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Agamennone e Menelao: i re guerrieri

L’archeologo tedesco, dopo l’impresa di Troia, aveva deciso di esplorare anche la città degli achei. Aveva
iniziato da Micene, nel Peloponneso, che secondo Omero era stata governata da Agamennone. Erano
venute alla luce le mura delle città e le tombe. Scoprì tre corpi, uno dei quali Schliemann è convinto sia
quello di Agamennone. Di nuovo Schliemann intreccia storia e mito. La rocca scoperta da Schliemann lo
splendore di un’epoca fino a quel momento sconosciuta. Era la prima fase della civiltà greca, il periodo,
all’incirca tra il 1600 e il 1200 a.C. Verranno poi alla luce altri palazzi tra i quali quelli della civiltà minoica. In
questa civiltà è testimoniata l’esistenza di un potere centralizzato, con una burocrazia che teneva
rendiconti minuti di tutte le derrate alimentari e dei capi di bestiame portate a palazzo. Questi rendiconti
venivano scritti su tavolette d’argilla con una scrittura sillabica, la cosiddetta Lineare B. Schliemann non
poteva leggere le tavolette, decifrate solo nel 1952. L’architetto Ventris che le decifrò dimostrò che il
miceneo era greco. Quasi tutti i testi erano solo elenchi amministrativi. Da queste tavolette si ricavano
comunque notizie importanti. Si leggono i nomi delle divinità che adoravano, si trovano nomi come
“Achille” ed “Ettore”. La stessa lingua, le stesse divinità, gli stessi nomi: appariva chiaro che le vicende
narrate nei poemi omerici affondavano le loro origini nei primordi stessi della civiltà greca. Ma gli Ettore e
gli Achille che troviamo nei documenti micenei erano persone qualunque e non gli eroi del poema omerico.
Tutto era già scritto nella vicenda del progenitore della stirpe da cui discendono i fratelli Menelao e
Agamennone. Si chiamava Tantalo. Aveva avuto l’onore di essere invitato al banchetto degli dei. Decise di
ricambiare l’invito ed ebbe l’idea di servire in tavola il suo stesso figlio, Pelope. Gli dei compresero che
quelle non erano carni animali e rifiutarono il cibo. Un’intera regione della Grecia prenderà il nome da
Pelope: il Peloponneso, l’isola di Pelope. Il Peloponneso è la regione di Sparta, Micene, Argo, Pilo e delle
olimpiadi. I giochi atletici più famosi dell’antichità cominciarono con una crudele corsa dei carri al quale
partecipò anche Pelope. A Olimpia regnava Enomao, la cui figlia era Ippodamia. Aveva però deciso che non
avrebbe mai dovuto avere un marito. Si dice che un oracolo avesse predetto la morte del genero. Un’altra
versione, invece, diceva che il padre si era innamorato della figlia. Tutti i pretendenti alla mano della figlia
avrebbero dovuto sfidarlo in una corsa di carri. Chi vinceva avrebbe sposato la figlia, chi perdeva doveva
invece morire. La gara, dopo molto tempo, fu vinta da Pelope con l’aiuto di Posidone. Pelope e Ippodamia
avevano avuto due figli: Atreo e Tieste. Ma il re aveva avuto una figlia anche da un’altra donna, Crisippo.
Ippodamia temendo che il figliastro spodestasse i suoi figli legittimi dal trono, uccise Crisippo. Il ragazzo,
prima di morire, riuscì a svelare il nome dell’omicida. Ippodamia, per sfuggire alla punizione, si suicidò.
Quando il padre morì, ereditarono lo scettro d’oro di Zeus, simbolo del potere assoluto, e ben presto
trovarono l’occasione per una città degna del loro lignaggio: Micene. A Micene si era creato un vuoto di
potere e l’oracolo ordinò loro di consegnare il trono a un figlio di Pelope. Nacque quindi tra Atreo e Tieste
una lite su chi dovesse essere il sovrano. Tieste propose di risolvere la lite in questo modo: il potere sarebbe
andato a chi possedeva un vello d’oro. Atreo accettò convinto che sarebbe stato lui il prescelto e comprese
di essere stato ingannato quando Tieste esibì il trofeo. Ma Zeus si sdegnò per l’inganno e decise che il regno
di Micene doveva appartenere ad Atreo. Doveva proporre al fratello un accordo: il regno sarebbe andato ad
Atreo il giorno in cui il sole fosse tramontato a oriente. Zeus convocò Helios, il dio del sole, e gli impose di
invertire il suo corso. I micenei si inchinarono davanti ad Atreo: il trono era suo. Ma Atreo non si accontentò
del regno di Micene, voleva comunque vendicarsi del fratello che gli aveva sedotto la moglie. Decise di
consumare la sua vendetta nel modo più terribile: uccise i figli di Tieste, li cucinò e li servì in tavola al padre.
Atreo divenne l’immagine della crudeltà tirannica nella tragedia. Questo delitto segnerà il destino della
stirpe. La maledizione regnerà sui discendenti di Atreo. Il re aveva avuto due figli da Erope, Agamennone e
Menelao. Tieste aveva ancora una figlia, Pelopia, che si unì con il padre e generò un maschio che potesse
vendicare il padre. Pelopia, dopo aver partorito, abbandonò il bambino nelle selve. Questo fu salvato da
una capra che lo allattò. Per questo verrà chiamato Egisto (dal greco aix, aigos, che significa capra). Un
giorno in cui Atreo sacrificava agli dei sulla riva del fiume, Egisto lo sorprese alle spalle e lo sgozzò. Tieste
riconquistava quindi il trono di Micene. Ma Egisto non si sarebbe fermato qui. Molti anni dopo Egisto
ucciderà anche il figlio di Atreo, Agamennone. Morto il padre, Agamennone e Menelao furono costretti
all’esilio. Quando morì lo zio Tieste Agamennone riuscì a riconquistare il trono di Micene. Menelao era
invece destinato a regnare su un’altra città del Peloponneso: Sparta, di cui diventerà sovrano per aver
sposato Elena, figlia del re Tindaro. Gli si attribuivano vari figli: tra questi quattro di loro, due maschi,
Castore e Polluce, e due femmine, Elena e Clitennestra. Castore e Elena sarebbero figli di Zeus e Polluce e
Clitennestra del mortale Tindaro. Clitennestra andò in sposa ad Agamennone e il loro matrimonio sarebbe
stato coronato dal delitto. Elena, di una bellezza sovrumana, era da accasare. Tindaro decise di fare una
sorta di bando pubblico per concedere la mano della figlia. Chi desiderava sposarla, doveva farsi avanti e
mostrare la sua ricchezza e il suo prestigio. Accorsero a Sparta pretendenti da tutta la Grecia. Tra questi
c’era anche Menelao. Il re, trovatosi davanti quella folla, non sapeva come procedere e fu Ulisse a
suggerirgli una via di scampo. Se il re di Sparta lo avesse aiutato a chiedere la mano di Penelope, allora
Ulisse gli avrebbe suggerito una soluzione. Doveva imporre a tutti un giuramento: chiunque venga scelto
come marito di Elena, gli esclusi dovranno promettere solennemente di aiutarlo, nel momento in cui avesse
ricevuto un’offesa da qualcun altro riguardo alle sue nozze. Tindaro scelse Menelao e ben presto gli lasciò il
regno. Quel giuramento avrebbe vincolato gli altri pretendenti a combattere nella guerra di Troia.
Agamennone e Menelao erano ora signori di due grandi città, forse le più potenti di tutta la Grecia: Micene
e Sparta. Quella di Agamennone, trucidato dalla moglie Clitennestra, fu una tragedia, in cui riaffiorava la
maledizione atavica della stirpe degli Atridi. E tutta la grande epopea della guerra di Troia inizierà quando il
vanitoso re di Sparta troverà sulla sua strada un rivale come Paride (giudizio di Paride).

