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Prima lezione
di retorica

Editori Laterza
© 2011, Gius. Laterza & Figli

Prima edizione 2011

www.laterza.it

Questo libro è stampato


su carta amica delle foreste, certificata
dal Forest Stewardship Council

Proprietà letteraria riservata


Gius. Laterza & Figli Spa,
Roma-Bari
Finito di stampare
nel luglio 2011
SEDIT - Bari (Italy)
per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
ISBN 978-88-420-9623-8

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ai danni della cultura.
Prima lezione di retorica
I
Ab ovo

Ciò che si qualifica come retorico


in quanto mezzo di un’arte cosciente
era già in atto come mezzo di un’arte
inconscia nella lingua e nella sua
formazione: la retorica altro non è
se non un perfezionamento degli artifici
già presenti nella lingua. Non esiste
affatto una «naturalezza» non-retorica
della lingua alla quale ci si potrebbe
appellare: la lingua stessa è il risultato
di accorgimenti altamente retorici.
Friedrich Nietzsche1

1. Dalle origini
La proverbiale espressione latina ab ovo inalberata
nel titolo rimanda o al cibo o al mito. Sul piano del

1 
Friedrich Nietzsche, Gesammelte Werke, Musarion Ausgabe,
München 1922, vol. V, pp. 297-298. La citazione è tratta dal corso di
retorica tenuto dall’Autore nell’inverno 1872-1873.
Dove non è altrimenti specificato, le traduzioni dei passi citati
sono mie.
­4 Prima lezione di retorica
mito, la forma canonica gemino ab ovo («dal doppio
uovo») si riferiva ai parti gemellari di Leda amata da
Zeus in forma di cigno e si prestava a evocare vicende
primordiali. Riguardo al cibo, il richiamo era alla por-
tata iniziale di un pasto, di cui la frutta rappresentava
la conclusione. Ab ovo usque ad mala («dall’uovo alla
frutta»), come si legge in Orazio2, era un modo di dire
buono per essere trasposto dall’uso gastronomico al
senso più generale «dal principio alla fine».
Rispetto all’attività verbale, iniziare ab ovo una nar-
razione di fatti o vicende significa ancora oggi pren-
dere l’avvio dalle fasi più remote: «incominciare da
Adamo ed Eva», luogo comune di cui sembrerebbe
difficile immaginare un seguito di stile alto. Eppure
questo stereotipo, nel racconto che un Maestro della
linguistica italiana, Benvenuto Terracini, ha intessuto
sulle origini del linguaggio, si è prestato a dare adito
allo sviluppo di un pensiero che sale di grado in gra-
do fino alla poetica evocazione della «voce di Dio»:

Non si allarmino i miei ascoltatori se incomincio da


Adamo ed Eva: da Eva in particolare, la prima creatura
che nel racconto della Genesi fa uso della parola quando
spiega al serpente la condizione dell’Eden: «de fructu li-
gnorum quae sunt in paradiso vescimur...» con quel che
segue. Ma a Dante non pare secondo ragione che una don-
na, e per giunta la «praesumptuosissima Eva», abbia per
prima fatto uso della parola ed argomenta che, se dopo
il peccato l’uomo inizia il suo discorso con un sospiroso
«heu», è logico che in stato di innocenza la sua prima pa-
rola sia stata «El», cioè il nome stesso di Dio; invocazione

2
  Satire, I, 3, 6-7.
I. Ab ovo ­5
o risposta della creatura appena creata al suo Fattore, gri-
do di gioia e di riconoscenza. Ed ecco Dante immaginare
il primo dialogo fra l’uomo e la voce di Dio indistinta e
possente, come la voce del tuono, del vento, delle acque3.

Sembra inevitabile, accennando alle origini del


linguaggio, imbattersi in racconti mitologici, o affac-
ciarsi alla sfera del divino. Detto in modo piuttosto
fantasioso, questo attesterebbe il miracolo originario
della comunicazione tra gli esseri umani: il prendere
coscienza dell’altro, e di sé come distinto dall’altro,
e delle enormi possibilità dovute alla capacità e ai
mezzi di mettersi in reciproco contatto o conflitto.
Nelle fasi storicamente attestate di azioni e rela-
zioni umane, gli usi della parola ci appaiono regolati,
sottoposti via via a codificazioni e a restrizioni. Per
rimanere nell’ambito circoscritto della cultura euro-
pea, il «significar per verba» si organizzò in quello che
nella lingua italiana si disse ‘discorso’ inteso come ra-
gionamento; dove discorrere valeva «ragionare». Ve-
locità e agilità lo distinguevano quando problemi di
ardua soluzione erano affrontati dall’esigua minoran-
za di quelli «che nelle cose difficili discorron bene»,
come scrisse Galileo:

Ma più dico che anco nelle conclusioni delle quali non


si potesse venire in cognizione se non per via di discorso,
poca più stima farei dell’attestazioni di molti che di quella

3
  Benvenuto Terracini, Vita del linguaggio e linguaggio della vita,
Atti dell’Accademia delle Scienze di Torino, vol. 97, Torino 1962, pp.
40-56 (citazione a p. 40); ora in: I segni la storia, a cura e con Intro-
duzione di Gian Luigi Beccaria, Sigma/saggi, Guida, Napoli 1976,
pp. 105-120.
­6 Prima lezione di retorica
di pochi, essendo sicuro che il numero di quelli che nelle
cose difficili discorron bene, è minore assai che di quei che
discorron male. Se il discorrere circa un problema difficile
fusse come il portar pesi, dove molti cavalli porteranno
più sacca di grano che un caval solo, io acconsentirei che i
molti discorsi facesser più che uno solo; ma il discorrere è
come il correre, e non come il portare, ed un caval barbero
solo correrà più che cento frisoni4.

La varietà degli atteggiamenti mentali negli eser-


cizi del parlare e del comprendere è tale e tanta che
sarebbe vano tentare di occuparsene qui. Registrerò
soltanto la tendenza a rivendicare contro la forza del
razionalismo il potere di un’immaginazione che pog-
gi istintivamente sul non detto, come pare di inferire
dal seguente stralcio:

Forse la mente umana ha la tendenza a respingere le as-


serzioni. [...] Diceva Ralph Waldo Emerson: le argomen-
tazioni non convincono. Non convincono perché sono
presentate in quanto tali. Le consideriamo, le soppesia-
mo, le rivoltiamo e le respingiamo. Ma, quando una cosa
viene semplicemente detta o, meglio ancora, accennata, in
qualche modo la nostra immaginazione la accoglie. Siamo
pronti ad accettarla. Ricordo di aver letto, [...] anni fa, i
lavori di Martin Buber e, allora, pensai che erano poesie
bellissime. Poi [...] scoprii [...] che Martin Buber era un
filosofo e che tutta la sua filosofia era racchiusa nei libri che
avevo letto come poesia. Forse avevo accettato quei libri
perché mi erano arrivati attraverso la poesia, attraverso la

4
  Galileo Galilei, Il Saggiatore, edizione critica e commento a cura
di Ottavio Besomi e Mario Helbing, Antenore, Roma-Padova 2005,
p. 274.
I. Ab ovo ­7
suggestione, attraverso la musica della poesia, e non come
argomentazioni5.

Ci stiamo allontanando solo in apparenza dal te-


ma delle origini di ciò che si intende per retorica.
Dove ispirazione poetica e organizzazione logica del
discorso hanno battuto vie o intrecciate o concorren-
ti. Del resto l’intento persuasivo che è apparso fin dai
più lontani inizi come costitutivo dell’arte del parlare
ha calcato anche i territori dell’irrazionale.

2. Che cosa intendiamo per ‘retorica’?


Difficile dare una definizione univoca della retorica,
sia che la esaminiamo come complesso di dottrine, di
tecniche, di pratiche discorsive, sia che ci limitiamo,
esagerando riduttivamente, a collocarla alla superficie
dei modi di esprimersi e dei relativi risultati. Secondo
uno specialista fra i più autorevoli, Marc Fumaroli,
la retorica sfugge a una «vera» definizione perché è
altrettanto «fluida, mutevole e feconda quanto lo è
il suo oggetto: la persuasione»6. Il modo migliore di
definire oggi questa disciplina multiforme sarebbe

mostrarla quale si è manifestata in epoche relativamente


vicine e genealogicamente legate alla nostra, quando essa

5
  Jorge Luis Borges, L’invenzione della poesia. Le lezioni america-
ne, a cura di Calin-Andrei Mihailescu, trad. it. di Vittoria Martinetto
e Angelo Morino, Mondadori, Milano 2001, p. 34.
6
  «C’est un ensemble réflexif aussi flou, mouvent et fécond que
son objet: la persuasion»: Marc Fumaroli (a cura di), Histoire de la
rhétorique dans l’Europe moderne (1450-1950), PUF, Paris 1999, Pré-
face, p. 2.
­8 Prima lezione di retorica
beneficiava ancora di uno statuto pedagogico eminente e
al tempo stesso era la matrice della riflessione su tutto ciò
che lega reciprocamente gli uomini: le forme degli scambi
orali e scritti, le forme delle arti7.

Espediente felice per assorbire – e recuperare – il


passato remoto nel passato prossimo della disciplina.
È sempre Fumaroli a osservare che l’odierna divisio-
ne del lavoro tra specialisti, espressione del moderno
esprit de géométrie, ha preferito, sconcertata da

questa chimera che coniuga in un medesimo organismo


vivente la theoria e l’ergon, [...] demonizzare una tale ma-
niera di abitare intelligentemente il ‘linguaggio in atto’
anziché vedervi una delle conquiste più ardite dell’esprit
de finesse8.

In ogni epoca sia i cultori sia i detrattori della re-


torica, in Europa, hanno sentito il bisogno di rifarsi
agli antecedenti storici, e fino all’antichità classica,
perché è qui che i concetti base sono stati elaborati,
ed è qui che hanno avuto inizio le negazioni e le con-
danne. Ogni svolta degna di nota ha preso l’avvio da
un confronto con l’antica Madre: ne sono scaturiti

7
  «La meilleure manière de definir la rhetorique [...] est de la
montrer telle qu’elle s’est manifestée, dans des époques relativement
proches de la nôtre, en tout cas généalogiquement liées à la nôtre,
où elle bénéficiait encore d’un statut pédagogique éminent, mais où
elle était aussi la souche mère de la réflexion sur tout ce qui relie les
hommes entre eux: les formes du commerce oral et écrit, les formes
des arts»: ivi, p. 3.
8
  «cette chimère qui conjugue dans un même organisme vivant la
theoria et l’ergon [...]. [On a préféré] diaboliser cette manière d’ha-
biter intelligemment la parole plutôt que d’y voir une des conquêtes
les plus hardies de l’esprit de finesse»: ivi, p. 2.
I. Ab ovo ­9
sia gli sviluppi conseguenti alle adesioni, sia i rifiuti,
le scissioni, le innovazioni frutto degli atteggiamenti
conflittuali.
Dottrine, tecniche e relative precettistiche rap-
presentano le fasi della riflessione, dell’elaborazione
concettuale: operazioni esterne rispetto alla facoltà
di sviluppare un ragionamento a fini persuasivi, di
esprimersi in modo efficace, congruente con le pro-
prie intenzioni, appropriato alla situazione, atto a
far accettare idee, punti di vista, proposte, interpre-
tazioni della realtà e relative decisioni, conforman-
dosi alle disposizioni dell’uditorio. Tale facoltà ha
avuto, ab antiquo, un nome e una caratterizzazione.
È ­l’eloquenza, come capacità naturale e come abilità
acquisita.
In quanto capacità naturale è manifestazione di
ciò che si può intendere come «retorica interna al
parlare»: i procedimenti organizzativi del discorso,
le scelte espressive e comunicative, incluso il silenzio.
Per ricordare solo uno degli aspetti di quest’ultimo,
cioè la potenza evocativa di un ‘tacere’ che fa intuire
assai di più di una narrazione esplicita delle vicende
che sono lasciate inferire, ci rifaremo a campioni di
grande letteratura:

quel giorno più non vi leggemmo avante9.


Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno10.
La sventurata rispose11.

9
  Inferno, V, 138.
10
  Inferno, XXXIII, 75.
11
  I promessi sposi, X, 83.
­10 Prima lezione di retorica
Come abilità acquisita, l’eloquenza è frutto di
studio e pratica di quella che chiamerei «retorica
esterna», cioè del complesso di dottrine e di precet-
ti elaborato per descrivere e per regolare i procedi-
menti discorsivi a cui abbiamo appena accennato: per
mostrare come funzionano nei casi esemplari (quelli
che hanno i requisiti per essere presi a modelli), per
renderne espliciti i principi e le condizioni, per fissare
le norme d’uso dei mezzi di persuasione. Le due enti-
tà (interna ed esterna) sono indistinte nella coscienza
comune, ma ognuna è teoricamente ben distinguibile
dall’altra; come lo è la grammatica in quanto sistema
delle regole che permettono a una lingua di funzio-
nare, rispetto alla grammatica come descrizione di
tali regole.
II
La lunga vita della retorica occidentale

1. Nascita e fondamenti
I primordi di quella che abbiamo chiamato «retorica
interna» risalgono al costituirsi del linguaggio verbale
come capacità di organizzare il pensiero, di comuni-
care intenti e bisogni. Risalgono agli albori del vivere
civile, dunque; alle prime manifestazioni di culture
ove i rapporti interpersonali e i modi di agire sugli
altri trovarono mezzi adeguati negli usi della lingua1.
Testimonianze letterarie, nei poemi omerici, le
contese verbali tra gli eroi, l’eloquenza persuasiva
dei consiglieri, il potere del discorso che vince sulla
forza delle armi. Fra le attestazioni storiche, l’obbligo
dell’autodifesa sancito da Solone (VII-VI secolo a.C.)
per tutti gli imputati. Ne seguì l’incremento dell’atti-
vità di coloro che redigevano per conto terzi le pero-
razioni giudiziarie, ed erano i logografi.

1
  Nel corso del presente capitolo ho riportato episodicamente, con
modifiche e integrazioni, passi del mio articolo Retorica, pubblicato in
«Nuova Informazione Bibliografica», 1, gennaio-marzo 2004, pp. 55-77.
­12 Prima lezione di retorica
Quanto alla retorica «esterna», questa avrebbe avu-
to inizio con la codificazione avvenuta, secondo una
tradizione tenace, a partire dai primi decenni del V
secolo a.C. nella Magna Grecia e in Sicilia. Qui si af-
fermarono i caratteri originari delle tecniche retoriche
in due aspetti fondamentali: uno, l’arte di difendersi e
di attaccare nelle controversie giudiziarie e nei dibattiti
politici. Ne furono ritenuti gli iniziatori Corace e Tisia,
che avrebbero fornito alle pratiche del contendere un
metodo e una tecnica. L’altro aspetto, di ascendenza
pitagorica, rientrava nell’alveo di una tradizione, a cui
diede credito lo stesso Aristotele, che indicava in Em-
pedocle di Agrigento (V secolo a.C.), filosofo in fama di
mago, il fondatore della retorica; di una retorica iden-
tificata con l’uso della parola come magia trascinatrice
degli animi, fomite di reazioni emotive anziché di ade-
sione razionale; incantamento e fascinazione, medicina
dell’anima per effetto della politropia: l’arte di trovare
tipi diversi di discorsi per i diversi tipi di ascoltatori,
come si guariscono i pazienti con rimedi adatti alle
condizioni e alle predisposizioni di ciascuno. Riguardo
all’interpretazione dell’epiteto polýtropos, si deve ad
Augusto Rostagni2 l’analisi di passi del filosofo greco
Antistene (secoli V-IV a.C.) giunti a noi per vie diverse.
Come il seguente frammento:

Se dunque i sapienti sono abili nel parlare e sanno il


medesimo pensiero esprimere in molti modi – katà polloùs
trópous –, possono bene [...] chiamarsi polýtropoi. [...]. Per

2
  Nel saggio Un nuovo capitolo nella storia della retorica e della
filosofia, in Id., Scritti minori I: Aesthetica, Bottega d’Erasmo, Torino
1955, pp. 1-59.
II. La lunga vita della retorica occidentale ­13
questo Omero dà ad Ulisse, come a sapiente, l’epiteto di
polýtropos perché sapeva con gli uomini conversare in molti
modi. Così si narra che anche Pitagora, invitato a tenere
discorsi ai fanciulli, componesse per essi discorsi fanciul-
leschi (lógoi paidikoí), e per le donne adatti a donne, e per
gli arconti arcontici, e per gli efebi efebici. Poiché trovare
il modo di sapienza conveniente a ciascuno è proprio della
sapienza. Invece è segno di ignoranza adoperare un’unica
forma di discorso con coloro che sono variamente disposti3.

La retorica occidentale fu creazione della civiltà


degli antichi Greci. Furono determinanti per il suo
fiorire lo sviluppo della polis e l’affermarsi della de-
mocrazia. Le contese politiche e i dibattiti su que-
stioni di interesse comune provocarono nei singoli e
nelle fazioni contrapposte la volontà di conquistarsi il
favore delle assemblee. Ne furono fortemente impli-
cati l’esercizio della libertà di parola e la fiducia nella
forza della persuasione.

2. Retorica e filosofia
La filosofia fu terreno di coltura per l’arte del par-
lare e per le riflessioni sul suo valore conoscitivo e
pedagogico. Diversi e contrastanti gli atteggiamenti
e i risultati. Alla grande stagione della sofistica fa ri-
scontro la condanna platonica in nome del primato
dell’episteme (scienza e conoscenza, certezza della
verità) sulla doxa (l’opinione, l’ostentata apparen-
za della verità). Nel dialogo giovanile Gorgia, il più
aspramente antiretorico e antisofistico, Platone im-

3
  Ivi, p. 6.
­14 Prima lezione di retorica
puta alla persuasione retorica l’indifferenza per la
materia del contendere:

non c’è nessun bisogno che la retorica conosca i contenuti;


le basta avere scoperto una certa qual tecnica di persuasio-
ne, sì da potere apparire ai non competenti di saperne di
più dei competenti (459b-c).

Questa presunta arte o tecnica è solo un’abilità


empirica,

poiché non ha nessuna razionale comprensione della na-


tura delle cose cui si riferisce [...]: ecco perché non sa di
ciascuna cosa indicare la causa (465a).

Ma nel Fedro, frutto della maturità platonica sotto


l’influenza pitagorica, il filosofo in base all’antitesi tra
l’essere e il sembrare distingue la vera dalla falsa reto-
rica. Quella vera, come ha spiegato Garin, è «capace
di condurre l’ascoltatore alla verità e di rendere la
verità operante nell’ascoltatore»4.
Nell’insuperata sistemazione del suo maggior teo-
rico, Aristotele, la retorica fu contrapposta alla logica
sulla base del contrasto fra vero e verosimile, fra epi-
steme e doxa: fra le conclusioni necessarie e inconfu-
tabili delle argomentazioni logiche e le conclusioni
probabili e confutabili a cui miravano le argomenta-
zioni retoriche. Si deve ad Aristotele la teoria dei tre
tipi di discorso o «generi» della retorica:
– il genere deliberativo: discorsi tenuti nelle as-

4
  Eugenio Garin, A proposito della «Nouvelle Rhétorique»: carat-
teri e compiti della filosofia, in Le istituzioni e la retorica, «Il Verri»,
35/36, 1970, p. 101.
II. La lunga vita della retorica occidentale ­15
semblee chiamate a decidere su questioni politiche
(legislative, amministrative, economiche, militari);
– il genere giudiziario: requisitorie e difese in cau-
se civili e penali;
– il genere epidittico: discorsi di elogio e di bia-
simo (panegirici specialmente, e invettive, critiche,
riprovazioni ecc.).
Dei tre generi fu quello giudiziario a servire di
modello per la trattazione delle parti di cui doveva
constare un discorso ben costruito: si riteneva che chi
sapesse dominare una situazione processuale sarebbe
stato certamente in grado di destreggiarsi in qualsiasi
altra occasione.
Quando sparirono le condizioni per il libero dibat-
tito politico, nella Roma imperiale come in Grecia, i
discorsi deliberativi divennero puro esercizio scola-
stico e si trovarono a partecipare del carattere fittizio
– di finzione letteraria – proprio del genere epidit-
tico. Del resto, anche l’insegnamento della retorica
giudiziaria proponeva, accanto allo studio dei testi
dei grandi oratori, controversie su questioni inventa-
te su esempi tratti dalla mitologia e dalle letterature
classiche. Le pratiche retoriche vennero sempre più a
somigliare a esercitazioni letterarie. Si dedicò la mas-
sima cura all’espressione, mettendo in primo piano
quell’intento che Aristotele aveva riservato ai discorsi
epidittici: mostrare la bravura di chi parlava, perché,
in occasione di tali discorsi, il giudizio del pubbli-
co verteva esclusivamente sul talento dell’oratore.
Nel corso dei secoli, nell’avvicendarsi di scuole
di pensiero con le relative applicazioni esegetiche e
pedagogiche delle dottrine antiche, si articolarono
due atteggiamenti opposti. L’uno risaliva al rifiuto
­16 Prima lezione di retorica
platonico, archetipo di ogni denigrazione o ridimen-
sionamento della retorica; l’altro era legato alla giusti-
ficazione aristotelica, sottesa a tanta parte del corpus
imponente degli studi retorici, fino all’affermarsi del-
le ragioni che, alla metà del Novecento, hanno deter-
minato la nascita della «nuova retorica» come teoria
dell’argomentazione.
L’intero percorso della disciplina appare segnato
da opposizioni e demarcazioni fra ambiti e procedure,
a cominciare dalle controverse relazioni con la dia-
lettica. Aristotele l’aveva collocata in parallelo con la
retorica, mentre gli Stoici consideravano le due disci-
pline come opposti tronconi della logica. Cicerone,
più interessato agli effetti persuasivi dell’oratio che
alle condizioni formali di validità dei ragionamenti
(materia dell’analitica), arrivò ad anteporre la retorica
alla dialettica. E a considerare la prima come com-
plementare alla filosofia nella formazione dell’oratore
e nel rafforzamento dei tre fondamentali elementi di
prova aristotelici: l’ethos (l’insieme delle qualità intel-
lettuali e morali dell’oratore), il logos (il ragionamen-
to, lo sfruttamento razionale delle prove) e il pathos
(la capacità di agire sui sentimenti degli ascoltatori).
All’oratore, dunque, erano ugualmente essenziali la
sapienza, di cui si nutre il logos, e l’esperienza, costitu-
tiva dell’ethos e condizione per attuare efficacemente
il pathos. Sono di stampo ciceroniano, nell’imponen-
te sistemazione dottrinale e pedagogica che il retore
spagnolo Marco Fabio Quintiliano5 compì nel primo
secolo dell’era volgare, le numerose dimostrazioni

5
  Quintiliano, Institutio oratoria, edizione con testo a fronte e cura
di Adriano Pennacini, Einaudi, Torino 2001.
II. La lunga vita della retorica occidentale ­17
della forza dell’eloquenza che scaturisce dalle intime
sorgenti del sapere (ex intimis sapientiae fontibus). Ba-
sti una sola citazione dal libro XII, cap. 2, 5:

tutti i concetti dell’equità, della giustizia, della verità, del


bene e dei loro contrari fanno parte degli studi dell’oratore
e [...] i filosofi allorché difendono questi valori mediante la
parola usano le armi dei retori, e non le proprie6.

