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FISIOLOGIA ANIMALE 23 SETTEMBRE 2019

Il muscolo

Il muscolo si può distinguere in muscolo striato e muscolo liscio (non striato). Quello striato presenta
l’alternanza di striature date dall’organizzazione delle proteine contrattili e si distingue dal muscolo non
striato in cui le proteine hanno un’altra organizzazione e le striature non sono evidenti. Quello striato
comprende il muscolo scheletrico e cardiaco mentre quello non striato comprende il muscolo liscio. Dal
punto di vista del controllo nervoso di questi tipi di muscolo, quello scheletrico è detto anche volontario
perché ha bisogno dell’impulso nervoso per contrarsi. Per la maggior parte l’impulso nervoso è sotto
controllo volontario, se vogliamo compiere un movimento diamo un comando col nostro cervello e
facciamo contrarre il muscolo sotto comando volontario. Però può anche contrarsi indipendentemente
dalla nostra volontà, ma normalmente è sotto controllo volontario. La contrazione di quello liscio e cardiaco
invece avviene in modo involontario, noi non controlliamo per la maggior parte in modo volontario né
l’attività del muscolo cardiaco né di quello liscio.

Muscolo scheletrico

Il muscolo scheletrico è striato, è inserito attraverso i tendini sulle ossa dello scheletro e serve a organizzare
i movimenti sotto controllo volontario, anche se alcuni si contraggono involontariamente per farci
mantenere la posizione eretta e non perdere l’equilibrio, a sostenere la forza di gravità. Per la maggior
parte sono movimenti volontari, anche se possiamo contrarre i muscoli scheletrici anche involontariamente
come nel caso dei cosiddetti riflessi, quello più comune è il riflesso nocicettivo o flessorio estensorio
crociato. Questo riflesso è un esempio di movimento involontario della muscolatura scheletrica perché
tocchiamo uno stimolo dolorifico e istantaneamente allontaniamo l’arto. Infatti in questo caso il comando
non viene dal cervello ma viene organizzato dal midollo spinale. Anche i muscoli della postura vengono
contratti inconsciamente (glutei, collo, ecc.)

L’impulso dolorifico che arriva al midollo spinale va a comandare i motoneuroni del midollo spinale, e
quindi non arrivando al cervello non viene percepito in maniera cosciente. I muscoli scheletrici sono
comandati dai motoneuroni, grossi neuroni che troviamo nelle corna ventrali del midollo spinale. Per far
contrarre un muscolo scheletrico bisogna avere il comando dai motoneuroni nel midollo spinale. Il muscolo
non si contrae in modo spontaneo senza comando nervoso altrimenti saremmo in una situazione non
fisiologica (crampo, contrazione tetanica ecc.) normalmente il muscolo si contrae solo quando c’è il
controllo dei motoneuroni e deve essere rilasciata dal potenziale d’azione acetilcolina. Il muscolo
scheletrico non ha attività spontanea. C’è una netta differenza tra attività spontanea e attività involontaria:
attività spontanea vuol dire che il muscolo riesce da solo a contrarsi senza un comando nervoso, quindi la
membrana del muscolo cardiaco o liscio è in grado di depolarizzarsi e far partire potenziali d’azione in
modo autonomo. Attività involontaria invece vuol dire che non è sotto controllo del cervello, ma è
comunque sotto controllo dei motoneuroni, il muscolo scheletrico non ha attività normalmente spontanea
ha bisogno sempre del comando dei motoneuroni.

Muscolo liscio

Il muscolo liscio non presenta striature, lo troviamo a costituire le pareti degli organi interni (apparato
intestinale, vescica, apparato genitale, in modo particolare nella parete dei vasi sanguigni). Il muscolo liscio
si contrae in modo involontario, a volte anche in modo spontaneo, la cellula muscolare di per sé è in grado

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di contrarsi senza impulsi o comandi esterni. Il controllo dell’attività del muscolo liscio avviene attraverso il
sistema nervoso che può modulare l’attività del muscolo liscio. Mentre per il muscolo scheletrico parliamo
di motoneuroni (sistema nervoso simpatico), il muscolo liscio è controllato dall’altra branca del sistema
nervoso che è il sistema nervoso autonomo (parasimpatico). Anche diversi ormoni possono controllare
l’attività del muscolo liscio.

Muscolo cardiaco

Ha caratteristiche comuni agli altri due tipi, è un muscolo striato come lo scheletrico, costituisce la parete
del cuore con le 4 camere, si contrae in modo involontario e in più ha anche attività spontanea, genera
autonomamente dei potenziali d’azione in zona specifica (zona senoatriale) che poi determina la
contrazione. Si può estrarre il cuore, metterlo in una soluzione fisiologica il più fredda possibile e continua a
battere perché non ha bisogno di comando nervoso, è controllato però sia dal sistema nervoso (autonomo)
e anche da diversi ormoni. La maggior parte degli ormoni hanno anche azione sull’attività cardiaca.

MUSCOLO SCHELETRICO

È costituito da cellule striate polinucleate unite all’estremità al tessuto connettivo elastico che li ancora
sulle ossa. Se prendiamo una fibra singola all’interno ci sono migliaia di miofibrille, strutture allungate
all’interno delle quali ci sono le proteine contrattili actina e miosina. Una singola miofibrilla è data dalla
successione di quella che è l’unità sia strutturale che funzionale del muscolo che è il sarcomero che
determina le striature caratteristiche del muscolo scheletrico. Non ci sono solo le miofibrille ma anche i
diversi organuli della cellula, in particolare il reticolo endoplasmatico con una particolare funzione.
All’interno del sarcomero ci sono i filamenti spessi al centro e i filamenti sottili in posizione laterale. I
filamenti sottili sono ancorati a delle strutture che si allineano al sarcomero che si chiamano linee Z. Tra i
filamenti sottili troviamo i filamenti spessi che sono al centro, sono costituiti dalla proteina miosina, mentre
i sottili sono costituite principalmente da actina insieme ad altre proteine.

MIOSINA

La miosina è costituita da sei polipeptidi, due catene pesanti e quattro catene leggere. Le due catene
pesanti sono attorcigliate una sull’altra a formare la coda e le due teste globulari su cui ci sono i siti di
legame per l’actina e per l’idrolisi dell’ATP. Oltre alle due catene pesanti ci sono quattro catene leggere.
Ogni paio (due catene) è associato alla testa della miosina e regolano la contrazione soprattutto del
muscolo liscio. I filamenti spessi sono costituiti da tante molecole di miosina impacchettate l’una sull’altra.
Le code vanno verso il centro, le teste verso l’estremità e sporgono fuori dal filamento stesso. Questa
struttura facilita l’interazione della testa con le molecole di actina.

ACTINA

È presente nei filamenti sottili. Si presenta come monomeri di G actina, proteine globulari che sono legate
una all’altra a formare dei polimeri di F actina (actina filamentosa). Nel filamento sottile troviamo due
catene di F actina intrecciate una sull’altra. Ogni catena è costituita da tanti monomeri di G actina. Abbiamo
anche altre molecole importanti che sono la troponina e la tropomiosina. La prima è formata da tre
subunità: troponina C che lega il calcio, una troponina I che h attività regolativa inibitoria e la troponina T
che lega l’altra proteina del filamento sottile, cioè la tropomiosina. La troponina è un trimero. La
tropomiosina è una proteina filamentosa che si trova lungo i filamenti sottili. I filamenti sottili sono ancorati

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alle linee Z, strutture proteiche ai lati del sarcomero, ma sono ancorati anche alla membrana plasmatica del
muscolo attraverso proteine come la distrofina che collega i filamenti di actina a delle glicoproteine di
membrana (sarcoglicani) che attraverso la distrofina sono legati ai filamenti di actina. La presenza della
distrofina è importante per mantenere l’integrità della membrana muscolare. La mancanza provoca lesioni
e disfunzioni della contrazione muscolare.

Il reticolo sarcoplasmatico.

Le varie miofibrille sono avvolte e circondate dai tubuli del reticolo sarcoplasmatico. Alle estremità dei
sarcomeri, i tubuli del reticolo sarcoplasmatico formano delle formazioni allargate che si chiamano cisterne
terminali. Tra due cisterne terminali adiacenti troviamo un'altra formazione che è il tubulo T, è un sottile
tubicino che deriva dalla membrana plasmatica. Questa struttura si chiama triade, ed è costituita da due
cisterne terminali, una che deriva da un sarcomero e l’altra del sarcomero adiacente, e il tubulo T , una
invaginazione della membrana plasmatica. La funzione del reticolo sarcoplasmatico è importante perché
all’interno troviamo molti ioni calcio, fondamentale per la contrazione. Il reticolo endoplasmatico in
generale è un serbatoio di calcio mentre nel citoplasma ha una concentrazione molto bassa.

CONTRAZIONE MUSCOLARE

Consente di generare forza che viene utilizzata per due compiti: compiere un movimento o resistere ad un
carico. Una contrazione muscolare non è solo legata ad un movimento ma serve anche a supportare un
carico. Quando il muscolo si contrae ma non compie movimento si parla di contrazione isometrica, non
varia le sue dimensioni, se compie un movimento si chiama contrazione isotonica. La contrazione del
muscolo in ogni caso produce forza. Avviene per accorciamento del sarcomero in quanto abbiamo uno
spostamento dei filamenti sottili verso il centro, quelli spessi rimangono nella loro posizione. Questo
sommato per tutti i vari sarcomeri determina un accorciamento del muscolo ed uno sviluppo di forza.

CICLO DEI PONTI TARSVERSALI

L’accorciamento del sarcomero avviene con un processo di interazione tra actina e miosina in modo ATP
dipendente. La miosina con la sua testa è attaccata ad un monomero di actina, l’angolo tra la testa della
miosina e la coda della miosina è di 90 gradi. Per far sì che la miosina si stacchi dall’actina le teste devono
legare ATP, altrimenti rimane attaccata all’actina. Si lega ATP, la miosina si stacca, l’affinità del legame tra
actina e miosina diventa più bassa e la miosina si stacca. Successivamente si avrà l’idrolisi dell’ATP che
rimane legato alla testa della miosina come ADP e gruppo fosfato. Si forma inizialmente un legame a bassa
affinità tra testa della miosina e monomero di actina vicino al monomero precedente. La testa della miosina
si rilega a un altro monomero che si trova nelle vicinanze. Dopo l’idrolisi dell’ATP la testa della miosina
forma di nuovo un legame con un altro monomero di actina ma inizialmente a bassa affinità perché tra
actina e miosina c’è ancora la tropomiosina che si posiziona vicino ai siti di legame tra actina e miosina
impedendo che si formano i legami forti. L’aumento di calcio nella cellula muscolare provocherà lo
spostamento della tropomiosina permettendo la formazione di legami forti ad alta affinità tra miosina e
actina. Questo passaggio è l’unico calcio dipendente ma è fondamentale perché in questo modo si può dare
il comando alla contrazione, permettere che la contrazione avvenga o non se non aumenta il calcio non
avviene la contrazione, se aumenta si sposta la tropomiosina, aumentano i legami ad alta affinità e può
avvenire la contrazione. Avvenuto il legame si stacca il gruppo fosfato, si ha un ripiegamento della testa
della miosina a 45 gradi e si ha lo spostamento del filamento sottile verso il centro del sarcomero. La spinta
è di circa 68nm verso il centro del sarcomero. Successivamente si stacca l’ATP e si ha un ulteriore

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spostamento verso il centro del sarcomero. Si ritorna alla situazione iniziale dove la miosina è legata con un
legame forte all’actina, si sono staccati sia il fosfato che l’ATP. Per ripartire col ciclo si deve legare di nuovo
ATP, se non si lega si rimane nello stato di rigor, cioè se non c’è ATP la miosina rimane attaccata all’actina e
si rimane in uno stato di rigidità.

ACCOPPIAMENTO ECCITAZIONE-CONTRAZIONE

Perché il muscolo scheletrico si contragga deve essere trasmesso un comando dal motoneurone all’interno
delle corna ventrali del midollo spinale. Il motoneurone arriva nella cosiddetta placca muscolare costituita
dalla terminazione dell’assone e dalla membrana della fibra muscolare. La terminazione del motoneurone
contiene tantissime vescicole di acetilcolina. Quando arriva il potenziale d’azione lungo l’assone del
motoneurone a livello della sinapsi si aprono i canali calcio che entra nella terminazione e induce il rilascio
del neurotrasmettitore, in questo caso acetilcolina che va a legarsi ai recettori postsinaptici. A livello del
muscolo abbiamo i recettori ionotropici (recettori nicotinici), l’acetilcolina si lega ai recettori, si aprono ed
entra sodio (il potassio esce in quantità minori perché si trova già all’equilibrio) che depolarizza la
membrana del muscolo e provoca un’insorgenza di un potenziale d’azione. Al potenziale di riposo -90
l’apertura dei canali nicotinici fa entrare sodio, depolarizza la membrana e fa sempre partire un potenziale
d’azione. Al potenziale d’azione del motoneurone deve corrispondere un potenziale d’azione sul muscolo.

La m del muscolo forma delle invaginazioni chiamate cleft subneurali dove si trovano i recettori per
l’acetilcolina. Il rilascio di acetilcolina determina sempre l’insorgenza di un potenziale d’azione che si
propagano lungo la membrana della fibra muscolare. se si propaga lungo la membrana si propaga anche
lungo i tubuli T che si portano verso l’interno della membrana muscolare in profondità. I tubuli T sono
adiacenti a due strutture che sono le due cisterne terminali del reticolo sarcoplasmatico. sul tubulo T
troviamo dei particolari canali per il calcio che si chiamano canali per la diidropiridina. Sostanza che viene
usata in lab per aprire i canali. La loro funzione non è quella di far passare il calcio, sono fatti come i canali
del calcio ma non servono per far passare il calcio. La loro funzione è quella di andare ad attivare altri canali
che si trovano sulle cisterne terminali, cioè sul reticolo sarcoplasmatico. Questi canali si aprono ma non
passa tanto calcio, è importante che cambino conformazione e si aprano perché sono accoppiati
fisicamente ad altri canali chiamati per la rianodina e si trovano sulle cisterne terminali. Un cambiamento
di conformazione nel canale calcio comporta un cambiamento di conformazione anche nel canale della
rianodina. Il canale della diidropiridina è un canale voltaggio dipendente, anche in questo canale il
segmento S4 sensibile al voltaggio, nel momento in cui arriva il potenziale d’azione cambia conformazione e
induce un cambiamento di conformazione del canale per la rianodina che si apre. Se si apre il canale per la
rianodina che è anche un canale per il calcio, il calcio esce perché è più concentrato nel reticolo. Tutto
questo meccanismo comporta l’uscita di calcio nel citoplasma. (min 47 sintesi di tutto)

Il calcio che esce dai canali per la rianodina potrebbe non essere sufficiente, allora è stato visto che il calcio
che esce da questi canali va ad aprire altri canali che si trovano sempre sul reticolo sarcoplasmatico che si
chiamano canali CICR (calcium induced, calcium release) che a loro volta rilasciano altro calcio, in questo
modo viene amplificato il fenomeno e viene rilasciato ancora più calcio. A questo punto abbiamo una
quantità di calcio sufficiente. Nel cuore invece non ci sono i canali per la diidropiridina ma l’unico
meccanismo è il calcium induce calcium release. Abbiamo ottenuto quindi un rilascio massivo di calcio nel
citoplasma che si andrà poi a legare alla troponina (subunità C). provoca un cambiamento di conformazione
della subunità C e quella inibitoria e della subunità T. cambia conformazione la C poi la I e poi la T. Questo
determina uno spostamento della tropomiosina e lascia libero il legame ad alta affinità tra miosina e actina.

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il calcio non serve ad altro che a legarsi alla troponina per far spostare la tropomiosina e lasciare libero il
legame, si inclina la testa della miosina e si ha il corpo di forza, senza di questo non si può avere la
contrazione.

RILASCIO DEL MUSCOLO SCHELETRICO

Una volta che il muscolo si è contratto e che i filamenti sottili si sono spostati verso il centro del sarcomero,
a un certo punto il muscolo si deve rilasciare. Gli eventi che portano al rilasciamento sono il contrario di
quelli che portano alla contrazione:

 terminerà la propagazione dei potenziali d’azione del motoneurone. (arrivano più di un potenziale
d’azione in modo che il muscolo rimanga contratto per più tempo)
 termina il rilascio di acetilcolina per non far partire più il potenziale d’azione lungo il muscolo
 membrana muscolare si ripolarizza
 chiusura dei canali della rianodina
 none esce più calcio dal reticolo
 il calcio del citoplasma deve essere risequestrato dentro il reticolo, di questo si occupano le pompe
del calcio in modo che la concentrazione di calcio ritorni ai livelli basilari e far ripartire un nuovo
ciclo.
 In questo modo la troponina cambierà la sua conformazione, la tropomiosina bloccherà i siti di
legame tra actina e miosina e terminerà la contrazione

MECCANICA MUSCOLARE

Registriamo con degli elettrodi sia la terminazione del motoneurone, sia la membrana del muscolo, in più
possiamo collegare la fibra muscolare ad uno strumento che misura la forza prodotta. Si può così registrare
il potenziale d’azione che arriva lungo l’assone del motoneurone, a pochissima distanza si può registrare il
potenziale d’azione che si genera sulla membrana della fibra muscolare, con una certa latenza poi parte la
forza generata dal muscolo. La forza aumenta dopo che si è esaurito il potenziale d’azione fino a
raggiungere un massimo e poi arrivare a zero. Dallo zero al picco il muscolo produce forza, poi si passa ad
una fase di rilassamento quando la forza inizia a diminuire. Mentre il potenziale d’azione è un evento
rapido, la contrazione è un evento lento che dura centinaia di millisecondi. Questo evento che porta da un
singolo potenziale d’azione a una singola contrazione del muscolo si chiama scossa singola, è la scossa, cioè
la contrazione prodotta dal muscolo in risposta a un singolo potenziale d’azione ed è formata da una fase di
contrazione di sviluppo della forza e una fase di rilassamento in cui la forza torna a zero. La durata di una
scossa singola non è uguale per tutte le fibre muscolari. Alcune si contraggono molto rapidamente con delle
scosse molto brevi e abbiamo dei muscoli che si contraggono per tempi molto lunghi (muscoli posturali nel
collo, dorso, glutei ecc. per mantenere la posizione eretta). La scossa muscolare dipende dal tipo di fibra.

CURVA FORZA LUNGHEZZA

A livello di scossa singola prodotta da un singolo potenziale d’azione, la forza prodotta dalla fibra muscolare
non è sempre costante, varia a seconda di un parametro che è la lunghezza iniziale della fibra muscolare
secondo una relazione che si chiama curva forza-lunghezza. La forza generata da una fibra muscolare

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dipende dalla sua lunghezza iniziale. Questa curva forza-lunghezza è una curva a campana in cui si vede
l’andamento della forza in funzione della lunghezza del muscolo. La forza generata è massima per una certa
lunghezza del muscolo. Al di sotto e al di sopra di questa lunghezza chiamata lunghezza ottimale, la forza
diminuisce. Se il muscolo è più corto o più lungo di quella lunghezza la forza è minore. C’è una lunghezza
ottimale della fibra che produce una massima forza, se lo allunghiamo o accorciamo, la forza prodotta non è
più ottimale. Questo è legato alla sovrapposizione dei filamenti spessi e sottili.

Se siamo a una lunghezza ottimale abbiamo una perfetta sovrapposizione tra filamenti sottili e spessi, cioè
si può formare il massimo numero di ponti tra actina e miosina, se allunghiamo la fibra i filamenti sottili non
riuscirebbero a formare ponti tra actina e miosina, più allunghiamo il muscolo minore sarà la
sovrapposizione tra filamenti spessi e sottili e minore sarà il numero di ponti che si possono creare tra le
due molecole. Se lo accorciamo i filamenti si sovrappongono tra di loro e non riescono a formare in modo
efficacie ponti con i filamenti spessi. Abbiamo una lunghezza ottimale in cui abbiamo un ottima
sovrapposizione tra i filamenti per poter generare una forza ottimale. Normalmente il muscolo a riposo si
trova alla lunghezza ottimale in modo che si possa generare in caso di contrazione la massima forza.

PER AUMENTARE LA FORZA PRODOTTA DAL MUSCOLO SI POSSONO OSSERVARE DUE MECCANISMI:

1) SOMMAZIONE DEI POTENZIALI D’AZIONE

È raro che abbiamo una scossa singola, generalmente si verifica una somma di più contrazioni. Sommazione
temporale: viene attivata una sinapsi più volte nel tempo. Un concetto simile lo abbiamo nel muscolo. Se
lungo il motoneurone vengono trasmessi più potenziali d’azione, al primo verrà prodotta una scossa
singola, poi si produce un secondo potenziale d’azione quando la scossa ancora non è terminata, succede
che parte una seconda scossa che si somma alla prima. Se parte un terzo potenziale d’azione si produce una
terza scossa che si somma alla seconda e alla prima. Alla fine, si produce una forza nel muscolo che è
maggiore rispetto alla scossa singola. Se il motoneurone produce più potenziali d’azione ravvicinati alla
prima scossa ancora non terminata si sommano le altre e la forza prodotta risulta maggiore. Questo
fenomeno prende il nome di sommazione o tetano, cioè una contrazione muscolare dovuta alla somma di
singole contrazioni di scosse singole, ed è quello che normalmente accade nel nostro muscolo. Se
diminuiamo la distanza tra i potenziali d azione (in minor tempo) e aumentiamo il numero le scosse
tendono a sommarsi tra di loro generando sempre più forza fino ad arrivare a quello che si chiama tetano
completo, si ottiene dando una stimolazione dei motoneuroni a frequenze molto elevate in modo che le
varie scosse si sommano tanto da non riuscire più a vederle, non si distinguono i singoli picchi ma si vede
un'unica curva di salita, si fondo l’una con l’altra fino a raggiungere la massima forza che il muscolo può
produrre.

2) METABOLISMO MUSCOLARE

Il muscolo prende energia dall’ATP disponibile. Ma l’ATP disponibile a livello muscolare basterebbe solo per
otto ponti, cioè otto contrazioni. Abbiamo quindi altre riserve energetiche che ci permettono di fornire
energia. Una molecola importante è la fosfocreatina. È una molecola che ha legato un gruppo fosfato in
grado di mettersi a disposizione per formare ATP. Fosfocreatina più ATP porta al distacco del gruppo fosfato
dalla fosfocreatina facendola rimanere come creatina, si forma ATP ma sempre per contrazioni brevi. La
glicolisi è il meccanismo che permette al muscolo di contrarsi per qualche secondo anche se produce poco
ATP ma in tempi rapidi. Per far avvenire la glicolisi serve il glucosio che viene preso dal glicogeno a livello
muscolare, poi se non basta e occorre aumentare anche il glucosio nel sangue viene preso dal fegato. Una

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volta esaurito l’ATP disponibile e la fosfocreatina si inizia a distruggere il glicogeno e con la glicolisi si
ottiene ATP. La glicolisi permette di produrre ATP in modo rapido ma in scarse quantità, per produrne di più
va attivata la glicolisi vera e propria e quindi la fosforilazione ossidativa, ma in questo caso c’è bisogno di
ossigeno. Viene prodotta però una quantità di ATP maggiore. Quando finisce il glicogeno si iniziano ad
intaccare le riserve lipidiche tramite ossidazione degli acidi grassi e diverse reazioni ricavando energia in
modo da produrre un elevata quantità di ATP. è un processo lento che richiede tempo.

24 SETTEMBRE 2019

PROPRIETA’ FUNZIONALI DELLE DIVERSE FIBRE MUSCOLARI

In base al metabolismo energetico distinguiamo diversi tipi di fibre muscolari. Difficilmente abbiamo fibre
tutte uguali. Normalmente sono di tipo diverso sia come aspetto, sia dal punto di vista della loro funzione,
in particolare del metabolismo. Le fibre rosse sono le fibre di tipo S (Slow=lente) sono cellule muscolari che
appaiono rosse perché contengono mioglobina che lega ossigeno, sono fibre che non producono molta
forza, ma il loro vantaggio è quello di avere un’alta resistenza alla fatica, possono mantenere la forza per
tempi abbastanza lunghi. In questo sono agevolate dal fatto di poter legare ossigeno alla mioglobina data la
possibilità di produrre ATP per via aerobica e resistere di più alla fatica. In un muscolo possiamo trovare
anche fibre completamente diverse, quelle che si chiamano FF (Fast fastiguable) si affaticano molto
rapidamente, sono chiare e più bianche però contengono molta poco mioglobina. Il loro vantaggio è di
riuscire a contrarsi in modo rapido generando una forza elevata, ma si affaticano rapidamente. Nel
momento in cui sono contratte però producono molta forza. Non vengono usate molto spesso nella nostra
vita quotidiana, l’organismo li tiene per compiti particolari. Molte fibre sono intermedie tra queste due e le
chiamiamo FR (fatic resister) perché sono più rapide delle slow ma più lente delle FF resistono di più alla
fatica rispetto le FF possono anche contenere mioglobina quindi possono usare la glicolisi sia in modo
anaerobico sia tramite fosforilazione ossidativa con l’ossigeno. Può capitare che un muscolo possa avere
tutti e tre i tipi di fibre, sarà il nostro cervello a decidere quali utilizzare.

UNITA’ MOTORIE

L’unità motoria è l’insieme di un motoneurone più le fibre muscolari che vengono innervate da quel
motoneurone. L’assone di un motoneurone non innerva una fibra sola, ma si dirama e all’interno di un
certo muscolo innerva più fibre muscolari contemporaneamente. L’insieme di queste fibre costituiscono
l’unità motoria. Il numero di fibre muscolari che compongono l’unità motoria non è costante. Ci sono unità
motorie molto piccole in cui un singolo motoneurone innerva poche fibre muscolari, unità motorie molto
grandi in cui un singolo motoneurone forma tantissime ramificazioni fino a innervare migliaia di fibre
muscolari. Il significato fisiologico è che più piccola è l’unità motoria più preciso sarà il movimento, ma
verrà prodotta meno forza. Viceversa, se abbiamo un’unità motoria composta da centinaia di fibre, avremo
il vantaggio di produrre molta forza, ma il movimento non sarà precisissimo. A seconda del tipo di
movimento e di muscolo abbiamo unità motorie di tipo diverso. Alcune unità molto piccole sono nelle dita,
nei muscoli oculari. Quelle più grandi le troviamo negli arti inferiori, negli arti superiori ecc.

All’interno di un’unità motoria le fibre sono tutte dello stesso tipo, o fibre S, o fibre FF, o fibre FR. Gruppi di
fibre o solo S, o solo FF, o solo FR formano un’unità motoria poiché vengono innervate tutte dallo stesso
motoneurone. Nelle corna ventrali i motoneuroni che innervano gli stessi muscoli (l’unità motoria presente

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nello stesso muscolo) sono vicini. I motoneuroni non si trovano solo nel midollo spinale, ma anche nel
tronco encefalico e gli assoni dei motoneuroni del tronco vanno nei nervi cranici e innervano i muscoli della
testa e del collo, quelli del midollo innervano il tronco e gli arti.

Il nostro cervello quando decidiamo di compiere un movimento è programmato in modo da reclutare le


unità motorie più adatte a compiere quel movimento. Il cammino è un tipo di movimento che non richiede
molta forza ma può richiedere uno sforzo muscolare prolungato. Il nostro cervello recluta quei
motoneuroni collegati alle unità motorie Slow. Quando decidiamo di camminare parte del cervello
manderà dei motoneuroni a livello degli arti inferiori dove ci sono le fibre slow. Se invece dobbiamo correre
con una velocità moderata, le fibre slow potrebbero non essere sufficienti. Il nostro cervello allora dovrà
reclutare sia le slow, ma anche le FR che si affaticano prima ma danno più forza. Con una corsa più rapida il
cervello recluta sia le altre fibre ma anche le FF perché in tempi molti rapidi danno molta forza. Il nostro
cervello ha a disposizione una serie di fibre con proprietà diverse che vengono messe in atto a seconda del
tipo di movimento. Si seleziona il tipo di fibra più adatta ma si può anche variare il numero di unità motoria.
Se corriamo a una cerva velocità più veloce reclutiamo più FR. Più fibre vengono attivate allo stesso tempo
e maggiore sarà la forza. Se vogliamo aumentare la forza prodotta a livello del muscolo abbiamo quindi
diversi sistemi.

 Uno è quello di aumentare la stimolazione dei motoneuroni a livello della singola fibra muscolare.
 L’altro accorgimento è quello di reclutare le unità motorie che producono una forza adeguata per
quel certo compito aumentando anche il numero dell’unità motoria (prima fibre lente poi rapide)

L’allenamento migliora la performance muscolare perché i cambiamenti più importanti non avvengono nei
muscoli ma nel sistema nervoso. Dopo alcune settimane, cambia anche l’ipertrofia muscolare e una
maggior resistenza alla fatica. Le prime settimane di allenamento il sistema nervoso impara a reclutare
meglio le unità motorie, deve capire quali unità motorie reclutare per la prestazione migliore. si diventa
anche più resistenti alla fatica nervosa.

AFFATICAMENTO

Per esaurire le riserve energetiche a livello muscolare bisogna fare esercizi molto lunghi perché il muscolo
ha a disposizione diverse fonti di energia. L’affaticamento è risultato di altri fattori:

 Si accumulano delle sostanze dovute all’attività muscolare che rendono più difficile la contrazione.
L’accumulo dei gruppi fosfato che derivano dall’ATP nel citoplasma porta a una serie di fenomeni
come ad esempio l’inibizione del rilascio di calcio dal reticolo, il fosfato fa più fatica a staccarsi dalla
miosina.
 Si accumula acido lattico, quindi il pH si riduce e questo porta a delle modificazioni dell’apparato
contrattile
 Si accumula potassio nel liquido extracellulare nel momento del potenziale d’azione, depolarizza la
membrana e rende più difficili le successive contrazioni.

Affaticamento nervoso.

La fatica però non è solo a livello della fibra muscolare. Quando non siamo allenati sentiamo una
sensazione di malessere, questo è dovuto soprattutto ai meccanismi nervosi.

 Il glucosio nel sangue scende, siamo in condizione di ipoglicemia.

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 L’acido lattico che si accumula a livello muscolare poi passa anche nel sangue, se il pH del sangue
diventa più acido ci sentiamo più stanchi.

L’allenamento quindi serve anche al nostro organismo ad adattarsi alla fatica nervosa e ad adattarsi di più.

ORGANIZZAZIONE FUNZIONALE DEL CONTROLLO MOTORIO

Centri nervosi coinvolti nell’esecuzione di un movimento.

I motoneuroni sono comandati da centri superiori che si trovano a livelli superiori nel sistema nervoso. Il
centro più importante che comanda i motoneuroni è la corteccia motoria, cioè un area della corteccia
cerebrale che si trova nel lobo frontale, nella parte più posteriore del lobo frontale. Subito dietro alle aree
motorie c’è la corteccia somato-sensoriale. Da una particolare zona della corteccia motoria si trovano dei
motoneuroni superiori che inviano i loro assoni ai motoneuroni inferiori che si trovano nel midollo spinale e
nel tronco encefalico. Si tratta di grossi fasci che partono dalla corteccia motoria e finiscono sui
motoneuroni sia del midollo sia del tronco encefalico. Ma non ci sono solo questi motoneuroni. Questi
motoneuroni superiori a loro volta ricevono comandi da altri neuroni che si trovano nella corteccia motoria
che hanno il compito di organizzare quello che si chiama programma motorio. Nelle aree motorie abbiamo
una serie di neuroni che elaborano e decidono quali muscoli devono essere contratti, per quanto tempo o
con quanta forza. Queste aree motorie vengono chiamate aree pre-motorie perché si trovano più in alto
dei neuroni superiori ma agiscono anche prima di essi. Le aree pre-motorie non decidono da sole di
compiere il movimento, ma la zona in cui prendiamo la decisione è la corteccia pre-frontale in cui sulla
base degli stimoli esterni decidiamo di compiere un movimento. Nell’eseguire correttamente il movimento
però intervengono anche altre aree del cervello quali quelli coinvolti nell’esecuzione o nell’apprendimento
del movimento (cervelletto, cerca di ridurre sempre di più l’errore in modo da fare un movimento sempre
migliore). È coinvolto anche nel mantenimento dell’equilibrio, è collegato ai sistemi dell’equilibrio
nell’orecchio, è coinvolto nella depressione, nello svolgimento di compiti cognitivi, nella risoluzione di
problemi, in certe malattie psichiatriche come l’autismo ecc.

Anche i gangli della base sono delle aree nervose che si trovano al centro del cervello e sono importanti
nello svolgimento corretto dei movimenti. Una patologia a carico di quest’area è il morbo di Parkinson. Tra i
primi sintomi ci sono quelli a carico dei movimenti. Decidono quando il movimento deve partire, la
corteccia elabora il comando ma se i gangli della base non danno il comando o l’autorizzazione il
movimento non parte.

Un'altra via che ci serve durante qualsiasi tipo di movimento per mantenere la postura e l’equilibrio, parte
sempre dalla corteccia motoria, si ferma sui nervi che si trovano sul tronco encefalico dove ci sono dei
centri importanti per il mantenimento dell’equilibrio che proiettano direttamente ai motoneuroni spinali o
a quelli del tronco encefalico (via indiretta). In questo modo quando dobbiamo compiere un movimento
vengono attivate entrambe le vie. Viene attivata direttamente la via che dalla corteccia motoria va al
midollo spinale, e quella indiretta è quella che nel frattempo ci permette di mantenere l’equilibrio. il nostro
cervello è talmente intelligente che quando decidiamo di compiere un movimento attiva prima la via
dell’equilibrio prima di compiere il movimento stesso. la decisione di compiere un movimento che sbilancia
fa contrarre i muscoli posteriori della gamba e dopo viene fatto il vero e proprio movimento. Quindi il
cervello anticipa la via dell’equilibrio per renderci più stabili e dopo compiere il movimento. Tutto questo
sotto il controllo dei gangli della base e del cervelletto.

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MUSCOLO LISCIO – SISTEMA NERVOSO AUTONOMO

Costituisce per la maggior parte la parete degli organi cavi. La contrazione del muscolo liscio fornisce la
forza non tanto per compiere movimenti ma per spostare materiale. (es. gastrointestinale).
Diversamente dal muscolo scheletrico, la contrazione è più lenta. Normalmente i tempi di contrazione dello
scheletrico sono più rapidi rispetto al muscolo liscio tanto che il liscio può rimanere contratto anche per
tantissimo tempo. Per rimanere contratto per più tempo necessita di meno energia, forma meno ponti tra
actina e miosina, per cui rimane contratto per più tempo con forze di ordine minore.

Il muscolo liscio è anche molto più complicato del muscolo scheletrico dal punto di vista dei meccanismi
cellulari che portano alla contrazione. A seconda del tipo di fibra possiamo avere meccanismi di controllo
diversi. Possiamo avere meccanismi di controllo nervoso, ad opera di ormoni, o contrazioni spontanee.

In funzione del tempo la forza prodotta dal muscolo scheletrico, cardiaco e liscio, quello scheletrico
produce forza per tempi abbastanza ridotti, il cardiaco un po' di più ma non molto, mentre quello liscio può
essere molto molto più lento. Un altro aspetto importante è che dal punto di vista sia morfologico che
funzionale possiamo distinguere due tipi di muscolo liscio:

 Muscolo liscio multiunitario  ci sono tante unità, ogni fibra muscolare agisce indipendentemente
dalle altre e viene controllata in modo indipendente, non c’è comunicazione tra le varie fibre.
(muscoli pilomotori o muscoli oculari)
 Muscolo liscio unitario  tra le varie fibre troviamo giunzioni comunicanti, grossi canali che fanno
passare ioni nelle due direzioni. Se una fibra si depolarizza e si contrae, questo si propaga anche
alle fibre vicine. Spesso le singole fibre si contraggono in una sola entità. Questo lo troviamo nel
tratto gastro-intestinale nei movimenti peristaltici. Se ogni fibra si contraesse da sola per digerire
impiegheremmo più tempo. Lo stesso avviene nell’apparato urinario, nelle fibre dell’apparato
respiratorio, a livello uterino vengono introdotte delle Gap Junction per unire ancora di più le fibre.
In certi tipi, specie nel tratto gastrointestinale, alcune fibre funzionano da pacemaker, dispositivi
che originano autonomamente il battito cardiaco. In questo caso queste cellule particolari iniziano
la scarica d’azione che si propaga alle cellule vicine. In questo modo le cellule si contraggono in
modo spontaneo nello stesso momento. Propagano potenziali d’azione alle cellule vicine in modo
che si contraggono insieme.

ORGANIZZAZIONE FILAMENTI SPESSI E SOTTILI NEL MUSCOLO LISCIO

L’organizzazione dei filamenti è diversa. Non ci sono le striature, troviamo filamenti spessi e sottili
organizzati con una struttura a rete che si trova all’interno del citoplasma. I sottili sono ancorati a delle
strutture proteiche che si chiamano corpi densi. Tra i filamenti sottili abbiamo i filamenti spessi. Quando la
cellula si contrae i filamenti sottili che compongono la rete si spostano tutti verso il centro della cellula che
mentre prima aveva una forma allungata, dopo lo spostamento dei filamenti assumerà una forma globulare
sferica, tutto il volume della cellula viene ridotta. Il meccanismo della contrazione è del tutto simile sempre
con utilizzo di ATP ma ci sono alcune differenze:

 i filamenti spessi sono sempre costituiti da miosina


 i filamenti sottili sono costituiti sempre da due molecole di F actina, nei solchi di queste due collane
di perle abbiamo sempre la tropomiosina, ma non c’è la troponina. Al posto della troponina per
indurre la contrazione ci saranno altre proteine regolatorie chiamate caldesmone e calponina.

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MECCANISMI DI CONTROLLO DELLA CONTRAZIONE DEL MUSCOLO LISCIO

L’evento fondamentale che determina la contrazione del muscolo liscio è l’aumento del calcio nel
citoplasma. Nel muscolo liscio abbiamo varie possibilità, perché il calcio può venire sia dall’esterno e quindi
attraversare canali di membrana permeabili al calcio o può venire dall’interno in particolare dal reticolo
sarcoplasmatico. Non è detto che avvengono sempre entrambe le cose. Se aumenta il calcio a livello del
citoplasma, sia che venga dall’esterno sia che venga dall’interno, il calcio si lega ad una proteina
citoplasmatica che si chiama calmodulina. Il complesso calcio calmodulina attiva degli enzimi chinasi che
provocano la fosforilazione delle catene leggere della miosina associate alle teste. La fosforilazione ha vari
effetti tra cui aumentare l’attività ATPasica della miosina (scinde più facilmente l’ATP) e aumenta la sua
affinità per l’actina formando legami ad alta affinità. Tutto questo facilita e permette la contrazione. Più le
catene leggere sono fosforilate maggiore è la contrazione prodotta dal muscolo.

Un altro meccanismo è simile a quello della troponina. Il calcio aumentato nel citoplasma si lega non alla
troponina perché non c’è ma si lega al caldesmone e alla calponina e il meccanismo è simile a quello della
troponina, si ha uno spostamento della tropomiosina in modo da permettere un efficace interazione tra
actina e miosina.

RILASCIAMENTO DEL MUSCOLO LISCIO

Il rilasciamento si avrà quando il calcio diminuisce nel citoplasma. Per farlo ci saranno delle pompe
ATPasiche che o lo rispediscono fuori o lo mandano nel reticolo in modo che la concentrazione
citoplasmatica ritorni normale. Entreranno in più in gioco degli enzimi fosfatasi che defosforileranno le
catene leggere, rimozione dei gruppi fosfato sulle catene leggere della miosina per ridurre l’affinità tra
actina e miosina. Tutti questi processi portano al rilascio della contrazione.

Il calcio deriva o dall’esterno o dal reticolo sarcoplasmatico. il calcio può entrare nel citoplasma dall’esterno
tramite canali voltaggio dipendenti (quando viene depolarizzata la membrana), canali NMDA, canali da
stiramento, canali ligando dipendenti. per farlo uscire dal reticolo, quindi per fari si che il calcio arrivi nel
citoplasma dall’interno utilizza recettori per l’IP3 (inositol trifosfato) in seguito ad attivazione di recettori
metabotropici accoppiato alla via dell’inositol trifosfato. In alcuni tipi di muscolo liscio c’è anche il
meccanismo calcium induce calcium release attraverso i canali CICR.

MUSCOLO LISCIO VS MUSCOLO SCHELETRICO

 Attivazione necessaria del motoneurone che libera acetilcolina, nel liscio l’aumento di calcio può
esser dovuto a vari eventi.
 Nello scheletrico il calcio si lega sempre alla troponina, nel liscio
 Alla fine, il meccanismo è simile, in entrambi casi si deve formare il ponte actina miosina per la
contrazione.

26 SETTEMBRE 2019

CRAMPO MUSCOLARE

È una contrazione dolorosa spasmodica, intensa e involontaria di uno o più muscoli. Molto spesso si realizza
a livello degli arti inferiori. Le cause più frequenti possono essere fisiologiche oppure possono essere legati
a delle patologie. Delle cause fisiologiche fanno parte gli esercizi prolungati a livello degli arti inferiori, la

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temperatura bassa, l’età (gli anziani hanno più crampi dei giovani), la disidratazione, l’esercizio fisico a caldo
e sudare molto con perdita di sali minerali. Ci sono poi patologie o condizioni non fisiologiche come
condizioni di ischemia a livello muscolare, se la perfusione sanguigna non è ottimale si può favorire
l’insorgenza di crampo, anche nel caso della gravidanza o problemi circolatori, invece per quanto riguarda
le patologie che causano crampi troviamo patologie renali, ipocalimia (poco K nel sangue) ipomagnesemia
(poco Mg nel sangue) ipocalcemia (poco Ca), sindrome delle gambe senza riposo, è una sindrome che si
sviluppa di notte, non si riescono a tener ferme le gambe ed è dovuta ad una ipereccitabilità delle fibre
nervose. Andando all’estremo in condizioni patologiche gravi, ci sono malattie patologiche come la sclerosi
multipla, malattie periferiche come il diabete. Oltre che a livello neurologico possono essere anche a livello
del muscolo. Ci sono dei farmaci che possono ridurre i crampi come le statine, che vengono usate per
tenere più basso il volume del sangue, i tirodiuretici, vengono dati per abbassare il volume sanguigno e
quindi abbassare la pressione. Vari farmaci con effetti collaterali possono anche causare i crampi. Si pensa
che il meccanismo principale che causa i crampi sia dovuto a una causa neurogenica, cioè non al muscolo in
se ma al motoneurone che innerva. Si è visto che i motoneuroni che comandano questi muscoli sono
ipereccitabili, scaricano troppi potenziali d’azione. In questi motoneuroni normalmente il potenziale
d’azione ha una fase di salita, una di discesa, quando subentrano i crampi invece di andare in
ripolarizzazione postuma si iperpolarizza la membrana e fa partire un altro potenziale d’azione (in
refrattarietà relativa). A livello muscolare questo produce le contrazioni spasmodiche che producono i
crampi. I crampi producono dolore, questi stimoli dolorifici vengono trasmessi anche ai motoneuroni e
inducono il motoneurone a scaricare ancora di più potenziale d’azione. Questo aumenta il crampo,
aumenta il dolore che viene trasmesso ancora di più al midollo spinale, che fa aumentare di conseguenza
ancora di più il potenziale d’azione del motoneurone.

DOVE PARTONO I POTENZIALI D’AZIONE NEL MUSCOLO SCHELETRICO.

L’acetilcolina si lega a livello delle pieghe vicino ai recettori nicotinici dove ci sono canali sodio e potassio
che fanno partire il potenziale d’azione. Poi si propaga lungo la membrana muscolare a livello della sinapsi
muscolare.

ORGANIZZAZIONE ANATOMICA DEI CENTRI DI CONTROLLO MOTORIO

Il comando parte dalla corteccia motoria, va ai motoneuroni nel tronco encefalico per compiere i
movimenti, oppure si ferma al tronco encefalico per mantenere la postura e l’equilibrio. Consideriamo tutte
le cosiddette aree motorie che si trovano nel lobo frontale nella parte più posteriore, quella vicino alla
corteccia somatosensoriale. All’interno distinguiamo due grosse sotto aree, delle aree premotorie che sono
quelle che elaborano il piano, cioè decidono quali sono i muscoli che devono essere contratti per svolgere
quel movimento, poi c’è un'altra area che è quella dove si trovano i motoneuroni superiori, si chiama
corteccia motoria primaria dove ci sono i neuroni che inviano i loro assoni giù al midollo spinale per
comandare i motoneuroni inferiori che poi comanderanno i muscoli. La corteccia motoria primaria di destra
comanda il midollo spinale di sinistra e viceversa. È sempre la corteccia motoria primaria che manda
direttamente i movimenti.

STIMOLI DI CONTROLLO PER LA CONTRAZIONE

Quali sono gli stimoli che portano all’aumento di calcio. Abbiamo 4 casi possibili:

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1. Nel muscolo liscio ci può essere un primo caso in cui il muscolo ha attività spontanea. La membrana
del muscolo liscio si depolarizza autonomamente e se raggiunge il valore soglia può anche far
partire dei potenziali d’azione. Questo è l’esempio specifico della muscolatura intestinale. Questo
però non sempre avviene, ad esempio nello stomaco la membrana si depolarizza anche senza
potenziale d’azione. Se la membrana del muscolo si depolarizza si andranno ad aprire dei canali
voltaggio dipendenti per il calcio, queste depolarizzazionI spontanee fanno quindi entrare il calcio
per indurre tutti i cambiamenti che poi portano alla contrazione. Di solito i muscoli che hanno
attività spontanea sono muscoli unitari (collegati da GAP junction) e sono controllati da cellule
pace-maker che riescono da sole a depolarizzarsi e poi tramite GAP junction trasmettono le
depolarizzazioni alle cellule vicine.
2. Il muscolo liscio ha bisogno dell’innervazione, del comando nervoso da parte del sistema nervoso
autonomo che è diviso in simpatico o ortosimpatico e parasimpatico. Il muscolo in questo caso non
ha attività spontanea ma si contrae quando riceve il potenziale dal sistema nervoso autonomo.
Quando si attiva il SNA si va a rilasciare dei neurotrasmettitori che sono per l’ortosimpatico la
noradrenalina e per il parasimpatico l‘acetilcolina. Si vanno poi a legare a dei recettori
metabotropici che si trovano sul muscolo. Questi recettori possono andare ad attivare varie vie
intracellulari come quella della fosfolipasi C che porta alla formazione di inositol trifosfato e
liberazione di calcio dal reticolo sarcoplasmatico. La muscolatura dell’intestino è regolata dal
sistema nervoso autonomo.
3. La muscolatura liscia ha bisogno per la contrazione di molecole che si trovano nel liquido
extracellulare che possono indurre la contrazione. Questi segnali possono essere ormoni, ad
esempio l’ossitocina al momento del parto che induce le contrazioni della muscolatura dell’utero.
Alcuni aumentano la tensione dei vasi sanguigni. Gli ormoni sono intesi come sostanze che vengono
rilasciate nel sangue per poi raggiungere il muscolo. Ci possono essere anche segnali paracrini, cioè
sostanze che vengono rilasciate dalle cellule vicine del muscolo per indurre la contrazione, ad
esempio l’endotelina. La muscolatura liscia è anche sensibile alle condizioni chimico fisiche del
liquido extracellulare, variazioni del pH, delle concentrazioni di gas e temperatura possono
cambiare il livello di contrazione del muscolo liscio.
4. Segnali meccanici. Uno stiramento della muscolatura liscia può indurre contrazione. Come risposta
automatica ha una risposta di contrazione. Sulla membrana plasmatica della muscolatura liscia ci
sono dei canali sensibili allo stiramento, che si aprono quando la membrana viene stirata e fanno
passare cationi soprattutto sodio. Quindi se il sodio entra e depolarizza la membrana, una
depolarizzazione induce l’apertura dei canali calcio. Quindi nel muscolo liscio uno stiramento della
cellula muscolare provoca l’apertura di canali specifici sensibili allo stiramento che sono permeabili
al sodio che entra, depolarizza la membrana, apre i canali calcio e si contrae il muscolo (vasi
sanguigni, parete intestinale).

SISTEMA NERVOSO AUTONOMO

Prende anche il nome di sistema motorio viscerale perché innerva i visceri (organi interni) e prende
contatto con le fibre muscolari lisce, con le fibre muscolari cardiache e con le ghiandole. Mentre i
motoneuroni hanno come target i muscoli scheletrici, il SNA ha come bersaglio i muscoli lisci, cardiaci e le
ghiandole. È formato da due sottodivisione che sono il simpatico o ortosimpatico e il parasimpatico. Il
sistema ortosimpatico ha lo scopo di permettere al nostro organismo di affrontare situazioni che
potrebbero alterare l’omeostasi del nostro organismo. L’omeostasi è la costanza e la stabilità delle

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condizioni interne del nostro organismo. Le situazioni che mettono a rischio il mantenimento
dell’omeostasi attiva il sistema nervoso simpatico che va a riequilibrare queste condizioni. Il parasimpatico
si attiva in situazioni di rilassamento, in condizioni di riposo. Il suo scopo è quello di ricostituire le energie
consumate quando era attivo l’ortosimpatico. In molti organi ci può essere sempre un attivazione costante
di entrambi, quello che varia è il grado di attivazione, ci sono circostanze in cui prevale uno e circostanze in
cui prevale l’altro, spesso però sono sempre attivati entrambi. È una modulazione e non un attivazione o
tutto o nulla.

Sia l’ortosimpatico che il parasimpatico sono costituiti dalla successione di due neuroni che sono un
neurone pregangliare che forma sinapsi con un neurone postgangliare. Il pregangliare ha il corpo cellulare
all’interno del sistema nervoso centrale, in particolare, o nel midollo spinale o nel tronco encefalico. Il
neurone pregangliare poi manda il suo assone fuori dal midollo e dal tronco encefalico e si porta all’interno
di un ganglio (un agglomerato di neuroni che si trova al’esterno del sistema nervoso centrale) dove forma
sinapsi con il neurone postgangliare. Il neurone postgangliare poi invia l’assone fuori dal ganglio e va a
formare sinapsi con l’organo bersaglio (cellule muscolari lisce,cardiache e ghiandole). Sia l’orto che il para
sono fatti così.

La terminazione del neurone postgangliare non ha la forma classica che si nota nelle sinapsi. Quando la
fibra postgangliare arriva in prossimità dell’organo bersaglio forma una terminazione molto allungata in cui
ci sono diversi rigonfiamenti (varicosità) dove viene rilasciato il neurotrasmettitore, non c’è quindi una
singola terminazione sinaptica, ma ad ogni varicosità viene rilasciato il neurotrasmettitore che quindi è più
diffuso perché non viene rilasciato solo in un punto come nel caso del neurotrasmettitore e va ad agire su
più cellule muscolari o ghiandolari.

SISTEMA SIMPATICO O ORTOSIMPATICO

Ha i neuroni pregangliari che hanno il corpo cellulare nel midollo spinale, in particolare nei segmenti
toracici e nei primi segmenti lombari fino a L2 e L3. In una sezione del midollo spinale ci sono le corna
dorsali e le corna ventrali ma ci sono anche delle corna laterali. Tra il corno dorsale e ventrale c’è una
piccola sporgenza chiamata corno laterale, lì abbiamo i corpi cellulari dei neuroni pregangliari simpatici. I
neuroni pregangliari del sistema simpatico mandano i loro assoni fuori dal midollo spinali in una struttura
che si chiama radice ventrale, un insieme di fibre che esce dal midollo spinale e che contiene gli assoni dei
neuroni pregangliari simpatici e anche gli assoni dei motoneuroni. Percorre per un tratto la radice ventrale,
dopo esce dalla radice e si porta l’assone del neurone pregangliare dentro il ganglio. I gangli del sistema
ortosimpatico sono disposti in colonna, una sopra l’atro di fianco alla colonna vertebrale. Fuori dalle
vertebre c’è una catena di gangli in corrispondenza dei tratti toracici lombari. Questi gangli si chiamano
gangli simpatici o anche gangli paravertebrali perché si trovano di fianco alle vertebre. Al livello di questi
gangli gli assoni dei neuroni pregangliari formano sinapsi con i neuroni postgangliari i quali a loro volta
mandano i loro assoni fuori dal ganglio, e li mandano a livello dei nervi che si originano dai nervi che
partono dal midollo spinale (nervi spinali) e si portano all’organo effettore, cioè al muscolo o alla ghiandola.
I nervi spinali contengono tutte le fibre che dalla periferia collegano il midollo spinale, quindi le fibre
simpatiche ma anche le fibre sensoriali e gli assoni dei motoneuroni. I neurotrasmettitori che vengono
rilasciati nelle due sinapsi sono diversi. La sinapsi tra neurone pregangliare e postgangliare è mediata da
acetilcolina, che si va a legare al neurone postgangliare a livello di due tipi di recettori che ha l’acetilcolina,
quelli ionotropici che sono i recettori nicotinici ma anche una minore porzione di recettori metabotropici
muscarinici. Nella seconda sinapsi tra neurone postgangliare e organo effettore, viene liberata invece

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noradrenalina, che va a legarsi solo a recettori metabotropici che prendono il nome di recettori alfa o beta
adrenergici. Sono entrambi metabotropici quindi attiveranno delle vie intracellulari a seguito del
messaggero.

SISTEMA PARASIMPATICO

I neuroni pregangliari si trovano sempre nel sistema nervoso centrale ma sono suddivisi in due gruppi. Uno
si trova nel tronco encefalico, un altro gruppo invece si trova nel tratto sacrale del midollo spinale. Gli
assoni dei neuroni pregangliari si trovano sempre nelle corna laterali, escono dal tronco encefalico o dal
midollo spinale attraverso dei nervi che sono, per il midollo spinale sacrale, i nervi spinali, mentre per i
neuroni del tronco encefalico escono dai nervi cranici. Abbiamo in tutto 12 paia di nervi cranici che
innervano testa, collo e visceri. Di queste dodici paia solo 3,7, 9 e 10 contengono… il 10 è il nervo vago che
innerva non solo testa e collo ma anche il cuore, e l’apparato gastrointestinale. Gli assoni dei neuroni
pregangliari parasimpatici sono molto lunghi perché hanno i gangli postgangliari che si trovano
direttamente in prossimità degli organi bersaglio. Nelle vicinanze dell’organo o addirittura all’interno
dell’organo si trova il ganglio. A livello di questi gangli i neuroni pregangliari formano sinapsi con i
postgangliari che quindi avranno degli assoni molto corti perché faranno sinapsi poi con i muscoli o le
ghiandole che si trovano nelle vicinanze. Anche il neurone pregangliare parasimpatico rilascia acetilcolina
che si lega soprattutto a recettori nicotinici e in minor misura a recettori muscarinici. Il neurone
postgangliare rilascia acetilcolina che si lega a recettori muscarinici.

EFFETTI DELL’ATTIVAZIONE DEI DUE SISTEMI.

A volte sono in antagonismo, a volte ci sono organi innervati soprattutto da un sistema e meno dall’altro, in
casi rarissimi i due sistemi hanno lo stesso effetto (caso raro ghiandole salivari dove entrambi aumentano la
saliva)

EFFETTI DELL’ATTIVAZIONE DELL’ORTOSIMPATICO

 Dilatazione pupillare, serve per far entrare più luce nell’occhio.


 Vasocostrizione generalizzata, molti vasi si contraggono anche se non dappertutto. Se dobbiamo
affrontare un esercizio fisico ci saranno degli organi in cui non bisogna stringere i vasi (muscolo,
cuore che sono impegnati nell’esercizio fisico).
 Dilatazione bronchiale, I muscoli lisci dei bronchi vengono rilassati per far entrare più aria e quindi
far entrare più ossigeno
 Aumento di frequenza e contrazione cardiaca, vasocostrizione
 Inibizioni delle funzioni digestive e altre funzioni vegetative per evitare il pericolo (per risparmiare
energia)
 Stimolazione a livello della midollare del surrene a liberare adrenalina. L’adrenalina viene liberata
quando viene attivato il sistema ortosimpatico. L’adrenalina così come anche altri ormoni ad
esempio il glucagone fanno si che vengano degradate le riserve energetiche per produrre glucosio e
quindi energia.

EFFETTI DELL’ATTIVAZIONE DEL PARASIMPATICO

 Ricostituire le riserve metaboliche energetiche


 Riduzione del diametro pupillare, la pupilla si restringe ed entra meno luce

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 Rallenta la frequenza cardiaca
 Favorisce la digestione perché aumenta sia l’attività peristaltica di contrazione della muscolatura
ma anche favorisce la protezione di secrezione intestinale.

FISIOLOGIA CARDIOVASCOLARE

La muscolatura cardiaca serve per spingere il sangue in un sistema chiuso di vasi in una direzione
prestabilita uni direzione. Questo garantisce una distribuzione efficiente di sostanze gassose, sostanze
nutritizie, molecole segnale, e raccolta di scorie metaboliche.

