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Tregenda

La retorica dell’evento, la celebrazione del fatto mentre si


compie, la liturgia dei media nasconde l’evidenza che essi sono
incapaci di descriverlo (o perlomeno disabituati a). Il fatto, i
fatti non si possono (chi ne è capace?) mostrare, ma si possono
manipolare (e questo è già più semplice e comprensibile).
Tuttavia l’incertezza di quanti (ovvero la certezza che molti)
capiscono la facilità della manipolazione, dovrebbe rendere
cauti chi imbastisce la trama. Si suppone a ragione che il
giudizio infine non rimarrà fermo sulle prime posizioni. Ma la
falsità, per convincere, ricorre ai metodi consueti, alle
interpretazioni e ai commenti (gli esperti!), ai frammenti
rimontati per esibire la scenografia voluta, che si spaccia per
reale, che se effettivamente lo si volesse addirittura esibire per
lo spettatore, piegandone in forme talvolta anche eccentriche la
programmata menzogna. A posteriori si possono ricollocare i
vuoti; questa certezza anima la falsificazione della necessità di
una coerenza invincibile. La guerra combattuta sui cieli della
repubblica jugoslava in meno di ottanta giorni, come la
precedente guerra del Golfo, sono testimonianze di una
strategia mediatica che si è rafforzata e fa presagire di cosa sarà
capace nelle prossime occasioni.

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Un mese.

Su Repubblica del 31.3.1999 Andrea Tarquini riferisce che


l’incontro tra Slobodan Milosevic e il premier russo Evgenij
Primakov non ha prodotto risultati utili. Il corrispondente
scrive di un gioco d’azzardo serbo, anche se ammette che vi
sono state sei ore d’incontro tra i due statisti. Primakov non è
riuscito a convincere Gerhard Schroeder, infatti “fin dal primo
pomeriggio” a Bonn e alla Nato “prevaleva lo scetticismo”, per
cui è chiaro che non avrebbero preso in considerazione nessuna
proposta di Milosevic che non fosse una resa completa. Eltsin
comunque dichiara che “la Russia non si farà risucchiare nella
guerra”, anche se sarà probabile “una crisi di lunga durata nelle
relazioni russo-americane”, che però nei fatti viene smentita
dalla necessità di ricevere aiuti per due miliardi e mezzo di
dollari l’anno dal Fmi. Sia il leader comunista Zjuganov che il
generale Lebed chiedono che la Russia appoggi militarmente la
Serbia. Si preme intanto perché siano inviati a Belgrado i nuovi
sistemi difensivi basati sui missili terra aria S300, ma
ufficialmente si negano aiuti militari alla Jugoslavia. In
America James Rubin, portavoce del Dipartimento di Stato,
afferma che i crimini orrendi di queste ore stanno portando a
una radicalizzazione del confronto. “Ed è difficile pensare che,
dopo il conflitto, le popolazioni possano di nuovo convivere”.
Questa dichiarazione sembra, al contrario, confermare che gli
Stati Uniti avessero fin dall’inizio intenzione di togliere il
Kosovo ai serbi. Il “columnist” del New York Times Thomas
Friedman suggerisce invece alla Casa Bianca di tornare al
tavolo delle trattative. Il tg serbo attribuisce a Milosevic la
volontà di trovare una soluzione politica, a patto che cessino i
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bombardamenti. Ma cos’altro potrebbe dire? Sono considerate


irricevibili le proposte serbe che accetterebbero le forze
internazionali in Kosovo, ma non della Nato, e il rientro dei
profughi albanesi, ma anche la salvaguardia dei diritti della
popolazione serba del Kosovo, la fine dell’appoggio della Nato
ai separatisti dell’Uck e il ritiro delle forze di reazione rapida
dalla Macedonia. Di fatto il resto dell’accordo di Rambouillet
“è così ambiguo che piace a pochi anche in Occidente” scrive
nello stesso giorno l’inviato da Belgrado Guido Rampoldi.

Vittorio Zucconi, su Repubblica del 1.4.1999, segnala alcune


notizie che gli stati maggiori del Pentagono distribuiscono
ufficiosamente ai giornali americani in appena velata polemica
con il pacifismo ingenuo del primo Clinton. Servirebbero
duecentomila soldati sul terreno per proteggere il Kosovo, ma
non ci sono. Mancano diecimila volontari all’organico della US
Army perché non sono stati retribuiti sufficientemente, tanto
che si parla di reintrodurre la leva, dopo ventisei anni, o di
reclutare un maggior numero di donne. Mancano mille piloti
trasferitisi alle compagnie aeree civili. Tra i tipi di Cruise, gli
ALCM sono esauriti. Sarà necessario sostituire le tesate
atomiche di vari missili con altre convenzionali. Inoltre, per
quanto riguarda i costi, che sono stati ampiamente sottostimati,
delle piccole guerre locali, ogni Cruise costa due miliardi, gli
F117 Stealth 80 miliardi, i bombardieri B1 300 miliardi. James
Schlesinger, che era stato ministro della difesa e direttore della
Cia al tempo di Carter, sostiene che non si deve intervenire mai
in conflitti locali generati da nazionalismo o razzismo. Secondo

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il senatore McCain, Clinton non ha leadership e non sa cosa sta


facendo.

Secondo Luca Caracciolo, in un articolo nella stessa pagina del


quotidiano, alla fine del conflitto avremo “i serbi
prevedibilmente concentrati nel nord e gli albanesi nel sud, più
o meno lungo la linea di divisione fra occupanti italiani e
tedeschi durante la Seconda guerra mondiale”. “La zona
albanese (due terzi circa dell’attuale provincia) diventerebbe
indipendente, creando le premesse dell’Albania etnica. La zona
serba, con qualche miniera e molti monasteri sacri
all’ortodossia, resterebbe legata a Belgrado”. Prima
dell’intervento della Nato, in tredici mesi di scontri c’erano
stati in Kosovo duemila morti, tra cui centinaia di
collaborazionisti serbi e albanesi. Per un paragone corretto
bisogna ricordare che in Algeria sono state trucidate
ottantamila persone. In Cecenia la guerra è costata centomila
morti. E i curdi quante vittime hanno avuto?