Paride, un principe da favola

Paride, un principe da favola Nel grande scontro si possono distinguere da una parte Troia, potente città
dell’Asia, su cui regna il re Priamo, con i suoi cento figli. Dall’altra c’è la costellazione delle città greche
indipendenti. All’inizio del V secolo a.C. si scatenerà il conflitto tra Grecia e Persia, il cui impero aveva
inglobato anche le terre dell’Anatolia in cui sorgeva Troia. Vinsero i greci, grazie al contributo decisivo degli
ateniesi, che s’imposero nelle battaglie di Maratona e Salamina. Lo storico Erodoto accingendosi a
raccontare le guerre persiane, racconterà che il grande conflitto tra Oriente e Occidente era iniziato il
giorno in cui il principe troiano Paride si era portato via da Sparta Elena, moglie di Menelao. In Omero non
‘è traccia di un conflitto tra Oriente e Occidente, anzi, i due popoli nemici parlano la stessa lingua, venerano
le stesse divinità, combattono allo stesso modo, hanno gli stessi vizi e le stesse virtù. Oriente e Occidente
non erano comunque mondi separati. Le mura di Troia vennero costruite da Posidone, che, ribellatosi a
Zeus, fu costretto a prestare servizio per qualche tempo per Laomedonte, figlio di Ilo, fondatore della città.
Posidone compì l’opera, ma Laomedonte rifiutò di pagargli il compenso. Allora fece apparire dalle acque del
mare un mostro terribile che devastò la Troade. Questo poteva essere placato solo se gli fosse stata offerta
in sacrificio una vergine: la figlia di Laomedonte. Il sacrificio stava per compiersi, ma venne interrotto da
Eracle, al quale Laomedonte aveva promesso un premio. Anche lui però non ricevette la ricompensa che gli
spettava e decise di vendicarsi organizzando una spedizione armata per distruggere Troia. Questa volta
Troia sarebbe risorta dalle sue ceneri. Eracle concesse a Esione, la figlia di Laomedonte, di scegliersi uno dei
prigionieri come schiavo. Lei scelse il fratello Podarce. Per riscattarsi dalla schiavitù donò a Eracle il suo
vello intessuto d’oro. Per questo Podarce, da quel momento in poi, sarebbe stato chiamato Priamo, “colui
che è stato riscattato”. Quando Eracle lasciò Troia, Priamo salì al trono. Avrebbe avuto più di una moglie e
una miriade di figli. Poi avrebbe sposato Ecuba, per eccellenza la regina di Troia, dalla quale avrebbe avuto
altri cento figli, primo tra i quali Ettore. Quando stava per nascerle il secondo figlio, Ecuba sognò di partorire
un tizzone ardente che divorava tutta la città e la bruciava. Il responso era chiaro: il bambino che sarebbe
nato avrebbe causato la rovina di Troia. Bisognava quindi esporlo sul monte Ida e condannarlo a essere
divorato dalle belve. Il bambino si chiamava Paride. Paride venne allattato per cinque giorni da un’orsa e
poi raccolto dal pastore Agelao, che lo crebbe come un figlio. Paride si occupava delle mandrie e tra questi
c’era un toro particolarmente bello. Un giorno arrivarono sul monte Ida alcuni gendarmi del re Priamo.
Erano incaricati di requisire il toro affinché fosse messo in palio come premio in un torneo che sarebbe
stato organizzato a palazzo. Queste gare erano giochi funebri istituiti in memoria del figlio abbandonato.
Paride cercò di impedire la requisizione del toro, ma dovette cedere e decise di partecipare ai giochi per
vincere nuovamente quel toro. Il giovane pastore trionfa in tutte le gare scatenando la furia di Deifobo, un
altro dei figli di Priamo, il quale sguaina la spada per ucciderlo, ma viene fermato da Cassandra, che con il
suo potere profetico, era a conoscenza si trattasse del fratello. Una volta riconosciuto, Paride fu riammesso
nel palazzo reale. La vicenda del rapimento di Elena, che scatenò la guerra di Troia, ha un prologo divino: il
giudizio di Paride. Si trattò di un concorso di bellezza. Quando ancora pascolava le greggi, Zeus individuò
Paride, per la sua bellezza, come il giudice perfetto per la contesa che divideva le tre dee Afrodite, Atena ed
Era. Tutto era cominciato alla festa che celebrava le nozze tra Peleo e la divina Teti, futuri genitori di Achille.
Alla cerimonia erano stati invitati tutti, a esclusione di Eris, la dea della discordia. Decise di vendicarsi
lanciando una mela d’oro tra le invitate. Sulla mela c’era scritto “Alla più bella”. Afrodite, dea dell’amore,
Atena, dea della sapienza, ed Era, dea dell’Olimpo e protettrice del matrimonio, iniziano ad azzuffarsi:
ciascuna reclama la mela, il “pomo della discordia” per sé. Zeus suggerisce alle dee di affidarsi a un giudice:
Paride. Le dee offrono a Paride tre doni diversi e Paride decise di anteporre l’amore al potere e alla gloria
guerriera, decretando Afrodite vincitrice della gara. Paride appare per la prima volta nel terzo libro
dell’Iliade. I due eserciti si stanno fronteggiando e improvvisamente nella nebbia appare Paride. Quando
Paride vede Menelao inizia a indietreggiare. Ettore lo rimprovera e Paride ha un sussulto di dignità, decide
di sfidare Menelao a duello. Chi vince si prenderà Elena. Menelao accetta. Menelao colpisce Paride, ma gli
si spezza la strada tra le mani, Paride è protetto dalla dea Afrodite, che piomba dal cielo e lo trasporta
all’interno delle mura di Troia. Paride venne sfidato poi a duello da Filottete, principe asiatico e arciere
eccellente, che impugna un’arma magica una volta appartenuta a Eracle, le frecce le cui punte sono
impregnate del sangue dell’Idra, il mostro dalle cento teste che Eracle aveva ucciso. Paride fu trafitto più
volte. Ferito a morte, si rifugiò sul monte Ida e implorò l’antica amante Enone di salvarlo. Ma Enone si
rifiutò, anche se poi cambiò idea, ma era troppo tardi, Paride era già morto. Travolta dal dolore, anche
Enone s’impiccò.

