Sei sulla pagina 1di 11

in via di sviluppo la popolazione che vive con meno di un dollaro al giorno è

passata dal 28,3 per cento del 1987 al 23,4 del 1998: in cifre assolute, tenendo
conto dell’incremento demografico di questi paesi, la situazione è rimasta
stabile intorno a 1,2 miliardi di individui. La riduzione non è stata uniforme
nelle diverse regioni del mondo (Tabella 1): il miglioramento più eclatante è
stato registrato, come già detto, in estremo oriente; il numero dei poveri è
aumentato invece drammaticamente nei paesi dell’Est europeo, in Asia centrale
e meridionale e in Africa.

1987 1998
% milioni % milioni
Asia orientale 26,6 417,5 14,7 267,1
Europa dell’Est/Asia Centr. 0,2 1,1 3,7 17,6
America latina 15,3 63,7 12,1 60,7
Medio Oriente/Nord Africa 4,3 9,3 2,1 6
Asia meridionale 44,9 474,4 40 521,8
Africa subsahariana 46,6 217,2 48,1 301,6

Tabella 1 - Popolazione che sopravvive con meno di 1 $ al giorno

Con una attenta lettura delle statistiche della distribuzione del reddito, si può
constatare che al 20 per cento della popolazione mondiale afferisce l’80 per
cento della produzione lorda mondiale e che l’80 per cento della popolazione
del globo, ovvero il Sud del mondo, dispone del 20 per cento della ricchezza
prodotta. E’ una forbice notevole, ma non è la causa unica o primaria del
deficit di reddito sofferto da molti paesi Sud del mondo, se si pensa che fra essi
ci sono paesi che dispongono di risorse naturali apprezzabili.

b) Stato della salute.


In molti paesi a basso reddito, la rapida crescita demografica ha portato a
sovrappopolazione, carenza di acqua e precarie condizioni igieniche, situazioni
che facilitano la comparsa e la diffusione di malattie infettive con scarse
possibilità di debellarle perché nelle comunità povere mancano in genere
strutture sanitarie di base, farmaci di prima necessità e vaccinazioni. Ma non
sempre esiste una correlazione lineare tra salute e reddito. L’aspettativa di vita
in Vietnam supera di molto quella del Pakistan a dispetto dei dati sul reddito
pro capite, che sono simili, e negli stessi paesi i tassi di mortalità infantile sono
significativamente alti anche nei gruppi a più alto reddito. Per contro in Brasile
i tassi di mortalità infantile riferiti agli strati più ricchi della popolazione sono
di gran lunga più bassi rispetto agli strati poveri.
Ma in linea generale la cattiva salute è causa ed effetto della povertà di
reddito, perché riduce capacità personali, produttività, guadagni ed
investimenti, per cui spesso a livello paese l’incidenza delle malattie e la
debolezza economica viaggiano su binari paralleli. Per contro, l’aumento
dell’aspettativa di vita, importante indicatore di salute, stimola la crescita
economica: una ricerca estesa a circa 50 paesi in via di sviluppo nell’arco 1965
1990 ha concluso che circa l’8 per cento della crescita totale era dovuto
all’allungamento della vita. La ricerca ha svelato il meccanismo: forza lavoro

21
più sana riduce l’assenteismo e incrementa la produttività; l’aumento
dell’aspettativa di vita incentiva singoli ed aziende a investire in risorse umane
e materiali; aumenta la propensione dei lavoratori al risparmio per gli anni
della pensione.

c) Analfabetismo e bassa scolarizzazione.


