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VII.

HYPNOS E THANATOS
L’intreccio tra sogno e morte

A cura di Tommaso Ortolani

Quando vostro era il regno e bello il mondo,


genti beate guidavate ancora
con le redini lievi della gioia,
esseri belli del mondo delle fiabe!
Quando il culto gioioso ancor splendeva,
tutto diverso, era diverso allora!
Friedrich Schiller, Gli dèi della Grecia, 1-61

INTRODUZIONE

Alla fine del diciottesimo secolo Friedrich Schiller, guardando con nostalgia la civiltà degli elleni
descrive un universo gioioso, nel quale uomini e dèi convivevano.

Tra uomini, divinità ed eroi


strinse amore un nodo di bellezza,
Friedrich Schiller, Gli dèi della Grecia, 37-382

Questa rappresentazione della realtà è estranea al mondo odierno, ma è un’immagine che i poemi
omerici e quelli esiodei non si stancano mai di presentarci. Gli dèi di Omero non sono semplici
personaggi letterari, ma complesse e straordinarie costruzioni poetiche che danno corpo e parola
alle divinità onorate dai Greci. Tra queste figure, due in particolare spiccano per il loro legame
fraterno: sono Hypnos e Thanatos. La parentela di Sonno e Morte costituisce uno dei topoi
maggiormente consolidati della letteratura di ogni tempo. In questo capitolo mi concentrerò
prima nell’analisi del loro rapporto (§1), poi sui luoghi fisici di Sonno e Morte (§2) e in
conclusione del loro rapporto nella filosofia antica (§3).

1. IL PROFONDO LEGAME TRA SONNO E MORTE


1
Cfr. Friedrich Schiller, Die Götter Griechenlands, 1788, trad. it. in Friedrich Schiller, Poesie filosofiche, a cura
di G. Moretti, traduzione di Giovanna Pinna, Milano: Feltrinelli, 1990, pp. 3-9.
2
Ibidem.
La presentazione più celebre di Hypnos e Thanatos è di Esiodo. Quando nella Teogonia viene
descritto il Tartaro, luogo dove sono imprigionati i Titani per volere di Zeus, viene detto che essi
hanno dimora nella casa della madre Nyx, la Notte scura, dove il Sole non li guarda mai. Sonno
vaga per le terre e per i mari, dolce per gli uomini; mentre Morte dal cuore ferreo e l’anima di
bronzo è spietata, chi prende non torna mai indietro 3. Emerge sia qui sia in Omero, una
differenza netta fra queste due figure e gli altri numi.
I numi dell’Olimpo sono immortali, governano sulla terra, sui mari e sul regno dei morti
e sono anche venerati dagli uomini. Nonostante questo, nella religione olimpica esiste una
concezione chiaramente antropomorfica degli dèi, che li rappresenta molto simili agli uomini, sia
per vizi che per virtù. Tale carattere li rende partecipi, non superiori, alla vita del mondo e quindi
soggetti al destino: basti pensare ad esempio che nell’Iliade alcune divinità combattono a fianco
dei Greci, mentre altre combattono a fianco dei Troiani. Inoltre, nell’Odissea alcune divinità
cercano di favorire il ritorno a casa di Odisseo, mentre altre cercano di impedire il ritorno ad
Itaca dell’eroe, senza sapere per quale schieramento penderà la bilancia alla fine. Esistono però
altre divinità alle quali non è imposto questo vincolo, poiché il loro compito e di mantenere gli
equilibri posti alle fondamenta dell’universo. Questo è, ad esempio, il caso delle tre Moire che
nella Teogonia vengono presentate come la personificazione del destino ineluttabile 4. È anche il
caso di Hypnos e Thanatos, infatti quest’ultimo viene definito da Esiodo: nemica anche ai numi,
pur essendo immortali5.
Non è necessario spiegare quale sia la potenza di Morte, a tutti è evidente, e oggi ne
siamo soggetti come lo erano gli Elleni. Meno evidente potrebbe essere il potere di Sonno, e
perché venga sempre accostato nell’epica a Morte. Omero esalta visibilmente la potenza di
Hypnos nel libro XIV dell’Iliade: in quell’episodio Era vuole distogliere, con l’aiuto di Sonno, il
suo sposo dalle incombenze della guerra per riuscire a favorire il popolo di Troia.

