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Per Coleridge, la fede poetica (poetic faith) consiste in un patto tra il poeta e il lettore, il quale

decide di credere nei fatti raccontati dal poeta, anche se sono chiaramente irreali, sospendendo
l’incredulità (willing suspension of disbelief). Il poeta descrive eventi soprannaturali, straordinari,
come se fossero veri. Tra chi fruisce l’opera d’arte e l’opera d’arte stessa si stabilisce un patto di
credulità, in modo tale da poterne fruire emotivamente il contenuto.
Wordsworth mira a dare il fascino della novità a episodi ed esperienze ordinarie della vita
quotidiana, ai piccoli eventi, alle piccole cose dell’esperienza ordinaria, naturale (to give the charm
of novelty to ordinary incidents and experiences of everyday life, ordinary experience, natural,
small events, little things).
La poesia di Coleridge, invece, riguarda l’esperienza straordinaria, piena di elementi soprannaturali:
egli descrive eventi irreali e impossibili come se fossero reali (extraordinary experience, full of
supernatural elements, unreal and impossible events as if they were real).

2 generazione poeti romantici:


1) Wordsworth, Coleridge, William Blake
2) John Keats, P.B. Shelley, Lord Byron

John Keats (Londra 1795 – Roma 1821)

“Here lies one whose name is writ in water” (“qui giace uno il cui nome è scritto sull’acqua”) è
l’epitaffio (iscrizione funebre) scolpito sulla tomba di Keats, che si trova nel Cimitero acattolico di
Roma.

Di salute cagionevole, studia per diventare medico, poi abbandona per fare il poeta e si ammala di
tubercolosi. Muore molto giovane, a 25 anni, a Roma, dove si era trasferito in Piazza di Spagna per
via del clima favorevole alla sua salute. Ciononostante viene ricordato come uno dei poeti più
importanti di lingua inglese.

Se per Wordsworth e Coleridge, l’allontanarsi dalla realtà sociale e politica e il rivolgersi alla
natura, ritirandosi in luoghi puri e incontaminati, è un gesto politico, per Keats il rapporto con la
natura è mediato dall’arte, dal lavoro poetico.

Ode on a Grecian Urn

Ode: tipo di componimenti poetico generalmente dedicato alla discussione di questioni filosofiche.
È composta da 5 stanze abbastanza articolate, di 10 versi ciascuna.
Si tratta di un’ode su un’urna greca antica funeraria, in cui vi è una descrizione o un dialogo con
questo oggetto di ritrovamento archeologico. La voce del poeta parla direttamente con questo
oggetto.

O tu, sposa inviolata della quiete (del silenzio),


Figlia adottiva del silenzio e del tempo lento,
Tu che sei uno storico delle selve (una raccontatrice boschiva di storie), che sei in grado con la tua
stessa esistenza di esprimere
un racconto fiorato più dolcemente della nostra rima:

L’urna è associata al silenzio, alla stasi, ma è anche associata ai boschi, alle selve. È come se Keats
dicesse: la mia capacità di esprimere i fatti degli esseri umani è inferiore alla tua, che però sei
silenziosa. Eppure, anche se l’urna non parla, riesce a raccontare una storia fiorita (la storia della
specie umana) meglio del poeta.
Intorno alla tua forma quale leggenda adorna di foglie si aggira?
Di divinità o di mortali, oppure di entrambi,
che si svolgono nella valle di Tempe o dell’Arcadia?
Che uomini o che dèi sono questi? Quali timide fanciulle ci racconti?
Quale inseguimento folle? Quale lotta per sfuggire?
Di quali flauti e timpani (percussioni)? Quale estasi scatenata?

Dopo aver parlato della lentezza, parla di inseguimenti, di tentativi di fuga, di dissonanze. C’è una
contraddizione tra il silenzio dell’urna, tra la sua completa immobilità, il suo quieto contenere le
ceneri di morti, e il suo essere espressiva, perché sulla sua superficie sono incise delle scene che ci
raccontano storie di uomini o di dèi.

