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Guy Debord

Le Tesi di Amburgo del settembre 1961

(Nota di servizio per la storia dell'Internazionale Situazionista)

(Internationale Situationniste. 1958-1969. Libreria Arthème


Fayard, Parigi, maggio 1997)

Le Tesi di Amburgo costituiscono indubbiamente il più


misterioso tra tutti i documenti che provengono dall'I.S., dei
quali molti furono ampiamente diffusi e altri spesso furono
destinati ad una circolazione discreta.
Le Tesi di Amburgo sono state evocate molte volte nella
pubblicistica situazionista, ma senza che una sola citazione ne
sia stata mai offerta: ad esempio, in I.S. n. 7, alle pagine 20, 31
e 47; più indirettamente in I.S. n. 9, a pagina 3 (con il titolo
dell'editoriale Maintenant, l'I.S.); ed anche nei contributi,
rimasti inediti, di Attila Kotányi e di Michèle Bernstein, in
occasione del dibattito del 1963 sulle proposte programmatiche
di A. Kotányi. Sono menzionate, senza commento, nell'Elenco
delle opere citate, alla pagina 99 di Internationale
Situationniste (protagonistes, chronologie, bibliographie), di
Raspaud e Voyer.
Si tratta in sostanza delle conclusioni, volontariamente tenute
segrete, di una discussione teorica e strategica riguardante tutta
la condotta dell'I.S. Questa discussione ebbe luogo durante due
o tre giorni ai primi di settembre del 1961, in una serie scelta

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casualmente di bar di Amburgo, tra G. Debord, A. Kotányi e R.


Vaneigem che si trovavano allora sulla strada del ritorno dopo
la V Conferenza dell'I.S., tenuta a Göteborg dal 28 al 30
agosto. A queste Tesi doveva ulteriormente contribuire
Alexander Trocchi, assente ad Amburgo. Deliberatamente, con
l'intento di non lasciar filtrare fuori dell'I.S. una traccia che
potesse permettere osservazioni o analisi esterne, nulla è stato
messo per iscritto di questa discussione e di ciò che si decise.
Si decise allora che il semplice riassunto di quelle conclusioni,
ricche e complesse, poteva essere ricondotto ad una sola frase:
L'I.S. deve, ora, realizzare la filosofia. Questa stessa frase non
fu scritta. Dunque, la conclusione fu così ben nascosta che è
rimasta segreta fino ad oggi.
Le Tesi di Amburgo hanno avuto un'importanza considerevole,
per almeno due aspetti. In primo luogo perché datano la
principale opzione della storia dell'I.S. Ma anche in quanto
pratica sperimentale: da quest'ultimo punto di vista, era
un'innovazione sorprendente nella sequela delle avanguardie
artistiche, che fino a quel momento avevano tutte dato
l'impressione di essere desiderose di offrire spiegazioni.
La conclusione evocava una celebre formula di Marx del 1844
(nel suo Contributo alla critica della filosofia del diritto di
Hegel). Significava in quel momento che non si sarebbe più
dovuto prestare la benché minima attenzione alle concezioni
dei gruppi rivoluzionari che potevano sussistere ancora, in
quanto eredi del vecchio movimento sociale d'emancipazione
annientato nella prima metà del nostro secolo; e che dunque si
poteva contare soltanto sull'I.S. per rilanciare al più presto
un'altra stagione della contestazione, rinnovando tutte le

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fondamenta di quella che si era costituita negli anni 1840.


Questo punto, una volta stabilito, non implicava una prossima
rottura con la destra artistica dell'I.S. (che voleva debolmente
continuare, o soltanto ripetere, l'arte moderna), ma la rendeva
estremamente probabile. Si può dunque riconoscere che con le
Tesi di Amburgo fu decretata la fine, per l'I.S., della sua prima
fase - la ricerca di un terreno artistico realmente innovativo
(1957-61); ed anche che fu fissato il punto di partenza
dell'operazione che condusse al movimento del maggio 1968,
ed alle sue conseguenze.
D'altra parte, a considerarne soltanto l'originalità sperimentale,
cioè l'assenza di qualsiasi redazione scritta delle Tesi,
l'applicazione socio-storica ulteriore di quell'innovazione
formale fu altrettanto notevole: dopo aver subito, è ovvio, un
rovesciamento completo. Non più di venti anni dopo, infatti, si
poteva osservare che il metodo aveva incontrato un insolito
successo nelle istanze superiori di numerosi Stati. Si sa ormai
che le decisioni veramente vitali, rifiutano di iscriversi sulle
reti degli elaboratori, nelle registrazioni magnetiche o telex, e
che diffidano anche delle macchine da scrivere e delle
fotocopiatrici; dopo essere state spesso delineate in forma di
note scritte a mano, sono semplicemente trasmesse a voce e la
bozza distrutta.
Questa nota è stata scritta in particolare con l'intento di ..., chi
infaticabilmente ha corso il mondo per trovare le tracce
dell'arte soppressa dell'Internazionale Situazionista, ed anche
degli altri suoi diversi misfatti storici.
Novembre 1989
Guy Debord

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Attestazioni

Guy Debord, Mémoires

Seconda edizione, Jean-Jacques Pauvert aux Belles Lettres,


Parigi, novembre 1993

Le rare opere della mia gioventù sono state speciali. Si deve


ammettere che un gusto della negazione generalizzata le univa.
In grande armonia con la vita reale che conducevamo allora.

L'arte moderna era stata, ma per poco tempo ancora, critica e


rivoluzionaria. Nel mondo della decomposizione possiamo
mettere alla prova ma non impiegare le nostre forze. Molte
brutte intenzioni vi trovavano delle coperture quasi onorevoli.

Ho cominciato con un film senza immagini, il lungometraggio


Hurlements en faveur de Sade, nel 1952. Lo schermo era
bianco con il sonoro, nero con il silenzio che si dilatava;
l'ultimo piano-sequenza nero durava da solo 24 minuti. Le
condizioni specifiche del cinema permettevano di interrompere
l'aneddoto attraverso masse di silenzio vuoto. I cine-club
insorti per l'orrore gridavano troppo forte per riuscire a sentire
quel poco che avrebbe potuto sconcertarli del dialogo.

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Asger Jorn mi procurò, nel 1958, un'occasione per andare oltre.


Pubblicai le Mémoires che, francamente, erano composte
soltanto di svariate citazioni, senza annoverare una sola frase,
pure breve, che fosse mia. Ho offerto questo antilibro ai miei
amici, nulla di più. Nessun altro fu informato della sua
esistenza. Volevo parlare la bella lingua del mio secolo. Non ci
tenevo molto ad essere ascoltato.

Nel frattempo, nel 1953, io stesso avevo scritto, con un gesso,


su un muro di rue de Seine che la patina degli anni aveva
annerito, il temibile slogan Ne travaillez jamais [Non lavorate
mai]. Si è creduto inizialmente che scherzassi (il passante che
mise in salvo il documento per la storia aveva pensato di
fotografare l'iscrizione per destinarla a una serie di cartoline
postali umoristiche).

Non ho, in ogni caso, detto il minimo di bene a proposito di


quelle Mémoires, a quel tempo. E non credo che adesso sia
necessario dirne di più. Avevo dimostrato la mia sobria
indifferenza verso il giudizio del pubblico, dato che non era
neppure ammesso a vedere l'opera. L'epoca di tali convenzioni
non era forse superata? Così le mie Mémoires, da 35 anni, non
sono mai state messe in vendite. La celebrità è arrivata dal non
averle diffuse che secondo la maniera del potlatch: cioè del
regalo sontuoso, che sfida l'altro a restituire qualcosa di più
estremo. Persone tanto altezzose mostrano che sono capaci di
tutto, a modo loro.

Queste poche precisazioni faranno notare meglio quanto ero


nel giusto a riassumere così quel periodo nel mio Panégyrique

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del 1989: Le nostre sole manifestazioni, restando rare e brevi


nei primi anni, volevano essere completamente inaccettabili;
dapprima soprattutto nella forma e più tardi, approfondendosi,
soprattutto nel loro contenuto. Esse non sono state accettate.

Guy Debord

Ottobre 1993

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Guy Debord

Due lettere a Gérard Guégan

Gérard Guégan, Un Cavalier à la mer. Éditions François


Bourin, Paris, janvier 1992

Parigi, 17 novembre 1972


Caro Guégan,
Un certo Daniel Denevert si rivolge a me perché vuole
presentare un manoscritto a Champ Libre e perché ciò avvenga
rapidamente.
Non ho tempo per incontrare l'autore, e tanto meno potrei
acconsentire a leggere il manoscritto: cioè il minimo ruolo di
censura, che si tratti della qualità della scrittura o di tutto il
resto. La strada più semplice è quella che vi mettiate d'accordo
per un appuntamento. In ogni caso, questo libro certamente si
inserisce in una prospettiva molto più avanzata di quella del
bordighista-revisionista di cui Champ Libre ha recentemente
pubblicato l'infelice Mouvement Communiste.
Denevert ha creduto di far bene a scrivermi che scommetteva
questa volta sul mio "senso della rivoluzione". Il senso della
rivoluzione, ammesso che mi capiti di averlo, spero che forse
sia giudicato da qualcosa di diverso delle deduzioni capricciose
di non non si sa chi. Spero che il suo libro dimostri maggiore
senso storico. E suppongo che lei non abbia paura, giudicando

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dei manoscritti, di far giudicare dai loro autori il suo senso


della rivoluzione; ed editoriale.
Con amicizia.
Guy Debord

29 novembre 1972
Caro Guégan,
Poiché è vero che non leggo i manoscritti di Champ Libre - e
del resto nessuno può dubitarne in buona fede, giacché
fortunatamente è da molto tempo che più niente autorizza a
confondermi con Vaneigem e con altri -, persisterò nel penoso
ruolo di sottolinearle i rari difetti di alcuni libri già stampati:
nel suo eccellente Clausewitz: a pagina 25, nel quarto
paragrafo, mi sembra che si debba dire "heureusement franchi
l'Aube"; a pagina 43, nel terzo paragrafo, la data tra parentesi
deve essere il 20 marzo; infine nella prima riga di pagina 102,
si dovrebbe eliminare una parentesi isolata.
Ricevo le copie di una grande quantità di lettere che le
indirizza il comico Denevert. Un autore che scrive tali lettere
ha almeno il merito di abbreviare considerevolmente il lavoro
di un comitato di lettura. Se è la coscienza che fa il proletario, e
l'intelligenza del reale il dialettico, le astuzie miserabili e
inevitabilmente fallite di questi piccoli imbroglioni farebbero
pensare che si siano conferiti un po' troppo presto questi titoli.
Le invio la fotocopia di quella che è, esplicitamente, una
richiesta d'intervento. Si vede spuntare, tra le varie ingenue
speranze, l'argomentazione sentimentale che lui deve vivere.
Ma a chi gliene importa?

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In amicizia
Guy Debord

Nota di Omar Wisyam:


Le due lettere si trovano alle pagine 238-239. Guégan
commenta: "Se spedì una copia della sua prima lettera a Daniel
Denevert, Debord si guardò dal comunicargli la seconda. Non
si è mai troppo prudenti."
Nell'indice della Correspondance di Debordi@na, anno 1972,
si può leggere: [La lettre de Guy Debord à Gérard Guégan du
29 novembre 1972 est un faux.] La lettera di Guy Debord a
Gérard Guégan del 29 novembre 1972 è un falso.

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Émile Marenssin (Jacques Baynac)

Lettera a Guy Debord

18 luglio 1974

Signore,

Oggi soltanto mi arriva conferma del giudizio ad hominem con


cui lei ha creduto di poter sanzionare l'odioso crimine di lesa
maestà che mi ero concesso criticando, in un articolo, quel
coso che è il cosiddetto concetto di spettacolo. Dopo di ciò non
mi è più assolutamente possibile credere alla sua onestà
intellettuale.

Lei è un bluff, e questo comincia ad essere risaputo.

