione, sembrerebbe che anche le organiz­
zazioni private con numerosi membri possano trovarsi in difficol­
tà nell'ottenere spontanei contributi dagli appartenenti a gruppi i
cui interessi le organizzazioni cercano di favorire.19
La ragione per cui lo Stato non può sopravvivere sulla base di
contributi e versamenti volontari, ma deve invece ricorrere alla
tassazione, sta nel fatto che la maggior parte dei servizi fondamen­
tali forniti da 'uno Stato-nazione sono, per un aspetto importante/0
simili al prezzo piu elevato in un mercato competitivo: essi devo­
no cioè essere accessibili a tutti, qualora siano accessibili a qual­
cuno. I piu elementari beni e servizi di base forniti dal governo,
come la difesa, la protezione della polizia e il sistema giudiziario in
19 I sociologi hanno notato al pari degli economisti che le sole motivazioni ideologi­
che non sono sufficienti a determinare lo sforzo continuo di larghe masse di persone. Max
Weber offre un notevole esempio: "In un'economia di mercato, ogni attività economica è
avviata e portata a compimento da individui mossi dai loro interessi ideali o materiali.
Ciò è naturalmente altrettanto vero quando l'attività economica è ispirata ai modelli di
ordine di gruppi corporativi . ..
" Anche qualora un sistema economico fosse organizzato in termini socialisti, non si
avrebbe, a questo riguardo, alcuna differenza fondamentale ... La struttura degli interessi e
la situazione relativa potrebbero cambiare; ci sarebbero altri mezzi per perseguire i propri
interessi, ma questo fattore rimarrebbe rilevante esattamente come prima. È ovviamente ve­
ro che esiste l 'azione economica orientata, su basi puramente ideologiche, all'interesse de­
gli altri. Ma in realtà è ancora piu certo che la massa degli uomini non agiscono in questo
modo, e l'esperienza ci induce a credere che essi non possono agire e mai agiranno in
tale modo . . .
" In un'economia d i mercato l'interesse a massimizzare i l proprio reddito è necessa­
riamente il motivo che ispira ogni attività economica" (Weber, op. cit., pp. 3 19-320) .
Talcott Parsons e Nei! Smelser si spingono ancor innanzi nel postulare che "la pre­
stazione" a tutti i livelli della società è proporzionale alle " ricompense" e alle " sanzio­
ni" che essa comporta. Si veda il loro Economy and Society, Free Press, Glencoe, Ili.
1954, pp. 50-69.
20
Si veda, tuttavia, la sezione e) di questo capitolo sui gruppi " esclusivi " e " in­
clusivi ".

26
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

genere, sono di natura tale da essere condivisi da tutti, o da quasi


tutti, all'interno della nazione. Ovviamente non sarebbe possibi­
le, ammesso che lo fosse nella realtà, negare la protezione offerta
dai servizi militari, la polizia e i tribunali a chi non abbia volonta­
riamente pagato la sua parte della spesa pubblica; ne consegue che
la tassazione è necessaria. I benefici comuni o collettiyi_fomiti_ dai
governi sono di solito chiamati dagli economisti "�i pubbl��-'".
e il concetto di beni pubblici rappresenta una delle idee!)iu-anti­
che e importanti nello studio della finanza pubblica. Un bene .co�
mune, collettivo o pubblico, viene in questa sede definito come
un qualsiasi bene tale che, qualora un qualsiasi individuo Xi in un
gruppo X1, . . . Xi, . . . Xn ne faccia uso, non è possibile impedire l'ac­
cesso al medesimo bene agli altri membri dello stesso gruppo.21
Non è in altre parole possibile escludere coloro i quali non acqui­
stano o non pagano in alcun modo il bene pubblico o collettivo, e
21
Questa semplice definizione si concentra su due punti che sono importanti nel
presente contesto. Il primo_punto consiste nel fatto che la maggior parte dei beni colletti­
vi possono essere definiti solo rispetto a un gruppo specifico. Un bene collettivo va a un
gruppo di persone, un altro bene collettivo a un altro gruppo; uno può avvantaggiare il
mondo intero, un altro due sole persone. Alcuni beni, inoltre, sono allo stesso tempo dei
beni collettivi per quanti fanno parte di un dato gruppo, e beni privati per quanti fanno
parte di un altro gruppo, poiché è possibile impedire a certi individui, ma non ad altri,
di farne uso. Si prenda ad esempio una parata, la quale costituisce un bene collettivo per
tutti coloro che vivono in alti edifici che si affacciano lungo il suo percorso, ma che tutti
coloro i quali possono vederla solo acquistando biglietti per un posto a sedere negli stands
....
lungo la via considerano come un bene privato. ILseçoQd_o punto è che, una volta che il
gruppo rilevante sia stato definito, la definizione che viene qui usata distingue, come quel·
la di Musgrave, i beni collettivi in base ali 'impossibilità di escluderne i potenziali consu­
matori. Si è fatto uso di tale approccio poiché sembra che i beni collettivi prodotti da tut·
ti i tipi di organizzazioni siano tali da rendere di solito impossibile l'esclusione. Nel caso
di certi beni collettivi, certamente, è materialmente possibile praticare l'esclusione. Come
Head ha tuttavia dimostrato, non è necessario che l'esclusione sia tecnicamente impossibi­
le; occorre solo che essa sia impraticabile o diseconomica. Head ha inoltre dimostrato
nel piu chiaro dei modi che secondo l'approccio tradizionale l'impossibilità dell'esclusio·
ne .è solo una delle due caratteristiche fondamentalLd�i beni pubblici. L'altra, egli sotto­
linea, è "la collegialità dell'offerta". Un bene è " collegiale" quando il metterlo a disposi­
zione dì un individuo implica che esso possa facilmente o gratuitamente essere fornito an·
che ad altri. Il caso estremo di collegialità sarebbe il bene pubblico puro di Samuelson,
che è un bene tale che il consumo addizionale da parte di un individuo non diminuisce
l'ammontare a disposizione degli altri. Secondo la definizione che viene qui usata, la colle­
gialità non è un attributo necessario di un bene pubblico. Come verrà mostrato in succes­
sive sezioni di questo capitolo, almeno un tipo di bene collettivo qui esaminato non pre­
senta alcuna collegialità, e pochi, se non nessuno, sono collegiali in misura tale da caratte­
rizzarsi come beni pubblici puri. Tuttavia, la maggior parte dei beni collettivi che studie·
remo mostra un grado elevato di collegialità. Sulla definizione e l'importanza dei beni pub·
blici si vedano JoHN G. HEAD, Public Goods and Public Policy, in " Public Finance ", vol.
XVII, n. 3, 1962, pp. 197-219; RICHARD MusGRAVE, The Theory o/ Public Finance,
McGraw-Hill, New York 1959; PAUL A. SAMUELSON, The Pure Theory o/ Public Expen·
diture, Diagrammatic Exposition o/ A Theory o/ Public Expenditure, e Aspects o/ Public
Expenditure Theories, nella "Review of Economics and Statistics " , XXXVI, novembre
1954, pp. 387-390, XXXVII , novembre 1955, pp. 350-356 e XL, novembre 1958, pp. 332-
338. Per punti di vista alquanto diversi sull'utilità del concetto di bene pubblico, si veda·
no Juuus MARGOLIS, A Comment on the Pure TheorY. o/ Public Expenditure, in "Review
of Economics and Statistics " , XXXVI I , novembre 1955, pp. 347·349, e GERHARD CoLM,
Theory o/ Public Expenditures, in "Annals of the American Academy of Politica! and So·
eia! Science " , CLXXXIII, gennaio 1936, pp. 1-1 1 .

27
La logica dell'azione collettiva

impedire loro di partecipare al consumo del bene, come invece ac­


cade nel caso dei beni non collettivi.
Gli studiosi di finanza pubblica hanno tuttavia trascurato il
fatto che il raggiungimento di un qualsiasi scopo comune o la sod­
disfazione di un qualsiasi interesse comune significa che a tale
gruppo è stato fornito un bene pubblico o collettivo.22 Il fatto stes­
so che uno scopo o un proposito sia comune a un gruppo significa
che nessuno, all'interno del gruppo, è escluso dal beneficio o dal­
la soddisfazione procurata dal conseguimento del bene medesimo.
Come ho indicato nei paragrafi iniziali di questo capitolo, quasi
tutti i gruppi e le organizzazioni hanno lo scopo di servire gli in­
teressi comuni dei loro membri. Secondo un'espressione di R.M.
Maclver, " Gli individui. . . hanno interessi comuni nella misura in
cui essi partecipano a una causa . .. che li abbraccia tutti in modo in­
divisibile " .23 Il fornire un beneficio indivisibile e generalizzato fa
parte dell'essenza di un'organizzazione. Ne deriva quindi che la
funzione fondamentale delle organizzazioni è in generale quella di
fornire beni pubblici o collettivi. Uno Stato è prima di tutto un'or­
ganizzazione che offre beni pubblici ai suoi membri, e cioè ai cit­
tadini; in modo simile, altri tipi di organizzazione forniscono beni
collettivi ai loro membri.
Cosf. come uno Stato non è in grado di mantenersi tramite con­
tributi volontari oppure vendendo i propri servizi sul mercato, nep­
pure le altre organizzazioni con numerosi membri sono in grado
di mantenersi, a meno che non dispongano di una capacità di san­
zione o di attrazione distinta dal bene pubblico in sé, le quali in­
ducano gli individui a condividere i costi di mantenimento del­
l'organizzazione. L'individuo appartenente alla tipica organizzazio­
ne con numerosi membri si trova in una posizione simile a quella
dell'impresa in un mercato perfettamente competitivo, o del con­
tribuente nello Stato : i suoi sforzi individuali non avranno alcun
�isibile effetto sulla situazione della sua organizzazione, mentre
egli è in grado di godere di tutti i miglioramenti apportati dagli
altri membri, indipendentemente dal fatto che egli abbia o meno
lavorato in sostegno della propria organizzazione.

22 Non è necessario che ciò che rappresenta un bene pubblico per un gruppo sociale
sia necessariamente nell'interesse della società nel suo insieme. Proprio come una tariffa
potrebbe essere un bene pubblico per il settore che ne ha fatto richiesta, la rimozione del·
la tariffa potrebbe essere un bene collettivo per i fruitori dei prodotti di tale settore. Ciò
è ugualmente vero quando il concetto di bene pubblico viene applicato esclusivamente ai
governi: una spesa militare, una tariffa o una restrizione dell'immigrazione che costitui­
scono un bene pubblico per un Paese possono infatti rappresentare un " male pubblico "
per un altro Paese, ed essere dannosi per la società nel suo insieme.
23 R.M. MAciVER in Encyclopaedia o/ the Social Sciences, VII, p. 147.

28
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

Non si vuoi dire che gli Stati o le organizzazioni di diverso tipo


forniscano solo beni pubblici o collettivi. I governi forniscono
spesso beni non collettivi, come, ad esempio, l'elettricità, e vendo­
no di solito tali beni sul mercato quasi come farebbe un'impresa
privata. Le organizzazioni con membri numerosi che non sono in
grado di rendere obbligatoria l'appartenenza devono, inoltre, co­
me sosterremo piu avanti, fornire anche beni non collettivi allo
scopo di offrire ai membri potenziali un incentivo ad associarsi.
Sono, tuttavia, i beni collettivi a caratterizzare le associazioni, poi­
ché gli ordinari beni non collettivi possono sempre essere procu­
rati tramite l'azione individuale, ed è solo quando sono in gioco
propositi comuni o beni collettivi che l'organizzazione o l'azione
di gruppo diventano indispensabili?4

c) La teoria tradizionale dei gruppi

Vi è una teoria classica del comportamento di gruppo, la quale


assume implicitamente che i gruppi e le associazioni private operi­
no secondo principi totalmente diversi da quelli che governano le
relazioni tra le imprese nel mercato oppure tra i contribuenti e lo
Stato. Questa " teoria del gruppo " sembra costituire uno dei prin­
cipali interessi di molti teorici della politica negli Stati Uniti, e ri­
corre spesso anche nel pensiero di molti sociologi e psicologi so­
ciali.25 Questa tradizionale teoria dei gruppi è stata sviluppata, al
pari della maggior parte delle altre teorie, da vari studiosi di diver­
so indirizzo; ogni tentativo di prendere simultaneamente in consi­
derazione questi differenti punti di vista non può di conseguenza
che essere sbagliato. I vari sostenitori della concezione tradiziona­
le dei gruppi hanno tuttavia una caratteristica in comune rispetto
all'impostazione di questo nostro studio. È quindi appropriato ri­
ferirsi qui in modo generico a una singola teoria tradizionale, a
patto di introdurre una distinzione tra due sue varianti fondamen­
tali: la variante casuale e la variante formale.
Il punto di vista tradizionale, nella sua variante tendenzialmen-

24 Non ne deriva, tuttavia, che l'azione organizzata o coordinata di gruppo sia sem­
pre necessaria per ottenere un bene collettivo. Si veda la sezione d) di questo capitolo,
"I piccoli gruppi ".
25 Per una discussione dell'importanza dei "gruppi" di diversi tipi e dimensioni per
la teoria politica, si vedano VERBA, Small Groups and Politica/ Behavior; TauMAN, Go­
vernmental Process; e BENTLEY, Process o/ Government. Esempi di ricerche e di teorie dei
gruppi nella psicologia sociale e nella sociologia si trovano in Group Dynamics, a cura
di Cartwright e Zander, e Small Groups, a cura di Hare, Borgatta e Bales.

29
La logica dell'azione collettiva

te casuale, sostiene che le organizzazioni private e i gruppi sono


onnipresenti, e che questa onnipresenza è dovuta a una fondamen­
tale propensione umana a formare associazioni e a iscrivervisi. Nel­
le parole di Gaetano Mosca, teorico della politica, gli uomini han­
no un " istinto " per " far gregge insieme e combattere con altri
greggi " . Questo stesso " istinto " , inoltre, " sottintende alla forma­
zione di tutte le divisioni e le suddivisioni. . . che sorgono in seno
a una data società ed è occasione di scontri morali e, spesso, fisi­
ci " ?6 È possibile che Aristotele avesse in mente una simile facol­
tà gregaria quando affermava che l'uomo è per natura un animale
politico?7 L'onnipresenza e l'inevitabilità dell'affiliazione di gruppo
è stata sottolineata, in Germania, da Georg Simmel in uno dei
classici della letteratura sociologica/8 e, in America, da Arthur Ben­
tley in uno dei lavori di scienza politica piu conosciuti.29 Si ritiene
di solito che questa tendenza o propensione generale all'affiliazio­
ne di gruppo abbia raggiunto la sua massima intensità negli Stati
Uniti.30
La variante formale dell'approccio tradizionale sottolinea an­
ch'essa l'universalità dei gruppi, ma non parte da nessun " istinto "
o " tendenza " ad affiliarsi a un gruppo. Questa variante cerca inve­
ce di spiegare le associazioni e le affiliazioni di . gruppo nella fase
attuale come un aspetto dell'evoluzione delle moderne società in­
dustriali rispetto alle società " primitive " che le hanno precedute.
Essa parte dal fatto che i gruppi " primari " 31 gruppi talmente
-

ristretti che ogni membro ha una relazione faccia a faccia con gli
altri membri del gruppo - come la famiglia e i gruppi di paren­
tela, predominano nelle società primitive. Secondo quanto af!e.rma
Talcott Parsons, " è risaputo che in molte società primitive la pa­
rentela 'domina', in un certo senso, la struttura sociale; vi sono
m pratica poche strutture in cui la partecipazione è indipendente

26
The Ruling Class, McGraw-Hill, New York 1939, p. 163; ed. it. La classe politico,
a cura di N. Bobbio, Laterza, Bari 19753•
27 Politics, i, 2.9-1253a. Anche molti altri hanno sottolineato la tendenza umana a
formate gruppi; si vedano CoYLE, Social Process in Organized Groups; RoBERT LowrE, So­
eia/ Organization, Rinehart & Co., New York 1947; TRUMAN, op. cit., soprattutto pp. 14-43.
28 GEORG SrMMEL, Con{lict and the Web o! Group Affiliation, trad. ingl. di Kurt
Wolff e Reinhard Bendix, Free Press , Glencoe, Il!. 1950.
29 BENTLEY, Process of Government.
30 ALEXIS DE ToCQUEVILLE, Democracy in Americo, New American Library, New
York 1956, p. 198; trad. it. in Scritti politici, 2 voll ., UTET, Torino 1969-73; }AMES
BRYCE, The American Commonwealth, Macmillan, New York 1910, 4" ed., pp. 281-282;
CHARLES A. BEARD e MARY R. BEARD, The Rise o/ American Civilization, Macmillan, New
York 1949, ed. riveduta, pp. 761-762; e DANIEL BELL, The End o/ Ideology, Free Press,
Glencoe, lll. 1960, soprattutto p. 30
31 CHARLES H. CooLEY, Social Organization, Charles Scribner's Sons, New York 1909,
p. 23; GEORGE C. RoMANS, The human Group, Harcourt, Brace 1950, p. l; VERBA, op. cit.,
P
P - 1-16_
1

30
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

dallo stato di parentela " .32 A rappresentare gli interessi dell'indivi­


duo vi sono solo famiglie ristrette o unità di tipo parentale. R.M.
Maciver, nell'Encyclopaedia of the Social Sciences, propone la se­
guente descrizione : " In società piu semplici l'espressione sociale
degli interessi avveniva tramite gruppi di casta o classe, gruppi ba­
sati sull'età, gruppi parentali, gruppi di vicinato e altre solidarie­
tà non organizzate o organizzate in modo approssimativo " .33 In
condizioni " primitive" l'unità ristretta di tipo familiare spiega tut­
ta o quasi tutta l"' interazione " umana.
A seconda di quanto affermano questi teorici della società,
tuttavia, con lo sviluppo della società le strutture si differenziano:
associazioni di tipo nuovo emergono allo scopo di assumersi certe
funzioni precedentemente svolte dalla famiglia. " Sebbene nella no­
stra società le funzioni sociali svolte dall'istit 1zione familiare si sia­
no ridotte, certi gruppi secondari, come i sindacati, hanno raggiunto
un tasso di interazione che eguaglia o supera quello di alcuni gruppi
primari. " 34 Nelle parole di Parsons : " È chiaro che, nelle società piu
'avanzate', le strutture non legate alla parentela, come gli Stati, le
Chiese, le piu grandi imprese industriali, le università e le associazio­
ni professionali svolgono un ruolo molto maggiore . . . Il processo at­
traverso il quale le unità non legate alla parentela assumono prima­
ria importanza nella società comporta inevitabilmente una 'perdita
di funzione' da parte di alcune o perfino di tutte le unità di pa­
rentela" .35 Se ciò corrisponde alla realtà, e se, come afferma
Maciver, " la piu netta diversità strutturale tra una società primiti­
va e una società civilizzata è data dalla scarsità di assoc�azioni spe­
cifiche nell'una e dalla loro molteplicità nell'altra" ,36 sembrerebbe
allora che nella società moderna l'associazione con numerosi affi­
liati sia in un certo senso l'equivalente del piccolo gruppo nella
società primitiva, e che la grande associazione moderna e il piccolo

" TALCOTT PARSONS e RoBERT F. BALES , Family , Free Press; Glencoe, Ili. 1955, p. 9;
si veda inoltre TALCOTT PARSONS, RoBERT F. BALES e EDWARD A. SHILS, Working Papers
in the Theory of Action, Free Press, Glencoe, 111. 1953.
31 MAclVER in Encyclopaedia of the Social Sciences, VII, pp. 144-148, soprattutto
p. 147. Si veda anche TRUMAN, op. cit., p. 25.
34 TRUMAN, op. cit., pp. 35-36; si veda inoltre EuoT CHAPPLE e CARLTON CooN, Prin­
ciples of Anthropology, Henry Holt, New York 1942, pp. 443-462.
35 PARSONS e BALES, op. cit . , p. 9. Si veda inoltre BERNARD BARBER, Participation and
Mass Apathy in Associations, in " Studies in Leadership " , a cura di Alvin W. Gouldner,
Harper, New York 1950, pp. 477-505, e NEIL J. SMELSER, Social Change in the Industriai
Revolution, Routledge & Kegan Pau! , London 1959.
36 MAclvER in Encyclopaedia o/ the Social Sciences, VIII, pp. 144-148, specie p. 147.
Si vedano inoltre Lours WIRTH, Urbanism as a Way o/ Life, in "American Journal of So­
ciology", XLIV, luglio 1938, p. 20; WALTER FrREY, Coalition and Schism in a Regional
Conservation Prograrn, in " Human Organization " , XV, inverno 1957, pp. 17-20; HERBERT
GoLDHAMER, Social Clubs, in Development of Collective Enterprise, a cura di Seba El­
dridge, University of Kansas Press, Lawrence 1943, p. 163.

31
La logica dell'azione collettiva

gruppo primitivo debbano essere spiegati in base alla stessa origi­


ne o causa fondamentale.37
Qual è dunque la causa fondamentale che spiega sia i piccoli
gruppi primari nelle società primitive sia le vaste associazioni vo­
lontarie dei tempi moderni? I sostenitori della variante formale
della teoria lo hanno lasciato implicito o non lo hanno chiarito.
Potrebbe essere il presunto " istinto " o la " tendenza " a formare
associazioni e a entrarvi, a costituire la caratteristica che distingue
la variante casuale della veduta tradizionale; questa predilezione
per la formazione di associazioni e per l'iscrizione ad esse si mani­
festerebbe quindi in ristretti gruppi familiari e di parentela nelle
società primitive, e in grandi associazioni volontarie nelle società
moderne. Tale interpretazione non rende probabilmente giustizia
a molti dei teorici i quali si riconoscono nella variante formale del­
la teoria tradizionale, poiché molti di loro, senza dubbio, non sa­
rebbero d'accordo con una teoria basata su " istinti " o " propensio­
ni " . Essi sono sicuramente consapevoli del fatto che, quando si
afferma che l'appartenenza ad associazioni o a gruppi è dovuta a
un " istinto " ad appartenere, non si offre spiegazione alcuna; con
ciò si aggiungono solo delle parole, ma non si dà una spiegazione.
Qualsiasi azione umana può essere attribuita a un istinto o a una
propensione per l'azione suddetta, ma ciò non aggiunge nulla alla
nostra conoscenza. Se si escludono, in quanto privi di significato,
gli istinti o le propensioni, quale può dunque essere la fonte degli
onnipresenti gruppi e associazioni di ogni dimensione postulata
dalla teoria tradizionale? Probabilmente alcuni dei teorici tradi­
zionali pensavano in termini " funzionali " - muovendo cioè dalle
funzioni che i gruppi e le associazioni di ogni specie ed entità pos­
sono svolgere. Nelle società primitive prevalevano piccoli gruppi
primari in quanto essi erano i piu adatti (o quantomeno sufficien­
ti) a svolgere determinate funzioni per i membri di tali società;
nelle società moderne, invece, si suppone che predominino le gran­
di associazioni poiché esse sole sarebbero in grado di svolgere (o
di svolgere meglio) nelle condizioni moderne determinate funzio­
ni utili ai loro membri. L'associazione volontaria di ampie dimen­
sioni, ad esempio, potrebbe quindi spiegarsi col fatto che essa ha

37 Per una diversa interpretazione dell'associazione volontaria si veda OLIVER GAR·


CEAU, The Political Li/e o/ the American Medicai Association, Harvard University Press,
Cambridge, Mass. 1941, p. 3 . "Con l'avvento dell'intervento e del controllo politico, so­
prattutto sull'economia, divenne ovvio che le scelte politiche non potevano limitarsi alla
sola urna elettorale e le assemblee legislative. Per riempire il vuoto si ricorse al gruppo vo­
lontario, non solo da parte dell'individuo che si sentiva isolato, ma anche da parte del go­
verno che si sentiva ignorante. "

32
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

svolto una funzione - e cioè soddisfatto una domanda, promos­


so un interesse, oppure incontrato un bisogno - per un vasto nu­
mero di persone, una funzione che gruppi piccoli non potrebbero
svolgere (o non potrebbero svolgere altrettanto bene) in una situa­
zione moderna. Tale domanda o interesse fornisce un incentivo al­
la formazione e al mantenimento dell'associazione volontaria.
È tipico della teoria tradizionale in tutte le sue formulazioni
l'assumere che la partecipazione alle associazioni volontarie sia di
fatto universale, e che i piccoli gruppi e le vaste organizzazioni
rendano ad attrarre membri per le stesse ragioni. La variante ca­
suale della teoria assume che vi sia una propensione all'apparte­
nenza senza fare alcuna distinzione tra gruppi di dimensione di­
versa. Quantunque si possa riconoscere alla variante piu sofisti­
cata il merito di distinguere tra le funzioni che possono essere
svolte meglio da piccoli gruppi e quelle che possono essere svolte
meglio da associazioni numerose, tale variante ciononostante pre­
sume che, qualora vi sia bisogno di una tale associazione, essa ten­
derà ad emergere e ad attrarre membri, proprio come accadrebbe
con un piccolo gruppo nel caso in cui di questo ci fosse bisogno.
La teoria tradizionale, quindi, nella misura in cui distingue in
qualche modo tra piccoli gruppi e gruppi piu vasti, lo fa a quanto
sembra in riferimento alla dimensione della funzione svolta da ta­
li gruppi, e non in relazione al loro successo nello svolgere tali fun­
zioni o alla loro capacità di attrarre. Essa assume che tra gruppi
ristretti e gruppi vasti vi sia una differenza di quantità, non di
qualità.
Si tratta di un'affermazione che corrisponde al vero? È pro­
prio vero che i piccoli gruppi primari e le associazioni piu ampie
attraggono membri allo stesso modo, che sono piu o meno ugual­
mente efficienti nello svolgere le loro funzioni, e che sono diversi
solo per quanto riguarda la loro dimensione, ma non le loro carat­
teristiche fondamentali? Questa teoria tradizionale è messa in di­
scussione dalla ricerca empirica, la quale mostra che l'individuo
medio non appartiene di solito, nella pratica, ad associazioni vo­
lontarie numerose, e che l'asserzione per cui l'americano è un
"joiner" è in gran parte un mito.38 Vale quindi la pena di doman-

33 MuRRAY HAUSKNECHT, The ]oiners. A Sociological Description o/ Voluntary Asso·


ciation Membership in the United States, Bedminster Press, New York 1962; MIRRA Ko·
�RAVSKY, Tbe Voluntary Associations o/ Urban Dwellers, in " American Sociological Re·
view ", XI, dicembre 1946, pp. 686·698; FLOYD DoTSON, Patterns of Voluntary Membership
Among Working Class Families, in "American Sociological Review ", XVI, ottobre 1951,
p. 687; JoHN C. ScoTT JR., Membership and Participation in Voluntary Associations, in
"American Sociological Review ", XXII, giugno 1957, p. 315.

33
La logica dell'azione collettiva

darsi se è vero che non esista alcuna relazione tra la dimensione


di un gruppo e la sua coerenza, o efficacia o capacità di attrazione
che esercita nei confronti dei membri potenziali; o se non vi sia
alcuna relazione tra la dimensione di un gruppo e gli incentivi in­
dividuali per contribuire al conseguimento degli obiettivi del grup­
po stesso. Queste sono domande a cui è necessario rispondere per
valutare in modo adeguato la teoria tradizionale dei gruppi. Per
usare le parole del sociologo tedesco Georg Simmel, occorre cono­
scere " l'influenza esercitata dal numero degli individui associati
sulla forma di vita sociale " .39
Un ostacolo alla tesi per cui i gruppi grandi e quelli piccoli
funzionano secondo principi fondamentalmente diversi sembrereb­
be consistere nel fatto, precedentemente sottolineato, che ogni
gruppo o organizzazione, piccola o grande, si adopera per ottenere
un qualche beneficio collettivo di cui, a causa della sua stessa na­
tura, godranno tutti i membri del gruppo in questione. Benché es­
si abbiano quindi un interesse comune a ottenere questo beneficio
collettivo, non ne hanno alcuno a pagare il costo per procurarlo.
Ciascuno preferirebbe che fossero gli altri a pagare l'intero costo,
e vorrebbe invece usufruire di qualsiasi beneficio venga ottenuto,
indipendentemente dal fatto di avere o meno sostenuto parte del
costo. Se questa fosse una caratteristica fondamentale di tutti i
gruppi o delle organizzazioni con fini economici, sembrerebbe im­
probabile che le grandi organizzazioni differiscano da quelle pic­
cole, e anche che un piccolo gruppo abbia maggiori probabilità di
uno grande di procurarsi un bene collettivo. Non si può tuttavia
fare a meno di pensare intuitivamente che gruppi sufficientemen­
te piccoli siano talvolta in grado di procurarsi beni pubblici.
Tale problema non può essere risolto in modo soddisfacente
senza uno studio dei benefici e dei costi delle scelte di comporta­
mento che si offrono agli individui in gruppi di diverse dimensio­
ni . Ce ne occuperemo nella prossima sezione di questo capitolo.
La natura del problema è tale da richiedere l'uso di alcuni stru­
menti di analisi economica. La sezione successiva contiene un po'
di matematica che, per quanto estremamente rudimentale, potreb­
be certamente apparire oscura a lettori che non abbiano mai stu­
diato tale disciplina. Alcuni punti si riferiranno, inoltre, a gruppi
oligopolistici di mercato, e il riferirsi all'oligopolio potrebbe ri­
sultare di esclusivo interesse per l'economista. Di conseguenza al-

39 GEORG SIMMEL, The Sociology o/ Georg Simmel, trad. inglese di Kurt H. Wolff,
Free Press, Glencoe, Ili. 1950, p. 87.

34
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

cuni dei punti piu importanti della sezione sono spiegati, per co­
modità di coloro che la vogliano saltare pressoché interamente, in
termini piani e intuitivi, benché forzatamente imprecisi e approssi­
mativi, nel " sommario non tecnico " che concluderà l'esposizione.

d) I piccoli gruppi

L'analisi della relazione tra la dimensione del gruppo e il com­


jXlrtamento dell'individuo all'interno del gruppo è in parte resa
difficile dal fatto che ciascun individuo in un gruppo può attribui­
re un valore diverso al bene collettivo che il suo gruppo desidera.
Ogni gruppo che desideri un bene collettivo si trova, inoltre, a
fronteggiare una funzione di costo diversa. Una caratteristica vali­
da in tutti i casi è, comunque, che la funzione del costo totale sarà
ascendente, poiché i beni collettivi sono sicuramente uguali ai be­
ni non collettivi quanto al fatto che il costo totale aumenta quan­
to maggiore è la parte del bene ottenuta. È sicuramente vero, inol­
rre, che in quasi tutti i casi vi saranno dei significativi costi iniziali
o fissi. In certi casi, prima di poter ottenere un bene collettivo, un
gruppo deve costituire un'organizzazione formale, e il costo deri­
\-ante da tale costituzione implica che l'unità del bene collettivo ot­
tenuta per prima sarà relativamente dispendiosa. Anche nei casi
in cui non vi sia bisogno di organizzazione o di coordinamento, la
indivisibilità o altre caratteristiche tecniche dei beni collettivi stes­
si renderanno la prima unità di un bene collettivo sproporzionata­
::nente dispendiosa. Inoltre tutte le organizzazioni scopriranno che
quando le sue richieste superano un certo livello e vengono consi­
derate " eccedenti " , sia la resistenza a unità addizionali del bene
collettivo sia il costo di tali unità aumentano in maniera sproposi­
tata. In breve, il costo (C) sarà una funzione del tasso o livello (T)
a cui il bene collettivo viene ottenuto (C= /(T)), e la curva del co­
sto medio avrà la convenzionale forma a U.
Una cosa risulta immediatamente evidente. Nel caso in cui una
qualche quantità di un bene collettivo possa essere ottenuta a un
costo relativamente basso rispetto al beneficio che un membro del
gruppo in questione ricaverebbe dal provvedere tale bene con le
sue sole forze, si può allora supporre che in tal caso il bene collet­
tivo verrà fornito. In un caso simile, il vantaggio totale sarebbe
ralmente grande rispetto al costo totale, che la parte di tale vantag­
gio che un qualche singolo individuo ne ricaverebbe sarebbe supe­
riore al costo totale.

35
La logica dell'azione collettiva

Un individuo riceverà solo una parte del vantaggio totale con­


seguito dal gruppo : l'ampiezza di tale parte dipende dal numero
dei membri che compongono il gruppo e dal beneficio che tale
membro trae da tale bene relativamente agli altri componenti del
gruppo stesso. Il vantaggio totale ricavato dal gruppo dipenderà
dal livello o tasso a cui il bene viene ottenuto (T) , e dalla " gran­
dezza " del gruppo (Sg) ; quest'ultima dipende non solo dal nume­
ro dei componenti del gruppo, ma anche dal valore che ogni suo
componente attribuisce a un'unità del bene collettivo. Ciò può es­
sere illustrato in maniera molto semplice considerando il caso di
un gruppo di possidenti i quali premono per una riduzione delle
tasse sulla proprietà. Il vantaggio totale per il gruppo dipendereb­
be dalla " grandezza " del gruppo (Sg), e cioè dalla stima del valore
complessivo delle proprietà del gruppo e dal tasso o livello (T) a
cui le tasse sarebbero ridotte per ogni dollaro del valore attribuito
alle sue proprietà. Il guadagno di ogni membro del gruppo dipende­
rebbe dalla " frazione " (E) del guadagno di gruppo che egli ottiene.
Il guadagno del gruppo (SgT) può venire anche chiamato Vg,
che sta per " valore " rispetto al gruppo medesimo, e il guadagno
dell'individuo V;, che sta per " valore " rispetto all'individuo. La
" frazione " (E) sarebbe dunque uguale a V;jVg, e il guadagno per
l'individuo sarebbe FSgT. Il vantaggio (A) che ciascun individuo
trarrebbe dal conseguimento di una quantità qualsiasi del bene
collettivo o di gruppo sarebbe dato dal guadagno dell'individuo
(V;) meno il costo (C) .
Il comportamento di un gruppo dipenderà dal comportamento
degli individui che fanno parte del gruppo stesso, e il comporta­
mento degli individui dipenderà dai vantaggi relativi che essi pos­
sono trarre da comportamenti alternativi. La prima cosa da fare,
quindi, ora che le variabili importanti sono state isolate, è consi­
derare i vantaggi o le perdite che l'individuo trae dall'acquisto di
differenti quantità del bene collettivo. Ciò dipenderà dal modo in
cui il vantaggio dell'individuo (A; = V; - C) cambia in seguito a
cambiamenti in T, e cioè da
dA;/dT = dV;/dT - dC/dT
per un massimo, dA;/dT = 0.40 Poiché V; = FSgT, e E e Sg so­
no, per adesso, assunte come costanti,41
"' Le condizioni di secondo ordine per un massimo devono essere anch'esse soddi­
sfatte; e cioè d'At/dT' < O.
41 Nei casi in cui F; e S, non sono costanti, il massimo è dato quando:
d(FS,T)/dT - dC/dT = O
FS, + F;T(dS.!dT) + S,T(dF;/dT) - dC/dT = O.

36
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

d(F;SgT)/dT - dC/dT = O
F;Sg - dC/ dT � O .

Questo indica l a quantità del bene collettivo che u n individuo


ilquale agisca indipendentemente acquisterebbe nel caso in cui egli
ne acquisti alcuna. È possibile dare a questo risultato un significa­
to generale e di buon senso. Poiché il punto ottimale viene rag­
giunto quando
dA;/DT = dV;/dT - dC/dT = O
e poiché
dV;/dT = F; (dVg/dT)
F; (dVg/dT) - dC/dT = O
F; (dVg/dT) = dC/dT.

Ciò significa che per un individuo la quantità ottimale di un


bene collettivo da ottenere, qualora egli ne debba ottenere alcuna,
si raggiunge quando il tasso di guadagno per il gruppo, moltipli­
cato per la frazione del guadagno di gruppo ottenuta dall'indivi­
duo, è uguale al tasso di incremento del costo totale del bene col­
lettivo. Il tasso di guadagno del gruppo (dVgf dT) deve, in altre
parole, essere superiore al tasso di crescita del costo (dC/dT) del­
lo stesso moltiplicatore a cui il guadagno del gruppo eccede il gua­
dagno dell'individuo in questione ( 1 /F; = VgfV;),42
Ma la cosa piu importante è la quantità in cui il bene colletti­
vo sarà procurato, qualora esso venga procurato in una qualche
quantità, ma piuttosto se una quantità qualsiasi del bene collettivo
sarà procurata. Ed è chiaro che, al punto ottimale per un indivi­
duo che agisca in modo indipendente, il bene collettivo o di grup­
po verrà presumibilmente procurato qualora F; > C/Vg.
Poiché se
F; > C/Vg
V;fVg > C/Vg
quindi
V; > C.

Di conseguenza, se F; > C/Vg, il guadagno che un individuo trae


dal far si che il bene collettivo sia procurato sarà superiore al co­
sto. Questo significa che si può presumere che il bene collettivo
42 Si potrebbe avanzare la stessa tesi concentrando l 'attenzione sulle sole funzioni di
costi e benefici dell'individuo e tralasciando i guadagni del gruppo. Questo distrarrebbe
tuttavia l'attenzione dal proposito principale di questa analisi, che consiste nello studio
della relazione tra la dimensione del gruppo e la probabilità che esso venga fornito di un
bene collettivo.

37
La logica dell'azione collettiva

sarà procurato qualora il costo del bene collettivo sia, nel punto
ottimale per un qualsiasi individuo facente parte del gruppo, cosi
piccolo in relazione al guadagno procurato al gruppo nel suo insie­
me da tale bene collettivo, che il guadagno totale ecceda il costo
totale quanto, o piu di quanto il guadagno del gruppo eccede il
guadagno dell'individuo.
L a regola, allora, riassumendo, è tale che s i può assumere che
un bene collettivo sarà procurato qualora i guadagni che il grup­
po ricava da un bene collettivo aumentino 1 /Ft volte il tas­
so di crescita del costo totale di approvvigionamento di tale bene
(e cioè quando dV8/dT = 1 /Ft (dC/dT), il beneficio totale del
gruppo sia un multiplo del costo di tale bene piu grande del
multiplo dei guadagni del gruppo rispetto ai guadagni dell'indivi­
duo in questione (e cioè, V8/C > V8/V;),
Il grado di generalità dell'idea di base del modello in questio­
ne può essere illustrato dalla sua applicazione a un gruppo di in­
dustrie in un mercato. Si pensi a un settore che produce un pro­
dotto omogeneo, e si assuma che le imprese in questione cerchino
di massimizzare i profitti indipendentemente l'una dall'altra. Si
supponga inoltre, per semplicità, che i costi marginali di produzio­
ne siano uguali a zero. Allo scopo di evitare l'aggiunta di nuovi
simboli numerici, e di chiarire l'applicabilità della suddetta ana­
lisi, si assuma che T si riferisca adesso al prezzo, che S8 si riferisca
adesso al volume delle vendite del gruppo o del settore, e che 5; si
riferisca all'entità o al volume delle vendite dell'impresa i. Ft indica
sempre la " frazione " del totale relativa alla singola impresa o al­
l'individuo facente parte del gruppo. Essa indica ora la frazione
delle vendite totali del gruppo o del settore che a ogni dato mo­
mento va all'impresa i : Ft = S;/58• Il prezzo, T, influenzerà la
quantità venduta dal settore in misura stabilita dall'elasticità del­
la domanda, E. L'elasticità E = - T/S8 (dS8/dT), e da ciò deriva
un'adeguata espressione per l'inclinazione della curva di doman­
da dS8/ dT: dSg/dT = - ESg/T. Senza costi di produzione, un'im­
presa raggiungerà la produzione ottimale quando:

dA/dT = d (S;T)/dT = O
Si + T (dS;fdT) = O
FS8 + T (dS;jdT) = O .

In questo caso, in cui s i è assunto che l'impresa agisca in modo in­


dipendente, e cioè che non si aspetti alcuna reazione da parte del-
·

le altre imprese, dS; = dS8, cosicché

38
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

, FSg + T (dSgldT) = O
e poiché
dSgldT = - ESgiT,
FSg - T (ESgiT) = O
Sg (E - E) = O .

Ciò può accadere solo quando E = E. Solo nei casi in cui l'ela­
sticità della domanda per i prodotti del settore è minore o uguale
alla frazione del prodotto del settore fornita da un'impresa parti­
colare, tale impresa avrà un qualche incentivo a ridurre la propria
produzione. Un'impresa che sta cercando di decidere se ridurre o
meno la propria produzione allo scopo di determinare un aumen­
to del prezzo confronterà il costo o la perdita della produzione a
cui ha rinunciato con i vantaggi che essa guadagna dal " bene col­
lettivo " - e cioè dal prezzo piu elevato. L'elasticità della do­
manda ne costituisce la _misura. Se E è uguale a E, ciò significa che
l'elasticità della domanda nel settore è uguale alla proporzione
della produzione del settore controllato dall'impresa in questione;
se l'elasticità della domanda è, poniamo, l l 4, ciò significa che
una riduzione dell'l per cento nella produzione causerà un aumen­
to dei prezzi del 4 per cento, dal che risulta ovvio che, se una da­
ta impresa controlla un quarto della produzione totale del settore,
tale impresa dovrebbe smettere di aumentare, oppure diminuire,
la propria produzione. Qualora le imprese della stessa dimensio­
ne che operano nello stesso settore fossero, poniamo, un migliaio,
l'elasticità della domanda dovrebbe essere 1 1 1000 o meno, pri­
ma che si verifichi una qualche diminuzione della produzione. In
nessun settore caratterizzato da un numero realmente elevato di
imprese, i profitti sono quindi in equilibrio . Un'impresa che tenda
a massimizzare il proprio profitto comincerà a diminuire la propria
produzione, cioè a comportarsi in modo conseguente con gli inte­
ressi del settore nel suo complesso, quando il tasso a cui aumenta
il vantaggio di gruppo grazie al conseguimento di un prezzo piu
elevato (T) è 1 lE volte maggiore del tasso a cui si accresce il co­
sto totale di una diminuzione della produzione. Questo criterio è lo
stesso usato per spiegare il comportamento di gruppo nel caso piu
generale trattato in precedenza.
La nostra analisi del mercato è identica a quella fornita da
Cournot.43 Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che la teoria di
43 AuGUSTIN CouRNOT, Researches into the Mathematical Principles o/ the Theory o/
Wealth, tr. in inglese di Nathaniel T. Bacon, Macmillan, New York 1897, soprattutto
cap. VII, pp. 79-90.

39
La logica dell'azione collettiva

Cournot costituisce essenzialmente un caso particolare di una piu


generale teoria della relazione tra gli interessi di un membro di un
gruppo e gli interessi del gruppo nel suo insieme. La teoria di
Cournot può essere considerata un caso particolare dell'analisi da
noi sviluppata. La soluzione offerta da Cournot si limita quindi al­
la constatazione di buon senso secondo la quale un'impresa si ado­
pererà per tenere alto il prezzo del prodotto del settore solo quan­
do il costo complessivo legato al mantenimento del prezzo elevato
non supera la sua parte del guadagno che il settore ricava dal prez­
zo piu alto. La teoria di Cournot, al pari dell'analisi dell'azione di
gruppo al di fuori del mercato, è una teoria che si domanda quan­
do sia nell'interesse di un singolo membro di un gruppo agire nel­
l'interesse del gruppo nel suo insieme.
Il caso di Cournot è per un certo aspetto piu semplice della si­
tuazione di un gruppo al di fuori del mercato, che rappresenta l'in­
teresse principale di questo studio. Quando un gruppo persegue
un bene collettivo ordinario, invece che un prezzo piu elevato tra­
mite la limitazione della produzione, esso, come è stato sostenuto
nel paragrafo introduttivo di questa sezione, scopre che la prima
unità del bene collettivo ottenuto avrà un costo unitario piu ele�
vato delle unità successive dello stesso bene. Ciò avviene a causa
dell'indivisibilità e di altre caratteristiche tecniche dei beni collet­
tivi, e anche perché può a volte essere necessaria la creazione di
una nuova organizzazione allo scopo di ottenere il bene collettivo.
Ciò attira la nostra attenzione sull'esistenza di due distinti proble­
mi che un individuo che faccia parte di un gruppo non di merca­
to deve prendere in considerazione. Il primo problema è se il be­
neficio totale che un individuo ricaverebbe procurando una certa
parte del bene collettivo supera il costo totale di tale parte del be­
ne. L'altro problema riguarda la quantità del bene collettivo che
egli deve procurare, nel caso in cui egli ne debba procurare alcuna,
e la risposta in questo caso dipende ovviamente dalla relazione tra
i costi e i benefici marginali, piuttosto che tra quelli totali.
Vi sono inoltre due distinti problemi che occorre risolvere a
proposito del gruppo nel suo insieme. Non basta sapere se un pic­
colo gruppo si procurerà un bene collettivo, ma è anche necessa­
rio determinare se l'ammontare del bene collettivo ottenuto da un
piccolo gruppo, qualora ne venga ottenuta una qualche quantità,
tenda ad essere ottimale in senso paretiano per il gruppo nel suo
insieme. Significa cioè che verrà massimizzato il vantaggio del
gruppo? L'ammontare ottimale di un bene collettivo che il grup­
po deve ottenere, qualora ne ottenga una certa quantità, si rag-

40
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

giungerebbe quando il guadagno del gruppo si accrescesse allo stes­


so tasso del costo del bene collettivo, e cioè quando dVgldT =
= dC l dT. Poiché, come è stato precedentemente dimostrato, ogni

individuo facente parte del gruppo ha un incentivo a fornire una


quantità maggiore del bene collettivo fino al punto in cui p, (dVcl
dT) = dCldT, e poiché L F. = 1 sembrerebbe a una prima occhia­
,

ta che la somma della quantità che i singoli membri fornirebbero


agendo in modo indipendente ammonti alla quantità ottimale per
il gruppo. Sembrerebbe, inoltre, che ogni individuo facente parte
del gruppo si assuma una frazione, F., del carico o del costo totale,
cosicché il carico di fornire il bene pubblico verrebbe diviso in mo­
do " giusto " , nel senso che il costo sarebbe ripartito proporzional­
mente ai benefici.
Ciò non è, tuttavia, vero. Il bene collettivo verrà di regola prov­
veduto in misura sorprendentemente sub-ottimale, mentre la di­
stribuzione dell'onere sarà altamente arbitraria. Questo è dovuto al
fatto che la quantità del bene collettivo che il singolo ottiene per se
stesso va automaticamente anche agli altri. La definizione stessa di
un bene collettivo implica che un individuo non può escludere gli
altri componenti del gruppo dai benefici di quella quantità di bene
pubblico che egli provvede per se stesso.44 Ciò significa che nessun
membro del gruppo avrà un incentivo indipendente a procurare
parte del bene collettivo, una volta che sia stato reso disponibile
l'ammontare procurato dal membro del gruppo con la piu elevata F..
Ciò suggerisce che, cosi come i gruppi numerosi tendono a esse­
re incapaci di procurarsi un qualsiasi bene collettivo, i piccoli grup­
pi tendono a procurarsi beni collettivi in misura sub-ottimale. Tale
sub-ottimalità sarà tanto piu preoccupante quanto piu piccola è la
F. del piu " grande " individuo facente parte del gruppo. Poiché, a
parità di condizioni, le E diventeranno tanto piu piccole quanto piu
grande è il numero degli individui che compongono il gruppo, la
sub-ottimalità si farà tanto piu grave quanti piu individui vi sono
nel gruppo. Chiaramente, allora, gruppi con un grande numero di
membri saranno di solito meno efficienti di gruppi con un nume­
ro minore.
" Nel resto della sezione è utile e conveniente ipotizzare che ogni membro del grup­
po riceva la stessa quantità del bene pubblico. Ciò è infatti quello che accade ogniqualvol­
ta il bene collettivo è "un bene pubblico puro" secondo l'interpretazione che ne dà Sa­
muelson. Questa ipotesi è, tuttavia, piu rigorosa di quanto non sia di solito necessario.
Un bene pubblico può essere consumato in proporzioni ineguali da diversi individui e
tuttavia rimanere un bene pubblico, nel senso che il consumo fattone da un individuo non
diminuisce in alcun modo quello di un altro. Ed anche nei casi in cui il consumo addi­
zionale da parte di un individuo causa delle riduzioni marginali nell'ammontare a dispo­
sizione degli altri, le conclusioni qualitative secondo le quali si avranno sub·ottimalità e
una divisione sproporzionata del peso rimangono valide.

41
La logica dell'azione collettiva

Limitarsi a considerare il numero di individui o di unità che


compongono il gruppo, tuttavia, non è sufficiente, poiché la E di
uno qualsiasi dei membri del gruppo non dipende soltanto dal nu­
mero dei suoi componenti, ma anche dalla " grandezza " (5;) del sin­
golo membro, e cioè dal vantaggio che tale membro ricaverebbe da
un dato livello di offerta del bene collettivo. Un proprietario di va­
ste proprietà risparmierebbe, in seguito a una riduzione delle tas­
se sulle proprietà, piu di un individuo che possedesse soltanto un
villino, e avrebbe, a parità di condizioni, una maggiore E.45 Un grup­
po composto di membri con una 5; diseguale e, di conseguenza, con
una E diseguale, mostrerà una minore tendenza alla sub-ottimalità
(e sarà quindi piu probabile che esso si procuri una qualche quanti­
tà di un bene collettivo) di un gruppo peraltro identico, composto
da membri di uguale grandezza.
Dato che, una volta che il membro con la piu grande E abbia ot­
tenuto l'ammontare desiderato, nessuno ha un incentivo a fornire
alcuna quantità addizionale del bene collettivo, ne deriva che, in
un piccolo gruppo, la distribuzione dell'onere connesso al consegui­
mento del bene pubblico non sarà proporzionale ai benefici confe­
riti dal bene pubblico medesimo. Il membro con la piu grande f;
sopporterà una parte sproporzionata dell'onere.46 Nel caso dei pie-

" Le differenze nella dimensione possono essere di una certa importanza anche nel­
le situazioni di mercato. La grande impresa in un mercato otterrà una piu larga parte del
beneficio totale derivante da ogni aumento del prezzo che non una piccola impresa, e avrà
quindi un maggiore incentivo a ridurre la produzione. Ciò induce a ritenere che la com­
petizione di poche grandi imprese tra le molte piccole può, contrariamente ad alcune opi­
nioni, condurre a una cospicua distorsione nell'allocazione delle risorse. Per un diverso
punto ài vista a questo proposito, si veda WrLLARD D. ARANT, The Competition o/ the
Few among the Many, in " Quarterly }ournal of Economics " , LXX, agosto 1956, pp. 327-345.
46 La discussione nel testo è troppo breve e semplificata per rendere giustizia anche a
certe situazioni tra le piu comuni. Nel caso forse piu comune, dove il bene collettivo non
è un pagamento in denaro a ogni membro di un qualche gruppo, e nelHlche qualcosa che
ogni membro del gruppo può vendere in cambio di denaro, gli individui nel gruppo de­
vono paragonare il costo addizionale di un'altra unità del bene collettivo all"'utilità" ad­
dizionale che essi ricaverebbero da un'unità addizionale di tale bene. Essi non potrebbero,
come viene assunto nel ragionamento svolto nel testo, semplicemente paragonare un costo
in denaro con un ricavo in denaro, e sarebbe di conseguenza necessario ricorrere nell'analisi
anche alle curve di indifferenza. Il tasso marginale di sostituzione sarebbe influenzato non
solo dal fatto che il gusto per unità addizionali del bene collettivo diminuirebbe all'au­
mento del consumo del bene, ma anche dagli effetti di reddito. Gli effetti di reddito con­
durrebbero un membro del gruppo che avesse sacrificato una quantità sproporzionata del
suo reddito per ottenere il bene pubblico, a tenere il suo reddito in piu alta considera­
zione di quanto non avrebbe fatto qualora avesse ottenuto il bene collettivo gratuitamente
dagli altri membri del gruppo. Al contrario, coloro i quali non si sono fatti carico di al­
cuna parte dei costi legati al conseguimento del bene collettivo di cui usufruiscono si tro­
veranno di fronte a un aumento del loro reddito reale, e, a meno che il bene collettivo
non sia un bene inferiore, questo guadagno nel reddito reale rafforzerà la loro domanda
del bene collettivo. Questi effetti di reddito tendono a stornare il membro piu forte del
gruppo dal sopportare tutto il peso del bene collettivo (come invece farebbe nel caso
troppo semplice considerato nel testo). Sono grato a Richard Zeckhauser per aver attirato
la mia attenzione sull'importanza in questo contesto degli effetti di reddito.

42
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

coli gruppi con interessi comuni, quindi, vi è una sistematica ten­


denza allo "sfruttamento " 41 del grande da parte del piccolo.
Il comportamento dei piccoli gruppi interessati a beni collettivi
può a volte essere abbastanza complesso; molto piu complesso di
quanto non venga suggerito nei precedenti paragrafi.48 Ci sono ta­
luni assetti istituzionali e ipotesi di comportamento che non sem­
pre porteranno alla sub-ottimalità e alla sproporzionalità, di cui si
è parlato nei paragrafi precedenti. Un'analisi adeguata della ten­
denza all'approvvigionamento sub-ottimale di beni collettivi e al­
la divisione sproporzionata degli oneri connessi con l'approvvigio­
namento di tali beni risulterebbe troppo lunga per essere inclusa
in questo studio che si occupa soprattutto dei grandi gruppi e trat­
ta dei piccoli gruppi prevalentemente a scopo di paragone e di con­
trasto. Il problema dei piccoli gruppi che tentano di procurarsi dei
beni collettivi ha una certa importanza sia teorica 49 sia pratica, e
non è stato adeguatamente discusso nella letteratura esistente. Es­
so verrà quindi analizzato in maniera piu particolareggiata in sue-
47 L'eccessiva coloritura morale del termine "sfruttamento " è infelice; non è possi­
bile trarre conclusioni moralistiche astratte da un'analisi puramente logica. Ma poiché il
termine "sfruttamento " è usato comunemente per descrivere situazioni dove vi è una spro·
porzione tra i benefici e i sacrifici di persone diverse, sarebbe pedante usare qui un diver·
so termine.
48 lnnanzitutto la tesi del testo assume che il comportamento sia indipendente e
quindi trascura l'int!'razione strategica o la contrattazione che sono possibili nei piccoli
gruppi. Come verrà dimostrato in sezioni successive di questo capitolo, l'interazione stra·
regica è in genere molto meno importante nei gruppi non di mercato che cercano di pro·
curarsi dei beni collettivi di quanto lo sia tra gruppi di imprese che agiscono nel mercato.
E anche nei casi in cui vi è della contrattazione, si verificherà spesso una disparità del po.
rere di contrattazione che porterà a risultati piu o meno uguali a quelli descritti nel testo.
Quando un membro del gruppo con una grande p, contratta con un membro con una pic­
cola P', non può in effetti che minacciare il membro piu piccolo dicendogli " Se non for­
nisci una parte maggiore del bene collettivo, io stesso ne provvederò una quantità mino­
re, e tu ti troverai allora in una situazione peggiore di quella in cui ti trovi attualmente " .
M a quando i l membro piu forte riduce i l suo acquisto del bene collettivo, ne soffrirà piu
del membro piu debole, in base al semplice fatto che la sua p, è piu grande. La minaccia
del membro piu forte non è quindi molto credibile. Un altro fattore operante nella stessa
direzione è che l'ammontare massimo di approvvigionamento di un bene collettivo che una
contrattazione riuscita può ottenere dal membro piu debole è inferiore all'ammontare che
una contrattazione altrettanto riuscita può ottenere dal membro piu forte. Ciò significa
che il membro forte può non trarre anche da una contrattazione ben riuscita un guadagno
sufficiente a giustificare i rischi o altri costi della contrattazione, mentre il membro de­
bole scopre invece che il guadagno che gli può venire da una contrattazione riuscita è
grande rispetto ai suoi costi di contrattazione. Il problema della contrattazione è ovvia­
mente piu complesso; risulta tuttavia evidente che la contrattazione condurrà in genere agli
stessi risultati a cui conducono le forze di cui si parla nel testo.
49 La famosa " teoria volontaria dello scambio pubblico" di Erik Lindahl può, io cre­
do, essere utilmente modificata ed estesa con l'aiuto dell'analisi accennata nel testo. Sono
grato a Richard Musgrave per avere attirato la mia attenzione sul fatto che la teoria di
Lindahl e l'impostazione del mio studio debbono essere strettamente collegate. Egli vede,
tuttavia, tale relazione in maniera diversa. Per un'analisi della teoria di Lindahl si vedano
RICHARD MusGRAVE, The Voluntary Exchange Theory of Public Economy, in " Quarterly
Journal of Economics ", 1111, febbraio 1939, pp. 213-237; LEIF ]OHANSEN, Some Notes on
the Lindahl Theory o! Determination o! Public Expenditures, in " International Economie
Review ", IV, settembre 1963, pp. 346-358; ]OHN G. HEAD, Lindahl's Theory of the Bud­
get, in " Finanzarchiv", XXIII, ottobre 1964, pp. 421-454.

43
La logica dell'azione collettiva

cessivi scritti. Il sommario non tecnico di questa sezione elenche­


rà un paio di casi particolari al cui studio può essere applicata
l'impostazione da noi proposta ai gruppi e alle organizzazioni po­
co numerose.
È comunque possibile indicare in modo molto semplice le con­
dizioni necessarie all'approvvigionamento ottimale di un bene col­
lettivo tramite l'azione volontaria e autonoma dei membri di un
gruppo. Il costo marginale delle unità addizionali del bene collet­
tivo deve essere ripartito in modo perfettamente proporzionale ai
benefici addizionali. Solo quando ciò si verifica, ogni singolo mem­
bro scoprirà che i suoi costi marginali sono uguali ai benefici che
ne ricava nello stesso momento in cui il costo marginale totale è
uguale al beneficio marginale totale o aggregato. Qualora i costi
marginali siano ripartiti in qualsiasi altro modo, l'ammontare del
bene collettivo provveduto risulterà sub-ottimale.50 Potrebbe a pri­
ma vista sembrare che, se alcune ripartizioni conducono a un ap­
provvigionamento sub-ottimale di un bene collettivo, ripartizioni
diverse dei costi possano condurre a un'offerta sovra-ottimale di
tale bene; tale opportunità, tuttavia, non si verifica. In tutti i grup­
pi basati sulla partecipazione volontaria, il membro o i membri
la cui parte del costo marginale eccede la parte del beneficio addi­
zionale cesseranno di contribuire al conseguimento del bene col­
lettivo prima che sia stato raggiunto l'optimum del gruppo. E non
è possibile concepire alcun sistema di ripartizione in cui, per
qualche membro, il costo marginale non ecceda la propria parte di
beneficio, eccetto che nel éaso in cui ogni membro partecipa ai costi

50 Molti contratti di affitto di proprietà agricole illustrano questo punto; il proprie­


tario dei terreni e l'affittuario spesso si dividono infatti il prodotto del raccolto in pro­
porzioni prefissate. II prodotto della fattoria può venire considerato come un bene pub­
blico per il proprietario dei terreni e per l'affittuario. Spesso l'affittuario provvederà a
tutto il lavoro, al macchinario e al fertilizzante, mentre il proprietario dei terreni si pren­
derà cura della manutenzione di tutti i fabbricati, del drenaggio, delle dighe, ecc. Come
alcuni agro-economisti hanno giustamente sottolineato, questi accordi sono inefficienti, poi­
ché l'affittuario presterà lavoro, fornirà il fertilizzante e le macchine solo fino al punto in
cui il costo marginale di questi fattori di produzione eguaglia il ricavo marginale della
sua parte di raccolto. Allo stesso modo, il proprietario dei terreni provvederà una quantità
sub-ottimale dei fattori che egli fornisce. L'unico modo per impedire questo approvvigio­
namento sub-ottimale dei fattori in un rapporto di affittanza basato sulla divisione è
quello di far sf che il proprietario e l'affittuario dividano il costo di ognuno dei (variabili)
fattori di produzione nella stessa proporzione in cui essi si dividono il prodotto finale.
Questa intrinseca inefficienza nella maggior parte degli accordi di affittanza basati sulla di­
visione può forse aiutarci a spiegare il fatto che in molte aree dove i coltivatori non sono
proprietari della terra che essi coltivano è necessaria una riforma dell'agricoltura per au­
mentare l'efficienza. Si vedano EARL O. HEADY e E.W. KEHRBERG, Ef}ect o! Share and
Cash Renting on Farming Ef!iciency, in " lowa Agricultural Experiment Station Bulletin " ,
p. 386, e EARL O. HEADY , Economics o/ Agricultural Production and Resource Use, Pren­
tice-Hall, New York 1952, soprattutto pp. 592 e 620.

44
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

marginali esattamente nella stessa misura in cui esso partecipa ai be­


nefici addizionali.51
Benché anche il piu piccolo dei gruppi tenda a provvedere
quantità sub-ottimali di un bene collettivo (a meno che esso non
organizzi una ripartizione del costo marginale del tipo testé de­
scritto), il punto piu importante da tenere a mente è che alcuni
gruppi sufficientemente piccoli possono procurarsi una qualche
quantità di un bene collettivo tramite l'azione volontaria e razio­
nale di uno o piu d'uno dei loro membri. In questo consiste la lo­
ro differenza rispetto ai gruppi realmente numerosi. Nel determi­
nare la possibilità che un dato gruppo si procuri un bene collettivQ
occorre stabilire due cose. Per prima cosa occorre scoprire l'am­
montare ottimale del bene collettivo che ogni individuo, qualora
egli ne voglia acquistare una parte1 deve acquistare; tale ammon­
tare è dato quando Fi (dVgjdT) = dC/dT.52 In secondo luogo, oc­
corre stabilire se ogni membro o alcuni membri del gruppo scopri­
ranno che, a tale optimum individuale, il beneficio che il gruppo
trae dal bene collettivo eccede il costo totale piu di quanto esso
ecceda il beneficio che il membro stesso trae da tale bene colletti­
vo, e cioè se Fi > C/Vg. La tesi può essere formulata in maniera
ancora piu semplice dicendo che, se a un qualsiasi livello di conse­
guimento del bene collettivo, il guadagno del gruppo eccede il co­
sto totale piu di quanto esso eccede il guadagno di un qualsiasi in­
dividuo, si può in tal caso assumere che il bene collettivo verrà
procurato, poiché zn tal caso il guadagno dell'individuo supera il

51 Una simile argomentazione potrebbe a volte essere usata per spiegare in qualche
misura l'esistenza di " squallore pubblico ", comunemente osservabile, in mezzo allo " splen­
dore privato " , e cioè la sub-ottimalità dell'offerta di beni pubblici. Una simile tesi sa­
rebbe rilevante quantomeno nei casi in cui una proposta di spese pubbliche che soddisfi­
no i criteri di ottimalità paretiana benefichi un gruppo di persone piu piccolo del gruppo
che verrebbe tassato per pagare tali spese. Il fatto che anche spese che soddisfino i crite­
ri di ottimalità paretiana vanno di solito a beneficio di un gruppo di persone piu ristretto
del gruppo che viene tassato per pagare tali spese mi è stato suggerito dall'utile articolo di
JuLIUS MARGOLIS su The Structure o/ Government and Public Investment, nell'" Ameri­
can Economie Review: Papers and Proceedings " , LIV, maggio 1964, pp. 236-247. Si veda
la mia Discussione sull'articolo di Margolis (e su altri) sullo stesso numero dell"' Ameri­
can Economie Review " , pp. 250-251 , in cui si suggerisce il modo come un modello analo­
go a quello sviluppato in questo studio può servire a spiegare la ricchezza privata e il pub­
blico squallore. :È interessante che JoHN HEAD, " Finanzarchiv", XXIII, pp. 453-454, e LEIF
JoHANSEN, " International Economie Review ", IV, p. 353, benché siano partiti da punti diffe­
renti dal mio e si siano avvalsi dell'approccio di Lindahl, sono ciò nonostante arrivati su
questo punto a conclusioni in complesso non diverse dalle mie. Interessanti argomentazio­
ni, che evidenziano le forze che potrebbero condurre a dei livelli sovra-ottimali di spesa
pubblica, si possono leggere in due altri articoli sul numero dell'" American Economie Re­
view" precedentemente citato, e cioè Fiscal Institutions and Efficiency in Collective Outlay
(pp. 227-235) di JAMES M. BucHANAN, e Divergencies between Individua! and Total Costs
within Government (pp. 243-249) di RoLAND N. McKEAN.
52 Se Ft non è una costante, questo punto ottimale individuale è dato quando:
F;(dV,jdT) + V.(dFt/dT) = dC/dT.

45
La logica dell'azione collettiva

costo totale del procurare il bene collettivo al gruppo. Questo fat­


to è illustrato dalla figura che segue, in cui si presume che un indi­
viduo migliorerebbe la propria situazione procurando il bene col­
lettivo, sia che egli ne fornisca l'ammontare V, o l'ammontare W,
o qualsiasi ammontare intermedio. Qualora si consegua un qual­
siasi ammontare del bene collettivo situato tra V e W, anche nel ca­
so in cui esso non sia l'ammontare ottimale per l'individuo, F; sa­
rebbe superiore a CfVg.

--- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
H
C(s> = EB
_ l
1
Vg = HB
(8) l

. _ DB l
Fr - H B l
l
D B > EB 1
l
DB > EB 1

HB HB :
l
l
l

l
l
l

B w

T ----•

Sommario non tecnico della sezione D

La parte tecnica di questa sezione ha dimostrato che alcuni


piccoli gruppi sono in grado di procurarsi beni collettivi senza

46
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

ricorrere alla coerclZlone o a un qualche incentivo positivo distin­


to dal bene collettivo medesimo.53 Ciò accade perché in certi pic­
coli gruppi ognuno dei membri, o, almeno, uno di loro troverà
che il guadagno personale che egli ricava dall'esistenza del bene
collettivo eccede il costo totale del provvedere una qualsiasi quan­
tità di tale bene collettivo : vi sono, cioè, membri la cui situazio­
ne migliorerebbe nel caso in cui il bene collettivo venisse procu­
rato rispetto al caso in cui tale bene non lo sia, anche qualora do­
vessero sostenere essi stessi l'intero costo per procurarselo. Si può
supporre che in simili situazioni il bene collettivo sarà perseguito.
Un caso simile si verificherà, tuttavia, soltanto quando il beneficio
che il gruppo trae dal conseguimento del bene collettivo eccede il
costo totale piu di quanto non ecceda il guadagno di uno o piu
membri del gruppo. Un gruppo molto piccolo, dove ogni membro
riceve una parte sostanziale del guadagno totale somplicemente
perché il gruppo ha pochi altri membri, può quindi spesso conse­
guire un bene collettivo grazie all'azione volontaria e interessata
dei componenti del gruppo. La maggiore probabilità che un bene
collettivo venga conseguito si ha in gruppi molto piccoli caratte­
rizzati da un notevole livello di diseguaglianza - e cioè in gruppi
composti da membri di " dimensione " o interesse diseguali nel be­
ne collettivo; poiché quanto piu un qualsiasi membro è interessa­
to al bene collettivo, tanto piu grande è la probabilità che tale
membro ottenga una parte cosi significativa del beneficio che ne
" Sono grato al professar John Rawls del dipartimento di filosofia dell'Università di
Harvard per avermi ricordato che il filosofo David Hume intul che i piccoli gruppi pos­
sono soddisfare i loro scopi comuni, mentre i gruppi numerosi non sono in grado di farlo.
L'argomentazione di Hume è tuttavia abbastanza diversa dalla mia. Nel Treatise of Hu­
man Nature, Everyman Edition, J.M. Dent, London 1952, III, p. 239, Hume scrisse:
" Non vi è alcun aspetto della natura umana che causi degli errori piu fatali nel nostro
comportamento di quello che ci conduce a preferire tutto ciò che è presente a ciò che è
'emoto e distante, e ci fa desiderare gli oggetti piu in base alla loro situazione che al loro
valore intrinseco. Due vicini possono mettersi d'accordo per prosciugare un prato che essi
possiedano in comune, dal momento che possono facilmente conoscere le reciproche in­
:enzioni; e ciascuno non può non rendersi conto che la conseguenza immediata del suo ve­
nir meno ai propri impegni è l'abbandono dell'intero progetto. Ma è davvero difficile, e
in verità impossibile, che un migliaio di persone si mettano d'accordo per una qualsiasi
azione di questo tipo; è infatti difficile che si mettano d 'accordo su un'impresa cosi com­
plicata, e ancora piu difficile che la mettano in pratica; ognuno cercherebbe infatti un pre­
testo per liberarsi dalla seccatura e dalle spese e getterebbe l'intero peso sugli altri. La
società pone facilmente rimedio a questi due inconvenienti. I magistrati trovano un interes­
se immediato nell'interesse di qualsiasi consistente parte dei loro ·soggetti. Essi non han­
no bisogno di consultar nessuno tranne se stessi per formulare un progetto qualsiasi che
promuova tale interesse. E poiché il fallimento di un elemento qualsiasi dell'esecuzione è
connesso, benché non in modo immediato, con il fallimento dell'intero progetto, essi im­
pediscono tale fallimento, poiché non vi hanno alcun interesse, né immediato né remoto.
Di conseguenza, in seguito all'intervento del governo, dovunque si costruiscono ponti, si
aprono porti, si erigono bastioni, si scavano canali, si equipaggiano flotte, e si disciplina­
no eserciti. Tale governo, benché sia composto da uomini soggetti a tutte le debolezze uma­
ne, diventa, grazie ad una delle migliori e delle piu sottili invenzioni che si possano im­
maginare, un insieme che è in qualche misura esente da tutte queste debolezze " .

