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 F.Masini,  N.Grandi  (a  cura  di),  Tutto  ciò  che  hai  sempre  voluto  sapere  sul  lin-­‐
guaggio  e  sulle  lingue,  Caissa  Editore,  Cesena,  2017,  pagg.  77-­‐80.  
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Come si impara una lingua


straniera?
Rosa Pugliese

· Le caratteristiche di un’attività complessa e ordinaria

Imparare una lingua straniera significa impadronirsi non so-


lo di conoscenze, ma anche di abilità. Vuol dire impegnarsi in
un’attività il cui scopo è acquisire un sapere e – al tempo stes-
so – essere in grado di attivarlo. È un po’ come imparare a
guidare la macchina. Non basta, infatti, conoscere le parti indi-
spensabili (la frizione, l’acceleratore, il freno...), occorre essere
capaci di farle funzionare (guidare, appunto), nelle circostanze
mutevoli (nel traffico urbano, in una strada di montagna…)
che lo richiedono. Similmente, apprendere le parole, i loro
suoni, le regole grammaticali e le regole d’uso di una lingua
straniera implica imparare a servirsene nelle varie situazioni
comunicative e per il tipo di compito o compiti che ci sono ri-
chiesti (ascoltare, parlare, leggere, scrivere).
La nostra domanda diventa, allora: come si costruisce que-
sta conoscenza-abilità? (e la parola ‘come’ va intesa qui nel
suo senso più ampio, cioè in quali modi, con quali mezzi, in
quali condizioni). ‘Gradualmente’, potremmo dire subito in
una prima, sintetica risposta. Al contrario, infatti, di illusori
messaggi trasmessi da alcune pubblicità che assicurano, ad
esempio, ‘l’apprendimento dell’inglese in sole due settimane’,
sviluppare la padronanza di una lingua diversa da quella ma-
terna, in genere, richiede tempo e sforzo. Questa affermazione
non trova solo un facile riscontro nell’esperienza condivisa da
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molti apprendenti. È comprovata dalle ricerche scientifiche che
hanno descritto le tappe di acquisizione delle strutture gram-
maticali; hanno, cioè, mostrato quando e in che ordine queste
strutture emergono nelle frasi, indotte dalle concrete esigenze
comunicative di chi, mentre sta imparando la lingua, è già un
comunicatore (sebbene ancora incerto) in quella lingua. Ad af-
fiorare in superficie, però, non sono solo le strutture grammati-
cali, ma anche i modi in cui queste vengono elaborate dal pun-
to di vista cognitivo, cioè dal punto di vista delle operazioni
mentali compiute da chi impara e che il ricercatore può ipotiz-
zare, basandosi su quanto è osservabile, le strutture stesse.
Facciamo un esempio tipico, riferito alla lingua italiana ap-
presa spontaneamente dagli stranieri che vivono in Italia. Co-
me arriva un apprendente a costruire frasi con il passato pros-
simo? All’inizio, percepisce che molte parole pronunciate dai
nativi finiscono con -to (finito, andato), cioè le segmenta (fini-
to) e ipotizza la funzione di -to alla fine dei verbi (‘parlare di
un’azione compiuta’); inizia poi ad usare la struttura, corregge
i tentativi sbagliati (dicito, scrivato) e automatizza via via
quelli corretti; si accorge, però, che è necessario combinare un
altro elemento con queste forme e così aggiunge (prima con-
fondendosi un po’) ha o è, ad esempio; infine, nota che, con
essere, quando si parla al singolare rimane -to o diventa -ta, se
invece si parla al plurale, diventa -ti o -te (andati, andate).
Studiando, insomma, la ‘lingua degli apprendenti’ (la co-
siddetta ‘interlingua’), i ricercatori ne descrivono lo sviluppo,
come essa si avvicina progressivamente alla lingua di arrivo o
se, per varie ragioni, ne rimane distante.
Torniamo ora alla nostra domanda. È chiaro che una risposta
più estesa richiede di considerare altre particolarità, insieme
alle capacità cognitive pregresse (già sviluppate, acquisendo la
prima lingua). L’apprendimento è sempre un fenomeno sfac-
cettato e anche l’apprendimento di una lingua straniera chiama
in gioco parecchi fattori. Innanzitutto, fattori linguistici gene-
rali e specifici, riguardanti cioè le forme della lingua che si ap-
prende; in secondo luogo, le caratteristiche individuali, che