CUORE

È una struttura con una parete cava all’interno. È diviso in quattro camere, due aree superiori che si
chiamano atri e due camere inferiori che si chiamano ventricoli. Negli atri scorre il sangue venoso che ha
raccolto scorie, mentre dai ventricoli partono le arterie che portano il sangue ossigenato i tessuti. Mentre
c’è comunicazione tra atrio e ventricolo dello stesso lato non ci deve essere comunicazione tra i due atri e i
due ventricoli, non deve mischiarsi il sangue che si trova nei due ventricoli e il sangue che si trova nei due
atri che infatti sono separati da due setti formati da tessuto connettivo. Abbiamo un setto interatriale e un
setto interventricolare, cioè lato dx e sx non comunicano grazie alla presenza dei setti. La contrazione o
dell’atrio o del ventricolo porta all’aumento della pressione all’interno di quella camera e questo fornisce la
forza di prpulsion per il sangue. Se si contrae l’atrio aumenta la pressione, si sviluppa forza che spinge il
sangue nel ventricolo sinistro, se si contrae il ventricolo sinitro aumenta la pressioen che aumenterà la
forza di propulsione che spingerò il sangue nel’aorta. Idem per atrio e ventricolo destro (al posto dell’aorta
c’è l’arteria polmonare). Sistole diastole sono le due contrazioni della muscolatura. Quando sono in sistole,
in contrazione rilasciano il sangue qundo sono diastole in rilassamento si riempiono di nuovo sangue. La
sequenza di sistole e diastole prende il nome di cilco ardiaco, non è altro che la sequenza di contrazione o
rilasciamento sia negli atri che nei ventricoli. Un ciclo cardiaco dura meno di un secondo.

Il sistema vascolare è costituito da due circoli che sono in serie l’uno con l’altro, vengono percorsi in
sequenza.

 Circolo sistemico  porta il sangue ossigenato dal cuore ai tessuti, raccoglie il sangue meno
ossigenato e lo riporta al cuore.
 Circolo polmonare  porta il sangue venoso meno ossigenato ai polmoni e riporta quello
ossigenato al cuore.

Origina dal ventricolo sinistro attraverso l’aorta. L’aorta inizia a portare sangue ossigenato verso i tessuti,
poi l’aorta si suddivide in diverse arterie per smistare il sangue nei diversi tessuti. Il sangue carico di CO2
viene raccolto dalle vene a livello dei tessuti. Il sangue venoso raccolto dai tessuti viene raccolto dalle vene
cave, una vena cava inferiore e una superiore. Quella inferiore dai distretti sotto del cuore e quella
superiore dai distretti sopra del cuore. Queste vene cave sboccano nell’atrio destro del cuore. Il circolo
sistemico è in serie con il circolo polmonare il sangue che arriva all’atrio destro si porta al ventricolo destro
dove origina il circola polmonare. Perché dal ventricolo destro parte l’arteria polmonare, ricca di sangue
venoso ricevuto dall’atrio destro, l’arteria polmonare si divide subito in due arterie polmonari (una per
polmonare) che arrivano ai polmoni per portare il sangue ricco di anidride. Nei polmoni avviene lo scambio,
il sangue ossigenato viene portato di nuovo al cuore tramite quattro vene polmonari, due per ogni

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polmone. Sboccheranno queste quattro vene nell’atrio sinistro con sangue ossigenato, dall’atrio sinistro
passa al ventricolo sinistro e da qui nell’aorta che si dirama nei vari vasi e tessuti, e ricomincia il circolo
sistemico. il sangue percorre i due circuiti in sequenza.

Le vene contemporaneamente raccolgono il sangue, lo portano nelle vene cave che poi arriva al cuore. A
livello del circolo sistemico abbiamo un organizzazione in parallelo in modo che il sangue venga distribuito
contemporaneamente nei vari distretti.

01 OTTOBRE 2019

PRESSIONE SANGUIGNA

È la pressione che viene esercitata sulle pareti dei vasi sanguigni dal sangue pompato dal cuore. Imprime
una forza al sangue che continua ad esercitare questa pressione sulla parete dei vasi. La pressione che
viene esercitata dal sangue sula parete dei vasi sanguigni sarà massima nell’aorta perché ha direttamente
tutta la pressione esercitata dal cuore, la pressione sanguigna diminuirà fino ad arrivare a valori molto basi
nelle vene, perché il sangue fluendo nel circolo sia sistemico che polmonare tende a perdere energia.
Quindi arriva alle camere sistemiche con una pressione molto bassa.

I due circoli sistemico e polmonare sono sistemi chiusi, non hanno cioè comunicazione all’esterno. Da
questo deriva che in ogni intervallo di tempo il volume di sangue che fluisce in un minuto attraverso il
circolo polmonare è uguale al volume di sangue che fluisce in un minuto attraverso il circolo sistemico. Il
volume di liquido che passa attraverso la sezione di un condotto in un unità di tempo si chiama flusso. Il
flusso che passa attraverso il circolo sanguigno sia sistemico che polmonare è costante, e questo flusso è
uguale al volume di sangue che viene pompato dai due ventricoli nell’unità di tempo. I due ventricoli in un
minuto spingeranno un certo volume di sangue nell’aorta e nell’arteria polmonare, questo volume di
sangue che viene spinto dal ventricolo sinistro e destro nel circolo rispettivamente sistemico e polmonare
prende il nome di gittata cardiaca (volume di sangue che viene pompato da ognuno dei due ventricoli
nell’aorta o nell’aorta polmonare al minuto). A riposo quando non si compie esercizio fisico la gittata
cardiaca è di 5 litri circa, sia il ventricolo sinistro che destro quando si contraggono spingono in un minuto 5
litri di sangue nell’aorta e nell’arteria polmonare. Le gittate cardiache dei due ventricoli sono uguali al
minuto sia il sx che il dx spingono 5 litri di sangue. Questi 5 litri che vengono spinti corrispondono al flusso,
cioè al volume di sangue che passa in una qualsiasi sezione dei due circoli al minuto. Il valore di gittata
cardiaca è un valore a riposo e può aumentare durante l’esercizio fisico.

La gittata cardiaca è uguale per i due ventricoli e quindi il flusso in ogni punto dei due circoli è uguale ma la
pressione esercitata dai due ventricoli è diversa. Il sangue non deve fare lo stesso percorso nei due circoli, il
più lungo è il sistemico e quindi incontrerà più resistenza, quindi il sangue quando percorre questo circolo
perde più energia, il circolo polmonare invece è più corto. Per avere lo stesso flusso nei due circoli i due
ventricoli devono esercitare delle pressioni diverse. Quello sx dovrà produrre una pressione maggiore e
quindi contrarsi con una forza maggiore rispetto al dx. il sinistro infatti in sistole raggiunge 120 mm/Mg
mentre il ventricolo dx si contrae al massimo una pressione intorno ai 40 mm/Mg. Permette al sangue di
circolare per tutto il circolo senza perdere la sua energia. Infatti la parete del ventricolo sx è più spessa
rispetto a quella del ventricolo dx perché compie più lavoro e casi di insufficienza cardiaca sono più volte a
carico del ventricolo sx che deve compiere più forza.

LE VALVOLE

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Le valvole sono presenti tra atrio e ventricolo sia a destra che a sinistra e si chiamano valvole atrio-
ventricolari e poi ci sono delle valvole dette semilunari che si trovano tra i ventricoli sia destro che sinistro e
i vasi che originano. Quindi avremo una valvola tra ventricolo sx e aorta e una tra ventricolo dx e arteria
polmonare (valvole semilunari). Le valvole servono per impedire il reflusso di sangue e garantire la
unidirezionalità, il sangue per fluire in modo efficacie deve andare sempre nella stessa direzione. Una
valvola per funzionare si apre quando la pressione che c’è a monte della valvola (prima della valvola) è
maggiore della pressione che c’è a valle (dopo la valvola). Quando poi il sangue è passato nel comparto
successivo dopo la valvola, la pressione a valle è maggiore rispetto a quella a monte, quindi la valvola si
chiude. Questo impedisce che il sangue ritorni, se torna indietro va a sbattere contro la valvola che ormai è
chiusa. Tutte e quattro le valvole sono inserite all’interno di orifizi o aperture che si trovano in uno
scheletro fibroso a cui sono anche attaccate tutte le fibre muscolari innervate che si trovano nel cuore,
quindi presenta anche una struttura di sostegno. Le più grandi sono le valvole atrioventricolari le più piccole
sono semilunari, le quattro valvole sono nello stesso piano.

VALVOLE ATRIOVENTRICOLARI

Le valvole atrioventricolari sono formate da lembi connettivali che quando la valvola è chiusa vanno ad
avvicinarsi uno all’altro e il numero di questi lembi varia a seconda della valvola. La valvola che si trova tra
atrio destro e ventricolo dx si chiama tricuspide perché ha tre lembi connettivali. Mentre a sx abbiamo una
valvola simile ma ha solo due lembi infatti si chiama bicuspide e divide l’atrio sinistro dal ventricolo sinistro.
Queste valvole sono attaccate all’interno degli orifizi dello scheletro fibroso, ma inoltre dalla parte
sottostante delle valvole partono delle corde tendinee sempre di tessuto connettivale che sono poi
attaccate a dei muscoli particolari che si trovano nei ventricoli che si chiamano muscoli papillari. Le valvole
si apriranno quando la pressione è maggiore negli atri che nei ventricoli, si chiudono quando la pressione è
maggiore nei ventricoli rispetto agli atri. Le corde tendinee servono perché quando la pressione del
ventricolo aumenta durante la sistole la valvola si deve chiudere, ma potrebbe succedere che i lembi per la
pressione si aprono verso l’atrio, cosa che non deve succedere, altrimenti non arriva nell’aorta e
nell’arteria. Quindi le corde tendinee impediscono che il sangue refluisca verso gli atri e continui nelle vene.
Questo lo abbiamo sia per la valvola bicuspide (o anche mitrale) che tricuspide.

VALVOLE SEMILUNARI

Sempre nello stesso piano ci sono le valvole semilunari, formate ognuna da tre lembi connettivali che
hanno la forma di semiluna. Sono divise in tre comparti che hanno una forma che ricordano una semiluna.
Le troviamo una tra ventricolo sx e aorta e una tra ventricolo dx e arteria polmonare. La pressione sarà
maggiore nel ventricolo sx quindi la valvola si apre per far passare il sangue dal ventricolo all’aorta, si
richiuderà quando la pressione dell’aorta supera quella del ventricolo. Stesso discorso per il ventricolo
destro.

Il sangue scorre sempre da aree ad alta pressione verso aree a bassa pressione. Le valvole cardiache fanno
si che il sangue scorra in unica direzione, dal punto del circolo con pressione più alta a quello con pressione
più bassa. Le pressioni esercitate dai due ventricoli sono diverse perché il circolo sistemico ha una
resistenza maggiore.

MUSCOLATURA STRIATA CARDIACA

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La muscolatura cardiaca è striata quindi avrà un organizzazione regolare a sarcomeri, inoltre c’è la presenza
tra una cellula muscolare cardiaca e un'altra di strutture chiamate dischi intercalari. Questi dischi formati
poi da due strutture diverse garantiscono due tipi di accoppiamento tra due cellule vicine. Un
accoppiamento di tipo meccanico e uno di tipo elettrico. Accoppiamento meccanico vuol dire che quando
una cellula muscolare si contrae genera forza ed è in grado di trasferire un po’ di questa forza anche alla
cellula vicina. Questo viene fatto attraverso una struttura che appartiene al disco intercalare che si chiama
desmosoma. Questi desmosomi permettono l’accoppiamento meccanico, il trasferimento di forza di
contrazione tra una cellula e l’altra. Le cellule sono accoppiate anche elettricamente, fanno passare
rapidamente un impulso elettrico (potenziale d’azione) da una cellula a quella vicina, la struttura che
garantisce l’accoppiamento elettrico sono le GAP junction, giunzioni comunicanti formati da connessioni e
connessine. Attraverso queste possono passare ioni come ioni sodio che depolarizza la cellula vicina. Quindi
nelle cellule cardiache se una cellula parte il potenziale d’azione grazie alla presenza delle Gap junction gli
ioni sodio che hanno innescato il potenziale fluiscono nella cellula vicina che faranno partire un altro
potenziale d’azione in quella stessa cellula. Permetterà di vedere come le cellule fanno propagare i
potenziali d’azione in modo rapido. Dal punto di vista funzionale abbiamo tre tipi di cellule muscolari
cardiache:

 Tessuto auto ritmico


 Tessuto di conduzione
 Tessuto contrattile

TESSUTO AUTORITMICO

È formato da cellule piccole che non avranno molte miofibrille o proteine contrattili poiché non sono nate
per sviluppare forza, la loro funzione è quella di generare autonomamente il potenziale d’azione. Alcune
cellule possono produrre potenziale anche senza comando esterno e si chiamano cellule pace-maker, cioè
danno il ritmo da cui origina il battito cardiaco. Hanno una scarsa generazione di forza, sono anche lente
nella conduzione, il luogo principale in cui si trova il tessuto autoritmico nel cuore si chiama nodo seno
atriale e si trova nella parte superiore dell’atrio dx.

TESSUTO DI CONDUZIONE

Ogni potenziale d’azione determina prima la contrazione degli atri poi la contrazione dei ventricoli, questo
si ripete per circa 60-70 volte al minuto. Perché si abbia la contrazione di atri e ventricoli questo potenziale
che origina dal nodo seno atriale deve propagarsi a tutte le cellule del cuore. Per propagarsi agli atri non ha
bisogno di un particolare tessuto di conduzione perché le distanze sono brevi e arriva tramite GAP junction
alle cellule vicine. Dal nodo seno atriale si propaga agli atri attraverso le giunzioni comunicanti, dopo di che
deve propagarsi alla muscolatura dei ventricoli, per far questo ha bisogno di un tessuto muscolare che si
chiama tessuto di conduzione, cioè cellule muscolari fatte apposta per condurre il potenziale d’azione, cioè
sono cellule grandi che hanno la funzione di far passare rapidamente il potenziale tramite innumerevoli
giunzioni comunicanti. Questo tessuto di conduzione lo troviamo nel setto interventricolare che si trova tra
i due ventricoli e viene chiamato fascio di His. Il suo compito è quello di trasferire il potenziale d’azione
dagli atri verso i ventricoli. Un'altra struttura che si può attribuire al tessuto di conduzione è il nodo
atrioventricolare che si trova tra atri e ventricoli a livello dello scheletro fibroso. In più al tessuto di

19
conduzione possiamo associare delle altre cellule che si trovano nella parete del ventricolo e si chiamano
fibre di Purkinje.

Il potenziale d’azione parte dal nodo seno atriale tramite GAP junction, raggiunge il nodo atrioventricolare,
va giù nel setto atrioventricolare attraverso il fascio di His, arrivato all’apice del cuore, la punta più bassa,
risale attraverso le fibre di Purkinje e da qui viene poi trasmesso alle cellule dei ventricoli che quando
ricevono il potenziale d’azione si contraggono. Tra atri e ventricoli c’è lo scheletro fibroso connettivale,
attraverso di questo il potenziale d’azione non passerebbe perché il potenziale non si propaga attraverso il
connettivo ma solo attraverso le cellule muscolari, l’unico punto in cui può passare è quindi il nodo
atrioventricolare (che presenta cellule muscolari), il cuore è fatto in modo da impedire la conduzione del
potenziale dagli atri ai ventricoli in qualsiasi punto tranne che al punto del nodo atrioventricolare. Se il
potenziale d’azione potrebbe passare da ogni punto ci potrebbe essere una trasmissione disordinata.
L’unico inconveniente è che se c’è un ischemia a livello del nodo atrioventricolare il sangue si ferma li e non
va ai ventricoli.

TESSUTO CONTRATTILE

Fibre muscolari in grado di contrarsi e sviluppare forza, queste fibre prendono il nome di miocardio di
lavoro o contrattile e si trova sia nell’atrio che nei ventricoli. Sono cellule che hanno ridottissima capacità di
autoeccitazione, se lo facessero andiamo in fibrillazione, ma hanno grandi capacità contrattili, possiedono
molte miofibrille con actina e miosina. Non essendo in grado di produrre potenziale d’azione lo devono
ricevere da cellule vicine per contrarsi, se sono degli atri lo ricevono attraverso le GAP junction
direttamente se son ventricoli attraverso il tessuto di conduzione.

Questi tessuti sono diversi anche dal tipo di segnale che producono e dal tipo di potenziale d’azione che
viene prodotto.

POTENZIALE D’AZIONE NELLE CELLULE PACE-MAKER CARDIACHE

Le cellule pace maker sono in grado autonomamente di produrre potenziale, quelle contrattili devono
invece ricevere potenziali d’azione dalle cellule vicine. Queste cellule hanno caratteristiche abbastanza
diverse rispetto alle cellule muscolari classiche. Il potenziale di riposo è -60 mV, mentre in una cellula
muscolare scheletrica è -90 mV. Spontaneamente queste cellule si depolarizzano e da -60 arrivano al valore
soglia di -40 mV attraverso una depolarizzazione spontanea. Quando si arriva al valore soglia può partire un
potenziale d’azione, infatti abbiamo la fase di salita del potenziale determinata da una depolarizzazione,
questa fase di salita determinata generalmente dagli ioni sodio, nel cuore invece è determinata dal calcio.
Cioè quando si arriva al valore soglia si apre un numero sufficiente di canali calcio voltaggio dipendenti tali
da innescare il processo che abbiamo già visto fino ad arrivare a tutta la fase di depolarizzazione. Il
potenziale d’azione quindi è sostenuto dal calcio. Si raggiunge poi il picco in cui i canali calcio cominciano a
chiudersi. Contemporaneamente si aprono i canali del potassio, esce e ripolarizza la membrana che torna a
-60 mV. Per far ripartire poi un altro potenziale ci sarà poi qualcosa che depolarizza la membrana quando
torniamo a -60 in modo da far partire un altro potenziale. Dovranno quindi aprirsi dei canali particolari che
si aprono a potenziali negativi cioè quando torniamo a -60. I canali voltaggio dipendenti normalmente si
aprono quando portiamo la membrana a potenziali positivi, questi canali invece chiamati canali funny
invece di aprirsi quando si depolarizza la membrana si aprono quando la membrana arriva a potenziali
negativi e cioè quando si ripolarizza. Quando la membrana torna a -60 i canali funny si aprono, questi canali
dovranno essere permeabili soprattutto al sodio e in parte anche al potassio. La struttura di questi canali

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assomiglia a quelli dei sodio-voltaggio dipendenti formati da 4 subunità proteiche, ogni subunità è costituita
dai sei segmenti trans membrana. Ha delle differenze importanti, è stata individuata una zona, un anello di
aa intracellulare che si trova tra il segmento S4 ed S5, cioè un anello che collega il segmento S4 al S5 che è
importante per la voltaggio dipendenza opposta, fa si che il canale si apra quando si trova a potenziali
negativi. Questo anello intracellulare sembra essere la zona importante che dà questa voltaggio dipendenza
in modo che il canale si apra al potenziale di riposo. Un'altra zona particolare è l’estremità C terminale dove
c’è un dominio in grado di legare l’AMP ciclico all’interno della cellula, in grado di modulare il
funzionamento del canale, il canale si apre a potenziale di riposo -60 ma è regolato nel suo funzionamento
dall’AMP ciclico intracellulare.

Quando siamo a -60 si aprono i canali funny, entra sodio, si depolarizza la membrana arriva a -40 entrano
ioni calcio, si arriva al picco, al picco si chiudono i canali del calcio ed esce potassio si ritorna a riposo e si
riaprono i funny. Ogni potenziale d’azione equivale ad una contrazione.

CASI DI DISFUNZIONAMENTO DE NODO SENO ATRIALE O ATRIOVENTRICOLARE

Il nodo seno atriale genera attraverso le cellule pacemaker cento potenziali d’azione al minuto. Questi
potenziali vengono poi trasmessi ad atri e ventricoli. Nel caso in cui la motrice deraglia (ischemia del seno
atriale) il nodo non funziona più. A questo punto la motrice diventa il nodo atrioventricolare, un tessuto di
conduzione che in casi di emergenza è in grado di prendere il comando e generare potenziali d’azione che
vengono poi trasmessi ai ventricoli, ma genera potenziali d’azione a frequenza più bassa (non più 100 ma
75). È una misura di emergenza ma non è ottimale. Se deraglia anche il nodo atrioventricolare, abbiamo le
fibre di Purkinje che però non riescono a produrre più di 40 potenziali al minuto. A questo punto la
contrazione è estremamente inefficiente. Sia il nodo atrioventricolare che le fibre di Purkinje non riescono
però a sostituire completamente il nodo seno atriale quindi in questi casi si impianta un pacemaker in
grado di generare cento potenziali d’azione al minuto che poi viene condotto alle cellule vicine. Se il nostro
cuore funziona bene ci deve essere un potenziale per ogni ciclo in modo coordinato. Però anche altre zone
del cuore che non siano il nodo seno atriale possono eccitarsi e producono potenziali in modo non
coordinato, in questo caso si può avere ad esempio una fibrillazione atriale, quando alcune cellule dell’atrio
iniziano a produrre alcuni potenziali d’azione, ma non è letale perché lo scheletro fibroso tra gli atri e
ventricoli ferma la conduzione ad eccezione del nodo atrioventricolare. Se le cellule degli atri cominciano a
contrarsi lo scheletro fibroso isola i ventricoli, e i potenziali d’azione passano dal nodo atrioventricolare che
ne ferma e ne filtra la maggior parte. La fibrillazione atriale può essere causata da stress, momenti di
ipertensione, esercizio fisico molto intenso etc. Molto più grave e la contrazione ventricolare perché lì non
c’è lo scheletro fibroso a mediare. Se cominciano a scaricare potenziali d’azione il cuore non si contrae più
in modo efficiente e non riesce più a pompare il sangue nell’aorta e nell’arteria polmonare. Durante la
fibrillazione ventricolare il cuore si contrae in modo inefficiente e si può arrivare all’arresto cardiaco. Si può
intervenire nella fibrillazione ventricolare con la defibrillazione. A livello delle cellule cardiache si da una
scarica che provoca la depolarizzazione di tutte le cellule cardiache bloccandole. Il cuore si ferma per un
attimo quando poi riparte il nodo seno atriale riprende il controllo e il cuore riprende a funzionare. Se si
depolarizza si ferma perché si bloccano tutti i canali per far ripartire poi il cuore con il suo normale pace-
maker.

POTENZIALE D’AZIONE NELLE CELLULE CONTRATTILI

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Per far sì che le cellule contrattili sia degli atri che dei ventricoli si contraggano, è necessaria l’insorgenza di
un altro potenziale d’azione. Sarà molto importante per indurre la contrazione. Il potenziale d’azione delle
cellule contrattili ha una forma un po’ anomala, ha una fase di salita rapida, una fase orizzontale chiamata
plateau e una fase di ripolarizzazione. I canali coinvolti in questo potenziale: si parte da un potenziale di
riposo di -90 mV da qui si ha una fase di salita rapida mediata dagli ioni sodio perché si aprono canali sodio
voltaggio dipendenti. Dopo di che si raggiunge un picco a +20 mV e inizia la fase di plateau. Prima si aprono
dei canali potassio, nella fase orizzontale a +10 mV si aprono canali calcio voltaggio dipendenti che
mantengono il potenziale, nell’ultima fase si chiudono i canali per il calcio e si aprono i canali per il potassio
per ripolarizzare e ritornare a -90. Perché parta il potenziale bisogna depolarizzare la membrana attraverso
il potenziale che arriva dalle cellule vicine. Se non arriva depolarizzazione dalle cellule vicine la cellula
contrattile non si contrae o almeno in condizioni normali.

07 OTTOBRE 2019

POTENZIALE D’AZIONE NELLE CELLULE MIOCARDICHE (MUSCOLARI CONTRATTILI)

Il potenziale assume una forma particolare importante per generare la contrazione. Si parte da un
potenziale di riposo -90 mV da cui si deve raggiungere il potenziale soglia e si raggiunge solo se arriva la
depolarizzazione dalle cellule vicine. Le cellule cardiache sono collegate tra loro dalle GAP Junction.
Attraverso queste possono passare ioni sodio e altre cariche elettriche, gli ioni sodio che sono entrati nella
cellula vicina possono propagarsi dentro questa cellula depolarizzandola e portandola al potenziale soglia.
Non sono auto-ritmiche ma hanno bisogno della depolarizzazione che arriva dalle cellule vicine. Se si ha
questa depolarizzazione si arriva al potenziale soglia e si ha il potenziale d’azione, si aprono i canali sodio
voltaggio dipendenti e si ha una fase di salita fino ad arrivare a +20 mV. Al picco si ha la chiusura dei canali
sodio voltaggio dipendenti, si aprono dei canali potassio chiamati canali potassio rapidi perché sono i primi
ad aprirsi, l’apertura di questi canali determina una prima piccola discesa del potenziale d’azione, quindi da
+20 scende ed arriva a +10, dopo di che però cominciano ad aprirsi dei canali calcio voltaggio dipendenti. I
canali calcio aprendosi fanno entrare ioni calcio, quindi da un lato ci sono i canali potassio rapidi che però
progressivamente tendono a chiudersi, dall’altro si aprono i canali calcio e quindi il potenziale si assesta per
un periodo ad un valore di 10 mV, questa fase si chiama plateau ed è la fase importantissima per
l’accoppiamento eccitazione-contrazione e dura circa un centinaio di millisecondi se non di più. Dopo i
canali calcio voltaggio dipendenti cominciano a chiudersi, i potassio rapidi sono ormai chiusi e si aprono i
canali potassio chiamati lenti, si ha la fase di ripolarizzazione, da +10 si torna al potenziale di riposo di -90.
Queste cellule miocardiche si trovano non solo nelle cellule miocardiche ma anche nei tessuti di
conduzione, oppure si può avere un potenziale intermedio tra quello delle cellule pacemaker e questo.
Però nel miocardio di conduzione l’attività contrattile sarà meno importante in quanto devono solo
condurre il potenziale in modo rapido dagli atri verso i ventricoli.

Durante il plateau succede un altro evento che contribuisce all’entrata di calcio nella cellula. Oltre
all’apertura dei canali calcio voltaggio dipendenti si ha entrata di calcio anche grazie ad uno scambiatore
sodio calcio. È un meccanismo sodio dipendente, il sodio entra e fornisce l’energia per espellere il calcio.
Questo trasportatore però è più particolare perché la sua direzione di trasporto dipende dalla
concentrazione di sodio che c’è all’interno della cellula. Se c’è una bassa concentrazione di sodio lo
scambiatore funziona nel modo normale, e quindi il sodio entra e fornisce energia per espellere il calcio. Se
il sodio ha una concentrazione più elevata lo scambiatore funziona al contrario, cioè espelle il sodio ed
importa il calcio. Durante il plateau la concentrazione di sodio sarà un po' più alta del normale, perché

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durante la fase di salita entrano ioni sodio e quindi la concentrazione è più alta rispetto ai valori fisiologici,
questo fa si che lo scambiatore sodio calcio chiamato scambiatore NCX espelle sodio ed importa calcio.
Quando il sodio è riportato a concentrazioni normali lo scambiatore ricomincia a funzionare normalmente,
espelle il calcio e fa entrare il sodio.

ACCOPPIAMENTO ECCITAZIONE-CONTRAZIONE MIOCARDIO

Durante il plateau entra calcio, e il calcio è importante alla cellula per eccitarsi. Quello che accoppia
l’eccitazione alla contrazione è l’aumento del calcio intracellulare. Nel muscolo cardiaco però il meccanismo
è diverso rispetto a quello scheletrico e quello liscio. Il calcio entra dall’esterno sia attraverso i canali sia
attraverso lo scambiatore, ma il calcio che entra va a legarsi a canali che si trovano sul reticolo
sarcoplasmatico che si chiamano canali per la rianodina. Quindi il legame del calcio con questi canali li fa
aprire e fa uscire il calcio dal reticolo sarcoplasmatico. Calcium release calcium reduce. A questo punto c’è
una quantità di calcio sufficiente per far avvenire la contrazione che avviene nel modo esattamente identico
di come avviene nel muscolo scheletrico. Il calcio si lega alla troponina, in particolare alla subunità C,
provoca un cambiamento di conformazione della subunità inibitoria I e delle subunità T che lega la
tropomiosina, questo provoca un cambiamento di conformazione della tropomiosina che si sposta e
permette il legame ad alta affinità tra l’actina e la miosina. Cambia solo il modo in cui esce il calcio rispetto a
quanto avviene nel muscolo scheletrico. La fase di plateau quindi è necessario per aumentare la
concentrazione di calcio per la contrazione.

Non c’è iperpolarizzazione postuma in questo potenziale perché quando si arriva al potenziale di riposo si
ha già al potenziale di equilibrio del potassio (-90mV) che quindi non tende a portare il potenziale verso
iperpolarizzazione. Non si può avere quindi l’iperpolarizzazione postuma.

IN SINTESI

Il potenziale d’azione parte dal nodo senoatriale e si propaga inizialmente negli atri, prima destro poi
sinistro, man mano che si propaga le cellule degli atri provocheranno contrazioni nelle cellule contrattili e si
genera potenziale d’azione tramite apertura dei canali (sistole atriale). Il potenziale d’azione viene poi
portato tramite tessuto di conduzione ai ventricoli, le cellule contrattili dei ventricoli generano anche loro
potenziale d’azione e si contraggono (sistole ventricolare) nel frattempo gli atri si staranno rilasciando.
Dopo di che cessa il potenziale d’azione cessa la contrazione, si ha il rilassamento ventricolare e così via. Il
singolo potenziale d’azione che viene generato a livello degli atri viene poi propagato per provocare sistole
atriale e sistole ventricolare.

Sequenza degli eventi elettrici:

 Depolarizzazione atri
 Ripolarizzazione atri e depolarizzazione ventricoli
 Ripolarizzazione ventricoli

*In seguito al potenziale d’azione nelle cellule contrattili segue sempre la contrazione.

A ogni battito viene generato un singolo potenziale d’azione che poi si propaga. Perché le cellule contrattili
si contraggano deve arrivare un potenziale d’azione.

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Nel muscolo scheletrico ci sono due meccanismi per aumentare la forza di contrazione, un meccanismo
riguarda la singola fibra, l ‘altro riguarda più fibre. Quello della singola fibra viene aumentato con un
processo di sommazione del tetano. Nel cuore per spingere più sangue dentro alle arterie e sviluppare più
forza non si può effettuare una sommazione tetanica cardiaca. Siccome il potenziale d’azione dura quanto
la contrazione cardiaca, non è possibile sommare più contrazioni una sull’altra, alla fine del potenziale ne
riparte uno successivo, ma possiamo avere una scossa singola alla volta, non si può sommare una seconda
contrazione alla prima. L’altro sistema per aumentare la forza nel muscolo è dato dal reclutare più unità
motorie anziché una sola, reclutiamo più unità. Nel muscolo cardiaco non si può perché si contrae sempre
tutto, si dice che il cuore è una singola unità motoria. Quando parte il potenziale d’azione questo si
propaga a tutte le fibre cardiache in modo che tutte si contraggono insieme. Il potenziale d’azione viene
trasmesso a tutte le fibre dell’attività cardiaca. Per variare la forza di contrazione, si varia a livello della
singola fibra variando la quantità di calcio che viene liberata nel citoplasma. Per variare la forza di
contrazione del cuore e quindi la quantità di sangue nelle arterie viene aumentato il calcio intracellulare.
Più calcio viene liberato dal reticolo sarcoplasmatico, maggiori saranno i legami tra actina e miosina, e
maggiore sarà la forza di contrazione. La forza sviluppata dal cuore non è sempre uguale.

ELETTROCARDIOGRAMMA

L’elettrocardiogramma è il sistema più usato per monitorare l’attività elettrica del cuore. Non si determina
come si contrae ma solo come si genera il potenziale d’azione e come viene propagato attraverso le varie
parti del cuore. Per registrare l’attività elettrica del cuore vengono posizionati degli elettrodi sulla superficie
cutanea, nelle parti terminali degli arti, due ai polsi e due alle caviglie. Poi vengono messi sei elettrodi sul
torace in posizioni particolari (soprattutto nella parte sx) che monitorano in modo ottimale l’attività
elettrica. Le registrazioni che vengono fatte vengono dette extracellulari perché vengono fatte dall’esterno
delle cellule, queste registrazioni permettono di monitorare l’attività dell’intero miocardio. Il tracciato
dell’elettrocardiogramma è la somma dell’attività elettrica generata in ogni istante da tutte le cellule
cardiache.

L’elettrodo che si trova alla caviglia destra non è un elettrodo di registrazione vero e proprio ma è un
elettrodo di terra, serve cioè a mettere a terra il sistema, ha lo stesso potenziale della terra cioè 0. Serve ad
isolare il paziente dai segnali elettrici che provengono da apparecchiature dell’impianto elettrico che si
trovano nella stanza. Gli altri elettrodi sono dei registranti veri e propri. Il tracciato
dell’elettrocardiogramma è dato da una serie di onde che si susseguono una dopo l’altra. Ogni gruppo di
onde corrisponde ad una registrazione, durante l’elettrocardiogramma si fanno 12 registrazioni, si
chiamano registrazioni o derivazioni. Facendo 12 registrazioni accoppiando i vari elettrodi si uniscono tutte
le zone del cuore e si riesce a monitorare tutto il cuore. Di queste dodici, sei registrazioni vengono tenute
dagli elettrodi che si trovano sugli arti e 6 sono tenute dagli elettrodi che si trovano sul torace. Delle sei
derivazioni dagli arti, 3 sono bipolari e 3 unipolari. Una registrazione bipolare è una registrazione in cui si
misura la differenza di potenziale tra due elettrodi entrambi usati come elettrodi di registrazione, che
servono a monitorare il segnale, quindi uno verrà considerato polo positivo e uno polo negativo. Le
registrazioni unipolari sono registrazioni in cui viene misurata la differenza di potenziale tra un elettrodo e il
resto del corpo. Il resto del corpo viene monitorato da altri due elettrodi che vengono collegati tra di loro e
rappresentano elettrodi di riferimento e danno il potenziale del resto del corpo. Alla fine, si fa la differenza
di potenziale tra gli elettrodi di registrazione e quelli di riferimento.

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Tre registrazioni bipolari: la prima registrazione bipolare è quella in cui gli elettrodi si trovano al polso
destro e al polso sinistro. La seconda bipolare è tra braccio destro e gamba sinistra. La terza registrazione
sarà su braccio sinistro e gamba sinistra. Sulla gamba destra c’è l’elettrodo di terra.

Tre registrazioni unipolari: utilizzano come elettrodo registrante quello sul braccio destro (aVR) o quello sul
braccio sinistro (aVL) e vengono utilizzati come elettrodi registranti, gli altri due funzionano da elettrodi di
riferimento.

Sei derivazioni toraciche: Prendono il nome da V1 a V6. Queste derivazioni sono tutte unipolari, in cui
l’elettrodo del registrante è uno dei sei elettrodi toracici mentre quello di riferimento è costituito dai tre
elettrodi degli arti collegati tra loro. In questo modo si ha la rappresentazione completa di tutta l’attività
cardiaca.

Come sono organizzate e cosa rappresentano le onde dell’elettrocardiogramma

Le varie derivazioni rappresentano dei gruppi di onde che possono essere rivolte o verso l’alto o verso il
basso, dipendono essenzialmente da dove sono posizionati gli elettrodi di registrazione rispetto alla
direzione di flusso della corrente depolarizzante del cuore. La forma generale delle onde al di la del verso è
abbastanza simile per tutte le varie derivazioni.

DERIVAZIONE II BIPOLARE (BRACCIO DESTRO GAMBA SINISTRA)

Vale anche per le altre derivazioni. C’è sempre la presenza di tre onde. Un’onda P, un complesso di onde
QRS, e un’onda T. Questo lo troviamo in tutte e 12 le derivazioni. Le onde rappresentano l’attività elettrica
cardiaca, in particolare l’onda P rappresenta la depolarizzazione atriale, il complesso QRS rappresenta la
depolarizzazione ventricolare, l’onda T è la ripolarizzazione ventricolare.

I tratti orizzontali che collegano le varie onde

tratto PQ tra l’onda P e l’onda Q. Questo tratto corrisponderà a livello cardiaco alla conduzione del
potenziale d’azione dagli atri ai ventricoli lungo il fascio di His. Rimangono depolarizzate per un certo tempo
e dopo tornano di nuovo al potenziale di riposo. Il tratto PQ dice quanto ci impiega il potenziale ad arrivare
dagli atri ai ventricoli. Il tratto TP invece è l’intervallo tra un ciclo e l’altro, tra la ripolarizzazione dei
ventricoli ed una successiva depolarizzazione atriale, più è corto l’intervallo TP maggiore sarà la frequenza
cardiaca, cioè la distanza tra un potenziale d’azione e l’altro e viceversa.

L’ampiezza massima è quella del complesso QRS che arriva a circa un millivolt. Sono registrazioni di segnali
molto piccoli. Se registrassimo con un elettrodo direttamente il potenziale di una singola cellula cardiaca
contrattile ha un’ampiezza di 110 mV. C’è tanta differenza tra l’elettrocardiogramma intracellulare con
quello che viene registrato a livello extracellulare perché siamo a livello cutaneo quindi il potenziale si deve
propagare tra i liquidi e i tessuti fino ad arrivare alla cute, quindi arriva ad un’ampiezza minore. Subisce
attenuazione dalla presenza dei tessuti a livello toracico.

CORRELAZIONE TRA ELETTROCARDIOGRAMMA ED EVENTI ELETTRICI DEL CUORE

Generato il potenziale d’azione nel nodo senoatriale si inizia a propagare negli atri e si ha l’inizio dell’onda
P. Successivamente l’onda P termina con la propagazione del potenziale in tutti gli atri. Tutti gli atri sono
depolarizzati e quindi si ha anche la contrazione (sistole atriale). Dopo di che il potenziale si propaga lungo il
nodo atrioventricolare o il fascio di His e va verso i ventricoli formando l’onda Q. Nell’onda R si ha la

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propagazione lungo le fibre di Purkinje e le cellule cominciano a depolarizzarsi propagandosi anche alle
cellule contrattili del ventricolo, nell’onda S la maggior parte dei ventricoli sono depolarizzati. Man mano
che le cellule si depolarizzano si ha la contrazione ventricolare. Nel tratto ST tutte le cellule ventricolari
sono depolarizzate. Essendo tutte le cellule depolarizzate vuol dire che si stanno anche contraendo. Nel
tratto ST c’è anche la contrazione ventricolare. Nell’onda T la depolarizzazione diminuisce perché i
ventricoli si stanno ripolarizzando, cessa di conseguenza la contrazione. Nel tratto TP non ci sono zone
depolarizzate, sia atri che ventricoli sono rilasciati e non c’è potenziale d’azione in nessuna zona.

Dall’elettrocardiogramma si hanno informazioni sull’attività elettrica, però si ottengono informazioni


importanti. Si può ricavare ad esempio la frequenza cardiaca andando a vedere quante onde P ci sono in un
minuto. Calcoliamo in un minuto quante onde P ci sono e si ottiene la frequenza. Ci possono però essere
delle anomalie nella frequenza. La frequenza normale a riposo è 60-80 bpm. Se ci sono più di ottanta battiti
a riposo si parla di tachicardia, se ci sono invece meno di 60 bpm si parla di bradicardia.

 Ritmo sinusale: ritmo generato dal nodo senoatriale, dal centro pacemaker.
 Tachicardia sinusale: è causata dal nodo seno atriale che genera troppo potenziali d’azione.

In un tracciato di tachicardia sinusale si vede che cambia in particolare la distanza del tratto TP. Quando
cambia la frequenza le altre onde rimangono uguali, la propagazione rimane la stessa, cambia la distanza
tra un ciclo e l’altro, il nodo seno atriale genera prima il successivo potenziale d’azione che porta alla
contrazione atriale e così via. Stessa cosa vale per la brachicardia, si allunga il tratto TP e il nodo seno atriale
impiega più tempo per generare il successivo potenziale d’azione.

La tachicardia e la bradicardia non sono sempre patologiche, possono essere anche fisiologiche. Un
esempio di tachicardia fisiologica sono le emozioni, lo sforzo fisico, la caffeina, l’infanzia, la gravidanza, lo
stress, farmaci simpaticomimetici. Patologie che portano alla tachicardia sono la febbre, anemia, shock,
scompenso cardiaco o ipertiroidismo. La bradicardia fisiologica si ha con l’età avanzata, gli anziani
rallentano il battito cardiaco per una minor attivazione del tratto simpatico, o si può verificare bradicardia
con l’allenamento, soprattutto quello che porta allo sforzo cardiaco. Questo avviene perché l’allenamento
porta a livello del cuore una maggior efficienza o una maggior muscolatura cardiaca. Ad ogni singolo battito
nello sportivo il cuore riesce ad espellere più sangue quindi il cuore ha bisogno di meno battiti per espellere
la stessa quantità di sangue, in questo modo consuma meno energia essendo comunque efficiente. Anche il
sonno causa bradicardia fisiologica, specialmente nella prima fase del sonno c’è un rallentamento del
respiro e rallentano i parametri fisiologici tra cui il battito cardiaco. Nelle patologie della bradicardia ci sono
ipertiroidismo, ipertensione endocranica, farmaci quali betabloccanti.

L’altra informazione dell’ECG è la regolarità del battito cardiaco, se così non è si parla di aritmia. Si verifica
ad esempio quando il ventricolo produce un potenziale d’azione in più. Se si presenta molto
frequentemente può alterare il regolare ritmo cardiaco e causare diversi danni, altrimenti non è grave. Più
grave è la fibrillazione dove il ritmo è totalmente distrutto da potenziali d’azione causati dai ventricoli.
L’altra cosa importante è la forma e la distanza tra le onde. Il complesso QRS non viene sempre generato,
se non si trova il complesso QRS vuol dire che non si depolarizzano i ventricoli e quindi non si contraggono
(blocco cardiaco completo). Questo è generato a livello del tessuto di conduzione, non viene condotto il
potenziale d’azione dagli atri ai ventricoli. Il fatto che l’onda P non sia seguita dall’onda QRS vuol dire che la
contrazione degli atri non è seguita dalla contrazione dei ventricoli o per lo meno si contraggono solo
alcune volte, solo quando il potenziale d’azione riesce a propagarsi. Nelle miocardiopatie l’onda S ha un

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innalzamento. L’onda R rimane sopraelevata, c’è un innalzamento del complesso QRS, questo corrisponde
ad una depolarizzazione mantenuta dei ventricoli che non si ripolarizzano ed è dovuto al fatto che durante
l’infarto le cellule producono meno ATP quindi funzionano meno bene le pompe tra cui la sodio potassio
dove i gradienti ionici vengono alterati, si cambia il potenziale di membrana di queste cellule che
rimangono depolarizzate.

IL CICLO CARDIACO

Il ciclo cardiaco presenta quella serie di eventi che descrivono l’attività contrattile del cuore a livello degli
atri e dei ventricoli. Il ciclo cardiaco è rappresentato dall’alternanza di due fasi, una fase di diastole o
rilasciamento e una di sistole o contrazione, prima a carico degli atri poi a carico dei ventricoli. Queste fasi
sono collegate all’attività elettrica, non ci può essere contrazione se non arriva il potenziale d’azione. In
generale possiamo anche dire che la fase di diastole o rilasciamento corrisponde ad una fase in cui a livello
o degli atri o dei ventricoli c’è una diminuzione di pressione a livello delle pareti e gli atri o i ventricoli si
riempiono di sangue. Viceversa, nella fase di sistole si ha la contrazione della muscolatura dell’atrio o del
ventricolo. Alla contrazione corrisponde un aumento di pressione del sangue e anche uno svuotamento. La
pressione che aumenta determina anche la spinta per direzionare il sangue nel compartimento successivo.
Nella sistole atriale una parte del sangue viene spinta nei ventricoli, invece nella sistole ventricolare viene
spinta nelle arterie. Un ciclo cardiaco dura ad una frequenza normale di 70 bpm, circa 0.8 secondi. Il ciclo
cardiaco è composto da una sistole atriale che dura 0.1 secondi, una sistole ventricolare che dura 0.3
secondi mentre il tempo passato dagli atri ai ventricoli entrambi in diastole è di 0.4 secondi.

FASI DEL CICLO CARDIACO

 Fase tardiva della diastole. In questa fase sia gli atri che i ventricoli sono in diastole, sono quindi
rilasciati. Le valvole atrioventricolari (bicuspide e tricuspide) sono aperte, mentre le valvole
semilunari sono chiuse. In queste condizioni gli atri si sono riempiti di sangue proveniente dalle
vene (cave per l’atrio destro, polmonari per l’atrio sinistro), ma le valvole atrioventricolari sono
aperte, quindi il sangue passerà in parte anche nei ventricoli. In questa fase si ha quello che si
chiama riempimento ventricolare passivo. Parte del sangue che passa agli atri arriva anche nei
ventricoli perché le valvole sono aperte. Fine della fase tardiva della diastole.
 Il nodo senoatriale genera un potenziale d’azione che fa contrarre gli atri e fa passare così alla fase
della sistole atriale. La pressione degli atri aumenta e spingono il rimanente terzo di sangue nei
ventricoli (il sangue restante che non è entrato passivamente). La sistole dure circa 0.1 secondi.
 Il potenziale d’azione arriva tramite fascio di His e fibre di Purkinje ai ventricoli. Inizia la fase di
contrazione ventricolare isovolumica. I ventricoli cominciano a contrarsi, la pressione all’interno
dei ventricoli aumenta, a un certo punto la pressione dei ventricoli supera la pressione degli atri. Se
in una valvola la pressione nella camera successiva a valle supera quella a monte, le valvole si
chiudono. L’aumento di pressione quindi provoca la chiusura delle valvole. Le valvole semilunari in
questa fase sono ancora chiuse e inoltre si chiudono quelle atrioventricolari. Il ventricolo in questa
fase è una camera chiusa, non ha comunicazione né con gli atri né con le arterie. Anche se i
ventricoli si contraggono però non diminuiscono di volume (isovolumica).
 Eiezione ventricolare: Man mano che aumenta la pressione nei ventricoli, la pressione supera
quella delle arterie, si aprono quindi le valvole semilunari. Il sangue viene espulso nelle arterie. I
ventricoli a questo punto possono diminuire la loro dimensione, si rimpiccioliscono e spingono il
sangue nelle arterie.

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 Il potenziale d’azione di ripolarizza e si ha la fase di rilasciamento ventricolare, il ventricolo smette
di contrarsi e termina quindi il potenziale d’azione. Se i ventricoli si rilasciano, la pressione
diminuisce, se diminuisce la pressione e le arterie sono piene di sangue, succede che la pressione
delle arterie diventa maggiore di quella dei ventricoli. Le valvole semilunari allora si chiudono man
mano che i ventricoli si rilasciano e termina l’eiezione del sangue. Ma non solo, i ventricoli si
rilasciano sempre più tanto che la loro pressione scende anche al di sotto della pressione degli atri
che nel frattempo si stanno riempiendo di sangue dalle vene. Questo comporterà che la pressione
degli atri sarà maggiore di quella dei ventricoli facendo aprire le valvole atrioventricolari e facendo
così ripartire il ciclo.

08 OTTOBRE 2019

PRIMI DUE TONI CARDIACI

Sono i primi due battiti cardiaci che si possono ascoltare anche solo con l’orecchio. I primi due toni
corrispondo alla chiusura delle valvole. Il primo tono rappresenta la chiusura delle valvole atrioventricolari
che si ha quando il ventricolo si contrae e aumenta la sua pressione provocando la chiusura delle valvole
atrioventricolari, si chiama tono sistolico, il secondo tono detto anche tono diastolico è dovuto alla
chiusura delle valvole semilunari che avviene quando il ventricolo si sta rilasciando quindi la pressione
diminuisce rispetto a quella nelle arterie. Il tono terzo e il tono quarto si possono ascoltare invece solo allo
stetoscopio, il terzo è dovuto al flusso turbolento del sangue nella fase di riempimento dei ventricoli.
Distinguiamo due tipi di flussi, un flusso sanguigno chiamato flusso laminare, è un flusso che possiamo
approssimare ad un movimento di un flusso per sezioni parallele. Immaginiamo che il volume del sangue sia
composto da tanti strati paralleli che si muovono l’uno sull’altro. Questo tipo di flusso non crea rumore, se
invece il flusso diventa turbolento la direzione delle varie componenti del fluido non sono più parallele le
une alle altre ma diventano irregolari, allora si avrà un flusso turbolento sia nei vasi che a livello cardiaco
che crea rumore. In particolare, il terzo tono cardiaco è dovuto al flusso turbolento del sangue che si porta
dagli atri ai ventricoli in modo passivo. Il tono cardiaco quarto è un flusso turbolento che si ha durante la
sistole atriale, il sangue viene spinto dagli atri ai ventricoli in modo non passivo. Abbiamo anche altri toni
che possiamo definire anomali. Lo schiocco: se i lembi connettivali delle valvole si aprono e si chiudono in
modo anomalo danno origine a degli scocchi. Il soffio è dovuto al fatto che il sangue si muove più
velocemente e quindi è più facile che vada incontro a flusso turbolento e crea rumore. Nel giovane spesso è
fisiologico, nell’adulto se si sentono dei soffi possono essere legati a patologie in particolar modo valvolari.
Le valvole o non si chiudono completamente e si parla di insufficienza valvolare, oppure valvole che non
riescono ad aprirsi completamente, si parla di stenosi valvolare. Il sangue passando tra le valvole non
completamente aperte fa rumore e da origine ai soffi.

DIAGRAMMA DI WIGGERS

È un diagramma che si usa per capire cosa succede durante il ciclo cardiaco. Mette in correlazione l’onda
dell’elettrocardiogramma con i toni cardiaci con altri parametri. Questi altri parametri sono rappresentati
dalla pressione dei ventricoli sinistro e destro, dalla pressione delle arterie, dalla pressione degli atri sinistro
e destro, o dal volume ventricolare sinistro e destro. Vengono rappresentate le variazioni di tutti questi
parametri durante il ciclo cardiaco.

Nella fase in cui il ventricolo e l’atrio sono in diastole siamo nell’onda P o nella primissima fase dell’onda P,
poi si ha l’onda P vera e propria che rappresenta la depolarizzazione e quindi la contrazione degli atri. La

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pressione dell’atrio aumenta perché l’atrio si contrae, aumenta anche la pressione del ventricolo perché
anche se non si sta contraendo subisce il riempimento passivo da parte dell’atrio. Dopo termina la sistole
atriale, si ha l’onda QRS che è associata alla depolarizzazione ventricolare, la pressione ventricolare infatti
aumenta, da circa 0 arriva nel ventricolo sinistro fino a 120 mm/Mg. La pressione invece dell’aorta durante
la diastole ventricolare sale man mano che sale la pressione nel ventricolo. Quando la pressione del
ventricolo supera quella dell’aorta si apre la valvola semilunare. La pressione del ventricolo aumenta e man
mano aumenta anche quella dell’aorta. La pressione nel ventricolo diminuisce, scende sotto alla pressione
dell’aorta e quando la pressione del ventricolo scende sotto quella dell’aorta si chiude la valvola
semilunare. La pressione del ventricolo scende sempre di più finché scende sotto quella dell’atrio e in
questa condizione si ha l’apertura della valvola atrioventricolare che si era chiusa all’inizio della sistole
ventricolare.

Il volume di sangue del ventricolo aumenta nella prima fase quando il ventricolo si riempie di sangue e
diminuisce quando il ventricolo spinge il sangue nell’aorta, riaumenta quando riceve il sangue dall’atrio,
varia tra circa 130 e 160 mm/Mg.

L’andamento delle pressioni tra parte destra e sinistra del cuore è abbastanza simile. La pressione nel
ventricolo e nell’aorta polmonare raggiunge una pressione massima di 130-40 mm/Mg, relativamente
maggiore del ventricolo destro perché il ventricolo sinistro deve spingere il sangue nel circolo polmonare
che oppone una resistenza minore. Mentre il ventricolo sx ha una pressione che varia tra 0 e 120, la
pressione nell’aorta varia da un minimo di 80 a un massimo di 120, non va mai a zero. Se l’aorta avesse
pressione zero non ci sarebbe circolo sanguigno nel circolo sistemico. Il minimo di 80 garantisce che il flusso
sanguigno non sia intermittente, ma continuo. Nella parte destra del cuore l’arteria polmonare varia tra
circa 20 di minima e 30 di massima, valori inferiori all’aorta. Le variazioni del volume ventricolare sono
uguali per il ventricolo sinistro e destro. Quindi mentre le pressioni sono diverse, la quantità di sangue che
esce dai due ventricoli nell’unità di tempo è uguale.

VOLUMI VENTRICOLARI

 Volume telediastolico (EDV) è il volume di sangue che è contenuto in entrambi i ventricoli alla fine
della diastole. È il massimo volume di sangue che si ha nei ventricoli ed in media a riposo è di 130
ml.
 Volume telesistolico, (ESV) è il volume che abbiamo quando tutto il sangue è stato espulso a fine
sistole, e arriva a 60 ml. La differenza con quello precedente
 Volume di eiezione ventricolare o gittata sistolica, è la differenza tra il volume telediastolico e il
volume telesistolico e rappresenta il volume di sangue che viene espulso da ogni ventricolo ad
ogni ciclo cardiaco. EDV-ESV= 130-60=70 ml

Il ventricolo non si svuota completamente quando si rilascia, a fine sistole ci sono ancora 60 ml di sangue
nel ventricolo. Possiamo anche aumentare la gittata sistolica, se a riposo venisse espulso tutto il sangue nel
ventricolo, quando si è sotto sforzo fisico non si potrebbe aumentare questo valore. È un fattore di
sicurezza che permette di aumentare la gittata sistolica quando serve in condizioni di sotto sforzo. A riposo
una minima quantità di sangue deve rimanere dentro il ventricolo. Con la diastole viene riempito fino a 130
ml e con la sistole ventricolare 70 ml verranno riespulsi nelle arterie per ritornare ad una quantità 60 ml a
riposo.

FISIOLOGIA CARDIOVASCOLARE: REGOLAZIONE DELL’ATTIVITA’ CARDIACA

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GITTATA CARDIACA (GC)

È il volume di sangue pompato da ogni ventricolo in un minuto e si esprime in ml/min. Come la gittata
sistolica anche quella cardiaca è uguale per i due ventricoli, entrambi i ventricoli espellono la stessa
quantità di sangue in un minuto. Per rappresentare con un’equazione la gittata cardiaca in funzione della
gittata sistolica:

GC=GS x FREQUENZA CARDIACA (bpm)

Se abbiamo una frequenza di 70 bpm alla gittata sistolica, la gittata cardiaca è 4900 ml/min (*). Entrambi i
ventricoli espellono nelle arterie circa 5 L di sangue al minuto (a riposo). Durante l’esercizio fisico la gittata
cardiaca può variare anche a 20-25 L/min. Gittata sistolica = 70ml/min

(*) GC = 70 bpm x 70 ml/min = 4900 ml/min

Riserva cardiaca: GC max – GC a riposo

È il margine di aumento che si può avere della gittata cardiaca per adattarsi alle esigenze dell’organismo. Se
la gittata è di 5 L e arriviamo a 20 L abbiamo una riserva cardiaca di 15L. è necessario aumentare la gittata
cardiaca per mandare più sangue ai muscoli scheletrici e al cuore che sono impegnati nello sforzo.

PER REGOLARE LA GC SI PUO’ REGOLARE LA FREQUENZA O LA GITTATA SISTOLICA

Per cambiare la gittata cardiaca si può cambiare la frequenza o la gittata sistolica oppure entrambi. Per
cambiare la frequenza cardiaca bisogna cambiare il numero dei potenziali d’azione che vengono generati al
minuto, dal numero di potenziali deriva anche il numero di contrazioni. Per aumentare il numero dei
potenziali del cuore si agisce a livello del nodo senoatriale. Per regolare la frequenza si regola il numero di
potenziali d’azione generati nel nodo senoatriale. Per cambiare la gittata sistolica invece si va a cambiare la
forza di contrazione determinata dal miocardio contrattile, il ventricolo espelle più sangue se si contrae con
più forza. Di fatto per regolare la gittata cardiaca possiamo regolare la frequenza e/o la gittata sistolica.

Per variare la frequenza si attiva il sistema nervoso autonomo. Sia il simpatico che il parasimpatico possono
variare la frequenza. Per variare la gittata sistolica abbiamo due tipi di controllo, un controllo detto
intrinseco che viene attuato dalle cellule muscolari del cuore stesso senza interventi esterni che avverrà
secondo la legge di Frank-Starling. In più abbiamo anche un controllo estrinseco dovuto a elementi esterni
al cuore e qui entra in gioco il sistema nervoso autonomo soprattutto l’ortosimpatico che è in grado di
variare la forza di contrazione del miocardio contrattile.

CONTROLLO NERVOSO DELL’ATTIVITA’ CARDIACA

Il sistema nervoso autonomo è in grado di regolare sia la frequenza che la forza di contrazione. Il SNA
regola l’attività cardiaca, sia la frequenza che la forza di contrazione, sotto il controllo di una serie di
neuroni o centri nervosi che si trovano nel centro encefalico e che prendono il nome di centro di controllo
cardiovascolare. È una rete neuronale che si trova a livello encefalico soprattutto a livello del midollo
allungato (parte più bassa del tronco encefalico). Il tronco encefalico, che collega midollo spinale con
l’encefalo, è formato dal midollo spinale, il ponte e il mesencefalo. Nel midollo allungato c’è il centro di
controllo cardiovascolare che controlla l’attività del cuore, e le funzioni di altri organi interni quali la
respirazione. Il centro di controllo cardiovascolare a sua volta è sotto l’influenza di aree che si trovano
nell’encefalo di ordine superiore come ipotalamo o amigdala che a loro volta danno i comandi al sistema

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nervoso autonomo. In sequenza si attivano centro di controllo, amigdala e sistema nervosa autonomo. Tutti
questi sistemi non sono indispensabili per il battito cardiaco, il cuore ha una sua attività spontanea dovuta
al centro pacemaker che si trova nel nodo senoatriale. Questi sistemi servono a regolare l’attività
spontanea cardiaca aumentandola o diminuendola, sono solo sistemi modulatori.