L’analfabetismo ostacola gli individui nelle attività basilari, e la bassa
scolarizzazione sbarra la strada a nuove opportunità, tipo l’impiego nei nuovi
settori che richiedono conoscenze tecniche elementari. Inoltre, come accade
per altre dimensioni della povertà, anche istruzione e condizioni di salute si
influenzano a vicenda, se si pensa che persone analfabete o poco istruite
incontrano difficoltà a ricevere e comprendere l’educazione sanitaria e
adottano stili di vita contrari alla tutela della salute. Ma ancora più
preoccupante, cattiva salute bassi tassi di sopravvivenza e bassa
scolarizzazione spingono a non investire per l’istruzione dei figli, cioè la
generazione successiva.

d) Emarginazione sociale.
Un’altra forma di povertà si osserva nei sistemi politici che negano a fasce di
popolazione la libertà di interagire a pieno titolo o di affermare i propri
interessi nel più ampio contesto delle relazioni politiche ed economiche. In
molti paesi, e non tutti con regimi autoritari, questo tipo di emarginazione non
solo esclude ampi gruppi dalla partecipazione ai processi di sviluppo, ma
costituisce un focolaio di rivendicazioni che spesso sfocia in conflitti violenti.
Le emarginazioni non sempre sono frutto degli interessi di gruppi di potere
corrotti, spesso nascono da pregiudizi di casta, etnia o religione.

e) Discriminazione di genere.
In molte società la povertà materiale si combina con la discriminazione di
sesso, retaggio di fattori storici e culturali, che preclude alla donna istruzione
adeguata e la partecipazione a certe attività lavorative. Ne consegue che i
livelli di salute, istruzione e partecipazione sociale delle donne povere sono
ancora più bassi di quelli degli uomini nelle stesse condizioni.

Le dimensioni, o cause, della povertà non si limitano a quelle riportate poiché


numerosi altri fattori come disponibilità di risorse naturali, regime politico,
gruppi di potere economico e caste militari possono esercitare la loro influenza,
in specie quando si presentano in forme e circostanze fra loro interagenti, come
in alcuni paesi dell’Africa.

2. Insicurezza alimentare e carestie.

Il concetto di sicurezza alimentare, e per contro di insicurezza alimentare, è


stato oggetto di molte discussioni e definizioni. Alcuni economisti in
particolare hanno sviluppato studi basati prevalentemente su leggi economiche
per spiegare le ragioni dei bassi livelli di produzione agroalimentare che
affliggono molti paesi poveri. Ma il problema non può essere confinato ai
livelli di produzione, perché in una economia di larga scala o globale assume
un peso non trascurabile anche la disponibilità, l’accesso e la stabilità del

22
cibo, tre condizioni influenzate da fattori tecnici, politici, economici, sociali ed
educativi, oltre che dalle politiche internazionali, nazionali e locali.
Il premio Nobel per l’economia Amartya Sen esprime il concetto che la fame è
il risultato di non avere abbastanza cibo, e non del non esserci abbastanza
cibo. In linea di principio lo studioso suggerisce di non limitarsi alla
considerazione su quale sia la quantità disponibile di alimenti a livello locale,
nazionale o mondiale ma di mettere a fuoco quale sia il controllo sociale ed
individuale di accesso al cibo. In sostanza, l’impostazione dell’economista
richiede un’analisi congiunta della produzione degli alimenti a livello locale e
regionale e dell’accesso reale a questi da parte delle famiglie.

In questa cornice si comprende come la lotta alla povertà e per la democrazia


economica rappresenti una strategia importante per conseguire la sicurezza
alimentare. La povertà rappresenta sia una causa che un effetto della fame, per
quanto questo rapporto non risulti necessariamente a proporzionalità diretta, in
quanto spesso la fame implica la povertà, ma non viceversa. Se la povertà la si
intende come carenze di risorse o di alternative, essa può facilmente
rappresentare una precondizione di insicurezza alimentare, mentre se viene
affrontata solo attraverso indicatori economici (per esempio il prodotto
nazionale lordo), può dare luogo ad una bassa correlazione, dato che alcuni
paesi a basso reddito pro capite fanno registrare discreti indici di sicurezza
alimentare (è il caso di Cina, Cuba e Sri Lanka), mentre altri paesi con alti
livelli di reddito e cibo pro capite a livello nazionale hanno anche cospicue
fasce di popolazione sottonutrite (per esempio, Brasile, Messico e Sud Africa).
Difatti, anche una volta superata l’idea che una sufficiente disponibilità
agricola si traduca in una adeguata sicurezza alimentare, la relazione tra fame e
povertà resta talvolta falsata o incompresa per la convinzione che la prima sia
solo un risultato della seconda. Sono frequenti i casi di politiche sociali o di
interventi di organizzazioni internazionali che, con l’obiettivo dell’aiuto
alimentare, guardano alla sicurezza alimentare attraverso azioni indirizzate
univocamente verso la lotta alla povertà, azioni che si traducono in soluzioni
viziate da un approccio riduzionista, in quanto incapace di cogliere
l’interazione con altre possibili concause, quali i vincoli di natura politica e
democratica, il degrado ambientale, l’alterato rapporto fra città e campagna,
con il risultato di promuovere interventi apparentemente adeguati al momento
ma non risolutivi a medio e lungo termine.