Le melodie udite sono dolci, ma quelle non udite


sono ancora più dolci; perciò, voi dolce flauti, continuate a suonare;
non per l’orecchio sensibile che sente, ma ancor più cari
suonate allo spirito melodie che non hanno suono.

È dolce la musica quando la ascoltiamo, ma ancora più dolce quando la immaginiamo. Perciò Keats
incita i flauti a suonare una musica che non ha suono.

Tu, bel giovane, che ti trovi sotto quegli alberi, non puoi smettere di cantare
né quegli alberi potranno mai essere spogli (non potranno mai perdere le loro foglie, perché sono
fissati come in una fotografia)
Innamorato audace, mai, mai potrai baciarla,
per quanto tu ti avvicini all’obiettivo;

L’inseguimento di cui Keats parla riguarda una fanciulla timida che scappa da un fanciullo, che
vorrebbe raggiungerla e baciarla. Sull’urna è raffigurato un momento di sospensione, carico di
desiderio, il momento che precede il raggiungimento dell’obiettivo.

Eppure non ti dare pena (non esser triste)


lei non potrà mai sfiorire (invecchiare), anche se tu non puoi raggiungere la tua beatitudine:
per sempre tu amerai e per sempre lei sarà bella!

Ah, beati, beati questi rami! perché non potete perdere


le vostre foglie né mai dire addio alla Primavera;
E beato tu, musicante, inesausto,
che suona per sempre delle canzoni che sono per sempre nuove (perché non sono ancora uscite
dallo strumento, ma stanno per essere generate)
Ancora più felice amore! Più felice, felice amore!
per sempre caldo e ancora da godere,
per sempre ansimante, e per sempre giovane;
siete superiori a ogni viva passione umana,
che lascia il cuore pieno di dolore e quasi soffocato,
la fronte che brucia e la lingua arida.

L’urna è un oggetto che lascia un forte impatto emotivo, che ci coinvolge con la passionalità che
racconta, ma in realtà è un oggetto di marmo, freddo, immobile.
La figura principale della poesia è quella del paradosso (= ragionamento che mette insieme due
concetti contrapposti, inconciliabili). È una poesia incentrata sul paradosso: l’urna antichissima,
inanimata, silenziosa, ci racconta la vita, la musica e le passioni umane.
Chi sono questi che vanno al sacrificio rituale?
A quale altare verde, oh tu misterioso sacerdote,
conduci questa giovenca che si lamenta verso il cielo (perché deve essere uccisa),
con i suoi fianchi setosi adorni di ghirlande?

Se queste persone il poeta le vede raffigurate sull’urna, poi la sua immaginazione si sposta su un
altro posto che non è rappresentato sull’urna:

Quale piccolo paese vicino al fiume o sul mare,


o quale pacifica cittadella costruita sulla montagna
si è svuotata dei suoi abitanti in questo mattino sacro?

Queste persone che stanno andando al sacrificio sono venute da qualche posto? L’immaginazione
del poeta va a indagare quale posto queste persone hanno lasciato vuoto della loro presenza.
E parla con la cittadella:

E, piccolo paese, le tue strade saranno per sempre


silenziose; e nessun’anima potrà
mai tornare a dire perché tu sei così desolato.

Così come sarà bloccata per sempre nel tempo la corsa appassionata dei ragazzi, durerà per sempre
anche il silenzio del luogo abitato che queste persone hanno abbandonato, svuotandolo della loro
presenza. Quindi il poeta si interroga non solo sul silenzio della vita “fotografata” nella sua
presenza, ma addirittura sul silenzio della vita che viene portata via, lasciando una traccia del fatto
che non c’è più. E rivolgendosi di nuovo all’urna, il poeta conclude dicendo:

O forma attica! Posa elegante! con una decorazione


di uomini e fanciulle di marmo ricoperta,
con i rami della foresta e l’erba calpestata (che rappresentano la vita);
Tu, forma silenziosa, sfuggi alla capacità del nostro pensiero
come fa l’eternità stessa: Fredda Pastorale!