Effetti principali

 L’ortosimpatico provoca un aumento dell’attività del cuore. Se il centro di controllo cardiovascolare


attiva l’ortosimpatico, quest’ultimo aumenta l’attività del cuore. Aumenta la frequenza, aumenta la
forza di contrazione soprattutto a livello dei ventricoli e anche la velocità della conduzione del
potenziale d’azione dagli atri verso i ventricoli. L’aumento di frequenza si chiama effetto
cronotropo positivo. Il sistema ortosimpatico ha un effetto cronotropo positivo sulla frequenza.
L’aumento della forza di contrazione si chiama ionotropo positivo, l’aumento della velocità di
conduzione di chiama dromotropo positivo.
 Il parasimpatico svolge un effetto cronotropo negativo, cioè diminuisce la frequenza. Questo è
l’effetto maggiore, gli altri due sono meno importanti. Abbiamo un effetto ridotto dromotropo
negativo e un effetto modesto ionotropo negativo soprattutto a livello degli atri, cioè durante la
sistole atriale. L’effetto principale però è il cronotropo negativo.

COME IL SISTEMA NERVOSO AUTONOMO REGOLA LA FREQUENZA CARDIACA

L’ortosimpatico ha un effetto di aumento della frequenza mentre il parasimpatico la diminuisce. La


frequenza intrinseca del nodo senoatriale sarebbe 100 bpm, siccome ne abbiamo 70 abbiamo una
attivazione tonica del parasimpatico che rallenta il cuore (condizione normale fisiologica). Se attiviamo
l’ortosimpatico, invece di avere due potenziali d’azione ne abbiamo tre, effetto cronotropo positivo. Per
variare il numero di potenziale d’azione generati dal nodo senoatriale bisogna vedere la differenza dei
potenziali d’azione in entrambi i sistemi. Nell’ortosimpatico cambia la salita del potenziale d’azione e
questo è causato dall’apertura dei canali funny. La fase di salita e cioè di depolarizzazione per raggiungere il
valore soglia è determinata dai canali funny, per rendere più ripida e più lenta la salita si modificano i canali
funny, proprio quello che fanno il sistema simpatico e parasimpatico.

Curva di attivazione di un canale: fa vedere la percentuale dei canali che si aprono durante la
depolarizzazione di membrana, il canale voltaggio dipendente si apre in funzione del voltaggio. La
percentuale di canali aperti varia a seconda del potenziale di membrana. A 100 mV tutti i canali sono aperti,
a 0 mV tutti i canali sono chiusi. La curva verde è quella che rappresenta l’attivazione del canale funny nel
nodo senoatriale senza modulazione da parte del sistema nervoso autonomo. Il cento per cento dei canali
funny sono aperti quando siamo a potenziali negativi, e invece il numero dei canali chiusi aumenta a
potenziali positivi. Al potenziale di riposo delle cellule del nodo senoatriale abbiamo circa il 70% dei canali
funny aperti. Se attiviamo l’ortosimpatico (curva rossa) a -60 mV abbiamo quasi 100 canali aperti, cioè quasi
tutti. Se attiviamo il parasimpatico (curva blu) si aprono meno canali funny. A -60 solo il 20% dei canali
funny si apre. Quindi l’ortosimpatico aumenta il numero di canali che si aprono al potenziale di riposo, il
parasimpatico viceversa diminuisce il numero dei canali che si aprono. Questo cambia la velocità in cui si
raggiunge il valore soglia. L’ortosimpatico aumenta la probabilità di apertura dei canali funny, il
parasimpatico diminuisce la possibilità di apertura. Come fanno il para e l’ortosimpatico a variare l’apertura
dei canali? Il canale funny è formato da 4 subunità a sei segmenti transmembrana, in più ha anche
l’estremità C terminale che contiene un dominio intracellulare di legame dell’AMP ciclico (dominio CNB).

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Maggiore è la quantità di AMP ciclico che si lega al dominio di legame, maggiore è la probabilità
dell’apertura dei canali. L’ortosimpatico va ad agire sull’AMP ciclico, aumenta l’AMP ciclico intracellulare
che si lega al suo dominio CNB e più canali si aprono a -60 mV. Viceversa, uno degli effetti del parasimpatico
è quello di diminuire l’AMP ciclico, se c’è poco AMP poco se ne legherà poco ai canali CNB e pochi canali
funny si apriranno. Maggiore è la concentrazione intracellulare di AMP ciclico maggiore è l’apertura dei
canali funny, con conseguente fase di depolarizzazione più rapida e maggiore frequenza, viceversa per il
parasimpatico.

SISTEMA ORTOSIMPATICO

A livello gangliare il sistema ortosimpatico rilascia acetilcolina, a livello del cuore rilascia invece
noradrenalina. La noradrenalina si lega a recettori metabotropici che si chiamano recettori adrenergici, nel
cuore i recettori per la noradrenalina sono di tipo β1-adrenergici delle cellule pacemaker. A questo punto si
attiva la via dell’AMP ciclico, quindi il rilascio di noradrenalina porta all’aumento di AMP ciclico nelle cellule
pacemaker che si lega ai canali funny nel sito particolare di legame (dominio CNB) e provoca una maggiore
apertura dei canali, questo provoca un aumento di rapidità della fase di depolarizzazione per raggiungere il
valore soglia, in questo modo aumenta la scarica del potenziale d’azione. Si sente il cuore che batte più
velocemente. Serve al cuore a pompare più sangue nelle arterie. Quando si attiva l’ortosimpatico aumenta
anche la velocità di conduzione dagli atri ai ventricoli: effetto cronotropo positivo. Ha un effetto cronotropo
positivo.

SISTEMA PARASIMPATICO

Ha un effetto cronotropo negativo. Uno dei meccanismi è quello di diminuire il numero di canali funny che
si aprono e quindi rallentare la velocità con cui viene raggiunto il valore soglia. Il nervo parasimpatico che
innerva il cuore si chiama nervo vago e rappresenta il decimo paio dei nervi cranici. Il nervo vago oltre ad
innervare il cuore innerva anche lo stomaco, l’intestino i reni ecc. Il parasimpatico ha i neuroni pregangliari
del nervo vago che si trovano nel tronco encefalico in particolare nel midollo allungato. I gangli del
parasimpatico sono all’interno degli organi bersaglio, infatti i gangli si trovano direttamente dentro alla
parete muscolare miocardica. I neuroni pregangliari hanno assoni molto lunghi che dal midollo allungato si
portano dentro la parete cardiaca. Abbiamo diverse fibre parasimpatiche che vanno ad innervare il nodo
senoatriale. I neurotrasmettitori del parasimpatico rilasciano a livello pregangliare e postgangliare
acetilcolina che si lega a recettori muscarinici metabotropici a livello delle cellule pacemaker (nodo
senoatriale). L’attivazione dei recettori muscarinici ha due effetti. Uno è opposto a quello della
noradrenalina, determina l’inibizione della via dell’AMP ciclico. I canali funny verranno inibiti, si aprono
meno canali funny rispetto al normale. Questo ha come effetto il rallentare la frequenza. Un altro effetto
dell’attivazione dei recettori muscarinici è legato alla proteina G, quando l’acetilcolina si lega ai recettori
muscarinici attivano la proteina G che si dissocia in alfa + GTP che inibisce i canali funny, e nel complesso
beta gamma che va a legarsi dal lato intracellulare a dei canali potassio che si trovano sulle cellule
pacemaker, si chiamano canali Km perché sono attivati dai recettori muscarinici. Si aprono quando il
complesso beta gamma si lega a questi canali. L’apertura dei canali potassio mantiene il potenziale di
membrana negativo e ostacola la depolarizzazione per raggiungere il valore soglia. Da un lato si rende più
difficile aprire i canali funny, dall’altro si aprono dei canali potassio che iperpolarizzano la membrana,
quindi le cellule per raggiungere il potenziale soglia impiegano più tempo, diminuisce la frequenza e la
conduzione dei potenziali d’azione. Effetto cronotropo negativo. Inoltre, diminuisce anche la conduzione
dei potenziali d’azione verso i ventricoli.

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14 OTTOBRE 2019

MECCANISMI DI CONTROLLO DELLA GITTATA SISTOLICA.

La regolazione della gittata sistolica è rappresentata dalla regolazione della forza di contrazione. Per variare
il volume di sangue che viene espulso da ogni ventricolo ad ogni battito si regola la forza di contrazione.
Maggiore è la forza con cui i ventricoli si contraggono, maggiore è il sangue che viene espulso dal ventricolo
alle arterie. Per regolare la forza di contrazione abbiamo due tipi di controllo. Uno intrinseco che viene
attuato da cuore stesso, sono le cellule ventricolari che da sole in modo autonomo compiono questo tipo di
regolazione secondo la legge di Frank Starling, l’altro tipo di controllo è estrinseco e viene operato dal SNA
in particolare dell’ortosimpatico in grado nelle cellule contrattili dei ventricoli di aumentare la forza di
contrazione. È estrinseco perché viene dall’esterno e non è operata del tutto dal cuore.

REGOLAZIONE INTRINSECA

LA LEGGE DI FRANK-STARLING

Quando il flusso del sangue che torna al cuore attraverso i vasi venosi varia, il cuore adatta
automaticamente il flusso in uscita a quello in entrata. Il flusso in uscita è la gittata cardiaca, quindi
possiamo dire che se varia il flusso di sangue che torna al cuore, il cuore varia in modo proporzionale la
gittata cardiaca. Il flusso di sangue che torna al cuore attraverso le vene prende il nome di ritorno venoso,
cioè il volume di sangue che torna ad ogni atrio ad ogni minuto, è il corrispondente in entrata della gittata
cardiaca. Questa legge dice che il ritorno venoso è uguale al volume di sangue che ogni minuto viene
espulso (gittata cardiaca). RV=GC Se RV aumenta, aumenta anche GC.

Il ritorno venoso può variare per diversi fattori:

 pompa muscolare: prevede l’azione dei muscoli degli arti inferiori. Se una persona sta ferma per
molto tempo in piedi, si rigonfiano gli arti inferiori perché il sangue ristagna, mettendo i muscoli in
movimento si favorisce il ritorno del sangue al cuore.
 Pompa respiratoria: si crea una specie di aspirazione che richiama il sangue verso il cuore
 Azione sistema ortosimpatico: stringe le vene e favorisce il ritorno al cuore.

Se aumenta il ritorno venoso verso gli atri, aumenta quindi anche il sangue che dagli atri passa nei
ventricoli. Aumenta la distensione del ventricolo durante la diastole (volume telediastolico), la muscolatura
del ventricolo risulta più distesa, per la legge di Frank Starling un aumento di dimensione del ventricolo
provoca un aumento della forza di contrazione durante la sistole. Più il ventricolo si distende in diastole, pi
contiene sangue e più aumenta la contrazione in sistole e quindi aumenta la gittata sistolica con
conseguente aumento della gittata cardiaca.

RELAZIONE LUNGHEZZA-TENSIONE

Più si allunga e si distende il ventricolo, maggiore sarà la forza con cui il ventricolo si contrae perché le teste
della miosina creano più ponti trasversali. È la relazione lunghezza-tensione. Se aumentiamo la lunghezza
del muscolo a riposo aumenta anche la forza di contrazione prodotta perché si riflette sul numero di legami
tra actina e miosina. Maggiore è la lunghezza del muscolo a riposo e maggiore è la tensione. Cambia la
sovrapposizione dei filamenti spessi e dei filamenti sottili, si formano più ponti e quindi si produce più forza.
Ci sono alcune differenze tra il muscolo scheletrico e quello cardiaco, il muscolo scheletrico a riposo è alla

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sua lunghezza ottimale, invece il muscolo cardiaco a riposo (cioè quando è in diastole) ha una lunghezza
inferiore alla lunghezza ottimale, ma se stiriamo il muscolo in diastole produciamo più forza. L’aumento del
volume telediastolico produce un aumento della gittata sistolica, ed è dovuta al grado di sovrapposizione
tra filamenti spessi e filamenti sottili. Questa relazione è valida solo in condizioni fisiologiche, cioè quando il
ventricolo aumenta il suo volume telediastolico in maniera fisiologica, ma ci sono anche delle
cardiomiopatie dilatative per cui per vari motivi il cuore subisce una dilatazione soprattutto del ventricolo
sinistro, in questo caso invece, se i ventricoli si dilatano per motivi patologici, le contrazioni diventano più
deboli e si va incontro ad insufficienza cardiaca. Lo sforzo che deve fare il cuore è maggiore del normale
quindi diventa meno efficiente.

Attraverso studi successivi si sono messi in evidenza altri meccanismi legati a particolari proteine a livello
molecolare. Esiste una proteina che si chiama titina che collega i filamenti spessi alla linea Z che delimita il
sarcomero. Anche i filamenti sottili sono ancorati alle linee Z attraverso la titina, una proteina che può
cambiare la sua conformazione, può essere più accorciata o più allungata, quando si distende di più la fibra
muscolare, la proteina passa da una conformazione accorciata a quella allungata e questo provoca un
avvicinamento tra filamento spesso e sottile, questo favorisce la formazione di ponti e quindi potrebbe
essere alla base dell’aumento della forza di contrazione. Minore è la distanza tra filamenti spessi e sottili e
maggiore è il numero di ponti che si possono formare. In più si è visto che l’aumento della diastole provoca
un aumento dell’affinità della troponina C per il calcio, il calcio che si lega fa spostare la tropomiosina e si
possono così creare un numero maggiore di ponti aumentando di nuovo la contrazione. Mutazioni sia a
carico della titina che della troponina si riflettono sulla contrazione, il ventricolo si contrae con meno forza
e provoca cardiomiopatie.

VANTAGGI IMPORTANTI DELLA REGOLAIZONE INTRINSECA

Ci sono alcune funzioni importanti per questo tipo di regolazione:

 Regolazione delle dimensioni ventricolari, impedisce un’eccessiva dilatazione. Se c’è un forte


aumento del ritorno venoso nell’atrio e il sangue non venisse espulso dal ventricolo provocherebbe
una dilatazione eccessiva che potrebbe poi provocare nel tempo una dilatazione patologica.
 Equalizzazione tra lato dx e lato sx. La gittata cardiaca destra può risultare maggiore della gittata
cardiaca sinistra. Il sangue esce dalle arterie polmonari, va nel circolo polmonare e rientra nell’atrio
sinistro. Secondo il meccanismo di Frank Starling la gittata cardiaca espulsa dall’atrio destro torna
all’atrio sinistro come ritorno venoso. Se uno dei due ventricoli ha una gittata cardiaca maggiore,
nell’altro ventricolo (che ha una minore gittata cardiaca) si ha un maggiore ritorno venoso in modo
da rendere uguale la gittata cardiaca nei due ventricoli per far sì che non ci sia un accumulo di
sangue nei due ventricoli. Se non ci fosse la legge di Frank Starling il sangue non riuscirebbe ad
essere espulso a sinistra e si accumulerebbe sangue nel circolo polmonare. Se si accumula il sangue
nel circolo polmonare si forma l’edema polmonare, accumulo di liquido nei tessuti che viene filtrato
a livello dei polmoni. L’edema polmonare è pericoloso perché se si accumula acqua tra gli alveoli e
il sangue vengono compromessi gli scambi gassosi.
 Durante l’attività fisica aumenta il ritorno venoso, aumenta il volume di sangue che torna al cuore
ogni minuto. Aumenta l’azione della pompa muscolare, si attiva il sistema ortosimpatico e si
aumenta quindi il ritorno venoso, questo poi si riflette in un aumento della gittata sistolica, più
sangue torna al cuore e più sangue esce come gittata sistolica. È vantaggioso perché più sangue
viene espulso e più aumenta l’irrorazione dei muscoli durante l’esercizio.

34
REGOLAZIONE ESTRINSECA DELLA GITTATA SITOLICA.

Si può aumentare la gittata sistolica aumentando la forza di contrazione dei ventricoli anche andando ad
attivare il sistema ortosimpatico. Il parasimpatico ha un effetto meno rilevante sulla contrazione
ventricolare. Con il sistema ortosimpatico oltre ad aumentare la frequenza e la velocità di conduzione
abbiamo anche l’aumento della forza di contrazione o contrattilità (effetto ionotropo positivo) che si
riflette in un aumento di gittata sistolica e un altro effetto chiamato lusitropo, è l’aumento della velocità di
ricaptazione del calcio a livello del reticolo. Questi due meccanismi portano ad un aumento della gittata che
viene espulsa ad ogni ciclo.

 Aumento frequenza
 Aumento velocità conduzione
 Aumento contrattilità (aumento ionotropo positivo)
 Aumento velocità ricaptazione calcio (lusitropo positivo)

EFFETTO INOTROPO POSITIVO

Il cuore è innervato dal sistema nervoso ortosimpatico attraverso una catena di neuroni, i pregangliari nel
midollo spinale nel tratto toracico, e i neuroni postgangliari che innervano le fibre del cuore, le cellule
contrattili dei ventricoli. Il neurotrasmettitore che viene rilasciato è la noradrenalina, viene rilasciato sulle
cellule contrattili, in particolare su quelle dei ventricoli, e si lega a dei recettori β1-adrenergici come quelli
presenti nel nodo senoatriale. Sono recettori metabotropici accoppiati a proteina G. L’effetto del legame
della noradrenalina con il recettore β1 attiva la proteina Gs, questa a sua volta attraverso la subunità alfa
più GTP attiva l’adenilato ciclasi che porta a sua volta alla sintesi di AMP ciclico. Mentre il nodo senoatriale
era direttamente regolato dall’AMP ciclico, in questo caso l’AMP ciclico attiva la protein chinasi A la quale
poi media una serie di effetti. La chinasi A fosforila dei substrati, ad esempio attacca gruppi fosfati ai canali
calcio voltaggio dipendenti che si trovano sulla membrana. Aumenta così la conduzione di questi canali
perché passano più ioni e quindi passa più calcio. I canali vengono aperti durante il plateau, il calcio entra e
va a sua volta ad aprire i canali per la rianodina provocando l’uscita di altro calcio. La chinasi A aumenta
l’entrata di calcio attraverso i canali voltaggio dipendenti, in modo che più calcio si leghi ai canali per la
rianodina che faranno a loro volta uscire altro calcio. La chinasi A fosforila anche direttamente i canali per la
rianodina per aumentare la conducibilità e potenziarli in modo che possa uscire ancora più calcio. Il calcio si
lega alla troponina per permettere una maggiore formazione di legami tra actina e miosina e favorire la
contrazione. Un altro effetto della protein chinasi A agisce sulle teste della miosina dove provoca un
aumento dell’attività ATPasica, cioè la miosina riesce più velocemente a degradare ATP facilitando la
formazione dei ponti tra actina e miosina, l’effetto finale è quello di produrre una forza di contrazione
maggiore.

Maggiore formazione di legami tra miosina e actina  maggiore contrazione.

Questi meccanismi portano ad un aumento di forza sviluppata nei ventricoli e quindi aumenta la gittata
sistolica, e un maggiore volume di sangue viene espulso nelle arterie.

EFFETTO LUSITROPO POSITIVO

L’altro effetto è legato all’attivazione dell’ortosimpatico che provoca sempre un aumento della forza di
contrazione, si chiama effetto lusitropo positivo. È dovuto al rilascio della noradrenalina. La noradrenalina

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si lega a recettori β1, attiva la via dell’AMP ciclico e si forma la protein chinasi A che ha anche l’effetto di
aumentare la velocità di ricaptazione del calcio nel reticolo sarcoplasmatico. Una volta che il ventricolo si è
contratto il calcio deve ritornare a livelli basali. Per farlo ritornare alla giusta concentrazione c’è bisogno
durante il rilasciamento delle pompe per il calcio che si trovano sulla membrana plasmatica e sul reticolo
sarcoplasmatico. Alla fine della contrazione ci deve essere una ricaptazione del calcio sia verso l’interno nel
reticolo sia verso l’esterno. Più velocemente avviene questo meccanismo e più calcio viene introdotto
all’interno del reticolo in tempi rapidi, quindi si hanno due conseguenze: viene reso disponibile più
rapidamente altro calcio per un circolo successivo, e sarà presente più calcio per il circolo successivo.
Quando si attiva la protein chinasi A si attiva una proteina chiamata fosfolambano che è associata alla
pompa per il calcio sul reticolo sarcoplasmatico chiamata SERCA. Quando il fosfolambano non è fosforilato
inibisce la pompa SERCA e la rende meno efficiente. Quando viene fosforilato il fosfolambano, l’inibizione
viene rimossa e la pompa SERCA è più efficiente. Questo ha l’effetto di rendere più rapidamente il calcio
disponibile al ciclo successivo ed aumentare il calcio che verrà rilasciato nel ciclo successivo, entrambi i
meccanismi portano ad un aumento della contrazione.

CONTROLLO ORMONALE

La regolazione estrinseca dell’attività cardiaca non si attua solo attraverso il controllo nervoso, ma ci sono
anche altri tipi di controllo estrinseci che si attuano sul cuore. Tanti ormoni possono variare l’attività del
cuore. I più importanti sono:

 adrenalina: viene rilasciata dalla midollare del surrene. Lo stimolo che induce il rilascio
dell’adrenalina è la situazione particolare in cui il neurone pregangliare ortosimpatico che si trova
all’interno del midollo forma sinapsi con la midollare del surrene e stimola il rilascio di adrenalina.
Viene rilasciata soprattutto adrenalina ma in minima parte anche noradrenalina. Gli effetti
dell’adrenalina sul cuore sono gli stessi del sistema ortosimpatico, aumento della frequenza ed
aumento della gittata sistolica.
 Corticale del surrene: produce vari ormoni tra cui il cortisolo, che ha effetti vari tra cui quello di
aumentare l’attività cardiaca. Sembra che il meccanismo principale sia quello di andare a stimolare
la secrezione di adrenalina. Il cortisolo aumenta la secrezione di adrenalina e aumenta quindi
l’attività cardiaca, la frequenza e la gittata sistolica.
 Ormoni tiroidei: T3 e T4 provocano un’azione positiva sul cuore aumentando la forza di
contrazione ma anche la frequenza, non tanto in modo diretto ma andando ad attivare
l’ortosimpatico, invece direttamente sono in grado di aumentare la forza di contrazione.
 Ormoni del pancreas endocrino: insulina e glucagone aumentano la gittata sistolica e la
contrazione.

CONTROLLO CHIMICO

Abbiamo delle cellule chiamate chemiocettori che sono sensibili alle pressioni parziali di ossigeno e CO2 nel
sangue e variazioni di questi gas provocano variazioni dell’attività cardiaca. Ad esempio, se cala l’ossigeno
nel sangue, la frequenza e la forza di contrazione del cuore aumentano perché si deve espellere più sangue
nei vasi per portare più ossigeno ai tessuti. L’ossigeno influenza fortemente l’attività cardiaca.

36
METABOLISMO MUSCOLO CARDIACO

Le pompe a livello del cuore sono importanti, ma se non c’è ATP le pompe non funzionano, si distruggono i
gradienti ionici e si accumula calcio all’interno. Il cuore fa fatica a produrre ATP solo con processi anaerobici
come la glicolisi ma richiede un forte apporto di O2 perché il cuore ha un metabolismo aerobico. L’ATP
viene prodotto nel caso del muscolo cardiaco con l’ossigeno perché ha un metabolismo aerobico. Per
fornire l’ossigeno sufficiente esiste il circolo coronarico delle arterie che costituiscono il circolo delle
coronarie che alimentano il cuore e devono essere in grado di garantire una maggiore quantità di ossigeno
proporzionato alle necessità del cuore. Le fonti da cui il cuore trae energia sono acidi grassi o glucosio. Se
abbiamo abbastanza glucosio nel sangue il cuore ricava ATP dal glucosio altrimenti intacca le riserve degli
acidi grassi. Per questo è così pericolosa la condizione di occlusione delle coronarie. Impediscono al sangue
di arrivare in quella zona e quindi anche all’ossigeno, si ha quello che viene chiamato infarto per ischemia a
seguito di scarso invio di ossigeno. Quando le cellule miocardiche non ricevono abbastanza ossigeno le
cellule inizialmente cambiano il loro funzionamento, se non producono abbastanza ATP per l’assenza di
ossigeno si attivano delle pompe ioniche e si ha un cambiamento delle onde QRS, questo è dovuto al fatto
che le pompe ioniche non funzionano e possono portare a lungo andare anche a necrosi o apoptosi delle
cellule quindi alla perdita del tessuto cardiaco. SLIDE

FISIOLOGIA CARDIOVASCOLARE
FISIOLOGIA DELLE ARTERIE E DELLE ARTERIOLE

PRINCIPI DI EMODINAMICA

Per il singolo vaso possiamo introdurre la relazione:

∆P
Q=
R

Q è il flusso che passa attraverso un singolo vaso. È il volume di sangue che fluisce attraverso una sezione
trasversale del vaso nell’unità di tempo. Il flusso attraverso il vaso è proporzionale a ∆P, cioè la differenza di
pressione all’estremità del vaso (Dani ti voglio bene) ed è inversamente proporzionale alla resistenza che il
vaso pone al passaggio del sangue per la presenza di attrito.

Se ai capi del vaso non c’è differenza di pressione e quindi ∆P=0, il flusso sarà uguale a 0, quindi perché ci
sia il flusso ci deve essere una differenza di pressione ai lati del vaso. Il flusso dipende dal gradiente di
pressione. A parità di resistenza quello che conta è la differenza di pressione. I fattori che determinano la
resistenza:

8 Lⴄ
R=
π r4

R^4 è il raggio del vaso, ⴄ è la viscosità del sangue. La resistenza è proporzionale alla lunghezza del vaso,
alla viscosità del sangue ed inversamente proporzionale alla quarta potenza del raggio del vaso. La viscosità
del sangue varia a seguito del numero di eritrociti circolanti, il sangue diventa più viscoso ed incontra più
attrito. Più il vaso è grande di diametro e minore sarà la resistenza, e viceversa.

Il parametro maggiormente modificabile è la variazione del raggio del vaso, specialmente a livello delle
arteriole che sono in grado di far variare il raggio variando in modo significativo la resistenza. Se si aumenta

37
il raggio diminuisce la resistenza e viceversa. A parità di gradiente di pressione, il maggior flusso sarà nel
vaso con il diametro maggiore perché c’è meno resistenza. Se sostituiamo R (la resistenza) con la formula
precedente:

π r4∆P
Q= Compendia tutti i fattori che influenzano la portata circolatoria (o flusso) in un vaso. Facendo
8 Lⴄ
variare questi parametri varierà anche il flusso.

A livello del circolo sistemico, partendo dal ventricolo sinistro, c’è l’aorta che si dirama in una serie di
arterie che danno origine alle arteriole che a loro volta daranno origine ai capillari. I capillari confluiscono in
venucole che confluiscono in vene sempre più grandi fino ad arrivare alle vene cave che rientrano nell’atrio
destro per riportare il sangue nel circolo polmonare. Le arterie hanno come proprietà l’elasticità, le
arteriole sono in grado di far variare il loro diametro, importante per far variare la resistenza. Hanno un
raggio variabile. I capillari hanno la funzione di permettere gli scambi di sostanze di gas, sostanze nutritizie
e cataboliti per questo hanno un piccolo spessore. Le vene hanno come compito quello di raccoglie il
sangue per riportarlo al cuore.

FLUSSO EMATICO NELL’INTERO SISTEMA CIRCOLATORIO

La stessa legge del singolo vaso la si può applicare ad un intero circolo sia sistemico che polmonare. Il flusso
attraverso il circolo sistemico o polmonare è uguale alla differenza di pressione tra l’inizio e la fine fratto la
resistenza che il sangue incontra durante il circolo. Ci deve essere una differenza di pressione tra atrio
sinistro e atrio destro. Questa differenza di pressione viene generata ad ogni momento dal cuore. Il ∆P
viene generato dai ventricoli per mettere in movimento il sangue. Posto che ci sia un ∆P il flusso sarà
direttamente proporzionale alla resistenza. Il flusso nel circolo è il volume di sangue che passa attraverso
una qualsiasi sezione del circolo nell’unità di tempo (al minuto).

A quanto equivale il flusso sanguigno

Il flusso sanguigno totale a qualsiasi livello della circolazione è uguale alla gittata cardiaca. Se consideriamo
ad ogni punto del circolo (in ogni sezione) al minuto il flusso totale che passa sarà uguale al volume di
sangue che viene espulso da ogni ventricolo al minuto perché è un sistema chiuso. Tanto sangue parte dal
ventricolo quanto ne si trova all’interno del circolo. Ritornerà poi la stessa quantità come ritorno venoso
agli atri. Per sezione si intendono tutte le arterie, arteriole, capillari e vene. Il flusso nel circolo sistemico e
polmonare è uguale alla gittata cardiaca.

Come varia la pressione del sangue lungo il circolo sistemico

Nel ventricolo la pressione varia tra 0 e 120 mm/Mg. 120 si raggiunge nella sistole ventricolare, mentre
quando il ventricolo si rilascia la pressione va a 0. Arrivando all’aorta la pressione non varia più tra 0 e 120
ma tra 80 e 120. 80 durante la diastole ventricolare, 120 durante la sistole. Man mano che passiamo verso
le arteriole la pressione tende a smorzarsi, abbiamo un valore non oscillante di pressione, ma tende a
diminuire fortemente. Se calcoliamo una pressione detta media a livello delle arterie questa tende
fortemente a calare man mano che il sangue procede nelle arteriole, il sangue perde energia, la forza che
gli era stata impartita dal cuore tende a diminuire e il sangue perde energia e perde pressione. Arriviamo
alla fine delle arteriole che la pressione è circa 37 mm/Mg. Da 93 che è quella nelle arterie scendiamo a 37
nelle arteriole. Nei capillari perde ancora pressione e arriva a 17 mm/Mg. Dopo di che entra nelle venule e

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nelle vene fino ad arrivare nelle vene cave dove la pressione è quasi 0 mm/Mg. Il sangue procedendo il
circolo perde progressivamente pressione ed energia. Parte da un valore medio di 93 mm/Mg nelle arterie
e scende fino a 0 mm/Mg. Il gradiente di pressione lungo il circolo sistemico sarà la differenza tra la
pressione all’inizio e quella alla fine: Paorta-Patrio=93-0=93 mm/Mg. Il flusso è uguale alla gittata cardiaca
perché è uguale in tutti i punti del circolo.

Perché la pressione diminuisce passando dalle arterie alle vene? Perché incontra resistenza che gli fa
perdere energia e pressione. Quando arriva agli atri l’ha persa di nuovo tutta. Il sangue è inversamente
proporzionale alla resistenza che incontra, dissipa parte della sua energia e quindi cala la pressione, il
massimo del calo di pressione si ha a livello delle arteriole.

15 OTTOBRE 2019

 Il sangue scorre se presente un gradiente di pressione


 Il sangue scorre da una regione a pressione maggiore verso un’altra a pressione minore.
 Il flusso di sangue è ostacolato dalla resistenza del sistema. La resistenza è influenzata dal raggio dei
vasi sanguigni, dalla viscosità del sangue e dalla lunghezza dei vasi.
 Il flusso è espresso in L/min o mL/min

VELOCITA’ DI FLUSSO

Il flusso si misura in mL/min o L/min. è definito come il volume di sangue che viene espulso dal cuore e
attraversa una qualsiasi sezione del circolo polmonare o sistemico nell’unità di tempo. La velocità del flusso
invece è la distanza che viene percorsa da un certo volume di sangue nell’unità di tempo.

Il flusso sarebbe il volume di acqua che attraversa una sezione o del fiume o del lago nell’unità di tempo, si
può rappresentare graficamente come un rettangolo. Il rettangolo nel fiume di entrata è uguale a quello del
fiume di uscita. Il rettangolo che si trova nel lago sembra diverso. Però se calcoliamo l’aria del rettangolo
nel lago è uguale a quello dei due fiumi. L’area rappresenta il flusso dell’acqua. L’area dei vari rettangoli è la
stessa perché ci sarà lo stesso volume di acqua che attraversa la stessa sezione del fiume al minuto che poi
attraversa il lago e poi il secondo fiume. Questa quantità viene definita come flusso ed è rappresentata
dall’area dei rettangoli. Cambia però la velocità, cioè la distanza percorsa dall’acqua nell’unità di tempo. Nel
lago l’acqua è più calma ed ha una velocità più bassa. Stessa quantità di acqua ma diversa distanza.

Nel circolo sanguigno la velocità del sangue è inversamente proporzionale alla sezione totale dei vasi, cioè
alla somma delle sezioni di ogni singolo vaso. La velocità del sangue è inversamente proporzionale alla
sezione totale dei vasi. Come varia la sezione totale dei vasi? Si mantiene più o meno simile nelle arterie e
nelle vene, aumenta nelle arteriole e nelle venule e aumenta notevolmente nei capillari. La sezione
massima si ha nei capillari perché anche se hanno uno spessore di parete minore ce ne sono di più rispetto
alle arterie e alle vene. Infatti, se la velocità è inversamente proporzionale alla sezione totale dei vasi, sarà
maggiore nell’aorta, nelle arterie e nelle vene, ma è minima nei capillari. Il lago è rappresentato dai
capillari. Questo ha un significato funzionale importante. Nelle arterie è importante che il sangue scorra
veloce perché deve arrivare ai tessuti, lo stesso nelle vene perché deve tornare al cuore, nei capillari va
piano in modo da favorire gli scambi gassosi e le sostanze nutritizie con i vari tessuti. La velocità del flusso è
inversamente proporzionale alla sezione totale dei vasi, ed è massima nelle arterie e nelle vene e minima
nei capillari.

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DIFFERENZE MORFOLOGICHE DELLE PARETI DEI VARI VASI

La struttura della parete dei vasi è in stretta correlazione con la loro funzione. Nei vasi c’è una tonaca
intima, una tonaca media e una tonaca esterna. Quella intima è costituita da endotelio più tessuto elastico,
quella media da tessuto muscolare liscio e fibre elastiche e quella esterna da tessuto connettivo fibroso.
Quello che è sempre presente in tutti i tipi di vasi è l’endotelio, le altre componenti non sono presenti in
tutti i vasi. Nelle arterie si trova una buona componente elastica più che negli altri tipi di vasi. Nelle
arteriole c’è l’endotelio, non c’è una significativa componente elastica ma è molto importante la
componente del muscolo liscio, sarà quello che permetterà la dilatazione e la costrizione a seconda delle
esigenze dell’organismo. Nei capillari più sottile è la parete e meglio è perché devono favorire gli scambi,
infatti c’è solo l’endotelio, nelle venule c’è una componente fibrosa, nelle vene ci sono tutte e quattro le
componenti ma la componente elastica è più bassa rispetto a quella delle arterie, si distendono ma hanno
meno ritorno.

ARTERIE

Dall’aorta alle grandi arterie che irrorano i vari organi. Hanno pareti spesse altamente elastiche per l’alta
presenza di fibra elastina nel tessuto, forniscono una certa rigidità ma anche una buona elasticità, si ha una
distensione della parete per un aumento di pressione, quando la pressione diminuisce le pareti ritornano
alla posizione originaria. Due principali funzioni svolte dalle arterie

 Vie di trasporto veloce del sangue. Le arterie sono poche quindi la sezione complessiva è bassa e
quindi la velocità è alta. Non ci sono scambi, non ci sono perdite di ossigeno, quindi il sangue può
procedere velocemente, così com’è nei polmoni arriva nei tessuti.
 Funge da serbatoio di pressione, forniscono al circolo pressione in modo continuo, sia quando i
ventricoli sono in sistole sia quando sono in diastole  effetto mantice legato all’elasticità della
parte arteriosa.

EFFETTO MANTICE QUANDO IL VENTRICOLO E’ IN SISTOLE

Il sangue va nell’aorta, la parete dell’aorta si espande perché è aumentata la pressione. Parte del sangue in
questa fase (circa un terzo) prosegue direttamente verso le arteriole senza fermarsi nelle arterie.

EFFETTO MANTICE QUANDO IL VENTRICOLO E’ IN DIASTOLE

La pressione che era stata immagazzinata nelle pareti delle arterie durante la sistole viene restituita al
sangue durante la diastole. Le pareti delle arterie si restringono, tornano alla posizione di partenza e danno
una forza al sangue in più per continuare il suo flusso, infatti durante la diastole abbiamo il progredire dei
due restanti terzi di sangue dalle arterie verso le arteriole. Questo ci permette di avere un flusso continuo di
sangue sia durante la sistole che durante la diastole perché anche quando il cuore è in diastole il sangue ha
comunque la forza per andare avanti.

PRESSIONE ARTERIOSA (CIRCOLAZIONE SISTEMICA)

La pressione arteriosa nell’aorta e nelle arterie varia tra un massimo che è la pressione durante la sistole
ventricolare a un minimo che è la pressione durante la diastole ventricolare. La pressione massima o
sistolica è 120 mm/Mg mentre la pressione diastolica o minima è 80 mm/Mg. Nel circolo polmonare la
massima è 30-40 mm/Mg ma non di più perché il circolo non è resistente. Per rappresentare l’andamento

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della pressione nel tempo otteniamo un grafico chiamato onda sfigmica che rappresenta l’andamento della
pressione da minima o diastolica alla massima o sistolica nel circolo sistemico. La flessione che si ha subito
dopo la pressione sistolica si chiama incisura di crota ed è dovuta alla chiusura delle valvole semilunari. Il
sangue ha una specie di rimbalzo verso la valvola e aumenta un pochino la pressione nell’aorta.

La pressione arteriosa media è di 93 mm/Mg. Non è esattamente una media tra la pressione massima e la
pressione minima, è un po' più bassa perché è più vicina alla pressione diastolica, questo perché il
ventricolo passa molto più tempo in diastole che in sistole. Nelle arterie si ha più tempo la pressione
diastolica che la pressione sistolica.

PRESSIONE ARTERIOSA MEDIA

Data la pressione minima e la pressione massima, si calcola la pressione media come la pressione diastolica
+ 1/3 della differenza tra la pressione massima e la pressione minima  80 + 1/3 (120-80) = 93 mm/Mg

Questo è un valore importante perché è quel valore che viene monitorato attimo per attimo dal centro di
controllo cardiovascolare del tronco encefalico. Il centro di controllo è anche in contatto con l’ipotalamo e
insieme tengono monitorata la pressione media nelle arterie. Per il nostro organismo è più importante il
valore della pressione media che quello della massima e della minima. La tengono tanto monitorata che se
varia mettono in atto delle risposte compensative per riportarla al valore di 93 mm/Mg.

Se la pressione scende nelle arterie al di sotto di 93 mm/Mg si parla di ipotensione. Si ha una pressione
troppo bassa e quindi il sangue non ha una forza propulsiva sufficiente o adeguata per la normale
propulsione all’interno del circolo sistemico. Il primo sintomo in caso di ipotensione è il giramento di testa,
vertigini e svenimento, perché l’organo che ne risente di più è il cervello dato che non arriva abbastanza
sangue.

Se la pressione sale nelle arterie si parla di ipertensione. Si ha quando a riposo la pressione sistolica è sopra
i 140 mm/Mg e la diastolica sopra i 90 mm/Mg. I rischi dell’ipertensione sono:

 rottura dei vasi a livello cerebrale


 insufficienza cardiaca soprattutto a livello del ventricolo sinistro che è quello che alimenta il circolo
sistemico (postcarico cronico)  se c’è una pressione cronicamente elevata il ventricolo sinistro
quando è in sistole deve fare più forza del normale per superare la pressione che c’è nelle arterie.
In queste condizioni permanenti il ventricolo dopo anni si affatica e non riesce più a sviluppare la
forza sufficiente per la contrazione
 danneggiamento parete endoteliale dei vasi, formazione delle placche aterosclerotiche
 danni ai reni

Dei farmaci contro l’ipertensione possono essere i vasodilatatori, i betabloccanti che vanno a bloccare i
recettori beta adrenergici, bloccano l’azione della noradrenalina, si diminuisce la contrazione e quindi
anche la pressione. Un'altra categoria è quella dei calcio antagonisti che vanno a bloccare i canali calcio sul
cuore, entra meno calcio, il cuore si contrae meno e si ha meno pressione. Altri molti usati sono i diuretici e
gli acinibitori.

MISURA DELLA PRESSIONE ARTERIOSA

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Un manicotto gonfiabile collegato ad un manometro viene posizionato sul braccio, sotto al manicotto viene
posto uno statoscopio per ascoltare il flusso del sangue. Con una pompetta si aumenta la pressione nel
manicotto fino a chiudere temporaneamente l’arteria brachiale. Dopo di che si gira una rotellina e pian
pianino viene rilasciata la pressione ascoltando. Inizialmente si sentono dei rumori che sono dovuti al
momento in cui l’arteria brachiale comincia ad aprirsi, quello che si sente è il rumore del sangue che si
muove per flusso turbolento disordinato. Si continua a rilasciare la pressione, si continua a sentire rumore,
ad un certo punto non si sente più, vuol dire che il vaso si è aperto completamente e il flusso non è più
turbolento ma è laminare ed è silenzioso. La prima pressione che si ascolta è la pressione sistolica perché è
più alta, il rumore che si sente quando viene applicata la pressione al braccio è la pressione sufficiente al
cuore per far passare il sangue nella strettoia, quindi si misura la pressione sistolica, scendendo si misura la
pressione diastolica quando il rumore non c’è più. La misurazione va fatta lontana dai pasti, a riposo e in
stato di rilassamento.

LE ARTERIOLE

Sono vasi estremamente importanti, derivano dalle arterie e sono vasi di diametro inferiore rispetto alle
arterie, sulla parete non hanno componente elastica significativa ma hanno una spessa componente
muscolare liscia che permette loro di variare il diametro. Offrono un elevata resistenza al passaggio del
sangue tanto che la pressione media cade da un valore di 93 mm/Mg ad una pressione nei capillari di
37mm/Mg, perché le arteriole oppongono un elevata resistenza al passaggio del sangue, quindi quando
arriva ai capillari ha una pressione minore. Il tessuto muscolare è innervato da fibre nervose
ortosimpatiche. Con la contrazione dello strato muscolare liscio si ha vasocostrizione e diminuisce il
diametro delle arteriole, se invece le fibre si rilassano si ha vasodilatazione e si dilatano. Se il diametro
rimpicciolisce aumenta la resistenza, se le arteriole vanno incontro a vasocostrizione aumentano la
resistenza al passaggio del sangue, viceversa con la vasodilatazione aumenta il loro diametro e quindi
diminuisce la resistenza. Variare la resistenza è importantissimo, per questo esistono meccanismi di
controllo del diametro delle arteriole che cambia in continuazione a seconda delle nostre esigenze
metaboliche, esistono quattro diversi meccanismi di controllo del diametro delle arteriole

 Autoregolazione miogena, meccanismo intrinseco messo in opera dalle arteriole stesse


 Controllo locale da parte di sostanze lasciate nelle vicinanze della muscolatura delle arteriole
(controllo paracrino)
 Controllo estrinseco nervoso da parte del SNA in particolare ortosimpatico
 Ormoni, diversi ormoni sono in grado di regolare il diametro delle arteriole

Un’arteriola in assenza di stimoli esterni quale innervazione, ormoni o sostanze paracrine, ha una
muscolatura sottoposta ad una certa contrazione sua spontanea. Le fibre muscolari lisce possono
depolarizzarsi spontaneamente. Si parla di tono arteriolare, le arteriole senza stimoli esterni sono sempre
un po' contratte. Un certo grado di contrazione tonica continua indipendente dagli stimoli esterni. I diversi
meccanismi che permettono la costrizione o la dilatazione delle arterie sono quelli prima elencati.

AUTOREGOLAZIONE MIOGENA

Se aumenta la pressione all’interno del vaso, l’arteriola inizialmente tende a dilatarsi ed espandersi, oltre
un certo punto risponde con una costrizione. Dal punto di vista cellulare sulle fibre muscolari delle arteriole
troviamo dei canali aperti dallo stiramento di membrana, se la pressione aumenta e le fibre vengono
stirate, i canali si aprono, fanno entrare dei cationi soprattutto sodio che depolarizzano la membrana, e

42
questa depolarizzazione provoca l’apertura di canali calcio voltaggio dipendenti che fanno entrare calcio, un
aumento di calcio provoca contrazione e il tessuto muscolare si contrae. Questo meccanismo è protettivo,
limita lo stiramento dei vasi nel caso in cui la pressione aumenti troppo, ma soprattutto mantiene il flusso
costante in certi organi anche se la pressione continua ad aumentare. Un aumento di pressione causerebbe
un aumento di flusso perché l’arteriola sarebbe dilatata. Se l’arteriola continuasse ad espandersi
aumenterebbe anche il flusso di sangue, ma ci sono due organi in cui è necessario che il flusso rimanga
costante indipendentemente dalla pressione: i reni che filtrano il sangue e la quantità di sangue filtrato è in
rapporto con la quantità di urina che viene eliminata, e l’altro organo in cui è importante che il flusso si
mantenga costante è il cervello, non può permettersi di calare o aumentare il flusso sanguigno perché ha
un metabolismo aerobio e ha bisogno della giusta quantità di glucosio e ossigeno per produrre energia.
Questo meccanismo viene utilizzato anche da altri organi ma meno importanti. Se quel certo tessuto ha
bisogno invece di molto sangue e di molto glucosio e quindi ha bisogno di un flusso elevato ci sono
meccanismi che fanno si che il vaso continui a dilatarsi senza vasocostrizione per far arrivare più sangue. Le
esigenze metaboliche superano questi tipi di meccanismi.

CONTROLLO LOCALE

Consiste nella regolazione del diametro delle arteriole da parte di sostanze rilasciate nelle vicinanze,
sostanze paracrine o anche da condizioni fisiche quali temperatura, gas, ossigeno e CO2. Il freddo ad
esempio provoca vasocostrizione, vuol dire che le arteriole si contraggono, fanno passare meno sangue e si
manifesta il pallore. Il caldo invece è un agente vasodilatatore provoca rilasciamento delle cellule muscolari
lisce delle arteriole. Altri fattori che determinano vasocostrizione o vasodilatazione sono i gas. Se
diminuisce l’ossigeno o aumenta la CO2 in un tessuto si avrà vasodilatazione per far arrivare più sangue,
viceversa un aumento di ossigeno e una diminuzione di CO2 provoca vasocostrizione. Ci sono delle sostanze
che agiscono come vasodilatatori ad esempio l’accumulo di H+ a livello muscolare per la produzione di
acido lattico, fa arrivare più sangue al muscolo attraverso le arteriole. Si può avere accumulo di potassio in
un muscolo che sta lavorando, perché durante il potenziale d’azione esce molto potassio che ha un effetto
vasodilatatorio. Adenosina, bradichinina e prostaciclina sono sostanze vasodilatatorie, le sostanze che
causano vasocostrizione invece sono l’endotelina, sostanza prodotta dall’endotelio soprattutto in caso di
danneggiamento del vaso, fa costringere l‘arteriola per limitare l’uscita di sangue e l’emorragia, oppure altri
due ormoni, la vasopressina e l’angiotensina II. Il monossido d’azoto viene prodotto dall’endotelio e agisce
sulle cellule muscolari, è un potentissimo vasodilatatore e provoca il rilascio delle cellule muscolari delle
arteriole, l’istamina invece è liberata durante l’infiammazione, è quella che causa l’arrossamento perché
aumenta la dilatazione dei vasi, è un vasodilatatore. Ogni tessuto è in grado a livello locale di far allargare o
restringere le arteriole per far arrivare più o meno sangue. Questo è il meccanismo di regolazione più
importante a livello del sangue. Iperamia attiva  aumento del flusso di sangue quando il muscolo è in
attività.

Il flusso ematico in questo modo si adegua al metabolismo.

SISTEMA ORTOSIMPATICO

Le fibre muscolari delle arteriole sono innervate dalle fibre ortosimpatiche che rilasceranno sulle fibre
muscolari delle arteriole noradrenalina. In questo caso però la maggior parte delle arteriole del nostro
organismo non hanno recettori β1 adrenergici ma hanno recettori α1 adrenergici. Sono sempre recettori
metabotropici accoppiati alla via della fosfolipasi C, che porta alla via dell’IP3, si produce diacilglicerolo ed

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inositol trifosfato che va a legarsi sui canali che si trovano sul reticolo sarcoplasmatico provocando l’uscita
di calcio. Quando si attivano i recettori α1 quindi si provoca il rilascio di calcio dal reticolo sarcoplasmatico,
questo provocherà la contrazione che porta infatti ad una vasocostrizione arteriolare generalizzata, perché
la maggior parte delle arteriole si restringono. Quando si attiva l’ortosimpatico si costringono tutte le
arteriole, ma non è vantaggioso per alcuni organi quali il cuore. C’è un meccanismo anche per questo.
L’ortosimpatico provoca il rilascio di adrenalina nel sangue a partire dalla midollare del surrene, ma ci sono
degli organi che sono il cuore, il muscolo scheletrico e in parte il fegato che hanno dei recettori differenti
che si chiamano β2 adrenergici, questi recettori si legano con grande affinità all’adrenalina e molto meno
alla noradrenalina, mentre gli α1 si legano di più alla noradrenalina rispetto all’adrenalina. La noradrenalina
andrà a legarsi al recettore α1 in vari distretti dell’organismo provocando vasocostrizione, ma viene liberata
anche adrenalina che si lega ai β2 che si trovano sul cuore, sul muscolo e sul fegato. A livello dei β2
l’adrenalina provoca vasodilatazione. Quando si attiva l’ortosimpatico quindi si rilascia noradrenalina
provocando vasocostrizione generalizzata, ma a livello del cuore e del muscolo provoca vasodilatazione
grazie all’adrenalina.

21 OTTOBRE 2019

FUNZIONI PRINCIPALI DELLE ARTERIOLE

Le arteriole sono i vasi che oppongono maggiore resistenza all’interno del sistema vascolare, ma grazie alla
loro proprietà di poter variare la resistenza, hanno due funzioni principali:

 Controllano il flusso sanguigno nei singoli distretti e nei singoli tessuti in base alle esigenze
metaboliche del tessuto e in base a quale attività sta svolgendo.
 Funzione generale: consiste nel controllo della pressione arteriosa media. Si varia il diametro delle
arteriole in modo generalizzato, in molti tessuti si varia la resistenza opposta dall’intero circuito e
questo ha un effetto sulla pressione arteriosa media.

RUOLO DELLE ARTERIOLE NEL CONTROLLLO DEL FLUSSO LOCALE

Il circolo sanguigno sistemico è composto da varie componenti, aorta, arterie, arteriole, capillari, vene e
venule. Tutti questi compartimenti sono disposti in serie uno dopo l’altro. Il sangue parte dal ventricolo
entra nell’aorta, va nelle arterie, poi passa alle arteriole e così via. Il flusso che attraversa ogni sezione del
circolo è uguale alla gittata cardiaca, quindi a riposo è uguale a 5 L/min. Se consideriamo le arteriole nel
loro insieme e facciamo una sezione di tutte le arteriole, il volume di sangue che passa al minuto è uguale
alla gittata cardiaca. Questo vale per il circolo sia sistemico che polmonare.

C’è però anche un altro tipo di organizzazione. Se consideriamo le arterie, queste tra di loro sono
organizzate in parallelo, perché dall’aorta si diramano varie arterie che raggiungeranno i vari tessuti.
Nell’ambito dei vasi di uno stesso tipo le varie arterie sono disposte tra di loro in parallelo, stesso discorso
per le arteriole che derivano dalle arterie. Le varie componenti del circolo nel complesso sono in serie, ma
all’interno di un singolo tipo di vaso le componenti sono in parallelo. In virtù di questo tipo di
organizzazione dei vasi possiamo controllare il flusso che va ad un certo distretto o tessuto. Il flusso in un
particolare tessuto è inversamente proporzionale alla resistenza arteriolare in quella zona. Se in
quell’organo le arteriole sono contratte (vasocostrizione) l’organo riceverà poco sangue, se invece sono
rilassate arriverà più sangue perché oppongono meno resistenza. Aumentando o diminuendo la
contrazione della muscolatura delle arteriole si fa arrivare più o men sangue a quel tipo particolare di

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organo. I 5 L/min di sangue che entrano dal ventricolo nell’aorta devono essere ripartiti attraverso arterie e
arteriole ai vari organi che contemporaneamente devono ricevere il sangue. Dall’aorta partono varie arterie
in parallelo che contemporaneamente portano il sangue ai vari organi. Se c’è un cambiamento, ad esempio,
se aumenta l’attività del muscolo scheletrico la quantità di sangue aumenterà in quel determinato distretto.

La suddivisione che avviene a riposo del sangue non è proporzionale al volume degli organi. Il rene che non
ha una massa molto importante rispetto agli altri riceve comunque molto sangue perché sono impegnati
anche a riposo continuamente nella filtrazione del sangue. La quantità di flusso dipende dall’attività e
dalla necessità dei vari organi.

Possiamo cambiare la quantità di sangue cambiando il diametro delle arteriole in modo da variare la
resistenza che le arteriole oppongono, minore è la resistenza e maggiore è il flusso. Le arteriole per variare
il loro diametro utilizzano diversi meccanismi, nella funzione di controllo del flusso locale, i meccanismi che
entrano più in gioco sono il controllo locale a livello paracrino legato alla variazione della concentrazione
dei gas, temperature, sostanze, metaboliti che vengono riversati nel liquido extra. L’adrenalina ha una
funzione complessa sulle arteriole, a livello del cuore dei muscoli e del fegato si lega sui β2 provocando
vasodilatazione, in questo controllo locale a livello di questi tessuti provoca dilatazione a livello specifico.

Le arteriole cambiano il loro diametro a seconda delle funzioni e delle necessità che ha l’organo. Il flusso
sanguigno attraverso i singoli vasi è determinato dalla loro resistenza.

COME CAMBIA LA PRESSIONE SANGUIGNA

L’area totale del rettangolo rappresenta la gittata cardiaca, cioè il volume di sangue espulso dai ventricoli al
minuto, a riposo è 5 L/min. Quando corriamo si passa da 5 L/min a 12,5 L/min. Il cuore espelle più sangue al
minuto. I 5 L a riposo vengono ripartiti a riposo in circa il 20% ai reni, 13% all’encefalo, una minima parte al
cuore, 15% ai muscoli e così via. La ripartizione in percentuale quando l’organismo non è a riposo varia. Le
variazioni più evidenti sono i muscoli che da un 15% ricevono il 64% del sangue, anche il cuore aumenta la
percentuale perché deve pompare più sangue e deve aumentare la gittata cardiaca. Aumenta l’afflusso di
sangue alla cute per disperdere il calore prodotto dai muscoli nella loro attività. Vengono sfavorite invece le
ossa, i reni sempre entro i limiti, e viene ridotto apporto sanguigno anche al canale alimentare. La diversa
ripartizione la otteniamo grazie alle arteriole, a livello cutaneo, cardiaco e muscolare le arteriole si dilatano,
a livello del canale alimentare e dei reni le arteriole si contraggono. L’encefalo riceveva 0,65 L/min e li
riceve anche durante l’attività fisica, il flusso di sangue all’encefalo si mantiene costante, non deve ne
aumentare troppo ne scendere sotto certi livelli.

Come viene regolato il flusso sanguigno al cervello. Viene regolato per la maggior parte attraverso
meccanismi locali, le arteriole che perfondano il cervello vengono regolate attraverso meccanismi paracrini,
prova ne è che su questo principio si basano delle tecniche di indagine dello studio del cervello (risonanza
magnetica). L’emoglobina se ossigenata o deossigenata cambia le sue proprietà magnetiche, e siccome la
risonanza magnetica viene misurata a livello dell’encefalo, il cambiamento dell’emoglobina da un segnale
che interpreta come attività neuronale questo GIORGIA.

Ci sono dei casi in cui interviene il sistema ortosimpatico, se aumenta l’afflusso di sangue al cervello,
l’ortosimpatico restringe le arteriole per evitare eventuali emorragie, normalmente il flusso che arriva al
cervello è delimitato attimo per attimo a seconda delle funzioni che deve svolgere il cervello. In particolare,
il flusso totale che arriva al cervello si mantiene costante.

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CONTROLLO DELLA PRESSIONE ARTERIOSA MEDIA

La somma di tutte le resistenze che vengono opposte da tutti i vasi del circolo viene chiamata resistenza
periferica totale (RPT). La pressione cala maggiormente a livello delle arteriole perché sono invase a
maggiore resistenza, infatti RPT è dovuta soprattutto alle arteriole. I vasi più importanti nel determinare la
RPT sono le arteriole. Quindi:

ΔP
Q=
RPT

Andando a sostituire Q con GC e la pressione arteriosa media (p.a.m.) alla differenza di pressione:

p . a .m
GC=
RPT

Le arteriole pur avendo un grande diametro sono i vasi a maggiore resistenza perché la legge dei circuiti in
parallelo dice che il reciproco della resistenza totale, è dato dalla somma dei reciproci delle resistenze. Da
questa legge deriva che la resistenza totale è minore di ognuna delle singole resistenze. Se aumentano gli
elementi in parallelo in un circuito la resistenza diminuisce. Siccome i vasi sono disposti in parallelo, la
resistenza totale dipende dai diametri dei singoli vasi ma anche dal loro numero. In un circuito parallelo, la
resistenza totale dipende dalla resistenza dei vasi (dal diametro dei singoli vasi) e dal loro numero. Ogni
singola arteriola avrà una resistenza più bassa rispetto ai capillari perché pur essendo più larghe sono di
meno, i capillari invece sono molti di più e creano minore resistenza rispetto alle arteriole pur essendo più
piccoli di diametro. Una variazione della resistenza delle arteriole incide di più sulla resistenza totale.

Se si varia la resistenza delle arteriole si varia l’RPT. Se varia RPT, la pressione arteriosa media è uguale a:

P . a .m .=GC × RPT

A parità di gittata cardiaca lasciando costante GC, e aumentando RPT anche la pressione arteriosa media
aumenta. Ogni variazione della resistenza periferica totale si traduce in un aumento della pressione
arteriosa. Allora RPT è determinata soprattutto dalle resistenze delle arteriole, quindi un aumento di
resistenza a livello delle arteriole provoca un aumento della pressione, questo se manteniamo GC
costante. In questo modo possiamo variare la pressione modificando il diametro delle arteriole a seconda
delle necessità.