47
La logica dell'azione collettiva

deriva che egli trarrà vantaggi dal preoccuparsi che tale bene ven­
ga procacciato, anche nel caso che debba assumersene tutti i costi
egli stesso.
Anche nei gruppi molto piccoli, comunque, il bene collettivo
non verrà fornito in misura ottimale. I membri del gruppo non si
procureranno, in altri termini, il bene nella quantità in cui sareb­
be loro interesse comune procurarselo. Solo alcuni meccanismi isti­
tuzionali speciali forniranno ai singoli membri un incentivo ad ac­
quisire il bene collettivo in quantità pari all'ammontare capace di
soddisfare il vero interesse del gruppo nel suo insieme. Tale ten­
denza alla sub-ottimalità dipende dal fatto che un bene collettivo
è per definizione tale che, una volta che un qualsiasi componente
del gruppo se lo sia procurato, non è possibile impedire che altri
membri del gruppo ne facciano uso. Un singolo membro, quindi,
dato che egli riceve solo parte dei benefici di ogni spesa che egli
sopporta per ottenere quantità maggiori del bene collettivo, smet­
terà di spendere per il bene collettivo prima che venga raggiunto
l'ammontare ottimale per il gruppo nell'insieme. L'ammontare del
bene collettivo che ciascuno dei membri del gruppo riceve gratui­
tamente dagli altri membri ridurrà, inoltre, ulteriormente il suo
incentivo a provvedere a proprie spese una quantità maggiore del
bene collettivo stesso . Di conseguenza, quanto piu il gruppo è
numeroso, tanto piu esso ometterà di procurarsi, di un bene col­
lettivo, un ammontare ottimale.
Tale sub-ottimalità ovvero inefficienza sarà per un certo aspet­
to meno grave nel caso dei gruppi composti da individui molto
diversi per dimensione e interesse nel bene collettivo. Gruppi co­
si diseguali tendono d'altra parte a ripartire arbitrariamente l'one­
re di procacciarlo. Il membro piu forte che procurerebbe da solo
la quantità maggiore del bene collettivo sopporta una parte spro­
porzionata dell'onere legato al suo approvvigionamento. Il mem­
bro di minor consistenza riceve per definizione una frazione mi­
nore, che non un membro piu forte, del beneficio derivante dal
suo contributo al bene collettivo ed è quindi meno incentivato a
provvederne unità addizionali. Una volta che un membro re1ativa­
mente debole ha a sua disposizione l'ammontare del bene collet­
tivo che egli riceve gratuitamente dal membro piu forte, egli ot­
tiene piu di quanto sarebbe stato disposto ad acquistare per se
stesso, e non ha quindi alcun incentivo a ottenere una parte del
bene collettivo a sue proprie spese. In piccoli gruppi con interessi
comuni, vi è quindi una sorprendente tendenza allo "sfruttamen­
to " del grande da parte del piccolo.

48
Una teoria dei gruppt e delle organizzazioni

La tesi secondo cui i piccoli gruppi che si procurano beni col­


lettivi tendono ad attenerne quantità sub-ottimali e a suddividere
il carico per il loro reperimento in modo diseguale e sproporzio­
nato non è valida in tutte le possibili situazioni. Certi meccanismi
istituzionali o procedurali possono condurre a esiti diversi. L'argo­
mento non può essere esaminato in modo adeguato in una breve
discussione. Per questo motivo, e anche perché questo libro verte
soprattutto sui gruppi con numerosi affiliati, molte complessità che
caratterizzano il comportamento dei piccoli gruppi sono state tra­
scurate. Una tesi simile a quella testé sviluppata potrebbe comun­
que applicarsi a qualche importante situazione pratica in modo ab­
bastanza adeguato, e suggerire che un'analisi piu particolareggiata
di quella delineata in precedenza potrebbe aiutare a spiegare la
tendenza dei Paesi piu grandi a sopportare una parte sproporzio­
nata dell'onere delle organizzazioni internazionali, come le Na­
zioni Unite e la NATO, e potrebbe anche spiegare parte della po­
polarità di cui gode il neutralismo nei Paesi piu piccoli. Tale ana­
lisi potrebbe anche spiegare le continue rimostranze circa il fatto
che le organizzazioni e le alleanze internazionali non siano dotate
di una quantità ottimale di risorse.54 Essa suggerirebbe, inoltre,
che governi locali in aree metropolitane confinanti, che forniscono
beni collettivi (come le vie di comunicazione per i pendolari e
·

l'istruzione) a individui facenti parte di due o piu giurisdizioni lo­


cali, avranno la tendenza a provvedere tali servizi in quantità ina­
deguate, e che l'amministrazione locale piu grande (per esempio
quella della città piu importante) sopporterà un onere sproporzio­
nato per fornire tali servizi.55 Un'analisi simile a quella svolta in
precedenza potrebbe, infine, fornire qualche elemento addiziona­
le alla comprensione della leadership del prezzo, e, in particolare,
degli eventuali svantaggi che deriverebbero dal fatto di costituire
l'impresa piu grande in un determinato settore.
Il punto piu importante a proposito dei piccoli gruppi in que­
sto contesto è tuttavia il fatto che essi possono essere facilmente
in grado di procurarsi un bene collettivo come semplice risultato

54 Alcune delle complessità del comportamento in piccoli gruppi sono discusse in


�ANCUR 0LSON JR. e RrcHARD ZECKHAUSER, An Economie Theory o/ Alliances, in " Re­
view of Economics and Statistics " , XLVIII, agosto 1966, pp. 266-279 , e in Collective
Goods, Comparative Advantage, and Alliance Etficiency, in Issues of Defense Economics,
<"una Conferenza dell'Universities-National Bureau-Committee for Economics Research), a
cura di Roland McKean, National Bureau of Economie Research, New York 1967, pp. 25-48.
[Nota aggiunta nel 1970.]
55 Sono grato ad Alan Williams dell'Università di York in Inghilterra, il cui studio
del governo locale ha attratto la mia attenzione sull'importanza di tali effetti diffusi tra
i governi locali .

49
La logica dell'azione collettiva

dell'attrazione esercitata dal bene collettivo sui membri indivi­


duali. I piccoli gruppi sono, a questo riguardo, diversi dai grandi
gruppi. Quanto piu numeroso è un gruppo, tanto piu esso non ot­
terrà un'offerta ottimale di un bene collettivo, e tanto piu sarà
improbabile che tale gruppo agisca in modo da attenerne anche
una quantità minima. In breve, quanto piu numeroso è il gruppo,
tanto meno esso perseguirà i propri interessi comuni.

e) Gruppi "esclusivi" e "inclusivi"

Il movimento di entrata e di uscita dal gruppo non può esse­


re ignorato piu a lungo. Questo, infatti, è un punto importante,
poiéhé le industrie o i gruppi di mercato differiscono in modo
f6ndamentale dai gruppi non di mercato per il loro atteggiamento
nei confronti del movimento di entrata e di uscita dal gruppo.
L'impresa in un dato settore vuole impedire a nuove imprese di
partecipare alla divisione del mercato e vuole che il maggior nu­
mero possibile delle imprese già attive nel settore abbandoni il
settore stesso. Essa vuole che il gruppo delle imprese operanti nel
settore si riduca, preferibilmente fino al punto in cui non vi è piu
che una sola impresa nel gruppo : il suo ideale è un monopolio.
Le imprese operanti in un dato mercato sono quindi competitrici
o rivali. Per i gruppi o organizzazioni non di mercato, che cerca­
no di conseguire un bene collettivo, è vero l'opposto. Di solito la
situazione è tanto migliore quanto piu grande è il numero di quan­
ti sono disposti a dividere i benefici e i costi. Un aumento della
dimensione del gruppo non implica competizione per nessuno;
può invece significare costi piu ridotti per coloro che fanno già
parte del gruppo. La giustezza di tale opinione è confermata dal­
l'osservazione quotidiana. Mentre le imprese in un mercato lamen­
tano ogni aumento della concorrenza, le associazioni che procura­
no beni collettivi in situazioni non di mercato accolgono quasi sem­
pre di buon grado nuovi membri. E invero tali associazioni cerca­
no talvolta di rendere l'appartenenza obbligatoria.
Perché dunque esiste questa differenza tra i gruppi di merca­
to e quelli non di mercato tra i quali le precedenti sezioni di que­
sto capitolo hanno mostrato sorprendenti somiglianze? Se l'im­
prenditore nel mercato e il membro di un'organizzazione di pres­
sione sono simili nel senso che ambedue arrivano alla conclusione
che i benefici derivanti da un qualsiasi sforzo per conseguire obiet­
tivi di gruppo andrebbero per la maggior parte agli altri membri

50
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

del gruppo, perché dunque sono essi su posizioni cosi diverse per
quanto concerne l'entrata e l'uscita dal gruppo stesso? La risposta
consiste nel fatto che, in una situazione di mercato, il "bene col­
lettivo " - il prezzo piu elevato - è tale che, se un'impresa vende
di piu a quel prezzo, altre imprese vendono meno, cosicché il be­
neficio che il bene collettivo comporta è una quantità fissa, men­
tre in situazioni non di mercato il beneficio derivante da un bene
collettivo non è fisso all'offerta. Solo un dato numero di unità di
un certo prodotto possono essere vendute in un qualsiasi dato mer­
cato senza causare una riduzione del prezzo, mentre un numero
qualsiasi di persone può aderire a una organizzazione di pressio­
ne senza ridurre necessariamente i benefici degli altri membri.56
Di solito, in una situazione di mercato, ciò che viene conquistato
da un'impresa non può essere ottenuto da un'altra impresa; in una
situazione non di mercato ciò che viene consumato da uno può es­
sere essenzialmente goduto anche da un altro. Se un'impresa in
una situazione di mercato prospera, essa diviene un concorrente
piu temibile; se invece un individuo prosperasse in una situazio­
ne non di mercato, egli potrebbe anche acquisire un incentivo a so­
stenere una parte maggiore del costo del bene collettivo.
Essendo fisso, e quindi limitato, l'ammontare del beneficio che
si può ricavare dal " bene collettivo " , cioè dal prezzo piu elevato
nella situazione di mercato, che induce i membri di un gruppo di
mercato a limitare la dimensione del loro gruppo, tale tipo di bene
collettivo sarà qui definito un " bene collettivo esclusivo " .57 Poiché
invece l'offerta di beni collettivi in situazioni non di mercato si
accresce, al contrario, automaticamente quando il gruppo si allar­
ga, tale tipo di bene pubblico viene definito un " bene collettivo in­
clusivo " .58
56 Nel caso di un circolo sociale che conferisce status ai suoi membri in base al fatto
di essere " esclusivo" , il bene collettivo in questione è simile a un prezzo supercompeti­
rivo in un mercato, e non simile alla normale situazione non di mercato. Qualora i "400"
,
al vertice dovessero diventare i " 4000 " i benefici aquisiti dai nuovi venuti sarebbero neu­
tralizzati dallo scapitare dei vecchi membri, i quali avrebbero scambiato un legame socia­
le elevato con uno che potrebbe essere soltanto rispettabile.
57 Quest'uso dell'idea del bene collettivo è certamente, ·per certi aspetti, troppo este­
so, nel senso che non vi è bisognO' del concetto di bene collettivo per analizzare il compor­
tamento di mercato; altre teorie sono di solito piu efficienti a tale scopo. È tuttavia utile
in questo particolare contesto trattare il prezzo supercompetitivo come un tipo speciale di
bene collettivo. Questa è una tecnica di esposizione utile per fare emergere somiglianze e
differenze tra le situazioni di mercato e quelle non di mercato per quanto riguarda le rela­
zioni che intercorrono tra gli interessi individuali e l'azione di gruppo . Spero di poter of­
frire nelle pagine seguenti, grazie a tale impostazione, anche degii eiementi atti a spiegare
le organizzazioni che svolgono delle funzioni sia all'interno sia all'esterno del mercato, e
l'ammontare della contrattazione nei gruppi di mercato e in quelli non di mercato.
58 Vi sono alcuni interessanti paralleli tra i miei concetti di beni collettivi
" esclusivi " e " inclusivi" e il recente lavoro di alcuni altri economisti. Esiste, in primo
luogo, · una relazione tra questi concetti e l'articolo precedentemente citato di John Head

51
La logica dell'azione collettiva

Il fatto che un gruppo si comporti in modo esclusivo o inclu­


sivo dipende quindi dalla natura dell'obiettivo perseguito dal grup­
po stesso, e non da questa o quella caratreristica dei membri del
gruppo. Lo stesso gruppo di imprese o di individui può di fatto
costituire un gruppo esclusivo in un dato contesto e un gruppo in­
clusivo in un contesto diverso. Le imprese di un settore forme­
ranno un gruppo esclusivo quando cercano di conseguire un prez­
zo piu alto nel loro settore riducendo la produzione, ma forme­
ranno un gruppo inclusivo, e cercheranno di conseguire il massimo
sostegno possibile, quando si adoperano per ottenere tasse piu ri­
dotte, o una tariffa protettiva, o un qualsiasi altro cambiamento
nella politica del governo. Il punto secondo cui l'esclusività o l'in­
elusività di un gruppo dipende dall'obiettivo in gioco piuttosto
che da una qualche peculiarità dei membri è importante, poiché
molte organizzazioni operano sia nel mercato, allo scopo di alza­
re i prezzi riducendo la produzione, sia nel sistema politico e so­
ciale, allo scopo di perseguire altri interessi comuni. Sarebbe in­
teressante, se lo spazio lo consentisse, studiare tali gruppi in base
alla distinzione tra beni collettivi esclusivi e inclusivi. La logica
di questa distinzione suggerisce che tali gruppi dovrebbero avere
un atteggiamento ambivalente verso l'entrata di nuovi membri. E
infatti cosi è. I sindacati, per esempio, invocano a volte la " solida­
rietà della classe operaia " e chiedono il closed shop. Ma ciò no­
nostante stabiliscono regole di apprendistato tali da ridurre l'en-
sui Public Goods and Public Policy, in " Public Finance ", XVII, pp. 197-219. lo non ave­
vo capito tutte le implicazioni della mia discussione sui beni inclusivi e collettivi fino a
che non lessi tutto l'articolo di Head. Per come vedo attualmente il problema, questi con­
cetti possono essere spiegati in base alla distinzione che egli fa tra le due caratteristiche
che definiscono il bene pubblico tradizionale: impossibilità di esclusione e collettività del­
l'offerta_ Il mio bene collettivo esclusivo è quindi un bene tale che, almeno all'interno di
un dato gruppo, l'esclusione non è praticabile, ma anche tale che non vi è alcuna colletti­
vità dell'offerta, cosicché i membri del gruppo sperano che sia possibile tenerne gli altri al
di fuorL Il mio bene collettivo inclusivo è anch'esso tale che l'esclusione è impraticabile,
almeno all'interno di un dato gruppo, ma esso è allo stesso tempo caratterizzato anche da
un livello quantomeno considerevole di collettività dell'offerta, e ciò spiega il fatto che
membri addizionali possono godere del bene riducendo con ciò di poco o per niente il con­
sumo dd vecchi membri. Vi è, in secondo luogo, una relazione tra la mia distinzione in­
clusivo-esclusivo e un lavoro di }AMES M. BucHANAN intitolato An Economie Theory o/
Clubs (ciclostilato). Buchanan assume nel suo lavoro che l'esclusione è possibile, ma che
vi è un livello (molto limitato) di collettività dell'offerta, e mostra che, sulla base di que­
ste ipotesi, il numero ottimale di consumatori di un dato bene pubblico è in genere finito,
che tale numero varia a seconda dei casi, e che può a volte essere abbastanza piccolo.
L'approccio di Buchanan e il mio sono collegati per il fatto che entrambi ci domandia­
mo in che modo gli interessi di un membro del gruppo che gode di un bene collettivo rea­
giranno a degli aumenti o a delle riduzioni nel numero di persone che consumano il bene.
Entrambi abbiamo lavorato a tale problema in modo indipendente l'uno dall'altro e igno­
rando fino a poco tempo fa il mutuo interesse a questo particolare problema. Buchanan
suggerisce generosamente che io possa aver posto questo interrogativo prima di lui, ma,
mentre io ho a stento sfiorato la questione al puro scopo di facilitare altre parti della mia
tesi generale, egli ha sviluppato un modello interessante e generale che dimostra la rilevanza
di questo problema per un vasto numero di decisioni politiche.

52
Una teoria dei gruppi e delle organi:t:zazioni

trata di nuovi membri di " classe operaia " in specifici settori del
mercato del lavoro. Questa ambivalenza è invero un fattore fonda­
mentale che deve essere preso in consicierazione da chiunque vo­
glia analizzare in modo adeguato gli obiettivi che i sindacati cer­
cano di massimizzare.59
Un'ulteriore differenza tra i gruppi inclusivi e quelli esclusivi
si manifesta quando tali gruppi si sforzano di comportarsi in mo­
do formalmente organizzato, o perfino informalmente coordinato.
Quando un gruppo inclusivo tenta uno sforzo organizzato o coordi­
nato, coinvolgerà in tale sforzo quante piu persone riesce a per­
suadere ad aiutarlo.60 E pertanto non sarà essenziale (eccetto in ca­
si marginali in cui il valore del bene collettivo eguaglia soltanto il
suo costo) che ogni individuo nel gruppo partecipi all'organizza­
zione o all'accordo. Ciò è dovuto essenzialmente al fatto che chi
non partecipa non sottrae, di norma, i benefici di un bene inclusi­
vo a chi invece coopera. Un bene collettivo inclusivo è, per defini-

59 Che cosa i sindacati massJmlzzmo non è certo. Qualcuno è dell'opinione che i sin·
dacati non massimizzino i salari, poiché salari piu elevati riducono la quantità di lavoro
richiesta dal datore di lavoro e quindi anche il numero di iscritti al sindacato. Questa ri·
duzione del numero degli iscritti è a sua volta contraria agli interessi istituzionali del
sindacato e negativa per il potere e il prestigio dei leaders sindacali . E pertanto alcuni sin·
dacati, come il sindacato unitario dei minatori, hanno in realtà aumentato il salario fino a
un punto che, per loro stessa ammissione, avrebbe causato una riduzione dell'occupazione
nel loro settore. Una possibile spiegazione è che i sindacati cercano di ottenere dei beni
collettivi inclusivi dal governo, oltre che dei salari piu alti nel mercato. In questo suo aspet·
to non di mercato ogni sindacato è interessato ad acquisire nuovi membri al di fuori del
" suo" settore o mestiere, oltre che all'interno di esso. Salari piu elevati non sono di osta·
colo all'espansione di un sindacato in altri settori o altre categorie professionali. In realtà,
il prestigio dei leaders di un sindacato e l'attrazione esercitata dal sindacato stesso sono
tanto maggiori quanto piu elevato è il salario che un sindacato conquista all'interno di un
dato mercato del lavoro, e questo rende piu facile la crescita degli iscritti al sindacato al
di fuori della sua clientela originaria. Il sindacato può essere ben disposto verso un'azione
di tale tipo poiché essa lo aiuta a svolgere la sua funzione politica e a esercitare pressione.
t interessante notare che è possibile che il CIO ed il District 50 prenditutto dell'UMW ab·
biano permesso a John L. Lewis e all'UMW di aumentare la loro influenza in certi periodi
in cui i livelli dei salari sindacali avevano ridotto l'occupazione nelle miniere di carbone.
Sono grato a John Beard, che è stato uno dei miei studenti, per avere stimolato le mie
idee su tale questione.
60 L'interessante tesi di Riker, nella Theory o/ Politica[ Coalitions, secondo cui nu­
merosi contesti politici sarebbero caratterizzati da una tendenza verso le coalizioni limitate
in grado di vincere, non indebolisce in alcun modo la conclusione qui presentata secondo
cui i gruppi inclusivi cercano di aumentare il numero dei loro membri. Né indebolisce altre
conclusioni tratte in questo libro, poiché la tesi di Riker si applica solo alle situazioni a
somma zero, e nessuna situazione di tale tipo è analizzata in questo libro. Nessuno dei
gruppi alla ricerca di un bene collettivo inclusivo si troverebbe in una situazione a som·
ma zero, poiché il benefic io diventa, per definizione, piu grande al crescere delle persone che
si uniscono al gruppo e al crescere della quantità del bene collettivo che viene fornita.
:-.!eanche i gruppi che sono alla ricerca di beni collettivi esclusivi corrispondono al mode!·
lo di Riker, poiché, sebbene l'ammontare che è possibile vendere a un determinato prez·
zo sia fisso, l'ammontare dell'aumento del prezzo, e quindi il guadagno del gruppo, sono
variabili. È un peccato che il libro di Riker, per altri aspetti stimolante e utile, si occupi
di alcuni fenomeni, come le alleanze militari, nel cui caso la sua ipotesi, basata sulla som·
ma zero, è particolarmente inappropriata. Si veda WILLIAM H. RIKER, The Theory o/ Po·
!itical Coalitions, Yale University Press, New Haven, Conn. 1962.

53
La logica dell'azione collettiva

zione, tale che al beneficio ricevuto da chi non coopera non corri­
sponde una perdita equivalente da parte di chi coopera.61
Quando un gruppo persegue un bene collettivo esclusivo at­
traverso un accordo o l'organizzazione delle aziende del settore -
e cioè quando vi è esplicita o anche tacita collusione sul merca­
to - la situazione è molto diversa. In tal caso, benché si speri
che il numero di imprese nel settore sia il piu limitato possibile,
è paradossalmente pressoché essenziale che i rimanenti membri
del gruppo vi partecipino totalmente. Questo è dovuto essenzial­
mente al fatto che anche un solo non partecipante può di solito ap­
propriarsi di tutti i benefici risultanti dall'azione delle imprese
che prendono parte all'accordo. A meno che i costi dell'impresa
che non partecipa all'accordo aumentino troppo rapidamente ri­
spetto all'aumentare della produzione,62 essa può espandere conti­
nuamente la sua produzione allo scopo di trarre vantaggio dal
prezzo piu elevato risultante dall'azione collusiva, fino a che le
imprese accordatesi tra loro, qualora continuino a mantenere irre­
sponsabilmente il prezzo piu elevato, abbiano ridotto la loro pro­
duzione a zero, il tutto a beneficio dell'impresa che non partecipa
all'accordo. L'impresa che non partecipa all'accordo può privare
le imprese che vi prendono parte di tutti i benefici della loro col­
lusione poiché il beneficio derivante da ogni dato prezzo al di sopra
di quello competitivo ammonta ad una quantità fissa; cosicché le
imprese collusive perdono nell'esatta misura in cui l'impresa non
collusiva guadagna. I gruppi esclusivi possiedono quindi una ca­
ratteristica che può essere descritta in termini di tutto-o-niente, in
quanto spesso vi deve essere una partecipazione al cento per cento
61 Qualora i beni collettivi fossero un "bene collettivo puro" secondo il senso attri­
buito a tale definizione da Samuelson, il beneficio ottenuto dal membro che non coopera
non soltanto non causerebbe una perdita equivalente, ma neppure una qualsiasi perdita
per coloro che hanno cooperato. L'ipotesi del bene pubblico puro sembra tuttavia troppo
rigida per i nostri scopi attuali. Sicuramente accadrebbe spesso che oltre un dato punto con­
sumatori addizionali di un bene collettivo ridurrebbero, sia pur di poco, la quantità a di­
sposizione degli altri. Di conseguenza, la tesi esposta nel testo non richiede che i beni collet­
tivi inclusivi siano dei beni pubblici puri. Quando un bene collettivo inclusivo non è
un bene pubblico puro, coloro che fanno parte del gruppo che gode del bene non accoglie­
ranno di buon grado dei membri addizionali i quali manchino di versare quote adeguate.
Le quote non sarebbero adeguate a meno che il loro valore non compensasse almeno la ri­
duzione nel consumo dei vecchi membri dovuta al consumo del nuovo venuto. Tuttavia,
fino a che permane un livello significativo di " collettività dell'offerta " , i guadagni dei nuo­
vi venuti saranno superiori alle quote necessarie affinché i vecchi membri siano adeguata­
mente ricompensati per ogni riduzione del loro consumo, cosicché il gruppo rimarrà real­
mente " inclusivo" .
62
Qualora i costi marginali aumentino i n modo molto rapido con l a conseguenza che
nessuna impresa ha un incentivo ad accrescere di molto la sua produzione in risposta a un
aumento del prezzo, una singola resistenza non è necessariamente fatale a un accordo col­
lusivo. Una resistenza sarà tuttavia costosa, poiché l'impresa che resiste tenderà a trarre
maggiore vantaggio dalla collusione che non un'impresa che partecipa all'accordo, e tutto
ciò che guadagna equivale a una perdita per l'impresa che partecipa all'accordo.

54
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

oppure non vi può essere collusione alcuna. Tale bisogno di parte­


cipazione totale ha in un dato settore gli stessi effetti che una di­
sposizione costituzionale, che imponga che le decisioni devono es­
sere prese all'unanimità, ha in un sistema di votazione. In tutti i
casi in cui è richiesta una partecipazione unanime, ogni singolo
oppositore acquista uno straordinario potere di contrattazione; egli
può essere in grado di reclamare per se stesso la maggior parte del
guadagno che si ricaverebbe da una qualsiasi azione di gruppo.63
Qualsiasi membro del gruppo può inoltre pretendere di essere un
oppositore, e quindi richiedere una pane maggiore del guadagno
in cambio del suo (indispensabile) sostegno. Questo incentivo a di­
sposizione degli oppositori rende ogni azione di gruppo meno pro­
babile di quanto non sarebbe altrimenti. Ciò implica inoltre che
ogni membro ha un notevole incentivo a contrattare; egli può gua­
dagnare tutto per mezzo di una buona contrattazione, o perdere
rutto in una contrattazione sfavorevole. È quindi probabile che si
abbia piu di frequente una contrattazione in una situazione in cui
è richiesta una partecipazione totaìe, che non in casi in cui una piu
piccola percentuale può intraprendere un'attività di gruppo.
Ne consegue che il rapporto tra individui aderenti a gruppi in­
clusivi e a gruppi esclusivi è di solito alquanto diverso, ogni vol­
ta che i gruppi sono cosi piccoli che l'azione di un singolo mem­
bro produce un effetto sensibile su un altro membro, cosicché le
relazioni individuali hanno un loro peso . Le imprese di un gruppo
esclusivo esigono che il gruppo sia composto del minor numero di
membri possibile; ogni impresa guarda quindi con diffidenza alle
altre imprese per paura che esse cerchino di espellerla dal settore.
Ogni impresa, prima di intraprendere una qualsiasi azione, deve
valutare se tale azione provocherà una " guerra dei prezzi " o una
" competizione all'ultimo respiro " . Ciò significa che ogni impresa
facente parte di un gruppo esclusivo deve essere sensibile nei con­
fronti delle altre imprese del gruppo e considerare le loro reazioni
agli atti compiuti da tutte le altre. Allo stesso tempo, ogni com­
portamento di gruppo in un gruppo esclusivo richiede di norma
una partecipazione totale, cosicché ogni impresa del settore non
solo è una concorrente per ogni altra impresa, ma anche un'indi­
spensabile collaboratrice in ogni azione concordata. Ogni volta che
63 Sulle implicazioni della clausola di unanimità si veda l'importante libro di }AMES
M. BucHANAN e GoRDON TuLLOCK, The Calculus of Consent: Logica! Foundations of Con­
stitutional Democracy, University of Michigan Press, Ann Arbor 1962, soprattutto il capi­
tolo viii, pp. 96-116. Ritengo che alcune complicazioni del loro utile e stimolante lavoro
potrebbero essere chiarite con l'aiuto di alcune delle idee sviluppate in questo studio; si
veda, per esempio, la mia recensione del loro libro nell"American Economie Review », 111,
dicembre 1962, pp. 1217-1218.

55
La logica dell'azione collettiva

e m discussione qualche accordo, per quanto implicito, ogm 1m­


presa del settore può quindi prendere in considerazione la possi­
bilità di contrattare o no per ottenere una fetta maggiore dei gua­
dagni. L'impresa in grado di prevedere meglio la reazione delle
altre imprese a ciascuna delle sue mosse godrà di un considerevole
vantaggio in tale contrattazione . Questo fatto, insieme al deside­
rio delle imprese di un settore di mantenere il numero dei compo­
nenti il piu limitato possibile, rende ciascuna delle imprese di ogni
settore con un esiguo numero di aderenti estremamente ansiosa di
conoscere le reazioni delle altre imprese a una qualsiasi azione che
intraprenda. In altre parole, sia il desiderio di limitare l'estensio­
ne del gruppo, sia l'abituale necessità di ottenere una partecipa­
zione totale ad ogni sorta di accordo, aumentano l'intensità e la
complessità delle reazioni oligopolistiche. La conclusione che set­
tori con un piccolo numero di imprese tendano a essere caratteriz­
zati da un'interazione e interdipendenza oligopolistica è ovvia­
mente familiare a ogni economista.
Non viene, tuttavia, di solito compreso che in gruppi inclusi­
vi, anche di piccole dimensioni, la contrattazione o l'interazione
di tipo strategico è d'altra parte evidentemente molto meno co­
mune e rilevante. Ciò avviene in parte perché non c'è alcun desi­
derio di escludere nessuno dal gruppo inclusivo. Ma in parte si
verifica perché non è normalmente richiesto niente di simile a una
partecipazione unanime, cosicché è meno probabile che gli indivi­
dui nel gruppo inclusivo cerchino di tener fermo allo scopo di ot­
tenere una quota piu grande del guadagno. Ciò tende a limitare la
contrattazione (e rende anche piu probabile l'azione di gruppo) .
Benché il problema sia estremamente complesso, e benché non
esistano gli strumenti necessari per determinare le quantità di con­
trattazione in una data situazione, sembra cionondimeno molto
probabile che l'interazione strategica sia molto minore nei gruppi
inclusivi, e che l'ipotesi di un comportamento indipendente rifletta
in modo ragionevolmente adeguato il volere dei membri di tali
gruppi.

f) Una tassonomia dei gruppi

Vi possono certamente essere anche diversi casi di gruppi in­


clusivi, o non di mercato, in cui i singoli membri tengono conto
delle reazioni degli altri membri a una loro azione ancor prima di
intraprenderla - e cioè casi in cui esiste un'interazione strategi-

56
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

ca tra membri tipica dei settori monopolistici nei quali vi è una ri­
conosciuta dipendenza reciproca. In gruppi di almeno una stessa
gamma dimensionale, tale interazione strategica non può essere
che relativamente importante. Si tratta della gamma dimensiona­
le in cui il gruppo non è sufficientemente piccolo perché un singo­
lo individuo ritenga conveniente acquistare una parte del bene col­
lettivo, ma in cui il numero dei componenti del gruppo è cionon­
dimeno sufficientemente piccolo perché i tentativi, o la mancanza
di tentativi, da parte di ogni membro di ottenere il bene collettivo
producano una visibile differenza nel benessere di alcuni, o di tut­
ti, i membri del gruppo . Ciò può essere capito meglio se assumia­
mo per un istante che tale gruppo si sia già procurato un bene col­
lettivo inclusivo attraverso un'organizzazione formale, e se ci do­
mandiamo poi che cosa accadrebbe se un membro del gruppo do­
vesse smettere di pagare la sua quota di costo del bene. Qualora,
in un'organizzazione ragionevolmente piccola, un determinato in­
dividuo smettesse di pagare per il bene collettivo di cui usufruisce,
i costi aumenterebbero visibilmente per ciascuno degli altri com­
ponenti del gruppo : essi potrebbero di conseguenza rifìutarsi di
continuare a contribuire per il bene collettivo, che alla lunga ces­
serebbe di essere fornito. Quell'individuo, tuttavia, dovrebbe ren­
dersi conto che il suo rifiuto di contribuire all'ottenimento del be­
ne collettivo potrebbe condurre a tale risultato, e che egli stesso
si verrebbe a trovare, qualora il bene collettivo non fosse piu di­
sponibile, in una situazione peggiore di quella in cui tale bene sa­
rebbe godibile sopportandone parte del costo. Egli potrebbe, di
conseguenza, continuare a contribuire alla sua acquisizione. Po­
trebbe, ma potrebbe anche non farlo. Il risultato è indeterminato,
cosi come nel caso dell'oligopolio in una situazione di mercato. Il
membro razionale di un simile gruppo si trova di fronte a un pro­
blema strategico e per quanto la teoria dei giochi e altri tipi di ana­
lisi possano rivelarsi di grande aiuto, non sembra esserci allo sta­
to attuale nessun modo per arrivare a una soluzione generale, vali­
da e determinata al livello di astrazione al quale è stata trattata in
questo capitolo.64

64 Interessa qui marginalmente notare anche che l'oligopolio nel mercato assomiglia
per certi aspetti al log-rolling nell'organizzazione. Se la " maggioranza" di cui i vari interes­
si hanno bisogno in un'assemblea legislativa viene vista come un bene collettivo - come
qualcosa che un interesse specifico non è in grado di ottenere a meno che non sia condi­
visa anche da altri interessi - il parallelo è in questo caso abbastanza stretto. Il costo che
ogni legislatore legato a un preciso interesse vorrebbe evitare è che siano adottate misure
legislative desiderate dagli altri legislatori legati a loro volta a altri interessi particolari,
poiché, qualora tali 'interessi guadagnino in seguito a misure legislative da loro volute, è
spesso possibile che altri, incluse le loro clientele, perdano. Tuttavia, a meno che il legi-

57
La logica dell'azione collettiva

Qual è la portata di questa indeterminatezza? In un piccolo


gruppo in cui un membro ottenga una quota del beneficio totale
cosi ampia da trovarsi in migliori condizioni, se pagasse il costo
intero egli stesso piuttosto che privarsene, è da presumere che il
bene collettivo venga procurato. In un gruppo in cui nessun mem­
bro riceve un beneficio cosi ampio dal bene collettivo da avere in­
teresse a fornirlo anche nel caso in cui debba egli stesso sostener­
ne tutto il costo, ma in cui il singolo è ciononostante cosi impor­
tante nei confronti del gruppo nel suo insieme che la presenza o
l'assenza del suo contributo ha un effetto manifesto sui costi o
sui benefici degli altri membri del gruppo, il risultato è indetermi­
nato.65 In un gruppo numeroso in cui nessun singolo contributo
produce una differenza percettibile rispetto al gruppo nel suo in­
sieme, a carico o a beneficio di ogni altro singolo membro, è invece
sicuro che un bene collettivo non verrà procurato se non con la
coercizione o qualche incentivo esterno che spinga i membri di
tale gruppo ad agire nel loro comune interesse.66
Quest'ultima distinzione, tra un gruppo cosi grande da non po-

slatore in questione, legato a un particolare interesse specifico, sia disposto a votare per le
misure legislative desiderate da altri, egli non sarà in grado di ottenere l'adozione delle mi­
sure legislative che lo interessano. Il suo obiettivo sarà quindi quello di formare una coa­
lizione con altri legislatori legati a interessi specifici, in cui questi voteranno per l'appun­
to per le misure da lui volute, mentre egli cercherà di dare loro in cambio il meno possi­
bile insistendo affinché essi limitino le loro proposte di legge. Ma poiché ogni individuo
che potenzialmente eserciti pressioni a favore di qualche interesse ha la stessa strategia,
il risultato è indeterminato; la difesa di un particolare interesse può avere successo ma an­
che fallire. I vari interessi in gioco avranno migliori chances nel caso in cui lo scambio di
favori avvenga che non nel caso contrario, ma, dato che i singoli interessi si battono per
ottenere la migliore contrattazione in termini di provvedimenti, il risultato della compe­
tizione tra le diverse strategie può essere l'impossibilità di un accordo. Questa situazione è
abbastanza simile a quella in cui si trovano i gruppi oligopolistici, poiché tutti desiderano
un prezzo piu elevato e tutti guadagnerebbero qualora riducessero la produzione per conse­
guire tale obiettivo, ma potrebbero essere incapaci di mettersi d'accordo sulle quote di
mercato.
" Il risultato è chiaramente indeterminato nei casi in cui p, è in ogni punto minore
di C(V, e il gruppo non è tanto numeroso da rendere impercettibili le azioni di tutti i
membri.
66 Un critico benevolo ha fatto notare che anche un'organizzazione numerosa preesi­
stente potrebbe continuare a fornire un bene collettivo semplicemente grazie a una specie
di plebiscito tra i suoi membri, con l'intesa che, qualora non ci fosse un impegno unanime
o quasi unanime a contribuire al procacciamento del bene collettivo, tale bene non ver­
rebbe piu procacciato. Se ben la intendo, questa tesi è sbagliata. In una tale situazione
l'individuo saprebbe che, nel caso in cui gli altri provvedano il bene collettivo, egli ne
godrebbe i benefici sia che egli vi abbia o non vi abbia contribuito. Egli non avrebbe quin­
di alcun incentivo a impegnarsi, a meno che non venisse richiesto un impegno affatto una­
nime, o che per qualche altro verso dipendesse dal suo impegno l'ottenere o il non otte­
nere il bene. Ma se si richiedesse ad ogni singolo di impegnarsi, o se, per qualche altra
ragione, un qualsiasi membro fosse in grado di determinare se il gruppo ottiene o meno
un bene collettivo, questo singolo membro potrebbe sottrarre a tutti gli altri membri del
gruppo gran parte dei guadagni. Egli sarebbe di conseguenza in una posizione tale da po­
ter contrattare dei compensi a suo vantaggio. Ma, poiché un qualsiasi altro membro del
gruppo potrebbe trarre lo stesso guadagno dalla stessa strategia basata sulla resistenza, non
·è probabile che il bene collettivo sia provveduto. Si veda di nuovo BucHANAN e TuLLOCK,
op. cit . , pp. 96-1 16.

58
Una teoria dez gruppi e delle organiz:r.azioni

rersi sicuramente procurare il bene collettivo e un gruppo di di­


mensioni oligopolistiche in grado di procurarselo, è particolarmen­
te importante. Essa dipende dall'esistenza o meno di una per­
cettibile interdipendenza tra due o piu membri qualsiasi del grup­
po, e cioè dal fatto che il contributo o l'assenza di contributo da
parte di uno qualsiasi di loro abbia o meno un effetto rilevante sul­
l'onere o sul beneficio di un qualsiasi altro membro o di -alcuni
membri del gruppo. Il fatto che un gruppo abbia o meno la possi­
bilità di procurarsi un bene collettivo in assenza di coercizione o di
incentivi esterni dipende quindi sorprendentemente dal numero
dei componenti del gruppo, poiché, quanto piu numeroso è il grup­
po, tanto minore è la probabilità che il contributo di ognuno sia
rilevabile. Non è tuttavia del tutto esatto sostenere che ciò dipen­
da soltanto dal numero dei componenti del gruppo. Il rapporto
tra la dimènsione del gruppo e l'importanza di un singolo mem­
bro non può essere definito in maniera cosi semplice. Un gruppo,
composto da membri con un interesse diverso verso un bene col­
lettivo, che voglia un bene collettivo (ad un dato livello di approv­
vigionamento) di grande valore rispetto al suo costo, sarà in gra­
do di procurarselo piu di altri gruppi con lo stesso numero di mem­
bri. La stessa situazione prevale nello studio della struttura di mer­
cato dove un settore, pur rimanendo oligopolistico (e offrendo la
possibilità di ricavi superiori a quelli determinati dalla competi­
zione), può essere caratterizzato da un numero di imprese che va­
ria in qualche misura da caso a caso. Il livello per determinare se
un gruppo sarà in grado di agire nei propri interessi di gruppo
senza coercizione o incentivi esterni è (come dovrebbe essere) lo
stesso sia per gruppi di mercato sia per quelli non di mercato: esso
dipende cioè dal fatto che le azioni individuali di uno o piu mem­
bri qualsiasi siano percepibili da parte di un qualche altro indivi­
duo facente parte del gruppo.67 Ciò dipende molto, ovviamente,
ma non esclusivamente, dalla dimensione del gruppo.
67 La trasparenza delle azioni di un singolo membro di un gruppo può essere influen­
zata dalla misura che il gruppo stesso stabilisce. Un gruppo che sia già organizzato, per
esempio, può far sf che i contributi, o la mancanza di contributi, da parte di un qualsiasi
suo membro e l'effetto del comportamento di ogni membro rispetto all'onere rapportato
e ai benefici degli altri membri, vengano pubblicizzati, sf che lo sforzo del gruppo
non venga meno a causa di una mancanza di informazioni. Io definisco quindi la " tra­
sparenza" in base al livello di conoscenza e alle misure istituzionali che caratterizzano nella
pratica ogni gruppo, invece di ipotizzare una " trasparenza naturale " non influenzata dalla
pubblicità (advertising) e da altre misure adottate dal gruppo. Questo punto, insieme ad
altri numerosi preziosi commenti, è stato suggerito dal professor Jerome Rothenberg, il qua­
le tuttavia attribuisce molto piu importanza di quanto io sia disposto a riconoscere alla
capacità di creare una " trasparenza artificiale" che egli attribuisce a un gruppo. Non co­
nosco in pratica alcun gruppo o organizzazione che, nella lotta per ottenere un bene collet­
tivo, abbia fatto granché per aumentare la trasparenza delle azioni di un singolo membro,
se si esclude il miglioramento dell'informazione.

59
La logica dell'azione collettiva

È ora possibile specificare quando un coordinamento informa­


le oppure un'organizzazione formale saranno necessarie per l'otte­
nimento di un bene collettivo. Il gruppo del tipo piu piccolo - il
gruppo in cui uno o piu membri ricevono una quota cosi ampia
del beneficio totale da ritenere che valga la pena di procurarsi il
bene collettivo anche nel caso in cui essi debbano sostenerne l'in­
tero costo - può funzionare senza nessun accordo o organizza­
zione di gruppo. Un accordo di gruppo può essere avviato allo
scopo di distribuire maggiormente i costi o di accrescere il livello
di approvvigionamento del bene collettivo. Ma poiché vi è un in­
centivo a procurare il bene collettivo tramite l'azione unilaterale e
individuale, non è indispensabile alcun accordo di gruppo nem­
meno di tipo informale per l'ottenimento del bene collettivo . In
un qualsiasi gruppo di dimensioni superiori, invece, nessun bene
collettivo può essere ottenuto senza un qualche accordo, coordina­
mento o organizzazione di gruppo. Nel gruppo di dimensione in­
termedia o oligopolistica, in cui due o piu membri devono agire
simultaneamente prima che un bene collettivo possa essere ottenu­
to, deve esserci quantomeno un coordinamento o un'organizza­
zione tacita. Quanto piu grande è il gruppo, inoltre, tanto piu ne­
cessari sono un accordo o un'organizzazione. E quanto piu gran­
de è il gruppo, tanto maggiore sarà il numero di coloro che do­
vranno partecipare all'accordo o all'organizzazione di gruppo. Po­
trebbe non essere necessario che il gruppo intero sia organizzato,
poiché una data componente del gruppo potrebbe essere in grado
di procurare il bene collettivo. Ma lo stabilire un accordo o un'or­
ganizzazione di gruppo sarà tanto piu difficile quanto piu ampia è
la dimensione del gruppo, poiché quanto piu grande è il gruppo
tanto piu difficile sarà individuare e organizzare anche una sola
componente del gruppo stesso, e i membri del sottogruppo avran­
no un incentivo a continuare a contrattare con gli altri membri
del gruppo fintanto che non si arrivi a distribuire l'onere tra un va­
sto numero di individui. Ma ciò accrescerà il costo della contrat­
tazione. I costi dell'organizzazione sono, in breve, una funzione
crescente del numero degli individui che compongono il gruppo.
(Benché i costi globali di un'organizzazione crescano in proporzio­
ne al numero dei membri, i costi di organizzazione pro capite non
devono necessariamente aumentare, in quanto vi sono certamen­
te economie di scala nell'organizzazione.) Può accadere che un
gruppo sia già organizzato per qualche altro scopo : in tal caso i
costi di organizzazione saranno già stati sostenuti. La capacità di
un gruppo di procurarsi un bene collettivo sarà quindi parzialmen-

60
Una teoria dei gruppi e delle organi1.zazioni

te spiegata da un qualsivoglia motivo che l'abbia messo originaria­


mente in grado di organizzarsi e consetvarsi. Ciò riporta nuovamen­
te l'attenzione sui costi di organizzazione e mostra che tali costi
non possono essere tralasciati dal modello, salvo che per il tipo
di gruppo piu piccolo in cui l'azione unilaterale può procurare il
bene collettivo . Questi costi di organizzazione devono essere chia­
ramente distinti dal tipo di costo preso precedentemente in consi­
derazione. Le funzioni di costo precedentemente considerate ri­
guardavano soltanto i costi diretti delle risorse volte a ottenere va­
ri livelli di approvvigionamento di un bene collettivo. Nei casi in
cui non vi sia una preesistente organizzazione di gruppo, e in cui
i costi diretti delle risorse necessarie a ottenere un bene collettivo
siano superiori a quanto ogni singolo individuo possa vantaggiosa­
mente sopportare, occorre sostenere costi addizionali, allo sco­
po di raggiungere un accordo sul come dividere l'onere e di coor­
dinare o organizzare lo sforzo volto a ottenere il bene collettivo.
Tali costi sono i costi di comunicazione tra i membri del gruppo,
i costi di ogni contrattazione tra di loro, e i costi relativi alla crea­
zione, gestione e conservazione di una qualsiasi organizzazione for­
male di gruppo.
Non è possibile che un gruppo partecipi in quantità eccessiva­
mente piccole a un'organizzazione formale o a un accordo informa­
le di gruppo; un gruppo con un dato numero di membri, qualora
debba avere un'organizzazione o raggiungere un accordo, non può
farlo con un costo inferiore a un certo livello ·minimo. Per ogni
gruppo vi sono significativi costi iniziali o minimi di organizzazio­
ne. Un qualsiasi gruppo che si debba organizzare allo scopo di ot­
tenere un bene collettivo si troverà quindi a dover fronteggiare
un certo costo minimo di organizzazione, indipendentemente da
quanto piccola sia la parte di bene collettivo che esso ottiene.
Quanto piu numerosi sono i componenti del gruppo, tanto piu
elevati saranno questi costi minimi. Quando questo costo minimo
di organizzazione viene aggiunto agli altri costi minimi o iniziali
di un bene collettivo, i quali derivano dalle caratteristiche tecni­
che precedentemente menzionate di tale bene, risulta evidente che
il costo della prima unità di bene collettivo sarà abbastanza eleva­
to rispetto al costo di una unità successiva. Per quanto grandi siano
i benefici di un bene collettivo, quanto piu alti sono i costi comples­
sivi connessi al raggiungimento di un qualsiasi ammontare di tale
bene, tanto meno è probabile che anche un minimo ammontare di
tale bene possa essere ottenuto in assenza di coercizione o di incen­
tivi ben definiti ed esterni.

61
La logica dell'azione collettiva

Ciò significa che ci sono ora tre fattori, distinti ma cumulativi,


che impediscono ai gruppi numerosi di promuovere i loro stessi
interessi. Innanzitutto, tanto piu numeroso è il gruppo, tanto piu
piccola è la frazione del beneficio complessivo che ogni individuo,
il quale agisca nell'interesse del gruppo, riceve, e quanto meno la
ricompensa per ogni azione di gruppo è adeguata, tanto piu il grup­
po è incapace di ottenere un'offerta vicina a quella ottimale del
bene collettivo, anche nel caso che ne ottenga una qualche quanti­
tà. Inoltre, poiché quanto piu numeroso è il gruppo tanto piu pic­
cola è la parte del beneficio complessivo che va ad ogni singolo,
o ad ogni piccola (in termini assoluti) sezione di membri del grup­
po, tanto minore è la probabilità che un qualche piccolo settore
del gruppo, e ancor meno un qualsiasi singolo individuo, guada­
gnino abbastanza dal conseguimento del bene collettivo da assu­
mersi l'onere di provvederne anche una piccola parte; quanto piu
numeroso è il gruppo, in altre parole, tanto meno probabile è l'in­
terazione oligopolistica la quale potrebbe aiutare a conseguire il
bene stesso. Quanto piu numerosi sono i componenti del gruppo,
infine, tanto piu alti sono i costi dell'organizzazione, e tanto mag­
giore è quindi l'ostacolo che deve essere superato prima che si
possa ottenere una qualsiasi quantità del bene collettivo. Per que­
sti motivi, quindi, quanto piu un gruppo è numeroso, tanto mag­
giore sarà la sua incapacità di procurarsi un bene collettivo in quan­
tità ottimali, e gruppi molto numerosi non si procureranno, in as­
senza di coercizione e di incentivi esterni distinti, neppure in mi­
nime quantità un bene collettivo.68

68
È logicamente possibile immaginare un caso, che è però sicuramente irrilevante
nella pratica, in cui un gruppo numeroso può ottenere una quantità molto piccola di un
bene collettivo senza coercizione o incentivi esterni . Qualora un gruppo molto piccolo go­
desse di un bene collettivo cosi a buon mercato che ciascuno dei membri si avvantaggereb­
be facendo in modo che tale bene venga fornito, anche nel caso in cui dovesse pagarne
egli stesso tutti i costi, e qualora milioni di persone entrassero a tal punto a fare parte
del gruppo e il costo del bene rimanesse ciò nondimeno costante, il gruppo numeroso po­
trebbe disporre di una piccola quantità di questo bene collettivo . Ciò accade poiché in
questo esempio abbiamo ipotizzato che i costi rimangano costanti, cosicché un singolo in­
dividuo è ancora incentivato a far si che il bene venga fornito. Anche in un caso come
questo non sarebbe comunque tuttavia del tutto esatto affermare che il gruppo numeroso
abbia agito nei suoi interessi di gruppo, poiché la produzione del bene collettivo sarebbe
straordinariamente sub-ottimale. Ogni entrata di un nuovo individuo nel gruppo aumente­
rebbe il livello ottimale a cui il bene andrebbe Jornito, poiché il costo unitario del bene
collettivo rimane per ipotesi costante, mentre il beneficio derivante da un'unità addizio­
nale di esso aumenta successivamente a ogni nuovo ingresso nel gruppo . Colui che ha inizial­
mente procurato il bene non avrebbe tuttavia alcun incentivo a provvederne una quanti­
tà maggiore a mano a mano che il gruppo diventa piu numeroso, a meno che egli non
crei un'organizzazione per dividere i costi con gli altri membri di questo, ora numero­
so, gruppo. Ma ciò implicherebbe l'assunzione dei considerevoli costi di un'organizzazione
numerosa, e non ci sarebbe modo di coprire questi costi per mezzo dell'azione volontaria e
razionale degli individui facenti parte del gruppo . È quindi logicamente possibile che,
qualora il beneficio totale derivato da un bene collettivo sia di migliaia o milioni di volte

62
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

Ora che gruppi di tutte le dimensioni sono stati presi in con­


siderazione, è possibile sviluppare la necessaria classificazione dei
gruppi. In un articolo che originariamente faceva parte di questo
studio, ma che è stato pubblicato altrove,69 gli autori hanno argo­
mentato che è possibile attribuire al concetto di gruppo o di setto­
re un preciso significato teorico, che andrebbe usato, insieme al
concetto di monopolio puro, nello studio della struttura di merca­
to. In tale articolo la situazione caratterizzata da una sola impresa
nel settore veniva definita monopolio puro. La situazione in cui le
imprese sono cosf poche che le azioni di un'impresa hanno un visibi­
le effetto su qualche altra impresa o gruppo di imprese era definita
oligopolio ; e la situazione in cui nessuna impresa ha un qualsiasi
visibile effetto su qualche altra impresa era definita " concorrenza
atomistica " . La categoria della concorrenza atomistica veniva sud­
divisa in concorrenza pura e concorrenza monopolistica all'interno
del gruppo numeroso, e il monopolio era a sua volta suddiviso in
due sottogruppi, a seconda che il prodotto fosse omogeneo o dif­
ferenziato.
Per i gruppi inclusivi, o non di mercato, le categorie devono
essere leggermente diverse. L'analogo del monopolio puro (o mo­
nopsonio puro) è ovviamente il singolo individuo al di fuori del
mercato alla ricerca di un qualche bene non collettivo, un qualche
bene senza economie esterne o diseconomie. Nell'ordine di gran­
dezza che nei gruppi di mercato corrisponde all'oligopolio, vi sono
due tipi distinti di gruppi non di mercato, i gruppi " privilegiati "
e i gruppi " intermedi " . Un gruppo " privilegiato " è un gruppo in
cui ognuno dei membri, o perlomeno qualcuno di loro, ha incenti­
vo a badare a che il bene collettivo venga procurato, anche qualora
dovesse sostenere egli stesso l'intero onere di procacciarlo. Si può

superiore ai suoi costi, un gruppo numeroso possa rifornirsi di una certa quantità di tale be­
ne collettivo, ma il livello a cui il bene collettivo viene in tale caso fornito rappresente·
rebbe soltanto una piccolissima frazione del livello ottimale. Non è facile pensare ad
esempi pratici di gruppi a cui si adatti una tale descrizione; un possibile esempio è tutta·
via discusso alla nota 94 di p. 1 8 1 . Sarebbe comunque possibile eliminare anche questi casi
del tutto eccezionali definendo semplicemente tutti i gruppi in grado di rifornirsi di una
qualche quantità di un bene collettivo come "piccoli gruppi" (o in altro modo), e inclu­
dendo tutti i gruppi non in grado di rifornirsi di un bene collettivo in un'altra categoria.
Questa facile soluzione va tuttavia respinta, poiché renderebbe tautologica questa parte
della teoria e quindi impossibile la sua refutazione. L'approccio qui seguito si basa quindi
sull'ipotesi empirica (certamente ragionevole) che i costi totali dei beni collettivi perse­
guiti da gruppi numerosi siano abbastanza grandi da compensare l'esiguità del beneficio
totale che un individuo otterrebbe in un gruppo numeroso, cosicché egli non procurerà
il bene. Vi possono essere delle eccezioni rispetto a tale ipotesi, cosi come nel caso di ogni
affermazione empirica, e vi possono quindi essere casi in cui gruppi numerosi siano in
grado di fornirsi di beni collettivi (al massimo in quantità estremamente piccole) tramite
l 'azione volontaria e razionale di uno dei loro membri.
69 Cfr. 0LSON e McFARLAND, citato alla nota 14 di questo capitolo.

63
La logica dell'azione collettiva

assumere 70 che tale gruppo otterrà il bene collettivo, che possa es­
sere ottenuto senza organizzazione o coordinamento di gruppo di
alcun tipo. Un gruppo " intermedio " è un gruppo in cui nessun
singolo membro riceve una fetta di beneficio sufficiente a incenti­
varlo a procurare il bene egli stesso, ma che non ha tuttavia un
numero di membri talmente elevato da far si che nessuno dei mem­
bri si accorga se un altro membro concorre o meno a procurare il
bene collettivo. Un simile gruppo può ottenere o non ottenere il
bene collettivo, ma non è mai in grado di conseguire alcun bene
collettivo senza una qualche misura di coordinamento o organiz­
zazione.71 Il gruppo molto numeroso è il corrispondente, in una si­
tuazione non di mercato, della concorrenza atomistica; lo chiame­
remo qui gruppo " latente " . Tale gruppo si distingue per il fatto
che nessuno dei membri sarà visibilmente danneggiato dal fatto
che uno dei membri concorra o meno a ottenere il bene collettivo;
nessuno ha, quindi, un qualche motivo per reagire. Un individuo
in un gruppo " latente " non può quindi, per definizione, contribui­
re in modo visibile a un qualsiasi sforzo di gruppo, e, poiché nes­
suno reagirebbe nel caso in cui egli non contribuisse per nulla, non
ha alcun incentivo a contribuire. Gruppi numerosi o " latenti " non
hanno quindi alcun incentivo ad agire allo scopo di ottenere un
bene collettivo, poiché, per quanto prezioso il bene collettivo pos­
sa essere per il gruppo nel suo insieme, l'individuo non ha alcun
incentivo a pagare quote a una organizzazione la quale agisca nel­
l'interesse del gruppo latente, o a sopportare in qualche altro mo­
do una determinata parte dei costi della necessaria azione col­
lettiva.
Soltanto un incentivo distinto e "selettivo " sarà in grado di
stimolare un individuo razionale facente parte di un gruppo la�
70 È possibile che un gruppo " privilegiato" non sia in grado di procurarsi un bene
collettivo, poiché vi può essere contrattazione all'interno del gruppo e tale contrattazione
può fallire. Si immagini un gruppo privilegiato in cui ogni membro guadagnerebbe cosi
tanto dal bene collettivo che la sua situazione sarebbe migliore nel caso in cui pagasse
egli stesso l 'intero costo legato al conseguimento del bene, che non nel caso in cui tale be­
ne non venisse fornito. È comunque concepibile che ciascuno dei membri del gruppo , sa­
pendo che anche la situazione di tutti gli altri, qualora ognuno di essi provvedesse da solo
il bene, sarebbe migliore che non nel caso in cui il bene collettivo non venisse ottenuto,
rifiuti di contribuire del tutto al conseguimento del bene collettivo. Ognuno potrebbe ri­
fiutare di contribuire al conseguimento del bene collettivo in base all'erronea ipotesi che
gli altri provvederanno tale bene senza il suo contributo. Non sembra tuttavia molto pro­
babile che tutti i membri del gruppo possano continuare a commettere questo errore.
71 " Il carattere della. struttura numericamente intermedia può quindi spiegarsi come
un misto di entrambe: cosicché ognuna delle caratteristiche sia del piccolo gruppo sia di
quello numeroso compare nel gruppo intermedio, come un tratto frammentario che a volte
emerge, a volte scompare oppure diventa latente. Le strutture intermedie condividono dun­
que oggettivamente la caratteristica essenziale delle strutture piu piccole e di quelle piu
numerose - parzialmente o alternativamente. Ciò spiega l'incertezza soggettiva nel deci­
dere a quale delle due esse appartengano " (S!MMEL, Sociology o/ Georg Simmel, pp. 1 16-117) .

64
Una teoria dei gruppi e delle organizzazioni

tente a un'azione di gruppo. L'azione di gruppo può, in simili cir­


costanze, essere ottenuta solo come risultato di un incentivo che
agisca non in modo indiscriminato sul gruppo nel suo insieme co­
me il bene collettivo, ma piuttosto in modo selettivo sui singoli.
individui che fanno parte del gruppo. L'incentivo deve essere " se�.
lettivo " di modo che sia possibile trattare coloro i quali non en­
rrano a far parte dell'organizzazione che agisce nell'interesse del
gruppo o non contribuiscono in altro modo al conseguimento del­
l'interesse di gruppo, diversamente da coloro che lo fanno. Que­
sti " incentivi selettivi " possono essere sia di tipo positivo sia di ti­
po negativo, nel senso che essi possono costringere, punendoli,
coloro i quali non si assumano la parte dei costi dell'azione col­
lettiva loro assegnata, oppure possono essere incentivi positivi of­
ferti a quanti agiscano nell'interesse del gruppo.72 Un gruppo la­
tente che è stato indotto ad agire nel proprio interesse di gruppo
dalla coercizione esercitata sugli individui facenti parte del grup­
po o dalle ricompense offerte a tali individui sarà qui definito
gruppo latente " mobilitato " .73 I gruppi numerosi sono quindi de­
finiti gruppi " latenti " in quanto dispongono di un potenziale o ca­
pacità d'azione latente; tale capacità potenziale può tuttavia es­
sere realizzata, o " mobilitata " , solo con l'aiuto di " incentivi se­
lettivi " .
Le possibilità dell'azione di gruppo sono davvero diverse per
ognuna delle categorie or ora analizzate. In alcuni casi è possibile
nutrire delle aspettative che il bene collettivo o pubblico venga ot­
tenuto ; in altri casi si può essere sicuri che ciò non avverrà (a
meno che non vi siano degli incentivi selettivi) ; e altri casi ancora
potrebbero egualmente risolversi in un modo come nell'altro. La
dimensione è, in ogni caso, uno dei fattori determinanti nel deci­
dere se è possibile che il razionale, spontaneo perseguimento del-

71 La coercizione è qui definita una punizione che lascia un individuo in una curva di
indifferenza piu bassa di quella in cui si sarebbe trovato qualora si fosse fatto carico della
parte del costo del bene collettivo assegnatagli e non fosse stato sottoposto a coercizione.
Si definisce stimolo positivo ogni ricompensa che lasci un individuo che paghi la parte di
costo del bene collettivo assegnatagli e riceva la ricompensa, in una curva di indifferenza
;oiu alta di quella in cui egli si sarebbe trovato qualora non avesse sopportato alcuna par­
:e del costo del bene collettivo e non avesse avuto la ricompensa. In altre parole, il valore
degli incentivi selettivi è definito maggiore, in base alle preferenze di ogni individuo, della
parte del costo del bene collettivo che tocca a ogni individuo. Sanzioni e stimoli di minor
,-alore non saranno sufficienti a mobilitare un gruppo latente. Per una discussione di al­
cuni problemi rispetto alla distinzione e alla definizione della coercizione e degli incentivi
positivi si veda ALFRED KuHN, The Study o/ Society: A Unified Approach , Richard D. Ir­
win, Inc. and the Dorsey Press, !ne. Homewood, Ili. 1963 , pp. 365-370.
73 Deutsch ha anch'egli usato il termine " mobilitazione " in un contesto per certi
aspetti simile; l'uso che egli fa del termine non è tuttavia lo stesso. Si veda KARL DEUTSCH,
Social Mobilization and Politica[ Development, in " American Politica! Science Review " ,
LV, settembre 1961, pp. 493-514.

65
La logica dell'azione collettiva

l'interesse individuale conduca a un comportamento di gruppo.


Piccoli gruppi saranno in grado di perseguire i loro interessi co­
muni meglio di gruppi numerosi.
È ora possibile rispondere alla domanda che ci siamo prece­
dentemente posti in questo capitolo. È ora evidente che i piccoli
gruppi sono non solo quantitativamente, ma anche qualitativa­
mente, diversi dai gruppi numerosi, e che l'esistenza di grandi as­
sociazioni non può essere elucidata in base agli stessi fattori che
spiegano l'esistenza dei piccoli gruppi.

66
Capitolo secondo

La dimensione e il comportamento dei gruppi

a) La coerenza e l'efficacia dei piccoli gruppi

La maggiore efficacia dei gruppi relativamente piccoli - i grup­


pi " privilegiati " e " intermedi " - è dimostrata dall'osservazione e
dall'esperienza, cosi come dalla teoria. Si considerino, per esempio,
riunioni che coinvolgono troppe persone e che, di conseguenza, non
riescono a prendere delle decisioni in modo sollecito e immediato.
Ognuno desidererebbe che la riunione finisse presto, ma pochi, se
non nessuno, sono disposti a lasciar cadere la tesi che piu sta loro
a cuore allo scopo di rendere una simile opportunità possibile. E
benché tutti i partecipanti abbiano interesse a raggiungere delle de­
cisioni efficaci, molto spesso ciò non si verifica. Quando i parteci­
panti sono numerosi, il partecipante tipico sa che i suoi sforzi pro­
babilmente non influenzeranno molto il risultato finale, e che egli
sarà influenzato dalla decisione della riunione indipendentemente
dallo sforzo, piccolo o grande, che egli dedica allo studio delle que­
stioni dibattute. Il partecipante tipico, di conseguenza, può evitarsi
il disturbo di studiare i problemi con la stessa attenzione con cui li
avrebbe esaminati nel caso in cui fosse stato in grado di decidere
da solo. Le decisioni della riunione sono quindi, per i partecipanti
della stessa (e forse altri) dei beni pubblici, e il contributo che ogni
partecipante dà per conseguire, o migliorare, questi beni pubblici
diventa tanto piu piccolo quanto piu la riunione è numerosa. Sono
queste alcune delle ragioni per cui le organizzazioni ricorrono cosi
spesso al gruppo ristretto; comitati, sottocomitati e gruppi ristretti
di direzione vengono istituiti e, una volta istituiti, tendono a svol­
gere un ruolo decisivo.
Questa osservazione è corroborata da alcuni interessanti risul­
tati dell;1 ricerca. John James, tra gli altri, ha svolto indagini empi­
riche su questo argomento, ottenendo, per quanto il suo studio non

67
La logica dell'azione collettiva

cercasse di provare alcuna teoria del genere, dei risultati che com­
provano la teoria presentata in questo studio. Il professar James
ha scoperto, che in una varietà di istituzioni, sia pubbliche sia pri­
vate, nazionali e locali, i gruppi e i sottogruppi action taking ten­
devano a essere molto piu piccoli dei gruppi e dei sottogruppi non­
action taking. In un campione da lui studiato, la dimensione media
dei sottogruppi action taking era di 6 ,5 membri, mentre quella dei
sottogruppi non-action taking era di 14 membri. Questi sottogruppi
facevano parte di un ampio gruppo bancario, il cui segretario spon­
taneamente espresse la seguente opinione: " Abbiamo scoperto " ,
scrisse, " che i comitati devono essere ristretti quando ci si aspetta
che intraprendano delle azioni, e relativamente numerosi quando
si vogliono dei punti di vista, delle reazioni, ecc . " .1 Questa, appa­
rentemente, non è una situazione limitata al solo settore bancario.
È ampiamente risaputo che nel Congresso degli Stati Uniti e nei
corpi legislativi dei singoli Stati il potere risiede in misura notevole,
il che è ritenuto da molti preoccupante, nelle commissioni e nelle
sottocommissioni? James scopri che le commissioni del Senato degli
Stati Uniti, al tempo della sua ric�rca, avevano in media 5,4 mem­
bri, le sottocommissioni della Camera dei Rappresentanti 7,8, il
governo dello Stato dell'Oregon 4,7 , e il governo municipale di
Eugene, Oregon, 5 ,3 .3 I gruppi che di fatto svolgono il lavoro sono,
in realtà, piuttosto ristretti. Un altro studio rafforza le conclusioni
di James : il professar A. Paul Hare, in esperimenti controllati con
gruppi di cinque e di dodici ragazzi, appurò che la prestazione dei
gruppi composti da cinque membri era di solito migliore.4 Il socio­
lago tedesco Georg Simmel sosteneva esplicitamente che i gruppi
piu piccoli sono in grado di agire in modo piu deciso e di usare le
loro risorse con maggiore efficacia dei gruppi piu estesi: " I piccoli
gruppi organizzati in modo centripeto· fanno di solito appello e usa­
no tutte le loro energie, mentre nei gruppi numerosi le forze dispo­
nibili rimangono molto piu spesso allo stato potenziale " .5

1 }OHN }AMES, A Preliminary Study of the Size Determinant in Small Group Inte­
raction, in " American Sociological Review " , XVI, agosto 1951, pp. 474-477.
2 BERTRAM M. GRoss, The Legislative Struggle, McGraw-Hill, New York 1953,
pp. 265-337; si veda inoltre ERNEST S. GRIFFITH, Congress, New York University Press,
New York 1951.
1 Per una tesi leggera e umoristica, ma nondimeno utile, secondo cui il comitato o il
ministero ideale non ha che cinque membri, si veda C. NoRTHCOTE PARKINSON, Parkinson's
Law, Houghton Miffiin, Boston 1957, pp. 33-34.
4 A. PAUL HARE, A Study o/ Interaction and Consensus in Dilferent Sized Groups,
in "American Sociological Review ", XVII , giugno 1952, pp. 261-268.
5 GEORG S!MMEL, The Sociology o/ Georg Simmel, tr. di Kurt H. Wolff, Free Press,
Glencoe, Ili. 1950, p. 92 (ed. ted. Soziologie, 1908) . In un'altra sede Simmel afferma che
le società socialiste, termine con cui egli sembra riferirsi a gruppi volontari i quali divi­
dono il loro reddito in base a un qualche principio di eguaglianza, devono essere necessa-

68
La dimensione e il comportamento dei gruppi

Il fatto che la partnership possa essere un'istituzione funzionan­


te quando il numero dei partners è piuttosto piccolo, mentre si ri­
vela di solito un insuccesso quando il loro numero è molto ampio,
può offrire un altro esempio dei vantaggi dei gruppi piu ristretti.
Quando una partnership ha numerosi membri, il singolo membro
finisce con l'accorgersi che il suo sforzo o contributo non incide
granché nella prestazione dell'impresa, e quindi si dispone a godere
della parte prestabilita dei guadagni sia che egli contribuisca sia che
non contribuisca per quel tanto che pure gli sarebbe possibile. I
guadagni di una partnership, in cui ogni socio ottiene una prestabi­
lita percentuale del ricavo, sono un bene collettivo per i partners
e, quando il numero dei partners aumenta, l'incentivo di ognuno a
lavorare per il benessere dell'impresa diminuisce. Questa è certa­
mente solo una delle molteplici ragioni per cui le partnerships di
solito perdurano solo quando il numero dei partners è abbastanza
piccolo; è tuttavia una ragione che può essere decisiva specialmente
nel caso di una partnership davvero numerosa.6
L'autonomia del management nelle grandi società moderne con
migliaia di azionisti, e la subordinazione del management nelle so­
cietà di cui sono proprietari pochi azionisti, può essere un altro
esempio delle peculiari difficoltà che il gruppo numeroso incontra.
Il fatto che il management tenda a controllare le grandi società e
sia a volte in grado di perseguire il proprio interesse a spese di
quello degli azionisti è sorprendente, poiché i possessori di titoli
ordinari . barino il potere legale di licenziare il management ogni
qualvolta lo desiderino, ed avrebbero anche un incentivo a farlo
qualora il management dirigesse la società in parte o in tutto nel­
l'interesse dei managers stessi. Perché dunque gli azionisti non eser­
citano il loro potere? Non lo fanno perché, in una grande società,
con migliaia di azionisti, qualsiasi sforzo che l'azionista tipo com­
pia per spodestare il management non avrà nella maggior parte dei
casi successo; e anche qualora l'azionista ne avesse, la maggior parte
del ricavo, sotto forma di dividendi piu elevati e di piu alto prezzo
delle azioni, andrebbe agli altri azionisti, dato che l'azionista tipo
possiede solo una percentuale insignificante dell'ingente capitale
azionario. Le entrate della società rappresentano per gli azionisti
un bene collettivo, e l'azionista che controlla soltanto una percen-

�amente piccole. "Almeno ' fino ai nostri giorni, società socialiste o quasi socialiste sono
state possibili solo all'interno di gruppi molto piccoli e sono sempre fallite in gruppi piu
:tumerosi" (p. 88).
6 La tesi precedente non è necessariamente valida nel caso di soci che si pensa siano
• soci dormienti " , i quali cioè forniscono soltanto del capitale. Né tale tesi tiene conto del

iatto che in molti casi ogni socio è responsabile delle perdite della società nel suo insieme.