La pastorale (= componimento poetico che racconta scene rurali con pastori e greggi) è detta
“fredda” perché l’urna è fatta di marmo e perché aveva la funzione di contenere le ceneri dei
defunti.

Il pensiero è quasi insufficiente a comprendere quello che l’urna rappresenta nella sua paradossalità.
Si può concepire l’eternità, ossia un tempo senza fine? Si può soltanto immaginare con la mente.
Anche la città svuotata contiene dei suoni che non ci sono, dei non-suoni, delle assenze di suono.
L’urna contiene tutte queste contraddizioni.

Quando la vecchiaia (=il passare del tempo) avrà travolto questa generazione,
tu rimarrai, in mezzo ad altri dolori
diversi dai nostri, amica dell’uomo, a cui dicesti,
“Bellezza è verità, verità bellezza, – questo è tutto
ciò che sapete sulla Terra, ed è tutto ciò che vi occorre sapere”.
Il poeta fugge dalla realtà, dal tempo, dal cambiamento, dalla vecchiaia e dalla morte che il tempo
implica, e si rifugia nell’eterno presente di un mondo ideale, rappresentato dalle scene greche che
decorano l’urna. Quella di Keats è una riflessione sulla finitezza dell’essere mortale e sulla capacità
di trascendere la mortalità, tramite l’immaginazione.

Ode on a Grecian Urn si basa su tre paradossi:


1) l’urna, fabbricata nel tempo, è una creatura dell’eternità;
2) il contrasto tra le scene “congelate” sull’urna e la percezione dinamica delle scene (ad esempio,
la fanciulla che scappa dal giovane il quale, spinto dal desiderio, cerca di prenderla)
3) l’urna descritta è figlia dell’immaginazione di Keats: esiste solo nel poema.

Mentre nelle prime tre stanze, l’enfasi è sull’eccitazione, sul coinvolgimento emotivo, sulla
passione e sulla musica, nella stanza 4 il tono è più melanconico, perché il poeta riflette su un luogo
svuotato dalla vita e, dunque, sulla desolazione, sulla perdita, su ciò che non c’è, sull’inesistente, e
per questo si parla di “negative capability”. Ciò che è infinito, ciò che è indefinito, ciò che è
immenso, ciò che il pensiero non riesce a concepire, a definire e a circoscrivere svolge un ruolo
essenziale in tutto il Romanticismo europeo, basti pensare a Leopardi.

Nella stanza 5 la descrizione è statica. Il poeta vede l’urna come oggetto silenzioso, e riflette sul
fatto che questo oggetto d’arte contiene la verità e l’essenza della vita e della morte, ma lo fa
tramite il linguaggio dell’arte. L’arte, cioè la bellezza dell’urna, è la verità, perché l’urna
rappresenta la vita. Ma Keats dice anche il contrario: l’urna è bella proprio in quanto rappresenta la
vita, cioè l’urna rappresenta la vita e dunque è bella.

Il poeta saluta l’urna come la compagna dell’uomo, dell’umanità, perché è una consolazione per le
generazioni future, destinate ad essere travolte dal tempo, in quanto mortali. L’urna, connessa con la
bellezza e la verità, ci consola perché è eterna e rimane nel tempo. Dice Keats: “Beato sia l’uomo
che guarda il marmo, la pittura, la pietra e non vede semplicemente il marmo, la pittura e la pietra,
ma la Vita e la Bellezza”.

COMPITO PER CASA (150 parole)


Keats è estremamente consapevole della finitezza e, quindi, quando guarda l’urna, sta riflettendo sul
confine tra la sua stessa vita, destinata a finire in quanto malato di tubercolosi, e la sua stessa morte.
Ma la risposta che cerca nell’oggetto può valere per tutte le generazioni. Cos’è l’arte per te? Per te
l’arte può essere un modo per sfuggire il tempo, la mortalità e superare la finitudine e le limitazioni
proprie dell’uomo? Nella tua esperienza, l’arte ha questa funzione di consolazione, così come l’ha
avuta per Keats?