3. Un’esistenza contrastata
Il diffondersi del cristianesimo segnò un’età di con-
trasti e di svolte speculative. In questo clima l’ethos
dell’oratore si annullava nella trascendenza. Sant’A-
gostino, che prima della conversione era stato mae-
stro insigne di retorica, assegnò a questa un valore
solo strumentale rispetto alla propagazione del mes-
saggio cristiano. Ne discese una delle tendenze della
disciplina nell’Alto Medioevo: la sua sottomissione
alla teologia, al giudizio di legittimità o di illegittimità
in riferimento al suo mirare alla verità cristiana o al
trascurare tale obiettivo.
La storia della retorica occidentale si intreccia con
quella della filosofia, della letteratura, delle istituzioni
politiche, giuridiche e delle ideologie; con la cateche-
si cristiana; con gli sviluppi della teologia, del diritto,
dell’ars dictandi (l’epistolografia), dei generi poetici.
Importante osservare come nel Medioevo venga me-
no l’insegnamento classico della retorica

6
  «[Lucius Crassus] cuncta quae de aequo iusto vero bono deque
iis quae sunt contra posita dicantur propria esse oratoris adfirmat, ac
philosophos, cum ea dicendi viribus tuentur, uti rhetorum armis, non
suis».
­18 Prima lezione di retorica
come arte che si applica alla prosa, ben distinta dalla poesia
[...]. Nel mondo classico [...] era chiaro come l’oggetto del-
la retorica fosse prima di tutto l’oratoria, nelle sue varietà:
quella forense o giudiziaria, quella politica o deliberativa,
quella celebrativa o epidittica. Nel Medioevo l’interesse
per una retorica unicamente legata all’oratoria politica o
giudiziaria si attenua a vantaggio dell’applicazione a campi
diversi della prosa, soprattutto le epistole, e anche i versi. È
una novità che era stata in qualche modo preparata già dalla
cultura classica: fin dalla Retorica di Aristotele [...] molti
esempi di figure retoriche e di moduli stilistici erano stati
illustrati con l’aiuto di citazioni tratte da testi poetici, cioè
con versi, soprattutto con quelli di Omero [...]. Fin dalle
origini, dunque, nella retorica, c’era il seme di una sovrap-
posizione con la poesia e con la poetica. Nel Medioevo il
legame tra questi due diversi àmbiti si fece stretto7.

Da notare sia l’originalità dell’incompiuta opera


dantesca De vulgari eloquentia, che presenta la trat-
tazione retorica come indispensabile premessa alla
teorizzazione delle tecniche poetiche, sia la manca-
ta influenza di questo trattato sui contemporanei di
Dante, presso i quali fu scarsamente noto8.
Nei programmi medievali il ruolo primario asse-
gnato alla caratterizzazione classica degli stili o genera
elocutionis si fondava sulle costanti stilistiche e lingui-

7
  Cito dall’importante innovativo libro di Claudio Marazzini, Il
perfetto parlare. La retorica in Italia da Dante a Internet, Carocci, Ro-
ma 2001, pp. 39-40.
8
  Per le questioni qui solo fugacemente toccate si raccomandano,
oltre al citato volume di Marazzini, la Nota al testo di Pier Vincenzo
Mengaldo al De vulgari eloquentia, nelle Opere minori di Dante, vol.
V, tomo II, Ricciardi, Milano-Napoli 1979; e Andrea Battistini, Ezio
Raimondi, Le figure della retorica. Una storia letteraria italiana, Ei-
naudi, Torino 1990.
II. La lunga vita della retorica occidentale ­19
stico-pedagogiche affermatesi, già a partire dall’an-
tichità, con le distinzioni a vari livelli tra la povertà
espressiva (inopia) e l’elegante semplicità originata
dalla padronanza dei mezzi compositivi, dal culto
dell’espressione essenziale sfociante in un genere sti-
listico: la brevitas.
La presenza della retorica è vitale per il configurarsi
della cultura umanistica, per i variegati percorsi delle
humanae litterae nelle età rinascimentale e barocca,
nell’affermarsi della scienza, con detrimenti e rina-
scite nel secolo dei lumi fino al grande naufragio tra
Otto e Novecento e alla «risurrezione e dispersione»9
dalla metà del Novecento in poi.
Da segnalare, nel XVI secolo, la grande scissione
sancita da Pierre de la Ramée (Petrus Ramus) all’in-
terno delle artes logicae tra dialectica (o logica) e rhe-
torica. La seconda fu ridotta a due delle sue cinque
tradizionali parti, cioè alla elocutio e alla pronuntiatio,
mentre l’inventio e la dispositio erano inglobate nel-
la dialettica, e alla memoria veniva attribuito il ruolo
strumentale di ordinare le idee nella composizione del
discorso. Fu la prima grande e pericolosa restrizione
dell’antica ‘scienza del linguaggio e arte del parlare’ a
dottrina e a precettistica dei modi di esprimersi: ridu-
zione delle competenze alla coltivazione delle forme
esteriori estranea ai congegni del ragionamento, alle
basi filosofiche e giuridiche, ai temi e ai procedimenti
dell’argomentare. Ciò che si qualificava come retorico
era relegato alla superficie, era ritenuto non il nucleo e

9
  È questo il titolo del cap. 7 del volume di Marazzini, Il perfetto
parlare, cit. qui alla nota 7.
­20 Prima lezione di retorica
l’essenza del linguaggio, ma una sua incrostazione: ar-
tificio manierato e superfluo, non prodotto di un’arte
inconscia (di quella unbewusste Kunst di cui avrebbe
ragionato Nietzsche) alle radici stesse dell’esprimersi.
La retorica di scuola, divenuta studio delle forme
e dei modelli letterari, si concentrò sull’analisi delle
figure, intese prevalentemente come ingredienti sti-
listici. Delle loro funzioni non solo ornamentali, ma
anche e in vario grado costitutive del funzionamento
delle lingue, si occuparono i grandi retori, da Bernard
Lamy (1688) a César Chesneau Du Marsais (il cui
Traité des tropes, 1730, ebbe un prestigio enorme),
a Nicolas Beauzée (Grammaire et litterature, 1782-
1786), a Pierre Fontanier (Les figures du discours,
1827-1830, che valsero all’autore, con una certa en-
fasi, il titolo di «Linneo della retorica»)10.
In posizione del tutto originale, e controcorrente
rispetto alle convinzioni dominanti al suo tempo, si
pone Giambattista Vico (Principi di Scienza nuova,
17443). Per lui i tropi (metafora, metonimia, sined-
doche) non sono nati da «ingeniosi retruovati degli
scrittori», ma si devono intendere come modi neces-
sari di «spiegarsi il mondo». Il loro senso è «proprio
e naturale»; fra tutti la metafora, «la più necessaria
e la più frequente» delle figure, è quella che meglio
appare allacciata al mito; quella che meglio esprime
il «vero poetico» su scala universale11.

10
  Per gli autori e gli argomenti qui appena indicati rinvio alle am-
pie trattazioni storico-teoriche che si leggono nell’imponente Histoire
de la rhétorique dans l’Europe moderne (1450-1950), diretta da Marc
Fumaroli, PUF, Paris 1999, pp. 823-943.
11
  Di carattere didascalico è il trattato di Vico Institutiones orato-
riae [1711-1738], ora curato da Giuliano Crifò, Istituto Suor Orsola
II. La lunga vita della retorica occidentale ­21
4. La retorica rifiutata
I romantici furori antiretorici di fine XIX secolo
(prend l’éloquence et tord-lui le cou) favorirono l’e-
saltazione della «naturalezza» espressiva (mito desti-
nato a lunga vitalità sotto le varie incarnazioni dello
spontaneismo) contro la ricercatezza di un’elabora-
zione fondata su modelli e precetti dell’arte.
In Italia, nelle condizioni sociali e politiche in cui
nel tardo Ottocento si riproponeva la non mai sopi-
ta questione della lingua, si faceva strada l’esigenza
di una scrittura non artefatta, più aderente alle cose
da dire che ai modelli consacrati da una tradizione
vetusta. Reazione inevitabile alle vuote artificiose esi-
bizioni a cui si erano ridotte e degradate da secoli,
in una parte almeno delle lettere italiane, le pratiche
dell’antica arte del parlare, relegate a cosmesi stili-
stica di superficie. Reazione all’«antichissimo cancro
della retorica», stigmatizzato dal fondatore della dia-
lettologia italiana, Graziadio Isaia Ascoli, per il quale
«l’eccessiva preoccupazione della forma» e la «scarsa
densità della cultura» costituivano il «doppio inciam-
po» al formarsi di una lingua nazionale unitaria12.
Si noti che l’uso del termine retorica in accezione

Benincasa, Napoli 1989. Nella ricca bibliografia di studi vichiani se-


gnalo qui il ben documentato volume di Stefania Sini, Figure vichia-
ne. Retorica e topica della «Scienza nuova», Edizioni universitarie di
Lettere Economia Diritto (LED), Milano 2005.
12
  La memorabile posizione di Ascoli riguardo alla «questione
della lingua» è sostenuta nel Proemio al primo fascicolo dell’«Archivio
Glottologico Italiano» (1873), ripubblicato in Scritti sulla questione
della lingua, a cura e con Introduzione e Nota bibliografica di Cor-
rado Grassi, Giappichelli, Torino 1968; e in seguito presso Einaudi,
Torino 1975.
­22 Prima lezione di retorica
negativa (registrata per la prima volta nel dizionario
Tommaseo-Bellini del 1865-1879) era diventato co-
mune nella cultura italiana solo dalla metà dell’Otto-
cento in poi. Alessandro Manzoni aveva ancora potu-
to contrapporre una «rettorica discreta, fine, di buon
gusto» a una malamente esorbitante, rozza, goffa
quale era quella dell’anonimo autore della storia che
egli si apprestava a raccontare in forma di romanzo.
Il rifiuto della retorica come degenerazione del
linguaggio fu tutt’uno con la condanna di una disci-
plina i cui apparati parvero inaccettabili. Ma questo
non impedì a cultori di lingua, a scrittori e poeti som-
mi (basti ricordare Leopardi) di avere ben chiara la
consapevolezza di quanto regole e costrizioni fossero
necessarie al manifestarsi del vigore creativo. Per dir-
lo con Baudelaire:

il est évident que les rhétoriques et les prosodies ne sont


pas des tyrannies inventées arbitrairement, mais une col-
lection de règles réclamées par l’organisation même de
l’être spirituel. Et jamais les prosodies et les rhétoriques
n’ont empêché l’originalité de se produire distinctement.
Le contraire, a savoir qu’elles ont aidé l’éclosion de l’ori-
ginalité, serait infiniment plus vrai13.

  Charles Baudelaire, Salon de 1859, in Œuvres complètes, Galli-


13

mard, Paris 1975, t. II, p. 1043: «è evidente che le retoriche e le proso-


die non sono affatto tirannie inventate arbitrariamente, ma sono una
collezione di regole reclamate dall’organizzazione stessa dell’essere
spirituale. E mai le prosodie e le retoriche hanno ostacolato l’origi-
nalità dell’esprimersi con raffinata eleganza. È infinitamente più vero
il contrario, cioè che esse hanno aiutato lo sbocciare dell’originalità»
[trad. mia].
II. La lunga vita della retorica occidentale ­23
5. La retorica giustificata
Sui legami tra l’ermeneutica, arte e scienza dell’inter-
pretare, e l’antica arte della produzione del discorso (e
del dialogo, come già aggiungeva Nietzsche, conside-
rando il parallelismo aristotelico tra retorica e dialet-
tica) Ezio Raimondi ha scritto pagine suggestive. Ha
mostrato come Nietzsche avesse cominciato

a scoprire che, forse, la natura del linguaggio e del nostro


discorso è eminentemente retorica proprio perché non
vive di verità assoluta ma di assenza di verità, essendo le
immagini, le metafore, i modi e le forme d’espressione,
non lo specchio della realtà ma una sua trasformazione,
trasfigurazione e, al limite, falsificazione14.

Se il linguaggio non riproduce ma trasforma la


realtà poiché la interpreta, quando addirittura non
la reinventa, allora i fattori soggettivi reclamano una
parte preminente: una bella rivincita sull’oggettivi-
smo sbandierato dalla scienza, e in particolare dalla
linguistica, di fine Ottocento. La presenza del sogget-
to comporta nell’agire comunicativo la corrispettiva
presenza di un interlocutore o di un uditorio: erano
queste le basi della retorica aristotelica, che sui tre
elementi costitutivi – chi parla, chi ascolta o interlo-
quisce, ciò di cui si ragiona – aveva modellato i tipi di
discorso e la triade delle prove (ethos, pathos, logos).
Con l’andare del tempo l’unità del sistema che
costituiva l’antica scienza del linguaggio si è frantu-

14
  Ezio Raimondi, La retorica d’oggi, il Mulino, Bologna 2002,
p. 16.
­24 Prima lezione di retorica
mata. Fratture e specializzazioni hanno privilegiato
ora l’uno ora l’altro aspetto: ad esempio, alla metà
del Novecento la cosiddetta letterarizzazione desti-
nata a sfociare nella «retorica ristretta» di cui parlava
Genette; ed era la progressiva riduzione a teoria dei
traslati in cui prese corpo l’importante filone delle
neoretoriche linguistico-letterarie.
E contemporaneamente la risurrezione della reto-
rica come teoria dell’argomentazione, nei due prin-
cipali e differenti modelli, usciti nello stesso anno (il
1958) e recepiti in Italia con un certo scarto tempo-
rale l’uno dall’altro. Sono il Traité de l’argumentation.
La nouvelle rhétorique (PUF, Paris 1958), di Chaïm
Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, tradotto in italia-
no nel 1966 (presso Einaudi, con prefazione di Nor-
berto Bobbio); e The Uses of Argument, di Stephen
E. Toulmin (Cambridge University Press, London
1958), tradotto in italiano solo nel 1975 (presso Ro-
senberg e Sellier, Torino).
È stata, questa, una tappa capitale nella vita del-
la retorica. Ha determinato un nuovo modo di in-
tendere la natura e i compiti dell’antica arte del dire
nel momento in cui i suoi tratti originari riappari-
vano nella loro necessità. Nata come disciplina del
ragio­namento sotteso alla facoltà del comunicare e
del contendere, la retorica vedeva potenziate le sue
autentiche prerogative, mentre anche la sistemazione
delle «figure» era regolata dal riconoscimento del va-
lore argomentativo di ciascuna15.

15
  Una convincente rassegna dello stato attuale degli studi retorici
posteriori a Perelman e a Toulmin è il volume miscellaneo a cura di
Adelino Cattani, Paola Cantù, Italo Testa e Paolo Vidali, La svolta
II. La lunga vita della retorica occidentale ­25
6. Una retorica «molteplice»
La caratterizzazione migliore della disciplina nella
varietà delle sue prerogative è quella, proposta da
Raimondi, di «retorica molteplice», che con il sistema
classico mirabilmente unitario ha stabilito altrettanti
agganci quanti sono i rivoli in cui questo si è fram-
mentato. A conti fatti è stata una diaspora fruttuosa:
la divisione si è identificata con una moltiplicazione
di campi e di competenze. Il costo è stato ed è alto,
se lo calcoliamo in termini di perdita di specificità
o addirittura di identità disciplinare quando si tenta
di delimitare il dominio di ciò che si intende per ‘re-
torica’, o quando la nozione di ‘retorico’ può essere
considerata genericamente intercambiabile con quel-
la di ‘discorsivo’. Si è prestata attenzione ai rapporti
tra metodi della ricerca scientifica e procedimenti
organizzativi del discorso. Il rigore delle procedure
di scoperta non esclude, anzi richiede la capacità da
parte dello scienziato di formulare le idee in modo
efficace, nel giusto intento di mostrare al suo uditorio
virtuale (la comunità scientifica) che le proprie teorie
sono corrette e valide. Paradigmi riconosciuti, negli
antecedenti storici più prestigiosi, le originali strate-
gie argomentative, gli stratagemmi verbali, le auda-
cie espressive di scienziati come Galileo, la cui verve
polemica esercitata contro la retorica inconsistente
degli aristotelici fece scuola. Nella seconda metà del
Novecento si arrivò a dichiarare la pervasività della
retorica in ogni manifestazione della lingua e della

argomentativa. 50 anni dopo Perelman e Toulmin, Loffredo, Napoli


2009.
­26 Prima lezione di retorica
comunicazione. Considerarla come una delle scienze
linguistiche era ritenuto riduttivo da chi la assumeva
quale punto di vista globale sulla cultura e principio
di conoscenza. Retorica come alleata della filosofia:
nuova indagine sulla verità, nel modo in cui l’aveva
intesa, nella sua «rivalutazione», Ernesto Grassi, ac-
cantonando la contrapposizione tra episteme e doxa,
tra Verità e Persuasione16.
Alla riabilitazione novecentesca della retorica so-
no stati attribuiti diversi precursori. Antoine Com-
pagnon, ad esempio, li ha indicati in Nietzsche, Jean
Paulhan e Kenneth Burke. Di Burke17, Compagnon
mette in rilievo la centralità assegnata al linguaggio
nell’interazione umana, e il ricorso «alla sociologia,
all’antropologia, alla psicanalisi, alla filosofia, alla poe­
tica» nell’applicare le analisi agli oggetti più svariati:
dai testi letterari, filosofici, politici, fino alla gestualità
e a manifestazioni della vita quotidiana. Il potere di
«fare presa» (l’appeal) sui destinatari è, per Burke,
la molla essenziale della comunicazione. Ma per cat-
turare le persone a cui ci si rivolge bisogna «identi-
ficarsi» con loro; le diverse maniere per raggiungere
tale identificazione sono appunto l’oggetto della re-
torica. Tutto ciò, conclude Compagnon, «fa di questa
nuova retorica della vita sociale un anello importante
verso le neoretoriche»18. Cioè verso quella che, se-

16
  Ernesto Grassi, Potenza dell’immagine. Rivalutazione della re-
torica, Guerini e Associati, Milano 1989.
17
  Kenneth Burke, A Rhetoric of Motives, University of California
Press, Berkeley 1974 [1950].
18
  Antoine Compagnon, La réhabilitation de la rhétorique au XXe
siècle, in Marc Fumaroli (a cura di), Histoire de la rhétorique cit., pp.
1261-1282.
II. La lunga vita della retorica occidentale ­27
condo Reboul, è stata ed è attualmente l’estensione
a tutte le forme moderne di persuasione, ivi compre-
se la poesia, le produzioni non verbali (per esempio,
le immagini in manifesti pubblicitari di propaganda
commerciale, o politica, o riguardante manifestazioni
culturali ecc.), ove «il pathos ha la meglio sul logos»19.
Più ricco il panorama tracciato da Marazzini (nel
cap. 7 del volume citato qui alla nota 7) per rispon-
dere alla domanda «dov’è andata la retorica». Oltre
alle persistenze nelle sedi canoniche degli studi let-
terari, filologici, storici, filosofici, ove i principi e gli
strumenti dell’antica disciplina sono tema di ricerca
e oggetto di applicazione, lo studioso passa in rasse-
gna l’oratoria forense, la manualistica per la scrittura,
la comunicazione aziendale e istituzionale, i discor-
si e i dibattiti politici, i procedimenti argomentativi
nell’universo delle discipline scientifiche, i linguaggi
di Internet. Le forme sono eterogenee come le occa-
sioni che ne causano il sussistere, ma gli intenti che
le sottendono si possono ricondurre ad atteggiamenti
di lunga data: la tensione verso l’efficacia persuasiva;
la volontà di dimostrare la validità di una tesi oppure
la debolezza o l’inaccettabilità di una tesi contraria; il
ritrovamento di parametri su cui valutare fatti e com-
portamenti; le vie per motivare consensi o dissensi
trovando per ogni circostanza lo stile confacente di
pensiero e di espressione.
Se si richiamano alla mente le branche della ricer-
ca che si spartiscono il dominio di quella che fu la re-

19
  Olivier Reboul, Introduction à la rhétorique. Théorie et pratique,
PUF, Paris 19942 (trad. it. Introduzione alla retorica, a cura di Gabriel-
la Alfieri, il Mulino, Bologna 1996, pp. 101-108).
­28 Prima lezione di retorica
torica classica e postclassica, si può constatare come
i congegni retorici insiti nel parlare riguardino campi
diversi del sapere. Sembrerebbe di dover ammettere
l’esistenza odierna non di una ma di più ‘retoriche
esterne’. E non sembra vano stabilire gli agganci, al-
meno i più evidenti, tra ciò che è ora e ciò che è stato
il tesoro degli apporti che si possono ricondurre a
un’origine comune, tenendo conto innanzi tutto delle
relazioni fra le discipline: per esempio, le relazioni fra
retorica e grammatica.

7. Retorica e grammatica
Nel programma pedagogico che aveva avuto nella
Institutio oratoria di Quintiliano la sistemazione più
chiara e ricca di avvenire, le competenze e i compiti
didattici del retore erano stati separati e messi a uno
stadio superiore dell’insegnamento rispetto a quelli
del grammatico. Ma nel IV secolo, nell’Ars grammati-
ca di Elio Donato, l’analisi degli accorgimenti retorici
occupò una parte secondaria nell’esposizione delle
regole grammaticali.
Separazioni e graduatorie disciplinari hanno avu-
to per lo più risvolti didattici: dalle delimitazioni me-
dievali tra le arti del trivio all’articolato modello edu-
cativo della ratio studiorum gesuitica. È nel dominio
delle precettistiche del parlare e dello scrivere che
il rapporto fra le pratiche discorsive e la loro rego-
lamentazione fu avvertito con la maggiore consape-
volezza. Uno degli incentivi al nascere della retorica
come scienza produttrice di un’arte saldamente re-
golata era stata infatti fin dalle origini l’opportunità
II. La lunga vita della retorica occidentale ­29
di fornire un corredo di nozioni, di norme e di espe-
dienti a chi volesse esprimersi in modo efficace e per-
suasivo, cioè essere eloquente. Ne era derivata la bi-
partizione (e insieme l’interdipendenza) di rhetorica
utens (l’impiego dei mezzi di persuasione) e rhetorica
docens (l’analisi prescrittiva dei medesimi). Non fu
così per la grammatica coeva. Se volessimo tracciare
un parallelo a posteriori, potremmo dire che questa
fu intesa costituzionalmente come docens.
Alla luce delle riflessioni (meta)linguistiche nove-
centesche è lecito rilevare il carattere polisemico dei
termini grammatica e retorica. Ciascuna delle due de-
nominazioni può essere usata per designare sia le rego-
le come insiemi degli elementi e delle relazioni secondo
cui l’attività verbale si organizza internamente a diversi
livelli (regole insite nella lingua), sia la descrizione di
tali regole, individuate e costruite dal di fuori, donde
vengono pure le eventuali prescrizioni riguardo al mo-
do di applicarle o di insegnarle. Secondo le teorie e i
punti di vista adottati, variano le concezioni tanto dei
dispositivi interni all’attività del comunicare (che co-
stituiscono la grammatica implicita nella competenza
dei parlanti, e la retorica che abbiamo detto ‘interna’)
quanto dei modi di darne conto dall’esterno (mediante
la grammatica esplicita e la retorica ‘esterna’).

8. Retorica come linguistica del discorso


Nella seconda metà del Novecento si fece strada in
zone dello strutturalismo letterario e della semiotica
l’intento (o l’illusione?) di collocare in una prospet-
tiva globalizzante la varietà dei modi di comunicare.
­30 Prima lezione di retorica
Si proponeva la formazione di una «neoretorica» co-
me una «semiotica del discorso, di tutti i discorsi»,
secondo la convinzione manifestata da Genette nei
primi anni Settanta. Prima di lui Barthes, richiaman-
dosi all’autorità di linguisti quali Benveniste, Harris,
Ruwet, aveva affermato l’urgenza di una nuova, e
non meglio precisata, «linguistica del discorso» che
occupasse il posto tenuto anticamente dalla retori-
ca. Successivamente, e sul versante semiotico, Jurij
Lotman avrebbe assegnato alla retorica la prerogati-
va di comprendere sia le regole della costruzione del
discorso, su un livello superiore e non omologabile
a quello della frase, sia la «poetica del testo», con il
compito di occuparsi di molteplici codici interagenti,
della comunicazione multimediale eccetera20.
Ciò che sembra caratterizzare stabilmente i temi e
i compiti degli ambiti di ricerca così delineati è l’ap-
partenenza al livello del ‘discorsivo’, sede di entità
transfrastiche e pragmatiche. Lo teorizza persua-
sivamente Claudia Caffi, chiarendo sul piano della
sistemazione dottrinale il rapporto fra la retorica e
la pragmatica «aree del sapere dai confini incerti e
dall’assetto variabile». Due sono i modi per trattare
tale rapporto:

il primo è di vedere entrambe come discipline epistemolo-


gicamente affini e storicamente in successione e di istituire
dei legami tematici fra di loro o loro parti. [...] Il secondo

20
  Cfr. Gérard Genette, La retorica ristretta, in Id., Figure III. Di-
scorso del racconto, trad. it., Einaudi, Torino 1976, pp. 17-40; Roland
Barthes, L’ancienne rhétorique, aide-mémoire, «Communications»,
16, 1970 (trad. it. La retorica antica, Bompiani, Milano 1972); Jurij
Lotman, Retorica, in Enciclopedia, vol. XI, Einaudi, Torino 1980.
II. La lunga vita della retorica occidentale ­31
modo è di pensare alla retorica non solo, per così dire, in
estensione, ma anche in profondità: non solo come bloc-
co disciplinare e catalogo, ma come sterminato inventario
di meccanismi della discorsività che alla base configura-
no un’immagine problematica del soggetto che prende la
parola. Il soggetto modello della retorica è un soggetto
con una sua progettualità manipolativa diversificata, sia
essa giocata sul piano razionale dell’argomentazione o su
quello più irriflesso della seduzione emotiva e psicagogi-
ca. [...] In ogni caso, il soggetto modello della retorica,
analogamente a quello della pragmatica, è un soggetto a
intermittenze, potremmo dire a gradi di retoricità (e di
seduzione emotiva)21.