Sul Corriere della sera del 2.4.1999 Massimo Nava scrive della
disinformazione in un articolo intitolato “La verità, prima
vittima della guerra”. La Serbia ha perso le sue guerre sul
campo dell’informazione. “Bombardata dal cielo, la Serbia sarà
devastata dal bombardamento mediatico”. Per esempio si è
parlato molto di uccisioni dei leader kosovari, confermate dai
comandi Nato, dai governi occidentali, dalle agenzie
internazionali di stampa, eppure sono vivi. Gli osservatori
dell’Osce, dice il giornalista, non erano affatto obiettivi, e ciò

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farebbe pensare che l’aggressione alla Serbia era premeditata


da tempo. Con i media sono stati più abili i croati che sono
riusciti a far dimenticare i massacri di Mostar a danno dei
musulmani e la pulizia etnica nella Krajina abitata quasi
esclusivamente da serbi. Il sogno della grande Croazia è molto
più vicino alla realtà di quello della grande Serbia. Ma anche i
musulmani sono riusciti ad espellere da Sarajevo i serbi. La
guerra dell’informazione, sostiene Nava, è quella più
importante. I serbi, che sono apparsi sempre come aggressori,
hanno ottocentomila profughi. La realtà della pulizia etnica sta
emergendo ovunque ed è già realizzata in Croazia e in Bosnia,
quindi è del tutto privo di fondamento l’attacco attuale della
Nato. Antonio Russo, inviato di Radio Radicale, unico
testimone italiano dei bombardamenti a Pristina, arrivato a
Skopje, nascosto tra i profughi albanesi in un vagone del treno
che li ha condotti in Macedonia, riferisce che i bombardamenti
sulla città di Pristina sono stati “totalmente” inefficaci, avendo
colpito case dalle quali gli albanesi erano fuggiti e installazioni
militari svuotate e inerti.

Guido Rampoldi su Repubblica del 1.4.1999 aveva rivolto una


domanda a un ministro federale jugoslavo, Milan Komnenic,
che risponde: “gli occidentali non sanno come fermare la
guerra, noi non abbiamo la possibilità di trovare una strada
alternativa: se ci ritirassimo dal Kosovo, in due giorni laggiù
non resterebbe un serbo”. Il ministro è convinto di un piano
della Nato, risalente almeno al 1991, per la costituzione della
grande Albania. La diceria occidentale della disinformazione
dell’opinione pubblica serba, manipolata dal regime, si scontra
con un dato riportato dall’articolo di Rampoldi, dove si afferma
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che quasi la metà dei belgradesi possiede un’antenna


parabolica.

Renato Caprile su Repubblica del 1.4.1999 aveva scritto che i


macedoni hanno fatto scendere dai treni provenienti dal
Kosovo solo gli albanesi con passaporto macedone. “Tutti gli
altri, migliaia di persone, sono state rimandati indietro, in
Serbia”. I macedoni temono di diventare “una succursale
dell’Uck”.

Sul Corriere della sera del 2.4.1999 è riportata una frase del
segretario alla difesa americano William Cohen che dice:
“Questo conflitto è la scelta tra democrazia e dispotismo”.

Dino Martirano, corrispondente del Corriere della sera a Tirana


scrive il 2.4.1999 che i doganieri di Durazzo hanno bloccato
per cinque ore lo scarico del materiale portato con la “San
Marco”: si trattava di 750 tende, cucine da campo, sacchi a
pelo, materassini, medicinali ecc. Un ufficiale commenta: “In
Albania il primo risultato da conseguire è questo: verificare se
ciò che si è detto la sera vale anche la mattina dopo”.

Il nuovo comandante della regione militare del Kosovo è il


generale Nebojsa Pavkovic. Secondo la propaganda serba le
difese anti-aeree avrebbero abbattuto “sette aerei alleati, un
elicottero, un aereo senza pilota e annientato 27 missili
Cruise”. La televisione di Belgrado ha anche riferito l’opinione
del generale Vladimir Lazarevic, comandante del Corpo
militare di Pristina, che si è recato in visita alle unità dispiegate
nella fascia di frontiera: “La Nato sta usando le forze terroriste
come sue avanguardie per una eventuale aggressione”.
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Alberto Stabile, corrispondente da Mosca per il quotidiano


Repubblica, scrive il giorno 3.4.1999 che si è capito finalmente
il motivo della presenza, accanto a Primakov, dei capi dei
servizi di sicurezza, durante la missione a Belgrado. Secondo
l’agenzia Interfax sono giunti a Mosca i resti dell’aereo
invisibile F117 Stealth, abbattuto dagli jugoslavi. I rottami del
velivolo alle analisi degli esperti dell’industria bellica russa
riveleranno i segreti della tecnologia militare americana. Il
giornalista suppone che vi sia stato uno scambio tra serbi e
russi: questi ultimi hanno fatto salpare dal porto di Sebastopoli
alla volta dell’Adriatico la nave-spia “Liman”. Si tratta di una
nave ufficialmente registrata come nave per la ricerca
oceanografica, costruita negli anni ‘80 e dotata delle più
aggiornate apparecchiature per l’intercettazione elettronica e
visiva. “Una tecnologia che permetterà di fornire in tempo
reale a Mosca il quadro dei movimenti delle forze aeree e
navali della Nato”. Il giornalista ritiene, secondo voci assai
fondate, che i dati saranno ritrasmessi immediatamente a
Belgrado. Inoltre, secondo il giornale russo “Kommersant”,
dall’inizio delle ostilità è in atto una collaborazione a livello
informativo tra Mosca e Belgrado; grazie ai satelliti la Russia
può aggiornare sistematicamente la Serbia su decolli, rotte e
caratteristiche degli aerei della Nato impiegati nelle missioni
operative. Inoltre sembra che la maggioranza dei deputati della
Duma sia favorevole all’invio di sistemi missilistici avanzati
S300 alla Serbia. Il capo di Stato maggiore Anatolij Kvashnin
non l’ha escluso.