Elena e i pericoli della bellezza

La storia di Elena è uno dei simboli eterni dell’onnipotenza dell’Amore. Elena incarna il mistero ambigui
della bellezza. Elena è l’archetipo della donna fatale. La sua bellezza semina morte e rovina. Secondo alcune
varianti, la regina di Sparta non era la prediletta di Afrodite. Eros entra nella reggia di Menelao sotto le vesti
di Paride. Ma il destino di Elena si suscitò ancora quando era bimba. Il suo fascino attirò l’attenzione di
Teseo, che la stuprò. Questa vicenda poco onorevole, fece sì che i Dioscuri, i fratelli di Elena, inseguirono il
rapinatore. Si ripresero la sorella e si portarono via anche la madre di Teseo, Etra, a Troia. si narrava che il
rapimento avvenne nel santuario di Artemide Orthia. A questo luogo sacro appartengono miti e riti
sanguinosi. Ogni anno avveniva la flagellazione rituale degli efebi. Senofonte e Platone parlano della
fustigazione come un gioco religioso. Nel santuario di Orthia avvenivano anche iniziazioni femminili, il
passaggio dall’infanzia alla maturità. Artemide era la dea della verginità e del parto, coprendo quindi
entrambe le polarità, Prima di diventare protagonista della saga troiana, Elena fu forse un’antica divinità
mediterranea. C’era un santuario dedicato a Elena in un boschetto. Qui era venerata come divinità
dell’albero. Un altro santuario sorgeva nella località di Therapne. Elena era una dea. Ma nella guerra troiana
si trasfigura in un’adultera. Afrodite l’aveva promessa in premio a Paride. Non conosciamo i particolari
dell’incontro tra Paride e Elena. Menelao dopo aver ricevuto l’ospite commise uno degli errori tipici dei
mariti destinati a essere cornuti. Si allontanò per un viaggio e lasciò la moglie sotto lo stesso tetto di Paride.
Menelao doveva andare a Creta per i funerali del nonno Catero, e lì lo raggiunse la notizia del tradimento
della moglie. Per questo venne scatenata la guerra. Paride aveva violato una delle leggi più sacre della
civiltà greca: la legge della xenia, cioè dell’ospitalità. Aveva ripagato con l’inganno la generosa accoglienza.
Così facendo non aveva offeso solo Menelao, ma anche Zeus. Molte storie mitiche raccontano che gli
amanti abbandonati usassero forgiare una statua dell’amato, per rivivere magicamente la figura. Elena è
stata ridotta a diventare una cagna, adultera e traditrice. Il dibattito sulla colpa o innocenza di Elena è
diventato un’esercitazione retorica. Elena si riduce a una Madame Bovary dell’antichità: una donna
annoiata, incantata da un uomo che le prospetta una vita diversa. Il dibattito sulla colpa di Elena è
continuato nel tempo. Alcuni narravano solo dell’innocenza e della virtù di Elena. Altri narravano che Elena
non era mai andata a Troia. La versione della storia di Elena fornita dagli egizi si sarebbe svolta quando
regnava su Melfi un faraone di nome Proteo. In suo nome era stato costruito un santuario. Secondo i
sacerdoti di Menfi, Paride era stato spinto dai venti alla foce del Nilo. Alcuni servì di Paride lo denunciarono
al signore d’Egitto e Paride lasciò lì Elena. Secondo questa versione, Elena non è mai arrivata a Troia.
quando i Greci sbarcarono a Troia, i troiani dissero che la donna si trovava in Egitto, ma i greci pensarono
fosse una bugia. Per questo distrussero la città. Quando non trovarono la donna, si convinsero che la storia
era vera. Menelao salpò verso l’Egitto. Menelao si comportò in modo ingiusto in Egitto: le condizioni del
tempo non gli permettevano di partire, allora sacrificò due bimbi del posto. Poi fuggì verso la Libia. Anche
Omero, nel quarto libro dell’Odissea, dice che Menelao era passato in Egitto. Questa avventura viene
raccontata anche dallo stesso Menelao a Telemaco. In questa storia c’è anche un Proteo, che non è un
semplice re d’Egitto ma una divinità. Si trattava di una creatura magica che poteva assumere qualsiasi
forma. Nella versione dell’Odissea, Elena era andata a Troia e qui Menelao l’aveva recuperata. Omero
racconta che nel viaggio di ritorno, Menelao era stato gettato sulle coste dell’isola di Faro. Menelao
racconta a Telemaco che restò sull’isola per venti giorni. Lo aiutò la dea Eidotea, figlia del vecchio del mare,
Proteo. Proteo egizio era un suddito di Poseidone. La dea dice che se lo avrebbe catturato gli avrebbe
svelato la via del ritorno. Proteo usciva dal mare e si riposava in una grotta circondato dalle foche. Menelao
avrebbe dovuto catturarlo, ma lui avrebbe cercato di trasformarsi. Alla fine avrebbe dovuto liberarlo e
chiedergli cosa voleva sapere. Tutti gli autori antichi sono d’accordo che Elena tornò a casa da Menelao. Lo
testimonia anche il quarto libro dell’Odissea, dove si narra la visita di Telemaco a Sparta. Nella sala entra
Elena. I due sposi rammentano l’opera di Afrodite, che aveva spinto Elena tra le braccia di Paride. Omero
fornisce la versione più semplice e rassicurante. Elena è presentata come una brava moglie. Già in Omero,
la figura di Elena ha dei risvolti inquietanti. Elena conosce le arti magiche, infatti mette della droga nel
bicchiere di Telemaco e Menelao per renderli felici. Elena non è solo una maga, ma anche figlia di Zeus. Il
lato magico ci rimanda alla sua natura divina. Secondo un’ipotesi non dimostrabile, Elena in origine doveva
essere uno dei volti della Grecia madre mediterranea: una divinità della vegetazione. Elena doveva essere
stata una dea pharmakis, ovvero una divinità che sapeva usare i pharmaka, le pozioni magiche, e con esse
dominare sia il mondo vegetale che animale. Elena in origine non era una divinità. La natura divina le venne
riconosciuta anche da sette cristiane come gli gnostici. Lo gnosticismo è una corrente religiosa di stampo
manicheo, che vede due principi contrapposti, il Bene e il Male. Gnosis in greco significa “sapere,
conoscenza”. La conosciamo solo parzialmente , perché condannata come eretica dal cristianesimo. In
Egitto sono rimasti dei codici contenenti vangeli gnostici. Tra i fondatori della religione c’era Simone Mago.
Questo personaggio è citato anche negli Atti degli Apostoli come ciarlatano. Per dimostrare la sua natura
divina cercò di volare davanti all’imperatore, ma si sfracellò al suolo. Nella tradizione gnostica, Mago è
sapiente e autore del primo testo sacro. Secondo la leggenda gnostica, Elena è una delle incarnazioni di
Sophia (pensiero). Elena subì imiliazioni e per secoli dovette migrare da un corpo all’altro diventando una
prostituta in un bordello. Qui sarebbe stata trovata da Simone Mago e salvata. Sono riletture di Elena in
chiave cosmica e filosofica. Secondo alcuni, Elena avrebbe incontrato un amore immortale, in un’isola ai
confini del mondo. Questo uomo fu Achille.

Achille ed Ettore la sfida infinita

Nell’ora dell’epica antica c’era chi stava con Achille e con chi con Ettore.