Dal punto di vista pragmatico, dunque, è ancora


il pathos a dominare la scena del dramma comunica-
tivo.
Nell’area delle indagini sui fenomeni transfrastici,
la grammatica del discorso separata dalla grammatica
della frase ma interrelata a questa rappresenta, se-
condo alcuni, qualcosa di simile a ciò che un tempo
si indicava sotto le etichette di stilistica e di retorica.
Fra i compiti di quest’ultima come scienza dei modi
di comunicare ci sarebbe anche quello di spiegare il
valore figurato degli enunciati, gli «effetti speciali»
della lingua. Secondo l’opinione più diffusa, perché
ben radicata nella tradizione degli studi letterari e
linguistici, questo sarebbe il compito specifico della
retorica, disciplina ‘dedicata’ all’analisi degli effetti
di senso ottenuti attraverso particolari accorgimenti
linguistici. Tema di fondo il ‘parlar figurato’, di cui

21
  Claudia Caffi, La mitigazione. Un approccio pragmatico alla co-
municazione nei contesti terapeutici, LIT, Münster 2001, pp. 148-149.
­32 Prima lezione di retorica
non è certo un problema intuire l’esistenza. I proble-
mi nascono quando si cerca di dire chiaramente che
cosa è «parlar figurato» e in rapporto a che cosa e con
quali criteri stabiliamo che lo è.
È noto che su tale argomento si sono spuntate mol-
te armi di teoria retorica. In campo letterario l’ipotesi
dello scarto mette la retorica, sulle orme instabili della
stilistica, nella scomoda posizione di dover risponde-
re a quesiti sfocianti in una circolarità prevedibile già
in partenza. Come asseriva qualche decennio fa Dan
Sperber:

Il discorso figurato devia... da che cosa, appunto? Dal


discorso grammaticalmente corretto? Le figure abbonda-
no negli enunciati più indiscutibilmente grammaticali. Dal
discorso ordinario? Questo è pieno di figure. Allora da
quel ‘grado zero’ che [...] non si definisce – tautologica-
mente – se non per l’assenza di valore figurato22.

Secondo Sperber lo scarto, se c’è, è tra diversi li-


velli di rappresentazione concettuale del testo, per-
ché «la figura [...] è una funzione sia del testo, sia
delle conoscenze condivise». Si potrebbe dire allora
che ogni figura retorica è una figura di pensiero. Le
particolarità fonologiche, sintattiche e semantiche
agiscono come «focalizzatori supplementari» del
meccanismo per mezzo del quale si interpretano

22
  Dan Sperber, Rudiments de rhétorique cognitive, in «Poétique»,
23, 1975, pp. 389-415: «Le discours figural s’écarte... de quoi au juste?
Du discours grammatical? Les figures abondent dans les énoncés les
plus indiscutablement grammaticaux. Du discours ordinaire? Il est
plein de figures. Alor de ce ‘degré zero’ qui [...] ne se definit – tauto-
logiquement – que par l’absence de figuralité» (p. 414).
II. La lunga vita della retorica occidentale ­33
come tali le figure. Sperber parla di un «dispositivo
retorico» che si applicherebbe agli enunciati per sele-
zionare il senso che deve essere assegnato ad ognuno
in una data situazione, in base all’enciclopedia (cono-
scenza del mondo, delle convenzioni culturali ecc.) e
agli eventuali sottintesi. Ma in molti casi

la rappresentazione concettuale di un enunciato sotto for-


ma di un insieme di proposizioni, senso e sottintesi, non
esaurisce il suo oggetto, lascia un residuo [...]. L’enunciato
[...] suggerisce o evoca qualcosa di più, che non può essere
dedotto logicamente. In tal caso intervengono non solo la
grammatica e l’enciclopedia, ma anche il simbolismo: si ha
a che fare con un enunciato figurato23.

La retorica tradizionale, classica e postclassica, ha


sminuzzato in classificazioni ossessive i congegni di
cui constano le figure. E questo le ha permesso, se
non altro, di individuare particolarità lessicali, sin­
tattiche, fonetiche ritenute fuori dalle competenze
della grammatica antica; anche se poi non ha avuto
i mezzi per riconoscere sovrapposizioni e confusioni
di strutture. Le ha permesso soprattutto di afferrare
varianti stilistiche, in nome del principio che sta alla
base della teoria dell’elocutio: il principio della licen-
tia, della deroga consentita alle leggi della grammati-
ca. Quando le fu affidato il compito di governare e in-

23
  «La représentation conceptuelle d’un énoncé sous la forme
d’un ensemble de propositions, sens et sous-entendus, n’épuise pas
son objet, laisse un résidu [...]. L’enoncé [...] suggère ou évoque
quelque chose de plus, qui ne peut pas être logiquement déduit. Dans
ce cas interviennent non seulement la grammaire et l’encyclopédie,
mais aussi le symbolisme. On a affaire à un énoncé figural» (ivi, p.
390).
­34 Prima lezione di retorica
segnare il parlare ornato come veicolo di persuasione
opposto al linguaggio ordinario, la retorica funzionò
prevalentemente come stilistica24.

24
  Alle opere indicate nelle note precedenti si aggiungano, per la
storia della retorica: Renato Barilli, Poetica e retorica, Mursia, Milano
1969-1984; Heinrich Lausberg, Handbuch der literarischen Rhetorik,
Max Hueber, München 19732; Id., Elementi di retorica, trad. it., il
Mulino, Bologna 1969; James J. Murphy, Rhetoric in the Middle Ages,
University of California Press, Berkeley-Los Angeles 1974 (trad. it. La
retorica nel Medioevo. Una storia delle teorie retoriche da s. Agostino al
Rinascimento, Liguori, Napoli 1983); Gérard Genette, La rhétorique
des figures, Introduzione a Pierre Fontanier, Les figures du discours,
Flammarion, Paris 1977, pp. 5-17; Brian Vickers, In Defence of Rhe-
toric, Oxford University Press, Oxford 1988 (trad. it. Storia della
retorica, il Mulino, Bologna 1994); Michel Meyer, Questions de rhéto-
rique: langage, raison et séduction, Librairie Générale Française, Paris
1993; Id., Principia Rhetorica. Une théorie générale de l’argumenta-
tion, Fayard, Paris 2008. Sui rapporti della retorica con le discipline
limitrofe: Carla Marello, Aspetti illocutori e perlocutori della retorica,
in Federico Albano Leoni e M. Rosaria Pigliasco (a cura di), Retorica e
scienze del linguaggio, Bulzoni, Roma 1979, pp. 25-35; Isabella Poggi,
Introduzione alla comunicazione multimediale, Carocci, Roma 2006;
Federica Venier, Il potere del discorso. Retorica e pragmatica lingui-
stica, Carocci, Roma 2008; Ead., Per un superamento della dicotomia
«langue/parole»: sentieri paralleli e intersezioni di retorica, linguistica
testuale e pragmatica, in Anna-Maria De Cesare e Angela Ferrari (a
cura di), Lessico, grammatica e testualità nell’italiano scritto e parlato,
in «Acta Romanica Basiliensia», 18, 2007, pp. 9-52; Angela Ferrari,
Grammatica, testo e «stylistique de la langue», ivi, pp. 53-73.
III

Dentro il sistema classico

Premessa
Nei paragrafi in cui si articola il presente capitolo so-
no distribuiti gli elementi essenziali di una ­rassegna
del­le parti – con le reciproche relazioni interne – del­
l’imponente complesso di cui si sono intravisti fi­nora
singoli aspetti, mentre si cercava di delineare indi-
spensabili rapporti interdisciplinari tra l’oggetto prin-
cipe del lavoro e alcuni degli elementi di ­contorno.
Nella retorica classica la produzione dei testi orali
e scritti fu disciplinata in cinque grandi sezioni. Ori-
ginariamente in numero di quattro (inventio, dispo-
sitio, elocutio, pronuntiatio/actio), queste passarono
a cinque con l’aggiunta della memoria nella prima
opera retorica scritta in latino: la Rhetorica ad He-
rennium, databile fra l’86 e l’82 a.C.1, ove le singole

1
  Quest’opera, in quattro libri, dapprima attribuita erroneamente
a Cicerone e in seguito a un retore di nome Cornificio, condivise con il
De inventione di Cicerone la prerogativa di essere la principale fonte
di conoscenza della retorica nel Medioevo.
­36 Prima lezione di retorica
parti sono elencate e definite come altrettante abilità
richieste all’oratore:

Le qualità che non devono mancare in un oratore so-


no la capacità d’invenzione, di disposizione, di eloquio,
di memoria e di dizione. L’invenzione è la capacità di
trovare argomenti veri o verosimili che rendano la causa
convincente. La disposizione è l’ordinamento e la distri-
buzione degli argomenti; essa indica il luogo che ciascu-
no di essi deve occupare. L’eloquio è l’uso delle parole e
delle frasi opportune in modo da adattarsi all’invenzione.
La memoria è la tenace presenza nel pensiero degli argo-
menti, delle parole e della loro disposizione. La dizione è
la capacità di regolare in modo gradito la voce, l’aspetto,
il gesto2.

Nel De inventione (55 a.C.) di Cicerone le stes-


se etichette designano le partizioni della disciplina.
Nell’Institutio oratoria di Quintiliano, infine, i com-
piti dell’oratore appaiono chiaramente distinti dalla
sistemazione teorica dei loro oggetti:

parlar bene è cosa dell’oratore, ma la scienza del parlar


bene sarà la retorica: o (come altri pensano) la persuasione
è dell’artefice, mentre il potere della persuasione è dell’ar-

2
  «Oportet igitur esse in oratore inventionem, dispositionem,
elocutionem, memoriam, pronuntiationem. Inventio est excogitatio
rerum verarum aut veri similium, quae causam probabilem reddant.
Dispositio est ordo et distributio rerum, quae demonstrat, quid quibus
locis sit conlocandum. Elocutio est idoneorum verborum et sententia-
rum ad inventionem adcommodatio. Memoria est firma animi rerum
et verborum et dispositionis perceptio. Pronuntiatio est vocis, vultus,
gestus moderatio cum venustate» (Cornifici Rhetorica ad C. Heren-
nium, Introduzione, edizione critica e commento a cura di Gualtiero
Calboli, Pàtron, Bologna 1969; 2a ed. 1993, I, 2, 3).
III. Dentro il sistema classico ­37
te retorica. Così trovare gli argomenti e disporli possono
sembrare cose proprie dell’oratore, mentre invenzione e
disposizione della retorica3.

E poiché

ogni discorso oratorio [...] è costituito di idee e di parole:


per quanto riguarda le idee si deve considerare l’invenzio-
ne, per le parole la forma espressiva, per le une e per le
altre la disposizione; la memoria le deve abbracciare tutte,
l’azione oratoria valorizzarle4.

Le parti più soggette a elaborazioni sistematiche


sono state, per lunga tradizione, l’inventio, la dispo-
sitio e specialmente l’elocutio. Alla prima compete-
va essenzialmente trovare e progettare il contenu­
to del discorso; alla seconda l’organizzazione degli
argomenti; alla terza il piano dell’espressione. Tra-
smesse al Medioevo e alle età successive, determi­
narono non solo la conformazione dell’oratoria ci-
vile e sacra, ma anche le procedure del comporre
in prosa.

3
  «Nam bene dicere est oratoris, rhetorice tamen erit bene di-
cendi scientia: vel (ut alii putant) artificis est persuadere, vis autem
persuadendi artis. Ita invenire quidem et disponere oratoris, inven-
tio autem et dispositio rhetorices propria videri potest» (Institutio
oratoria – d’ora in poi Inst. orat. –, III, 3, 12). L’edizione recente di
riferimento è la seguente: Quintiliano, Institutio oratoria, edizione
con testo a fronte e cura di Adriano Pennacini, Einaudi, Torino
2001.
4
  «...orationem porro omnem constare rebus et verbis: in rebus
intuendam inventionem, in verbis elocutionem, in utraque conlo-
cationem, quae memoria complecteretur, actio commendaret» (ivi,
VIII, Proemio, 6).
­38 Prima lezione di retorica
1. L’inventio
Inventio, da invenire «trovare», è la ricerca e la scel-
ta degli argomenti adatti a rendere attendibile una
tesi. Il suo dominio nella trattatistica antica fu vasto,
essenziale all’economia dell’intero sistema. La fun-
zione assegnata da Aristotele alla retorica («vedere i
mezzi di persuasione riguardo a ciascun argomento»)
richiedeva, per essere attuata, una dilatazione dei
campi di indagine di volta in volta dipendente dalle
diverse e variabili circostanze del contendere e delle
materie in questione.
Appartenevano all’inventio la descrizione delle
tecniche per dimostrare la validità di una tesi e per
confutare le opinioni contrarie; la trattazione dei te-
mi e delle nozioni fondamentali nel settore a cui il
discorso si riferiva (l’ambito giuridico, per il genere
giudiziario; le varie scienze, la morale, la letteratura,
e via discorrendo, per gli altri generi e tipi di compo-
sizione); l’elenco dei «luoghi comuni» (in latino loci;
in greco tópoi): principi generalmente accettati su cui
basare il ragionamento volto a giustificare un’asser-
zione, validi in circostanze e ambiti svariati del sapere
e della comunicazione, e non «propri» o specifici di
un singolo settore; di qui l’attributo di comuni.

Ad esempio, in un enunciato come «Questo discor-


so non mi persuade perché è pieno di contraddizioni»,
il motivo («l’essere pieno di contraddizioni») con cui
si giustifica la dichiarazione («questo discorso non mi
persuade») è basato sul principio, rispondente a un’o-
pinione comunemente ammessa, per cui un eccesso di
contraddizioni limita o annulla la forza persuasiva di ciò
che si dice.
III. Dentro il sistema classico ­39
1.1. I tópoi o loci
Il termine topos (plurale tópoi) fu introdotto da Aristo-
tele come tecnicismo della dialettica, con il senso di area
concettuale da cui trarre le premesse per i sillogismi,
dialettici e retorici. Secondo Perelman e Olbrechts-
Tyteca5 i tópoi fanno parte delle «basi dell’argomenta-
zione»: sono le premesse generali, per lo più implicite,
sottese a scelte e ad asserzioni da giustificare. Corri-
spondono alle «idee ricevute» su cui è fondata l’adesio-
ne a determinati valori, che qualificano la mentalità di
gruppi sociali rispetto ad altri di opposte convinzioni.
Al catalogo dei tópoi trasmesso dall’antichità clas-
sica al Medioevo e oltre appartengono i loci o argu-
menta a persona («argomenti tratti dalla persona») e
a re («dalla materia di cui si tratta»), che compren-
dono la causa, il luogo, il tempo, il modo, i mezzi
ecc.6. Nell’insegnamento retorico tale catalogo fu
considerato un sussidio indispensabile al comporre
e all’esercizio della memoria. Si consolidò l’idea dei
luoghi come scomparti di un magazzino dove gli ar-
gomenti si trovano disposti e a disposizione di tutti7.

5
  Chaïm Perelman, Lucie Olbrechts-Tyteca, Traité de l’argumen­
tation. La nouvelle rhétorique, PUF, Paris 1958 (trad. it. Trattato del­
l’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, Torino 1966).
6
  Cfr. Heinrich Lausberg, Handbuch der literarischen Rhetorik,
Max Hueber, München 19732, vol. II, pp. 201-220; Leonid Arbusow,
Colores rhetorici. Eine Auswahl rhetorischer Figuren und Gemeinplätze
als Hilfsmittel für akademische Übungen an mittelalterlichen Texten,
Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 1963, pp. 82-123. Per le sintesi
parzialmente riprodotte qui rinvio a Bice Mortara Garavelli, Manuale
di retorica, Bompiani, Milano 201012 [1997], pp. 78-88 e passim; Ead.,
Tópos, in Dizionario di linguistica e di filologia, metrica e retorica, diret-
to da Gian Luigi Beccaria, Einaudi, Torino 19962, s.v.
7
  Cfr. Roland Barthes, L’ancienne rhétorique, aide-mémoire, in
­40 Prima lezione di retorica
Cristallizzati in modelli, i loci communes potevano
essere inseriti ciascuno in appositi programmi. Degli
uni e degli altri diamo qui un frammentario elenco:
a) il programma dell’esordio, con il topos dell’af-
fettazione di modestia, funzionale a quello della cap-
tatio benevolentiae;
b) il topos del ricorso a massime e proverbi;
c) il programma della dichiarazione della causa
scribendi «il motivo per cui si scrive», da cui dipen-
deva un grappolo di tópoi: dedica, meriti del dedica-
tario, invocazione alla divinità ecc.;
d) la formula della brevità, collegata a tópoi quali
«poche delle molte cose che potrei/dovrei dire» ecc.
Così all’uso argomentativo dei loci si sovrappone-
va l’impiego dei medesimi come formule classifica-
bili, in quanto costanti di contenuto codificate. Tali
sono i tópoi o loci sviluppati dal Medioevo in poi in
tematiche letterarie, intorno a «concetti ricorrenti in
determinate circostanze del discorso»8. Ricordiamo:
• il topos del locus amoenus, nella rappresentazio-
ne di campagne con prati fioriti, boschetti, ruscelli,
in descrizioni di luoghi associate agli stereotipi della
piacevolezza, dell’evasione in ambienti naturali acco-
glienti ecc. Due brevi esempi:
– da un classico della letteratura italiana:

«Communications», 16, 1970 (trad. it. La retorica antica, Bompiani,


Milano 1972).
8
  Così Giovanni Pozzi, nell’eccellente saggio Temi, tópoi, stereoti-
pi, in Letteratura italiana, diretta da Alberto Asor Rosa, III/I. Le forme
del testo. Teoria e poesia, Einaudi, Torino 1984, pp. 391-436 (citazione
a p. 393). Fondamentale Ernst Robert Curtius, Europäische Literatur
und Lateinisches Mittelalter, Franke, Bern 1948 (trad. it. Letteratura
europea e Medio Evo latino, La Nuova Italia, Firenze 1992).
III. Dentro il sistema classico ­41
Non si destò fin che garrir gli augelli / non sentì lieti e
salutar gli albori, / e mormorar il fiume e gli arboscelli, / e
con l’onda scherzar l’aura e co i fiori9.

– dal libretto di un’affascinante opera lirica:

Qui mormora il ruscel, qui scherza l’aura, / Che col


dolce susurro il cor ristaura. / Qui ridono i fioretti e l’erba
è fresca; / Ai piaceri d’amor qui tutto adesca10.

Aggiungiamo, fra i molti che nella tradizione let-


teraria europea hanno caratterizzato scuole e movi-
menti:
• il topos della «lode del buon tempo andato» uni-
ta al rammarico per la nequizia del presente;
• il topos medievale del puer senex, applicato a chi
fin da ragazzo dimostra la saggezza di una persona
matura.
Lo studio dei loci letterari inaugurato da Curtius
è connesso a quello dei temi e dei motivi; in generale
alle analisi di idee e contenuti caratterizzanti generi
e forme letterarie. Si aggiunga che le attuazioni dei
tópoi non sono solo affidate alle arti verbali: si pensi
agli esiti pittorici del locus amoenus; e, sia pure su
diversi livelli di attuazione e di fruizione, agli sfrut-
tamenti pubblicitari di stereotipi dalle matrici più
svariate.
Dal De inventione ciceroniano la trattatistica me-
dievale ricavò l’elenco delle «circostanze» (la cui in-

9
  Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, VII, 5, vv. 1-4.
10
  Lorenzo Da Ponte, Le nozze di Figaro, atto IV, scena IV, vv.
21-24.
­42 Prima lezione di retorica
venzione fu attribuita a Ermagora ): una doppia serie
11

di attributi e delle relative domande, volta a verificare


la presenza delle condizioni necessarie alla compiu-
tezza dell’esposizione. Ne diamo un veloce schema:

1. persona: quis? (chi?) // 2. factum: quid? (che cosa?)


// 3. causa: cur? (perché?) // 4. locus: ubi? (dove?) // 5.
tempus: quando? (quando?) // 6. modus: quemadmodum?
(in che modo?) // 7. facultas: quibus adminiculis? (con
quali mezzi o aiuti?).

Le circostanze ebbero notevole fortuna nella cul-


tura medievale:

appartengono infatti contemporaneamente al dominio


della retorica, dell’etica, dell’esegesi e della letteratura pe-
nitenziale. Rifacendosi alla retorica greca e a quella latina,
l’ars rhetorica medievale insisterà a lungo sul valore delle
circostanze: dal De rhetorica dello Pseudo Agostino, al De
differentiis topicis di Boezio, dai testi di Isidoro e di Al-
cuino, fino al commento al De inventione di Cicerone di
Teodorico di Chartres nel XII secolo [...], le circostanze
saranno sempre considerate un aspetto fondamentale del-
la tecnica dell’argomentazione retorica12.

11
  Ermagora di Temno, retore greco (metà del II secolo a.C.),
della cui opera, perduta, sono stati ricostruiti i lineamenti attraverso le
citazioni di autori posteriori (Cicerone, Quintiliano, sant’Agostino).
È sua la classificazione dei discorsi giudiziari fondata sulla nozione di
stasis (in latino, status causae): determinazione della questione su cui
verte la causa. Si rimanda a Lucia Calboli Montefusco, La dottrina
degli «status» nella retorica greca e romana, Olms-Weidmann, Hil-
desheim 1986.
12
  Carla Casagrande, Silvana Vecchio, I peccati della lingua. Disci-
plina ed etica della parola nella cultura medievale, Istituto della Enci-
clopedia Italiana, Roma 1987, p. 75.
III. Dentro il sistema classico ­43
2. La dispositio
Alla descrizione delle tecniche per dimostrare la va-
lidità di una tesi e per confutare le opinioni contrarie
era essenziale la definizione delle parti del discorso
persuasivo. I retori latini ritennero di pertinenza
dell’inventio tale argomento, che nella teoria aristote-
lica era trattato invece – e giustamente – nell’ambito
della seconda sezione della retorica: la dispositio «di-
sposizione o ordinamento della materia». Elementi
canonici:
a) le articolazioni del testo;
b) le strutture organizzative del testo: inizio, svi-
luppi, epilogo;
c) la disciplina dell’espressione: l’ordine delle pa-
role nelle frasi e delle frasi nei periodi.
Esemplificheremo i tre punti su passi di autori (e
su generi di scrittura) appartenenti a epoche diverse.
Si noterà come possano variare, in italiano, gli schemi
della dispositio conformemente ai tipi e agli sviluppi
del ragionamento. La scelta degli esempi sarà dovuta
prevalentemente alle cosiddette «agnizioni di lettura»:
richiami memoriali di produzioni di età diverse, non
in quanto rappresentative di generi o di maniere, ma
quali testimonianze delle risorse di una lingua che nel-
le sue molteplici incarnazioni storiche e nelle infinite
varianti – letterarie, scientifiche, colloquiali eccetera –
sa essere duttile e anche sovranamente imprevedibile.
Al punto a) possiamo riferire il seguente lacer-
to di una traduzione della Metafisica di Aristotele,
ove l’asserzione enunciata in [A] viene giustificata
dall’argomento addotto in [B], che conduce alla
conclusione [C]:
­44 Prima lezione di retorica
[A] In realtà, coloro che per primi hanno amato la sa-
pienza ritennero per la maggior parte che i princìpi nell’a-
spetto della materia fossero i soli princìpi di tutte le cose.
[B] Difatti ciò da cui sono costituite tutte le cose che sono,
e ciò da cui da principio esse nascono, e ciò in cui da ulti-
mo esse periscono – mentre la sostanza permane, ma muta
nelle affezioni – è appunto ciò che dicono essere elemento
e ciò che dicono essere principio delle cose che sono; [C]
e per questo ritengono che nulla nasca né si distrugga, in
quanto tale natura è preservata sempre13.