Stefania Di Lellis nello stesso giorno scrive che, a rinforzare lo


schieramento occidentale, sta arrivando dalla base navale di
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Norfolk in Virginia, da dove era partita la settimana scorsa, la


portaerei “Roosevelt”, con il suo gruppo navale: due
incrociatori, un cacciatorpediniere, una fregata e un
sottomarino. I raid aerei sono stati rallentati la notte scorsa
perché gli ordigni a guida laser, se ci sono nubi spesse e in
prossimità al terreno, risultano imprecisi. Dalla base britannica
di Fainford sono giunti due bombardieri B1 Lancer in grado di
operare in condizioni atmosferiche avverse. Ci sono dubbi sulla
capacità americana di centrare gli obiettivi. Una centrale
elettrica del sud della Serbia è stata mancata e i missili
avrebbero colpito la casa di un contadino.

Vincenzo Nigro riferisce che lo IADS, il sistema integrato di


difesa aereo jugoslavo, secondo Andrea Nativi, un analista
militare, è stato distrutto solo al trenta per cento. L’analista
aggiunge che “per rendere inutili i tank nascosti in Kosovo,
stiamo iniziando a distruggere ponti, depositi di carburante,
centri di comando e controllo”. Il che significa che da una
guerra “chirurgica” si sta passando a una guerra di distruzione.
Nativi dunque sostiene che “l’efficacia militare dell’operazione
è destinata a crescere”.

Cosa succede in Montenegro? Secondo Vanna Vannuccini,


“l’improvviso cambio della guardia ai vertici delle forze armate
di stanza in Montenegro, deciso ieri da Milosevic, fa temere
che si stia preparando un golpe per destituire il riformatore
Milo Djukanovic, eletto presidente dai montenegrini un anno
fa”. Potrebbe essere propaganda alleata, come l’appello inglese
a cinque colonnelli e ad un maggiore (di cui sono forniti nome
cognome e unità di appartenenza) al comando di alcuni reparti

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militari nel Kosovo, perché respingano gli ordini superiori.


Comunque il generale Martinovic, comandante del Secondo
Corpo d’Armata è stato sostituito dal generale Miloran
Obradovic. Dieci giorni fa il governo montenegrino si è
rifiutato di proclamare lo stato di guerra e “il presidente ha
consigliato ai suoi concittadini di disobbedire all’ordine di
mobilitazione generale”. Ma qualcuno ha sbagliato i suoi conti
dato che i bombardamenti non hanno risparmiato la piccola
repubblica balcanica. “Più di 100.000 persone hanno
partecipato alle manifestazioni antiamericane”. Ciò vuol dire
un sesto dell’intera popolazione montenegrina.

In uno schema su Repubblica del 3.4.1999 appaiono alcuni


dati sulla composizione etnica delle repubbliche ex jugoslave
senza indicazione dell’anno in cui sono stati rilevati. In
Macedonia, che ha meno di due milioni di abitanti, il ventitré
per cento della popolazione è di etnia albanese. Quasi il sette
per cento sono gli albanesi in Montenegro, dove vi è anche
una forte presenza musulmana, circa il 15%.

Secondo il generale canadese Lewis Mackenzie l’invio di fanti


nel Kosovo è sicuro “sia che si debbano respingere i soldati
serbi, sia che debbano monitorare la pace”. “Per invadere il
Kosovo, occorrono 150-200.000 soldati e cinque-sei mesi di
tempo perché siano pronti ad attaccare”.

Su Repubblica del 4.4.1999, Alberto Stabile, corrispondente da


Mosca, riferisce le parole di Leonid Ivashov, capo del
dipartimento Estero del ministero della Difesa: “La Nato è
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un’organizzazione criminale che non ha diritto di esistere”.


Mosca invierà 1600 tonnellate di merce, soprattutto medicinali,
alla Serbia. Attilio Bolzoni riporta da Tirana un dato ufficiale:
“i disperati del Kosovo già entrati in Albania sono 230.000”.
Nella cartina che illustra l’articolo di Pietro Veronese, nello
stesso numero del quotidiano, gli albanesi in fuga sono indicati
come 320.000 e 765.000 dall’inizio della crisi. Al confine tra
Macedonia e Kosovo, a Djeneral Jancovic, i macedoni hanno
messo i soldati di guardia, uno ogni dieci metri, per scoraggiare
qualsiasi tentativo di fuga. Renato Caprile riferisce che i
macedoni si sentono traditi, temono una manovra che turbi gli
equilibri etnici e politici del paese. D’altronde si tratta di un
paese di due milioni di abitanti, per il quale duecentomila
profughi rappresenterebbero il dieci per cento della
popolazione. Boris Troikovski, vice ministro degli esteri ha
dichiarato: “I nostri vicini non vogliono saperne di accogliere
nemmeno una delle persone che sono arrivate qui dal Kosovo.
E allora, vi ricordiamo che questa non è la nostra guerra, ma la
vostra”. Vicino Durazzo “è cominciato il grande arruolamento
dei kosovari dell’Uck”, praticamente tutti gli uomini dai 18 ai
50 anni hanno l’obbligo di unirsi all’Uck, dice dalla televisione
albanese Hashim Thachi, responsabile politico dell’Uck
(Ushtria Klirimtare e Kosoves) e da venerdì sera leader del
nuovo governo, dopo il “voltafaccia” del leader moderato
Rugova.

Marco Ansaldo ricorda che nei Balcani L’Italia è presente


militarmente con 2.000 paracadutisti della Brigata Folgore in
Bosnia (operazione Sfor) e mille bersaglieri della Brigata
Garibaldi, inviati in Macedonia per essere utilizzati come forza
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di interposizione. Per la missione umanitaria in Albania sono


previsti dai 2.500 ai 3.000 soldati. “La partecipazione del
contingente italiano sarà senz’altro la più numerosa”, e si
tratterà di un contingente costituito ex-novo. “L’Italia
parteciperà in Albania anche con una struttura ospedaliera
completamente autogestita”.