Qui appunto incontrò Sonno, fratello di Morte,


gli prese la mano e diceva parole così:
«Sonno, dominatore di tutti gli dèi e degli uomini,
tutti che sempre la mia parola ascoltavi, accontentami
anche ora e te ne sarò grata per tutti i giorni a venire.
Intorpidisci sotto le ciglia gli occhi brillanti di Zeus,

3
Cfr. Hes. Th. 755-766
4
Ibid 211-222 e 900-906
5
Ibid 766
non appena mi sarò coricata con lui per fare l’amore.
(Iliade XIV, vv. 231-237) 6

Hypnos viene addirittura chiamato «Dominatore di tutti gli dèi», lasciandoci intendere che per i
Greci il sonno giornaliero non era meno importante di quello eterno. Tuttavia, nella maggior
parte delle fonti antiche, non viene ancora esplicitato il motivo del legame fraterno. Solo un inno
orfico, successivamente, renderà evidente il motivo di questa unione:

Sonno, sovrano di tutti i beati e degli uomini mortali


e di tutti gli animali, quanti nutre l’ampia terra;
tu solo infatti regni su tutti e a tutti ti accosti
legando i corpi in ceppi non forgiati in bronzo,
sciogli gli affanni, dando dolce tregua alle fatiche
e operando sacro sollievo a ogni dolore;
e porti la preparazione della morte salvando le anime;
sei fratello, infatti, di Oblio e Morte.
Ma, beato, ti supplico di venire temperato, dolce,
preservando benevolmente gli iniziati per le opere divine.
(Inno 85)7

2. IL VIAGGIO NELL’ALDILÀ
Certamente la realizzazione dei poemi omerici ed esiodei avvenne molto prima rispetto a quella
di questo inno orfico, ma nell’Iliade, Omero sembra suggerire un’interpretazione molto simile.
Anzi nel libro XVI, se vogliamo credere che l’aedo concordi con questa teoria circa il rapporto
tra sonno e morte, egli descrive Hypnos e Thanatos intenti a trasportare in Licia il cadavere di
Sarpedonte, rendendo ancora più chiaro il ruolo di Sonno come psicopompo al fianco di Morte. 8
I passi che descrivono la transizione di Sarpedonte fino al regno dei morti ci portano ad un
interrogativo: se per gli Elleni era così solido il legame tra queste due divinità, qual è il
conseguente rapporto tra i loro rispettivi regni?
Rispondere a questa domanda non è così semplice, ma nell’Odissea è presente un passo che
potrebbe chiarire il rapporto tra il paese dei sogni e il regno dei morti. Si trova all’inizio del libro
XIV, nel quale viene descritta la discesa delle anime dei Proci una volta uccisi da Odisseo.

Superarono le correnti di Oceano e la Candida Rupe,


6
Cfr. Hom. Il. XIV, 231-237, trad. it. a cura di F. Ferrari, Milano: Mondadori, 2018.
7
Cfr. Inni orfici, a cura di G. Ricciardelli, Milano: Fondazione Lorenzo Valla, 2000, p. 211, Inno 85.
8
Cfr. Hom. Il. XVI 677-683.
superarono le porte del Sole e il paese dei Sogni,
e subito giunsero al prato asfodelio:
dimorano in esso le anime, parvenze dei morti.
(Odissea XXIV. vv. 11-14) 9

Viene detto che le anime passano le correnti di Oceano, la Candida Rupe – che potremmo
interpretare come l’abbandono delle terre dove vivono gli uomini – per poi oltrepassare anche le
porte del Sole, passando il paese dei Sogni e raggiungendo infine l’Aldilà. Quindi il regno dei
Sogni potrebbe essere un tramite per raggiungere l’Ade. Ciò è vero anche in senso opposto?
Analizziamo i passi nei quali sono i morti a risalire fino al mondo dei vivi, per verificare se
anche in questo caso passano per il reame onirico. Innanzitutto, è importante evidenziare che nei
poemi omerici non è mai presente una catabasi propriamente detta: infatti non sono i vivi ad
andare nella dimora dei morti, ma i morti a tornare nel regno dei viventi, in specifiche
circostanze. Sono due gli episodi che lo dimostrano: la manifestazione del simulacro di Patroclo
ad Achille, nel libro XIII dell’Iliade10, e l’incontro di Odisseo con gli spiriti defunti, nel libro XI
dell’Odissea11. Nel primo caso Patroclo può apparire in sogno ad Achille, come lui stesso dirà,
poiché non è mai realmente arrivato nel regno dei morti; viene nuovamente evidenziato come il
paese dei sogni funga da transizione tra quello dei vivi e quello dei morti. Invece, all’eroe di
Itaca è concesso parlare con i morti, ma solo dopo essersi recato all'estremo limite del mondo,
nella terra dei Cimmeri, più vicino al confine con l’Ade; ancora una volta non è lui a
oltrepassare il confine, ma sono gli spiriti che si palesano al suo cospetto (o ad apparirgli in
sogno?).