69
La logica dell'azione collettiva

tuale m1mma del capitale azionario complessivo, cosi come ogni


altro membro di un gruppo latente, non ha nessun incentivo a lavo­
rare nell'interesse del gruppo. Piu specificamente, egli non ha alcun
incentivo a sfidare il management della società, per quanto incapace
o corrotto esso sia. (Questo ragionamento non è peraltro del tutto
valido nel caso dell'azionista che voglia per sé la posizione e il ricco
stipendio del manager, poiché tale azionista non si adopera per ot­
tenere un bene collettivo; è significativo che la maggior parte dei
tentativi di rovesciare il management delle società vengano intra­
presi da coloro che vogliono impadronirsi del management essi stes­
si.) Le società con un piccolo numero di azionisti, invece, sono,
non solo de jure ma anche de facto, controllate dagl� azionisti, poi­
ché in tali casi è valido il concetto di gruppi privilegiati o inter­
medi.'
Non mancano dati storici a sostegno della teoria qui avanzata.
George C. Romans, in uno dei libri piu celebri della scienza sociale
americana,8 ha sottolineato che il gruppo ristretto si è rivelato molto
piu durevole nella storia che non il gruppo numeroso :
La società umana, per un tempo ben superiore a quello storicamente do­
cumentato ha trovato la sua coesione al livello del... piccolo gruppo, al livello
cioè di un'unità sociale (come essa venga chiamata non ha nessuna importanza)
in cui ognuno dei membri può avere una conoscenza di prima mano di ciascu­
no degli altri . . . Essi hanno di solito prodotto un surplus di beni che deter­
minano il successo di un'organizzazione .
. . . l'antico Egitto e la Mesopotamia erano delle civiltà. E lo erano pure
l'India e la Cina del periodo classico; lo era la civiltà greco-romana, e cosf
lo è la nostra occidentale che si sviluppò dal Cristianesimo medioevale . . .
Il fatto sorprendente è che, dopo u n periodo d i fioritura, ogni civiltà,
tranne una, è crollata. . . le organizzazioni formali che articolavano l'insieme
si sono disgregate . . . perfino la maggior parte della tecnologia è caduta in
oblio a causa della mancata cooperazione su larga scala necessaria per met­
terla in pratica ... la civiltà è lentamente precipitata in un'era oscura, una
situazione molto simile a quella da cui aveva iniziato il suo cammino ascen­
dente, in cui l'ostilità reciproca tra piccoli gruppi costituisce la condizione
della coesione interna di cia&cuno di essi . . . La società può precipitare fino a
questo punto, ma sembra tuttavia che non possa andare oltre . . . Si può leg­
gere il fosco racconto, narrato con grande eloquenza, nelle opere degli sto­
rici delle civiltà da Spengler a Toynbee. La sola civiltà che non è totalmen­
te caduta in pezzi è la nostra occidentale, e noi stessi siamo angosciati per
la sua sorte.

7 Si wda AnoLPH A. BERLE JR . , e GARDINER C. MEA NS , The Modern Corporation


and Private Property, MacMillan, New York 1932; ].A. LIVINGSTON, The American Stoc·
kholder, Collier Books, New York 1963, nuova ed.; P. SARGENT FLORENCE, Ownership,
Contro/ and Success o/ Large Companies, Sweet & Maxwell, London 1961; WILLIAM MEN·
NELL, Takeover, Lawrence & Wishart, London 1962.
' GEORGE C. RoMANS, The Human Group, Hartcourt, Brace, New York 1950.

70
La dimensione e il comportamento dei gruppi

[Ma] al livello della tribu o del gruppo, la società è sempre stata in gra­
do di rimanere unita.9

La tesi di Homans, secondo cui i gruppi piu piccoli sono i piu


duraturi, sembra abbastanza persuasiva e di certo rafforza la teoria
che qui sosteniamo. Ma la deduzione che egli trae da questi fatti
storici non è del tutto congruente con l'impostazione di questo stu­
dio. Il suo libro si incentra sulla seguente idea: " Lasciate che
proponga la mia tesi un'ultima volta: al livello del piccolo gruppo,
la società è sempre stata in grado di rimanere unita. Ne deduciamo,
quindi, che se la civiltà ha da rimanere in vita, essa deve conser­
vare ... alcune caratteristiche tipiche del piccolo gruppo " .10 La con­
clusione di Homans dipende dall'ipotesi che le tecniche o i metodi
del piccolo gruppo sono piu efficaci. Questo non è tuttavia necessa­
riamente vero: il gruppo ristretto, o " privilegiato " , si trova fin dal­
l'inizio in una posizione piu vantaggiosa, poiché alcuni o tutti i suoi
membri hanno un incentivo a far si che esso non fallisca. Ciò non si
verifica, invece, nel caso del gruppo numeroso : in quest'ultimo non
accade in modo automatico che gli stessi incentivi che agiscono sul
gruppo agiscano anche sui singoli membri del gruppo. Dal fatto che
il piccolo gruppo è stato storicamente piu efficace non è quindi
possibile dedurre che il gruppo molto numeroso possa evitare il fal­
limento copiandone i metodi. Il gruppo " privilegiato " e, per questo
aspetto, anche il gruppo " intermedio " si trovano semplicemente in
una posizione piu vantaggiosa.11

b) Le contraddizioni delle teorie tradizionali

La convinzione di Homans, secondo cui gli insegnamenti del


piccolo gruppo dovrebbero applicarsi ai gruppi numerosi, ha molto
in comune con l'assunzione su cui si basa gran parte della ricerca sul
piccolo gruppo. Si sono fatte di recente numerose ricerche sul pic­
colo gruppo, e molte di esse si basano sull'idea che i risultati di
ricerche sperimentali sui piccoli gruppi possano essere direttamente
applicabili a gruppi piu numerosi moltiplicando semplicemente tali
risultati per un fattore di scala.12 Alcuni pisicologi sociali, sociologi
9 Ibidem, pp. 454-456. Si vedano inoltre NEIL W. CHAMBERLAIN, Genera! Theory
J/ Economie Process, Harper, New York 1955, soprattutto pp. 347-348, e SHERMAN KRUPP,
?attern in Organixation Analysis, Chilton, Philadelphìa 1961, pp. 1 18-139 e 171-176.
10 HOMANS, p. 468.
11 La differenza tra i gruppi latenti e i gruppi privilegiati o intermedi è solo uno dei
:nolteplici fattori che spiegano l'instabilità di molti imperi e civiltà dell'antichità. Ho io
stesso sottolineato un altro di questi fattori in un mio libro di prossima pubblicazione.
12 KuRT LEWIN, Field Theory in Social Change, Harper, New York 1951, pp. 163-

71
La logica dell'azione collettiva

e studiosi di politica ritengono che il piccolo gruppo sia cosi simile


al gruppo numeroso, per quanto riguarda le caratteristiche diverse
dalla dimensione, da doversi comportare secondo leggi per qualche
verso simili. Ma, se le distinzioni qui avanzate tra il gruppo " pri­
vilegiato " , il gruppo " intermedio " e il gruppo " latente " hanno
qualche rilevanza, ciò significa che tale assunzione è arbitraria, per
lo meno in quanto i gruppi hanno un interesse comune e collettivo.
Il piccolo gruppo privilegiato può infatti aspettarsi che i suoi bi­
sogni collettivi saranno comunque soddisfatti in un modo o nel­
l'altro, e il gruppo ragionevolmente piccolo (o intermedio) ha una
buona probabilità che l'azione volontaria risolva i suoi problemi col­
lettivi, mentre il numeroso gruppo latente non può agire in accordo
con i suoi interessi comuni fino a quando i membri del gruppo sono
liberi di perseguire i loro interessi individuali.
Le distinzioni delineate in questo studio suggeriscono inoltre
che la spiegazione tradizionale delle associazioni volontarie, esposta
nel primo capitolo, va alquanto modificata. La teoria tradizionale
mette in evidenza la (presunta) universalità della partecipazione ad
associazioni volontarie nelle società moderne, e spiega i piccoli grup­
pi e le associazioni numerose in base alle stesse cause. Nella versio­
ne piu sofisticata, la teoria tradizionale sostiene che la prevalenza
della partecipazione all'associazione volontaria moderna è dovuta
alla " differenziazione strutturale " delle società in via di sviluppo : e
cioè al fatto che, in seguito al declino o alla specializzazione crescen­
te dei piccoli gruppi primari tipici della società tradizionale, le fun­
zioni che venivano di solito svolte da una moltitudine di questi pic­
coli gruppi sono state assunte da associazioni volontarie di grandi
dimensioni. Se va rifiutata l'incongrua nozione di un universale
" istinto gregario " , in quale modo vengono allora reclutati i mem­
bri di queste nuove associazioni volontarie numerose? Esistono ov­
viamente delle funzioni che le associazioni numerose possono svol­
gere in seguito alla specializzazione crescente e al declino dei piccoli
gruppi. L'adempimento di tali funzioni va inoltre a beneficio di un
vasto numero di persone. E tuttavia, saranno questi benefici in
grado di fornire un incentivo tale da indurre un individuo interes­
sato ad associarsi o, cosa ancora piu difficile, a creare un'associa­
zione volontaria numerosa allo scopo di adempiere la funzione in
questione? La risposta è che, per quanto vantaggiose siano le fun-

164; HAROLD H. KELLEY e JoHN W. THIBAUT, The Social Psychology of Groups, John
Wiley, New York 1959, pp. 6, 191-192; HARE, Study of Interaction and Consensus, pp. 261-
268; SrDNEY VERBA, Small Groups and Politica! Behavior, Princeton University Press, Prin­
ceton, N.J. 1961, pp. 4, 14, 99-109, 245-248.

72
La dimensione e il comportamento dei gruppi

zioni che ci si aspetta vengano assolte dalle associazioni volontarie


numerose, un qualsiasi individuo che faccia parte di un gruppo la­
tente non ha alcun incentivo ad aderire a una simile associazioneY
Per importante che una data funzione possa essere, non si può pre­
sumere che un gruppo latente sia in grado di organizzarsi e di agire
allo scopo di assolverla. I piccoli gruppi primari sono, invece, pre­
sumibilmente in grado di assolvere le funzioni da cui traggono be­
neficio. La teoria tradizionale delle associazioni volontarie è quindi
sbagliata per tanto che essa si basa implicitamente sull'ipotesi che
i gruppi latenti agiranno, allo scopo di perseguire obiettivi funzio­
nali, allo stesso modo in cui agirebbero dei piccoli gruppi. L'esi­
stenza di organizzazioni cosi numerose come quelle che si incon­
trano nella realtà deve, inoltre, essere spiegata in base a fattori
diversi da quelli che spiegano l'esistenza di gruppi piu ristretti. Ciò
suggerisce che la teoria tradizionale è incompleta, e che occorre mo­
dificarla alla luce delle relazioni logiche spiegate in questo studio.
Questa opinione è corroborata dal fatto che la teoria tradizionale
delle associazioni volontarie non concorda per nulla con l'evidenza
empirica, la quale indica che la partecipazione alle organizzazioni
Yolontarie numerose è di molto inferiore a quella che la teoria sug­
gerirebbe.14
Vi è un ulteriore aspetto per cui l'analisi qui sviluppata può es­
sere usata per modificare l'analisi tradizionale. Ciò riguarda il pro­
blema del consenso di gruppo. Si dà spesso per scontato (per quanto
di solito in modo implicito) nelle discussioni sulla coesione o sul­
l'organizzazione di gruppo che il problema principale sia il grado di
consenso; se vi sono serie e numerose ragioni di disaccordo non vi
sarà alcuno sforzo coordinato e volontario, ma, se si dà un alto li­
vello di consenso su ciò che si vuole e sul come attenerlo, si avrà
certamente un'efficace azione di gruppo.15 Il livello di consenso vie-

13 Non si vuole ovviamente dire che la spiegazione di tutti i gruppi risieda necessa­
oiamente nei loro interessi monetari o materiali. La tesi qui espressa non richiede che gli
:_,dividui abbiano bisogni soltanto monetari o materali. Si veda la nota 17 qui di seguito.
14 MIRRA KoMARAVSKY, The Voluntary Associations of Urban Dwellers, in " Ameri­
can Sociological Review " , XI, dicembre 1946, pp. 686-698; FLOYD DoT SON , Patterns o/ Vo­
:untary Membership among Working Class Families, in "American Sociological Review " ,
XVI, ottobre 1951, p. 687; }OHN C. ScoTT JR. , Membership and Participation in Voluntary
.4ssociations, in "American Sociological Review " , XXII, giugno 1957, p. 315, e MuRRAY
HAusKNECHT, The ]oiners - A Sociological Description o/ Voluntary Association Mem­
bership in the United States, Bedminster Press, New York 1962.
15 Si veda HARE, Study o/ Interaction and Consensus; RAYMOND CATTELL, Concepts
;nd Methods in the Measurement o/ Group Syntality, in Small Groups, a cura di A. Pau!
Hare, Edward F. Borgatta, e Robert F. Bales, Alfred A. Knopf, New York 1955; LEON FE­
STINGER, A Theory of Cognitive Dissonance, Row, Peterson, Evanston, Ili. 1957; LEoN
FESTINGER, STANLEY SCHACHTER e KuRT BACK , The Operation o/ Group Standards, in
Group Dynamics, a cura di Dorwin Cartwright e Alvin Zander, Row, Peterson, Evanston,
III. 1953; DAVID B. TRUMAN, The Governmental Process, Alfred A. Knopf, New York 1958.

73
La logica dell'azione collettiva

ne a volte trattato come se fosse la sola causa importante della


coesione e dell'azione di gruppo. Ovviamente non v'è alcun dubbio
sul fatto che la mancanza di consenso ostacola le prospettive di
un'azione o coesione di gruppo. Non ne deriva tuttavia che un per­
fetto accordo sia sulla necessità del bene collettivo, sia sui mezzi
piu adatti a conseguirlo, farà sempre sf che il gruppo consegua il
suo obiettivo. Nel caso del gruppo numeroso latente, il gruppo non
tenderà a organizzarsi allo scopo di conseguire i suoi obiettivi tra­
mite l'azione volontaria e razionale dei suoi membri, anche qualora
vi sia un perfetto accordo. In realtà, l'ipotesi assunta in questo la­
voro è che ci sia un accordo perfetto . Questa è ovviamente un'ipo­
tesi irrealistica, poiché il perfetto consenso è, come in altre cose,
un fatto molto raro. I risultati conseguiti grazie a questa ipotesi
sono tuttavia, per questa ragione, ancora piu fondati poiché, se l'a­
zione volontaria e razionale non consente a un gruppo latente nu­
meroso di organizzarsi attivamente per conseguire i suoi obiettivi
collettivi, neppure nel caso in cui vi sia un accordo perfetto, questa
conclusione dovrebbe allora, a fortiori, essere valida nel mondo
reale, dove il consenso è di solito parziale e spesso perfino assente.
È quindi molto importante distinguere tra gli ostacoli all'azione di
gruppo dovuti a una mancanza di consenso nel gruppo, e quelli do­
vuti all'assenza di incentivi individuali.

c) Incentivi sociali e comportamento razionale

Gli incentivi economici non sono certamente i soli incentivi di­


sponibili; le persone sono motivate anche dal desiderio di ottenere
prestigio, amicizia, rispetto e altri obiettivi sociali e psicologici. Ben­
ché l'espressione " status socioeconomico " che viene spesso usata
nelle discussioni sullo status suggerisca l'esistenza di una correla­
zione tra la posizione economica e quella sociale, non vi è dubbio
che le due posizioni sono a volte diverse. Occorre quindi conside­
rare la possibilità che, in assenza di un incentivo economico che lo
spinge a concorrere al conseguimento di un interesse di gruppo, un
incentivo sociale possa ciononostante indurre l'individuo a dare un
contributo. Questa è ovviamente una possibilità reale. Qualora ac­
cada che un piccolo gruppo di persone interessate a un bene collet­
tivo siano anche amici tra loro o appartengano allo stesso circolo
sociale, e nel caso in cui un membro del gruppo lasci agli altri l'one­
re di procacciare il bene collettivo, egli potrebbe, anche se tale de­
cisione economicamente lo avvantaggerebbe, venire penalizzato so-

74
La dimensione e il comportamento dei gruppi

cialmente in seguito a tale scelta, e la sua perdita di prestigio sociale


potrebbe risultare superiore al suo guadagno economico. Gli amici
di tali membri potrebbero ricorrere a una " pressione sociale " per
spingerli a fare la loro parte nel conseguimento dell'obiettivo di
gruppo, oppure il circolo sociale potrebbe escluderli, e tali provve­
dimenti potrebbero risultare efficaci, poiché, com'è esperienza quo­
tidiana, la maggior parte delle persone attribuiscono valore alla con­
siderazione dei loro amici e soci, e attribuiscono importanza allo
status sociale, al prestigio personale e alla stima di sé.
L'esistenza di questi incentivi sociali all'azione di gruppo, tut­
tavia, non indebolisce né contraddice l'analisi di questo studio. Essa.
casomai, la rafforza, poiché lo status e l'accettazione sociale sono
beni individuali e non collettivi. Je �anziani e le ricompense sociali
cos!Jt�_g;_c,gp.o, deglLJ,ncentivLsdèttivi " ; sono cioè un esempio degli
mcentivi che è possibile usare allo scopo di mobilitare un gruppo la­
tente. La capacità di distinguere tra individui è una caratteristica
intrinseca degli incentivi sociali: è infatti possibile ostracizzare l'in­
dividuo recalcitrante, ed è possibile invitare l'individuo che coo­
pera al centro del " cerchio magico " . Alcuni studiosi della teoria
dell'organizzazione hanno giustamente sottolineato che gli incentivi
sociali vanno analizzati in modo molto simile agli incentivi pecunia­
ri.16 Anche altri tipi di incentivi possono essere analizzati in modo
molto simile.17
16
Si veda soprattutto CHESTER I. BARNARD, The Functions of the Executive, In " The
Economy of Incentives ", Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1938, cap. xi, pp. 139-
160, e, dello stesso autore, Organization and Management, in " Functions and Pathology of
Status Systems in Formai Organizations " , Harvard University Press, Cambridge, Mass.
1948, cap. ix, pp. 207-244; PETER B. CLARK e JAMES Q. WrLSON, Incentive Systems: A
Theory of Organizations, in "Administrative Science Quarterly ", VI, settembre 1961, pp.
129-166, e HERBERT A. SrMON, Administrative Behavior, Macmillan, New York 1957, so­
prattutto pp. 1 1 5-117. Sono grato a Edward C. &.nfield per i suoi utili suggerimenti sugli
incentivi sociali e la teoria dell'organizzazione. --
17 In aggiunta agli incentivi monetari e materiali vi sono anche incentivi di tipo ero­
tico, psicologico, morale, e cosi via. Nella misura in cui un incentivo qualsiasi di questo
tipo conduce un gruppo latente a ottenere un bene collettivo, ciò potrebbe verificarsi an­
che in questo caso, perché esso viene o può venire usato come un " incentivo selettivo " , e
cioè perché tali incentivi sono in grado di fare delle distinzioni tra quegli individui che
collaborano all 'azione nell'interesse comune e coloro che non lo fanno. Anche nel caso
in cui sono le predisposizioni morali a determinare se una persona agirà o meno in ma­
niera orientata , verso il gruppo, il fattore piu importante è che la reazione morale serve
da " incentivo selettivo " . Qualora il senso di colpa o la perdita della stima di sé che si ve­
rificano quando un individuo ritiene di aver trasgredito il suo codice morale colpissero
allo stesso modo sia coloro che hanno contribuito al conseguimento di un bene di gruppo
sia coloro che non Io hanno fatto, il codice morale non potrebbe servire a mobilitare un grup­
po latente. Lo ripeto: il punto cruciale è che le attitudini morali sono in grado di mo­
bilitare un gruppo latente solo nella misura in cui esse sono in grado di fornire incentivi
selettivi. L'adesione a un codice morale che richiede i sacrifici necessari all'ottenimento di
un bene collettivo non è di conseguenza necessariamente in contraddizione con una parte
dell'analisi di questo studio; in realtà questa analisi mostra il bisogno di un tale codice
morale o di un qualche altro incentivo selettivo.
In nessun punto di questo studio si farà tuttavia ricorso a una forza o a un incentivo

75
La logica dell'azione collettiva

La pressione sociale e gli incentivi sociali sono di solito effettivi


solo nei gruppi di dimensioni limitate, in quei gruppi che sono cosi
piccoli da rendere possibili dei contatti " faccia a faccia " tra i mem­
bri del gruppo. Benché in un settore oligopolistico in cui operino
solo una manciata di imprese vi possa essere del forte risentimento
contro l"' approfittatore " che riduce i prezzi allo scopo di aumentare
le proprie vendite a spese del gruppo, in un settore perfettamente
competitivo tale risentimento non esiste; l'individuo che ha suc­
cesso nell'aumentare le proprie vendite e la propria produzione in
un settore perfettamente competitivo viene infatti, di solito, ammi­
rato e preso ad esempio dai suoi stessi concorrenti. Chiunque abbia
osservato una comunità di agricoltori sa, per esempio, che l'agricol­
tore piu produttivo, il quale vende di piu e di conseguenza piu con­
tribuisce ad abbassare il prezzo, è di solito quello che gode dello
status piu alto. Le ragioni di questa differenza negli atteggiamenti
dei gruppi numerosi e di quelli piccoli sono probabilmente due. Pri­
mo, nei gruppi numerosi e latenti, ciascuno dei membri è, per defi­
nizione, cosi piccolo relativamente al totale che le sue azioni non
sono molto rilevanti in un senso o nell'altro; un individuo inserito
in un mercato perfettamente competitivo o un membro di un grup­
po latente riterrebbe quindi inutile rimproverare o maltrattare un
altro individuo a causa di un suo atto egoistico o contrario agli in­
teressi del gruppo, poiché l'azione di tale membro riottoso e osti­
nato non sarebbe comunque decisiva. Secondo, in un qualsiasi grup­
po numeroso nessuno può ragionevolmente conoscere tutti gli altri,
e il gruppo non sarà ipso facto un gruppo basato sull'amicizia; una
persona non subirà quindi ripercussioni d'ordine sociale qualora
manchi di sacrificarsi in nome degli obiettivi del gruppo. Per tar-
morale di tale tipo per spiegare gli esempi di azione di gruppo che studieremo. E questo
per tre ragioni . Non è possibile, in primo luogo, ottenere una prova empirica della mo­
tivazione che si cela dietro un'azione qualsiasi di un individuo; non è possibile affermare
in un caso particolare se un individuo ha agito per ragioni morali o per qualche altra ra­
gione. L'affidarsi a delle spiegazioni morali potrebbe quindi rendere impossibile la verifica
empirica della teoria. Non vi è, in secondo luogo, alcun bisogno di una tale spiegazione,
poiché spiegazioni di altro tipo saranno sufficienti a spiegare tutte le azioni di gruppo che
prenderemo in considerazione. La maggior parte dei gruppi di pressione, in terzo luogo, si
adoperano esplicitamente in modo da conseguire vantaggi per se stessi, . e non vantaggi de­
stinati ad altri gruppi, ed in simili casi non è molto plausibile attribuire all'azione di
gruppo un codice morale qualsivoglia. I motivi e gli incentivi morali all'azione di grup­
po sono stati quindi discussi non per spiegare un qualche esempio di azione di gruppo,
ma piuttosto per mostrare che la loro esistenza non necessariamente contraddice la teoria
avanzata, ma tenderebbe anzi eventualmente a convalidarla.
Gli incentivi di tipo erotico e psicologico che sono ovviamente importanti nella
famiglia e nei gruppi di amicizia potrebbero essere senz'altro analizzati all'interno dello
schema fornito da questa teoria. I gruppi "affettivi", come la famiglia e i gruppi di amici,
si possono di solito d'altra parte studiare molto piu efficacemente sulla base di teorie com­
pletamente diverse, poiché l'analisi usata in questo studio non fornisce molti chiarimenti su
questi gruppi. Sulle caratteristiche particolari dei gruppi " affettivi" si veda Verba (nota
12, in questo stesso capitolo), p. 6 e pp. 142-184.

76
La dimensione e il comportamento dei gruppi

nare al caso dell'agricoltore, è chiaro che un agricoltore non può


ragionevolmente conoscere tutti gli altri agricoltori che vendono lo
stesso prodotto; egli non sarà conscio del fatto che il gruppo sociale
all'interno del quale egli misura il proprio status ha qualcosa a che
vedere col gruppo di cui egli condivide l'interesse nel bene collet­
tivo. Non si può, di conseguenza, ritenere che degli incentivi sociali
possano spingere gli individui che fanno parte di un gruppo latente
a perseguire un bene collettivo.
Vi è, tuttavia, un caso in cui degli incentivi sociali possono
essere in grado di spingere un gruppo latente all'azione di gruppo.
Si tratta del caso di un gruppo " federato " - cioè un gruppo diviso
in una serie di piccoli gruppi, ognuno dei quali ha un motivo per
associarsi con gli altri allo scopo di formare una federazione che
rappresenti il gruppo numeroso come un tutto. Nel caso in cui l'or­
ganizzazione centrale o federata procuri dei servizi alle piccole or­
ganizzazioni che compongono la federazione, queste possono essere
invogliate a usare i loro incentivi sociali allo scopo di indurre gli
individui che appartengono a ognuno dei piccoli gruppi a contri­
buire al conseguimento degli scopi collettivi del gruppo nel suo in­
sieme. Le organizzazioni che usano incentivi selettivi sociali per
mobilitare un gruppo latente con un interesse in un bene collettivo
devono quindi essere federazioni di gruppi piu ristretti.
Ma il punto essenziale è che gli incentivi sociali sono rilevanti
unicamente nel piccolo gruppo e all'interno del gruppo numeroso
svolgono un ruolo solo quando questo è una federazione di gruppi
minori.
I gruppi sufficientemente piccoli da essere qui classificati come
gruppi "privilegiati " e " intermedi" sono quindi duplicemente for­
tunati nel senso che dispongono non solo di incentivi economici
ma forse anche di incentivi sociali, i quali inducono i loro membri
ad adoperarsi per il conseguimento dei beni collettivi. Il gruppo
numeroso " latente " , d'altra parte, comprende sempre un numero
di persone troppo elevato perché esse si possano conoscere di per­
sona, e non è probabile che esso generi (tranne nei casi in cui è
formato da piccoli gruppi federati) le pressioni sociali che lo aiute­
rebbero a soddisfare il suo interesse in un bene collettivo. La storia
dei settori perfettamente competitivi negli Stati Uniti fornisce, ov­
viamente, una consistente dimostrazione di questo scetticismo a
proposito delle pressioni sociali in un gruppo numeroso. Ora, se
è corretto concludere che la forza delle pressioni sociali varia gran­
demente nei piccoli gruppi e in quelli numerosi, ciò indebolisce

77
La logica dell'azione collettiva

ulteriormente la teoria tradizionale delle organizzazioni volontarie.18


Si potrebbe obiettare che, anche qualora nel gruppo numeroso
latente non vi sia pressione sociale, non ne consegue necessariamen­
te che il comportamento completamente egoistico o mirante alla
massimizzazione del guadagno su cui sembra basarsi il concetto di
gruppo latente sia giusto; gli individui possono comportarsi in
modo non egoistico anche in mancanza di pressione sociale. Tale
critica al concetto di gruppo latente non è, tuttavia, rilevante, poi­
ché tale concetto non ipotizza necessariamente il comportamento
egoistico e volto alla massimizzazione del profitto che gli economi­
sti sono soliti riscontrare sul mercato. Il concetto di gruppo nume­
roso ossia latente qui avanzato resta valido tanto in caso di com­
portamento egoistico quanto in caso di comportamento non egoi­
stico, :finché tale comportamento si mantiene " razionale " in senso
stretto. Anche qualora il membro di un gruppo numeroso dovesse
trascurare interamente i propri interessi, egli non contribuirebbe
comunque razionalmente al conseguimento di alcun bene collettivo
o pubblico, poiché il suo contributo non sarebbe apprezzabile. Un
agricoltore che mettesse gli interessi degli altri agricoltori al di so­
pra dei suoi stessi interessi non ridurrebbe necessariamente la pro­
pria produzione allo scopo di aumentare il prezzo dei prodotti agri­
coli, poiché saprebbe che il suo sacrificio non comporterebbe un evi­
dente vantaggio ad alcuno. Tale agricoltore razionale, per quanto
altruista egli sia, non compirebbe un tale futile e insignificante sa­
crificio, ma userebbe la sua filantropia in modo da produrre un ef­
fetto apprezzabile da qualcuno. Il comportamento altruista che non
ha alcuna chiara conseguenza non è a volte neppure considerato
18
Vi è tuttavia un altro tipo di pressione sociale cui si può occasionalmente ricor·
rere. Si tratta della pressione sociale generata non primariamente attraverso i contatti di
amicizia personali, ma attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Se i membri di un
gruppo latente vengono in qualche modo sottoposti a un bombardamento continuo da par·
te di una propaganda che sottolinei il valore del tentativo di soddisfare l 'interesse comune
in questione, è probabile che essi possano col tempo esercitare pressioni sociali non del
tutto diverse da quelle che possono sorgere all'interno di un gruppo basato sulle relazio­
ni personali, e queste pressioni sociali possono aiutare il gruppo latente a ottenere il bene
collettivo. Un gruppo non è in grado di finanziare un tale tipo di propaganda a meno che
non sia già organizzato, ed esso può non essere in grado di organizzarsi a meno che non
sia già stato sottoposto alla propaganda; questa forma di pressione sociale quindi non è
probabilmente, di solito, in sé sufficiente a rendere un gruppo capace di conseguire i suoi
scopi collettivi . Non sembrerebbe, per esempio, che un programma che voglia persuadere per
mezzo della propaganda gli agricoltori a perseguire il loro interesse limitando la propria
produzione possa avere molte possibilità di successo, a meno che non sia già disponibile
una qualche fonte di finanziamento per finanziare tale tentativo. Non sembra quindi pro­
babile che questa forma di pressione sociale esercitata dai mezzi di comunicazione di mas­
sa costituisca una rilevante fonte indipendente in grado di coordinare gli sforzi per soddi­
sfare un interesse comune. Come è stato inoltre sottolineato in precedenza, neppure lo stes­
so Stato-nazione, nonostante tutta la lealtà emotiva che esso suscita, è in grado di conser­
varsi senza coercizione. Non sembrano quindi probabilmente molti i gruppi numerosi privati
che possano conservarsi soltanto grazie a una pressione sociale.

78
La dimensione e il comportamento dei gruppi

degno di lode. Un uomo che cercasse di arginare un'inondazione


con un secchia sarebbe considerato piu un eccentrico che un santo,
anche da coloro che egli cercasse di aiutare. È senza dubbio possi­
bile ridurre in modo infinitesimale il livello di un fiume in piena
con un secchia, proprio come è possibile al singolo agricoltore au­
mentare in modo infinitesimale i prezzi limitando la propria pro­
duzione, ma in entrambi i casi l'effetto è impercettibile, e coloro i
quali sacrificano se stessi nell'interesse di miglioramenti impercet­
tibili non ricevono di solito neppure l'elogio che è in genere dovuto
al comportamento altruistico.
La nostra tesi a proposito dei gruppi numerosi o latenti non
implica, quindi, che il comportamento debba essere necessariamen­
te egoistico, per quanto un tale comportamento sarebbe completa­
mente congruente con la nostra tesi.19 L'unica condizione è che il
comportamento degli individui nei gruppi o nelle organizzazioni
numerose del tipo da noi esaminato sia generalmente razionale, nel
senso che gli obiettivi di tali individui, siano essi altruistici o egoi­
stici, debbono essere perseguiti con mezzi efficienti e idonei al con­
seguimento di tali obiettivi.
Le precedenti argomentazioni teoriche e pratiche di questo e
del precedente capitolo dovrebbero quantomeno giustificare il di­
verso trattamento riservato in questo studio ai gruppi piccoli e a
quelli numerosi. Queste argomentazioni non vogliono essere un at­
tacco a nessuna delle precedenti interpretazioni del comportamento
di gruppo, per quanto ci sembri che, a seguito delle argomentazio­
ni avanzate in questo studio, alcune spiegazioni tradizionali delle
associazioni volontarie numerose debbano venire rielaborate. Per
accogliere la tesi principale di questo studio occorre solo riconosce­
re che i gruppi numerosi ovvero latenti non si organizzeranno allo
scopo di agire in modo coordinato semplicemente perché essi di­
spongono, in quanto gruppi, di un motivo per comportarsi in tal
modo; ciò può, tuttavia, essere vero nel caso dei gruppi piu piccoli.
In quasi tutta la parte restante di questo studio ci occuperemo
19 Le organizzazioni a finalità prevalentemente economiche, come i sindacati, le or­
ganizzazioni degli agricoltori, e gruppi di pressione di altro tipo, affermano di solito di
servire gli interessi dei gruppi che esse rappresentano, e non pretendono di essere soprat­
tutto delle organizzazioni filantropiche che cercano di aiutare altri gruppi. Sarebbe quindi
sorprendente se la maggior parte dei membri di questi " gruppi di interesse" dovessero
trascurare sempre i loro propri interessi individuali. Di solito infatti un gruppo di inte­
resse essenzialmente egoistico non attrarrebbe dei membri totalmente altruistici. In realtà
il comportamento basato sull'interesse personale potrebbe quindi essere molto diffuso nel­
le organizzazioni del tipo da noi studiato. Intelligenti argomentazioni a favore della tesi
secondo cui in politica il comportamento ispirato dall'interesse individuale è universale si
possono leggere in }AMES M. BucHANAN e GoanoN TuLLOCK, The Calculus of Consent,
University of Michigan Press, Ann Arbor 1962, pp. 3-39. Si veda inoltre l'interessante libro
di ANTHONY DoWNs, An Economie Theory of Democracy, Harper, New York 1957, pp. 3-35.

79
La logica dell'azione collettiva

delle organizzazioni numerose e cercheremo di dimostrare che la


maggior parte delle organizzazioni economiche numerose degli Stati
Uniti hanno dovuto elaborare istituzioni di tipo particolare allo sco­
po di risolvere i problemi d'associazione causati dalla vasta gamma
dei loro obiettivi.

80
Capitolo terzo

Il sindacato e la libertà economica

a) La coercizione nei sindacati

In quest'epoca caratterizzata da grandi imprese e da grandi sin­


dacati la maggior parte dei sindacati costituiscono delle grandi or­
ganizzazioni. Non è, tuttavia, sempre stato cosL I primi sindacati
erano piccole organizzazioni locali, e per un certo periodo tali rima­
sero. Il movimento sindacale americano iniziò come una serie di
piccoli sindacati con interessi locali, indipendenti l'uno dall'altro.
(Questo, incidentalmente, si verificò anche in Gran Bretagna.1) Lo
sviluppo di vitali sindacati nazionali negli Stati Uniti richiese piu
di mezzo secolo dall'epoca in cui erano emersi sindacati locali, e
anche dopo la creazione di sindacati nazionali ci volle del tempo
prima che essi prendessero il posto di quelli locali e figurassero co­
me le principali espressioni della forza dei lavoratori. Molti tra i
primi sindacati nazionali, come i Knights of Labor, fallirono. Non
solo è vero che i sindacati locali si formarono molto prima dei sin­
dacati nazionali, è anche significativo che questi primi sindacati
siano emersi non nelle fabbriche piu grandi, ma negli stabilimenti
piu piccoli, cosicché i primi sindacati non raggiungevano la consi­
stenza nemmeno di alcuni sindacati locali odierni. Si presume di
solito che i sindacati abbiano una funzione piu importante da svol­
gere nella grande impresa, dove non vi possono essere relazioni per­
sonali tra il lavoratore e il datore di lavoro, e appunto in tali im­
prese si trovano ora molti dei sindacati piu potenti. I primi sinda­
cati nacquero, peraltro, non nelle imprese frutto della rivoluzione
industriale, ma soprattutto nell'industria edilizia, della stampa, del­
le calzature, e in altri settori caratterizzati da una produzione su pic­
cola scala. Le grandi fabbriche siderurgiche, le fabbriche automobi-
1 G.D.H. COLE, A Short History of the British Working Class Movement, 1 789-1947,
George Allen & Unwin, London 1948, nuova ed., pp. 35-43.

81
La logica dell'azione collettiva

listiche e simili furono tra le ultime imprese ad essere organizzate.


La spiegazione tradizionale si basa sulla supposizione che i lavora­
tori specializzati siano piu facilmente organizzabili, e sul fatto che
essi fossero probabilmente piu numerosi nelle imprese di piu piccole
dimensioni. Ma questa spiegazione, nella migliore delle ipotesi, non
può essere valida in tutti i casi, poiché l'industria carbonifera è
stata dominata da lavoratori non specializzati e pur tuttavia le pic­
cole imprese di questo settore vennero organizzate molto prima dei
giganti industriali?
Vi possono essere diversi fattori che concorrono a spiegare que­
sto modello storico di crescita sindacale, ma tale modello può essere
almeno parzialmente spiegato dal fatto che i piccoli gruppi possono
procurarsi beni collettivi piu facilmente dei gruppi numerosi. I sa­
lari piu alti, il piu breve orario e le migliori condizioni di lavoro ri­
chiesti dai sindacati rappresentano beni collettivi per i lavoratori.
I sacrifici necessari per creare e mantenere un sindacato efficace
sono, inoltre, abbastanza considerevoli, poiché implicano la neces­
sità di sostenere un'organizzazione permanente, e lo sciopero, cioè
l'arma principale del sindacato, richiede di solito che ogni lavoratore
rinunci al suo reddito intero fino a che il datore di lavoro non viene
a patti. I piccoli sindacati possono godere di un ulteriore vantaggio
rispetto ai sindacati piu consistenti e ciò deriva dal fatto che essi
possono costituire delle significative unità sociali e ricreative, e
quindi offrire dei benefici sociali non collettivi in grado di attrarre.
L'aspetto sociale sembra essere stato significativo per molti dei pri­
mi sindacati.3 Per queste ragioni è probabilmente importante che
nel loro primo periodo, quando dovettero affrontare la resistenza,
l'inerzia e un ambiente particolarmente ostile, i sindacati abbiano
cominciato come unità locali piccole e indipendenti e tali siano ri­
masti per un certo tempo.
Una volta che un sindacato locale esiste, vi sono, tuttavia, di­
verse forze che possono spingerlo a organizzare tutti gli addetti a un
certo mestiere o settore, o a federarsi con gli altri sindacati locali
analoghi. Le forze del mercato operano contro ogni organizzazione
2 Si veda LLDYD ULMAN, The Rise o/ the National Trade Union, Harvard University
Press, Cambridge, Mass. 1955; RoBERT OzANNE, The Labor History and Labor Theory o/
John, R. Commons: An Evaluation in the Light o/ Recent Trends and Criticism , in La­
bar, Management, and Social policy, a cura di Gerald G. Somers, University of Wiscon­
sin Press, Madison 1963, pp. 25-46; NoRMAN ]. WARE, The Labor Movement in the Uni­
ted States, 1860-95, D. Appleton, New York 1929; RICHARD A. LESTER, Economics of La­
bar, Macmillan, New York 1964, 2• ed., pp. 55-1 16.
3 FosTER RHEA DuLLES, Labor in America: A History, Thomas Y. Crowell, New
York 1949, p. 23. G.D .H . Cole nota che i sindacati inglesi durante il primo periodo della
loro esistenza si incontravano spesso in locande o pubs, il che sottolinea il rilievo sociale
del fenomeno. Si veda il suo Working Class Movement, pp. 35 e 174.

82
Il sindacato e la libertà economica

attiva in un solo settore di esso. I datori di lavoro spesso non sa­


ranno in grado di sopravvivere qualora paghino salari piu elevati
delle imprese concorrenti. Un sindacato già esistente ha quindi
spesso interesse ad assicurarsi che tutte le imprese in un dato mer­
cato siano costrette a pagare la gamma salariale stabilita dal sinda­
cato. Quando ad essere organizzata è solo una parte del settore o
soltanto lavoratori con una certa qualifica, i datori di lavoro hanno
anche a disposizione una facile fonte di crumiri. I lavoratori con
una certa qualifica che emigrano da una comunità all'altra hanno
inoltre interesse ad appartenere a un sindacato nazionale che dia loro
accesso al lavoro in ogni nuova comunità. La forza politica di un
grande sindacato è infine maggiore di quella di un sindacato piccolo.
Gli incentivi alla federazione tra i sindacati locali e all'organizza­
zione delle fabbriche non organizzate crescono notevolmente a
mano a mano che i miglioramenti nei trasporti e nelle comunicazio­
ni allargano il mercato.4
I tentativi di creare sindacati numerosi ed estesi a livello na­
zionale sono, di conseguenza, comprensibili. Ma come è possibile
spiegare il successo di alcuni di questi tentativi di fornire beni col­
lettivi a gruppi numerosi e latenti? L'obbligatorietà sostanziale del­
l'appartenenza a questi sindacati e del sostegno agli scioperi da essi
dichiarati è stata di gran lunga la causa singola piu importante che
ha permesso ai grandi sindacati nazionali di sopravvivere.
Il reparto a sindacalizzazione obbligatoria, il closed shop, * e
altri strumenti con il consimile scopo di rendere obbligatoria l'ap­
partenenza al sindacato non sono, come alcuni credono, invenzioni
moderne. Sidney e Beatrice Webb sottolinearono circa sessant'anni
fa che il closed shop era già allora, in Inghilterra, un'istituzione
venerabile. Con parole che si adattano altrettanto bene all'America
contemporanea, essi attaccarono la " strana illusione tipica della
mentalità giornalistica secondo cui questo sindacalismo obbligato­
rio . . . sarebbe un meccanismo moderno " . L'appartenenza obbligato­
ria a un sindacato era qualcosa che "ogni studioso degli annali del
sindacato sa . . . essere contemporanea al sindacalismo stesso " , scris­
sero. " Le associazioni sindacali degli artigiani nel secolo diciottesi­
mo si sarebbero sdegnate all'idea di permettere a un qualsiasi indi­
viduo che non fosse membro della loro associazione di svolgere il
loro mestiere . . È altrettanto impossibile infatti, per un placcatore
.

' ULMAN, passim; LLOYD G. REYNOLDS , Labor Economics and Labor Relations, Pren­
tice-Hall, Englewood Cliffs, N,J. 1959, J• ed., pp. 140-142.
* Tale definizione si riferisce a una pratica sconosciuta in Italia ma molto diffusa nei
Paesi anglosassoni la quale implica che nei reparti " chiusi" sono ammessi a lavorare solo
quei lavoratori che siano iscritti ai sindacati. [N.d.T.]

83
La logica dell'azione collettiva

o per un ribattitore non sindacalizzato, ottenere del lavoro in un


cantiere navale di Tyneside quanto gli è difficile prendere casa a
Newcastle senza pagare imposte sulla proprietà. Questa obbligato­
rietà tacita e invisibile, ma assolutamente tassativa, è l'ideale di
ogni sindacato. " 5 La sindacalizzazione obbligatoria ha mantenuto il
suo carattere " tacito e invisibile" in Gran Bretagna sino ad oggi, e
il problema del " diritto al lavoro " è in quei Paesi una questione dif­
fìcilmente sollevata.6
Anche nei primi anni del movimento sindacale americano il clo­
sed shop venne imposto dal sindacato ogni qualvolta fu possibile,
benché le specifiche garanzie contrattuali di reparto a sindacalizzazio­
ne obbligatoria oggi consuete allora non esistessero ancora. A New
York City sembra che i carrettieri, predecessori dei camionisti, ab­
biano ottenuto il closed shop nel 1667 .7 E nel 1 805 lo statuto dei
Cordwainers (calzolai) di New York dichiarava che nessuno dei
membri poteva lavorare per qualcuno che impiegasse calzolai non
iscritti al sindacato.8 Nelle stamperie, il closed shop era già comple­
tamente sviluppato nel 1 840.9 " Se si mettono insieme tutte le te­
stimonianze a nostra disposizione " , scrive uno studioso del proble­
ma, " si potrebbe dire che praticamente ogni sindacato prima della
guerra civile era favorevole ad escludere i non iscritti dall'im­
piego. " 10
L'iscrizione obbligatoria al sindacato, insomma, lungi dall'es­
sere un'innovazione recente, risale ai primissimi tempi delle orga-

' SmNEY e BEATRICE WEBB , Industriai Democracy, Longmans, Green, London 1902,
pp. 214-215. John Head ha richiamato la mia attenzione sul fatto che alcuni degli econo­
misti classici inglesi riconobbero, probabilmente tenendo conto delle difficoltà incontrate
dai primi sindacati inglesi, che i sindacati hanno bisogno di coercizione, o almeno di poten­
ti sanzioni sociali, per svolgere le loro funzioni. Si veda ]OHN STUART MrLL, Principles of
Politica/ Economy, libro V, cap. xi sezione 12, e HENRY SmGWICK, The Principles of Po­
litica! Economy, Macmillan, London 1883, pp. 355-360.
6 ALLAN FLANDERS , Great Britain, in Comparative Labor Movements, a cura di Wal­
ter Galenson, Prentice-Hall, New York 1952, pp. 24-26; W.E.]. McCARTHY , The Closed
Shop in Britain, Basi! Blackwell, Oxford 1964.
7 ]EROME ToNER, The Closed Shop, American Council on Public Affairs, Washington,
D.C. 1942, pp. 1-93, e soprattutto p. 60. Toner sottolinea come le corporazioni di mestie­
re medievali fossero essenzialmente dei closed shops. Le pratiche dei sindacati basate sui
closed shops si svilupparono tuttavia in modo indipendente.
8 Ibidem, p. 64.
9 F.T. STOCKTON, The Closed Shop in American Trade Unions, ]ohns Hopkins Uni­
versity Studies in Historical and Politica! Science, serie 29, n. 3, Johns Hopkins Press,
Baltimore 191 1, p. 23 . Si veda inoltre ]oHN R. CoMMONS ED ALTRI, History of Labour in
the United States, Macmillan, New York 1946, l, p. 598.
10 SToCKTON, p. 68. Per una diversa opinione sulla prevalenza dell'appartenenza ob­
bligatoria nella storia del sindacalismo americano si veda PHILIP D. BRADLEY, Freedom of
the Individua! under Collectivized Labor Arrangements, in The Public Stake in Union Po­
wer, a cura di Philip D. Bradley, University of Virginia Press, Charlottesville 1959,
pp. 153-156. Lo strano e polemico saggio di Bradley palesa tuttavia un pregiudizio cosi
poco meditato contro il closed shop e si basa su argomentazioni cosi confuse che non vi è
motivo per dare alcun peso alle sue conclusioni.

84
Il sindacato e la libertà economica

nizzazioni dei lavoratori, ed era abituale persino nei piccoli sinda­


cati locali. L'appartenenza obbligatoria non può tuttavia spiegare
la creazione e l'emergere dei primi piccoli sindacati locali, allo stesso
modo in cui può, invece, spiegare la vitalità dei piu recenti e piu
grandi sindacati nazionali cui i sindacati locali hanno in seguito dato
vita. L'appartenenza obbligatoria implica l'esistenza di qualche
strumento o organizzazione per rendere obbligatoria l'iscrizione al
sindacato, cioè per applicare la regola per cui i non membri del sin­
dacato non possono lavorare in una data impresa. Non è possibile
per i lavoratori disorganizzati creare un grande sindacato, anche
nel caso in cui essi siano consapevoli della necessità della coercizio­
ne, poiché essi devono per prima cosa organizzarsi sf da disporre
di un'organizzazione che sia in grado di applicare la politica del re­
parto a sindacalizzazione obbligatoria. È tuttavia possibile che un
piccolo sindacato emerga senza coercizione, e che in seguito, qualo­
ra decida in tal senso, assicuri la sua sopravvivenza e aumenti la sua
forza rendendo l'appartenenza obbligatoria. Il sindacato, una volta
creato, se si basa sull'appartenenza obbligatoria può essere in grado
di accrescere la propria dimensione, o unirsi con altri sindacati sf
da rappresentare numerosi gruppi di lavoratori. Il ricorso precoce
alla coercizione da parte dei sindacati non contraddice dunque in
nessun modo l'ipotesi secondo cui il sindacalismo doveva iniziare
con piccoli gruppi in imprese di piccole dimensioni.
Data l'importanza dell'appartenenza obbligatoria e il fatto che i
crumiri legalmente sono liberi di attraversare le linee di picchettag­
gio e di rendere inefficace ogni sciopero, non dovrebbe sorprendere
che la violenza abbia avuto un posto importante nella storia delle
relazioni sindacali, soprattutto in periodi in cui erano in corso ten­
tativi di creare o di diffondere grandi sindacati a livello naziona­
le.11 Questa violenza ha riguardato sia i datori di lavoro con squa­
dre di mercenari, sia i lavoratori. (Jay Gould una volta si vantò:
" Posso ingaggiare una metà della classe operaia per ucciderne l'al-

11
"La minaccia di potenziale violenza e l'intimidazione esercitata per mezzo del pic­
chettaggio sono dei fattori molto potenti - cosi potenti, infatti, che al giorno d'oggi
un'azienda evita quasi sempre di fare qualsiasi mossa una volta che sia stato indetto uno
sciopero, sebbene il farlo rientri nei suoi diritti legali. In pratica l'alternativa basata sul­
la contrattazione con soggetti diversi dal sindacato è stata abbandonata." Citazione tratta
da EowARD H. CHAMBERLIN, Can Union Power Be Curbed? in " Atlantic Monthly ", giu·
gno 1959, p. 49. Si vedano inoltre RoBERT V. BRUCE, 1877: Year o! Violence, Bobbs-Mer­
rill, lndianapolis 1959; STEWART H. HoLBROOK, The Rocky Mountain Revolution, Henry
Holt, New York 1956. Per un vigoroso scritto polemico che include un impressionante
e interessante resoconto degli scioperi piu cruenti visti dall'estrema sinistra, si veda Lours
ADAMIC, Dynamite: The Story of Class Violence in America, Viking Press, New York
1934, ed. rivista.

85
La logica dell'azione collettiva

tra metà " .12) Come ha sottolineato Daniel Beli, " a partire dagli scio­
peri ferroviari del 1 877 . . . quasi ogni principale sciopero nei suc­
cessivi quarant'anni è stato accompagnato da scoppi di violenza " .
Egli attribuisce questo fatto al " darwinismo sociale " caratteristico
della tradizione ideologica americana, il quale spiegherebbe l'esisten­
za di un " sistema integrato di valori " che " approvava la resistenza
dell'industria al sindacalismo" .13
Alcuni fanatici ideologi tra i datori di lavoro e i loro amici fu­
rono senza dubbio responsabili di parte della violenza, ma, poiché
i piu radicali movimenti politici abitualmente non dettero adito a
simili tassi di violenza, questa non può esserne stata la causa ul­
tima. La filosofia conservatrice o del business unionism, * caratte­
ristica dei sindacati americani, era senza dubbio meno offensiva per
gli ideologi conservatori di quanto lo fossero il comunismo, il socia­
lismo o l'anarchia; esso sembra avere condotto, ciò nonostante, a
livelli di violenza molto maggiori. La vera spiegazione va certamen­
te cercata nel bisogno di coercizione che è implicito nei tentativi di
procurare beni collettivi per gruppi numerosi. Se alcuni lavoratori
in una data impresa si mettono a scioperare, la funzione di offerta
per il lavoro tende a spostarsi a sinistra; per coloro che continuano
a lavorare, o per i crumiri esterni, quindi, i salari saranno se mai
piu elevati di quanto fossero in precedenza. Per tutta la durata del
conflitto i lavoratori non ricevono, invece, nulla. Tutti gli incentivi
economici concernenti gli individui si trovano quindi dalla parte di
quei lavoratori che non rispettano le linee di picchettaggio . Perché
dovrebbe allora sorprendere· il fatto che debbano essere esercitate
coercizioni per impedire ai singoli lavoratori di soggiacere alla ten­
tazione di lavorare durante lo sciopero? E che i datori di lavoro che
si oppongono al sindacato ricorrano anch'essi alla violenza? La vio­
lenza raggiunge apparentemente il suo culmine quando i sindacati

12
HERBERT HARRIS, American Labor, Yale University Press, New Haven, Conn.
1939, p. 228.
13 DANIEL BELL, The End o/ Ideology, Free Press, Glencoe, Ili. 1960, pp. 195-197.
In Atchison, T. & S.F. Ry. v. Gee, 139, Fed. 584, Iowa, C.C.S.D. 1905, la corte stabili:
" Il picchettaggio non è né può essere pacifico cosl come la volgarità non può essere casta,
le rivolte di massa non possono essere pacifiche e il linciaggio non può essere legale. Quan­
do gli individui vogliono ragionare o persuadere, essi non organizzano una linea di pic­
chettaggio " . Benché estrema - la corte Suprema ha ormai legalizzato il picchettaggio pa­
cifico - questa opinione contiene tuttavia un elemento di verità; soprattutto se riferita al
periodo in cui la legislazione del lavoro non aveva ancora messo in grado i sindacati di
organizzare una fabbrica grazie a una semplice vittoria in elezioni rappresentative. Si veda
inoltre GEORGES SoREL, Ref/.ections on Violence, tr. di T.E. Hulme, B.W. Huebsch, New
York s.d., soprattutto pp. 43 e 289 {tr. it. Laterza 19742).
* Espressione generalmente tradotta col termine di "sindacato associativo" o degli
iscritti. [N.d.T.]

86
Il sindacato e la libertà economica

cercano per la prima volta di organizzare una fabbrica.14 Se il datore


di lavoro vince, grazie alle sue risorse, le prime prove di forza, è
probabile che il sindacato scompaia e la pace sociale venga ristabi­
lita. Se vince il sindacato, i rischi del " crumiraggio " risulteranno si­
milarmente evidenti e i lavoratori si abitueranno presto a non ol­
trepassare le linee di picchettaggio; si arriverà quindi a un periodo
di pacifica contrattazione collettiva.
L'appartenenza obbligatoria e le linee di picchettaggio costitui­
scono dunque l'essenza del sindacalismo. Come scrisse Henry Geor­
ge: " Le associazioni dei lavoratori non possono fare nulla per au­
mentare i salari se non con la forza; può trattarsi di forza esercitata
in modo passivo, o di forza esercitata in modo attivo, o di forza
tenuta in riserva, ma deve trattarsi di forza: essi devono esercitare
coercizioni sui datori di lavoro o avere il potere di farlo. E devono
esercitare coercizioni su quei loro membri inclini a sbandarsi : de­
vono fare del loro meglio per prendere nelle loro mani tutto il set­
tore del lavoro che cercano di occupare e per costringere gli altri
lavoratori ad associarsi o a morire di fame. Quanti vi parlano di
sindacati che si dedicano ad aumentare i salari per mezzo della sola
persuasione morale sono simili a quelli che parlano di tigri che si nu­
trono di arance " .15 La tesi secondo cui la contrattazione collettiva
implica coercizioni non necessariamente va usata per attaccare i sin­
dacati. Può essere ugualmente usata per affermare, come alcuni stu­
diosi del movimento sindacale hanno sostenuto, che, quando la mag­
gioranza dei lavoratori in una data unità di contrattazione vota per
scendere in sciopero, si dovrebbe impedire per legge a tutti i lavo­
ratori di tale unità di rifiutare la decisione della maggioranza cer­
cando di continuare a lavorare.16 Ciò lascerebbe la coercizione alla
polizia e preverrebbe la violenza di massa.
Oltre all'appartenenza obbligatoria, alle linee di picchettaggio
e alla violenza, alcuni sindacati hanno anche adottato degli incentivi
selettivi di specie positiva : hanno offerto dei benefici non collettivi
a coloro che aderiscono al sindacato, negandoli a quelli che invece
non lo fanno . In alcuni casi particolari tali benefici non collettivi
sono stati piuttosto importanti. Alcuni grandi sindacati hanno of­
ferto varie forme di assicurazione a quanti aderiscono alla loro or-

14 BELL, pp. 195-197.


15 HENRY GEORGE, Tbe Condition o/ Labor: An Open Letter to Pope Leo XIII, Uni ­
ted States Book Co., New York 1891, p. 86.
16
Si veda NEIL W. CHAMBERLAIN, The P.roblem o/ Union Security, in " Proceedings
of the Academy of Politica! Science", XXVI, maggio 1954, pp. 1-7, che è stato anche pub­
blicato dall'Accademia di Scienze Politiche sotto forma di fascicolo a cura di Dumas Ma­
Ione e intitolato Tbe Right to Work.

87
La logica dell'azione collettiva

ganizzazione. È significativo che il primo grande sindacato naziona­


le rivelatosi vitale in Gran Bretagna fu la Amalgamated Society of
Engineers, fondata nel 1 85 1 , la quale offriva una vasta gamma di
benefici non collettivi. Secondo la spiegazione di G.D.H. Cole:
La Amalgamated Society of Engineers viene di solito salutata come un
" nuovo modello" nell'organizzazione sindacale . . . Essa divenne il modello
per un'intera serie di "Amalgamated " Societies che si costituirono nel ven­
tennio successivo.
Il principio essenziale del " nuovo modello" era uno stretto intreccio di
attività propriamente connesse col mestiere e i rapporti di amicizia. La A.S.E.
forniva una vasta gamma di servizi a tutti i suoi membri, dall'assistenza du­
rante le vertenze e la disoccupazione, all'assistenza sanitaria e pensionisti­
ca ... Si trattava, in breve, in quasi uguale misura di un sindacato e di una
Friendly SocietyP

Le società di mutuo soccorso dei ferrovieri negli Stati Uniti han­


no anch'esse attratto a volte i loro affiliati offrendo servizi assisten­
ziali a quanti si iscrivevano al sindacato. Nelle prime fasi dei sinda­
cati dei ferrovieri il tasso di incidenti era alto, e molte compagnie
di assicurazione non stipulavano contratti con i lavoratori delle fer­
rovie. I benefici assistenziali riservati agli iscritti alle società di mu­
tuo soccorso dei ferrovieri erano dunque per i membri potenziali un
considerevole incentivo ad entrarvi. Nei suoi primi anni il sindacato
dei controllori si spinse cosf innanzi nel sottolineare i suoi program­
mi di assicurazione da escludere praticamente tutto il resto.18
Vi furono tuttavia dei periodi in cui i programmi assicurativi
di alcuni sindacati dei ferrovieri si conclusero in perdita. In tali
casi essi, per trattenere gli iscritti, dovettero quindi basarsi soprat­
tutto sulla regola dell'anzianità. Ai membri del sindacato venivano
garantiti i diritti di anzianità nei contratti sindacali con le compa­
gnie ferroviarie, mentre coloro che non facevano parte del sinda­
cato dovevano dipendere dalla benevolenza delle compagnie ferro­
viarie per ottenere un qualche diritto di anzianità. È significativo
che i sindacati dei ferrovieri siano stati per un certo tempo gli unici
tra i piu importanti sindacati nazionali a non prevedere forme di
appartenenza obbligatoria. Il giornale " La Fratellanza dei Macchi­
nisti Ferroviari " si espresse nei termini seguenti: " Il closed shop
nelle imprese è con i sindacati di mestiere dell'impresa nello stesso
rapporto della regola dell'anzianità con le società di mutuo soccorso

17CoLE, Working Class Movement, p. 173.


18
TeNER, pp. 93-114. Si veda inoltre ]. DouGLAS BROWN, The History and Problems
o/ Collective Bargaining by Railway Maintenance o/ Way Employees, tesi non pubblicata,
Princeton University, 1927, pp. 36-38, 69-70, 222.

88
Il sindacato e la libertà economica

del servizio ferroviario. L'uno e l'altra sono la spina dorsale di en­


trambe le organizzazioni e, qualora uno dei due fosse spezzato, tali
organizzazioni perderebbero la loro efficacia nella contrattazione col­
lettiva. Senza di essi sarebbe, in effetti, impossibile tenere oggi in
piedi un'organizzazione " .19
Ben pochi sono gli esempi di sindacati numerosi che si siano so­
stenuti fornendo principalmente benefici non collettivi, come l'as­
sicurazione o i privilegi di anzianità. Quasi tutti i sindacati, d'altra
parte, tendono a fornire servizi nel senso di benefici non collettivi
come, per esempio, l'assicurazione, benefici assistenziali e diritti di
anzianità.20 Alcuni sindacati aiutano i loro membri a trovare lavoro.
Quasi ogni sindacato, il che è piu importante, si occupa dei reclami
dei suoi iscritti contro il datore di lavoro : cerca, cioè di proteggere
ogni membro contro gli straordinari eccessivi (o troppo scarsi), con­
tro la non equa assegnazione dei lavori piu disagiati, contro gli ar­
bitri dei capireparto e simili. Benché i sindacati possano occuparsi
anche dei reclami presentati da chi non faccia parte delle loro or­
ganizzazioni, in parte per impressionarli dimostrando la loro utili­
tà, chi non è iscritto è senza dubbio consapevole che il suo reclamo
contro il management sarà probabilmente l'ultimo a essere preso
in considerazione se egli dovesse continuare a rimaner fuori del
sindacato.21
Molti sindacati nazionali, infine, traggono una certa forza dalla
federazione, e cioè dal fatto che i loro membri appartengono a pic­
coli sindacati locali, e quindi godono in una certa misura dei van­
taggi dei piccoli gruppi. I piccoli gruppi possono, a loro volta, es­
sere mantenuti nel sindacato nazionale grazie ai benefici non collet­
tivi che il sindacato nazionale fornisce a quelli locali. Il sindacato
nazionale può mettere a disposizione un gruppo di esperti a cui il
sindacato locale può rivolgersi, quella che può essere definita una
"cassa di sostegno degli scioperi " amministrata centralmente. Il sin­
dacato nazionale può anche fornire un beneficio non collettivo di­
rettamente ad alcuni membri, facendo sf che i membri di un sinda-
19 T.P. WHELAN, Tbe Open Sbop Crusade, in "Locomotive Engineers Journal " , LVI,
1922, p. 44.
20
The House of Labor, a cura di ].B.S. Hardman e Maurice F. Neufeld, Prentice­
Hall, New York 1951, pp. 276-319.
21 LEONARD R. SAYLES e GEORGE STRAUSS, The Local Union, Harper, New York 1953,
pp. 27-80; GEORGE Ros E, The Processing o/ Grievances, in "Virginia Labor Review " ,
XXXVII I , aprile 1952, p p . 285-314; Labor and Industria! Relations Center, Michigan Sta­
te University, The Grievance Process, 1956. Citazioni tratte da interviste con dei membri
del sindacato per i quali le "lamentele " o le rimostranze di coloro che non iscritti " non
saranno in grado di ottenere alcun sostegno " , si possono leggere in JOEL SEIDMAN, JACK
LoNDON e BERNARD KARSH, Wby Workers ]oin Unions, in " Annals of the American Aca­
demy of Politica! and Social Science" , CCLXXIV, marzo 195 1 , 83, ed anche McCARTHY
(nota 6 in questo capitolo), p. 93 .

89
La logica dell'azione collettiva

cato locale che emigrino in un'altra comunità possano trovar lavoro


e iscriversi alla sezione locale del sindacato della nuova comunità.
Con la crescita delle grandi imprese e la penetrazione in tempi
recenti dei sindacati nelle grandi fabbriche manifatturiere, il pic­
colo sindacato locale, che era una volta uno dei principali fattori di
forza, sta diventando meno importante. Molti iscritti al sindacato
appartengono ora a sezioni locali con piu di mille iscritti, e cosi am­
pie da non costituire piu piccoli gruppi. I sindacati nazionali, inol­
tre, stanno acquistando il controllo delle funzioni precedentemente
svolte dai sindacati locali.22 Nessun sindacato locale con migliaia o
forse addirittura centinaia di migliaia di iscritti può, di solito, costi­
tuire un'unità sociale effettiva. Da uno studio empirico particolareg­
giato di alcune moderne sezioni locali risulta quanto segue :
Alcuni sindacati cercano di fornire ai propri iscritti un completo pro­
gramma ricreativo, insieme alla protezione sul posto di lavoro. Le sezioni lo­
cali da noi osservate si accorsero tuttavia che non era possibile competere
con le attività sociali già radicate nella comunità. Un picnic per l'intera famiglia
durante l'estate e un ballo durante l'inverno saranno sicuramente un succes­
so, soprattutto se la locale sezione sindacale si assume una larga parte delle
spese. Non è infatti raro osservare un sindacato che stanzi il 10 per cento
dei suoi fondi per finanziare un avvenimento sociale, " cosicché gli iscritti
avvertono di ricevere qualcosa in cambio delle loro quote d'iscrizione " . Fe­
ste per i bambini a Natale sono anch'esse diffuse: in ciò consistevano tali
attività sociali.23 ,

Sembra quindi che molti sindacati (per quanto non tutti) non
possano attualmente ricavare molta forza dai piccoli gruppi che li
costituiscono poiché anche le sezioni locali sono a volte numerose e,
con la crescita della sezione locale media, è possibile che un sinda­
cato non sia piu in grado di reggersi continuando a erogare benefici
sociali.
L'incremento della sicurezza sociale e dell'assicurazione contro
la disoccupazione, finanziata dal governo, e la proliferazione di com­
pagnie private di assicurazione hanno a loro volta ridotto l'attrazio­
ne dei piani sindacali di assicurazione intesi a procurare nuove iscri­
zioni. Tali incentivi li potrebbero comunque fornire solo sindacati
con uno spiccato senso degli affari, e solo pochi sindacati americani,
a quanto sembra, sono sopravvissuti grazie a queste iniziative. I be­
nefici non collettivi che l'azione sindacale forniva ai singoli iscritti
che avessero avanzato reclami, negli ultimi decenni sono stati limi-

22 ALBERT REES, The Economics o/ Trade Unions, University of Chicago Press, Chi­
cago 1962, pp. 4-7; REYNOLDS (nota 4, di questo stesso capitolo), pp. 40-43 .
23 SAYLES e STRAUSS , p . 1 1 .

90
Il sindacato e la libertà economica

tati dall'obbligo, imposto dalla legge, che un sindacato deve rappre­


sentare adeguatamente tutti i lavoratori all'interno di un dato grup­
po, siano essi iscritti o no al sindacato. In cambio del diritto alla
" giurisdizione esclusiva " la legge impone a un sindacato di rappre­
sentare ogni lavoratore soggetto alla sua giurisdizione?4 Benché sia
presumibilmente impossibile assicurarsi che ogni reclamo presenta­
to da un non iscritto sia sostenuto con lo stesso vigore con cui lo
sono i reclami di un iscritto, questo obbligo di legge non può tut­
tavia che ridurre l'incentivo a iscriversi al sindacato allo scopo di
far accogliere i propri reclami.
In breve, la maggior parte dei sindacati non è piu in grado di
trarre grande forza dai piccoli gruppi, mentre i benefici non collet­
tivi offerti da un sindacato non sono di solito sufficienti ad attrarre
molte persone. Le ridotte dimensioni e i benefici non collettivi è pro­
babile che ora possano giustificare solo un sindacato di carattere ec­
cezionale. Nella maggior parte dei casi l'iscrizione al sindacato trae
alimento da fattori come l'appartenenza obbligatoria e le linee di
picchettaggio. L'iscrizione obbligatoria è adesso la regola generale.
Negli anni piu recenti circa il 95 per cento dei lavoratori sindacaliz­
zati sono stati coperti da varie forme di " sicurezza sindacale " (o, a
volte, dal prelievo diretto delle quote d'iscrizione) , che rendono di
solito impossibile, o almeno troppo difficile in pratica, per un lavo­
ratore, evitare di iscriversi al sindacato sotto la cui giurisdizione egli
si viene a trovare.25 Vi sono, si ammette generalmente, leggi che pro­
teggono il " diritto al lavoro " in diversi Stati (quasi sempre si tratta
di Stati non industriali) , ma queste leggi vengono raramente appli­
cate.26
Questo diffuso far assegnamento sull'iscrizione obbligatoria è un
fatto ovvio, poiché i sindacati dei lavoratori sono delle tipiche orga­
nizzazioni su larga scala che si battono per ottenere benefici per grup­
pi numerosi ossia latenti. Un sindacato di lavoratori opera principal-

24 Per un'interessante spiegazione di questa condizione si vedano N .W. CHAMBERLAIN,


Problem of Union Security, ed anche SuMMER H. SLICHTER, The Challenge o! Industria!
Relations, Cornell University Press, Ithaca, N.Y. 1947, pp. 8-14.
25 ORME W. PHELPS, Union Security, Institu[e of Industria! Relations, University of
California, Los Angeles 1953, p. 50; ToNER, p. 91;' PHILIP D. BRADLEY in " Public Stake in
Union Power ", pp. 143 sgg. e dello stesso autore, Involuntary Participation in Unionism,
American Enterprise Association, Inc . , Washington , D . C. 1956; REYNOLDS, p. 202; E.
WIGHT BAKKE, CLARK KERR e CHARLES W. ANROD, Unions, Management and the Public,
Harcourt, Brace & World, New York 1960, 2• ed., pp. 96-1 1 1 . Sull 'esistenza di un accen­
tuato livello di obbligatorietà anche nei casi in cui non vi sia alcun closed shop, o reparto
a sindacalizzazione obbligatoria, si veda SEIDMAN, LoNDON e KARSH, Why Workers ]oin
Unions, pp. 75-84, soprattutto le sezioni intitolate ]òining Despite Opposition, Dues In­
spection Line e Forcing Nonmembers to ]oin.
26 RICHARD A. LESTER, As Unions Mature, Princeton University Press, Princeton,
N.]. 1958, p. 145.