I nostri mezzi ed i nostri fini non hanno, in effetti, niente in


comune. Non mi appartengono né il gusto - vergognoso - del
potere, né quelli dell'intrigo e della calunnia. Non distinguerci
nell'arrivismo, se non per le rispettive misure, grande per lei e
piccolo per me, è quindi un'insulsaggine. Ma se lei avesse
ragione, mi basterebbe il non dover affatto rischiare quel
grande disastro che patiscono un pensiero e una vita di cui, a
dire il vero, più nessuno vede la necessità. Salvo, forse, il
capitale.

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Arrivederci dunque, pauvre lapassade.

Nota di Omar Wisyam:

La lettera è tratta dal volume di Gérard Guégan, Un cavalier à


la mer, Edizioni François Bourin, Parigi, 1992.

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Guy Debord a Jaime Semprun

(Editions Champ Libre, Correspondance. Volume I


Editions Champ Libre, Parigi, ottobre 1978)

Parigi, 26 dicembre 1976


Compagno Semprun,
La protesta che tu mi invii si basa interamente ed apertamente
su una sequela di ipotesi stravaganti. E' veramente penoso
immaginare che qualcuno possa crederne probabile, o
semplicemente possibile, anche soltanto una, tuttavia ai tuoi
occhi ciascuna di queste affermazioni arbitrarie sembra porre le
basi della possibilità della successiva, che è dello stesso tipo, e
così la serie prende una qualche sembianza di coerenza. In
effetti, al di là di alcune sottigliezze oratorie, secondo te: 1.
dirigerei in un modo o in un altro le Edizioni Champ Libre; 2.
dunque avrei il dovere imperativo di farvi pubblicare sempre e
comunque le opere dei rivoluzionari di tutto il mondo,
altrimenti sarebbe fondato il rimprovero di nuocere alla
rivoluzione, nel caso in questione, spagnola; 3. ti odierei per
delle ragioni oscure, probabilmente personali; 4. di modo che
avrei deciso personalmente, o avrei preteso da altri, il rifiuto
del tuo recente libro sulla Spagna, se non anche di tutti i tuoi
futuri lavori, quanto meno per Champ Libre.
Dirò chiaramente ed in poche parole che tutte queste ipotesi,
diversamente offensive ma egualmente insostenibili, che tu
avanzi con un tono di semi-convinzione, in cui non credo di
riconoscere dello humour noir, sono integralmente false.

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Dunque è necessario che le delusioni a causa delle quali ti


lamenti abbiano un'altra causa.
Non mi limiterò tuttavia a questa semplice smentita, che
sarebbe pienamente sufficiente in un'epoca meno irrazionale.
Oggi, una concentrato così ricco di voci sull'argomento, poiché
sei tu che le formuli e non un Bastid-Ratgeb o un Denevert,
merita purtroppo una risposta dettagliata, e pubblica nella
misura in cui sarà necessaria. Inoltre, innegabilmente hai il
diritto di ricevere quelle spiegazioni che mi chiedi ora riguardo
alla scarsità delle nostre relazioni personali nel 1975 (credevo
che quelle piuttosto semplici ragioni non ti fossero sfuggite),
sebbene sia una questione che non ha alcun rapporto con tutto
il resto.
A parte il fatto che le tue ipotesi sono radicalmente false, trovo
poco serio lo spirito che presiede al loro assemblaggio. Sai
necessariamente che non ho alcuna ragione personale di essere
tuo nemico. Ma ho molti nemici e non mi si è mai accusato di
censurarli; neppure di praticare quella dissimulazione pseudo-
sdegnosa delle posizioni dell'avversario che si trova così spesso
nei gauchismes: del resto ho sempre considerato che, per i miei
nemici, la cosa peggiore fosse che si leggessero attentamente i
loro testi. Ma tu pensi realmente che i tuoi scritti si oppongano
alle mie idee? E ammettendo che si oppongano, credi che ciò
mi possa dare fastidio?
Comprendo altrettanto poco, ma è un misero dettaglio, perché
insinui che mi sarei ingannato sull'identità di Manchette.
Sostengo che Manchette è Jean-Pierre George, e che i dati sui
quali si basa la mia convinzione sono almeno altrettanto validi

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di quelli che ti hanno fatto riconoscere un altro autore, che si


firmava come Franklin.
Non posso neppure accettare l'alternativa molto sommaria che
presenta inizialmente la tua lettera, e secondo la quale, poiché
si dice che non sono io a decidere di rifiutare il tuo ultimo libro
(straordinariamente, come dici, ma capita che lo straordinario
sia alla fine la realtà, più o meno spesso, secondo il rigore del
ragionamento di coloro che costruiscono queste ipotesi), ciò
vorrebbe dire dunque che il rifiuto è dovuto soltanto ad un
capriccio di Lebovici. Non è una forma argomentativa molto
solida, quella che consiste nel presentare la ricerca della causa
in un caso simile come se debba essere in blocco giocata a testa
o croce tra due elementi esterni: il giudizio di un terzo non
interessato o l'alienazione mentale dell'editore. Non si
dovrebbe ipotizzare almeno la possibilità che anche l'autore
abbia un ruolo altrettanto decisivo ed una qualche
responsabilità? Il grado di successo della maggior parte dei
libri è frutto di un confronto di opinioni molto variegate.
A proposito dei problemi riguardo le Edizioni Champ Libre,
osservo che la tua lettera fornisce argomentazioni piuttosto
stranamente mescolate tra ciò che sai, ciò che sospetti, ciò che
altri pensano ma che dichiari, tu, di non pensare ed anche ciò
che degli altri ancora potrebbero, forse, immaginare. Dirò
dunque molto chiaramente ciò che è, a te e a tutti gli altri che
potrebbero essere interessarsi allo stesso dibattito.
Di alcuni deliri d'interpretazione che tu mi segnali (e ne
conoscevo altri), credo che si può dire principalmente che si
tratta di uno dei numerosi segni dell'irrealtà angosciata che vive
la nostra epoca, questo rende possibile certamente che tanta

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gente, che non sa leggere, si appassioni per le sorti di una casa


editrice. Si comprende di sicuro più rapidamente la comica
ipocrisia dei Khayati-Martens-Bastid, servi e pagliacci a tempo
pieno delle più abbrutite produzioni commerciali, a favore
delle edizioni pirata che, non venderebbero ma distribuirebbero
gratuitamente non si sa che cosa né dove (ho sempre visto,
quanto a me, i miei pirati vendere i miei scritti, ma non è
neppure questo che rimprovero loro! Hai avuto tu stesso i tuoi
pirati, e non potrai evitare di fare la stessa osservazione). In
quel caso, è la semplice invidia che dice: è troppo verde, ma
senza riuscire a salvare la faccia come la volpe della favola,
perché sono animali meno eleganti. Altrove, ci sono
inevitabilmente dei cretini che si intestardiscono a credere che
abbia scritto il Précis o i libri di Migeot o di Henry e Leger, e
forse anche - perché no? - le varie tesi di Voyer che sono
manifestamente dirette contro di me. Voci di questo tipo
corrono anche a proposito del Rapporto veridico, il che è già
meno straordinario: sono sempre stati sospettati i traduttori, e
poiché si sa che Censor non esiste ... Hai d'altronde un bel
posto in questo festino degli dei, poiché esistono dei portoghesi
che attribuiscono La guerre sociale a Monteiro.
Trovo spiacevole che gli individui più intelligenti sembrino
cadere in una sorta di scivolata metafisica sull'esame dello
statuto ambiguo di una casa editrice, fosse anche la migliore.
Occorre riconoscere concretamente ciò che è una casa editrice,
e quale funzione essa può avere, considerare con occhio
disincantato le condizioni della sua esistenza e le relazioni che
implicano.

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Champ Libre è una casa editrice, e lo è in una società


mercantile ovviamente; sebbene certamente meno
commerciale, nel senso che si dà a questo termine nelle
questioni intellettuali ed artistiche, di tutte le altre, piratesche o
ufficiali. L'ostilità molto attiva che questa casa editrice incontra
ovunque negli ambienti della falsificazione contemporanea la
onora certamente, ed anche la identifica in una misura
abbastanza ampia, con il partito della verità. Merita dunque in
quanto tale (ma non di più, e soprattutto non completamente)
di essere sostenuta e difesa dai rivoluzionari contemporanei, in
misura molto maggiore di quanto essa dovrebbe, essa,
difendere e sostenere questi rivoluzionari, ovunque siano:
perché quello non può essere il suo ruolo, dato che
implicherebbe che le sia riconosciuto un potere direttivo
propriamente demenziale poiché, essendo identico alla
funzione di un partito totalitario senza avere nulla della sua
realtà pratica ed ideologica, quest'autorità sarebbe fondata su
una sorta di diritto divino. Sebbene alcuni possano dirlo, io non
sono il Weltgeist seduto dietro le bottiglie, e Champ Libre non è
una mia creazione. Non può dunque essere in alcun modo
considerata il tribunale della verità e l'istanza di direzione
coerente del suo movimento. Ciò che molti rifiutano di
comprendere, è che l'aspetto visibilmente e precisamente
politico di queste Edizioni - bakuniniste o korschiste o
debordiste, ecc. di sicuro, non può essere, nelle sue tesi,
unitario e coerente; e questo non perché l'editore Lebovici sia
una personalità esitante e incerta, incapace di scegliere tra
queste tesi, ma perché non deve farlo - è il meno importante
degli aspetti riguardo alla funzione critica generale che Champ

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Libre, essendo la società diventata ciò che è, per il momento,


inizia ad avere, e che effettivamente non è paragonabile
all'importanza normalmente limitata di una casa editrice,
soprattutto quando è mal distribuita. Si potrebbe arrischiare una
lontana analogia, per quanto attuale, secondo il processo di
stalinizzazione del mondo, con alcune conseguenze dell'azione
degli intellettuali ungheresi nel 1956, sebbene qui l'audience
per il momento sia più limitata.
Di questa casa editrice, che considero precisamente nei termini
dell'analisi appena esposta, non sono né associato né
dipendente. Non vi esercito dunque alcuna corresponsabilità,
né generale né particolare, non avendo, rigorosamente,
riguardo a chicchessia - il proprietario, gli autori o il pubblico -
né diritto, né dovere, né funzione.
In alcune imprese intellettuali ed artistiche di cui ho avuto
responsabilità, questa non fu mai se non responsabilità totale,
senza alcun controllo né limitazione da parte di alcuno; e
sempre ho firmato con il mio nome, escludendo qualsiasi
pseudonimo. Non ho né il gusto, né il tempo, né i mezzi per
essere editore, e non ho certamente acquistato in segreto le
Edizioni Champ Libre. Non ne sono direttore letterario,
direttore di collana, lettore o agente letterario; non credendo del
resto che in questo settore esista una sola specie di dipendente
che possa esercitare delle responsabilità con un'indipendenza
realmente completa, che si tratti di un Guégan o di un Viénet, o
anche di un Pauvert o di un Bourgois. Va anche da sé che la
questione non si è mai posta. Delle Edizioni Champ Libre, non
sono nient'altro che un autore, con lo stesso identico contratto
che avevo da Buchet. Sono così poco portato alle mondanità

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letterarie che, fino ad oggi, non sono mai penetrato nei locali
della rue de la Montagne-Sainte-Geneviève - per quanto non lo
consideri un crimine per nessuno; cito il fatto perché ciò capita
poco spesso ad un autore, ed è certamente impossibile per un
collaboratore della casa editrice.
Mi ritorcerai contro forse che ci sono altri che pensano, o che
hanno fatto finta di pensare, che avrei a Champ Libre una
corresponsabilità effettiva di tal sorta, piccola o molto grande
poco importa, che non può effettivamente procedere da tali
statuti, che non ho e non voglio avere, rifiutando i vantaggi
come gli inconvenienti; e che tu pensi soltanto che io do
l'impressione di condividere la responsabilità di queste edizioni
fregiandole unilateralmente, e forse imprudentemente, di un
prestigio che mi è generalmente riconosciuto in materia di
sovversione. Se fosse così, ciò non rischierebbe di fuorviare
nessuno se non degli idioti che confondono una casa editrice
con la Comune di Parigi, una ristampa di Gracian con una
insurrezione degli anabattisti di Münster; ma questo non mi
renderebbe neanche minimamente responsabile di ciò che
quest'editore fa di meglio o di peggio, perché si è responsabili
soltanto là dove si ha un'autorità con sé, o una delega d'autorità.
Quanto all'influenza che posso esercitare qua o là, sono
naturalmente responsabile del contenuto originale di ciò che ho
fatto o detto, ma certamente non dell'uso che vorranno farne, in
tutta libertà, per il meglio o per il peggio, Gianfranco
Sanguinetti o Marc Guillaume.
Ho conosciuto le Edizioni Champ Libre, abbastanza tardi,
verso l'estate del 1971, perché avevano già un certo prestigio
moderno e sovversivo, e perché mi hanno proposto di

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ristampare lo Spettacolo contro il masperizzatore Buchet.