I punti a) e c) possono essere richiamati a pro-


posito dell’impostazione di un ragionamento su serie
compatte di opposizioni, come nel seguente passo di
Machiavelli:

Tutti gli stati, tutti e dominii che hanno avuto et hanno


imperio sopra gli uomini, sono stati e sono o republiche o
principati. E principati sono o ereditarii [...] o sono nuovi.
E nuovi, o e’ sono nuovi tutti, come fu Milano a Fran-
cesco Sforza, o sono come membri aggiunti allo stato ere-
ditario del principe che gli acquista, come è el regno di
Napoli a·re di Spagna. Sono questi dominii così acquistati
o consueti a vivere sotto uno principe o usi ad essere liberi;
et acquistonsi o con l’arme d’altri o con le proprie, o per
fortuna o per virtù14.

Vale la pena di riportare qui almeno una piccola


parte del commento di Pier Vincenzo Mengaldo, che
mette nel giusto rilievo

13
  Aristotele, Metafisica 983 b 6-11, in Giorgio Colli, La sapienza
greca, vol. II, Adelphi, Milano 1978, p. 115.
14
  Niccolò Machiavelli, De principatibus, testo critico a cura di
Giorgio Inglese, Istituto storico italiano per il Medio Evo, Roma 1994.
III. Dentro il sistema classico ­45
il binarismo logico che percorre da un capo all’altro il ca-
pitolo, la correlazione oppositiva o-o che non lascia spazio
a un altro elemento: tertium non datur, riproducendosi
per gemmazione da una coppia all’altra giù giù inesora-
bilmente. È quello che Luigi Russo ha chiamato più che
felicemente lo stile dilemmatico di Machiavelli. E che qui
è talmente insistito da poter essere rappresentato [...] con
uno stemma codicum via via sempre bipartito [...]. Si può
sospettare che questo connaturato binarismo oppositivo
derivi dalla stessa forma mentale che ha dettato a Machia-
velli l’assoluta separazione di politica e morale15.

Le opposizioni semantiche, specie se distribuite in


membri di struttura parallelistica, sono una costante
dello stile aforistico; il passo che segue illustra le con-
dizioni sintetizzate in c):

La morte non è male: perché libera l’uomo da tutti i


mali, e insieme coi beni gli toglie i desiderii. La vecchiezza è
male sommo: perché priva l’uomo di tutti i piaceri, lascian-
dogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dolori. Nondimeno
gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza16.

Per concludere con un cenno alla funzione coesiva


della concatenazione di proposizioni e argomenti di
supporto, basterà tenere presente l’esempio che, qui
di seguito, abbiamo suddiviso in segmenti numerati.
Ogni segmento è connesso al precedente con la tecni-

15
  Pier Vincenzo Mengaldo, Niccolò Machiavelli: il Prologo del
Principe (dal De principatibus), in Id., Attraverso la prosa italiana.
Analisi di testi esemplari, Carocci, Roma 2008, pp. 58-59.
16
  Giacomo Leopardi, Pensieri, VI, in Id., Poesie e prose, vol. II,
Prose, a cura di Rolando Damiani, Mondadori, Milano 1988, pp. 288-
289.
­46 Prima lezione di retorica
ca della gradatio o catena . Il risultato è la compattez-
17

za del ragionamento; ne sono responsabili le riprese


costituite dalle ripetizioni lessicali, classico fattore di
chiarezza e di omogeneità compositive:

[1] Ogni forma di governo usa gli «argomenti» adegua-


ti ai propri fini. Il dispotismo, ad esempio, usa la paura e
il bastone per far valere il comando dell’autocrate. [2] La
democrazia è il regime della circolazione delle opinioni e
delle convinzioni, nel rispetto reciproco. Lo strumento di
questa circolazione sono le parole. [2a] Si comprende come,
in nessun altro sistema di reggimento delle società, le pa-
role siano tanto importanti quanto lo sono in democrazia.
[3] Si comprende quindi che la parola, per ogni spirito de-
mocratico, richieda una cura particolare: cura particolare
in un duplice senso, quantitativo e qualitativo18.

Sono rimasti fuori dalla nostra campionatura fe-


nomeni di cui sarebbe stato opportuno dare conto;
ma il loro numero è tale da scoraggiare qualsiasi ten-
tativo di documentarli.
Per quanto riguarda le strutture organizzative del
testo indicate al punto a), fisseremo l’attenzione su
stralci di una categoria scrittoria ben conosciuta e
altrettanto studiata: quella che comprende la ricca
fenomenologia degli incipit (di libri, di saggi, di capi-
toli). Lo studio degli inizi, come quello delle conclu-
sioni, è ingrediente di una tipologia dei testi; e infatti
in ogni epoca i modi di principiare e di finire una
composizione sono stati abbastanza codificati. Com-

  Rinvio all’elenco delle figure, più avanti in 3.1.


17

  Gustavo Zagrebelsky, Le parole della democrazia, «la Repubbli-


18

ca», 23 aprile 2009, p. 1 (corsivi miei).


III. Dentro il sistema classico ­47
piti caratterizzanti, «presentare e, rispettivamente,
concludere il mondo immaginario istituito nel testo
stesso, già indicando in partenza il tipo di sviluppo
che è lecito attendersi e viceversa sottolineando, sul
finire, la tonalità con cui si vuole che sia rimeditato
tutto lo sviluppo testuale»19.
Proponiamo per prime le battute iniziali di una
novella quattrocentesca, che ebbe diverse redazioni:

Nella città di Firenze e negli anni di Cristo millequat-


trocento nove, trovandosi una domenica sera, come è
usanza, una brigata di giovani a cena in casa di uno gentile
uomo di Firenze il cui nome fu Tommaso Pecori [...], e
abbiendo cenato e standosi al fuoco ragionando di molte e
varie cose [...], disse uno di loro: «Deh, che vuole dire che
stasera non ci è voluto venire Manetto Amannatini? E tutti
gliel’abiamo detto e non abiamo potuto condurcercelo»20.

E ora l’apertura di un testo fondamentale nella


storia della civiltà e della giurisprudenza europee
[1770]: un campione di saggistica alta per la novi-
tà delle tesi sostenute e per il vigore argomentativo.
L’andamento del discorso è pacato, come si addice
alle premesse di un ragionare che procederà per gradi
crescenti di intensità dimostrativa e polemica:

Fra i molti uomini d’ingegno e di cuore i quali hanno


scritto contro la pratica criminale della tortura e contro

19
  Cesare Segre, Avviamento all’analisi del testo letterario, Einau-
di, Torino 1985, pp. 37-38.
20
Paolo Procaccioli (a cura di), con presentazione di Giorgio Man-
ganelli, La novella del Grasso Legnaiuolo, Fondazione Pietro Bembo-
Ugo Guanda Editore, Parma 1990, p. 81 della Redazione vulgata (pp.
79-97).
­48 Prima lezione di retorica
l’insidioso raggiro de’ processi che secretamente si fanno
nel carcere non ve n’è alcuno il quale abbia fatto colpo
sull’animo dei giudici, e quindi oserei dire che poco o
nessuno effetto abbian essi prodotto. Partono essi per lo
più da sublimi principj di legislazione riserbati alla co-
gnizione di alcuni pochi pensatori profondi e ragionando
sorpassano la comune capacità, quindi le menti degli uo-
mini non ne concepiscono se non un mormorio confuso
e se ne sdegnano e rimproverano il genio di novità, la
ignoranza della pratica, la vanità di voler fare il bello spi-
rito onde rifugiandosi alla sempre venerata tradizione de’
secoli anche più fortemente si attaccano ed affezionano
alla pratica tramandataci dai maggiori. La verità s’insinua
più facilmente quando lo scrittore postosi del pari col suo
lettore parte dalle idee comuni e gradatamente e senza
scossa lo fa camminare e innalzarsi a lei anzi che dall’alto
annunziandola con tuoni e lampi i quali sbigottiscono per
un momento indi lasciano gli uomini perfettamente nello
stato di prima21.

Inevitabile sacrificare qui la ricchezza tipologica


dei campioni che la narrativa novecentesca potrebbe
fornirci. Ma questo non ci impedisce di abbozzare un
breve elenco non sistematico.
Ecco un avviso-giustificazione per chi legge. L’au-
tore inaugura una silloge deliziosa di brevi componi-
menti, un lusso-capriccio di un grande poeta:

grafia di scorciatoie  Sono piene di parentesi, di


«fra lineette», di «fra virgolette», di parole sottolineate nel

21
  Pietro Verri, Osservazioni sulla tortura / e singolarmente sugli
effetti che produsse all’occasione delle unzioni malefiche alle quali si
attribuì la pestilenza che devastò Milano l’anno 1630, a cura di Gen-
naro Barbarisi, Serra e Riva Editori, Milano 1985: Introduzione, p. 3.
III. Dentro il sistema classico ­49
manoscritto e che devono essere stampate in corsivo, di
parole in maiuscolo, di «tre puntini», di segni esclamati-
vi e di domanda. Che il proto prima, e il lettore poi, mi
perdonino. Non so più dire senza abbreviare; e non posso
abbreviare altrimenti22.

Da una raccolta di prose di Delio Tessa, di cui


Carlo Linati ricordava certi «articoletti buttati giù al-
la brava su figure o momenti o scorci della città, che
poi venne intitolando Ore di città e che eran pieni di
un suo malinconico umorismo in punta di pennino,
di una sensibilità come fatta d’aria e di nulla, ma sa-
poriti, sconcertanti»:

Intanto vi racconto queste e poi vedremo. / La casa è


proprio vecchia, vecchia da far spavento [...]. / È decre-
pita, dico, ma bella e non è in piano regolatore. Tiriamo
il fiato!23

Un esempio di inizio dialogico in un contesto nar-


rativo:

«Ce sta ’o sole... ’o sole!» canticchiò, quasi sulla so-


glia del basso, la voce di don Peppino Quaglia. «Lascia
fa’ a Dio» rispose dall’interno, umile e vagamente allegra,
quella di sua moglie Rosa, che gemeva a letto con i dolori
artritici [...]24.

22
  Umberto Saba, Scorciatoie e Raccontini [1945], Il Melangolo,
Genova 1993, p. 13.
23
  Delio Tessa, Ore di città, a cura di Dante Isella, Einaudi, Torino
1988: Portinai, p. 3.
24
  Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli [1994], a cura di
Francesca Pilato, Adelphi, Milano 1999, p. 3.
­50 Prima lezione di retorica
E di un inizio descrittivo, dove basta il predicato
della prima frase a personalizzare la visuale:

Definirlo un prato speciale sarebbe eccessivo. Si tratta-


va di un prato qualunque, situato in mezzo a un bosco di
quercioli, pini neri e cespugli di ginepro. Non era neppure
tanto ben livellato25.

La seguente apertura di un saggio scientifico si ap-


prezza per la nitida semplicità con cui il tema è intro-
dotto. Ne è autore un genetista e biologo molecolare:

Che cos’è la mente? La mente è tutto ciò che acca-


de nella nostra testa. / C’è anche una periferia che noi
chiamiamo «cuore», perché molte delle nostre emozioni
le sentiamo nei vasi che passano vicino al cuore, nella re-
gione pericardica. Da qui nasce la tradizione di chiamare
cuore l’aspetto emotivo della nostra mente, sebbene col
cuore non abbia nulla a che fare26.

Non ci imbarcheremo in tentativi di analisi nel­


l’opposto fertilissimo campo delle chiusure di testi
letterari. Di queste riportiamo un unico specimen per
osservarvi l’originale rispecchiamento del titolo del
volume (Lei dunque capirà) nell’inizio dell’ultimo ca-
poverso del libro:

Lei dunque capirà, signor Presidente, perché, quando


eravamo ormai prossimi alle porte, l’ho chiamato con voce
forte e sicura, la voce di quando ero giovane, dall’altra

25
  Marisa Madieri, La radura, nel vol. Verde acqua. La radura, Ei-
naudi, Torino 1998, p. 153.
26
  Edoardo Boncinelli, Le tre età della mente, «MicroMega», 7,
2010, pp. 177-205: La formazione, p. 177.
III. Dentro il sistema classico ­51
parte, e lui – sapevo che non avrebbe resistito – si è voltato,
mentre io mi sentivo risucchiare indietro, leggera, sempre
più leggera, una figurina di carta nel vento, un’ombra che
si allunga si ritira e si confonde con le altre ombre della
sera, e lui mi guardava impietrito ma saldo e sicuro e io
svanivo felice al suo sguardo, perché già lo vedevo ritor-
nare straziato ma forte alla vita, ignaro del nulla, ancora
capace di serenità, forse anche di felicità. Ora infatti, a
casa, a casa nostra, dorme, tranquillo. Un po’ stanco, si
capisce, però...27.

Si sa che l’espediente dei «ritorni ciclici» nella


narrativa richiede una maestria non comune nel do-
minio della materia e dello stile. È quanto conferma
la ripresa del titolo, unica nel suo apparire al termine
della vicenda evocata. Nella sua limpida semplicità
colloquiale questa ripresa ha il potere di incorniciare
il racconto rendendo esplicito il legame tra principio
e fine – tra avantesto e conclusione – nel momento in
cui la paradossale costruzione dell’epigrafe acquista
senso e sostanza. Il dunque iniziale del titolo, poggia-
to sul nulla e perciò accettabile come marca di cita-
zione, come rimando «in avanti» a qualcosa che sarà
detto poi, rivela la sua carica allusiva nel finale. Che a
sua volta non chiude, con la sospensione visibilmente
indotta dalla punteggiatura e con la ripresa della to-
nalità colloquiale che rinvia alla cifra discorsiva pre-
valente nel monologo.

27
  Claudio Magris, Lei dunque capirà, Garzanti, Milano 2006, p.
54; ora anche in Id., Teatro, Garzanti, Milano 2010, pp. 209-241 (ci-
tazione a p. 241).
­52 Prima lezione di retorica
2.1. Ordo naturalis e ordo artificialis
Anziché esporre sistematicamente principi e nor-
me per l’organizzazione del discorso si è preferito fin
qui mostrare qualche risultato di scelte individuali. E
lo si è fatto – con giustificabile arbitrio – su testi in
prevalenza moderni. Daremo ora una scorsa ad al-
cuni dei principali risvolti teorici della pratica orato-
ria antica, destinataria prima della normazione sulla
quale si è formato per secoli l’esercizio del «parlare
ornato».
Il cuore del discorso persuasivo era l’argomen-
tazione. Si conformava alle strutture previste per il
genere giudiziario, modello anche per gli altri due
generi: il deliberativo e l’epidittico.
I «generi della disposizione» erano due: il primo
era emanazione dell’«ordine naturale» (ordo natura-
lis), manifestato dal susseguirsi degli eventi nel tempo
e nella loro concatenazione logica; il secondo seguiva
l’«ordine artificiale» (ordo artificialis o artificiosus),
sovvertimento regolato dell’ordine naturale per esi-
genze di efficacia argomentativa o artistica.
L’ordine naturale (ex institutione artis «secondo i
principi della retorica») era quello a cui si atteneva-
no la partizione del discorso in esordio, narrazione,
argomentazione, epilogo, e la relativa esposizione (in
dicendo), secondo i criteri enunciati nell’inventio.
Che si applicavano non solo all’intera causa, ma an-
che alla parte insopprimibile di questa, cioè all’argo-
mentazione:

Ugualmente secondo i principi della retorica non so-


lo disporremo il piano generale della causa nel discorso,
ma anche le singole argomentazioni [...]: dividendole in
III. Dentro il sistema classico ­53
esposizione, prova, conferma della prova, ornamento e
conclusione28.

Per quanto riguardava l’organizzazione dei con-


tenuti, era pertinente la forza probatoria degli argo-
menti, dei quali l’oratoria antica regolava la disposi-
zione secondo i seguenti tre modelli:
1) secondo l’ordine di forza crescente: si dispongo-
no all’inizio del discorso gli argomenti più deboli e si
lasciano quelli più forti alla fine, in base al presuppo-
sto che sia l’ultima impressione a fissarsi di più nella
memoria e perciò a influenzare le opinioni e le deci-
sioni degli ascoltatori. Ma con questo si rischia di far
partire l’oratore con il piede sbagliato e di influenzare
negativamente l’uditorio, se fin dal principio si pre-
sentano ragioni non sufficientemente convincenti;
2) secondo l’ordine di forza decrescente: per primi si
presentano gli argomenti più forti per dirigere su questi
l’attenzione degli ascoltatori, e si lasciano in secondo
piano le prove meno convincenti. Ma se è vero che le
ultime cose ascoltate sono quelle che si fissano più fa-
cilmente nella memoria, allora un’argomentazione che
si concluda con le prove meno sicure avrà parecchie
probabilità di produrre un’impressione sfavorevole;
3) secondo l’ordine detto omerico o nestoriano –
così denominato dalla disposizione che, nel racconto
del quarto libro dell’Iliade, l’eroe omerico Nestore
aveva dato alle truppe greche – le argomentazioni più

28
  «Item ex institutione artis non modo totas causas per oratio-
nem, sed singulas quoque argumentationes disponemus [...]: in ex-
positionem, rationem, confirmationem rationis, exornationem, con-
clusionem» (Rhetorica ad Herennium, III, 9, 16).
­54 Prima lezione di retorica
solide occupano il principio e la fine del discorso,
mentre nel corpo di questo vengono distribuite le ra-
gioni più deboli.
Se per qualche motivo si impongono la necessità
o l’opportunità di recedere dalle norme dell’arte, la
dispositio dei contenuti e delle prove si adegua alle
circostanze, a giudizio dell’oratore (oratoris iudicio ad
tempus adcommodatur).

2.2. Le sezioni del discorso classicamente


organizzato
La maggioranza degli autori antichi e medievali ne
individua quattro, con eventuali suddivisioni. Ne in-
dichiamo qui le denominazioni italiane con le rispet-
tive varianti, facendole seguire dalle corrispondenti
forme latine:
1. esordio/proemio/inizio (exordium/proemium/
principium)
2. narrazione/esposizione dei fatti (narratio)
2a. digressione (digressio/egressus)
2b. proposizione (propositio/expositio)
2c. partizione (partitio/enumeratio)
3. argomentazione (argumentatio)
3a. conferma/dimostrazione/prova (confirmatio/
probatio)
3b. confutazione (refutatio/confutatio/reprehen­
sio)
4. epilogo/perorazione/conclusione (epilogus/pe-
roratio/conclusio)
Per i generi della poesia la nomenclatura fu modi-
ficata e arricchita: all’inizio della tragedia, ad esem-
pio, si aggiunse il prologo.
III. Dentro il sistema classico ­55
Diamo un campione moderno della procedura
narrativa indicata in 2c: la partitio/enumeratio di un
segmento testuale:

«Destra» e «sinistra» sono due termini antitetici, che


da più di due secoli sono impiegati abitualmente per desi-
gnare il contrasto delle ideologie e dei movimenti, in cui è
diviso l’universo, eminentemente conflittuale, del pensie-
ro e delle azioni politiche. In quanto termini antitetici, essi
sono rispetto all’universo cui si riferiscono reciprocamen-
te esclusivi, e congiuntamente esaustivi: esclusivi, nel sen-
so che nessuna dottrina o nessun movimento può essere
contemporaneamente di destra o di sinistra; esaustivi, nel
senso che, per lo meno nell’accezione forte della coppia
[...], una dottrina o un movimento possono essere soltanto
o di destra o di sinistra29.

In questo passo i procedimenti della partitio sono


resi espliciti dalle riprese «a copia» dei termini (qui
evidenziati dal corsivo) che esprimono i concetti pro-
posti di volta in volta come temi e punti di partenza
per gli sviluppi esplicativi di ciascuno. La regolarità
e l’interconnessione degli elementi costitutivi del ra-
gionamento fanno di tale impostazione una struttura
modello, che ritroviamo in altri luoghi dello stesso
saggio.
La partitio, cioè «l’enumerazione, disposta con
ordine, delle proposizioni nostre o dell’avversario o
di entrambi»30, giova certamente alla chiarezza del di-

29
  Norberto Bobbio, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una
distinzione politica, Donzelli, Roma 1994, p. 3.
30
  «nostrarum aut adversarii propositionum aut utrarumque or-
dine conlocata enumeratio» (Inst. orat. IV, 5, 1).
­56 Prima lezione di retorica
scorso, a qualunque genere questo appartenga (nelle
controversie si espongono, oltre alle proprie, anche
le opinioni dell’avversario). Tuttavia nell’eloquenza
forense può rischiare di appesantire l’esposizione dei
fatti, o addirittura di renderla sgradevole all’uditorio.
Come affermava Quintiliano:

[...] non si deve sempre ricorrere alla partizione: prima


di tutto perché generalmente risultano più gradite le cose
che danno l’impressione di essere improvvisate e non por-
tate appresso da casa, ma scaturite dalle circostanze stesse
mentre si parla; di qui traggono origine quelle figure non
sgradite, del tipo di: «quasi quasi me ne dimenticavo» e
«mi era sfuggito» e «tu mi fai ricordare a proposito»; in-
fatti, una volta addotte le prove, si sciupa in anticipo tutto
il fascino della novità per ciò che resta da dire31.

Ancora per quanto riguarda l’ordine è stato osser-


vato che «la forma più semplice di quell’ordine natu-
rale che ha tanto preoccupato i teorici»32 è l’ordine
cronologico: nella narrativa, ad esempio, il disporre i
fatti secondo la progressione temporale. Alle relative
violazioni sono legati effetti come la suspence, l’inte-
resse per l’imprevisto, il capovolgimento delle attese
del lettore eccetera. Se le tecniche argomentative so-
no destinate a un uditorio particolare, alle esigenze

  «[Alia sunt magis propter quae] partitione non semper sit


31

utendum: primum quia pleraque gratiora sunt si inventa subito nec


domo allata, sed inter dicendum ex re ipsa nata videantur, unde illa
non iniucunda schemata: ‘paene excidit mihi’ et ‘fugerat me’ et ‘recte
admones’; propositis enim probationibus omnis in relicum gratia no-
vitatis praecerpitur» (ivi IV, 5, 4).
32
  Chaïm Perelman, Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argo-
mentazione cit., p. 526.
III. Dentro il sistema classico ­57
di questo dovrà conformarsi l’ordine del discorso
nell’oratoria politica, giudiziaria, epidittica33.

3. L’elocutio
L’elocutio «elocuzione» o «espressione» è l’atto di
dare forma linguistica alle idee mediante le svariate
operazioni del comporre. Che in un rapido elenco
delle prime tre parti della retorica uno dei maggiori
scrittori italiani del Seicento, Daniello Bartoli, definì
metaforicamente così:

All’argomento trovato, alle parti disposte vien dietro il


comporre, che è impolpare l’ossa, e farne d’uno scheletro
un corpo34.