Nei vari meccanismi di controllo delle arteriole per controllare la pressione arteriosa media in questo caso
quello più importante è quello estrinseco da parte del sistema ortosimpatico. Provoca una vasocostrizione
generalizzata liberando noradrenalina sui recettori α1. Aumenta RPT e aumenta anche la pressione. Per
ottenere un aumento di pressione attraverso le arteriole non si varia il diametro delle arteriole nei singoli
tessuti, ma si attiva l’ortosimpatico, aumenta RPT e quindi aumenta la pressione.

SLIDE riassunto.

RIFLESSO BAROCETTIVO

Andando a variare il diametro delle arteriole si può variare la pressione. Questo meccanismo è dato nel
riflesso barocettivo, è un riflesso viscerale, cioè che riguarda gli organi viscerali, in particolare cuore e vasi
sanguigni, ed ha lo scopo di controllare la pressione arteriosa media e mantenerla costante. Lo scopo

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principale è quello di mantenere costante la pressione e di conseguenza l’apporto di sangue al cervello. È
un riflesso viscerale organizzato come tutti i riflessi. Il riflesso viscerale agisce su muscolatura liscia,
muscolatura cardiaca o ghiandole. L’organizzazione dei riflessi però è simile sia che siano riflessi viscerali o
riflessi motori. Entrambi i riflessi sono formati da un elemento afferente, un elemento di elaborazione
dell’informazione sensoriale, e un elemento efferente in uscita. Ci sono delle strutture che portano delle
informazioni sensoriali verso il SNC (cervello e midollo spinale) queste strutture sensoriali prendono il nome
di strutture afferenti perché portano informazioni verso l’interno. Ci sono poi degli elementi di
elaborazione, retine neurali nel SNC, che elaborano le informazioni sensoriali e decidono un’azione da
intraprendere, una risposta che viene poi realizzata attraverso l’elemento efferente, in generale fibre
nervose che escono dal SNC e si portano verso gli organi bersaglio. La scelta decisa dal centro di
elaborazione viene messa in opera da neuroni che vanno verso gli organi e realizzano l’azione.

RIFLESSI MOTORI

Nel caso di uno stimolo doloroso, i nocicettori captano il dolore e arriva nelle corna dorsali del midollo
spinale che fa da centro di elaborazione, una rete di neuroni elabora e decide l’allontanamento del braccio.
I neuroni in uscita che determinano il movimento del braccio sono i motoneuroni che determineranno la
contrazione dei muscoli scheletrici. I riflessi motori hanno neuroni sensoriali come elementi motori o
afferenti e come elementi efferenti i motoneuroni.

RIFLESSI VISCERALI

I riflessi viscerali invece che non riguardano i muscoli scheletrici, hanno degli elementi (neuroni) sensoriali
che portano l’informazione simile ai riflessi motori al centro di elaborazione che si trova nel cervello in
particolare nel tronco encefalico e i neuroni efferenti saranno non i motoneuroni ma il sistema nervoso
autonomo. I neuroni efferenti sono il sistema nervoso autonomo. Hanno un organizzazione simile, cambia il
centro di elaborazione e il sistema efferente.

I neuroni sensoriali del riflesso barocettivo informano attimo per attimo il centro di controllo
cardiovascolare sul valore della pressione arteriosa media. La p.a.m. può essere misurata in vari punti, ma ci
sono due punti strategici, uno è l’arco aortico, un altro è la biforcazione dell’arteria carotide. Abbiamo due
arterie carotidi una dx e una sx che si portano verso l’encefalo. Nel punto a livello del collo alla base del
cranio ogni arteria carotide si dirama in un’arteria esterna e una interna. L’esterna si porta alle strutture più
esterne sia della faccia che del cranio, le interne invece irrorano nel cranio. Questo è un punto strategico
perché se in quel punto varia la pressione varia anche la perfusione al cervello, cosa che l’organismo deve
evitare. Abbiamo dei barocettori che sono dei neuroni a T. Il ramo periferico di questi neuroni va ad
innervare la parete dell’aorta nell’arco aortico, e altri barocettori col ramo periferico si portano alla
biforcazione delle carotidi. I barocettori sono dei neuroni a T il cui ramo periferico si porta o alla
biforcazione delle carotidi o nella parte dell’aorta. I corpi cellulari dei neuroni a T si trovano in gangli nelle
vicinanze del tronco encefalico. I prolungamenti centrali dei neuroni invece entrano nel tronco encefalico e
si portano al centro di controllo cardiovascolare che si trova nel midollo allungato nel tronco encefalico. Il
potenziale d’azione viene generato in periferia, viaggia lungo il neurone e arriva al centro di controllo
cardiovascolare. Più precisamente i barocettori che innervano le carotidi hanno le fibre contenute
all’interno di un nervo cranico che è il nervo glossofaringeo (nono paio), i barocettori che innervano l’aorta
hanno un prolungamento periferico e centrale che appartiene al nervo vago (decimo paio).

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I barocettori inviano informazioni sensoriali attimo per attimo sul valore reale che c’è nell’aorta e nella
carotide della pressione arteriosa. Mandano queste informazioni al centro di controllo cardiovascolare
costituito soprattutto da neuroni che si trovano nel midollo allungato con contributo di neuroni che
appartengono all’ipotalamo. Questo centro di controllo cardiovascolare elabora una risposta sulla base di
un valore di riferimento. Se ci sono 93 mm/Mg il sistema cardiovascolare non attua variazioni perché è il
valore standard, se invece arriva ad un valore di 120 mm/Mg bisogna riportarlo a 93, metterà in atto delle
azioni che porteranno la pressione di nuovo a 93. Se la pressione è diversa da quella ideale il centro di
controllo attiva il SNA. Se vogliamo diminuire la pressione perché troppo alta si attiva il parasimpatico e si
diminuisce l’attivazione dell’ortosimpatico. Viceversa, se abbiamo una pressione troppo bassa, si aumenta il
peso dell’ortosimpatico e si inibisce il parasimpatico.

I barocettori sono fibre nervose il cui prolungamento periferico innerva la parete dell’aorta o la parete
cardiaca. Questi prolungamenti periferici sono sensibili allo stiramento rapido delle pareti dei vasi. Anche la
loro membrana viene deformata e questo fa aumentare la scarica di potenziali d’azione. Se aumenta la
pressione nell’aorta e nella carotide, si distende la parete di questi vasi, la distensione dei vasi provoca
deformazione della membrana dei barocettori che aumentano il potenziale d’azione. Lo stiramento di
membrana apre i canali da stiramento e quindi quando la parete si stira, la membrana si deforma, si
aprono i canali cationici, entrano ioni che depolarizzano la membrana e fanno partire più potenziali
d’azione. Il codice utilizzato dai barocettori è quello della variazione della scarica del potenziale d’azione.
Più scariche ci sono e più la pressione è alta e viceversa. I potenziali d’azione vengono poi inviati al sistema
di controllo cardiovascolare che attua una risposta.

Le azioni che andranno intraprese dal centro di controllo per variare la pressione richiamano le due leggi

 P . a .m .=GC × RPT
p . a .m
 GC=
RPT

In base a queste due equazioni il centro di controllo cardiovascolare varia la pressione, se troppo bassa
agisce sulla resistenza periferica totale che aumenterà facendo aumentare la pressione e la gittata cardiaca,
determinata a sua volta dalla frequenza e dalla gittata sistolica legata alla forza di contrazione. Si varia la
resistenza delle arteriole, la frequenza del cuore, la forza di contrazione facendo variare così la gittata
sistolica. Questo lo può fare andando ad attivare una delle due brache del SNA. Se si attiva il sistema
ortosimpatico otteniamo un aumento della pressione, perché l’ortosimpatico agisce su tutti quegli elementi
lì e provoca un aumento della frequenza e quindi dell’attività cardiaca. Fa aprire più canali funny, provoca
un aumento della gittata sistolica perché fa entrare più calcio nella cellula (effetto inotropo positivo).
Mettendo insieme i due fattori abbiamo un aumento della gittata cardiaca. Se aumenta GC aumenta la
pressione. Ma non basta, l’ortosimpatico provoca una vasocostrizione arteriolare generalizzata, restringe
arteriole in vari distretti, aumenta la resistenza periferica totale e provoca un aumento della pressione.
Viceversa, se la pressione è elevata si attiva il parasimpatico ed inibisce l’ortosimpatico. Il parasimpatico
agisce solo sulla frequenza, diminuisce la frequenza cardiaca, ma provoca una diminuzione della gittata
cardiaca e quindi anche della pressione.

Una situazione molto frequente del riflesso barocettivo è quello dell’ipotensione ortostatica, rappresenta
la diminuzione di pressione che abbiamo quando passiamo da una posizione supina ad una posizione
eretta. I barocettori misurano una diminuzione di pressione quando ci si alza perché il sangue si accumula

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verso il basso grazie alla forza di gravità, quando ci si alza c’è più sangue che si trova agli arti inferiori che a
livello superiore, in questo modo alla testa arriva meno sangue. Questo segnale viene captato dai
barocettori che sentono che è diminuita la pressione perché diminuisce la scarica di potenziale d’azione e
questo segnale viene mandato al centro di controllo cardiovascolare che per non far svenire l’individuo
attiverà l’ortosimpatico andando ad aumentare la frequenza, la gittata sistolica e a costringere le arteriole
aumentando la resistenza periferica andando ad inibire il parasimpatico.

I barocettori rispondono a livello delle variazioni rapide del cambiamento di pressione. C’è invece un
adattamento di questo sistema per le variazioni lente. Se una variazione è lenta il sistema si adatta a questi
valori e non li compensa, non serve più e bisogna intervenire con i farmaci.

Il quarto elemento che determina la variazione della pressione arteriosa media è la volemia, cioè il volume
del sangue. Un aumento di volemia causa un aumento di pressione arteriosa media e viceversa, una
diminuzione di volemia causa una diminuzione di pressione. (disidratazione, emorragia), l’aumento di
volemia invece è più raro. Le condizioni critiche sono la disidratazione e l’emorragia.

22 OTTOBRE 2019

L’elemento afferente nella maggior parte dei casi è un neurone sensibile a stimoli sensoriali che porta le
informazioni verso il midollo spinale. Nella via afferente ci sono sempre vie nervose che portano i segnali,
può essere un vero neurone o può essere una cellula comunque sensoriale che comunica con un neurone
che porta poi l’informazione al SNC. Nella via efferente la maggior parte sono neuroni (motoneuroni nel
caso dei riflessi meccanici), ma ci possono essere dei casi in cui la via efferente non è mediata da neuroni
ma da ormoni, ci può essere ad esempio un riflesso che può far liberare la vasopressina.

VOLUME EMATICO O VOLEMIA

La regolazione della pressione arteriosa può essere regolata agendo su quattro parametri:

 gittata cardiaca e quindi GS e frequenza


 resistenza periferica totale delle arteriole
 volemia

L’aumento della GC o della RPT o della volemia, provocano un aumento della pressione, viceversa la
diminuzione di questi parametri porta alla diminuzione della pressione. La regolazione della GC e della RPT
avviene attraverso il sistema nervoso autonomo, in particolare per la GC e la RPT si attiva l’ortosimpatico,
per diminuire la frequenza e quindi la GC si attiva il parasimpatico.

La volemia invece può variare in caso di disidratazione, di emorragia o in caso di ingestione di grande
quantità di liquidi. Se si suda tanto l’organismo si disidrata specialmente nell’anziano e nei bambini. La
volemia diminuisce e la pressione si abbassa. Il nostro organismo cerca di intervenire e quindi il primo
meccanismo che recluta per contrastare l’abbassamento di pressione è il riflesso barocettivo. All’anziano
verrà aumentata la frequenza e la forza di contrazione attraverso l’ortosimpatico in modo da compensare
l’abbassamento di pressione. Il riflesso barocettivo può risolvere o compensare la diminuzione di pressione,
ma non risolve il problema, la disidratazione rimane, quindi nel tempo un modo un po' più lento
entreranno in gioco dei meccanismi a livello renale che cercheranno di compensare la disidratazione,
produrranno delle urine più o meno diluite a seconda di quanto liquido dobbiamo eliminare. In questo
caso, quindi in caso di disidratazione si produrrà urina concentrata in modo da risparmiare liquidi e

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riportare la volemia a valori normali, in questo modo riaumenta anche la pressione. Il riflesso barocettivo
interviene istantaneamente e salva il problema della pressione e della perfusione nel cervello, ma non
risolve il problema della disidratazione, per quello interviene il rene anche se sarà molto più lento.

MECCANISMI DI REGOLAZIONE DELLA P.A.M.

 Regolazione a breve termine attuata rapidamente dal riflesso barocettivo con azione sul SNA.
 Regolazione a lungo termine: coinvolge l’attività del rene che però richiede più tempo.

Un altro meccanismo per aumentare la pressione in caso di disidratazione è quello di indurre la sete, ci
induce a introdurre liquidi per aumentare la volemia e di conseguenza la pressione. Ci sono dei centri della
sete a livello dell’ipotalamo che ci inducono a bere.

La pressione arteriosa media è quindi regolata da:

 Volemia, data da assunzione o perdita di liquidi


 frequenza cardiaca
 gittata sistolica
 diametro delle arteriole
 diametro delle vene

ci sono però anche altri fattori e meccanismi di controllo che possono influire sulla pressione.

RIFLESSI O MECCANISMI CHE SONO IN GRADO DI INFLUENZARE LA P.A.M.

 Cellule chiamate recettori di volume atriali, cellule poste a livello degli atri che sono in grado di
sentire e rispondere alle variazioni di sangue, cioè alle variazioni di volemia. Attraverso questi
recettori il centro cardiovascolare viene informato sul volume di sangue e mette in opera delle
risposte per andare ad influenzare la pressione. Se i recettori sentono che è aumentata la volemia e
quindi la pressione lo comunicano al centro di controllo cardiovascolare che diminuisce poi la
pressione stessa. Gli stessi recettori vengono attivati anche nel momento in cui varia l’osmolarità
dei liquidi extracellulari, se aumenta viene sentita dai recettori nell’ipotalamo e vengono messe in
atto delle risposte per ritornare all’osmolarità normale dell’organismo. Se l’osmolarità aumenta o
diminuisce è un pericolo per le nostre cellule.
 Concentrazioni di ossigeno nel sangue. Se diminuisce la pressione parziale di O2 nel sangue viene
risentito da cellule chiamate chemiorecettori, viene mandata l’informazione al SNC e vengono
messe in atto delle risposte per aumentare la pressione arteriosa media perché se abbiamo meno
ossigeno nel sangue arriva anche meno ossigeno ai tessuti.
 Emozioni: hanno influenza sulla pressione. Se siamo in uno stato di paura o di agitazione attiviamo
l’ortosimpatico e che porterà ad un aumento della pressione. Alcune persone di fronte a
determinate immagini o esperienze svengono perché si verifica un riflesso vasovagale che influisce
sul nervo vago, all’interno del nervo vago sono contenute le fibre del sistema nervoso
parasimpatico, ma se si attiva il parasimpatico cala la frequenza e quindi cala anche la pressione.
 Termoregolazione. Nei mesi caldi la pressione è più bassa, mentre nei mesi freddi è più alta.
Questo avviene perché se siamo al caldo i vasi della cute vengono dilatati, si ha vasodilatazione
delle arteriole cutanee, ma se abbiamo vasodilatazione cambia anche la resistenza che tenderà a

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diminuire. Al caldo quindi la resistenza diminuisce e quindi diminuisce anche la pressione, viceversa
per il freddo.
 Attività fisica, la pressione aumenta, non tantissimo perché ci sono molti meccanismi che entrano
in gioco, però si ha in generale un moderato aumento di pressione arteriosa media. Quando
facciamo attività fisica abbiamo attivazione dell’ortosimpatico, questo serve a vari scopi tra i quali
aumentare l’attività cardiaca. Aumenta GC si provoca una vasocostrizione generalizzata ad opera
dell’ortosimpatico ma avremo vasodilatazione nel muscolo e nel cuore grazie all’adrenalina.

IPERTENSIONE

Si verifica quando la pressione diastolica è superiore a 90 mm/Mg e la sistolica a 140 mm/Mg a riposo.
Solitamente si manifesta dopo i 45-50 anni, in generale si parla di ipertensione secondaria o primaria.

 L’ipertensione secondaria è dovuta ad altre patologie a livello di altri organi come patologie renali,
se c’è un eccessivo riassorbimento di sodio si può avere ipertensione. Molto più raro è il caso del
feocromocitoma, una patologia endocrina che provoca ipertensione in cui si manifesta un tumore
in un punto particolare che provoca un eccesso di un certo ormone. Il punto particolare è la
ghiandola surrenale in particolare nella parte midollare e l’ormone prodotto in eccesso sarà
l’adrenalina. Un eccesso di adrenalina aumenta in eccesso la gittata cardiaca e quindi la pressione.
Ci sono patologie a carico del centro di controllo cardiovascolare.
 L’ipertensione primaria è dovuta ad alterazione o dell’apparato cardiovascolare o di meccanismi di
ormoni che influenzano l’attività dell’apparato cardiovascolare. Ad esempio, un’eccessiva
assunzione di sale facilita l’ipertensione, sembra che ci siano soggetti più o meno sensibili alla
ritenzione di sale. Scarsa assunzione di potassio e calcio, se manca il potassio si manca di più
l’effetto del sodio e diminuisce la pressione. Altre anomalie sono a livello cardiaco nei vasi legati a
trasportatori come la pompa sodio potassio, sono legati ad un ormone che alterano la pressione,
uno può essere l’angiotensina II, queste anomalie vasoattive a livello locale variano il diametro
delle arteriole, o anche l’ossido di azoto che è un dilatatore e quindi diminuisce la pressione. Poco
ossido di azoto porta a maggiore resistenza e aumenta la pressione. In questi casi può entrare in
gioco anche l’iperattivazione dell’ortosimpatico che può portare a vasocostrizione o ad un aumento
della pressione.

TRATTAMENTO IPERTENSIONE

 Adeguare lo stile di vita


 Adeguare la dieta e quindi ridurre sia il sodio, sia le calorie
 Trattamento farmacologico, vengono presi dei farmaci per tutta la vita che tengono sotto controllo
la pressione perché il sistema barocettivo non riesce più a compensare.

I trattamenti farmacologici sono vari a seconda del tipo di farmaco. I diuretici ad esempio aumentano
l’eliminazione di urina, abbasseranno quindi la volemia e di conseguenza la pressione. Gli α o βbloccanti
bloccano i recettori o α1 sulle arteriole o β1 a livello cardiaco. Se si prendono questi farmaci si blocca
l’azione del sistema ortosimpatico e si inibisce di conseguenza anche l’azione dell’ortosimpatico sul cuore e
sulle arteriole, quindi la pressione diminuisce. I farmaci calcio antagonisti bloccano i canali calcio voltaggio
dipendenti, li troviamo sia nella muscolatura sia a livello dei vasi, minore sarà il calcio in entrata e minore
sarà la contrazione. Come conseguenza diminuisce il livello di contrazione del cuore, delle arteriole e

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diminuisce la pressione. Gli ACE-inibitori e i monossido d’azoto donatori aumentano la concentrazione di
monossido d’azoto che serve a dilatare le arteriole.

Nell’ipertensione cronica il riflesso barocettivo si adatta al nuovo valore di pressione quindi non entra più
in atto e bisogna intervenire con i farmaci.

FISIOLOGIA DEI CAPILLARI E DELLE VENE

Le arteriole e le venule sono collegate tra loro da un’estesa rete di capillari. A livello dei capillari, il flusso di
sangue ha una velocità molto bassa e questo è molto importante poiché consente efficienti scambi di O2 e
sostanze nutritizie. Oltre ai capillari esiste anche un vaso di dimensioni maggiori che si chiama metarteriola
che collega direttamente l’arteriola alla venula. Esiste un meccanismo di regolazione per cui quando il
tessuto è a riposo, in varie porzioni del tessuto si può avere un passaggio diretto del sangue dalle arteriole
alle venule (anche se in parte passerà sempre nei capillari). Se invece il muscolo è in attività il sangue viene
dirottato ai capillari oltre che alle metarteriole, in modo che ci sia una maggiore perfusione del tessuto e un
maggiore arrivo di ossigeno. Questo viene fatto attraverso dei piccoli sfinteri che si trovano nei punti di
passaggio tra arteriole e capillari. Se il sangue deve andare solo nella metarteriola gli sfinteri si chiudono, se
invece il sangue deve passare attraverso tutto il sistema e attraverso tutta la rete di capillari gli sfinteri si
aprono.

CAPILLARI

Ci sono diversi fattori che facilitano la diffusione di sostanze e gas attraverso la parete dei capillari.

 Hanno una parete costituta da solo endotelio, questo permette una piccolissima distanza tra il
sangue e le cellule che si trovano all’esterno. La parete dei capillari è molto sottile costituita da un
singolo strato di cellule endoteliali, questo facilita gli scambi ed avendo un’estesa ramificazione
arrivano vicinissimo a tutte le cellule.
 Hanno un’area totale disponibile molto elevata, poiché anche se piccoli sono molto numerosi. La
velocità del sangue è inversamente proporzionale alla sezione totale dei vasi, quindi la velocità è
molto bassa e questo favorisce gli scambi.

GRADI DI PERMEABILITA’ NEI CAPILLARI

Ci sono varie categorie di capillari che variano per struttura e per grado di permeabilità. Questo dipende
dalla struttura della parete:

Capillari continui: li troviamo in vari tipi di tessuti (scheletrico, polmonare etc.). Tra una cellula endoteliale
e l’altra ci sono dei pori piccolissimi ripieni di acqua, sono delle giunzioni tra le cellule endoteliali che però
non sono occludenti e non bloccano completamente il passaggio, hanno una certa permeabilità quindi
possono comunque passare acqua e piccoli soluti.

Capillari encefalici: sono un’eccezione poiché hanno una parete scarsamente permeabile. Nel cervello
abbiamo dei capillari in cui le cellule endoteliali sono unite tra loro da giunzioni occludenti che hanno una
bassissima permeabilità. I capillari encefalici formano quella che si chiama barriera ematoencefalica,
avendo la parete scarsamente permeabile formano una barriera al passaggio di sostanze dal sangue
all’esterno o viceversa. Sono i capillari con la minima permeabilità.

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Capillari fenestrati: hanno dei pori più ampi che lasciano passare ampi volumi di liquido, questi li troviamo
soprattutto negli organi coinvolti fortemente nei meccanismi di trasporto (rene e intestino).

Capillari sinusoidi: hanno la massima permeabilità. Li troviamo nel fegato e nella milza con ampie
fenestrature che possono far passare grandi molecole.

BARRIERA EMATOENCEFALICA

Abbiamo vari sistemi di difesa del sistema nervoso che ci proteggono da danni di tipo meccanico e chimico.

 Il cranio e le vertebre sono sistemi di protezione


 Le meningi sono delle membrane che avvolgono cervello e midollo spinale e li proteggono
 All’interno delle meningi è presente un liquido chiamato liquido cefalorachidiano le cellule
galleggiano nel liquido e serve anche per attutire gli urti.
 Barriera ematoencefalica

La barriera ematoencefalica è costituita dalle pareti dei capillari in cui le cellule sono unite da giunzioni
occludenti. La maggior parte delle cellule deve passare quindi per via transcellulare. Solo le sostanze che
possono attraversare le membrane delle cellule endoteliali possono entrare o uscire dalla barriera
ematoencefalica. Le sostanze che passano dal sangue ai neuroni sono i gas perché sono lipofili e riescono
ad attraversare le membrane per diffusione passiva. L’acqua riuscirà a passare perché le cellule endoteliali
sono dotate di acquaporine, riesce a passare anche il glucosio grazie a dei trasportatori di membrana. Ci
sono vari meccanismi di trasporto per le sostanze nutritizie come piccoli peptidi, uno è il trasporto
vescicolare. Molte altre sostanze invece vengono fermate: neurotossine, agenti microbici, etc. Anche il
trasporto ionico è molto controllato, se nel sangue aumenta molto il potassio i capillari del cervello vanno a
selezionare gli ioni. La barriera ematoencefalica protegge i neuroni da sostanze che possono essere tossiche
e da variazioni dell’ambiente extracellulare in termini di gradiente ionico, acidità, variazioni di pH, o ormoni
che possono variare l’attività neuronale. Lo svantaggio è che grazie alla barriera molti farmaci fanno fatica a
passare e quindi devono essere create molecole o che passino la barriera o che vengano legate a particelle
che favoriscono il passaggio.

La barriera ematoencefalica è costituita non solo dalla parete dei capillari, nella parte esterna del capillare
troviamo delle cellule chiamate periciti che sono associati alle cellule endoteliali, sono nelle vicinanze delle
cellule endoteliali sul lato esterno, sembra che servino a regolare la permeabilità della parete dei capillari
encefalici. Altri elementi che regolano la permeabilità dei capillari sono anche gli astrociti che hanno i
prolungamenti che prendono contatto con le cellule endoteliali e ne variano la permeabilità. Attraverso gli
spazi tra una cellula e l’altra qualche sostanza riesce comunque a passare.

SISTEMI DI TARSPORTO ATTRAVERSO I CAPILLARI

Le sostanze per passare attraverso la parete dei capillari utilizzano tre sistemi di trasporto:

 diffusione
 transcitosi
 flusso di massa

DIFFUSIONE

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Un meccanismo per cui le sostanze si muovono secondo il loro gradiente di concentrazione, o nel caso dei
gas, secondo il lor gradiente di pressione parziale. Questo meccanismo consente alle singole sostanze che
possono essere gas o ioni, di passare dal sangue all’esterno dei capillari secondo il loro gradiente. Se
parliamo di O2 e CO2 riescono facilmente ad attraversare le membrane plasmatiche. Se c’è più ossigeno nel
sangue che all’esterno, si porta per diffusione attraverso le membrane prima interna e poi esterna nel
liquido interstiziale. Anche le sostanze lipofile possono attraversare liberamente le membrane, ad esempio
l’etanolo. Altre sostanze polari idrofile sono il glucosio, gli aa, gli ioni. Se ci sono dei pori come nei capillari
continui, parte di queste sostanze riescono ad attraversare la parete oppure possono avere dei
trasportatori che trasportano ioni e piccoli soluti all’esterno della parete.

TRANSCITOSI

Altre sostanze possono essere piccole proteine o proteine scambiabili che utilizzano invece la transcitosi
attraverso un trasporto vescicolare, all’interno del sangue però rimangono sempre le proteine plasmatiche
che normalmente non attraversano la parete dei capillari. Prevede endocitosi ed esocitosi attraverso le
membrane. Normalmente le proteine plasmatiche in condizioni fisiologiche non attraversano la parete
capillare se non in minime quantità.

28 OTTOBRE 2019

FLUSSO DI MASSA

Il flusso di massa è il movimento di un volume di plasma privo di proteine plasmatiche che si muove dal
sangue verso i tessuti, questo processo prende il nome di filtrazione, si mescola con il tessuto interstiziale,
e segue un movimento opposto, il liquido composto da acqua e soluti si risposta poi verso l’interno del
capillare con un processo che si chiama riassorbimento. Il liquido extracellulare è composto da liquido
interstiziale più plasma. Il liquido interstiziale presenta l’80% del liquido il plasma il 20%. Liquido
interstiziale e plasma attraverso il flusso di massa sono collegati tra di loro perché un certo volume di
plasma esce si mescola con il liquido interstiziale e rientra nei capillari. Il flusso di massa regola la
distribuzione del liquido extracellulare tra il plasma e il liquido interstiziale. Questo meccanismo è
importante non per le necessità metaboliche ma per regolare la distribuzione del volume del liquido
extracellulare e del plasma, infatti i soluti sono trasportati in quantità abbastanza piccole, la maggior parte
è acqua. Questo avviene perché ci sono delle forze fisiche o delle pressioni che agiscono sul plasma e sul
liquido interstiziale provocando prima l’uscita di liquido e poi di nuovo il rientro. Queste forze vengono
chiamate forze di Starling.

I capillari che originano dalle arteriole inizialmente possono essere definiti capillari arteriosi perché
contengono sangue ossigenato ricevuto dalle arteriole. Man mano che il sangue percorre i tessuti cede
l’ossigeno, si carica di CO2 e da capillari arteriosi diventeranno capillari venosi. Nel flusso di massa la
filtrazione prevale nei capillari arteriosi mentre il riassorbimento prevale nei capillari venosi. Negli arteriosi
il liquido tende a uscire, nei capillari venosi il liquido rientra. Si ha filtrazione netta all’estremità arteriosa e
riassorbimento netto all’estremità venosa. C’è l’equilibrio di quattro forze di Starling che agiscono
all’interno e all’esterno dei capillari e che determinano il flusso di massa:

 Pressione idrostatica capillare (Pcap), la prima pressione che determina il flusso di massa, è la
pressione del sangue all’interno dei capillari che non è stata ancora persa del tutto. La pressione
all’inizio dei capillari è di circa 37 mm/Hg. All’estremità venosa invece un po' di pressione viene

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persa a causa della resistenza dei capillari e quindi da 37 all’inizio dei vasi si arriva all’estremità
venosa di 17 mm/Hg. La Pcap provoca la fuoriuscita del liquido dai capillari verso l’esterno, è una
pressione esercitata dal sangue sulla superficie interna del capillare, causa l’uscita del liquido e
varia tra l’estremità arteriosa e la venosa.
 Pressione oncotica plasmatica o pressione colloidosmotica (πcap) è determinata dalla presenza di
proteine plasmatiche all’interno del plasma che non riescono ad uscire dai capillari ed esercitano
una pressione osmotica. Questa pressione richiama liquido verso l’interno. Il valore della pressione
oncotica è di 25 mm/Mg ad entrambe le estremità perché le proteine non cambiano tra un
estremità e l’altra.
 Pressione idrostatica del liquido interstiziale (Pi), è la pressione che il liquido esercita sulla parete
dei capillari dall’esterno verso l’interno, questa pressione però è molto bassa (1mm/Mg), ed è
diretta verso l’interno, fa entrare un pochino di liquido.
 Pressione oncotica del liquido interstiziale (πi), esercitata dalle proteine plasmatiche nel liquido
interstiziale, non ci dovrebbe essere perché le proteine non devono uscire dai capillari, se escono
provocano una pressione che richiamano liquido verso l’esterno (formazione dell’edema).

Queste forze servono per calcolare le pressioni nette che agiscono sul liquido all’estremità venosa e
all’estremità arteriosa. Si sommano tra di loro le pressioni che hanno lo stesso senso e si calcola la
differenza.

Estremità arteriosa. Somma delle forze che spingono fuori il liquido:

Pcap+ πi=37 mm/ Hg +0=37 mm/ Hg

A queste si sottrae la somma di quelle che richiamano il liquido verso l’interno

πcap+ Pi=25 mm/ Hg +1 mm/ Hg = 26 mm /Hg

Quindi: 37 mm /Hg - 26 mm /Hg ¿ 11mm/ Hg

 È una forza che spinge il liquido verso l’esterno e produce il fenomeno della filtrazione, motivo per
cui all’estremità arteriosa prevale la filtrazione, perché c’è una forza diretta verso l’esterno di 11
mm/Mg.

Estremità venosa.

Pcap+ πi = 17 mm /Hg.

πcap+ Pi = 26 mm /Hg

Quindi: 17 mm /Hg −26 mm /Hg = −9 mm /Hg

 All’estremità venosa la forza risultante ha segno opposto a quello di prima quindi anziché prevalere
l’uscita, prevale l’ingresso del liquido nel sangue. La forza è diretta verso l’interno ed è più bassa
rispetto a quella diretta verso l’esterno. All’estremità venosa prevale quindi il fenomeno del
riassorbimento

Dall’estremità arteriosa verso la venosa, all’inizio abbiamo molta filtrazione, poi comincia a diminuire finché
all’estremità vicino alle venule inizia il fenomeno del riassorbimento che sarà massimo all’estremità venosa.

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In un giorno abbiamo l’uscita di 20 L di liquido per processo di filtrazione e di questi 20 L non tutti
rientreranno nei capillari venosi perché la forza in entrata è più bassa di quella in uscita, infatti ne vengono
recuperati solo 17, gli altri 3L non vengono persi ma vengono rimossi dal sistema linfatico che poi li ricede
di nuovo al sangue nel circolo venoso. Se questo meccanismo non funziona bene si ha quello che si chiama
edema. Se i 20L non vengono tutti riassorbiti e si accumulano nello spazio interstiziale si parla di edema.
L’edema è pericoloso a livello cerebrale e polmonare perché aumenta la distanza tra capillari e le cellule e
quindi vengono ostacolati i processi di scambio, primi fra tutti quello dei gas. L’accumulo di liquido
compromette gli scambi gassosi tra capillari e tessuti. Questo meccanismo è importante per regolare la
distribuzione relativa di plasma e liquido interstiziale. Il vantaggio di questo meccanismo è che è molto
rapido, si può far passare velocemente liquido interstiziale dai capillari all’esterno e viceversa. Lo possiamo
utilizzare ad esempio quando ci sono delle variazioni di volume sanguigno. Se il volume del sangue cambia,
cambia anche la pressione arteriosa, il nostro organismo cerca di tamponare la variazione di volemia
ridistribuendo i liquidi andandoli a prendere dall’esterno, se è diminuito il volume. Nel caso di un’emorragia
per esempio il volume del plasma si riduce, si vanno a prendere i liquidi dalla prima sorgente che si trova
fuori. Se si riduce il volume plasmatico nei capillari si è ridotta la pressione, e quindi avremo una
diminuzione della Pcap all’estremità arteriosa che determina la filtrazione, se si riduce la Pcap diminuisce
anche la filtrazione, meno liquido esce dai capillari e meno liquido viene preso dall’esterno, in questo caso
si diminuisce il processo di filtrazione aumentando quello di riassorbimento e facendo entrare il liquido
dall’esterno verso l’interno. Viceversa, se il volume plasmatico si è espanso eccessivamente è aumentata la
volemia che causa un aumento di pressione. Se aumenta la pressione aumenta anche la Pcap, avremo
quindi un aumento della filtrazione rispetto al normale che elimina il plasma in eccesso e lo porta fuori. È
un meccanismo di compensazione istantanea e temporanea, la prima che viene messa in opera. Dopo entra
in gioco anche il riflesso barocettivo, con tempi più lunghi ci sarà la compensazione renale, quindi verranno
trattenuti più liquidi in modo da espellere meno urina e riaggiustare la volemia.

VASI LINFATICI

Il sistema linfatico drena i 3L di liquido al giorno che non vengono riassorbiti dai capillari. Il sistema linfatico
come il sistema dei vasi sanguigni è formato da vasi più piccoli vicino ai capillari che si chiamano vasi
linfatici iniziali, questi confluiscono in vasi maggiori che si chiamano vasi collettori i quali a loro volta
confluiscono in due dotti, grossi vasi linfatici che coinvolgono la linfa del sistema linfatico da tutto
l’organismo. La linfa inizialmente è nei vasi iniziali, poi nei collettori ed è poi raccolta da questi due grandi
dotti che poi sboccano nelle vene del collo, quindi la linfa viene riversata nel circolo venoso, per questo i 3L
non vanno persi. I due dotti sono uno toracico o dotto linfatico sinistro e un dotto linfatico destro. Le aree
del corpo che vengono drenate dai due dotti sono per il dotto toracico la linfa dagli arti inferiori,
dall’addome, dal torace di sinistra e dalla parte di sinistra del capo, la restante parte viene drenata dal
dotto linfatico destro. La linfa ha un aspetto giallognolo perché ha una composizione simile al sangue ma
senza globuli rossi, sono presenti i globuli bianchi, proteine e soluti e il colore giallognolo è dato dai lipidi,
una delle funzioni del sistema linfatico infatti è quella di catturare i lipidi che sono stati assorbiti a livello
intestinale e portarli nel sangue. I vasi iniziali hanno una struttura simile al capillare, hanno una parete
formata da sole cellule endoteliali, ma l’estremità delle cellule endoteliali sono sovrapposte l’una all’altra
come delle tegole, si dice che sono delle cellule endoteliali imbricate. In questi punti in cui c’è la
sovrapposizione dei due lembi, le cellule endoteliali possono distanziarsi, aprirsi generando delle aperture
che possono far entrare il liquido interstiziale. Sono aperture abbastanza grandi perché attraverso questi

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pori possono passare anche proteine plasmatiche che erano uscite dai capillari o elementi cellulari. Il
sistema linfatico ha diverse funzioni:

 Determina il ritorno del fluido filtrato in eccesso verso il circolo venoso (ristabilisce il volume
plasmatico)
 Difende l’organismo dai patogeni (ingrossamento dei linfonodi)
 Trasporto dei lipidi assorbiti nel canale alimentare. I lipidi escono dalle cellule intestinali
sottoforma di particelle che prendono il nome di chilomicroni. I chilomicroni sono lipofili, escono
dalla cellula intestinale e qui trovano o i capillari o i vasi linfatici iniziali. Il chilomicrone è troppo
grosso per entrare nei capillari sanguigni ma riesce ad entrare nei vasi linfatici iniziali e vengono
trasportati poi nel sistema venoso.
 Ritorno delle proteine plasmatiche e di altri soluti filtrati che erano usciti dai capillari.

STRUTTURA DEI VASI LINFATICI

Nei vasi iniziali i lembi delle cellule adiacenti costituiscono quelle che si chiamano valvole primarie. Ci sono
due tipi di valvole primarie e secondarie. Le cellule endoteliali dei vasi iniziali sono collegate a delle fibre
che si trovano nella matrice attraverso dei filamenti di collagene di ancoraggio. Se aumenta il liquido
all’esterno succede che le fibre della matrice si distendono provocando lo stiramento dei filamenti di
collagene che provocano a loro volta l’allontanamento delle cellule endoteliali che si spostano verso
l’esterno e si allontanano l’una dall’altra aprendo i pori, si apre il poro in mezzo e può entrare il liquido,
questi lembi costituiscono quindi delle valvole che si aprono quando aumenta il liquido all’esterno e quindi
anche la pressione. Man mano che il liquido entra diminuisce la pressione esterna ed aumenta all’interno, i
due lembi delle cellule tornano ad essere sovrapposti e si chiudono in modo che il liquido non riesca.
Valvole unidirezionali primarie, fanno entrare il liquido ma non lo fanno uscire. Le valvole secondarie si
trovano nei vasi collettori, hanno una parete costituta da cellule endoteliali ma anche muscolari. I vasi
collettori sono divisi in segmenti, ogni segmento si chiama Lymphangion, i segmenti sono divisi tra loro da
valvole secondarie, rappresentate da cellule endoteliali che formano due lembi nel lume del vaso
collettore. Queste valvole se aumenta la pressione della linfa prima della valvola, la valvola si apre, la linfa
passa, se aumenta la pressione nel segmento a valle dopo la valvola, la valvola si richiude. Le valvole sono
importanti per garantire la unidirezionalità, fare in modo che la linfa non torni indietro. In questo modo il
liquido interstiziale passa nella linfa e viene fatto progredire verso i vasi collettori e i dotti in una sola
direzione. La linfa per andare nei dotti toracici e poi nel sistema venoso utilizza la contrazione muscolare.
Quello che favorisce il ritorno della linfa verso i vasi superiori è l’attività dei muscoli scheletrici. La
contrazione dei muscoli oltre ai movimenti dei tessuti indotti da questi organi favoriscono la propulsione
della linfa nei vasi prima iniziali poi collettori e così via. I vasi collettori hanno delle fibre muscolari nella
parete che hanno una loro attività miogena intrinseca, questo favorisce anche la progressione della linfa
(pompa linfatica), nel caso dei muscoli scheletrici si parla di pompa muscolare. Inoltre, i vasi collettori sono
innervati dal sistema ortosimpatico che determina contrazione e favorisce l’attività della pompa linfatica.

Meccanismi paracrini di alcune sostanze che possono aumentare o diminuire il flusso della linfa. Il
sistema linfatico ha una struttura simile a quella del circolo sanguigno, presenza di valvole per
l’unidirezionalità, ma non avendo il cuore occorrono della presenza di una pompa muscolare, una pompa
linfatica e il sistema ortosimpatico.

EDEMA

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Se questi sistemi non funzionano bene ci può essere l’accumulo del liquido interstiziale nei tessuti che
prende il nome di edema. L’edema può essere generalizzato quando c’è accumulo di liquido in tutto
l’organismo o l’edema locale che è localizzato solo in una parte del corpo. Il liquido viene filtrato più
rapidamente di quanto viene riassorbito. Ci sono diverse cause:

 Aumento della filtrazione capillare: situazioni che determinano ipertensione, insufficienza renale,
non vengono eliminati i liquidi, aumenta la volemia e aumenta la pressione, aumenta la Pcap ed
aumenta la filtrazione. Ci sono sostanze come l’istamina che aumentano la permeabilità dei
capillari, esce più liquido del normale ed aumenta la filtrazione. La persona che sta in piedi
immobile sfavorisce il ritorno attraverso il sistema linfatico ma anche attraverso il sistema venoso.
Se c’è uno sbilanciamento tra i due ventricoli si accumula sangue nel circolo polmonare ed aumenta
la filtrazione a livello dei polmoni  edema polmonare.
 Diminuzione del riassorbimento capillare. Una delle cause principali è la carenza di proteine
plasmatiche. Se ci sono meno proteine diminuisce la pressione colloidosmotica che richiama il
liquido verso l’interno. Le proteine possono calare per malattie epatiche o in casi estremi se viene
fatta una dieta povera di proteine segue uno scarso riassorbimento
 Ostruito drenaggio linfatico. Se il sistema linfatico non funziona adeguatamente non riesce a portar
via i 3L in eccesso e rimangono li. Se non agisce la pompa muscolare i liquidi si accumulano nelle
gambe. Anche l’asportazione dei linfonodi compromette l’attività del sistema linfatico e può
causare edemi a livello dell’arto. Può essere dovuto anche a malattie date dai parassiti, si ha un
rigonfiamento degli arti inferiori perché il sistema linfatico non drena.

Questo risulta grave in tessuti a matrice rigida, il caso più importante è dato dall’encefalo e dal parenchima
polmonare, se si accumulano liquidi aumenta la distanza tra tessuti e i capillari e non si hanno gli scambi.

IL SISTEMA VENOSO

Sono vasi di grosso diametro con pareti più sottili di quelle delle arterie perché hanno una componente
muscolare più ridotta, hanno meno elastine rispetto alle arterie e più fibre collagene. Le parete sottili le
rendono particolarmente più sensibili e distendibili rispetto alle arterie che sono invece più rigide. Le
funzioni delle vene sono due principali:

 Vie di bassa resistenza al flusso: essendo vasi grossi oppongono poca resistenza e il sangue può
ritornare al cuore anche se la pressione a livello delle vene è abbastanza bassa. Nonostante ci sia
bassa pressione oppongono poca resistenza e riescono comunque a far passare il sangue.
 Serbatoio di sangue: sono altamente distensibili quindi se aumenta la pressione, le vene si
distendono ed accumulano sangue all’interno, hanno poco ritorno elastico per cui il sangue rimane
lì per un certo tempo. Hanno alta capacità.

CAPACITA’ VENOSA

Volume di sangue che le vene sono in grado di mantenere. Il volume di sangue non è costante ma varia a
seconda del diametro delle vene. Se le vene sono più dilatate o più ristrette portano più o meno sangue. La
quantità di sangue nelle vene prende anche il nome di quantità venosa e fa diminuire il volume di sangue
che torna al cuore nell’unità di tempo. Più sangue viene trattenuto dalle vene e meno è quello che torna al
cuore (ritorno venoso). Maggiore è la capacità venosa, minore è il ritorno venoso. Questo non vuol dire che
il flusso nelle vene è maggiore rispetto agli altri vasi, è uguale in tutti i compartimenti. Ogni minuto passano

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5L di sangue a riposo. Il flusso è uguale ma la distribuzione del sangue è diversa, abbiamo più sangue nelle
vene che negli altri compartimenti. Il sangue non è fermo ma si muove ad una velocità abbastanza bassa
per cui tende a rimanere più tempo nelle vene. La capacità è maggiore se le vene sono dilatate minore se
c’è costrizione. Se le vene si restringono accumulano meno sangue, diminuisce la loro capacità e il ritorno
del sangue al cuore aumenta e viceversa se le vene si dilatano aumenta la loro capacità, trattengono più
sangue e il ritorno venoso diminuisce. È possibile cambiare la capacità cambiando il diametro delle vene.
Riguardo il ritorno venoso ci sono due aspetti importanti:

 grazie alla legge di Frank Starling il ritorno venoso è uguale alla gittata cardiaca.
 il ritorno venoso è inversamente proporzionale alla capacità.

I fattori che influenzano il ritorno del sangue al cuore sono:

 Pressione propulsiva (pressione residua del sangue) impartita dalla contrazione circa 17 mm/Hg.
Prende il nome di “vis a tergo”
 Pompa muscolare, spreme le vene e facilità il ritorno al cuore
 Volume del sangue, se aumenta, aumenta anche il volume di sangue che torna al cuore. Se
aumenta il volume del sangue aumenta anche il ritorno venoso
 Il sistema ortosimpatico, se si attiva i neuroni postgangliari innervano la muscolatura delle vene. Il
rilascio di noradrenalina a livello delle vene provoca vasocostrizione. La capacità delle vene
diminuisce e il ritorno venoso aumenta e a sua volta anche la gittata cardiaca.
 Pompa muscolare scheletrica. La contrazione muscolare comprime le vene e facilita il ritorno del
sangue al cuore.
 Pompa respiratoria: è quella che si ottiene ogni volta che inspiriamo. Quando inspiriamo
espandiamo la cavità toracica perché contraiamo i muscoli respiratori mentre andiamo a
comprimere l’addome perché scende il diaframma. A livello della cavità toracica quindi la pressione
diminuisce mentre aumenta sull’addome. Si crea un gradiente di pressione maggiore nel torace e
minore nell’addome che richiama il sangue verso il cuore, questo è importante per le vene che si
trovano sotto al cuore.

VALVOLE VENOSE

Anche le valvole favoriscono il ritorno venoso. Sono delle tasche formate da endotelio che troviamo lungo
le vene soprattutto negli arti inferiori. Sono in genere due lembi endoteliali. Funzionano come quelle dei
vasi collettori linfatici, si aprono quando la pressione del sangue prima della valvola aumenta, lasciano
passare il sangue e si richiudono una volta che il sangue è passato. Le valvole servono quindi a garantire
l’unidirezionalità del flusso e a garantire il ritorno venoso.

29 OTTOBRE 2019

PRESSIONE SANGUIGNA IN POSIZIONE ERETTA

Quando da una posizione orizzontale ci mettiamo in una posizione retta, la pressione che registriamo a
livello delle arterie all’uscita del cuore a livello del capo e alle stremità degli arti inferiori sono abbastanza
simili, stesso discorso per la pressione venosa. Però abbiamo una pressione residua che ritroviamo sia nella
testa che negli arti inferiori. Quando poi il sangue arriva attraverso le vene cave a livello dell’atrio destro ha
perso tutta la pressione. Questo cambia quando passiamo in posizione verticale. Abbiamo dei gradienti

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diversi, la pressione venosa va sotto zero a livello della testa, la pressione arteriosa scende, mentre a livello
degli arti inferiori la pressione sia arteriosa che venosa aumenta, perché per effetto della forza di gravità si
crea una colonna di sangue che crea una pressione idrostatica sugli arti inferiori. Questa situazione non
viene mantenuta per molto tempo, entra in gioco in primo luogo il riflesso barocettivo per far si che a livello
del capo ci sia una pressione troppo bassa. Attraverso il centro di controllo cardiovascolare controlla
l’ortosimpatico che fa aumentare la pressione, abbiamo un riflesso immediato. In più se vogliamo favorire il
ritorno venoso al cuore che sarebbe sfavorito in posizione eretta, se ci alziamo in piedi e iniziamo a
camminare entra in gioco anche la pompa muscolare scheletrica che favorisce il ritorno al cuore, i muscoli
favoriscono lo svuotamento delle vene e spingono il sangue verso il cuore.

Quello che succede quando ci alziamo in piedi è che il sangue tende a scendere verso gli arti inferiori, le
vene degli arti inferiori si espandono, ma se si espandono le vene aumenta la loro capacità, questo
comporta che meno sangue può tornare al cuore, quindi nel momento in cui ci alziamo in piedi diminuisce il
ritorno venose e quindi anche la gittata cardiaca e si ha una caduta di pressione (ipotensione ortostatica).

FATTORI CHE INFLUENZANO IL RITORNO VENOSO

SLIDE

È influenzato e favorito dalle valvole, dalla pressione residua, dall’attività ortosimpatico, dalla pompa
muscolare e dalla pompa respiratoria, maggiore è il volume di sangue e maggiore è il sangue che ritorna
alle vene.

PRINCIPALI MECCANISMI DI REGOLAZIONE DELLA PRESSIONE ARTERIOSA MEDIA

SLIDE

MODIFICAZIONI CARDIOVASCOLARI CHE AVVENGONO DURANTE L’ESERCIZIO FISICO

Quando siamo fermi a riposo le vene contengono più del 60 % del sangue. A livello muscolare ci sono molti
capillari chiusi e il sangue tende a passare direttamente nelle vene che incamerano sangue a scapito del
ritorno venoso che sarà minore e quindi sarà minore anche la gittata cardiaca. Le vene incamerano sangue
per più del 60%

Quando siamo in movimento invece nei muscoli più sangue è dirottato verso i capillari, vengono attivati
sistema ortosimpatico e pompa muscolare, la capacità venosa diminuisce e il ritorno venoso aumenta e
aumenterà anche la gittata cardiaca. La gittata cardiaca aumenta anche per attivazione dell’ortosimpatico.

Durante l’esercizio fisico:

 La frequenza cardiaca aumenta, si attiva l’ortosimpatico ed aumenta la frequenza


 Il ritorno venoso tende ad aumentare rispetto alla situazione di riposo perché trattiene meno
sangue, si attivano l’ortosimpatico e la pompa muscolare.
 La gittata sistolica aumenta sia perché è aumentato il ritorno venoso ma anche per l’attivazione
dell’ortosimpatico che aumenta la forza di contrazione dei ventricoli che si contrae con più forza e
aumenta il volume di sangue che esce.
 Aumenta la gittata cardiaca a seguito di quella sistolica.

Bisogna ridistribuire il flusso sanguigno

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 Il flusso sanguigno verso i muscoli attivi in quel momento e verso il miocardio aumento soprattutto
per effetto dell’adrenalina, in più ci sono i meccanismi locali, se cala l’ossigeno nei muscoli le
arteriole si dilatano e fanno arrivare più sangue, bisogna ridurlo invece in altri organi che non sono
coinvolti nel movimento fisico.
 Il flusso sanguigno verso l’encefalo rimane invariato
 Il flusso sanguigno verso la cute aumenta perché dipende dalla temperatura
 Resistenza periferica totale. Alcune arteriole si dilatano mentre alte si restringono e fanno arrivare
meno sangue. La somma di tutto queste confluisce in una diminuzione della resistenza periferica
totale perché prevale l’effetto dilatatorio sul cuore e sui muscoli anziché la vasocostrizione sugli
organi o tessuti non attivi.
 La pressione arteriosa media tende ad aumentare, aumenta moderatamente perché aumenta la
gittata cardiaca.

04 NOVEMBRE 2019

APPARATO RENALE PRIMA PARTE

FUNZIONE DEI RENI E ORGANIZZAZIONE MORFOLOGICA

Le principali funzioni dei reni

 Regolazione del volume extracellulare, importante per mantenere costante la pressione arteriosa
che dipende anche dalla volemia, quindi per mantenere costante la somma di liquido interstiziale e
del liquido plasmatico, vuol dire mantenere costante la pressione
 Mantenere costante e regolare l’osmolarità dei liquidi extracellulari, l’osmolarità dipende dalla
concentrazione di NaCl perché il sodio è lo ione più concentrato a livello extracellulare. Nei
mammiferi si mantiene intorno a 290 o 300 milliosmoli
 Mantenimento del bilancio ionico degli ioni fondamentali, nell’urina troviamo acqua ma troviamo
anche ioni sodio, potassio e calcio. La quantità di ioni escreti con l’urina incide sul bilancio ionico
che c’è nel liquido interstiziale
 Attraverso l’urina il rene è in grado di eliminare H+ in eccesso. Regola il pH dei liquidi extracellulari
e del sangue entro un intervallo o un range molto stretto. Il pH è intorno a 7.4 valore che deve
essere mantenuto costante.
 Escrezione dei prodotti di scarto del metabolismo endogeni attraverso l’urina, ma anche sostanze
che vengono introdotte dall’esterno come farmaci, tossine conservanti o dolcificanti e così via
 Produzione di ormoni, un ormone prodotto dal rene è l’eritropoietina che produce globuli rossi o
anche la renina che produce a sua volta un altro ormone che si chiama aldosterone che agirà a
livello renale, importante per il trasporto del sodio. Il rene produce enzimi importanti per
trasformare i precursori della vitamina D in vitamina D attiva, coinvolta nel metabolismo dello ione
calcio.

MORFOLOGIA RENALE

La funzione del rene è legata alla sua morfologia. I reni si trovano in posizione retroperitoneale dietro
l’addome ai lati della colonna vertebrale. Nell’uomo adulto ogni rene pesa circa 550 gr ed ha una lunghezza
di circa 10 o 11 cm. Se facciamo una sezione del rene vediamo in posizione mediale verso il centro della
colonna vertebrale una rientranza nella quale troviamo due importanti vasi sanguigni che sono l’arteria e la

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vena renale, in più troviamo la pelvi, quella struttura che raccoglie l’urina e la invia poi all’uretere, il
condotto che porta l’urina dal rene verso la vescica. Sono due vasi importanti, l’arteria renale ha il compito
di portare il sangue ossigenato al rene, fondamentale perché non porta solo ossigeno ma porta anche il
sangue che poi dovrà essere filtrato dal rene. L’arteria renale si dirama poi in vasi minori. La vena renale
invece raccoglie il sangue refluo dal rene che ha ceduto ossigeno e che è stato filtrato e lo riporterà poi
nella vena cava inferiore. Le due vene cave poi vanno all’atrio destro.

PARENCHIMA RENALE

Il tessuto renale lo possiamo suddividere in due zone, una zona più esterna che si chiama zona corticale, e
una zona più interna che si chiama zona midollare. Sia nella zona corticale che nella midollare troviamo i
nefroni che sono le unità funzionali del rene, strutture tubulari a livello delle quali si svolge completamente
la funzione renale, ci saranno i vasi sanguigni, terminazioni nervose, vasi linfatici e così via. Nella zona
midollare ci sono delle strutture che hanno una forma conica e si chiamano piramidi renali, all’interno delle
quali ci sono nefroni e vasi sanguigni. Queste piramidi hanno la base, cioè la parte più larga, che si trova al
confine tra la midollare e la corticale, l’apice invece, la parte più stretta termina con una struttura che si
chiama papilla renale che sfocia in un condotto che prende il nome di calice minore. I diversi calici minori
sboccano in calici maggiori i quali a loro volta confluiscono nella zona di raccolta dell’urina che si chiama
pelvi. L’urina poi dalla pelvi va nell’uretere e viene immagazzinata nella vescica.

STRUTTURA DEL NEFRONE

L’unità funzionale del rene è il nefrone. Il nefrone è una struttura tubulare in cui si possono distinguere
varie regioni che hanno funzioni diverse. Tute le varie regioni sono coinvolte nella formazione dell’urina ma
in maniera diversa. Nel nefrone possiamo distinguere diverse zone quali:

 Capsula di Bowman, è la prima regione del nefrone, è la regione impegnata nella filtrazione del
sangue. È fatta come una specie di semisfera concava che circonda dei vasi sanguigni che
prendono il nome di glomerulo. A livello della capsula si forma quello che viene chiamato
filtrato, una parte del plasma che è passato dal sangue (dal glomerulo in particolare) alla
capsula di Bowman. Questa non può essere l’urina perché i due reni messi insieme filtrano 180
L di filtrato al giorno. Di questi 180L più del 90% viene riassorbito e solo l’1% o meno viene
eliminato tramite urina. Circa 1L o 1L e mezzo di urina viene eliminato.
 Tubulo prossimale, zona tubulare in cui comincia il riassorbimento di acqua e ioni e altre
sostanze
 Ansa di Henle, regione tubulare che ha un ramo ascendente e uno discendente.
 Tubulo distale, è una regione tubulare
 Dotto collettore, è l’ultima regione tubulare del nefrone, raccoglie il prodotto finale. Al dotto
collettore possono confluire più tubuli distali.
 Calici minori
 Calici maggiori
 Pelvi

Possiamo distinguere i nefroni in due categorie:

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 nefroni corticali, sono la maggior parte, costituiscono circa l’80% e sono collocati per la maggior
parte nella zona corticale. Abbiamo solo una piccola parte dell’ansa di Henle che può essere
localizzata nella zona midollare.
 nefroni iuxtamidollari, sono nefroni che hanno l’ansa di Henle localizzata tutta a livello della
midollare, hanno anche delle anse più lunghe che arrivano fino alla parte più profonda della
midollare. Sono molto importanti per creare quello che è il gradiente osmotico verticale della
midollare, cioè un aumento progressivo dell’osmolarità a livello della midollare. Questo gradiente
osmotico verticale è importante per regolare la concentrazione finale di urina.