Penso certamente di non aver fatto nulla per abbassarne il
valore sovversivo, ed è giusto. Non vi sono stato neppure
troppo invadente, poiché non vi ho pubblicato in seguito che un
solo, piccolo, libro. Senza dubbio, se vi avessi scritto Le Tapir
o Les irréguliers, nessuno potrebbe rimproverarmi di averne
aumentato il prestigio sovversivo.
Avevi pienamente ragione di credere che non sono mai
intervenuto per far rifiutare dei testi, ma soltanto positivamente
per farne passare; e ti prego di crederlo ancora, poiché questo è
rimasto vero. Tuttavia, va notato che ho mantenuto questo
genere d'intervento entro limiti estremamente stretti. Ho forse
consigliato a Lebovici la pubblicazione di una decina di testi
del passato, che considero importanti. Di autori contemporanei,
non ho mai raccomandato che la pubblicazione di due libri:
Censor e La Guerre sociale au Portugal. Inutile di aggiungere
che non me ne rammarico. È vero che nessuno di questi libri è
stato rifiutato per qualche capriccio di Lebovici, ed è naturale:
poiché ho fornito questi consigli a titolo di cortesia, se soltanto
uno fosse stato mal ricevuto, sarebbe stato evidentemente mio
diritto non fare mai più regali di questo tipo. Ecco
precisamente il vantaggio di non mescolare l'autorità teorica
con la sottomissione del lavoro salariato. Essendo del resto
privo di ogni patrimonio, e pigro, ho anche ritenuto, fin dalla
mia prima gioventù, che avrei dovuto essere capace di vivere
grazie ad alcuni altri miei talenti, senza consentire di negoziare
quelli che posso avere da questo lato (le buone occasioni, come
direbbero Vaneigem o Viénet, non mi sono tuttavia mancate in
quei vent'anni in cui Champ Libre non esisteva ancora).

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Nella maggior parte dei classici ristampati - Clausewitz,


Gracian, ecc. - non vedo assolutamente quello che la mia
reputazione rivoluzionaria potrebbe aggiungervi; e meno
ancora, possibilmente, quello che essi potrebbero aggiungere
alla mia reputazione rivoluzionaria, e neanche alla mia
notorietà personale non troppo spettacolare, poiché mi sono
ben guardato dal dedicare loro qualche prefazione erudita o di
aggiungere il mio nome, come responsabile di collana o in
qualsiasi altro modo. Del resto, trovo che tutto ciò, per gli
happy few che possono sapere che ho raccomandato questi libri
(il mio nome in ogni caso non è stato usato per raccomandarli
al pubblico), testimoni soltanto di una qualche mia cultura
generale, di cui non ho mai cercato di vantarmi, ma della quale
non credo neppure di dovermi sentire imbarazzato rispetto a
qualunque analfabetismo vincenno-cadrista. E non credo
neppure che Champ Libre abbia illuminato i nostri
contemporanei con un sorprendente sfoggio di scienza storica:
sono piuttosto colpito nel constatare quanto gli altri editori
siano ignari di per sé stessi, e pure sfortunati nella scelta degli
incapaci che pagano. Bisogna dunque lasciare al loro nulla
coloro che sostengono, contro ogni buon senso, che tutto ciò
che pubblica Champ Libre abbia la mia approvazione letteraria
e, ancora di più, politica. E quindi ciò che viene rifiutato non
può, per di più, implicare una condanna politica da parte mia:
osserverai che se mi trovassi posto nella stravagante situazione
indicata dal primo caso, sarei spesso automaticamente costretto
alla censura implicata dal secondo caso, come fingeva di
credere Denevert già molto tempo fa. Ma fortunatamente non

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Documenti e lettere

ho né l'uno né l'altro di questi obblighi; non essendo né editore,


né dipendente della casa editrice.
Ma tu vai forse un po' più in là parlando dei miei meriti storici
- perché non i miei meriti presenti o l'interesse ben legittimo
per i miei prossimi lavori? - che mi avrebbero permesso di
acquisire discreta influenza sulla mente di un editore, che tu
stimi certamente tanto influenzabile quanto capriccioso. Non
credo di poter dedurre dalla tua lettera che tu giudichi
provatamente colpevole o compromettente parlare con un
qualunque uomo se lo si conosce come editore, allo stesso
modo in cui si diceva che colui che mangia la minestra con il
diavolo deve fornirsi di un cucchiaio molto lungo. In ogni caso,
non presto nessuna considerazione a quest'opinione, né a quelli
che fingono di credervi. Avendo precisato questo, trovo che sia
piuttosto normale che la gente che mi frequenta abbia a volte
l'idea di trarne vantaggio, che si tratti di teorici, di editori o di
operai. Ma saranno miei seguaci per questo? Sono sicuro che
non hai un solo esempio per dimostrare che ho mai perseguito
tali obiettivi. Si dirigono gli uomini occupando dei posti, e non
accumulando meriti storici. Ho esercitato certamente molta
influenza su molta gente, ma ho sempre notato che quelle su
cui avevo maggiore influenza erano le personalità più
autonome e più capaci di agire (in modo che quest'influenza
non restasse unilaterale). All'altra estremità dello spettro, molti
si sono accontentati di poter dire che mi avevano visto.
Hai giustamente riconosciuto il mio stile nel comunicato
sull'ultima avventura frontaliera di Sanguinetti, ed a volte
anche altrove, come nella lettera ai ratgebisti firmata da
Lebovici, che non è stata in quella forma scritta da me, ma in

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cui egli ha inserito numerosi elementi di risposta che gli avevo


fornito. Se tali personaggi credono di poter giocare
sull'ignoranza del loro passato e del loro presente per simulare
una virtù tutta spaurita, è bene che riconoscano il mio stile al
varco. È uno stile che non hanno mai osato affrontare quando,
più di oggi, ne avevano i mezzi. Ma ora questo stile, e le mie
stesse frasi, più o meno fortunatamente deturnate, le vedono
impiegate bene altrove, e del pari senza il mio nome. Coloro
che le adoperano diranno certamente che quello che conta
veramente sono la forza e la verità di una formula, che
appartiene a tutti coloro che pensano di saperne fare uso. Sarei
il solo al mondo a non avere il diritto di scrivere come Debord
senza rischiare di demoralizzare i proletari di Barcellona, o
senza sconvolgere di gelosia tutta l'editoria pirata?
Lebovici esiste, lo hai incontrato. È lui che ha fondato e che
dirige Champ Libre, e non vedo realmente come potrebbe
essere diversamente. Il generale Joffre, per una volta
intelligente, diceva che non si era mai saputo molto bene chi
aveva vinto la battaglia della Marna, ma che ciò di cui era certo
è che se fosse stata persa sarebbe stato lui ad averla persa. Così
dunque è Lebovici (e non tu o io) che porta tutta la colpa della
pubblicazione di Jean-Paul Charnay o di Manz'ie, e per le
stesse ragioni è lui (e non io) che ha tutto il merito della
pubblicazione di Cieszkowski o di Anacharsis Cloots.
Veniamo al tuo libro rifiutato. Hai avuto assolutamente torto a
credere che questo rifiuto, se era vago e nebuloso, celasse una
motivazione nascosta, quale sarebbe la mia ostilità preconcetta
a questa pubblicazione; un tale principio non esiste, né in
generale né nel tuo caso particolare. Poiché è già abbastanza

22
Documenti e lettere

duro aver creduto a un tale principio, suppongo che tu non


abbia creduto per di più che le affermazioni di Lebovici fossero
la recita maldestra di una lezione che gli avevo impartito, e
quindi non è dubbio che gliene lasci interamente la
responsabilità (sono d'accordo con te sul fatto che Censor è più
che altro un libro da combattimento, ma profondo e riuscito);
d'altra parte non giudico, come te, né più né meno, le opere a
peso, ma non tutti sono dei Gracian o come l'autore del
Principe, e per di più, alcuni argomenti si prestano male ad una
forma breve: Machiavelli ha scritto anche i Discorsi sulla
prima decade di Tito Livio.
Non ero a conoscenza allora, essendo stato del resto per molto
tempo assente da Parigi, né di questo rifiuto né delle vostre
discussioni sulle correzioni. Ho soltanto ricevuto in seguito,
senza una sola parola di commento, una fotocopia del
manoscritto: senza dubbio poiché avevo, eccezionalmente,
annunciato e raccomandato il tuo primo libro. Non ho risposto
nulla, e d'altronde non mi si chiedeva nulla. Bisogna dunque
ammettere che il rifiuto di Lebovici deriva da un suo giudizio
personale. Perché non ne dovrebbe dare? Non era allo stesso
modo conseguenza, diversa, di un suo giudizio personale,
quando egli ha accettato i tuoi primi lavori? (eccetto i
frammenti, che mi avevi letto tu stesso, dell'inizio del tuo
manoscritto, ho naturalmente visionato il testo del secondo
soltanto dopo che il libro era stato pubblicato).
Non dovevo evidentemente dare il mio accordo a questo
rifiuto, per tutte le ragioni che ho ricordato prima. Il solo punto
esatto della tua lettera al riguardo, è che si può dire che ho
lasciato passare questo rifiuto. Se avessi trovato questo libro

23
Documenti e lettere

eccellente quanto il suo soggetto, e apprendendo più tardi che


non era stato stampato, avrei certamente difeso il suo valore
(nonostante qualunque cosa tu voglia immaginare che io pensi
di te), senza avere, tuttavia, il minimo diritto di imporlo. Ma
secondo questa eventualità, avrei dovuto dare un simile
consiglio a Lebovici o, piuttosto, lui non lo avrebbe pubblicato
immediatamente? Devo riconoscere che non trovo questo libro
eccellente. Hai letto, ed anche scritto, dei buoni libri. Giudicalo
tu stesso da questo punto di vista.
Non si tratta di un disaccordo politico di base. Approvo le
intenzioni rivoluzionarie del proletariato spagnolo e gli autori
che le approvano. Ciò non dà immediatamente una forza
sufficiente al lavoro. Dirò, osando un esempio che mi tocca da
vicino, che il valore del Punto d'esplosione dell'ideologia in
Cina (testo tuttavia troppo breve per farne un libro) non
risiedeva nel suo radicalismo anti-maoista, ma nel fatto che
questo opuscolo rivelava per la prima volta l'essenziale di ciò
che avveniva in Cina; dava una spiegazione coerente,
abbastanza accurata nei principali dettagli, di molti eventi che
tutti presentavano allora come inesplicabili (credo che ci sia
questo genere di merito in La guerra sociale), una spiegazione
che doveva essere confermata da tutto ciò che è accaduto nei
nove anni successivi, e che era scritta in un tono, all'epoca,
originale.
Aggiungo che trovo, evidentemente, il tuo lavoro sulla Spagna
molto più rivoluzionario, e molto più interessante, di quelli che
Champ Libre ha pubblicato in precedenza sull'Irlanda o l'Italia,
per non dire nulla degli orrori sulla Germania. Ed in questo
senso, una casa editrice non può essere giusta, se si comparano