Questo settore dell’arte del dire ha acquistato via


via un posto preponderante nel complesso del corpus
retorico, in modelli che hanno avuto come basi le più
antiche elaborazioni dei caratteri e delle delimitazio-
ni d’ambito riconosciuti alle varietà codificate dei
modi di esprimersi. Fondamento comune – e pregiu-
dizio destinato a millenaria durata – la scissione fra i
concetti (in latino res) e le parole che li manifestano
(in latino verba), fra i contenuti e il loro rivestimento
verbale. Una tale idea condusse, da un lato, a consi-
derare il discorso come oggetto di riflessione e per-
ciò a descrivere e a classificare le risorse della lingua;

  Cfr. ivi, p. 531.


33

  Daniello Bartoli, L’uomo di lettere difeso ed emendato [1645],


34

Parte seconda, incipit del capitolo Apparecchio della materia, che chia-
mano Selva.
­58 Prima lezione di retorica
ma, per riscontro, si ritenne che queste consistesse-
ro in abbellimenti da aggiungere a ciò che si voleva
comunicare. Le forme dunque come rivestimento e
ornamento dei contenuti. Questa concezione domi-
nò nella cultura classica, fu accolta dogmaticamente
nella tradizione tardoantica e medievale, e si sclero-
tizzò nella precettistica delle scuole attraverso secoli
di insegnamento retorico.
Le dottrine dell’elocuzione sono state luogo di in-
contro fra la retorica e la poetica. Con incongruenze
teoriche e sovrapposizioni di criteri all’interno dei
singoli programmi e delle relative applicazioni. Co-
muni a tutti la ricerca delle qualità che rendono de-
corosa e appropriata l’espressione, e le analisi degli
artifici che distinguono i diversi stili e generi letterari.
Nonostante l’inadeguatezza dottrinaria dei principi
sui quali si fondavano le varie classificazioni, la no-
menclatura dei loro oggetti ha resistito al passare del
tempo.
Abbozzerò qui un’elementare rassegna delle cate-
gorie comuni ai progetti originari: a) le «virtù» dell’e-
spressione (virtutes elocutionis); b) «errori e licenze»;
c) l’ornatus.
a) All’efficacia dell’espressione, a cui si richiede
di essere corretta, precisa, elegante, sono ritenute in-
dispensabili le virtutes elocutionis. Quattro, secondo
Cicerone: la puritas, la perspicuitas, l’ornatus e, in ci-
ma a tutte, l’aptum.
L’aptum, virtù essenzialmente pragmatica, è l’ap-
propriatezza di un discorso, il suo essere «convenien-
te», cioè congruente con i fattori esterni e interni alla
sua produzione, al raggiungimento dei fini prefissi e,
in generale, alla situazione.
III. Dentro il sistema classico ­59
La puritas (latinitas o sermo purus «purezza di lin-
gua») è la correttezza grammaticale e lessicale com-
misurata a un’ideale integrità del sistema linguistico.
La perspicuitas è la chiarezza unita alla precisione,
a cui è legata la comprensibilità del discorso.
L’ornatus è «la bellezza derivante da un lusso
sapientemente regolato di mezzi e ornamenti»35; è
l’eleganza risultante dall’equilibrato possesso di tut-
ti gli espedienti capaci di abbellire un discorso, di
renderlo ‘appetitoso’ (l’aggettivo participiale ornatus
era anche usato per le pietanze sapientemente prepa-
rate) e ‘agguerrito’ (ornare, in latino, significa anche
«armare» se riferito a un esercito).
b) «Il venir meno a una virtù è una deviazione: er-
rore (vitium) o per difetto o per eccesso, se la devia-
zione è ingiustificata; licenza cioè permesso (licentia,
da licet «è lecito, è consentito») quando l’infrazione è
giustificata da un dovere più forte di quello al quale si
contravviene. La concezione retorica della virtus è fon-
damentalmente aristotelica. Risponde all’ideale classi-
co dell’equilibrata distanza dagli estremi»: che sono,
relativamente all’esprimersi, da un lato la penuria o la
mancanza totale, dovute o al ‘non essere intellettual-
mente capace’ o al non prestare impegno bastevole;
dall’altro l’eccesso, la sovrabbondanza non regolata
dal discernimento, dalla misura, dall’equilibrio36. L’i-
dea di una deroga lecita dalle norme accettate risale al-

35
  D’ora in poi, nei commenti, le citazioni di cui non registro la
provenienza sono da riportare a passi (generalmente brevi) tratti dai
miei lavori Manuale di retorica cit. e – in misura minore – Il parlar
figurato, Laterza, Roma-Bari 20114.
36
  Per chiarimenti indispensabili rimando al paragrafo 2.11, Le
virtù dell’espressione, pp. 114-118, del mio Manuale di retorica cit.
­60 Prima lezione di retorica
la logica giuridica: non è una colpa contravvenire a una
legge per soddisfare un dovere più forte dell’obbligo
o del divieto stabiliti da questa. Il conflitto tra doveri
si presentava, nell’uso della lingua, come contrasto fra
grammatica e retorica, fra parlare «corretto» e parlare
«bene» (= con efficacia), secondo la definizione quin-
tilianea dominante nelle scuole. Ne conseguiva che le
scelte stilistiche potessero essere grammaticalmente
anomale. Gli eventuali conflitti si risolvevano sul me-
tro dei fini pragmatici e del valore dei mezzi stilistici.
c) L’ornatus. Diamo la parola a Lausberg37:

L’ornatus deve la sua definizione alle preparazioni che


servono ad ornare la tavola di un banchetto: il discorso
stesso viene concepito come pietanza da consumare. A
questa sfera di immagini appartiene anche la definizione
dell’ornatus come condimento (condita oratio, conditus ser-
mo). Ad altre sfere di immagini appartengono gli altri ter-
mini abituali di «fiori» del discorso (verborum sententia-
rumque flores) e di «luci» del discorso (lumina orationis).
Anche color viene usato per definire l’ornatus38.

Nelle sistemazioni tradizionali l’ornatus era appli-


cato a due principali raggruppamenti. L’uno, in ver-
bis singulis «in parole singole», comprendeva i sino-
nimi e i tropi; l’altro, in verbis compositis «in gruppi
o connessioni di parole», comprendeva le figure «di
parola» e «di pensiero». Per la sua complessità e il
numero esorbitante degli oggetti che compongono i

37
  Heinrich Lausberg, Elementi di retorica, trad. it., il Mulino,
Bologna 1969, p. 99.
38
  Richiamo inoltre quanto già asserito qui al punto a) riguardo al
senso di ornatus riferito a un esercito, e quindi «agguerrito».
III. Dentro il sistema classico ­61
due gruppi, l’ornatus richiede una trattazione sepa-
rata rispetto ai cenni riservati alle altre «virtù» dell’e-
spressione nell’economia di questo libro.
L’aspetto più vistoso e problematico nella dilata-
zione abnorme degli spazi riservati all’elocutio è con-
seguenza di quella rage de nommer – di quella furia
di dare un nome – a cui Roland Barthes attribuiva la
minuziosa e dispersiva caratterizzazione dei fenome-
ni linguistici imbrigliati nelle griglie della «retorica
delle figure». I limiti del presente lavoro impongono
una scelta drastica tra gli argomenti sviluppati in se-
coli di studi; e l’accettazione di criteri che rispondono
essenzialmente a ragioni pratiche. Sono state trala-
sciate figure appartenenti al bagaglio culturale medio
(apostrofe, eufemismo, esclamazione, giochi di parole,
interrogativa retorica, neologismo, ossimoro, e molte
altre) e sono stati privilegiati i lineamenti e il valore
retorico di unità più o meno note: una minoranza ri-
spetto al totale di quelle che si trovano descritte (con
vari gradi di attendibilità, come è ovvio; ma il giudizio
vale anche per i nostri elenchi...) nei dizionari e nei
prontuari più diffusi, a stampa e in rete.

3.1. Figure retoriche


Comprendo sotto questo titolo le due categorie tra-
dizionalmente distinte con criteri variabili dall’una
all’altra classificazione: (A) i tropi; (B) le figure, delle
cui obsolete specificazioni («di parola» e «di pensie-
ro») non terrò conto.
(A) Tropo (in greco tropos, da cui il latino tropus)
vale «direzione»: è la svolta di un’espressione che
­62 Prima lezione di retorica
viene deviata dal suo contenuto originario, con una
rottura delle attese alle quali il primitivo contesto
indirizza. «Tropo e traslato sono denominazioni di-
verse per lo stesso fatto retorico: la trasposizione
(il  trasferimento) di significato da una a un’altra
espressione».
Nella tradizione retorica variano sia il numero sia
l’identificazione dei tropi. La Rhetorica ad Herennium
ne annovera e ne descrive dieci; altrettanto fa Lamy39;
Fontanier40 distingue tre «tropi veri e propri» da altri
«impropriamente detti»; Arbusow ne classifica sedi-
ci; Lausberg nove (metafora, metonimia, sineddoche,
antonomasia, enfasi, iperbole, ironia, litote, perifra-
si). Quintiliano ne aveva catalogati tredici (metafora,
sineddoche, metonimia, antonomasia, onomatopea,
catacresi, metalepsi, epiteto, allegoria, ironia, perifra-
si, iperbato, iperbole), dopo avere osservato saggia-
mente:

sul conto [dei tropi] vi è un inspiegabile conflitto sia dei


grammatici fra loro sia con i filosofi relativo ai generi, alle
specie, al numero, alla classificazione. Noi, lasciando da
parte i cavilli [...] tratteremo quelli più necessari e accolti
nell’uso, accontentandoci di osservare al loro proposito
solo queste cose: che alcuni si adottano per intensificare il
significato, altri per conferire eleganza, e che alcuni consi-
stono in parole proprie, altri in traslati, e che il mutamen-

39
  Bernard Lamy, La rhétorique ou l’art de parler, édition critique
établie par Benoît Timmermans, PUF, Paris 1998. La prima edizione,
seguita da un buon numero di altre, è del 1675; quella che Timmer-
mans ha tenuto come riferimento è del 1741.
40
  Pierre Fontanier, Les Figures du discours, Introduction par
Gérard Genette, Flammarion, Paris 1977.
III. Dentro il sistema classico ­63
to riguarda la forma non solo delle parole, ma anche del
significato e dell’ordine41.

Per chiudere con un’arguzia (prodotta, come è


cifra del suo autore, da spericolati intrecci di giochi
di parole):

C’era una volta un topo / di professione proto, / prese


una topica per un tropo / ma ormai ci vedeva poco.
(Toti Scialoia, Una vespa! Che spavento
[1969-74], in Id., Versi del senso perso,
Einaudi, Torino 2009, p. 41)

Nelle pagine che seguono, tropi e figure sono elen-


cati, per comodità del lettore, in ordine alfabetico. I
primi sono illustrati, per la maggior parte, da esempi
d’autore, senza l’aggiunta di spiegazioni. Delle tradi-
zionali «figure» si daranno definizioni semplificate,
accompagnate per lo più da brevi esempi42.
Dividerò in due raggruppamenti i tropi elencati
da Lausberg; il primo (che comprende la metafora,
la metonimia e la sineddoche) risponde non a caso

41
  «circa quem inexplicabilis et grammaticis inter ipsos et philoso-
phis pugna est quae sint genera, quae species, qui numerus, quis cuique
subiciatur. Nos, omissis [...] cavillationibus, necessarios maxime atque
in usum receptos exequemur, haec modo in his adnotasse contenti,
quosdam gratia significationis, quosdam decoris adsumi, et esse alios
in verbis propriis, alios in tralatis, vertique formas non verborum modo
sed et sensuum et compositionis» (Inst. orat. VIII, 6, 1-2).
42
  In ogni caso, per compensare le assenze definitorie si potrà
ricorrere alle opere di Lausberg citate alla nota 24 del cap. II e ai
lavori, più divulgativi, ricordati nella nota 35 del presente capitolo.
Da questi ultimi provengono le definizioni che, d’ora in poi, compari-
ranno tra virgolette e senza indicazione dell’autore. In corsivo, oltre ai
titoli delle opere, si troveranno espressioni di varia ampiezza o singoli
elementi che esemplificano il significato dei termini messi a lemma.
­64 Prima lezione di retorica
alle scelte classificatorie dei principali fra gli studiosi
moderni. Anche a questi, come agli antichi, non sono
sfuggiti i legami interni che hanno potuto favorire,
nelle varie teorie della metafora, ipotesi di deriva-
zione di questa da procedimenti o metonimici o si-
neddochici. Sia per quella che è stata considerata la
«regina» delle figure retoriche sia per gli altri tropi
(due esclusi) del catalogo lausberghiano evito di dare
definizioni riassuntive. Mi limito a proporre esempi.

Per la metafora:

Galileo Galilei che meriterebbe d’esser famoso come


felice inventore di metafore fantasiose quanto lo è come
rigoroso ragionatore scientifico, tra le molte metafore di
cui infiora le discussioni sul moto della Terra intorno al
Sole nel Dialogo dei Massimi Sistemi, ne ha una in cui si
parla d’una nave, d’una penna e d’una linea.
Una nave parte da Venezia per Alessandretta: s’im-
magini sulla nave una penna che lasci il segno del suo
percorso in una linea continua che si prolunghi attraverso
il Mediterraneo orientale. [...] Questa linea sarà un arco
di cerchio perfettamente regolare, anche se43 «dove più e
dove meno flessuosa, secondo che il vassello fusse andato or
più or meno fluttuando» [...] «Quando dunque un pittore
nel partirsi dal porto avesse cominciato a disegnar sopra
una carta con quella penna, e continuato il disegno sino
in Alessandretta, avrebbe potuto cavar dal moto di quella
un’intera storia di molte figure perfettamente dintornate
e tratteggiate per mille e mille versi [...], se ben tutto il
vero, reale ed essenzial movimento segnato dalla punta di

43
  I corsivi presenti nell’originale segnalano le parti che Calvino
cita dal testo di Galileo.
III. Dentro il sistema classico ­65
quella penna non sarebbe stato altro che una ben lunga ma
semplicissima linea...»
La vera linea, che corrisponde al moto della nave, non
resta sulla carta perché il moto della nave è comune al-
la carta e alla penna, mentre i movimenti della mano del
pittore lasciano il loro segno: quelli tracciati durante la
navigazione allo stesso modo che se la nave fosse ferma.
Questo esempio serve a Galileo a dimostrare che stando
sulla Terra non ci accorgiamo del moto della Terra intorno
al Sole perché tutto ciò che sta sulla Terra partecipa dello
stesso suo moto.
(Italo Calvino, La penna in prima persona,
in Id., Una pietra sopra. Discorsi di letteratura
e società, Einaudi, Torino 1980, pp. 298-299)

Giusto in quel tempo – gli anni Sessanta stavano per


terminare – un’altra casa editrice, di proporzioni impo-
nenti, cominciò ad affiancare [...] il piccolo scafo incatrama-
to e rattoppato della vecchia casa editrice fiorentina. Cioè,
affiancò me.
(Anna Maria Ortese, Corpo celeste,
Adelphi, Milano 1997, p. 82)

Non siamo in crisi perché il bicchiere è mezzo vuoto,


siamo in crisi perché il bicchiere è rotto. I rimedi alla crisi
non stanno quindi nel riempire il bicchiere ma nel sosti-
tuirlo. Per progettare questa sostituzione è necessario lo
sforzo congiunto degli scienziati sociali, dagli economisti
agli storici, dai sociologi ai giuristi.
(Mario Deaglio, La crisi economica globale.
Radici, evoluzioni e possibili esiti, prolusione
all’inaugurazione dell’anno accademico 2010-2011,
Università degli Studi di Torino, 31 gennaio 2011)

Per la metonimia:
­66 Prima lezione di retorica
Vedi Segnor cortese / Di che lievi cagion che crudel
guerra. / E i cor ch’endura et serra / Marte superbo et fero
/ Apri tu padre, e ’ntenerisci, et snoda.
(Francesco Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta,
edizione critica di Giuseppe Savoca, Olschki,
Firenze 2008, CXXVIII, vv. 10-14)

Non si pareggi a lei qual più s’aprezza, / [...] No la bella


romana che col ferro / apre il suo casto, et disdegnoso petto.
(ivi, CCLX, vv. 9-10)

Che sarebbe avvenuto, in ordine alla parola italiana, se


l’Italia si fosse potuta mettere [...] per una via non disfor-
me da quella che la Germania ha percorso?
(Graziadio Isaia Ascoli, Proemio all’«Archivio
Glottologico Italiano» [1873]; ora in Id., Scritti
sulla questione della lingua, a cura di Corrado Grassi,
Einaudi, Torino 1975, p. 17)

Per la sineddoche:

«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte / che spandi


di parlar sì largo fiume?» / rispuos’io lui con vergognosa
fronte.
(Inferno, I, 79-81)

Come suole il genere umano, biasimando le cose pre-


senti, lodare le passate, così la più parte dei viaggiatori,
mentre viaggiano, sono amanti del loro soggiorno nativo, e
lo preferiscono con una specie d’ira a quelli dove si trova-
no. Tornati al luogo nativo, colla stessa ira lo pospongono
a tutti gli altri luoghi dove sono stati.
(Giacomo Leopardi, Pensieri, XXX,
in Id., Poesie e prose, vol. II, Prose cit., p. 302)
III. Dentro il sistema classico ­67
Per l’antonomasia e per l’enfasi si veda l’elenco
delle figure, più avanti in (B).

Per l’iperbole:

[...] vita e non morte aspetto, / né giudice sever né legge


grave, // ma benigne accoglienze, ma complessi / licenzïo-
si, ma parole sciolte / da ogni fren, ma risi, vezzi e giochi;
// ma dolci baci, dolcemente impressi / ben mille e mille e
mille e mille volte; / e, se potran contarsi, anche fien pochi.
(Ludovico Ariosto, Avventuroso carcere soave,
in Le cento più belle poesie d’amore italiane.
Da Dante a De André, a cura di Guido Davico Bonino,
Interlinea, Novara 2010, p. 52)

Vidi l’ape e là per là / seppi dirle: «Oh, vera perla!» /


Mi rispose: «Come fa / questa iperbole a saperla?»
(Toti Scialoia, Una vespa! Che spavento cit., p. 75)

Per l’ironia:

Polemizzando con un letterato poeta che carducciana-


mente maltratta, il Carducci rimprovera il tapino d’aver-
gli attribuito la celebrazione di un matrimonio eteròclito
quale «sposò l’ingegno al coraggio». «Non ho mai fatto il
cozzone di matrimoni!», protesta, «e tanto meno fra ma-
schi». Ora, nel primo sonetto del ça ira, prima quartina,
ce sta scritto: «Il riposato suol piccardo attende / L’aratro
che l’inviti a nuova prole», dove il suol piccardo, che è un
maschio, attende dall’aratro, che è un altro maschio, d’es-
sere elicitato alla proliferazione. Codesto appuntamento è
tanto meno laudabile se si ricordi l’uso del verbo «arare»
sulla lingua di certi aratori del Boccaccio [...].
Dei fidanzati in genere piagnucola Don Abbondio,
con voce tremolante, ai due bravi: «...fanno i loro pasticci
­68 Prima lezione di retorica
fra loro, e poi... e poi vengono da noi, come s’andrebbe
a un banco a riscotere; e noi... noi siamo i servitori del
comune». Una tal carica di ironia narrativa è stata certa-
mente accumulata dalle labbra e dal naso goccioloso di
un curatone brianzolo, di un «dialettale». I due bravi del
signorotto sono diventati «il comune». Il dialetto ha in più,
e non in meno, sulla migragna perbenistica, [...] sulla pom-
pa oratoria, sulla magnanimità declamatoria, sulla bugia
storiografica, ha in più la vivezza e la urgenza espressiva o
la felicità naturale, oltreché l’interesse pragmatico imme-
diato, di chi lo parla e lo crea.
(Carlo Emilio Gadda, La battaglia dei topi e delle rane,
in «L’illustrazione italiana», LXXXVI, 11, 1959;
ora in Id., Il tempo e le opere, a cura di Dante Isella,
Adelphi, Milano 1982, pp. 71-72; 78-79)

Per la litote:

La litote semplice – negare il contrario di quel che si


intende affermare – è gentile e civilissima figura. Molto
redditizia al microfono e in ogni forma di discettazione
ragionata o di esposto critico o storico, attenua la trop-
po facile sicurezza o l’asprezza eccessiva di chi afferma:
crea un distacco ironico dal tema, o dal giudizio proferito:
«Questa lirica non è malvagia». «La prosa del Barbetti non
è delle più consolanti».
Ferale risulta invece all’ascolto la catena di litoti.
Alla seconda negazione la mente per quanto salda e
agguerrita dell’ascoltatore si smarrisce nella giungla dei
«non». Ogni «non» della tormentosa trenodìa precipita
dal cielo del nulla a smentire il precedente, per essere a
sua volta smentito dal seguente. Una doppia litote è, le più
volte, un problema di secondo grado. Difficile risolvere
mentalmente un problema di secondo grado, impossibile
risolvere un problema di terzo grado. Sarà bene vincere
pertanto la seguente catena di tentazioni: «Non v’ha chi
III. Dentro il sistema classico ­69
non creda che non riuscirebbe proposta inaccettabile a
ogni persona che non fosse priva di discernimento, il non
ammettere che [...]
(Carlo Emilio Gadda, Un radiodramma
per modo di dire e scritti sullo spettacolo,
a cura di Claudio Vela, il Saggiatore,
Milano 1982, pp. 101-112)

Per la perifrasi (o circonlocuzione):

Il fatto è che ogni domenica di quel maggio e poi di


quel giugno, alle due precise, quel giovinotto si imbarcava
la Jole sulla sua pazza 521 e qualche volta erano perfino in
quattro, due ragazze e due «giovinotti»! [...] Alla contessa
la cosa fu raccontata con infiniti riguardi [...], e a quelle
doloranti circonlocuzioni la contessa interrompeva il rica-
mo di una meravigliosa tovaglia d’altare: e guardava con
disdegno muto la bocca dell’informatrice, tutta rugiadosa
dallo sciroppo delle perifrasi. Nella penombra della gran
sala, il racconto pareva un cavallo in un pantano.
E le dabben perifrasi, come sospirose comari, si pre-
sentavano compunte agli orecchi della contessa, chieden-
do perdono anticipato per le cattive notizie che contro lor
volontà si vedevano costrette a recarle, a solo fin di bene:
perché sapesse, perché fosse informata.
(Carlo Emilio Gadda, San Giorgio in casa Brocchi,
in Id., I racconti, Garzanti, Milano 1963, p. 9)

(B) Figura, la parola latina da cui discende l’uguale


voce italiana, corrisponde come tecnicismo retorico
al vocabolo greco schêma, col significato di «configu-
razione».

Esempio canonico le figure del sillogismo, con le di-


verse forme che questo può assumere secondo la dispo-
­70 Prima lezione di retorica
sizione del termine medio (si ricorderà che il sillogismo
come forma di argomentazione perfetta è costituito da tre
proposizioni connesse tra loro in modo che dalle prime
due, che sono le premesse, derivi necessariamente una ter-
za, detta conclusione o illazione). Le figure del sillogismo
sono modelli rigorosamente codificati di quel particolare
tipo di discorso che è l’argomentazione.