ACHILLE:aveva le virtù della forza e del coraggio, il furore della gioventù, la rabbia, la violenza, tenacia, odio.
In lui brillava lo splendore furioso dell’attimo. Era l’unico ad essere figlio di una divinità, la ninfa marina Teti.
Incarna lo splendore del trionfo.
ETTORE :aveva tenacia e pazienza. Il suo cuore era fermo e impavido. Odiava la guerra ma doveva
combattere. Difendeva la sua famiglia. La sua fermezza infondeva coraggio ai troiani. Il suo onore è legato a
una dimensione più domestica, ancorato agli affetti familiari. Incarna la dignità della sconfitta.

C’era una cosa che accomunava entrambi: sapevano che presto sarebbero morti. Infine, i due grandi rivali si
riconciliano nel segno della morte. Quando Achille, dopo aver ucciso Ettore, accoglie il padre di Priamo nella
sua tenda e piangono insieme.

Achille era destinato a restare per sempre giovane. La madre Teti gli aveva svelato che la sua vita sarebbe
stata gloriosa ma breve. Del suo aspetto fisico sappiamo poco. Era biondo, ammesso che l’aggettivo
xanthos che Omero usa nell’Iliade sia esatto. Si sa ancora meno sull’aspetto di Ettore, se non che era
imponente e massiccio.

La madre di Achille era Teti, una delle Mereidi, cioè le figlie del dio marino Nereo. Abitava negli abissi e con
la sua bellezza aveva incantato gli dei, tra cui Zeus e Poseidone. Zeus e Poseidone decisero di farla sposare a
un mortale. La scelta fu Peleo, che regnava nella Grecia centrale.Peleo si appostò per attendere Teti. Di
notte usciva a cavallo del suo delfino e si sdraiava nuda sulla spiaggia. Peleo le saltò addosso. Achille venne
concepito su una spiaggia.Venne celebrato il matrimonio sulla spiaggia. Il tallone divenne la parte
vulnerabile di Achille. Come il padre, anche Achille fu educato dal Centuaro Chione. La madre Teti cercò di
tenerlo lontano dal combattimento.Una profezia aveva svelato agli achei che, senza Achille, Troia non
sarebbe mai stata vinta. Gli eroi greci si misero in cerca di Achille. Con la tromba suonò un richiamo di
battaglia e Achille accorse e fu scoperta. Gli achei sbagliarono strada e sbarcarono su un’altra costa dell’Asia
Minore, in Misia. In questo territorio regnava Telefo, un figlio dell’eroe Eracle. Telefo fu un eroe errante, un
vagabondo del mito e un grande malato. A causa di un delitto, venne reso muto da Apollo e venne mandato
in Misia, dove il re Teutrante lo accolse. Madre e figlio stavano per giacere insieme, quando apparve un
serpente tra i due.Telefo comparse e riacquistò la voce. I greci erano convinti di affrontare i troiani. Telefo
venne ferito da Achille alla coscia. Telefo vagò a lungo alla ricerca di Achille, e infine lo trovo.Achille passò la
sua lancia sulla coscia e guarì. I greci poi arrivarono a Troia grazie all’aiuto di Telefo. Stavano offrendo agli
dei degli animali, quando apparve un serpente mandato da Zeus. Il serpente aveva mangiato 9 passeri, così
i greci avrebbero dovuto combattere per altrettanti anni.Ma al decimo avrebbero preso Troia.

Per i troiani la guerra sembrava già finita. Afrodite interveniva quando poteva, per salvare Paride o Enea.
Altri dei aiutavano invece i greci. Posidone non aveva dimenticato l’offesa subita da Laomedonte, quindi era
sceso in campo per incitare i greci. Era e Atena sostenevano i greci. Zeus aveva voluto la guerra, perché
c’erano troppi uomini sulla terra. Ci fu un evento che diede nuova speranza ai troiani. Nel decimo anno di
guerra, Achille litigò con Agamennone e si ritirò. Con questo litigio iniziò l’Iliade. L’origine del litigio fu una
disputa legata alla spartizione del bottino di guerra. I greci avevano catturato anche Criseide, figlia del
sacerdote Crise, e l’avevano assegnata a Agamennone. Il padre andò da Agamennone per chiedere la
restituzione della figlia, ma venne cacciato. Crise iniziò a pregare Apollo. Agamennone aveva commesso un
grave errore: offendere un sacerdote di Apollo. L’indovino disse che il dio era irato con Agamennone,
perché non ha liberato la figlia di un suo sacerdote. Agamennone avrebbe accettato di restituire la ragazza
solo se avesse avuto un altro dono. Decise di prendersi Briseide, il bottino di Achille. Atena apparve a
Achille per impedirgli di uccidere Agamennone. Achille obbedì al voleredi Agamennone, che mandò subito
alla tenda di Achille per prelevare la ragazza. Teti promise di andare a parlare con Zeus. Zeus decise di
aiutare. Da quel giorno i troiani ripresero l’animo. Alla loro guida c’era Ettore. I greci senza Achille e senza il
favore di Zeus perdevano terreno. Agamennone si pentì del suo comportamento e mandò degli uomini a
convincere Achille a tornare.

Ettore ha al suo fianco il dio della guerra, Ares. L’eroe abbandona il campo di battaglia e rientra in città. È
una città delle donne. Ettore compie un viaggio nell’universo femminile. Ettore rientra in città su consiglio
del fratello, l’indovino Eleno, per convincere le donne troiane a pregare la dea Atena. Atena è dalla parte
dei greci. Le donne chiedono notizie sulla guerra. Ettore raggiunge la reggia di Paride e lo rimprovera per la
sua viltà. Anche Elena è disgustata dal comportamento di Paride. È come se Elena avesse già letto i libri che
la riguardano e si fosse rassegnata a rivestire il ruolo di traditrice. Prima di morire, Ettore vuole rivedere la
sua famiglia. Andromaca è sulle mura. L’incontro tra i due sposi è uno degli episodi più famosi e
commoventi. Questa parantesi domestica nella cronaca della guerra, celebra Ettore come modello di
guerriero, di padre e guerriero. Nel racconto, Omero dà un risvolto tragico. Chi leggeva la preghiera di
Ettore sapeva che sarebbe stata inascoltata. Astianette, il figlio di Ettore, era condannato a morire.
L’episodio di Ettore e Andromaca è di una grande tristezza. Andromaca aveva violato una regola uscendo
sulle mura di Troia. La donna doveva stare in casa a compiere le faccende domestiche. Lo spazio esterno
era solo per gli uomini.