24
Documenti e lettere

i suoi autori di differenti periodi. Volendo progredire, fa pesare


su altri il pregiudizio della sua eccessiva indulgenza iniziale
diventando più esigente con gli autori che vengono in seguito.
Suppongo che Lebovici vorrebbe che i libri che pubblica, ed
anche i libri di ciascuno dei suoi autori, siano generalmente
sempre migliori.
Comprendo male perché ora consideri che la pubblicazione del
Précis ti abbia bruciato con tutti gli editori utilizzabili di Parigi.
O piuttosto capisco bene che questo libro possieda la qualità di
essere immensamente dispiaciuto - era il tuo scopo - ma prima
non disponevi di editori, e neppure li cercavi. E nel Précis, hai
detto esattamente ciò che volevi dire, e Champ Libre te ne ha
offerto i mezzi, che altri avrebbero certamente rifiutato. Infine
non so fino a quale punto la rivoluzione spagnola abbia, in
questo momento soprattutto, bisogno di un editore a Parigi.
Raccomandandotelo, come tu pensi, meno ancora di Champ
Libre, ti comunico l'indirizzo di un editore di cui non so nulla,
ma che ha appena pubblicato lo Spettacolo: Castellote Editor,
Rios Rosas, 51 - bajo B., Madrid.
Finisco con il problema delle nostre relazioni personali, che
sarà molto più semplice. Qui, ci sono meno principi da
affermare o da negare, e certamente non rimproveri da fare. Per
ciascuno, l'impiego del suo tempo ed il riconoscimento delle
affinità si situano legittimamente su un terreno piuttosto
stirneriano. (Non avevamo nessuno di quei legami
organizzativi che si demoliscono con scissioni formali.) Sono
felice che ti ricordi che, in quei mesi in cui ci siamo incontrati
abbastanza spesso, ti ho trattato con amicizia. Era vero, e lo
meritavi indubbiamente, con il tuo libro sul Portogallo, scritto

25
Documenti e lettere

così brillantemente in condizioni d'urgenza abbastanza


schiaccianti, con la fermezza di tutte le tue posizioni, con il
piacere della tua conversazione, ecc. Dopo qualche tempo, ed
abbastanza improvvisamente, una certa noia mi è sembrata
costantemente dominare la parte principale di tutte le nostre
conversazioni. Sono persuaso che hai avuto la stessa
impressione, poiché queste cose si generano dialetticamente,
più rapidamente di molte altre. Comprendi bene che non dico
affatto che sei noioso (saresti allora perfettamente autorizzato a
farmi lo stesso rimprovero, estrapolando la stessa esperienza).
Constato soltanto che le nostre conversazioni si dirigevano
verso l'uggioso. Credo che la gente che si annoia insieme
farebbe meglio a non vedersi, indipendentemente dal suo
accordo su una grande quantità di questioni, e soprattutto senza
credersi costretta a costruire a partire da ciò, le più vaste
divergenze teorico-pratiche che non ne erano implicate.
Siccome non era un disaccordo grave né pubblico, ma
nient'altro che una questione personale d'impiego del tempo,
dire che non ne ho il tempo mi sembra tradurre abbastanza
bene il punto reale. Sono, in egual misura, meno incline a
tentare di delucidare o trasformare l'atmosfera di alcune
relazioni perché, da una parte ho ancora un po' troppo spesso
l'obbligo di incontrare numerose persone e perché, d'altra parte,
sono molto soddisfatto di una solitudine relativa.
Non per limitare del tutto la questione a ciò che potrebbe
apparire come la sfera di un capriccio nebuloso - ma capriccio
di che? - dirò che ho avuto l'impressione che le nostre relazioni
avessero preso una piega diversa dopo una serata in cui ti ho
portato a cena con dei giovani operai, quasi tutti disoccupati.

26
Documenti e lettere

Sono stato sorpreso dalla grande severità del tuo giudizio su


quella gente, all'uscita; soprattutto considerando
parallelamente, in base ai tuoi resoconti e alle tue conclusioni,
quanti tristi pro-situs ti avevano successivamente circondato,
che ti era stato necessario a volte del tempo per dare buca e
rifiutare. (Ma forse, come Champ Libre sembra fare altrove,
una eccessiva pazienza all'inizio rischia successivamente di
essere rimediata da esigenze discutibili?) Dato questo giudizio
perentorio, che ti ho detto allora di non approvare, ma senza
che ciò mi sembri meritare il minimo sforzo per fartelo tornare
alla mente, sarebbe stato anche abbastanza normale da parte tua
conservarti freddo per quella serata, poiché era palese che,
anch'io, non mi trovavo troppo bene a frequentare quelle
persone che ti erano dispiaciute. Non voglio certamente
esagerare il significato di quell'incidente abbastanza anodino,
ma è un fatto che ho osservato che in seguito non c'è stata più
la stessa simpatia tra noi. Non più di quanto intenda affermare
encomiasticamente il più vivo interesse per quei giovani, che
almeno non mi sono sembrati, quella sera più di prima, né
stupidi né spiacevoli, non penso di fare delle battute facili su un
teorico dell'autonomia proletaria così poco benevolo riguardo
ad alcuni proletari concreti. Quelli non facevano rivoluzioni
quella sera, e non ne parlavano neppure. Si ha tutto il diritto di
trovarli trascurabili. Tuttavia, chi sarà alla base di una
rivoluzione, in Spagna come altrove, se non gente come loro?
Ora che la tua ultima lettera mi ha offerto un dato più
considerevole, criticherò in te una tendenza a giudizi molto
sproporzionati sui fatti e sulla gente là dove ti concernono
personalmente.

27
Documenti e lettere

Ecco tutto quello che c'era da dire a proposito del mio


allontanamento, ed è poca cosa. E se per caso hai potuto temere
che sospettosamente io stesso abbia immaginato, o abbia
lasciato riportare da parte di un calunniatore, non so so che
cosa di peggio, ti do atto ben volentieri che non c'era niente di
peggio.
Della mia Lettera ai Portoghesi, è vero che hai ricevuto
soltanto la seconda ristampa; e che altri ancora l'hanno letta
soltanto parecchio tempo dopo di te. Come hai potuto vedere, è
un testo che mi riguarda personalmente, infinitamente più di
quanto riguardi la rivoluzione portoghese: secondo l'ordine di
dimensione dei problemi che quegli infelici portoghesi
avevano, ahimè, scelto da sé stessi. L'ho dapprima inviata a
quelli che erano a Lisbona. Poiché, pochi giorni dopo, il
contraccolpo che temevo si produsse nel modo più prevedibile
e più disastroso, l'utilità di alcune informazioni sulla questione
ha purtroppo perso la sua attualità per molto tempo ancora. A
questo proposito, aggiungerò ancora che il solo uomo che,
all'estero, ha preso pubblicamente la difesa della verità sulla
rivoluzione portoghese quando essa ancora combatteva,
secondo me deve analizzarne la sconfitta (spiegandone il
meccanismo il che è molto istruttivo, e mostrandone gli stessi
responsabili in un altro momento della loro azione, nel
novembre 1975), anziché sottacerla, en passant, con il più
grande ottimismo e come se fosse soltanto un lieve incidente di
percorso; e questo soprattutto in un libro destinato alla
rivoluzione iberica, giunta al suo atteso secondo scontro.
Qualunque cosa abbia potuto pensare Lebovici del tuo ultimo
libro, questo punto è quello che, personalmente, valuterei, se

28
Documenti e lettere

dovessi giudicare questo libro, e da lontano, come il suo più


grave difetto.
Salud.
Guy Debord

29
Documenti e lettere

Guy Debord

Due lettere a Gianfranco Sanguinetti

21 aprile 1978

La "Brigata Rossa" ha fatto dei continui progressi dalla bomba


di Milano: nell'inflazione delle sfide - da Calabresi a Moro -
ma non nei metodi; hanno sempre saputo uccidere con
efficacia, ma lo sfruttamento delle azioni è ancora carente a
causa di una messa in scena povera, illogica, piena di esitazioni
e di contraddizioni.
Degli estremisti, per quanto stupide possano essere le loro
intenzioni e la loro strategia, non avrebbero in nessun caso
potuto operare da soli in quel modo. In primo luogo, se non
erano coperti, avrebbero agito in modo da perdere meno tempo
dopo il rapimento (giacché la possibilità che siano già infiltrati
o si trovino un giorno denunciati a qualche livello, ma anche la
possibilità di commettere qualche sciocchezza, o di incorrere in
qualche disavventura, si sarebbe evidentemente affacciata
almeno a qualcuno di loro). Essi chiaramente e con l'insistenza
più pressante, avrebbero immediatamente chiesto qualcosa: la
liberazione di prigionieri - come nel caso di Baader -, la
diffusione della loro propaganda, o la rivelazione di alcune
delle manovre più recenti dello Stato democristiano
semistalinizzato, attraverso delle confessioni estorte a Moro, o
semplicemente attribuite a Moro. Ma costoro appaiono del
tutto indifferenti alla sorte degli imputati di Torino; non hanno
alcuna tesi discernibile; non vogliono compromettere il

30
Documenti e lettere

personale dello Stato, che del resto non ha mostrato alcun


timore da questo lato.
Suppongo che l'intelligenza del popolo italiano, che non si
esprime attraverso i mass media, abbia in grandissima parte
compreso tutto questo. Da ciò derivano diversi sviluppi degli
ultimi giorni. Moro si sarebbe suicidato per dare meglio
l'impressione di uno stile terroristico tradotto dal tedesco (ed
allora il suo corpo sarebbe in un lago che forse conteneva un
altro corpo, ma la notizia viene corretta ipotizzando che il
suddetto corpo si trovi altrove, giacché si è dovuto pensare che
la semplice coincidenza sarebbe parsa strana, e che le
informazioni su dei fatti verificatisi nelle campagne più remote
siano più accessibili ai carabinieri che ai terroristi urbani). Nel
cinema hollywoodiano, si dice: Tagliate: si rifà la scena. Non
era naturale. Allora Moro non si è più suicidato, e si vuole ora
scambiarlo entro breve termine. Ecc..
L'affare è ovviamente condotto dai nemici del compromesso
storico, ma non da nemici rivoluzionari. Gli estremisti sono di
solito così ingenui, anche in Italia, che si gettano abbastanza
volentieri, in simili casi, in discussioni perfettamente
teologiche sui problemi della violenza rivoluzionaria, come
quel chierichetto al quale il suo estetismo passatista
dell'attentato anarchico aveva fatto credere in precedenza che
Oswald avesse abbattuto Kennedy. È dunque una discussione
pressappoco sul modello: Se Dio esistesse, avrebbe rapito
Moro? Ma non si dovrebbe dire piuttosto: Può essere che
Censor esista, e che abbia cambiato politica?
Gli stalinisti sanno ovviamente chi dirige questo colpo contro
di loro. La base fragile della loro politica, è che tutti i
democristiani sono ufficialmente loro amici. Alcuni dei loro
amici esercitano questa pressione contro altri loro amici. Gli
stalinisti dicono che non si deve cedere: ma che possono dire di
diverso? L'omertà disciplinerà questi rapporti fino alla fine. Ma

31
Documenti e lettere

a cosa porterà effettivamente una tale pressione, spinta fino a


questo punto? Le cose che si sono dette non sono che dei segni
cifrati di un confronto che si gioca altrove. Si sono affrontati
dei grandi rischi per dimostrare che l'ingresso degli stalinisti
nella maggioranza non ha riportato l'ordine, tutto il contrario.
Non si deve dimenticare che se dal punto di vista della
rivoluzione, ed anche dal punto di vista di un certo capitalismo
moderno, alla Agnelli, la partecipazione degli stalinisti non
cambia in alcun modo la natura della società di classe, esistono
altri settori del capitalismo i cui interessi, ma anche le cui
passioni, sono completamente contrari ai costi di questo
cambiamento, e ne fanno apertamente un casus belli.
Gli stalinisti sono crudelmente imbarazzati (l'eurocomunismo è
già fallito, in Francia e in Spagna). Ma se il pubblico di oggi è
stupito per tali enormità, i capi stalinisti, e gli altri vecchi
antifascisti, hanno già visto tutto ciò, e meglio, in un'altra
Spagna, ai tempi della loro gioventù, quando fu rapito Andres
Nin. È da allora che hanno appreso a tacere. E come nelle
Brigate Internazionali essi difendevano la Repubblica spagnola
tacendo, adesso difendono la Repubblica italiana. E le
Repubbliche che sono difese in questo modo non durano a
lungo.
Il loro obbligo di tacere sugli attuali crimini perché hanno
taciuto sui precedenti, questo dato del problema che è ben noto
ai loro nemici e giustifica tanta audacia, non è fondato soltanto
sui loro stessi crimini staliniani di un'altra epoca. Hanno
collaborato, con il loro silenzio, anche al colpo di Stato del
1969, da cui è venuto fuori tutto il resto. Perché non si è
creduto di sapere, poi saputo senza saperlo, poi saputo senza
concludere, che lo Stato aveva inaugurato il terrorismo a
Milano (chi chiede insistentemente di essere invitato ad uno
strapuntino della tavola di Stato, nonostante i suoi precedenti
loschi, non dirà a voce alta che i piatti sono sporchi), l'Italia