«Le figure del discorso sono paragonabili alle fi-


gure geometriche: la loro struttura si può descrivere
nelle sue regolarità; sono forme astratte, esemplari a
cui possiamo ricondurre i lineamenti e le raffigura-
zioni degli oggetti più disparati. D’altra parte esse
richiamano le figure della danza, della ginnastica, del
pattinaggio, dello sci nautico, della scherma: forme
disegnate da immagini in movimento, riconoscibili
perché eseguite secondo regole precise, benché con
innumerevoli variazioni stilistiche».
Quintiliano definì la figura un modo di parlare che
si allontana dagli usuali e quotidiani modi di esprimer-
si. Questa affermazione è vera e non è vera nello stesso
tempo. È vero che una figura è «marcata» rispetto ad
altre espressioni che siano analoghe quanto al senso
ma non alla forma. Enunciati come «È una miniera di
concetti» / «Sei uno schianto» contengono ciascuno
una metafora e anche un’iperbole, per dire, poniamo:
«Ha molte idee» / «Sei straordinariamente elegante/
attraente»; e in questo senso si allontanano dal modo
di esprimersi non figurato. Ma non è vero che i modi
«usuali e quotidiani di parlare» siano privi di figure,
e i due esempi dati ne sono una prova. Allora usua-
le e quotidiano dovrebbero significare: o «normale»,
in una delle accezioni in cui il termine è inteso per
III. Dentro il sistema classico ­71
indicare le espressioni linguistiche prive di deviazioni
dagli schemi base; oppure «scolorito», cioè senza figu-
re, dando adito a una definizione circolare. Opporre il
quotidiano e il disadorno al modo di parlare elaborato
e «ornato» ha conseguenze non indifferenti sulla per-
cezione delle funzioni che le figure del discorso hanno
nell’organizzare e nel manifestare l’attività mentale.
Una breve annotazione. Anche il discorso musica-
le ha avuto una sua retorica modellata su quella lin-
guistica. Molti degli schemi musicali di composizio-
ne furono fatti coincidere nei nomi e nella struttura
con le figure grammaticali e retoriche. Trascriviamo
dal volume di F. Civra, Musica poetica. Introduzione
alla retorica musicale, Utet, Torino 1991, p. 101, la
seguente definizione di figura musicale, elaborata da
un musicologo tedesco agli inizi del secolo XVII: «un
tratto ‘ornato’ dell’armonia e della melodia, che de-
riva la sua ragion d’essere dalla stessa composizione,
ben definito con inizio e fine in una frase musicale,
alla quale con la sua presenza dà migliore e più pia-
cevole aspetto». Questa definizione è esemplare del
modo di percepire le figure soprattutto come abbel-
limenti.
La scelta che presento qui (una sessantina di voci)
è assai ristretta in relazione al numero esorbitante (da
250 a 300) delle figure tradizionalmente censite nei
principali manuali di retorica. Il criterio che la gui-
da è essenzialmente pratico. Sono privilegiate figure
meno note rispetto ad altre di dominio comune, ma
non si rinuncia a definire e ad esemplificare voci che
si ritengono più conosciute, sulle quali però le ambi-
guità di interpretazione non mancano. Si sa che ogni
scelta è in gran parte arbitraria, specialmente quando
­72 Prima lezione di retorica
non se ne denuncino con chiarezza e coerenza i criteri
che la guidano. Sono consapevole, di alcune almeno,
delle manchevolezze in cui sono incorsa, ma non ho
saputo fare altrimenti.

Accumulazione:
La grande poesia ottocentesca disponeva d’un arma-
mentario che farebbe invidia ai magazzini della Scala: i
cimieri, i brandi, gli usberghi, vi furoreggiano, i destrieri,
le pugne, le prore, le tube, le torri, le selve, ne combinano
d’ogni maniera. Senza contare il serraglio: volatili e qua-
drupedi. L’aquila e il leone.
(Carlo Emilio Gadda, Il tempo e le opere cit., p. 194)

Questa figura consiste nell’aggiungere l’uno al­


l’altro parecchi membri di frase, mediante coordina-
zione o subordinazione. I termini latini per l’accu-
mulazione coordinante (plurium rerum congeries o
coacervatio «congerie o coacervo di più elementi»)
sono appropriati per il procedimento stilistico detto
accumulazione caotica.

Adýnaton:
greco «impossibile»; è un’iperbole (v.) paradossale:

Non lo dimenticherò, campassi mille anni.

Aferesi, v. Metaplasmo.

Aforisma o Aforismo:
una sentenza dotata di capacità definitoria, che concentra
in una sola proposizione o in una composizione brevissima
giudizi e riflessioni morali, resoconti di esperienze, asser-
III. Dentro il sistema classico ­73
zioni riguardanti un sapere specifico (filosofico, politico,
medico ecc.).

Esempi: gli aforismi medici di Ippocrate e della


Scuola salernitana; le Massime di La Rochefoucauld,
le raccolte aforistiche di Karl Kraus.

Allegoria:
dal greco állei «altrimenti» e agoréuo «parlo», detta
dai latini inversio «scambio». Secondo Quintiliano
(Inst. orat. VIII, 6, 44), consisterebbe nell’indicare
«una cosa con le parole e un’altra col significato, o
talvolta addirittura il contrario»; e potrebbe risulta-
re «da una serie ininterrotta di metafore», presen-
tandosi dunque come «una metafora prolungata»,
continua metaphora (ivi, IX, 2, 46). Ma l’ipotesi non
regge, perché si danno allegorie fatte solo di parole
intese ciascuna in senso «proprio» e non figurato. Si
asseriva che la metafora è per la parola singola quello
che l’allegoria è per la frase.
È dei retori medievali la distinzione tra l’allegoria
in verbis, manifestata dai testi, e l’allegoria in factis,
riscontrabile in episodi, entità, persone interpretati
come figura di altri fatti, entità ecc. (ad es., Gerusa-
lemme come figura del regno di Dio). In generale, si
oppongono l’allegoresi come produzione e l’allegoresi
come interpretazione capace sia di spiegare compo-
sizioni intenzionalmente allegoriche, sia di attribuire
valore allegorico a testi e a episodi storici e mitologici.

Allitterazione:
il termine allitteratio fu coniato dall’umanista e poe-
ta Giovanni Pontano (1429-1503) e applicato anche
­74 Prima lezione di retorica
alle ripetizioni di vocali all’inizio di parole contigue,
oltre che alle ripetizioni di consonanti o di sillabe già
rilevate dai retori antichi e censurate come fattori di
cacofonia. Quintiliano aveva citato, tra l’altro, un ver-
so del poeta latino Quinto Ennio (III-II secolo a.C.),
rimasto come esempio di allitterazione da evitare:

«o Tite, tute, Tati, tibi tanta, tyranne, tulisti» («o Tito Ta-
zio, tu stesso così grandi sventure, o tiranno, hai soppor-
tato»).

L’allitterazione non è solo un fatto letterario; è


una struttura dell’uso comune, non connotato reto-
ricamente: «mass-media, (in) parole povere, far fuoco
e fiamme; tagliar la testa al toro, di buzzo buono».
L’enunciato latino «Nihil sub sole novi» presenta una
duplice allitterazione disposta a chiasmo: n:s=s:n»44.
Nella traduzione italiana (‘nulla di nuovo sotto il so-
le’) gli elementi allitteranti compaiono in parallelo.

Allusione:
«il nome moderno di questa figura (in italiano come
in francese, spagnolo, inglese) risulta da un’estensio-
ne del senso di allusio ‘discorso scherzoso’, termine
attestato nel III-IV secolo e derivante dal latino clas-
sico alludere ‘scherzare’, che adombra solo uno, e
nemmeno il principale, fra gli intenti dell’alludere».
Per gli antichi l’allusione rientrava nell’enfasi (v.) in
quanto pregnanza di significato e mezzo per dare a

44
  L’osservazione è di Paolo Valesio, Strutture dell’allitterazione,
Zanichelli, Bologna 1967, p. 388. Per il chiasmo si veda più avanti
l’apposita voce.
III. Dentro il sistema classico ­75
intendere più di quanto si dica. Era infatti uno dei tipi
della significatio: uno degli espedienti per indurre più
congetture; accenno velato o insinuante a qualcuno
o a qualcosa che non si nomina esplicitamente (l’al-
lusione viene volentieri assimilata all’insinuazione).
Allusioni provocate dalla studiata oscurità o
dell’espressione o della combinazione dei contenuti
si trovano negli indovinelli, nella pubblicità, nei titoli
giornalistici. Quando sono legate a circostanze del
momento possono diventare indecifrabili a distanza
di tempo. In testi letterari del passato l’interpreta-
zione di certe allusioni ha richiesto complesse rico-
struzioni storico-filologiche. Come per la figura del
«veltro» dantesco:

Molti son li animali a cui [la lupa] s’ammoglia, / e più


saranno ancora, infin che ’l veltro / verrà, che la farà morir
con doglia. // Questi non ciberà terra né peltro, / ma sapïen-
za, amore e virtute, / e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
(Inferno, I, vv. 100-105)

Anaclasi/Antanaclasi, v. Diafora.

Anacoluto:
come suggerisce l’etimologia del termine (dal greco
anakólouthos «senza seguito», passato a significare,
già in greco, «anomalo, irregolare»), l’anacoluto è una
mancanza di sostegno all’elemento con cui si comincia
una frase. Questo elemento risulta privo dell’appoggio
di una funzione sintattica regolare: rimane «sospeso» e
nel medesimo tempo è messo in evidenza.
Per tradizione si è notato che è il cosiddetto sog-
getto logico a essere messo al primo posto nell’e-
­76 Prima lezione di retorica
nunciato e a restare senza un seguito sintatticamen-
te congruente. La linguistica moderna ha spiegato
l’irregolarità della costruzione come un «cambia-
mento di progetto» intervenuto nel procedere del
discorso.

Lei sa che noi altre monache ci piace di sentir le storie


per minuto.
(I promessi sposi, IX, 28)

Chi si fa pecora il lupo se lo mangia.

Anadiplosi o Reduplicatio:
è una delle figure della ripetizione. La designazione
latina è un calco del nome greco. Si applica alla ripe-
tizione dell’ultima parte di un segmento (sintattico o
metrico) nella prima parte del segmento successivo.
Diffuso in ogni tipo di testo, orale e scritto, scientifico,
letterario e della comunicazione ordinaria, può giova-
re all’ascoltatore o lettore, favorendo la comprensione
del testo. Tra le varianti di tale costruzione, la relativa
detta appositiva, che troviamo esemplificata nel secon-
do degli esempi qui proposti.

Non era in lui disprezzo per il sottobosco / Lo ignora-


va, ignorava quasi tutto / e anche se stesso.
(Eugenio Montale, Vivere, II, vv. 6-8,
da Quaderno di quattro anni, in Id., L’opera in versi,
edizione critica a cura di Rosanna Bettarini
e Gianfranco Contini, Einaudi, Torino 1980, p. 564)

Sono [...] i concetti di legge e di colpa quelli che Kafka


propone in una prospettiva inquietante, angosciosa. Una
legge non espressa [...]; una colpa non prodotta da atti pre-
III. Dentro il sistema classico ­77
cisi [...]: colpa che pure le vittime della legge riconoscono, e
riconoscono inespiabile.
(Cesare Segre, Divagazioni su mimesi e menzogna,
in Retorica e critica letteraria, a cura di Lea Ritter Santini
ed Ezio Raimondi, il Mulino, Bologna 1978, pp. 179-185;
citazione a pp. 182-183)

Anafora o Iterazione:
in greco anaphorá «riferimento», «ripetizione»; epibolé
(epí «sopra»+ballo «metto»; perciò anche sinonimo di
forza espressiva); in latino, oltre al grecismo anaphora,
i calchi relatum, relatio «riferimento» e repetitio «ri-
petizione». Figura modello dell’iterazione di elemen-
ti (nomi, verbi, preposizioni, avverbi, sintagmi, frasi)
all’inizio di enunciati o di loro segmenti in successione,
è tipica delle invocazioni, delle preghiere, delle fila-
strocche, ma si può trovare in ogni genere di testi ove
domini la disposizione parallelistica dei componenti.
...che diremo / di tante inconsapevoli creature / levatesi e
cadute, di noi stessi / nati e cresciuti dentro meraviglie / [...],
dei pianti per i morti sottoterra. / E perfino di voi, di te che
allora / avresti trepidato vanamente / dedicando il tuo cuore.
(Adriano Sansa, Giustizia, vv. 8-16,
in Id., La speranza del testimone,
il melangolo, Genova 2010, p. 92)

Dove una fallacia ha successo, è in gioco probabilmen-


te qualche domanda socratica (del genere: che cosa è giu-
sto? che cosa è la verità? che cosa significa conoscere?) che
non ha risposta, o ha risposte contraddittorie.
(Franca D’Agostini, Fallacia ad ignorantiam, realismo
ed epistemicismo. Contributo allo studio filosofico
delle fallacie, in La svolta argomentativa.
50 anni dopo Perelman e Toulmin,
a cura di Adelino Cattani et al.,
Loffredo, Napoli 2009, pp. 71-83; citazione a p. 73)
­78 Prima lezione di retorica
Anastrofe:
il termine greco anastrophé «inversione» è passato
al latino anastrophe, le cui corrispondenze sono rap-
presentate da inversio, reversio, conversio. Consiste
nell’invertire l’ordine abituale o normale di due o più
parole o sintagmi successivi:

Non serba ombra di voli il nerofumo / della spera


(Eugenio Montale, Gli orecchini, vv. 1-2,
da La bufera e altro, in Id., L’opera in versi cit., p. 194)

Avranno i cittadini presente all’animo, che dalle sagge


loro elezioni dipende [...] la conservazione, e la felicità
della Republica.
(Piano di Constituzione presentato al Senato di Bologna
dalla Giunta Constituzionale, Bologna 1796, art. 273,
in Le costituzioni «giacobine» (1796-1799),
a cura di Paola Mariani Biagini e Luigi Parenti,
Ittig/Cnr, Firenze 2009)

Antanaclasi:
in greco antanáklasis «ripercussione», in latino re­­
flexio «ritorcimento, conversione» significano «ripe-
tizione in senso opposto»: quando, in uno scambio
di battute, uno dei due dialoganti «rivolta» un’e-
spressione usata dall’altro cambiandola di significa-
to. Famoso il passo di Quintiliano (Inst. orat. IX,
3, 68):

Cum Proculeius quereretur de filio, quod is mortem


suam exspectaret et ille dixisset se vero non exspectare, –
Immo, inquit, rogo exspectes. –
[Poiché Proculeio si lamentava che suo figlio aspettas-
se la sua morte, e avendo quello detto che lui davvero non
l’aspettava, – Anzi, disse, ti prego di aspettarla –]
III. Dentro il sistema classico ­79
Secondo un’interpretazione diffusa, l’antanaclasi
o anaclasi sarebbe ogni ripetizione che provochi va-
riazioni o ribaltamenti di senso. Si veda anche la voce
Diafora.

Antifrasi:
in greco antíphrasis «significazione del contrario»
(antí+phrazo «esprimo per antitesi»), in latino permu-
tatio ex contrario ducta «un mutamento indotto dal
contrario», sermo e contrario intellegendus «enunciato
da intendere al contrario», si ha quando un’espressio-
ne viene usata per dire l’opposto di ciò che normal-
mente significherebbe. Il venerabile Beda (VII-VIII
secolo) la definì ironia limitata a una sola parola.
Modernamente fu considerata come la forma più
esplicita e aggressiva dell’ironia: «Che bella figura hai
fatto!», intendendo: «Che brutta figura...!».
Sono antifrastiche certe denominazioni apotropai-
che, cioè scaramantiche, come Ponto Eusino «mare
ospitale» per il Mar Nero, considerato come tutt’altro
che ospitale.

Antimetabole o Antimetatesi, v. Chiasmo.

Antonomasia:
il greco antonomasía (antí «invece di»+ónoma «no-
me»), trapiantato nel latino antonomàsia accanto al
calco pronominatio (pro «al posto di»+nominatio
«designazione») consiste nell’usare
– al posto di un nome proprio, un epiteto o una
perifrasi che esprimano una qualità caratterizzante
l’individuo nominato: l’Onnipotente: Dio; il Maestro
di color che sanno: Aristotele;
­80 Prima lezione di retorica
– un nome proprio per un nome comune: un Cice-
rone: un grande oratore;
– un nome proprio per un altro nome proprio: è il
caso degli pseudonimi.
All’antonomasia si possono ascrivere fenomeni
dell’evoluzione linguistica. «In francese renard (vol-
pe) è l’antico nome proprio (tradotto in italiano con
Rainardo) attribuito all’animale il cui nome comune
era goupil, ora termine arcaico».
Apocope, v. Metaplasmo.
Aposiopesi, v. Reticenza.
Chiasmo:
L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegna-
mento
(Costituzione della Repubblica Italiana, art. 33)

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, / le cortesie, l’audaci


imprese io canto
(Orlando furioso, I, vv. 1-2)

Questa figura prende il nome dalla lettera greca c


(pron. «chi»), la cui forma rappresenta visivamente
l’incrocio sintattico (come nel primo esempio) oppure
semantico (come nel secondo esempio) di membri di-
sposti specularmente, secondo le analogie di struttura
o di senso presenti nei termini medi e negli estremi.
Nel secondo esempio si osservano due chiasmi inter-
connessi: dove il secondo termine medio (l’arme) del
primo membro è nello stesso tempo il primo estremo
rispetto all’espressione l’audaci imprese del verso suc-
cessivo. Si tenga presente che la tipologia del chiasmo
III. Dentro il sistema classico ­81
è assai più varia di quanto risulta dalle sommarie indi-
cazioni date qui. Altre denominazioni per il chiasmo
e alcune sue varianti sono: antimetabole, antimetatesi.

Climax:
termine greco, che significa «scala», passato integral-
mente all’italiano e al latino (che disponeva anche
delle designazioni gradatio «scala», conexio «collega-
mento», catena «concatenazione») per indicare due
costruzioni diverse.
La prima consta di un’anadiplosi (v.) continuata,
che si attua procedendo per scalini, con una sosta
su ciascuno (l’immagine è di Quintiliano) prima di
salire sul gradino successivo. La ripresa della salita è
indicata dalla ripetizione dell’ultima espressione su
cui il discorso ha ‘sostato’:

Dante, perché Virgilio se ne vada, / non pianger anco,


non piangere ancora; / ché pianger ti conven per altra spada.
(Purgatorio XXX, vv. 49-51)

Nella seconda costruzione i significati di espres-


sioni collegate si intensificano:

Ecco un Gigante forte, / un Lume de la guerra, / un Nu­


me de la terra, / un Encelado in morte, / [...] / un Re che il
mondo addita / emulo del gran Carlo
(Giovanni Battista Marino, Francesco Primo Re di Francia,
vv. 1-7, in Id., La Galeria, a cura di Marzio Pieri,
Liviana, Padova 1979, p. 100)

o, all’opposto, si attenuano progressivamente (anti-


climax):
­82 Prima lezione di retorica
en tierra, en humo, en polvo, en sombra, en nada
(ultimo verso del sonetto di Luis de Góngora,
Mientras por competir con tu cabello...;
trad. it. di Giuseppe Ungaretti: «in terra,
fumo, polvere, ombra, niente»)

Diafora:

La mattina seguente, don Rodrigo si destò don Rodrigo


(I promessi sposi, VII, 129)

Questo è caffè-caffè.

Espressione tautologica, con cui si affida ai due ter-


mini della ripetizione la funzione di significare, l’uno
l’oggetto di cui si tratta (persona o cosa o fatto ecc.),
l’altro le sue qualità, caratteristiche ecc. Si dice pure
che «una replica è usata in senso proprio, l’altra con
valore figurato», e si denomina sillepsi oratoria questa
figura. Una diafora dialogica è detta antanaclasi (v.).

Dialefe, v. Metaplasmo.

Dialogismo:

Ci sarà magari qualche musicista maggiore di Schubert


(ma chi poi?); nessuno più ‘riascoltabile’ di lui, all’infinito.
(Pier Vincenzo Mengaldo, Margherita all’arcolaio,
in Antologia personale, Bollati Boringhieri,
Torino 1995, p. 241)

È prodotto dall’innesto parentetico, in un discorso,


di enunciati (ad es. un’interrogazione, un’esclamazione
ecc.) strutturalmente eterogenei rispetto al complesso
in cui vengono inseriti. L’effetto dialogico deriva dallo
sdoppiamento prospettico dell’enun­ciazione.
III. Dentro il sistema classico ­83
Diastole, Dieresi, Elisione, v. Metaplasmo.
Enfasi:
in greco émphasis (en «dentro» e pháino «mostro»);
in latino significatio. Entrambi i termini esprimono
ciò che modernamente si intende per «pregnanza di
significato».
Per esempio, usando un’espressione come «non
fare l’allocco» si intende andare oltre la superficie
dell’enunciato (e il significato cosiddetto letterale),
per isolare i caratteri specifici che il contesto o la
consuetudine permettono di inferire. L’enfasi (come
materia della pronuntiatio, v.) riguarda specialmente
il tono di voce e i gesti, con cui si fa scattare il mec-
canismo del riconoscimento del tropo inducendo
l’ascoltatore «ad ‘andare oltre’ il senso proprio della
parola pronunciata enfaticamente, per scegliere solo
alcuni dei tratti che ne definiscono il significato».

Epanalessi o Geminatio:
uno dei presenti Ma com’era, Goethe, veramente?
stadelmann Lui? ecco... come dire... grande, è l’unica
parola, proprio grande.
(Claudio Magris, Stadelmann, in Id., Teatro,
Garzanti, Milano 2010, p. 80)

Oh, topo, topo! / Se corri in tondo / come una trottola


/ non fai del moto: / sei solo in trappola
(Toti Scialoia, I corvi di Orvieto (1974-76),
in Id., Versi del senso perso cit., p. 106)

Questa diffusissima figura della ripetizione fu det-


ta in greco epanálepsis «ripetizione», in latino repe-
titio; ancora in greco, palillogia, epízeuxis, in latino
­84 Prima lezione di retorica
iteratio, duplicatio. È il raddoppiamento di un’espres-
sione all’inizio, al centro o alla fine di un segmento di
testo, anche con interposizioni di elementi svariati (v.
qui il primo esempio).

Epentesi o Anaptissi, Epitesi o Paragoge, v. Me-


taplasmo.

Epifonema:

Ma la cosa più straziante è sempre la normalità, il con-


statare ancora una volta che la realtà della morte schiaccia
ogni cosa.
(Philip Roth, Everyman, trad. it. di
Vincenzo Mantovani, Einaudi, Torino 2007, p. 14)

In greco epiphónema «voce aggiunta»: è una sen-


tenza posta a conclusione di un discorso.

Epifora o Epistrofe:

La linea come segno del movimento, come godimento


del movimento, come paradosso del movimento.
(Italo Calvino, La penna in prima persona cit., p. 298)

L’unica identità che io conosco è proprio questa mera-


vigliosa identificazione con Dio. Questa familiarità con Dio.
Questo discorso con Dio. E attraverso queste proiezioni,
questa fiducia, io vedo il mio futuro. E il mio presente.
(Alda Merini, La pazza della porta accanto,
Bompiani, Milano 1995, p. 74)

In greco epiphorá «il portare in aggiunta; conclu-


sione», epistrophé «conversione», antistrophé «il vol-
gersi indietro», donde i calchi latini desitio, conversio,
III. Dentro il sistema classico ­85
reversio. È figura speculare all’anafora in quanto con-
siste nella ripetizione di parole alla fine di enunciati
successivi.

Epifrasi, v. Iperbato.

Figura etimologica:

O Spirto spirante, che spiri con l’anima del Verbo nel


seno del Padre...
(Maria Maddalena de’ Pazzi, Le parole dell’estasi [1585],
a cura di Giovanni Pozzi, Adelphi, Milano 1984, p. 120)

Viva nella più ampia e viva di tutte le culture, si ravviva


quella lingua nel focolare della culta famiglia...
(Graziadio Isaia Ascoli, Proemio
all’«Archivio Glottologico Italiano» cit., p. 16)

In greco paregmenon «derivazione», in latino de-


rivatio. È il rinforzo semantico ottenuto con la ripe-
tizione del radicale (la radice delle parole, nelle lin-
gue indoeuropee, è la depositaria del significato) in
espressioni o contigue o almeno appartenenti a una
stessa frase (o a frasi di uno stesso periodo).

Gradatio, v. Climax.

Iperbato:

E tu, mattina ritrovata, [...] / tu continuo dipani stupore


/ avvento a nuove forme.
(Annalisa Cima, Avvento a nuove forme, in Ead., Sesamon,
Guanda, Milano 1977, vv. 7-11; ora in Ead., Di canto
in canto, Longo, Ravenna 2007, p. 184)
­86 Prima lezione di retorica
Con il greco hyperbatón «trasposto», reso in la-
tino con transgressio «l’andare oltre», transiectio «il
far passare al di là, trasposizione», si indica l’interpo-
sizione di una parte di enunciato a due componenti
di un’espressione (aggettivo-nome e viceversa, avver-
bio- nome o verbo eccetera). L’effetto è l’enfasi sugli
elementi che vengono spostati.