L’insicurezza alimentare è all’origine delle periodiche carestie che colpiscono


diversi paesi, ma il termine carestia può rappresentare un concetto deviante, in
quanto induce ad associare il deficit alimentare solo ad una penuria dovuta a
cause improvvise e talvolta ingovernabili.
La FAO opera infatti una distinzione tra carestia congiunturale e carestia
strutturale. La carestia congiunturale è legata al crollo imprevisto e repentino
della infrastruttura economica, produttiva e sociale di un paese causato da uno
o più eventi eventi, quali conflitti violenti, inondazioni, siccità, crisi
finanziaria. In mancanza di un soccorso pronto e di un intervento di emergenza
le comunità colpite rischiano acute crisi alimentari che possono evolvere verso
carestie croniche.
La carestia strutturale corrisponde invece alla mancanza permanente di cibo,
all’assenza costante di una alimentazione adeguata, ed è riconducibile al
sottosviluppo generale dell’economia di un paese, a sua volta figlio di deficit

23
democratico, insufficienza di capacità produttiva e di infrastrutture oppure di
guerre civili inarrestabili. E’ la diffusa povertà in tutte le sue dimensioni,
ovvero una emergenza cronica, che richiama l’attenzione dei media quando
insorge e con il passare del tempo tende a non fare più notizia.

3. Geografia della sottonutrizione causa delle carestie

Nelle pubblicazioni specializzate ed in particolare in quelle delle agenzie ad


hoc delle Nazioni Unite viene sancito che gli Stati sono chiamati ad assumere il
ruolo di garanti della strutturazione dei sistemi alimentari al fine di assicurarne
la disponibilità, l’accesso e la stabilità. La produzione attuale di cibo a livello
mondiale è tale da soddisfare in teoria il consumo umano fino a raggiungere un
valore medio globale di 2700 calorie al giorno pro capite. E’ un dato (teorico)
incoraggiante, rapportato al fabbisogno minimo nutrizionale dell’uomo (che va
da 2400 a 2700 calorie in relazione all’età, sesso, clima e mansioni svolte) e
all’incremento del 20 per cento circa rispetto allo stesso dato del 1960,
progresso che per l’insieme dei paesi in via di sviluppo raggiunge il 30 per
cento circa. Secondo stime della FAO nelle regioni del mondo il consumo
medio supera le 2500 calorie pro capite, soglia minima media per una
alimentazione adeguata, con l’eccezione del Sud-Est asiatico e dell’Africa che
si limitano a circa 2200 calorie. A puro titolo di confronto, il livello
dell’Europa occidentale e degli USA si attesta a oltre 3400 calorie.
Appare evidente che la maggioranza delle persone soggette a malnutrizione
vive nei Sud del Mondo, cioè nei paesi in via di sviluppo che, come già
evidenziato, pur rappresentando l’ottanta per cento della popolazione del
pianeta, percepiscono il venti per cento del reddito mondiale, e il trenta per
cento vive in condizioni di assoluta povertà, definita dalla Banca mondiale
come una condizione di vita degradata da impedire il soddisfacimento dei
bisogni più elementari. Questi dati tuttavia non devono dare l’impressione che
le aree definite sottosviluppate siano una realtà omogenea. Un’analisi più
dettagliata della vulnerabilità alimentare mette in risalto che le aree di
sottosviluppo sono profondamente eterogenee per le loro caratteristiche
storiche e geografiche, i loro sistemi politici, sociali ed economici. Inoltre,
sacche di vulnerabilità esistono anche all’interno di paesi in via di sviluppo
che hanno registrato nell’ultimo decennio una crescita apprezzabile di reddito.
Alla luce dell’analisi che precede la FAO identifica come food insecure le
seguenti categorie:

a) Vittime di conflitti. Riguarda sia le persone all’interno del proprio paese in


guerra che le persone fuoruscite nel corso di conflitti;
b) Popolazioni marginali in zone urbane. Sono in maggioranza persone che
vivono nelle baraccopoli delle megalopoli, e fra esse i bambini di strada;
c) Gruppi sociali marginali. Si tratta in genere di minoranze etniche e religiose
discriminate dal potere politico ed economico;
d) Gruppi con mezzi di sussistenza precari. Sono in genere contadini senza
terre o con piccoli appezzamenti, operai agricoli stagionali, che vivono in
regioni, la cui economia di base è rappresentata dall’agricoltura, soggette a
carestie cicliche per lo più dovute a siccità e alluvioni.

24
Il continente più esposto in termini quantitativi, per una o più delle cause
cennate, all’insicurezza alimentare è l’Asia. Si stima che solo in India vivono
quasi 210 milioni di persone malnutrite (oltre il 20 per cento della
popolazione), circa 170 milioni vivono in Cina (il 12 per cento della
popolazione), e se si sommano altri paesi delle regioni Centromeridionali e del
Sud Est (Pakistan, Afganistan, Bangladesh, Nepal, Cambogia, Laos, e
Vietnam), il continente asiatico raggiunge i due terzi del numero complessivo
di persone esposte all’insicurezza alimentare (si stima che nel mondo sono
oltre 800 milioni).
Ma a volte i numeri ingannano, perché se è vero che Cina ed India ospitano
insieme circa 380 milioni di malnutriti, è l’Africa il continente dove il
problema è più grave e diffuso toccando in media quasi il 35 per cento della
popolazione.
L’insicurezza alimentare della popolazione africana affonda le radici in molti
fattori, dallo sfruttamento coloniale e l’instabilità postcoloniale al radicamento
di sistemi oligarchici, alle guerre civili, alle siccità e per ultimo all’esplosione
demografica.
Molti paesi vivono in condizioni precarie ed instabili, ma le cause che
accentuano l’insicurezza , almeno in questi ultimi decenni, sono principalmente
le continue guerre civili e le ricorrenti siccità. Secondo un recente allarme
dell’ONU, oltre 38 milioni di persone in 21 Paesi del continente africano sono
a grave rischio alimentare per via della carestia provocata dalle ultime siccità
e dalle guerre in atto (Figura 4).

Per meglio comprendere l’entità del problema analizziamo uno dei paesi
africani maggiormente esposto a ricorrenti carestie croniche, l’Etiopia. Nel
1984 essa, sconvolta dalla guerra civile in atto da metà degli anni ’70 (durata
16 anni è finita nel 1991), fu colpita da una grave carestia che causò oltre un
milione di morti. Successivamente si sono susseguiti periodi di gravi siccità
che hanno provocato distruzioni dei raccolti, evento drammatico in un paese
strutturato prevalentemente su una economia rurale. Gli interventi della
comunità internazionale, seppure cospicui, hanno di volta in volta fronteggiato
l’emergenza, senza riuscire a rompere la catena siccità – coltivazioni distrutte,
catena destinata a ripetersi in mancanza di una strategia a lungo termine che
preveda investimenti in efficienti bacini di raccolta delle acque piovane,
impianti di irrigazione, sviluppo di colture resistenti alle siccità. Nel corso del
2002 si è ripresentata una siccità di grande intensità: si stima che il paese avrà
bisogno di circa 1,5 milioni di tonnellate di aiuti alimentari solo per affrontare
l’emergenza.