PERFUSIONE SANGUIGNA DEL RENE

Al rene arriva il sangue attraverso l’arteria renale, arriva circa il 25% della gittata cardiaca perché i reni
costituiscono lo 0,5% della massa totale corporea. L’arteria renale una volta che raggiunge il parenchima
renale si suddivide in arterie più piccole chiamate arterie interlobari tra i lobi che compongono il rene i
quali a loro volta danno origine ad arterie ancora più piccole chiamate arterie arcuate che danno origine
alle arterie più piccole di tutte che si chiamano arterie interlobulari, si trovano tra lobuli di tessuto renale.
Dalle arterie interlobulari si originano le arteriole afferenti, sono arteriole che danno poi origine ai capillari
che compongono il glomerulo a livello del quale avviene la filtrazione. Dal glomerulo esce un’altra arteriola
che si chiama arteriola efferente. Questi capillari non sono veri e propri capillari, perché sono compresi tra
due arteriole. Il sangue che esce dall’arteriola efferente va in veri e propri capillari che si chiamano capillari
peritubulari cioè che seguono il decorso del nefrone, importantissimi per le funzioni di riassorbimento, le
sostanze potranno tornare dal nefrone verso il sangue tramite il capillare peritubulare. Alla fine dei capillari
peritubulari il sangue verrà poi raccolto dal sistema venoso. Le vene prendono gli stessi nomi delle arterie,
ci sono le vene interlobulari che sono le più piccole, le vene arcuate fino ad arrivare alle vene interlobari
che sfoceranno nella vena renale che a sua volta sbocca nella vena cava inferiore. La funzione renale è
svolta quindi da due elementi, il nefrone e i vasi sanguigni che si trovano in prossimità del nefrone.

Le funzioni che svolge il rene sono

 La filtrazione, un elevata quantità di plasma passa dal glomerulo alla capsula.


 Poi il filtrato deve essere riassorbito, avremo quantità variabili di filtrato che tornano al sangue dai
capillari peritubulari  processo di riassorbimento, passaggio di acqua e saluti dal lume del
nefrone verso il sangue, verso i capillari peritubulari. Questo riassorbimento a livello delle prime
regioni è passivo, mentre nell’ultima parte del tubulo distale è controllato, ma anche a livello del
tubulo prossimale ci sono degli ormoni che possono regolare i processi di riassorbimento, le
regolazioni più importanti che avvengono nel rene per il processo di riassorbimento avvengono
nell’ultima parte del nefrone, nella seconda parte del tubulo distale e nel dotto collettore, è li che si
decide come sarà la composizione finale dell’urina ed è regolata appunto da ormoni che sono la
vasopressina e l’aldosterone.
 Il nefrone non fa solo processi di filtrazione o riassorbimento, ma anche di secrezione, trasferisce
cioè delle sostanze dal sangue verso il lume del nefrone per poi essere eliminate con le urine, è il
processo opposto al riassorbimento. Le sostanze che vengono secrete dal rene sono sia sostanze
endogene che devono essere eliminate ma anche sostanze esogene come i farmaci, spesso
eliminati per secrezione attraverso i vari tubuli, oppure possono essere secreti degli ioni H+, ioni
sodio o ioni potassio in base alle esigenze ioniche del nostro organismo per mantenere l’equilibrio
ionico. Se il sangue diventa troppo acido il rene elimina tutti gli H+ in eccesso tramite secrezione in

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modo che il sangue ritorni a valori normali. Ad ogni livello dal tubulo prossimale in poi ci sono tutti i
processi sia di riassorbimento che di secrezione.
 L’ultimo processo è il processo di escrezione. Con l’escrezione si elimina una certa quantità di
acqua e soluti a seconda delle necessità dell’organismo, l’escrezione è l’eliminazione dell’urina dal
lume verso l’ambiente esterno.

IL NEFRONE

È una struttura tubulare delimitata da cellule epiteliali. Queste cellule possono avere forme diverse,
possono avere una struttura che prende il nome di ciglio sulla membrana diretta verso il lume, hanno una
funzione sensoriale, sulla membrana che delimita queste ciglia troviamo delle proteine in particolare una
proteina chiamata policistina 1 che è sensibile alle variazioni di ambiente del lume, è sensibile cioè alle
variazione di flusso del filtrato, cioè il volume che passa nell’unità di tempo, ed è sensibile alla presenza di
cloruro di sodio contenuta nel filtrato, la policistina fa da sensore ed è accoppiata ad una proteina canale
che prende il nome di policistina 2 permeabile al calcio. Si è visto recentemente che se varia la
composizione del filtrato la policistina 1 interagisce con la policistina 2 e fa entrare calcio che può poi
regolare vari tipi di funzioni cellulari ad esempio il meccanismo di trasporto ma può anche regolare altre
funzioni più complesse come la proliferazione cellulare o l’apoptosi. Questo ciglio è molto importante come
sensore tra quello che avviene nel lume cellulare e quello che succede dentro la cellula sia in termini di
trasporto ma anche di proliferazione o apoptosi. Le cellule epiteliali nel rene vanno incontro ad una
proliferazione molto bassa. Se invece c’è una mutazione nei geni sia della policistina 1 che 2 si ha una
malattia che si chiama malattia policistica autosomica dominante (policistosi del rene o rene policistico) si
formano delle cisti anomale abnormi che sono determinate da una proliferazione incontrollata delle cellule
epiteliali e il rene non funziona più bene, può andare incontro a compromissione della sua funzionalità.
Queste cellule che circondano il tubulo hanno il ciglio con le varie funzioni.

VOLUMI DI FILTRATO CHE PASSANO NEI VARI SEGMENTI DEL NEFRONE E LA LORO OSMALARITA’

A livello della capsula di Bowman passano in un giorno 180L di plasma dal sangue all’interno della capsula, è
solo una parte del plasma. Questo filtrato ha una composizione molto simile al plasma, tranne per le
proteine plasmatiche che non passano dal glomerulo alla capsula di Bowman ma rimangono dentro il
glomerulo, quello che esce dalla capsula è il plasma senza proteine plasmatiche. La sua osmolarità è la
stessa del plasma perché le proteine non contribuiscono in modo significativo all’osmolarità, il plasma che
passa dal glomerulo alla capsula ha osmolarità di circa 300 milliosmoli, stessa osmolarità del plasma nel
glomerulo. Il filtrato poi passa nel tubulo prossimale dove circa i due terzi del filtrato vengono riassorbiti nel
sangue. Alla fine del tubulo prossimale passano in un giorno 54 L di filtrato. L’osmolarità è sempre di 300
milliosmoli perché nel tubulo prossimale viene riassorbita sia acqua che soluti, quindi l’osmolarità non
cambia. Dopo di che il riassorbimento continua nell’ansa di Henle dove alla fine ritroviamo 18L di filtrato,
ne rimane un terzo di quello che era arrivato, tutto il resto viene riassorbito. È stato già riassorbito il 90% di
quello che è stato filtrato. Alla fine dell’ansa di Henle l’osmolarità è più bassa, è solo 100 milliosmoli perché
nell’ultima parte vengono riassorbiti più soluti riaspetto all’acqua specialmente nella seconda parte
dell’ansa di Henle che viene chiamato ramo ascendente. A questo punto avviene la regolazione ormonale a
livello del dotto collettore in modo da arrivare ad una produzione media di urina. Questo litro e mezzo di
urina al giorno attraverso la regolazione della vasopressina può avere un’osmolarità finale estremamente
variabile, varia tra i 50 milliosmoli fino ad un massimo di 1200 milliosmoli. Possiamo avere urine molto
diluite con un’osmolarità minima o possiamo produrre poche urine estremamente concentrate. Questo

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varia in base alla necessità del nostro organismo di trattenere o eliminare acqua e soluti, la concentrazione
finale dell’urina sarà in regolazione alla necessità dell’organismo di regolare il suo equilibrio idrosalino.

FILTRAZIONE

È il movimento di una certa quantità di plasma (180 L al giorno) dal sangue (capillari glomerulari) verso la
capsula di Bowman, questo plasma entra senza proteine plasmatiche che rimangono invece dentro al
sangue. Non tutto il plasma viene filtrato ma solo una parte del plasma che passa attraverso il glomerulo
viene filtrato. Nella capsula di Bowman possiamo riconoscere due strati di cellule epiteliali, uno strato che
circonda il glomerulo e uno strato più esterno che delimita la capsula. La capsula quindi è una struttura
cava, l’epitelio esterno è l’epitelio globulare quello interno è l’epitelio viscerale. Il filtrato per entrare nella
capsula dai capillari glomerulari deve superare tre barriere che trattengono nel sangue le proteine
plasmatiche e fanno passare il plasma.

BARRIERE

La prima barriera è la parete dei capillari, si tratta di capillari fenestrati che intrattengono le
proteine plasmatiche.
Andando verso l’esterno troviamo uno strato di lamina basale o matrice extracellulare che
contiene varie proteine (glicoproteine, proteoglicani, etc.) che esclude ulteriormente le proteine
plasmatiche perché le proteine che compongono la lamina basale presentano delle cariche
elettriche negative così come le proteine plasmatiche che quindi vengono respinte dalle cariche
della lamina basale. Garantisce l’esclusione di proteine plasmatiche che sono sfuggite ai capillari.
Una terza barriera è costituita dalle cellule che troviamo nell’epitelio viscerale della capsula di
Bowman, cioè l’epitelio che circonda il glomerulo. Sono quelle cellule aderenti al glomerulo e
prendono il nome di podociti della capsula di Bowman che sono cellule con dei prolungamenti che
terminano con delle piccole estroflessioni che si chiamano pedicelli. I pedicelli aderiscono alla
lamina basale e costituiscono la terza barriera, anche questi pedicelli formano una specie di filtro
nel caso in cui le proteine siano sfuggite alla prima e alla seconda barriera. Tra i pedicelli ci sono
delle proteine come la nefrina o la caderina che formano come una rete tra un pedicello e l’altro
che trattengono le proteine, costituiscono quello che si chiama diaframma fenestrato.

La proteinuria è segno che c’è una compromissione delle barriere, le proteine passano nel filtrato e
finiscono nell’urina.

Il plasma passa le tre barriere e si porta nell’interno della capsula di Bowman, di tutto il plasma che passa
nel glomerulo che arriva nell’arteriola afferente, solo il 20% viene filtrato, l’80% di plasma continua il suo
viaggio nell’arteria efferente. La maggior parte del 20% viene riassorbito tra il nefrone e i capillari
peritubulari. Il 20% prende il nome di frazione di filtrazione che passa dal glomerulo alla capsula di
Bowman

FORZE CHE GUIDANO LA FILTRAZIONE

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Il movimento del plasma dal glomerulo verso la capsula di Bowman è reso possibile dalla presenza di forze
passive che si trovano all’interno dei capillari e a livello della capsula di Bowman, quindi all’interno e
all’esterno dei capillari. Queste pressioni sono:

 Pressione idrostatica o pressione capillare del sangue, la pressione che troviamo dentro i capillari
del glomerulo è uguale alla Pcap dei capillari. Il liquido spinge verso la capsula. A questo livello la
pressione idrostatica è a 55mm/Hg. Non è 37 mm/Hg come nei capillari arteriosi perché sono
capillari compresi tra due arteriole e non tra un’arteriola e una vena quindi la pressione non è
ancora calata come avviene nei capillari veri e propri. Questa è la pressione che spinge parte del
plasma verso la capsula di Bowman.
 Un'altra forza attira il liquido dentro i capillari, è la presenza della pressione oncotica o
colloidosmotica dovuta alle proteine plasmatiche dentro il sangue, rimanendo dentro il glomerulo
esercitano una pressione oncotica che richiama il liquido verso l’interno. è circa 30 mm/Hg e si
oppone alla pressione idrostatica del sangue.
 La pressione esercitata dal filtrato che si trova nella capsula di Bowman sulle pareti del capillare.
Questa pressione chiamata pressione della capsula di Bowman è esercitata dal liquido che man
mano passa nella capsula e riporterebbe il liquido verso l’interno dei capillari ed ha un valore di 15
mm/Hg.

Per calcolare la pressione netta di filtrazione così come per i capillari si fa la somma delle pressioni dirette
verso l’interno meno la somma delle pressioni dirette verso l’esterno. Ne risultano 10 mm/Hg diretti dal
sangue verso la capsula di Bowman, pressione netta di filtrazione renale che assicura che una quantità di
plasma passi dal sangue alla capsula.

Vengono filtrati 180 L di liquido per poi espellerne 1L tramite urina perché dal punto di vista sia energetico
che della realizzabilità dei meccanismi di trasporto è molto più favorevole per il rene filtrare tanto volume
di sangue e poi trattenere quello che serve piuttosto che dover già trattenere fin dall’inizio il sangue che
deve essere filtrato. È molto più facile prima filtrare tutto e poi scegliere quello che deve essere eliminato
che scegliere quello che deve essere eliminato fin dal principio. È il processo più favorevole.

Un altro aspetto per la funzionalità è che la pressione del glomerulo è di 55mm/Hg molto importante per
determinare poi la filtrazione perché la pressione del sangue del glomerulo è diretta verso l’esterno. Il
glomerulo origina dall’arteriola afferente e la pressione di sangue nel glomerulo dipende dal flusso di
sangue nell’arteriola afferente. La pressione idrostatica glomerulare dipende dal flusso di sangue
dell’arteriola afferente, maggiore è il flusso e maggiore è la pressione nel glomerulo e viceversa, a sua volta
il flusso nell’arteriola afferente dipende da due fattori, uno è la pressione arteriosa, maggiore è la pressione
a monte dell’arteriola e maggiore è il flusso di sangue che arriva dall’arteriola, ma dipende non solo dal
gradiente di pressione ma anche dalla resistenza che dipende a sua volta dal diametro del vaso. Per cui più
stretta è l’arteriola afferente e minore sarà il flusso e viceversa. Regolando quindi il flusso dell’arteriola
afferente si regola la pressione del sangue nel glomerulo e quindi si può anche regolare la pressione netta
di filtrazione e di conseguenza la filtrazione stessa, che determina quanta urina eliminare alla fine.

VELOCITA’ DI FILTRAZIONE GLOMERULARE

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Per il rene un parametro importante per valutare la filtrazione è la VFG velocità di filtrazione glomerulare.
È il volume di liquido che viene filtrato da entrambi i reni al minuto. La VFG normalmente nell’uomo adulto
non anziano è di circa 125 ml al minuto. Entrambi i reni fanno passare nella capsula di Bowman al minuto
125 ml di filtrato. La VFG si può calcolare dividendo i 180 L per il numero di minuti che ci sono in un giorno.
La VFG è importante perché dice come funziona la filtrazione renale, se c’è un problema di filtrazione
cambia la VFG, è data dal prodotto di due grandezze che sono Kf moltiplicato per la pressione netta di
filtrazione. La pressione netta di filtrazione sono i 10 mm/Hg, il coefficiente Kf si chiama coefficiente di
filtrazione e dipende da una serie di parametri, ad esempio dall’area di superficie dei capillari, maggiore è
l’area e maggiore è Kf, e dipende dalla permeabilità delle tre barriere. Varia in modo significativo la
permeabilità dell’interfaccia in condizioni fisiologica tra capillari e capsula di Bowman andando a
ripercuotersi sulla VFG. Può aumentare la quantità di filtrato che passa ma anche la sua composizione. Se le
barriere non trattengono le proteine plasmatiche queste passano e cambiano anche la composizione del
filtrato oltre che al volume, addirittura possono passare globuli rossi o emoglobina. Può variare però anche
la pressione netta di filtrazione perché i 10 mm/Hg dipendono dalla pressione del sangue nel glomerulo ma
dipendono anche dalla pressione oncotica delle proteine plasmatiche che si trovano dentro il sangue e dalla
pressione del liquido che si trova dentro la capsula. La pressione netta di filtrazione è influenzata dalla
pressione del sangue ma anche dalla pressione oncotica e dalla pressione del liquido. La quantità di
proteine plasmatiche nel sangue potrebbe cambiare per malattie epatiche o per una dieta povera di
proteine. Se calano le proteine plasmatiche cala anche la pressione oncotica e succederà che aumenterà
anche la pressione netta di filtrazione perché diminuisce la pressione che richiama il liquido dentro. È
influenzata anche dalla pressione che si trova nella capsula di Bowman. Nel caso in cui l’urina finisce male
dentro l’uretere il liquido si accumula nella capsula di Bowman, aumenta la pressione dovuta alla capsula e
quindi la pressione netta di filtrazione diminuisce perché aumenta la pressione che spinge il liquido dentro.
Il Kf dipende invece soprattutto dalla permeabilità dei capillari.

VFG dipende essenzialmente dalla pressione netta di filtrazione che a sua volta dipende dalla pressione del
sangue in relazione con il flusso nell’arteriola e la pressione arteriosa. Ma la pressione arteriosa subisce
delle variazioni nel corso della giornata o anche in periodi più lunghi. Se la VFG fosse direttamente
dipendente dalla pressione di filtrazione potrebbe essere un problema, perché aumentare la filtrazione
renale comporta una maggiore eliminazione di urine e può non essere vantaggioso per l’organismo.
Nell’esercizio fisico prolungato aumenta la pressione, allora i reni dovrebbero aumentare la VFG e perdere
più urina, ma questo processo non è vantaggioso, quindi la VFG è influenzata dalla pressione ma ci deve
essere un intervallo di pressioni arteriose entro cui la VFG non varia più di tanto in modo che non venga
persa eccessivamente urina per evitare la disidratazione dell’organismo. Ci deve essere un certo range di
pressione per evitare che l’organismo perda molti liquidi nel momento in cui la pressione aumenta.

05 NOVEMBRE 2019

Il flusso nell’arteriola afferente dipende dalla pressione che abbiamo nelle arteriole. Tanto maggiore è la
pressione arteriosa media maggiore è il flusso del sangue nei capillari. Tanto maggiore è la resistenza
dell’arteriola afferente e minore sarà il flusso e viceversa. La resistenza nelle arteriole è determinata
soprattutto dal diametro, quindi possiamo dire che maggiore è il diametro dell’arteriola afferente, minore
sarà la resistenza e maggiore il flusso. Il flusso poi influisce sulla pressione idrostatica dei capillari. È
necessario che la VFG non subisca variazioni significative per mantenere un accurata regolazione del
volume dei liquidi corporei e della concentrazione dei soluti. Quindi se la VFG fosse sempre legata alla
pressione arteriosa media, ci potrebbero essere delle condizioni in cui questa situazione è svantaggiosa. Se

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aumenta la pressione arteriosa media per l’esercizio fisico e se questo si riflettesse sull’aumento della VFG
avremo più eliminazione di acqua e soluti perché aumenta il filtrato, ma questo sarebbe controproducente.
Viceversa, se la pressione arteriosa media diminuisce e se ci fosse un collegamento diretto con la VFG
calerebbe anche la VFG, ma se cala molto la filtrazione cala anche il volume di urina che produciamo e
quindi i reni non sono più in grado di eliminare una quantità sufficiente di prodotti di rifiuto o elettroliti in
eccesso. È importante che entro un certo intervallo di pressione arteriosa media la VFG si mantiene
costante per assicurare il volume dei liquidi corporei e per eliminare la quantità sufficiente di sostanze di
scarto. Ci sono due meccanismi che permettono di svincolare entro un certo intervallo le variazioni di p.a.m
con le variazioni di VFG. Questi meccanismi si riferiscono soprattutto ai nefroni corticali. C’è un intervallo
abbastanza ampio di pam da 80 a 180 mm/Hg in cui se anche aumenta la p.a.m, la VFG si mantiene
costante intorno ai 180 L al giorno. Nei nefroni iuxtamidollari la situazione è diversa, c’è una relazione
diretta tra pam e VFG che poi si riflette nel volume di urina prodotta. Aumentando la p.a.m aumenta la VFG
e anche la diuresi (produzione di urina). Se aumenta la pam a livello dei nefroni iuxtamidollari aumenta la
filtrazione, cioè la quantità di urina prodotta, quindi eliminiamo più acqua, diminuisce la volemia e quindi
diminuiamo la pressione riportandola a valori normali, si chiama meccanismo di diuresi pressoria,
meccanismo molto efficacie. Abbiamo due meccanismi che mantengono la VFG costante, ottengono però lo
stesso effetto.

La VFG dipende dalla pressione sanguigna nel glomerulo che a sua volta dipende dal flusso dell’arteriola
afferente, quindi possiamo regolare la VFG regolando la pressione nei capillari a sua volta influenzata dal
flusso nell’arteriola. Se andiamo a restringere l’arteriola afferente, il flusso diminuisce, la pressione
sanguigna nel capillare glomerulare diminuisce, ma se diminuisce la pressione sanguigna nei capillari
diminuisce anche la pressione netta di filtrazione e quindi anche la VFG. Se restringiamo l’arteriola
afferente con vasocostrizione riducendo il flusso, riduciamo la VFG, viceversa, per aumentare la VFG
dilatiamo l’arteriola afferente, aumenta il flusso nell’arteriola afferente, aumenta la pressione sanguigna
nel capillare glomerulare e aumenta la VFG. In condizioni in cui la VFG tenderebbe ad aumentare perché
aumentata la pressione, va riportata al valore normale. È possibile regolare la VFG cercando di mantenerla
costante andando ad agire sulla muscolatura dell’arteriola afferente.

MECCANISMI DI REGOLAZIONE DELLA VFG PER RENDERLA COSTANTE INDIPENDENTEMENTE DALLE


VARIAZIONI DELLA PRESSIONE ARTERIOSA MEDIA

1) RISPOSTA MIOGENA (intrinseca a arteriole afferenti)

È attuato esclusivamente dalla muscolatura delle arteriole afferenti. Sono in grado di regolare
automaticamente il loro livello di contrazione. Si chiama risposta miogena ed è intrinseca all’arteriola
afferente. Poniamo che sia aumentata la pressione arteriosa. L’aumento della pressione provocherebbe
direttamente un aumento della VFG, ma la VFG deve rimanere costante indipendentemente dall’aumento
di pressione. Se aumenta la pressione le pareti delle arteriole subiscono uno stiramento, allora le fibre
muscolari lisce delle arteriole si depolarizzano perché hanno dei canali sensibili allo stiramento. I canali si
aprono, fanno entrare cationi soprattutto sodio che depolarizza la membrana, apre i canali calcio voltaggio
dipendenti e fa entrare calcio che favorisce la contrazione della muscolatura dell’arteriola. Avremo quindi la
contrazione delle fibre muscolari lisce dell’arteriola e il diametro dell’arteriola diminuisce, aumenta la
resistenza, se diminuisce il diametro diminuisce anche il flusso portando ad una riduzione della VFG che
prima era aumentata per aumento della pressione. Grazie a questo meccanismo entro certi limiti anche se
la pam aumenta, la VFG rimane costante. Viceversa, se diminuisce la pressione arteriosa ci sarà invece

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diminuzione di VFG, che deve essere contrastata. Se diminuisce la pressione le pareti dell’arteriola non
vengono stirate, tendono a rilasciarsi e non si ha più effetto di contrazione ma di rilasciamento, aumenta il
flusso e aumenta la VFG. Svincola la funzione di filtrazione dalla variazione di pressione.

2) FEEDBACK TUBULOGLOMERULARE

Si realizza a livello di due strutture che compongono l’apparato iuxtaglomerulare, è dato da strutture che si
trovano in prossimità del glomerulo. Una si chiama macula densa e l’altra sono le cellule iuxtaglomerulari o
cellule granulari. La macula densa è costituita da una parte di cellule epiteliali del tubulo distale. Il tubulo
distale in una certa regione passa in mezzo all’arteriola afferente e all’arteriola efferente che esce dal
glomerulo. In questa regione le cellule epiteliali che rivestono la parete dal lato più vicino al glomerulo
formano la macula densa. Lì vicino nella parete dell’arteriola afferente attaccata alla macula densa
troviamo le cellule iuxtaglomerulari o granulari. Quest’apparato è costituito da queste due componenti che
hanno il ruolo importante di regolare la VFG. A livello della macula abbiamo delle cellule epiteliali che sono
sensibili al flusso del liquido del filtrato che passa lungo il tubulo distale. Sono sensibili sia al volume del
liquido sia alla concentrazione di cloruro di sodio. È probabile che anche in queste cellule epiteliali ci siano
le strutture a ciglio con proteine associate a canali sensibili o alle variazioni di flusso o alle variazioni di NaCl,
sono cellule sensoriali che si accorgono se è aumentato il flusso del filtrato e il contenuto di NaCl. Nel caso
in cui aumenti il flusso, le cellule della macula densa rilasciano dei mediatori nel liquido interstiziale (si
pensa che una possa essere l’adenosina), questi mediatori a livello delle cellule muscolari dell’arteriola
afferente causano una contrazione e provocano il restringimento dell’arteriola efferente. Se la VFG
aumenta, più filtrato passa nella capsula di Bowman e arriva al tubulo distale, aumenta il flusso di filtrato
nel tubulo, a livello della macula densa vengono prodotte sostanze paracrine o i mediatori che provocano la
costrizione dell’arteriola afferente, la costrizione provoca una diminuzione della VFG e quindi va a
contrastare la variazione iniziale perché la VFG era aumentata. Più correttamente viene chiamato feedback
negativo perché contrasta l’azione iniziale.

*Le cellule granulari non entrano direttamente in questo meccanismo, producono renina che servirà poi
per produrre l’angiotensina.

REGOLAZIONE DELLA VFG PER AUMENTARE VOLEMIA E PRESSIONE ARTERIOSA

In condizioni estreme in cui ci sono delle brusche riduzioni della pressione arteriosa ad esempio per
emorragia o per forte disidratazione bisogna intervenire in altri modi. Se la pressione si è ridotta in modo
rapido viene attivato per primo il riflesso barocettivo molto rapido che prevede un’attivazione
dell’ortosimpatico per aumentare la pressione. In questo caso l’ortosimpatico innerva anche la muscolatura
dell’arteriola afferente. In questo caso prevale l’azione dell’ortosimpatico che provoca una costrizione
dell’arteriola provocando una netta diminuzione di VFG, serve a scopo protettivo, diminuisce la produzione
di urine, si trattengono liquidi e sali per favorire l’aumento della pressione arteriosa. Se tratteniamo più
liquidi aumenta la volemia e questo aiuta ad aumentare la pressione. Questo meccanismo di emergenza
sovrasta gli altri due di autoregolazione.

MECCANISMI A FEEDBACK NEGATIVO A BREVE O A LUNGO TERMINE DELLA PRESSIONE ARTERIOSA

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Ci sono dei meccanismi a lungo termine soprattutto in caso di forte diminuzione della pressione che
attraverso l’ortosimpatico provocano anche una riduzione della VFG, che provoca a sua volta un aumento
della volemia per aumentare la pressione. Serve più tempo rispetto al riflesso barocettivo che agisce prima.
La compensazione renale entra in gioco con tempi sempre più lenti rispetto alla compensazione
dell’apparato cardiovascolare però è molto efficace per tempi anche più lunghi.

FUNZIONI PRINCIPALI DEI TUBULI RENALI

Tubulo prossimale

Nei vari step dal tubulo prossimale al tubulo distale ci dovrà essere un grosso riassorbimento di tutto quello
che è stato filtrato. Il riassorbimento comincia nel tubulo prossimale dove vengono riassorbiti i due terzi del
filtrato. A livello del tubulo prossimale abbiamo un riassorbimento non regolato. Alla fine del tubulo
prossimale si ritrova un terzo di filtrato che finisce nell’ansa di Henle.

Ansa di Henle

Continua in parte il riassorbimento, ma in particolare ha il compito di creare il gradiente osmotico verticale


della midollare.

Tubulo distale o dotto collettore

Avviene l’ultima fase del riassorbimento in cui si produce l’urina definitiva, fase fortemente regolata da
ormoni per adattare i processi di riassorbimento alle esigenze dell’organismo. Oltre al passaggio di sostanze
ci sono anche processi di secrezione a livello del tubulo distale dal sangue verso il nefrone.

TUBULO PROSSIMALE

A livello del tubulo prossimale avviene il riassorbimento del 67% di acqua, sodio e cloro (circa i due terzi del
filtrato), ritornano quindi dal nefrone verso il sangue. In più vengono riassorbiti potassio, ione bicarbonato,
importante per mantenere il pH del sangue, ioni calcio e ioni fosfato. Nel filtrato ci sono dei componenti
importanti che non possono essere persi, i soluti organici, ad esempio il glucosio che a livello del tubulo
prossimale viene completamente riassorbito, non ci deve essere glucosio nelle urine perché viene
completamente recuperato. Così pure vengono riassorbiti gli aa, in più viene riassorbito il 50% di urea,
parte dell’urea rimane nel filtrato e una parte viene poi escreta. L’urea deriva dal metabolismo degli
amminoacidi. Alla fine del tubulo prossimale si ritrova un volume di filtrato che è un terzo di quello iniziale
che però ha la stessa osmolarità rispetto a quello che è stato filtrato perché sono stati riassorbiti sia acqua
che sali. L’osmolarità del filtrato nella capsula di Bowman è di 300 milliosmoli che è la stessa osmolarità che
ritroviamo alla fine del tubulo prossimale.

RIASSORBIMENTO

Se l’acqua e i soluti si trovano all’interno del lume del tubulo, per andare al sangue devono attraversare la
parete di cellule epiteliali, portarsi nel liquido interstiziale e passare i capillari per andare nel plasma. Il
sangue appartiene ai capillari peritubulari che decorrono vicini ai vari tratti del nefrone. Le cellule epiteliali
presentano due regioni che le sostanze devono attraversare: una membrana che va verso il lume del tubulo
chiamata membrana apicale o luminare, e il resto della membrana chiamata membrana basolaterale. Le
sostanze possono passare dal lume del tubulo verso il liquido interstiziale tramite due trasporti:

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 trasporto transcellulare, attraversano le cellule epiteliali del tubulo, devono attraversare prima la
membrana apicale e poi la membrana basolaterale.
 trasporto paracellulare, le sostanze attraversano la parete del tubulo attraverso una cellula
epiteliale e l’altra.

In base alle sostanze si sceglie che tipo di trasporto utilizzare ma ci possono essere anche entrambi.

A livello del tubulo prossimale un terzo di acqua e cloruro di sodio vengono riassorbiti per via paracellulare.
L’acqua riesce a passare tra una cellula e l’altra per portarsi nel liquido interstiziale, la restante parte
utilizzerà dei trasporti e quindi utilizzerà le due membrane delle cellule epiteliali.

TRASPORTO DEL SODIO

In parte avviene per via paracellulare e in parte per via transcellulare. Viene riassorbito prima attraverso la
membrana apicale e poi attraverso la basolaterale. Il sodio non è lipofilo e quindi ha bisogno di
trasportatori dipendenti dai gradienti di concentrazione. Il sodio si muove dal lume del tubulo verso
l’interno della cellula per trasporto passivo, secondo gradiente di concentrazione perché è molto più
concentrato nel lume che all’interno della cellula. Ovviamente il sodio non può rimanere dentro la cellula
ma deve uscire, uscirà dalla membrana basolaterale contro gradiente utilizzando una classica pompa sodio
potassio. In realtà sulla membrana apicale il sodio non si muove quasi mai da solo per trasporto passivo, ma
viene utilizzato il suo movimento secondo gradiente per fornire energia al trasporto di altre sostanze
secondo la modalità del trasporto sodio dipendente (trasporto attivo). Questi meccanismi di trasporto
sodio dipendenti vengono utilizzati per trasportare glucosio, amminoacidi, altri ioni.

Il principale meccanismo sodio dipendente che troviamo sulla membrana apicale del tubulo prossimale è
un trasporto (Na+/H+). Questo trasporto sodio dipendente utilizza l’energia del sodio che si muove secondo
gradiente per spingere fuori nel lume gli ioni H+. Servirà ad eliminare ioni H+ con l’urina ma soprattutto
permette il riassorbimento dello ione bicarbonato. È importante riassorbire il bicarbonato perché è il
principale tampone dei liquidi extracellulari. È quella sostanza che permette di tamponare gli ioni H+ in
eccesso e mantenere il pH costante. Se il bicarbonato viene eliminato con l’urina non lega H+ e il pH del
sangue diventa acido.

RIASSORBIMENTO DEL BICARBONATO

Il bicarbonato che si trova nel lume non riesce a passare attraverso la membrana apicale perché non ha
trasportatore. Per entrare dentro la cellula del tubulo utilizza uno stratagemma, si lega agli ioni H+ che sono
stati espulsi dal sistema Na+/H+, e forma acido carbonico da cui si ottiene acqua + CO2. La CO2 è lipofila e
riesce facilmente ad attraversare la membrana apicale, entra nella cellula, si rilega di nuovo all’acqua con
l’intervento di un enzima chiamato carbonico anidrasi e riforma acido carbonico che si dissocia in
bicarbonato e H+. il bicarbonato viene poi espulso insieme al sodio nel liquido interstiziale.

RIASSORBIMENTO DEL GLUCOSIO

Viene riassorbito per meccanismo transcellulare, quindi deve attraversare entrambe le membrane.
Attraversa la membrana apicale con il meccanismo sodio dipendente. Il sodio muovendosi secondo
gradiente fornisce energia per trasportare il glucosio che si muove contro gradiente perché è più
concentrato nel lume che dentro la cellula. Non può rimanere dentro la cellula, viene fatto uscire dalla
membrana basolaterale e si muove in questo caso secondo il suo gradiente di concentrazione attraverso i

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GLUT. Il sodio invece utilizza la solita pompa sodio potassio per uscire dalla cellula. Stesso discorso vale per
gli aa, ci sono i trasportatori sodio dipendenti sulla membrana apicale e dei trasporti passivi sulla
membrana basolaterale.

SATURAZIONE DEL GLUCOSIO

All’aumentare della concentrazione aumenta anche la velocità di trasporto, più molecole vengono spostate
nell’unità di tempo, ma questo fino ad un certo punto, cioè fin quando si ha la saturazione dei trasportatori.
Il glucosio è il caso più evidente di questo meccanismo perché i trasportatori per il glucosio possono andare
incontro a saturazione, per cui fino ad una certa concentrazione di glucosio nel filtrato aumenta la velocità
di trasporto, ma se la concentrazione supera un certo livello i trasportatori vengono saturati e il glucosio
non viene più riassorbito e rimane quindi nell’urina. Per i valori di glicemia fisiologici non si va incontro a
saturazione, la quantità di glucosio che passa nel nefrone raggiunge delle concentrazioni inferiori rispetto a
quelle che saturerebbero i trasportatori. Fino ad un valore di glicemia fisiologica (circa 80 mg/dl) tutto il
glucosio può essere riassorbito. Ma se la glicemia raggiunge valori intorno ai 180 mg/dl il glucosio finisce
nelle urine perché nel filtrato si ha una concentrazione troppo alta e non abbastanza trasportatori
disponibili  glicemia patologica (glicosuria).

La presenza di glucosio nel nefrone che non viene riassorbito a livello del tubulo prossimale comporta un
problema di tipo osmotico. Il glucosio ha un potere osmotico, trattiene acqua, quindi meno acqua viene
riassorbita e più acqua rimane nel nefrone, questo comporta una maggiore eliminazione di urina. Uno dei
sintomi del diabete è quello di produrre molta urina e avere tanta sete  diuresi osmotica.

RIASSORBIMENTO DELL’ACQUA

In parte passa tra una cellula e l’altra per via paracellulare, ma la maggior parte attraversa le cellule
epiteliali tramite le acquaporine sia sulla membrana apicale che basolaterale, per cui l’acqua si muove dal
lume del tubulo verso il liquido interstiziale perché man mano che vengono trasportati ioni come il sodio o
il glucosio dal lume del tubulo verso il liquido interstiziale, si aumenta l’osmolarità nel liquido e attira
l’acqua dal lume al liquido per poi passare nel sangue.

TRASPORTO DEGLI ANIONI (Cl-)

Non c’è trasporto di sodio se non c’è trasporto di cloro. Abbiamo una concentrazione di ioni cloro nel lume
maggiore che nel liquido interstiziale, quindi gli ioni si muovono per via paracellulare dal lume verso il
liquido interstiziale secondo il loro gradiente. Questo movimento è utile perché man mano che gli ioni cloro
si muovono dal lume verso il liquido trasportano delle cariche negative dal lume del tubulo verso il liquido
interstiziale, si crea quello che si chiama potenziale elettrico transepiteliale positivo, cioè una differenza di
potenziale che c’è tra la membrana rivolta verso il lume e il lato della membrana verso il liquido
interstiziale. Vale solo 2mV con il lato del liquido interstiziale più negativo. Queste cariche negative
contribuiscono ad attirare anche il sodio dal lume verso il liquido interstiziale. Parte del sodio si muove per
via paracellulare ma in parte viene attirato dalla via transepiteliale. Non tutto il cloro si muove per via
paracellulare ma in parte anche per via transcellulare.

11 NOVEMBRE 2019

RIASSORBIMENTO DI UREA E POTASSIO

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Meccanismo del solvent drag

Lungo il tubulo prossimale si riassorbe acqua per osmosi, le sostanze presenti nel lume non ancora
riassorbite così tendono a concentrarsi, la loro concentrazione aumenta man mano che si procede lungo il
tubulo prossimale. L’aumento della concentrazione favorisce il riassorbimento dal lume verso il liquido
interstiziale, questo vale per l’urea, che si concentra per il riassorbimento dell’acqua e tende a diffondere
passivamente secondo il suo gradiente di concentrazione attraverso le cellule epiteliali verso il liquido
interstiziale perché è una molecola molto piccola. Non tutta l’urea viene riassorbita, solo il 50%, l’altra
rimane nel filtrato. Anche il potassio viene riassorbito per via paracellulare secondo gradiente, perché si
forma un aumento di concentrazione di potassio all’interno del lume che poi viene attratto verso il liquido
interstiziale per riassorbimento. È un meccanismo che aumenta la concentrazione di ioni verso la fine del
tubulo prossimale.

RIASSORBIMENTO PROTEINE

Nel filtrato possiamo trovare anche piccole proteine, generalmente dal glomerulo renale non passano le
proteine plasmatiche che rimangono all’interno del plasma, però peptidi e proteine di minor dimensioni
possono passare nella capsula di Bowman e venire filtrate ma devono essere poi recuperate
dall’organismo. Il meccanismo di riassorbimento è transcellulare, i meccanismi possono essere vari. Nelle
cellule epiteliali del tubulo prossimale ci sono degli orletti a spazzola che aumentano la superficie della
cellula e aumentano il numero dei trasportatori. Le proteine si legano a dei recettori di membrana, poi il
complesso proteina recettore viene endocitato, queste vescicole si fondono in una struttura che si chiama
endosoma, il quale si fonde poi con un complesso lisosomiale dove avviene la degradazione delle proteine
ad amminoacidi che poi possono essere trasportati a livello della membrana basolaterale tramite
trasportatori passivi. In più nel caso ci siano vitamine vengono staccate dalla proteina e anche le vitamine
poi vengono recuperate e riassorbite attraverso la membrana. Nell’urina non abbiamo proprietà
significative di proteine. Se ci sono proteine che superano i 200 mg nelle urine si parla di proteinuria, che è
determinata soprattutto da albuminuria, presenza di albumina che passa attraverso le barriere del
glomerulo renale e che quindi è stata filtrata, le cause sono alterazioni della permeabilità del glomerulo. Ci
potrebbero però essere anche proteine nell’urina che sono dovute allo sfaldamento delle vie urinarie, si
potrebbe avere sfaldamento dell’epitelio e vengono riversate proteine all’interno dell’urina.

SECREZIONE

È il passaggio di sangue verso il lume del nefrone per poi essere eliminato con le urine. Consiste nel
trasferimento di molecole dal liquido extracellulare verso il numero del nefrone per essere escrete. Può
riguardare varie sostanze come ioni potassio, H+ ione ammonio o potassio a livello del dotto collettore.
Queste sostanze vengono secrete in base alle necessità dell’organismo. Il potassio può venire secreto nel
lume nel caso ci sia troppo potassio nel sangue (ipocaliemia) se aumenta oltre i limiti fisiologici il potassio in
eccesso viene eliminato con le urine tramite processo di secrezione. Stesso discorso per l’H+ e lo ione
ammonio. L’eliminazione di H+ o da solo o legato all’ammoniaca, aumenta se la concentrazione di H+ nel
sangue aumenta, si eliminano gli H+ in eccesso per riportare il pH a valori normali.

A livello del tubulo prossimale vengono secrete delle sostanze importanti da eliminare con le urine. In
particolare, nel tubulo prossimale vengono secreti soprattutto anioni e cationi organici. Anioni e cationi
derivati da molecole organiche passano dal sangue verso il lume del tubulo per essere eliminati, possono
essere sia esogeni che endogeni.

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 Anioni organici endogeni che eliminiamo con le urine sono l’urato, derivato dall’acido urico che
deriva dal metabolismo dei nucleotidi. Altri anioni organici che vengono secreti ma esogeni come i
farmaci sono la penicillina, i barbiturici (sonniferi che agiscono a livello del recettore per il GABA),
la furosemide. Gli anioni organici vengono introdotti nella cellula epiteliale dalla membrana
basolaterale attraverso meccanismi di trasporto attivo e poi escono nel lume attraverso la
membrana apicale con meccanismi di trasporto passivo.
 Lo stesso avviene per i cationi organici che possono essere o endogeni o esogeni. Gli endogeni
potrebbero essere adrenalina, istamina, serotonina, colina che viene utilizzata per formare
l’acetilcolina. Quelli esogeni sono dei farmaci come la tropina, che agisce a livello parasimpatico, la
morfina. Vengono espulsi con trasporto passivo sulla membrana basolaterale e trasporti attivi sulla
membrana apicale, poi vanno a finire nelle urine.

CREATININA

Negli esami del sangue tra i vari parametri c’è quello relativo alla creatinina. Dalla fosfocreatina si produce
la creatinina che a livello del glomerulo renale viene filtrata e poi non viene più riassorbita, viene
completamente escreta, in piccola parte viene anche secreta, ne viene aggiunta una piccola quantità
tramite processo di secrezione e non viene mai riassorbita. Questa sostanza è molto utile perché evidenzia
l’efficienza del processo di filtrazione, quella che si trova nell’urina è tutta quella che viene filtrata. Dalla
concentrazione di creatinina sia nell’urina che nel sangue si può ricavare la VFG cioè come avviene la
filtrazione nei reni, in questo modo si può monitorare la filtrazione:

VFG : flusso urinario=[ creatinina nelle urine ] : [ creatinina nel sangue ]

Il flusso urinario è il volume di urina prodotto in un minuto, di solito si raccoglie l’urina prodotta in 24h poi
si divide il volume per il numero di minuti che ci sono in un giorno (1140). Dagli esami del sangue delle
urine si ricava la concentrazione di creatinina nelle urine e quella nel sangue, dalla proporzione poi si ricava
la VFG, ci sono dei parametri entro il quale bisogna stare. Se aumenta la concentrazione di creatinina nel
sangue oltre i livelli fisiologici potrebbe significare che viene filtrata meno, quindi c’è problema a livello di
filtrazione renale, non è in grado di passare attraverso il glomerulo e attraverso le barriere di filtrazione,
quindi il rene lavora meno.

ANSA DI HENLE

Tratto del nefrone formato da un ramo discendente sottile e un ramo ascendente che per la maggior parte
è spesso. Alla fine del tubulo prossimale si sono riassorbiti i due terzi del filtrato sia come acqua che come
ioni, l’osmolarità se nel filtrato era 300, alla fine del tubulo prossimale sarà sempre 300. Quando il filtrato
entra nell’ansa di Henle l’osmolarità varia perché man mano che percorre il tratto discendente dell’ansa di
Henle l’osmolarità del filtrato aumenta e raggiunge un valore massimo nella parte finale dell’ansa di Henle
di 1200 milliosmoli. Il valore massimo raggiunto dipende dalla lunghezza dell’ansa di Henle, se arriva fino in
fondo come massimo raggiunge i 1200. Il filtrato dopo di che, torna nel ramo ascendente spesso e qui
l’osmolarità di nuovo cala e scende sotto i 300 milliosmoli perché alla fine dell’ansa di Henle si trova
un’osmolarità di 100 milliosmoli. Cambia in questo modo perché i processi di riassorbimento dei due rami
sono diversi. Nel tratto discendente verrà riassorbita acqua, infatti è permeabile all’acqua e non ai soluti,
presenta acquaporine e l’acqua tende ad uscire dal tubulo mentre dentro l’osmolarità aumenta. Nel tratto
ascendente invece vengono riassorbiti i soluti tramite processi di trasporto, passano dal lume del tubulo
verso il liquido interstiziale e l’osmolarità cala anche fino a sotto i 300 milliosmoli del plasma. In pratica a

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livello dell’ansa un ulteriore quantità di filtrato, prima come acqua poi come ioni, viene riassorbita nel
sangue. Come mai si ha un aumento dell’osmolarità? Perché viene riassorbita acqua. E perché viene
riassorbita acqua? Perché a livello della midollare nel liquido interstiziale abbiamo un aumento progressivo
dell’osmolarità andando dalla zona superficiale della midollare verso la zona più profonda, in questo modo
abbiamo quello che si chiama gradiente osmotico verticale, fondamentale per la fisiologia del rene. Man
mano che l’ansa di Henle percorre la midollare l’acqua per osmosi tende ad uscire dal lume del tubulo e va
nel liquido interstiziale perché viene attirata dall’osmolarità che c’è fuori per trasporto passivo. In ogni
tratto l’osmolarità all’interno del tubulo si mette in equilibrio con l’osmolarità che c’è fuori. Invece nel ramo
ascendente nonostante ci sia osmolarità alta fuori, ci sono meccanismi attivi di estrusione degli ioni che
fanno si che anche se fuori l’osmolarità è alta l’osmolarità dentro tende progressivamente a diminuire. Nel
ramo ascendente avremo la rimozione attiva degli ioni dall’interno verso il liquido interstiziale per arrivare
alla fine dell’ansa di Henle con un’osmolarità di 100 milliosmoli. Nell’ansa di Henle non si parla di
secrezione. In totale a livello del ramo discendente c’è riassorbimento del 15% dell’acqua filtrata
inizialmente, nella parte del ramo ascendente invece c’è il riassorbimento del 25% dell’NaCl rispetto al
totale che era stato filtrato, in più viene riassorbito potassio, calcio e ione bicarbonato. Venendo riassorbiti
gli ioni l’osmolarità all’interno del tubulo diminuisce.

RIASSORBIMENTO DI SOLUTI NEL TRATTO ASCENDENTE

Per essere riassorbito il sodio, il cloro e il potassio, sulla membrana apicale del ramo ascendente c’è un
trasportatore sodio dipendente che trasporta contemporaneamente dentro la cellula due ioni cloro, uno
ione sodio e uno ione potassio. Questo trasportatore è bloccato da una categoria di farmaci diuretici che
prendono il nome di diuretici dell’ansa. Sodio, cloro e potassio entrano nella cellula, per uscire il sodio
utilizza la pompa sodio potassio, il cloro e il potassio hanno canali specifici per uscire. A livello del ramo
ascendente si ha riassorbimento di calcio tramite meccanismo paracellulare, anche il magnesio viene
riassorbito. In parte anche sodio e potassio possono essere riassorbiti per via paracellulare. A livello del
tratto ascendente non ci sono acquaporine. Bloccando il trasporto di sodio, cloro e potassio si ha un effetto
diuretico perché il riassorbimento di questi soluti comporta accumulo di ioni nel liquido interstiziale e
vanno ad aumentare l’osmolarità del liquido interstiziale. A livello del dotto collettore se c’è la presenza di
un’alta osmolarità nel liquido interstiziale l’acqua tende ad essere richiamata verso l’esterno del tubulo. Ma
se blocchiamo il riassorbimento di cloro, sodio e potassio avremo meno soluti che si accumulano che dopo
richiamano meno acqua e quindi produciamo in questo modo più urina. I diuretici vengono dati come
antipertensivi per abbassare la pressione perché si produce più urina e quindi diminuisce la volemia che poi
abbassa la pressione.

Segmento iniziale tubulo distale

Se proseguiamo nel primo tratto del tubulo distale alla fine dell’ansa di Henle, l’inizio del tubulo si comporta
come il tratto ascendente dell’ansa di Henle quindi verranno riassorbiti ancora soluti e non acqua. Anche
qui sulla membrana apicale c’è un co-trasporto sodio cloro, e questo trasportatore può essere bloccato da
famaci che si chiamano diuretici tiazidici. Nella parte basolaterale il sodio esce con pompa sodio potassio e
il cloro ha canali specifici che ne permettono l’uscita.

ULTIMA PORZIONE DEL TUBULO DISTALE E DOTTO COLLETTORE

ASSORBIMENTO REGOLATO

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L’ultimo tratto del nefrone è dato dall’ultima porzione del tubulo distale e dal dotto collettore che dopo
sbocca nei calici minori o maggiori per riversare l’urina nella pelvi. Nel dotto collettore esce l’urina
definitiva. A livello dell’ultima porzione del tubulo distale e nel dotto collettore abbiamo dei meccanismi di
riassorbimento regolati però da ormoni. Vasopressina ed aldosterone. A livello di quest’ultimo tratto viene
riassorbito circa il 7% di NaCl variabile in base alle esigenze dell’organismo, vengono secreti ioni potassio e
H+ in base alle necessità, viene riassorbita una quantità variabile di acqua sempre in base alle necessità. La
regolazione del riassorbimento di acqua avviene tramite l’ormone vasopressina o antidiuretico. Il
riassorbimento di sodio e la secrezione di potassio invece vengono regolati dall’ormone aldosterone. Alla
fine del dotto collettore si ha l’escrezione, l’eliminazione di urina nella pelvi verso l’uretere per essere
immagazzinata nella vescica. A livello del dotto collettore e dell’ultima parte del dotto distale abbiamo
come cellule epiteliali due tipi di cellule:

 cellule principali  sono coinvolte in particolare nel riassorbimento di sodio, cloro e acqua e anche
della secrezione di potassio soggetto a regolazione ormonale. Aldosterone per sodio e potassio,
vasopressina per quanto riguarda l’acqua.
 cellule intercalate  sono di due tipi A e B, sono coinvolte nel mantenimento dell’equilibrio acido
base sono coinvolte nei processi di riassorbimento o secrezione di H+ e bicarbonato, in questo
modo mantengono costante il pH del sangue.

Hanno funzioni completamente diverse nel riassorbimento e secrezione di sostanze.

Nel dotto collettore ci sono anche processi di riassorbimento dell’urea in parte riassorbita nel tubulo
prossimale. Viene riassorbita sia per trasporto passivo sia per trasportatori di membrana a livello del tubo
collettore.

CELLULE PRINCIPALI

A livello delle cellule principali c’è riassorbimento di cloro, sodio e acqua. Come viene riassorbito il sodio:
Sulla membrana apicale ci sono dei canali per il sodio (ENAC) attraverso i quali il sodio entra. Sulla
membrana basolaterale il sodio esce con la pompa sodio potassio. Questi canali si chiamano ENAC che vuol
dire epitelial natrium channels, sono canali permeabili al sodio tipici delle cellule epiteliali. L’acqua esce per
osmosi attraverso acquaporine. La presenza delle acquaporine è regolata dalla vasopressina. La secrezione
di potassio avviene dal sangue verso il lume del tubulo tramite pompa sodio potassio e viene espulso nel
lume tramite canali di membrana. Il potassio essendo più concentrato dentro tende ad uscire. La secrezione
di potassio e il riassorbimento del sodio sono invece regolati dall’aldosterone.

DILUIZIONE E CONCENTRAZIONE DELL’URINA

Il rene deve adattare la sua funzionalità alle esigenze del nostro organismo. La finalità principale è quella di
poter variare la concentrazione finale dell’urina in rapporto alle necessità idriche dell’organismo. Se
l’organismo deve espellere un eccesso di acqua produrremo una grande quantità di urina diluita che può
arrivare ad una minima osmolarità che è dovuta a sostanze di scarto. Se dobbiamo conservare acqua ci sarà
il processo inverso, produrremo volumi ridotti di urine, la massima osmolarità che si può ottenere è di 1200
milliosmoli con un minimo volume di 500mL. I meccanismi di regolazione permettono di regolare la
quantità di acqua e di sodio che vengono riassorbiti nel dotto collettore e nella parte finale del tubulo
distale. Perché si possano avere meccanismi di diluizione dell’urina è necessario che a livello della midollare
ci sia il gradiente osmotico verticale, senza di esso non si possono produrre urine concentrate. I due fattori

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principali sono quindi la regolazione ormonale e la presenza del gradiente osmotico verticale. I processi di
concentrazione o diluizione dell’urina avvengono soprattutto nei nefroni iuxtamidollari che hanno l’ansa di
Henle che si approfonda nella midollare. I nefroni iuxtamidollari sono importanti soprattutto per mantenere
il gradiente osmotico verticale e per permettere la concentrazione dell’urina.

REGOLAZIONE ORMONALE

L’ormone più importante nella regolazione della concentrazione dell’urina è la vasopressina. In generale
inserisce acquaporine nelle cellule epiteliali del dotto collettore, rende il dotto collettore permeabile
all’acqua. Per assurdo senza vasopressina il dotto collettore non sarebbe permeabile all’acqua, quindi tutta
l’acqua rimarrebbe nel dotto collettore e verrebbe eliminata tutta con l’urina. Più vasopressina viene
prodotta, maggiore sarà la permeabilità del dotto collettore all’acqua, e più concentrata sarà l’urina perché
maggiore sarà il riassorbimento di acqua e maggiore sarà la concentrazione dell’urina.

Il riassorbimento dell’acqua però può avvenire solo se fuori nel liquido interstiziale abbiamo il gradiente
osmotico verticale. Il dotto collettore percorre la midollare, l’acqua tende ad uscire perché l’osmolarità
lungo la midollare tende ad aumentare, se restasse sempre a 300 milliosmoli l’acqua non uscirebbe, ma se
aumenta l’osmolarità l’acqua tende progressivamente ad uscire e l’urina dentro si concentra.

Azione della vasopressina

Rende permeabile all’acqua il dotto collettore, l’acqua esce per osmosi e viene così riassorbita. Possiamo
dosare quindi la quantità di vasopressina prodotta che determina una quantità variabile di acquaporine e
influisce sulla quantità di acqua prodotta. La vasopressina viene prodotta a livello ipotalamico.
Nell’ipotalamo esistono dei neuroni raggruppati in due nuclei, un nucleo sopraottico e un nucleo
paraventricolare, in questi due nuclei ci sono i corpi cellulari dei neuroni che producono la vasopressina,
che è un ormone peptidico. La vasopressina viene poi trasportata lungo gli assoni di questi neuroni che
proiettano alla parte posteriore dell’ipofisi che è la neuroipofisi. La vasopressina prodotta a livello somatico
viene trasportata tramite trasporto assonale verso le terminazioni assoniche che si trovano nella
neuroipofisi. Nella neuroipofisi la vasopressina viene liberata per esocitosi dagli assoni ed entra in una rete
di capillari che si trovano sempre nella neuroipofisi ed entra così nel circolo sanguigno. Nell’ipotalamo
abbiamo una serie di nuclei di aggregati di neuroni coinvolti nelle principali funzioni vegetative del nostro
organismo relative ai parametri fisiologici degli organi interni. Ci sono anche dei neuroni nell’ipotalamo che
sono osmocettori, sensibili alle variazioni di osmolarità nei liquidi extracellulari. Questi osmocettori sono
collegati ai neuroni della vasopressina. Se abbiamo bevuto molto e l’osmolarità è calata verrà prodotta
meno vasopressina, ma se abbiamo bevuto poco ed aumenta la concentrazione di Sali viene prodotta più
vasopressina. L’ipotalamo ha anche un nucleo per l’alternanza sonno-veglia, o per le risposte viscerali alle
emozioni.

Diabete insipido: o viene prodotta poca vasopressina oppure ne viene prodotta abbastanza ma non riesce
ad agire in modo adeguato sui recettori a livello renale, c’è resistenza del rene contro la vasopressina. In
entrambi i casi le urine verranno prodotte molto diluite, si arriva anche a 20L al giorno, tutta l’acqua che
entra nel dotto collettore viene eliminata e non viene riassorbita.

Una volta che la vasopressina viene rilasciata nel sangue va a livello dei reni, arriva nei capillari peritubulari
e si porta nel dotto collettore. La vasopressina si lega ad un suo recettore di membrana che si trova sulla
membrana basolaterale. È un ormone peptidico e quindi ha dei recettori di membrana. Questo recettore è

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accoppiato a proteina G e innesca la via dell’AMP ciclico per cui si attiva la protein chinasi A. Questa via
porta come maggiore effetto cellulare all’inserzione di acquaporine nella membrana apicale delle cellule
principali. Le acquaporine presenti nella membrana basolaterale sono meno soggette all’azione della
vasopressina. All’interno della cellula principale ci sono delle vescicole dove troviamo le acquaporine come
sistema di immagazzinamento. Se attiviamo la via dell’AMP ciclico le vescicole si fondono con la membrana
apicale e inseriscono nella membrana le acquaporine. In particolare, è l’acquaporina 2, tipica del dotto
collettore. Una volta inserite le acquaporine l’acqua può entrare dentro alla cellula ed esce poi dalla
membrana basolaterale sempre attraverso le acquaporine e può essere portata nel sangue.

STIMOLI CHE RILASCIANO VASOPRESSINA

I neuroni ipotalamici sono in collegamento con i neuroni osmocettori, quindi uno stimolo che può portare
alla produzione di vasopressina è una variazione di osmolarità. Se aumenta l’osmolarità aumentano i Sali
nei liquidi extracellulari, aumenta la vasopressina e più acqua verrà trattenuta dal nostro organismo. Ci
sono altri due stimoli che portano i neuroni ipotalamici a produrre più o meno vasopressina

 Diminuzione della volemia collegata alla diminuzione della pressione arteriosa media.
 Diminuzione della pressione arteriosa media

*Diminuzione di pressione o aumento di osmolarità provocano aumento di produzione di vasopressina.