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comprendono la competenza nella lingua materna e in altre
lingue conosciute, l’età in cui si intraprende il percorso verso
un’altra lingua, la motivazione che ne è la molla essenziale, le
strategie preferite per imparare, la capacità di attenzione, la
personalità. Insieme a questi fattori, è importante il tipo di con-
testo in cui avviene l’apprendimento (una classe, un ambiente
virtuale; nel proprio paese o in quello in cui la lingua è parlata
quotidianamente), per le potenziali occasioni di accedere ai da-
ti linguistici.
Di fronte a questa miriade di elementi e al loro complesso in-
treccio, non sorprende che sull’acquisizione di una lingua stra-
niera siano (state) elaborate molte spiegazioni teoriche, ciascu-
na interessata ad evidenziare uno o più fattori. Sintetizzando
molto, possiamo raggruppare queste spiegazioni in: (a) quelle
che enfatizzano l’apprendimento linguistico come il risultato
di un’attività individuale, interna alla mente, che si realizza
immagazzinando le strutture linguistiche, assimilando via via il
nuovo sistema di forme e significati; (b) quelle che accentuano
l’apprendimento linguistico come un’attività sociale che è for-
temente influenzata dalla partecipazione negli scambi verbali
con gli altri, all’interno di una comunità.
Abbiamo già visto, con un esempio delle prime, che queste
si concentrano sulle strutture, sulla lingua come codice, attiva-
to per riferirsi alla realtà o per comunicare delle idee, e si oc-
cupano dei modi in cui l’apprendente ‘processa’ (cioè elabora,
analizza) le informazioni linguistiche. Le spiegazioni del se-
condo gruppo, invece, ci dicono che l’apprendimento linguisti-
co avviene a un livello interpersonale e, da qui, si realizza an-
che come acquisizione individuale. Da questa angolazione, in-
teressa perciò capire come chi impara costruisce delle frasi
all’interno di interazioni conversazionali. Anziché essere sem-
plici occasioni di ‘praticare’ la lingua straniera, queste intera-
zioni sono circostanze che facilitano l’acquisizione della
grammatica, del lessico, della pronuncia, anche grazie al sup-
porto degli interlocutori più esperti (i parlanti nativi o di livello
avanzato nella lingua straniera). L’attenzione degli studiosi,

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dunque, non è diretta solo al singolo soggetto, ma a due o più
persone che interagiscono tramite la parola, i gesti (si veda il
CAP. 40), lo sguardo, ecc. Ora, due o più persone che interagi-
scono, si confrontano con il problema di doversi coordinare.
Oltre alla conoscenza della lingua, è necessaria, cioè, la cono-
scenza dei modi (impliciti) per raccordare le azioni comunica-
tive (le proprie e dell'interlocutore) e per controllare sia queste
sia le forme linguistiche usate. Tutto ciò avviene momento per
momento, tramite procedure che risentono del micro-contesto
(di una frase appena detta, del tono, di un gesto, ecc.). Una
parte della ricerca attuale sull’acquisizione di una lingua si oc-
cupa, così, della ‘competenza interazionale’, un’abilità più
complessa della ‘competenza per parlare’ (del saper, ad esem-
pio, formulare una richiesta o scusarsi), perché consiste anche
nel saper dare segnali di ascolto attivo, nel saper mantenere il
flusso della comunicazione, cambiare l’argomento, cercare una
parola che non si conosce, superare ostacoli comunicativi,
aprire o chiudere una conversazione, ecc. Se apprendere una
lingua implica una capacità di azione, questa capacità, inoltre,
è osservabile nel suo sviluppo, cioè nei modi in cui cambia il
tipo di partecipazione sociale dell’apprendente.
Ma, allora, imparare una lingua straniera è un’attività men-
tale sganciata dal contesto o è un’attività sociale molto dipen-
dente dal contesto? È le due cose insieme, dicono alcuni stu-
diosi. Noi apprendiamo sempre in circostanze specifiche, ma
possiamo dire che abbiamo ‘appreso’ quando le conoscenze
acquisite raggiungono una certa autonomia in rapporto alle cir-
costanze, quando cioè sono pronte tutte le volte che occorrono,
permettendoci, così, anche di continuare ad apprendere.

Per chi vuole approfondire

Sul tema qui introdotto suggerisco la lettura di Pallotti (1998),


Porquier & Py (2004), Marani (2005), Andorno (2009), Hall et
al. (2011).

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Riferimenti bibliografici

Andorno, Cecilia (2009), Grammatica e acquisizione


dell’italiano L2, in «ItalianoLinguaDue», 1, 1-15
(http://riviste.unimi.it/index.php/promoitals/issue/view/42).
Hall, Kelly, John Hellerman & Simona Pekarek-Doehler (a cu-
ra di) (2011), L2 Interactional competence and deve-
lopment, Bristol/New York, Multilingual Matters.
Marani, Diego (2005), Come ho imparato le lingue, Milano,
Bompiani.
Pallotti, Gabriele (1998), La seconda lingua, Milano, Bompia-
ni.
Porquier, Rémy & Bernard Py (2004), Apprentissage d’une
langue étrangère: contextes et discours, Paris, Didier.
 

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