4. Aids e povertà

Ad oltre venti anni dal primo caso conclamato, l’Aids ha guadagnato il triste
primato di malattia più devastante di tutti i tempi, con un pesante costo di vite
umane in tutto il pianeta. Viene collocata come quarta nella classifica
mondiale delle cause di morte, ma è ritenuta una delle principali cause di
morte in alcuni paesi del Sud Est asiatico e la prima nella regione
subsahariana.

25
26
E’ senza dubbio una delle malattie che più minaccia la salute dell’uomo, ma
minaccia anche le prospettive di sviluppo dei paesi poveri. Infatti essa colpisce
più duramente fra i poveri, scarsamente aiutati da strutture sociali o che nella
maggior parte dei casi non possono contare su alcun tipo di sostegno sociale e
sono totalmente privi di ammortizzatori economici rispetto alle altre fasce di
popolazione.

Il contagio avviene, come noto, tramite emoderivati infetti e assunzione di


droghe per via endovenosa, ma il veicolo di gran lunga predominante sono i
rapporti sessuali non protetti, e fra le malattie della sfera sessuale e riproduttiva
è quella che si diffonde più rapidamente e miete il più alto numero di vittime.
La trasmissione dell’Hiv può anche avvenire in utero, dalla madre sieropositiva
al feto.
Ad oggi, secondo i dati dell’Oms e di Unaids, circa 60 milioni di persone
hanno contratto l’Hiv, e i morti per Aids sono circa 20 milioni. Significa che
circa 40 milioni di persone convivono con il virus, persone che per grandissima
maggioranza, circa il 95 per cento, vivono nei paesi in via di sviluppo, e cioè
Africa in particolare (Figura 5).
Nel 2001, secondo recenti stime di Unaids, i nuovi contagi nella sola regione
subsahariana sono stati 3,5 milioni. La trasmissione in utero in particolare,
contribuisce all’aumento senza precedenti, in specie nei paesi poveri, della
mortalità infantile, data la rapida degenerazione della sieropositività in Aids nei
bambini e il conseguente alto numero di decessi: nel 2001 sono morti di Aids
circa 580 mila bambini sotto i 15 anni, di cui circa il 10 per cento erano
africani.
La metà dei contagi da Hiv si registra tra i giovani fra i 15 e i 24 anni, molti dei
quali non hanno accesso ai servizi di informazione e prevenzione, non sanno
nulla dell’epidemia e dei metodi con cui proteggersi. Da un rcente studio
dell’Unicef condotto in 22 paesi in via di sviluppo è emerso che almeno il 30
per cento dei giovani non aveva mai sentito parlare di Aids, e fra i conoscitori
della malattia oltre la metà del campione di adolescenti non era in grado di
citare nemmeno un metodo di prevenzione dell’Hiv.

Nei paesi in via di sviluppo l’Aids distrugge vite e mezzi di sostentamento,


cancellando decenni di progressi. Anche nei paesi industrializzati si evidenzia
una prevalenza dei contagi tra le fasce più povere, ma in nessun paese
sviluppato, neanche il più colpito, l’incidenza dell’epidemia si avvicina
lontanamente a quella del mondo povero.
La relazione tra povertà e trasmissione dell’Hiv non è semplice. Se lo fosse, un
paese ricco, almeno secondo i parametri africani, come il Sudafrica non
potrebbe essere fra i più colpiti del continente. Ma le condizioni che
accompagnano la povertà, in tutte le sue dimensioni, stimolano la diffusione
della malattia: denutrizione, livelli di salute generale bassi, condizioni di vita
insalubri, analfabetismo, ignoranza e modelli comportamentali ad alto rischio,
sevizi di salute pubblica inesistenti o insufficienti, risposta inadeguata delle
classi dirigenti ai problemi della povertà generano un terreno fertile alla
diffusione del virus.