91
La logica dell'azione collettiva

mente allo scopo di ottenere salari piu alti, migliori condizioni di la­
voro, una legislazione favorevole ai lavoratori, e simili obiettivi; que­
ste cose, data la loro stessa natura, non possono di solito esser sot­
tratte ad alcun singolo lavoratore che faccia parte del gruppo rap­
presentato dal sindacato. I sindacati esistono per la " contrattazione
collettiva" e non per la contrattazione individuale. Ne deriva che la
maggior parte delle conquiste di un sindacato, anche se fossero piu
prestigiose di quanto proclami il piu acceso dei sindacalisti, non sa­
rebbero in grado di offrire al lavoratore di buon senso un incentivo
a iscriversi: i suoi sforzi individuali non influirebbero in modo ap­
prezzabile sul risultato, ed egli godrebbe del beneficio dei risultati
ottenuti dal sindacato sia nel caso in cui lo sostenesse sia nel caso in
cui non lo sostenesse. Le successive sezioni di questo capitolo non
tratteranno quindi del sindacato atipico costituito da un piccolo
gruppo, e trascureranno i casi in cui i sindacati sono in grado di so­
stenersi fornendo beni non collettivi molto apprezzati, e discuteran­
no invece alcune controverse teorie sui sindacati facendo leva sull'as­
sunto semplicissimo, ma sicuramente corretto nella sostanza, che i
sindacati sono, cosi come lo sono stati da che si sono trasformati in
organizzazioni estese a livello nazionale, istituzioni che si adoperano
soprattutto per gli interessi comuni di estesi gruppi di lavoratori.

b) La crescita del sindacato: teoria e realtà

È ben noto che i sindacati si preoccupano del free rider. Le piu


importanti teorie del movimento sindacale non hanno tuttavia rivol­
to a questo problema la dovuta attenzione, ed esso è stato del tutto
trascurato anche dalla celebre teoria del movimento sindacale di
Selig Perlman,27 una delle piu persuasive e rilevanti teorie sui sin­
dacati americani. Perlman cercò di spiegare la crescita dei sindacati
americani e l'enfasi da essi posta sulla contrattazione collettiva piut­
tosto che sulle riforme politiche, soprattutto in base a ciò che egli
defin1 job consciousness. Questa job consciousness consiste sostan­
zialmente nella convinzione diffusa tra i lavoratori che le opportu­
nità di lavoro siano scarse; Perlman attribuiva tale convinzione a un
diffuso pessimismo tipico dei lavoratori manuali.28 Perlman inferi
questo pessimismo dei lavoratori manuali dalle regole e dalle pro­
cedure da loro sviluppate nei loro sindacati. Egli notò che i sinda-

21
SELIG PERLMAN, Theory o/ the Labor Movement, Macmillan, New York 1928.
,. Ibidem, passim, ma soprattutto p. 6.

92
Il sindacato e la libertà economica

cati che riescono ad avere successo si battono soprattutto per il


" controllo del posto di lavoro " - per meccanismi cioè che assicu­
rino che i loro associati siano i primi a essere assunti e gli ultimi a
essere licenziati. Il closed shop è visto non tanto come un meccani­
smo volto a rafforzare il sindacato, quanto come una tecnica desti­
nata a " conservare " posti di lavoro scarsi per i lavoratori di un dato
sindacato.29 Il sindacato cerca di limitare la libertà di licenziamento
del datore di lavoro, non tanto allo scopo di proteggere l'organizza­
zione, quanto piuttosto per distribuire dei posti di lavoro, presu­
mibilmente scarsi, tra tutti i suoi membri secondo un cosiddetto
" comunismo di opportunità " .30 Gli sforzi del sindacato per impedire
ai datori di lavoro di assumere persone non iscritte alla sua orga­
nizzazione, o di discriminare i sindacalisti in tema di promozioni,
licenziamenti, assegnazione del lavoro, disciplina nel reparto e cosi
via, sono insomma, secondo Perlman, volti allo scopo di facilitare
la ripartizione di posti di lavoro scarsi tra tutti coloro che fanno
parte di un certo gruppo di lavoratori manuali. Il nostro studio si
basa, invece, sull'assunto che, coerentemente al concetto di gruppo
latente, tali politiche sindacali sono vitali per l'esistenza e la forza
di tutti i grandi sindacati, e sono il riflesso di necessità organizzative
piuttosto che di un presunto endemico pessimismo dei lavoratori
manuali.
Il punto di vista che attribuisce il desiderio dei sindacati di riu­
scire a controllare le politiche padronali di assunzione e di licenzia­
mento al loro bisogno di avere iscritti, e non alla pessimistica job
consciousness, è comprovato da importanti dati di fatto storici.
Il sindacalismo americano consegui il suo primo e duraturo
progresso su scala nazionale tra il 1897 e il 1 904. In tale perio­
do il numero dei lavoratori sindacalizzati aumentò da 447.000 a
2.072 .000 ; in seguito, il numero degli iscritti diminu1 solo legger­
mente.31 Fu quello un periodo di considerevole prosperità: l'occu­
pazione era alta, e i lavoratori avrebbero presumibilmente dovuto
essere meno " pessimisti" del solito sulle possibilità di impiego.
29 Ibidem, pp. 237-545 e soprattutto p. 269.
30 "La consapevolezza della scarsità di posti di lavoro da parte del lavoratore manua­
le è il prodotto di due cause principali... II tipico lavoratore manuale è consapevole del­
la sua incapacità di approfittare delle opportunità economiche [e] sa di non essere portato
istintivamente ad assumersi dei rischi e di non possedere una mente sufficientemente agile
da consentirgli di giostrare a suo agio nel competitivo mercato del lavoro. A ciò si ag­
giunge la convinzione che per lui il mondo è stato trasformato dall'ordine istituzionale
delle cose, che intenzionalmente ha riservato ai proprietari terrieri, ai capitalisti e ad altri
gruppi privilegiati le opportunità migliori, in un mondo basato sulla scarsità" (Ibidem,
pp. 239-40).
31 lRVING BERNSTEIN, The Growth of American Unions, in " American Economie Re­
view ", XLIV, giugno 1954, p. 303; LEo WoLMAN, Ebb and Flow in Trade Unionism, Na­
tional Bureau of Economie Research, New York 1936, pp. 15-20 .

93
La logica dell'azione collettiva

Inoltre, i notevoli aumenti delle iscrizioni al sindacato in questo


periodo erano strettamente correlati al diffondersi dell'obbligato­
rietà dell'iscrizione. L'afflusso di nuovi membri iniziò con una serie
di scioperi vittoriosi a sostegno del closed shop nel 1897 e nel 1898 .
Il numero degli scioperi volti a ottenere il " riconoscimento del sin­
dacato" aumentò; se ne annoverano 140 nel 1897 e 748 nel l 904.
Il numero dei lavoratori in sciopero per il riconoscimento del sin­
dacato, secondo alcuni dati, aumentò di quasi dieci volte nell'arco
di sette annU2 Questo periodo segnò il culmine di una crescente
agitazione per il closed shop che aveva cominciato a prender forza
negli anni Sessanta. Per la prima volta i sindacati chiesero che le
pratiche tradizionali e gli accordi informali riguardanti il closed shop
fossero messi per iscritto.33 Questo provocò un'aspra reazione tra i
datori di lavoro, che promossero la prima grande campagna a livello
nazionale a favore dell'open shop. L'Associazione Nazionale degli
Industriali, che in precedenza non si era occupata di questioni sin­
dacali, attaccò il closed shop nel 190 3 , e il suo presidente condusse
in prima persona una campagna nazionale a favore dell'open shop.
L'amministrazione di Theodore Roosevelt contribui dal canto suo
ad alimentare il fuoco della pubblica opposizione alla sindacalizza­
zione obbligatoria.34 L'accresciuta resistenza da parte dei datori di
lavoro si rivelò costosa. Mentre nel 190 l , 1902 e 190 3 i sindacati
vinsero in oltre la metà degli stabilimenti in cui avevano indetto de­
gli scioperi per il loro riconoscimento, nel 1904 essi vinsero solo
nel 3 7 per cento dei casi. Il numero delle serrate dovute alle con­
troversie sul riconoscimento del sindacato e delle sue regole aumen­
tò anch'esso in seguito alla campagna a favore dell'open shop,
e gran parte di queste serrate furono vittoriose.35 Il numero degli
iscritti ai sindacati diminui, il che non è sorprendente, nel 1904 e
nel 1905, ma solo in lieve misura. Il numero degli iscritti rimase
piuttosto stabile fino a poco prima della prima guerra mondiale.36
Il sindacato consegui i suoi piu notevoli risultati tra il 1935 e

" U.S., Twenty First Annua[ Report of the Commissioner o/ Labor, 1906, Government
Printing Oflice, Washington 1907, tav. X, pp. 580-613. I dati sugli scioperi e le serrate
tratti da questo rapporto governativo potrebbero essere inaccurati e ingannevoli; non si
dovrebbe quindi attribuire loro troppa importanza.
33 STOCKTON, pp. 37-57, soprattutto p. 43 .
" Ibidem, pp. 44-57; SELIG PERLMAN e PHILIP TAFT, Labor Movements, Macmillan,
New York 1935, in "The Employers' Mass Offensive ", cap. viii, pp. 129-138; DAVID B.
TRUMAN, The Governmental Process, Alfred A. Knopf, New York 1958, pp. 80-82.
35 U.S., Twenty First Annua[ Report o/ the Commissioner o! Labor, tav. X, pp. 580-
613, e tav. XIX, pp. 763-771. Si veda la precisazione alla nota 32 in questo stesso capitolo.
36 BERNSTEIN, Growth o! American Unions, p. 303; LEo WoLMAN, The Growth o!
American Trade Unions, 1880-1923, National Bureau of Economie Research, New York
1924, pp. 29-67 .

94
Il sindacato e la libertà economica

il 194 5 .37 Questi risultati non risalgono ad alcun eccezionale pessi­


mismo quanto alla disponibilità di posti di lavoro. Questo fu, sulle
prime, un periodo di occupazione crescente e, piu tardi, un periodo
di scarsità di forza-lavoro dovuta alla guerra ovvero di pieno impie­
go. Tale periodo di crescita iniziò con la promulgazione del Wagner
Act nel luglio del 1935, o meglio con l'accettazione da parte dei da­
tori di lavoro della costituzionalità della legge quando essa fu appro­
vata dalla Corte Suprema nell'aprile del 1937. Col Wagner Act la
contrattazione collettiva divenne un obiettivo politico a livello na­
zionale, e si stabiH che, anche nei casi in cui la maggioranza dei lavo­
ratori di un'unità contrattuale votasse per un dato sindacato in una
elezione dei suoi rappresentanti, il datore di lavoro dovesse contrat­
tare collettivamente con tale sindacato a proposito di tutti i lavora­
tori interessati. Dopo la promulgazione del Wagner Act, a un sinda­
cato, per ottenere il riconoscimento da parte del datore di lavoro,
non restò che persuadere la maggioranza dei lavoratori a votare in
suo favore; prima di questa legge, il sindacato doveva, di solito, rac­
cogliere un seguito che lo mettesse in grado di sostenere uno scio­
pero si da costringere il datore di lavoro a piegarsi. Il compito del
sindacato fu facilitato anche dal divieto, sancito dal Wagner Act,
dei sindacati padronali (company unions) , e dalle clausole che proi­
bivano la discriminazione contro i sindacalisti. Il Wagner Act rese,
infine, legale il closed shop.38
Questa legge, e il periodo bellico di pieno impiego che sarebbe
presto seguito, contribuirono a determinare quello che senza dub­
bio fu il piu straordinario aumento di iscrizioni in tutta la storia del
sincalismo americano moderno. Nel solo 19 3 7 il numero degli iscrit­
ti al sindacato aumentò del 55 per cento.39 Vi furono a quanto pare
numerosi scioperi tesi a ottenere la garanzia della presenza del sin­
dacato.40 Per la prima volta furono sindacalizzate le grandi imprese
della produzione di massa. Il vigore del CIO (Congress of Industria!
'7 BERNSTEIN, Growth o/ American Unions, p. 303; MILTON DERBER, Growth and
Expansion, in Labor and the New Deal, a cura di Milton Derber e Edwin Young, Univer­
sity of Wisconsin Press, Madison, Wis. 1957, pp. 1-45.
38 R.W. FLEMING, The significance o/ the Wagner Act, in Labor and the New Deal,
a cura di Derber e Young, pp. 121-127; JosEPH G. RAYBACK, A History o/ American La­
bor, Macmillan, New York 1959, pp. 341-346; ARTHUR M. ScHLESINGER JR., Tbe Coming
o! the New Deal, Houghton Miffin, Boston 1959, pp. 397-421 .
19 BERNSTEIN, Growth of American Unions, p. 303.
'" Si veda U.S., BuREAU OF LABOR STATIST!CS, Strikes in the United States, 1880-1936,
Government Printing Oflice, Washington 1938, Bollettino n. 651, tavv. 28-30, pp. 58-77, e
lo Handbook of Labor Statistics, edizione del 1947, tav. E-5, p. 138; e inoltre IRviNG
BERNSTEIN, The New Deal Collective Bargaining Policy, University of California Press,
Berkeley 1950, pp. 143-145.
Il numero degli scioperi comportanti ciò che il Bureau of Labor Statistics assomma
sotto l'etichetta di " organizzazione sindacale" o di " riconoscimento sindacale" aumentò al­
meno di pari passo con l'aumento del numero degli iscritti. Molti degli scioperi per il ricono-

95
La logica dell'azione collettiva

Organisations), testé creato, diede nuovo impulso a questi sforzi,


ma anche l'AFL (American Federation of Labor) si espanse grande­
mente, e presto ebbe un numero di iscritti superiore a quello che
aveva prima della scissione dei sindacati del CI0.41 Gli anni miglio­
ri, dopo il 1937, furono gli anni della maggiore scarsità di forza­
lavoro durante il periodo bellico, e cioè il 1942, il 1943 e il l 944 .42
Durante gli anni della guerra vi furono, tuttavia, relativamente
pochi scioperi.43 Una ragione importante per la crescita delle iscri­
zioni al sindacato durante la guerra - oltre alla piena occupazione
- fu la clausola della conservazione del posto di lavoro agli iscritti
al sindacato che venne imposta dal governo ai datori di lavoro ogni
qualvolta sorsero delle vertenze a proposito delle richieste sindacali
sulla presenza del sindacato in fabbrica. Come altri autori hanno
sottolineato, tale clausola aggiunse un importante fattore di obbli­
gatorietà,44 dato che essa stabiliva che chiunque si iscrivesse al sin­
dacato (sia che lo facesse volontariamente o a causa di intimidazio­
ni e pressioni sociali, o a causa di qualche contingente reclamo per­
sonale che richiedesse l'aiuto del sindacato) dovesse restarvi iscritto
almeno fino a che non venisse firmato l'accordo successivo. Questo

scimento dei sindacati non ebbero tuttavia a che fare con l'iscrizione obbligatoria, almeno
non in modo diretto. In tutti i casi, la percentuale degli scioperi indetti per il riconosci­
mento del sindacato aumentò dal 19 per cento del totale nel 1933 al 47 per cento nel
1935 e al 57,8 nel 1937. E il numero complessivo di lavoratori coinvolti in scioperi per il
riconoscimento del sindacato aumentò da 73 .000 nel 1932 a 288.000 nel 1935 e a 1 .160 .000
nel 1937.
Per gli anni che vanno dal 1927 al 1936 il Bureau of Labor Statistics considera sepa­
ratamente gli scioperi concernenti il closed shop. Da queste statistiche separate appare che
il numero di scioperi a favore del solo closed shop è molto inferiore al numero di quelli
per il " riconoscimento del sindacato" (benché non vi sia dubbio che molti degli scioperi per
il " riconoscimento del sindacato" e non apertamente per il closed shop comportas­
sero degli accorgimenti volti a incoraggiare i lavoratori a iscriversi al sindacato) . Ma anche
il numero delle vertenze concernenti il closed shop vero e proprio è correlato agli au­
menti nel numero degli iscritti.
Ovviamente la connessione tra il numero degli scioperi concernenti le questioni del­
la sicurezza del sindacato e l'aumento del numero degli iscritti al sindacato stesso non
prova che questi scioperi fossero la causa dell'aumento delle iscrizioni. Si potrebbe soste­
nere il contrario: e cioè che il numero degli scioperi concernenti la sicurezza del sindacato
aumentò poiché gli iscritti al sindacato erano aumentati. Tuttavia, il fatto che uno sciope­
ro vittorioso per il reparto a sindacalizzazione obbligatoria aumenterebbe ovviamente le
iscrizioni al sindacato e le altre prove raccolte in questo studio fanno apparire abbastan­
za probabile il fatto che gli scioperi a favore della sicurezza del sindacato contribuirono
ad aumentare le iscrizioni al sindacato.
41 RAYBACK, History o/ American Labor, pp. 351-355; si vedano inoltre WALTER GA­
LENSON, The CIO Challenge lo the AFL, Harvard University Press, Cambridge, Mass.
1960, passim; HARRY A. MILLIS e EMILY CLARK BROWN, From the Wagner Act to Taft­
Harley, University of Chicago Press, Chicago 1950, pp. 30-271 .
42 BERNSTEIN, Growth o/ American Unions, p. 303.
43 RAYBACK, pp. 373-374, 379; MILLIS e BROWN, Wagner Acl lo Ta/t-Harley, pp. 274,
298-300.
44 BRADLEY in Public Stake in Union Power (si veda la nota 10 in questo capitolo) ,
p. 159; MILLIS e BROWN, Wagner Act to Ta/t-Harley, pp. 296-298.
Per un punto di vista diverso da quello adottato in questo studio si veda JosEPH Ro­
SENFARB, Freedom and the Administrative State, Harper, New York 1948, p. 144. Rosen-

96
Il sindacato e la libertà economica

lasciò inoltre i sindacati liberi di concentrare tutte le loro risorse


nella ricerca di nuove iscrizioni. Il meccanismo della conservazione
del posto di lavoro agli iscritti al sindacato venne fatto osservare dal
governo per impedire che i conflitti di lavoro ostacolassero lo sforzo
bellico. Al Ministero Bellico del Lavoro a quel tempo era stato con­
ferito il potere di imporre l'accordo nelle dispute suscettibili di in­
taccare lo sforzo militare, ed esso stabill che, qualora non vi fosse
in atto nessun'altra forma di protezione del sindacato e il sindacato
desiderasse l'iscrizione obbligatoria, si dovesse imporre l'accordo ba­
sato sulla conservazione del posto di lavoro.
Questo tipo di accordo, volto a garantire il sindacato, si diffuse
rapidamente durante la guerra.45
Durante la prima guerra mondiale la situazione era stata meno
chiara. Sembra comunque che anche in tal caso ci fosse una piena
occupazione, e quindi nessun particolare pessimismo in proposito,
secondo le vedute di Perlman. E anche in questo caso la posizione
determinante e il loro potere di contrattazione permisero ai sinda­
cati di ottenere importanti conquiste. Il numero degli iscritti aumen­
tò in modo considerevole, per quanto non nella stessa misura della
seconda guerra mondiale.46 Anche durante la prima guerra mondiale
c'era stato un Ministero Bellico del Lavoro. Esso aveva fatto impor­
tanti concessioni che riguardavano circa 700 .000 lavoratori e pro­
mosso la formazione di comitati di rappresentanza di reparto in set­
tori precedentemente non organizzati, nella speranza che questi co­
mitati si trasformassero in veri e propri sindacati. L'atteggiamento
relativamente favorevole del governo si era reso evidente dal fatto
che quando le ferrovie vennero nazionalizzate durante la guerra i
sindacati dei ferrovieri avevano ottenuto il riconoscimento per le
mansioni non operative e subito l'avevano perso quando, dopo la
guerra, la legge Esch-Cummins restitu1 le ferrovie nelle mani dei
privati. Il settore delle costruzioni navali, inoltre, era stato orga-
farb afferma: " Coloro che si crogiolano nella confortevole illusione che attribuisce la cre­
scita del sindacato alla 'coercizione' avrebbero dovuto trarre insegnamenti dall'esperienza
iatta dal Ministero nazionale bellico del lavoro durante il 'periodo di fuga' in cui la sicu­
rezza del sindacato divenne operativa. Solo un insignificante uno per cento approfittò di
questa opportunità " . Questa tesi ricorda le pretese secondo cui certi governi totalitari sa­
rebbero legittimamente al potere per il fatto di ottenere piu del 99 per cento dei voti alle
elezioni.
Anche i leaders sindacali si sono serviti di queste statistiche e di altre simili per so­
stenere che i lavoratori sono cosl entusiasti del sindacato che tutti i lavoratori, tranne
un'infima minoranza, si iscriverebbero al sindacato anche nel caso in cui il closed shop non
esistesse. Ma la forza di questa tesi è indebolita dalle affermazioni, fatte dai sindacati in
altri momenti, secondo cui i sindacati non sarebbero in grado di durare qualora il closed
shop fosse proibito. (BRADLEY in Public Stake and Union Power, p. 166.)
45 U.S., BuREAU OF LABOR STATISTICs, Handbook o/ Labor Statistics, 1947 Edition,
Government Printing Office, Washington, Bollettino n. 916, tav. E-2, p. 133 .
.. BERNSTEIN, Growth o/ American Unions, p. 303.

97
La logica dell'azione collettiva

nizzato con l'aiuto del Ministero della Marina.47 I fatti sono cos:
riassunti dal Reverendo Jerome Toner: " Il sindacalismo venne pro­
tetto, se non incoraggiato, dal Ministero Bellico del Lavoro durante
la prima guerra mondiale. La Federazione Americana del Lavare
(AFL) , benché avesse convenuto di non organizzare durante la guer­
ra reparti non sindacalizzati, riusd, sia durante sia dopo la guerra .
ad allargare il numero dei suoi membri e a estendere il closed shop
Dal 1 9 1 5 al 1920 vi fu un incremento di 2 .503 .100 iscritti, e le
condizioni di closed shop si estesero " .48
A dirla in breve, i periodi in cui i sindacati ottennero il control­
lo del posto di lavoro e limitarono l'accesso al lavoro ai membri de:
sindacato non furono i periodi in cui i lavoratori avevano maggior
ragione di essere pessimisti circa la scarsità delle occasioni di occu­
pazione. Dalle cifre sulla crescita degli iscritti al sindacato non è
possibile concludere che l'attrazione dei sindacati sui loro membr:
sia stata maggiore nei periodi di pessimismo circa la disponibilità d:
posti di lavoro. Le intensificate misure a favore del closed shop, o
reparto a sindacalizzazione obbligatoria, e la crescita degli iscritti
al sindacato furono particolarmente impressionanti in epoca di oc­
cupazione crescente e persino nei periodi bellici caratterizzati da
scarsità di forza-lavoro. A quanto pare, ogni qualvolta la tensione
del mercato del lavoro (e del prodotto) o una legislazione favorevole
hanno aumentato la forza contrattuale del sindacato, i sindacati han­
no chiesto e ottenuto il loro riconoscimento e, di solito, anche que­
sta o quella forma di obbligatorietà nell'iscrizione. Il numero degli
iscritti al sindacato aumentò di conseguenza anch'esso. Ciò fa pen­
sare che i sindacati abbiano mirato al " controllo del posto di lavo­
ro " non tanto per proteggere una stagnante e declinante offerta di
opportunità di lavoro, quanto piuttosto per rafforzare, espandere e
stabilizzare i sindacati in quanto organizzazioni.
La precedente discussione, basata su esempi tratti da un perio­
do storico, può naturalmente essere solo indicativa e non definiti­
va. Una piu convincente argomentazione contro la tesi di Selig Perl­
man emerge non appena si prende in esame la funzione della do­
manda di lavoro . Quando i sindacati fanno aumentare i salari, la
quantità di forza-lavoro richiesta tende a diminuire. Ne segue che
un sindacato che cerchi di aumentare i salari non è necessariamente
47 Ibidem, p. 315; RAYBACK, pp. 773-777; PERLMAN e TAFT, History of Labor (si veclz
la nota 34 in questo stesso capitolo) , pp. 403-421 . Perlman e Taft affermano: "Vi fu ur:
tangibile aumento delle iscrizioni dovuto in gran parte alla rimozione da parte del governo
degli ostacoli contrapposti alla sindacalizzazione dell'industria nei precedenti quindici anni ...
La crescita fu spettacolare in quelle industrie direttamente coinvolte nella produzione bel·
lica " , p. 410.
48 TONER, pp. 79-80.

98
Il sindacato e la libertà economica

dominato da alcun pessimismo circa la scarsità dei posti di lavoro o


da un intenso desiderio di conservare le occasioni di impiego.49
Inoltre, i tentativi di aumentare i salari sono incompatibili con il
" comunismo delle opportunità " che Perlman attribuisce alle orga­
nizzazioni deilavoratori. È ovviamente possibile che in certi casi la
domanda di lavoro sia estremamente inelastica; un aumento dei sa­
lari tenderebbe allora a causare soltanto una piccolissima riduzione
dell'occupazione. In tal caso i lavoratori non potrebbero tuttavia es­
sere pessimisti, poiché sarebbero in grado di godere di grandi bene­
fici senza alcun significativo sacrificio.
Come è stato inoltre sottolineato da Lloyd Ulman, i sindacati
hanno impiegato le politiche di closed shop e altri strumenti consi­
mili soprattutto allo scopo di attrarre nuovi aderenti.50 Se questi
nuovi lavoratori venissero tenuti al di fuori del sindacato, i posti di
lavoro dei vecchi iscritti sarebbero, tuttavia, presumibilmente piu
sicuri. Questo uso del potere da parte dei sindacati contraddice di
conseguenza la tesi per cui i sindacati ottengono e usano i mecca­
nismi coercitivi a loro disposizione soprattutto allo scopo di proteg­
gere le occasioni di impiego.
Il fatto che una crescita duratura del numero e della forza degli
iscritti al sindacato dei lavoratori si sia verificata solo quando il mo­
vimento sindacale americano adottò come propria filosofia il busi­
ness unionism con la sua enfasi sul " controllo del posto di lavoro "
conferisce, tuttavia, una certa plausibilità alla tesi di Perlman. Pri­
ma che Samuel Gompers fondasse nel 1886 la Federazione Ameri­
cana del Lavoro, non vi era alcuna stabile e duratura organizzazione
sindacale su scala nazionale 51; vi sono quindi tutte le ragioni per sot­
tolineare gli aspetti per cui essa si differenziava dalla maggior parte
dei suoi predecessori. La piu notevole differenza tra la Federazione
Americana del Lavoro di Gompers e la maggior parte delle prece­
denti organizzazioni sindacali generali consisteva nel fatto che, men­
tre i suoi predecessori avevano enfatizzato le riforme utopistiche e
la politica, la Federazione enfatizzava la contrattazione collettiva.52
Perlman attribui il successo della Federazione Americana del Lavo­
ro alla sua rinuncia all'attività politica e al suo concentrarsi sul
49 Ho preso a prestito la tesi di questo paragrafo da ULMAN, Rise of National Trade
Union (nota 2 in questo stesso capitolo) , pp. 580·581 . Si veda inoltre }OHN DuNLOP, Wage
determination under Trade Unions, Augustus M. Kelley, Inc., New York 1950, pp. 28-44,
soprattutto p. 40. Per un diverso punto di vista si veda il già citato articolo di Ozanne
:nota 2 di questo stesso capitolo).
50 ULMAN , p. 580.
51 WARE (nota 2 in questo stesso capitolo) , passim; RAYBACK, passim; PHILLIP S. Fo­
�"ER, History o! the Labor Movement in the United States, International Publishers, New
York 1947-1955, 2 voll.
52 PERLMAN, Theory o/ Labor Movement, pp. 182-200.

99
La logica dell'azione collettiva

" controllo del posto di lavoro" . Ciò la rese vittoriosa, poiché, nel
frattempo, la disponibilità di terre di frontiera si era esaurita, e il
temporaneo ottimismo da questa suscitato si era trasformato in pes­
simismo a proposito della supposta scarsità delle occasioni di la­
voro.53
John R. Commons, cui si deve un'altra ben nota, importante e
stimolante teoria sul movimento sindacale americano, attribui an­
ch'egli una grande importanza all'emergere del sindacalismo di Gom­
pers basato sulla contrattazione collettiva. E spiegò il fallimento
delle precedenti organizzazioni generali dei lavoratori in gran parte
con l'importanza che queste avevano attribuito alla politica. Il pe­
riodo del passaggio alla contrattazione collettiva o �usiness unio­
nism, nel sistema di Commons come in quello di Perlman, era con­
nesso con il venir meno della " frontiera " . Con la perdita di quella
" valvola di sicurezza " , si accrebbe la pressione per l'aumento dei
salari, date le preoccupazioni per la disponibilità di terre, di liqui­
dità e simili. Furono soprattutto l"' allargamento del mercato" e
l'emergere della concorrenza su scala nazionale a spingere in qual­
che modo i lavoratori a organizzarsi allo scopo di ottenere salari
piu elevati.54
Il successo del business unionism, con la connessa sindacalizza­
zione obbligatoria o " controllo del posto di lavoro " cui si contrap­
pone il fallimento del sindacalismo politico o utopistico del secolo
XIX, può anche spiegarsi in base al concetto dei gruppi latenti pre­
sentato in questo studio. Quando un sindacato si impegna nella
contrattazione collettiva con un datore di lavoro, esso può spesso
costringerlo a rendere l'iscrizione al sindacato una condizione neces­
saria all'impiego per tutti i suoi lavoratori; gli iscritti al sindacato
sono tenuti a rifiutarsi di lavorare con i non iscritti al sindacato.
Una volta che un sindacato ha ottenuto un riconoscimento adeguato
da parte del datore di lavoro, il suo futuro è assicurato. Invece il
sindacato concepito al solo scopo di agire attraverso il sistema po­
litico non dispone di una simile risorsa. Esso non può rendere l'iscri­
zione obbligatoria; non tratta neppure con il datore di lavoro, cioè
con colui che potrebbe piu facilmente obbligare i lavoratori a iscri­
versi al sindacato. Qualora esso ottenesse l'obbligatorietà dell'iscri­
zione, si troverebbe in difficoltà poiché, in quanto organizzazione

53 Ibidem, pp. 8, 200-207.


,. CoMMONS ED ALTRI, History of Labour in The United States, Macmillan, New York
1953, I , pp. 1-234, soprattutto p. 9. Un sommario di queste teorie sul sindacalismo ameri­
cano e dei commenti originali sullo stesso problema si trova in ]OHN T. DuNLOP, The
Development of Labor Organization: A Theorethical Framework, in Insights into Labor
Issues, a cura di Richard A. Lester e Joseph Shister, Macmillan, New York 1948, pp. 163-193.

100
Il sindacato e la libertà economica

puramente politica, non avrebbe alcuna giustificazione per imporre


l'appartenenza obbligatoria; l'obbligatorietà, se rivolta a scopi pu­
ramente politici, sembrerebbe completamente anomala in un siste­
ma democratico.
L'opinione secondo cui la richiesta di controllo sui posti di la­
voro avanzata dai sindacati nasce soprattutto dal loro desiderio di
rafforzarsi e di sopravvivere, piuttosto che da una pessimistica ;oh
consciousness, è comprovata dal basso livello di partecipazione che
caratterizza la maggior parte dei sindacati. I sindacati multano, in
alcuni casi, gli iscritti assenti per costringerli a partecipare alle riu­
nioni.55 Gli studiosi del sindacalismo esprimono una certa sorpresa
per l'abituale scarsità di partecipazione.
1

Se i potenziali benefici sono elevati, ci si aspetterebbe che la maggior par­


te dei gruppi mostrasse un'alta partecipazione. Il livello di attivismo nelle
sezioni sindacali prese in esame era invece basso. Spesso, meno del cinque
per cento del totale degli iscritti prendeva parte alle riunioni ed era difficile
indurre i singoli ad accettare incarichi minori nel sindacato o a partecipare
ai comitati. La maggior parte dei dirigenti sindacali ammise francamente che
l'apatia era uno dei loro principali problemi.56

Gli oppositori del sindacato potrebbero obiettare che ciò prova


il fatto che il reparto a sindacalizzazione obbligatoria costringe quan­
ti non approvano le politiche del sindacato a rimanere nell'organiz­
zazione e dimostra che in realtà i lavoratori non sostengono il sin­
dacato né tanto meno approvano l'iscrizione obbligatoria. Tale ra­
gionamento contrasta tuttavia col fatto che delle libere elezioni han­
no piu volte mostrato che i lavoratori sindacalizzati sono favorevoli
al reparto a sindacalizzazione obbligatoria. I sostenitori della legge
Taft-Harley, evidentemente, ritenevano che del reparto a sindaca­
lizzazione obbligatoria i lavoratori si sarebbero sbarazzati grazie a
libere elezioni; richiesero quindi che i sindacati, per qualificarsi co­
me sindacati di reparto, dovessero richiedere al Comitato Nazionale
delle Relazioni Sindacali elezioni a scrutinio segreto e dovessero ot­
tenere la maggioranza tra gli aventi diritto al voto e non solo quindi
la maggioranza tra i votanti. Le loro speranze vennero frustrate.
Nei primi quattro mesi dall'applicazione della legge, i sindacati vin-

55 LESTER, Ar Unions Mature, passim, ma soprattutto pp. 17 e 3 1 ; HJALMER RosEN


e R.A . HuosoN RosEN, The Union Member Speaks, Prentice-Hall, New York 1955, pp. 80-
85; RosE (nota 21 di questo capitolo) , pp. 88-90; ARNOLD L. TANNENBAUM e RoBERT L.
KAHN, Participation in Union Locals, Row, Peterson, Evanston, III. 1958, passim ; CLARK
KERR, Unions and Union Leaders o/ Their Own Choosing, Fund for the Republic, New
York 1957, p. 15.
56 SAYLES e STRAUSS, Local Union, p. 190. Si veda inoltre DAVID RIESMAN, NATHAN
GLAZER e REUEL DENNEY, The Lonely Crowd, Doubleday, Garden City, N.Y. 1956, p. 203.

101
La logica dell'azione collettiva

sero tutte le 664 elezioni concernenti il reparto a sindacalizzazione


obbligatoria, tranne quattro, con oltre il 90 per cento di favorevo­
li all'iscrizione obbligatoria al sindacato. Nei primi quattro anni,
44 .795 reparti a sindacalizzazione obbligatoria vennero autorizzati,
in seguito a tali elezioni; il 97 per cento delle elezioni furono vinte
dai sindacati. La legge fu di conseguenza emendata nel 19 5 1 , cosic­
ché ora le elezioni non vengono piu richieste.57
Vi è quindi un paradossale contrasto tra la partecipazione estre­
mamente bassa ai sindacati e il possente sostegno dato dai lavoratori
a misure che li obbligano a iscriversi a un sindacato. Da quel mo­
mento, piu del 90 per cento non prenderà parte alle riunioni e non
parteciperà alle attività del sindacato; e piu del 90 per cento, tut­
tavia, voterà allo scopo di costringere se stessi ad iscriversi al sin­
dacato e di versare considerevoli quote di iscrizione. Un interessan­
te studio condotto da Hjalmer Rosen e R.A. Hudson Rosen illustra
efficacemente questo paradosso.58 I Rosen svolsero un'inchiesta nel
Distretto dell'Associazione Internazionale dei Macchinisti e molti
furono i lavoratori che raccontarono che, non essendo piu applicate
le multe per le assenze dalle riunioni sindacali, la partecipazione
era diminuita, come si espresse un iscritto, " in modo pauroso " .
Nessun altro punto toccato dall'inchiesta sollevò piu insoddisfazio­
ne di questo : solo il 29 per cento si disse soddisfatto della parteci­
pazione alle riunioni. La conclusione dei Rosen fu che probabilmen­
te gli iscritti erano incoerenti. " Se la base pensa che gli iscritti do­
vrebbero partecipare alle riunioni e sono insoddisfatti quando ciò
non accade, perché non correggono la situazione recandosi tutti alle
riunioni? Essi hanno certamente il potere di cambiare la condizione
di cui sono insoddisfatti. "59
In realtà i lavoratori non erano incoerenti: le loro azioni e i loro
atteggiamenti, nel desiderare che ognuno partecipasse alle riunioni
e nel mancare di parteciparvi essi stessi, rappresentavano un model­
lo di razionalità. Se un sindacato forte è nell'interesse degli iscritti,
la loro situazione sarebbe infatti certamente migliore qualora la par­
tecipazione fosse alta, ma se non vengono applicate multe quando
non ci si reca alle riunioni il singolo lavoratore non ha alcun incen­
tivo economico a parteciparvi. Egli potrà infatti godere dei risultati
positivi ottenuti dal sindacato sia che vi partecipi sia che non vi par-

57 PHELPS, Union Security, pp. 40-41 .


5' RosEN e RosEN, Union Member Speaks.
59 Ibidem, pp. 82-83.

102
Il sindacato e la libertà economica

tecipi, mentre è probabile che da solo non raggiungerebbe mai risul­


rati analoghi.60
Questa situazione, in cui i lavoratori non partecipano attiva­
mente al loro sindacato, e tuttavia desiderano che gli iscritti in ge­
nerale lo facciano, e sono in schiacciante maggioranza a favore del­
l'appartenenza obbligatoria, è ovviamente simile al tipico atteggia­
mento dei cittadini verso il loro governo. Chi va a votare a volte è
disposto ad approvare tasse piu alte per il finanziamento di servizi
pubblici addizionali ma, in quanto individui, cercano di tenere
i loro contributi al livello minimo previsto dalle leggi fiscali (e, se
possibile, di abbassarlo ulteriormente) . I contadini, analogamente,
spesso aumentano la loro produzione, anche quando la domanda è
inelastica e ciò è contrario al loro comune interesse, e poi votano a
favore di controlli governativi che li obbligano a ridurre la produ­
ZiOne.
La conclusione di questa analisi è che il reparto a sindacalizza­
zione obbligatoria non può essere spiegato con il pessimismo dif­
fuso tra i lavoratori quanto a mancanza di occasioni di lavoro, e che
la sindacalizzazione obbligatoria nei reparti o altre forme di obbli­
gatorietà sono molto importanti per la forza e la stabilità dei sinda­
cati. È il sindacato in quanto organizzazione, e non il lavoratore in
prima persona, ad aver bisogno del " controllo del posto di lavoro " ,
controllo che, secondo Perlman, costituisce l'essenza del sindacali­
smo americano. Piccole sezioni sindacali possono reggersi senza il
principio dell'obbligatorietà in settori dove le imprese siano di pic­
cole dimensioni. Anche alcuni grandi sindacati possono, a volte,
sopravvivere se sono in grado di fornire allettanti servizi di assicu­
razione o di offrire altri adeguati benefici non collettivi. È perfino
possibile che i sindacati possano, per brevi periodi, sopravvivere per
ragioni completamente diverse da quelle qui descritte, quando cioè
riescano a far leva su emozioni talmente forti da indurre i singoli
a comportarsi in modo irrazionale. Il risultato, in questi casi, è che
i singoli li sostengono anche quando il contributo individuale non

60 Max Weber, nel teorizzare sui gruppi " chiusi" e su quelli " aperti " , sembra pen­
sare che, quando un gruppo limita la partecipazione a certe attività ai suoi soli membri , lo
faccia di solito allo scopo di evitare di condividere posizioni monopolistiche o altri spe­
ciali privilegi con altri, oppure per il gusto di essere esclusivo. Un gruppo organizzato può,
ruttavia, sottolineare che solo ai suoi membri sia concesso partecipare a una certa attività
o privilegio, non per limitare i vantaggi soltanto a quelli che già fanno parte del gruppo,
bensi per accrescere le iscrizioni e il potere dell'organizzazione di gruppo . È ovviamen­
te possibile che Weber si sia reso conto di ciò, ma egli non menziona questa ragione a pro­
posito del closed shop nella sua discussione sulle " Relazioni chiuse e relazioni aperte",
benché egli faccia qui riferimento al closed shop. Si veda la sua Theory of Social and Eco­
nomie Organization, tr. di Talcott Parsons e di A.M. Henderson, Oxford University Press,
�ew York 1947, pp. 139-143.

103
La logica dell'a·J.ione collettiva

ha un visibile effetto sul destino dell'organizzazione e anche quando


essi riceverebbero i benefici conseguiti dal sindacato, che lo abbiano
sostenuto o no. Non ci sembra, però, che i grandi sindacati nazio­
nali, dotati della forza e della stabilità di cui godono quelli attual­
mente esistenti in questo Paese, possano reggersi senza questa o
quella forma di iscrizione obbligatoria. Ragioni ideologiche possono
senza dubbio dare occasionalmente nuovi slanci alle organizzazioni
sindacali: ma è improbabile che molti grandi sindacati possano du­
rare piu a lungo o ottenere migliori risultati dei Locofocos o dei
Knights of Labor senza esercitare in una qualche misura la coer­
cizione.

c) Il closed shop e la libertà economica nel gruppo latente

Se la tesi per cui l'iscrizione obbligatoria è di solito essenziale


all'esistenza di un duraturo e stabile movimento dei lavoratori è
corretta, ne deriva che alcune delle argomentazioni di solito addot­
te contro il reparto a sindacalizzazione obbligatoria sono sbagliate.
Uno degli argomenti piu spesso usati contro l'iscrizione obbligato­
ria al sindacato, e che è avanzato anche da alcuni economisti,61 si
basa su un'analogia con il commercio privato. Il punto essenziale
della tesi è che, dovendo un'impresa soddisfare i suoi clienti se vuo­
le mantenere la clientela, anche il sindacato dovrebbe essere obbli­
gato a sopportare la prova dell open shop, nel qual caso continue­
'

rebbe ad avere successo qualora le sue prestazioni soddisfacessero


i potenziali aderenti. Questa tesi basata sul " diritto al lavoro " è
spesso sostenuta dai piu ardenti fautori della libera impresa " moti­
vata dal profitto " . Ma se la stessa motivazione del profitto che si
pensa muova i consumatori e gli uomini d'affari stimola anche i la­
voratori, l'applicazione delle leggi sul " diritto al lavoro " significhe­
rebbe la fine dei sindacati.62 Un lavoratore razionale non contribui-
61
Per esempio, BRADLEY, Public Stake in Union Power, soprattutto pp. 151-152.
62Edward H. Chamberlin, nel sostenere che il potere dei sindacati dovrebbe essere
limitato dalla legge, non fa alcun riferimento esplicito alla natura collettiva dei servizi che
i sindacati forniscono, e quindi limita la chiarezza della sua tesi. Egli si riferisce al privi­
legio dei sindacati di ignorare il "diritto al lavoro" e ad altre immunità legali di cui godono
i sindacati, ma non le imprese private. Quindi egli esclama: " Certamente in una democra­
zia vi è una forte spinta a trattare tutti in modo uguale. Perché mai ciò non dovrebbe es­
sere valido in questo ambito? " In seguito, sempre riferendosi apparentemente ai vantaggi
legali di cui godono i sindacati, ma non le imprese, afferma : "Ho visto una dichiarazione
fatta da un importante dirigente sindacale ... in cui si dice che perfino il domandarsi se i
sindacati abbiano o meno troppo potere significa mettere in dubbio il loro stesso diritto di
esistenza . . . E tuttavia nulla potrebbe essere piu assurdo. Ha forse qualcuno mai sostenuto
che il ridurre e il regolare il potere monopolistico nella sfera dell'industria comportava il
mettere in dubbio il diritto di esistenza dell'industria? " (CHAMBERLIN, Can Union Power
Be Curbed?, in "Atlantic Monthly " , giugno 1959, p. 49) .

104
Il sindacato e la libertà economica

rebbe spontaneamente a un (grande) sindacato che fornisse bene­


fici collettivi, poiché il suo contributo individuale non lo rafforze­
rebbe in modo apprezzabile e poiché egli parteciperebbe ai benefici
derivanti dalle conquiste sindacali sia che egli avesse o non avessé
sostenuto il sindacato.
Le argomentazioni sull'iscrizione obbligatoria ai sindacati ba­
sate sui " diritti " sono quindi ingannevoli e inutili. Non mancano
ovviamente argomentazioni intelligenti contro i sindacati e il repar­
to a sindacalizzazione obbligatoria. Ma nessuna di esse si può ba­
sare soltanto sulla premessa che detto reparto e altre forme di sin­
dacalizzazione obbligatoria limitano la libertà individuale, a meno
che il ragionamento venga esteso a tutte le forme di coercizione
volte a procacciare servizi collettivi. La tassazione per il manteni­
mento di una forza di polizia o di un sistema giudiziario viola i
" diritti " non meno di un reparto a sindacalizzazione obbligatoria.
La legge e l'ordine sono, ovviamente, indispensabili per ogni atti­
vità economica organizzata; è quindi presumibile che la forza di
polizia e il sistema giudiziario siano piu necessari per un Paese di
quanto lo siano i sindacati dei lavoratori. Ma questo serve solo a
porre il ragionamento sul suo terreno proprio : i risultati delle atti­
vità svolte dai sindacati giustificano il potere che la società ha dato
loro? Il dibattito concernente il " diritto al lavoro " dovrebbe riguar­
dare non i " diritti " coinvolti, ma la questione se un Paese si trove­
rebbe in posizione migliore qualora i suoi sindacati fossero piu forti
o piu deboli.
Coloro che basano la loro argomentazione contro i sindacati sol­
tanto sul " diritto al lavoro " dovrebbero, per essere coerenti, dirsi
favorevoli anche alla tassazione stabilita per " consenso unanime " ,
come Knut Wicksell sosteneva intorno al l 890.63 Wicksell fu spes­
so un fautore delle politiche del laissez /aire (per quanto non fosse
assolutamente un conservatore nel senso comune del termine) ,64 ri­
tenendo che " la coercizione è sempre di per se stessa un male " e che,
di conseguenza, lo Stato non dovrebbe mai esigere delle tasse da un
cittadino senza il suo consenso. Egli riconobbe, tuttavia, che lo Sta-

63 KNUT WrcKSELL, A New Principle o/ ]ust Taxation, in Classics in the Theory of


Public Finance, a cura di Richard A. Musgrave e Alan T. Peacock, Macmillan, London
1958, pp. 72-119.
64 Wicksell fu condannato per una conferenza in cui aveva ironizzato sulla castità del­
la Vergine Maria, rifiutò di giurare fedeltà al re di Svezia, rifiutò di legalizzare il suo ma­
trimonio e dedicò gran parte della sua vita alla causa del controllo delle nascite in un pe­
riodo in cui ciò era abbastanza impopolare. Egli auspicava delle politiche governative che
fossero piu favorevoli alla classe lavoratrice e molti socialisti lo considerarono loro alleato.
Si veda ToRSTEN GARDLUND, The Li/e o/ Knut Wicksell, tr. di Nancy Adler, Almquist &

Wicksell, Stockholm 1958.

105
La logica dell'azione collettiva

to non potrebbe mantenere i servizi pubblici essenziali attraverso


un sistema di mercato, poiché il cittadino sarebbe in grado di bene­
ficiare di questi servizi sia che egli li acquistasse sia che non li ac­
quistasse. L'unico giusto metodo, di conseguenza, per finanziare i
servizi pubblici sarebbe quello di richiedere che ogni appropriazio­
ne di fondi da parte del governo venisse votata all'unanimità. Qua­
lora una proposta di spesa, qualunque fosse la distribuzione del ca­
rico fiscale, non fosse in grado di ricevere unanime sostegno in par­
lamento, andrebbe respinta. Alcuni cittadini sarebbero altrimenti
obbligati a pagare tasse per un servizio pubblico da loro non voluto
o non voluto abbastanza da indurii a contribuire per esso. In tal
caso, nella sfera del governo, cosi come nella libera economia di
mercato, nessuno sarebbe obbligato a spendere del denaro per delle
cose che non desidera.65 (Di recente James Buchanan e Gordon Tul­
lock hanno suggerito, nello stesso spirito, di introdurre una vota­
zione assai prossima all'unanimità per l'approvazione di alcuni tipi
di spesa.) 66
Il liberalismo vecchia maniera di Wicksell ricorda l'atteggia­
mento di John Maynard Keynes nei confronti della coscrizione ob­
bligatoria durante la prima guerra mondiale. Keynes vi si oppose,
pur non essendo un pacifista. Vi si oppose poiché, a suo giudizio,
la coscrizione obbligatoria privava il cittadino del diritto di deci­
dere egli stesso se entrare o no nell'agone. Keynes era esente, in
quanto funzionario statale, dall'obbligo di leva: non c'è quindi mo­
tivo di dubitare della sua sincerità.67 La sua fede nei diritti dell'in­
dividuo rispetto alla maggioranza dei suoi compatrioti era, eviden­
temente, assai forte.
La maggior parte dell'attuale generazione penserebbe che la teo­
ria della tassazione unanime di Wicksell e la totale opposizione di
Keynes alla coscrizione obbligatoria erano tali da portare la filosofia
del laissez faire a un estremo impraticabile e, forse, perfino bizzar-

65 Questo approccio è ovviamente in contraddizione rispetto all'impiego della tassa·


zione a scopi di ridistribuzione del reddito, e inoltre trascura l 'eventualità che la gente, nel·
la contrattazione sulla distribuzione del carico fiscale, possa nascondere le sue vere prefe­
renze per i servizi.
66 ]AMES BucHANAN e GORDON TuLLOCK, The Calculus o! Consent, University of Mi­
chigan Press, Ann Arbor 1962, pp. 263-306.
" Sir Roy Harrod mette in dubbio che Keynes si sia spinto sino a fare domanda per
essere esentato dal servizio militare in quanto obiettore di coscienza, e sottolinea il fatto
che Keynes ne era in ogni caso esentato, in quanto importante funzionario pubblico. Ma
non si può dubitare che Keynes, almeno per un certo periodo, mantenne l'opinione sopra
descritta, dato che tra le sue carte esiste una nota scritta a mano nella quale compare in
modo preciso e argomentato questa opinione. Si veda HARROD, Clive Beli on Keynes, in
"Economie Journal " , LXVII, dicembre 1957, pp. 692-699, e la corre7ione di Harrod di
Elizabeth Johnson, con l 'ammissione ed il commento di Harrod, nell'" Economic Journal" ,
LXX, marzo 1960, pp. 160-167.

106
Il sindacato e la libertà economica

ro. Ma i punti di vista di Wicksell e di Keynes non sono altro che


applicazioni coerenti della premessa liberale insita nelle argomenta­
zioni di quanti si oppongono al reparto a sindacalizzazione obbliga­
toria argomentando che esso nega il " diritto al lavoro " . Infatti se,
in tutte le circostanze, l'individuo gode di un " diritto al lavoro "
(cioè del diritto di lavorare senza pagare le quote di iscrizione al
sindacato) , deve assolutamente avere il " diritto di non combattere "
(il diritto di evitare il servizio militare) e il " diritto di decidere le
proprie spese " (il diritto di evitare di pagare le tasse per i servizi
pubblici che non vuole) . La contrattazione collettiva, la guerra e i
fondamentali servizi pubblici sono cose simili nel senso che i " be­
nefici " derivanti da tutti e tre questi ambiti vanno a chiunque fac­
cia parte del gruppo cui appartiene, che egli abbia o meno sostenuto
il sindacato, servito nell'esercito o pagato le tasse. In tutti e tre i
casi è e deve esserci una costrizione. I critici del closed shop, per
essere coerenti, di conseguenza, devono percorrere sino in fondo la
via liberale insieme a Wicksell e Keynes, oppure limitarsi a soste­
nere che i sindacati sono cosf dannosi o inefficaci o privi di impor­
tanza 68 che il Paese non dovrebbe né preoccuparsi della loro vita­
lità né tollerarne i privilegi.69
Paragonare il sindacato allo Stato può sembrare singolare. Al­
cuni hanno creduto, come Hegel, che lo Stato, per quanto riguarda
gli aspetti piu importanti, sia necessariamente diverso da ogni altro
tipo di organizzazione .70 Tuttavia, sia il sindacato sia lo Stato di so-

68 Un sottile attacco contro il closed shop potrebbe far perno sulla tesi che i sinda­
cati non aumentano la parte del reddito nazionale che tocca ai lavoratori, mentre posso­
no promuovere l'inflazione.
09 Ovviamente, nei casi in cui i sindacati usino il closed shop non per attrarre nuovi
membri nel sindacato, ma per escludere certi lavoratori da un particolare tipo di lavoro
(per motivi razziali, per risentimenti personali o qualsiasi altro motivo), il potere di coer­
cizione non è in tal caso affatto necessario alla sopravvivenza del sindacato, e la tesi espres­
sa precedentemente non è piu valida. Sulle numerose complicazioni legali causate in nu­
merosi Paesi dall'ingenua ipotesi che i sindacati siano delle associazioni volontarie, si veda
R.W. RIDEOUT, The Right to Membership o/ a Trade Union, Athlone Press, University of
London 1963.
70 Si veda in particolare GEORG W.F. HEGEL , Philosophy of Right, tradotto da T.M.
Knox, Clarendon Press, Oxford 1949 (tr. it. Laterza 1974): si veda inoltre GF.ORGF. H. SA­
BINE, A History o/ Politica! Theory, Henry Holt, New York 1937 (tr. it. Etas Kompass
1971) il quale riassume questo aspetto del pensiero di Hegel in maniera chiara e succinta:
" Lo Stato deve essere governato da principi abbastanza differenti da quelli che governa­
no i suoi membri subordinati " (p. 643 ) . Aristotele, d'altra parte, sostenne che lo Stato ha
qualcosa in comune con altri tipi di organizzazioni: " L'osservazione ci mostra, in primo
luogo, che ogni polis è una forma di associazione, e, in secondo luogo che tutte le asso­
ciazioni sono istituite allo scopo di raggiungere un qualche bene . . . Possiamo di conseguen­
za affermare ... che tutte le associazioni mirano ad un qualche bene" (Politics i. 1 .1 .1252a,
trad. di Ernest Baker) . Anche i seguenti libri trovano una qualche somiglianza tra lo Sta­
to e le altre associazioni: A.D. LrNDSAY, The Modern Democratic State, Oxford Universi­
ry Press, London 1943, passim, ma soprattutto I, pp. 240-243; EARL LATHAM, The Group
Basis o/ Politics, Cornell University Press, Ithaca 1952, p. 12; ed ARTHUR BENTLEY, The
Process o/ Government, Principia Press, Evanston, Il!. 1949, pp. 258-27 1 .

107
La logica dell'azione collettiva

lito forniscono soprattutto benefici comuni o collettivi a consistenti


gruppi di persone. Il singolo iscritto al sindacato, al pari del singolo
contribuente, non sarà, di conseguenza, in grado di far si che il bene
collettivo venga fornito col solo suo contributo, ma ciò nonostante
sarà in grado di attenerlo, qualora tale bene venga fornito da altri,
sia che egli abbia o non abbia tentato di adoperarsi per il consegui­
mento di detto bene. Il singolo membro del sindacato, al pari del
singolo contribuente, non ha alcun incentivo a sacrificare piu di
quanto venga costretto a fare.

d) L'intervento governativo e la libertà economica nel gruppo


latente

Questo approccio ai sindacati e al diritto di libertà dei loro ap­


partenenti può servire a chiarire anche alcune delle argomentazioni
che spesso si affacciano a proposito del ruolo del governo e della
libertà economica dei cittadini. Molti sostengono che il socialismo
e le crescenti attività dei governi finiranno in generale per restrin­
gere inevitabilmente la libertà economica e mettere a repentaglio,
com'è probabile, anche i diritti politici.71 Altri negano che le attività
economiche dello Stato limitino in alcun modo la " libertà " e so­
stengono che quello di libertà è essenzialmente un concetto politico
il quale implica democrazia e diritti civili piuttosto che una data
politica economica.72
71 FREDERICK A. HAYEK, Tbe Road to Serfdom, University of Chicago Press, Chica­
go 1944, e Tbe Constitution o/ Liberty, University of Chicago Press, Chicago 1960; ]OHN
M. CLARK, Forms o/ Economie Liberty and Wbat Makes Tbem Important, in Freedom,
Its Meaning, a cura di Ruth Nanda Anshen, Harcourt, Brace, New York 1940, pp. 305-329.
72 Si veda KARL MANNHEIM, Freedom, Power and Democratic Planning, Oxford Uni­
versity Press, New York 1950 (trad. it. Armando 1968), soprattutto pp. 41-77; THOMAS
MANN, Freedom and Equality, in Freedom, .Jts Meaning, a cura di Anshen, pp. 68-84;
JosEPH RosENFARB, Freedom and tbe Administrative State, Harper, New York 1948, pp. 74-
84; ]OHN R. CoMMONS , Lega/ Foundation o/ Capitalism, University of Wisconsin Press,
Madison 1957, pp. 10-130.
Alcuni altri critici della tesi secondo cui il socialismo e il big government limitano la
libertà si basano invece su una definizione della libertà in termini di ampiezza di scelta,
o di benessere, piuttosto che in termini di libertà dalla coercizione; essi sono quindi in
grado di sostenere che ogni attività governativa la quale accresca il reddito per un deter­
minato gruppo di persone può anche aumentare la libertà, per quanto coercitive queste at­
tività del governo possano essere. Si veda, ad esempio, ]OHN DEWEY, Liberty and Social Con­
tro/, in " The Social Frontier" , Il, novembre 1935, pp. 41-42; DENIS GABOR e ANDRÉ GA­
BOR, An Essay on tbe Matbematical Tbeory of Freedom, in "Journal of the Royal Statisti­
ca! Society ", ClCVII, 1954, pp. 31-60, e la discussione di tale articolo, pp. 60-72; HAROLD
J, LASKI, Liberty in tbe Modern State, George Allen & Unwin, London 1948, 3" ed., so­
prattutto pp. 48-65; BERTRAND RussELL, Freedom and Government, in Freedom, Its Mea­
ning, a cura di Anshen, pp. 249-265, soprattutto p. 251 .
Per un'analisi intelligente e distaccata dei vari concetti di libertà, si veda MARTIN
Bll.ONFENBRENNER, Two Concepts o/ Economie Freedom, in " Ethics " , LXV, aprile 1955,
pp. 157-170.

108
Il sindacato e la libertà economica

Questa controversia è spesso complicata da incomprensioni pu­


ramente semantiche e da confusioni su quali siano esattamente i
punti di disaccordo. È quindi necessario distinguere qui tre aspetti
della controversia.
Un aspetto riguarda le relazioni tra le istituzioni economiche e
le libertà politiche. Molti pensatori conservatori pretendono che un
sistema politico libero e democratico possa esistere solo fintanto
che il ruolo dello Stato nella vita economica si mantenga ragione­
volmente limitato; che il socialismo, la pianificazione statale e il
welfare state condurranno a lungo andare alla dittatura di modello
staliniano o hitleriano.73 Molti altri- sostengono l'opposto : che cioè
solo un'energica pianificazione statale unita a liberali politiche assi­
stenziali eviterà la depressione, la miseria e la disaffezione, fattori
che conducono a governi dittatoriali.74 Questo aspetto della contro­
versia non è preso in considerazione in questo studio.
Un altro aspetto della disputa sulla libertà economica riguarda
il problema di chi e per quali motivi limiti le libertà economiche.
Si potrebbe ritenere, come fanno quasi tutti gli studiosi, molto im­
portante il fatto che i controlli e le limitazioni siano imposti con
una votazione democratica negli interessi del gruppo in questione,
o che invece siano imposti da un dittatore o da un'oligarchia che
nop tengono conto degli interessi del gruppo da loro controllato.
Alcuni potrebbero sostenere che nel primo caso la " coercizione "
non è una coercizione vera, mentre lo è nel secondo caso.75 Questa
distinzione emergerebbe nel modo piu chiaro nel caso peculiare di
un gruppo che votasse all'unanimità di autoimporsi una tale regola
coercitiva poiché la posizione di ognuno migliorerebbe nel caso in
cui ognuno vi si uniformasse. In questo caso particolare le libertà
degli interessati non verrebbero violate, non piu che nel caso che
due persone che firmano liberamente un contratto, il quale limita
ovviamente le loro libertà obbligandole o forzandole legalmente a
fare alcunché in futuro. Per ammissione generale, questo caso di so­
stegno unanime alla coercizione sarebbe del tutto insolito. Nella
situazione piu comune, tuttavia, in cui vi fosse un voto di maggio­
ranza, ma non un'approvazione unanime, a favore di una qualche

73 HAYEK, Road to Ser/dom. Per una tesi molto piu moderata che esprime preoccu­
pazione per tale pericolo, si veda il saggio di CLARK in Freedom, Its Meaning, a cura di
Anshen, p. 306. Si veda inoltre THOMAS WILSON, Modern Capitalism and Economie Pro­
gress, Macmillan, London 1950, pp. 3-19.
74 ALBERT LAUTERBACH, Economie Security and Individuai Freedom, Cornell Univer­
sity Press, Ithaca, N.Y. 1948, soprattutto pp. 5, 1 1 , 12; THOMAS MANN in Freedom, Its
Meaning, a cura di Anshen, pp. 80-81.
75 Sono grato al professar Thomas C. Schelling per avermi spiegato l 'importanza di
questa distinzione e avermi persuaso a discuterla in questo studio.

109
La logica dell'a1.ione collettiva

misura coercitiva nell'interesse del gruppo, la maggior parte delle


perwne riterrebbe tale coercizione molto meno criticabile della coer­
cizione imposta da un dittatore incurante degli interessi dei suoi
sudditi. Molti altri, soprattutto i sostenitori entusiasti del laissez
faire, obietterebbero d'altro lato che la tirannia economica della
maggioranza in una democrazia, o il benevolo paternalismo di un
leader politico, costituirebbero un oltraggio alla libertà umana al
pari di ogni altra forma di coercizione.76 Per quanto importante,
questo aspetto del disaccordo a proposito della libertà economica
non è tuttavia di rilievo centrale per questo studio.
Il terzo e piu fondamentale aspetto della controversia sulla li­
bertà economica riguarda la libertà economica in quanto tale - la
libertà da ogni controllo coercitivo sulla vita economica di un indi­
viduo, indipendentemente da quali possano essere le implicazioni
politiche o gli accordi politici su cui si basa tale controllo.77 E que­
sto aspetto della controversia ha un diretto rilievo per il nostro
studio. Possono esservi diversi punti di vista a proposito dell'im­
portanza della libertà economica in questo senso stretto - e ciò è
sostanzialmente un problema di valori personali -, ma non a pro­
posito della sua reale esistenza.78 L'idea della libertà di spendere il
proprio denaro come si vuole, della " libertà di scelta nel disporre
del proprio reddito " ,79 ha un significato reale, benché molti pensino
che minime limitazioni di questa libertà nel suo complesso non sia­
no importanti.80
Se si riconosce che la libertà economica, in questo terzo e piu
appropriato senso, è un concetto significativo e, almeno per alcune
persone, un concetto importante, il passo successivo consiste nel­
l'analizzare la relazione di tale libertà rispetto a differenti livelli
dell'intervento governativo nella vita economica. Quali tipi di in-

76 HAYEK, Constitution of Liberty.


77 Ibidem, pp. 11-12. Qui Hayek dimostra in maniera mc!slva ed equidistante il
bisogno di distinguere questo concetto di libertà da altri che sono stati avanzati recente­
mente. Si veda inoltre ISAIAH BERLIN, Two Concepts of Liberty, Clarendon Press, Oxford
1958.
78 Si veda BRONFENBRENNER, Two Concepts o! Economie Freedom, pp. 157-170. An­
che gli accaniti sostenitori della pianificazione economica da parte del governo ammettono
l 'importanza di questo tipo di libertà, si veda ad esempio, BARBARA WooTON, in Freedom
Under Planning, University of North Carolina Press, Chapel Hill 1945. Per una dettaglia­
ta discussione del bisogno di distinguere tra i vari significati della parola libertà (liberty),
si veda MAURICE CRANSTON, Freedom, A New Analysis, Longmans, Green, London 1953.
Frank Knight si spinge di sicuro troppo in là nel sostenere che non è possibile attribuire
alcun significato oggettivo all'idea di libertà (freedom); si veda il suo Freedom as Fact and
Criterion, in " lnternational Journal of Ethics ", XXXIX, 1929, pp. 129-147.
79 RICHARD S. THORN, The Preservation of Individua! Economie Freedom, in " Pro­
blems of U.S. Economie Development " , pubblicato dal Committee for Economie Develop­
ment, New York 1958.
"' Si veda ].K. GALBRAITH, The At!luent Society, Houghton Mifflin, Boston 1958.

1 10
Il sindacato e la libertà economica

tervento governativo violano la libertà economica? La politica eco­


nomica del governo si basa sempre sulla coercizione? O non di­
pende essa forse, a volte, dall'uso della forza in misura non supe­
riore a quello da parte dell'impresa privata?
Può essere utile a questo punto il concetto di gruppi latenti.
È stato dimostrato che alcuni beni e servizi sono di natura tale che,
qualora qualcuno nel gruppo li ottenga, tutti i membri del gruppo
in questione devono attenerli. Questi tipi di servizi sono intrinse­
camente inadatti al meccanismo di mercato, e saranno prodotti solo
se tutti sono obbligati a pagare la quota loro assegnata. Molti servizi
pubblici sono chiaramente di questo tipo. Essi limitano quindi la
libertà. Sostituiscono a decisioni individuali liberamente prese de­
cisioni collettive a carattere coercitivo .81 Il rafforzamento quanto­
meno delle forze armate, delle forze di polizia e del sistema giudi­
ziario non può essere finanziato senza limitare in qualche modo le
libertà economiche dei cittadini, senza cioè aumentare le tasse e
quindi ridurre la libertà di spesa individuale.
Se tuttavia il governo decide di formare una compagnia pubbli­
ca per produrre un dato prodotto non è detto che esso debba neces­
sariamente ridurre la libertà di alcuno. I consumatori non sono ne­
cessariamente meno liberi qualora acquistino da una compagnia
pubblica invece che da una privata; né i lavoratori sono necessaria­
mente meno liberi se lavorano per l'una piuttosto che per l'altra.
Gli ordinamenti istituzionali hanno sicuramente subito un cambia­
mento e l'estensione del settore pubblico è cresciuta, ma non per
questo qualcuno ha perso la sua libertà economica.
La conclusione è che il governo limita la libertà economica
quando fornisce beni e servizi collettivi; esso ma non necessari_amen­
te limita detta libertà quando fornisce i beni non collettivi che ven­
gono di solito prodotti dall'impresa privata. Quale paradosso, tut­
tavia! È infatti il finanziamento dei servizi pubblici tradizionali -
notoriamente l'esercito e la polizia, e cioè i difensori dell'ordine
costituito - a limitare la libertà economica; sono invece le incur­
sioni socialisteggianti nell'economia privata a non produrre neces­
sariamente tale risultato. Sono quindi i conservatori quelli che sto­
ricamente sono stati i piu favorevoli alle spese militari e che piu
di altri hanno proprietà da far tutelare dalla polizia, a porre dei li-

81
Su questo soggetto si veda ANTHONY DowNs, An Economie Theory o/ Democracy,
Harper, New York 1957, pp. 195-196. Non ci sarebbe ovviamente alcuna coercizione qua­
lora tutte le decisioni fossero unanimi.

111
La logica dell'azione collettiva

miti alla libertà economica, cosi come fanno i socialisti.82 I governi,


ovviamente, dato che detengono di solito il monopolio dei princi­
pali strumenti della violenza, sono generalmente in grado di limi­
tare le libertà dei cittadini ogni volta che lo desiderino, e cioè
anche quando producono o distribuiscono beni non collettivi o in­
traprendono una qualsiasi attività. Qualora un governo distribui­
sca, ad esempio, dei beni non collettivi gratuitamente, limita la li­
bertà economica.83 Il punto centrale tuttavia è che il fornire quei
beni pubblici tradizionalmente procurati dal governo implica ine­
vitabilmente una limitazione della libertà economica, mentre l'im­
presa pubblica socialistica che produce beni non collettivi non com­
porta necessariamente una tale perdita di libertà. È quindi possibile
che la diffusa opinone che equipara la crescita del settore governa­
tivo a un declino della libertà economica sia suggerita dal fatto che
tutte le attività del governo vengono associate ai tradizionali ser­
vizi che esso fornisce, in particolare alle tasse piu elevate e alla
ferma piu lunga richieste da un'espansione dell'apparato militare.84
La tesi precedente non si propone di giudicare nessuna delle
attività del governo come buona o cattiva, ma di dimostrare che è
la prestazione di beni e servizi collettivi, e non la natura pubblica
o privata o altre caratteristiche delle istituzioni che forniscono tali
servizi, a imporre in gran parte una limitazione o no della libertà
economica. Lo sviluppo dei cartelli in grado di ridurre alla disci­
plina le imprese che riducono i prezzi al di sotto del livello stabilito
limita la libertà economica, anche se i cartelli sono associazioni pri­
vate. Allo stesso modo, se la tesi principale di questo capitolo è
82 Se è possibile accusare di imprecisione alcuni moderni sostenitori del laissez-faire
quando discutono la libertà economica, lo stesso non può dirsi di Wickse!L Il suo piano
per un " unanime consenso " nei riguardi delle spese governative si indirizza al vero pro­
blema, e cioè ai servizi collettivi, piuttosto che alla dimensione del settore statale. Ai suoi
tempi la spesa statale si concentrava quasi esclusivamente sulle spese militari e sul mante­
nimento dell'ordine e della tranquillità interna. L'adozione del suo piano non avrebbe pro­
babilmente limitato la sfera delle attività del governo; avrebbe semplicemente condotto a
politiche nazionali piu economiche e forse piu pacifiche. (Wicksell si oppose alle pesanti
spese militari della Svezia e al suo bellicoso atteggiamento nei confronti della Russia.) Si
veda la Li/e of Wicksell di Gardlund.
83 I suggerimenti dei liberali e della sinistra volti a limitare la produzione di alcuni
prodotti riducono anch'essi la libertà economica, ma cosi fanno pure gli efficaci cartelli
privati. E la nazionalizzazione di un settore, benché non debba necessariamente limitare
la libertà dei lavoratori e dei managers in tale settore o dei consumatori del prodotto, po­
trebbe, tuttavia, qualora il governo proibisse la competizione privata, limitare la libertà di
diventare imprenditori in tale specifico settore. Ma questa libertà non riguarderebbe mol­
te persone, e tale limitazione si verificherebbe solo nel caso in cui il governo proibisse la
competizione. Sugli effetti della nazionalizzazione sulla libertà economica si veda WooToN,
passim.
84 Per degli approcci di tipo psicologico, antropologico e sociologico al problema del­
la libertà, si veda ERICH FROMM, Escape /rom Freedom, Holt, Rinehart & Winston, New
York 1941 (trad. it. Edizioni di Comunità 19682); e GEORGE C. HoMANS , The Human
Group, Hartcourt, Brace, New York 1950, pp. 332-333 .

1 12
Il sindacato e la libertà economica

corretta, lo sviluppo della contrattazione collettiva per gruppi nu­


merosi non può di solito che limitare la libertà economica, nel senso
che comporta che quanti non si iscrivono al sindacato devono essere
privati del diritto di lavorare nell'impresa sindacalizzata. Un gran­
de sindacato di lavoratori, benché non faccia parte del governo, de­
ve, in altre parole, essere coercitivo se cerca di adempiere il suo
compito principale e intende sopravvivere. Ciò avviene principal­
mente perché la funzione basilare del sindacato consiste nel fornire
un bene collettivo - e cioè la contrattazione collettiva - a un
gruppo numeroso, proprio come il governo ha come funzione prin­
cipale quella di fornire beni collettivi tradizionali come la legge,
l'ordine, la difesa. Un governo o un sindacato o una qualsiasi altra
organizzazione possono, d'altra parte, fornire dei beni non colletti­
vi senza limitare la libertà economica. Vi sono ovviamente molti
altri importanti fattori che non sono stati presi in considerazione
in questa sede, i quali concorrono anch'essi a determinare il tasso
di libertà economica caratterizzante le varie situazioni; l'argomento
è infatti molto piu complesso di quanto non appaia dalla discus­
sione qui condotta. Il trattare a fondo questo complesso problema
condurrebbe questo studio molto lontano dal suo tema centrale.
Eppure è già evidente che la tesi convenzionale la quale asserisce
che i sindacati non dovrebbero poter disporre del potere coercitivo
essendo delle associazioni private, e che l'espansione del settore
pubblico comporta inevitabilmente una perdita di libertà economi­
ca, si basa su un giudizio inadeguato. Nessuna analisi dei limiti alla
libertà economica, o dell'uso della coercizione da parte del gover­
no, dei sindacati o di organizzazioni di qualunque tipo, può rendere
giustizia alla complessità dell'argomento se non tiene conto della
distinzione tra beni collettivi e beni non collettivi.