12 NOVEMBRE 2019

FATTORI FONDAMENTALI PER PRODURRE URINA CONCENTRATA (risparmiare liquidi)

 Vasopressina
 Gradiente osmotico verticale

Contribuiscono a riassorbire acqua a livello del dotto collettore e produrre un’urina più concentrata. Il dotto
collettore attraversando la midollare incontra delle regioni all’esterna ad osmolarità sempre crescente,
questo fa si che l’acqua all’interno del dotto tende ad uscire perché all’interno del dotto collettore c’è
un’osmolarità che spinge l’acqua fuori, più acquaporine ci sono e più acqua uscirà nel liquido extracellulare.
Più vasopressina, più acquaporine.

COME SI CREA IL GRADIENTE OSMOTICO VERTICALE

Nella zona midollare il liquido interstiziale ha osmolarità crescente verso le zone più profonde, cioè esiste
un gradiente osmotico verticale. Anche a livello dell’ansa di Henle il filtrato raggiunge un’osmolarità via via
maggiore mentre si va verso la parte più profonda fino ad arrivare ad un massimo di 1200 milliosmoli. Il
gradiente osmotico verticale lo abbiamo nel liquido interstiziale della midollare ma anche dentro l’ansa di
Henle andando dall’inizio verso l’apice dell’ansa.

La formazione del gradiente osmotico verticale è il risultato di due meccanismi:

 effetto singolo  consiste nella formazione di un gradiente osmotico orizzontale.


 Moltiplicazione dell’effetto singolo  serve per ottenere quello che è il gradiente verticale

Abbiamo una sezione dell’ansa di Henle dove c’è una porzione di ramo discendente, il liquido interstiziale e
una porzione del ramo ascendente. Ramo discendente e d ascendente sono presi allo stesso livello. Però i

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due rami hanno una permeabilità diversa perché il discendente è permeabile all’acqua quello ascendente è
permeabile ai soluti. Un'altra cosa importante è che il ramo discendente è in equilibrio osmotico con il
liquido interstiziale. Se c’è differenza di osmolarità tra ramo discendete e liquido interstiziale l’acqua si
muove in modo da rendere uguale l’osmolarità tra dentro il ramo discendente ed il liquido interstiziale e
riportare l’equilibrio. Invece il ramo ascendente non è in equilibrio con gli altri due compartimenti perché è
permeabile ai soluti e non si ha equilibrio tra ramo ascendente e liquido interstiziale. Le pareti del ramo
ascendente sono impermeabili all’acqua ma estrudono soluti nel liquido, soluti in particolare NaCl escono
dal ramo verso il liquido, ma se vengono riversati dei soluti nel liquido interstiziale dal ramo ascendente
avremo accumulo di soluti nel liquido interstiziale, quindi l’osmolarità nel liquido interstiziale aumenta ma
siccome il ramo discendete è in equilibrio con il liquido interstiziale l’acqua si sposterà in modo da rendere
uguali le due osmolarità alla fine però sarà aumentata sia l’osmolarità del rame discendente sia quella del
liquido interstiziale. Nel ramo ascendente l’osmolarità sarà diminuita perché ha perso soluti. Si crea un
gradiente osmotico orizzontale di circa 200 milliosmoli, è orizzontale perché parliamo dello stesso livello
dell’ansa di Henle. Il ramo ascendente avrà un’osmolarità più bassa di 200 milliosmoli rispetto al liquido
interstiziale ed al ramo discendente. Questo si verifica ad ogni livello per le diverse permeabilità dei due
rami. Per avere il gradiente osmotico verticale si moltiplica il gradiente osmotico orizzontale più volte per
poter avere man mano un’osmolarità che aumenta andando verso la profondità della midollare.

GENERAZIONE DEL GRADIENTE OSMOTICO VERTICALE

Moltiplicazione controcorrente

Poniamo il caso che ci sia un rubinetto a livello del rene. Partiamo da una situazione in cui il rubinetto
all’inizio dell’ansa di Henle è chiuso, facciamo un’ipotesi che sia nel ramo discendente che ascendente che
nel liquido interstiziale abbiamo sempre la stessa osmolarità di 300 che troviamo nel tubulo prossimale.
Inizialmente tutti e tre i compartimenti abbiamo la stessa osmolarità. La situazione non può rimanere così,
perché il ramo ascendente comincerà ad estrudere soluti nel liquido interstiziale. Da 300 l’osmolarità calerà
a 200 perché sono stati espulsi soluti. Il liquido interstiziale che si è arricchito di soluti richiama acqua e si
viene ad avere un equilibrio tra ramo discendente e liquido interstiziale. Di fatto anche solo all’inizio a
flusso fermo il ramo ascendente avrebbe un’osmolarità di 200 e il ramo discendente con il liquido
interstiziale di 400. Gradiente di 200 milliosmoli tra i vari compartimenti. Se apriamo il rubinetto per un
momento e facciamo entrare del liquido filtrato dal tubulo prossimale nell’ansa di Henle che ha osmolarità
di 300 milliosmoli, spingerà verso l’alto o in avanti il liquido che prima c’era nell’ansa di Henle, quindi il
liquido interstiziale si pone sempre in equilibrio con il ramo discendente. Sarà 400 in basso e 300 in alto sia
nel ramo discendente che nel liquido perché si mette in equilibrio con quello che è arrivato dal tubulo
prossimale. A questo punto però il ramo ascendente continua ad espellere soluti dall’interno del lume
verso il liquido, quindi le osmolarità verranno a diminuire, se prima in basso c’era 400 e in alto 200, adesso
avremo in basso 200 e in alto 150. Espellendo soluti, avremo un aumento nel liquido interstiziale che si
pone in equilibrio con il ramo discendente. Alla fine ci troviamo ad avere un piccolo gradiente verticale.

Le parti più in alto sia del ramo discendente che ascendente hanno un’osmolarità più bassa rispetto a quelle
più profonde. Allo stesso livello abbiamo sempre gradiente orizzontale che è più basso nel ramo
ascendente, in più si forma la differenza verticale.

A questo punto riapriamo il rubinetto e facciamo entrare del liquido dal tubulo prossimale. Il nuovo liquido
del tubulo prossimale avrà 300 milliosmoli che spinge in avanti tutto il liquido che c’è nell’ansa di Henle.

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Chiuso il rubinetto avremo di nuovo la ridistribuzione dove il ramo ascendente di nuovo espelle soluti nel
liquido, il liquido si pone in equilibrio con il ramo discendente, alla fine dello stesso meccanismo avremo un
gradiente osmotico verticale ancora più grande, partiamo da 325 arriviamo a 600, si è creata una differenza
di osmolarità tra la parte più alta e quella profonda. Si riapre di nuovo il rubinetto si fa entrare il liquido a
300, chiuso il rubinetto avremo passaggio di soluti dal ramo ascendente al liquido interstiziale e di nuovo il
liquido si mette in equilibrio con il ramo discendente, andiamo da 300 milliosmoli in alto fino a 700 in basso.

Nel rene non c’è un vero e proprio rubinetto, si crea il gradiente verticale grazie al fatto che i due rami
hanno permeabilità diversa e grazie alla particolare forma dell’ansa di Henle ad U che permette di
moltiplicare via via la differenza di osmolarità che si crea tra i due rami in modo da avere un gradiente
verticale. Viene chiamata moltiplicazione perché la differenza di osmolarità che c’è allo stesso livello in
orizzontale viene moltiplicata in senso verticale.

SLIDE RIASSUNTIVA

I 1200 milliosmoli massimi che si possono avere è un valore valido per l’uomo ma non è un valore
universale per i vari animali. Al massimo l’uomo produce urina di 1200 milliosmoli, perché il nostro dotto
collettore si porta dentro alla midollare prima di sboccare nei calici e nella pelvi, che ha un gradiente
verticale da 300 a 1200. L’acqua che percorre il dotto collettore se c’è la vasopressina è in grado di uscire
porsi in equilibrio con l’osmolarità che trova al di fuori e al massimo può raggiunge il valore massimo che
c’è al di fuori del dotto collettore nella midollare. L’osmolarità massima dipende anche dalla lunghezza
dell’ansa, perché se fosse maggiore rispetto a quella dell’uomo, con il meccanismo di moltiplicazione
controcorrente si potrebbero raggiungere dei valori nella midollare molto più elevati, possiamo quindi
creare un gradiente verticale maggiore o minore. ci sono animali che hanno un’ansa maggiore o minore
rispetto agli umani ed all’aumentare dell’ansa di Henle nella midollare aumenta anche l’intensità dell’urina
prodotta. Alcuni animali arrivano a 7000 milliosmoli di urina prodotta. In relazione alla lunghezza dell’ansa
di Henle possiamo avere un maggiore gradiente e quindi si può produrre un’urina molto più concentrata.

ALTRI FATTORI IMPORTANTI PER GENERARE GRADIENTE OSMOTICO VERTICALE

 Ricircolo dell’urea
 Presenza di vasa recta

RICIRCOLO DELL’UREA

A livello del tubulo prossimale l’urea viene riassorbita per il 50%. Il restante 50% prosegue il suo viaggio
nell’ansa di Henle verso il tubulo distale e arriva fino al dotto collettore. Nel dotto una parte di urea tende a
passare nel liquido interstiziale, c’è un continuo riassorbimento, ma l’urea che passa nel liquido poi passa
nuovamente nell’ansa di Henle. Questo movimento dell’urea dal liquido interstiziale verso l’ansa di Henle fa
si che anche nel liquido interstiziale ci sia dell’urea. La presenza dell’urea nel liquido interstiziale,
soprattutto nella parte profonda della midollare, aumenta l’osmolarità della midollare e contribuisce a
mantenere il gradiente osmotico verticale. Se si toglie l’urea si è visto che l’osmolarità non è più 1200 ma è
di meno. Una parte poi viene eliminata con le urine.

VASA RECTA

Sono i capillari che circondano l’ansa di Henle nei nefroni iuxtamidollari. Sia per i nefroni iuxtamidollari che
corticali i capillari seguono l’andamento dei tubuli (capillari peritubulari). I capillari peritubulari che seguono

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l’andamento dell’ansa di Henle nei nefroni iuxtamidollari si chiamano vasa recta. È una porzione del
capillare peritubulare che segue l’andamento dell’ansa di Henle nei nefroni iuxtamidollari ma sono sempre
capillari peritubulari che prendono un nome diverso. La forma di questi capillari che è sempre a U come
l’ansa è un fattore in più che facilita il mantenimento del gradiente verticale. Se un capillare fosse dritto e
andasse nella midollare e poi negli altri vasi sanguigni succederebbe che man mano che scende il capillare
dagli strati più superficiali della midollare verso gli strati più profondi, l’osmolarità intorno al plasma
aumenta, il plasma si mette quindi in equilibrio con l’osmolarità fuori. I sali che si trovano nel liquido
tenderebbero ad entrare nel capillare e l’acqua tenderebbe ad uscire e confluirebbe nelle vene con
un’osmolarità di 1200. A livello del gradiente verticale succederebbe che l’entrata di cloro e sodio nel
plasma sottrarrebbe sali al liquido, e col tempo il gradiente osmotico della midollare verrebbe lavato via dal
sangue. La midollare perderebbe sali che verrebbero riversati nel sangue. Ma i capillari in questa zona sono
fatti a U, in questo modo nel ramo discendente del capillare può entrare cloruro di sodio ed uscire acqua,
ma il capillare poi risale come il ramo ascendente dell’ansa, e quando risale va da zona a osmolarità più alta
a zona ad osmolarità più bassa, i sali tornano ad uscire dal sangue tornano verso il liquido interstiziale …
GIORGIA

La midollare non perde sali e non si annulla al gradiente osmotico verticale. Il gradiente verticale viene
mantenuto da:

 moltiplicazione del gradiente orizzontale grazie alla permeabilità diversa dei due rami e flusso in
direzione opposta.
 Riciclo dell’urea per mantenere urea nel liquido e aumentare osmolarità.
 Presenza dei vasa recta che permettono di non lavare via con il flusso sanguigno il gradiente
verticale.

REGOLAZIONE DEL VOLUME CELLULARE NELLA MIDOLLARE

Le cellule epiteliali dell’ansa di Henle e del dotto collettore che rivestono sia l’ansa di Henle sia il dotto, si
trovano esposte a regioni di alta osmolarità di 1200 milliosmoli. Se l’osmolarità extracellulare aumenta, la
cellula perde acqua, si raggrinzisce e potrebbe morire. L’osmolarità intracellulare è uguale a quella che c’è
fuori, perché l’acqua libera di muoversi crea equilibrio tra interno ed esterno per osmosi. Se l’osmolarità
delle cellule epiteliali renali fosse 300 l’acqua tenderebbe ad uscire. Per aumentare l’osmolarità all’interno
delle cellule epiteliali in modo da non far avere degli scompensi osmotici, le cellule contengono gli osmoliti
organici, molecole organiche che non vanno a cambiare i gradienti ionici, non danneggiano le
macromolecole interne e consentono di portare l’osmolarità interna uguale a quella esterna. Gli osmoliti
possono essere alcoli poliossidrilici o delle trimetilammide, sostanze che vengono immagazzinate nelle
cellule dell’ansa per avere un’osmolarità intracellulare uguale a quella che c’è fuori. Si trovano a volte
anche nei meccanismi di osmoregolazione in animali che sono sottoposti ad osmolarità elevate.

ALDOSTERONE

Agisce sulle cellule principali del dotto collettore dell’ultimo tratto del tubo distale, aumenta il
riassorbimento del sodio a livello del dotto, cioè dal lume verso il sangue, e aumenta la secrezione di
potassio, cioè il passaggio di potassio verso il lume del tubulo. Il sodio viene riassorbito sulla membrana
apicale tramite gli ENAC e poi esce con la pompa sodio potassio. Il potassio invece entra nella cellula con la
pompa sodio potassio ed esce dal lato apicale con canali specifici per il potassio. L’aldosterone promuove
questi processi tramite effetti genomici, cioè aumenta la trascrizione genica in particolare aumenta la

81
sintesi di canali ioni per il sodio sulla membrana apicale e per il potassio ed aumenta la sintesi della pompa
sodio potassio che poi viene inserita nella membrana basolaterale. L’aldosterone è un ormone steroideo,
deriva dal colesterolo e viene prodotto dalla ghiandola surrenale formata da una parte corticale esterna e
una parte midollare interna. La parte midollare produce adrenalina, innervata dall’ortosimpatico. La
corticale invece produce una serie di ormoni steroidei tra cui anche l’aldosterone che fa parte dei mineral
corticoidi, varia l’equilibrio salino dell’organismo. L’aldosterone viene riversato nel sangue e arriva a livello
del dotto dove entra dentro le cellule principali attraversando le membrane perché gli ormoni steroidei
sono lipofili. All’interno delle cellule principali ci sono dei recettori citoplasmatici per l’aldosterone, il
complesso aldosterone recettore trasloca dentro il nucleo e nel nucleo attiva la trascrizione genica
soprattutto di canali per potassio e sodio e pompe sodio potassio. È un effetto che richiede tempo perché
deve essere alterata la sintesi proteica. È utile avere un ormone che regola il riassorbimento di sodio e la
secrezione di potassio perché questi due effetti dell’aldosterone possono regolare da un lato il
riassorbimento di sodio e quindi anche la pressione arteriosa, la secrezione del potassio serve a regolare le
concentrazioni di potassio nel sangue.

STIMOLI PER SECREZIONE ALDOSTERONE

 Uno degli stimoli più potenti che portano alla liberazione dell’aldosterone è la diminuzione della
pressione arteriosa. L’aumento del riassorbimento del sodio porta ad un aumento della pressione
arteriosa. Se riassorbiamo più sodio in presenza di vasopressina e quindi acquaporine, aumenta
l’osmolarità del liquido interstiziale, l’acqua segue i soluti e quindi verrà riassorbita più acqua quindi
più passa sodio più passa acqua che va nei liquidi extracellulari, aumenterà il volume dei liquidi e
anche il volume del plasma. Aumentando la volemia allora aumenta anche la pressione arteriosa.
La diminuzione di pressione è uno stimolo potente per far produrre aldosterone. L’aldosterone fa
riassorbire più sodio, viene riassorbita anche l’acqua, diminuisce la volemia e la pressione aumenta.
 Un altro stimolo che porta alla produzione di aldosterone è la concentrazione del potassio perché
l’aldosterone aumenta la secrezione di potassio, il potassio viene eliminato con le urine. Se il
potassio cala verrà inibita la produzione di aldosterone.

MECCANSIMI DI REGOLAZIONE

SECREZIONE RENINA

La diminuzione di pressione non viene captata direttamente a livello delle cellule delle ghiandole surrenali,
la diminuzione viene captata a livello delle cellule granulari del rene nell’apparato iuxtagranulare. Queste
cellule in seguito a diminuzione della pressione producono un ormone enzima che si chiama renina che
viene rilasciata nel sangue. La renina ha una funzione enzimatica ed è in grado di trasformare un peptide
che si chiama angiotensinogeno in un altro peptide che si chiama angiotensina I. L’angiotensinogeno viene
prodotto continuamente dal fegato, ma se non è presente renina rimane angiotensinogeno, se viene
prodotta renina in seguito a calo di pressione viene trasformato in angiotensina che rimane sempre nel
sangue. L’angiotensina I poi è trasformata ad opera di enzimi chiamati ACE in angiotensina II sempre a
livello del plasma, gli enzimi ACE (angiotensin converting enzymes) vengono prodotti dall’endotelio dei vasi
sanguigni soprattutto a livello polmonare e trasformano l’angiotensina I in angiotensina II. L’angiotensina II
agisce a livello di vari organi bersaglio con uno scopo unico, quello di fare aumentare la pressione, cioè di
controbilanciare la diminuzione di pressione, infatti l’angiotensina è uno degli agenti più potenti ipertensivi
del nostro organismo, tanto che una categoria di farmaci più utilizzata per diminuire la pressione sono gli

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inibitori ACE che inibiscono la produzione di angiotensina II. L’angiotensina II per aumentare la pressione va
ad agire sulle arteriole tramite costrizione per aumentare la resistenza, va ad agire sul cuore, per cui
aumenta la risposta cardiovascolare, agisce sull’ipotalamo sia come produttore di vasopressina sia come
centro della sete. Per quanto riguarda la vasopressina la produzione aumenta, aumenta così anche la
volemia per la presenza delle acquaporine e così aumenta la pressione. In più viene indotta anche la sete a
livello ipotalamico, questo serve a introdurre più liquidi e quindi la pressione. Un altro effetto
dell’angiotensina II è sula corteccia surrenale ed aumenta il riassorbimento di sodio, quindi anche il
riassorbimento di acqua e infine aumenta la pressione.

Una diminuzione di pressione porta a:

1. produzione di renina
2. angiotensina II
3. aumento della pressione

Le cellule granulari rispondono ad una diminuzione di pressione aumentando la secrezione di renina.


Inoltre, se diminuisce la pressione viene attivato il sistema ortosimpatico, in grado ulteriormente di
stimolare le cellule granulari a produrre renina.

18 NOVEMBRE 2019

EQUILIBRIO IDROSALINO

La quantità di acqua e di sali (soprattutto cloruro di sodio) che vengono introdotti ogni giorno
nell’organismo deve essere uguale alla quantità di sali e di acqua che vengono eliminati. È importante
mantenere l’equilibrio idrosalino per due motivi fondamentali:

 Il volume dei liquidi extracellulari definito dal plasma e dal liquido interstiziale determina la
pressione arteriosa. Mantenere l’equilibrio costante ci permette di mantenere la pressione
costante.
 Mantenimento dell’osmolarità costante nei liquidi extracellulari, se varia l’osmolarità varia il
volume cellulare che può portare anche alla morte della cellula.

BILANCIO IDRICO

Il liquido intracellulare rappresenta la maggior parte della componente acquosa. La percentuale di acqua
nel nostro organismo varia in base al sesso, alla percentuale di grassi e in base all’età. Maggiore è la
componente di grassi minore è la componente di acqua. A parità di composizione corporea ci sono più
grassi nella donna. Ci sarà più acqua nel bambino che nell’adulto, la componente acquosa cala in relazione
all’età.

Da dove proviene l’acqua e come viene eliminata: introduciamo acqua con le bevande ma anche col cibo.
Ne introduciamo in totale 2,2L al giorno. Una piccola percentuale di acqua viene anche prodotta all’interno
del nostro organismo, è l’acqua che viene prodotta da reazioni chimiche come l’ossidazione del glucosio, si
chiama acqua metabolica ed è una percentuale molto piccola. In totale introduciamo circa 2.5L di acqua. Se
introduciamo 2,5L, altrettanti devono essere eliminati per non far cambiare i volumi cellulari. Deve essere
eliminata attraverso l’urina, eliminiamo circa 1,5L di urine al giorno ma la eliminiamo anche attraverso le
feci. Questi meccanismi di eliminazione dell’acqua tramite urina e feci sono regolabili. Anche l’acqua delle

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feci è regolabile perché l’intestino regola il riassorbimento di acqua nella parte terminale dell’intestino a
livello del colon per moderare quanta acqua viene eliminata con le feci e quanta ne deve rimanere. L’acqua
viene persa anche attraverso la cute con la sudorazione o la traspirazione, e attraverso i polmoni viene
persa acqua perché all’aria viene aggiunto vapore acqueo che serve per mantenere funzionali gli alveoli a
livello polmonare. Attraverso la cute e attraverso i polmoni abbiamo una perdita obbligata non regolabile,
circa 0,9 L al giorno.

Una cellula che ha un suo volume cellulare immersa in un volume extracellulare è sotto il controllo di altri
apparati quali il rene, l’intestino ma sono anche influenzati dalla respirazione e dalla traspirazione cutanea.
Normalmente non abbiamo grossi problemi nel mantenere il bilancio idrico, però ci possono essere delle
situazioni in cui abbiamo soprattutto perdite d’acqua significative come eccessiva sudorazione, diarrea e
vomito prolungato che mettono il paziente a rischio di disidratazione. Queste situazioni se non compensate
bevendo e regolando la produzione di urina, possono portare ad abbassamento della volemia e quindi della
pressione, e anche dell’osmolarità, perché se sudiamo molto l’organismo sarà iposmotico rispetto al liquido
extracellulare. Non solo si perde acqua, ma perde anche pochi sali e quindi cambierà l’osmolarità. Vengono
eliminati meno sali rispetto all’acqua. Questo avviene perché con il sudore perdiamo più acqua e meno sali
e quindi si sbilancia l’equilibrio idrosalino.

BILANCIO DEL SODIO

Il sodio più gli anioni ad esso associati e quindi lo ione cloro sono responsabili del 90 % dell’osmolarità dei
liquidi extracellulari. Anche qui parliamo di bilancio del sodio, tanto sodio introduciamo e tanto sodio deve
essere eliminato soprattutto a livello renale che è la via di eliminazione più importante del sodio. Il sodio si
introduce giornalmente con l’alimentazione. La maggior parte del sodio contenuto nel filtrato viene
riassorbito sia nel tubulo prossimale che nell’ansa di Henle e nel dotto collettore. Se introduciamo più sodio
rispetto a quello che ci serve abbiamo un eccesso di sodio che deve essere eliminato con le urine. Quindi
nel filtrato c’è tantissimo sodio, la maggior parte viene riassorbito ma l’eccesso viene eliminato con le urine.
È possibile regolare la quantità di sodio che viene eliminato con le urine soprattutto a livello del dotto
collettore controllato dall’aldosterone. L’escrezione di sodio nelle urine è commisurata con la quantità di
sodio assunto con la dieta. La quantità minima di sodio per le funzioni metaboliche sarebbe 0,5gr, in realtà
ne introduciamo sui 7-8 gr al giorno. La quantità raccomandata sarebbe 1,5-2 gr di sodio al giorno che
corrispondono a 4-5 g di NaCl. Un’alimentazione ricca di sodio nel tempo nonostante la funzionalità del
rene tende però a portare ad un accumulo di sodio nei liquidi extracellulari, un aumento di sodio nei liquidi
tende a trattenere i liquidi e quindi ne aumenta il volume, questo ha influenza sulla pressione.

REGOLAZIONE INTEGRATA DI PARAMETRI INFLUENZATI DA BILANCIO IDROSALINO

 Regolazione dei volumi dei liquidi extracellulari per regolare la pressione


 Regolazione dell’osmolarità del liquido extracellulare
 Compensazione della disidratazione severa.

REGOLAZIONE DEL VOLUME DEL LIQUIDO EXTRACELLULARE (PRESSIONE)

Caso di forte emorragia. Avere un’emorragia vuol dire aver perso del plasma e quindi aver perso una certa
quantità di liquido extracellulare. L’osmolarità non cambia perché in emorragia si perdono sia acqua che
sali, si parla solo della riduzione del volume extracellulare considerando sia perdita di acqua che perdita di

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sali. Il problema non sarà a livello dell’osmolarità, ma a livello di pressione  ipotensione. Per
controbilanciare questo evento possiamo agire su vari livelli.

A livello renale:

 Aumento della vasopressina data dalla la diminuzione della pressione. A livello dell’ipotalamo viene
prodotta più vasopressina che a livello del dotto collettore aumenta il riassorbimento di acqua per
compensare la diminuzione del volume extracellulare.
 Aumento di produzione dell’aldosterone perché sono stati persi anche dei Sali. Con l’aldosterone si
riassorbono sodio e cloro per recuperare i sali. Riassorbendo più sodio si riassorbe anche più acqua
dal dotto collettore.

Per avere una regolazione immediata della pressione per impedire che la persona svenga viene attivato il
riflesso barocettivo. Una versione integrata dell’emorragia non comporta solo la compensazione renale ma
anche altre regolazioni a livello dell’apparato cardiovascolare.

 I barocettori attivano il centro di controllo cardiovascolare, la prima risposta del riflesso barocettivo
sarà attivare l’ortosimpatico che aumenta l’attività cardiaca, frequenza e GS, aumenta la resistenza
a livello arteriolare e quindi la pressione.
 Induzione della sete, la persona sentirà sete quindi si sentirà portata a bere per compensare le
perdite di liquido.

Se invece ci fosse un aumento di volume ematico si porterebbe ad un aumento di pressione arteriosa. Il


riflesso barocettivo agirà in senso opposto, riduce l’attività dell’ortosimpatico per ridurre la frequenza e la
gittata sistolica e a livello delle arteriole ci sarà vasodilatazione con minore resistenza. A livello dei reni ci
saranno le risposte opposte, la vasopressina diminuisce con l’aldosterone in modo da eliminare acqua e sali
con le urine.

REGOLAZIONE DELL’OSMOLARITA’ DEL LIQUIDO EXTRACELLULARE

Varia solo l’osmolarità del liquido extracellulare. Caso pratico è l’ingestione di una quantità eccessiva di sale
che aumenta l’osmolarità dei liquidi extracellulari. Una prima reazione che si ha è una compensazione a
livello locale, l’acqua può muoversi dalla cellula al liquido extracellulare o viceversa per osmosi in modo da
bilanciare le differenze di osmolarità. In questo caso se è aumentata l’osmolarità nel liquido extracellulare
l’acqua esce dalla cellula in modo da compensare almeno parzialmente l’equilibrio. Questo però non è
sufficiente, bisogna anche eliminare la quantità eccessiva di sale nel liquido, quindi meccanismi di
compensazione sono:

 Induzione della sete, gli osmocettori talamici comunicano con il centro della sete nell’ipotalamo e ci
inducono a bere.
 Indurre la produzione di vasopressina. Un aumento di osmolarità induce maggiore produzione di
vasopressina che porta a riassorbire più acqua a livello del dotto collettore per diluire NaCl e
riportare l’osmolarità a livelli normali.

Per il nostro organismo la prima urgenza da risolvere è l’osmolarità ancor prima della pressione, perché
l’osmolarità porta alla morte delle cellule. C’è però un problema, perché abbiamo trattenuto dei liquidi e
quindi abbiamo aggiunto dei liquidi a quelli che già avevamo. È aumentato quindi il volume dei liquidi
extracellulari. Questo porta come effetto secondario un aumento della volemia ed un aumento della

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pressione, allora successivamente dobbiamo avere una compensazione finale per riportare tutto alla
situazione originaria in cui diminuisce la produzione di vasopressina ed aldosterone vengono escreti acqua
e sali introdotti in eccesso e il liquido extracellulare ritorna normale.

RISPOSTE OMEOSTATICHE DELLA DISIDRATAZIONE SEVERA

Nella disidratazione severa varia sia l’osmolarità che la pressione. Se si suda molto, il sudore contiene meno
sale rispetto ai liquidi extracellulari, quindi l’osmolarità aumenta, i volumi dei liquidi extracellulari
diminuiscono. Questo comporta una diminuzione della pressione arteriosa. Per compensare entrano in
gioco diversi meccanismi che compensano prima l’osmolarità successivamente la pressione.

A livello dell’osmolarità

 induzione della sete che permette di aumentare anche i volumi extracellulari


 aumenta la vasopressina e si trattiene più acqua a livello renale.

A livello della diminuzione di pressione

 Induzione del riflesso barocettivo


 Aumenta la vasopressina per trattenere acqua per aumentare la pressione
 Aumento dell’aldosterone, quando aumenta, aumenta anche il riassorbimento di sodio poi seguito
dall’acqua. Viene fatto aumentare quando è stata ristabilita l’osmolarità per far aumentare la
pressione arteriosa.

ALTERAZIONI DELL’OSMOLARITA’ DEL LIQUIDO EXTRACELLULARE

 Ipertonicità, cioè l’aumento della osmolarità avviene in condizioni di disidratazione che può essere
dovuta ad un insufficiente assunzione di acqua, ma anche ad un’eccessiva perdita di acqua, vomito
o diarrea prolungate. Anche nel diabete insipido si perde molta acqua con le urine e si tende ad
avere una forte osmolarità nei liquidi extracellulari. Le cellule tendono quindi a perdere acqua per
compensare e si raggrinziscono. I primi a risentirne sono i neuroni. Quindi il primo danno è a livello
neuronale, i neuroni raggrinziscono e si hanno i problemi neuronali. Se per disidratazione si perde
oltre il 10% del peso corporeo può andare in contro a ipertermia e può andare incontro a pericolo
di vita.
 Ipotonicità: si verifica per insufficienza renale, se i reni non assorbano sufficientemente i Sali,
vengono persi con le urine e cala l’osmolarità dei liquidi extracellulari oppure eccessiva secrezione
della vasopressina nel caso di una neoplasia ipotalamica. Può anche capitare per una rapida
eccessiva ingestione di acqua, se si beve solo acqua senza ingerire dei Sali, l’acqua diluisce i liquidi
corporei e si abbassa l’osmolarità. Le prime cellule a farne le spese sono ancora i neuroni che in
questo caso si rigonfiano e portano a delle disfunzioni che possono arrivare a casi estremi.
Aumenta il volume dei neuroni e se ne altera la funzionalità.

Nella nostra urina possiamo contenere al massimo 300 millimoli di sale per litri, quindi se si beve un L di
acqua marina si ingeriscono 450 millimoli di litri di sale, per cui per ogni litro di acqua ingerita occorrerebbe
la produzione di 1,5L di urina, quindi la persona invece di idratarsi si disidrata.

Ci sono due motivi per cui bisogna bere di più rispetto agli stimoli della sete

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 Rendere le vie urinare e rendere meno possibile la deposizione di calcoli.
 Mantenere uno stato ottimale di idratazione delle cellule.

SLIDE

INSUFFICIENZA RENALE E DIALISI

Il rene per funzionare bene deve avere determinati requisiti:

 Quantità sufficiente di tessuto renale sano.


 Sistemi di trasporto ionico funzionali.
 Irrorazione sanguigna efficiente, perché se non arriva abbastanza sangue al rene non può esserci la
filtrazione.
 Vie di reflusso urinario libere e funzionali.

L’alterazione di almeno uno di questi parametri porta all’insufficienza renale, può essere per cause dirette o
cause indirette.

 Insufficienza renale acuta: può essere indotta da un egente chimico comune un veleno o un
farmaco che danneggia il tessuto renale. Se c’è ischemia nei vasi sanguigni che portano il sangue ai
reni, il rene può andare incontro a ischemia e risulta essere danneggiato.
 Insufficienza renale cronica: il rene progressivamente perde la sua funzionalità per nefropatie, o
alterazioni locali del flusso ematico renale.

Se entrambi i reni sono compromessi si fa la dialisi come rimedio temporaneo, ma se il rene è perso deve
essere poi sostituito. La dialisi fa passare il sangue tramite dispositivi che sostituiscono il rene. Permettono
di eliminare le sostanze di scarto e cerca di equilibrare gli ioni in base alle esigenze dell’organismo. In più
deve regolare l’equilibrio acido base.

CONSEGUENZE DI INSUFFICIENZA RENALE

Se i reni non funzionano e non si interviene con la dialisi si ha:

 ritenzione di urea e altri prodotti di scarto del metabolismo


 alterazione di elettroliti e bilancio idrico
 ipertensione sodio-dipendente
 acidosi metabolica
 carenza di ormoni prodotti dal rene
 aumento della concentrazione ematica di ormoni
 alterazione del metabolismo intermedio

APPARATO RESPIRATORIO

La funzione principale dell’apparato respiratorio è quella di far avvenire gli scambi di gas tra atmosfera e
sangue ma ha anche altre funzioni quali la regolazione del pH corporeo tramite eliminazione di CO2, la
protezione da patogeni e la produzione di suono a livello delle corde vocali. Le principali strutture sono:

 Sistema di conduzione dato dalle vie aree che sono la cavità nasale, la cavità orale, che si continua
con la faringe, la laringe e la trachea che dà origine ai bronchi e ai bronchioli che si diramano a

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livello dei polmoni e portano l’aria agli alveoli polmonari, piccoli sacchettini attaccati gli uni agli
dove vengono gli scambi gassosi tra l’aria e il sangue.
 Non ci potrebbero essere scambi gassosi però senza altre strutture che sono ossa, muscoli del
torace e dell’addome, importanti per far variare il volume della gabbia toracica e permettere la
ventilazione, lo scambio di aria tra atmosfera e polmoni.

La ventilazione che è data da ispirazione ed espirazione è resa possibile non solo dal sistema degli alveoli
ma anche da muscoli e ossa che permettono questi scambi. Infatti, il concetto che sta alla base del processo
della ventilazione è la variazione della cavità toracica che fa variare il volume dei polmoni e crea dei
gradienti di pressione tra l’interno e l’esterno dei polmoni.

LE VIE AEREE

 Riscaldano l’aria a 37 gradi soprattutto a livello delle vie superiori fino ad arrivare alla faringe. È
importante riscaldare l’aria per on danneggiare gli alveoli soprattutto quando fuori ci sono
temperature fredde.
 Viene aggiunto vapore acqueo quando l’aria entra nel naso, nella bocca o nella faringe per impedire
la disidratazione degli alveoli rivestiti da un sottile strato di liquido importante per mantenere la
loro funzione.
 Funzione di filtrazione del materiale estraneo. A livello della trachea e dei bronchi abbiamo le
cellule epiteliali cigliate che permettono di trattenere il materiale estraneo e di espellerlo insieme al
muco attraverso l’esterno. Sopra le cellule cigliate c’è una soluzione salina e sopra ancora c’è
produzione di muco. Le eventuali particelle vengono inglobate all’interno del muco, le ciglia
dell’epitelio si muovono verso l’alto in modo da far spostare la soluzione salina e il muco viene
eliminato poi a livello della bocca. Su queste cellule epiteliali ci sono dei canali importanti che
producono la soluzione saline indispensabile sotto al muco per farlo scorrere altrimenti rimarrebbe
a livello della trachea e dei bronchi.

Soluzione salina: serve per il movimento del muco, è composta da NaCl e acqua, il cloro ha bisogno di un
canale chiamato CFTR indispensabile perché venga espulso e si formi la soluzione salina. Il canale CFTR può
subire mutazione in modo che non si formi la soluzione salina e il muco rimane e le molecole estranee non
vengono eliminate. La malattia causata da mutazioni di questo canale è la fibrosi cistica. Si ha una scarsa
funzionalità del canale, il sodio viene attirato dal cloro per via paracellulare, non si forma la soluzione salina
e il muco non riesce a muoversi. L’altra zona in cui può avvenire la mutazione è a livello pancreatico dove il
muco serve per creare le mucose digestive e quindi si hanno problemi a livello della digestione.

I bronchioli via via perdono gli anelli cartilaginei e dai bronchioli si diramano gli alveoli. Nella parete
alveolare sono presenti due tipi cellulari, una cellula di tipo I e una cellula di tipo II. Inoltre, abbiamo anche
dei macrofagi che servono ad eliminare eventuali sostanze estranee che non sono state trattenute nelle vie
precedenti. Molto vicino agli alveoli ci sono i capillari ad una distanza 0,5 micrometri. Quelli per gli scambi
gassosi sono le cellule di tipo I in stretta vicinanza ai capillari e molto più sottili per scambiare ossigeno e
CO2 tra il sangue e l’aria contenuta a livello dell’alveolo. Le cellule di tipo II invece servono a produrre un
liquido che si chiama surfattante importante per evitare il collasso dei polmoni, li mantiene distesi. La
parete interna dell’alveolo è rivestita da un sottile strato di liquido all’interno del quale poi verrà inserito il
surfattante per mantenere gli alveoli distesi.

88
Il parenchima polmonare è costituito dall’insieme dagli alveoli e ogni polmone è rivestito da un sacco
pleurico, un sacchetto chiuso che riveste ogni polmone. Il polmone è un palloncino pieno d’aria con intorno
un palloncino pieno di liquido. Il palloncino pieno di liquido si dispone a circondare il palloncino pieno d’aria
che è il polmone. Il sacco pleurico contiene pochi microlitri di liquido, c’è un solo sottilissimo strato di
liquido tra le due pareti del sacco pleurico che si chiamano foglietto viscerale quello che aderisce ai
polmoni e il foglietto polmonare che aderisce alla cavità toracica.

19 NOVEMBRE 2019

La conformazione del sacco pleurico permette di svolgere due funzioni:

 facilita i movimenti del polmone e i cambiamenti di volume del polmone


 fa si che il polmone sia nei suoi movimenti solidale con la gabbia toracica.

I due foglietti pleurici sono due epiteli con in mezzo un sottile strato di liquido. I due foglietti scorrono
facilmente uno sull’altro durante i movimenti dei polmoni, e quindi facilitano il loro movimento scorrendo
tramite il liquido, ma si fa fatica a staccarli, questo comporta che siccome un foglietto è attaccato al
polmone e l’altro alla gabbia toracica, se si espande la gabbia toracica, si espande anche il foglietto
attaccato alla gabbia toracica, ma se si espande il foglietto parietale si espande anche il foglietto viscerale
attaccato ai polmoni perché i due foglietti sono attaccati tramite il liquido pleurico. Attraverso il sacco
pleurico i polmoni si mantengono a stretto contatto con la parete toracica grazie alle molecole d’acqua
presenti nel liquido pleurico.

PRESSIONI IMPORTANTI NELLA VENTILAZIONE

Per descrivere il ciclo respiratorio nonché l’alternarsi di ispirazione ed espirazione, dobbiamo identificare
alcune pressioni molto importanti nella ventilazione, definita come lo scambio di aria tra l’interno e
l’esterno dei polmoni:

 pressione atmosferica dell’aria all’esterno. A livello del mare la pressione atmosferica è di 760
mm/Hg. Se si sale di altitudine la pressione diminuisce.
 Pressione intralveolare, cioè la pressione dell’aria che si trova dentro gli alveoli, questa pressione
tra un ciclo respiratorio e l’altro (tra la fine dell’espirazione e l’inizio dell’ispirazione) è uguale alla
pressione atmosferica, cioè 760 mm/Hg. Questa pressione cambia durante l’ispirazione e durante
l’espirazione e si creeranno delle differenze di pressione tra la pressione intralveolare e la pressione
atmosferica. Questi gradienti di pressione permetteranno la ventilazione, cioè gli scambi di aria. Se
non c’è gradiente di pressione non si può cambiare aria tra l’interno e l’esterno dei polmoni.
 Pressione intrapleurica, cioè la pressione che troviamo tra un foglietto e l’altro all’interno del sacco
pleurico dove ci sono pochi ml di liquido pleurico. La pressione intrapleurica è una pressione detta
negativa perché la pressione che c’è dentro il sacco pleurico è più bassa della pressione atmosferica
e tra un ciclo respiratorio e l’altro è di 756 mm/Hg, per cui si dice che la pressione intrapleurica è
subatmosferica (sotto a quella atmosferica) o negativa.

Pressione intrapleurica

Il fatto di avere una pressione subatmosferica dentro il sacco pleurico comporta delle conseguenze molto
importanti per il funzionamento dei polmoni. Dentro il sacco pleurico diminuisce la pressione di 4 mm/Hg
rispetto all’esterno perché il sacco pleurico che si trova tra la gabbia toracica e il polmone è sottoposto a

89
due forze che agiscono in senso opposto. Una è la forza elastica della parete toracica che tenderebbe a
tirare la parete toracica verso l’esterno, un'altra è dovuta all’elasticità del polmone dentro cui ci sono fibre
di elastina che tendono a farlo ritrarre verso l’interno. L’equilibrio tra queste due forze genera nel sacco
pleurico una pressione minore rispetto alla pressione atmosferica. È molto importante avere questa
pressione perché la presenza di una pressione minore rispetto a quella atmosferica mantiene il polmone
disteso. La pressione negativa ha un’azione aspirante verso i polmoni e li tiene distesi. La prova di questo è
che se per qualche motivo il sacco pleurico subisce una lesione e viene forato, non è più un elemento
chiuso con una pressione negativa ma va in comunicazione con l’aria, che entra nel sacco pleurico quindi la
pressione del sacco pleurico aumenterà a 760 come quella dell’aria. Il polmone in questo caso si ritrae non
ha più la forza di aspirazione della pressione intrapleurica che lo manteneva disteso, e quindi collassa,
questa condizione si chiama pneumotorace. È una condizione grave in cui la pressione atmosferica diventa
uguale alla pressione intrapleurica e non c’è più gradiente che possa far avvenire il flusso d’aria. Ci può
essere anche pneumotorace spontaneo.

CONCETTI FONDAMENTALI

 Si genera un flusso d’aria solo quando la pressione intralveolare è diversa dalla pressione
atmosferica e in particolare, se la pressione intralveolare è minore rispetto a quella atmosferica
l’aria entra, se invece la pressione dentro gli alveoli è maggiore rispetto all’esterno l’aria esce.
Quando la pressione dentro gli alveoli è minore rispetto all’esterno siamo nell’ispirazione, viceversa
nell’ispirazione la pressione sarà maggiore rispetto all’esterno e l’aria esce.
 Pressione intrapleurica minore della pressione atmosferica
 Pressione transmurale (Ptm), è la differenza che c’è tra la pressione intralveolare e la pressione
intrapleurica. Se siamo a livello del mare la Ptm è 4 mm/Hg. Variazioni della pressione transmurale
causano variazioni del volume polmonare e a sua volta questo comporta delle variazioni nella
pressione alveolare e alla ventilazione. Se varia il volume del polmone varia anche la pressione
dell’aria che c’è dentro.
 Ventilazione, è un processo attivo che comporta una contrazione muscolare per generare gradienti
di pressione a livello polmonare e questi gradienti a loro volta determinano lo scambio o il flusso
d’aria tra interno ed esterno dei polmoni.
 Ciclo respiratorio: è l’alternanza di una inspirazione e di una espirazione. Durante l’inspirazione
l’aria entra nei polmoni, è normalmente un processo attivo, si ha inspirazione solo per contrazione
dei muscoli scheletrici. L’espirazione è un processo passivo, si ottiene dal rilasciamento dei muscoli
che si erano contratti nell’inspirazione. Si può avere però un’espirazione forzata se si butta fuori
ancora più aria rispetto al normale. in questo caso è un fenomeno attivo che permette di espellere
una maggiore quantità di aria rispetto a quella normale. Anche nell’inspirazione forzata si
contraggono altri muscoli rispetto a quelli normali per introdurre ancora più aria del normale.
normalmente nell’inspirazione normale contraiamo due tipi di muscoli, il diaframma tra la cavità
addominale e la cavità toracica e i muscoli intercostali esterni. Se contraiamo il diaframma si
abbassa, la contrazione dei muscoli intercostali esterni tende a far espandere la gabbia toracica.
Questo avviene durante l’inspirazione. Durante l’espirazione questi due gruppi di muscoli si
rilasciano semplicemente in modo passivo. Con l’espirazione forzata si contraggono altri tipi di
muscoli quali gli intercostali interni e i muscoli addominali, in questo modo si restringe di più la
gabbia toracica ed espelliamo ancora più aria. Viene scambiata circa 500 millilitri di aria con
l’esterno. 500 millilitri entrano nei polmoni nell’inspirazione, e 500 millilitri di aria escono dai

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polmoni con l’espirazione. Il volume di aria che viene scambiato con l’esterno in una respirazione
normale non forzata si chiama volume corrente. A riposo abbiamo circa 10-12 atti respiratori al
minuto e ad ogni atto respiratorio scambiamo con l’esterno 500mL di aria.

GRADIENTI DI PRESSIONE

La condizione fondamentale che determina il flusso di aria all’interno dei polmoni è la presenza di un
gradiente di pressione tra la pressione atmosferica e la pressione intralveolare. Per capire come la
pressione intralveolare diminuisce nell’inspirazione ed aumenta nell’espirazione in modo tale da creare un
flusso d’aria bisogna conoscere la legge di Boyle.
“La pressione esercitata da un gas è inversamente proporzionale al suo volume”.

V 1 P 1=V 2 P 2

Un gas ha un V=1 e la P=1. Se restringiamo il volume e da 1 lo portiamo a ½, la pressione all’interno


raddoppia perché secondo la legge di Boyle la pressione del gas è inversamente proporzionale al suo
volume. Il prodotto dei due termini rimane costante, cioè 2 x ½ rimane costante così come 1 x 1. Se il
volume raddoppia la pressione si dimezza. Se si riduce il volume la pressione aumenta.

Variando il volume dei polmoni cambia anche la pressione che si ha all’interno dei polmoni. Se aumenta il
volume del polmone la pressione diminuisce, se riduciamo il volume dei polmoni la pressione dell’aria
aumenta. Questo spiega perché durante l’inspirazione abbiamo un aumento del volume della cavità
toracica, il diaframma si abbassa, si contraggono gli intercostali esterni e la gabbia toracica si espande,
siccome i polmoni sono solidali con la gabbia toracica si espandono anch’essi, il volume polmonare
aumenta e quindi la pressione diminuisce.

INSPIRAZIONE

Durante l’inspirazione abbiamo aumento del volume della cavità toracica. Se aumenta il volume, la
pressione intrapleurica che prima dell’inizio dell’ispirazione era 756, diminuisce e diventa 754 mm/Hg. La
pressione transmurale all’inizio dell’inspirazione sarà quindi data dalla pressione alveolare che è ancora 760
meno la nuova pressione intrapleurica che è 754, la pressione transmurale diventa 6 mm/Hg. Con
l’aumento della cavità toracica varia inizialmente la pressione intrapleurica e solo dopo la pressione
transmurale. La variazione della pressione transmurale fa variare il volume polmonare che aumenta. Se
aumenta il volume dei polmoni diminuisce per la legge di Boyle la pressione del gas che c’è dentro, quindi
diminuirà la pressione intralveolare che da 760 passa a 759. Si crea un gradiente tra alveolo e pressione
esterna che richiama l’aria dall’esterno verso gli alveoli  entra aria.

ESPIRAZIONE

Nell’espirazione rilasciamo i muscoli che si erano contratti, il diaframma si rilassa, i muscoli intercostali
esterni si rilasciano e la gabbia toracica riassume il volume che aveva prima dell’inspirazione. Se la gabbia
toracica torna al volume iniziale anche la pressione intrapleurica tornerà al valore iniziale, da 754 torna a
756. Non c’è più la trazione sul sacco pleurico, allora la pressione transmurale torna ai valori pre-inspiratori,
diminuisce il volume dei polmoni. Se questo fosse vero i polmoni ritornerebbero al volume iniziale, quindi

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per la legge di Boyle, dentro agli alveoli ritornerebbe una pressione di 760, ma se torniamo a 760 e fuori c’è
anche 760 non ci sarebbe nessun gradiente. Quando noi espiriamo in realtà non torniamo a 760 ma
andiamo a 761 perché i polmoni tornano al volume inziale ma dentro ai polmoni c’è l’aria che abbiamo
inspirato che determina una pressione aggiuntiva rispetto all’inizio. Questo aumenta la pressione dei
polmoni rispetto a quello che succede prima dell’inspirazione. C’è 1mm/Hg in più dovuto alla presenza di
aria nei polmoni, a questo punto abbiamo di nuovo un gradiente di pressione tra interno degli alveoli ed
esterno, la pressione all’interno è maggiore che all’esterno e quindi l’aria esce.

SCHEMINOOOOOOO65O2O6OOOO

La pressione intrapleurica si misura mettendo una sonda dentro l’esofago, anche l’esofago ha una
pressione negativa come il sacco pleurico.

PROPRIETA’ IMPORTANTI DEL TESSUTO POLMONARE CHE INFLUENZANO LA VENTILAZIONE

I polmoni hanno delle proprietà peculiari molto importanti:

Complianza (distensibilità), è la capacità del polmone di distendersi. Il polmone ha bisogno di distendersi


perché deve aumentare il proprio volume. Questo fattore è molto importante perché più un polmone è
distendibile minore è il lavoro che i muscoli inspiratori devono fare. Se il polmone è più rigido e si distende
meno i muscoli respiratori dovranno lavorare di più per ottenere la stessa variazione di volume. Ci possono
essere delle condizioni patologiche che rendono la complianza più bassa. Il caso classico è quello della
fibrosi polmonare, malattia soprattutto a carattere professionale, gli alveoli si trasformano in tessuto
fibrotico e connettivo per cui diventa difficile distendere i polmoni, queste persone hanno problemi durante
l’inspirazione perché devono fare più fatica. La complianza si esprime come rapporto tra la variazione di
volume e la variazione della pressione transmurale.

∆V
Complianza=
∆ Ptm

Ritorno elastico, nei polmoni ci sono fibre di elastina che portano il polmone a ritrarsi. Il ritorno elastico è la
capacità di assumere il proprio volume da parte del polmone al termine della distensione polmonare. Il
polmone poco elastico porta all’enfisema, una malattia molto grave che porta alla distruzione degli alveoli
ma anche alla distruzione delle fibre di elastina, il polmone è meno elastico e fa fatica a tornare al suo
volume iniziale. la tendenza del polmone a ritrarsi è determinata da un lato dalle fibre di elastina nel
connettivo ma anche dalla tensione superficiale alveolare, fattore che tende a far ritrarre i polmoni. In
generale la tensione è prodotta dalla coesione delle molecole d’acqua che interagiscono una con l’altra
tramite legami a H esercitando una forza chiamata tensione superficiale, le molecole d’acqua esercitano
una forza che determinano poi la forma della goccia.
L’alveolo non è secco, ma è rivestito da uno strato di liquido. Dentro all’alveolo c’è l’aria, quindi abbiamo
un’interfaccia acqua-aria dove si esercita una tensione superficiale che fa collassare e restringere gli alveoli.
La pressione superficiale genera una pressione diretta verso l’interno dell’alveolo che lo fa restringere.
Questa pressione possiamo definirla come

2T
P=
R

92
T è la tensione superficiale del liquido, r è uguale al raggio dell’alveolo. La pressione è inversamente
proporzionale al raggio, quindi minore è il raggio maggiore è la pressione, ciò vuol dire che gli alveoli piccoli
collassano facilmente. Per controbilanciare la tensione superficiale e ridurla viene prodotto da parte delle
cellule di tipo II degli alveoli una sostanza che si chiama surfattante che serve a diminuire la tensione
superficiale alveolare, riduce la coesione tra le molecole d’acqua e quindi anche la pressione verso
l’interno. Il surfattante è una miscela di proteine e fosfolipidi che si interpone in certi punti tra una
molecola d’acqua e l’altra, interponendosi tra le molecole d’acqua diminuisce la forza di coesione e
diminuisce la tensione superficiale in modo che diminuisca anche la pressione che tende a far collassare gli
alveoli. Il surfattante aumenta la distensibilità polmonare e impedisce durante l’espirazione il collasso degli
alveoli. La dimostrazione dell’utilità del surfattante si verifica nel neonato prematuro. Il surfattante si forma
al settimo mese di gravidanza, il neonato prematuro quindi farà fatica a respirare.

I fattori che mantengono distesi il polmone:

 Presenza della pressione intrapleurica


 Presenza del surfattante

Fattori che favoriscono la ritrazione elastica del polmone

 Presenza di fibre di elastina


 Tensione superficiale

Il volume polmonare è dato dall’equilibrio tra questi vari elementi.

IL DIAMETRO DELLE VIE AEREE

Non è importante solo che ci siano dei gradienti di pressione, ma è importante anche la resistenza che si
trova a livello delle vie aeree, trachea, bronchi. La muscolatura liscia può far variare il diametro delle vie
aeree. Maggiore è la resistenza e minore è il flusso di aria che entra ed esce ad ogni ciclo respiratorio. La
resistenza delle vie aeree è determinata da fattori come la lunghezza delle vie, la viscosità dell’aria e dal
diametro delle vie aeree. Così come per i vasi la lunghezza delle vie aeree non varia, la viscosità dell’aria
può variare in funzione dell’umidità o dell’altitudine ma non influisce più di tanto, quello che influisce molto
è il diametro, se si restringe avremo maggiore resistenza e minore flusso di aria. La variazione del diametro
delle vie aeree è controllata dal sistema orto e parasimpatico. Il parasimpatico provoca costrizione
(broncocostrizione), mentre l’ortosimpatico provoca la dilatazione. Questo ci aiuta anche ad affrontare
meglio lo sforzo fisico. Ci sono altri fattori che possono favorire o meno la costrizione o la dilatazione come
l’istamina o fattori come l’anidride carbonica eccessiva provocano broncodilatazione perché aumenta il
diametro dei bronchi per espellerla meglio. Ci possono essere condizioni patologiche che aumentano la
resistenza.

VOLUMI RESPIRATORI

 Possiamo inspirare con una maggior forza per far entrare ancora più aria. Oltre ai 500 mL a riposo
possiamo introdurre più aria a seconda del sesso, dell’età e delle dimensioni fisiche. Quello che al
massimo possiamo introdurre con un’inspirazione massima si chiama volume di riserva
inspiratorio, circa 3000 mL in un uomo di 70 Kg

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 Possiamo espellere oltre ai normali 500 mL una quantità in più di aria di 1000 mL, questo si chiama
volume di riserva espiratoria.
 Se facciamo un’espirazione massima i polmoni non si svuotano mai, rimane sempre un volume che
si chiama volume residuo che nell’uomo di 70 Kg è di circa 1200 mL.

SPAZIO MORTO ANATOMICO

È il volume di aria che rimane nelle vie aeree e non partecipa agli scambi gassosi. Nelle vie aeree
normalmente abbiamo dell’aria, non rimangono vuote. La somma dei volumi delle vie aeree prende il nome
di spazio morto anatomico. Questo è importante perché influisce sul volume di aria ricca di ossigeno che
effettivamente partecipa agli scambi gassosi. Ci aspettiamo che tutta l’aria va negli alveoli e cede ossigeno
per poi essere riespulsa. In realtà non è 500 mL la quantità di aria che viene dall’esterno e arriva ai polmoni
perché bisogna tener conto dello spazio morto.

Alla fine dell’espirazione abbiamo all’interno delle vie aeree dell’aria stantia che ha un volume di circa 150
mL. Questo volume è lo spazio morto anatomico. Quella che rimane non è aria ossigenata. Dopo di che
inspiriamo e facciamo entrare 500 mL di aria nelle vie aeree che deve andare ai polmoni, la prima aria che
andrà dentro ai polmoni sarà l’aria che c’era già nelle vie aeree, quindi i 150 mL di aria stantia vanno nei
polmoni, poi vengono aggiunti i 500 mL freschi di cui 350 andranno nei polmoni, 150 rimangono a riempire
le vie aeree. Alla fine, l’aria fresca che parteciperà agli scambi a livello alveolare non è 500, ma sarà solo
350. Quando poi espiriamo ributtiamo fuori 500 mL, tornerà ad uscire l’aria fresca nelle vie aeree che non
ha partecipato agli scambi più i 350 che hanno partecipato agli scambi, i 150 vecchi tornano nelle vie aeree
e si riparte da capo. Quindi nelle vie aeree abbiamo di nuovo i 150 mL di aria stantia che avevamo all’inizio.

EFFICACIA DELLA VENTILAZIONE DIPENDE DALLA SUA FREQUENZA E AMPIEZZA

 Una ventilazione polmonare totale: volume di aria che viene spostata dentro il foglio ogni minuto
e sarà dato dal volume corrente di 500 mL per il numero degli atti respiratori
 Ventilazione alveolare: il numero degli atti respiratori per la differenza del volume corrente e lo
spazio morto.

25 NOVEMBRE 2019

GIORGIA

CONTROLLO NERVOSO DELLA RESPIRAZIONE

Se si ha una lesione a livello del tronco encefalico che distrugge il centro di controllo del respiro non si
riesce più a respirare autonomamente. Questo non vuol dire che la respirazione sia solo sotto controllo
volontario, non dobbiamo ogni volta decidere di respirare, è un processo che avviene in modo involontario.
La respirazione è controllata da centri nervosi ma avviene in modo spontaneo e auto ritmico, tuttavia può
essere influenzata da comandi volontari, possiamo decidere di modificare il respiro ma entro certi limiti. A
causa del riflesso chemocettivo a un certo punto il comando volontario di trattenere il respiro viene
superato dal comando involontario di riprendere a respirare. Varie attività che noi compiamo influiscono
sulla respirazione:

 Parlare e deglutire interrompono la respirazione


 Deambulazione o masticazione

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 Le pressioni parziali di ossigeno e CO2 nel sangue influenzano la respirazione attraverso dei
controlli riflessi.
 Gli stati emotivi influiscono sulla respirazione.
 Attività fisica
 Condizioni patologiche

CENTRO DI CONTORLLO DEL RESPIRO

Sono stati identificati dei neuroni nel tronco encefalico responsabili della genesi del ritmo respiratorio. I
centri più importanti sono nel ponte e nel midollo allungato. A livello del ponte ci sono due centri che sono
il centro pneumotassico e centro apneustico. Al confine del midollo allungato c’è il centro più importante
che si chiama complesso pre-Botzinger, è il centro pacemaker che genera i comandi respiratori. È li che
vengono generati i comandi da inviare poi ai motoneuroni. Altri due gruppi di neuroni sono localizzati nel
midollo allungato e sono il gruppo respiratorio dorsale e il gruppo respiratorio ventrale.