I tassi di sopravvivenza dei malati di Aids sono bassi, ma nei paesi poveri sono
bassissimi e per le inadeguate politiche sanitarie e per le scarse possibilità di
accesso alle cure che sono costose. Da qui la lotta di molti paesi in via di

27
28
sviluppo per ottenere una riduzione dei costi dei farmaci. Ma il costo elevato
delle medicine non è la sola barriera al contenimento dell'epidemia: in
mancanza di politiche nazionali di educazione sanitaria e prevenzione è
difficile controllare e combattere l’epidemia e si apre la strada al fallimento di
tutte quelle iniziative tendenti allo sviluppo dei paesi arretrati.
Nei paesi più colpiti infatti l’epidemia sta già rallentando la crescita e l’attività
economica. Si calcola che negli anni ’90 l’Aids abbia ridotto la crescita annua
dello 0,8 per cento e si stima che nei prossimi anni la decurtazione della
crescita pro capite in questi paesi potrebbe raggiungere uno o due punti
percentuali, e nel giro di 10 anni il trend ridurrebbe le economie del 20 – 40 per
cento rispetto alle dimensioni che potrebbero raggiungere senza il flagello
dell’Aids.
Le malattie e i decessi da Aids seguono la curva del contagio da Hiv con un
ritardo di diversi anni. E’ possibile pertanto, utilizzando i dati sull’attuale
prevalenza dell’Hiv, prevedere il numero di casi di Aids conclamati, costi
sanitari e decessi in futuro. I dati ovviamente non sono privi di possibili errori,
ma la storia dell’epidemia è a questo punto sufficientemente larga da mostrare
quanto alti siano i suoi costi in vite umane ed economici. Per esempio nel 2000,
una delle imprese minerarie più importanti del Sudafrica, ha calcolato che
l’Aids aumenta il costo di produzione dell’oro in misura di circa 10 dollari
l’oncia.

5. Indicatori demografici, sociali ed economici.

La Divisione per la Popolazione delle Nazioni Unite pubblica annualmente un


rapporto sullo Stato della Popolazione nel Mondo in cui particolare attenzione
viene dedicata a quegli indicatori che meglio rappresentano le condizioni
sociali ed economiche dei Paesi del pianeta. Gli indici significativi per
comprendere lo stato di sviluppo ed i progressi dei vari paesi diffusi dal
rapporto sono molti, ma quelli che più si prestano a rappresentare le condizioni
di sottosviluppo e le dimensioni della povertà di alcuni paesi sono
principalmente il prodotto nazionale lordo, il tasso di incremento demografico,
l’indice di urbanizzazione, l’analfabetismo e lo stato della salute con riguardo
particolare alla mortalità infantile e alla diffusione dell’Aids.
Nella Tabella 2 sono evidenziati alcuni indicatori demografici e sociali
dell’Africa e dell’Asia e per ciascun continente i riferimenti a quei paesi
arretrati o avviati ad uno sviluppo apprezzabile spesso citati nei paragrafi
precedenti. Nella tabella la popolazione e l’indice di urbanizzazione si
riferiscono rispettivamente al 2002 e 2001. Il tasso di incremento demografico
indica la crescita annuale della popolazione nell’arco temporale 2000 - 2005
calcolata in base a dati statistici e stimati. L’indicatore della produttività
economica è rappresentata dal pnl (prodotto nazionale lordo) che misura il
valore dei beni e servizi finiti prodotti da residenti e non residenti in rapporto
alla popolazione totale (differisce dal pil perché, fra altri aggiustamenti,
incorpora i redditi da capitale e lavoro provenienti dall’estero). Il tasso di
analfabetismo rileva la percentuale di persone con più di 15 anni non in grado
di leggere e scrivere. La mortalità infantile esprime i decessi di bambini fino a