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Documenti e lettere

politica è entrata in questa apparente follia. Non c'è stato


pubblicamente un affare Dreyfus, non perché lo scandalo fosse
inferiore, ma perché nessun partito ha mai saputo imporre una
conclusione vera. Così l'Italia, che aveva avuto un maggio
strisciante, ha peggiorato la sua malattia con un affare Dreyfus
rientrato.
Coloro che hanno deciso il rapimento di Moro forse non hanno
calcolato giustamente tutte le conseguenze, e le loro
interazioni; ma le hanno certamente pesate. Sono pronti a tutto
per ottenere un cambiamento adesso, e sono adesso
obiettivamente costretti ad ottenerlo. Quello che è stato fatto
mostra, allo stesso tempo, che si può fare di peggio. Quello che
in questo momento è stato colpito e terrorizzato, è tutto il
campo del compromesso storico. Già si vede come reagisce. Se
la pressione non porta entro molto breve ad una sorta di
soluzione pacifica, un atto di forza è obbligatoriamente
programmato.
Gli sperimentatori che operano in Italia, ed iniziano a
trasformarla nel laboratorio europeo della controrivoluzione,
sono abituati alla generale complicità di tutti coloro che hanno
la parola; complicità che, spinta fino a questo limite, dà del
paese un ritratto, falso, di imbecillità generale. Ma si sa molto
bene che ci sono state una o due eccezioni. Ho conosciuto un
uomo che passava il suo tempo fra sfacciate donne fiorentine, e
che amava incanaglirsi con tutti gli ubriaconi dei peggiori
quartieri. Ma riusciva a comprendere tutto ciò che avveniva.
L'ha dimostrato una volta. Si sa che potrebbe ancora farlo. È
senz'altro ritenuto oggi da qualcuno come l'uomo più
pericoloso d'Italia.
Cavalcanti

33
Documenti e lettere

29 agosto 1978

Caro amico,
Approvo completamente i progetti della tua lettera del 15
agosto.
Osservo tuttavia che sono in contraddizione totale, senza il
minimo tentativo di spiegazione, con le tesi che sostenevi
malauguratamente nella tua lettera del 1 giugno.
Vorrei dunque sapere le ragioni che motivavano quelle analisi,
così strane, in quel momento:
a) una pressione diretta delle autorità?
b) una pressione indiretta, della stessa origine, ma
politicamente presentata dalle insinuazioni del molto sospetto
Doge?
c) il puro piacere di contraddire Cavalcanti, attività alla quale
non ti sei troppo spesso dedicato, a scapito di passatempi
migliori?
In attesa di leggere una risposta su questo notevole problema,

Cavalcanti
P.S. Ho ricevuto i libri. Grazie. Vorrei avere l'edizione-pirata
del 1977 dello Spettacolo.

34
Documenti e lettere

Addenda

1.
Ho domandato anche a Lebovici di inviarti le fotocopie di
quattro lettere scambiate nel 1978 tra Gianfranco (Niccolò) e
me (Cavalcanti). Sono da leggere molto attentamente, tenendo
conto con attenzione delle date; e di tutto.
Guy Debord a Jean-François Martos, 5 maggio 1981.

2.
Hai ragione a dire che i nostri rapporti, dal primo incontro,
sono stati cordiali; e d'altronde spero che si sviluppino ancor di
più in questo senso. Prendo dunque quest'osservazione come
una sorta d'elogio da parte tua, se rammenti che c'era a priori
tra noi una questione abbastanza imbarazzante, che prima
ignoravi, e di cui ho cercato di limitare, per quanto possibile, il
peso: quella delle tue relazioni con Gianfranco [Sanguinetti]. Ti
ho comunicato alcune critiche che sono stato obbligato a
formulare a proposito di Gianfranco. Credo di averti detto il
meno possibile, ed allo stesso tempo il minimo necessario. Era
realmente l'estremo del minimo.
Sono stato amico di Gianfranco. Non vorrei certamente, anni
dopo, scoraggiare coloro che si trovano ad essere attualmente
suoi amici, esponendo loro tutto ciò che so e tutto ciò che ne
penso. Ciascuno deve giudicare da solo, soprattutto in
occasioni simili; e soprattutto deve valutare riguardo al
presente; poiché ne è parte. Allo stesso tempo, volevo metterti
in guardia contro alcuni pericoli, che non so fino a che punto
Gianfranco conosca o si rifiuti di conoscerli. Questo è il motivo
per cui ti ho detto di chiedergli quello che pensa ora del Doge.
È una sorta di parola d'ordine per garantire la tua sicurezza.
Poiché sono convinto che Gianfranco, che ne capisce il

35
Documenti e lettere

significato, sia portato a pensare che ti abbia detto molto più di


quanto ti ho detto effettivamente, sul passato, su ciò che ne so e
su ciò che sospetto. Agirà di conseguenza.
Guy Debord a Jean-François Martos, 24 luglio 1981.

3.
Ricevo la tua, inviata da Nizza il 23. Credo che tu l'abbia scritta
in un momento di depressione; e spero proprio che tutti i
compagni si rifiuteranno di arrivare rapidamente a delle
conclusioni contro di te, come tu hai fatto con te stesso in
questi giorni.
Hai certamente avuto torto a permettere che Gianfranco
[Sanguinetti] parlasse così scorrettamente; ma è una cosa
davvero così grave, e così irreparabile? Certamente no. Si sa
molto bene che Gianfranco è colpevole, da tempo e davanti a
molta gente, di ciò che non ha detto e di ciò che ha detto; si
ignora soltanto fino a qual punto è precisamente colpevole.
Anziché rispondere di questo, ha spostato cinicamente la
discussione su un problema falso: tu saresti, tu, precisamente,
un pro-situ. ¡Hombre! Se lo fossi, non lo crederesti; saresti
tranquillo come tutti gli altri nella loro falsa coscienza.
Penso che noi abbiamo troppi nemici reali perché i più seri tra
noi possano lasciarsi andare alla cattiva abitudine, al lusso, di
accusarsi da soli, quando si imbattono nella più grossolana
provocazione, e come se avessero realmente nuociuto alla
causa. Diffida di più degli altri, prima di diffidare erroneamente
di te stesso, compaňero.
Sono sicuro che dovresti ora parlare di tutto questo con Jeff
[Martos], e ad altri amici, prima di considerare in modo tanto
abominevole e definitivo un momento di distrazione che non
può realmente nuocere a nessuno.
Guy Debord a Carlos Ojeda, 29 agosto 1981.

36
Documenti e lettere

4.
È vero che la lettera che Jaap [Kloosterman] ti ha inviato ha un
tono, come mi scrive Michel [Prigent], duro. Sono convinto
che, da parte sua, questo dipenda soltanto da una grave
delusione, e da una giusta sfiducia, nei confronti di Gianfranco
[Sanguinetti]; a partire dalle informazioni di cui Jaap era giunto
ad avere conoscenza. In realtà, l'elemento veramente decisivo
mi sembra piuttosto risiedere nel fatto che Gianfranco non ti ha
risposto per niente, ed in un tale contesto, per due mesi. È una
verifica terribile: peggio ancora di ciò che potevo pensarne. In
questo senso, il tono ancora molto educato delle precisazioni
che chiedevi a Gianfranco aveva il merito di lasciargli tutta la
libertà di rispondere, e non di offrire nessuna scusa per un
tirarsi indietro. Si è dunque visto.
Credo anche che adesso ne vedremo di peggio, e sullo stesso
terreno pericoloso. Ti invio, in allegato, la copia di un
messaggio che ho appena ricevuto da Carlos [Ojeda]. È
qualcosa di desolante, perché mi sembra che Carlos (che aveva
giudicato molto correttamente Arthur [Marchadier]), sia caduto
in una sorta di delirio auto-accusatorio. Non so perché avesse
voluto vedere Gianfranco in un simile momento, ma il risultato
è stato disastroso; poiché Gianfranco, nel quale questo genere
di abilità detestabili non stupisce affatto, è riuscito a non
rispondere a tutte le questioni scottanti alle quali avrebbe
dovuto rispondere, portando la discussione su una questione
del tutto metafisica: il supposto carattere pro-situ di Carlos! Di
modo che ha ottenuto una specie di crollo psicologico in uno
che è, evidentemente, più sincero e più onesto di lui. Quali
conseguenze non si possono temere?
(...) Penso, infatti, che ci siano molte cose di cui si dovrebbe
parlare a viva voce.
Guy Debord a Jean-François Martos, 29 agosto 1981.

37
Documenti e lettere

5.
Capisco che Jeff [Martos] sia stato colpito dalla critica di Jaap
[Kloosterman], che sembrava ritenere che lui volesse a tutti i
costi risparmiare Sanguinetti. Al contrario, il fatto più
importante è che Sanguinetti non era riuscito a trovare nulla da
rispondere a Jeff dopo due mesi: ciò prova che la lettera di Jeff
era abbastanza forte per ridurre al silenzio qualcuno che è e si
sente evidentemente colpevole.
Intorno a questa storia, vedrai allegata alla presente una
desolante lettera di Carlos [Ojeda]. Non so cosa sia andato a
fare da Sanguinetti; ma il risultato è stato per lui qualcosa che
somiglia molto ad una crisi di pazzia auto-accusatoria. È
spiacevole, soprattutto dopo tutte le miserie a cui abbiamo
dovuto assistere in sei mesi.
Guy Debord a Michel Prigent, 29 agosto 1981.

6.
Stavo proprio per scriverti. Michel [Prigent] ha trascorso qui
alcuni giorni. Mi ha parlato soprattutto di gran parte della gente
che ha la disgrazia di conoscere a Parigi; ma forse anche il
piacere? Mi è sembrato di tornare ai risibili tempi di Arthur
[Marchadier], tanto questa povera banda gli somiglia
nell'incapacità invidiosa; e anche meno brillante. È dunque
inutile che quelli lo rimproverino più o meno apertamente: non
sono degni di rimproverarlo. Né la Spagna né la Polonia
interessano a tutti quei voyeurs e venditori di pettegolezzi, che
si appassionano ora soltanto a ciò che è avvenuto in Italia
prima del 1978, e principalmente sul mistero del Doge. I
pellegrinaggi a Figline riportano indietro strani dogmi: sarebbe
improprio parlare del Doge, perché Gianfranco [Sanguinetti]
avrebbe rotto con lui da due anni (ma perché?), e perché
sarebbe una questione che può essere discussa soltanto tra lui e

38
Documenti e lettere

me (Foutre! non io, in ogni caso, non c'entro per niente in


questa storia, e me ne disinteresso dato che sono cinque anni
che non metto piede in Italia).
Guy Debord a Jean-François Martos, 10 gennaio 1982.

