Sei sulla pagina 1di 128

LA

DELLO
f>T/|TO
Cric J.
Hobsbdwra

R a z z o li
Lo Stato ha e sa u rito la su a funzione s to ­
rica? Uno Stato che, come sta accadendo a
quelli occidentali, ha rin u n ciato alla leva
obbligatoria e ha p rivatizzato p ro g ressiv a­
m ente settori come la scuola, la san ità, la
previdenza, su quali elem enti può ancora
reggersi? E non è proprio la crisi dello Stato,
un tempo detentore del monopolio della vio­
lenza, a scatenare l'esplosione del terrorismo?
Sono le domande cruciali che si pone Hobs-
baw m in questo te sto breve e incisivo. In
un'epoca in cui le democrazie sono in crisi di
rappresentatività in Occidente e stentano ad
afferm arsi altrove, sembra esserci spazio solo
per quel "nazionalismo accelerato", fondato
su vere o presunte basi etniche o religiose,
che costituisce con il suo braccio arm ato, il
terrorism o, una delle più gravi minacce che
incombono sul nostro futuro.
Con la profondità di pensiero e l'ap p assio n a­
ta verve polemica che ne fanno uno dei più
autorevoli storici del n o stro tempo, Hobs-
baw m ci fornisce alcune chiavi di le ttu ra
in d isp e n sa b ili p er com prendere il m ondo
in cui viviamo.
Cric J. Hobsbdwm
(A lessandria d'E gitto, 1917) è uno dei p iù
grandi storici contem poranei. Fra i suoi li­
bri pubblicati da Rizzoli ricordiam o, oltre al
bestseller II secolo breve (1995), De H istoria
(1997), L'età della R ivoluzione (1999), Gente
non com une (2000), Gente che lavora (2001)
e l'autobiografia A n n i interessanti (2002) e
Im perialism i (2007).

\ Progetto grafico di Cristina OttoLim per Mucca De.sigo


\
\
\
\ -------------------------------

x\ wwW.nz.zoLi.-eu

RCSLibri
ISBN 978-88-17-01952-1
€ 10,00
Un grande sferico
riflette lucidamente
So un "tenta to tv :
la c risi d e lla
' d e m o c r a z ia .
Eric Hobsbawm

La fine dello Stato


Traduzione di Daniele Didero

Rizzoli
Proprietà letteraria riservata
© 2 0 0 0 ,2 0 0 4 ,2 0 0 6 by EricJ. Hobsbawm
© 2 0 0 7 R C S Libri S.p.A., M ilano
ISBN 978-88-17-01952-1

Prima edizione: ottobre2 0 0 7

Nations andN ationalism in thè N ew Centuryè una rielaborazione di una


prefazione scritta per una nuova edizione (2004) della traduzione tede­
sca di N azioni e nazionalismi ; Theprospects ofDemocracye il testo di una
conferenza tenuta al Club Athenaeum nel 2000; Terror ha origine da al­
cuni appunti per un seminario sul terrorismo tenuto alla Colum bia
University nei primi anni Novanta; Public Order in theAge o f Violencee.
stato presentato nel 2006 al Birkbeck College nel quadro di una serie di
incontri sulla «Violenza».

Fotocomposizione: Studio Editoriale Littera, Rescaldina (MI)


ABirkbeck
La fin e d e llo Stato
P refazione

Il XX secolo è stato l’epoca più straordinaria nella


storia dell’umanità, nella quale abbiamo assistito a
catastrofi um ane senza pari, a un sostanziale m i­
glioram ento delle condizioni materiali di vita e a
una crescita senza precedenti della nostra capacità
di trasformare - e forse di distruggere - la faccia del
nostro pianeta (e addirittura di spingerci al di là di
esso). Com e dovrem m o considerare questa «età
degli estremi» o, guardando avanti, quella nuova
epoca che è emersa dalla vecchia? Q uesta raccolta
di saggi costituisce il tentativo di uno storico di
prendere in esame, analizzare e comprendere la si­
tuazione del mondo all’inizio del terzo millennio, e
alcuni dei principali problem i politici con cui ci
dobbiam o confrontare oggi. Essi vengono a inte­
grare e ad aggiornare ciò che ho scritto in prece­
denti pubblicazioni, soprattutto la m ia storia del
XX secolo - Il secolo breve (Bur, M ilano 2000) —,