Guido Rampoldi, da Belgrado, riferisce: “Tutto è ormai gratis, i


cinema, la permanente, i teatri. C’è molta solidarietà in giro”. I
commenti della gente sono del tipo: “Se questa è la vostra
democrazia [cioè quella dei bombardamenti], tenetevela”. A
Novi Sad si è inabissato il secondo ponte sul Danubio, colpito
dall’aviazione alleata due giorni dopo il primo. Tra gli scenari
futuri il quotidiano Repubblica del 4.4.1999 presenta tre cartine
del Kosovo, nella prima si mostra una ristretta fascia confinaria
del Kosovo meridionale occupata dalle truppe della Nato a fini
umanitari, nella seconda la regione è occupata per metà fino a
Pristina. Per questa azione di protettorato occorrerebbero
almeno 30.000 uomini e una forte copertura aerea. Nella terza
cartina si mostra la regione interamente occupata con l’utilizzo
di almeno 100.000 uomini. Il numero di soldati indicati sembra
inferiore a quello necessario, o quanto meno a quello suggerito
fino al giorno prima, tanto più che James Shea, portavoce della
Nato, ha annunciato che la priorità è ormai il rientro dei
profughi nel Kosovo, garantito da una forza internazionale,
anche senza il preventivo assenso di Milosevic. Alcune ore
dopo, scrive da Bruxelles Franco Papitto, James Shea precisava
di aver riferito una posizione personale del Segretario generale
dell’Alleanza, Javier Solana. Da Washington Vittorio Zucconi
riporta il messaggio alla radio di Bill Clinton: “Nulla, in Serbia,
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è da questo momento in poi al riparo dagli attacchi degli aerei e


dei missili della Nato”. Da stamani la portaerei nucleare
“Theodore Roosevelt” incrocia in Adriatico portando al fronte
altri 46 caccia bombardieri (sul Corriere della sera i caccia
della Roosevelt sono 75, più duecento missili Cruise). Arturo
Zampaglione nota che i primi nove giorni di attacchi sono
costati al Pentagono dai 550 agli 800 miliardi di lire. Nello
stesso articolo il giornalista chiede spiegazioni sulla precisione
dei missili Tomahawk che hanno colpito Belgrado a Dan
Goure, un esperto di affari militari, che dichiara che i sistemi
d’arma in dotazione alla Nato sono oggi molto più sofisticati
rispetto a quelli impiegati in Desert Storm otto anni fa.
“Partendo da quegli insuccessi l’industria americana si è messa
al lavoro”. Di quegli insuccessi non si è parlato al pubblico. In
un articolo di Maurizio Ricci, un alto dirigente del Pentagono,
dichiara che lo svuotamento del Kosovo è “uno scenario che
non abbiamo pianificato, quando è stata programmata
l’offensiva”. Inoltre il maltempo ha costretto il comando Nato
ad annullare almeno un quinto delle missioni previste.
Belgrado era stata bombardata, ricorda Sandro Viola, nella
domenica delle Palme del 1941 dall’aviazione tedesca; Guido
Rampoldi scrive invece che il 15.5.1944 furono le aviazioni
americane e britanniche a bombardare la città occupata dai
tedeschi.

Sul Corriere della sera del 6.4.1999 l’inviato Paolo Conti scrive
da Podgorica, capitale montenegrina, che “l’opinione pubblica,
sull’onda emotiva dei bombardamenti, sembra spostarsi su

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posizioni filo jugoslave, quindi non sfavorevoli a Milosevic,


abbandonando per ora i sogni di autonomia cari a Djukanovic”.
È stato quindi un errore di valutazione della Nato bombardare
il Montenegro. Gianluca Di Feo nella stessa pagina scrive che
“Clinton ha deciso di inviare in Albania 24 elicotteri AH 64
Apache: velivoli che possono colpire i blindati serbi in
qualunque situazione”. Si deve ammettere che nel Kosovo i
raid alleati non hanno ancora ottenuto effetti. “Carri armati e
truppe proseguono senza soste la pulizia etnica”. Di Feo riporta
che un giornale greco ha scritto che tredici soldati americani
sono morti in Macedonia. In un articolo di Ennio Caretto si
legge che il Washington Post ha svelato che “il piano
clintoniano fu varato contro il parere dei generali: essi
avrebbero ammonito il presidente che i bombardamenti
sarebbero serviti a poco o nulla, caldeggiando invece altre
sanzioni e un blocco aereo navale della Serbia”. Secondo i
comandanti in capo di esercito, marina, aviazione e marines
l’attacco alla Serbia non rispondeva agli interessi nazionali
Usa. Ad opera di Ennio Caretto è anche l’intervista a Adam
Ulam, “il massimo storico americano del comunismo”, autore
di libri famosi sulla Jugoslavia e di best-seller su Tito. “Ciò che
non capisco è perché la Nato sia stata colta impreparata
dall’esodo dei kosovari”.

Un trafiletto riporta una notizia del settimanale Newsweek che


rivela che “un consigliere di Milosevic venne portato al
quartiere generale della Cia” per preparare un complotto per
rovesciare il leader serbo. A Washington prevalse la paura di
condurre a termine un’operazione coperta di così ampia portata
con l’aiuto di ufficiali dell’esercito e dell’aviazione jugoslava.
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In cambio ci sarebbe stata la sospensione delle sanzioni e aiuti


economici.

Sul Corriere della sera un articolo di Sergio Romano rievoca la


nascita della Nato (North Atlantic Treaty Organization), di cui
ricorre in questi giorni il cinquantenario. L’alleanza militare fu
creata il 4.4.1949 a Washington con la firma del Patto Atlantico
da parte dei ministri degli Esteri di Gran Bretagna, Belgio,
Olanda, Francia, Lussemburgo, Italia, Portogallo, Danimarca,
Islanda, Norvegia, Canada e Stati Uniti. Si aggiunsero nel 1952
Grecia e Turchia, Germania nel 1955, Spagna nel 1982 e nel
1999 Repubblica Ceca , Polonia e Ungheria. Il Consiglio
dell’Atlantico del Nord a Bruxelles è presieduto dal segretario
generale, l’autorità militare suprema è il Comitato militare con
sede a Washington.

Il 7.4.1999 Guido Rampoldi su Repubblica scrive: “Con


maggiore o minore convinzione gli occidentali procedono dritti
verso uno scopo ormai quasi dichiarato: togliere di mezzo il
presidente jugoslavo”. Renato Caprile, inviato a Skopje,
riferisce lo sfogo del primo ministro macedone: “Le vostre
televisioni ci accusano di non aver fatto molto per i profughi,
ma sono bugie: il primo vostro succo di frutta è arrivato qui
solo dopo che i profughi erano già 50.000. e non parliamo di
soldi, promesse, nient’altro che promesse”. Ora dopo queste
parole, arriveranno gli aiuti.