7.
I sanguinettiani di cui parli sono dei fanatici inetti, poiché sono
convinti che porre al loro idolo delle domande su alcuni punti
molto precisi ed importanti, sia già prendere partito contro di
lui. Riconoscono comunque che quelle erano questioni alle
quali l'idolo non poteva rispondere; e che era dunque
irriverente porre! È vero che l'idolo aveva preliminarmente
fatto questa confessione decidendo di non rispondere, e l'aveva
giustificata a chi voleva ascoltarlo con la stessa assurda
argomentazione. Ci si può chiedere se i fanatici in questione si
considerino ancora degli estremisti, anche se i più negano, o se
piuttosto non si siano allineati al modo di pensare delle sette
del tipo moonista? Ritengo che ti sia comportato nel modo
migliore in questa storia, e seguendo la via che ha condotto alla
più grande chiarezza. Se la tua lettera fosse stata una condanna
completa che si basava su informazioni e documenti
sconosciuti, è in quel caso che si sarebbe potuto, senza aver
bisogno di falsificare interamente il senso di quella lettera,
rimproverarti di un partito preso immotivato; e senza dubbio
fare le abituali ipotesi sulle influenze che vi si potrebbe trovare
dietro. Ma poiché non hai lasciato neppure l'ombra di un
pretesto, non ci si può che chiedere sempre di più perché dei
cretini che ostentano fino a questo punto la loro disonestà non
trovino più comodo affermare semplicemente che le lettere
scambiate nel 1978 non sono nient'altro che dei falsi?
Guy Debord a Jean-François Martos, 25 febbraio 1982.

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Documenti e lettere

Lettera di Champ Libre a Jean-Pierre Voyer

(Corrispondenza, vol. 1, Edizioni Champ Libre, Parigi, 1978,


p. 167)

Gérard Lebovici a Jean-Pierre Voyer

25 maggio 1978
Caro Voyer,
lei ha richiesto il mio parere su un certo numero di documenti
che ho ricevuto sotto il titolo di Mises au point, relativi ad una
piccola esposizione-truffa di non arte antipittorica
avanguardista.
Ci sono, per fortuna, oggi, molti individui che sanno come
"raccogliere un po' di denaro senza fatica", ma gli autori di
questo brutto scherzo lo ignorano completamente. Per evitare
di impegnarsi oltre su un progetto condannato al fallimento,
sarebbe certamente più vantaggioso per loro trovarsi un buon
consulente di marketing.
Di questa storia banale non sarebbe neppure il caso di parlarne
se non fosse che il mio nome si trova citato in modo da lasciar
credere ad una sorta di mia tacita approvazione riguardo ad un
testo che disapprovo.
Sono venuto a sapere, grazie a Grégoire, che lei ha collaborato
alla redazione di quel mediocre testo [Le Tapin di Paris] che
costituirebbe il motivo principale di discussione tra questi
lattanti della teoria critica. Preliminarmente, ed accanto a verità
abilmente sviluppate su alcuni dettagli, gli anonimi redattori

40
Documenti e lettere

del suddetto testo ci fanno sapere che il pensiero di Marx e


quello di Hegel non sono ancora stati criticati fino ad oggi e
che, probabilmente, proprio a loro, gli autori di questa scoperta,
toccherà un compito tanto grandioso.
Questo genere di dichiarazioni da sbruffoni, che vogliono
stupire i gauchistes, non può che accrescere quella confusione
che cercano di conservare gli specialisti ed i recuperatori di
ogni risma.
E' evidente, dai documenti citati, che lei è l'unico redattore di
quel testo: il mio giudizio critico non può che esserne
rafforzato sensibilmente.
Cordialmente.
Gérard Lebovici

Le note tra [...] sono state aggiunte dal sig. Voyer nel 1991.
(Karl von Nichts)

41
Documenti e lettere

Lettera di Jean-François Labrugère & Philippe Rouyau a


Champ Libre

Grenoble, 13 agosto 1980


Signore,
Le scriviamo per chiederle di pubblicare il libro di Gianfranco
Sanguinetti: Du terrorisme et de l'Etat [Del terrorismo e dello
Stato].
Non abbiamo il denaro per fare una seconda edizione corretta e
non vogliamo ristampare la prima - e non è una questione di
denaro - giacché per noi ha troppi difetti. Quella di Martos (Le
fin mot de l'Histoire) non è che sia più conveniente.
La seconda edizione verrebbe dunque interamente ricomposta e
tirata da un tipografo meglio attrezzato di quello di rue du
Loup, a Bordeaux, che ha fatto ciò che poteva al meglio, ma
con materiale antiquato.
Delle 1000 copie tirate a maggio, ce ne restano soltanto 50. Un
articolo del Canard enchainé del 6 agosto ci ha fruttato più di
10 ordini al giorno. Ed a settembre sarà rimasto ben poco
presso i librai. Vendevamo il libro a 20 franchi (P.c.b.): era
troppo poco; non siamo rientrati nelle spese. Ed i librai non
pagano sempre i depositi.
Può risponderci rapidamente? Se è d'accordo sulla
pubblicazione di questo libro, le invieremo il testo corretto il
più rapidamente possibile.
Sinceri saluti,
Jean-François Labrugère & Philippe Rouyau

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Documenti e lettere

Lettera di Champ Libre a Jean-François Labrugère &


Philippe Rouyau

12 settembre 1980
Egregi Signori,
Vi scrivo per rispondere alla vostra lettera del 13 agosto.
Sapevo della vostra edizione del libro di Sanguinetti, Du
terrorisme et de l'Etat, sebbene non abbiate ritenuto utile
farmene pervenire una copia in occasione della sua stampa.
Penso che abbiate svolto un lodevole lavoro per far conoscere
la verità su una questione così scottante, sulla quale hanno
sistematicamente avuto presa delle pericolose illusioni. Anche
altri, per fortuna, sembrano percorrere la medesima strada.
Quanto all'eventualità adesso di una nuova edizione per Champ
Libre, il fatto, d'altronde confortante, che questo testo incontri
un certo successo di vendita, come mi scrivete, non ha alcuna
importanza. Le Edizioni Champ Libre sono del tutto
indifferenti a qualsiasi considerazione di ordine economico,
che si tratti di guadagni o di perdite. Ed è meglio così, dato
l'odierno stato di concentrazione di diffusione dei libri, di
servitù dei giornali, di indigenza dei librai, di boicottaggio
praticato da tutte le parti, ecc..
Sebbene disponga già da qualche tempo della vostra versione,
di quella di Martos e della stessa pubblicazione originale, non
ho una conoscenza sufficiente dell'italiano per giudicare quale
potrebbe essere la migliore; e non trovo che il problema sia
così importante da richiedere alle persone del mio ambiente
che hanno queste conoscenze di dedicarvi un momento del loro

43
Documenti e lettere

tempo. Si legge, su Libération del 18 agosto, che la traduzione


di Martos è la migliore. Ma chi può credere a qualsiasi cosa
scritta su un giornale diretto da colui che, dopo l'assassinio di
Baader, è ovunque chiamato, e non senza ragione, July-la-
Rousse?
Avevo preso visione, in precedenza, del manoscritto completo
di Remède à tout [Rimedio a tutto]. La parte, scelta dall'autore,
che avete tradotto, è indiscutibilmente la più interessante.
Riconosco che Gianfranco Sanguinetti meriti stima per il
coraggio solitario di cui ha dato prova, affermando in Italia
quella verità che tante forze vogliono occultare con tutti i
mezzi. E sono contento che le sue parole sollevino echi in
Francia ed in molti altri paesi, oggi e in futuro.
Ho pubblicato, nel gennaio 1976, la prima edizione estera del
Véridique Rapport [Rapporto veridico], un libro eccellente ed
esemplare; e naturalmente, non prevedevo di pubblicare, dello
stesso autore, un libro meno forte e meno buono.
Sanguinetti affronta le questioni "della teoria e della pratica del
terrorismo, sviluppate per la prima volta", aggiungendo inoltre
che questo scritto consentirà di "leggere queste cose qui,
subito, e soltanto qui". Ma mi sembra che la fermezza di
Gianfranco Sanguinetti in questo momento non autorizzi del
tutto un tono così perentorio su quest'aspetto della questione. Io
stesso ho pubblicato, già nel febbraio 1979, un piccolo libro
dove qualcun altro diceva tutta la verità che Sanguinetti doveva
pubblicare nell'aprile dello stesso anno (opuscolo che gli fu
immediatamente trasmesso e la cui traduzione è apparsa in
Italia nel mese di maggio). Inoltre, conservo le fotocopie della
corrispondenza scambiata, nel periodo in cui Moro era

44
Documenti e lettere

detenuto, ma ancora vivo, tra Sanguinetti ed uno dei suoi


corrispondenti stranieri.
Questo corrispondente lo metteva in guardia, esponendogli
tutta la verità sull'affaire, e consigliandogli di rivelarla al più
presto. Sanguinetti rispondeva, allora, dichiarandosi
risolutamente scettico su quella versione dei fatti; oppure
facendo finta di esserlo, per ragioni che mi sono rimaste
oscure. Quando si sono persi dei mesi prima di voler
ammettere l'evidenza, c'è qualcosa di infondato nell'insistere
sulla propria originalità avanguardista.
Mi pare dunque che, dal punto di vista delle Edizioni Champ
Libre, le utili verità contenute in Du terrorisme et de l'Etat
manchino un po' di freschezza.
Sinceri saluti,
Gérard Lebovici

P.J. Il vostro esemplare di ritorno.


Copia a Gianfranco Sanguinetti.

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Documenti e lettere

Jean-François Martos

Due lettere a Guy Debord

(gennaio-febbraio 1988)

Jean-François Martos a Guy Debord

Jean-François Martos, Correspondance avec Guy Debord


Le fin mot de l'Histoire, Parigi, agosto 1998

Parigi, 22 gennaio 1988

Caro Guy,
Sono stato oggetto, con Étiennette e Sylvain, di un'aggressione
violenta davanti alla porta di casa lunedì scorso (un primo
attacco, all'inizio del mese, era fallito); vi hanno partecipato
Christian Sébastiani, Guy Bernelas ed un terzo nocivo
[nuisant] non identificato.
Annunciata dalla lettera di Mezioud [Ouldamer], sembra
chiaramente ora che questa costituisca la risposta dell'EdN; non
credo dunque utile attenderne un'altra.
Com'è altrettanto chiaro che questo milieu non intrattiene più
nessun rapporto con la verità, ma difende soltanto degli
interessi particolari, e nel modo più abietto possibile.
Propongo che ci si veda rapidamente per prendere una
decisione riguardo alla situazione.
Cordialmente a tutti e due,
Jeff

46
Documenti e lettere

Jean-François Martos a Guy Debord

Jean-François Martos, Correspondance avec Guy Debord


Le fin mot de l'Histoire, Parigi, agosto 1998

Parigi, 25-2-[19]88

Caro Guy,
L'EdN n. 12, come non-risposta d'insieme a quelle che non
sono che calunnie, si limita all'occupazione della Sorbona, ed
all'aspetto organizzativo della sua attività nociva. Le basta
descrivere la prima come se non ci fosse mai stata (ma chi l'ha
detto?) quella del Comitato Enragés-I.S. del [19]68 -
deformando con senso dell'opportunità, e nei minimi dettagli,
ciò che chiama un accenno di tentativo d'occupazione, sul
modello di quell'altra parvenza di sommossa -, per occultare
l'essenziale: che è stato importante rifiutare le denigrazioni di
Fargette, quindi la loro approvazione da parte dell'EdN, sul
fatto che è meglio tentare ciò che si scorge come possibile,
piuttosto che non fare nulla. Ancora una volta una foresta che
cerca di nascondere un albero.
Quanto all'aspetto organizzativo - la loro attività comune su un
campo delimitato -, si vede ora più chiaramente a che serve, ad
esempio, l'abbandono della critica ad hominem (in questo
senso, l'Histoire de l'I.S. rappresenterà una risposta in sé ad una
simile impostura). Ciò che è sul punto di presentarsi come un
superamento dell'I.S. si è già costituito, ancora più
pericolosamente di L'Antenne, come una vasta impresa di

47
Documenti e lettere

disinformazione a fini separati (impresa degna dello spettacolo


attuale, e si ricollega in questo, immagino, ai tuoi
Commentaires sur ...). Divenuta la migliore alleata di ciò che
pretende di combattere, questo coagulo del milieu pro-situ -
che crolli da solo mi sembra poco probabile a breve termine -
potrebbe proprio essere, come trappola oggettiva che giunge a
rallentare una nuova ripresa della critica radicale, il cavallo di
Troia che svierà le future lotte.
Certamente, mi dirai che non ci siamo ancora. E che
ovviamente, la dissoluzione dell'I.S. non poteva impedire
indefinitamente che ciò che rifiutava per sé stessa (cioè
diventare l'ultima forma dello spettacolo rivoluzionario) si
ricostituisse all'esterno, in peggio. Ma è giocoforza constatare
che la nostra brochure, dopo la mistificazione relativamente
abile del n. 12, non basterà a demolire questo fenomeno.
Quando questa muta di neo-stalinisti, dopo avere teso
un'imboscata davanti alla mia porta, ora si credono di essere
degli André Breton e mi paragonano ad Ehrenburg, non
realizzano soltanto un fortuito rovesciamento delle parti: questa
menzogna, da sola, riassume tutta la loro impresa. Il
comunicato dell'11 febbraio del Comité Irradiés (...) sembra
annunciare altri argomenti spettacolari simili. Così, ad una
settimana da quel fatto, alle quattro del mattino, una telefonata,
che diceva di provenire dalla polizia, cercava di attirarmi, in
mancanza di meglio (un parcheggio, ad esempio?), fuori
dall'appartamento, con il pretesto dei vicini che avrebbero fatto
rumore nell'immobile, a un cambriolage in corso...
Il Rapport (...) * à propos de F. Goldbronn e B. Largueze ci
insegna che Goldbronn aveva già criticato lo stile stalinista

48
Documenti e lettere

degli Irradiés-Nuisants, come il loro rapporto con la pratica.