113
Capitolo quarto

Le teorie ortodosse dello Stato e delle classi

a) La teoria dello Stato vista dagli economisti

La maggior parte degli economisti condividono la teoria secon­


do cui i servizi statali fondamentali possono essere forniti solo per
mezzo della coercizione, come è stato sostenuto nel precedente ca­
pitolo. È questa la teoria dei " beni pubblici " . La maggior parte
degli economisti concordano, di conseguenza, nel caso di un'orga­
nizzazione specifica, e cioè dello Stato, anche con l'ipotesi centrale
di questo studio, e cioè con la tesi che le organizzazioni si adope­
rano per un bene o un beneficio comune. L'idea che lo Stato for­
nisca un bene comune o si adoperi per il benessere generale risale
a piu di un secolo fa.
Ma, per quanto semplice e fondamentale tale idea possa sem­
brare, la discussione e il disaccordo sono durati per piu di una ge­
nerazione prima che essa fosse chiaramente compresa, anche nel
caso particolare dello Stato. La discussione di questo problema ini­
ziò al principio del secolo XIX, se non ancor prima. Heinrich von
Storch ( 1766-1835), in un lavoro svolto per la famiglia dello zar,
dimostrò di intuire, seppure in modo vago, la distinzione tra beni
collettivi e benefici individuali; egli sostenne infatti che un'impre­
sa individuale, benché fosse in grado di soddisfare nel modo mi­
gliore tutti gli altri bisogni, non era in grado di difendere la vita e
la proprietà da attacchi che le minacciassero.' J.-B. Say ( 1767-1832)
1 HENRY (Heinrich Friedrich von) STORCH, Cours d'économie politique, A. Pluchart,
St. Petersburg 1815, l, pp. 3-7. Sono venuto a conoscenza di questo scritto di Storch su
questo argomento grazie al libro di WrLLIAM J. BAUMOL, Wel/are Economics and the Theo·
ry o! tbe State, Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1952, cap. xii, pp. 140-157.
In tale capitolo il professor Baumol discute in modo piu ampio di quanto non venga fatto
in questo libro la storia della teoria dei beni pubblici. La sua discussione si basa, tutta·
via, su un diverso approccio. Le elaborazioni piu recenti della teoria dei beni collettivi, e le
loro implicazioni per l'economia del benessere, sono esaminate nella seconda edizione del
libro di Baumol attualmente in corso di stampa.

1 15
La logica dell'azione collettiva

sottoscrisse ed elaborò successivamente la tesi di Storch.2 Friedrich


von Wieser ( 1 85 1-1926), piu tardi, si domandò perché il consumo
dei beni e dei servizi forniti dallo Stato fosse egualitario, mentre vi
era una cosi rilevante ineguaglianza nella distribuzione dei prodotti
del settore privato. Wieser notò anche una somiglianza, rispetto a
questo punto, tra lo Stato e le associazioni private. Affermando
che " l'economia pubblica non crea di per sé reddito produttivo " /
egli mostrò tuttavia anche di non capire del tutto il problema.
Emil Sax ( 1 845-1927) distinse tra le imprese pubbliche e le
attività che avvantaggiano tutti i cittadini. Egli notò anche, colla­
teralmente, una somiglianza tra lo Stato e le associazioni private.
Il fatto che la teoria dei beni pubblici non fosse ancora compresa
in modo adeguato è tuttavia evidente; Sax, infatti, erroneamente
imputò l'appoggio fornito allo Stato e ad altre associazioni a " una
sorta di altruismo creato dal bisogno di un'azione congiunta per
un fine comune, e rivolta all'assistenza reciproca ad esclusione, se
necessario, dell'interesse individuale " .4 Se ciò fosse vero, i governi
non avrebbero bisogno di rendere le tasse obbligatorie.5
L'economista italiano Ugo Mazzola ( 1 863-1899) si avvicinò
maggiormente a una corretta analisi dei servizi pubblici forniti dal­
lo Stato. Egli giustamente sottolineò l'" indivisibilità " di quelli che
defìn1 " beni pubblici " e il fatto che i servizi pubblici di base vadano
a vantaggio di tutti. Il suo errore fu nel sostenere l'esistenza di una
" complementarità " tra i beni pubblici e quelli privati, la quale ren­
derebbe l'ammontare dei beni pubblici consumati dipendente dal­
l'ammontare di quelli privati parimenti consumati. Mazzola ne tras­
se in qualche modo la conclusione che ogni cittadino ricavasse esat­
tamente la stessa utilità marginale dai beni pubblici e da quelli

2 " Indipendentemente dai bisogni che provano gli individui e le famiglie, e che
danno luogo ai consumi privati, gli uomini nella società hanno dei bisogni comuni, i quali
non possono essere soddisfatti che per mezzo di un concorso di individui e qualche volta
perfino di tutti gli individui che la compongono. Ora, questo concorso non può attenersi
che da un'istituzione che disponga dell'obbedienza di tutti, nei limiti ammessi dalla forma
di governo. " }EAN-BAPTISTE SAY, Cours complet d'économie politique pratique, Guillau­
min Librairie, Paris 1840, II, pp. 261 (citato in BAUMOL, op. cit., pp. 146-149).
3 FRIEDRICH VON WIESER, The Theory of Public Economy, in Classics in the Theory
o! Public Finance, a cura di Richard A. Musgrave ed Alan T. Peacock, Macmillan, Lon­
don 1958, pp. 190-201. La maggior parte dei riferimenti che seguono sono a questa anto­
logia di classici. La spiegazione seguente non è né originale né tantomeno un'accurata sto­
ria del pensiero economico su questo problema. Una spiegazione completa sarebbe qui un'inu­
tile digressione.
4 EMIL SAx, The Valutation Theory of Taxation, in " Classics ", p. 191 e pp. 177-197.
· 5 L'impostazione di Adolph Wagner era migliore di quella di Sax poiché Wagner ri­
conosceva che lo Stato deve necessariamente essere coercitivo. Sembra che Wagner attri­
buisca tuttavia piu importanza alle circostanze storiche che riguardano la dimensione del
governo piuttosto che ad una concezione astratta dei beni pubblici. Si veda il suo Three
Extracts on Public Finance, in "Classics ", pp. 1-16.

116
Le teorie ortodosse dello Stato e delle classi

privati, e si trovasse quindi m una posizione di equilibrio,6 in una


posizione, cioè, che egli non avrebbe spontaneamente modificato a
meno che non fosse cambiata la situazione di fondo.
Ma, come Wicksell ( 1 85 1 - 1 926) sottolineò in seguito, il singolo
contribuente difficilmente potrebbe trovarsi in una posizione di equi­
librio poiché, " se l'individiuo deve spendere il suo denaro per usi
pubblici e privati in modo da massimizzare la sua soddisfazione,
non pagherebbe ovviamente alcuna somma per fini pubblici " . Il
contribuente, sia che paghi molto o poco al Tesoro, " influenzerà
in misura talmente scarsa la quantità dei servizi pubblici che in pra­
tica non se ne accorgerà per nulla " .7 Le tasse sono quindi delle esa­
zioni obbligatorie che mantengono il contribuente in quella che
piu appropriatamente può essere chiamata una posizione di dise­
quilibrio.
Questi studiosi europei di finanza pubblica hanno imparato
l'uno dagli errori dell'altro e a poco a poco migliorato la loro ana­
lisi che è culminata dopo molti decenni nella concezione del pro­
blema presentata da Wicksell nel saggio in cui formulò la sua teo­
ria della tassazione basata sull"' unanime consenso " . Wicksell aveva
una concezione corretta del problema del finanziamento dei servizi
collettivi forniti dal governo, qualunque cosa si possa pensare della
sua proposta pratica a proposito della tassazione. Wicksell comun­
que limitò la sua discussione al caso particolare del governo, e
non considerò il problema generale che tutte le organizzazioni eco­
nomiche si trovano a fronteggiare. Non prese in considerazione
neppure il problema di quanto piccolo un " pubblico " debba essere
prima che la teoria non sia piu applicabile.
Gli economisti che hanno scritto dopo Wicksell hanno in ge­
nerale accettato la sua analisi del fondamentale problema della
spesa pubblica.8 Hans Ritschl è stato forse il piu convincente tra
quei pochi economisti9 che non hanno accettato l'impostazione " in­
dividualistica " o wickselliana. Ritschl sosteneva infatti che

6 UGO MAZZOLA, The Formation of the Prices o! Public Goods, in "Classics " , pp. 159·
193. Si veda inoltre MAFFEO PANTALEONI, CQntributions to the Theory o/ the Distribution
o/ Public Expenditure, in " Classics ", pp. 16-27.
7 KNUT WrcKSELL, A New Principle of Just Taxation, in "Classics ", pp. 81-82.
8 Si vedano, per esempio, RrCHARD MusGRAVE, The Theory o! Public Finance, McGraw­
Hill, New York 1959, soprattutto i capitoli iv e vi; PAUL A. SAMUELSON, Tbe Pure Theo­
ry of Public Expenditure, in " Review of Economies and Statistics " , XXXVI, novembre
1954, pp. 387-390; ERIK LINDAHL, Just Taxation-A Positive Solution, in "Classics ", pp. 168-
177 e 214-233.
9 Altri sono GERHARD CoLM, Theory o/ Public Expenditures, in " Annals of the Ame­
rican Academy of Politica! and Social Science ", CLXXXIII, gennaio 1936, pp. 1-11; e Ju­
LIUS MARGOLIS, A Comment on the Pure Theory of Public Expenditure, in " Review of
Economics and Statistics ", XXXV II, novembre 1955, pp. 347-349.

117
La logica dell'azione collettiva

la madrepatria e la madrelingua ci rendono tutti fratelli. Chiunque obbedi­


sca alle sue leggi è benvenuto nella società di scambio. Ma solo gli uomini
e le donne che parlano la stessa lingua, che siano della stessa terra, della
stessa mentalità, appartengono alla comunità nazionale ... Attraverso le vene
della società scorre una sola moneta, la stessa; attraverso quelle della co­
munità [ scorre] lo stesso sangue ...
Ogni concezione individualistica " dello Stato" è una grande aberrazio­
ne . . . [ e ] niente di piu che una cieca credenza di commercianti e merciaiuoli.
L'economia dello Stato serve alla soddisfazione di bisogni comunitari ...
Se lo Stato soddisfa bisogni puramente individuali, o gruppi di bisogni in­
dividuali che non possono tecnicamente essere soddisfatti che collettiva­
mente, lo fa solo per le entrate .
Nell'economia di libero mercato l'interesse economico egoistico dell'in­
dividuo regna sovrano e il fattore che regola le relazioni è quasi esclusiva­
mente il motivo del profitto, al quale la teoria classica dell'economia di li­
bero mercato era solidamente e giustamente ancorata. Questo non è modifi­
cato dal fatto che piu unità economiche, come le associazioni, cooperative o
di carità, possano avere delle strutture interne in cui troviamo motivazioni
diverse dall'interesse egoistico. Al loro interno possono essere determinanti
l'amore, il sacrificio, la solidarietà e la generosità; ma, indipendentemente
dalle loro strutture interne, e dalle motivazioni che queste esprimono, le re­
lazioni di mercato delle unità economiche tra di loro sono sempre governate
dall'interesse egoistico [il corsivo è mio ] .
Nella società di scambio, quindi, solo l'interesse egoistico regola le re­
lazioni tra i membri; l'economia di Stato è invece caratterizzata da uno spi­
rito comunitario all'interno della comunità. L'egoismo è sostituito dallo spi­
rito di sacrificio, dalla lealtà e dallo spirito comunitario . . . Questa compren­
sione del potere fondamentale dello spirito comunitario conduce a una si­
gnificativa spiegazione della coercizione nell'economia di Stato. La coerci­
zione è un mezzo per assicurare la pienezza dello spirito comunitario, il quale
non è egualmente sviluppato in tutti i membri della comunità.
Gli oggettivi bisogni collettivi tendono a prevalere. Persino l'esponente
di partito che accede alle responsabilità di una carica governativa subirà l'im­
patto della realtà e conoscerà quei mutamenti che sanno fare di un leader di
partito uno statista ... Non vi è un solo statista tedesco negli ultimi dodici
anni ... che sia sfuggito a questa legge . 10

L'argomentazione di Ritschl è esattamente agli antipodi dell'im­


postazione di questo libro. Egli presuppone una curiosa dicotomia
della psiche umana, tale che l'interesse egoistico regnerebbe supre­
mo in tutte le transazioni tra individui, mentre il sacrificio di sé
non conoscerebbe limiti nelle relazioni tra gli individui e lo Stato e
le associazioni private di vario genere . Le organizzazioni sostenute
da questo spirito di sacrificio sono tuttavia egoistiche in tutte le loro
transazioni con altre consimili. Lo Stato e la razza (e, a seguire gli
scrittori marxisti, la classe) diventano entità metafisiche, con biso-

10
HANS RrTSCHL, Communal Economy and Market Economy, in " Classics " , pp. 233-241.

118
Le teorie ortodosse dello Stato e delle classi

gni e fini " obiettivi " che vanno al di là di quelli dei singoli loro com­
ponenti.
La piu notevole tradizione dell'economia del secolo XIX la -

tradizione inglese del laissez-faire ha in gran parte ignorato la


-

teoria dei beni pubblici. Molti dei piu conosciuti economisti ingle­
si, come è noto, enumerarono le funzioni che lo Stato avrebbe, a
loro avviso, dovuto svolgere. Le loro enumerazioni erano di solito
molto brevi, benché esse includessero almeno la difesa nazionale,
le forze di polizia, la legge e l'ordine in generale. Questi econo­
misti, tuttavia, non sottolinearono ciò che le varie attività proprie
allo Stato avevano in comune.11 La loro era una teoria comprensiva
che spiegava perché la maggior parte dei bisogni economici do­
vrebbero essere soddisfatti dall'impresa privata; è quindi naturale
chiedere loro una spiegazione sistematica della classe eècezionale di
funzioni che essi pensavano dovesse essere svolta dallo Stato. Ec­
cetto che per alcuni commenti molto imprecisi di John Stuart Mill
e di Henry Sidgwick,12 la maggior parte dei principali economisti
inglesi sembra essere stata largamente all'oscuro del problema dei
beni collettivi. Persino in questo secolo, Pigou, nel suo classico
trattato sulla finanza pubblica, si occupa dei beni pubblici in modo
per lo piu soltanto implicito.13

b) La teoria marxiana dello Stato e delle classi

Benché si possano accusare gli economisti classici inglesi di aver


trascurato di sviluppare una teoria esplicita dello Stato, una simile
accusa non può esser rivolta a Karl Marx. Marx sviluppò, infatti,
un'interessante e stimolante teoria economica dello Stato in un
periodo in cui la maggior parte degli altri economisti neppure aveva
cominciato a prendere in considerazione il problema. Lo Stato, nel­
la teoria di Marx, è lo strumento attraverso il quale la classe domi­
nante domina le classi oppresse. Nel periodo capitalistico della sto­
ria, lo Stato è " il comitato di affari della borghesia " ; esso protegge
la proprietà delle classi capitalistiche e ogni sua politica è negli
interessi della borghesia. Nel Manifesto dei Comunisti egli afferma
11
BAUMOL, p. 1 1 .
12
Ibidem, pp. 140-156, dove figurano lunghe citazioni tratte dai Principles di Mill e
dai Principles di Sidgwick a proposito di questo problema, e una discussione degli occa­
sionali commenti a questo argomento nelle opere di Frédéric Bastiat, J .R. McCulloch e
Friedrich List. Per importanti commenti di Enrico Barone e Giovanni Montemartini, si
veda " Classics " .
" A.C. PrGou, A Study in Public Finance, Macmillan, London 1949, 3 • ed. riveduta.
Si veda comunque il suo libro, a p . 33, per un riferimento esplicito a questo problema.

119
LtJ logica dell'azione collettiva

che " il potere politico propriamente detto non è che il potere orga­
nizzato di una classe per opprimerne un'altra " !4
Questa teoria dello Stato deriva naturalmente dalla marxiana
teoria delle classi sociali. Secondo Marx, " la storia di ogni società
finora esistita è una storia di lotta di classe " .15 Le classi sarebbero
dei " gruppi di persone organizzate in base al proprio interesse " .1'
Le classi sociali sarebbero inoltre uniformemente egoiste : porreb­
bero l'interesse di classe al di sopra dell'interesse nazionale e non si
curerebbero in alcun modo degli interessi delle classi che ad esse si
oppongono. Una classe sociale non è composta da gruppi particolari
di persone che godono dello stesso status o che appartengono alla
stessa fascia di reddito. Le classi sono definite in termini di rapporti
di proprietà. I proprietari del capitale produttivo, e cioè gli " espro­
priatoti " del plusvalore, costituiscono la classe sfruttatrice, e gli
sfruttati lavoratori salariati privi di proprietà costituiscono il pro­
letariato.17
Questo punto della definizione è importante. Se Marx avesse
definito le classi in base alla posizione sociale o al prestigio dei loro
membri, non avrebbe avuto ragione di parlare dei loro comuni in­
teressi, poiché persone con diverse fonti di reddito (ad esempio red­
dito da lavoro o da capitale) possono ciò nonostante godere di un
prestigio analogo. Egli definf invece una classe in base alla proprietà
dei mezzi di produzione. Tutti coloro che fanno parte della classe
capitalistica hanno quindi interessi comuni, e interessi comuni tutti
coloro che appartengono al proletariato, poiché questi sono gruppi
i cui membri vincono o perdono insieme al variare dei prezzi e dei
salari. Un gruppo sociale espropria il plusvalore che l'altro gruppo
produce; la classe sfruttata infine capisce che è nel suo interesse e
nelle sue possibilità ribellarsi, ponendo quindi :fine a tale sfrutta­
mento. Le classi, in breve, sono definite in base ai loro interessi
economici, e per promuoverli ricorreranno a tutti i mezzi, inclusa
la violenza.
L'individuo è egoista esattamente come lo è la classe. Marx

14 KARL MAax e FRIEDRICH ENGELS, The Communist Manifesto, League for Indu­
stria! Democracy, New York 1933, p. 82 (trad. it. Einaudi 1970); si veda inoltre RALF
DAHRENDORF, Class and Class Con/lict in Industriai Society, Stanford University Press, Stan­
ford, Calif. 1959, p. 13 (trad. it. Laterza 19744).
rs
MARX ed ENGELS, Communist Manifesto, p. 59.
16 DAHRENDORF, p. 35.
17 DAHRENDORF, pp. 30-31 ; si veda inoltre MANDELL M. BoBER, Karl Marx's Interpre­
tation o/ Histor)•, Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1948, ed. corretta, soprat­
tutto pp. 95-96. Per questo aspetto, Marx non differiva molto da James Madison, il quale
scrisse nei Federatisi papers (numero dieci) che " la piu comune e piu duratura fonte di fa­
zioni è stata la distribuzione ineguale della proprietà. Quelli che possiedono e quelli che
non possiedono proprietà hanno sempre costituito interessi distinti nella società".

120
Le teorie ortodosse dello Stato e delle classi

non ebbe che disprezzo per i socialisti utopisti e per altri i quali
presumevano che la natura umana fosse buona. Marx attribui gran
parte dell'egoismo che egli vedeva intorno a sé al sistema capitali­
stico e all'ideologia borghese. " La borghesia .. . non ha lasciato in
vita nessun altro legame tra uomo e uomo se non il nudo egoismo,
se non il gelido 'pagamento in denaro'. Ha annegato le estasi piu
alte del fervore religioso, dell'entusiasmo cavalleresco, del senti­
mentalismo filisteo, nell'acqua gelida del calcolo egoistico. " 18 Se
l'egoismo era patente specialmente nella società borghese, tuttavia
era caratteristico anche di tutta la storia dell'uomo civilizzato. " La
sfacciata avidità fu lo spirito motore della civilizzazione dalla sua
prima aurora fino ai giorni nostri; ricchezza, e ancora ricchezza, e
per la terza volta ricchezza; la ricchezza non della società, ma del
meschino individuo fu il suo solo e ultimo scopo. " 19 Marx taccia
di ipocrisia quasi tutto ciò per cui gli uomini sostengono di essere
disposti a sacrificarsi; le ideologie erano per lui dei camuffamenti
per nascondere interessi costituiti; il borghese spendeva larghe
somme per l"' evangelizzazione degli ordini inferiori " , ben sapendo
che ciò avrebbe reso i lavoratori " sottomessi alle abitudini dei si­
gnori che a Dio era piaciuto porre al di sopra di loro " .20 Scrisse
che " la Chiesa Anglicana perdonerebbe, per esempio, piu volentieri
un attacco contro 3 8 dei suoi 3 9 articoli che non contro 1/39 del
suo reddito " ?1 Solo nel comunismo, il comunismo tribale primitivo
o il comunismo che si sarebbe instaurato dopo la rivoluzione, la
propensione all'egoismo non sarebbe stata l'unica molla del compor­
tamento umano.
L'accento posto da Marx sull'egoismo, e la sua ipotesi secondo
cui le classi sarebbero consce dei loro interessi, ha naturalmente
indotto molti critici a ritenere Marx un utilitarista e un razionali­
sta. Per taluni questo sarebbe il suo errore principale ed egli sotto­
lineerebbe eccessivamente l'interesse egoistico e la razionalità. Un
esempio di tale punto di vista merita di essere citato con ampiezza.
C. Wright Mills obiettò che prima che si possa manifestare l'azio­
ne di classe devono sussistere:

18
MARX ed ENGELS, Communist Manifesto, p. 62.
19 Friedrich Engels, citato in BoBER, Karl Marx's lnterpretation, p. 72. Bober scri­
ve: " Se gli economisti inglesi ipotizzarono l'uomo economico nelle transazioni economi­
che, se Machiavelli costruf l 'uomo politico nella sfera della politica, Marx si spinse piu in
Jà» (pp. 74-75).
2 ° FRIEDRICH ENGELS, Socialism, Utopian and Scienti�c, tr. di Edward Aveling, New
York 1892, pp. xxv, xxxi , xxxv i.
21 KARL
MARX, Capita!, a cura di Everyman, } .M. Dent, London 1951, Il, pp. 864-865;
tr. it. Il Capitale, Editori Riuniti, Roma. Si veda inoltre BoBER, capp. vi e vii, pp. 115-156.

121
La logica dell'azione collettiva

l ) una razionale consapevolezza e identificazione con gli interessi della


propria classe; 2) una consapevolezza degli interessi delle altre classi e il lo­
ro rifiuto in quanto illegittimi; e 3 ) una consapevolezza dei mezzi politici e
la disponibilità a usarli per lo scopo politico collettivo di realizzare i propri
interessi ... Alla base del modello generale marxiano vi è sempre . . . la psicolo­
gia politica del " diventare consapevoli delle relative possibilità " . Questa
idea, nelle sue assunzioni psicologiche, è per l'appunto altrettanto razionali­
stica del liberalismo. La lotta che si manifesta deriva dal fatto che classi tra
loro in competizione riconoscono razionalmente l'incompatibilità dei loro
interessi materiali; la riflessione collega il fatto materiale e la consapevolezza
interessata tramite un calcolo dei vantaggi. Come Veblen ha giustamente
sottolineato, l'idea è utilitaristica, e si collega piu a Bentham che non a
Hegel.
Sia il marxismo sia il liberalismo adottano gli stessi presupposti razio­
nalistici secondo cui gli uomini, qualora venga data loro tale opportunità,
arriveranno naturalmente alla consapevolezza politica degli interessi, dell'in­
dividuo o della classe [ il corsivo è mio ] .

L'errore della concezione marxiana secondo cui gli uomini sa­


rebbero mossi da criteri utilitaristici e razionali al punto da capire
i vantaggi dell'impegno nell'azione di classe è provato, secondo
Mills, dalla diffusa apatia politica. " L'indifferenza " , scrive Mills,
" è il principale segnale del... crollo delle speranze socialiste " .
Ma il commento piu incisivo sullo stato della politica negli Stati Uniti
riguarda il fatto della diffusa indifferenza pubblica ... [ La maggior parte de­
gli uomini] sono estranei alla politica. Essi non sono né radicali né liberali.
né conservatori, né reazionari; sono inattivi; sono al di fuori della politica.z:

Marx, in breve, vede degli individui egoistici e delle classi egoi­


stiche che agiscono allo scopo di conseguire i propri interessi. Molti
critici attaccano Marx per aver troppo sottolineato l'interesse egoi­
stico e la razionalità. A loro parere, poiché il conflitto di classe non
è quella forza preponderante che Marx pensava sarebbe stato, la
maggior parte della gente ignora o non si preoccupa dei propri inte­
ressi di classe.

c) La logica della teoria marxiana

Non è in realtà vero che l'assenza di un conflitto di classe del


tipo previsto da Marx dimostri che egli abbia attribuito un'impor-
22 Tutte le citazioni sono tratte da C. WRIGHT MILLS, White Collar, Oxford Univer­
sity Press, New York 1951, pp. 325-328 (tr. it. Einaudi 19745 ) . Anche Talcott Parsons
afferma che Marx fu essenzialmente un utilitarista; si veda Social Classes and Class Con­
/lict in the Light o/ Recent Sociological Theory , nei suoi Essays in Sociological Theory.
Free Press, Glencoe, Ili. 1954, ed. corretta, p. 323.

122
Le teorie ortodosse dello Stato e delle classi

:anza eccessiva alla forza del comportamento razionale. Il verificar­


si dell'azione di classe prevista da Marx è, al contrario, parzialmen­
:e dovuto al predominare del comportamento razionale utilitaristico.
Infatti l'azione di classe non si verificherà se gli individui che for­
""lano una classe agiscono razionalmente. Se un individuo fa parte
J.ella classe borghese, egli potrebbe ben desiderare un governo che
::appresenti la sua classe. Ma da ciò non deriva che sarebbe nel suo
:nteresse adoperarsi in modo da far sf che un simile governo vada
al potere. Qualora ci fosse un simile governo, egli trarrebbe bene­
:lcio dalle sue politiche, sia nel caso in cui egli lo avesse o non
avesse sostenuto, poiché, secondo l'ipotesi dello stesso Marx, tale
governo lavorerebbe per i suoi interessi di classe. Un singolo bor­
ghese, inoltre, non sarebbe in ogni caso presumibilmente in grado
J.i esercitare un'influenza decisiva sulla scelta di un governo. La
.:osa razionale da farsi per un membro della borghesia consiste
::j_uindi nell'ignorare i suoi interessi di classe e nel dedicare le sue
energie ai propri interessi personali. Allo stesso modo, un lavora­
:ore il quale sia convinto di trarre beneficio da un governo " pro­
:etario " non riterrebbe razionale rischiare la propria vita e le pro­
?rie risorse allo scopo di iniziare una rivoluzione contro il governo
�rghese. Sarebbe altrettanto ragionevole supporre che tutti i la­
>oratori in un Paese riducessero spontaneamente il loro orario di
lavoro allo scopo - di aumentare il loro salario rispetto alle remu­
nerazioni del capitale. In entrambi i casi, infatti, l'individuo sco­
prirebbe di ricevere i benefici dell'azione di classe sia che egli vi
abbia o non vi abbia partecipato.23 (È quindi naturale che le rivo­
luzioni " marxiste " siano state provocate da piccole élites di cospi­
ratori i quali approfittarono della debolezza dei governi durante
periodi di disgregazione sociale. Non fu Marx, bensf Lenin e
Troekij , a fornire la teoria per questo tipo di rivoluzione. Si veda
il Che fare 24 là dove Lenin descrive il bisogno dei comunisti di con­
rare su una minoranza impegnata, disposta a sacrificare se stessa e
disciplinata, piuttosto che sugli interessi comuni della massa del
-::�roletariato.)
L'azione di classe cui Marx si riferisce assume quindi le carat-

23 John R. Commons ha anch'egli commesso questo errore; si veda il suo Economists


:..�d Class Partnership, nella sua raccolta di saggi intitolata Labor and Administration, Mac­
:::ll.l lan, New York 1913, p. 60.
24 V.I. LENIN, What Is to Be Done, International Publishers, New York 1929 (tr. it.
':.be fare? Editori Riuniti 1962) ; si veda inoltre EoMUND WrLSON, To the Finland Station,
:Iartcourt, Brace, New York 1940, pp. 384-404; tr. it. Stazione Finlandia, Rizzoli. Crane
3rinton ha dimostrato che le rivoluzioni piu importanti, comuniste o meno, furono condotte
;orprendentemente da un piccolo gruppo di persone; si veda il suo The Anatomy of Revo­
:ution, Random House, New York s.d., pp. 157-163.

123
La logica dell'azione collettiva

teristiche di uno sforzo rivolto al conseguimento degli scopi collet­


tivi di un gruppo numeroso e latente. Una classe, secondo la ter­
minologia marxista, consiste di un numeroso gruppo di individui i
quali hanno un interesse comune che deriva dal fatto di possedere o
di non possedere i mezzi di produzione o capitali. Come in ogni
gruppo latente e numeroso, ogni individuo facente parte della clas­
se troverà conveniente che tutti i costi o sacrifici necessari al con­
seguimento dell'obiettivo comune siano sostenuti da altri. La " le­
gislazione di classe " favorisce per definizione la classe come un
tutto, piuttosto che individui singoli al suo interno, e quindi non
offre agli individui alcun incentivo a intraprendere un'azione con­
sapevolmente " di classe " . Il lavoratore, rispetto alla massa del pro­
letariato, e l'imprenditore, rispetto alla massa della borghesia, sono
nello stesso rapporto del contribuente rispetto allo Stato e dell'im­
presa competitiva rispetto al settore in cui opera.
Il paragone tra la classe in termini marxiani e il normale gruppo
o organizzazione economica d'ampie dimensioni non è per niente
forzato. Marx riservò a volte il termine " classe " a gruppi organiz­
zati: "Nella misura in cui l'identità dei loro interessi non produce
una comunità, un'associazione nazionale e organizzazioni politiche,
essi non costituiscono una classe " .25 Marx sottolineò anche l'impor­
tanza del sindacato e dello sciopero per l'azione di classe del pro­
letariato. Marx ed Engels descrivono il processo dell'azione prole­
taria nel Manifesto dei Comunisti nel seguente modo:
Gli scontri tra i singoli lavoratori e i singoli borghesi assumono maggior­
mente il carattere di scontri tra le due classi. I lavoratori iniziano in breve
a formare delle unioni (sindacati) contro il borghese; essi si uniscono allo
scopo di mantenere alto il livello dei salari; essi fondano associazioni per­
manenti allo scopo di provvedere con anticipo a queste rivolte occasionali.
Qua e là il conflitto esplode in ribellioni.
Di tanto in tanto i lavoratori sono vittoriosi, ma soltanto per un breve
periodo. Il frutto reale delle loro battaglie consiste non nel loro risultato im­
mediato, ma nella sempre crescente unità dei lavoratori .26

I lavoratori che danno inizio alla prima fase della lotta di classe
formando un sindacato al fine di aumentare i salari si trovano, tut­
tavia, a dover fronteggiare il fatto che il singolo lavoratore non ha

25Citato in DAHRENDORF, p. 13.


26Communist Manifesto, pp. 68-69. Molti studiosi ritengono che la crescita dei sin­
dacati diminuisca le possibilità di una rivoluzione comunista, poiché tale crescita istitu·
zionalizza la tensione e tende a mantenerla entro certi limiti. Le rivoluzioni comuniste han·
no avuto i loro piu grandi successi in Paesi dove non esistevano forti sindacati. Si veda
SEYMOUR MARTIN LIPSET, Politica! Man, Doubleday, Garden City, N.Y. 1960, pp. 21-22.

124
Le teorie ortodosse dello Stato e delle classi

interesse a iscriversi al sindacato per ottenere un simile obiettivo.27


Il nocciolo del problema consiste, allora, nel fatto che la teoria delle
classi sociali di Marx è contradittoria nella misura in cui essa si
basa sul perseguimento razionale ed egoistico degli interessi indi­
viduali. Il fatto che l'azione di classe predetta da Marx non si ve­
rifichi non indica, come intendono alcuni dei suoi critici, che la
motivazione individuale non sia predominante, ma, piuttosto, che
non vi sono incentivi economici individuali per l'azione di classe.
Molti fra quanti' criticano Marx come se la sua logica fosse coerente
ma la sua psicologia irrealistica, non solo danno il merito alla teo­
ria di Marx di una coerenza che essa potrebbe non avere, ma assu­
mono anche, erroneamente, che l'apatia e l'inazione di classe cosi
intense come quelle previste da Marx siano dovute a una concreta
razionalità nel comportamento economico. Tali effetti potrebbero
invece dipendere a fil di logica dalla forza di tale comportamento.
Non si intende con ciò negare che una teoria che attribuisse
l'azione di classe al comportamento irrazionale potrebbe essere in
certi casi interessante. Le differenze di classe che derivano da fat­
tori sociologici potrebbero indurre gli individui ad agire in modo
irrazionale ed emotivo secondo gli interessi di classe appunto.28 Una
teoria dell'azione di classe che sottolineasse l'emotività e l'irrazio­
nalità anziché il calcolo freddo ed egoistico spesso sottolineato da
Marx sarebbe, quantomeno, coerente . Marx non fu purtroppo uno
scrittore molto meticoloso ; ciò che egli realmente intese dire è con­
fuso, ed è quindi concepibile che egli abbia avuto in mente una tale
irrazionale, emotiva e psicologica teoria dell'azione di classe, invece
27 Marx sembra a volte essere consapevole di questo problema, ma la sua risposta ad
esso non è affatto chiara; come mostra la . seguente citazione: " L'industria su larga scala
concentra in un singolo luogo una massa di persone che non si conoscono l'una l 'altra. La
competizione fa si che i loro interessi siano diversi. Ma la difesa dei salari, questo interes­
se comune che hanno contro i loro padroni, li unisce in un comune desiderio di resisten­
za - l'associazione . . . le associazioni, inizialmente isolate si costituiscono in gruppi. . . e,
trovandosi essi di fronte a un capitale che è sempre unito, la difesa dell'associazione di­
venta per loro piu necessaria di quella dei salari . . . In questa lotta - una guerra civile ve­
ra e propria - si uniscono e si sviluppano tutti gli elementi necessari per la prossima
battaglia. L'associazione assume, una volta raggiunto tale livello, un carattere politico ". Que­
sto passaggio, tratto dalla Miseria della filosofia, venne anche citato e enfatizzato da Lenin;
si veda il suo saggio su Marx, in Karl Marx, Selected Works in Two Volumes, preparato
dall'Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca, sotto la direzione di V. Adoratsky, lnternatio­
nal Publishers, New York s.d., l, pp. 48-50.
28
Un tale atteggiamento di classe, sociologicamente determinato e irrazionale, potreb­
be ciò nonostante essere influenzato dalla posizione economica della classe: le condizioni
economiche possono cioè influenzare gli atteggiamenti sociali. Ma tale fatto non annulla la
distinzione tra una tale teoria delle classi orientata in senso sociologico e la teoria che ipo­
tizza che l'azione di classe sia dovuta a (ipotetici) incentivi individuali all'azione consa­
pevole di classe. Sull'influenza della classe sul comportamento politico in America, si ve­
dano SAMUEL LUBELL, The Future of American Politics, Harper, New York 1952, passim,
ma soprattutto a p. 59, e, dello stesso autore, The Revo/t o! the Moderates, Harper, New
York 1956, pp. 103-120; V.O. KEY, Politics, Parties and Pressure Groups, T.Y. Crowell,
New York 1958, 4" ed., pp. 269-279.

125
La logica dell'a:r.ione collettiva

di quella teoria razionale fondata su criteri economici e utilitari­


stici che di solito gli viene attribuita. Ciò è concepibile ma forse
improbabile, poiché nel caso in cui Marx avesse voluto sviluppare
una simile teoria egli sarebbe stato logicamente costretto a sotto­
lineare la sincera, altruistica sublimazione degli interessi indivi­
duali a favore dell'azione di classe. Avrebbe dovuto sostenere che
i singoli borghesi erano cosi altruisti e impegnati da trascurare i
loro interessi individuali allo scopo di promuovere gli obiettivi del­
la loro classe. Ma, come ho spiegato in precedenza, questa non era
affatto la posizione di Marx. Egli sottolineò in ogni occasione l'egoi­
smo individuale e il calcolo della borghesia. De:fini persino le classi
in termini di rapporti di proprietà e, quindi, di interessi economi­
ci.29 Inoltre dedicò una scarsa o nessuna attenzione ai processi psi­
cologici e sociologici attraverso cui si potrebbe sviluppare una co­
scienza di classe irrazionale ed emotiva. Per quest-i motivi, Marx
non aveva in mente una teoria solo irrazionale e antieconomica del­
l'azione di classe.30

"' Marx sembra d'altra parte rendersi conto in alcuni passaggi che gli interessi indi­
viduali non forniscono una base per l 'azione organizzata di classe che egli aveva procla­
mato essere la forza decisiva nella storia. Si vedano i suoi commenti sulla competizione
tra i lavoratori e tra i borghesi come causa di rottura dell'unità di ogni classe nel Mani/e­
sto del partito comunista e anche in altri suoi scritti. Si veda anche la citazione tratta dal­
l'Ideologia tedesca (capitolo su Max Stirner) , riportata in LIPSET, Politica/ Man, pp. 24-25 .
Marx attribuisce anche grande importanza al fatto che le idee morali derivano dalla
posizione di classe. Si veda FRIEDRICH ENGELS, Herr Eugen Duhring's Revolution in
Science (Anti-Duhring), tradotto da Emile Burns, New York 1939, pp. 104-105 (tr. it. Edi­
tori Riuniti 19682) . A questo riguardo andrebbe notata la tendenza dei movimenti rivolu­
zionari a reclutare i loro aderenti tra coloro che hanno i piu deboli legami di classe; alcuni
studiosi sostengono che coloro che sono declassati o "alienati " dai principali gruppi della
società hanno le maggiori probabilità di rivolgersi a movimenti religiosi o politici radicali,
come il comunismo, la ]ohn Birch Society (un gruppo politico di estrema destra e razzista
che ha un certo seguito soprattutto tra gruppi di bianchi a basso reddito e basso status
nel Sud degli Stati Uniti, N.d.T. ) , e simili. Si vedano ERre HoFFER, Tbe True Believer,
New American Library, New York 1958, e WILLIAM KoRNHAUSER, Tbe Politics of Mass
Society, Free Presse, Glencoe, Ili. 1959, pp. 14-15. Si veda inoltre ERICH FROMM, Escape
From Freedom, Holt, Rinehart & Winston, New York 1960, e DAVID RIESMAN, Tbe Lo­
nely Crowd, Doubleday Anchor, New York 1956 (tr. it. Il Mulino 19672) .
30 il possibile che Marx non avesse in mente né una teoria razionale, né una teoria
irrazionale del comportamento, ma avanzasse soltanto una tesi non empirica e metafisica
tratta dalla filosofia dialettica di Hegel. Marx fece continuamente riferimento all'importanza
del pensiero dialettico per la comprensione dei fenomeni sociali, e affermò di avere rimes­
so con i piedi per terra la dialettica hegeliana che egli aveva trovato in equilibrio sulla te­
sta. L'essenza della storia è un inesorabile movimento tramite il quale una classe domi­
nante ne rimpiazza un'altra, proprio come ogni tesi ha la sua antitesi. Nella misura in
cui la teoria marxiana della lotta di classe si fonda su una base cosi metafisica, essa fru­
stra ogni critica del tipo di quella fatta sopra; se infatti la sostituzione di una classe do­
minante con un'altra è il risultato di una qualche forza immanente della storia, non im­
porta se il perseguimento razionale dell'interesse personale da parte degli individui che
appartengono alle diverse classi sia in grado o meno di causare tale risultato; il movimen­
to dialettico del mutamento storico assicurerà in ogni caso il mutamento nel dominio di
classe. Ma quale che sia il ruolo svolto dalla dialettica nell'opera di Marx, è chiaro che un
concetto cosi metafisica non può svolgere alcun ruolo in una disciplina empirica come
l 'economia. Per la tesi secondo cui vi è "un elemento di misticismo nella dialettica ", si

126
Le teorie ortodosse dello Stato e delle classi

Molti elementi fanno invece pensare che Marx proponesse una


teoria basata sul comportamento individuale razionale e utilitari­
stico. In tal caso, la sua è una teoria contraddittoria. Ma, anche se
Marx avesse davvero avuto in mente un comportamento irrazio­
nale ed emotivo, la sua teoria è comunque carente, essendo diflicile
credere che il comportamento irrazionale possa fornire la forza mo­
trice di ogni cambiamento sociale per tutto l'arco della storia uma­
na. La teoria delle classi di Marx non è quindi, come Joseph
Schumpeter la defin1, che una " sorella storpia" della sua piu com­
prensiva interpretazione economica della storia.

>eda BoBER, op. cit., p. 44. Per un'opinione diversa, si veda JosEPH SCHUMPETER, Capita­
:ism and Democracy, George Allen & Unwin, London 1954, 4" ed., p. 10 (tr. it. Etas Kom­
pass, 1970).

127
Capitolo quinto

Le teorie ortodosse dei gruppi di pressione

a) La teoria filosofica dei gruppi di pressione

Cosi come i marxisti glorificano l'azione di classe e ne ingigan­


:iscono l'importanza, molti studiosi non marxisti magnificano il
gruppo di pressione esaltandone l'importanza. Molti studiosi ben
:1oti, soprattutto negli Stati Uniti, sostengono entusiasticamente e
3.ccettano con soddisfazione i risultati dell'attività dei gruppi di
?ressione e deridono quei giornalisti e osservatori occasjonali 1 che
si preoccupano del loro potere. Gli studiosi che invece ne tessono
�e lodi sono notevolmente diversi l'uno dall'altro. Vi è però forse
:.m tratto comune nei punti di vista espressi dalla maggior parte di

�oro: cioè la tendenza a commentare in modo favorevole le funzio­


:J.i svolte dai gruppi di pressione e gli effetti positivi delle loro atti­
dtà. Molti sostengono che i gruppi di pressione finiscono di solito
o:ol bilanciarsi l'un l'altro, evitando quindi che si produca un ri­
sultato indebitamente favorevole a uno di loro e ingiustamente
dannoso per il resto della società.
Sarebbe difficile tracciare con precisione le implicazioni della
:esi che reputa i gruppi di pressione utili o per lo meno non peri­
.::olosi. Una corrente di pensiero che nondimeno ha probabilmente
contribuito a creare un clima favorevole alla diffusione di questa
resi è quella conosciuta come " pluralismo " . La tesi pluralistica con­
.::erne argomenti che oltrepassano di molto i gruppi di pressione:
essa in realtà se ne occupa soltanto marginalmente. Il pluralismo è
una filosofia politica secondo la quale le associazioni private di ogni
specie, ma soprattutto i sindacati, le Chiese e le cooperative, do-
1 Si veda RoBERT LucE, Legislative Assemblies, Houghton Miffiin, Boston 1924; STUART
CHASE, Democracy Under Pressure: Special Interests vs. the Public Wel/are, Twentieth
Century Fund, New York 1945; RoBERT BRADY, Business as a System o/ Power, Columbia
University ·Press, New York 1943; KENNETH G. ·
CRAWFORD, The Pressure Bo.ys, Julian
:\1essner, New York 1939.

129
La logica dell'azione collettiva

vrebbero godere di un piu ampio ruolo costituzionale nella società


e lo Stato non dovrebbe esercitare un controllo illimitato sulla pk­
ralità di queste associazioni private. Il pluralismo si oppone, ili
un lato, alla venerazione per lo Stato-nazione di tradizione . hege­
liana, ma rifugge, dall'altro, dagli estremi individualistici dell'anar­
chia e del laissez-faire, e finisce col caldeggiare una società in CU.::
svariate e importanti associazioni private facciano da cuscinetto tr-"
l'individuo e lo Stato.2
Il pluralismo (benché questo non sia il suo principale obietti­
vo) tende a creare una disposizione favorevole ai gruppi di pres­
sione soprattutto sottolineando la spontaneità, la libertà e il carat­
tere volontario dell'associazione privata in contrasto con il caratte­
re coercitivo dello Stato.3 Il teorico della politica pluralista A.D .
Lindsay si esprime come segue :
Gli individui vivono la vita comune della società in ogm tipo di rela­
zione sociale - Chiese, sindacati, istituzioni di ogni genere. La vita religio­
sa, scientifica, economica della comunità si svolge attraverso di esse. Ogm:­
na ha il suo proprio sviluppo. Esse rappresentano una sfera di iniziativa, d:
spontaneità e di libertà. Questa sfera non può esser occupata dallo Stato cor.

i suoi strumenti di coercizione [ il corsivo è mio] .4

I pluralisti hanno parzialmente mutuato tale opinione da due


famosi studiosi di diritto, il tedesco Otto von Gierke ( 1 84 1-1921
e l'inglese F.W. Maitland ( 1 850-1 906) .5 Questi due studiosi si oc-

1 FRANCIS W. CoKER, Pluralism, in "Encyclopaedia of the Social Sciences" , XII, Mac­


millan, New York 1934, pp. 170-173; M.P. FoLLETT, The New State-Group Organizatior.
the Solution of Popular Government, Longmans, Green, New York 1918; HAROLD LASK!
A Grammar of Politics, George Allen & Unwin, London 1939, 4• ed., pp. 15-286; SIR ERNES:
BARKER, Politica! Thought in England, 1848-1914, Oxford University Press, London 1947
pp. 153-160 e 221-224, e Principles of Social and Politica! Theory, Clarendon Press, Oxforé
1947, pp. 47-88. Una nuova variante sociologica della teoria pluralista ha recentemente
sostenuto che l'esistenza di una molteplicità di gruppi politici, oltre allo Stato, è neces­
saria affinché la società non sia vulnerabile da parte di " movimenti di massa " , come il na­
zismo e il comunismo. Si vedano WILLIAM KoRNHAUSER, The Politics o! Mass Society .
Free Press, Glencoe, III. 1959, ed. HARRY EcKSTEIN, A Theory of Stable Democracy, Cen­
ter of lnternational Studies, Princeton University, Princeton, N.]. 1961. Devo a una con­
versazione con Talcott Parsons il suggerimento che questa variante del pensiero sociologi­
co dovrebbe essere considerata come un nuovo tipo di pluralismo.
3 "I pluralisti considerano queste [associazioni volontarie] . . . come se esse implicas­
sero il rispetto dell'indipendenza e dell'iniziativa dei gruppi 'spontanei' economici, profes­
sionali e locali, i quali corrispondono a unità 'naturali' nei loro interessi e nelle loro fun­
zioni. " CoKER in Encyclopaedia o/ the Social Sciences, XII, p. 172: Si veda inoltre FRANCIS
CoKER, Recent Politica! Thought, Appleton-Century-Crofts, New York 1934, pp. 497-520.
4 A.D. LINDSAY, The Modern Democratic State, Oxford University Press, Londor:
1943, I , p. 245.
5 OTTO VON GrERKE , Politica! Theories of the Middle Age, tr. e introduzione cE
F.W. Maitland, Cambridge University Press, Cambridge, Inghilt. 1900, e Natura! Law and
the Theory o/ Society, 1500-1800, tr. e introduzione di Ernest Barker, Cambridge Universi­
ty Press, Cambridge, Inghilt. 1950; F.W. MAITLAND, Mora! Personality and Legai Perso­
nality, in Maitland-Selected Essays, a cura di H.D. Hazeltine, G. Lapsey e P.H. Winfield.
Cambridge University Press, Cambridge, lnghilt. 1936, pp. 223-239.

130
Le teorie ortodosse dei gruppi di pressione

:uparono principalmente dei problemi legali che sorgevano nei ca­


si in cui alle associazioni private non veniva attribuita " personali­
:à giuridica " , cioè lo status di unità soggette a diritti e doveri giuri­
dici, e rinvennero nel pensiero e nella pratica del Medioevo una
:eoria dei gruppi organizzati e delle associazioni che ne sottolinea­
.-a l'origine spontanea e l'unità organica, ritenendo che tale teoria
Jffrisse una base appropriata al pensiero giuridico moderno . Il
?Unto di vista che attribuisce all'organizzazione privata uno svi­
�uppo indipendente volontario e spontaneo venne uiteriormente
:afforzato da vari studiosi che, pur non essendo sempre dei plura­
jsti, condividevano comunque l'entusiasmo per l'associazione vo­
�ontaria. John Dewey fu uno di questi.6 Anche il pensiero corpora­
:ivistico in Francia sottolineò con una certa enfasi pluralistica l'im­
:>artanza dell'associazionismo privato. Joseph Paul-Boncour, che
?ili tardi divenne capo del governo francese, vedeva nella storia
delle associazioni professionali e di mestiere una prova del fatto
;:he in tutti i periodi e in tutti i Paesi tali gruppi erano sorti in mo­
do spontaneo, diventando col tempo una forza decisiva nel loro
:;ettore e mestiere/ Emile Durkheim, il grande sociologo francese,
era, come Paul-Boncour, in un certo senso un " corporativista " , in
quanto credeva nelle cause sociologiche naturali e negli effetti psi­
.:ologici positivi di una rete di associazioni organizzate secondo i
mestieri e propugnava un sistema di governo in cui tali gruppi aves­
sero un'importanza molto maggiore.8
L'idea dello Stato corporativo - in cui il governo sia imper­
:ll ato sulla rappresentatività e l'amministrazione tramite gruppi
professionali e industriali invece che tramite ripartizioni territoria­
li - assomiglia forse per alcuni aspetti all'opinione secondo la qua­
le i gruppi di pres�ione dovrebbero, dati i loro benefici effetti, rive­
stire un ruolo piu importante. La teoria dello Stato corporativo è
stata popolare nell'Europa continentale per un lungo periodo, so­
prattutto in Francia, dove una sua versione è stata appoggiata da
molti gruppi cattolici - è stata infatti incoraggiata ufficialmente

6 JoHN DEWEY, Tbe Public and Its Problems, Allan Swallow, Denver 1954, 3" ed.,
;:>p. 22-23, 26-27, 28-33, 72-73 e 188.
7 JosEPH PAuL-BONCOUR, L� Fédéralisme économique; étude sur les rapports de l'in­
d.ividu et des groupements professionnels, Félix Alcan, Paris 1897, e Reflections of tbe Frencb
Republic, tr. di George Marion Jr., Robert Speller & Sons, New York 1957, I , pp. 40 e
:38-147.
8 EMILE DuRKHEIM, Le Suicide, Félix Alcan, Paris 1897, e Tbe Division o/ Labor
;,. Society, tr. di George Simpson, Free Press, Glencoe, III. 1947, soprattutto pp. 1-3 1 . Si
>eda inoltre MATTHEW H. ELBOW, Frencb Corporative Tbeory, 1 789-1948, Columbia Uni­
>ersity Press, New York 1953, pp. 100-118. Per l'opinione di un politico inglese sull'esi­
genza di un parlamento basato sulle professioni o " sociale" si veda L.S. AMERY, Tbougbts
�n tbe Constitution, Oxford University Press, London 1953, pp. 64-69.

131
La logica dell'azione collettiva

dal Vaticano9 - cosi come dal presidente Charles de Gaulle.10


L'enfasi posta sull'organizzazione politica basata sulle corporazioni
industriali e di mestiere, invece che sull'organizzazione territoria­
le, ha ovviamente caratterizzato anche alcuni pensatori del sinda­
calismo e del fascismo, ed è stata praticata, in una certa misura,
nell'Italia fascista e nella Francia di Vichy.11

b) L'economia istituzionalista e il gruppo di pressione.


fohn R. Commons

In America, la difesa piu meditata della rappresentanza basa­


ta sull'occupazione invece che sulle aree geografiche venne proba­
bilmente dall'economista istituzionalista John R. Commons.12 E, nel
suo caso, l'interesse per la rappresentanza corporativa si legava di­
rettamente al suo atteggiamento favorevole ai gruppi di pressione.
Commons si espresse, a un certo punto, a favore dell'elezione di­
retta di rappresentanti di tutti i gruppi di interesse : questi rappre­
sentanti avrebbero dovuto costituire il vero corpo legislativo del
Paese.13 In Inghilterra, a favore di un sistema politico abbastanza
simile a questo si espressero G.D.H. Cole e altri socialisti favore­
voli alle corporazioni di mestiere.14 La tesi principale di Commons,
9 Prus XI, Quadragesimo anno.
10
ELBOW, passim , soprattutto pp. 81-96, 100-118, 197-204.
11
CoKER, Recent Politica[ Thought, pp. 229-290, 460-496; ELBOW, passim; RICHARD
HuMPHREY, Georges Sorel, Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1951, passim,
soprattutto pp. 193-194. Le idee di Adolph Berle sul ruolo che possono svolgere le corpo­
razioni ricordano in certi aspetti il pluralismo; si veda The Twentieth Century Capitalist
Revolution, Harcourt, Brace, New York 1954, e Power without Property, Harcourt, Bra­
ce, New York 1959.
12
]OHN R. CoMMONS, Representative Democracy, Bureau of Economie Research, New
York s.d.; Institutional Economics, University of Wisconsin Press, Madison 1959, II,
pp. 877-903; The Economics of Collective Action, Macmillan, New York 1950.
" Si veda il secondo capitolo, intitolato Representation of lnterests, in Representative
Democracy di Commons. "Per risalire ai primi fondamenti del governo rappresentativo
(storicamente e anche logicamente) , sarebbe necessario permettere a ognuno di questi inte­
ressi diversi di congiungersi e di eleggere il proprio rappresentante. I negri eleggerebbero
dunque Booker T. Washington, i banchieri Lyman ]. Gage e ]. Pierpont Morgan . . . ; i sin­
dacati Samuel Gompers e P.M. Arthur, il clero l'arcivescovo Corrigan e il dottor Pankhurst,
le Università Seth Low e il presidente Eliot . . . Forse nessuno di questi uomini potrebbe,
tuttavia, essere eletto oggi in base al voto popolare nelle ristrette circoscrizioni o distretti
dove capita loro di risiedere . . . Ma questo principio originale si sta allo stesso tempo in­
consciamente facendo strada. Negli ultimi venti anni non vi è stato alcun movimento so­
ciale piu quieto e piu potente dell'organizzazione degli interessi privati" (pp. 23-24) . Si
veda inoltre HARVEY FERGUSSON, People and Power, William Morrow, New York 1947,
soprattutto pp. 1 10-1 1 1 . Un difetto di un tale parlamento basato sui gruppi di pressione
è che nessun legislatore può realisticamente barattare un interesse con un altro, e quindi
potrebbe essere impossibile raggiungere il livello di compromesso necessario al manteni­
mento di una democrazia.
14 "Parlare di un uomo che ne rappresenta un altro o un gruppo di altri non ha alcun
senso; . . . non esiste niente di simile alla rappresentanza di una persona da parte di un'altra,
poiché la reale natura di un uomo è tale che egli non può essere rappresentato . . . Noi affer-

132
Le teorie ortodosse dei gruppi di pressione

:uttavia, è che i gruppi di pressione costituiscono la forza piu rap­


?resentativa e benefica tra quante influiscono sulla politica econo­
:nica americana. Commons muoveva dall'opinione che i meccani­
smi di mercato non producessero di per sé risultati equi per i di­
·;ersi gruppi economici, e dalla convinzione che tale sperequazione
:asse dovuta all'ineguale potere di contrattazione di questi diversi
�ppi. L'azione collettiva promossa dal governo, essendo le as­
semblee parlamentari controllate da politici appartenenti alle mac­
:hine di partito e da uomini di larghi mezzi, non rimuoverebbe tali
ileguaglianze, a meno che i gruppi di pressione non spingano a fa­
';ore delle necessarie riforme. I gruppi di pressione sono quindi,
?t!t Commons, uno strumento virtualmente indispensabile per il
:-aggiungimento di un ordine economico giusto e razionale.15 I con­
:3itti tra i diversi gruppi sono pertanto visti come strumento di ri­
:orme e di progresso. Commons pensava che l'economista non do­
";""esse cercare di promuovere provvedimenti di carattere economico
:he si presentassero nell'interesse di tutta la società: egli doveva
?iuttosto legarsi a qualche gruppo di pressione o a una classe, con­
sigliando loro le misure capaci nel lungo periodo di farne gli inte­
:-essi. Dopotutto, tramite appunto la loro identificazione con le clas­
si industriali e commerciali in ascesa nell'Inghilterra del secolo
XIX, gli economisti classici erano giunti a esercitare una decisiva
:.nfluenza sulla politica economica inglese.16
La convinzione di Commons che i gruppi economici di pres­
sione avessero una migliore rappresentatività che non le assemblee
�egislative basate sulla rappresentanza territoriale costituisce la
?atte del suo pensiero piu rilevante ai nostri fini. Nel suo ultimo
:ibro in cui, con l'aiuto di Kenneth Parsons, riassunse il suo pen­
siero, egli scrisse: " Un fatto importante a proposito dei gruppi di

�o che l'unico modo in cui vi può essere una reale rappresentanza è quando il rap­
;>resentante non rappresenta un'altra persona, ma un qualche insieme di propositi che gli
-:cmini hanno in comune; non si dovrebbe quindi mai cercare di rappresentare Smith, Jo­
::es e Brown per mezzo di Robinson; se, tuttavia, Smith, Jones e Brown condividono un
:.:Jteresse comune in una cosa particolare, sia come produttori sia come giocatori di foot-ball
) in un qualsiasi altro loro aspetto, è abbastanza legittimo che essi scelgano Robinson come
=utore per loro conto e in loro nome del loro comune proposito. Ciò significa che, se
è>biamo ragione, ogni vera rappresentanza non è una rappresentanza di individui, ma sol­
:.mto una rappresentanza di propositi comuni; oppure, per parole diverse, che ogni rap­
;-resentanza reale è necessariamente una rappresentanza basata sulle funzioni . " Questo pas­
;o è tratto da G.D.H. CoLE, Guild Socialism, estratto da Introduction to Contemporary
:::ivilization in the West, curato e pubblicato dalla Columbia University, Il, p. 889. Si veda
uche, di CoLE, Self-Government in Industry, G. Beli & Sons, London 1917.
15 CoMMONS, Economics of Collective Action, passim, soprattutto pp. 39, 59, 262-
:?91; Institutional Economics, passim; e The Legal Foundations of Capitalism, University
:i Wisconsin Press, Madison 1957, passim.
16 Economists and Class Partnership, in " Labor and Administration " , Macmillan,
�ew York 1913, una raccolta di articoli di COMMONS, pp. 51-71 e soprattutto pp. 54 e 67.

133
La logica dell'azione collettiva

pressione è la recente concentrazione dei loro quartieri generali a


Washington, D.C., la capitale politica del Paese. I gruppi econo­
mici di pressione diventano in effetti un parlamento professionale
del popolo americano, piu realmente rappresentativo del Congres­
so eletto in base alle divisioni territoriali [ il corsivo è mio ] . Essi
sono la controparte informale del mussoliniano 'Stato corporativo',
lo Stato italiano basato sui mestieri e sulle professioni " .17 L' appro­
vazione di Commons dei gruppi di pressione si spinse fino al punto
di suggerire che essi, soprattutto i sindacati dei lavoratori, le orga­
nizzazioni degli agricoltori e le cooperative, fossero le istituzioni
piu vitali della società e la linfa della democrazia. La libertà di for­
mare gruppi di pressione era piu importante di ogni altra libertà
democratica. A suo giudizio, metteva conto difendere l'assemblea
legislativa tradizionale contro gli assalti del fascismo e del comuni­
smo soprattutto perché essa avrebbe a sua volta concesso la liber­
tà di associarsi in gruppi di interesse o di mantenere in vita i grup­
pi di pressione.

Ma molto piu importante delle altre ragioni per migliorare i corpi legisla-
tivi è la protezione che essi possono dare alle associazioni volontarie . . . I di-
ritti dell'uomo consistono ora nei suoi diritti di libera associazione . . . le li-
bertà civili che rendono possibili le associazioni volontarie dei sindacati dei
lavoratori, le cooperative degli agricoltori, le associazioni degli imprendito­
ri e i partiti politici. Sono queste associazioni, piuttosto che l'individualismo,
piu antico, della libera azione individuale a costituire il baluardo del moder­
no liberalismo e della democrazia contro il comunismo, il fascismo o il capi­
talismo delle banche [ il corsivo è mio] .18

Questo aspetto del pensiero di Commons è stato recentemente


sviluppato da Kenneth Parsons, il suo piu interessante discepolo e
interprete.19 Anche alcuni aspetti della teoria di John Kenneth Gal­
braith, sul potere equilibrante che l'azione politica dei gruppi di
pressione dovrebbe produrre, hanno una certa somiglianza con le
teorie di Commons .20

17 CoMMONS, Economics o/ Collective Action, p. 3 3 ; si veda inoltre pp. 59, 262-277


e 291. A volte, tuttavia, Commons sostenne, in modo apparentemente contraddittorio, che
alcuni gruppi importanti non erano affatto bene organizzati. Ciò era particolarmente vero
nel caso degli agricoltori. Ibidem, p . 213, e Institutional Economics, II, pp. 901-902.
18 CoMMONS, Institutional Economics, Il, pp. 901-903.
19 KENl'IETH PARSONS, Social Conf/.icts and Agricultural Programs, in "Journal of Farm
Economics ", XXIII, novembre 1941, pp. 743-764.
20
]OHN KENNETH GALBRAITH, American Capitalism: The Concept o/ Countervailing
Power, Hamish Hamilton, London 1952, soprattutto cap. x, " Countervailing Power and
the State", pp. 141-157.

134
Le teorie ortodosse dei gruppi di pressione

c) Le teorie moderne dei gruppi di pressione.


Bentley, Truman, Latham

La maggior diffusione del giudizio di Commons sui gruppi di


pressione non è tra gli economisti, bens1 tra gli studiosi della po­
:.itica. Questi ultimi hanno infatti sviluppato una teoria del com­
?Ortamento di gruppo sorprendentemente simile a quella sostenu­
ta da Commons . Molti, se non la maggior parte di questi studiosi,
accolgono l'idea che i gruppi di interesse siano decisamente il fon­
damentale fattore determinante del comportamento economico e
politico. Come Earl Latham ha sottolineato nel suo libro The Group
Basis of Politics, " gli scrittori americani che si occupano di politica
hanno in misura sempre maggiore adottato l'opinione secondo cui
il gruppo costituisce la forma politica di base " .21 Lo stesso profes­
sar Latham condivide questo punto di vista: " È stato sottolineato,
e ripetutamente, che la struttura della società è associativa. I grup ­

?i sono basilari. . . Ciò che è vero per la società è vero per la . . . co­
munità economica " .22
Il parallelismo tra il pensiero di Commons sul comportamento
di gruppo in economia e in politica e l'indirizzo di pensiero della
scienza politica può essere facilmente illustrato. Il professar Latham
mostra tale parallelismo nel modo piu chiaro:
Il concetto del gruppo è stato utile per introdurre nell'economia una
...

conoscenza delle istituzioni umane per mezzo delle quali uomini scavano
carbone, producono sapone e navi da guerra, creano il credito, e distribui­
scono le risorse della produzione. Commons, Veblen, Clark, Andrews e altri
?ionieri dello studio empirico di gruppi economici come le banche, le im­
?rese, le cooperative agricole, i sindacati, le cooperative, le ferrovie, le socie­
:à di intermediazione e scambio hanno dato un grande contributo alla retti­
oca della nozione secondo cui una legge oggettiva, incurante degli uomini,
�iempirebbe ogni portafoglio nell'esatta misura in cui il suo possessore con­
::ribuisce al complesso dei beni e servizi sociali. Un secolo fa, la teoria eco­
:J.Omica muoveva da una definizione rigida della natura del mondo economi­
.::o, tendendo a dedurne le caratteristiche, sicché si figurava un mondo eco­
:J.omico abitato da una molteplicità di individui isolati, dove l'associazione
costituiva una deviazione patologica. Un universo cosf definito (non già os­
servato) non poteva che funzionare - nel regno del puro discorso. Noi ci
siamo cosf tanto allontanati da questo modo di considerazione da aver in­
,·entato tutto un nuovo linguaggio per spiegare il funzionamento di una co­
:nunità economica fatta di aggregazioni, grappoli, blocchi e combinazioni di
�rsone e cose, non certo da individui isolati . Pochi studiosi moderni di eco-

21
EARL LATHAM, The Group Basis o/ Politics, Cornell University Press, lthaca, N.Y.
: 952, p. 10; si veda inoltre DAVID B. TRUMAN, The Governmental Process, Alfred A. Knopf,
�ew York 1958, pp. 46-47.
" LATHAM, p. 17.

U5
La logica dell'azione collettiva

nomia sarebbero in grado di discutere gli argomenti che loro interessano


senza far riferimento all'" oligopolio " , alla " concorrenza imperfetta " , alla
" concorrenza monopolistica " e ad altri fenomeni di gruppo nella comunità
economica.23

Ciò che è significativo in questa citazione non è tanto il trascu­


rare che sia la concorrenza monopolistica sia quella imperfetta si
basano, in realtà, su ipotesi completamente individualistiche al pa­
ri di quelle su cui si basa la concorrenza perfetta, ma piuttosto il
convincimento che gli interessi e il comportamento di gruppo co­
stituiscono le forze primarie dei comportamenti tanto in economia
quanto in politica. L'essenza di questa tradizione della scienza po­
litica sembra consistere nel fatto che si guarda agli interessi di grup­
po piuttosto che a quelli individuali quando si voglia individuare
le forze di base che agiscono nell'economia e nella comunità poli­
tica. Per Commons come per Latham, gli interessi di gruppo sono
dominanti, e gli interessi individuali secondari.
Latham sottolinea assai ragionevolmente la stretta connessio­
ne tra la " teoria del gruppo " della scienza politica americana mo­
derna e la tradizione pluralista. Ai teorici originari del pluralismo,
ai pluralisti cosiddetti " filosofici " , è riconosciuto il merito di aver
compreso " che il gruppo costituisce la base della società, sia nelle
sue comunità politiche sia in quelle economiche " .24 Gli iniziatori
del pluralismo, pi.Ir lodati per aver individuato il carattere fonda­
mentale e inevitabile dell'azione politica ed economica intrapresa
in nome degli interessi di gruppo, sono d'altra parte rimprovera­
ti per non aver affrontato con una mentalità scientifica l'esame
" delle forme, dei mutamenti e trasformazioni " dei gruppi.25 I mo­
derni studiosi della politica, poiché si occupano della pluralità di
forme dei gruppi, dovrebbero essere chiamati anch'essi pluralisti,
ma, a causa del loro rigore " scientifico " e teorico, si dovrebbe ag­
giungere l'aggettivo " analitico " per distinguerli dai pluralisti del­
le origini o " filosofici " .26 Tutti i moderni " teorici dei gruppi " , so­
no, quindi, " pluralisti analitici" .
I l piu importante dei pluralisti " moderni " o " analitici " è stato
Arthur F. Bentley, poiché il suo libro, The Process of Govern­
ment/7 ha ispirato la maggior parte degli studiosi di politica che
" Ibidem, pp. 4-5.
" Ibidem, p. 8
25 Ibidem, p. 9
26 Ibidem, p. 9.
27 ARTHUR F. BENTLEY, The Process o/ Government, Principia Press, Evanston, III.
1949. Benché questo libro sia stato pubblicato per la prima volta nel 1908, e sia quindi
contemporaneo a molti dei primi scritti pluralisti originali o "filosofici ", il suo approccio
è in completa armonia con la scienza politica moderna.

136
Le teorie ortodosse dei gruppi di pressione

sono ricorsi all"' approccio di gruppo " .28 Il suo libro, probabilmen­
:e uno dei piu fecondi per la scienza sociale americana, è in parte
-.m attacco contro alcuni errori metodologici che hanno aduggiato
:o studio della politica, ma è, soprattutto, una discussione del ruo­
:o dominante che i gruppi di pressione svolgono nella vita econo­
:nica e politica.
L'aspetto economico era molto importante per Bentley, che in
?recedenza si era occupato di storia economica, e si considerò un
economista per gran parte della sua vita.29 Egli pensava che la di­
scriminante tra i gruppi sociali fosse principalmente la ricchezza.30
_\Ilo studio dei gruppi di pressione egli si dedicò soprattutto perché
-.·e lo spingeva l'interesse per i fatti economici. " Il mio interesse
�r la politica " , scrisse in Th e Process of Government, " non è
?rimario, ma deriva da quello per la vita economica; e, con questa
:mpostazione, spero di poterla meglio comprendere di quanto non
sia riuscito sinora " .31
La sua convinzione che il gruppo di pressione fosse una forza
.:!i base non si limitava, comunque, alla sfera economica, benché
.:tuesta fosse ovviamente la piu importante. " L'analisi di questi
;ruppi costituisce il grande compito dello studio di ogni forma del­
:a vita sociale " , sosteneva; " una volta definiti adeguatamente i
�ppi, tutto è definito. Quando dico tutto, intendo dire proprio
:utto. " 32 Inoltre, fondamentali erano gli interessi del gruppo. " Non
:·i è gruppo che non abbia i propri interessi. Un interesse, nell'ac­
:ezione qui usata, è sinonimo di gruppo. " 33 Questi interessi di grup­
?0 andavano individuati studiandoli empiricamente. Secondo Ben­
:ley nessun " interesse " può sussistere se non si manifesta attra­
�erso l'azione di gruppo.
Tutto erano gli interessi di gruppo, nulla gli interessi indivi­
Juali. L'importante erano gli interessi comuni a gruppi di perso­
:J.e, non le perdite e i guadagni dei singoli individui. " L'individuo
:.n se stesso, come autonoma unità extrasociale, è una finzione.
Ogni parte della sua attività, che è tutto ciò che conosciamo di lui,
:mò invece essere definita da un lato come attività individuale, e

28 TRUMAN, p. ix; LATHAM, p. 10; RoBERT T. GoLEMBIEWSKI, "Tbe Group Basis of


:o?litics": Notes on Analysis and Development, in "American Politica! Science Review " ,
:.IV, dicembre 1960, p. 962; WrLLIAM ]. BLOCK, Tbe Separation o f the Farm Bureau and
:;e Extension Service, University of Illinois Press, Urbana 1960, p. 2 .
29 MYRON Q. HALE, Tb e Cosmology o / Artbur F . Bentley, i n "American Politica!
Xience Review" LIV, dicembre 1960, p. 955.
30 BENTLEY, p. 462.
31 Ibidem, p. 210.
32 Ibidem, pp. 208-209.
" Ibidem, p. 211, il corsivo è mio.