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Il confronto tra Milosevic e Hitler è il più frequente nei media


occidentali, ma è sintomatico che l’accusa di fascismo sia
rivolta reciprocamente da ambo le parti.

8.4.1999: su Repubblica un testo telegrafico indica che una


chiazza di petrolio sul Danubio, lunga parecchi chilometri e
larga centinaia di metri, sta dirigendosi verso la Romania. Il
petrolio è fuoriuscito da un serbatoio colpito dalle bombe della
Nato. Tra la Romania e la Bulgaria, a Kozlodoui, sorge una
centrale nucleare che attinge alle acque del Danubio per il
sistema di raffreddamento del nucleo radioattivo.

Renato Caprile riferisce del mistero dei profughi del campo di


Blace, presso il posto di confine di Djeneral Jankovic, tra
Macedonia e Kosovo. Gli interessi dei macedoni e dei serbi
dovevano essere coincidenti, ma dove sono finiti quei profughi
durante la notte tra il 6 e il 7 aprile? Alcuni in due campi della
Nato, altri in posti di confine con l’Albania, altri in Grecia per
raggiungere la Turchia, altri ancora verso la Germania e la
Norvegia. Nell’operazione sono stati impiegati 350 pullman;
“quasi tutti i pullman di linea di cui la Macedonia dispone sono
serviti alla maxioperazione di pulizia”. Migliaia di profughi
saranno ritornati in Serbia, perché i conti, anche se molto
approssimativi, non tornano, o in altri campi della Macedonia. I
Serbi hanno chiuso immediatamente le loro frontiere. I
poliziotti macedoni hanno usato i lanciafiamme e le ruspe per
cancellare ogni traccia della tendopoli, dato che i deportati non
hanno avuto il tempo di portare via le proprie cose.

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Il 10.4.1999 su Repubblica Alberto Stabile riferisce alcune voci


allarmanti, “alimentate dallo speaker della Duma, Selezhnjov,
appena tornato da una missione non autorizzata a Belgrado”,
secondo le quali non solo a richiesta di Milosevic, Russia,
Bielorussia e Jugoslavia daranno vita a una triplice santa
alleanza, ma Eltsin stesso avrebbe risposto alla richiesta di
aiuto del presidente jugoslavo puntando i missili nucleari
contro i paesi della Nato. Il corrispondente della Repubblica
riferisce frasi e discorsi dei neocomunisti russi. Pare che Eltsin
sia sotto ricatto perché il 15 aprile la Duma dibatterà sul
procedimento di destituzione del presidente russo. Le forze
nucleari strategiche russe possono contare su settecento missili
intercontinentali, mobili o in silos, con 3.500 testate atomiche,
mentre i bombardieri nucleari e i sottomarini lanciamissili
hanno una capacità operativa ridotta, seppure esistente. In un
articolo di Renato Caprile si solleva un altro problema
inquietante. Fadil Sulejmani, rettore della libera università di
Tetovo, la più albanese delle città macedoni, dice: “Dopo Blace
niente più sarà come prima. La coabitazione tra noi e i
macedoni si è fatta impossibile”. Guido Rampoldi, da
Belgrado, riferisce che a Kragujevac, a circa 126 km a sud
della capitale serba, sei missili hanno in gran parte distrutto lo
stabilimento della Zastava. Nella fabbrica si producevano le
automobili Jugo, parti meccaniche e piccoli camion in
compartecipazione con l’Iveco. Gli operai presidiavano lo
stabilimento per scongiurare i raid aerei. Ci sono stati 124
feriti, alcuni dei quali gravi. Si ritiene che tra i prossimi
obiettivi della Nato ci sia la sede della televisione di Stato a
Belgrado.

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Il 13.4.1999 sul Corriere della sera si legge una notizia che è


rimasta sotto silenzio per molti giorni. Il 2 aprile è morto in
Kosovo un soldato italo-montenegrino, Mario Riso di 23 anni,
inquadrato nella terza armata jugoslava come telegrafista. Era a
bordo di un camion saltato su una mina anticarro. Viveva a
Podgorica, nella campagna di Tolosi, al numero 148 di
Partizanski Put, viale dei Partigiani. Il nonno Espedito era
venuto nel Montenegro nel ’41 ed era ritornato nel ’47 per
rimanere e sposarsi. Antonio, il padre, racconta all’inviato
Paolo Conti la storia della sua famiglia. Un articolo di Antonio
Ferrari si sofferma sulla politica della Turchia che ritorna nei
Balcani. La Turchia ha già accolto nel suo paese, a due passi
dal confine bulgaro e da quello greco, a Kirklareli, 8.000
profughi, ed è pronta ad ospitarne altri 20.000. Scrive il
giornalista che se si dovesse saldare “l’alleanza tra Turchia,
Romania, Bulgaria e Albania, via Kosovo, si affretterebbero i
tempi per cementare quello che gli esperti chiamano l’ottavo
corridoio, cioè la via più rapida per le pipelines che potrebbero,
dall’Asia centrale, portare gas e petrolio in Europa”. Il decimo
corridoio dal Nord attraversa la Serbia e sbocca a Salonicco,
incrociando l’ottavo in Macedonia. La Macedonia diffida della
Turchia. La Turchia sarebbe pronta ad inviare forze di terra in
Kosovo. Ennio Caretto riferisce che i serbi si stanno
preparando ad affrontare l’invasione della Nato. “Nascoste
negli edifici, sotto gli alberi, dietro le ondulazioni naturali del
terreno, le difese serbe sarebbero quasi pronte a entrare in
azione”. I serbi si preparerebbero alla guerriglia sulle
montagne, dove stanno portando l’artiglieria.