3. SOGNO, MORTE E FILOSOFIA


Il topos della fratellanza tra Sogno e Morte è affrontato più in Letteratura che Filosofia, dove
queste tematiche sono altrettanto studiate in dettaglio, malgrado non sia presente una
correlazione tanto stretta tra le due.
Il sonno occupa un duplice statuto nella civiltà antica: da un lato, in accordo con quanto detto
sopra, è prefigurazione della morte, come abbandono delle membra e chiusura all'esperienza dei
sensi; dall'altro, è il varco verso una dimensione capace di arrestare anche l’intelligenza più
9
Cfr. Hom. Od. XXIV 11-14, traduzione di G. Aurelio Privitera, Milano: Lorenzo Valla, Arnoldo Mondadori
editore, settembre 1981-1991.
10
Cfr. Hom. Il XIII 85-94.
11
Cfr. Hom. Od. XI 46 e sgg.
acuta. Il rapporto tra sonno e veglia, nella cultura greca, deve essere considerato in termini di
intersezioni: la veglia penetra nel sonno, con immagini note (divinità, amici lontani, morti) anche
se organizzate in modo insolito e sorprendente, come le forme di un caleidoscopio; il sonno, a
sua volta, si riflette sulla veglia, poiché trasmette informazioni che interagiscono con l'esperienza
quotidiana.
La morte, tra gli Antichi, è stata studiata principalmente da Eraclito e da Platone. Ma,
data la difficoltà dell’Oscuro, ci concentreremo su Platone. Per quest’ultimo, la morte assume un
valore positivo, ed è il filosofo stesso ad auspicarla per liberare la propria anima dalle catene del
corpo. In particolare, nel Fedone viene mostrato questo tramite il dialogo protrettico: la filosofia
deve liberare l’anima dalla materialità del corpo e gli uomini dalla paura della morte. Ma le
paure degli allievi di Socrate nascono soprattutto dalla mancanza di certezze circa l’immortalità
dell’anima: Simmia e Cebete dubitano che l’anima sia immortale e chiedono sempre a Socrate di
dimostrarlo in maniera più adeguata12. Tale sentimento ritorna nelle prigioni di Atene, quando i
discepoli temono per la sorte di Socrate. Le loro paure esemplificano perfettamente la visione
della morte omerica, mentre la sicurezza di Socrate è influenzata dalle correnti orfico-
pitagoriche. Lo stesso Socrate nell’Apologia pone da una parte la tradizione di Omero ed Esiodo
e dall’altra quella di Orfeo e Museo13. Che la morte sia separazione dell’anima dal corpo è
opinione condivisa14, diversa è invece l’opinione sul destino dell’anima, sull’immortalità e
sull’importanza del corpo.

CONCLUSIONE

Nella Letteratura dei Greci il legame tra Sonno e Morte è presente sin da Omero ed Esiodo, in
modo molto forte. Forse, sono stati gli epici stessi ad aver condizionato questo rapporto fraterno
nei secoli successivi. Invece l’argomento non ha avuto la stessa fortuna in Filosofia,
probabilmente per la sua indole a indagare e risolvere, singolarmente, i grandi misteri
dell’umanità.
Inoltre, dalla lettura dei Poemi, si potrebbe evincere un legame anche tra l’aldilà e il reame dei
Sogni: un tramite tra il regno dei morti e quello dei vivi. Questo anche perché la concezione del

12
Cfr. Pl. Phd. 70a, 77d-e.
13
Cfr. Pl. Ap. 41a.
14
Cfr. Pl. Phd. 64c e alcuni passi dei poemi omerici, ad esempio, nella descrizione della morte di Patroclo, (Iliade
XVI vv.855-859) e in quella della morte di Ettore (Iliade XXII vv. 361-362).
sogno nell’antichità è esogena15, non endogena16. E dal momento che nei sogni possiamo
incontrare anche chi non è più in vita, non è difficile credere che per i Greci, durante la notte, si
potesse davvero entrare in contatto con i morti.
Alla maggior parte delle domande su sogno e morte è ancora oggi difficile trovare una risposta e
non possiamo essere certi che la scienza in futuro sciolga qualsiasi quesito, per questo è
importante analizzare certe questioni da un punto di vista filosofico. Le meraviglie prodotte dalla
miracolosa civiltà greca non smetteranno mai di affascinarci e stupirci, sia guardando verso il
passato, sia guardando verso il futuro.

“La filosofia non potrà produrre nessuna


immediata modificazione dello stato attuale del
mondo. E questo non vale soltanto per la filosofia
ma anche per tutto ciò che è mera intrapresa
umana. Ormai solo un Dio ci può salvare.”
Martin Heidegger

15
Cfr. cap. IX, La sostanza dei sogni: Il materialismo onirico in Omero e Lucrezio, a cura di Giacomo Tore.
16
Cfr. cap. IV, Sensibilità onirica: Il sogno fra apparenza e realtà, a cura di Chiara Rubbonello.