Patroclo stava piangendo perché stavano morendo troppi greci. Nel sedicesimo libro dell’Iliade c’è una
similitudine memorabile: «Perché piangi come una bimba piccina che corre accanto alla madre e chiede di
essere presa in braccio…». Sono le parole che Achille rivolge a Patroclo. Achille non sopporta di vederlo
piangere. Patroclo indossa l’armatura di Achille e prende il carro con due cavalli prodigiosi. Achille salutò
Patroclo per l’ultima volta. Quando i troiani videro l’elmo di Achille vennero presi dal terrore. Ettore guidò i
troiani per prendere il corpo di Sarpedonte. Zeus concesse ai greci di vincere, ma non permise che le
spoglie restassero nelle loro mani. Mandò Apollo con il demone della Morte e del Sonno a prelevare il
corpo. Ettore intanto indugiava e quindi intervenne Apollo, il quale prese l’aspetto di suo zio. Iniziò il duello
tra Ettore e Patroclo. Apollo fece prevalere i troiani. Gli dei hanno un ruolo importante nell’Iliade. Apollo
colpì Patroclo sulla schiena. Nel sedicesimo libro dell’Iliade, Omero compie il destino di Patroclo. Antiloco
portò la notizia a Achille. Achille prova molto dolore. La morte di Patroclo annunciava anche quella di
Achille. Le grida di Achille arrivarono anche nelle profondità del mare. Teti accorre alla tenda del figlio e
decide di tronare in battaglia per vendicare l’amico, anche se sa che sarebbe stata una condanna a morte.
Le sue armi erano nelle mani di Ettore. Tetti andò da Efesto, il fabbro dell’Olimpo, per farsi fare delle armi.

Il ventiduesimo libro dell’Iliade racconta la sfida mortale tra Ettore e Achille. Priamo gridava al figlio di
tornare in città. Ecuba, la madre, piangeva. Ettore non sapeva cosa fare. Se fosse entrato in città, se ne
sarebbe vergognato. Proporre un accordo a Achille era inutile. L’unica soluzione era combattere. Ettore
iniziò a scappare, ma gli dei gli erano vicini. Apollo gli diede una forza sovraumana alle gambe, così corse
più velocemente di Achille. Ettore prima chiese a Achille di giurargli che chi avrebbe vinto non avrebbe
straziato il corpo dell’altro. Achille però scaglio una freccia. Ettore chiamò il fratello, che però non c’era più.
Ettore allora comprese l’inganno degli dei e capì che la sua vita era giunta al termine. Achille colpì la base
del collo e gli rivolse parole feroci. Le ultime parole di Ettore furono una profezia: Achille avrebbe pagato
per la sua crudeltà. Infine morì. Achille forò i tendini di Ettore e lo lega al carro per poi trascinarlo.
Andromaca sentì le urla e si precipitò sulle mura e vide il cadavere del marito. Priamo volle andare alla
tenda di Achille per chiedere il corpo. Zeus mandò Ermes per scortare il vecchio. Ermes fece entrare Priamo
in modo che nessuno lo vedesse. Priamo si gettò ai piedi di Achille e lo pregò. Piansero insieme e
ricordarono. Priamo chiese 12 giorni di tregua per celebrare i funerali di Ettore. Dopo 12 giorni la guerra
riprese. Omero non racconta gli ultimi eventi della guerra troiana. L’Iliade si interrompe con i suoi funerali.

Ulisse l’eroe della nostalgia


Ulisse è l’eroe della mentis, ovvero un’intelligenza pratica capace di trovare la soluzione concreta a
problemi concreti. Ulisse troverà la soluzione per la guerra di Troia: il cavallo di legno. Ulisse non aveva la
prestanza fisica degli altri eroi, ma aveva la magia della parola. Era anche maestro dell’arco.

Alcuni lo ritengono discendente di Sisifo e di Autolico. Sisifo riesce a mettere in catene anche il genio della
morte, Thanatos, dopo averlo fatto ubriacare. Secondo alcuni, Sisifo era il vero padre di Ulisse, avendo
sposato Anticlea, che era figlia di Autolico. Sarebbe stato il nonno, Autolico, che discendeva da Ermes, a
dare il nome a Ulisse. Ulisse era una figura complessa. È l’eroe multiforme, polytropos. È diverso in ogni
situazione. Nell’Odissea si dissimula continuamente. Si presenta con il nome di Nessuno al Ciclope
Polifemo, rientra nella reggia vestito da mercante, si spaccia molte volte per mercante e pirata. I due
aspetti fondamentali dell’epopea troiana: l’assedio e il ritorno, la guerra e il viaggio. Ulisse è il protagonista
della battaglia di Troia.

Ulisse non voleva partire per Troia e si finse pazzo. Però incontrò Palamede, che era più furbo di lui e capì
che stava mentendo. Palamede prese il figlio di Ulisse e lo mise davanti al suo aratro. Se Ulisse fosse stato
pazzo lo avrebbe ucciso, ma così non fu. Ulisse era vendicativo, quindi catturò un troiano e lo costrinse a
scrivere una lettera in cui Priamo ringraziava Palamede per i servigi che gli aveva reso. Poi nascose la lettera
nella tenda di Palamede, con una cassa piena d’oro. Ulisse denunciò Palamede per tradimento e fu
condannato a morte.

Molte gesta compiute da Ulisse sono raccontate da Omero. L’ultima impresa gloriosa dell’eroe fu il cavallo
di legno. Nell’Iliade questa storia non si trova e nell’Odissea è raccontata di sfuggita. Conosciamo bene la
storia grazie ad autori successivi. Tra tutte le saghe dedicate ai ritorni, l’Odissea è l’unica integra. Tutto
quello che accade durante il viaggio di Ulisse ha un sapore fantastico. Dall’antichità c’è chi ha cercato di
definire la rotta di Ulisse. Questo è impossibile, perché il viaggio sconfina dell’irrealtà. Quasi tutto il
racconto del viaggio di Ulisse è contenuto nell’Odissea e raccontato da Ulisse stesso. Ulisse è sia
protagonista che narratore. Conosciamo le sue avventure grazie a un flash – back. Ulisse racconta la sua
storia al re e alla regina dei Feaci.

Il vento spinse la flotta di Ulisse sulla costa del regno dei Ciconi, a nord della Grecia, in Tracia. I marinai di
Ulisse incendiano la città dei Ciconi, rapiscono le donne e fanno razzie di mandrie e vino. Ulisse andò a
esplorare l’isola e vide una grotta. La raggiunse con 12 compagni e si porterà del vino, che gli avrebbe poi
salvato la vita. Il mostro non era nella grotta, ma stava pascolando le sue greggi. Ciclope Polifemo rientra
nella grotta. Quando si accorse degli intrusi, afferrò due compagni e li divorò. La salvezza dipendeva
dall’astuzia dell’eroe. Il mattino seguente, Polifemo esce per pascolare le greggi. Ulisse prese un tronco e
levigò la punta, poi lo nascose sotto il letame. Quando Polifemo rientra divora altri due compagni. Ulisse
offre al mostro del vino e si ubriaca.Polifemo chiede il nome a Ulisse, che dice di chiamarsi Nessuno. Ulisse
si spoglia della sua identità e scende a patti con le forze dell’oblio e dell’ignoto. Ulisse e i suoi compagni
prendono il tronco, lo arroventano e lo cacciano nell’unico occhio di Ciclope. Polifemo dice che Nessuno lo
vuole uccidere.Ulisse fa aggrappare i compagni superstiti alla pancia delle pecore. La mattina, Polifemo
lascia uscire le pecore al pascolo. Polifemo era furioso e pregò il padre, Poseidone, di maledirli. Ulisse arrivò
sull’isola di Eolia.Ulisse navigò per 9 giorni e alla fine vide Itaca all’orizzonte e si addormentò. Approdano
ancora sull’isola di Eolia, ma il re non aiutò Ulisse.