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Repubblica del 14.4.1999 riporta una notizia riferita dalla rete


televisiva americana Abc-News, in cui si afferma che potrebbe
esserci una spia, un agente segreto al servizio di Belgrado,
negli ambienti della Nato, in grado di riferire in anticipo gli
obiettivi nel mirino dei bombardamenti. Secondo fonti anonime
di Bruxelles e di Washington in almeno tre occasioni i serbi
avrebbero neutralizzato gli attacchi aerei dell’Alleanza. Si
tratterebbe del bombardamento al Ministero dell’Interno, di un
ponte che sarebbe stato chiuso al traffico poco prima delle
bombe e di una caserma evacuata a tempo di record anch’essa
poco prima dell’attacco. Il quotidiano londinese Daily
Telegraph aveva scritto di un asse militare franco-serbo, ed è
stato subito smentito dal Ministero della difesa francese.

Il 17.4.1999 su Repubblica in una corrispondenza da Pancevo


si legge che “a dieci chilometri da Belgrado, Pancevo e il suo
petrolchimico sono l’area più bombardata della Serbia”.
Cinque attacchi solo negli impianti del Nis, l’ente petrolifero
serbo. Alcuni dei silos contengono sostanze altamente tossiche:
ammoniaca, cloro, gas, che non si possono spostare, perciò si
deve evitare che le sostanze si vaporizzino in una nube che
costituirebbe un pericolo mortale per gli abitanti delle città
vicine, soprattutto per Belgrado (2.000.000 di abitanti).
Probabilmente si dovranno scaricare i silos nei canali di
raffreddamento che sboccano nel Danubio. L’avvelenamento
del basso corso del Danubio colpirà Bulgaria e Romania.
Arturo Zampaglione intervista l’ex comandante supremo
dell’Alleanza che condusse le operazioni in Bosnia, il generale

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Tregenda

George Joulwan, per il quale finora è stato Milosevic “a


raggiungere tutti i suoi obiettivi: pulizia etnica in Kosovo,
destabilizzazione in Montenegro, fastidi alla Macedonia”.
Inoltre la Nato non è riuscita a distruggere tutte le difese aeree
e a colpire le truppe serbe. Ma il ragionamento verte sulla
necessità di un intervento di terra: “non ci sono alternative” -
sostiene il generale Joulwan.

Il 18.4.1999 Renato Caprile, inviato di Repubblica, scrive che


“è una strana partita quella che si sta giocando qui in
Macedonia”. Una partita di bluffatori. La Nato promette di
tenere a bada l’esercito di liberazione del Kosovo, ma
probabilmente lo arma perché faccia da testa di ponte per
un’eventuale invasione; la Macedonia ripete che non darà mai
il consenso a un’offensiva contro la Serbia che parta dal
proprio territorio, ma lascia intendere che potrebbe ripensarci
se ammessa come socio nella Unione Europea e nella Nato,
l’Uck tenta di aprire un nuovo fronte caldo con l’appoggio
della comunità albanese, ma la polizia macedone sequestra
ingenti quantitativi di armi. Intanto continuano ad arrivare
mezzi militari per compiti civili e umanitari, ma che in realtà
preparano ciò che appare ineluttabile.

Il 21.4.1999 su Repubblica l’inviato Fabrizio Ravelli scrive da


Tirana dell’arrivo degli elicotteri Apache. Oltre la pista
dell’aeroporto di Rinas (a dieci chilometri da Tirana), le ruspe
scavano il terreno per erigere nuove recinzioni. I trenta
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Tregenda

cingolati, preceduti da una jeep armata di mitragliatrice,


trasportano razzi per le difese. Gli americani hanno già allestito
la copertura radar e stanno montando barriere antimissile. Fonti
ufficiali Usa hanno rivelato che alcune centinaia di
paracadutisti della 83esima Divisione aerotrasportata sono
arrivati in Albania. Fanno parte di un contingente di 2.600
uomini che darà copertura ai 24 elicotteri Apache. Gli elicotteri
avranno base a Gjader, aeroporto militare nei pressi di Loxhe,
negli hangar sotterranei fatti costruire per i Mig 21. Gli
Apache, con un serbatoio esterno da 870 litri, possono
combattere per mezz’ora a trecento chilometri dalla base.

Il 22.4.1999 su Repubblica si trova una stima dei costi della


guerra (con una proiezione fino all’estate) secondo l’Ufficio
studi della Banca Nazionale del Lavoro. L’impegno militare
costerà all’Italia almeno 730 miliardi, mentre il costo
complessivo per la Nato si dovrebbe aggirare sugli 11.000
miliardi di lire. Nel conteggio sono presenti i missili Cruise, le
missioni aeree ed eventuali perdite. La stima esclude i costi di
una probabile missione terrestre e quelli dell’intervento
umanitario. Il costo di un anno di alloggio e assistenza per due
milioni di profughi salirebbe a 27.000 miliardi. Ma su questa
cifra sono probabili forti sconti.

Il 26.4.1999, su Repubblica, l’inviato Leonardo Coen scrive da


Valona: “L’Albania riceve una valanga di aiuti umanitari, sui
quali non ci sono rigorosi controlli da parte delle forze
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Tregenda

dell’ordine”. “Ogni giorno spariscono tonnellate e tonnellate di


derrate, se non addirittura gli stessi Tir che le trasportano. Il
mercato nero è scatenato, i prezzi saltano”. L’articolo è frutto di
un incontro con l’ex capo della polizia di Valona, Sokol Kociu.
Costui è stato destituito pochi giorni fa, ufficialmente per
problemi di disciplina.

In un commento di Gianni Corbi su Repubblica del 29.4.1999,


il giornalista ricorda che nell’operazione Tempesta, sferrata dai
croati nell’agosto 1995 nella Krajina, più di 300.000 serbi sono
stati costretti a fuggire e a abbandonare le loro case. La
percentuale dei serbi in Croazia, che nel 1994 era del 12%, ora
è più che dimezzata, e di questi 350.000 serbi il governo di
Zagabria si disferebbe volentieri. Nello stesso numero del
quotidiano l’inviato da Skopje, Renato Caprile, afferma che la
situazione in Macedonia dei profughi diventa sempre più
tragica: “il pericolo di violenze e di epidemie sta diventando di
ora in ora più consistente e i centri di accoglienza del nord sono
sull’orlo della rivolta”. La Macedonia sarebbe a un passo dalla
catastrofe.