Metabole:
voce greca (metabolé «mutamento») assunta dagli
studiosi del Gruppo di Liegi per significare «ogni
specie di cambiamento di un aspetto qualsiasi del
linguaggio»45.
In quest’ottica le metabole si suddividono in
«grammaticali» – metaplasmi (v.); metatassi, che mo-
dificano la struttura della frase; metasememi, che ver-
tono su fatti di significazione e corrispondono ai clas-
sici tropi (v.) – e «logiche». Queste ultime «modifica-
no il valore logico della frase e per conseguenza non
sono più condizionate da restrizioni linguistiche»46.
Tra le figure censite, l’antifrasi (v.), la reticenza (v.),
l’iperbole e l’ironia (v. supra, al punto A).

Metalepsi o Metalessi:
dal greco metàlepsis «scambio, trasposizione», in la-
tino transsumptio, è una trasposizione di significato
che produce un’improprietà contestuale. Si ha quan-
do si traspone la sinonimia dalla classe dei nomi co-

45
  Groupe m, Rhétorique générale, Larousse, Paris 1970 (trad. it.
Retorica generale. Le figure della comunicazione, Bompiani, Milano
1976, p. 34).
46
  Ivi, p. 49.
III. Dentro il sistema classico ­87
muni a quella dei nomi propri, che in quanto tali non
hanno sinonimi.
Esempi classici:
– l’attribuzione al centauro Chirone (in greco
Cheiron) del nome Hesson, che ha lo stesso significa-
to del qualificativo cheiron «inferiore, soccombente»;
– il nome latino del caso accusativo (accusativus)
dovuto a calco errato del greco aitiatiké, da aitía,
che significa «causa» e «accusa». Per un errore di
interpretazione è stato preso il secondo dei signifi-
cati come base per la trasposizione del termine in
latino.
Sulla metalessi quale combinazione di figure (si-
neddoche, metonimia, metafora, allusione ecc.) in
forza del significato generale di «trasposizione» ma-
nifestato dalla sua denominazione greca, si trovano
spiegazioni alle pp. 139-142 del mio Manuale di re-
torica cit.

Metaplasmo:
fu così denominato tradizionalmente «ogni cambia-
mento nella forma di singole parole accolto nel si-
stema linguistico per forza di consuetudine, oppure
giustificato dall’autorità degli scrittori ‘approvati’
come modelli (auctoritates). A ciò si aggiungeva la
deroga occasionale (con la conseguente qualifica di
metaplasmo) per quelle scorrettezze che di volta in
volta la situazione imponesse come ‘dovere più for-
te’, scorciatoia per una comunicazione veramente
persuasiva».
Si elencano qui di seguito i principali mutamenti
fonetici dovuti all’alterazione di parole mediante ag-
giunzione, soppressione, permutazione di suoni.
­88 Prima lezione di retorica
a) Metaplasmi per aggiunzione di suoni

Dialèfe: permette di calcolare separatamente due


vocali contigue, di parole diverse, che potrebbero
stare in un’unica posizione:

che da ogne creata vista è scisso


(Paradiso, XXI, 96)

È l’opposto della sinalefe (v.).


Dièresi: è il contrario della sineresi (v.). Può es-
sere indicata graficamente dal segno diacritico dello
stesso nome posto sulla semivocale del dittongo da
dividere:

Dolce color d’orïental zaffiro


(Purgatorio, I, v. 13)

Epèntesi o Anaptissi, all’interno di parola: Man-


tova rispetto al latino Mantua.
Epìtesi o Paragòge, nel parlato, alla fine di parole
terminanti in consonante: filme per film; ìcchese per ics.
Pròtesi o Pròstesi, all’inizio di parola; per
esempio, la i- detta prostetica davanti ai gruppi
s+consonante: per iscritto, in ispirito ecc.

b) Metaplasmi per soppressione di suoni

Afèresi, eliminazione di una vocale o di una silla-


ba: scuro<oscuro.

Apòcope, taglio di uno o più elementi termina-


III. Dentro il sistema classico ­89
li: po’<poco; gran<grande; città, pietà, bontà<cittade,
pietade (o pietate), bontade.

Sinalèfe: fusione di due vocali contigue apparte-


nenti a parole diverse; metricamente, l’inserzione di
due sillabe in un’unica posizione:

Era il maggio odoroso [...]


(Giacomo Leopardi, A Silvia, v. 13, in Id., Canti,
a cura di Giuseppe e Domenico De Robertis,
Mondadori, Milano 1978)

Se una delle due vocali contigue si elimina, si ha


un’elisione: l’acqua; un’onda.

Sìncope, soppressione di uno o più suoni entro


una parola: comprare<comperare.

Sinèresi: la fusione di due vocali adiacenti nella


stessa parola. Metricamente, è il fenomeno che per-
mette di trattare due vocali di una stessa parola come
occupanti un’unica posizione anziché due posizioni
metriche distinte:

Passo del viver mio la primavera


(Giacomo Leopardi, Il passero solitario,
v. 26, in Id., Canti cit.)

Sìstole e Diàstole: nella metrica latina sistole è


l’abbreviamento di una vocale normalmente lunga;
diastole è l’allungamento di una vocale normalmente
breve. Nella metrica italiana si ha una diastole quan-
do si sposta l’accento di una parola verso la fine per
­90 Prima lezione di retorica
ragioni di rima o di ritmo (nell’esempio seguente, la
rima interna con riso):

Ove il tuo nume, o Dionìso, / e il tuo riso e il tuo furore


/ e il tuo periglio?
(Gabriele D’Annunzio, Ditirambo I, vv. 28-30, in Id., Alcyone,
a cura di Federico Roncoroni, Mondadori, Milano 20078)

c) Metaplasmi per permutazione di suoni

Metàtesi: inversione dell’ordine di successione di


suoni in una parola: interpetrare per ‘intepretare’; «il
troppo stroppia» per ‘storpia’.

Tmesi: spostamento di una parte di lessema dovuto


a taglio (tale è il significato del greco tmêsis), che testi-
monia «uno stadio linguistico in cui la composizione
di parole era meno stretta»47. Secondo la Retorica ge-
nerale (p. 125) del Gruppo di Liegi il fenomeno della
tmesi comprende «tutti i casi in cui due morfemi o
sintagmi che l’uso grammaticale unisce strettamente
si trovano separati da altri elementi intercalati». Nella
poesia italiana di ogni età la tmesi compare in fin di
verso. Notissimo il passo ariostesco, ove sulle labbra
di Brandimarte morente si tronca il nome dell’amata:

né men ti raccomando la mia Fiordi...- / ma dir non poté:


- ...ligi-, e qui finio
(Orlando furioso, XLII, 14, 3-4)

Metatesi, v. Metaplasmo.

47
  Heinrich Lausberg, Elementi di retorica cit., p. 182.
III. Dentro il sistema classico ­91
Omoteleuto o Omeoteleuto:
è un fenomeno dell’omofonia (uguaglianza di suoni);
questa comprende anche la rima e l’allitterazione (v.).
Il significato del termine greco homoiotéleuton è reso
dalla denominazione traduttiva latina simili modo de-
terminatum «terminante in modo simile», che affian-
ca la forma adattata homoeoteleuton. Letterariamen-
te questo fenomeno si incarna, oltre che nelle rime,
nelle assonanze in poesia. Nel discorso ordinario la
ripetizione di finali di parole provoca cacofonie fasti-
diose. Un esempio costruito per mostrare caricatural-
mente gli effetti di questa figura è la traduzione che
Umberto Eco fa del passo di Queneau, Homéotéleu-
tes, di cui riporto qui poche righe:
Un giorno d’estate, tra genti pestate come patate su
auto non private, vedo un ebète, le gote devastate, le nari
dilatate, i denti alla Colgate, e un cappello da abate con le
corde intrecciate.
(Raymond Queneau, Esercizi di stile,
trad. it. di Umberto Eco, Einaudi, Torino 1983, p. 45)

Personificazione o Prosopopea:
il primo nome riproduce il francese personnification,
calco del latino fictio personae, che è la traduzio-
ne del greco prosopopoiía, da prosopopoiéo «per-
sonifico» (prósopon «volto» e poiéo «faccio»). È la
raffi­gurazione di esseri inanimati o di entità astrat-
te come  persone. In quanto espediente letterario
appartiene alla prosa e alla poesia di ogni tempo;
comprende le umanizzazioni, colte e popolari, di
animali nelle fiabe, nella favolistica e nella narrativa
in generale.
Fra gli autori e le opere: Esopo, Fedro, la Batraco-
­92 Prima lezione di retorica
miomachia, il Roman de la rose, La Fontaine, Lewis
Carroll, Carlo Collodi, George Orwell.

Preterizione:
il latino praeteritio «il passare oltre» e il greco paraléi-
po «tralascio, ometto» coprono insieme le manifesta-
zioni di questa figura. Per un aspetto, il dichiarare
che si tralascerà di parlare di un certo argomento
mentre lo si nomina nei tratti essenziali:

Cesare taccio che per ogni piaggia / Fece l’erbe sangui-


gne / Di lor vene, ove ’l nostro ferro mise
(Francesco Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta
cit., CXXVIII, vv. 49-51)

Per un altro aspetto, l’insistenza sul paradosso del


dire e dell’omettere:

(e non ti nascondo / quelle infinite complicazioni [...]


che non ti rivelo)
(Edoardo Sanguineti, Codicillo, 9, vv. 2-3,
in Id., Bisbidis, Feltrinelli, Milano 1987)

Nel discorso ordinario la figura si ritrova in una


quantità di formule rituali («non starò a dire...» / «ma
perché dilungarmi?»).

Protesi o Prostesi, v. Metaplasmo.

Reticenza o Aposiopesi:

Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse: / quel giorno più non


vi leggemmo avante
(Inferno, V, vv. 137-138)
III. Dentro il sistema classico ­93
Costui [...] avendo veduta Gertrude qualche volta pas-
sare o girandolar lì, per ozio, allettato anzi che atterrito dai
pericoli e dall’empietà dell’impresa, un giorno osò rivol-
gerle il discorso. La sventurata rispose.
(I promessi sposi, cap. X, 83)

In latino reticentia, obticentia: nomi deverbali,


rispettivamente da reticere, obticere «tacere», e per-
ciò «il silenzio»; interruptio «interruzione». In greco
aposiópesis, da aposiopáo «mi interrompo, taccio». Si
verifica quando si tronca all’improvviso un discorso,
lasciando a mezzo l’espressione di un pensiero, fa-
cendone tuttavia intendere gli sviluppi impliciti e le
prevedibili conseguenze.

Sermocinatio:
si ha quando l’oratore simula il parlare di un altro
introducendolo in forma diretta nel proprio discorso;
sostituisce al racconto (alla diegesi) l’imitazione (la
mimesi). Appartengono a questa figura alcune varia-
zioni accomunate dalla prerogativa di drammatizzare
il discorso: il rivolgere domande al pubblico (percon-
tatio o exquisitio), il dare istantaneamente risposte
che suonino come obiezioni (subiectio o hypophorá),
il dialogismo (v.).

Sillepsi o Sillessi:
nelle proposte del Gruppo di Liegi è ogni infrazione
retorica alle regole di concordanza di genere, nume-
ro, persona o tempo. Tipici l’anacoluto (v.) e lo zeu-
gma (v.); e inoltre l’uso della terza persona per indica-
re chi parla (esempio classico i Commentari di Giulio
Cesare) o la persona a cui ci si rivolge («Il signore è
­94 Prima lezione di retorica
servito»); l’impersonale reso dalla seconda persona
singolare e plurale («Con questo mezzo puoi/potete
= si può risparmiare tempo»; i tempi verbali (ad es.
l’imperfetto) nel discorso indiretto libero.
La sillepsi detta oratoria è la diafora (v.).

Simploche:
Dammi la pace [...] Una pace forte e senza cedimen-
ti, una pace virile e senza debolezze, una pace rischiata e
senza fughe...
(Adriana Zarri, Il pozzo di Giacobbe.
Geografia della preghiera da tutte le fedi,
Camunia, Brescia 1985, p. 145)

È la combinazione dell’anafora (v.) con l’epifora


(v.). Il nome deriva dalla denominazione greca sym-
ploké «intreccio, congiungimento», resa in latino con
complexio. È una delle figure della ripetizione che so-
no tipiche delle invocazioni.

Sinalefe, v. Metaplasmo.

Sinchisi:
O Roma, o Roma, la prima / davanti alla faccia del Sole,
/ incombustibile forza
(Gabriele D’Annunzio, Ditirambo I cit., vv. 40-42)

In latino mixtura verborum «mescolanza delle pa-


role» di cui viene turbato l’ordine abituale. È pro-
dotta dalle ripetute combinazioni di anastrofi (v.) e
di iperbati (v.) in espressioni connesse, ed è frequen-
te nelle lingue classiche, strutturalmente disposte ai
mutamenti nell’ordine dei componenti della frase.
III. Dentro il sistema classico ­95
In italiano i casi di sinchisi nella lingua letteraria si
presentano o come manifestazioni dell’ambiguità se-
mantica a cui è legata la polisemia dei testi poetici o,
più spesso, come risposte ad esigenze metriche.

Sincope, Sineresi, Sistole, v. Metaplasmo.

Sinestesia:
dal greco synàisthesis «percezione simultanea». È
un tipo di metafora che esprime un trasferimento di
significato dall’uno all’altro campo sensoriale: «tin-
te calde/fredde; profumo fresco; voce chiara/cupa/
profonda; colori chiassosi/stridenti; persona ruvida;
è andato tutto liscio; paura nera/blu; parole acide;
sorriso amaro; prezzi salati; colorito (nell’esecuzione
musicale); in tedesco Tonfarbe («colore del suono»,
«timbro»); una luce dolce; una musica dolce ecc.».

Tmesi, v. Metaplasmo.

Zeugma:

parlare e lagrimar vedrai insieme


(Inferno, XXXIII, 9)

Ai termini greci zêugma «aggiogamento», da zêu-


gnymi «aggiogo» e sýllepsis «il prendere insieme»,
corrisponde una serie di calchi latini (conceptio,
adiunctio, coniunctio, nexum) che non hanno sop-
piantato il primo originale greco, passato anche nelle
lingue moderne. La figura rappresenta un accoppia-
mento di parole una sola delle quali è appropriata al
­96 Prima lezione di retorica
predicato; rispetto a questo si verifica un’incongruen-
za o sintattica (v. Sillepsi) o semantica.
Per una casistica degli usi nel linguaggio ordinario
cfr. il mio Manuale di retorica cit.

Le figure retoriche in cui gli antichi hanno inca-


sellato fatti discorsivi – sintattici, semantici, foneti-
ci e metrici – possono essere descritte oggi con gli
strumenti di cui disponiamo in settori che presentano
ampi margini di sovrapposizioni reciproche: gram-
matica del discorso, linguistica testuale e pragmatica.
Ciò non toglie che le denominazioni tradizionali delle
figure possano valere come segni di riconoscimento;
e in questo senso abbiano una funzione euristica.
Non si sottovaluti inoltre il peso che lo studio e la
pratica dell’arte retorica hanno avuto nella formazio-
ne di tanti, e fra i migliori, autori antichi e moderni.
A tali motivi è legato il valore storico-filologico delle
tassonomie, anche se i loro fondamenti teorici non
sono più validi, oggi, come è fisiologico a ogni campo
del sapere.

4. Memoria e pronuntiatio/actio
La disposizione degli elementi del discorso a ciascun
livello della loro organizzazione riguarda tutte le par-
tizioni tradizionali della retorica antica; dunque an-
che la memoria e la pronuntiatio/actio: gli espedienti
delle mnemotecniche e l’impostazione del modo di
parlare, dei gesti, degli atteggiamenti in generale.
Nella Rhetorica ad Herennium, ad esempio, si racco-
III. Dentro il sistema classico ­97
mandava di procedere con forza crescente nel tono
di voce: pacato all’inizio, più mosso e concitato nel
finale.
Riservo solo un cenno puramente indicativo a tali
argomenti che pure, di per sé stessi, sono sintomatici
della natura della retorica antica, nata e prosperata
sulla costituzione e le esigenze dell’oralità. Del resto
l’etimologia del termine con cui le teorie e le prati-
che della disciplina sono state designate ab antiquo
riconduce al campo d’azione e ai mezzi pertinenti al
«dire» (éirein)48.

48
  Nella bibliografia dedicata a questa parte degli studi retorica-
mente pertinenti segnalo le seguenti voci: sulle mnemotecniche sono
fondamentali: Paolo Rossi, Clavis universalis. Arti mnemotecniche
e logica combinatoria da Lullo a Leibnitz, Ricciardi, Milano-Napoli
1960, nuova edizione il Mulino, Bologna 1983; Francis A. Yates, L’ar-
te della memoria, Einaudi, Torino 19843. Sulle combinatorie dell’ars
memorativa Lina Bolzoni, La stanza della memoria. Modelli letterari
e iconografici nell’età della stampa, Einaudi, Torino 1995. Un’ampia
trattazione dell’actio dall’antichità a oggi si trova nell’Historisches
Wörterbuch der Rhetorik, a cura di Gert Ueding, Niemeyer, Tübin-
gen 1992, I, pp. 43-74. Si raccomanda inoltre Stefania Stefanelli, Per
una tipologia del testo spettacolare: un modello di oralità nei trattati
di declamazione ottocenteschi, in Generi, architetture e forme testuali,
Atti del VII Convegno Silfi, a cura di Paolo D’Achille, vol. II, Cesati,
Firenze 2004, pp. 801-815.
IV
...usque ad mala

1. Qualche integrazione
Quest’ultimo capitolo si riallaccia al primo nel titolo
per ricondurci metaforicamente al percorso compiuto.
O «incompiuto», se si dà peso alle possibili lacune che
tuttavia possono essere state indotte da caratteristiche
previste dal progetto e dalle dimensioni del libro.
Non è per rimediare alle quasi inevitabili aporie
se aggiungo qualche cenno sul presente della retorica
e, ove occorra, sul suo immediato passato, sull’affer-
marsi e sui prevedibili sviluppi di tendenze alle q­ uali
si è accennato nei capitoli precedenti. Dovrebbe gio­
varsene, se non un’irraggiungibile completezza, al-
meno il tentativo di lasciare senza troppi deficit di
informazioni il quadro complessivo.
I modelli di argomentazione che hanno segnato la
rinascita della retorica alla metà del Novecento (Pe-
relman e Olbrechts-Tyteca; Toulmin)1 sono stati ci-

1
  Sul trattato di Perelman e Olbrechts-Tyteca la bibliografia è
immensa. Qui, con un’elementare semplificazione, mi permetto di
­100 Prima lezione di retorica
tati occasionalmente nei capitoli secondo e terzo del
presente libro: cenni essenziali, certamente inadegua-
ti all’importanza, alla complessità degli argomenti e
all’opportunità di indirizzare il lettore ad accostarsi a
queste fondamentali tendenze del pensiero che sono
state decisive per gli sviluppi successivi della discipli-
na. E per il vasto campo degli studi sull’organizzazio-
ne testuale, debitori in vario modo all’una o all’altra
delle due teorie che hanno segnato «una svolta nel
pensiero contemporaneo [...] facendo sì che la dia-
lettica riprendesse vita e riapparisse come teoria del
discorso argomentativo, come ragionamento proba-
bile, come logica informale»2.

2. Note sulla pragma-dialettica


In tale prospettiva merita particolare attenzione la
«pragma-dialettica» elaborata dagli olandesi Frans
H. van Eemeren e Rob Grootendorst3. A questa dot-

rinviare al mio Manuale di retorica, Bompiani, Milano 201012, passim.


Altrettanto per il sistema di Stephen Toulmin, di cui vorrei richiama-
re la critica al modello unico di validità argomentativa attribuita al
sillogismo logico.
2
  Paolo Vidali, Introduzione, in La svolta argomentativa. 50 anni
dopo Perelman e Toulmin, a cura di Adelino Cattani, Paola Cantù,
Italo Testa e Paolo Vidali, Loffredo, Napoli 2009, p. 10.
3
  Il loro volume Argumentation, Communication, and Fallacies.
A Pragma-dialectical Perspective, Lawrence Erlbaum Associates,
Hillsdale (NJ) 1992 ha avuto importanza fondante per la nuova di-
sciplina. Una sistemazione complessiva degli studi sull’argomentazio-
ne si trova in Frans H. van Eemeren, Rob Grootendorst, Francisca
­Snoeck Henkemans (a cura di), Fundamentals of Argumentation The-
ory. A Handbook of Historical Backgrounds and Contemporary Devel-
opments, Lawrence Erlbaum Associates, Mahwah (NJ) 1996. Si veda
ora Frans H. van Eemeren, Rob Grootendorst, A Systematic Theory
of Argumentation. The Pragma-dialectical Approach, Cambridge Uni-
IV. ...usque ad mala ­101
trina si rifanno le ricerche di un gruppo di studiosi di
Amsterdam impegnati in un articolato programma di
analisi del discorso argomentativo. Alla cui base sta
la concezione dell’argomentazione come «discussio-
ne critica volta a risolvere un conflitto di opinioni».
Le analisi pertinenti si fondano non solo sull’idea-
lizzazione dei dati propria della logica formale, né
solo sull’osservazione empirica praticata dalla lingui-
stica descrittiva, ma sull’integrazione metodica delle
due dimensioni. La pragma-dialettica intende così
rispondere adeguatamente sia al rigore richiesto dai
procedimenti dialettici, sia all’empirismo di analisi
pragmatiche ben controllate.
Il modello pragma-dialettico comprende dieci
principi fondamentali: i «dieci comandamenti della
discussione critica». Ogni violazione di tali regole
produce altrettante fallacie4. Riproduco il testo delle
«regole per un’argomentazione ideale» nella tradu-
zione di Lo Cascio5:

1. Le parti coinvolte nella disputa non debbono crearsi


reciprocamente impedimenti nella possibilità di esprimere
dubbi o avanzare riserve.
2. Chi esprime un’opinione deve essere disposto, se
richiesto, a difenderla.
3. Un attacco ad una argomentazione deve essere cen-
trato sulla tesi che è stata veramente enunciata dall’anta-

versity Press, Cambridge 2004 (trad. it. Una teoria sistematica dell’ar-
gomentazione. L’approccio pragma-dialettico, Mimesis, Milano 2008).
4
  Rinvio alle notizie sommarie che ne darò poco più avanti.
5
  Vincenzo Lo Cascio, Persuadere e convincere oggi. Nuovo ma-
nuale dell’argomentazione, Academia Universa Press, Città di Castello
(PG) 2009, pp. 321-322.
­102 Prima lezione di retorica
gonista, senza distorcere il discorso, senza fare apparire
diversa la tesi e senza fare in modo che venga attribuita
all’antagonista una tesi diversa da quella da lui sostenuta.
4. Una tesi deve essere difesa solo con argomenti corre-
lati con essa e che non abbiano attinenza con altro.
5. Bisogna tener conto del fatto che lasciando implicite
delle premesse bisogna accettarne le conseguenze e che si
può essere attaccati sul terreno di esse.
6. Una tesi può essere considerata come adeguatamen-
te difesa se si basa su argomenti appartenenti ad un punto
di partenza comune.
7. Una tesi può essere considerata adeguatamente dife-
sa se la difesa si svolge con l’uso di argomenti che rispec-
chiano e rispettano la prassi e lo schema argomentativo
comunemente accettati.
8. Gli argomenti usati in una discussione debbono es-
sere validi o resi validi rendendo esplicite una o alcune
delle premesse lasciate implicite.
9. Una difesa perdente deve avere come conseguenza
che il soggetto argomentante accetti di cambiare la propria
posizione, così come una difesa vincente deve avere come
conseguenza che l’antagonista cambi la propria posizione
e rimuova i suoi dubbi sulla tesi difesa dal soggetto argo-
mentante.
10. La formulazione delle tesi, la definizione delle posi-
zioni reciproche e la formulazione degli argomenti devono
essere il più possibile chiare e interpretabili.