29
5 anni per 1000 nati vivi. La diffusione dell’Aids (riferimento 1999) rileva la
diffusione del virus Hiv/Aids nella fascia 15 – 24 anni. Infine gli aiuti esterni
misurano l’entità degli aiuti allo sviluppo erogati nel 1999 tramite agenzie di
assistenza multilaterali e bilaterali e organizzazioni non governative, per
attività connesse alla popolazione (nel 1999 i donatori hanno erogato circa
1.650 milioni di dollari, di cui il 60 per cento circa ad Asia ed Africa).
Gli indicatori riportati non vanno interpretati come fattori unici concorrenti alla
interpretazione di sottosviluppo e povertà, anzi letti in diversa ottica potrebbero
essere interpretati come effetti della povertà. Essi comunque fanno capire le
ragioni per cui nei paesi in via di sviluppo con un equilibrio precario dei
diversi parametri sociali ed economici, tensioni latenti o calamità naturali
sfociano in crisi croniche con effetti spesso devastanti.
Per poter meglio comprendere la valenza degli indicatori inclusi nella tabella è
interessante riportare anche i dati riferiti a due paesi europei, Italia e Grecia, e
confrontarli con i dati dei Paesi riportati in tabella 2: popolazione Italia 57
milioni, Grecia 11; crescita demografica Italia –0,1 per cento, Grecia 0;
prodotto nazionale lordo Italia 23.470 $ pro capite, Grecia 16.660; analfabeti
Italia 1,5 per cento, Grecia 2,5; mortalità infantile Italia 5 per mille nati vivi,
Grecia 6; diffusione di Aids Italia 0,29 / 0,26 per cento, Grecia 0,14 / 0,07.

Popolazione Tasso crescita PNL Analfabeti Mortalità Aids


(milioni) % procapite % infantile %
$ 1/1000

Italia 59 -0,1 23.470 1,5 5 0,29 / 0,26

Grecia 11 0 16.660 2,5 6 0,14 / 0,07

30
Popolazione Pop. Tasso PNL pro Analfabeti Morta Diffusione Aiuti
(milioni) Urbana crescita capite M/F lità Aids alla
% $ % Infant. M/F popolaz.
%o % $.000
AFRICA 832 38 3,8 138 481291

Etiopia 66 16 4,6 660 51 / 66 182 4,40 / 7,72 24731

Kenia 32 34 4,6 1010 10 / 21 153 6,01 / 15,56 35108

Mozambico 19 33 5,1 800 38 / 69 224 6,13 / 14,17 17790

Somalia 10 28 5,8 185

Tanzania 37 33 5,3 520 15 / 31 113 3,55 / 8,06 30502

Uganda 25 15 5,7 1210 21 / 44 159 1,99 / 4,63 37394

Zambia 11 40 2,7 750 14 / 26 143 8,07 / 21,00 17092

Angola 14 35 4,8 1180 206 2,23 / 5,74 5569

Camerun 15 50 3,6 1590 16 / 28 132 5,44 / 12,67 1759

Congo(Rep.De) 54 31 4,9 6 / 19 128 2,93 / 5,91 1837

Sudan 37 37 4,7 1520 29 / 51 122 1,08 / 3,14 4255

Costa d’Avorio 17 44 3,0 1500 43 / 58 137 2,92 / 8,31 4667

Ghana 20 36 3,1 1910 18 / 34 100 1,36 / 2,97 22323


Nigeria 120 45 6,0 800 75 / 91 210 16693

ASIA 3767 38 2,7 70 415124

Cina 1294 37 3,2 3920 8 / 22 41 0,16 / 0,1

Cambogia 14 18 5,9 1440 20 / 40 109 0,1 / 2,5 21363


Laos 5 20 4,6 1540 140 2104

Vietnam 80 25 3,1 2000 4 / 18 44 0,3 / 0,2 17039

Bangladesh 143 26 4,3 1590 47 / 69 92 89494

India 1041 28 2,3 2340 32 / 59 85 0,3 / 0,7 57247

Nepal 24 12 5,1 1370 38 / 74 104 0,3 / 0,3 25073

Pakistan 149 33 3,5 1860 41 / 70 128 28144

Tabella 2 – Indicatori demografici, sociali ed economici

31