Il 30.4.1999 Maurizio Ricci, inviato di Repubblica, da


Bruxelles riferisce che, anche se la Nato nega, vi sono almeno
2-300 commando di corpi speciali degli eserciti dell’Alleanza
sparsi nel Kosovo. Potrebbero essere francesi, americani,
inglesi e anche norvegesi; il loro compito è quello di
inquadrare con un designatore laser l’obiettivo da colpire, il
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Tregenda

segnale viene trasmesso direttamente a un F-16, appositamente


modificato, che provvede al bombardamento. Comunque se
basta una nuvola o un filo di fumo a deviare le bombe a guida
laser, anche la guida satellitare ha le sue falle. Nel passaggio
dalle mappe terrestri alle griglie di puntamento dei satelliti si
accumulano delle piccole sfasature che moltiplicano il margine
di errore ufficiale. I piloti sono aiutati dal sistema di
puntamento Lantirn che comprende un visore a raggi infrarossi.
Si tratta di uno schermo grande circa un quarto di un normale
televisore, consente di individuare, grazie al calore, veicoli
mimetizzati anche a sette chilometri di distanza. L’immagine,
in verde e nero e sfocata, è tale da consentire gravi errori.

In un altro articolo si legge che in Montenegro si è aperta una


specie di filiale delle organizzazioni degli scafisti. La flotta dei
contrabbandieri pugliesi, ospitata in Montenegro, si sarebbe
dimezzata a causa della crisi provocata dalla guerra. I
trafficanti avrebbero trasferito metà degli scafi nel nord
dell’Albania per inserirsi nel business dei profughi.

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Tregenda

Qualche tempo dopo (per un mese e un po’).

Il 29.6.1999, il Corriere della sera pubblica un articolo di Ennio


Caretto rivolto ai dilemmi americani sulla ricostruzione della
Serbia. Il Los Angeles Times ha rivelato che la Casa Bianca sta
esaminando un piano di aiuti per le città governate dai partiti
democratici, escludendo le altre. Nis e Novi Sad, in cui alle
elezioni del 1996 il partito socialista di Milosevic aveva perso,
godrebbero degli aiuti americani. Tuttavia il giornale
americano ricorda che, in base a una normativa non revocata, i
comuni devono consegnare a Belgrado il 50% dei loro
proventi. Così si finirebbe per aiutare Milosevic. Per il sindaco
di Kragujevac, favorevole all’iniziativa americana, l’ostacolo
potrebbe essere aggirato con un controllo accurato e costante
dell’Onu. A Kragujevac è stata distrutta la fabbrica della
Zastava (che ha aggiunto 36.000 disoccupati ai 20.000
preesistenti), e bisognerebbe quantomeno ricostruire subito la
centrale idroelettrica e gli impianti idrici. La Casa Bianca
spinge a un accordo tra le opposizioni a Milosevic, perché si
unifichino. Altrimenti il governo americano fornirà solo aiuti
umanitari alla Serbia, il che, se consentirà la ricostruzione di
impianti idrici ed elettrici, esclude ponti, strade e altre
infrastrutture.

Fabrizio Dragosei riferisce sul Corriere della sera del 5.7.1999


del divieto di sorvolo dello spazio aereo imposto da Ungheria,
Romania e Bulgaria alla Russia per i due giganteschi aerei da
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Tregenda

carico II-76 fermi sulla pista di Ivanovo a 300 km da Mosca. Il


blocco in realtà è stato voluto dalla Nato. Mosca, di
conseguenza, ha deciso di espellere un addetto militare
dall’ambasciata americana in Russia. La settimana scorsa due
bombardieri strategici russi si sono presentati nello spazio
aereo della Nato sul cielo dell’Islanda, mettendo in allarme, per
la prima volta dopo dieci anni, l’apparato difensivo americano.
Il divieto opposto ai rifornimenti russi si riferisce
all’interpretazione di Mosca sul contenuto delle conversazioni
di Helsinki di due settimane fa. I russi in Kosovo non
intendono rispondere al comando unificato della Nato, ma solo
ai propri comandanti. Ieri sono partite da Sebastopoli quattro
navi da carico russe accompagnate da due unità di scorta dirette
a Salonicco.

Un articolo di Fabrizio Gatti sul Corriere della sera del


6.7.1999 riguarda il rimpatrio forzato dei kosovari. Il 3.7.1997
era stato firmato un accordo tra la Repubblica elvetica e la
Jugoslavia, entrato in vigore il primo settembre, in base al
quale la Svizzera avrebbe pagato per ogni profugo rimpatriato
in Jugoslavia 3200 franchi svizzeri. Da Kloten, l’aeroporto di
Zurigo, in quasi tutti i voli della Jat (sei a settimana) erano
prenotati undici posti, quattro per i poliziotti serbi e sette per i
profughi. I profughi riconsegnati sono stati 1767, per una spesa
di sette miliardi di lire, altri 1559 kosovari hanno lasciato la
Svizzera con i propri mezzi. Gli Albanesi del Kosovo con
permesso di lavoro stagionale erano 12.000 tre anni fa.

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Le autorità svizzere non si sono preoccupate della sorte dei


rimpatriati. La Germania aveva stipulato un accordo simile con
il governo Jugoslavo, ma lo ha revocato dopo la scoperta che
203 degli 860 rimpatriati erano stati picchiati o torturati dalla
polizia serba.

Sul Corriere della sera dell’11.7.1999 l’inviato da Pec,


Riccardo Orizio riferisce sull’ingresso della mafia albanese in
Kosovo. “Approfittando del vuoto di potere causato dalla fuga
dei serbi e dal ritardo dell’arrivo delle Nazioni Unite, i capi
mafia di Valona, di Kukes, di Hasi e di Bajram Curri (questi
ultimi due sono distretti di confine che da tempo cercavano uno
sfogo al nord per le proprie organizzazioni criminali) si stanno
impadronendo dell’altra Albania. Quella che, in realtà,
nonostante la fratellanza linguistica, prima della guerra non
aveva mai avuto grandi contatti con il Paese delle Aquile”. I
controlli effettuati nelle zone sotto la sorveglianza dei francesi,
degli italiani e dei tedeschi sono meno accurati e pressanti di
quelli praticati dai contingenti inglese e americano. A Pec, a
Mitrovica e a Prizren gli albanesi detengono il monopolio della
vendita della benzina, delle sigarette, dei generi alimentari,
delle medicine e della droga, ma non si sono lasciati sfuggire
neanche il business del rimpatrio dei profughi. Non tutti i
kosovari sono felici di questa fraterna invasione, una donna
dice: “ Noi siamo europei, loro sono rimasti isolati per secoli”.