Giustamente Lo Cascio6 osserva che l’elenco delle


norme pragma-dialettiche «potrebbe essere allarga-
to con altri ‘comandamenti’ più o meno accettabili»;
che questi potrebbero essere applicati «alle situa-

6
  Ivi, p. 322.
IV. ...usque ad mala ­103
zioni argomentative in cui non ci sia una disputa»,
con un emergere di problemi svariati (di veridicità,
di attendibilità, di chiarezza ed eleganza enunciative,
di ambiguità, di stili nella presentazione degli argo-
menti, di punti di vista e altro ancora, che qui ometto
per brevità). Affrontare le questioni messe in campo
darebbe luogo, come afferma Lo Cascio, a una «gui-
da argomentativa per il buono, onesto ed efficiente
argomentare, ed è chiaro che per pervenire ad una
guida completa ed esauriente ci sarebbe molta car-
ne da mettere al fuoco della ricerca sia testuale che
pragmatica»7.

3. Altre proposte notevoli nel dominio


dell’argomentazione
Le strategie pragma-dialettiche messe in atto nell’ar-
gomentare sono descritte con perspicuità da Lo
Cascio principalmente nel volume già citato, oltre
che in un folto complesso di contributi su aspetti e
tecniche dell’argomentazione in campi svariati. Ap-
plicando principi e regole della sua «grammatica
argomentativa»8 l’Autore imposta analisi testuali libe-
re dalle approssimazioni che si trovano in ben diversi
(e vulgati) tentativi di spiegare le strutture del discor-
so, specialmente del discorso ordinario. La principale
novità del modello consiste nella ricerca di generare
i «profili argomentativi», con le restrizioni sintattiche

7
  Ibid.
8
  Di questa Lo Cascio aveva già dato una prima convincente
formulazione nel libro Grammatica dell’argomentare: profili, strutture,
strategie, La Nuova Italia, Firenze 1991.
­104 Prima lezione di retorica
e semantiche a cui sono sottoposti, le condizioni e le
norme violando le quali si dà luogo a strutture scorret-
te. L’ampia panoramica dell’argomentazione nei suoi
elementi costitutivi (categorie e funzioni; testi, luo-
ghi, protagonisti, condizioni e scenari; schemi o pro-
fili, procedure del ragionamento, regole e restrizioni
combinatorie), nell’individuazione degli indicatori di
forza, delle inferenze che determinano la controargo-
mentazione (ma il mio elenco è largamente incomple-
to), comprende pure una ricca tipologia delle forme,
analizzate nei loro contrasti, reali o apparenti (ad
esempio: dimostrazione e argomentazione), e inoltre
una classificazione critica dei linguaggi speciali ecce-
tera. Tra i punti forti, la coerenza strutturale dell’im-
pianto e la ricchezza delle esemplificazioni.
Nell’ambito della cultura occidentale gli studi
sull’argomentazione hanno avuto, dalla metà del No-
vecento in poi, un notevole incremento. Darne conto
riassuntivamente espone al rischio di impoverirne la
portata e la novità. Questo nonostante l’utilità inne-
gabile di abbozzare se non altro un rapido collega-
mento fra la tradizione retorica e alcuni almeno degli
sviluppi recenti della disciplina. Qualche notizia è
già stata data negli ultimi paragrafi del secondo ca-
pitolo, quando si è accennato alla riabilitazione no-
vecentesca della retorica e ad alcuni dei mutamenti
che ne sono conseguiti. Ma l’ampiezza del campo di
indagine dissuade dal proporre qui un arricchimento
del quadro complessivo. Del resto, le informazioni
bibliografiche ricavabili dalle indagini attuali offrono
solidi punti di avvio per le ricerche nel settore.
Nella vasta originale produzione di Michel Meyer
spicca, a cinquanta anni di distanza dalle opere ri-
IV. ...usque ad mala ­105
voluzionarie di Perelman e Olbrechts-Tyteca e di
Toulmin, il trattato Principia Rhetorica. Une théorie
générale de l’argumentation (Fayard, Paris 2008).
Alla base delle riflessioni di Meyer sta l’idea (già da
lui sviluppata in diversi interventi fondativi della sua
«problematologia») dello scambio comunicativo co-
me allontanamento o, viceversa, come avvicinamento
degli attori della comunicazione: «ci sono questioni
ad alta densità problematica, che eccitano passioni
e allontanano gli individui; come ci sono questioni
poco problematiche, che servono a facilitare la con-
versazione quotidiana, spesso per allacciare contatti
cortesi e amichevoli. Le prime dividono, le seconde
uniscono. Dall’argomentazione conflittuale al discor-
so convenzionale la gradazione è continua»9. Oggetto
esclusivo della relazione retorica è la «distanza tra gli
esseri»10. Ne consegue la seguente definizione del-
la disciplina (e delle sue pratiche): «La retorica è la
negoziazione della distanza fra individui a proposito
di una data questione»11 (e delle relative discussioni
dovute alla varietà dei punti di vista e delle situazio-
ni comunicative). Si raccomanda per la sua coerenza
l’ampia panoramica storica e critica degli sviluppi
della disciplina.
Un incremento notevole alla «logica informale» è
derivato dalla diffusione delle importanti opere dello
studioso canadese Douglas Walton (Informal Logic:
A Pragmatic Approach, Cambridge University Press,
New York 20082), nei campi della teoria generale

9
  Michel Meyer, Principia Rhetorica cit., p. 9.
10
  Ibid.
11
  Ivi, p. 21.
­106 Prima lezione di retorica
dell’argomentazione (Fundamentals of Critical Argu-
mentation, ivi 2006), dell’argomentazione giuridica
e dell’intelligenza artificiale (Argumentation Methods
for Artificial Intelligence in Law, Springer, Berlin
2005; Witness Testimony Evidence: Argumentation,
Artificial Intelligence and Law, Cambridge Univer-
sity Press, New York 20082). Walton è uno dei più
autorevoli specialisti nella teoria e nello studio del-
le fallacie logiche (Fallacies Arising from Ambiguity,
Springer, Berlin 2010).
Sulle fallacie (mosse argomentative apparente-
mente corrette, ma logicamente erronee, ove l’erro-
re è nascosto ad arte) esiste da Aristotele in poi una
vastissima letteratura. Tra le più recenti acquisizioni
si segnala a buon diritto il trattato di Franca D’A-
gostini, Verità avvelenata (Bollati Boringhieri, Torino
2010). Fra i lavori della stessa autrice è importante il
saggio Fallacia ad ignorantiam, realismo ed epistemi-
cismo. Contributo allo studio filosofico delle fallacie,
nell’ottima raccolta, qui già citata, a cura di Adelino
Cattani et al., La svolta argomentativa, pp. 71-83.
Gli argomenti che abbiamo appena toccato sono
temi di suggestive trattazioni in vari lavori di Cattani.
Notiamo fra questi: Forme dell’argomentare. Il ragio-
namento tra logica e retorica (Edizioni GB, Padova
1990); l’acuta disamina di una considerevole quantità
di fallacie nel volume Discorsi ingannevoli. Argomen-
ti per difendersi, attaccare, divertirsi (ivi 1995); la ben
motivata fenomenologia della disputa, in Botta e ri-
sposta. L’arte della replica (il Mulino, Bologna 2001).
Il volumetto apparso successivamente, Come dirlo?
Parole giuste, parole belle (Loffredo, Napoli 2008),
verte sul tema antichissimo della magia del linguag-
IV. ...usque ad mala ­107
gio. Ne scrive infatti Cattani (p. 13): «Portare l’at-
tenzione sulla magia del discorso e sull’incantamento
del linguaggio implica naturalmente anche prestare
attenzione a come sottrarsi alla magia e come sfuggire
all’incantamento». Che è pure un calcare i variegati
terreni della retorica.

4. Episodi di retorica delle figure


Nella seconda metà del Novecento si impose, tra con-
sensi per la sua originalità e dissensi per le posizioni
problematiche rinvenute proprio là dove le novità
erano più evidenti, il modello di retorica dovuto a sei
studiosi dell’Università di Liegi12, riuniti sotto la de-
nominazione di Groupe µ. Per loro la retorica, come
vuole simboleggiare la lettera µ, che è l’iniziale greca
di metaphorá, è considerata «non più come un’arma
della dialettica, ma come strumento della poetica»13.
Con questa tuttavia non si identifica perché funziona
in tutti i tipi di discorso. La nuova teoria delle figu-
re, in quanto studio dei meccanismi che modificano
aspetti del linguaggio (forme, relazioni sintattiche, ef-
fetti di senso), intende rimediare alle carenze di una
stilistica che sia votata per tradizione all’analisi degli
«scarti», delle deviazioni dall’uso «normale». Non si
tratta tuttavia di proporre una tassonomia alternativa
rispetto a quelle tradizionali, viziate da sovrabbon-

12
Jacques Dubois, Francis Edeline, Jean-Marie Klinkenberg, Phi-
lippe Minguet, François Pire, Hadelin Trinon (Groupe µ), Rhétorique
générale, Larousse, Paris 1970 (trad. it. Retorica generale. Le figure
della comunicazione, a cura di Mauro Wolf, Bompiani, Milano 1976).
13
  Citazione da p. 14 dell’edizione italiana.
­108 Prima lezione di retorica
danze e incoerenze, ma di fissare «strutture stabili
che definiscano certi usi linguistici»14. Rifacendosi
alle proposte elaborate dal maestro della linguistica
strutturale Roman Jakobson intorno agli anni Ses-
santa del Novecento sul modello della teoria dell’in-
formazione, gli studiosi del Gruppo µ classificano la
retorica come «scienza del discorso» e la linguistica
come «scienza del codice».
Sulle aporie di tale distinzione, e più ancora sugli
sviluppi della «retorica generale» successivi alla prima
edizione del volume e in sintonia con le contempo-
ranee acquisizioni della linguistica testuale, sarebbe
incongruo soffermarsi qui: incongruo perché spro-
porzionato alla distribuzione riservata gli altri temi
di questo capitolo. Imbarazzante ammissione questa,
ma necessaria, appena si rifletta sull’imponenza degli
studi dedicati alle moderne incarnazioni dell’antica
elocutio. Perché dunque insistere a ripiegare su una
rassegna cursoria? Meglio la virtù di un silenzio che
faccia assegnamento sull’interesse, o per lo meno sul-
la curiosità, di un eventuale lettore.

14
  Prefazione all’edizione italiana, p. xxv.
Indici
Indice dei nomi

Agostino, santo, 17, 42n. Boezio, Anicio Manlio Torquato


Albano Leoni, Federico, 34n. Severino, 42.
Alcuino, 42. Bolzoni, Lina, 97n.
Alfieri, Gabriella, 27n. Boncinelli, Edoardo, 50n.
Amannatini, Manetto, 47. Borges, Jorge Luis, 7n.
Antistene, 12. Buber, Martin, 6.
Arbusow, Leonid, 39n, 62. Burke, Kenneth, 26 e n.
Ariosto, Ludovico, 67.
Aristotele, 12, 14-16, 18, 38-39, Caffi, Claudia, 30, 31n.
43, 44n, 79, 106. Calboli, Gualtiero, 36n.
Ascoli, Graziadio Isaia, 21 e n, Calboli Montefusco, Lucia, 42n.
66, 85. Calvino, Italo, 64n, 65, 84.
Asor Rosa, Alberto, 40n. Cantù, Paola, 24n, 100n.
Carducci, Giosuè, 67.
Barbarisi, Gennaro, 48n. Carroll, Lewis, 92.
Barilli, Renato, 34n. Casagrande, Carla, 42n.
Barthes, Roland, 30 e n, 39n, 61. Cattani, Adelino, 24n, 77, 100n,
Bartoli, Daniello, 57 e n. 106-107.
Battistini, Andrea, 18n. Chesneau Du Marsais, César, 20.
Baudelaire, Charles, 22 e n. Cicerone, Marco Tullio, 16, 35n,
Beauzée, Nicolas, 20. 36, 42 e n, 58.
Beccaria, Gian Luigi, 5n, 39n. Cima, Annalisa, 85.
Beda il Venerabile, 79. Civra, Ferruccio, 71.
Benveniste, Emile, 30. Colli, Giorgio, 44n.
Besomi, Ottavio, 6n. Collodi, Carlo, 92.
Bettarini, Rosanna, 76. Compagnon, Antoine, 26 e n.
Bobbio, Norberto, 24, 55n. Contini, Gianfranco, 76.
Boccaccio, Giovanni, 67. Corace, 12.
­112 Indice dei nomi
Cornificio, 35n, 36n. Harris, Zellig, 30.
Crifò, Giuliano, 20n. Helbing, Mario, 6n.
Curtius, Ernst Robert, 40n, 41.
Inglese, Giorgio, 44n.
D’Achille, Paolo, 97n. Ippocrate, 73.
D’Agostini, Franca, 77, 106. Isella, Dante, 49n, 68.
Damiani, Rolando, 45n. Isidoro, 42.
D’Annunzio, Gabriele, 90, 94.
Dante Alighieri, 4-5, 18, 81. Jakobson, Roman, 108.
Da Ponte, Lorenzo, 41n.
Davico Bonino, Guido, 67. Kafka, Franz, 76.
Deaglio, Mario, 65. Klinkenberg, Jean-Marie, 107n.
De Cesare, Anna-Maria, 34n. Kraus, Karl, 73.
De Robertis, Domenico, 89.
De Robertis, Giuseppe, 89. La Fontaine, Jean de, 92.
Donato, Elio, 28. Lamy, Bernard, 20, 62 e n.
Dubois, Jacques, 107n. La Rochefoucauld, François de,
73.
Eco, Umberto, 91. Lausberg, Heinrich, 34n, 39n, 60
Edeline, Francis, 107n. e n, 62, 63 e n, 90n.
Eemeren, Frans H. von, 100 e n. Leopardi, Giacomo, 22, 45n, 66,
Emerson, Ralph Waldo, 6. 89.
Empedocle, 12. Linati, Carlo, 49.
Ennio, Quinto, 74. Lo Cascio, Vincenzo, 101 e n,
Ermagora di Temno, 42 e n. 102, 103 e n.
Esopo, 91. Lotman, Jurij, 30 e n.

Fedro, 91. Machiavelli, Niccolò, 44 e n, 45.


Ferrari, Angela, 34n. Madieri, Marisa, 50n.
Fontanier, Pierre, 20, 34n, 62 e n. Magris, Claudio, 51n, 83.
Fumaroli, Marc, 7 e n, 8, 20n, 26n. Manganelli, Giorgio, 47n.
Mantovani, Vincenzo, 84.
Gadda, Carlo Emilio, 68-69, 72. Manzoni, Alessandro, 22.
Galilei, Galileo, 5, 6n, 25, 64 e Marazzini, Claudio, 18n, 19n, 27.
n, 65. Marello, Carla, 34n.
Garin, Eugenio, 14 e n. Mariani Biagini, Paola, 78.
Genette, Gérard, 24, 30 e n, 34n, Marino, Giovanni Battista, 81.
62n. Martinetto, Vittoria, 7.
Giulio Cesare, 93. Mengaldo, Pier Vincenzo, 18n,
Goethe, Johann Wolfgang von, 44, 45n, 82.
83. Merini, Alda, 84.
Góngora, Luis de, 82. Meyer, Michel, 34n, 104, 105 e n.
Grassi, Corrado, 21n, 66. Mihailescu, Calin-Andrei, 7.
Grassi, Ernesto, 26 e n. Minguet, Philippe, 107n.
Grootendorst, Rob, 100 e n. Montale, Eugenio, 76, 78.
Indice dei nomi ­113
Morino, Angelo, 7. Ritter Santini, Lea, 77.
Mortara Garavelli, Bice, 39n. Roncoroni, Federico, 90.
Murphy, James J., 34n. Rossi, Paolo, 97n.
Rostagni, Augusto, 12.
Nietzsche, Friedrich, 3 e n, 20, Roth, Philip, 84.
23, 26. Russo, Luigi, 45.
Ruwet, Nicolas, 30.
Olbrechts-Tyteca, Lucie, 24, 39 e
n, 56n, 99 e n, 105. Saba, Umberto, 49n.
Omero, 13, 18. Sanguineti, Edoardo, 92.
Orazio, 4. Sansa, Adriano, 77.
Ortese, Anna Maria, 49n, 65. Savoca, Giuseppe, 66.
Orwell, George, 92. Schubert, Franz, 82.
Scialoia, Toti, 63, 67, 83.
Parenti, Luigi, 78. Segre, Cesare, 47n, 77.
Paulhan, Jean, 26. Sforza, Francesco, 44.
Pazzi, Maria Maddalena de’, 85. Sini, Stefania, 21n.
Pecori, Tommaso, 47. Snoeck Henkemans, Francisca,
100n.
Pennacini, Adriano, 16n, 37n.
Solone, 11.
Perelman, Chaïm, 24 e n, 39 e n,
Sperber, Dan, 32 e n, 33.
56n, 99 e n, 105.
Stefanelli, Stefania, 97n.
Petrarca, Francesco, 66, 92.
Pieri, Marzio, 81.
Tasso, Torquato, 41n.
Pierre de la Ramée (Petrus Ra- Teodorico di Chartres, 42.
mus), 19. Terracini, Benvenuto, 4, 5n.
Pigliasco, M. Rosaria, 34n. Tessa, Delio, 49 e n.
Pilato, Francesca, 49n. Testa, Italo, 24n, 100n.
Pire, François, 107n. Timmermans, Benoît, 62n.
Pitagora, 13. Tisia, 12.
Platone, 13. Toulmin, Stephen E., 24 e n, 99,
Poggi, Isabella, 34n. 100n, 105.
Pontano, Giovanni, 73. Trinon, Hadelin, 107n.
Pozzi, Giovanni, 40n, 85.
Procaccioli, Paolo, 47n. Ueding, Gert, 97n.
Pseudo Agostino, 42. Ungaretti, Giuseppe, 82.

Queneau, Raymond, 91. Valesio, Paolo, 74n.


Quintiliano, Marco Fabio, 16 e Vecchio, Silvana, 42n.
n, 28, 36, 37n, 42n, 56, 62, 70, Vela, Claudio, 69.
73-74, 78, 81. Venier, Federica, 34n.
Verri, Pietro, 48n.
Raimondi, Ezio, 18n, 23 e n, 25, Vickers, Brian, 34n.
77. Vico, Giambattista, 20 e n.
Reboul, Olivier, 27 e n. Vidali, Paolo, 24n, 100n.
­114 Indice dei nomi
Virgilio, 81. Yates, Francis A., 97n.

Walton, Douglas, 105-106. Zagrebelsky, Gustavo, 46n.


Wolf, Mauro, 107n. Zarri, Adriana, 94.
Indice delle cose notevoli

Actio, v. Pronuntiatio. – antimetabole o antimetatesi,


Argomentazione, 14, 16, 24, 39, 81; v. anche chiasmo;
52-54, 99, 101, 103-104, 106. – antonomasia, 62, 67, 79-80;
– apocope, 88-89;
Circostanze, 41-42, 54. – aposiopesi, v. reticenza;
– chiasmo, 74, 80-81;
Dispositio, 19, 35, 37, 43, 54. – climax, 81-82;
– diafora, 79, 82, 94;
Elocutio, 19, 33, 35, 37, 57, 61, – dialefe, 88;
108. – dialogismo, 82, 93;
– diastole, 89-90;
Figure retoriche: – dieresi, 88;
– accumulazione, 72; – elisione, 89;
– adýnaton, 72; – enfasi, 62, 67, 74, 83, 86;
– aferesi, 88; – epanalessi, 83-84;
– aforisma, 72-73; – epentesi, 88;
– allegoria, 62, 73; – epifonema, 84;
– allitterazione, 73-74, 91; – epifora, 84-85, 94;
– allusione, 74-75, 87; – epifrasi, v. iperbato;
– anaclasi, 79; v. anche diafora; – epistrofe, 84-85;
– anacoluto, 75-76, 93; – epitesi, 88;
– anadiplosi, 76-77, 81; – figura etimologica, 85;
– anafora, 77, 85, 94; – geminatio, v. epanalessi;
– anaptissi, 88; – gradatio, 46, 81; v. anche cli-
– anastrofe, 78, 94; max;
– antanaclasi, 78-79, 82; v. anche – iperbato, 62, 85-86, 94;
diafora; – iperbole, 62, 67, 70, 72, 86;
– antifrasi, 79, 86; – ironia, 62, 67-68, 79, 86;
­116 Indice delle cose notevoli
– iterazione, v. anafora; Ordo naturalis e ordo artificialis,
– litote, 62, 68; 52.
– metabole, 86; Ornatus, 58-61.
– metafora, 20, 62-64, 73, 87, 95;
– metalepsi o metalessi, 62, 86- Partitio/enumeratio, 54-55.
87; Pronuntiatio, 19, 35, 83, 96.
– metaplasmo, 86-90;
– metatesi, 90; Retorica:
– metonimia, 20, 62-63, 65, 87; – accezione negativa del termi-
– omoteleuto o omeoteleuto, 91; ne, 21-22;
– paragoge, 88; – e filosofia, 13-17, 26;
– perifrasi, 62, 69, 79; – e grammatica, 28-29, 60, 71;
– personificazione, 91-92; – e linguistica del discorso, 29-
– preterizione, 92; 34, 71;
– prosopopea, v. personificazio­ – e poetica, 58;
ne; – e pragmatica, 30-31;
– protesi o prostesi, 88; – e stilistica, 31-32, 34
– e valore figurato degli enuncia-
– reduplicatio, v. anadiplosi;
ti, 31;
– reticenza, 86, 92-93;
– interna ed esterna, 9-12, 29;
– sermocinatio, 93;
– molteplicità della, 25-28;
– sillepsi o sillessi, 82, 93-94; – origini, 3-7;
– simploche, 94; – parti della, v. dispositio, elocu-
– sinalefe, 88-89; tio, inventio, memoria, pronun-
– sinchisi, 94-95; tiatio/actio;
– sincope, 89; – riabilitazione novecentesca del­
– sineddoche, 20, 62-63, 66, 87; la, 26, 104;
– sineresi, 88-89; – risurrezione della r. come teo-
– sinestesia, 95; ria dell’argomentazione, 24;
– sistole, 89-90; – scissione tra dialettica e retori-
– tmesi, 90; ca, 19.
– zeugma, 93, 95-96.
Sezioni del discorso, 35, 54.
Inizi, 7, 43, 46, 49-50, 54; Strutture organizzative del testo,
Inventio, 19, 35, 37-38, 43, 52. 43, 46.

Loci (plurale di locus), v. topoi Topoi o loci, 38-41.


(plurale di topos). Tropi, 20, 60-64, 86.

Memoria, 19, 35-37, 39, 53, 96. Virtutes elocutionis, 58.


Indice del volume

I. Ab ovo 3
1. Dalle origini, p. 3 - 2. Che cosa intendiamo per ‘re-
torica’?, p. 7

II. La lunga vita della retorica occidentale 11


1. Nascita e fondamenti, p. 11 - 2. Retorica e filoso-
fia, p. 13 - 3. Un’esistenza contrastata, p. 17 - 4. La
retorica rifiutata, p. 21 - 5. La retorica giustificata, p.
23 - 6. Una retorica «molteplice», p. 25 - 7. Retorica
e grammatica, p. 28 - 8. Retorica come linguistica del
discorso, p. 29

III. Dentro il sistema classico 35


Premessa, p. 35 - 1. L’inventio, p. 38 - 1.1. I tópoi o
loci, p. 39 - 2. La dispositio, p. 43 - 2.1. Ordo naturalis
e ordo artificialis, p. 52 - 2.2. Le sezioni del discorso
classicamente organizzato, p. 54 - 3. L’elocutio, p. 57
- 3.1. Figure retoriche, p. 61 - 4. Memoria e pronun-
tiatio/actio, p. 96

IV. ...usque ad mala 99


1. Qualche integrazione, p. 99 - 2. Note sulla prag-
ma-dialettica, p. 100 - 3. Altre proposte notevoli nel
dominio dell’argomentazione, p. 103 - 4. Episodi di
retorica delle figure, p. 107

Indice dei nomi 111


Indice delle cose notevoli 115