Il centro pre-Botzinger è il centro che genera il ritmo respiratorio. Il complesso pre-Botzinger è regolato dal
centro pneumotassico e apneustico. Il complesso pre-Botzinger non proietta direttamente giù ai
motoneuroni ma invia comandi al gruppo respiratorio ventrale e dorsale. Questi due centri a loro volta
hanno neuroni che inviano gli assoni giù ai motoneuroni spinali nel midollo spinale che a loro volta vanno
ad innervare i muscoli della respirazione. Se si interrompe la catena non si riesce più a fra contrarre i
muscoli respiratori.

Via diretta. Dalla corteccia motoria si innervano i motoneuroni spinali, questo risulta utile nell’esercizio
fisico quando il comando parte dalla corteccia motoria e viene poi inviato direttamente ai motoneuroni
spinali in modo da adattare più velocemente il respiro alla necessità dell’esercizio fisico.

CONTROLLO RIFLESSO DELLA RESPIRAZIONE

Possiamo variare la frequenza e la profondità del respiro in base alle necessità del nostro organismo e
questa regolazione avviene soprattutto sotto controllo di riflessi. Nella respirazione abbiamo il riflesso
chemiocettivo, un riflesso che garantisce la corrispondenza tra la respirazione alveolare con le esigenze
dell’organismo. In particolare, lo scopo del riflesso chemiocettivo è quello di mantenere costanti le
pressioni parziali di ossigeno e di CO2 nel sangue e nei liquidi extracellulari e in genere lo fa controllando la
ventilazione, la frequenza e la profondità del respiro. Se diminuisce la pressione parziale di O2 nel sangue,
la ventilazione aumenta per introdurre più aria. Non solo la diminuzione di ossigeno, ma anche un aumento
di CO2 aumenta la ventilazione perché la CO2 è collegata agli ioni H+, un aumento di CO2 nel sangue e nei
liquidi comporta un aumento di H+ e rende acido il sangue e i liquidi interstiziali. Il pH del sangue e dei
liquidi deve mantenersi costante, quindi la risposta riflessa è un aumento anche in questo caso della
ventilazione perché espelle più CO2 e diminuisce l’acidità del sangue. Le due condizioni più rischiose per
l’organismo sono una diminuzione di ossigeno e un aumento di CO2 entrambe compensate da un aumento
di ventilazione.

Il riflesso chemocettivo avviene ad opera dei chemocettori, cellule sensibili alle variazioni di pressione
parziale di ossigeno e CO2. Questi chemocettori li troviamo sia a livello periferico, sia a livello centrale
localizzati direttamente nel SNC. I chemocettori captano le variazioni di pressione parziale di ossigeno e
CO2, comunicano queste informazioni ai centri di controllo del respiro a livello del ponte e del midollo
allungato etc. e il centro di controllo del respiro adegua i comandi respiratori alle variazioni che ci sono

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state e manda poi questi comandi respiratori modificati ai motoneuroni spinali che a loro volta andranno ad
innervare i muscoli respiratori. In questo modo si varia la respirazione in modo da riportare le pressioni
parziali di O2 o CO2 ai valori normali.

Se aumenta la pressione parziale di CO2 la ventilazione polmonare aumenta, cioè aumentano i litri di aria
che vengono introdotti nei polmoni e che partecipano agli scambi respiratori perché si cerca di espellere la
CO2 in eccesso per impedire che modifichi il pH. Oltre alla CO2 un altro stimolo che cambia la ventilazione è
l’acidità del sangue. In questo caso abbiamo un aumento di H+ nel sangue dovuto non solo all’aumento
dell’anidride carbonica. Un aumento dell’acidità del sangue arterioso provoca un aumento della
ventilazione perché si espelle più CO2, e meno CO2 abbiamo nel sangue e meno il sangue risulta acido. La
ventilazione aumenta se:

 aumenta l’acidità del sangue (diminuisce il pH)


 diminuisce l’apporto di ossigeno
 aumenta l’anidride carbonica

I CHEMOCETTORI PERIFERICI

Sono localizzati negli stessi punti dei barocettori, avremo dei chemocettori carotidei e dei chemocettori
aortici. Quelli aortici sono localizzati nell’arco aortico, quelli carotidei sono localizzati nella biforcazione
carotidea. I chemocettori periferici sono anche chiamati glomi e sono costituiti dall’insieme di due tipi
cellulari che non sono neuroni. Una cellula di tipo I che è la vera e propria cellula chemocettiva sensibile alle
variazioni di gas, e le cellule di tipo II che sono cellule di sostegno. Nessuna delle due cellule è in grado di
trasmettere informazioni al centro di controllo del respiro, allora per far ciò viene fornito un neurone dai
nervi cranici, infatti le cellule chemocettive di tipo I formano sinapsi con i prolungamenti periferici di
neuroni a T contenuti dentro i nervi cranici e che quindi mandano le informazioni dalla periferia verso il
centro di controllo del respiro che si trova nel centro encefalico. I neuroni a T per quanto riguarda i
chemocettori carotidei, sono nel nervo glosso faringeo mentre i chemocettori aortici formano sinapsi con
neuroni a T che si trovano nel nervo vago. A questo punto i due nervi cranici portano le informazioni al
centro di controllo del respiro nel midollo allungato e poi influenzano l’attività dei motoneuroni spinali.

Le cellule di tipo I sono sensibili a diminuzioni della pressione parziale di ossigeno nel sangue in particolare
nel sangue arterioso oppure ad un aumento della pressione parziale di CO2 nel sangue e una diminuzione
di pH. Ma lo stimolo principale che attiva i chemocettori periferici è la diminuzione di ossigeno. Sono in
grado anche di monitorare sia la CO2 del sangue che il pH. È stato studiato il processo di trasduzione, come
fanno le cellule di tipo I a trasformare la diminuzione di ossigeno in una risposta che viene poi interpretata
dai neuroni a T? Poniamo che a livello aortico e carotideo sia diminuita la pressione parziale di ossigeno. Se
cala l’ossigeno a livello del sangue cala anche all’interno delle cellule di tipo I dei glomi sia fuori che dentro.
Una diminuzione di O2 nelle cellule di tipo I porta alla chiusura di canali per il potassio sensibili all’ossigeno,
se si chiudono i canali per il potassio in un neurone o in una cellula il potenziale di membrana si depolarizza.
La depolarizzazione delle cellule dei glomi comporta l’apertura di canali calcio voltaggio dipendenti. Entra
calcio che promuove l’esocitosi di vescicole contenenti dopamina, perché anche se queste cellule non sono
neuroni contengono neurotrasmettitori. La dopamina viene liberata e si va a legare sui recettori dei neuroni
a T dei nervi cranici contenuti nel glosso faringeo e nel vago. La dopamina sui nervi cranici porta ad un
aumento della scarica di potenziali d’azione che vengono poi condotti verso il centro di controllo del respiro
in modo da modificare il comando respiratorio e in particolare aumentarlo.

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Recentemente si è visto anche come funziona il meccanismo di trasduzione della CO2 e del pH. Le cellule
dei glomi sono anche sensibili ad un aumento di CO2 nel sangue o a diminuzione del pH (aumento di acidità
del sangue). Il processo di trasduzione è simile a quello dell’ossigeno perché una diminuzione del pH
all’interno della cellula I porta alla chiusura dei canali per il potassio, alla depolarizzazione della cellula,
all’apertura dei canali calcio e viene così liberata dopamina. Il pH diminuisce se aumenta l’acidità a livello
del sangue, diminuisce anche a livello dell’ambiente intracellulare e si ha questo meccanismo, se aumenta
la CO2, il pH all’interno della cellula diminuisce perché la C02 combinandosi con l’acqua ha prodotto H+
quindi aumenta l’acidità.

*Si è anche pensato che il calo di ossigeno porta a meno produzione di ATP e poi di AMP che potrebbe
portare alla chiusura di canali potassio.

CHEMOCETTORI CENTRALI

Sono dei veri e propri neuroni che troviamo a livello del midollo allungato vicini ai centri di controllo del
respiro. Questi neuroni sono sensibili ad un aumento della CO2 nel sangue. Se aumenta la C02 i neuroni
rispondono con un meccanismo articolato perché non è direttamente la CO2 che attiva questi neuroni, ma
se aumenta la CO2 nei capillari tende a passare nel liquido interstiziale, forma acido carbonico che si
dissocia quindi in ioni H+ e ione bicarbonato, gli ioni H+ prodotti vanno ad attivare i chemocettori centrali. I
neuroni chemocettivi inviano potenziali d’azione ai centri di controllo della ventilazione e aumentano la
ventilazione. Un aumento di CO2 nel sangue comporta alla fine un aumento di ventilazione in modo da
espellere più CO2 e ritornare ai valori normali.

MECCANISMI INTEGRATI DI CONTROLLO DELLA VENTILAZIONE

 Esercizio fisico: si ha bisogno di introdurre più aria e ossigeno da mandare ai muscoli, se questa
regolazione avvenisse quando si è già cominciato l’esercizio potrebbe essere troppo tardi, allora nel
nostro cervello ci sono meccanismi anticipatori, la nostra corteccia motoria manda dei comandi ai
motoneuroni spinali in modo da aumentare la ventilazione appena cominciamo a correre quando
ancora non sono cambiate pressioni parziali di ossigeno e CO2. Nei primi tempi dell’esercizio fisico
si introduce più ossigeno senza far calare le pressioni. Questo meccanismo a volte non è sufficiente,
allora attraverso il riflesso chemiocettivo aumenta la ventilazione. GIORGIA
 Sonno: può essere diviso in sonno REM e in sonno non REM. Soprattutto nella parta del sonno
profondo non REM abbiamo la diminuzione di molte funzioni vegetative, diminuisce l’attività
cardiaca, la temperatura e anche la respirazione. Il ritmo del respiro diventa più lento. Durante il
sonno REM invece il respiro diventa più rapido e regolare. Nel sonno non REM il cervello ha attività
minima ma i muscoli del corpo possono muoversi, nel sonno REM il cervello è attivo quasi come nel
sonno-veglia ma il corpo è paralizzato. Durante il sonno rem abbiamo una parziale ripresa dei
parametri che cominciano ad aumentare nella seconda parte della notte. Il sonno influisce sul
respiro. In particolare, nel sonno non REM se il respiro si fa particolarmente lento potrebbe
abbassare la CO2 allora intervengono i centri di controllo in modo che aumenti la ventilazione e
tenga regolate sia La PO2 che la PCO2
 Pressione arteriosa: se la pressione arteriosa aumenta, la ventilazione aumenta, perché arriva
meno ossigeno ai tessuti se diminuisce la pressione, viceversa se aumenta la pressione aumenta
l’ossigeno e viene diminuita la pressione infatti i due centri di controllo cardiovascolare e
respiratorio comunicano tra di loro in modo che si influenzino a vicenda.

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 Dolore: dolori moderati portano ad un aumento della ventilazione, se invece il dolore è fortissimo il
respiro tende a ridursi.
 Temperatura: l’aumento della T porta ad un aumento della ventilazione. La T regola attraverso
centri ipotalamici il respiro.

SCAMBIO E TRASPORTO DI GAS

Valori delle pressioni parziali dell’ossigeno e della CO2 a livello della circolazione polmonare e sistemica, a
livello degli alveoli e dei tessuti.

Pressioni parziali dei gas all’interno degli alveoli e nei capillari che si trovano vicino agli alveoli.

Negli alveoli c’è una pressione parziale di O2 di 100 mm/Hg e 40 mm/Hg per la CO2. Queste pressioni non
sono uguali a quelle che si trovano nell’aria atmosferica. Nell’aria la PO2 è 160 mm/Hg e la PCO2 0,03
mm/Hg. C’è quindi meno ossigeno e più CO2 negli alveoli rispetto all’aria che c’è fuori perché l’aria
alveolare è influenzata dalle pressioni parziali del sangue che arriva agli alveoli. È un’aria modificata rispetto
a quella esterna perché influenzata dalle pressioni parziali del sangue. Le pressioni del sangue sono una
pressione parziale di ossigeno di 40 mm/Hg e una PCO2 di 46 mm/Hg. Quando il sangue arriva in prossimità
degli alveoli si formano dei gradienti di pressione perché nell’area alveolare la PO2 è 100 e la PCO2 40. Nel
sangue che arriva la PO2 è 40 e la PCO2 46. Abbiamo dei gradienti di pressione che permettono gli scambi
gassosi. L’ossigeno di solito si muove dal valore più alto al valore più basso, quindi l’ossigeno si muoverà
dagli alveoli verso il sangue. Viceversa, la CO2 è più presente nel sangue, quindi dal sangue si porta agli
alveoli per essere poi eliminata. Quando il sangue esce dai polmoni attraverso le vene polmonari assume le
stesse pressioni parziali dei gas che c’erano negli alveoli. Il sangue venoso che esce dai polmoni ha le stesse
pressioni parziali degli alveoli quindi PO2 sarà 100 mm/Hg e PCO2 uguale a 40 mm/Hg. Si mettono in
equilibrio le pressioni degli alveoli con quelle del sangue in modo che GIORGIA

Pressioni parziali dei gas all’interno del sangue e dei tessuti

Il sangue attraverso le vene polmonari arriva a livello dell’atrio sinistro, poi il sangue ossigenato riparte a
livello del ventricolo sinistro e viene immesso nell’aorta. Ai capillari arriva sempre un sangue ossigenato con
una pressione di ossigeno di 100 e una pressione di CO2 di 40. Il sangue come esce dai polmoni arriva nei
tessuti senza fare scambi durante il suo percorso, poi a livello tissutale trova una pressione tissutale di
ossigeno di 40 mm/Hg e una di CO2 di 46 mm/Hg, a volte variano perché dipende da quanto il tessuto è
attivo. A questo punto si sono ricreati dei gradienti di pressione tra il sangue e i liquidi dei tessuti.
L’ossigeno si muove dal sangue ai tessuti e viceversa la CO2 si muoverà dal liquido interstiziale verso il
sangue. Esce dai tessuti il sangue venoso attraverso i capillari venosi uscirà dai tessuti con 40 di Po2 e 46 di
CO2, uguale a quelle trovate nei tessuti e sono esattamente le stesse pressioni che tornano al polmone per
poi ripartire con gli scambi.

26 NOVEMBRE 2019

A livello polmonare abbiamo 100 di PO2 negli alveoli e 40 di PO2 nelle arteriole che arrivano dal cuore,
quindi c’è un gradiente che muove l’ossigeno verso il sangue di 60 mm/Hg. Per la CO2 abbiamo 46 nei
polmoni e 40 negli alveoli, c’è un gradiente molto maggiore per l’ossigeno che per la CO2, si potrebbe
pensare che sia molto più l’ossigeno rispetto alla CO2 che viene eliminata. In realtà le quantità di O e CO2

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che vengono scambiate sono uguali. La differenza è data dalla solubilità del gas nel sangue. Uno dei due si
scioglie molto meglio dell’altro di circa 30-40 volte. Quello più solubile che passa più facilmente da un
mezzo all’altro è la CO2. La quantità di ossigeno che viene assunta nell’unità di tempo dal sangue è simile a
quella che viene ceduta di CO2 nonostante i due gradienti siano molto diversi. L’ossigeno è scarsamente
solubile nei liquidi e questo comporta un aspetto molto importante. Per trasportare l’O2 nel sangue
essendo poco solubile si può trasportare solo una piccola parte come gas disciolto, per trasportare la
quantità di O2 che ci serve viene legato all’emoglobina. Questo è il motivo per cui abbiamo bisogno di una
proteina che lega il 98% di ossigeno altrimenti non avremmo l’apporto necessario di ossigeno ai tessuti. In
realtà anche la CO2 non è tutta disciolta, la maggior parte è legata ad altre molecole ma ha comunque una
solubilità maggiore.

TRASPORTO DI OSSIGENO NEL SANGUE

Per la scarsa solubilità dell’ossigeno nel sangue solo il 2% di tutto l’O2 che viene trasportato nel sangue si
trova disciolto nel plasma (ossigeno libero), il restante 98% è contenuto all’interno degli eritrociti legato
all’emoglobina. Questo 2% disciolto nel plasma è molto importante perché determina il valore di pressione
parziale di ossigeno a livello del sangue e quindi anche il gradiente di pressione che permette lo scambio
con i tessuti o con i polmoni. Dal punto di vista dell’ossigeno di cui hanno bisogno i tessuti è molto più
importante quello legato all’emoglobina. L’ossigeno a livello alveolare secondo il suo gradiente di pressione
parziale si porta dall’alveolo verso il sangue, passa nei capillari polmonari, minima parte rimane disciolto e
massima parte si lega all’emoglobina, una volta arrivato ai tessuti il primo ad essere ceduto è l’ossigeno
disciolto, man mano che viene ceduto ossigeno libero, altro ossigeno si libera dall’emoglobina passa nel
plasma e poi nei tessuti. L’emoglobina è composta da quattro catene proteiche ognuna delle quali avvolta
da un gruppo eme, ogni catena può legare una molecola di ossigeno, quindi una molecola di emoglobina
può legare 4 molecole di ossigeno con legame reversibile. La reazione va nei due versi perché dipende dalla
pressione parziale di ossigeno che c’è nel sangue e nei tessuti circostanti. Se c’è PO2 alta l’ossigeno si lega
all’emoglobina, se c’è PO2 bassa l’ossigeno si stacca.

CURVA DI DISSOCIAZIONE

Rappresenta la percentuale di saturazione dell’emoglobina in funzione della pressione parziale


dell’ossigeno a livello dei tessuti che circondano il sangue o a livello polmonare o a livello tissutale. Per
percentuale di saturazione si intende il rapporto tra la quantità di ossigeno legata fratto la quantità
massima che può essere legata. Se abbiamo un 100% di saturazione tutte e quattro le catene legano
ossigeno. Se abbiamo una saturazione del 75% solo tre su quattro legano l’ossigeno, se abbiamo
saturazione del 50% solo due su quattro e così via. La curva ha una forma sigmoide che fa si che la
saturazione aumenti all’aumentare della saturazione dell’ossigeno ma non in modo lineare, la pendenza
della curva varia a seconda della pressione parziale di ossigeno che abbiamo. Ci sono intervalli in cui la
curva è più ripida e intervalli in cui è piatta. Circa da 100 a 60 mm/Hg di PO2 la curva è abbastanza piatta,
mentre diventa ripida da 60 a 20 o 10mm/Hg. Questa è la fase di maggiore tendenza. La minore o maggiore
tendenza della curva indica che nell’intervallo di pressione da 100 a 60 abbassiamo la PO2 ma non cambia
la quantità di ossigeno legato all’emoglobina. Andiamo da una saturazione di 98% di emoglobina a circa 60
mm/Hg (?), passando da 100 a 60 l’emoglobina ha ceduto poco ossigeno. Se passiamo invece da 60 a 20
mm/Hg la curva scende rapidamente, ciò vuol dire che l’emoglobina cede molto ossigeno perché passa a
una saturazione di circa 20%, da quasi tutte le catene dell’emoglobina legate dall’ossigeno passiamo a una
su quattro. Questo ha un importante funzione fisiologica. Da 100 mm/Hg a livello polmonare e del sangue

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che esce dai polmoni, questi 100 vengono mantenuti fino ai tessuti, fino ad arrivare ai capillari arteriosi. A
questi valori di PO2 circa il 98% di emoglobina è saturata e tende a legare l‘ossigeno. Quando arriviamo
intorno ai 60 o in giù anche verso i 40 mm/Hg siamo a livello tissutale che corrisponde alla parte ripida della
curva. Se siamo in un muscolo che sta lavorando tanto possiamo andare anche sotto il 40 ed arrivare a 20
mm/Hg perché il muscolo sta consumando più O2. L’emoglobina allora tende più facilmente a cedere
ossigeno e la saturazione cala rapidamente in modo che tutto l’ossigeno legato all’emoglobina tende ad
essere ceduto. Difficilmente si arriva sotto i 20 mm/Hg anche per il muscolo, questo vuol dire che
comunque una catena su quattro di emoglobina continua a tenere legato l’ossigeno, non esauriamo
completamente tutta la riserva di ossigeno legato all’Hb. Nello sforzo fisico la PO2 dei tessuti scende sotto i
40 mm/Hg e in questa zona abbiamo la curva ripida in cui una diminuzione modesta di PO2 provoca una
forte cessione di ossigeno. Nei polmoni l’Hb è saturata e cede facilmente l’ossigeno. L’emoglobina
rappresenta un serbatoio di ossigeno perché anche nello sforzo estremo viene ceduto tutto l’ossigeno, non
siamo mai a saturazione zero.

AFFINITA’ DELL’EMOLGOBINA PER L’OSSIGENO

La tendenza dell’emoglobina a legare l’ossigeno può essere influenzata sia da fattori fisici che chimici. La
curva può subire delle modificazioni in base ad alcuni fattori fisici o chimici. L’effetto Bohr è l’effetto del pH
e della pressione parziale di CO2. L’acidità del liquido interstiziale e la pressione parziale di CO2 modificano
la curva di dissociazione dell’emoglobina. Se aumentiamo l’acidità del sangue e arriviamo a pH 7,2
otteniamo una nuova curva di dissociazione che è spostata verso destra. Viceversa, se il pH diventa più
basico si sposta verso sinistra. Se prendiamo una qualsiasi pressione parziale di ossigeno (60 mm/Hg) nel pH
7,4 abbiamo saturazione del 90% se il pH scende abbiamo una saturazione più bassa intorno all’80%, cioè
se ci sono più acidi nel sangue la curva si sposta verso destra, l’emoglobina tende a legare meno ossigeno e
quindi a parità di pressione parziale diminuisce l’affinità dell’emoglobina per l’ossigeno. Viceversa, per un
pH più basico aumenta l’affinità dell’emoglobina. Lo stesso discorso si fa con la PCO2 all’aumentare della
pressione parziale di CO2 la curva si sposta verso destra, sia che aumenti l’acidità o che aumenti la CO2 la
curva si sposta verso destra, viceversa se diminuisce l’acidità o la CO2 la curva si sposta verso sinistra. Un
aumento di CO2 o di H+ si trova a livello dei tessuti. La CO2 viene prodotta dal metabolismo cellulare e gli
ioni H+ possono essere prodotti dalla reazione di CO2 con l’acqua o dall’acido lattico a livello muscolare. Il
significato adattativo dell’effetto Bohr è che nei tessuti l’emoglobina ha una maggiore tendenza a cedere
l’ossigeno rispetto ai polmoni, cioè lega l’attività metabolica all’affinità dell’emoglobina per l’ossigeno.

EFFETTO DELLA TEMPERATURA SULL’AFFINITA’ DELL’EMOGLOBINA PER L’OSSIGENO

Anche la T può far spostare la curva di dissociazione. Se la T aumenta rispetto alla T normale, sposta la
curva verso destra, se T diminuisce la curva è spostata verso sinistra. Anche questo ha un significato
adattativo, possiamo trovare una T più alta nei tessuti attivi metabolicamente soprattutto a livello
muscolare perché le varie reazioni producono calore. Viene utile il fatto che l’emoglobina all’aumentare
della T tende a cedere più facilmente l’ossigeno.

EFFETTO DEL 2,3 DIFOSFOGLICERATO.

È un composto intermedio derivato dalla glicolisi. Se si lega all’emoglobina ne riduce l’affinità


dell’emoglobina per l’ossigeno. Se invece è assente abbiamo la solita curva di saturazione, se lo
aggiungiamo la curva si sposta verso destra e l’affinità dell’emoglobina per l’ossigeno diminuisce. Questo
può essere utile quando la pressione parziale dell’ossigeno è bassa nel sangue, e il fatto che l’emoglobina

100
sia meno affine all’ossigeno serve per trasportare comunque quantità importanti di ossigeno ai tessuti. Il
2,3 difosfoglicerato però abbassa l’affinità per l’ossigeno ovunque anche a livello polmonare quindi meno
ossigeno si lega anche a livello dei polmoni.

TRASPORTO DI ANIDRIDE CARBONICA

Ci sono tre modalità diverse di trasporto per la CO2. È circa 30 volte più solubile in acqua rispetto
all’ossigeno, quindi si discioglie meglio nel plasma per cui abbiamo circa il 7% di CO2 disciolta nel plasma ed
è la prima CO2 che viene scambiata o nei polmoni o a livello tissutale. Questo 7% ancora è importante per
determinare la PCO2 del sangue come per l’ossigeno. Il 23% della CO2 entra all’interno degli eritrociti e si
lega direttamente all’emoglobina. Il restante 70% la ritroviamo nel plasma sottoforma di ione bicarbonato,
cioè HCO3-. Come si ottiene lo ione bicarbonato: nell’eritrocita la CO2 si lega all’acqua con una reazione
catalizzata dall’enzima carbonio anidrasi per dare acido carbonico. L’acido carbonico dissocia in ione
bicarbonato e ioni H+. Gli ioni H+ si legano anch’essi all’emoglobina che tra le sue varie funzioni ha anche
quella di tampone degli H+. Quando arriva CO2 a livello tissutale in parte rimane disciolta, in parte si lega
all’emoglobina e in parte si trasforma in H+ + HCO3-. Lo ione bicarbonato viene espulso dagli eritrociti
tramite scambio dei cloruri, il cloro entra ed esce il bicarbonato e rimane nel plasma che trasporta il 70%
della CO2. A livello polmonare succedono le reazioni opposte perché la CO2 passa dal sangue ai polmoni
per essere eliminata. La prima a passare nei polmoni è la CO2 disciolta, ma man mano che diminuisce la
quantità di CO2 nel plasma si libera CO2 all’interno dell’eritrocita e si libera da un lato perché legata
all’emoglobina e in parte perché il bicarbonato viene ritrasportato dentro l’eritrocita, si ritrasforma in acido
carbonico che da origine di nuovo ad acqua + CO2, la CO2 esce dall’eritrocita e va nei polmoni.

È una reazione reversibile, dipende dalla concentrazione di CO2, se abbiamo molta CO2 la reazione procede
dalla C02 più acqua a dare bicarbonato, se c’è poca CO2 la reazione procede in verso opposto, cioè dal
bicarbonato forma CO2.

CONCENTRAZIONI ANORMALI DI GAS EMATICI

Ci sono condizioni che fanno variare le normali condizioni di ossigeno, ce ne sono almeno di 4 tipi:

ipossia: si ha quando la disponibilità a livello cellulare di ossigeno è insufficiente, alle cellule arriva poco
ossigeno. Alla cellula può arrivare poco ossigeno per tantissimi motivi, abbiamo almeno 4 tipi diversi di
ipossia:

 ipossia ipossica, la pressione parziale di ossigeno nel sangue è troppo bassa perché poco ossigeno è
arrivato all’apparato respiratorio. Le cause possono essere le elevate altitudini perché c’è meno
ossigeno fuori, vie aeree ostruite, polmoni collassati o danneggiati, insufficiente respirazione.
 Ipossia anemica: riduzione della capacità di trasporto del sangue. Ci può essere diminuzione degli
eritrociti in caso di emorragia, bassa quantità di Hb o intossicazione di monossido di carbonio
perché si lega direttamente all’Hb e impedisce il legame con l’O2. La PO2 in questo caso è normale
perché dipende dall’ossigeno disciolto nel plasma.
 Ipossia circolatoria: i tessuti ricevono poco sangue o ossigeno per blocco vascolare (infarto,
insufficienza cardiaca, trombosi). La PO2 anche qui rimane sempre la stessa.
 ipossia istotossica: l’ossigeno si lega all’Hb, ma a livello delle cellule queste non sono in grado di
usare l’ossigeno disponibile.

101
*La più frequente di queste è la circolatoria ma anche l’anemica.

Iperossia: troppo ossigeno nel sangue. Si verifica quando viene somministrato ossigeno tramite bombole.

ANORMALITA’ DI CO2

La PCO2 nel sangue data dalla percentuale disciolta dipende da due fattori: ipocapnia e ipercapnia, cioè
quanta PCO2 eliminiamo a livello polmonare e quanta ne produciamo.

Possiamo avere:

Ipocapnia: C02 nel sangue troppo bassa. Se si respira troppo velocemente si elimina troppa CO2 e la CO2
nel sangue diminuisce. In ipocapnia cominciano a formicolare le mani e i piedi perché i livelli di CO2
regolano i canali sodio che si trovano sui neuroni sensoriali tattili, in assenza di CO2 cominciano ad essere
ipereccitabili, scaricano potenziali d’azione e si sente il formicolio. Anche la febbre aumenta la frequenza
respiratoria e può portare a ipocapnia. Se questa condizione si mantiene nel tempo si rischia l’alcalosi
respiratoria, cioè il pH del sangue diventa troppo basico. La CO2 non da più origine agli H+ perché
diminuisce.

Ipercapnia: CO2 nel sangue troppo alta. Eccesso di sangue arterioso causato da ipoventilazione, se
respiriamo con insufficiente frequenza e profondità non riusciamo ad eliminare quantità sufficienti di CO2,
rimane nel sangue e provoca ipercapnia. La nostra respirazione non è adeguata alle richieste metaboliche,
più CO2 viene prodotta rispetto a quella che eliminiamo. GIORGIA

ADATTAMENTI AD ALTA QUOTA

Se arriviamo ad alta quota nel nostro organismo entrano in gioco diversi meccanismi di compensazione
perché la pressione di O2 nell’aria diminuisce e diminuisce anche la pressione atmosferica. Se negli alveoli
abbiamo 53mm/Hg di ossigeno poi passano nel sangue al posto dei 100 mm/Hg standard che dovremmo
avere. La prima cosa per compensare è indurre una iperventilazione perché si attiva il riflesso chemocettivo.
I chemocettori periferici rispondono ed aumentano la ventilazione. Si innescano ulteriori meccanismi di
compensazione perché se si ventila troppo si va in ipocapnia allora partono i chemocettori centrali che
inibiscono la respirazione, si trova un equilibrio tra chemocettori periferici e centrali e si cerca di mantenere
un ritmo respiratorio che da un lato introduca abbastanza ossigeno e dall’altro non faccia eliminare troppa
CO2. In modo più lento si interviene sui meccanismi di trasporto, si aumenta in particolare il numero di
globuli rossi, viene fatta produrre dai reni maggiore eritropoietina, ormone che aumenta la produzione di
globuli rossi. Il problema dei troppi globuli rossi è che aumenta anche la viscosità del sangue e quindi anche
la resistenza. Vi è la possibilità che si formino più facilmente trombi. In un tempo maggiore viene prodotto
2,3 difosfoglicerato a livello degli eritrociti che diminuisce l’affinità dell’emoglobina per l’ossigeno, quindi
cede più facilmente ossigeno quando arriva a livello dei tessuti ma ne assume un po' più difficilmente nei
polmoni quindi anche qua bisogna trovare un equilibrio. Se tutti questi sistemi non sono sufficienti o si è
passati troppo in fretta da basse ad alte altitudini si ha quello che è conosciuto come mal di montagna che
ha come primi sintomi la sofferenza neuronale: cefalea, nausea, vomito, confusione mentale. I primi a fare
spesa di carenza di ossigeno sono i neuroni. In casi estremi ci possono essere anche situazioni di edema
polmonare o cerebrale perché l’aumento dei globuli rossi provoca anche aumento di pressione sanguigna
che a livello dei capillari facilita la filtrazione e quindi l’accumulo di acqua all’esterno e si ha facilmente
edema a livello polmonare o cerebrale.

102
EQUILIBRIO ACIDO-BASE

OMEOSTASI DEL PH

La regolazione del pH nel nostro organismo è una regolazione molto fine, il pH non può variare se non entro
un range abbastanza ristretto perché a livello intra ed extracellulare influenza moltissime funzioni, in più è
legato anche ad altri aspetti come i meccanismi a livello renale o un’alterazione del bilancio del potassio. Se
il pH diventa troppo acido abbiamo una situazione di ipercaliemia, aumenta il potassio nel sangue. I valori
normali del pH plasmatico, del liquido interstiziale e intracellulare è intorno a 7,4. Il pH delle urine invece è
più variabile può variare da 4,5 a 8,5 e dipende dalla necessità di eliminare acidi o basi. Un meccanismo
fondamentale dell’equilibrio acido base è proprio a carico del rene. L’urina solitamente è acida introno a 6
perché il nostro organismo ha necessità di eliminare H+ in eccesso.

Per quanto riguarda il pH plasmatico, il pH del sangue arterioso è 7,4, nel sangue venoso è 7,35. È più acido
perché c’è più CO2 che origina H+. Questi valori devono essere mantenuti perché se il pH diventa acido si
va incontro ad acidosi, viceversa ad alcalosi.

 L’acidosi si ha quando il pH plasmatico, in particolare quello arterioso, scende sotto i 7,35. Si può
avere per motivi fisiologici o per attività fisica intensa anaerobica.
 L’alcalosi si ha quando il pH del sangue sale sopra i 7,45.

Se il pH varia in entrambi i sensi più di 0,4 unità si ha la compromissione di vari sistemi in particolare quello
nervoso e cardiocircolatorio. Un pH maggiore di 8 o inferiore di 6,8 viene considerato incompatibile con la
vita.

FONTI DI ACIDI

Il nostro organismo ha esigenza di eliminare acidi: la principale fonte di acidi è la CO2 che viene prodotta
dalle cellule. La CO2 legandosi con l’acqua forma ioni H+ e bicarbonato. In realtà la CO2 non causa un
eccesso di acido perché se la respirazione è normale tutta la CO2 che produciamo la eliminiamo a livello
polmonare. Invece accumuliamo acidi perché introduciamo acidi organici con la dieta, variano a seconda
della dieta che facciamo. Se si fa una dieta ricca di proteine e grassi si introduce maggiore quantità di acidi
rispetto ad una dieta di vegetali. Anche con il metabolismo introduciamo acidi organici, i principali sono
acido solforico, fosforico, cloridrico, acido lattico, chetoacidi. La fonte principale di eliminazione è l’urina
che infatti normalmente è abbastanza acida.

FONTI DI BASI

Se si fa una dieta molto sbilanciata in senso vegetariano è più facile che accumuli basi rispetto agli acidi.

La fonte principale della variazione del pH sono gli H+.

02 DICEMBRE 2019

GIORGIA

L’azione del bicarbonato è quella di trasformare un acido forte in acido debole che è l’acido carbonico che
si dissocia meno ed introduce meno H+ liberi nei liquidi extracellulari, in questo modo si ha una minore
variazione di pH. Il bicarbonato non tampona anche gli H+ che derivano dalla CO2 perché un tampone

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non può tamponare se stesso. Il bicarbonato deriva dalla CO2 + acqua. Se per caso si legasse agli H+ che
provengono dalla PCO2 si avrebbe la reazione inversa, di nuovo acido carbonico e CO2. Questa reazione
non può procedere in entrambi i sensi per tamponare gli H+ provenienti dall’anidride carbonica, per farlo
abbiamo bisogno dell’azione dell’emoglobina all’interno degli eritrociti. Il bicarbonato è in grado di
tamponare solo gli acidi metabolici.

Abbiamo tre linee di difesa, i sistemi tampone, il sistema respiratorio e il sistema renale.

PRIMA LINEA DI DIFESA: I TAMPONI FISIOLOGICI

I tamponi fisiologici agiscono immediatamente in modo da minimizzare le variazioni di pH a livello intra ed


extracellulare. Se aumentano gli H+ entrano in gioco rapidamente i sistemi tampone che li incorporano e li
sottraggono dal plasma o dai liquidi intra ed extracellulari. Se abbiamo introdotto con la dieta degli H+, la
prima linea di difesa è il sistema tampone, in questo caso sarà il bicarbonato che si trova nel plasma e nei
liquidi ma il problema non si risolve permanentemente perché a un certo punto i tamponi vengono tutti
occupati, se avessimo solo questa linea di difesa avremmo la saturazione del sistema tampone, quindi
devono essere eliminati gli H+ dall’organismo in modo da liberare il bicarbonato per legare altri H+. Ci sono
dei sistemi più lenti che eliminano permanentemente gli H+. Il sistema respiratorio e renale eliminano in
modo efficace gli acidi in eccesso che vengono quindi sottratti all’organismo. Nel caso di aumento di ioni H+
nel sangue e nei liquidi, il sistema respiratorio introduce ossigeno ed elimina CO2 ma nello specifico elimina
CO2 per abbassare l’attività del sangue nei liquidi extracellulari. Il rene per eliminare gli H+ in eccesso li
riversa nelle urine, è un’azione più lenta ma più efficacie del sistema respiratorio.

SECONDA LINEA DI DIFESA: REGOLAZIONE RESPIRATORIA

Richiede pochi minuti. In caso di variazione del pH dei liquidi extracellulari entra in gioco il riflesso
chemocettivo. Il riflesso chemocettivo a livello periferico entra in gioco quando varia il pH dei liquidi
extracellulari. Se il pH del sangue diventa più acido viene percepito a livello dei chemocettori periferici e la
risposta da parte del centro del respiro è quella di far aumentare la ventilazione per aumentare
l’eliminazione di CO2 ed abbassare l’acidità (il PH aumenta). Se diminuiscono gli H+ nel sangue e il pH
diventa più basico il centro di controllo del respiro attraverso i chemocettori riduce la respirazione per
eliminare meno CO2 che si accumula nell’organismo per formare più H+ e il pH si riduce (acidità del sangue
aumenta).

TERZA LINEA DI DIFESA: REGOLAZIONE RENALE

Richiede ore o giorni. Normalmente a livello renale l’equilibrio acido base viene mantenuto riassorbendo
tutto il bicarbonato filtrato perché per l’organismo è utile per fare da tampone per gli acidi metabolici, in
più viene secreta una certa quantità di H+ nell’urina equivalente a quella prodotta. La quantità di H+ in
eccesso deve essere eliminata con le urine altrimenti il pH varia. Nel caso si manifesti un’acidosi cioè una
condizione patologica, allora avremo una maggiore eliminazione di H+ con l’urina e un maggior
riassorbimento di bicarbonato a livello renale per eliminare più H+ e avere più tampone bicarbonato per
tamponare gli ioni. In caso di alcalosi avremo invece la condizione opposta. Il rene elimina ioni bicarbonato
e riassorbe dal filtrato ioni H+ in questo modo il pH diventa più acido. Permette di ristabilire
definitivamente le condizioni.

TUBULO PROSSIMALE

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Tutti i giorni riassorbiamo il bicarbonato ed eliminiamo H+ a livello del filtrato. Il riassorbimento del
bicarbonato avviene a livello del tubulo prossimale. La secrezione di H+ avviene a livello del tubulo
prossimale ma anche nel dotto collettore. Dal punto di vista dell’equilibrio acido base nel tubulo prossimale
gli ioni H+ vengono riciclati tra cellula tubulare e lume del tubulo per permettere di riassorbire il
bicarbonato. In parte gli ioni H+ però vengono riversati nel lume del tubulo per essere poi riversati con le
urine. Il tubulo prossimale inoltre elimina a livello del lume del tubulo degli ioni ammonio NH4+ che
verranno poi escreti con le urine. Immettere a livello del tubulo degli ioni ammonio permette di eliminare
due specie chimiche contemporaneamente, da un lato l’ammoniaca NH3 e dall’altro gli ioni H+.

Gli ioni H+ vengono contro-trasportati insieme al sodio sulla membrana apicale e vengono riversati nel
lume del tubulo. Questi H+ hanno due destini, in parte rimangono ne lume del tubulo e verranno poi escreti
con le urine, in parte si combinano con il bicarbonato filtrato che si trova nel lume del tubulo per dare CO2
+ acqua. La CO2 è libera di diffondere all’interno della cellula del tubulo prossimale, si combina con l’acqua
per dare origine di nuovo ad H+ e HCO3-. Gli H+ escono in contro-trasporto con il sodio, l’HCO3 viene
riassorbito dal sangue inizialmente trasportato con il sodio nel liquido interstiziale e poi viene riassorbito a
livello del capillare globulare. Il tubulo prossimale inoltre può ricavare dall’amminoacido glutammina lo
ione ammonio e un‘altra molecola che è l’alfa-chetoglutarato. Lo ione ammonio viene espulso nel lume del
tubulo ed espellendo lo ione ammonio possiamo espellere H+ ed ammoniaca contemporaneamente
eliminando altri H+ oltre a quelli che erano usciti prima. Questo meccanismo può essere utile in condizione
di acidosi. Un altro vantaggio è che viene prodotto alfa-chetoglutarato. È in grado di produrre bicarbonato
che poi può essere trasportato nel liquido interstiziale insieme al sodio e poi può essere riassorbito nel
sangue per tamponare ancora più H+. Dalla glutammina risolviamo quindi due problemi
contemporaneamente.

TUBULO DISTALE E DOTTO COLLETTORE

In caso di acidosi e alcalosi. L’azione di compensazione avviene a livello delle cellule intercalate di tipo A e B
coinvolte nella compensazione dell’acidosi e dell’alcalosi. Le cellule coinvolte nell’acidosi sono quelle di tipo
A, quelle dell’alcalosi di tipo B.

 Le cellule di tipo A compensano la condizione patologica in cui il sangue ha un pH sotto 7,35 e


collaborano con il tubulo prossimale. Se siamo in acidosi all’interno delle cellule di tipo A la CO2 si
combina con l’acqua a produrre H e ione bicarbonato. Lo ione H+ deve essere eliminato e infatti lo
ione H+ viene espulso nel lume del dotto collettore attraverso vari meccanismi, viene escreto con
una pompa idrogeno ATPasica con un trasporto attivo, in più può essere anche espulso in contro
trasporto con il potassio. Gli ioni H+ vengono espulsi nel lume del tubulo per essere poi escreti con
le urine. Parte di questi ioni vengono tamponati dai tamponi fosfato in modo da permettere una
continua secrezione di ioni H+ nel lume. Contemporaneamente lo ione bicarbonato viene
riassorbito, va nella direzione opposta, passa nel liquido interstiziale e poi nel sangue, in questo
modo abbiamo più tampone per compensare gli acidi metabolici e compensare l’acidosi.
 Le cellule di tipo B che tamponano l’alcalosi faranno esattamente la cosa opposta, siccome il pH del
sangue è troppo basico si elimina con le urine il bicarbonato che viene secreto nel liquido tubulare
e si riassorbono gli ioni H+ che passano nel sangue. Si forma bicarbonato e H+ solo che il
bicarbonato viene espulso con le urine e gli H+ vengono riassorbiti nel sangue.

COMPENSAZIONE DI ACIDOSI E ALCALOSI

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Tutti i giorni il nostro organismo per compensare variazioni di pH in condizioni fisiologiche utilizza questi tre
meccanismi. Tamponiamo temporaneamente gli H+ che derivano dalla CO2 e abbiamo l’esigenza di
tamponare H+ che derivano dalla dieta e dal metabolismo. Allora gli H+ che derivano dalla PCO2 vengono
tamponate da parte dell’emoglobina all’interno dei tessuti. Gli H+ che provengono dalla dieta inizialmente
vengono tamponati dallo ione bicarbonato poi a livello del tubulo prossimale verrà riassorbito il
bicarbonato dal filtrato e verrà escreta una parte di H+ con le urine.

In condizioni di acidosi e alcalosi possiamo avere due possibilità:

 Acidosi e alcalosi respiratorie. Avremo acidosi o alcalosi respiratorie quando le variazioni del pH
nel sangue sono dovute a variazioni della pressione parziale di CO2 dovuta alla CO2 libera nel
plasma. Si avrà acidosi se la CO2 aumenta e si avrà alcalosi se invece diminuisce. Una variazione
patologica di CO2 nel sangue è causata da variazioni nella ventilazione. In particolare, se la CO2
aumenta nel sangue si ha ipoventilazione e la CO2 si accumula nel sangue, il pH diminuisce e si ha
acidosi respiratoria. Viceversa, se c’è iperventilazione si elimina troppa CO2 che diminuisce nel
sangue, ma se cala la CO2 il pH nel sangue quest’ultimo diventa basico e quindi aumenta, si parla
allora di alcalosi respiratoria.
 Acidosi e alcalosi metaboliche. Avremo acidosi o alcalosi metabolica quando il pH del sangue varia
perché sono stati immessi nel sangue o degli acidi o delle basi, non è di origine respiratoria. A
seconda del tipo di acidosi o alcalosi i meccanismi di compensazione variano.

ACIDOSI METABOLICA

pH sotto i 7.35. Un’acidosi metabolica può essere causata da un accumulo di acido lattico in un esercizio
molto intenso. Condizioni patologiche sono invece la chetoacidosi che si può avere nel diabete, i chetoacidi
acidificano il sangue e creano acidosi metabolica. Un'altra causa è la diarrea prolungata e grave perché si
perde troppo bicarbonato, il bicarbonato invece di essere riassorbito nell’intestino viene eliminato e in
questo caso non si possono più tamponare gli H+ nell’organismo andando incontro ad acidosi metabolica.
Inizialmente avremo l’azione dei tamponi, il tampone che tamponerà gli ioni H+ di origine metabolica sono
gli ioni bicarbonato in modo da rialzare il pH del sangue e ridurre l’acidità però dobbiamo eliminare gli H+ in
eccesso e lo si può fare sia attraverso il sistema respiratorio sia renale. Si attivano i chemocettori e come
risposta respiratoria si avrà una iperventilazione. Questo non è sufficiente quindi a livello renale avremo la
compensazione dell’acidosi a livello del tubulo prossimale attraverso eliminazione di H+ avremo anche la
reazione a partire dell’aminoacido glutammina per produrre NH4 e riassorbire bicarbonato, a livello del
dotto collettore nelle cellule intercalate di tipo A verranno espulsi ioni H+ nelle urine e verrà riassorbito il
bicarbonato, a livello renale quindi si avrà escrezione e secrezione di ioni H+ e anche sintesi ex novo di
bicarbonato.

ALCALOSI METABOLICA

Aumenta il pH e diminuiscono gli H+ nel sangue. È causata o da eccessivo vomito prolungato perché con il
vomito si espelle acido cloridrico dallo stomaco e il pH del sangue diventa più basico oppure eccessiva
assunzione di farmaci basici. L’alcalosi metabolica verrà compensata dagli stessi tre meccanismi ma in verso
opposto. I tamponi invece di legare H+ tenderanno a cedere H+, il sistema bicarbonato invece di legare H+
cederà ioni H+. il sistema respiratorio manda in ipoventilazione per trattenere la CO2 e rendere il sangue
più acido. La compensazione renale si avrà l’opposto di prima. Per rendere il sangue più acido si
riassorbono gli ioni H+ e si espelle ioni bicarbonato a livello delle cellule intercalate di tipo B.

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ACIDOSI RESPIRATORIA

È causato da eccesso di CO2 nel sangue arterioso perché ne eliminiamo troppo poca con la ventilazione. La
CO2 che si accumula nel sangue causa acidosi. Può essere dovuta a patologie respiratorie, depressione dei
centri respiratori che si trovano nel tronco encefalico o midollo allungato ad opera di farmaci in dosi
eccessive. Altro caso è la SLA causata da neuro-degenerazione a carico dei motoneuroni a livello spinale
fino ad arrivare ai motoneuroni superiori che si trovano nella corteccia perchè i muscoli inspiratori sono
comandati dai motoneuroni che si trovano nella zona cervicale. Una degenerazione dei motoneuroni
provoca anche una compromissione respiratoria. Si ha ipoventilazione ed eccesso di CO2 nel sangue. La
prima linea di difesa è sempre quella dei tamponi, i troppi ioni H+ vengono compensati da tamponi che non
sono ioni bicarbonato altrimenti la reazione andrebbe nei due sensi, quindi vengono compensati da
tamponi che non sono bicarbonato. Nell’acidosi respiratoria saltiamo subito alla terza linea di difesa,
avremo quindi poi l’azione dei reni che fanno esattamente quello che fanno con l’acidosi metabolica, nel
tubulo prossimale si ha escrezione di H+ e riassorbimento di bicarbonato, ma anche formazione di
bicarbonato a livello della glutammina. A livello delle cellule A avremo escrezione di ioni H+ e
riassorbimento di bicarbonato. La seconda linea di difesa cioè quella respiratoria manca perché è la causa
stessa del problema.

ALCALOSI RESPIRATORIA

La PCO2 diminuisce e il pH diventa più basico. Può essere causata da condizioni associate alla
iperventilazione, si elimina più CO2 e il pH del sangue diventa più basico. Si può avere in stati di ansia,
attacchi di panico, elevate altitudini a pressioni atmosferiche basse. In questo caso le linee di difesa sono
sempre le stesse di prima, azione dei tamponi che in questo caso cederanno H+ in eccesso, compensazione
dei reni in modo del tutto identico all’alcalosi metabolica. A livello delle cellule B del dotto collettore
avremo riassorbimento di ioni H+ e secrezione di ioni bicarbonato.

SLIDE RIASSUNTO DELLE FUNZIONI RENALI

03 DICEMBRE 2019

APPARATO ENDOCRINO

Il sistema nervoso ha la funzione di controllare diversi organi e apparati così come il sistema endocrino. La
differenza è che l’endocrino è più lento e più diffuso del sistema nervo, è meno specifico come bersaglio ma
agisce su più cellule contemporaneamente. Spesso si parla di sistema neuroendocrino perché i due sistemi
sono fortemente integrati l’uno con l’altro. Le cellule endocrine sono aggregati di cellule che secernono
ormoni direttamente nel sangue, ci sono però anche altri organi e tessuti che non vengono considerati
come ghiandole endocrine però sono in grado di produrre ormoni, ad esempio il rene che è in grado di
produrre eritropoietina. Un ormone è una sostanza che viene riversata nel circolo sanguigno e che svolge le
sue attività a concentrazioni molto basse. La funzione dell’ormone è quella di aumentare, esaltare o
deprimere varie funzioni dell’organismo, agisce a livello di tessuti bersaglio specifici che aumentano o
diminuiscono la funzione di quell’ormone. Una cellula bersaglio è una cellula che presenta dei recettori o
sulla superficie di membrana o all’interno della cellula stessa a seconda del tipo di ormone. Il numero delle
molecole o proteine (recettori) in grado di interagire con l’ormone indica la sensibilità della cellula bersaglio
all’ormone. Più recettori ci sono più la cellula è sensibile all’ormone. L’ormone è una molecola secreta da
vari tipi cellulari e viene trasportato nel circolo sanguigno in concentrazioni molto basse con una breve

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emivita e attiva diversi meccanismi grazie all’interazione con specifici recettori sulla cellula bersaglio. Le
cellule endocrine producono l’ormone e lo secernono, cioè lo immettono nel circolo sanguigno. Poi si ha il
trasporto che normalmente avviene a livello del sangue ma ci possono essere anche altri mezzi di trasporto
come i liquidi interstiziali o extracellulari. Ha la sua azione sulla cellula bersaglio interagendo con uno
specifico recettore dopo di che subisce un metabolismo, viene degradato ed eliminato. Esistono anche degli
ormoni paracrini o autocrini, sostanze che agiscono nelle vicinanze perché vengono liberate nel liquido
interstiziale e quindi interagiscono su cellule vicine.

TRE CATEGORIE PRICNIPALI DI ORMONI IN BASE ALLA LORO NATURA CHIMICA

 Ormoni peptidici: sono dei peptidi che vengono sintetizzati come le proteine, vengono
immagazzinati nella cellula secernente endocrina all’interno di granuli o vescicole e poi vengono
rilasciati nel sangue. Nel sangue i peptidi sono idrosolubili quindi non hanno bisogno di proteine di
trasporto, agiscono a livello della cellula bersaglio interagendo con dei recettori generalmente
localizzati sulla membrana plasmatica.
 Ormoni steroidei: derivano dal colesterolo, vengono prodotti in particolare da due ghiandole
endocrine che sono la corteccia surrenale e le gonadi, non vengono immagazzinati in vescicole,
quando ce n’è bisogno vengono direttamente prodotti a partire dal colesterolo e vengono immessi
nel sangue, normalmente si legano in parte a delle proteine di trasporto perché non sono
idrosolubili. Arrivano alla cellula bersaglio, entrano dentro la cellula attraversando la membrana e
interagiscono con dei recettori intracellulari che possono essere sia nel citoplasma che nel nucleo.
Si è visto che ci sono anche recettori localizzati sulla membrana.
 Ormoni amminici: categoria eterogenea che comprende degli ormoni che derivano da aminoacidi
modificati. Abbiamo vari tipi di ormoni ad esempio la melatonina prodotta a partire
dall’aminoacido triptofano dall’epifisi. La melatonina è coinvolta nella regolazione dei ritmi sonno
veglia (induce il sonno). Sono ormoni amminici anche le catecolammine come nel caso
dell’adrenalina che viene prodotta dalla ghiandola surrenale nella parte midollare sotto lo stimolo
del sistema nervoso ortosimpatico e deriva dalla tirosina, così come la noradrenalina, ed è
anch’esso idrosolubile. In più comprendono anche gli ormoni tiroidei, derivano dall’amminoacido
tirosina, sono prodotti dalla tiroide e sono liposolubili al contrario degli altri due. Riescono ad
attraversare le membrane plasmatiche.

SINTESI DEGLI ORMONI PEPTIDICI

L’ormone peptidico viene prodotto inizialmente sul reticolo endoplasmatico rugoso e viene prodotto come
pre-pro-ormone costituito dal pro-ormone più un peptide segnale. Il pre-pro-ormone entra all’interno del
reticolo all’interno del quale viene staccata la sequenza segnale lasciando solo il pro-ormone che uscirà poi
dal reticolo attraverso delle vescicole di trasporto. Queste vescicole di trasporto vanno verso l’apparato del
Golgi dove il pro-ormone all’interno delle vescicole può subire delle modificazioni. In ogni caso
dall’apparato del Golgi si staccheranno poi delle vescicole secretorie o granuli secretori contenenti ancora il
pro-ormone insieme a degli enzimi proteolitici. Queste vescicole secretorie sono la forma di
immagazzinamento dell’ormone. Viene immagazzinato come pro-ormone insieme agli enzimi all’interno di
granuli o vescicole. Gli enzimi proteolitici nelle vescicole staccano dal pro-ormone dei peptidi inattivi e in
questo modo si ottiene l’ormone definitivo. Quando arrivano degli stimoli adeguati (in genere l’aumento
del calcio) vengono liberati nel liquido interstiziale e nel sangue sia l’ormone attivo sia i frammenti che
erano stati staccati dal pro-ormone che però molto spesso non hanno attività biologica. Una volta rilasciati

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vengono trasportati nel sangue, arrivano alle cellule bersaglio dove normalmente ci sono per gli ormoni
peptidici dei recettori di membrana, l’ormone si ferma a livello della membrana e interagisce con i recettori
che molto spesso sono recettori accoppiati a proteina G, mentre invece nel caso dell’insulina sono recettori
tirosin chinasici. Il legame dell’ormone con i recettori sulla membrana provoca l’innesco di una cascata di
reazione con la sintesi di secondi messaggeri, spesso viene attivata la via dell’AMP ciclico, gli effetti cellulari
poi possono essere di vari tipi. Possiamo distinguere effetti a breve termine ed effetti a lungo termine. Gli
effetti a breve termine si realizzano nel giro di pochi minuti e possono essere effetti che controllano
l’apertura o la chiusura di canali, cioè controllano la regolazione di proteine già sintetizzate, comprendono
modificazioni di proteine già presenti. Invece gli effetti a lungo termine richiedono ore o giorni e vengono
innescati sempre attivando delle vie tramite secondi messaggeri che portano all’attivazione della
trascrizione genica. Questo tipo di meccanismo lo si può avere anche per le catecolammine come per
l’adrenalina che si combina con un recettore di membrana accoppiato a proteina G.
A un certo punto però l’azione dell’ormone deve finire e in questo caso le cause possono essere varie. O
non è più disponibile l’ormone e non si lega al recettore oppure il recettore stesso nel tempo non risponde
più all’ormone, si desensibilizza oppure viene internalizzato. L’ormone agisce per un certo tempo.

SINTESI DEGLI ORMONI STEROIDEI

Derivano tutti dal colesterolo che da origine ad un intermedio chiamato pregnenolone il quale a sua volta
da origine ai vari tipi di ormoni steroidei. Uno è l’aldosterone o il cortisolo, entrambi sono prodotti dalla
parte corticale della ghiandola surrenale. Non esistono forme di immagazzinamento per questi ormoni,
quando arriva lo stimolo viene avviata la sintesi, il colesterolo viene trasformato in pregnenolone e poi in
ormone per essere liberato. L’ormone steroideo viene trasportato sia in forma libera sia tramite proteine di
trasporto, quando arriva alla cellula bersaglio può o ricombinarsi a dei recettori sulla membrana ma in
massima parte tende ad entrare all’interno della cellula e si combina o con un recettore nel citoplasma o
entra nel nucleo e si lega ad un recettore nucleare. In ogni caso il complesso ormone recettore va poi a
regolare la trascrizione genica aumentando o diminuendo la trascrizione di determinati geni. Questi effetti
sono abbastanza lenti. Gli effetti cellulari dell’aldosterone sono quelli di aumentare il riassorbimento di
sodio e la secrezione di potassio, aumenta la trascrizione genica di canali per il sodio, canali per il potassio e
pompe sodio potassio per poi espellere il sodio in eccesso.