Sul Corriere della sera dell’8.7.1999 un articolo firmato da


Elisabetta Rosaspina dà la parola a Bernard Kouchner,

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Tregenda

amministratore delle Nazioni Unite in Kosovo. L’articolo


solleva anche il problema delle fratture, “ormai profonde, nel
fronte albanese”. A Djacovica, riferisce la giornalista, da due
auto e una camionetta sono scese 17 persone che hanno
svuotato i loro caricatori su Beston Bishtrazhni, capo della
137ma brigata dell’Uck. A volerlo morto sarebbe stato il capo
della 134ma brigata, Nicola Mark Abdjli. La giornalista
racconta di un probabile tentativo di mediazione, o di
interposizione tra albanesi, curato dal generale Mike Jackson e
dal generale Mauro Del Vecchio, con Agim Ceku e il suo stato
maggiore, in un ristorante di Istok.

Su Repubblica del 29.7.1999 si legge che “Clinton silura Clark,


sostituito alla Nato”. Una breve nota in grassetto, che precede
l’articolo dell’inviato da New York Maurizio Ricci, riferisce
che Wesley Clark è stato silurato a favore del generale Joseph
Ralston, numero due dello stato maggiore interforze
americano. “Il prossimo aprile, tre mesi prima della fine del
suo incarico, il generale Clark dovrà cedere il comando”. Nella
nota si suppone che vi siano stati dei contrasti con la Casa
Bianca, individuati nella persona del segretario di Stato
Madeleine Albright, “secondo cui sarebbero bastati pochi
giorni di bombardamenti per costringere il presidente jugoslavo
Slobodan Milosevic a cambiare atteggiamento nel Kosovo”.
Secondo il giornale britannico Observer, Clark avrebbe
preparato un piano segreto per l’invasione del Kosovo (perche
non avrebbe dovuto farlo? Nella nota si impiega l’avverbio
“addirittura”). Un’altra ragione sarebbe stata quella di premiare

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Tregenda

l’arma dell’aeronautica, protagonista della campagna nei


Balcani. Maurizio Ricci, spiega meglio la prima ragione del
siluramento: “a Washington non gli hanno perdonato che, a
forza di insistere per l’invasione via terra, il comando Nato
facesse scopertamente passare per codardi Casa Bianca e
Pentagono”. Il suo sostituto alla Nato, il generale
dell’aeronautica Joseph Ralston, oggi vice capo di stato
maggiore, sarebbe stato capo di stato maggiore, se una lontana
storia di adulterio non lo avesse messo fuori gioco. Il capo di
stato maggiore in carica è Henry Shelton, carica appena
confermata, come ha riferito William Cohen, segretario alla
Difesa, per cui la promozione di Ralston, cioè dell’aeronautica,
passava per il cadavere delle ambizioni di Wesley Clark.

Sul Corriere della sera del 30.7.1999, siglato R.E., si può


leggere un articolo sul vertice del Patto di Stabilità per i
Balcani (rappresentanti di 39 governi e di 17 organizzazioni
internazionali) iniziato il giorno prima a Sarajevo. Il Patto di
Stabilità è un organismo internazionale creato a Colonia il 10
giugno, subito dopo la firma degli accordi sul Kosovo. Da oltre
cento Paesi e organizzazioni umanitarie sono stati stanziati
3.970 miliardi di lire per la ricostruzione del Kosovo.
Nell’articolo si legge anche che in Kosovo l’Uck dispone di
una rete di ministri e di rappresentanti locali che controlla gli
affari, i commerci, la distribuzione delle proprietà, riscuotendo
tasse e tributi. “Hashim Thaci, autonominatosi primo ministro,
ha già distribuito nomine e incarichi a parenti e amici. Primo
tra tutti suo zio Azem Syla, titolare della Difesa”. Pure gli

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arsenali dell’Uck, secondo la Nato, rimangono pieni e ben


nascosti. A favorire i piani albanesi è la lentezza dell’Onu. Se
“l’amministrazione non decolla”, tanto meno la giustizia. Il
corpo di polizia internazionale che dovrebbe contare 3.100
poliziotti, ne assomma solo 156 per il momento. Nella stessa
pagina del giornale, un articolo da Sarajevo di Danilo Taino
spiega che il modello bosniaco di ricostruzione non ha
funzionato finora. In Bosnia non investe quasi nessuno
straniero e quasi nessun locale. Alla fine del ’98 il prodotto
interno lordo è arrivato a 4,1 miliardi di dollari che è il 40% del
livello in cui si trovava la Bosnia-Erzegovina prima della
guerra con la Serbia. Il Pil pro capite è risalito a 972 dollari,
poco più di quello della poverissima Albania. I disoccupati
sono ancora intorno al 40% della forza lavoro. Inoltre ci sono
ancora 800.000 persone “spostate”, che cioè non hanno potuto
o voluto tornare alle case da cui erano fuggite.

In un articolo di Giacomo Scotti sul Manifesto del 17.8.1999 si


dice, tra l’altro, che “a Sarajevo il settimanale Slobodna Bosna
(Bosnia libera) ha rivelato che il Tribunale internazionale per i
crimini di guerra nell’ex-Jugoslavia ha già stilato l’atto di
accusa contro il presidente croato Franjo Tudjman per i crimini
contro la popolazione civile commessi durante le operazioni
“Lampo” del maggio e “Tempesta” dell’agosto 1995, ma anche
per le stragi compiute dalle milizie croate dell’Hvo contro i
musulmani della Bosnia-Erzegovina”. L’operazione Tempesta
portò alla deportazione di 200.000 serbi e alla distruzione quasi
totale dei loro beni dopo la loro fuga dalla Krajina.

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