1 37
La logica dell'azione collettiva

dall'altro come sociale e di gruppo. La precedente affermazione è


in genere di trascurabile importanza per l'interpretazione della so­
cietà; la seconda è essenziale prima, dopo e sempre. " 34 Una funzione
era anche l'idea dell'interesse nazionale, proprio come quella del­
l'interesse individuale. Tutti gli interessi di gruppo riguardavano
gruppi costituenti solo una parte della nazione o della società.:;;
" Scopriremo " , scrisse Bentley, " nell'esaminare 'la società nel suo
insieme', che questa è soltanto il gruppo o la tendenza rappresen­
tata da chi di volta in volta ne parla, presentandola come una pre­
sunta richiesta universale della società stessa. " 36 Nel modello di
Bentley questa situazione non era che logica, visto che egli definiva
i gruppi in base al loro conflitto reciproco, e pensava che " nessun
gruppo di interesse ha un significato se non in riferimento ad al­
tri gruppi di interesse " .37
Avendo definito gli interessi di gruppo in base al loro recipro­
co conflitto, e avendo quindi escluso l'idea di un interesse della so­
cietà come un tutto, Bentley era quindi in grado di affermare che
la risultante delle pressioni di gruppo era la sola e unica causa
della linea politica del governo. " La pressione, nel senso in cui noi
facciamo uso di questo termine, è sempre un fenomeno di gruppo.
Essa indica le spinte e le resistenze che si esercitavano tra gruppi.
Lo stato attuale della società è l'equilibrio tra le pressioni dei vari
gruppi. " 38 Il governo, nella teoria di Bentley, è " il contempera­
mento o il punto d'equilibrio tra gli interessi " .39 Lo schema del mo­
dello risulta ora evidente. Avendo assunto che non si danno real­
mente interessi individuali, che ogni gruppo ha i suoi interessi, che
questi interessi conducono sempre a un'azione di gruppo e che non
vi è alcun interesse di gruppo che investa tutti i membri della so­
cietà, Bentley poteva cosi proclamare che tutti gli atti del governo,
coinvolgenti problemi di grande o minor rilevanza, erano deter­
minati dalle pressioni dei gruppi di conflitto .40 Questa la chiave

" Ibidem, p. 215; si veda inoltre pp. 166-170 e 246-247 .


35 "Lo 'Stato' stesso non costituisce, a mia scienza e coscienza, un fattore della no
stra ricerca. Esso è come !"insieme sociale' : non siamo interessati ad esso in quanto tale
ma soltanto ai processi che accadono al suo interno. " Ibidem, p. 263; si vedano anche le
pp. 217-222, 271 , 422, 443-444, e R.E. DowLING, Pressure Group Theory: Its Metbodoler
gical Range, in "American Politica! Science Review ", LIV, dicembre 1960, pp. 944-954, e
soprattutto pp. 944-948.
36 BENTLEY, p. 220; per un simile punto di vista si veda TRUMAN, p. 5 1 .
3 7 BENTLEY, p. 271 ; egli sostiene inoltre che "l'attività che è i l riflesso d i u n gruppo .
per quanto numeroso esso possa essere, ne è sempre il riflesso in opposizione all'attività d:
un qualche altro gruppo " (p. 240).
38 Ibidem, pp. 258-259.
39 Ibidem, p. 264.
"' Bentley trasse tutte le implicazioni dal suo modello. Ogni aspetto rilevante per i:
controllo della politica sociale ed economica poteva essere inserito nel modello dei grupp:

138
Le teorie ortodosse dei gruppi di pressione

per comprendere il governo in generale e la politica economica


in particolare.
Sempre, la risultante di tutte le pressioni di gruppo era non
solo il fattore determinante della politica sociale, ma, secondo Ben­
tley, quasi sempre qualcosa di ragionevole e di equo. I gruppi eser­
citano una pressione a un di presso proporzionale alle loro di­
mensioni. L'interesse piu esteso e piu generale tenderà di solito a
prevalere sull'interesse particolare piu limitato. Bentley prende in
esame una situazione in cui un gruppo relativamente piccolo di
proprietari di mezzi di trasporto danneggi con i suoi pesanti vagoni
trasportati su strada la pubblica rete viaria di una città a detrime!l=
ro della maggioranza dei contribuenti e dei cittadini. A suo giudi­
zio l'interesse della maggioranza finirà col prevalere sugli interessi
particolari della minoranza : la massa dei contribuenti è destinata
; vincere e a imporre ruote piu larghe ai carrelli dei trasportatori,
anche se molti membri della maggioranza possono non essere a
conoscenza della controversia.41 Un risultato tipico . " La maggior
parte dell'ordinaria amministrazione del governo . . . si compone di
atti che altro non sono se non aggiustamenti imposti da una coali­
zione di interessi generali deboli ad interessi meno numerosi ma,
rispetto al numero dei loro portatori, piu cospicui. Se si può attri­
buire un qualche significato all'espressione 'controllo da parte del
popolo' cosi come viene abitualmente intesa, si tratta probabil­
mente di questo . " 42 Le assemblee legislative - conviene Bentley
- lavorano a volte in modo abbastanza imperfetto, ma quando in­
teressi particolari acquistano troppo peso, un clamore si leva con­
tro di essi.43 La pressione politica esercitata dagli interessi partico-

di pressione in conflitto. Si danno delle diversità nelle qualità della dirigenza? Ciò è so·
;>rattutto il risultato di diverse tendenze di gruppo . Se il dirigente di un gruppo è debole,
ciò significa che ci sono dei sottogruppi in conflitto tra loro all'interno del gruppo che egli
sta cercando di dirigere. Ci sono delle differenze nel tipo di governo? Le pressioni di
gruppo trionferebbero comunque sia che ci fosse una dittatura, una monarchia costituzio·
:1ale, una oligarchia, o la democrazia. Perfino il piu potente dittatore è un mediatore tra
gruppi; l'esercito, la Chiesa, i proprietari terrieri e cosi via; persino gli interessi degli
schiavi ebbero la loro influenza sul risultato complessivo. La separazione dei poteri? Le
;>ressioni dei gruppi determinerebbero il risultato qualunque sia il modo in cui il gover­
:10 è organizzato, benché ciascuna diversa agenzia o parte del governo sia essa stessa un
gruppo con interessi propri a sua volta influenzerebbe l'equilibrio delle pressioni. Anche
:e decisioni della magistratura si potrebbero intendere in base alle pressioni di gruppo.
L'estensione del diritto di voto? Un gruppo deterrebbe il potere sia che avesse, sia che
non avesse il diritto di voto. Il fatto che le donne dispongano o meno del diritto di voto
ha scarsa importanza, poiché nel caso in cui non ne disponessero esse influenzerebbero co­
munque il risultato delle pressioni di gruppo attraverso un importante sottogruppo, la fa­
rn:glia.
41 BENTLEY, pp. 226-227.
42 Ibidem, p. 454.
" Ibidem, pp. 454-455.

139
La logica dell'azione collettiva

lari non è quindi da temersi : costituisce un mezzo eccellente ed ef­


ficiente per regolare gli interessi in conflitto dei gruppi.44
Nonostante l'accento enfatico posto sull'importanza e i vantag­
gi delle pressioni di gruppo, Bentley dice molto poco sul perché le
istanze dei differenti gruppi all'interno della società debbano ten­
dere a trasformarsi in pressione politicamente ed economicamente
efficace. Né egli prende in considerazione i motivi che spingono i
gruppi a organizzarsi e ad agire; o i motivi per cui alcuni gruppi so­
no importanti in alcune società e gruppi diversi sono importanti
invece in altre società e in differenti periodi.45 I discepoli di Ben­
tley hanno tuttavia cercato di colmare questa lacuna nella sua
teoria.
David Truman, nel suo noto libro The Governmental Process,
ha dedicato una cura particolare a questa carenza nel libro di Ben­
tley. Il professar Truman ha essenzialmente cercato di sviluppare
una variante della teoria sociologica delle associazioni volontarie
allo scopo di dimostrare che pressioni di gruppo organizzate ed effi­
caci emergeranno ogni qualvolta sia necessario.46 A mano a mano
che la società si fa piu complessa e i bisogni dei suoi gruppi si ac­
crescono numerosi e si differenziano - sostiene Truman - essa
tenderà inevitabilmente a formare associazioni aggiuntive allo sco­
po di stabilizzare le relazioni tra i vari gruppi sociali. Il bisogno di
associazione cresce con l'aumentare della specializzazione e della
complessità sociale, e tali associazioni verranno create, poiché il
sorgere di associazioni allo scopo di soddisfare i bisogni della so­
cietà è una caratteristica fondamentale della vita sociale.
Al crescere della specializzazione e di fronte alla continua frustrazione
delle aspettative consolidate derivante dai rapidi cambiamenti nelle relative
tecniche, la proliferazione delle associazioni è inevitabile [ il corsivo è mio ] .
Questi fenomeni si susseguono cosi d a vicino, infatti, che il tasso di forma­
zione delle associazioni può servire da indice della stabilità di una società, e
il loro numero può essere usato come un indice della sua complessità. Le so­
cietà semplici non hanno associazioni (nel significato tecnico del termine) ;

44 " Il log-rolling è tuttavia, nella realtà i l piu tipico processo legislativo. Quando uno
lo condanna 'per principio', tale condanna si basa soltanto sul suo contrasto con un ipote­
tico spirito pubblico puro che si pensa guidi o dovrebbe guidare i legislatori mettendoli in
grado di emettere giudizi su quello che costituisce il meglio 'per tutti' con una serenità de­
gna di Giove. Poiché non esiste nulla che sia per tutti letteralmente il meglio, gli schiera­
menti dei gruppi essendo quelli che sono, questa pietra di paragone non è di alcuna utili­
tà, anche nel caso in cui fosse davvero possibile avere un'attività legislativa non riducibile
alle attività dei gruppi di interesse. E una volta ridotto il processo legislativo al gioco de­
gli interessi di gruppo il log.rolling, ovvero il do ut des, appare allora come la vera essen­
za di tale processo. Il quale consiste di compromessi... di commerci, nel contemperamento
degli interessi " (ibidem, pp. 370-371 ) .
" Si vedano tuttavia le sue pp. 460.464.
46 TRUMAN, pp. 23-33, 39-43 e 52-56.

140
Le teorie ortodosse dei gruppi di pressione

via via che esse diventano piu complesse, e cioè via via che i gruppi istitu­
zionalizzati altamente differenziati si fanno piu numerosi, le società svilup­
pano un numero maggiore di associazioni.47

Questo aumento " ineluttabile " nel numero delle associazioni


produrrà inevitabilmente il suo impatto sul governo . Le associa­
zioni acquisiranno, ogni qualvolta il governo risulti importante per
il gruppo in questione, delle connessioni con le istituzioni governa­
tive.48 Questa tendenza delle associazioni a sorgere per soddisfare
i bisogni dei gruppi della società è specialmente evidente nel cam­
po economico.
Vi sono senza dubbio una serie di ragioni per il prevalere delle asso­
ciazioni che derivano dalle istituzioni economiche ... Si sono avuti una serie
di perturbazioni e di disagi in seguito al tentativo utopistico, come lo defi­
nisce Polanyi, di stabilire un sistema basato su un mercato completamente
autoregolantesi. Questo tentativo ha implicato la politica di trattare fattori
fittizi quali la terra, il lavoro e il capitale come se fossero reali, ignorando il
fatto che si riferiscono a esseri umani o hanno comunque una stretta influen­
za sul loro benessere. L'applicazione di tale politica ha comportato inevita­
bilmente sofferenze e disagi - disoccupazione, ampie fluttuazioni dei prez­
zi, sprechi e cosi via. Queste perturbazioni non potevano che far nascere una
serie di associazioni - di proprietari, di lavoratori, di agricoltori - che han­
no influito sul governo allo scopo di mitigare e controllare i danni prodotti
da tale sistema per mezzo di tariffe protettive, sussidi, salari garantiti, assi­
curazioni sociali e. simili.49 [ il corsivo è mio ] .

Truman sembra quindi sostenere che " sofferenze " , " disagi " e
" perturbazioni " si produrranno pressoché inevitabilmente in una
pressione politica organizzata. Quei gruppi svantaggiati che hanno
bisogno di un'organizzazione finiranno infatti per averla. Ma gli
avvenimenti della vita politica moderna non convalidano necessa­
riamente questa opinione. Stando al metro di Truman, un nume­
ro ben maggiore di associazioni avrebbe dovuto sorgere durante
la rivoluzione industriale (quando " disagi " e " sofferenze " non si
contavano) . E invece, come egli stesso sottolinea, il tasso di for­
mazione delle associazioni è stato piu alto negli anni recenti 50 (che
sono stati per lo piu prosperi e stabili) .

47 Ibidem, p, 57.
" Ibidem, pp. 52, 55.
49 Ibidem, p. 61. Truman attribuisce anche al rapido tasso di cambiamento delle tec·
niche nell'industria moderna parte del credito per il predominio delle associazioni eco­
nomiche.
50 Ibidem, pp. 55, 60. Secondo la teoria di Truman i principali sindacati nazionali
inglesi avrebbero dovuto sorgere durante la rivoluzione industriale, e non nel tranquillo
periodo seguito al 1850, e i sindacati americani avrebbero dovuto conoscere la loro maggior
crescita durante gli anni tumultuosi del cambiamento industriale dopo la guerra civile, op-

141
La logica dell'azione collettiva

A parte questo tentativo di modificare la teoria di Bentley (ag­


giungendovi una spiegazione del perché i bisogni e gli interessi dei
gruppi dovrebbero condurre all'organizzazione di gruppi di pres­
sione politica), Truman ebbe la tendenza a seguire ogni svolta e
ogni contorsione della spiegazione di Bentley. Truman, come Ben­
tley, non si occupò degli interessi individuali ; le sole cose che egli
considerava importanti erano gli interessi di gruppo, le attitudini
di gruppo e le pressioni di gruppo.51
Truman non solo condivise l'opinione secondo cui le pressioni
di gruppo sono il solo fattore determinante della posizione finale
di equilibrio, ma ebbe anche, se possibile, dubbi ancora minori
sulla tendenziale desiderabilità ed equità di questo equilibrio di
gruppo.52 Il benevolo giudizio del professar Truman sui risultati
di una politica basata sulle pressioni di gruppo si fondava princi­
palmente su due motivi. Egli riteneva innanzitutto che, qualora es­
si avessero chiesto troppo alla società, la maggior parte dei gruppi
di pressione, dato che i loro membri erano caratterizzati anche da
appartenenze " sovrapposte " ad altri gruppi e avrebbero quindi
avuto la tendenza ad opporsi a domande giudicate eccessive, sareb­
be stata debole e divisa. I produttori alla ricerca di tariffe erano,
ad esempio allo stesso tempo dei consumatori, membri di una chie­
sa, e cosi via, cosicché l'associazione dei produttori, qualora si
fosse spinta troppo in là, avrebbe finito per alienare alcuni dei suoi

pure dal 1929 al 1933, e non prill)a e durante le due guerre mondiali. Per riconoscimento
generale, la situazione giuridica può essere stata anch'essa un fattore importante; i sindaca­
ti inglesi, per esempio, furono illegali per una buona parte della rivoluzione industriale.
Ovviamente è persuasiva anche l'osservazione di Truman secondo cui lo scontento e la di­
saffezione sono maggiori durante i periodi di sconvolgimento economico; io stesso mi sono
impegnato in una simile tesi in Rapid Growth as a Destabilizing Force, in " Journal of
Economie History", XXIII, dicembre 1963, pp. 529-552. Il problema, rispetto alla teoria
di Truman, è che essa dà per scontato che i gruppi organizzati nascono a causa di scon­
volgimenti economici o per il " bisogno " che se ne prova, e ciò non è comprovato né dalla
teoria né dai fatti.
51 Truman assomiglia inoltre al suo maestro nel suo non prendere in considerazione
l'interesse sociale o nazionale generale. "Nell'elaborare un'interpretazione della politica ba­
sata sul gruppo", scrive a p. 51, " non abbiamo bisogno di dar conto di un interesse che
sia totalmente inclusivo, poiché non ne esiste alcuno. "
5 2 Anche s e l'equilibrio della bilancia del potere risultante dalla molteplicità dei grup­
pi di pressione impedisse a tali gruppi di prevaricare sugli altri, non ne deriva per questo
che i risultati dell'attività dei gruppi di pressione sarebbero innocui, e men che meno de­
siderabili. Anche se un tale sistema basato sui gruppi di pressione funzionasse con perfetta
equità nei confronti di ogni gruppo, tenderebbe ciò nonostante a funzionare in modo
inefficiente. Qualora ogni settore industriale fosse favorito equamente da favorevoli poli­
tiche governative ottenute per merito di pressioni, l'economia nel suo insieme tenderebbe
a funzionare in modo meno efficiente, e la situazione di ogni gruppo sarebbe peggiore che
non nel caso in cui nessuna, o soltanto alcune, delle domande avanzate dagli interessi parti­
colari fossero state soddisfatte. Non è possibile aspettarsi delle politiche coerenti e razionali
da una serie di concessioni separate e ad hoc fatte a gruppi di interesse diversi . Per una
tesi simile, si veda PETER H. 0nEGARD, A Group Basis o/ Politics: A New Name /or an
Ancient Myth, in "Western Politica! Quarterly " , XI, settembre 1958, p. 700.

142
Le teorie ortodosse dei gruppi di pressione

aderenti.53 Vi erano inoltre, in secondo luogo, dei " gruppi poten­


ziali " i quali, qualora gli interessi particolari si fossero spinti trop­
po oltre, sarebbero insorti e si sarebbero organizzati allo scopo di
dar battaglia agli interessi particolari.54 Se la tariffa proposta era
eccessiva, i cons).lmatori avrebbero presumibilmente organizzato
una lobby allo scopo di opporsi ad essa. La semplice esistenza di
questi gruppi potenziali, unita al timore che essi si organizzino,
trattiene gli interessi organizzati dall'avanzare richieste eccessive.
Di conseguenza, solo se si includono nell'equazione gli effetti delle ap­
partenenze sovrapposte e delle funzioni degli interessi disorganizzati e dei
gruppi potenziali, è appropriato riferirsi all'attività del governo come al pro­
dotto o alla risultante dell'attività di gruppo . . . Il sostenere che l'organizza­
zione e l'attività di potenti gruppi di interesse costituiscono una minaccia
per la rappresentatività del governo, senza misurare la loro relazione con,
e i loro effetti sui diffusi gruppi potenziali, è una generalizzazione su dati
insufficienti e fondata su una concezione incompleta del processo politico.55

Il professar Truman aveva una cosi grande fiducia negli effetti


generalmente salutari delle pressioni di gruppo da minimizzare
quasi tutti i tentativi di migliorare il sistema legislativo e le lob­
bies .56

d) La logica della teoria del gruppo

Vi è una contraddizione nel pensiero di Commons, Bentley,


Truman, Latham, e in quello di alcuni degli scrittori pluralisti o

53 TRUMAN, pp. 506-516.


54 Questa idea è ora in apparenza cosi ampiamente accettata da essere trasmessa ai
giovani nei libri di testo quasi senza riserve. Si veda }AMES MAcGaEGOR BURNS e }AMES
WALTER PELTASON, Government by the People, Prentice-Hall, Englewood Cliffs, N.J.
1960, 4• ed., pp. 310-3 1 1 .
55 TRUMAN, pp. 515·516.
56 In un capitolo dal titolo Nostrums and Palliatives, Truman schernisce l'idea della
rappresentanza diretta dei diversi interessi economici in un " parlamento sociale". Su que­
sto punto egli si distingue da J.R. Commons (il quale malgrado tutta la sua fiducia nei
risultati dell'attività dei gruppi di pressione si era espresso una volta a favore dell'elezione
di rappresentanti dei diversi gruppi professionali) cosi come da molti socialisti e scrittori
corporativisti europei. A proposito delle raccomandazioni a favore di un parlamento basato
sulle professioni piuttosto che sul territorio, il professar Truman sostiene che "queste pro­
poste non valgono nulla . . . poiché il loro ripresentarsi mostra quanto sia facile sbagliarsi ri­
guardo al processo politico " . Ogni sistema di rappresentazione funzionale comporta molti
svantaggi e il professor Truman fa bene a ricordarli. Ma resta problematico se egli abbia
ragione a dare per scontato che, qualunque siano le clausole istituzionali, i bisogni di tutti
i gruppi nella società tenderanno ciò nonostante a esprimersi in un'efficace pressione poli­
tica e in appropriate politiche governative. Questa stessa soddisfazione acritica rispetto al­
la saggezza e alla giustizia delle politiche risultanti dall'equilibrio delle pressioni di grup­
po ha inoltre condotto Truman ad essere piuttosto critico rispetto alle proposte volte a re­
golare l'eser�izio della pressione, a introdurre riforme costituzionali e a favorire partiti po­
litici responsabili. (Si veda TauMAN, op. cit., pp. 524-535.)

143
La logica dell'azione collettiva

corporativisti che dal canto loro hanno sottolineato le pressioni dei


diversi gruppi economici. Molti di questi stimolanti e importanti
autori, soprattutto Bentley, Truman, e Latham, hanno dato per
scontato che gruppi economici numerosi che agiscano in nome dei
propri interessi siano assolutamente fondamentali nel processo po­
litico. Talora hanno sostenuto l'esistenza di gruppi con propositi in
qualche modo differenti da quelli economici od egoistici, ma ciò
nonostante nei loro scritti l'attenzione va prevalentemente ai grup­
pi economici egoistici.57 Il professar Latham è stato il piu esplicito
a questo proposito; per lui l'interesse egoistico è importante, se
non dominante, perfino nei gruppi spirituali e filantropici.
I gruppi si organizzano per il desiderio di esprimersi e di sicurezza degli
individui che ne fanno parte. Anche nei casi in cui un gruppo è un'associa­
zione di beneficenza, filantropica, dedita al miglioramento della sorte mate­
riale e spirituale di persone che non fanno parte dell'associazione - un'or­
ganizzazione di temperanza o missionaria, per esempio - lo sforzo compiu­
to a tale scopo, l'attività dell'organizzazione, è un mezzo attraverso il quale i
suoi membri esprimono se stessi . . . L'organizzazione filantropica dedita alle
opere pie spesso guarda alle altre agenzie nello stesso settore con occhio ma­
levolo. I consigli direttivi delle associazioni filantropiche, ecc., nelle grandi
città sono spesso noti per il rancore con cui conducono uno contro l'altro la
lotta per il prestigio e il riconoscimento (e cioè per l'autorealizzazione e per
la sicurezza) .58

Se i gruppi, o quanto meno i gruppi econom1c1, sono spesso


interessati in primo luogo al proprio benessere, ciò potrebbe di­
pendere dal fatto che gli individui in tali gruppi sono principal­
mente interessati al loro proprio benessere . I " teorici del gruppo "
che stiamo considerando hanno quindi fatto propria, di solito im­
plicitamente, ma talvolta .anche esplicitamente, la tesi che, almeno
nei gruppi economici, il comportamento egoistico è abbastanza co­
mune. È difficile sopravvalutare l'effetto benefico che i pluralisti
attribuiscono all'attività dei gruppi di pressione; e non perché essi
ritengano che gli individui si comportino sempre vicendevolmen­
te in modo altruistico, ma perché ritengono che i diversi gruppi
tendano a tenersi l'un l'altro sotto controllo s1 da mantenere un
equilibrio di potere tra loro.
In questo, dunque, consiste l'errore logico che i pluralisti ana­
litici commettono nel considerare i gruppi economici. Danno di
solito per scontato che tali gruppi agiscano allo scopo di difendere
o di promuovere i loro interessi di gruppo e che, inoltre, i campo-

51 TRUMAN , pp. 58-61; BENTLEY, pp. 210, 226-227, 462; LATHAM, p. 17.
58 LATHAM, pp. 28-29.

144
Le teorie ortodosse dei gruppi di pressione

nenti di questi gruppi si debbano preoccupare dei loro interessi


economici individuali. Tuttavia, se gli individui in un qualsiasi
gruppo numeroso si preoccupano del proprio benessere, sponta­
neamente non compiranno alcun sacrificio per aiutare il proprio
gruppo a raggiungere i suoi obiettivi (pubblici o collettivi) . Spes­
so i gruppi da cui i pluralisti analitici si aspettano che si organizzi­
no ogni qualvolta vi sia una ragione o un incentivo per farlo, sono
gruppi latenti. Sebbene in gruppi relativamente piccoli (gruppi
" intermedi " o " privilegiati " ) i singoli possano organizzarsi sponta­
neamente per il conseguimento dei loro obiettivi comuni, ciò non
si verifica nel caso dei gruppi numerosi o latenti. Ne deriva che i
pluralisti analitici, i " teorici del gruppo " hanno costruito la loro
teoria su una contraddizione. Hanno supposto che, qualora un
gruppo abbia qualche ragione o incentivo a organizzarsi per pro­
muovere il proprio interesse, gli individui razionali che ne fanno
parte avranno anch'essi una ragione o un incentivo a sostenere
un'organizzazione che lavora nel loro reciproco interesse. Ma que­
sto è logicamente sbagliato, almeno nel caso dei gruppi numerosi
latenti che perseguono interessi economici.
Il professar Truman sviluppò una variante della teoria socio­
logica delle associazioni volontarie (che è stata spiegata nel primo
capitolo di questo studio) per dar sostegno alla sua affermazione
secondo cui gruppi di individui si organizzerebbero a difesa dei lo­
ro interessi. Ma la sua variante della teoria sociologica delle asso­
ciazioni volontarie è insufficiente al pari di quella teoria stessa. Al
pari infatti di quella teoria, si fonda sull'erronea convinzione che
gruppi numerosi possano attrarre aderenti e ricevere sostegno al­
trettanto facilmente dei piccoli gruppi primari che dominavano la
società primitiva. In precedenti capitoli ho sostenuto che questo
assunto è logicamente indifendibile, oltre che incongruente con le
prove disponibili. Data la differenza tra i piccoli gruppi (privilegia­
ti e intermedi) e i gruppi numerosi (latenti) , non v'è ragione
di credere, come fa Truman, che non appena comincino a emerge­
re problemi che i piccoli gruppi primari non sono in grado di
affrontare, sorgeranno per occuparsene delle ampie associazioni
spontanee.
La distinzione tra i gruppi privilegiati e intermedi da una par­
te e il gruppo latente dall'altra indebolisce anche la tesi dei plura­
listi secondo cui ogni eccessiva richiesta da parte di un gruppo di
pressione è controbilanciata dalle richieste di altri gruppi, in mo­
do tale da produrre un risultato ragionevolmente equo e soddisfa­
cente. Dato che i gruppi relativamente piccoli sono spesso in gra-

145
La logica dell'azione collettiva

do di organizzarsi spontaneamente e di agire a sostegno dei loro


comuni interessi, e dato che i gruppi numerosi non sono di solito
in grado di agire in modo simile, il risultato della lotta politica tra
i diversi gruppi della società non è simmetrico. I politici esperti e
i giornalisti hanno da tempo scoperto che i piccoli gruppi basati
su " interessi particolari " , i cosiddetti " interessi costituiti " , hanno
un potere spropositato. Il linguaggio un po' troppo colorito e ten­
denzioso in cui gli uomini d'affari si sono espressi su questo punto
non dovrebbe nascondere allo studioso l'importante elemento di
verità che esso contiene. Il piccolo settore oligopolistico che cerca
di ottenere una tariffa o una scappatoia fiscale spesso raggiunge il
suo obiettivo, anche se la larga maggioranza della popolazione sarà
danneggiata da questo risultato. I gruppi piu piccoli - i gruppi
privilegiati e intermedi - sono spesso in grado di sconfiggere i
gruppi numerosi - i gruppi latenti - che si pensa debbano di so­
lito prevalere in una democrazia. I gruppi privilegiati e intermedi
spesso trionfano sulle forze numericamente superiori dei gruppi
numerosi o latenti, poiché sono di solito organizzati e attivi, men­
tre i secondi sono di solito disorganizzati e inattivi. Non è difficile
spiegare il superiore livello di attività e di organizzazione dei pic­
coli gruppi. Nel suo esemplare manuale V.O. Key rileva che " co­
loro che fanno pressione a favore dei servizi elettrici si adoperano
incessantemente in questo senso, mentre quelli che fanno pressio­
ne per gli interessi degli utenti di tale servizio monopolistico si
fanno in genere notare per la loro assenza " .59
Il conflitto tra la teoria del pluralismo analitico e i fatti della
vita politica è tuttavia celato in qualche modo dall'importanza che
i pluralisti analitici attribuiscono al gruppo " potenziale " (e cioè al
gruppo disorganizzato e inattivo) . I pluralisti analitici in genere,
e il professor Truman in particolare, sottolineano l'influenza del
gruppo che, benché disorganizzato e inattivo, potrebbe e in teoria
dovrebbe organizzarsi e agire qualora i suoi interessi fossero seria­
mente minacciati. I politici, si afferma, sono consapevoli del fatto
che un gruppo, qualora i suoi interessi fossero seriamente danneg­
giati o minacciati, si organizzerebbe e scatenerebbe la sua vendetta
contro i propri nemici. I politici, di conseguenza, si prenderanno
cura del gruppo inattivo e disorganizzato quasi con la stessa solle­
citudine con cui si prendono cura del gruppo di interesse organiz­
zato e attivo. È abbastanza difficile mettere questa asserzione alla

59 V.O. KEY JR., Politics, Parties, and Pressure Groups, Crowell, New York 1958,
4• ed., p. 166.

146
Le teorie ortodosse dei gruppi di pressione

prova dei fatti poiché, se un gruppo non si organizza e non agisce,


il pluralista analitico può sempre sostenere che il danno arrecato ai
suoi interessi non era serio o che in realtà non sussisteva alcun in­
teresse di gruppo .
I pluralisti analitici tendono ad attribuire scarsa importanza
all'organizzazione formale e ad altre prove visibili dell'azione di
gruppo. " L'organizzazione " , secondo il professar Truman, " indica
semplicemente uno stadio o un grado dell'interazione. " 60 Bentley
non attribuisce all'organizzazione formale neppure tale importan­
za 61 e paragona l'organizzazione formale al canto con cui gli eser­
citi dei vecchi tempi marciavano in battaglia : essa sarebbe soltan­
to una " tecnica " mirante ad accrescere il coraggio e l'efficienza del
gruppo senza grande effetto sui risultati.62 Il paragone invece tra
un esercito disciplinato e coordinato e una folla indisciplinata e
priva di comandanti non costituirebbe forse un esempio migliore
della differenza tra il gruppo organizzato e quello disorganizzato?
I politici esperti sottolineano spesso l'importanza dell"' organizza­
zione " e il potere della " macchina " . Essi raramente penserebbero
di " fare pressione " senza, appunto, un"' organizzazione di pressio­
ne " . Gli autori dei manuali di scienza politica discutono inoltre nei
particolari i risultati conseguiti dai gruppi di pressione organizzati,
ma elencano pochi o nessun esempio dell'influenza esercitata da
gruppi non organizzati.63
Ma, anche qualora i pluralisti analitici avessero ragione nel
sottolineare l'importanza del gruppo " potenziale " e nello sminui­
re l'importanza dell'esistenza dell'organizzazione, la loro teoria re­
sta comunque inadeguata, a meno che essi non riescano a mostra­
re in che modo un danno arrecato agli interessi di un gruppo am­
pio, cioè in che modo un incentivo all'organizzazione e aWazione
di gruppo debba necessariamente stimolare e incentivare i mem­
bri di tale gruppo a sacrificare i loro interessi individuali in nome
dell'obiettivo di gruppo . Essi devono mostrare la ragione per cui
il singolo membro del gruppo numeroso e latente fornirà sponta­
neamente il proprio appoggio all'obiettivo del gruppo, quando il
suo sostegno non è in nessun caso decisivo nel far si che tale obiet­
tivo sia raggiunto e quando è altrettanto probabile che egli otten­
ga i benefici connessi al suo conseguimento, che si sia o non si sia
adoperato per tale raggiungimento. Su questo punto, la logica dei

60 TRUMAN, p. 36.
61 BENTLEY, pp. 434-446 e 463-464.
" Ibidem, p. 442.
63 Si veda per esempio KEY, pp. 21-177.

147
La logica dell'azione collettiva

teorici del gruppo è contraddittoria. I loro riferimenti ai gruppi " po­


tenziali " e la loro mancanza di interesse per l'organizzazione pos­
sono a volte occultare il contrasto tra le loro conclusioni teoriche
e i fatti che si osservano tutti i giorni, ma non possono negare il
fatto che le loro teorie, almeno nella misura in cui si riferiscono a
gruppi economici, sono logicamente incongruenti.
Il precedente ragionamento contro i pluralisti analitici vale an­
che contro l'interessante opinione di John R. Commons secondo
cui i gruppi di pressione attualmente riuniti a Washington sareb­
bero piu " rappresentativi " di quanto lo sia il Congresso eletto su
base territoriale.64 La precedente argomentazione indebolisce an­
che, benché non li dissolva, alcuni ragionamenti di certi pluralisti
" filosofici " meno recenti e dei sostenitori di un'organizzazione cor­
porativa della società. I vari pluralisti filosofici e i sostenitori del
corporativismo menzionati all'inizio di questo capitolo sono molto
diversi tra loro e non è possibile muovere una critica che sia egual­
mente valida per tutti loro . Inoltre, le loro diverse teorie sono qua­
si tutte cosi ampie che la teoria sviluppata in questo studio può
essere applicata solo a parti di esse. Ciò nonostante, in quanto i plu­
ralisti filosofici e i fautori del corporativismo sostengono che tut­
te le organizzazioni private che rappresentano diversi gruppi pro­
fessionali e industriali avrebbero una solida base nelle loro " natu­
rali unità di interesse e di funzione " , e che questi gruppi sarebbe­
ro in grado di creare o creerebbero delle organizzazioni " sponta­
nee e volontarie " senza le caratteristiche innaturali e coercitive
proprie dello Stato, le loro affermazioni sono infirmabili dalla teo­
ria sviluppata in questo studio. L'idea pluralista secondo la quale
il gruppo privato, anche se è piuttosto numeroso (e fornisce un
servizio collettivo) , può essere naturale, armonioso e spontaneo e
si contrappone quindi allo Stato coercitivo, è sicuramente sbaglia­
ta, per quanto validi possano essere altri aspetti del pensiero plu­
ralista.
L'opinione dei pluralisti, per i quali le organizzazioni private
sorgono intenzionalmente e spontaneamentè in risposta ai bisogni,
alle opinioni e agli interessi dei diversi gruppi, ha molto in comune

64 La teoria che viene qui proposta non indebolisce tuttavia, e anzi potrebbe rafforza­
re, l 'idea, avanzata da Commons e da altri pensatori corporativisti, secondo cui il parla­
mento dovrebbe essere l'espressione dei vari gruppi economici. In quanto la teoria mostra
come gruppi diversi verrebbero rappresentati in modo ineguale in un parlamento eletto su
base territoriale, essa potrebbe venire utilizzata a sostegno di un parlamento sociale o ba­
sato sulle professioni. Questa teoria dissolve però l'idea corporativista secondo la quale i
gruppi professionali tendono per loro natura a formare delle organizzazioni corporative
grazie a una spontanea unità al loro interno.

148
Le teorie ortodosse dei gruppi di pressione

con un aspetto della teoria anarchica. Molti anarchici credevano


infatti che, una volta che l'attuale Stato repressivo e sfruttatore
fosse stato rovesciato, una nuova spontanea, naturale unità sareb­
be in qualche modo emersa a prenderne il posto. Secondo Baku­
nin, " l'unità politica dello Stato è una finzione . . . esso produce ar­
tificialmente discordia laddove, senza questo intervento dello Sta­
to, non mancherebbe di sorgere una fervida unità" .65 E prosegui­
va: " Quando gli Stati saranno scomparsi, una viva, fruttuosa, be­
nefica unità tra le regioni e anche tra le nazioni. . . attraverso una li­
bera federazione dal basso verso l'alto, si dispiegherà in tutta la
sua non divina, ma umana maestosità " .66 Secondo il principe Kro­
potkin, ai suoi tempi il piu rilevante intellettuale anarchico, un
sentimento naturale onde gli uomini dovrebbero cooperare con i
propri simili per il loro " mutuo soccorso " farebbe si che, dopo il
rovesciamento anarchico dello Stato, si svilupperebbe un ordine
spontaneo e naturale. " I sofismi del cervello " , dice Kropotkin,
" non possono opporsi alla tendenza innata all'aiuto recipro­
co. " 67
La tesi degli anarchici che, in assenza dello Stato oppressivo,
una unità naturale e spontanea sarebbe sorta a prenderne il posto,
è ora considerata una dimostrazione di stravaganza inguaribile. I
critici dell'anarchismo devono, tuttavia, per essere coerenti, attac­
care con pari energia tutti coloro i quali assumono che i gruppi nu­
merosi organizzino spontaneamente, ogni qual volta ve ne sia biso­
gno, un gruppo di pressione allo scopo di trattare con lo Stato, o
un sindacato per trattare con il datore di lavoro. Bentley, Truman,
Commons, Latham e molti dei pensatori pluralisti e corporativi­
sti sono colpevoli di " fallacia anarchica " allo stesso modo degli
anarchici stessi. Gli anarchici ritenevano infatti che il bisogno o
l'incentivo a cooperare in modo organizzato o coordinato avrebbe­
ro sicuramente dato luogo, una volta che lo Stato fosse stato rove­
sciato, alla necessaria organizzazione e attività di gruppo. È forse
piu plausibile credere che i lavoratori sosterrebbero spontanea­
mente un sindacato, e che ogni gruppo numeroso darebbe vita a
un'organizzazione per premere affinché i suoi interessi siano pro­
tetti dal governo?
L'invalsa, e pluralistica, teoria dei gruppi di pressione è insod-

65 MI KHAI L A. BAKUNIN, Bakunin: Scientific Anarcbism, a cura di G.P. Maximoff,


Free Press, Glencoe, Ili. 1953, p. 272.
66
Ibidem, p. 273, anche pp. 259, 293-300, 309. Si veda inoltre PAUL ELTZBACHER,
Anarcbism, tr. di Steven T. Byington, Libertarian Book Club, New York 1960.
67 P. KROPOTKIN, Mutua[ Aid, A Factor o/ Evolution, William Heinemann, London
1904, ed. corretta, p. 277.

149
La logica dell'azione collettiva

disfacente a causa della sua contraddittorietà e della fallacia anar­


chica che la caratterizza. La " teoria del gruppo " che predomina
nelle discussioni sui gruppi di pressione è inadeguata, almeno per
quanto riguarda i gruppi economici numerosi; è dunque necessa­
ria una nuova teoria. E appunto allo sviluppo di tale teoria dedi­
cheremo il prossimo capitolo.

150
Capitolo sesto

Le teorie del "sottoprodotto " e deW " interesse particolare "

a) La teoria del "sottoprodotto " dei gruppi di pressione numerosi

Se gli individui in un gruppo numeroso non hanno incentivi a


organizzare una lobby allo scopo di ottenere un beneficio colletti­
vo, come si può spiegare il fatto che alcuni gruppi numerosi siano
organizzati? Benché molti gruppi con interessi comuni come i con­
sumatori, gli impiegati e i lavoratori agricoli giornalieri non siano
organizzati,' altri gruppi numerosi come i lavoratori sindacalizzati,
gli agricoltori e i medici lo sono, invece, almeno in una certa misu­
ra. Il fatto che ci siano molti gruppi i quali, nonostante i loro biso­
gni, non sono organizzati sembrerebbe contraddire la " teoria del
gruppo " avanzata dai pluralisti analitici; ma il fatto che altri grup­
pi numerosi si siano organizzati sembrerebbe d'altra parte contrad­
dire la teoria dei " gruppi latenti " affacciata in questo studio.
I gruppi economici numerosi che sono organizzati hanno pe­
raltro una caratteristica comune che li distingue da quei gruppi
economici numerosi che organizzati non sono, e che allo stesso
tempo tende ad appoggiare la teoria dei gruppi latenti avanzata in
questo studio. Questa comune caratteristica richiede, tuttavia, una
ulteriore elaborazione della teoria dei gruppi sviluppata in questo
studio.
La caratteristica comune che distingue tutti i gruppi economi­
ci numerosi che dispongono di significative organizzazioni di pres­
sione è che questi gruppi sono organizzati anche per qualche altro
scopo. Le organizzazioni economiche vaste e potenti che esercitano
la loro pressione sono infatti i sottoprodotti di organizzazioni che
1 " Quando si prendono in esame gli elenchi di queste organizzazioni, ciò che colpi­
sce lo studioso con maggior forza è il fatto che il sistema è molto piccolo. La gamma dei
gruppi organizzati e identificabili di cui si è a conoscenza è sorprendentemente ristretta;
non vi è nulla di neanche lontanamente universale in questo . " E.E. ScHATTSCHNEIDER, The
Semi-Sovereign People, Holt, Rinehart & Winston, New York 1960, p. 30.

151
La logica dell'azione collettiva

derivano la loro forza e il loro seguito dal fatto di esercitare altre


funzioni oltre alla pressione per conseguire beni collettivi.
Le lobbies dei gruppi economici numerosi sono il sottoprodot­
to di organizzazioni che hanno la capacità di " mobilitare " un grup­
po latente per mezzo di " incentivi selettivi " . Le sole organizzazio­
ni che dispongono di " incentivi selettivi " sono quelle che l ) han­
no l'autorità e la capacità di essere coercitive, o 2) dispongono di
una fonte di stimoli positivi che sono in grado di offrire ai singoli
componenti di un gruppo latente.
Un'organizzazione meramente politica - un'organizzazione che
non abbia altra funzione se non quella di esercitare pressione -
non può, è ovvio, obbligare legalmente gli individui a entrare a
farne parte. Un partito politico, o ogni altra organizzazione pura­
mente politica, che tenesse i propri iscritti prigionieri o li forzasse
a rimanere tali sarebbe abbastanza insolita in un sistema politico
democratico. Ma, qualora un'organizzazione potesse giustificare con
ragioni non politiche, per esempio facendo valere qualche altra fun­
zione che essa svolgesse, il fatto di prevedere l'iscrizione obbliga­
toria, o qualora attraverso questa altra funzione essa ottenesse il
potere necessario a rendere l'appartenenza obbligatoria, allora po­
trebbe essere in grado di ottenere le risorse necessarie a mantenere
una lobby. La lobby è pertanto un sottoprodotto della funzione,
qualunque essa sia, svolta da tale organizzazione e che la rende ca­
pace di tener legati a forza i propri iscritti.
Un'organizzazione che altro non facesse se non premere per
far conseguire un bene collettivo a un gruppo numeroso non di­
sporrebbe di una fonte di ricompense o di incentivi selettivi tali da
attirare aderenti potenziali. Solo un'organizzazione che venda an­
che prodotti " privati " , ossia non collettivi, o che provveda benefici
sociali o ricreativi per i singoli membri, disporrà di una fonte di sif­
fatti stimoli positivi.2 Solo un'organizzazione di questo genere po-
2 Un'organizzazione economica in un mercato perfettamente competitivo in equilibrio,
la quale non avesse alcun specifico vantaggio competitivo che le potesse procurare una vasta
• •
quantità di rendita " , non disporrebbe di profitti" o di altre risorse alternative da poter
usare · come incentivi selettivi per una lobby. Vi sono tuttavia molte organizzazioni le quali
dispongono dei proventi che possono usare come incentivi selettivi. I mercati caratterizzati
da un qualche grado di potere monopolistico sono, per prima cosa, molto piu comuni che
non i mercati perfettamente competitivi. In secondo luogo, sono molti a volte i rapporti di
complementarità tra le attività economiche e quelle politiche di un'organizzazione. La ra­
mificazione politica dell'organizzazione può ottenere tasse piu basse o altre vantaggiose po­
litiche governative per il proprio settore economico, e la buona reputazione conquistata dal
settore politico può essere di aiuto anche a quello economico. Per ragioni abbastanza si­
mili un'organizzazione sociale può anche essere una fonte di surplus che può essere usato
per incentivi selettivi.
Un'organizzazione che non sia soltanto politica, ma anche economica o sociale, e che
disponga di un surplus per incentivi selettivi, può in certi casi essere in grado di · mante­
nere i suoi iscritti e il suo potere politico, anche se i suoi dirigenti finiscono con ' l'usare

152
Le teorie del "sottoprodotto " e dell"'interesse particolare"

trebbe fare un'offerta aggiuntiva o una " vendita vincolata " di un


bene collettivo e di uno non collettivo tale da stimolare un indivi·
duo in un gruppo numeroso ad assumersi parte del costo per il suo
conseguimento.3 Per questa ragione sono molte le organizzazioni
che svolgono sia funzioni di pressione sia funzioni economiche,
oppure funzioni di pressione e funzioni sociali o anche tutti questi
tre tipi di funzione contemporaneamente.4 Oltre alle organizzazio­
ni di pressione che si basano sulla coercizione, ci sono quindi quel­
le legate a organizzazioni che procurano benefici non collettivi o
privati che è possibile offrire a ogni sostenitore potenziale che si
assuma la sua parte del costo della pressione da esercitarsi per con­
seguire il bene collettivo.
La teoria del sottoprodotto dei gruppi di pressione si applica
solo ai gruppi numerosi o latenti. Non occorre applicarla ai gruppi
privilegiati o intermedi poiché, come si è dimostrato nel primo ca­
pitolo, questi gruppi piu ristretti sono spesso in grado di dar vita a
una lobby o di procurare un qualsiasi altro beneficio collettivo, pur
senza offrire incentivi selettivi. Questa teoria è valida nel caso dei
gruppi latenti, poiché l'individuo che ne fa parte non ha alcun in­
centivo a sacrificare spontaneamente il suo tempo o il suo denaro
per aiutare un'organizzazione a ottenere un bene collettivo : il suo
solo contributo non sarebbe decisivo per il suo conseguimento,
mentre egli non potrebbe comunque che goderne, qualora tale
bene venisse ottenuto in seguito agli sforzi altrui. Tale individuo
sosterrebbe quindi l'organizzazione con una lobby che si adoperas­
se per il conseguimento di beni collettivi solo se l ) fosse obbligato
a versare quote all'organizzazione di pressione, o 2 ) dovesse soste­
nere tale gruppo allo scopo di ottenere qualche altro beneficio non
collettivo. Solo quando si verificassero una o entrambe queste con-
parte del potere politico o economico dell'organizzazione per obiettivi diversi da quelli vo­
luti dagli iscritti, visto che i membri dell'organizzazione avranno un incentivo a restarvi
anche se si trovassero in disaccordo con la sua politica. Ciò può contribuire a spiegare per­
ché molte organizzazioni di pressione prendano delle posizioni non congeniali ai loro iscrit­
ti, e l'esistenza di organizzazioni i cui dirigenti, corrotti, perseguono solo i propri interessi
a spese dell'organizzazione che pur continua a sussistere.
3 Il valore del beneficio privato o non collettivo dovrebbe essere superiore all'ammon­
tare delle quote necessarie per far parte di una determinata lobby, altrimenti l'offerta con­
giunta non potrebbe attirare nuovi iscritti nell'organizzazione. Si noti che a p, 65, nota
72, gli incentivi selettivi sono stati definiti come valori la cui grandezza assoluta è maggio­
re della parte del costo del bene collettivo sostenuta da un individuo.
' Un'organizzazione che abbia fatto pressione per fornire un bene collettivo a un
gruppo numeroso potrebbe anche ottenere i suoi incentivi selettivi premendo anche per
ottenere beni " politici" non collettivi, come esenzioni a titolo individuale o interpretazio­
ni vantaggiose di una norma generale o di una legge, oppure il patrocinio di individui par­
ticolari, ecc. L'importante non è che l'organizzazione debba necessariamente essere anche
economica e sociale oltre che politica (benché generalmente accada proprio questo), ma piut­
tosto che, se l'organizzazione non è in grado di premere coercitivamente sui membri po­
tenziali, deve offrire loro qualche beneficio non collettivo, e cioè selettivo.

153
La logica dell'azione collettzva

dizioni, il potere politico potenziale di un gruppo latente verrà


mobilitato.
In questo capitolo cercheremo di dimostrare come la teoria
del sottoprodotto spieghi nei fatti il comportamento dei cospicui
gruppi economici di pressione degli Stati Uniti. Sosterremo che i
principali tipi di : lobbies economiche numerose - i sindacati, le
organizzazioni degli agricoltori e le organizzazioni professionali -
ottengono l'appoggio di cui godono soprattutto perché svolgono
una qualche altra funzione distinta dall'esercizio della pressione.
Sosterremo che i sindacati sono una forza politica dominante poi­
ché trattano anche con i datori di lavoro,- i quali possono essere
obbligati ad assumere solo i membri del sindacato; che le orga­
nizzazioni degli agricoltori attirano i loro aderenti soprattutto tra­
mite le cooperative agricole e le agenzie governative; e che le as­
sociazioni professionali si basano per attrarre i loro membri in par­
te su sottili forme di coercizione e in parte sull'offerta di servizi non
collettivi. Sosterremo infine che parecchie organizzazioni che rap­
presentano settori con un piccolo numero di imprese trovano spie­
gazione in una teoria degli " interessi particolari " , basata sulla spe­
ciale capacità dei piccoli gruppi di agire in modo organizzato.

b) Le lobbies, del movimento sindacale

Il sindacato è probabilmente il piu importante tipo di organiz­


zazione di un gruppo di pressione e merita di conseguenza il primo
posto in ogni discussione delle organizzazioni di pressione nume­
rose. Benché gli oppositori dei sindacati esagerino nell'affermare
che i candidati democratici negli Stati industriali sono semplici
marionette nelle mani dei leaders sindacali, è abbastanza chiaro
che i Democratici, in questi Stati, sono di solito molto ben disposti
verso il sindacato, e che i Repubblicani sogliano invece considerar­
li come la piu rilevante fonte di forza dell'avversario. Gli iscritti
all'AFL-CIO sono di parecchie volte piu numerosi che non quelli
a una qualsiasi altra organizzazione di pressione. I sindacati, inol­
tre, dispongono di un'impressionante rete organizzativa che è pari
al loro numero: vi sono negli Stati Uniti d'America 60 .000 o
70 .000 sezioni sindacali.5 I leaders sindacali hanno vantato la loro
capacità di influenzare circa venticinque milioni di elettori.6 Le lo-
' V.O. KEY, Politics, Parties, and Pressure Groups, Crowell, New York 1958, 4' ed.,
p. 62.
6 DAYTON DAVID McKEAN, Party and Pressure Politics, Houghton Mifflin, Boston,
1949, p. 464.

154
Le teorie del "sottoprodotto" e dell' "interesse particolare"

ro spese puramente politiche si misurano in milioni di dollari.7 È


possibile che nel 1958 alcuni candidar,i siano stati eletti in seguito
al massiccio voto sindacale indotto dalle proposte concernenti il
" diritto di lavoro " messe ai voti in alcuni Stati industriali. Nel
Michigan, il Partito democratico si riprese dalla depressione che lo
affliggeva grazie al crescere dell'organizzazione sindacale.8
Alla convenzione nazionale democratica del 19 52 furono cir­
ca duecento i sindacalisti delegati o sostituti di delegati.9 Sumner
Slichter ha sostenuto che " l'economia americana è un'economia la­
burista o, quanto meno, sta diventando tale " . Con ciò egli inten­
deva " che i lavoratori costituiscono il gruppo piu influente della
comunità e che l'economia viene diretta piu nel loro interesse che
nell'interesse di ogni altro gruppo economico " .10 È possibile che il
professor Slichter si sia sbagliato, ma solo perché molte organizza­
zioni di imprenditori, professionisti e agricoltori si uniscono in una
intensa opposizione contro ciò che essi considerano le eccessive
pretese degli operai.
Cosi come non è assolutamente possibile dubitare del fatto che
i sindacati siano una forza politica significativa, non si possono ave­
re molti dubbi sul fatto che questa forza politica sia un sottopro­
dotto delle attività puramente industriali che i sindacati conside­
rano come la loro piu importante funzione. Come ho sottolineato
nel terzo capitolo, solo quando i sindacati presero a concentrarsi
sulla contrattazione collettiva con i datori di lavoro e abbandona­
rono l'orientamento prevalentemente politico dei primi sindacati
americani, riuscirono a conseguire una certa stabilità e un cer­
to potere. E solo quando incominciarono a trattare con i datori di
lavoro, i soli che avessero il potere di obbligare i lavoratori a iscri­
versi al sindacato, i sindacati cominciarono a prosperare. È inoltre
difficile immaginare come i sindacati avrebbero potuto ottenere e
mantenere il reparto a sindacalizzazione obbligatoria in un Paese
democratico come gli Stati Uniti nel caso in cui fossero stati delle
organizzazioni soltanto politiche. I sindacati giunsero a svolgere
un ruolo importante nella lotta politica soltanto dopo che avevano
cessato di considerare l'azione politica come il loro obiettivo prin­
cipale. Vale la pena di notare che il Wagner Act, il quale facilitò
grandemente l'organizzazione di un sindacato a iscrizione obbliga­
toria e che provocò il piu grande aumento nel numero delle iscri-
7 Per esempio, ibidem, pp. 475-476.
8 KEY, p. 73.
9 Ibidem.
10 SuMNER H. SucHTER, The American Economy, Alfred A. Knopf, New York 1950,
p , 7.

155
La lo11.ica dell'azione collettiva

zioni al sindacato, fu approvato prima che i sindacati giungessero


a svolgere un ruolo davvero importante nella politica. L'esperienza
inglese dimostra anch'essa che una nazione democratica, benché
sia a volte disposta a tollerare l'iscrizione obbligatoria a organizza­
zioni impegnate nella contrattazione collettiva, esita tuttavia a ren­
dere in qualche modo automatica l'iscrizione a una organizzazione
politica. In Inghilterra, benché, come è stato spiegato nel terzo ca­
pitolo, si sia dato a lungo per scontato che i membri del sindacato
avrebbero rifiutato nella maggior parte dei casi di lavorare insieme
a persone non iscritte al sindacato, si è aspramente dibattuto se i
membri del sindacato dovessero " vincolarsi " oppure " svincolarsi "
dal versamento di quote al partito laburista.* (Per inciso, la gran­
de maggioranza dei membri di tale partito sono un sottoprodotto
delle attività del sindacato; tutti, tranne una piccola minoranza,
sono iscritti al partito tramite i sindacati.) 11 Se è quindi vero che
una nazione democratica rifuggirà in genere dal rendere obbligato­
ria l'appartenenza a un'associazione meramente politica, e se tale
coercizione è necessaria all'esistenza e alla stabilità di un movimen­
to politico sindacale di qualsiasi dimensione, ne deriva allora che
il potere politico dei sindacati è un sottoprodotto delle loro atti­
vità non politiche.

c) Le lobbies dei professionisti

Molti di coloro che criticano i lavoratori organizzati a causa


delle coercizioni che i sindacati comportano sono essi stessi mem­
bri di organizzazioni professionali le quali dipendono dalla obbli­
gatorietà dell'iscrizione al pari dei sindacati. Anche molte delle or-
* Non è facile rendere in italiano l'espressione contrae! in e contract out che si rife.
risce a una pratica sconosciuta in Italia. In Inghilterra, dove l'iscrizione al partito laburista
avviene molto piu spesso per gruppi, piuttosto che su base individuale, i sindacati affiliati
a tale partito includono nelle quote di iscrizione al sindacato una somma destinata al par­
tito_ Con la formula contrae! in spetta al singolo lavoratore decidere se autorizzare espres­
samente il sindacato a prelevare tale quota destinata al partito. Con la formula contrae! out
tale prelievo è effettuato automaticamente dal salario di ogni lavoratore che si iscriva a un
sindacato affiliato al partito laburista, a meno che l'interessato non specifichi espressamen­
te la propria opposizione a tale pratica. La pratica del contraet out, ovviamente favorita dal
partito laburista, venne introdotta nella prima metà del secolo XX, sospesa per un certo
periodo, il che causò un calo vertiginoso nel numero degli iscritti al partito laburista, ed è
tuttora in vigore, benché non abbia mai cessato di essere controversa. [N.d.T.]
11
B.C. RoBERTs, Trade Union Government and Administration in Great Britain, Har­
vard University Press, Cambridge, Mass. 1956, pp. 369-380 e 551-553; G.D.H. CoLE, A Short
History o! the British Working Class Movement, 1 789-1947, George Allen & Unwin, Lon­
don 1948, nuova ed., pp. 296-299, 310-315, 423-424; CHARLES MowAT, Britain Between the
Wars, University of Chicago Press, Chicago 1955, pp. 336-337; e MARTIN HARRISON, Trade
Unions and the Labour Party Since 1 945, Ruskin House, George Allen & Unwin, London
1960, passim.

156
Le teorie del "sottoprodotto" e dell'"interesse particolare"

ganizzazioni che rappresentano professioni ricche e prestigiose, co­


me la giurisprudenza e la medicina, hanno a loro volta colto il frut­
to proibito dell'appartenenza obbligatoria. Una tendenza diffusa
all'obbligatorietà caratterizza infatti in generale le associazioni dei
professionisti. " La tendenza " , cosi serive Frances De Lancey, " è ver­
so la corporazione professionale. " 12 L'hanno osservato anche molti
altri studiosi. "Una caratteristica della politica dell'associazione
professionale " , secondo V .O. Key, " è la tendenza a ricercare, nel­
la sostanza se non nella forma, un sistema basato sulle corporazio­
ni. " 13 J .A.C. Grant sostiene che la corporazione di mestiere " è ti­
comparsa. I suoi propositi sono gli stessi che nel Medio Evo " .14
La forma organizzativa basata sulla corporazione viene spesso adot­
tata non solo dalle professioni colte e antiche, ma anche da appal­
tatori, barbieri, " estetisti " , " cosmetologi " , idraulici, ottici e altri
gruppi interessati allo status professionale.15 Tale adozione della
forma organizzativa basata sulla corporazione è una prova a favore
della teoria del sottoprodotto dei gruppi di pressione numerosi,
poiché l'appartenenza obbligatoria è sempre stata, come sottolinea
Grant, la " regola prima " del sistema delle corporazioni.16
La corporazione autoregolantesi con appartenenza obbligatoria
ha raggiunto il suo livello piu avanzato di sviluppo nelle associazio­
ni forensi di molti Stati. Le assemblee legislative di molti Stati so­
no state indotte a richiedere a norma di legge che ogni avvocato
praticante debba essere membro dell'associazione forense dello Sta­
toP Queste associazioni forensi dispongono di closed shop, la cui
osservanza è fatta rispettare dal governo, e dovrebbero quindi es­
sere oggetto d'invidia da parte di tutti i sindacati.
Le associazioni professionali o corporazioni moderne stanno
inoltre giungendo a rassomigliare a dei " governi in miniatura " . 18
Esse dispongono di tutti i tipi di potere normalmente esercitati dal
governo.19 I governi degli Stati conferiscono spesso ai gruppi pro­
fessionali l'autorità di autogovernarsi (e, fino a un certo punto, di
governare i loro clienti) e di disciplinare tutti quei membri della
professione i quali non mantengano gli standards " etici " che la

12 FRANCES PRISCILLA DE LANCEY, The Licensing o/ Pro/essions in West Virginia, Foun­


dation Press, Chicago 1938, p. 140.
13 KEY, p. 136.
14 J.A.C. GRANT, The Gild Returns to America, in " Journal of Politics " , IV, agosto
1942, p. 316.
15 GRANT, The Gild Returns to America, II, Ibidem, IV, novembre 1942, pp. 463-476.
16 GRANT, parte prima, agosto 1942, p. 304.
17 M. LoursE RuTHERFORD, The In{luence o/ the American Bar Association on Public
Opinion and Legislation, Philadelphia 1937, pp. 32-34; McKEAN, p. 568.
" GRANT, agosto 1942, p. 324.
19 Ibidem.

157
La logica dell'azione collettiva

professione ritenga conveniente o appropriato osservare. Ne deriva


che, anche nei casi in cui l'appartenenza a queste associazioni non
è obbligatoria per legge, l'individuo che pratica una professione è
consapevole di avere interesse a rimanere iscritto e a mantenersi
in buoni rapporti con l'associazione professionale.
I vantaggi dell'appartenere a un'associazione professionale e
del mantenervisi in buone relazioni possono essere illustrati da
quanto avvenne una volta a Chicago, quando non si repu­
tò opportuno svelare il nome di un medico che aveva scritto a
un comitato del Congresso per obiettare che "l'organizzazione cen­
trale dell'AMA di Chicago non ha idea di che cosa il medico me­
dio desideri per i suoi pazienti " .20 Oliver Garceau, autore del clas­
sico studio sull'Associazione Medica Americana, ha sostenuto che
il medico recalcitrante che si trovi in disaccordo con le associazioni
mediche può incorrere in " una minaccia economica reale " .21 Quan­
do l'Associazione Medica Americana bloccò il programma del con­
siglio comunale di Denver per l'ospedale . generale della città
nel 1945, un consigliere fu indotto, secondo la rivista " Ti­
me " , a esclamare : " nessuno può toccare l'Associazione Medica Ame­
ricana ... Si discute del closed shop dell'AFL e del CIO, ma essi in
confronto sono soltanto una manica di dikttanti " .22
Il ruolo della coercizione, anche nelle sue forme piu sottili, è
tuttavia, nel caso dell'Associazione Medica Americana, probabil­
mente meno importante, come fonte di iscrizioni, dei benefici non
collettivi che l'organizzazione fornisce ai suoi membri. Vi è, se­
condo Garceau, " un servizio formale dell'organizzazione di cui il
medico non può praticamente fare a meno. La difesa nei casi di ne­
gligenza colposa è diventata un requisito principale dell'eserCizio
privato " .13 Un medico che aveva fondato un ospedale cooperativo,
e perso la sua appartenenza alla sua associazione medica, scopri di
avere perduto non solo la possibilità di avvalersi della testimo­
nianza favorevole di altri medici durante la causa intentatagli per
negligenza colposa, ma anche la sua assicurazione.24 Le numerose
pubblicazioni tecniche dell'Associazione Medica Americana e del­
le società mediche a livello nazionale e locale offrono al medico
10
U.S. CoNGRESS, HousE CoMMITTEE ON INTERSTATE AND FoREIGN CoMMERCE, 83"
Congr., seconda sess., Health Inquiry, Parte 7, 1954, p. 2230, citato in KEY , p. 139.
21
0LIVER GARCEAU, The Politica! Li/e o/ the American Medicai Association, Harvard
University Press, Cambridge; Mass. 1941, pp. 95, 103.
22
Time, 19 febbraio 1945, p. 53, citato in McKEAN, p. 564.
2l GARCEAU, p. 103.
24 Ibidem, p. 104. Coloro che non fanno parte delle società mediche locali adesso pos·
sono ottenere almeno l'assicurazione contro la negligenza colposa, per quanto essi debbano,
a quanto sembra, pagare delle tariffe piu elevate. Uno studioso del! 'economia della medicina,
Reuben Kessel, descrive la situazione nel seguente modo: " Le società mediche a livello di

158
Le teorie del "sottoprodotto » e dell' "interesse particolare»

un ulteriore e notevole incentivo a iscriversi alle organizzazioni me­


diche. L'Associazione Medica Americana pubblica, oltre al suo fa­
moso "J ournal " , anche molte altre riviste periodiche tecniche su
varie specialità mediche. A partire dal secolo scorso il " Journal "
ha, da solo, esercitato " una tangibile attrazione " sui medici.25 L'en­
tità di tale attrazione può essere indicata da un'inchiesta svolta nel
Michigan dalla quale risulta che 1'89 per cento dei medici riceve
il " Journal of the American Medicai Association " , e il 79 per cen­
to leggeva una rivista dell'associazione dello Stato, ma che meno
del 30 per cento leggeva un qualsiasi altro tipo di letteratura me­
dica.26 Il " Journal" è stato inoltre la " principale fonte di denaro
dell'organizzazione " .27 La gran parte delle entrate dell'organizza­
zione, secondo Garceau, deriva dalla pubblicità delle industrie far­
maceutiche - pubblicità che, sempre secondo Garceau, ha aiutato
le industrie a ottenere il sigillo di approvazione dell'AMA per i lo­
ro prodottU8 L'Associazione Medica Americana e molte delle sue
organizzazioni che ne fanno parte forniscono anche informazioni
tecniche di cui i medici hanno bisogno, e garantiscono quindi al­
l'iscritto " un diretto guadagno in termini di aggiornamento " 29 in

contea svolgono un ruolo fondamentale nella protezione dei loro membri contro i processi
per negligenza colposa. I medici accusati di negligenza colposa sono processati dai loro col­
leghi all'interno del privato sistema giudiziario della medicina organizzata . Se sono dichia­
rati innocenti, i membri della società locale sono disponibili a comparire come testimoni a
difesa in favore dei colleghi accusati di negligenza colposa . Inutile dire che i membri del­
l'associazione, in azioni di questo tipo, non mettono simili servizi a disposizione anche di
coloro che sporgono denuncia. Grazie a questo monopolio delle testimonianze peritali e alla
tacita alleanza dei membri dell'associazione in difesa dei medici accusati di negligenza col­
posa, è estremamente difficile perseguire con successo processi per negligenza colposa contro
i membri dell'associazione medica .
"D'altra parte, nel caso di medici considerati persone non gradite dalla medicina uffi­
ciale, la situazione si rovescia. In questo caso, una quantità di testimoni peritali appartenenti
alla medicina ufficiale sono a disposizione degli accusatori, ma non degli accusati. La posi­
zione di un accusatore è quindi molto piu forte in un processo intentato a un non apparte­
nente all'associazione che non in un processo contro un suo affiliato. Non dovrebbe quindi
sorprendere che i costi di assicurazione contro la negligenza colposa siano sostanzialmente piu
alti per chi non fa parte all'associazione che per chi ne fa parte. Sembra é:he alcuni non mem­
bri dell'associazione, pur disposti a pagare qualsiasi cifra, abbiano · incontrato delle difficoltà
a ottenere l'assicurazione " .
Kessel sostiene inoltre che i l non membro dell'associazione medica d i contea può in­
contrare delle difficoltà a entrare a far parte del personale di un ospedale. " Questo controllo
esercitato dall'AMA sugli ospedali è stato usato per indurre gli ospedali ad attenersi alla
Mundt Resolution. Secondo questa risoluzione il personale degli ospedali qualificati ad ad­
destrare gli studenti di medicina è composto esclusivamente di membri delle locali società
mediche. In forza di questo controllo dell'AMA sugli ospedali, l'appartenenza alle società
mediche locali è per i medici praticanti una questione di grande importanza. La non appar­
tenenza implica l'impossibilità di entrare a far parte del personale ospedaliero. " lù:UBEN
KEssEL, Price Discrimination in Medicine, in "Journal of Law and Economics " , I , ottobre
1958, pp. 2-53, soprattutto pp. 30-31 e 44-45.
15 GARCEAU, p. 15.
26 Ibidem, p. 99.
21 Ibidem, p. 16.
28 Ibidem, p. 89.
2 9 Ibidem, p. 66.

159
La logica dell'azione collettiva

cambio delle quote versate, proprio come fanno le riviste di me­


dicina.
In breve, fornendo un'utile difesa in caso di procedimenti per
negligenza colposa, pubblicando riviste mediche di cui gli iscritti
hanno bisogno, e conferendo alle sue convenzioni istruttive un ca­
rattere d'aggiornamento oltre che un rilievo politico, l'Associazio­
ne Medica Americana offre ai suoi iscritti e a quelli potenziali una
serie di benefici selettivi ovvero non collettivi. Essa offre ai suoi
membri benefici di cui, a differenza delle conquiste politiche del­
l'organizzazione, chi non ne fa parte non può beneficiare e che di
conseguenza costituiscono un incentivo a iscriversi all'organizza­
ZlOne.
L'Associazione Medica Americana acquisisce quindi i suoi iscrit­
ti in parte grazie a forme sottili di coercizione e in parte grazie ai
benefici non collettivi che è in grado di fornire. Qualora fosse sol­
tanto un'organizzazione di pressione, non avrebbe né la capacità
di esercitare il suo potere coercitivo, né la capacità di vendere be­
nefici non collettivi . Ne deriva che l'impressionante potere politico
dell'Associazione Medica Americana e dei gruppi locali che ne fan­
no parte è un sottoprodotto delle attività non politiche delle orga­
nizzazioni mediche.
È interessante domandarsi perché nessuna organizzazione dei
professori universitari abbia conseguito un potere politico simile a
quello dell'Associazione Medica Americana. Il fattore probabil­
mente piu importante è che, all'interno della professione accade­
mica, le società culturali sono indipendenti dall'associazione poli­
tica.30 Qualora l'Associazione Americana dei Professori Universita­
ri potesse assumere le funzioni delle società culturali, sarebbe in
grado di rivaleggiare con l'AMA. Qualora gli abbonamenti alle ri­
viste accademiche e la partecipazione alle convenzioni delle società
culturali fossero ristretti ai membri dell'AAUP, i professori sareb­
bero probabilmente altrettanto organizzati e potenti dei medici.
Qualora l'AAUP pubblicasse tante riviste professionali quante ne
pubblica l'Associazione Medica Americana, quasi tutti i membri
delle facoltà avrebbero un incentivo a iscriversi; gli iscritti al-
30 " Tra l'AAUP e l'AMA corre un'importante differenza strutturale. L'AMA svolge due
tipi di funzione per i suoi membri. Oltre al fatto di servire i medici in quanto sindacato
corporativo, e cioè proteggendo e favorendo i loro interessi economici, .fornisce i servizi di
un'eccezionale organizzazione scientifica. Pubblica, per esempio, riviste scientifiche, standar­
dizza i farmaci, protegge il pubblico dalle medicine pericolose, costituisce una tribuna per le
pubblicazioni scientifiche. L'AAUP, non ha invece che una sola dimensione: è un sindaca­
to di mestiere per i professori di college. Per quanto riguarda i servizi scientifici, i suoi mem­
bri si rivolgono alle organizzazioni professionali che si occupano dei settori di loro compe­
tenza. " MELVIN LURIE, Pro/essors, Physicians, and Unionism, in " AAUP Bulletin " , XLVIII,
settembre 1962, p. 274.