Ma poiché siamo in disaccordo totale con Goldbronn su tutto il
resto, rifiutiamo ogni mescolanza con lui. Mentre la Résolution
du 20 décembre lascia intendere che i nemici dei nostri nemici
siano inevitabilmente nostri amici.
Ma immagino che si avrà occasione di riparlare di tutto ciò.
Spero che stiate bene.
Cordialmente
Jeff

* interno.

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Documenti e lettere

Tre lettere di Guy Debord a Jean-François Martos


su l'Histoire de l'I.S.

Guy Debord a Jean-François Martos


Jean-François Martos, Correspondance avec Guy Debord
Le fin mot de l'Histoire, Parigi, agosto 1998

14 settembre [19]85
Caro Jeff,
Grazie per le notizie dei brasiliani.
Ho visto Floriana [Lebovici] e le ho detto che il tuo progetto d'
Histoire de l'I.S., a giudicare dal primo capitolo, potrebbe
essere inserito in programma per la primavera prossima. Ma
glielo preciserai tu stesso (è la previsione più ottimistica).
Per giustificare ancora di più il tuo metodo delle citazioni,
credo che potrai far notare ai tuoi lettori un fenomeno
abbastanza raro: a) i situs non hanno mai scritto niente altrove
dalle loro pubblicazioni (cosa che "l'organizzazione"
surrealista, per esempio, è stata ben lontano dal fare
effettivamente) - b) quasi nessun esterno ha scritto qualcosa su
di loro tra il 1957 e il 1968; ma anche molto poco in seguito!
(non vi sono esempi di questo nella storia, e ciò dimostra bene
la straordinaria originalità della nostra epoca spettacolare).

50
Documenti e lettere

Aggiungerei due altri consigli, più generali; credo del resto che
questo modo di considerare le cose risulterà naturale attraverso
le tue citazioni, scelte secondo la loro reale importanza:
1) Il tuo compito evidentemente non è quello di scrivere la mia
biografia. Così, non devi prendere in considerazione le mie
operette "personali" (cinema, o altro) salvo eventualmente il
caso in cui vi trovi una o due brevi citazioni che ti sembrino
significative per illuminare uno dei temi generali che ti trovi ad
affrontare.
2) Si tratta semplicemente di dire ciò che i situs hanno fatto. In
questo campo, credo che il punto di vista centrale non è quello
di valutare in che cosa sono stati più estremisti degli altri (per
esempio, più libertari degli pseudo-anars di quella disgraziata
epoca, ecc.), ma in che cosa sono stati i più "moderni" (nel
senso vero, cioè propriamente rivoluzionario); in che cosa
hanno risposto più esattamente degli altri ai problemi, ed alle
illusioni, del loro tempo (urbanistica, spettacolo, ecc.).
Bisogna far sentire quanto l'avventura dell'I.S. sia stata
circoscritta strettamente nel tempo; contrariamente a molte
altre "avanguardie" con la pretesa di dirigere parecchie
generazioni. Letteralmente, si va dal 1957 al 1972. E contando
con la maggiore larghezza il periodo delle "origini", si va dal
1952 al [19]72. E là si trova il senso profondo dell'operazione
"scioglimento"; di cui si può dire che ebbe luogo tra l'autunno
del 1970 ed i primi mesi del 1972.
Cordialmente.
Guy

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Documenti e lettere

Guy Debord a Jean-François Martos

Jean-François Martos, Correspondance avec Guy Debord


Le fin mot de l'Histoire, Parigi, agosto 1998

2 maggio [19]86
Caro Jeff,
Ti ringrazio per l'invio della prima parte del tuo manoscritto. Si
può sperare dunque di vederne la totalità in un arco di tempo
non troppo esteso.
Come puoi immaginare, sono molto curioso di leggerlo. In
realtà, per il momento, mi sembra più giusto non leggere nulla
prima di avere tra le mani il manoscritto completo e definitivo.
Ho pensato che sarebbe stato penosamente artificioso non
parlartene, se l'avessi letto. E se te ne parlavo, mi sembra che
questo avrebbe comportato, in una certa maniera, il rischio
d'intervenire, anche se molto indirettamente, nelle tue scelte,
che non devono essere influenzate fino in fondo da nessuna
considerazione esterna.
Quando i diversi falliti-fanatici ti rimprovereranno di avere,
una volta di più, montato un "kit" su un argomento che loro
stessi giudicherebbero molto diversamente, potrai rispondere
che dopo quattordici anni, con i documenti che erano
accessibili fin dall'inizio a tutti, sei stato il primo a trattare
liberamente una questione che nessun altro aveva mai
affrontato. Ci saranno dunque ancora meno "concorrenti" che

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Documenti e lettere

sulla Polonia, e la famosa buona fede delle critiche apparirà


sotto una luce ancora più burlesca!
L'immondo Gayraud (ho dunque dimenticato chi è Mercier?)
proietta la sua simpatica mentalità su ciò che immagina di te.
Dice a sé stesso probabilmente che se, lui, era in buoni rapporti
con Floriana [Lebovici], si farebbe un dovere di esprimere su
un giornale le sue lodi per un film che Floriana ha prodotto
(perché rientra nelle sue disponibilità, forse?). L'odio di queste
larve ti onora. Ma credo che ci potrebbe essere del vero nello
stalinismo di Chklovski, Nakov, Sokologorski, Robel. E questo
è purtroppo meno onorevole per "Champ Libre"; sebbene le
osservazioni di tali moralisti puzzino abbastanza di vomito
perché le si comprenda perfettamente.
L'industria nucleare comincia a mantenere le sue promesse.
Prevedo dunque che lo spettacolo ne parlerà sempre di meno:
la soglia di pericolosità sarà rivista con forte aumento. Già si
nega che la distruzione di una centrale uccida più persone degli
scontri di rue Gay-Lussac. Si parlerà ancora di una chance
miracolosa? No, questa sarà la regola.
Cordialmente.
Guy

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Documenti e lettere

Guy Debord a Jean-François Martos

Jean-François Martos, Correspondance avec Guy Debord


Le fin mot de l'Histoire, Parigi, agosto 1998

14 giugno [19]88
Caro Jeff,
Ho appena letto, in due giorni, il tuo manoscritto (*); e con
molto interesse (sebbene ne conosca già la storia).
Ho rilevato 16 dettagli: ovvero alcuni errori (9), o dei lievi
migliorie possibili nell'esposizione (7).
Pagina 65. Verso la citazione n. 87: ci sono delle virgolette che
mancano; o al contrario che sarebbero di troppo? Infine,
correggi per equilibrare.
Pagina 67. La tua citazione "94" è, di fatto, di Michèle
Bernstein, Eloge de Pinot-Gallizio, Torino, 1958 (ripresa in I.S.
2).
Pagina 70. Aggiungere, alla nota "103": "Quest'articolo
distrusse allora lo pseudo-Cobra, perché Jorn era vivo. Ma,
venti anni più tardi, l'abusivo pittore Alechinsky ritornò alla
carica con il suo annuncio; e riuscì infine a far ripetere a tutti i
giornali il suo titolo di "fondatore" di Cobra; mentre non vi era
comparso, da ultimo, che nel giorno della sua dissoluzione!
Pagina 73. è più giusto dire la "preminenza" della banda sonora
(piuttosto che "l'autonomia") (oppure "relativa autonomia"?).
Pagina 84. è meglio dire (sullo Stedelijk Museum) "rischiavano
di portare a termine": poiché, in effetti, nulla è cominciato.

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Documenti e lettere

Pagina 92. è meglio dire "i firmatari", e non "i 121". Infatti, ci
furono alla fine più di 200 firmatari. Non sono apparso nei
primi 121, perché mi hanno trasmesso il testo soltanto dopo
l'inizio della repressione che suscitò. (Allora, lo firmai per
solidarietà verso quelle persone, che consideravo, a dire il vero,
quasi tutti, delle canaglie).
Pagina 95. "La rivoluzione è da reinventare, ecco tutto."
Ristabilita così la vera citazione.
Pagina 127. Nota "231". Forse sarebbe necessario precisare che
lo pseudonimo di "Cardan" (e prima di "Chaulieu")
dissimulava a quell'epoca l'identità del futuro sociologo e
psicanalista Cornelius Castoriadis, che doveva diventare
l'evidente pagliaccio che tutti hanno potuto vedere dopo?
Pagina 140. è l'Assemblea Generale dell'Unione nazionale
degli é[tudiants) de F[rance) che fu tenuta a Parigi, il 14
gennaio 1967 (non un'assemblea generale "parigina").
Pagina 144. Dire piuttosto: "delegò immediatamente i suoi
poteri a Martin."
Pagina 162, ultimo paragrafo. Forse occorre aggiungere a
"tirature che raggiungono le 200.000 copie" - "grazie all'attività
rivoluzionaria degli scioperanti delle tipografie occupate"?
Pagina 163. Grave errore di data! La dissoluzione del
C.M.D.O. non ha potuto avvenire "il 30 giugno" 1968. Viénet
(Enragés e Situs...) dà la data del 15 giugno (Cfr. la sua pagina
178).
Pagina 166. Dire piuttosto: "Debord aveva affermato". (è un
flash back nel tuo resoconto).
Pagina 167. No: non ci fu mai nessuna "riunione comune" tra
l'I.S. ed I.C.O. ; neanche nessun contatto.

55
Documenti e lettere

Pagina 176, ultimo paragrafo. Dire più esattamente: "aveva


dovuto redigere una parte sempre più ampia degli ultimi due
numeri dell'I.S.".
Pagina 185. Forse per l'ultima frase, piuttosto che "Il gioco
continua" (che potrebbe suonare un po' troppo allegro e
disinvolto), sarebbe meglio dire: "Le ostilità continuano"?
Oltre a questo, credo che vada tutto bene. Non c'è nulla da
aggiungere. Per dirlo con le tue frasi latine: Nihil obstat. Ergo:
imprimatur.
A presto
Guy

(*) Jean-François Martos, Histoire de l'Internationale


Situationniste. Edizioni Gérard Lebovici, Parigi 1989.