Ulisse arrivò nella terra dei Lestrigoni. Ulisse si salvò con il suo solo equipaggio. Arrivarono su un’altra isola
e si divisero in due gruppi, uno al suo comando e l’altro al comando di Euriloco. Il compito di esplorare
l’isola toccò a Euriloco.Si trattava di Circe, la più potente di tutte le maghe. Sull’isola di Eea abitava Circe,
figlia del dio Sole. Euriloco era rimasto indietro temendo un inganno e fu trasformato in maiale insieme al
resto dei compagni. Tornò da Ulisse e non riusciva neanche a parlare.Ulisse decide di addentrarsi. Ulisse
vide un giovane bellissimo, era Ermes. Ermes diede all’eroe un’erba magica che lo avrebbe protetto. Omero
chiama questa erba moly, che nel corso dei secoli gli uomini hanno cercato di identificare.
Ermes spiegò a Ulisse come comportarsi. Circe gli avrebbe offerto da bere del vino con una pozione magica,
poi lo avrebbe toccato con una bacchetta e lui avrebbe dovuto tirare fuori la spada. Ulisse seguì tutte le
istruzioni. I compagni di Ulisse tornarono uomini.

Ulisse aveva dimenticato il ritorno, sono i compagni che spingono Ulisse a ripartire. La maga non trattiene
Ulisse, ma se vuole tornare in patria deve affrontare un’altra prova. Deve scendere nel regno dei morti per
consultare l’anima del profeta Tiresia. Tiresia sapeva la strada di casa. Circe gli dà le istruzioni per
raggiungere l’Aldilà. La nave parte verso il regno delle tenebre. Omero chiama psyche l’anima dei morti,
solo più tardi la parola significherà anche l’anima dei vivi. Ulisse sgozza una pecora e un ariete nero.
Bevendo il sangue, il profeta potrà tornare a predire il futuro. Ulisse tiene lontane le anime. Tiresia è il
primo a bere. Il profeta schiude per Ulisse il velo del futuro. Non è un’invenzione di Omero: i greci
credevano nella possibilità di evocare i morti per le profezie. Quest’arte veniva chiamata “necromanzia”.
Ulisse ascolta le parole di Tiresia. Il profeta dice che tornerà in patria attraverso altre sofferenze, ma da
solo. Quando arriverà a casa, la troverà occupata. Dovrà vendicarsi dei pretendenti di Penelope. Le sue
parole sono enigmatiche, che alludono a leggende sconosciute. Non sappiamo nulla sull’ultimo viaggio di
Ulisse. Ulisse interroga altre anime e vede anche la madre. Cerca di abbracciarla ma non riesce. Incontra
anche Achille. Ulisse torna da Circe, che dà istruzioni sui pericoli che lo attendono.

Avrebbe incontrato le Sirene. Nessuno dei marinai doveva ascoltare il loro canto. Ulisse avrebbe potuto, ma
doveva essere legato all’albero della nave. Le Sirene erano esseri fantastici. Nel Medioevo nasce la visione
iconografica metà donna e metà pesce. A volte, appaiono come nemiche di Afrodite, altre di eros. Afrodite
aveva un rapporto speciale col mare. Lei era nata dalla schiuma del mare. Era venerata nella forma bizzarra
di una divinità metà donna e metà pesce. Si capisce, come le Sirene possono essersi trasformate
gradualmente, da donne – uccello in donne – pesce. Dopo aver superato le Sirene, Ulisse dovette superare
lo stretto di due mostri: Scilla e Cariddi. Scilla aveva 12 piedi, 6 colli e 6 teste con 3 file di denti. La sua voce
era quella di un cucciolo di cane ma aveva una forza immensa. La tappa successiva fu l’isola del Sole, dove
pascolavano le mucche e le pecore del signore del cielo. Tiresia e Circe avevano ammonito Ulisse di non
toccarle. I compagni di Ulisse le cucinarono. La vendetta degli dei incombeva. La nave fu travolta da una
tempesta. Morirono tutti i compagni di Ulisse. L’eroe rimase solo e navigò da solo per 10 giorni. Atena
decise di intervenire. Zeus manda Ermes nell’isola con l’ordine di lasciar partire Ulisse. Calipso non poteva
disobbedire. Calipso concesse a Ulisse di costruire una zattera. Poseidone lo vide e si infuriò. Ulisse
precipitò in mare. La ninfa Leucotea, la «dea bianca» aiuta l’eroe. Consegnò al re di Itaca un velo, che gli
doveva cingere il petto. La ragazza si incantò a ascoltarlo. Ulisse aveva bisogno di aiuto. Lo portò nel palazzo
dal padre Alcinoo. Era il regno dei Feaci. Ulisse venne accolto con generosità. Nessuno gli chiese chi fosse. Si
tratta del primo regno di Utopia di cui ci parli la letteratura. Tra Ulisse e Nausicaa non ci furono mai parole
d’amore, ma solo allusioni.

Ulisse sbarca a Itaca e si addormenta. Si addentrò nell’isola. Trovò un pastorello e gli chiese dove fosse.
Ulisse non si rivelò. Il ragazzo si trasformò in una dona. Era Atena. Lei raccontò la situazione dell’isola.
Telemaco era andato a chiedere informazioni sul padre, e al suo ritorno i proci gli avrebbero fatto un
agguato per ucciderlo. La dea lo trasformò in un mendicante. Ulisse andò nella capanna di Eumeo, che non
lo riconobbe. Ulisse finge di essere un pirata cretese. Anche Telemaco arriva nella capanna. Atena toccò
Ulisse e gli ridiede le sue sembianze. Telemaco e il padre si riunirono. Telemaco doveva nascondere le armi
dei proci, al resto avrebbe pensato Atena. Il cane Argo fu l’unico a riconoscerlo e poi morì. I proci
banchettavano e insistevano perché Penelope scegliesse un marito. Li comandava Antinoo, un uomo feroce
e violento. Penelope era astuta come il marito. Disse che avrebbe scelto il pretendente una volta finito il
sudario per il padre di Ulisse. Di giorno tesseva e di notte disfaceva tutto. Lo stratagemma venne scoperto.
Ulisse nella reggia venne insultato e venne riconosciuto solo da Ericlea, colei che l’aveva allevato. Atena
sconvolse le menti dei proci. Atena ispirò la mente di Penelope: imporre una gara ai proci. Dovevano far
passare una freccia attraverso gli anelli di dodici scuri allineati una dietro l’altra. Il vincitore avrebbe avuto
in premio Penelope. Nessuno riusciva a vincere e provò Ulisse. Dopo aver vinto iniziò la vendetta.