TRASPORTO NEL SANGUE

Gli ormoni in genere hanno una breve emivita plasmatica. L’emivita plasmatica è il tempo nel quale 50%
dell’ormone viene rimosso dal plasma. In base all’emivita si capisce per quanto tempo un ormone è
disponibile.

 Gli ormoni peptidici hanno emivita breve, rimangono nel sangue per poco tempo che va da minuti
fino ad ore perché rapidamente vengono degradati o nel sangue stesso o in alcuni organi ad opera
di enzimi che si chiamano peptidasi.
 Gli ormoni steroidei e tiroidei hanno un’emivita più lunga che può essere anche di giorni perché
non vengono degradati subito, vengono in parte trasportati da proteine di trasporto, in parte sono
liberi, quelli legati a proteine di trasporto rappresentano la riserva dell’ormone, quelli liberi sono
quelli immediatamente disponibili che possono svolgere la loro azione subito.

ELIMINAZIONE O INATTIVAZIONE

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Una volta che l’ormone ha svolto la sua zione va incontro a processi di eliminazione o degradazione,
possono essere processi di:

 Captazione: l’ormone entra dentro la cellula e non è più disponibile per entrare in altre cellule.
 Degradazione: viene degradato nel plasma o a livello del rene o del fegato ad opera di peptidasi. I
prodotti della degradazione ormonale poi vengono o riutilizzati oppure vengono eliminati in parte a
livello renale nell’urina.
 Eliminazione attraverso la bile che viene a sua volta eliminata con le feci. Parte dei prodotti di
degradazione lasciano il nostro organismo o con le urine o con le feci.

MECCANISMI DI REGOLAZIONE DEL RILASCIO ORMONALE

I fattori che determinano il rilascio di un ormone. Possiamo individuare tre fattori diversi che regolano il
rilascio di un ormone

1. Controllo a feedback che può essere nella maggior parte dei casi negativo, in casi molto più rari
può essere un feedback positivo. Se una variabile cambia vengono messe in opera dal nostro
organismo delle azioni per controbilanciare la variazione. Se il feedback è negativo si va a diminuire
o controbilanciare l’azione che c’è stata (esempio: pressione e riflesso barocettivo), se invece è
positivo la si fa variare ancora di più.

 Un esempio di feedback negativo si attua in un modo molto chiaro a livello dell’asse ipotalamo
ipofisi. L’ipotalamo produce un ormone che influenza l’attività dell’ipofisi che a sua volta
producendo un altro ormone influenza l’attività di varie ghiandole endocrine facendo poi
produrre un terzo ormone. In quest’asse abbiamo un classico esempio di feedback negativo.
Poniamo che l’ipotalamo produce un ormone che si chiama TRH che agisce a livello
dell’adenoipofisi e favorisce la liberazione di un altro ormone che si chiama TSH. il TSH a sua
volta va a legarsi alle cellule della tiroide facendo in modo che la tiroide produca altri due
ormoni che sono T3 e T4. Il meccanismo a feedback negativo si può attuare a vari livelli, i T3 e
T4 agiscono sia sull’ipotalamo sia sull’ipofisi inibendo la produzione sia di TRH sia di TSH.
Questo meccanismo di retroazione negativa ha lo scopo di non produrre più ormoni a livello
ipotalamo ipofisario. Una volta ottenuta una concentrazione sufficiente di ormoni nel sangue
non occorre più che l’ipotalamo produca TRH per far produrre TSH all’ipofisi. Una volta
ottenuto l’effetto finale i due componenti precedenti smettono di produrre ormoni che portano
alla produzione degli ormoni finali.
Abbiamo dei meccanismi a feedback corto e lungo. Si ha feedback lungo quando l’ormone
prodotto inibisce in modo diretto sia l’ipotalamo ma anche l’ipofisi, si ha feedback corto
quando il TSH inibisce l’ipotalamo in modo che non venga più prodotto TRH, quindi viene inibita
solo la secrezione dell’ipofisi per impedire la secrezione dell’ipotalamo.
 Il meccanismo di feedback positivo si ha quando la produzione di un ormone porta alla
produzione di un altro ormone che torna indietro ed aumenta ancora di più la produzione del
primo ormone il quale a sua volta aumenterà il secondo e così via per avere un aumento della
produzione del secondo ormone in un tempo ristretto. Questo è quello che avviene nel
momento dell’ovulazione nel ciclo femminile ma in altri termini è un caso molto raro.

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2. Controllo nervoso. La secrezione e la liberazione degli ormoni nel sangue è sottoposta a molti tipi
di controllo nervoso soprattutto in risposta a stimoli di tipo sensoriale che possono essere sia
interni che esterni al nostro corpo. L’ipotalamo riceve informazioni relative a stimoli sensoriali sia
interni che esterni al nostro corpo e regola l’asse ipotalamo ipofisi influenzando la produzione degli
ormoni.
3. Controllo cronotropo. È basato sul tempo. La secrezione di molti ormoni varia a seconda di precisi
ritmi temporali che possono essere vari a seconda del tipo di ormone. Ci sono ormoni che vengono
prodotti continuamente con cicli di minuti o di ore (secrezione pulsatile). Ci sono dei momenti in
cui abbiamo una produzione maggiore o minore di ormoni ma abbiamo comunque una continua
secrezione. L’ormone può avere anche dei ritmi circadiani, può essere prodotto principalmente
nelle prime ore del mattino come nel caso del cortisolo, mentre l’ormone della crescita viene
prodotto soprattutto nella prima parte del sonno ogni 24h. La melatonina invece viene prodotta
verso sera tutti i giorni. I ritmi circadiani non solo regolano la secrezione ormonale ma anche altri
parametri come ala pressione arteriosa che diminuisce durante la notte e aumenta al mattino e così
via. Ci sono inoltre ormoni che vengono prodotti per mesi o anni come gli ormoni della pubertà,
della gravidanza o dell’invecchiamento.

I ritmi circadiani, in particolare quelli che si realizzano nell’arco delle 24h, sono regolati da una struttura che
si trova nell’ipotalamo che si chiama nucleo soprachiasmatico (si trova sopra il chiasma ottico) ed è il
nostro orologio biologico perché regola le funzioni che si svolgono nell’arco delle 24h ad esempio regola il
ciclo sonno veglia, ma regola anche i ritmi circadiani della secrezione ormonale così come le reazioni
giornaliere di vari parametri. Cambia la sua attività con cicli di 24h ed è regolato nella sua attività da segnali
ambientali, in particolare riceve informazioni sui segnali di luce in particolare dalla retina. Hanno un’attività
ciclica ritmica.

NUCLEO SOPRACHIASMATICO

I neuroni del nucleo soprachiasmatico scaricano potenziali d’azione di giorno mentre di notte sono silenti. È
dovuto alla presenza di due proteine “a orologio” chiamate PER e CRY che variano l’attività in base al giorno
e alla notte, durante il giorno vengono sintetizzate e si accumulano nel citoplasma, alla sera e di notte
vengono trasportate nel nucleo e bloccano la loro stessa produzione. Hanno un’attività ciclica. La presenza
di queste proteine nel citoplasma regola l’espressione di diversi canali ionici, trasportatori, recettori di
membrana, cosa che non fanno di notte perché non ci sono. In particolare, ci sono dei trasportatori per gli
ioni cloro. Quando PER e CRY si trovano nel citoplasma aumentano l’attività di un trasportatore per il cloro
che porta dentro ioni cloro di giorno. Di giorno infatti abbiamo una concentrazione elevata di cloro
all’interno della cellula. Se aumenta la concentrazione di cloro dentro, cambia il potenziale di equilibrio per
il cloro che normalmente è intorno a -70mV, se accumuliamo più cloro dentro il potenziale di equilibrio va
intorno a -30mV. Se il potenziale è -30mV e abbiamo dei recettori per il GABA, il cloro tenderà ad uscire in
modo da portare il potenziale di membrana verso -30mV. Se viene rilasciato GABA durante il giorno, si
depolarizza la membrana e si ha la scarica dei potenziali d’azione. Durante la notte invece le proteine PER e
CRY non ci sono più e quindi è inibito il trasportatore, il cloro non viene più portato all’interno della cellula,
il potenziale di equilibrio per il cloro torna ad essere -70mV. Se apriamo i GABA a potenziale di riposo a
-70mV la membrana si iperpolarizza e quindi non avremo potenziale d’azione e i neuroni non scaricano. Il
fatto di avere un’attività ciclica di questi neuroni porta i neuroni a comunicare con altre strutture che
regolano i vari parametri e le varie funzioni. Comunicano con i neuroni ipotalamici che regolano la
temperatura la pressione e così via. Agendo in modo ciclico fanno si che anche le altre funzioni vengano

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regolate in modo ciclico. Tutto ciò è controllato dai fasci di luce della retina. Ci sono delle cellule gangliari
nella retina che agiscono da fotorecettori e che comunicano direttamente con il nucleo soprachiasmatico,
cambiano la loro attività con la luce o il buio in modo da influenzarne l’attività. Se si sta sempre al buio il
ciclo sfasa ma rimane lo stesso attivo, la luce quindi serve a regolare l’attività del nucleo sulle 24h esatte ma
comunque il nucleo funziona lo stesso anche senza gli stimoli luminosi.

ASSE IPOTALAMO-IPOFISARIO

È formato da ipotalamo ed ipofisi. La sua funzione è quella di controllare varie ghiandole endocrine in
particolare tiroide, ghiandole surrenali e gonadi. È anche coinvolto nell’accrescimento corporeo, nella
secrezione del latte, bilancio idrico e metabolismo.

L’ipotalamo fa parte del diencefalo dove si trova anche il talamo. È composto da una serie di nuclei (insiemi
di neuroni all’interno del SNC) e in particolare nell’ipotalamo abbiamo nuclei che regolano tantissime
funzioni di tipo vegetativo che riguardano i parametri degli organi interni, ed è interfaccia tra segnali
sensoriali di varia origine e la regolazione di tutti questi parametri. In particolare è importante perché
regola l’attività del sistema nervoso autonomo orto e parasimpatico e regola tramite l’ipofisi la secrezione
ormonale. Lo scopo generale dell’attività dell’ipotalamo è quella di controllare l’omeostasi dell’organismo,
fa in modo che si mantenga un ambiente costante indipendentemente dalle variazioni che si possono
verificare. Regola anche la secrezione ormonale attraverso l’ipofisi. L’ipotalamo è legato all’ipofisi tramite
una struttura chiamata peduncolo ipofisario o infundibolo.

IPOFISI

È divisa in adenoipofisi e neuroipofisi. L’ipotalamo comunica sia con la neuroipofisi che con l’adenoipofisi
con funzioni un po' diverse.

NEUROIPOFISI

La neuroipofisi è costituita da terminazioni assoniche di neuroni che si trovano nell’ipotalamo e una rete
estesa di capillari sanguigni. Nell’ipotalamo abbiamo dei neuroni che si trovano collocati in due nuclei
particolari che sono il nucleo sopraottico e il nucleo paraventricolare e contengono i corpi cellulari dei
neuroni che inviano il loro assone in basso all’interno del peduncolo ipofisario e raggiungono con la
terminazione la neuroipofisi a contatto con i capillari. Gli assoni dei neuroni che vengono detti secernenti
liberano i loro ormoni nei capillari direttamente nel circolo sanguigno. I due ormoni che vengono prodotti
da questi due nuclei sono la vasopressina e l’ossitocina. Si tratta in entrambi i casi di ormoni peptidici che
vengono prodotti con la modalità per gli ormoni peptidici, verranno sintetizzati nel corpo cellulare a livello
RER come pre-pro-ormone fino a fuoriuscire in vescicole dal Golgi in granuli secretori che vengono
trasportati verso la terminazione assonica e poi da qui verranno secrete per liberare l’ormone definitivo.
Perché l’ormone venga liberato a livello della terminazione assonica deve aumentare il calcio intracellulare
dopo che parte il potenziale d’azione. La funzione di questi due ormoni peptidici composti da 9 aa ognuno:

 Ossitocina: induce le contrazioni dell’utero durante il travaglio, agisce sulla muscolatura liscia
inducendo le contrazioni, aumenta le giunzioni comunicanti tra le cellule per permettere una
contrazione più sincrona. È coinvolta nell’espulsione del latte durante l’allattamento. A livello
cerebrale l’ossitocina ha altre azioni, è particolarmente coinvolta nei comportamenti sociali,
sessuali e materni.

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 Vasopressina: bilancio idrico, permette il riassorbimento di acqua a livello del dotto collettore
renale, permette di produrre urine più concentrate e conservare liquidi. La prima azione di questo
ormone è quella di provocare vasocostrizione a livello delle arteriole facendo aumentare la
pressione arteriosa. Quest’azione da vasopressina in realtà è presente solo in condizioni particolari
come lo shock ipovolemico. Ci sono degli effetti sui comportamenti sociali, così come l’ossitocina
favorisce iterazioni sociali.

09 DICEMBRE 2019

ADENOIPOFISI

È la parte anteriore dell’ipofisi che sta in contatto con l’ipotalamo tramite il peduncolo ipofisario. A livello
dell’adenoipofisi si ha la secrezione di ormoni peptidici controllata da fattori rilascianti o inibenti prodotti
dall’ipotalamo. Nell’ipotalamo ci sono dei neuroni chiamati magnocellulari per via del grande corpo
cellulare, questi mandano i loro assoni nella neuroipofisi dove liberano ossitocina e vasopressina,
nell’ipotalamo abbiamo anche i neuroni parvocellulari che mandano i loro assoni a prendere contatto con
una rete di capillari che si trova nell’eminenza mediana, subito al di sotto dell’ipotalamo all’inizio del
peduncolo ipofisario. Nell’eminenza mediana c’è una rete capillare che prende contatto con gli assoni dei
neuroni parvocellulari. Questa rete comunica poi con una rete di capillari che si trova nell’adenoipofisi e il
punto in cui le due reti comunicano si chiama sistema vaso portale ipofisario. I neuroni parvocellulari
liberano degli ormoni peptidici rilascianti a livello dei capillari dell’eminenza mediana e in certi casi anche
fattori inibenti. Questi fattori rilascianti o inibenti vanno nella rete capillare dell’eminenza nel sistema
portale e raggiungono direttamente la rete capillare dell’adenoipofisi. Si chiama sistema portale perché si
trova tra due reti di capillari. Una rete capillare non è collegata al sistema venoso ma è collegata ad un'altra
rete capillare. Il vantaggio è quello di non far disperdere i fattori ipotalamici. Se fosse un circolo normale
l’ipotalamo immetterebbe i suoi fattori nella rete capillare dell’eminenza mediana e questi ormoni
andrebbero poi nel circolo generale prima di raggiungere l’ipofisi, quindi si disperderebbero. In questo
modo invece i fattori prodotti dall’ipotalamo raggiungono direttamente il circolo dell’adenoipofisi senza
passare dal circolo sistemico generale. In questo modo raggiungono le cellule endocrine che si trovano
nell’adenoipofisi. Un altro sistema portale che congiunge due reti capillari senza passare attraverso circolo
sanguigno è quello della vena porta che congiunge direttamente l’intestino con il fegato. Il vantaggio è lo
stesso.

IPOFISI ANTERIORI O ADENOIPOFISI

L’ipotalamo produce dei fattori rilascianti o inibenti che vanno ad agire sull’adenoipofisi che produce a sua
volta degli ormoni peptidici che o vanno ad agire direttamente su tessuti bersaglio o a loro volta agiscono
su ghiandole endocrine che poi producono gli ormoni finali periferici.

L’adenoipofisi produce:

 Prolattina che agisce come principale tessuto bersaglio fondamentale sulla ghiandola mammaria.
 TSH, ormone tireostimolante che agisce sulla ghiandola tiroide favorendo la produzione degli
ormoni tiroideo.

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 ACTH, agisce sulla corteccia del surrene stimolando la produzione di ormoni steroidei e in
particolare del cortisolo che è un glucocorticoide.
 GH, ormone della crescita, ha due effetti distinti. Agisce sia direttamente sui tessuti bersaglio però
agisce anche sul fegato provocando la produzione di altri ormoni che prendono il nome di IGF
(insuline like growth factor), hanno una struttura simile all’insulina e a loro volta agiscono su vari
tessuti, in particolare una delle funzioni degli ormoni della crescita è quello di mediare
l’accrescimento osseo e quello dei vari organi. Pare che l’accrescimento non venga provocato
direttamente dall’ormone della crescita ma dagli IGF prodotti dal fegato.
 FSH follicolo stimolante e LH luteinizzante, vanno ad agire sulle cellule endocrine delle gonadi per la
produzione di androgeni, estrogeni e progesterone.

L’ipotalamo regola la produzione di questi ormoni ipofisari attraverso fattori rilascianti e inibenti. I fattori
rilascianti o ormoni rilascianti sono:

 TRH, stimola la produzione a livello dell’adenoipofisi del TSH. A sua volta il TSH a livello della tiroide
provoca la produzione di ormoni tiroidei.
 CRH a livello dell’ipofisi porta alla produzione di ACTH che poi agisce sulla corteccia del surrene per
la produzione del cortisolo.
 GHRH fattore rilasciante l’ormone della crescita, che agisce sulle cellule somatotrope che
producono nell’adenoipofisi l’ormone della crescita.
 GnRH che favorisce la produzione delle gonadotropine FSH ed LH.

*Il TRH oltre a favorire la produzione del TSH potrebbe favorire anche la produzione di prolattina ed agire
da fattore rilasciante.

L’ipotalamo può produrre anche fattori inibenti che inibiscono l’adenoipofisi e quindi la produzione di
ormoni ipofisari. I principali sono:

 Dopamina, agisce da ormone e inibisce la produzione di prolattina ipotalamica.


 La somatostatina inibisce la produzione dell’ormone della crescita GH.

La somatostatina non ha solo funzione inibente sull’ormone della crescita. Funziona come
neurotrasmettitore e neuromodulatore in molte aree del SNC, viene rilasciata somatostatina, si lega ai
neuroni di solito con azione inibente, apre quindi dei canali potassio iperpolarizzando la membrana e
inibisce quindi l’eccitabilità neuronale. In più viene usata come ormone anche in altre zone dell’organismo,
ad esempio a livello gastrointestinale, anche qui con azione inibente, inibisce funzioni legate alla motilità
gastrointestinale.

Gli assi ipotalamo ipofisari sono sottoposti a quei meccanismi di feedback negativo. Il TRH stimola il TSH
che a sua volta stimola la ghiandola tiroide a produrre ormoni tiroidei. Una volta prodotti a loro volta
andranno ad inibire la produzione di TSH e TRH per inibire la catena. Il TSH a sua volta va ad inibire la
produzione di TRH.

ORMONI SECRETI DA ADENOIPOFISI

Gli ormoni ipofisari che hanno effetti diretti sui tessuti sono:

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 Prolattina che dopo il parto induce la lattogenesi, cioè la produzione di latte da parte della
ghiandola mammaria. Durante la gravidanza è inibita dagli estrogeni e dal progesterone.
L’ossitocina invece promuove l’eiezione del latte e la contrazione delle cellule mioepiteliali per
espellere il latte. A livello della ghiandola mammaria ne favorisce l’accrescimento, modula il sistema
immunitario, ma è presente sia nell’uomo che nella donna.
 L’ormone della crescita è coinvolto nell’accrescimento osseo e degli organi interni, molti di questi
effetti non sono dovuti direttamente all’ormone della crescita ma agli IGF. In più l’ormone della
crescita regola alcuni aspetti del metabolismo energetico.

Ormoni che agiscono su ghiandole endocrine:

 FSH e LH
 TSH
 ACTH

METABOLISMO E BILANCIO ENERGETICO

I due ormoni più importanti che regolano il metabolismo energetico sono insulina e glucagone. Questi due
ormoni sono prodotti dal pancreas.

BILANCIO ENERGETICO

Con bilancio energetico si intende quello che è espresso con l’equazione in cui l’energia dell’organismo è
uguale all’energia introdotta meno l’energia che viene spesa. Il bilancio energetico è in pareggio quando
l’energia che introduciamo e l’energia che spendiamo sono uguali. Se introduciamo più energia di quella
che consumiamo siamo in bilancio positivo, viceversa, se eliminiamo più energia di quella che assumiamo,
siamo in bilancio negativo. Il nostro organismo tende a mantenere i bilanci in pareggio. L’energia spesa
dall’organismo è spesa come lavoro e come produzione di calore. Si produce lavoro di vario tipo: lavoro di
trasporto contro gradiente delle pompe, meccanico, chimico e così via. L’energia viene introdotta tutti i
giorni con l’alimentazione ma abbiamo anche delle riserve energetiche nel nostro organismo. Abbiamo
delle riserve a lungo termine che possiamo utilizzare per tempi più lunghi e sono sottoforma di glicogeno e
lipidi. Il glicogeno si trova a livello epatico e a livello muscolare, i lipidi si trovano nel tessuto adiposo. Anche
questi possono essere degradati in acidi grassi più glicerolo per ottenere energia. Abbiamo due concetti
fondamentali di metabolismo energetico.

Assumiamo energia principalmente attraverso l’alimentazione, ma l’assunzione di cibo è intermittente. Il


nostro organismo passa dei periodi subito dopo i pasti in cui ha abbondanza di molecole energetiche, ma
lontano dai pasti vengono a diminuire quindi può essere necessario utilizzare le riserve del nostro
organismo. Abbiamo quindi nel nostro organismo delle fasi che avvengono subito dopo i pasti in cui
immagazziniamo i nutrimenti e vengono chiamate fasi anaboliche, è la fase in cui assorbiamo i nutrienti e li
immagazziniamo. Lontano dai pasti abbiamo invece delle fasi di catabolismo, cioè di degradazione delle
riserve energetiche, il glucosio nel sangue comincia a diminuire e dobbiamo andarlo a ricavare dalle riserve
energetiche, entriamo quindi in fase catabolica. Abbiamo degli ormoni, in particolare l’insulina che è un
ormone anabolico, favorisce l’immagazzinamento di riserve energetiche, molti altri sono ormoni catabolici
che intervengono per la degradazione delle riserve energetiche. Dall’azione combinata di questi ormoni
riusciamo a passare da una fase all’altra senza avere variazioni di sostanze energetiche nel sangue. La più

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importante molecola energetica nel sangue che non deve variare entro certi livelli è il glucosio, poiché in
particolare il cervello dipende dal glucosio ed è la principale fonte energetica. Poiché il cervello ha bisogno
di glucosio i livelli ematici di glucosio, cioè la glicemia, devono essere mantenuti anche nella fase catabolica
cioè nell’intervallo tra un pasto e l’altro. A questo scopo gli ormoni catabolici vanno quindi a ricavare
glucosio dalle riserve energetiche.

 Durante la fase anabolica o assimilativa che coincide a tre-quattro ore dopo il pasto, il glucosio è
utilizzato immediatamente per produrre energia a seconda delle esigenze dell’organismo, quello
che rimane se non serve per produrre energia immediatamente, viene accumulato come glicogeno
a livello del fegato e dei muscoli, se si ha ancora glucosio in eccesso viene accumulato come grasso,
come trigliceridi nel tessuto adiposo. Se invece si sono introdotte delle proteine, gli aa vengono
utilizzati in parte per la sintesi proteica, se sono in eccesso le proteine vengono convertite in grassi
nel tessuto adiposo. Quindi vengono utilizzati gli aa necessari per la sintesi di proteine. I lipidi, se
non c’è necessità immediata di degradarli, vengono accumulati come trigliceridi nel tessuto
adiposo. Durante la fase anabolica abbiamo come scopo generale quello di immagazzinare le
riserve energetiche in eccesso.

 Durante la fase catabolica opposta a quella assimilativa succederà il contrario. Passa un po' di
tempo da quando si è assunto il pasto. La glicemia potrebbe diminuire all’interno del sangue quindi
per evitare ciò si attivano le reazioni cataboliche, il glicogeno verrà degradato di nuovo a glucosio
sia a livello muscolare che epatico con il processo della glicogenolisi, se necessario si possono
degradare anche i trigliceridi in acidi grassi o glicerolo, da questi si può ottenere energia attraverso
il processo di lipolisi. In particolare, la glicogenolisi a livello muscolare è importante per fornire
energia al muscolo, la degradazione del glicogeno a livello epatico ha un effetto più generale, cioè
mantiene la glicemia costante nel sangue in tutto il sistema ematico. Se necessario soprattutto in
digiuno prolungato si può avviare anche un'altra reazione che è quella di gluconeogenesi che
avviene soprattutto a livello epatico, consiste nella produzione di glucosio ex novo partendo da
molecole precursori diverse dai carboidrati. Lo scopo della fase catabolica è quella di fornire
energia ai tessuti e mantenere costante il livello di glicemia.

ORMONI CHE REGOLANO IL METABOLSIMO ENERGETICO

Due tra i più importanti sono insulina e glucagone che hanno effetti antagonisti, l’insulina è anabolica
mentre il glucagone è catabolico. Vengono prodotti entrambi dal pancreas endocrino a livello delle isole del
Langherans. L’insulina viene prodotta dalle cellule beta che costituiscono il 60% del pancreas endocrino,
mentre il glucagone è prodotto dalle cellule alfa che costituiscono il 25%, poi abbiamo una percentuale del
10% di cellule D che producono somatostatina che ha funzione regolatoria sia sul pancreas esocrino che sul
pancreas endocrino. Sia l’insulina che il glucagone e anche la somatostatina sono dei peptidi.

A seconda delle varie fasi uno domina sull’altro. Nella fase assimilativa dopo il pasto l’ormone che domina è
l’insulina, mentre nella condizione di digiuno domina il glucagone. Entrambi vengono sintetizzati in modo
costante, ma i picchi di produzione si hanno per l’insulina dopo i pasti, per il glucagone lontano dai pasti. Il
glucagone ha il massimo picco nel pomeriggio più o meno a metà tra il pranzo e la cena che è uno dei
periodi più lunghi di digiuno. L’insulina ha come effetto il diminuire la glicemia dopo i pasti (effetto
ipoglicemizzante). Per diminuire la glicemia dopo i pasti fa entrare il glucosio nelle cellule sottraendolo dal

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sangue. Viceversa, il glucagone è un ormone iperglicemizzante, aumenta la glicemia e lo fa agendo al
contrario, favorisce le reazioni cataboliche e favorisce il trasporto del glicogeno dalle cellule verso il sangue.
Lo scopo è quello di mantenere la glicemia il più costante possibile.

INSULINA

È un ormone peptidico formato da 51 aa. I fattori che stimolano il rilascio di insulina:

 Aumento di glicemia, cioè della concentrazione di glucosio nel sangue. Se aumenta oltre i 100
mg/dl viene prodotta insulina.
 Aumento della concentrazione plasmatica degli aa. Questo perché l’insulina non solo facilita
l’entrata di glucosio nelle cellule ma anche l’entrata degli amminoacidi nelle cellule soprattutto a
livello epatico e muscolare.
 Azioni anticipatorie gastro-intestinali. Il pancreas non produce insulina solo quando il glucosio è
ormai passato nel sangue perché sarebbe troppi tardi, si prepara prima e si prepara talmente prima
che il SN attraverso il sistema parasimpatico inizia a stimolare il pancreas per produrre insulina.
Inoltre, l’insulina viene prodotta durante la digestione, man mano che la glicemia aumenta
aumenterà anche la produzione di insulina. Quando il glucosio passa nel sangue si ha lo stimolo
maggiore a produrre la quantità massima di insulina.
 Il parasimpatico stimola le funzioni digestive e stimola anche la produzione di insulina.

SINTESI DEL’INSULINA

Viene prodotta con la tipica sequenza degli ormoni peptidici, viene prodotta prima come pre pro-insulina a
livello del RER, poi passa nel lume del RE e viene staccato il peptide segnale e rimane la pro-insulina. La pro-
insulina va poi all’apparato del Golgi dove si ha la formazione di tre ponti disolfuro che fanno ripiegare la
molecola di pro-insulina. Dall’apparato di Golgi si staccano delle vescicole di secrezione che contengono
ancora la pro-insulina e contengono degli enzimi proteolitici. Nelle vescicole secretorie dalla pro-insulina
viene staccata una catena chiamata catena C (probabilmente inattiva senza azione biologica) e rimane
l’insulina definitiva formata da due catene una A e una B stabilizzate dai ponti disolfuro. Le vescicole
secretorie rappresentano la forma di immagazzinamento dell’insulina, quando intervengono gli stimoli, le
cellule beta del pancreas sono stimolate a rilasciare insulina che viene rilasciata per esocitosi delle vescicole
e viene immessa nel circolo sanguigno.

MECCANISMO CELLULARE CHE COLLEGA L’AUMENTO DELLA GLICEMIA ALLA SECREZIONE DI INSULINA

L’aumento di glucosio nel sangue porta all’esocitosi delle vescicole.

 Lontano dai pasti abbiamo una condizione di glucosio basso, quindi le cellule beta non rilasciano
insulina. Se c’è poco glucosio nel sangue, viene trasportato poco glucosio attraverso i GLUT, in
particolare dai GLUT 2, dentro la cellula beta del pancreas. Se viene introdotto poco glucosio, poco
glucosio verrà utilizzato per il metabolismo e verrà prodotto poco ATP. Sulle cellule beta del
pancreas abbiamo dei canali potassio che si chiudono quando aumenta la concentrazione di ATP
nella cellula. In queste condizioni lontani dai pasti e con glicemia bassa i canali potassio ATP
dipendenti saranno aperti. Ma se i canali sono aperti abbiamo potassio che esce all’esterno della
cellula, il potenziale di membrana quindi diventa più negativo, se è negativo non si possono aprire

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canali calcio dipendenti che richiedono depolarizzazione, se i canali calcio sono chiusi non si ha
esocitosi delle vescicole. Basso glucosio nel sangue  insulina non viene secreta.

 Dopo i pasti aumenta il glucosio, quindi la glicemia nel sangue aumenta. Il GLUT 2 trasporta il
glucosio che si è accumulato nel sangue dentro le cellule beta. Viene utilizzato nella glicolisi nel
ciclo di Krebs per produrre ATP, aumenta quindi la concentrazione di ATP e quindi i canali potassio
si chiudono. Questo fa variare il potenziale di membrana che diventa più positivo, si depolarizza
perché si chiudono i canali per il potassio. Se si depolarizza la membrana si aprono quindi i canali
calcio voltaggio dipendenti, entra calcio e avremo la secrezione di insulina. Questo collega
l’aumento di glucosio ematico alla secrezione di insulina nel sangue. Alto glucosio nel sangue 
secrezione di insulina.

I GLUT sono trasportatori secondo gradiente, quello che ha affinità massima è il GLUT dei neuroni che è il
GLUT 3. Per quanto riguarda il GLUT 2 che si trova nelle cellule beta, l’affinità è minore e il trasporto del
glucosio varia linearmente in modo graduale al variare della glicemia, mentre il trasporto neuronale
raggiunge rapidamente la saturazione, questo è utile perché la secrezione di insulina può essere graduata
finemente in base a quanto varia la glicemia.

MECCANISMI MOLECOLARI D’AZIONE DELL’INSULINA

L’insulina viene secreta con le modalità viste, viene trasportata a livello del sangue ed agisce sui tessuti
bersaglio dove ci sono dei recettori particolari sulla membrana plasmatica per l’insulina che si chiama
recettore tirosin chinasico. L’insulina interagisce con il suo recettore, quest’interazione sulle cellule
bersaglio provoca la fosforilazione di molecole varie che prendono il nome di substrati del recettore
insulinico. Sono di vario genere, si attivano delle vie a secondi messaggeri che provocano vari effetti che
possono essere a breve o a lungo termine. Breve termine vuol dire modificazioni di trasportatori o enzimi
già sintetizzati, quelli a lungo termine implicano modificazioni della trascrizione genica e quindi della sintesi
di nuove proteine. Per quanto riguarda il recettore tirosin chinasico, il legame dell’insulina col recettore
provoca la fosforilazione del recettore sui residui di tirosina. Ciascun recettore lega una molecola di
insulina, i due recettori quando legano l’insulina dimerizzano, formano un complesso unico, una volta che
hanno dimerizzato si ha l’autofosforilazione da parte del recettore stesso dei residui di tirosina su entrambi
i recettori, la fosforilazione dei residui di tirosina provoca l’attivazione del recettore. Attivando il recettore si
ha la fosforilazione poi su altri substrati e poi l’attivazione di vie intracellulari.

EFFETTI DELL’INSULINA

 Agisce su due dei principali tessuti insulina dipendenti che sono le cellule muscolari scheletriche (in
particolare quelle a riposo) e il tessuto adiposo. L’effetto dell’insulina è quello di aumentare la
traslocazione sulla membrana del trasportatore GLUT 4, un trasportatore insulina dipendente,
inserito nella membrana delle cellule muscolari o adipose in seguito all’azione dell’insulina.
L’insulina si lega al suo recettore, provoca attivazione di una via intracellulare che determina
l’inserimento in membrana dei GLUT 4 che normalmente sono localizzati sulla membrana di
vescicole contenute all’interno o di cellule adipose o delle cellule muscolari. L’insulina provoca a
fusione delle vescicole con la membrana e l’inserimento in membrana dei GLUT 4. Lo scopo di
questo meccanismo è quello di favorire l’entrata di glucosio dentro le cellule muscolari e dentro le
cellule adipose. È uno dei meccanismi che determina l’abbassamento della glicemia.

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 A livello epatico abbiamo già dei trasportatori che sono di nuovo i GLUT 2 come quelli del pancreas
già presenti sulla membrana, quindi non c’è bisogno di insulina per far entrare glucosio, quindi
attraverso i GLUT 2 il glucosio se è aumentato nel sangue tende ad entrare secondo gradiente
dentro la cellula. L’insulina si lega ai suoi recettori tirosin chinasici sulle cellule epatiche attiva delle
vie intracellulari che portano all’attivazione di un enzima che si chiama esochinasi. L’esochinasi
trasforma il glucosio che è entrato dentro la cellula in glucosio 6 fosfato. Lo scopo di questo è
quello di mantenere la concentrazione di glucosio bassa dentro la cellula per mantenere il
gradiente e far entrare più glucosio dall’esterno. L’insulina favorisce il mantenimento del gradiente
di concentrazione.
 L’insulina promuove il deposito del glucosio in molecole energetiche e infatti attiva gli enzimi che
portano a livello del fegato e del muscolo alla produzione di glicogeno, promuove la
glicogenosintesi, a livello adiposo una volta entrato glicogeno, l’insulina promuove la formazione di
trigliceridi quindi promuove anche la liposintesi. Vengono inibite le reazioni opposte, glicogenolisi e
glicolisi.
 Soprattutto a livello muscolare provoca l’aumento in entrata di aa e promuove la sintesi proteica,
un’azione anabolica anche sulle proteine.

È un meccanismo molto lungo di feedback negativo. Man mano che la glicemia scende nel sangue la
produzione di insulina diminuisce con un meccanismo a feedback negativo perché l’effetto finale inibisce la
produzione dell’ormone che l’ha determinato. Una volta raggiunta la glicemia normale la produzione di
insulina cessa.

Alterazioni nella produzione di insulina o negli effetti di insulina sulle cellule bersaglio provocano una
malattia che è il diabete. Esiste il diabete di tipo I che si manifesta già dall’infanzia ed è determinato da una
scarsa produzione di insulina. Il diabete di tipo II che si manifesta in età avanzata insieme alla sindrome
metabolica è determinato da una resistenza all’insulina, cioè l’insulina è prodotta adeguatamente, ma i
recettori per l’insulina rispondono meno. Aumenti molto rapidi di insulina nel sangue provocano poi nel
tempo l’insorgenza alla resistenza dell’insulina con il rischio di insorgenza del diabete di tipo II.

DIABETE DI TIPO I

Se non viene prodotta insulina la persona introduce carboidrati ma le cellule non riescono ad utilizzare il
glucosio perché l’insulina a livello del muscolo, del fegato e del tessuto adiposo ha bisogno di insulina per
introdurre il glicogeno dentro. L’accumulo di glucosio al di fuori delle cellule (iperglicemia) causa
degenerazione dei problemi circolatori, necrosia a livello degli arti, per quanto riguarda il metabolismo c’è
tanto glucosio nel sangue ma i tessuti non riescono ad utilizzare l’energia, quindi vengono avviate delle
reazioni cataboliche sia nei confronti dei lipidi che degli aa, quindi si cerca di ricavare energia da altre fonti
che non siano il glucosio (lipolisi, degradazione proteica.) Gli aa vengono riversati nel sangue per essere
utilizzati come fonte energetica. Gli acidi grassi possono essere utilizzati come fonte energetica ma se si
accumulano troppo a livello del fegato vengono trasformati in chetoacidi che possono essere utilizzati
anche dal cervello. I chetoacidi però sono acidi, se immettiamo degli acidi nel sangue creiamo una
situazione di acidosi metabolica che verrà compensata dalle tre linee di difesa: tamponi, sistema
respiratorio e sistema renale. In casi estremi in un diabete non compensato l’acidosi può causare coma e
morte. Si creano una serie di altri problemi: iperglicemia, il filtrato a livello renale contiene una percentuale
di glucosio troppo alta, questo provoca la saturazione dei trasportatori, non tutto il glucosio viene assorbito
e a livello del dotto collettore aumenta l’osmolarità nel lume del tubulo per cui tende a trattenere nel lume

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acqua. Meno acqua viene riassorbita, più acqua viene escreta con le urine (poliuria) si rischia la
disidratazione che provoca abbassamento della volemia e quindi abbassamento della pressione, questo
può causare shock e contribuire ad uno stato di coma e sofferenza cerebrale. Un altro effetto si realizza a
livello della fame nell’ipotalamo perché i neuroni continuano a dare come segnale la fame se l’insulina non
viene prodotta. Quindi il diabetico è portato alla polifagia.

Alcuni dei farmaci che vengono utilizzati per il diabete sono farmaci che agiscono sulla riduzione del
riassorbimento intestinale del glucosio, stimolano la secrezione dell’insulina a livello delle cellule beta del
pancreas. Ci sono dei farmaci che si chiamano silfanilure che chiudono i canali del potassio dipendenti
dall’ATP depolarizzando le cellule beta e favorendo la produzione di insulina.

GLUCAGONE

Viene prodotto a livello del pancreas endocrino dalle cellule alfa, è un ormone peptidico a 29 aa. Gli stimoli
che favoriscono la secrezione di glucagone sono:

 Diminuzione della concentrazione plasmatica di glucosio, diminuzione della glicemia. Siamo nella
fase post assimilativa lontano dai pasti, l’insulina ha già svolto il suo ruolo, la glicemia diminuisce e
stimola la liberazione di glucagone.
 Aumento di concentrazione plasmatica di aa. Porta alla secrezione di glucagone in particolare
quando non assumiamo carboidrati. Anche l’insulina ha come stimolo un aumento di aa nel sangue,
è necessario produrre però anche glucagone perché se ci fosse solo l’insulina provocherebbe un
abbassamento della glicemia, se non si sono mangiati carboidrati questo potrebbe essere
pericoloso. Contemporaneamente viene liberato anche glucagone che aumenta il glucosio nel
sangue e contrasta l’effetto dell’insulina di abbassare la glicemia.
 Attivazione dell’ortosimpatico e dall’adrenalina che viene prodotta in seguito all’attivazione
dell’ortosimpatico.

Il glucagone è un ormone peptidico che va ad agire sulle cellule bersaglio su recettori accoppiati a proteine
G, attiva la via dell’AMP ciclico con produzione di cAMP e l’attivazione di proteine chinasi A. l’attivazione
della protein chinasi A provoca fosforilazione di vari substrati e a sua volta attiverà fosfatasi o chinasi con
varie vie metaboliche.

EFFETTI CELLULARI DEL GLUCAGONE

È un ormone metabolico e promuove la degradazione delle riserve energetiche. Il bersaglio principale è il


fegato dove può avere vari effetti. Un effetto più immediato è quello di promuovere la degradazione del
glicogeno per ottenere glucosio nel sangue. Stimolo della glicogenolisi soprattutto a livello epatico. Se
l’ipoglicemia è prolungata si può andare a ricavare glucosio anche attraverso la gluconeogenesi e anche
eventualmente chetogenesi, cioè la produzione di chetoacidi o corpi chetonici che possono essere usati
come fonte energetica da vari tipi di tessuti. Favorisce inoltre la degradazione dei trigliceridi in acidi grassi
che vengono utilizzati per poi ricavare energia. Lo scopo principale del glucagone è quella di prevenire la
ipoglicemia.

ADRENALINA

Un altro ormone catabolico è l’adrenalina che viene prodotta dalla midollare del surrene quando viene
attivato in modo intenso l’ortosimpatico e in particolare il neurone pregangliare dell’ortosimpatico, infatti

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ha azione abbastanza simili all’ortosimpatico, ad esempio agisce a livello cardiaco ed ha sia un effetto
dell’aumento di frequenza sia un aumento della gittata sistolica. L’adrenalina sulle arteriole provoca
vasocostrizione in alcuni distretti, ma nel cuore e nel muscolo provoca vasodilatazione. Dal punto di vista
del metabolismo energetico l’adrenalina ha un’azione catabolica e quindi stimola la glicogenolisi come fa il
glucagone. Stimola la produzione del glicogeno a livello del fegato, stimola la lipolisi nel tessuto adiposo e
stimola la gluconeogenesi a livello epatico sempre per rendere disponibile il glucosio. Infatti, sia
l’ortosimpatico che l’adrenalina sono stimolati da condizioni di ipoglicemia lontano dai pasti o in condizioni
di esercizio fisico.

ORTOSIMPATICO E ADRENALINA

L’ortosimpatico e l’adrenalina vengono attivati in condizioni di stress, una situazione che rappresenta una
minaccia al mantenimento dell’omeostasi da parte dell’organismo. L’omeostasi è il mantenimento di
condizioni all’interno dell’organismo costanti in modo da mantenere l’equilibrio costante. Qualsiasi
situazione che crea una minaccia al mantenimento dell’omeostasi viene definito stress che può essere fisico
o psicologico. In molte condizioni di stress viene attivano come sistema di difesa l’ortosimpatico con
liberazione di adrenalina, aiuta ad affrontare lo stress perché aumentano la gittata cardiaca, la gittata
sistolica, vasocostrizione generalizzata ma vasodilatazione a livello del cuore e dei muscoli, dilatazione
pupillare per far passare più luce, dilatazione delle vie aeree per introdurre più ossigeno, attivazione
corticale, il cervello aumenta la sua capacità di concentrazione, aumenta la glicemia e la metabolizzazione
delle riserve soprattutto a livello dell’adrenalina che recupera riserve energetiche per affrontare quella che
può essere una situazione stressante.

GLUCOCORTICOIDI

Il cortisolo con l’adrenalina e l’ortosimpatico da risposte alle condizioni di stress. È un glucocorticoide


perché viene prodotto dalla corticale del surrene, è un ormone steroideo prodotto a partire dal colesterolo,
viene sintetizzato al bisogno e non viene immagazzinato. La sua sintesi e liberazione nel sangue segue l’asse
ipotalamo ipofisario, l’ipotalamo produce il CRH che agisce sull’adenoipofisi producendo ACTH che agisce
sulla corteccia del surrene provocando la produzione di cortisolo a partire dal colesterolo. Meccanismo a
feedback negativo. Il cortisolo però non è regolato solo da meccanismi a feedback negativo ma è regolato
anche da altri due meccanismi:

 i ritmi circadiani perché durante il giorno viene prodotto tutti i giorni cortisolo con un picco
particolare nelle prime ore della giornata. Poi si hanno due picchi minori, uno nel pomeriggio e uno
nella prima parte della notte. In particolare, il ritmo circadiano non agisce direttamente sulla
ghiandola surrenale perché è impostato dal nucleo soprachiasmatico dell’ipotalamo che non
comunica direttamente con la ghiandola surrenale. Il nucleo comunica con i neuroni dell’ipotalamo
che producono il CRH facendo in modo che venga prodotto un picco di CRH a seconda delle ore del
giorno.
 Controllo nervoso: il cortisolo aumenta in condizioni di stress che possiamo intendere come stress
psicologico, ansia ma anche infezioni, interventi chirurgici, esercizio fisico particolarmente intenso.
Inizialmente aumenta il CRH poi l’ACTH e poi il cortisolo. Il cortisolo ci aiuta ad affrontare meglio le
condizioni di stress.

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SINTESI DEL CORTISOLO

Viene sintetizzato dal colesterolo, viene liberato nel sangue a livello della corticale del surrene, ha bisogno
di una proteina di trasporto. Viene trasportato in parte dall’albumina ma anche dalla transcortina. L’effetto
cellulare prevede l’entrata passiva del cortisolo dentro la cellula bersaglio essendo lipofilo, si lega ad un
recettore citoplasmatico che si trova in molti tessuti, si forma un complesso ormone più recettore, il
complesso entra dentro al nucleo, interagisce con una particolare sequenza del DNA in modo da attivare o
inibire la trascrizione genica. A seconda del tipo di cellula bersaglio possiamo avere anche effetti di
attivazione o inibizione della trascrizione genica. Ci possono anche essere effetti non genomici dovuto ad
interazione con il recettore

EFFETTI DEI GLUCOCORTICOIDI

Il cortisolo è un ormone catabolico così come il glucagone e l’adrenalina, ha effetti protettivi contro
l’ipoglicemia, e lo fa ad esempio promuovendo la demolizione delle macromolecole come la glicolisi,
promuovendo la gluconeogenesi a livello del fegato e promuovendo anche a livello muscolare il
catabolismo proteico per ricavare aa che possono essere utilizzati nella gluconeogenesi. È un ormone
iperglicemizzante e interviene contro l’ipoglicemia. Il cortisolo però va a ricavare energia anche dalle
proteine muscolari e può generare stress dei tessuti, quindi il cortisolo in eccesso provoca danni. Oltre ad
avere un’azione catabolica il cortisolo ha anche un’azione permissiva su altri ormoni, cioè aumenta la
produzione di altri ormoni quali il glucagone e l’adrenalina in modo da aumentare la condizione catabolica.
Questo aumenta una produzione di glucosio a livello del sangue.

EFFETTI CATABOLICI DEL CORTISOLO

 Stimola gluconeogenesi epatica


 Catabolismo proteine nel muscolo scheletrico
 Aumenta lipolisi

EFFETTO ANTINFIAMMATORIO

Il suo analogo (cortisone) viene usato anche a scopo terapeutico, viene utilizzato a scopo antinfiammatorio
perché ha un’azione anche a livello fisiologico e non solo terapeutico di blocco dei primi stadi
dell’infiammazione, inibisce la produzione di acido arachidonico, il rilascio di istamina e vari mediatori
dell’infiammazione. Anche questo rientra nel suo ruolo protettivo verso lo stress. Il cortisone viene
utilizzato anche a livello terapeutico, molto efficacie nel trattamento dell’infiammazione che però nel
tempo provoca qualche effetto collaterale:

 Ha un’azione simile all’aldosterone, quindi aumenta il riassorbimento di sodio seguito anche


dall’acqua. Il cortisone o il cortisolo provoca se assunto ad alte dosi ritenzione idrica, questo può
provocare anche aumento della pressione e della volemia
 stimola il riassorbimento osseo, può indurre uno stadio simile all’osteoporosi. Può provocare anche
lesione dei tendini.

Un altro impiego terapeutico viene utilizzato come immunosoppressore, trova applicazione nella
prevenzione del rigetto dei trapianti e terapie delle malattie autoimmuni.

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Il cortisolo a livello cerebrale a concentrazioni fisiologiche ha effetti positivi perché aumenta capacità
cognitive, apprendimento, memoria. A concentrazioni elevate provoca effetti opposti, diminuisce
performance cognitive, apprendimento e così via.

Il meccanismo più veloce è quello ortosimpatico.

RISPOSTE ALLO STRESS

Quando affrontiamo uno stress abbiamo vari effetti metabolici:

 aumento dello stato di veglia e di attenzione perché vengono attivate certe zone del cervello che ci
aiutano a concentrarci meglio
 analgesia, in condizioni di stress di durata media viene attivato un meccanismo che ci porta a
provare meno dolore per affrontare meglio il pericolo. Sia l’ACTH che la beta endorfina sono
ricavate dalla stessa molecola precursore che è la pro oppiomelanocortina.
 Inibizione del sistema digerente e riproduttivo

TIROIDE

Ha una forma a farfalla con due lobi e un stimo centrale collocata in posizione caudale rispetto alla laringe,
davanti alla trachea. Nella tiroide troviamo delle strutture che rappresentano l’unità funzionale che sono i
follicoli, strutture sferiche costituite da uno strato di cellule chiamate cellule follicolari coinvolte nella
secrezione degli ormoni tiroidei, mentre dentro al follicolo si trova il colloide che è un materiale proteico
denso. Il parenchima tiroideo è costituito da tanti di questi follicoli. Tra i follicoli troviamo altri tipi cellulari
che si chiamano cellule di tipo C che producono un ormone chiamato calcitonina in particolari condizioni
coinvolto nel metabolismo del calcio.

La tiroide produce due ormoni, la tiroxina o tetraiodotironina o T4 e la triiodotironina o T3. Di questi due
la forma attiva che ha effetti cellulari biologici è la T3. Però la tiroide produce una maggiore parte di T4 che
poi viene trasformato in T3 dalle cellule bersaglio. Sia il T4 che il T3 sono formati da due residui di tirosina
con un numero variabile di atomi di iodio. Il T4 è costituito da due tirosina più 4 atomi di iodio, il T3 due
tirosina più tre atomi di iodio. Lo iodio si ricava dall’alimentazione. Abbiamo delle riserve nel nostro
organismo per cui se non assumiamo iodio per un certo periodo abbiamo le riserve. La sintesi degli ormoni
tiroidei avviene all’interno della colloide al centro dei follicoli. Per sintetizzare gli ormoni tiroidei abbiamo
bisogno di iodio e tirosina. Lo iodio viene trasportato nel sangue attraverso la cellula follicolare dentro la
colloide. Per diventare ormone tiroideo deve unirsi con la tirosina. La tirosina viene fornita da una proteina
che si trova dentro ai follicoli che si chiama tireoglobulina. Lo iodio entra come ione ioduro all’interno della
cellula follicolare con un trasporto sodio dipendente, entra nella cellula ed esce verso la colloide attraverso
un contro trasporto con lo ione cloruro. Nella colloide viene immediatamente ossidato da un enzima
perossidasi tiroidea. A questo punto è pronto per legarsi ai residui di tirosina che si trovano sulla
tireoglobulina che fa da impalcatura per la formazione degli ormoni. Inizialmente viene combinato un
atomo di iodio ad un residuo di tirosina che si trova sulla tireoglobulina a formare quello che si chiama MIT,
monoiodotirosina, altrimenti vengono incorporati due atomi di iodio su una tirosina a forma il DIT,
diiodotirosina. Per formare il T3 si combinano un MIT e un DIT, per formare un T4 invece si combinano due
DIT. Tutto questo avviene sempre attaccato alla proteina tireoglobulina e rimangono attaccati alla proteina
nella colloide come forma di immagazzinamento. Si formano quindi composti intermedi che poi vengono
uniti per formare T3 e T4. Quando arriva lo stimolo appropriato alla cellula follicolare gli ormoni dovranno

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essere trasferiti dalla colloide al liquido interstiziale e liberati nel sangue. Per pinocitosi delle gocce di
colloide vengono intrappolate dentro alla cellula follicolare, vengono poi attivate delle proteasi che
staccano i T3 e i T4 dalla tireoglobulina, in modo che poi venga recuperata e riutilizzata, mentre i T3 e i T4
vengono espulsi dalla cellula follicolare e vanno nel sangue. A livello del sangue il T4 e T3 sono legati a varie
proteine plasmatiche che ne allungano anche molto l’emivita infatti hanno emivita lunga. A livello dei
tessuti bersaglio attraversano liberamente la membrana essendo lipofili ma utilizzano anche dei
trasportatori, entrano nella cellula bersaglio dove il T4 viene trasformato in T3 che è la forma attiva, viene
tolto un atomo di iodio (deiodinazione) e dal T4 rimane il T3. A questo punto il T3 entra nel nucleo, si
combina con un suo recettore nucleare, si forma il complesso T3 più il recettore dell’ormone e in più lega
anche il recettore retinoide X, questo complesso interagisce a livello del DNA nella parte di risposta
all’ormone tiroideo modulando la trascrizione genica. Questo provoca poi la sintesi di nuove proteine e la
modulazione della trascrizione genica.
Sono stati trovati dei recettori per il T3 non solo a livello del nucleo ma anche sulla membrana plasmatica e
anche dei recettori per gli ormoni tiroidei nei ribosomi e nei mitocondri con vari effetti non del tutto
chiariti.

EFFETTI DEGLI ORMONI TIROIDEI

Un effetto importante è quello di aumento del consumo di ossigeno nei tessuti e del metabolismo basale,
favorisce la degradazione di macromolecole e in ultima analisi il consumo di energia perché la quantità di
ossigeno che viene consumata dai tessuti è proporzionale a quanta energia il tessuto consuma e infatti
aumenta il metabolismo basale, cioè il consumo di energia a riposo, aumentando l’utilizzo dell’ossigeno e
aumentando la produzione di calore. Infatti, un sintomo dell’ipertiroidismo è l’intolleranza al caldo. In caso
normale vengono consumati 200 ml di ossigeno, in un ipertiroideo ne vengono consumati 400 ml/min.

 Aumento di velocità di ossidazione dei substrati energetici


 Aumento della funzione mitocondriale perché si consuma più ossigeno
 Aumenta la gittata cardiaca sia la frequenza che la gittata sistolica per portare più ossigeno ai
tessuti
 Aumenta la sintesi delle pompe sodio potassio importanti per la respirazione cellulare, questo
aumenta il calore prodotto dall’organismo.

EFFETTI SUL METABOLISMO

 Ha effetto metabolico perché provoca glicogenolisi, forniscono energia per l’organismo. In generale
dal punto di vista metabolico aiutano le risposte al digiuno, cioè alla fase post assimilativa
catabolica. Gli effetti sono sia diretti sugli organi bersaglio si permissivi cioè di potenziamento su
altri ormoni che sono adrenalina glucagone e cortisolo.
 Siccome gli ormoni tiroidei tendono ad aumentare il consumo di energia e la produzione di calore,
se siamo in una situazione di stress non è utile avere ormoni tiroidei in circolo, tendono perciò a
diminuire. Il recupero degli ormoni tiroidei è correlato con il recupero dell’energia. In condizioni di
patologia grave il nostro organismo risparmia energia diminuendo gli ormoni tiroidei.
 Oltre agli effetti metabolici abbiamo anche effetti sull’accrescimento e sullo sviluppo di vari tessuti.
ha effetti sull’osso e sul sistema nervoso. Sono importanti nella formazione delle sinapsi e nello
sviluppo in generale del sistema nervoso.

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CONTROLLO SECREZIONE ORMONI TIROIDEI

Stimoli che portano a secrezione degli ormoni tiroidei: vengono prodotti in modo tonico, cioè tutti i giorni.
Normalmente la nostra tiroide produce ormoni tiroidei. In più per produrre ormoni tiroidei la tiroide deve
essere attivata dall’asse ipotalamo ipofisario. L’ipotalamo produce TRH sull’ipofisi che produce TSH che
stimola la secrezione di ormoni tiroidei. Ci sono poi degli stimoli che possono far variare la produzione di
ormoni tiroidei. Produrremo più ormoni tiroidei se ci troviamo al freddo soprattutto per un tempo più
prolungato. Il TRH e quindi anche il TSHG e gli ormoni tiroidei sono stimolati dalla leptina, un ormone
prodotto dai tessuti adiposi. Più ci sono riserve adipose più viene prodotta leptina, va nel sangue ed agisce a
livello del cervello, precisamente al centro della fame nell’ipotalamo. Inibisce il centro della fame, infatti
viene anche chiamato ormone della sazietà. Un’altra azione che ha sempre sull’ipotalamo è quella di
aumentare la produzione di TRH perché più riserve abbiamo più ci possiamo permettere di produrre
ormoni tiroidei e consumare più energia. La disponibilità dell’ormone tiroideo si adegua alle variazioni
caloriche e allo stato termico del corpo. Se non vengono prodotti in modo adeguato si hanno delle
disfunzioni.

IL TSH prodotto dall’adenoipofisi si lega sulla cellula follicolare della tiroide, attiva varie vie intracellulari con
effetti vari. Il TSH sulla tiroide non produce solo ormoni tiroidei ma fa anche crescere le cellule follicolari e
anche sintetizza ormoni tiroidei e li libera nel sangue.

IPERTIROIDISMO

Le cause possono essere malattie autoimmuni con produzione di anticorpi che stimolano la tiroide a
produrre ormoni. Sintomi sono intolleranza ad alte T, aumento del catabolismo proteico, debolezza
muscolare, stati di ipereccitabilità, ansia anche per effetti indiretti sull’adrenalina, tachicardia e un segnale
abbastanza tipico è l’esoftalmo, l’occhio sporgente, viene accumulato glucosio nella camera dell’occhio,
aumenta la pressione oculare e l’occhio tende a sporgere. Nel caso di ipertiroidismo viene rimossa la
tiroide.

IPOTIROIDISMO

Dovuto a malattie autoimmuni contro la tiroide, provocano cioè la distruzione della tiroide. Non vengono
prodotti abbastanza ormoni o c’è carenza di iodio. I sintomi sono diminuzione del metabolismo basale, si
aumenta di peso, intolleranza al freddo, brachicardia, rallentamento dei processi mentali, sonnolenza. Il
TSH sarà alto per il feedback negativo, se gli ormoni sono pochi viene stimolata l’asse ipotalamo ipofisaria a
produrre di più. Nel caso di ipotiroidismo si assume tiroxina che poi viene trasformata in T3 a livello delle
cellule.

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