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Documenti e lettere

Jean-François Martos a Guy Debord

Jean-François Martos, Correspondance avec Guy Debord


Le fin mot de l'Histoire, Parigi, agosto 1998

Parigi, 13 marzo 1992


Caro Guy,
Nessuna nuova, buona nuova, così suppongo che per voi tutto
stia andando bene dalla fine del [19]90. Mi accorgo da parte
mia che avevo comicamente datato la mia ultima lettera 31
aprile 1991: benché non accada più nulla di considerevole, e da
molto tempo, il 1 maggio, questa non era probabilmente una
ragione sufficiente per cancellarlo dal calendario.
Tu avrai verosimilmente letto Sept ans de réflexion; e forse ti
sei anche fatto un'idea dell'identità dei suoi autori? Sembrano
aver conosciuto abbastanza bene l'EdN dall'interno, così credo
che questa sorprendente autocritica in piena regola non sia
semplicemente una specie di falso. Quattro anni dopo l'EdP, e
la parziale ripresa delle sue argomentazioni da parte di diversi
transfughi o dissidenti, in questa suprema constatazione di
fallimento, non mancherebbe allora un che di piccante.
Avevo ricevuto nello stesso momento, nella casella postale,
questo falso Comunicato dell'EdN, che evocava in particolare
la messa al macero dei tuoi libri. Devo dire che in un primo
momento non vi avevo realmente creduto: i tuoi libri non sono
mai stati tanto presenti come da quando si è detto che erano
stati distrutti, ed oggi ancora si trovano, su diverse pile, alla
libreria Parallèles, o alla Fnac, e li si poteva vedere

57
Documenti e lettere

recentemente nella vetrina di una libreria alla Gare du Nord.


Ma i librai confermano tuttavia il macero.
Come ti avevo scritto nella mia ultima lettera, non ho più avuto
nessun contatto con Champ Libre dalla scomparsa di Floriana
[Lebovici], e nient'altro fino ad oggi (eccetto la spedizione da
parte loro, senza commento, nell'autunno scorso, di un'edizione
italiana de l'Histoire de l'I.S. Ho trovato un po' grave - senza
parlare delle note di copertina o della traduzione - che l'editore
SugarCo si permetta di cambiare il titolo (1) senza avvertire,
anche se il titolo originale rimane come sottotitolo. So che
l'editore si arroga a volte questo diritto, che deve essere allora
indicato nel contratto di traduzione; ma quest'ultimo non mi è
stato comunicato...): poiché mi avevi consigliato grande
diffidenza "a proposito di tutto", per quanto riguarda Champ
Libre, ti avevo chiesto maggiori dettagli sulle manovre e sui
raggiri evocati, perché possa disporre di maggiore cognizione
di causa di fronte alla nuova situazione.
Dopo Berlino, Praga e Bruges, sono andato di recente a
Venezia, e imbattendomi per caso sui tuoi Commentaires, che
erano disposti a fianco della Histoire de l'I.S. nella vetrina della
libreria Patagonia (è vicina ad un ponte, ed anche ad un
canale), mi sono chiesto se non ci sia stato, anche in questo
caso, un tiro mancino da parte di SugarCo, poiché La società
dello spettacolo non appare in copertina, e si è dovuto
aggiungere il titolo, dopo la stampa, su una fascetta attorno al
libro.
Guégan continua con le sue sbrigative falsificazioni (2), come
un Prigent, ma al quadrato. Si serve di più la posterità
scrivendo le proprie memorie che con i propri atti, constatava

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Documenti e lettere

un contemporaneo di Gondi. Ma ciò che Guégan non ha


compreso, è che quando si fa dell'anti-letteratura occorre un
minimo di talento, ma ne non ha nessuno, eccetto, se così si
può dire, che per la sotto-portineria velenosa. È certamente un
talento, il suo, quello con il quale si giudica da sé stesso, ma al
di là di questo, ad uso di quelle teste in cui lo spettacolo ha
fatto più devastazioni che nell'ex-Parigi, si vede bene a che
serve, e a vantaggio di chi va questa "volontà manifesta di
trasmettere alle giovani generazioni una prova di prima mano
sulla storia misconosciuta dell'ultrasinistra" al fine di
"confondere i suoi contraffattori" (Le Saux) - (...) (3)
Prima servivano i medici perché c'erano dei malati; oggi
servono dei malati perché ci sono i medici: hai probabilmente
avuto notizia di quelle "star della chirurgia" di Toulouse, che
trasformavano i loro falsi malati in veri invalidi per riempirsi di
più le tasche; è certo più proficuo che iniettare sangue
contaminato, poiché si può operare molte volte la stessa cavia.
Occorre ormai prendere molto sul serio quella dichiarazione
del dottor Knock secondo la quale ogni uomo che sta bene è un
malato che non sa di esserlo.
Passo al suicidio di Maxwell, come a quelli, più riusciti, dello
scandalo della Torre BP della Défense (ci si appende dopo
essersi tirati un colpo in testa, con il rischio di rendere gelosi i
suicidatori di Baader). Giacché nel settore della
modernizzazione dello spettacolare integrato la palma passa, in
questi ultimi tempi, alla polizia inglese, quando vuole
neutralizzare preventivamente i "potenziali criminali" - cioè, di
sicuro, i futuri sovversivi (Le Monde del 20-9-[19]91 qui
allegato) – a partire dall'età di cinque anni.

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Documenti e lettere

Presto si lobotomizzeranno i bambini negli asili nido, se la


genetica applicata tarderà a produrre dei mutanti ad hoc?
Cordialmente a tutti e due,
Jeff

(1) Rovesciare il mondo, Jean-François Martos, SugarCo


Edizioni, Milano, 1991. (Nota di Le fin mot de l'Histoire)
(2) Un cavalier à la mer, Gérard Guégan, Editions François
Bourin, Parigi, 1992. (Nota di Le fin mot de l'Histoire)
(3) Passaggio eliminato da Le fin mot de l'Histoire.

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Documenti e lettere

Guy Debord a Georges Monti

Sul soggetto di copertina dei Contrats

Guy Debord, Des Contrats. Edizioni Le temps qu'il fait,


Cognac, febbraio 1995

Champot, 27 novembre 1994


Caro Georges,
Dato che non siamo più molto lontani dal mese di dicembre, le
trasmetto, per il nostro progetto di pubblicazione, un'idea per
l'illustrazione di copertina che mi è venuta in mente. È una
figura dei tarocchi di Marsiglia. La più misteriosa e la più
bella, a mio avviso: le bateleur. Mi pare che questa carta
aggiungerebbe, e senza doverlo implicare troppo
esplicitamente, un qualcosa che potrebbe essere considerato
come una certa maestria nella manipolazione; rammentando
opportunamente tutta l'estensione del mistero.
Cordialmente,
Guy

61
Documenti e lettere

Jean-François Martos

Piccola raccolta differenziata nelle pattumiere della storia

Un libro anonimo intitolato Rapporto veridico sulle ultime


necessità di preservare e d'estendere il dominio americano sul
mondo è apparso il 18 aprile 2003. Il sottotitolo ne precisa
l'idea centrale: Del terrorismo e dello Stato nel loro contesto
generale o di come sia a Washington la genesi operativa degli
attentati dell'11 settembre 2001 e di tutti quelli che sono
seguiti, nel quadro del tentativo di appropriazione delle risorse
petrolifere mondiali ed in primo luogo irachene. Allo stesso
modo, il contenuto non manca di riprendere, apparentemente,
le analisi di Guy Debord e Gianfranco Sanguinetti,
attualizzandole in qualche modo a proposito degli attentati
dell'11 settembre 2001. Che sia un'impresa lodevole destinata,
a prima vista, ad illuminare il lettore radicale convinto su
alcuni aspetti della questione che gli sarebbero sfuggiti? Subito
tuttavia si sente che qualcosa stona, e non si tratta soltanto di
qualche mancanza di talento nell'impiego dei concetti critici
inseriti meccanicamente (un software ad hoc, quasi ad ogni
paragrafo, persuade il lettore che l'inversione del genitivo è
inevitabilmente il genitivo dell'inversione): qualsiasi verità non
potrebbe essere detta e ripetuta, anche se maldestramente? No,
si tratta piuttosto di dichiarazioni sorprendenti e sempre più
sinistramente marcate, che cito alla rinfusa:

62
Documenti e lettere

"Israele e l'America sono le due basi strategiche interattive (...)


dell'organizzazione del dominio della merce" (p. 21)
"Il Kuwait (...) era effettivamente e storicamente parte
integrante del campo geostrategico iracheno da secoli" (p. 30)
"Bosniaci e Croati (...) sparavano regolarmente sulla loro
popolazione per poter, in seguito, accusare i serbi (...) i
massacri reali e ripetuti di civili serbi furono metodicamente
occultati mentre una radicale pulizia etnica svuotava
progressivamente regioni intere di ogni presenza serba proprio
dove quest'ultima era stata presente da secoli" (p. 32)
"La vittoria del 1945 (è l'impero americano che lo afferma) ci
ha dato i mezzi per controllare completamente i processi storici
che formano l'economia politica del pianeta poiché asservendo
la Germania ed il Giappone nel cuore stesso della loro anima
culturale, potemmo rendere planetaria la politica della nostra
economia" (p. 36)
"Abbiamo assorbito gradualmente il vecchio impero britannico
ed abbiamo sfasciato ovunque quello francese per sostituirci ad
esso" (p. 44)
"Se un operaio europeo, cosciente dei suoi interessi di classe e
della sua appartenenza culturale, ha ancora la capacità di
ribellarsi per dire USA Go Home e rifiutare l'immigrazione
massiccia che organizziamo deliberatamente verso l'Europa per
ridurre il costo del lavoro ed afro-americanizzarla, lo spettatore
che noi stiamo costruendo grazie all'Europa americana di
Bruxelles accetterà immediatamente tutte le lobotomizzazioni
del nostro spettacolo esattamente come il villaggio mondiale
della grande ibridazione obbligatoria lo dominerà
narcoticamente secondo la religione del modo di vita

63
Documenti e lettere

multiculturale americano" (p. 48)


Visto il suo invecchiamento continuo, spettacolarmente
sistematizzato dall'industria della contraccezione e dell'aborto
che lo ha metodicamente stabilito, la popolazione europea
dovrà, per mantenere i suoi equilibri tra lavoratori attivi e
pensionati, accogliere entro il 2025, 159 milioni di nuovi
immigrati" (p. 49)
"Esiste il mito terroristico, ma ce ne sono ben altri come per
esempio il mito del buco d'ozono (...) "è lo stesso delle
campagne contro il nucleare francese che corrispondono alla
necessità imperiosa per l'impero americano di distruggere una
tecnologia d'avanguardia detenuta da un avversario
commerciale (...) chi avrebbe, nel mondo mediatico del diktat
totalitario, la pertinenza anti-mediatica e l'interesse
professionale suicida di andare a cercare l'esatta natura
profonda dei legami esistenti tra le società petrolifere
americane e le diverse tendenze ecologiste esistenti nel mondo?
"(p. 93-94)"

Lo si comprende facilmente: questi combattenti coscienti della


causa identitaria culturale e sociale (p. 103) sono soltanto
l'ultimo avatar faurissoniano dell'operazione revisionista
iniziata alla fine degli anni settanta intorno alla rivista La
guerre sociale. E si tratta grosso modo delle stesse persone.
Lo scopo di questa prosa irresistibile, che avanza come un
panzer maldestro, è soprattutto quello di screditare ogni vera
critica a proposito degli attentati dell'11 settembre 2001; ed

64
Documenti e lettere

inoltre di tentare di sedurre alcuni ingenui della tendenza detta


radicale. Il metodo è sempre lo stesso: tentare di far passare le
idee più reazionarie mescolandole alla critica sociale più
estrema di un'epoca.
Per il successo di questa manovra si vorrebbe che i piccoli
clowns dello spettacolo critico alternativo arrivino presto a
denunciare questo complottismo nazional-situazionista come la
logica conseguenza delle idee contorte di Guy Debord.
Ma chi prende sul serio questa gente?

29 aprile 2003

65
Documenti e lettere

Attenzione gli sciacalli vanno sott'acqua!


I Siluratori della Menzogna (Jean-Pierre Baudet & Jean-
François Martos), 2 agosto 1982

Jean-François Martos, Corrispondenza con Guy Debord, Le fin


mot de l'Histoire, Parigi, agosto 1998
Volantino bilingue distribuito in Germania:
(…)

I più distinti saluti


da Omar Wisyam
a Les Amis de Nemesis e alle lettrici e ai lettori del suddetto
sito.

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