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Quale italiano?

Riflessione
sulla lingua che insegniamo
Maggio 1, 2016 by itxstra

di Roberto Gamberini

Tutte le considerazioni teoriche che formano il nostro


bagaglio, tutta la consapevolezza didattica che ci
impegniamo quotidianamente a dimostrare con i nostri
studenti, ogni atto comunicativo che cerchiamo di far
comprendere in aula, tutto il panorama linguistico che
vogliamo trasmettere, insomma, si piega davanti a una
prima domanda: quale italiano sto insegnando?

Fatti salvi alcuni contesti settoriali, nei quali la risposta al


quesito è data dalla tipologia stessa del corso che ci viene
assegnato (corsi di italiano legale, di italiano per il
commercio, e via discorrendo), una riflessione
sociolinguistica sulla natura dell’italiano che si ascolta in
classe (portato da noi insegnanti o appreso dagli studenti
chissà dove, chissà quando, chissà come) è quanto mai
auspicabile. Ci consente da un lato di controllare il nostro
input in maniera consapevole e coerente, dall’altro di
veicolare l’output della classe attraverso un binario
ragionato, attento e non casuale.

E questa riflessione sociolinguistica non può non partire


dal concetto di variazione linguistica, tema questo che
deve essere familiare a chiunque entri in classe e pretenda
di insegnare l’italiano, a qualsiasi livello, in qualsiasi
contesto. La variazione linguistica è uno spazio in
continua evoluzione, che muta così come mutano le
lingue, vive e fluttuanti nel tempo, che cambia nelle sue
infinite concretizzazioni. I confini del nostro spazio
variabile? Presto detti! Hanno nomi complicati, ma sono
facilmente individuabili:

-variaibili diacroniche: la lingua cambia col tempo. Se ho


una buona consapevolezza linguistica, posso riconoscere,
con una minima approssimazione, se il testo che sto
leggendo è stato scritto oggi, cento anni fa, quattrocento
anni fa.

-variabili diatopiche: a Trieste e a Caserta si parla in


maniera diversa. Senza addentrarci nel meraviglioso
mondo dei dialetti, restando nel campo dell’italiano, non si
può notare come esistano delle diversità nelle produzioni
orali dei parlanti di ogni parte d’Italia. Queste diversità,
appunto le variabili diatopiche, fanno sì che (oggi,
ottant’anni fa non era così) ci si riesca a comprendere
senza sforzo in tutta la Penisola. Fanno anche sì che il
nostro parlato sia connotato localmente: a meno che non
siamo attori o telegiornalisti, a meno che non decidiamo di
omettere questa informazione su di noi, la nostra
produzione orale racconta qualcosa di noi stessi,
soprattutto racconta da dove veniamo.

-variabili diamesiche: la lingua parlata è diversa da quella


scritta. A prescindere dal livello di formalità di una
produzione linguistica, questa produzione muta, e non
poco, nei due principali canali di comunicazione, quello
grafico-visivo e quello fonico-auditivo.

-variabili diastratiche: sono le variazioni “sociali”, ovvero


che riguardano le caratteristiche del parlante. Un
professore universitario di 65 anni, nato e cresciuto in
città, usa un italiano diverso rispetto a quello di un
giovanotto che non ha ancora finito gli studi.

-variabili diafasiche: le situazioni fanno la differenza. Al


cameriere del ristorante più elegante, formale e rinomato
della mia città mi rivolgo diversamente di come
normalmente io non faccia col barista che tutte le mattine
mi prepara il miglior caffè del mondo.

Si badi: il breve riassunto qui proposto è solo un accenno,


e ritengo sia molto meno dell’ABC fondamentale per chi si
voglia vagamente interrogare sul tema: questi argomenti
hanno riempito pagine e pagine di riflessione
sociolinguistica. Considero necessario per chiunque
voglia insegnare italiano con consapevolezza e cognizione
di causa avere una certa dimestichezza almeno con
Coseriu (1973), Berruto (1987 e 1993), Sobrero (1993).
Per ragioni diverse, ma altrettanto valide, ritengo
essenziale la lettura della Lettera a una professoressa,
manifesto della scuola di Barbiana, edita per i tipi della
LEF.
Dicevamo: la lingua è uno spazio con confini labili e
mutevoli, uno spazio enorme, sconfinato, che è quasi del
tutto impossibile conoscere nei suoi angoli più distanti.
Insegnarla, in contesti L2 o LS, altro non è che fornire ai
nostri studenti una mappa sempre più utile, sempre più
versatile, affinché essi sappiano muoversi con autonomia
ed efficacia all’interno di questo spazio fluttuante, senza
perdersi, senza rimanere spaesati, sia nelle fasi di
ricezione, sia nelle fasi di produzione.

Non possiamo aspettarci che uno studente B1 legga le


Stanze di Poliziano e ne apprezzi l’arte, né che egli sappia
scrivere un messaggio da inviare al Presidente della
Repubblica o che possa cogliere le differenze tra l’italiano
parlato da un napoletano da quello di un casertano.
Possiamo però far sì che abbia un’autonomia tale da
provare a riflettere per conto suo sulle variazioni
dell’italiano contemporaneo. Le variazioni diatopiche sono,
da questo punto di vista, facilmente apprezzabili: la stessa
frase ripetuta da un telegiornalista del TG1 e
dall’insegnante suonerà in maniera diversa, e se abbiamo
fatto l’auspicabile lavoro sulla fonetica che tante volte ci
capita di tralasciare, non sarà difficile far apprezzare
questa diversità alla nostra classe. A tal proposito, si
suggerisce De Mauro (1980): le sue riflessioni, anche se
non mirate precisamente alla didattica, sono felicemente
applicabili al nostro ambito.

Insomma: insegnare italiano non vuol dire solo riempire i


nostri studenti di vocabolario, di forme verbali, di
grammatica. Vuol dire dare loro una bussola e una mappa
per districarsi nell’ampio spazio linguistico che, come
abbiamo visto, loro scelgono di esplorare, tenendo bene a
mente che questo spazio è fatto anche di espressioni
informali, di enunciati che hanno un senso a Milano e un
altro a Roma, di frasi che si scrivono ma non si dicono e si
dicono ma non si scrivono. Di un’enormità di variazioni che
loro, esploratori incerti, dovranno scoprire grazie alla
nostra guida consapevole.

Berruto, Gaetano (1987), Sociolinguistica dell’italiano


contemporaneo, Roma, La Nuova Italia Scientifica
(14a rist. Roma, Carocci, 2006).

Berruto, Gaetano (1993), Varietà diamesiche, diastratiche,


diafasiche, in Introduzione all’italiano contemporaneo. La
variazione e gli usi, a cura di A.A. Sobrero, Roma – Bari,
Laterza, pp. 37-92.

Coseriu, Eugenio (1973), Lezioni di linguistica generale,


Torino, Boringhieri.

De Mauro, Tullio (1980), Guida all’uso delle parole, Roma,


Editori Riuniti

Sobrero, Alberto A. (1993), Introduzione all’italiano


contemporaneo, Roma – Bari, Laterza, 2 voll., vol. 2º (La
variazione e gli usi).

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