Aiace e gli altri: il catalogo degli eroi

La guerra troiana un'impresa corale. Moltissimi eroi hanno contribuito a costruire il mosaico maestoso della
grande avventura. è stata la guerra di centinaia di greci e Troiani. C'è chi ha definito la guerra di Troia il big
bang della mitologia greca. Un'esplosione che coinvolge e sconvolge tutto il cosmo della leggenda Eroica.
Invocando la benevolenza delle Muse, sentiremo dunque un piccolo catalogo degli Eroi che hanno
combattuto sul campo di Troia. per primo diremo di Diomede. Era selvaggio e impetuoso. Omero lo
paragona a “un torrente in piena gonfiato dalle piogge, che scorre veloce, rompendo gli argini”. Ulisse, era il
suo beniamino. Essi condivisero molte avventure. Ma l’episodio che ha reso Diomede indimenticabile non è
un'impresa bellica ma un momento di sospensione della guerra quando si trovò di fronte un guerriero
vestito di armatura d'oro e sembra per un attimo in soggezione davanti a un immortale che si chiamava
Glauco, comandante dell'armata dei Lici. Diomede sopravvisse alla guerra di Troia ma secondo alcune
testimonianze il suo non fu comunque un ritorno felice. Afrodite non aveva dimenticato la ferita che le era
stata inferta sul campo di battaglia e si vendicò facendo innamorare la moglie di Diomede di un altro uomo.
Valoroso quanto Diomede era Aiace, signore di Salamina, l'isola che sorge nel Golfo Saronico. Aiace riesce a
incutere il terrore dei Troiani e per due volte sfida Ettore sul campo è quasi lo uccide. si diceva che fosse
stato il volo di un'aquila, inviata da Zeus, a suggerire a Eracle il nome Aiace per l’infante. Persino Achille lo
trattava con rispetto e lo considerava un amico infatti toccherà proprio ad Aiace caricarsi in spalla il corpo di
Achille, ucciso da Paride. Quando gli Achei decretarono che le armi forgiate da Efesto per Achille spettavano
al guerriero più valoroso, Aiace era sicuro sarebbero toccate a lui. Ma così non fu. E la grande delusione per
essere stato privato dell'eredità dell'amico portò alla morte il re di Salamina. Pare infatti che l'astuto Ulisse
fosse riuscito a persuadere gli Achei che le armi di Achille aspettavano lui. Il fatto era indiscutibile, dato che
la conquista di Troia si doveva innanzitutto all’astuzia di Ulisse però a molti quel gesto apparve come
un'ingiustizia. In quel periodo era naturale che il poeta caratterizzasse Aiace nella luce più positiva per fare
contenti i suoi committenti. Un personaggio smisurato, chiuso nella sua ostinata e orgogliosa solitudine, al
pari di Aiace, era Filottete. Era stato amico e scudiero di Eracle e per questo aveva ereditato il suo arco. La
sua storia è legata ad un'oscura malattia. Durante la sosta su un'isola, Filottete un morso alla gamba da un
serpente e questa ferita non si rimarginava. le grida di dolore turbavano l'esercito acheo e Ulisse suggerì di
abbandonare Filottete lungo la strada. Così, con il suo arco, venne sbarcato nell'isola di Lemno dove
Filottete vive come un selvaggio per dieci lunghi anni, dentro una grotta. Ancora una volta Ulisse è
destinato a risolvere il problema: proprio lui guiderà una spedizione per recuperare l’eroe malato e portarlo
a Troia. Sofocle racconta come andò la spedizione. Ulisse usò la sua astuzia, si nascose e mando avanti il
giovane Neottolemo dove riuscì ad impadronirsi dell'Arco di Eracle ma Ulisse si rifiuta di consegnarglielo
perché non vuole tradire la fiducia di Filottete. La tragedia viene risolta dall’apparizione di Eracle. Un altro
eroe altrettanto empio e feroce ci viene descritto da Omero come un guerriero assai più basso di statura di
nome Aiace, figlio di Oileo. Un eroe molto particolare fu Idomeneo, re di Creta. Egli combatté da valoroso a
Troia e il suo ritorno in patria fu felice. Molti altri sarebbero gli eroi di cui parlare ma rimane il re di Asine,
sovrano di una piccola città del Peloponneso citato da Omero però di lui non sappiamo nulla

Ecuba e il dolore delle madri

Ecuba è il simbolo della malasorte. È la regina di Troia e rappresenta l’abisso della sfortuna. Vede uccidere il
marito e i figli. Poi venne maltrattata e diventa un bottino di guerra. Alla fine si trasforma in cagna. Ecuba
diventa l’icona della madre dolorosa. Diventa la versione pagana del compianto della Madonna sul Cristo
morto. Il destino di Ecuba riassume la sorte dei troiani sconfitti. Non sappiamo da dove venisse. I tragici
greci del V secolo a.C. hanno aggiunto nuovi capitoli alla sua storia. Hanno descritto la sua storia si
prigioniera. “Ecuba” qui la regina è destinata a vivere altri due dolori. Il primo è il sacrificio di sua figlia
Polissena. Il fantasma di Achille era apparso ai greci e si decise di fargli un sacrificio: il sacrificio di una
vergine. Venne scelta Polissena. Il suo sangue doveva bagnare la tomba di Achille. La ragazza venne
sgozzata da Neottolemo. Ecuba deve affrontare anche la morte di un altro suo figlio. Il più piccolo, Polidoro.
Priamo aveva allontanato il bambino durante la guerra, affidandolo a Polimestore, un re barbaro. Dopo la
caduta di Troia, libero da ogni vincolo, Polimestore uccise il bambino e lo gettò in mare. il figlio morto
apparve in sogno alla madre, la quale pensò a una vendetta. La seconda parte della tragedia è dedicata alla
vendetta della regina. Ecuba, con l’inganno, attira Polimestore nella sua tenda. Fa credere al re che ci fosse
ancora dell’oro. Polimestore si presenta con i suoi figli e si finge dispiaciuto per Troia. inoltre, dice che
Polidoro è ancora vivo. Le troiane assaltano i figli del re e li fanno a pezzi e poi accecano il re. Il re chiede ad
Agamennone di punire la donna, ma si rifiuta. Polimestore profetizza che Ecuba si sarebbe trasformata in
cagna. E profetizza ad Agamennone che sarebbe stato ucciso.