160
Le teorie del "sottoprodotto" e dell' "interesse particolare"

l'AAUP supererebbero presumibilmente il livello attuale/1 e le


quote e la partecipazione potrebbero probabilmente aumentare
anch'esse.

d) La teoria dell"'interesse particolare " e le lobbies dell'industria

Il segmento della società che dispone del maggior numero di


lobbies che si adoperano in suo nome è la comunità degli affari. Il
Lobby Index/2 un catalogo delle organizzazioni e degli individui
che si registrano in armonia con il Lobbying Act del 1 946 e del
1949, rivela che (escluse le Tribu indiane) , 825 organizzazioni su
un totale di 1 .247 rappresentavano gli affari.33 Analogamente, un'oc­
chiata all'indice dell'Enciclopedia delle Associazioni mostra che le
" Organizzazioni di Mestiere, degli Affari e del Commercio " insie­
me alle " Camere di Commercio " occupano un numero di pagine
dieci volte superiore a quello occupato, per esempio, dalle " Orga­
nizzazioni del Benessere Sociale " .34 La maggior parte dei libri_ che
si occupano di questo argomento concordano su questo punto .
" La predominanza degli affari nel sistema di pressione " , secondo
Schattschneider, " è documentata da quasi ogni elenco disponibi­
le. " 35 Questo alto livello di organizzazione tra gli uomini di affari
è, a parere di Schattschneider, particolarmente importante alla
luce del fatto che la maggior parte degli altri gruppi sono cosi
scarsamente organizzati : " solo una traccia chimica " dei neri che
fanno parte di questa nazione sono membri dell'Associazione Na­
zionale per il Progresso della Gente di Colore; " solo un sedicesi­
mo dell'un per cento dei consumatori " si sono associati alla Lega
Nazionale dei Consumatori; " solo il 6 per cento degli automobili­
sti americani " sono membri dell'Associazione Americana dell'Au­
tomobile, e solo " il 1 5 per cento circa dei veterani " appartengono
all'American Legion.36 Un altro studioso ritiene che " tra i numerosi
" In data l" gennaio 1965, l'AAUP aveva 66.645 membri. " AAUP Bulletinn , LI,
marzo 1965, p. 54.
" U.S. CoNGREss, HousE, SELECT CoMM!TTEE ON LoBBY!NG AcnviTIES, Lobby In­
dex, 1946-49, Report n. 3197, 81" Congr., seconda sess., 1950, H.R. 298.
33 ScHATTSCHNEIDER, Semi-Sovereign People (nota l , supra), p. 30.
34 Encyclopedia o/ Associations, Gale Research Co., Detroit, I, 3" ed., p. 3. Si veda
inoltre U.S. DEPARTMENT OF COMMERCE, Directory of Trade Associations, Whasington 1956,
p. iii; in aggiunta. si veda W.J. DoNALO, Trade Associations, McGraw-Hill, New York
1933; BENJAMIN S. KIRSH, Trade Associations in Law and Business, Centrai Book Co.,
New York 1938; CLARENCE E. BoNNETT, Emp/oyer.r' Associations i n the United States,
Macmillan, New York 1922, e History o/ Employers' Associations in the United States,
Vantage Press, New York 1956; e TRADE AssociATION DtVISION, CHAMBER oF CoMMERCE
OP THE UNITED STATES, Association Activities, Washington 1955, ciclostilato.
35 SCHATTSCHNEIDER, Semi-Sovereign Peop/e, p, 31.
3 6 Ibidem, pp. 35-36.

Ì61
La logica dell'azione collettiva

gruppi che tengono degli uffici nella capitale, non vi sono interessi
piu compiutamente, estensivamente ed efficientemente rappresen­
tati di quelli dell'industria americana " .37 Burns e Peltason scrivono
nel loro testo che " i 'sindacati' degli industriali sono i piu vari e
numerosi di tutti " .38 V .O. Key sottolinea che " quasi ogni ramo
dell'attività commerciale e industriale ha la sua associazione " .39
Key esprime anche la sua sorpresa di fronte alla vastità del potere
dell'industria organizzata nella democrazia americana: " Il potere
esercitato dall'industria nella politica americana può sorprendere
chi abbia predilezioni democratiche: una minoranza relativamen­
te piccola esercita un potere enorme " .40
Il numero e il potere delle organizzazioni di pressione che rap­
presentano l'industria americana sono davvero sorprendenti in una
democrazia che funziona in base alla regola della maggioranza. Il
potere che i vari segmenti della comunità degli affari esercitano in
questo sistema democratico, a dispetto della loro piccola dimensio­
ne, non è stato giustificato in modo adeguato. Vi sono state delle
generalizzazioni vaghe, e perfino di specie mistica, circa il potere
dell'industria e degli interessi legati alla proprietà, ma queste ge­
neralizzazioni non spiegano di solito perché i gruppi legati agli affari
abbiano l'influenza che hanno di fatto nelle democrazie; si limitano
ad asserire che essi hanno sempre una tale influenza, come se fosse
ovvio che cosf debba essere. " In assenza di una forza militare " , ha
scritto Charles A. Beard, parafrasando Daniel Webster, " il potere
politico finisce naturalmente e necessariamente nelle mani di chi
possiede ricchezza. " 41 Ma per quale ragione? Per quale ragione è
" naturale " e " necessario " , in democrazie basate sulla regola della
maggioranza, che il potere politico debba finire nelle mani di co­
loro che posseggono la ricchezza? Affermazioni audaci di questo
genere possono dirci qualcosa a proposito della parzialità ideolo­
gica dello scrittore, ma non ci aiutano a capire la realtà.
L'alto livello di organizzazione degli interessi dell'industria e
il potere di questi interessi debbono essere in gran parte dovuti al
fatto che la comunità degli affari è divisa in una serie di "indu­
strie " (di solito oligopolistiche), ognuna delle quali comprende so-

37 Commento di E. Pendleton Herring in Group Representation be/ore Congress,


Brookings Institution, Washington 1929, p. 78, citato con approvazione da McKean, pp.
485-486.
38 ]AMES MAcGREGOR BuRNS e ]ACK WALTER PELTASON, Government by the People,
Prentice-Hall, Englewood Cliffs, N.]. 1960, 4• ed., p. 293.
" KEY, p. 96.
40 Ibidem, p. 83.
" CHARLES A. BEARD, The Economie Basis of Politics, Alfred A. Knopf, New York
1945, p. 103; si veda inoltre McKEAN, p. 482.

162
Le teorie del "sottoprodotto" e dell' "interesse particolare"

lo un numero abbastanza piccolo di imprese. Poiché le imprese in


ciascuno dei settori non sono in genere piu numerose di quelle che
sarebbero comprese in un gruppo "privilegiato " , e raramente piu
numerose di quelle che sarebbero comprese in un gruppo " inter­
medio " , ne deriva che questi settori industriali saranno di solito
abbastanza piccoli da organizzarsi volontariamente allo scopo di
dotarsi di una lobby attiva - con il potere politico che " natural­
mente e necessariamente " fluisce verso coloro che controllano gli
affari e la ricchezza del Paese. Mentre quasi ogni gruppo occupa­
zionale coinvolge migliaia di lavoratori, e mentre quasi ogni setto­
re dell'agricoltura è formato da migliaia di persone, gli interessi
dell'industria del Paese sono di solito congregati in gruppi o setto­
ri di dimensione oligopolistica. Ne deriva che gli interessi dei la­
voratori, dei professionisti, degli agricoltori della nazione forma­
no gruppi numerosi e latenti che possono organizzarsi e agire in
modo efficace solo quando il loro potere latente è cristallizzato in
una qualche organizzazione che sia in grado di fornire potere po­
litico come sottoprodotto; mentre invece gli interessi dell'indu­
stria sono generalmente in grado di organizzarsi direttamente e
spontaneamente e di agire per promuovere i loro comuni interessi
senza bisogno di un'assistenza cosi accidentale. La moltitudine dei
lavoratori, consumatori, impiegati, agricoltori, e cosi via sono or­
ganizzati solo in circostanze speciali, ma gli interessi dell'industria
sono organizzati come regola generale.42
I vantaggi politici dei piccoli gruppi composti da vaste unità
- gli interessi dell'industria - possono spiegare parte della preoc­
cupazione nei confronti degli " interessi particolari " . Come è sta­
to sottolineato nel quinto capitolo, vi può essere un senso in cui
i ristretti " interessi particolari " del piccolo gruppo tendono a trion­
fare sugli interessi (spesso disorganizzati e inattivi) " della gente " .
A volte il contrasto che si stabilisce tra gli " interessi particolari "
e la " gente " non è niente di piu che un comodo stratagemma reto-

42 Il vantaggio che deriva a un gruppo dall'avere un piccolo numero di larghe unità


può essere illustrato molto semplicemente prendendo in esame il caso estremo di un'im·
presa assai estesa che abbia un interesse politico che la riguardi esclusivamente. Tale im·
presa è un " gruppo di uno " , e il suo caso è analogo a quello del monopolio o del monopsb·
nio nel mercato. Quando una grande impresa è interessata a leggi o a regolamenti ammini­
strativi rilevanti soltanto per essa, non vi sono dubbi che agirà nel suo interesse. Viene a
trovarsi in una posizione ancor piu favorevole di quella delle imprese in un gruppo privi­
legiato. Nel caso di una singola grande impresa tendono a valere le regole usuali del mer­
cato. I mercati si evolvono. Si dice che Washington pulluli di avvocati, ex funzionari e
membri del Congresso in pensione che si adoperano per aiutare i singoli uomini d'affari a
ottenere dal governo ciò che desiderano. Questi servizi sono forniti in cambio di una tariffa:
si è sviluppato un mercato. Il linguaggio è una prova del fatto che questa sfera della po­
litica non comprende beni collettivi, e che esiste un informale e a volte oscuro sistema di
prezzi : si pensi al "venditore di influenza".

163
La logica dell'azione collettiva

rico per politici e giornalisti. In altri casi, tuttavia, esperti osser­


vatori possono notare la tendenza dell'interesse organizzato e at­
tivo di piccoli gruppi a trionfare sugli interessi disorganizzati e in­
difesi di gruppi piu numerosi. Spesso un gruppo o un settore in­
dustriale relativamente piccolo otterrà una tariffa, o una scappa­
toia fiscale, a spese di milioni di consumatori o di contribÙenti a
dispetto dell'apparente regola maggioritaria. Questo è quanto la
distinzione tra gruppi privilegiati e intermedi da una parte e i grup­
pi numerosi e latenti dall'altra ci farebbe prevedere.
Il principale tipo di organizzazione che rappresenta gli inte­
ressi dell'industrià è l'associazione di settore, e non è difficile mo­
strare quanto siano piccoli e " particolari " gli intere�si rappresen­
tati dalle associazioni di settore. Il professar Scha'ttschneider sot­
tolinea quanto pochi siano i membri della maggior parte delle asso­
ciazioni di settore:
Delle 42 1 associazioni di settore dell'industria dei prodotti
metallurgici elencate tra le Associazioni Nazionali degli Stati Uniti,
153 hanno meno di 20 membri. La mediana degli iscritti era tra 24
e 50. Approssimativamente lo stesso numero di membri si riscontra­
va nei settori del legno, dei mobili e della carta, dove il 3 7,3 per
cento delle associazioni elencate aveva un numero di membri infe­
riore a 20 e la mediana dei membri si trovava nella gamma tra 25
e 50.
Le statistiche che si riferiscono a questi casi sono rappresenta­
tive di quasi tutte le altre classificazioni dell'industria.43
" La politica basata sulla pressione " , conclude Schattschneider,
" è essenzialmente la politica di piccoli gruppi. " 44 V.O. Key sottoli­
nea che gli iscritti effettivi o sostenitori di queste associazioni di
settore sono spesso molti di meno di quanto ci si aspetterebbe; " in
quasi la metà di esse " , egli scrive, " quasi il 50 per cento dei costi è
sostenuto da un piccolo gruppo di membri " .45
Le associazioni di settore sono quindi, di solito, piuttosto picco­
le, e le loro ridotte dimensioni devono essere la ragione principale
per cui ve ne sono in cosf gran numero. Molte delle associazioni
di settore sono tuttavia in grado di ricavare ulteriore forza poiché
forniscono dei servizi non collettivi ai loro membri in aggiunta alla
pressione che esercitano. Esse forniscono benefici non collettivi o
non pubblici allo stesso modo di molte associazioni che non sono
connesse con gli affari, e hanno quindi non solo il vantaggio di essere

43 ScHATTSCHNEIDER, Semi·Sovereign People, p. 32.


44 Ibidem, p. 35.
45 KEY, p. 96.

164
Le teorie del «sottoprodotto» e dell"'interesse particolare»

composte da un numero abbastanza ristretto di membri sufficiente­


mente importanti e ricchi, che appartengono al mondo degli affari,
ma anche tutte le ulteriori opportunità di fornire un bene non collet­
tivo per attrarre gli aderenti di cui dispongono le altre organizzazio­
ni. Molte associazioni di settore distribuiscono statistiche riguardan­
ti il settore, forniscono referenze sul credito dei clienti, aiutano a
riscuotere i conti, offrono ricerca tecnica e servizi consultivi, e
cosi via. Merle Fainsod e Lincoln Gordon elencano diciassette di­
verse funzioni svolte dalle associazioni di settore oltre ai loro com­
piti politici o di pressione.46 Svolgendo queste funzioni aggiuntive,
le associazioni di settore offrono un ulteriore incentivo all'iscri­
zione.
Lo spropositato potere politico degli " interessi particolari " ov­
vero degli interessi particolari dell'industria non dovrebbe, tutta­
via, indurci all'ipotesi che l'intera comunità degli affari disponga
necessariamente di un potere spropositato in confronto alle orga­
nizzazioni dei lavoratori, dei professionisti, o degli agricoltori. Ben­
ché alcuni settori particolari godano di solito di un potere spro­
porzionato su problemi per loro particolarmente importanti, non
ne segue che la comunità degli affari abbia un potere sproporziona­
to quando si tratta di vaste questioni di interesse nazionale. La co­
munità degli affari nel suo insieme non è, infatti, cosi ben organiz­
zata come taluni settori industriali particolari. La comunità degli
affari nel suo insieme non è un piccolo gruppo privilegiato o in­
termedio - è, invece, decisamente, un gruppo numeroso latente.
Ha di conseguenza gli stessi problemi di organizzazione degli altri
segmenti della società. Le due principali organizzazioni che dichia­
rano di parlare a nome dell'industria nel suo insieme - l'Associa­
zione Nazionale degli Industriali e la Camera di Commercio degli
Stati Uniti - illustrano abbastanza bene questo punto. Nessuna
delle due ha un potere spropositato in confronto all'AFL-CIO,
l'AMA, o l'Agenzia della Federazione Americana degli Agricoltori.
La Camera di Commercio degli Stati Uniti è soltanto una " fe­
derazione di federazioni " .47 I suoi membri principali sono le nu­
merose camere di commercio locali e organizzazioni consimili spar­
se per il Paese. Queste camere di commercio locali sono di solito
" MERLE FAINSOD e LINCOLN GoRDON, Government and the American Hconomy, W.W.
Norton, New York 1948, ed. riv., pp. 529-530. E. PENDLETON HERRING, in Group Repre­
sentation be/ore Congress, p. 98, descrive le diverse funzioni delle associazioni di settore
come segue: " L'associazione di settore, tutto sommato, ha avuto successo. Essa soddisfa un
bisogno preciso dell'industria. Vi sono cosi tante questioni in cui è necessario ed econo­
mico cooperare che una camera di compensazione come quella offerta dall'associazione di
mestiere è · ritenuta auspicabile".
47 BuRNS e PELTASON, p. 293.

165
La logica dell'azione collettiva

dei piccoli gruppi e, su questa base, sono in genere in grado di or­


ganizzarsi con relativa facilità. Un motivo d'attrazione per gli iscrit­
ti è nell'opportunità che offrono agli uomini d'affari di entrare " in
contatto " e di scambiarsi informazioni. La Camera di Commercio
degli Stati Uniti non è che il risultato della federazione di queste
camere di commercio locali, anche se in tale processo federativo
gran parte dell'originaria forza va perduta. L'organizzazione naziona­
le fornisce vari servizi informativi e organizzativi alle organizzazioni
locali, ma ciò nonostante il singolo membro, e perfino la singola
camera di commercio locale, restano in sostanza delle unità singole
in un gruppo latente. Essi non sono in grado di contribuire in mo­
do decisivo al successo dell'organizzazione nazionale, e benefice­
rebbero comunque dei successi ottenuti da questa, indipendente­
mente dalla loro partecipazione. Ma una serie di industrie di gran­
di dimensioni avranno da guadagnare o da perdere dai mutamenti
che si diano nella politica nazionale da ritenere conveniente con­
tribuire in modo significativo, talché la Camera si è trovata nella
necessità di vendere a queste grandi industrie iscrizioni individua­
li speciali.48 Il denaro ricavato dalla grande industria e un vago le­
game federativo con le locali camere di commercio possono attri­
buire alla Camera di Commercio degli Stati Uniti un certo potere,
anche se non si tratta certo di un potere spropositato.
L'Associazione Nazionale degli Industriali si fonda anch'essa
sul piccolo gruppo. Essa si basa infatti su un singolo piccolo grup­
po di industrie molto grandi. Benché la NAM abbia nominalmente
un paio di migliaia di membri, in pratica è sostenuta e controllata
da una manciata di imprese dalle dimensioni realmente cospicue.
Come osserva Dayton McKean: " Il presidente dell'Associazione è
di solito un piccolo industriale di vedute molto conservatrici, il
quale rimane in carica per uno o due anni. I presidenti delle gigan­
tesche società, che secondo il parere generale dominano l'Associa­
zione poiché le loro imprese forniscono i fondi che le consentono
di funzionare, non si prestano a fare il presidente degli industria­
li. Il 5 per cento circa degli iscritti fornisce quasi la metà dei fon­
di " .49 Lo O ,8 per cento circa degli associati nella NAM hanno rice­
vuto il 63 per cento di tutte le cariche direttive;50 Benché queste
poche grandi società abbiano messo in grado la NAM di spendere

48 McKEAN, p. 486.
49 Ibidem, p. 489; RoBERT A. BRADY, Business as a System o/ Power, Columbia Uni­
versitv Press, New York 1943, pp. 21 1-212.
50 ALFRED S. CLEVELAND, NAM: Spokesman /or Industry?, in "Harvard Business Re­
view ", XXVI, maggio 1948, pp. 353-371.

166
Le teorie del "sottoprodotto" e dell"'interesse particolare "

annualmente fino a 5,5 milioni di dollari a scopi politici,51 esse co­


stituiscono tuttora un piccolo gruppo, e non sono affatto piu po­
tenti delle principali organizzazioni che rappresentano i lavoratori,
i professionisti, o gli agricoltori. La NAM non è riuscita a impedire
il passaggio di misure cui era contraria, e il suo sostegno a una cau­
sa è spesso considerato una specie di " bacio della morte " .52
La comunità degli affari, che è sicuramente un numeroso grup­
po latente, non è quindi, nel suo insieme, completamente organiz­
zata. Ha due organizzazioni che cercano di rappresentarla, ma que­
ste organizzazioni derivano gran parte del loro sostegno da un pic­
colo gruppo di imprese gigantesche, il che significa che non con­
vogliano il sostegno diretto di tutta la comunità degli affari. Un
piccolo gruppo è potente per quanto riguarda i problemi con­
cernenti un particolare settore industriale, poiché, in tal caso, è
di solito l'unica forza organizzata, ma è meno potente quando si
tratta di questioni che dividono l'intera nazione, poiché deve al­
lora vedersela con le organizzazioni dei lavoratori e con altri gran­
di gruppi organizzati. Per questa ragione, la comunità degli affari
non si rivela, nel suo insieme, straordinariamente efficace come grup­
po di pressione.
Il giudizio che attribuisce agli " interessi particolari " - cioè
ai singoli gruppi industriali - un potere spropositato sembra con­
vergere, benché ciò non sia vero per la comunità degli affari nel
suo insieme, con la tendenza generale degli eventi. Se è infatti ve­
ro che gli interessi particolari riescono a valersi di scappatoie fi­
scali, tariffe favorevoli, speciali ordinanze fiscali, politiche rego­
latorie generose e simili, è vero anche che nel suo complesso la co­
munità degli affari non ha avuto successo nei suoi tentativi di arre­
stare la tendenza a una legislazione favorevole alle misure di assi­
stenza sociale e alla tassazione progressiva.

e) La promozione di pressione politica da parte del governo

Ciò che piu sorprende nel caso dell'organizzazione politica de­


gli agricoltori negli Stati Uniti è il fatto che se ne sia data in mi­
sura cosf scarsa. Gli agricoltori, se non forse negli anni piu recen­
ti, non sono stati, nel complesso, ben organizzati. Tutte le orga­
nizzazioni che gli agricoltori si sono dati sono state, tendenzial-

51 KEY, p. 100.
52 R.W. GABLE, NAM: In{luential Lobby or Kiss of the Death?, in "Journal of Poli­
tics " , XV, 1953, pp. 253-273.

167
La logica dell'azione collettiva

mente, instabili. Molte organizzazioni legate all'agricoltura sono


sorte e poi scomparse, ma solo poche hanno avuto stabile esistenza.
Benché gli agricoltori abbiano costituito il gruppo piu nume­
roso della popolazione durante tutto il primo periodo della storia
della nazione, sino al periodo successivo alla guerra civile non vi
fu in questo Paese alcuna organizzazione o lobby duratura e signi­
ficativa che fosse legata all'agricoltura.53 La prima organizzazione
in quest'ambito che metta conto di menzionare fu la Grange i -

Protettori dell'Agricoltura. La Grange fu fondata nel 1867, e in


pochi anni dalla sua nascita si diffuse come un fuoco nella prateria
nelle pianure del Paese.54 In brevissimo tempo acquis1 un impres­
sionante numero di iscritti e un considerevole potere. Ma la Gran­
ge ben presto crollò con la stessa rapidità con cui si era sviluppata.
Nel 1880 aveva già perduto ogni importanza.55 La Grange è soprav­
vissuta sino ad oggi con un piccolo numero di iscritti, ma non ha
mai saputo riconquistare il potere e la gloria dei suoi esordi. In
realtà il rapido declino che ebbe a soffrire non è stato, a quel che
pare, senza influenza sullo spirito oltre che sulle strutture della
Grange, avendo essa evitato, da allora, le questioni controverse sia
in campo economico sia in campo politico. Per lo piu non è ormai
che un'organizzazione sociale, non già un'aggressiva organizzazio­
ne di pressione o una lobby, sebbene, in tono minore, una pressio­
ne la svolga.56
Il risultato notevole della Grange è nell'essere riuscita a so­
pravvivere, mentre molte altre organizzazioni connesse con l'agri­
coltura e nate dopo la sua fondazione sono scomparse. Le Allean­
ze degli Agricoltori, il movimento del Greenback, il movimento
del Free Silver, l'Agricultural Wheel, i Gleaners (Spigolatori) , Po­
pulism, Equity, i Brothers of Freedom e altre consimili organizza­
zioni si estinsero nel giro di pochi anni dalla loro nascita.57 Questa,
in effetti, la tendenza generale.
L'Unione degli Agricoltori e l'Agenzia dell'Agricoltura costitui­
scono due ovvie eccezioni rispetto a tale tendenza. Ma anche que­
ste organizzazioni hanno avuto le loro difficoltà. L'Unione degli

51 FRED A. SHANNON, American Farmers' Movements, D. Van Nostrand, Princeton,


N.J. 1957, pp. 8-48.
54 Ibidem, PP- 54-57; CHARLES M. GARDNER, The Grange-Friend of the Farmer, Na­
tional Grange, Washington, D.C. 1949, pp. 3-12.
55 SoLON J. BucK, The Agrarian Crusade, Yale University Press, New Haven, Conn.
1920, pp. 60-76.
" GARDNER, passim; DAVID LINDSTROM, American Farmers' and Rural Organizations,
Garrard Press, Champaign, Ili. 1948, p. 177.
57 CARL C. TAYLOR, The Farmers' Movement, 1620-1920, American Book Co., New
York 1953, passim.

168
Le teorie del "sottoprodotto" e dell' "interesse particolare"

Agricoltori, la piu antica delle due, venne fondata nel Texas nel
1902 .58 Nei primi anni della sua esistenza raccolse un significativo
numero di adesioni nel Sud. Le adesioni vennero però meno dopo
la prima guerra mondiale e l'organizzazione quasi ne fu dissolta.59
L'organizzazione iniziò una nuova esistenza negli Stati delle gran­
di pianure nel periodo tra le due guerre mondiali, ma il numero
dei suoi iscritti continuò a essere esiguo. Alla fine del decennio
1930-1 940 l'Unione degli Agricoltori si costruf tuttavia una piu
solida base negli Stati della valle del Missouri, e attualmente trae
da questa regione la sua forza maggiore.60
L'Agenzia dell'Agricoltura, che è attualmente la piu vasta del­
le organizzazioni legate all'agricoltura ed è l'unica ad avere adesioni
su base nazionale, fu sin dall'inizio completamente diversa dalle
altre organizzazioni analoghe. L'Agenzia dell'Agricoltura è infatti
di emanazione governativa. Lo Smith-Lever Act del 1 9 14 stabiH
che il governo federale avrebbe condiviso con i singoli Stati il co­
sto dei programmi volti a istituire i cosiddetti " agenti di contea " ,
i quali fornivano agli agricoltori informazioni sui piu aggiornati me­
todi agricoli studiati nelle scuole di agricoltura e nelle fattorie spe­
rimentali.61 Molti governi degli Stati decisero che nessuna contea
potesse essere finanziata per un agente di contea, a meno che non
organizzasse un'associazione di agricoltori come prova dell'interes­
se a ricevere piu informazioni sui metodi agricoli moderni. Queste
organizzazioni di contea finirono per essere chiamate " Agenzie
Agricole " .62 Esse furono l'inizio del movimento dell'Agenzia del­
l'Agricoltura che esiste oggi. Un certo numero di queste Agenzie
dell'Agricoltura esistevano, è vero, un anno o due prima che il go­
verno incominciasse a stanziare fondi per gli agenti di contea,63 ma
erano cosi poche da risultare totalmente insignificanti e comun­
que, al pari delle Agenzie dell'Agricoltura di contea, erano state
fondate dal governo, nel senso che il loro scopo era semplicemen­
te quello di ottenere migliori informazioni sui metodi agricoli.64
La spesa di fondi governativi per " lavoro aggiuntivo " , cioè per
gli agenti di contea, aumentò di molto durante la prima guerra
58 THEODORE SALOUTos, Farmer Movements in the South, 1865-1933, University of Ca­
lifornia Press, Berkeley and Los Angeles 1960, pp. 184-212.
59 LINDSTROM, p. 208; TAYLOR, pp. 335-364.
00 KEY, P- 43; THEODORE SALOUTos e }oHN D. HicKs, Agricultural Discontent in the
Middle West, 1900-39, University of Wisconsin Press, Madison 1951, pp. 219-254.
61 GLADYS L. BAKER, The County Agent, University of Chicago Press, Chicago 1939,
pp. 36-40.
62 Ibidem, p. 16.
63 ORVILLE MERTON KILE, The Farm Bureau Movement, Macmillan, New York 1921,
PP- 94-112.
64 Ibidem, pp. 94-112.

169
La logica dell'azione collettiva

mondiale, cosicché il numero delle Agenzie Agricole di contea si


accrebbe naturalmente di pari passo. Queste Agenzie dell'Agricol­
tura di contea, normalmente sotto la direzione dell'agente di con­
tea (che spesso doveva mantenere a sue spese l'Agenzia nella sua
contea se non voleva perdere l'impiego) , presto si unirono per for­
mare delle Agenzie dell'Agricoltura a livello degli Stati. Le quali,
nel 1 9 1 9 , formarono a loro volta un'organizzazione nazionale, la
Federazione Americana delle Agenzie dell'Agricoltura.65
Sino ad allora l'Agenzia dell'Agricoltura era stata, primo, un'or­
ganizzazione quasi ufficiale, creata in risposta a incentivi finanziari
forniti dal governo, e, secondo, un'organizzazione che forniva be­
nefici individuali ossia non collettivi ai suoi membri. Il secondo
punto è particolarmente importante. L'agricoltore che si associava
all'Agenzia dell'Agricoltura della sua contea riceveva, in cambio,
assistenza tecnica e istruzione. Il nome dell'agricoltore che dava la
sua adesione era di solito inserito nell'indirizzario e gli venivano
spedite pubblicazioni tecniche; l'agricoltore che non si associava
ne era invece escluso. L'agricoltore che si associava aveva diritto
di priorità sui servizi dell'agente di contea, mentre chi non lo fa­
ceva poteva di solito accedervi per ultimo o veniva addirittura
escluso dal servizio. L'agricoltore aveva dunque uno specifico in­
centivo ad associarsi all'Agenzia dell'Agricoltura. La quota d'iscri­
zione che egli doveva pagare rappresentava un investimento (e
probabilmente un buon investimento) in aggiornamento e in mi­
glioramenti agricoli.
Grazie allo stimolo costituito dai crescenti investimenti del go­
verno nel lavoro agricolo aggiuntivo, il numero degli iscritti nelle
Agenzie dell'Agricoltura a livello di contea e di Stato e, di conse­
guenza, nella Federazione Americana delle Agenzie dell'Agricol­
tura, aumentò molto rapidamente. Nel 1 92 1 , la Federazione aveva
466 .000 iscritti.66 Nell'anno successivo, tuttavia, gli iscritti dimi­
nuirono notevolmente, e continuarono a diminuire piu o meno re­
golarmente fino al 1 9 3 3 , anno in cui gli iscritti erano solo 163 .000 .67
Vi è ogni ragione di ritenere che il valore dei servizi offerti dal­
l' Agenzia dell'Agricoltura agli agricoltori stesse aumentando pro­
prio nello stesso periodo in cui i suoi iscritti andavano diminuen­
do.68 L'Agenzia dell'Agricoltura stava assumendo funzioni nuove.
Aveva contribuito alla creazione di un potente " blocco agricolo "
6S Ibidem, pp. 113-123; GRANT McCoNNELL, The Decline o/ Agrarian Democracy,
University of California Press, Berkeley and Los Angeles 1953, pp. 44-54.
66 McCoNNELL, p. 185.
67 Ibidem, p. 185.
68 KILE, Farm Bureau Movement, passim.

170
Le teorie del "sottoprodotto" e dell' "interesse particolare"

e stava portando all'approvazione molte misure legislative che era­


no popolari tra gli agricoltori. Nello stesso tempo, con l'aiuto degli
agenti di contea, veniva promuovendo una serie di cooperative con
l'obiettivo di far risparmiare gli agricoltori. Perché mai quindi il
numero degli iscritti all'Agenzia dell'Agricoltura continuava a di­
minuire? La risposta, quasi sicuramente, è che, a mano a mano che
l'Agenzia dell'Agricoltura assumeva queste nuove funzioni, aveva
accresciuto, com'è naturale, la concorrenza delle organizzazioni po­
litiche ed economiche che già operavano nel settore. Il risultato fu
che ci si cominciò ad accorgere che l'Agenzia dell'Agricoltura era
al tempo stesso un gruppo di pressione e un'organizzazione coope­
rativistica commerciale sussidiata con denaro pubblico. Una situa­
zione cosi anomala da suscitare reazioni negative. Le critiche por­
tarono all'accordo " True-Howard " , il quale ridusse la possibilità
dell'agente di contea di lavorare per l'organizzazione dell'Agenzia
dell'Agricoltura o per i suoi soli membri.69 L'agente di contea non
doveva piu " organizzare agenzie agricole o simili organizzazioni,
condurre campagne volte a favorire l'iscrizione, sollecitare l'iscri­
zione, incassare quote, amministrare i fondi di agenzie agricole,
pubblicare e dirigere le pubblicazioni delle agenzie agricole " e via
di seguito.70 Benché il governo fosse allora in grado di finanziare
l'Agenzia dell'Agricoltura in misura limitata, questi sussidi non
cessarono del tutto. Gli agenti di contea continuarono ad assistere
le agenzie agricole, ma, col tempo, lo fecero in modo meno regola­
re e meno evidente.71
Questa riduzione nella quantità di aiuto che l'agente di contea
era in grado di fornire alle agenzie agricole fu probabilmente la
causa del declino delle iscrizioni proprio nel periodo in cui l'or­
ganizzazione stava espandendo i suoi programmi. Poiché divenne
piu facile per gli agricoltori che non fossero membri dell'Agenzia
dell'Agricoltura ottenere l'aiuto tecnico dell'agente di contea, e poi­
ché divenne piu difficile per l'organizzazione delle agenzie agricole
ottenere il lavoro, sussidiato dal governo, dell'agente di contea,
l'incentivo ad associarsi all'Agenzia dell'Agricoltura diminui.
Questo declino delle iscrizioni alla Federazione delle Agenzie
dell'Agricoltura si arrestò nel 19 3 3 . In quell'anno l' amministrazio­
ne Roosevelt iniziò un vasto programma di sovvenzione all'agricol­
tura con la legge cosiddetta di Sistemazione dell'Agricoltura. Per
" 0RVILLE MERTON KILE, The Farm Bureau Through Three Decades, Waverly
Press, Baltimore 1948, pp. 1 10-1 1 1 .
10 Ibidem, p. 110.
71 WILLIAM J. BLOCK, The Separation o/ the Farm Bureau and the Extension Ser­
vice, University of Illinois Press, Urbana, III. 1960.

171
La logica dell'azione collettiva

avviare rapidamente il programma, l'amministrazione dovette ap­


poggiarsi sul solo sistema amministrativo esistente a livello nazio­
nale che avesse qualche esperienza nel settore agricolo, il Servizio
per la Diffusione dell'Agricoltura, con i suoi agenti di contea pre­
senti in ogni contea. Gli agenti di contea assunsero quindi il com­
pito di amministrare i programi di controllo sulle quantità di ter­
ra che gli agricoltori potevano coltivare, sulla profondità a cui po­
tevano arare e sulla consistenza dei loro sussidi. Questo sviluppo
ovviamente favori l'Agenzia dell'Agricoltura, e aumentò il nume­
ro dei suoi iscritti.72 Benché i racconti sugli agenti di contea i
quali spedivano agli agricoltori i loro assegni governativi nelle
stesse buste in cui spedivano i loro conti per le quote associative
dell'Agenzia dell'Agricoltura 73 riguardino senza dubbio casi ecce­
zionali, non vi può essere dubbio che, in un periodo in cui l'agente
di contea era il canale attraverso il quale l'agricoltore riceveva sia
l'aiuto governativo sia le istruzioni tecniche, fosse spesso conve­
niente associarsi all'organizzazione dell'agente di contea: l' Agen­
zia dell'Agricoltura. Di conseguenza, questa godette in quel perio­
do di un moderato aumento degli iscritti, sebbene non riuscisse a
raggiungere il numero degli iscritti che aveva avuto nel 1921 .74
Alla fine degli anni Trenta l'Agenzia dell'Agricoltura perse que­
sta peculiare fonte di forza. L'Agenzia dell'Agricoltura aveva colla­
borato con grande impegno al programma per l'agricoltura del
New Deal e col segretario dell'agricoltura Henry Wallace durante
i primi anni dell'amministrazione Roosevelt, ma questa cooperazio­
ne si fece piu difficile col passare del tempo. L'amministrazione Roo­
sevelt, per amministrare il programma di Sistemazione dell'Agri­
coltura, ben presto dette vita a un sistema amministrativo indipen­
dente dall'agente di contea. Una nuova gerarchia fu creata a livel­
lo federale, e tale macchina amministrativa federale era appoggia­
ta in ogni contea da un " comitato eletto dagli agricoltori " . Gli ap­
partenenti a questo comitato erano agricoltori eletti dai loro vici­
ni per aiutare ad amministrare il programma agricolo nella contea,
e che lavoravano a mezzo tempo stipendiati dal governo. La crea­
zione di questo nuovo sistema amministrativo non solo indeboli
l'agente di contea, e quindi l'Agenzia dell'Agricoltura, ma pose an­
che le basi per quella che divenne, soprattutto durante l'ammini­
strazione Truman, una nuova organizzazione dell'agricoltura. I

n Ibidem, pp. 15-16.


73 SAM B. HALL, The Truth About the Farm Bureau, Golden Beli Press, Golden
(Colo.) 1954, pp. 10-12.
" McCoNNELL, p. 185.

172
Le teorie del "sottoprodotto " e dell' "interesse particolare ..

membri dei comitati eletti dagli agricoltori erano in continuo con­


tatto con il Dipartimento dell'Agricoltura, e ben presto costituiro­
no, insieme ai loro amici e vicini, una sottile, ma relativamente in­
fluente organizzazione, che spesso si oppose all'Agenzia dell'Agri­
coltura.75

f) Cooperative agricole e lobbies dell'agricoltura

C'era nel frattempo uno Stato in cui l'Agenzia dell'Agricoltu­


ra stava sviluppando nuove importanti tecniche organizzative, �
andava conseguendo i piu consistenti progressi. Queste tecniche
organizzative, che in seguito sarebbero state largamente imitate,
sfortunatamente non sono mai state oggetto di spiegazione o di
analisi in nessuna pubblicazione specifica; oltre tutto, i problemi
delle organizzazioni dell'agricoltura in generale e dell'Agenzia del­
l'Agricoltura in particolare sono stati spesso incompresi. Questo
Stato era l'Illinois. Durante gli anni Trenta e Quaranta, nell'Illinois,
l'Agenzia dell'Agricoltura stava conquistando un sempre piu alto
numero di iscritti rispetto agli altri maggiori Stati agricoli. L'Agen­
zia dell'Agricoltura dell'Illinois (che in senso stretto andrebbe
chiamata l'" Associazione Agricola dell'Illinois " ) aveva nel 1 925
uri numero di iscritti di un decimo inferiore a quello dell'Agenzia
dell'Agricoltura dello Iowa (l'organizzazione che piu si presta a un
confronto) , ma nel 1933 tale numero era ormai doppio, e ancor
maggiore era nel 1938 la differenza tra i due Stati a vantaggio del­
l'Illinois.76
Il progresso dell'Agenzia dell'Agricoltura nell'Illinois si dove­
va all'esteso sistema di organizzazioni cooperative commerciali che
essa vi aveva fondato. Tali cooperative tuttavia non erano coopera­
tive del tipo " Rochdale " , come quelle che si trovano di solito in
quella regione, ma piuttosto di un nuovo tipo, e giustamente sono
chiamate cooperative " Kirkpatrick " dal nome di colui che sostan­
zialmente le inventò, Donald Kirkpatrick, il consulente generale
dell'Associazione Agricola dell'Illinois.77 Le cooperative " Kirkpa-
75 Su tutti gli aspetti della problematica relazione tra le unità e le agenzie gover­
native e la forza delle lobbies, si vedano CHARLES M. HARDIN, The politics of Agricul­
ture, Free Press, Il!. 1952, passim; ed anche }oHN D. BLACK, Federal-State-Local Re­
lations in Agriculture, National Planning Association, Planning Pamphlet n. 70, feb­
braio 1950.
76 Tratto da una serie di dati non datata e ciclostilata dal titolo Memberships
Paid to American Farm Bureau Federation, preparata dalla American Farm Bureau Fe­
deration.
77 ILLINOIS AGRICULTURE AssocrATION, Guardians of Tomorrow, opuscolo non
datato pubblicato dal servizio di assicurazioni deii'IAA, p. 10.

173
La logica dell'azione collettiva

trick " si distinguono dalle altre cooperative innanzitutto per il fat­


to di essere controllate non dai loro clienti, ma da un'organizza­
zione giuridicamente distinta. Tutte le azioni con diritto di voto
negli affari della cooperativa e nelle compagnie di assicurazione as­
sociate all'Associazione Agricola dell'Illinois sono detenute non
dai loro clienti, ma dalla stessa Associazione Agricola dello Stato,
cioè dall'organizzazione politica e di pressione.78 Le compagnie coo­
perative di vendita, rifornimento e assicurazione associate all'Agen­
zia dell'Agricoltura in Illinois sono dirette, quindi, da un'organiz­
zazione che ne è giuridicamente distinta, la quale persegue obietti­
vi legislativi e di pressione politica anziché gli obiettivi commer­
ciali o economici che di solito caratterizzano le cooperative e le
compagnie di assicurazione. Il sistema era costruito in modo tale
che gli utenti commerciali delle articolazioni puramente economiche
del sistema fossero sempre completamente subordinati alla sua ar­
ticolazione politica. Come sottolinea un opuscolo ufficiale sulla sto­
ria delle compagnie di assicurazione dell'Agenzia dell'Agricoltura
dell'Illinois, " uomini dotati di buon intuito stavano delineando
politiche e sistemi di controllo che avrebbero messo per sempre le
compagnie di assicurazione sotto la direzione dell'organizzazione
madre " 79 [ corsivo mio ] .
La riprova che l'impegno del braccio politico dell'Agenzia del­
l'Agricoltura ha un suo rilievo anche per quanto riguarda l'ammi­
nistrazione dell'aspetto commerciale del movimento è nel fatto che
ad alcune delle società commerciali non è permesso vendere il loro
prodotto a nessuno che non sia, e non sia disposto a divenire mem­
bro dell'organizzazione politica. Ciò è innanzitutto vero per le com­
pagnie di mutua assicurazione contro i disastri. Le cooperative che
si occupano della vendita e del rifornimento dei prodotti agricoli
controllate dall'Agenzia dell'Agricoltura nell'Illinois commerciano
di solito con chiunque, ma non pagheranno di solito un "dividendo
di patrocinio " a chi non faccia parte dell'Associazione Agricola del­
l'Illinois. Ciò significa che molti agricoltori scoprono di perdere,
qualora non si associno all'Agenzia dell'Agricoltura, i dividendi di
patrocinio o altri benefici economici non collettivi, pari a somme

78 Business Service Developed, "The Illinois Agricultural Association Record " ,


gennaio 1941, pp. 34-42; WrLFRED SHAW , The Farm Bureau a s Parent Organization
(dattiloscritto non datato redatto da Shaw nella sua qualità di dipendente dell'Illinois
Agriculrural Association).
79 Guardians of Tomorrow, pp. 8-9. Per dei commenti interessanti sull'Illinois
Agricultural Association, si veda ARTHUR MooRE, The Farmer and the Rest of Us, Little,
Brown, Boston 1945, pp. 80-98. Questo capitolo del mio libro si è avvalso delle critiche di
W .E. Hamilton, direttore di ricerca per la America n Farm Bureau Federation, il quale
tuttavia ritiene che alcuni aspetti di questa discussione siano erronei o fuorvianti.

174
Le teorie del "sottoprodotto» e dell' "interesse particolare "

di denaro di molto superiori alle quote d'associazione all'Agenzia


dell'Agricoltura; mantenersi al di fuori dell'organizzazione coste­
rebbe quindi loro del denaro, a volte molto denaro. Le quote
d'associazione all'Agenzia dell'Agricoltura spesso provengono quin­
di indirettamente dai guadagni delle imprese commerciali dell'Agen­
zia stessa. Le ragioni di accordi di questo tipo non sono, è ovvio,
principalmente economiche. L'esigenza che i benefici connessi con
il patrocinio di un'organizzazione commerciale legata all'Agenzia
dell'Agricoltura debbano di regola andare solo ai membri di det­
ta Agenzia è nell'interesse dell'organizzazione politica. Le pubbli­
cazioni dell'organizzazione del resto lo ammettono. Per esempio:
" Un'altra strada intelligente e suscitatrice di speranze venne esplo­
rata nel settore dei servizi commerciali con l'idea che l'offerta di
tali servizi attraverso l'associazione a livello statale avrebbe accre­
sciuto la partecipazione dei membri. . . L'esplorazione delle possibi­
lità di stabilire dei servizi commerciali da offrire tramite l'associa­
zione a livello dello Stato venne quindi compiuta nella speranza
che tali servizi sarebbero stati limitati ai soli membri dell'Agenzia
dell'Agricoltura " .80
La cooperativa Kirkpatrick si distingue dunque dalle altre coo­
perative per il fatto, primo, di essere controllata da un'organizza­
zione legislativa o di pressione politica, e, secondo, per il fatto che
i benefici derivanti dal commerciare con esse sono di solito riser­
vati ai membri di tale organizzazione. Questo progetto Kirkpatrick
ha funzionato davvero molto bene nell'Illinois. Iscritti all'Asso­
ciazione Agricola di quello Stato recentemente figurano quasi tutti
gli agricoltori (e anche un notevole numero di non agricoltori che
abbiano avuto a che fare con le sue organizzazioni di affari) . È sta­
to a volte sostenuto, anche se è senza dubbio esagerato, che è qua­
si impossibile dal punto di vista economico gestire una fattoria
nell'Illinois senza patrocinare qualche commercio legato all'Agen­
zia dell'Agricoltura e senza divenirne quindi membro. Le aziende
dell'Agenzia dell'Agricoltura trattano una grande varietà di pro­
dotti.81 Nel 19 5 1 la Compagnia di Rifornimento Agricolo dell'Illi­
nois, che è solo una delle tante organizzazioni commerciali del­
l' Agenzia dell'Agricoltura, distribu1 (insieme alle sue affiliate loca­
li) piu di 4 1 ,5 milioni di dollari in dividendi di patrocinio.82 La
Compagnia Agricola di Assicurazione contro i Disastri, un'altra
80 Guardians o/ Tomorrow, pp. 5-6.
81 ILLINOIS AGRICULTURAL AssoCIATION, The Farm Bureau Ideai, s.d., ciclostilato;
ILLINOIS FARM SuPPLY Co . , Men o/ Illinois Farm Supply Co., 1926-1951 , 195 1 .
82
Men o/ Illinois Farm Co., 1926-1951 . Si veda inoltre ILLINOIS FARM Co. , 32nd
Annua! Report, Chicago, 18 novembre 1958.

175
La logica dell'azione collettiva

azienda dell'Agenzia dell'Agricoltura, aveva in corso 3 3 7 .000 po­


lizze di assicurazione. Poiché il numero degli agricoltori nello Sta­
to è di parecchio inferiore,83 alcuni agricoltori hanno piu di una po­
lizza e molti non agricoltori hanno trattato con la compagnia. Que­
ste politiche hanno ovviamente indotto un buon numero degli agri­
coltori dello Stato a entrare nell'Associazione Agricola dell'Illinois.
Il numero degli iscritti è cresciuto di pari passo con l'espansione
delle sue affiliate commerciali.
Il successo del tipo di associazione commerciale alla Kirkpa­
trick nell'Illinois ha ispirato le Agenzie dell'Agricoltura a imitar­
le a livello di Stato in tutto il Paese.84 Attualmente le organizzazio­
ni commerciali di questo o quel tipo legate all'Agenzia dell'Agricol­
tura sono attive in quasi tutti gli Stati. Queste organizzazioni ri­
calcano di solito, anche se non sempre, esattamente quelle dell'Illi­
nois. Normalmente sono controllate dalle Agenzie dell'Agricoltu­
ra a livello di Stato e limitano di solito i loro benefici ai membri
dell'Agenzia. Si sono in genere rivelate abbastanza vantaggiose dal
punto di vista economico. Questa redditività è spesso in parte do­
vuta al favorevole trattamento fiscale riservato alle cooperative, ma
questa non ne è la sola spiegazione. L'Agenzia dell'Agricoltura ha
creato un vasto numero di compagnie di assicurazione automobi­
listiche, e queste possono aver tratto vantaggio dal fatto di avere
una clientela prevalentemente rurale, e quindi, talvolta, probabil­
mente meno esposta alla guida in aree congestionate e al coinvolgi­
mento in incidenti stradali. È interessante che le due principali
compagnie di assicurazione automobilistica del Paese, State Farm
e Nationwide, abbiano entrambe cominciato col vendere assicu­
razioni agli agricoltori come affiliate dell'Agenzia dell'Agricoltura.85
A mano a mano che l'organizzazione commerciale " Kirkpa­
trick " veniva adottata dalle Agenzie dell'Agricoltura in tutto il
Paese, il numero degli iscritti all'Agenzia si è andato moltiplican­
do. Gli iscritti alla Federazione Americana delle Agenzie dell'Agri­
coltura erano 163 .000 nel 1933, 444.000 nel 1940, 828 .000 nel
1944, 1 .275 .000 nel 1947 ; dal 1953 ha superato il milione e mez-

83 Guardians of Tomorrow, p. 19.


84Sulla diffusione delle compagnie di assicurazione del Farm Bureau, si veda AMERICAN
AGRICULTURAL MuTUAL lNSURANCE CoMPANY, Directory of State Farm Bureau Insurance
Companies, 25 marzo 1959, ciel., e Summary of Insurance in Farm Bureau Companies, l"
ottobre 1948.
85 MuRRAY D. LINCOLN, Vice President in Charge of Revolution, McGraw-Hill, New
York 1960; KARL ScHRIFTGIESSER, The Farmer /rom Merna: A Biography o/ George J.
Mecherle and A History of the State Farm Insurance Companies, Random House, New
York 1955.

176
Le teorie del "sottoprodotto" e dell"'interesse particolare»

zo.86 La crescita nel numero degli iscritti ha seguito l'espansione


delle organizzazioni commerciali che tendono a riservare i loro be­
nefici ai membri dell'Agenzia dell'Agricoltura. La Federazione
Americana delle Agenzie dell'Agricoltura possiede ora ciò che nes­
suna similare organizzazione aveva mai avuto prima : un numero
di iscritti vasto, stabile e diffuso su tutto il territorio nazionale.
La dimensione e la relativa stabilità della Federazione Ameri­
cana delle Agenzie dell'Agricoltura è quindi dovuta a due motivi.
Un motivo è che essa è stata per un lungo periodo il canale natu­
rale attraverso il quale gli agricoltori potevano ottenere aiuti e
istruzioni tecniche dal governo; l'altro è che esso controlla una va­
rietà di istituzioni commerciali che di solito forniscono speciali be­
nefici ai membri delle Agenzie dell'Agricoltura. L'Agenzia dell'Agri­
coltura è ovviamente anche un'organizzazione di pressione - una
delle piu cospicue della nazione. Ma non vi è quasi nessuna prova
per sostenere che la pressione da essa esercitata sia la ragione pre­
valente che induca ad iscriversi. Le fluttuazioni del numero dei
suoi iscritti chiaramente non si possono spiegare con un mutamen­
to nelle sue politiche legislative o con una rinnovata popolarità
delle sue iniziative. Al contrario, l'Agenzia dell'Agricoltura sem­
bra essere cresciuta molto rapidamente in periodi in cui, stando
ai risultati di sondaggi ed elezioni, le sue politiche erano partico­
larmente impopolari. La teoria dei gruppi latenti suggerirebbe che
le attività di pressione di una vasta organizzazione come l'Agenzia
dell'Agricoltura non costituiscono un incentivo tale da condurre
individui razionali ad associarsi all'organizzazione, anche qualora
essi fossero completamente d'accordo con le sue politiche. Le or­
ganizzazioni basate sui grandi gruppi di pressione devono quindi
trarre la loro forza in quanto sottoprodotto di certe funzioni non
politiche. La forza di pressione dell'Agenzia dell'Agricoltura sem­
bra quindi esere stata un sottoprodotto degli agenti di contea da
86 Memberships Paid (vedi sopra alla nota 76) . Si dà un interessante contrasto tra i
successi delle organizzazioni degli agricoltori nell'usare istituzioni commerciali per procac­
ciarsi benefici non collettivi e l'incapacità della maggior parte dei sindacati a fornire be­
nefici non collettivi per mezzo di attività commerciali capaci di conservare i loro iscritti.
La principale spiegazione della differenza consiste probabilmente nel fatto che gli agricol­
tori - soprattutto quelli che dispongono di piu mezzi e che hanno le maggiori probabilità
di appartenere a un'organizzazione degli agricoltori - hanno dei particolari bisogni connes­
si con le caratteristiche della loro attività che possono essere soddisfatti dalle cooperative
agricole. L'agricoltore necessita di facilitazioni commerciali per la sua produzione agricola
e di una grande varietà di prodotti per l'agricoltura, mentre i salariati dell'industria non
hanno esigenze di questo genere. Un altro fattore che può contribuire a spiegare la diffe­
renza è che gli agricoltori hanno diretta esperienza del loro commercio agricolo e sono quin­
di in grado di amministrare le cooperative in modo piu efficiente di quanto potrebbero
fare i lavoratori dell'industria. È probabilmente significativo che tali sindacati, che hanno
intrapreso con successo iniziative commerciali, rappresentassero di solito dei lavoratori re­
lativamente qualificati.

177
La logica dell'azione collettiva

un lato, e delle organizzazioni commerciali dell'Agenzia dell'Agri­


coltura dall'altro.
L'Agenzia dell'Agricoltura non è tuttavia l'unica organizzazio­
ne dell'agricoltura il cui potere politico sia un sottoprodotto delle
sue funzioni non politiche. L'Unione degli Agricoltori, che ebbe
un'esistenza cosi agitata e instabile sino alla fine degli anni Tren­
ta, ha ora trovato uno stabile e solido numero di iscritti nelle
grandi pianure, e ha ottenuto tale stabilità tramite le cooperative
agricole e le società di assicurazioni con cui si è associata. L'Unio­
ne degli Agricoltori ha sponsorizzato alcune compagnie di assicura­
zione che sono simili alle compagnie dell'Agenzia dell'Agricoltura,
nel senso che di solito esse trattano solo con coloro che fanno par­
te o che siano disposti a divenire membri dell'articolazione politica
del movimento. Ha inoltre stretto accordi con una serie di coopera­
tive agricole, le quali accrescono ulteriormente la sua forza. Queste
cooperative agricole associate con l'Unione degli Agricoltori di so­
lito " spuntano " la quota di iscrizione all'Unione degli Agricolto­
ri - e cioè sottraggono semplicemente le quote dovute all'Unio­
ne degli Agricoltori dai dividendi di patrocinio che l'agricoltore
guadagna patrocinando le cooperative. Queste cooperative di soli­
to versano, in aggiunta, il cinque per cento dei loro guadagni a un
" Fondo Educativo " che viene usato dall'Unione degli Agricoltori
per esercitare pressione politica, compiere lavoro organizzativo e
simili.87
A causa dei vantaggi ricreativi e sociali che la Grange provvede
ai suoi membri, e a causa del carattere limitato delle sue attività di
,Pressione politica, la Grange ha probabilmente meno bisogno che
non l'Agenzia dell'Agricoltura o l'Unione degli Agricoltori di
imprese commerciali. Ciò nonostante è anch'essa associata con tut­
ta una serie di organizzazioni commerciali e molte di queste inizia­
tive commerciali costituiscono anche un incentivo per associarsi
alla Grange.88

87 Si veda MILDRED K. STOLTZ, This is Yours·The Montana Farmers Union and Its
Cooperative Associates, Lund Press, Minneapolis s.d.; HAROLD V. KNIGHT, Grass Roots-The
Story o/ the North Dakota Farmers Union, North Dakota Farmers Union, }amestown, s.d.
1947; Ross B. TALBOT, Agrarian Politics in the Northern Plains, dissertaz. non pubbl. ,
University o f Chicago.
88 NATIONAL fEDERATION OF GRANGE MUTUA!:. lNSURANCE COMPANIES, ]ourna/ o/ Pro­
ceedings, Twenty-Sixth Annua! Convention, 12 settembre 1960; lettera all'autore del 2 ago­
sto 1961, di Sherman K. Ives, segretario della National Federation of Grange Mutuai In­
surance Companies. Sull'importanza delle cooperative per l'iscrizione alla Grange all'ini­
zio del 1870, si veda GEORGE CERNY, Cooperation in the Midwest in �be Granger Era,
1869-1875, in "Agricultural History " , XXXV I I, ottobre 1963, pp. 187-205. Per delle sta­
tistiche sulle iscrizioni a tutte le principali organizzazioni degli agricoltori, si veda RoBERT
L. ToNTZ , Membership of Generai Farmers' Organizations, United States, 1874-1960, in
" Agricultural History ", XXXV I II, luglio 1964, pp. 143-156.

178
Le teorie del "sottoprodotto• e dell' "interesse particolare•

Vi è un'organizzazione dell'agricoltura che ha cercato di non


usare istituzioni commerciali o agenzie governative per convoglia­
re adesioni. Si tratta di una piccola, nuova organizzazione, l'Orga­
nizzazione Nazionale degli Agricoltori. Il suo slogan: "NFO assi­
cura il vostro reddito invece della vostra macchina" 89 è quindi
un'implicita critica mossa alle attività commerciali dell'Agenzia
dell'Agricoltura. Ha però notevoli difficoltà nel reperire nuovi so­
ci, e potrebbe esserne indotta a cambiare politica. È significativo
che l'Organizzazione Nazionale degli Agricoltori non è sinora riu­
scita nel suo tentativo di " organizzare azioni " ossia scioperi per far
ritirare prodotti agricoli dal mercato. Il fallimento di questi scio­
peri era precisamente quanto ci saremmo attesi in base alla teoria
dei gruppi latenti. Se invece l'Organizzazione Nazionale degli Agri­
coltori avesse un giorno successo, senza ricorrere a metodi violenti
o ad altri incentivi selettivi, nel sostenere i prezzi di prodotti agri­
coli convincendo gli agricoltori a sottrarre parte della loro produ­
zione dal mercato, ciò tendenzialmente confuterebbe la teoria da
noi qui sostenuta.

g) l.obbies di tipo non economico

La teoria dei gruppi di pressione come sottoprodotto sembra


spiegare le organizzazioni di pressione che rappresentano l'agri­
coltura, cosf come quelle che rappresentano i lavoratori e i pro­
fessionisti. Insieme alla teoria dell"' interesse particolare " dei pic­
coli gruppi di pressione, aiuta anche a spiegare le organizzazioni
che rappresentano gli interessi dell'industria. Le teorie sviluppate
in questo studio sembrano quindi spiegare le organizzazioni dei
principali gruppi economici di pressione.
Benché la maggior parte delle lobbies a Washington e tutte le
lobbies piu potenti abbiano obiettivi economici, vi sono anche del­
le lobbies che hanno obiettivi sociali, politici, religiosi, o filantro­
pici. È possibile applicare le teorie sviluppate in questo libro a
una di queste lobbies? Logicamente la teoria può essere estesa a
ogni genere di lobbies. La teoria è generale nel senso che la sua
applicazione logica non è ristretta a nessun caso particolare. Può
applicarsi ogni qualvolta vi siano degli individui razionali interes­
sati a un obiettivo comune. Come si è spiegato nel secondo capito­
lo, almeno la teoria dei gruppi numerosi non si applica unicamen-
89 NFO Reporter, I, novembre 1956, p. 3. Si veda inoltre GEORGE BRANDSBERG, The
Two Sides in NFO's Battle, Iowa State University Press, Ames, Iowa �964.

179
La logica dell'azione collettiva

te a situazioni caratterizzate da un comportamento egoistico, o so­


lo ai casi in cui vi siano in gioco non piu che interessi economici o
materiali . Nei suoi termini generali la teoria è, di conseguenza,
chiara; è vero, d'altra parte, che questa teoria, al pari di ogni altra,
è meno utile in certi casi che in altri. L'esaminare qui nei partico­
lari una qualsiasi di queste lobbies caratterizzate da interessi " non
economici " prenderebbe troppo spazio. È tuttavia evidente che la
teoria getta nuova luce sul comportamento di alcune organizzazio­
ni essenzialmente politiche o sociali, come le organizzazioni dei ve­
terani,90 mentre non è particolarmente utile se applicata a certe al­
tre lobbies non economiche. Non è per nulla sufficiente là dove si
tratti di lobbies filantropiche, e cioè di lobbies che si interessano a ·
un gruppo diverso da quello che sostiene la lobby, o nel caso delle
lobbies religiose.91 Nel caso delle lobbies filantropiche e religiose il
rapporto tra i propositi e gli interessi del singolo membro e i pro­
positi e gli interessi dell'organizzazione può essere talmente com-

90 Le organizzazioni dei veterani non sono principalmente delle organizzazioni eco­


nomiche e neppure politiche. Le loro funzioni principali sono sociali, ed esse attraggono la
maggior parte dei loro membri grazie ai benefici sociali che forniscono. Le insegne lumino­
se in numerose città americane testimoniano che le sezioni locali delle organizzazioni dei
veterani hanno creato innumerevoli clubs, taverne e locali da ballo. Questi sono in genere
aperti solo ai soci e ai loro ospiti. Iscrivendosi a una siffatta associazione, il veterano ottie­
ne non solo le facilitazioni materiali offerte da un club, ma anche amicizia e riconoscimento
del servizio prestato in guerra. Chiunque abbia assistito a una convenzione dell'American
Legion sa che i Legionari non passano tutto il loro tempo a discutere delle inef!icienze delle
Nazioni Unite e neppure a parlare dei vantaggi che loro vengono dall'organizzazione. Essi
organizzano anche parate e varie altre attività ricreative e sociali . L'American Legion offre
inoltre ai propri membri i benefici di un'assicurazione di gruppo. Tutti questi benefici so­
ciali e altri ancora vanno ai soli iscritti: costituiscono degli incentivi selettivi. Ogni in­
dennità o altro beneficio per i veterani che il governo è spinto a concedere dalle pressioni
delle lobbies dell'American Legion o dei Veterans of Foreign Wars vanno invece a tutti i
veterani, iscritti o no a un'organizzazione. Il potere politico delle lobbies dei veterani è
quindi un sottoprodotto dei servizi sociali ed economici forniti dalle corrispondenti orga­
nizzazioni.
91 Numerosi teorici danno semplicemente per scontato che ogni tipo di comporta­
mento individuale, indipendentemente dal contesto, sia razionale, nel senso in cui tale pa·
rola viene usata nei modelli economici. Ogni qualvolta una persona agisce, si dà per scon­
tato che essa abbia agito in modo razionale per perseguire un suo determinato " interesse" ,
anche nel caso i n cui tale azione sia filantropica; ciò indicherebbe infatti che l'individuo
ha tratto un "utile" maggiore (o, meglio, ha raggiunto una curva di indifferenza piu eleva­
ta) nell'agire in tale maniera filantropica, anziché nell'agire in tutti gli altri modi possi­
bili. Tutte le situazioni sinora analizzate in questo libro non richiedono una simile com­
prensiva e problematica definizione di razionalità. L'applicazione di tale teoria ad alcune
organizzazioni non economiche può tuttavia richiedere una tale definizione comprensiva.
Il modo migliore per analizzare un'organizzazione filantropica consiste nell'interpretare la
teoria in questo modo; l'individuo che abbia dato un modesto contributo a una numerosa
organizzazione di carità diffusa a livello nazionale, lo farebbe, secondo questa interpretazione,
non perché ritenga erroneamente che il suo contributo aumenti in maniera visibile le ri­
sorse di quell'opera pia, ma piuttosto perché egli trae una soddisfazione individuale, non
collettiva, sotto forma di un sentimento di ricchezza morale personale, o per un desiderio
di rispettabilità e di approvazione. Benché in tale modo la teoria possa essere applicata
anche alle opere pie, non appare molto utile in tale contesto. Quando infatti si definiscono
o si assumono come razionali tutte le azioni - persino le azioni caritatevoli - questa teo­
ria (o ogni altra teoria) diventa giusta semplicemente in base alla sua congruenza logica, e
diventa impossibile sottoporla a refutazione empirica.

1 80
Le teorie del "sottoprodotto" e dell'"interesse particolare"

plesso e oscuro, che una teoria come quella qui elaborata non può
essere di grande aiuto.92
Né essa è di grande aiuto per analizzare gruppi caratterizzati da
un basso livello di razionalità, nel senso in cui tale parola è stata
usata in questo libro. Si consideri, per esempio, il gruppo occasio­
nale di persone impegnate che continuano a lavorare tramite le lo­
ro organizzazioni per delle cause riconosciute come perse. Questo
lavoro basato sull'amore non è razionale, almeno secondo una pro­
spettiva economica, poiché è inutile compiere sacrifici che risulte­
ranno per definizione irrilevanti. Il dire che una situazione è " per­
sa" oppure senza speranza equivale in un certo senso a dire che es­
sa è perfetta, poiché, in entrambi i casi, gli sforzi volti a migliorar­
la non possono produrre risultati positivi. L'esistenza di gruppi di
individui i quali lavorano per delle " cause perse " è quindi in con­
trasto con la teoria affacciata in questo studio (benché l'insignifi­
canza di tali gruppi sia ovviamente in congruenza con la teoria) .93
Là dove il comportamento irrazionale o non razionale costitui­
sce la base per una lobby, sarebbe forse meglio cercarne la spiega­
zione adeguata nella psicologia o nella psicologia sociale piuttosto
che nell'economia. Gli elementi iniziali di tale teoria sono probabil­
mente già insiti nel concetto di " movimenti di massa " 94 (i quali,
92 Un'organizzazione religiosa che promettesse benefici ultimi, come una vantaggiosa
reincarnazione a coloro che la seguono fedelmente, e invece punizioni a quanti non l'ap­
poggiano sarebbe congruente con la teoria qui sostenuta. La concezione pessimistica, basa­
ta sul " peccato originale" della natura umana, comune a molte religioni, è anch'essa in con­
sonanza con la teoria. Sarebbe quindi abbastanza plausibile dal punto di vista logico spie­
gare alcune lobbies religiose in termini di sottoprodotto di organizzazioni che offrono ai
membri potenziali degli incentivi selettivi. La famosa Anti-Saloon League sarebbe stata,
secondo questa interpretazione, un sottoprodotto della primaria funzione religiosa delle
chiese protestanti, le quali furono la sua principale fonte di sostegno. Benché logicamente
corretto, questo approcciò non sembra tuttavia essere di grande aiuto poiché non prende
in considerazione alcuni elementi centrali della motivazione religiosa . Sulla pressione eser­
citata dalle chiese, si veda LUKE EBERSOLE, Church Lobbying in the Nation's Capitai,
Macmillan, New York 1951. Sulla relazione tra l'Anti-Saloon League e le chiese, si veda
PETER H. 0DEGARD, Pressure Politics, Columbia University Press, New York 1928.
93 Vi è probabilmente minore razionalità, almeno nel senso in cui tale parola è usata
in economia, nei gruppi non economici che in quelli economici. La facilità con cui è pos­
sibile calcolare le relazioni e gli standards obiettivi di successo e di fallimento nella vita
economica sviluppa probabilmente le facoltà razionali piu di quanto non facciano le atti­
vità non economiche. La teoria qui elaborata si adatterebbe perciò meglio, nel complesso,
ai gruppi economici che a quelli non economici. Per un'elaborazione di questo punto, si
veda }OSEPH ScHUMPETER, Capitalism, Socialism, and Democracy, George Allen & Unwin,
London 1954, 4• ed., pp. 122-123. Si veda inoltre TALCOTT PARSONS, Essays in Sociological
Theory, Free Press, Glencoe, 111. 1954, ed. riv., pp. 50-69. Sull'irrazionalità del comporta­
mento politico, si veda GRAHAM WALLAS, Human Nature in Politics, University of Nebra­
ska Press, Lincoln 1962.
94 I movimenti di massa hanno spesso un carattere utopistico. Persino i gruppi nume­
rosi che si adoperano per un'utopia potrebbero avere una ragione per agire in quanto grup­
po, anche in base alla teoria qui avanzata. Le utopie sono dei paradisi in terra agli occhi
dei loro propugnatori; ci si aspetta, in altre parole, che producano dei benefici cosi grandi
da essere incalcolabili o verosimilmente infiniti. Se i benefici derivanti dal conseguimento
di un'utopia fossero infiniti, potrebbe essere allora razionale, persino per un membro di
un gruppo numeroso, contribuire spontaneamente al conseguimento dell'obiettivo di grup-

181
La logica dell'azione collettiva

incidentalmente, non sono di solito molto di massa) . L'adesione ai


" movimenti di massa " è di solito spiegata in base all"' alienazio­
ne " dei membri nei confronti della società.95 Questa alienazione
produce un disturbo o disequilibrio psichico. Il sostegno dato a
" movimenti di massa " può quindi spiegarsi soprattutto in termi­
ni psicologici, benché i disturbi psicologici siano a loro volta colle­
gati a diverse caratteristiche della struttura sociale. Una fanatica
devozione a un'ideologia o a un leader è comune nei movimenti di
massa, e si dice che molti di questi movimenti siano ai " confini
della pazzia " .'16 Questo tipo di lo h by è piu diffuso in periodi di ri­
voluzione e insurrezione, e inoltre in Paesi instabili, che non in
società stabili, ben ordinate ed apatiche le quali abbiano preso at­
to della " fine delle ideologie " .97 Ovviamente, in tutte le società si
dà sempre qualche comportamento ispirato a ideologia, persino
tra i gruppi piu stabili e meglio integrati. Attualmente, negli Stati
Uniti, questo comportamento ruota in gran parte intorno ai parti­
ti politici. È tuttavia sorprendente quanto i sacrifici ideologici per
i partiti politici siano relativamente piccoli negli Stati Uniti. Gli
studiosi della politica spesso commentano la debolezza organizza­
tiva dei partiti politici. I partiti americani sono di solito importan­
ti nominalmente e categorialmente, non in quanto organizzazioni
formali. Come ha scritto uno studioso noto, " la creazione ogni
quattro anni di partiti presidenziali è un esercizio di improvvisa­
zione " .98 Non si vuole con ciò negare il ruolo decisivo svolto dai

po (l'utopia) . Una parte infima di un beneficio infinito, oppure un aumento minuscolo nel­
la probabilità di realizzazione di un simile beneficio, potrebbe essere superiore alla parte
individuale del costo dell'impresa collettiva. Un beneficio incalcolabilmente grande, o infi­
nito, potrebbe agire in modo tale da trasformare un gruppo abbastanza numeroso in un
u gruppo privilegiato " . Una tale analisi può essere applicata anche ai gruppi religiosi. Ma,
anche in questo caso, non è chiaro se questa sia la maniera migliore per analizzare sia i
gruppi utopistici sia quelli religiosi.
95 WILLIAM KoRNHAUSER, The Politics o/ Mass Society, Free Press, Glencoe, Ili. 1959.
96 ERIC HoFFER, The True Believer, New American Library, New York 1958; PETER
F. DRUCKER, The End o/ Economie Man-A Study o/ the New Totalitarianism, John Day,
New York, 1939; SEYMOUR MARTIN LIPSET, Politica! Man: The Social Bases o/ Politics,
Doubleday, Garden City, N.Y. 1960.
97 DANIEL BELL , The End o/ Ideology, Free Press, Glencoe, Ili. 1960; si veda inol­
tre HAROLD D. LASSWELL, Politics-Who Gets What, When, How, Whittlesey House, New
York 1936. Uno studio particolareggiato di una comunità dell'Italia meridionale, un'area
di una cultura politica profondamente diversa da quella degli Stati Uniti, suggerisce però
che la teoria qui avanzata si adatta molto bene a tale cultura: si veda EowARD C. BAN­
FIELD, The Mora! Basis of a Backward Society , Free Press, Glencoe, Ili. 1958.
•• DAVID B. TRUMAN, The Governmental Process, Alfred A. Knopf, New York 1958,
p. 532. V.O. Key ha sostenuto che al livello dei partiti nazionali la situazione tipica "è
l'àssenza quasi completa di un'organizzazione funzionante a livello nazionale. Ci possono
essere dei gruppetti informali che operano prevalentemente sullo sfondo. Ci possono essere
delle organizzazioni locali che esercitano un potere. Le organizzazioni capaci di affrontare
responsabilmente questioni d'interesse nazionale sono tuttavia l'eccezione. Il partito inteso
in questo senso è spesso una finzione". Citazione tratta da KEY, American State Politics:
An Introduction, Alfred A. Knopf, New York 1956, p. 271 .

182
Le teorie del Ksottoprodotto " e dell'Kinteresse particolare»

partiti nella politica americana. Anche negli Stati caratterizzati dal­


l'esistenza di due partiti è probabile che la maggior parte dei vo­
ti ricevuti da un candidato provengano da persone che hanno vo­
tato per lui a causa della sua affiliazione al partito, piuttosto che
dei suoi meriti personali. In molti Stati non è possibile inserire
un candidato nelle schede elettorali a meno che non sia stato no­
minato da uno dei partiti principali. Nonostante l'importante ruo­
lo svolto dai due maggiori partiti, essi non sono tuttavia gran co­
sa come organizzazioni formali : non hanno molti " iscritti " , cioè
aderenti che partecipino regolarmente alle riunioni di circoscrizio­
ne o contribuiscano finanziariamente (eccetto che nel caso delle
" macchine " politiche in alcune grandi città) . I partiti politici non
dispongono neppure di personale numeroso, in confronto, per
esempio, con i sindacati.99 Tra il 1924 e il 1928, il Partito demo­
cratico non ebbe nemmeno una sede.100 Eppure, secondo una " sti­
ma molto prudente " , fatta da un istituto statale, il numero delle
organizzazioni dotate di lobbies permanenti a Washington alla fine
degli anni Venti era " ben oltre 500 " (attualmente ve ne sono mol­
te di piu) .101 È sicuramente paradossale che ciascuno dei grandi grup­
pi di pressione, ognuno dei quali rappresenta una proporzione re­
lativamente piccola della popolazione americana, sia formalmente
piu organizzato di entrambi i grandi partiti politici, le cui fortune
riguardano tra l'altro le prospettive di tutti i gruppi di pressione.
Si può tentare una spiegazione ricordando che di solito i par­
titi politici si adoperano per il conseguimento di benefici collettivi:
essi sono alla ricerca di politiche governative che, secondo quanto
affermano, siano di aiuto a tutta la popolazione (o almeno una va­
sta porzione di essa) . Benché molte persone ritengano che la loro
posizione sarebbe migliore qualora il loro partito fosse al potere,
riconoscono che, se il loro partito è destinato a vincere, avrebbe le
stesse probabilità di vittoria senza di loro, che in ogni caso saranno
in grado di trarne beneficio. L'americano medio ha, nei confronti
del suo partito, piu o meno la stessa opinione che, secondo il dot­
tor Johnson, gli Inglesi avevano nel secolo XVIII nei confronti
degli Stuart in esilio. Johnson affermò che, " qualora venisse in­
detto un referendum in modo corretto, l'attuale re verrebbe man­
dato via stanotte, e i suoi sostenitori impiccati domani " . Essi, tut­
tavia, non " rischierebbero nulla allo scopo di restaurare la fami-
99 Una ragione per cui forse i partiti impiegano un personale ridotto è che molti dei
loro lavoratori professionali e dei loro dirigenti sono funzionari o impiegati statali .
100
ARTHUR SCHLESINGER JR., The Crisis o/ the Old Order, Houghton MifBin, Bo­
ston 1957, p. 273.
101
HERRING (nota 37, supra), p. 19.

183
La logica dell'azione collettiva

glia esiliata. Non darebbero venti scellini perché questo possa ac­
cadere. Ma qualora potesse farlo un semplice voto, sarebbero ven­
ti contro uno " .102 Il punto è che l'individuo medio non sarà dispo­
sto a compiere un sacrificio significativo per il partito cui è favo­
revole, poiché la vittoria del suo partito fornisce un bene colletti­
vo. Egli non contribuirà alle casse del partito né parteciperà alle
riunioni di circoscrizione. Vi sono, d'altra parte, molte persone
con ambizioni politiche personali, e a queste il partito procurerà
benefici non collettivi sotto forma di cariche pubbliche. Poiché in
questo Paese vengono eletti 700 .000 amministratori pubblici, que­
st'ultimo è un gruppo piuttosto importante. Vi sono anche molti
uomini di affari i quali danno finanziamenti ai partiti politici allo
scopo di garantirsi un diretto accesso agli amministratori, nell'even­
tualità che sorgano problemi rilevanti per le loro imprese.
Le " macchine " politiche, d'altra parte, hanno strutture orga­
nizzative massicce. Le " macchine " politiche non si adoperano, tut­
tavia, per beni collettivi. Un apparato è tutt'al piu interessato al

10'
Il punto menzionato da }ohnson mostra, dal lato dei costi, una somiglianza con
i benefici " inosservati" o "impercettibili" discussi nel corso di questo studio, e questo
parallelo è importante per spiegare il voto. L 'azione dell'impresa nel mercato perfettamente
competitivo avrà un qualche effetto sul prezzo di mercato, ma questo effetto è cosi piccolo
che la singola impresa lo trascura, o addirittura non se ne accorge. Il tipico membro di
un sindacato che non paga volontariamente le proprie quote, ma che assuma senza esita­
zione il " costo" di votare per la sindacalizzazione obbligatoria di reparto, si comporta
nella stessa maniera. Cosi fanno i milioni di persone che non contribuiscono né con il loro
tempo né con il loro denaro al loro partito politico, ma ciò nonostante votano talvolta per
esso. Cosi si comportano coloro che votano in una giornata di sole, ma non quando piove.
Il costo del voto e del firmare petizioni è quindi insignificante e impercettibile per molte
persone, piu o meno allo stesso modo come l'effetto sul prezzo di un'impresa competitiva
è, per questa, insignificante e impercettibile. Il punto è che vi è una " soglia" al di là della
quale il costo e i guadagni influenzano l'azione di una persona, mentre ciò non accade
al di sotto di tale soglia. Questo concetto di " soglia" può venire spiegato anche con
un'analogia fisica. Si immagini che la mano di un uomo sia inserita in una morsa e che la
morsa venga stretta. L'uomo proverà dolore, e, via via che la morsa viene stretta, il suo
dolore si farà piu intenso ed egli cercherà presumibilmente di liberare la mano. Ma, men­
tre una forte pressione contro la mano è dolorosa e provoca una reazione, un livello di
pressione molto basso non avrà un simile effetto. La piccola pressione sulla mano che una
stretta di mano comporta non infliggerà, di solito, alcun dolore, e non condurrà ad alcuna
reazione simile a quella causata dalla pressione di una morsa. La pressione, cioè, deve rag­
giungere un certo livello, o soglia, prima che si produca una qualche reazione.
Alcune ricerche empiriche sul voto in una comunità americana hanno portato a risul­
tati coerenti con la precedente analisi. I ricercatori hanno appurato che " la maggioranza
delle persone votano, ma non danno di solito prova di grande interesse . . . perfino coloro
che lavorano per il partito non sono di solito motivati da interessi ideologici o dal puro
dovere civico " . BERNARD R. BERELSON, PAuL F. LAZARSFELD e WILLIAM N. McPHEE, Vo­
ting, . University of Chicago Press, Chicago 1954. p. 307.
Il fatto che il costo del voto cada spesso al di sotto della soglia e venga ignorato sug·
gerisce una possibile correzione e modifica alla " teoria del gruppo" di Bentley e Truman.
Qualora le lobbies e i gruppi di pressione, che costituiscono la maggior preoccupazione di
tale teoria, venissero tralasciati e si prendesse in considerazione soltanto il voto, la teoria
potrebbe essere corretta. Sono grato a Edward C. Banfield per avere attratto la mia atten­
zione su questo punto, e per avermi suggerito la citazione di }ohnson che appare nel testo.
La citazione è tratta da }AMES BoswELL, The Li/e of Samuel Johnson, Navarre Society Li­
mited, London 1924, II, pp. 393-394.

184
Le teorie del "sottoprodotto" e dell'"interesse particolare n

clientelismo, e nel peggiore dei casi all'aperta corruzione. I lavora­


tori che mantengono le circoscrizioni sotto controllo a vantaggio di
una determinata macchina elettorale sono di solito interessati a
ottenere un lavoro al municipio. E ogni galoppino di partito sa
che non otterrà un lavoro a meno che non aiuti l'apparato. Le mac­
chine politiche sono quindi in grado di dar vita a strutture organiz­
zative ben articolate, poiché si adoperano soprattutto per benefici
che giovano a determinati individui, piuttosto che agli interessi co­
muni di un qualsiasi gruppo numeroso.103 È sicuramente significati­
vo che, nel linguaggio della politica di partito americana, " organiz­
zazione " venga spesso usato come sinonimo di " macchina politica " ,
e da una "macchina politica " ci si aspetta che essa sia interessata
soprattutto ai benefici individuali che può acquisire per i suoi
membri.

h) I gruppi "dimenticati" - quelli che soffrono in silenzio

Ora che abbiamo studiato i maggiori gruppi economici di pres­


sione e che è stato delineato il rapporto tra le teorie qui avanzate
e i gruppi non economici e i partiti politici, non ci rimane che con­
siderare un importante tipo di gruppo. Sfortunatamente questo è
il tipo di gruppo su cui si sa meno, e di cui poco si può dire. Que­
sto gruppo è il gruppo disorganizzato, il gruppo che non ha alcuna
lobby e non intraprende azione alcuna. I gruppi di tal genere si
adattano meglio di tutti alla tesi principale di questo libro. Essi
sono un esempio del suo punto centrale: i gruppi numerosi o la­
tenti non hanno nessuna tendenza ad agire spontaneamente a so­
stegno dei loro interessi comuni. Questo punto è stato sostenuto
nell'Introduzione e trattando di esso concluderemo il nostro stu­
dio. I gruppi disorganizzati, i gruppi che non hanno lobbies e non
esercitano alcuna pressione sono infatti · tra i gruppi piu numerosi
del Paese, e hanno alcuni dei piu vitali interessi comuni.
I lavoratori agricoli temporanei sono un importante gruppo
con urgenti interessi comuni, ma non hanno alcuna lobby che dia
103
Le grandi " macchine" urbane (e a volte anche i comitati elettorali nei municipi di
campagna) sono un'altra importante fonte di tale forza organizzativa di cui dispongono i
partiti a livello statale e nazionale. I partiti statali e nazionali traggono una certa forza or­
ganizzativa dal fatto di essere in parte delle federazioni di un numero abbastanza ristretto
di " macchine" urbane e di gruppi municipali . Harold Laski, con una certa esagerazione,
ha formulato l'accusa che " i partiti politici, negli Stati Uniti, non sono organizzazioni vol­
te a promuovere delle idee, ma libere federazioni di macchine il cui scopo è di ottenere
voti sufficienti a mettere i partiti in grado di allungare le mani sulle cariche pubbliche " .
Tratto d a The Amerlcan Politica! Scene: II. The Bankruptcy of Parties, i n " The Nation " ,
CLXIII, 2 3 novembre 1946, p. 583.

185
La logica dell'azione collettiva

voce ai loro bisogni. Gli impiegati sono un gruppo numeroso con


interessi comuni, ma non hanno alcuna organizzazione che si pren­
da cura dei loro interessi. I contribuenti sono un vasto gruppo, ma
da un importante punto di vista essi devono ancora ottenere una
loro rappresentanza. I consumatori sono almeno altrettanto nume­
rosi quanto gli altri gruppi della società ma non dispongono di nes­
suna organizzazione che controbilanci il potere dei produttori mo­
nopolistici o organizzati.104 Vi sono moltitudini di individui interes­
sati alla pace, ma essi non dispongono di alcuna lobby in grado di
tener testa a quelle degli " interessi particolari " che possono inve­
ce essere interessati alla guerra. Vi sono moltitudini che hanno
un interesse comune nel prevenire l'inflazione e la recessione, ma
non dispongono di organizzazioni che esprimono tale interesse.
Non ci si può neppure aspettare che tali gruppi si organizzino
e agiscano semplicemente perché i guadagni dell'azione di gruppo
sarebbero superiori ai suoi costi. Perché mai i cittadini di questo o
di un qualsiasi altro Paese dovrebbero organizzarsi politicamente
per prevenire l'inflazione quando potrebbero servire il loro comu­
ne interesse nella stabilità dei prezzi in modo altrettanto soddisfa­
cente qualora tutti loro spendessero individualmente di meno?
Virtualmente nessuno commette l'assurdità di aspettarsi che i sin­
goli in un sistema economico riducano voiontariamente le loro spe­
se allo scopo di fermare un'inflazione, indipendentemente dal gua­
dagno che essi, in quanto gruppo, potrebbero trarre da un simile
comportamento. Eppure si dà di solito per scontato che alcuni in­
dividui in un contesto politico e sociale si organizzeranno allo sco­
po di promuovere i loro interessi collettivi . L'individuo razionale
nel sistema economico non riduce le sue spese per ridurre l'infla­
zione (né le aumenta per prevenire una recessione) poiché egli è
consapevole che, primo, i suoi sforzi non avranno un effetto ap­
prezzabile e, secondo, che parteciperebbe comunque ai benefici di
qualunque stabilità dei prezzi che gli altri riuscissero a raggiunge­
re.105 Per le stesse due ragioni, l'individuo razionale nel gruppo nu­
meroso in un contesto socio-politico non sarà disposto a compie­
re alcun sacrificio per conseguire gli obiettivi che egli condivide

104 E.E. SCHATTSCHNEIDER, Politics, Pressure and the Tarilf, Prentice Hall, New York
1935.
105
Il fatto che in ogni tipo di economia è in potere degli individui il prevenire la
depressione o l'inflazione semplicemente spendendo di piu o di meno, ma non hanno, in
quanto individui, alcun incentivo a comportarsi in tale modo, mi è stato segnalato da
WILLIAM J, BAUMOL, Welfare Economics and the Theory o/ the State, Harvard University
Press, Cambridge, Mass. 1952, pp. 95-99. Si veda inoltre ABBA P. LERNER, On Generalizing
u
the Generai Theory, in American Economie Review", L, marzo 1960, pp. 121-144, so­
prattutto p. 133.

186
Le teorie del "sottoprodotto" e dell' "interesse particolare"

con altri. Non si può quindi assumere che gruppi numerosi si or­
ganizzeranno allo scopo di agire nel loro comune interesse. Solo
quando i gruppi sono piccoli, o quando sono cosi fortunati da di­
sporre di una fonte indipendente di benefici selettivi, essi si orga­
nizzeranno e agiranno per conseguire i loro obiettivi.
L'esistenza di gruppi numerosi disorganizzati con interessi co­
muni è quindi molto coerente con la tesi centrale di questo stu­
dio. I gruppi numerosi disorganizzati non costituiscono, tuttavia,
solo la prova della tesi fondamentale di questo studio : essi sof­
frono anche della sua eventuale verità.

187
Appendice
( 1971)

Come è stato indicato nella prefazione, questa appendice con­


tiene una breve rassegna degli articoli che ho scritto (o scritto in­
sieme ad altri) e che si collegano all'argomento trattato in questo
libro, e una discussione di un'idea di ricerca, connessa con questa
problematica, che altri hanno proposto.
Gli articoli che prenderemo in considerazione sono di due tipi
diversi. Quelli che esaminerò per primi sono stati pubblicati in ri­
viste che interessano i miei colleghi economisti e sono quindi for­
mulati nel linguaggio specialistico dell'economia. Benché i lettori
non specializzati in economia possano a prima vista considerarli
ostici, tutti i lettori interessati che hanno seguito le tesi di que­
sto libro dovrebbero essere in grado di scorgerne l'importanza.
Inoltre, ammesso che abbiano un loro valore, questi articoli pos­
sono trovare una loro applicazione (cosi come altri scritti sul tema
dei beni collettivi) in svariati campi delle scienze sociali. Spero
quindi che non solo gli economisti, ma anche coloro che lavorano
in campi diversi li trovino interessanti. Gli articoli del secondo ti­
po, a cui ci dedicheremo piu tardi, sono stati scritti invece per_ pub­
blici di varia provenienza disciplinare, sicché i loro eventuali usi
dovrebbero risultare immediatamente evidenti da tutti i punti di
vista.
Il primo di tali articoli si intitola Una teoria economica delle
alleanze/ ed è stato scritto in collaborazione con Richard Zeckhau­
ser. Tratta dei comportamenti che ci si dovrebbe attendere dai
componenti di un piccolo gruppo interessato a un bene collettivo
ovvero a qualcosa che non lo coinvolge direttamente, e sostiene che
nella maggior parte dei casi un piccolo gruppo interessato a un be-
1 " Review of Economics and Statistics ", XLVIII, llgosto 1966, pp. 266-279. Questo arti­
colo è stato inoltre ristampato, insieme a parte di questo libro, in Economie T beories of
International Politics, a cura di Bruce Russett, Markham Publishing Company, Chicago
1968, p. 25-50.

189
Appendice

ne collettivo procurerà, di tale bene, una quantità men che atti­


male, e che si darà una tendenza a suddividere non equamente
l'onere di procurarlo. In questo libro tale sperequazione è defini­
ta " sfruttamento del grande da parte del piccolo " e le sono dedi­
cate solo poche frasi, mentre l'articolo elabora un modello parti­
colareggiato, lo applica a situazioni reali e ne verifica le previsio­
ni confrontandole con dati pertinenti. Benché il libro faccia astra­
zione dagli " effetti di reddito " , l'articolo prende pienamente in
considerazione tali effetti.
Il modello elaborato nell'articolo contrasta con la famosa " teo­
ria volontaria dello scambio pubblico " di Erik Lindahl, e, in mi­
nor misura, con la versione aggiornata che del modello di Lindahl
ha dato Leif Johansen/ e può essere usato per dimostrare certe
significative carenze nell'impostazione di Lindahl e Johansen. Le
formazioni dei quali, se non sono esplicitamente criticate nell'arti­
colo, sono tuttavia discusse in una piu completa versione dello stu­
dio che è stata pubblicata come monografia a sé,l Benché le appli­
cazioni e i tests empirici, sia nell'articolo sia nella monografia, si ·
riferiscano solo alle organizzazioni internazionali e alle alleanze mi­
litari, il modello si applica ugualmente bene ad altri gruppi forma­
li o informali con un numero limitato di membri.
La letteratura teorica sui beni collettivi ha tendenzialmente
trascurato non solo la sproporzione del sacrificio spiegata nello
studio or ora citato, ma anche il livello di efficienza con cui i be­
ni collettivi sono generati o prodotti da gruppi diversi. Queste dif­
ferenze di efficienza sono spesso di importanza decisiva per le po­
litiche pubbliche. Inoltre, il non avere tenuto conto di questo pro­
blema ha indotto alcuni degli autori piu esperti che si sono occu­
pati dell'argomento, e soprattutto James Buchanan, Milton Kafo­
glis e William Baumol, a confusioni d'ordine logico. Ciò è dimo­
strato in un altro articolo, anch'esso scritto in collaborazione con
Richard Zeckhauser: L'efficienza produttiva delle economie ester­
ne .4 La nostra tesi è stata espressa in modo piu esauriente, e anche
applicata a una situazione pratica, in Beni collettivi, vantaggio com­
parato ed efficienza delle alleanze .5
Un altro aspetto della teoria dei beni collettivi che sembra es-

2 LEIF }oHANSEN, Some Notes on the Lindahl Theory o/ Determination o/ Public


Expenditure, in " International Economie Review ", IV, settembre 1963, pp, 346-358.
3 Economie Theory of Alliances, The Rand Corporation, Rm 4297-ISA, Santa Moni­
ca, Calif. 1966, soprattutto pp. 13-15.
4 " American Economie Review ", LX, giugno 1970, pp. 512-517.
5 RoLAND N. McKEAN, a cura di, Issues in Defense Economics, Universities-National
Bureau Conference Series, n. 20, Columbia University Press, New York 1967 .

190
Appendice

sere stato trascurato dalla letteratura concerne ciò che può esse­
re definito il loro scopo, ambito, o clientela. Molti autori assumo­
no implicitamente che tutti i beni collettivi raggiungano tutti colo­
ro che si trovano all'interno dello Stato-nazione che li fornisce e
nessuno al suo esterno. Alcuni beni collettivi (come il controllo
dell'inquinamento dell'atmosfera in località limitate, o parchi pub­
blici) possono avere un impatto esclusivamente locale, mentre al­
tri (come i benefici della ricerca pura che non possono essere po­
sti sotto brevetto, o i benefici di un'organizzazione internaziona­
le) possono a volte abbracciare praticamente tutto il pianeta. Gli
economisti danno di solito per scontato che non ci si possa aspetta­
re da un governo che esso fornisca beni collettivi a un livello nep­
pure lontanamente prossimo a quello ottimale nel caso in cui i be­
nefici di un determinato bene collettivo che esso dovrebbe fornire
si riversassero in misura significativa al di fuori dei suoi confini.
Quel governo avrà infatti interesse a ignorare quei benefici che si
riverseranno su altre giurisdizioni statali e produrrà, di conseguen­
za, una quantità di quel bene inferiore alla misura ottimale. Ho
sostenuto in un articolo 6 a proposito di questo argomento che simi­
le problema, che di solito è ignorato, sorge quando solo una mino­
ranza dei cittadini che fanno parte di una giurisdizione è in posi­
zione tale da trarre beneficio da un bene collettivo che questa po­
trebbe fornire. Qualora la giurisdizione dovesse fornire beni collet­
tivi a un livello ottimale, fornirebbe quei beni o quei progetti che
implicano guadagni superiori ai costi. Anche un progetto i cui
guadagni fossero superiori ai costi si lascerebbe tuttavia alle spal­
le un numero di persone che non ne trarrebbero vantaggi superiori
a quelli di coloro che invece ne trarrebbero, se i guadagni andasse­
ro a una minoranza di quanti vivono nella circoscrizione e il costo
fosse coperto con tasse pagate da tutti. Quando un bene colletti­
vo raggiunge solo una minoranza di quanti fanno parte di una giu­
risdizione, non otterrà (in mancanza di una qualche fortunata/con­
trattazione) il sostegno della maggioranza, e sarà fornito, nel caso
che sia fornito, solo in misura men che ottimale.
Se vi sono problemi nei casi in cui una giurisdizione statale è o
troppo piccola per comprendere tutti coloro che traggono benefi­
cio dai suoi servizi, oppure cosi grande che una buona parte dei suoi
cittadini non traggono beneficio da alcuni beni collettivi che ci si
' The Principle of "Fiscal Equivalence ": The Division o/ Responsibilities Among
Dilferent Levels o/ Government, in " American Economie Review: Papers and Proceedings " .
LIX, maggio 1969, pp. 479-487, ripubblicato con alcune modifiche i n The Analysis and
Evaluation of Public Expenditures: The PPB System, vol. I , pp. 321-33 1 , pubblicato dal
Joint Economie Committee, U.S. Congress, 91" Congresso, I sessione, 1969.

191
Appendice

aspetta che essa procuri, sarebbe allora ipotizzabile la creazione di


una giurisdizione o di un controllo separato per ogni bene colletti­
vo che si riversi su un territorio piu ampio. C'è, in altre parole, bi­
sogno di quello che ho definito il principio di " equivalenza fisca­
le " .7 Il problema è ovviamente troppo complicato per giustificare
delle conclusioni sulle politiche da seguire sulla base di queste so­
le considerazioni. Eppure le argomentazioni contenute nell'artico­
lo or ora menzionato sono sufficienti a dimostrare che sia l'ideolo­
gia che si pronuncia a favore di una decisa centralizzazione del gover­
no, sia l'ideologia che si pronuncia a favore della massima decentra­
lizzazione possibile sono insoddisfacenti, e che un governo efficiente
richiede molte giurisdizioni e livelli di governo differenziati. Le argo­
mentazioni sviluppate in tale articolo costituiscono anche un criterio
per analizzare alcuni dei correnti propositi favorevoli al decentra­
mento di diversi servizi urbani nelle grandi città in cui parte degli
abitanti sono segregati nei ghetti.
I tipi di beni collettivi con cui i governi hanno a che fare so­
no non solo diversi per quanto riguarda il loro ambito di applica­
zione e la loro localizzazione, ma è probabile che stiano anche au­
mentando di numero e d'importanza col passare del tempo. Al
crescere della popolazione, dell'urbanizzazione e della congestione,
si accrescono quasi certamente anche le diseconomie esterne. Ad
esempio, un agricoltore che viva in un'area scarsamente abitata,
che non si dia cura della rimozione della propria spazzatura, che
abbia bambini turbolenti o che decida di recarsi al lavoro esatta­
mente alla stessa ora in cui ci vanno gli altri, non crea ad esempio
alcun problema agli altri, mentre un identico comportamento in
una città affollata impone dei costi al prossimo. Con lo sviluppo
sempre piu accentuato dell'economia e il raffinarsi della tecnologia,
è probabile che anche l'istruzione e la ricerca diventino sempre piu
importanti; e per piu versi l'istruzione e la ricerca sembrano pro­
curare alla società benefici significativi oltre a quelli che si riversa­
no su chi si è dato un'istruzione o si è dedicato alla ricerca. Può
quindi darsi che le economie esterne stiano aumentando anch'esse
(benché ciò non sia certo) la loro importanza. La percentuale del .
prodotto nazionale investita dai governi delle nazioni sviluppate,
quantomeno per ciò che riguarda quelli che sono percepiti come
beni pubblici, è comunque fortemente aumentata. Io ho di conse-

7 Ibidem.

192
Appendice

guenza sostenuto, in due articoli quasi popolari,8 che i beni collet­


tivi stanno palesemente rivestendo un'importanza sempre maggiore
col passare del tempo negli Stati Uniti (e forse in altri Paesi
sviluppati) . Se questa tesi è corretta, tre sono le conseguenze rile­
vanti in questo contesto . Ciò significa, in primo luogo, che i pro­
blemi che richiedono l'intervento del governo si stanno moltipli­
cando. Ciò non implica che la dimensione del settore pubblico deb­
ba crescere al di là dell'attuale livello, poiché può darsi che i go­
verni oggi si occupino di cose che sarebbe meglio lasciare al set­
tore privato. Tale tesi implica tuttavia, che è aumentato nel tem­
po quel che i governi devono fare, e che, se come sembra, l'impor­
tanza relativa dei beni collettivi continua ad accrescersi, il peso di
cui i governi dovranno alla fine farsi carico sarà ancor maggiore.
Una crescita dell'importanza relativa dei beni collettivi signifi­
ca, in secondo luogo, che il reddito nazionale e ulteriori aliquote
del prodotto nazionale, per quanto ancora straordinariamente uti­
li, stanno diventando meno soddisfacenti in termini di welfare o
benessere. Vi è quindi un crescente bisogno di altre aliquote sup­
plementari di welfare o meglio di il!fare, quali statistiche sui livel­
li di congestione e di inquinamento, i tassi di criminalità, le condi­
zioni sanitarie, e cosi via. Ho definito " indicatori sociali " tali mi­
sure attinenti il benessere o la " qualità della vita " . La maggior
parte degli indicatori sociali misurano il volume o la quantità (ma
non il valore monetario) di un'economia (o di una diseconomia)
esterna, o di un bene (o un male) collettivo. L'impiego degli indi­
catori sociali è spiegato nei due articoli testé citati, ed esemplifi­
cato nello studio Verso un rapporto sociale ,9 un documento gover­
nativo del quale fui direttamente responsabile in un periodo in cui
lavoravo per il governo.
Una crescita dei beni collettivi può, in terzo luogo, accrescere
la divisione e il conflitto in una società. Ciò può accadere, come ho
sostenuto in un altro articolo/0 perché il bisogno di un bene collet­
tivo e il diverso modo di valutario diventano un motivo di conflit­
to, mentre ciò non avviene se i diversi bisogni si riferiscono a be-

8 The Pian and Purpose o/ a Social Report , in " Public Interest " (primavera 1969) ,
pp. 85-97, e New Problems /or Social Policy: Tb, Rationale of Social Indicators and So­
eia! Reporting, in " International Institute of Labour Studi es Bulletin ", giugno 1970, pp.
10-40. Questi due articoli trattano a un dipresso degli stessi temi.
9 U.S. DEPARTMENT OF HEALTH, EoucATION AND WELFARE, Toward A Social Report,
Government Printing Office, Superintendent of Documents, Washington, D.C. 1969.
10 Economics, Sociology and the Best o! Al! Possible Worlds, in " Public Interest"
(estate 1968), pp. 96-1 18, ripubblicato con del materiale aggiuntivo come The Relationship
o! Economics to tbe O tber Social Sciences in Politics and tbe Social Sciences, a cura di
Seymour Martin Lipset, Oxford University Press, New York 1969, pp. 137-162.

193
Appendice

ni individuali o privati. Quanti si trovano in un ambito in cui un


dato bene collettivo si riversa sono costretti a fare i conti piu o
meno con lo stesso tipo e livello di bene collettivo, mentre quan­
do si tratta di scegliere dei beni privati, ogni individuo può attin­
gerli in qualunque combinazione li desideri. Se questa tesi è cor­
retta ne deriva che la spiegazione dell'armonia e della coesione so­
ciale fornita da molti sociologi, e segnatamente da Talcott Parsons,
è insoddisfacente.
Il contrasto tra la mia tesi a proposito del conflitto e della coe­
sione, che è stata sviluppata con l'aiuto degli strumenti della teo­
ria economica, e la letteratura sociologica e politologica di ispira­
zione parsoniana, mi ha spinto a formulare nello stesso articolo al­
cuni punti piu generali sulla relazione tra l'impostazione dell'eco­
nomista e quella in uso in altri settori delle scienze sociali. Ho so­
stenuto che non sono principalmente gli oggetti dell'inchiesta ma
soprattutto il metodo e le premesse a distinguere l'economia dalle
altre scienze sociali. L'impostazione dell'economista è stata appli­
cata con successo non solo al funzionamento del mercato nelle so­
cietà occidentali moderne, ma anche a società e a sistemi economi­
ci fondamentalmente diversi, e anche ai problemi riguardanti il go­
verno, la politica e lo status sociale. Invero, la teoria microecono­
mica è pertinente ogni qualvolta il comportamento sia orientato
verso uno scopo e non vi siano abbastanza risorse per raggiungere
tutti gli obiettivi. La sociologia parsoniana si occupa di temi al­
trettanto generali, e spesso si sottolinea l'importanza delle conclu­
sioni che ha raggiunto per lo sviluppo economico delle società. Il
fatto che l'economia moderna e la sociologia parsoniana possano
essere applicate nello studio degli stessi problemi, e il fatto che
esse implichino ciò nonostante metodi e premesse diverse consen­
tono di mostrare nella pratica la contrapposizione tra le due impo­
stazioni. Ciò conduce a delle nuove prospettive per quanto riguar­
da alcuni problemi pratici e al tempo stesso mette in luce alcune
debolezze metodologiche che pesano su alcuni ben noti lavori, de­
bolezze che non sempre sono individuate in precedenza.11
La contrapposizione tra l'impostazione propria dell'economia
moderna e quella propria della sociològia parsoniana è stata svi­
luppata, in modo analogo e molto piu completo, in un libro di
Brian Barry, un autore inglese di eccezionale lucidità. Il libro di

11
Si veda una delle due versioni dell'articolo citato nella nota precedente, e inoltre
An Analytic Framework for Social Reporting and Policy Analysis, in "Annals of the Arne­
rican Acaderny of Politica! and Social Science" , CCCLXXXVIII, marzo 1970, pp. 112-126.

194
Appendice

Barry Sociologists, Economists and Democracy 12 paragona alcuni


scrittori appartenenti alla tradizione sociologica parsoniana con
l'opera Economie Theory of Democracy di Anthony Downs 13 e con
la mia Logic of collective Action. Benché le opinioni di Barry e le
mie differiscano in molti punti, egli scopre un'antitesi nel metodo
e nelle premesse delle due impostazioni, e un certo grado di con­
cordanza in entrambi, il che collima piu o meno con ciò che io stes­
so avevo notato.
Vi sono numerosi esempi di concetti che, elaborati in una di­
sciplina, sono stati utilmente applicati a problemi classici di un'al­
tra disciplina. Vorrei qui occuparmi di un simile esempio, non so­
lo perché illustra il punto or ora toccato, ma soprattutto perché ci
consente di affrontare, seguendo la linea di questo libro, un'ulterio­
re ricerca che è suggerita da altri autori .
L'impostazione proposta enfatizza il ruolo dell'" imprendito­
re " . Joseph Schumpeter, nell'elaborare la nozione d'imprenditore,
concentrò la sua attenzione sull'uomo d'affari che si muoveva da
pioniere come produttore o venditore di beni individuali ossia
privati. Discutendo della difficoltà dei gruppi non organizzati a
procurarsi beni collettivi, alcuni autori contemporanei hanno in­
trodotto l'idea dell'imprenditore, il quale potrebbe aiutare un grup­
po a ottenere un bene collettivo di cui è privo. Un aspetto di que­
sta nozione è stato sottolineato dall'economista Richard Wagner
nella sua recensione a questo libro/4 mentre altri aspetti sono stati
sviluppati indipendentemente ed elaborati da Robert Salisbury 15

12 Pubblicati a New York e a Londra da Collier-Macmillan nel 1970.


13 Harper and Brothers, New York.
. 14 Pressure Groups and Politica! Entrepreneurs: A Review Artide, in " Papers on
Non-Market Decision Making ", 1966, pp. 161-170. In questo articolo generoso e stimolan­
te Wagner sottolinea il fatto che, grazie a istituzioni democratiche e a dirigenti o impren­
ditori politici desiderosi di guadagnare voti, un gruppo numeroso può essere in grado di
ottenere una certa considerazione da parte del governo, anche se il gruppo è totalmente
disorganizzato. Fino a quando i membri del gruppo votano, può darsi che i leaders politici
propongano delle misure nell'interesse del gruppo allo scopo di guadagnarne i voti. I con­
sumatori e i lavoratori agricoli, per esempio, possono quindi ottenere che vengano adotta­
te leggi a loro favorevoli, anche in mancanza di un potente gruppo di pressione che si
adoperi nel loro interesse. Ciò è sicuramente vero . Ed è anche perfettamente compatibile
con la tesi di questo libro il quale cerca di spiegare perché alcuni gruppi, ma non altri, go­
dano del vantaggio di essere organizzati, ma non si spinge sino ad esplorare i modi in cui
un sistema politico democratico può rappresentare in una certa misura gruppi non organiz­
zati. Anche dall'osservazione piu distratta delle moderne democrazie, e soprattutto della
legislazione concernente gli interessi particolari in essa vigente è evidente l'importanza che
un gruppo sia organizzato o non lo sia. Le differenze nel grado di organizzazione tra grup­
pi conduce spesso all'inefficienza oltre che all'ingiustizia. Wagner, tuttavia, ha ovviamen­
te ragione a sottolineare il fatto che anche dei gruppi totalmente non organizzati possono
avere un certo peso sulle decisioni politiche.
15 An Exchange Theory o/ Interest Groups, in "Midwest Journal of Politica! Scien­
ce", XIII, febbraio 1969, pp. 1-32.

195
Appendice

e da Norman Frohlich e Joe Oppenheimer/6 e in un libro fonda­


mentale ad opera di questi due ultimi autori e di Oran Young.17
Si potrebbero discutere gli errori logici e le conclusioni erronee 18
di questi studi, ma gli errori sono comuni quando si tratta di nuo­
vi ambiti di ricerca, mentre il compito piu importante consiste nel­
l'identificare e nel sottolineare le feconde intuizioni che in questi
scritti figurano. Ci si potrebbe anche soffermare sulle differenze
sostanziali tra i diversi lavori di cui ci stiamo occupando, ma an­
che questo avrebbe minor rilievo della circostanza che tutti questi
studiosi enfatizzano il ruolo dell'imprenditore o del leader che con­
tribuisce a organizzare gli sforzi volti a curare il bene collettivo,
definendolo con l'espressione di " imprenditore politico " .
Dal mio punto di vista, un'analisi del ruolo dell'imprenditore
interessato ai beni collettivi dovrebbe cominciare dalla difficoltà
specifica del procurare tali beni. Ci auguriamo che questo libro
abbia dimostrato come la maggior parte dei gruppi siano incapaci
di procurarsi né tanto né poco un bene collettivo in mancanza di
quelli che nel libro vengono definiti " incentivi selettivi " . I grup­
pi che sono in grado di procurarsi un bene collettivo devono es­
sere piccoli al punto che i loro membri abbiano un incentivo a con­
trattare uno con l'altro. Ma da ciò non segue affatto che almeno i
gruppi piu piccoli debbano necessariamente ottenere, per mezzo
della contrattazione tra i loro membri, un bene collettivo in misu­
ra ottimale. Questi, se ignorano i costi della contrattazione, avran­
no un incentivo a continuarla finché non sia raggiunta la condizio­
ne ottimale. Tuttavia, i componenti del gruppo spesso avranno an­
che un incentivo a " resistere " per un certo tempo si da ottenere
migliori condizioni. Gli interessati alla contrattazione saranno spes­
so indotti persino a minacciare di non parteciparvi mai, a meno che
le loro condizioni non siano accolte, e si verranno a trovare nella
necessità di mettere in pratica la loro minaccia per conservare la
loro credibilità. I costi della contrattazione non possono, ad ogni
modo, essere trascurati. La contrattazione richiede tempo. I mem­
bri di un gruppo, il che è ancora piu importante, perdono qualcosa
ogni giorno che passa senza che essi abbiano un bene collettivo in

16
I Get By with a Little Help /rom My Friends, in "World Politics ", ottobre 1970,
pp. 104-120.
17 Politica/ Leadersbip and Collective Goods, Princeton University Press, Prince­
ton 1971.
18 Il lavoro di Norman Frohlich, Joe Oppenheimer, ed Oran Young su tale argomen­
to si distingue sia per le sue qualità stimolanti e utili sia per alcuni significativi errori .
Questi ultimi sono piu rilevanti nell'articolo su " World Politics ", citato sopra, ma la cau­
sa di questi risale ad avviso mio e di altri critici in parte a commenti inopportuni o
sbagliati.

196
Appendice

misura ottimale e quindi, in un mondo dove i tassi di interesse


siano positivi, devono scontare i benefici di ogni futuro risultato
ottimale. L'incentivo che i membri di un piccolo gruppo avrebbero
a continuare la contrattazione fino a raggiungere, nel lungo perio­
do, l'ottimalità può, infine, essere comunque poco importante,
poiché, in un mondo in mutamento, le condizioni necessarie al rag­
giungimento del punto ottimale mutano col tempo, e la contratta­
zione potrebbe quindi dover ricominciare da capo. Per tutte que­
ste ragioni, accadrà spesso che anche i piccoli gruppi non otterran­
no un bene collettivo in alcuna misura.
Ciò significa che un leader o un imprenditore, di cui si abbia
di solito stima (o timore) , o che sia in grado di indovinare chi sta
bluffando nella contrattazione, o che possa semplicemente abbre­
viarla, è in grado a volte di arrivare a un accordo per tutti gli in­
teressati migliore di ogni altro risultato che si sarebbe potuto con­
seguire senza leadership o organizzazione imprenditoriale. Qualora
l'imprenditore intuisca che il risultato sarebbe migliore se ogni
membro del gruppo pagasse una parte del costo marginale di
unità addizionali del bene collettivo in misura uguale alla parte
di beneficio che gli deriva da ciascuna di queste unità addizionali,
e mentre altri non se ne rendono conto, il leader sarà in grado (co­
me risulta evidente dalle pagine 30 e 3 1 ) di suggerire soluzioni
che possono migliorare la situazione di ogni membro del gruppo.
Se la situazione antecedente l'avvento o l'intervento del leader non
è ottimale, ne deriva che l'imprenditore può anche ricavare qualco­
sa per sé dai guadagni da lui procurati. A causa di questo guada­
gno e della considerazione che certuni conseguono dall'essere lea­
ders, politici o promotori, l'offerta di imprenditori politici è spesso
ampia. Non v'è garanzia e spesso non si può neppure presumere
che a volte un imprenditore sia in grado di trovare una soluzione
gradita alle parti in causa, e a volte la difficoltà e la dispendiosi­
tà che la conclusione di un buon affare comportano saranno trop­
po grandi perché l'imprenditore possa avere successo, a non dire
del desiderio di provarci.
Quando il gruppo che desideri un bene collettivo è sufficiente­
mente numeroso (è, cioè, un " gruppo latente " ) , un imprenditore
non ha alcuna possibilità di procurare in misura ottimale quel be­
ne per mezzo della contrattazione o di accordi spontanei circa la
ripartizione dei costi tra i componenti del gruppo ; gli è in realtà
impossibile, di solito/9 procurare in questo modo una quantità
" Si veda la lunga nota 68 alle pp. 62-63 di questo libro a proposito dell'unica ec­
cezione logicamente possibile nel caso in cui il comportamento sia razionale. Posso sba-

197
Appendice

qualsiasi del bene. Come si è dimostrato in questo libro, nessun


individuo avrebbe un incentivo a contribuire in alcun modo al rag­
giungimento del bene collettivo, che questo avvenga o no tramite
un imprenditore, poiché un individuo in un gruppo cosi numeroso
otterrebbe solo una parte infinitesimale di qualunque guadagno ot­
tenuto grazie anche al suo contributo. Per soddisfare il bisogno di
un gruppo numeroso o latente di un bene collettivo sono quindi
necessarie o una coercizione o qualche ricompensa (e cioè, un " in­
centivo selettivo " ) che possa essere data solo a coloro che contri­
buiscono allo sforzo del gruppo. Poiché la distanza dal punto ot­
timale è cosi ingente e cosi grande il numero delle persone coin­
volte, i guadagni che si possono conseguire organizzando un grup­
po numeroso che abbia bisogno di un bene collettivo sono spesso
enormi. Gli imprenditori si batteranno quindi con energia per or­
ganizzare gruppi numerosi. Molti degli sforzi imprenditoriali in
quest'ambito falliranno, come nei mercati dei beni privati. In al­
cuni casi, tuttavia, come è stato indicato nel capitolo sesto del li­
bro, imprenditori dotati di immaginazione riusciranno a trovare o
a inventare degli incentivi selettivi in grado di sostenere un'orga­
nizzazione piuttosto grande e stabile la quale fornisca un bene col­
lettivo a un gruppo numeroso . L'imprenditore di successo nel ca­
so del gruppo numeroso è quindi soprattutto un innovatore quan­
to agli incentivi selettivi. Poiché i gruppi numerosi fanno sovente
parte di piu vaste costellazioni e possono comprendere molti sot­
togruppi, l'imprenditore nel gruppo numeroso sarà spesso anche
un artefice di contrattazioni, esattamente come lo è nel caso in cui
esista solo il piccolo gruppo.
In breve, l'inquadrare il concetto di imprenditorialità per quel
che riguarda il conseguimento di beni collettivi nel modello elabo­
rato in questo libro non contraddice la logica di tale modello né
invalida le sue conclusioni, ma piuttosto ne arricchisce la tesi e ne
fa uno strumento migliore per lo studio della leadership e del mo­
dificarsi delle organizzazioni. In questo caso, come spesso accade
nella scienza, i contributi di diversi autori sono cumulativi.

gliarmi, ma m i sembra che l a possibilità logica qui accennata, qualora s i verifichi, s i veri­
fichi cosi raramente nella pratica che non mette quasi conto di parlarne. Ho nuovamente
richiamato l'attenzione su questa nota perché essa anticipa alcune argomentazioni avanzate
in alcuni commenti a questo libro.

198
Indice dei nomi

Adamic, Louis 85n Berelson, Bernard R. 184n


Amery, L.S. 131n Berle, Adolph A. 70n, 132n
Andrews 135 Berlin, Isaiah 1 10n
Anrod, Charles W. 91n Bernstein, Irving 93n, 94n, 95n, 96n,
Anshen, Ruth Nanda 108n, 109n 97n
Arant, Willard D. 42n Black, John D. 173n
Aristotele 18, 19, 30, 107n Block, William J. 137n, 17ln
Arthur, P.M. 132n Bober, Mandell M. 120n, 121n, 127n
Bonnett, Clarence E. 161n
Borgatta, Edward F. 20n, 29n, 73n
Back, Kurt 73n Boulding, Kenneth 17n
Baker, Gladys L. 169n Boswell, James 184n
Bakke, E. Wight 91n Bradley, Philip D. 84n, 91n, 96n, 97n,
Bakunin, Mikhail A. 149 e n 104n
Bales, Robert F. 20n, 29n, 3 1n, 73n Brady, Robert A. 23n, 129n, 166n
Banfield, Edward C. 1 1 , 75n, 182n, Brandsberg, George 179n
184n Brinton, Crane 123n
Barber, Bernard 31n Bronfenbrenner, Martin 108n, 1 10n
Barker, Ernest 130n Brown, Emily Clark 96n
Barnard, Chester l. 75n Brown, J. Douglas 88n
Barone, Enrico 1 19n Bruce, Robert V. 85n
Barry, Brian 194, 195 Bryce, James 30n
Bastiat, Frédéric 1 19n Buchanan, James M. 12, 45n, 52n, 55n,
Baumol, William J. 12, 1 15n, 1 16n, 58n, 79n, 106 e n, 190
1 1 9n, 186, 190 Buck, Salon J. 168n
Bayley, David 12 Burns, James MacGregor 143n, 162 e n,
Beard, Charles A. 30n, 162 e n 165n
Beard, John 53n
Beard, Mary R. 30n
Beer, Samuel 1 1 Cartwright, Darwin 18n, 29n, 73n
Beli, Daniel 30n, 8 6 e n, 87n, 182n Cattell, Raymond 20 e n, 73n
Benavie, Arthur 12 Cerny, George 178n
Bentham, Jeremy 122 Chamberlain, Neil W. 71n, 87n, 91n
Bentley, Arthur F. 20 e n, 29n, 30 e n, Chamberlin, Edward H. 22n, 85n, 104n
107n, 135, 136 e n, 137 e n, 138 e n, Claiborn, Edward 12
139 e n, 140, 142, 143, 144 e n, Chapple, Eliot 31n
147 e n, 149, 184n Chase, Stuart 129n

199
Indice dei nomi

Clark, John M. 22n, 108n, 109n 135 Flanders, Allan 84n


Clark, Peter B . 75n Fleming, R.W. 95n
Cleveland, Alfred S. 166n Florence, P. Sargent 70n
Coker, Francis W. 130n, 132n Follett, M.P. 130n
Cole, G.D.H. 81n, 82n, 88 e n, 132, Foner, Phillip S. 99n
133n, 156n Fourth, Louis 12
Colm, Gerhard 27n, 1 17n Frohlich, Norman 196 e n
Combs, C.H. 17n Fromm, Erich 1 12n, 1 26n
Commons, John R . 84n, 100 e n, 108n, Fiirstenberg, Georg von 12
123n, 132 e n, 133 e n, 134 e n, 135,
136, 143 e n, 148 e n, 149
Cooley, Charles H. 30n Gable, R.W. 167n
Coon, Carlton 3 1n Gabor, André 108n
Cournot, Augustin 39 e n, 40 Gabor, Denis 108n
Coyle, Grace 18n, 30n Gage, Lyman J. 132n
Cranston, Maurice l lOn Galbraith, John Kenneth 11, l lOn,
Crawford, Kenneth G. 129n 134 e n
Galenson, Walter 84n, 96n
Garceau, Oliver 32n, 158 e n, 159 e n
Garlund, Torsten 105n, 1 12n
Dahrendorf, Ralf 120n, 124n
Gardner, Charles M. 168n
Davis, R.L. 17n
Garvey, Gerald 12
De Gaulle, Charles 132
De Lancey, Frances Priscilla 157 e n George, Henry 87 e n
Denney, Reuel 101n Gierke, Otto von 130 e n
Glazer, Nathan 101n
Derber, Milton 95n
Goldhamer, Herbert 31n
Deutsch, Karl 65n
Dewey, John 108n, 131 e n Golembiewski, Robert T. 137n
Donald, W.J. 161n Gompers, Samuel 99, 100, 132n
Dotson, Floyd 33n, 73n Gordon, Lincoln 165 e n
Gould, Jay 85
Dowling, R.E. 138n
Downs, Anthony 79n, 1 l ln, 195 Gouldner, Alvin W. 31n
Drucker, Peter F. 182n Grant, ].A.C. 157 e n
Dulles, Foster Rhea 82n Griffith, Ernest S. 68n
Dunlop, John T. 99n, 100n Gross, Bertram M. 68n
Durkheim, Emile 131 e n Guessous, Mohammed 12

Haire, Mason 17n


Ebersole, Luke 181n Hale, Myron Q. 137n
Eckstein, Harry 130n Hall, Sam B . 172n
Eckstein, Otto 1 1 Hamilton, W.E. 12, 174n
Elbow, Matthew H . 131n, 132n Hanrieder, Wolfram 12
Eldridge, Seba 3 1 n Hardin, Charles M. 173n
Eltzbacher, Pau! 149n Hardman, J.B.S. 89n
Engels , Friedrich 120n, 121n, 124, 126n Hare, A. Pau! 20n, 29n, 68 e n, 72n,
73n
Harris, Herbert 86n
Fainsod, Mede 165 e n Harrison, Martin 156n
Fergusson, Harvey 132n Harrod, Roy 106n
Festinger, Leon 18 e n, 73n Hausknecht, Murray 33n, 73n
Finegan, Aldrich 12 Hayek, Frederick A. 12, 108n, 109n,
Firey, Walter 3 1n l lOn

200
Indice dei nomi

Hazeltine, H.D. 130n Kuhn, Alfred 65n


Head, John G. 27n, 43n, 45n, 51n,
52n, 84n
Heady, Earl O. 44n Lapsey, G. 130n
Heard, Alexander 23n Laski, Harold Joseph 18, 19, 108n,
Hegel, George W.F. 107 e n, 122, 126n 130n, 185n
Henderson, A.M. 17n Lasswell, Harold D. 182n
Herring, E. Pendleton 162n, 165n, 183n Latham, Earl 107n, 135 e n, 136, 137n,
Hicks, John D. 169n 143, 144 e n, 149
Hoffer, Eric 126n, 182n Lauterbach, Albert 109n
Holbrook, Stewart H. 85n Lazarsfeld, Paul F. 184n
Holmans, Alan 12 Lenin, Vladimir Il'ic 123 e n, 125n
Homans, George C. 30n, 70 e n, 71 e n, Lerner, Abba P. 186n
1 12n Lester, Richard A. 12, 82n, 91n, 100n,
Hume, David 47n 101n
Humphrey, Richard 132n
Lewin, Kurt 71n
Lewis, John L. 53n
Lincoln, Murray D. 176n
!ves, Sherman K. 178n
Lindahl, Erik 43n, 45n, 1 17n, 190
Lindsay, A.D. 107n, 130 e n
Lindstrom, David 168n, 169n
James, John 67n, 68 e n
Lipset, Seymour Martin 124n, 126n,
Johansen, Leif 43n, 45n, 190 e n
182n, 193n
Johnson, Elizabeth 106n
List, Friedrich 1 19n
Johnson, Samuel 183, 184n
Livingston, J.A. 70n
Jorgenson, Dale 12
London, Jack 89n, 91n
Lowie, Robert 30n
Lubell, Samuel 125n
Kafoglis, Milton 190
Luce, Robert 129n
Kahn, Robert L. 101n
Lurie, Melvin 160n
Kain, John 12
Karsh, Bernard 89n, 91n
Kaysen, Cari 12
Keare, Douglas 12 Machiavelli, Niccolò 121n
Kehrberg, E.W. 44n Maclver, R.M. 20 e n, 28 e n, 31 e n
Kelley, Harold H. 72n Madison, James 120n
Kelley, Stanley 12 Maitland, F.W. 130 e n
Kerr, Clark 91n, 101n Malone, Dumas 87n
Kessel, Reuben 158n, 159n Mann, Thomas 108n, 109n
Key, V.O., jr 125n, 146 e n, 147n, 154n, Mannheim, Karl 108n
. 155n, 157 e n, 158n, 162 e n, 164 e n, March, James G. 17n
167n, 169, 182n Margolis, Julius N. 27n, 45n, 1 17n
Keynes, John Maynard 106 e n, 107 Marschak, Jacob 17n
Kile, Orville Merton 169n, 170n, 171n Marx, Karl 15, 1 19, 120 e n, 121 e n,
Kirkpatrick, Donald 173, 175, 176 122 e n, 123, 124, 125 e n, 126 e n,
Kirsh, Benjamin S. 161n 127
Knight, Frank H. 22n, 1 10n Mazzola, Ugo 1 16, 1 17n
Knight, Harold V. 178n McCarthy, W.E.J. 84n, 89n
Komaravsky, Mirra 33n, 73n McConnell, Grant 170n, 172n
Kornhauser, William 126n, 130n, 182n McCulloch, J.R. 1 19n
Kropotkin, Petr 149 e n McFarland, David 22n, 63n
Krupp, Sherman 71n McGuire, C.B. 17n

201
Indice dei nomi

McKean, Dayton David 154n, 158n, Rees, Albert 90n


162n, 166 e n Reichardt, Robert 12
McKean, Roland N. 12, 45n, 49n, 157n, Reynolds, Lloyd G. 83n 90n, 91n
190n Rideout, R.W. 107n
McPhee, William N. 184n Riesman, David 101n, 126n
Means, Gardiner C. 70n Riker, William H. 53n
Mennell, William 70n Ritschl, Hans 117, 1 18 e n
Michels, Robert 23n Roberts, B.C. 156n
Mill, John Stuart 84n, 1 19 e n Roosevelt, Theodore 94n, 171, 172
Millis, Harry A. 96n Rose, George 89n, 101n
Milis, C. Wright 121, 122 e n Rosen, Hjalmer 101n, 102 e n
Montemartini, Giovanni 1 19n Rosen, R.A. Hudson 101n, 102 e n
Moore, Arthur 174n Rosenfarb, Joseph, 96n, 108n
Morgan, J. Pierpont 132n Rothenberg, Jerome 12, 59n
Morgenstern, Oskar 17n Russell, Bertrand 108n
Mosca, Gaetano 30 Russett, Bruce 189n
Mowat, Charles 156n Rutherford, M. Louise 157n
Musgrave, Richard 12, 27n, 43n, 105n,
1 16n, 117n
Mussolini, Benito 134
Sabine, George H. 107n
Salisbury, Robert 195
Saloutos, Theodore 169n
Neufeld, Maurice F. 89n
Samuelson, Pau! A. 27n, 41n, 54n, 1 17n
Sax, Emil 116 e n
Say, Jean-Baptiste 1 15, 1 16n
Odegard, Peter H. 142n, 181n
Sayles, Leonard R. 89n, 90n, 101n
Olson, Mancur 22n, 49n, 63n
Schachter, Stanley 73n
Oppenheimer, Joe 196 e n
Schattschneider, E.E. 151n, 161 e n,
Ozanne, Robert 82n, 99n
164 e n, 186n
Schelling, Thomas C. 1 1 , 190n
Schlesinger, Arthur M., jr 95n, 185n
Pantaleoni, Maffeo 1 17n Schriftgiesser, Karl 176n
Parkinson, C. Northcote 68n Schumpeter, Joseph 127 e n, 181n, 195
Parsons, Kenneth 133, 134 e n Scott, John C., jr 33n, 73n
Parsons, Talcott 12, 17, 26n, 30, 31 e n, Seidman, Joel 89n, 91n
122n, 130n, 181n, 194 Shannon, Fred A. 168n
Paui-Boncour, Joseph 131 e n Shaw, Wilfred 174n
Peacock, Alan T. 105n, 1 16n Shils, Edward 31n
Peltason, James Walter 143n, 162 e n, Shister, Joseph 100n
165n Sidgwick, Henry 84n, 1 19 e n
Perlman, Selig 22 e n, 93, 94n, 97n, Simmel, Georg 30 e n, 34 e n, 64n, 68 e n
98 e n, 99 e n, 100, 103 Simon, Herbert A. 17n, 75n
Phelps, Orme W. 91n, 102n Slichter, Summer H. 91n, 155 e n
Pigou, A.C. 1 19 e n Smith-Lever Act 169
Pio XI 132n Somers, Gerald G. 82n
Polanyi 141 Sorel, Georges 86n
Spengler, Oswald 70
Stirner, Max 126n
Radner, R. 17n Stockton, F.T. 84n, 94n
Rawls, John 47n Stoltz, Mildred K. 178n
Rayback, Joseph 95n, 96n, 98n, 99n Storch, Henry 1 15 e n, 1 16

202
Indice dei nomi

Strauss, George 89n, 90n, 101n Wagner, Adolph 1 16n


Stubblebine, Craig 12 Wagner, Richard 195 e n
Wallace, Henry 172
Wallas, Graham 181n
Ware, Norman J. 82n, 99n
Taft, Philip 94n, 98n Washington, Booker T. 132n
Talbot, Ross B. 178n Webb, Beatrice 83, 84n
Tannenbaum, Arnold L. 101n Webb, Sidney 83, 84n
Taylor, Carl C. 168n, 169n Weber, Max 17n, 18n, 26n, 103n
Thibaut, John W. 72n Webster, Daniel 162
Thorn, Richard S. l lOn Whelan, T.P. 89n
Thrall, R.M. 17n Wicksell, Knut 105 e n, 106, 107, 1 12n,
Tocqueville, Alexis de 30n 1 17 e n
Toner, Jerome 84n, 88n, 91n, 98n Wieser, Friedrich von 116 e n
Tontz, Robert L. 178n Williams, Alan 12, 49n
Toynbee, Arnold J. 70 Wilson, Edmund 123n
Trockij , Lev 123 Wilson, James Q. 75n
Truman, David B. 20n, 29n, 30n, 31n, Wilson, Thomas 109n
73n, 94n, 135 e n, 137n, 138n, �40 e n, Winfield, P.H. 130n
141 e n, 142 e n, 143 e n, 144 e n, 145, Wirth, Louis 31n
146, 147 e n, 149, 172, 182n, 184n Wolman, Leo 93n, 94n
Tullock, Gordon 12, 55n, 58n, 79n, Wooton, Barbara l lOn, 1 12n
106 e n

Young, Edwin 95n


Young, Oran 196 e n
Ulman, Lloyd 82n, 83n, 99 e n

Zander, Alvin 18n, 29n, 73n


Veblen, Thorstein 122, 135 Zeckhauser, Richard 12, 42n, 49n, 189,
Verba, Sidney 20n, 29n, 30n, 72n, 76n 190

203
I fatti, le idee. Saggi e Biografie

412. NoRWOOD R. HANSON, I modelli della scoperta scientifica. Ricerca


sui fondamenti concettuali della scienza L. 12.000
413. GIAN CARLO JocTEAU, La magistratura e i conflitti di lavoro du­
rante il fascismo 1926-1934. Prefazione di Nicola Tranfaglia L. 15.000
414. F.L. CARSTEN, La rivoluzione nell'Europa centrale 1918-1919 L. 13 .000
415. LEGA NAZIONALE DELLE COOPERATIVE E MUTUE j FONDAZIONE GIAN·
GIACOMO FELTRINELLI, Il movimento cooperativo nella storia d'Ita­
lia 1 854-1975. A cura di Fabio Fabbd L. 15 .000
416. JoHN MAYNARD KEYNES, Trattato della moneta. Vo:l. I l : Teoria
applicata della moneta L. n .ooo
417. CLAUDIO G. SEGRÈ, L'Italia in Libia. Dall'età giolittiana a Ghed­
dafi. Prefazione di Giorgio Rochat L. 10.000
418. ARMANDO VERDIGLIONE, La dissidenza freudiana L. 10 .000
419. HERMANN WEBER, La trasformazione del comunismo tedesco. La
stalinizzazione della KPD nella Repubblica di W eimar L. 18 .000
420. GIUSEPPE ToMASI DI LAMPEDUSA, Invito alle Lettere francesi del
Cinquecento L. 7.000
42 1 . Gmuo BARSANTI, Dalla storia naturale alla storia della natura.
Saggio su Lamarck . L. 1 1 .000
422. GUIDO FERRARO, Il linguaggio del mito. Valari simbolici e realtà
sociale nelle mitologie primitive L. 7.000
423. PAOLO TRANCHINA, Norma e antinorma. Esperienze di psicanalisi e
di lotte an/istituzionali. Prefazione di Agostino Pirella L. 12 .000
424. ANTONELLO VENTURI, Rivoluzionari russi in Italia L. 12.000
425. RENt ScHÉRER, GUY HocQUENGHEM, Co-ire. Album sistematico
dell'infanzia L. 8.000
426. WALTER PAGEL, Le idee biologiche di Harvey L. 25 .000
427. ISTITUTO NAZIONALE PER LA STORIA DEL MOVIMENTO DI LIBERA·
ZIONE IN ITALIA l ISTITUTO GRAMSCI, Le brigate Garibaldi nella
Resistenza. Documenti, vol. I, Agosto 1943-Maggio 1944. A ai ra
di Giampiero Carocci e Gaetano Grassi L. 15.000
428. ISTITUTO NAZIONALE PER LA STORIA DEL MOVIMENTO DI LIBERA·
ZIONE IN ITALIA l ISTITUTO GRAMSCI, Le brigate Garibaldi nella
Resistenza. Documenti, vol. Il, Giugno-Novembre 1944, a cura
di Gabriella Nisllicò L. 20.000
429. ISTITUTO NAZIONALE PER LA STORIA DEL MOVIMENTO DI LIBERA­
ZIONE IN ITALIA l ISTITUTO GRAMSCI, Le brigate Garibaldi nella
Resistenza. Documenti, vol. III, Dicembre 1944-Maggio 1945, a
cura di Claudio Pavone L. 22.000
430. H. ]AMES BuRGWYN, Il revisionismo fascista. La sfida di Mussolini
alle grandi potenze nei Balcani e sul Danubio 1925-1933 L. 12 .000
431. SALVATORE BIAsco, L'inflazione nei paesi capitalistici industria­
lizzati. Il ruolo della loro interdipendenza 1968-1978 (2 ed.) L. 10.000
432. MICHEL FAURÉ, ]acques Prévert e il Gruppo Ottobre. Prefazione
di Antonio Attisani L. 9.000
433. KARL MARX, La moneta e il credito. Raccolta di scritti. Intro­
duzione e cura di Suzanne de Brunhoff e Pierre lwenczyk L. 15.000
434. EsTER DE FoRT, Storia della scuola elementare in Italia, vol. l .
Dall'Unità all'età giolittiana L. 10.000
435. BENJAMIN CoRIAT, La fabbrica e il cronometro. Saggio sulla pro­
duzione di massa L. 8.000
436. PAoLo Rossi, I segni del tempo. Storia della terra e storia delle
nazioni da Hooke a Vico L. 15.000
437. LucY FREEMAN, La storia di Anna O. Con una nota di Luisa
Murato e Zulma Pv L. 8.000
438. L'arte, la psicanalisi. Documenti del convegno •internazionale di
psicanall�i, Milano 23-25 novembre 1978. A cura di Armando
Verdiglione L. 10.000
439. ]EAN BAUDRILLARD, Lo scambio simbolico e la morte (3 ed.) L. 10.000
440. ERWIN PANOFSKY, La vita e le opere di Albrecht Diirer L. 20.000
441. PAUL K. FEYERABEND, Contro il metodo. Abbozzo di una teoria
anarchica della conoscenza. Prefazione di Giulio Giorello ( 4 ed.) L. 12 .000
442. ANTONIO NEGRI, Marx oltre Marx. Quaderno di lavoro sui Grun­
drisse (3 ed.) L . . 9.000
443. CHARLES WEBSTER, La grande instaurazione. Scienza e riforma
sociale nella rivoluzione puritana. A cura di Pietro Corsi L. 25.000
444. RoMANO CANOSA, Storia del manicomio in Italia dall'unità a og­
gi (2 ed.) L. 12.000
445. ALDo TAGLIAFERRI, Beckett e l'iperdeterminazione letteraria. Edi­
zione riveduta e ampliata L. 9.000
446. ANGELICA BALABANOFF, La mia vita di rivoluzionaria L. 10.000
447. SAMUEL GoMPERS, Settant'anni della mia vita. Introduzione e
cura di Piero Bairati L. 12.000
448. ANGELO PoRTA (a cura di) , La moneta nei primi economisti margi­
nalisti L. 9.000
449. HUBERTUS BERGWITZ, Una libera repubblica nell'Osso/a partigiana.
Prefazione di Mario Pacor L. 9.000
450: VICTORIA CmcK, La teoria della politica monetaria L. 17 .000
451. SEBASTIANO BRUSCO, Agricoltura ricca e classi sociali L. 9.000
452. FELICE CAVALLOTTI , Lettere dal 1 860 al 1898. Introduzione di Cri­
stina Vernizzi. Prefazione di Alessandro Galante Garrone L. 15.000
453. UGo DoTTI, Niccolò Machiavelli. La fenomenologia del potere
(2 ed.) L. 8 .000
454. GIORGIO VACCARINO, Storia della resistenza in Europa 1 938-1945.
I paesi dell'Europa centrale: Germania, Austria, Cecoslovacchia,
Polonia L. 25.000
455. RossANA Bos sAGLIA, Il "Novecento italiano " . Storia, docummti,
iconografia L. 12.000
456. GIAN GIACOMO MIGONE, Gli Stati Uniti e il fascismo. Alle origini
dell'egemonia americana in Italia L. 15.000
457. SILVANO TAGLIAGAMBE, La mediazione linguistica. Il rapporto
pensiero-linguaggio da Leibniz a Hegel L. 20 .000
458. SERGIO Ros s i , Dalle botteghe alle accademie. Realtà sociale e teo­
rie artistiche a Firenze dal XIV al XVI secolo L. 9.000
459. FRANK RosENGARTEN, Silvio Trentin dall'interventismo alla Re­
sistenza L. 10.000
460. Poesia dep,li anni Settanta. Introduzione, antologia e .note ai testi
di Antonio Porta. Prefazione di Enzo Siciliano (4 ed.) L. 22.000
461. FRANCO SBARBERI, · I comunisti italiani e lo stato 1 929-1 945 L. 10.000
462. LELIO BAsso, Socialismo e rivoluzione L. 15.000
463. F. Fax PIVEN/R.A. CwvARD, I movimenti dei poveri. I loro mc­
cessi, i loro fallimenti L. 12.000
464. ERNST BLOCH, Thomas Miinzer teologo della rivoluzione. A cura
di Stefano Zecchi L. 10.000
465. Dove va la psichiatria? Pareri a confronto su salute mentale e
manicomi in Italia dopo la nuova legge. A cura di Luigi Onnis
e Giuditta Lo Russo L. 8 .000
466. REINHARD BENDIX, Re o popolo. Il potere e il mandato di gover­
nare. Prefazione di Alberto Mal)ineLli L. 22.000
467. PARIDE RUGAFIORI , Uomini maéchine capitali. L'Ansa/do durante
il fascismo 1922-1945 L. 1 3 .000
468. EzRA PouND, Lettere 1 907-1958. Prefazione e cura di Aldo Ta­
gliaferri L. 9.000
469. Gmno D. NERI, Aporie della realizzazione. Filosofia e ideologia
nel socialismo reale L. 8 .000
470. RoBERTO CAMPARI, Hollywood-Cinecittà. Il racconto che cambia L. 12.000
471. AuGUSTO GENTILI, Da Tiziano a Tiziano. Mito e allegoria nella
cultura veneziana del Cinquecento L. 1 5 .000
472. BRUNO ScHULZ, Lettere perdute e frammenti. A cura di Jerzy
Ficowski. Prefa2ione di Andrzej Zielinski L. 12.000
473. ANTONIO NEGRI, Il comunismo e la guerra L. 7 .000
474. FRANKLIN RAUSKY, Mesmer o la rivoluzione terapeutica L. 1 1 .000
475. MARIA EMANUELA ScRIBANO, Natura umana e società competitiva.
Studio su Mandeville L. 10.000
476. FoNDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI, L'Italia unita nella sto­
riografia del secondo dopoguerra. A cura di Nicola Tranfa�a L. 12 .000
477. ANTONIO PRETE, Il pensiero poetante. Saggio su Leop11rdi L. 8.000
478. GEORGES LAPAS SADE, Saggio sulla transe. A cura di Gianni De
Martino L. 10.000
479. MARTIN CARNOY, La scuola come imperialismo culturale L. 12 .000
480. DoioRES HAYDEN, Sette utopie americane. L'architettura del socia­
lismo comunitario 1 790-1975. Con in appendice uno scritto di
Gianni Baget-Bozzo L. 25 .000
482. MARGARET C. ]ACOB, I newtoniani e la rivoluzione inglese 1 689-
1 720 L. 14 .000
483. ELENA AGAROSsr/BRADLEY F. SMITH, La resa tedesca in Italia L. 12 .000
484. MoRTON ScHATZMAN, Storia di Ruth. Un'incalzante indagine psi­
chiatrica L. 12.000
485. ISTITUTO NAZIONALE PER LA STORIA DEL MOVIMENTO DI LIBERA­
ZIONE IN ITALIA, Resistenza e ricostruzione in Liguria. Verbali del
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