Clitennestra: mai fidarsi di una donna

Agamennone sta tornando a casa. È la notizia che tutti aspettavano. ESCHILO  in «Agamennone»
racconta il ritorno del re. Al centro dell’opera c’è Clitennestra, la sposa infedele e assassina. Il mito è molto
più antico di Echilo. L’assassinio di Agamennone è solo una tessera in più della vicenda della casata
maledetta degli Atridi. Il figlio di Tieste, Egisto, aveva sedotto Clitennestra. Egisto aveva ordinato di
controllare il mare per sapere quando sarebbe tornato Agamennone. Egisto volle uccidere il re durante un
banchetto. Nell’undicesimo libro, Ulisse scende nell’Ade e si fa raccontare la storia direttamente da
Agamennone. Anche nel racconto del re, il protagonista della strage è Egisto. Clitennestra non aveva
neanche chiuso gli occhi del marito, un insulto. Clitennestra rappresenta tutto ciò che c’è di perfido e infido
che abita nell’animo femminile. Agamennone, come unica morale, ricava di non potersi mai fidare delle
donne. Clitennestra, come Elena, è una donna infedele. Sarà Eschilo a rendere la figura di Clitennestra
eterna.  «Orestea»: qui la mente del delitto è Clitennestra. Lei massacra il marito nella stanza da bagno.
Si tratta di una donna spietata e demoniaca. Echilo la rende più complessa e ambigua. Non è solo una cagna
traditrice, 25 ma è anche una madre, che vuole vendicare la morte della figlia. È anche una donna tradita,
che vede arrivare al palazzo Cassandra, più giovane di lei. Eschilo traduce anche altre variazioni del mito. La
storia della casata maledetta non si chiude con la morte di Agamennone. Clitennestra non aveva pensato ai
figli, che erano ancora piccoli. Ma i figli crescono. Elettra cova una rabbia terribile per la morte del padre. In
futuro la sua rabbia diede il nome a una sindrome psicologica: il «complesso di Elettra», cioè il legame
profondo tra padre e figlia. Oreste, invece, sarà anche lo strumento di un atto di giustizia sull’Olimpo.
Apollo ordina a Oreste di uccidere sua madre. ESCHILO  «Coefore» narra la vendetta di Oreste. In passato
non si usava portare i fiori sulle tombe dei morti, ma versare dei liquidi. Choai deriva dal verbo greco cheo,
«versare». Le coefore diventano le schiave del palazzo. Il motore dell’azione è il sogno. Clitennestra ha
sognato di partorire un serpente che cullava come un bimbo. ma il serpente mordeva il seno della donna.
Clitennestra si spaventò, perché i sogni potevano essere messaggi degli dei o dei morti. Gli onirocriti
avvisano la regina che il suo sogno significa che i morti sono sdegnati contro i loro uccisori, bisogna placarli
con offerte funebri. Clitennestra manda le coefore sulla tomba di Agamennone. A guidare la processione è
Elettra. Alla tomba di Agamennone avviene il miracolo. Oreste, cresciuto, aveva giurato di vendicare il
padre. Viene accompagnato dall’amico Pilade alla tomba. Altri, raccontavano che Oreste si sarebbe fermato
in una località della Messenia. Qui venne tormentato dalle Erinni e compì un gesto folle: si tagliò un dito.
Altri pensavano che avesse raggiunto Atene nel giorno della festa delle Antesterie. In questo giorno si
beveva il vino puro. In quei giorni si pensava che i morti tornassero sulla terra. Oreste a volte assume i
caratteri di una figura demoniaca. Certi racconti parlano del brigante Oreste, un criminale. Il nome di Oreste
significa «l’uomo delle montagne». «Orestea» ci propone la versione più nota di Oreste. Echilo immagina
che Oreste raggiunse come prima meta il santuario di Apollo a Delfi. Qui il dio Apollo lo purifica dal
matricidio. C’è solidarietà tra uomo e divinità. Apollo si assume la responsabilità del matricidio. Mostra al
suo protetto la via della salvezza: dovrà andare a Arene, dove verrà istituito un tribunale che giudicherà il
suo delitto. Oreste si avvia verso Atene, mentre Apollo addormenta le Erinni nel suo tempio. Clitennestra
entra nel sogno delle Erinni. Le Erinni si risvegliano e capiscono di essere state ingannate da Apollo. Anche
loro andarono a Atene. Il tribunale si chiama Areopago, che significa «la collina di Ares». L’Areopago non
esisteva solo nel mito. Inserire questo tribunale significava contaminare le vicende degli eroi inserendo
l’attualità politica.

Enea e la nascita di Roma: verso il futuro

Leopardi arriva alla conclusione che Enea gli sta antipatico. È un eroe privo di fascino e vigore. L’Enea di cui
parla Leopardi è quello dell’Eneide di Virgilio. Enea è il padre della stirpe romana. Virgilio aveva chiesto di
bruciare il poema, ancora incompiuto. Ma l’imperatore Augusto si oppone: Enea era un suo antenato, il
fondatore della gens Julia che si vantava di discendere dalla dea Venere. I primi sei libri dell’Eneide narrano
la fuga di Enea da Troia e il viaggio in Italia. Gli ultimi sei libri raccontano le imprese dei troiani nel Lazio e la
guerra contro i Rutuli. Roma avrà il compito di “governare i popoli”. Enea non è solo il personaggio di
Virgilio. Gli antichi conoscevano un altro Enea. C’era un anti-Enea, un disertore e un traditore della patria.
Enea compare già nell’Iliade. Come Achille era figlio di una divinità. Era figlio del re Anchise e della dea
Afrodite (Venere dei romani). I signori dell’Olimpo erano stufi di essere vittime di Eros e vogliono
vendicarsi. Zeus fece in modo che Afrodite si innamorasse di un mortale e rimase incinta. Il racconto più
intenso delle gesta di Enea è quello di Virgilio. In sogno gli apparve Ettore, che lo intimò a scappare
dall’incendio. Enea vide le fiamme che divoravano Troia. egli vorrebbe combattere e uccidere Elena, la
causa della guerra. La madre Venere gli fece capire che furono gli dei a decidere la caduta di Troia. enea si
carica il padre sulle spalle e prese il figlio e la moglie e scappò. Durante la fuga la moglie si smarrì. Enea
cerca di tornare indietro per cercarla, ma gli appare il fantasma della moglie che era morta. Enea cerca di
abbracciarla, ma per tre volte abbraccia l’aria. Poi intraprende il viaggio verso l’Italia. Enea dovette
scendere anche nell’Ade, dove troverà anche il padre. L’incontro più importante è quello con Didone.,
regina di Cartagine. Una tempesta aveva spinto la nave dell’eroe sulle coste dell’Africa. Didone aveva
fondato Cartagine dopo l’assassinio del marito Sicheo. Aveva giurato che non avrebbe avuto nessun uomo
per rispetto del marito. Ma l’arrivo di Enea la sconvolse. Enea era destinato ad arrivare in Italia, quindi
dovette fuggire di notte. La strada del suo viaggio era segnata dagli dei. Enea è l’eroe pius, cioè colui che
rispetta e mette in pratica quanto le divinità comandano. Didone, dopo la partenza dell’amato, si uccise.
Didone divenne l’icona di tutte le donne tradite. Didone maledice Enea e la sua stirpe. Da questa
maledizione discenderà l’inimicizia tra romani e cartaginesi. Enea sposerà Lavinia, la figlia del re latino e
fonderà la città di Lavinio. Il figlio Iulio edificherà la città di Alba Longa, da dove i gemelli Romolo e Remo
tracciarono i confini di Roma. Da Iulio deriva il nome della gens Julia. Enea sarà il padrone della patria, i
romani si chiameranno Eneadi. Alcuni avevano dei dubbi sulla figura dell’eroe. Secondo alcuni, Enea aveva
tradito Troia ed era scappato al momento del pericolo. Era stato complice del nemico. Non in tutti i testi,
Enea è rispettato. Gli scrittori cristiani lo descrivono con sarcasmo. La figura di Enea viene accostata al
vecchio Antenore, noto per essersi venduto agli achei. Dante nell’Inferno lo mette nei traditori della patria.
Il girone stesso è chiamato Antenora. Enea diventa anche simbolo del movimento della civiltà che da Atene
si trasferisce sulle rive del Tevere. Anche il viaggio di Enea assume un significato simbolico. È un ponte tra
Grecia e Roma, ma poi anche tra antichità e Medioevo. Virgilio appare agli uomini del medioevo, come colui
che ha anticipato l’arrivo di Cristo. Virgilio poi sarà la guisa di Dante.