9
una Intervista sul nuovo secolo, a cura di A ntonio
Polito (Laterza, Roma-Bari 1999), e Nazioni e na­
zionalismi (Einaudi, Torino 2002). I tentativi come
questo sono qualcosa di necessario. Quale può es­
sere il contributo degli storici a questo compito? La
loro funzione principale, oltre a ricordare ciò che
altri hanno dimenticato (o che vorrebbero dimenti­
care), è quella di sapersi distanziare il più possibile
dai fatti della cronaca contemporanea, in modo da
poterli analizzare in un contesto e in una prospet­
tiva più ampi.
In questa raccolta di studi, che vertono principal­
mente su temi politici, ho cercato di concentrarmi
su tre aree su cui oggi è necessario riflettere in modo
chiaro e informato: la natura e il mutevole contesto
del nazionalismo, le prospettive della democrazia li­
berale e la questione della violenza politica e del ter­
rorismo, Tutte queste cose hanno luogo in uno sce­
nario mondiale dominato da due sviluppi tra loro le­
gati: l’enorme e continua accelerazione della capa­
cità, da parte della specie umana, di trasformare il
pianeta per mezzo della tecnologia e dell’attività
economica, e la globalizzazione. Il prim o di questi
sviluppi, sfortunatamente, non ha fino a oggi avuto
un impatto significativo su coloro che prendono le
decisioni politiche. La massimizzazione della cre­
scita economica rim ane tuttora l’obiettivo dei go­
verni, e non ci sono concrete speranze che vengano
adottate delle misure efficaci per affrontare la crisi
del riscaldamento globale. Dall’altro lato, a partire
dagli anni Sessanta il procedere sempre più veloce
della globalizzazione - il fenomeno per cui il m ondo
viene a presentarsi come una singola unità di attività
interconnesse, non ostacolate dai confini locali - ha
avuto un impatto politico e culturale profondo, spe­
cialmente se consideriamo la globalizzazione nella
sua forma attualm ente dominante, quella di un li­
bero mercato globale incontrollato. Ciò non viene
specificamente discusso in questi saggi, soprattutto
perché la sfera politica vera e propria è quel campo
dell’attività umana che non ne rimane praticamente
coinvolto. Nel loro tentativo di portare a termine la
dubbia impresa di quantificare questo fenom eno
con il loro Indice di globalizzazione (2007), i ricer­
catori dell’istituto svizzero Kof (il Centro di ricerca
congiunturale del Politecnico di Zurigo) non hanno
avuto difficoltà a trovare degli indici dei flussi eco­
nomici e di informazioni, dei contatti personali o
della diffusione delle culture - per esempio, il n u ­
mero di ristoranti M cDonald’s e di negozi Ikea prò
capite - , ma per misurare la «globalizzazione poli­
tica» non sono riusciti a pensare nessun criterio m i­
gliore del num ero di ambasciate presenti in un
Paese, della sua appartenenza alle organizzazioni in­
ternazionali e della sua partecipazione alle missioni
del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
U na discussione complessiva sulla globalizza­
zione si collocherebbe probabilm ente fuori dalla
portata di questo libro, ma possiamo com unque
fare tre osservazioni di carattere generale su questo
fenomeno che risultano di particolare rilievo per i
temi qui trattati.
In prim o luogo, la forma attualm ente di m oda
della globalizzazione, quella del libero mercato, ha
provocato una dram m atica crescita delle inegua­
glianze economiche e sociali, sia all’interno dei sin­
goli Stati sia sul piano internazionale. Nulla lascia
intendere che questa polarizzazione non stia conti­
nuando ad accentuarsi alfinterno dei diversi Paesi,
nonostante una generale diminuzione della povertà
estrema. Q uesta ondata di ineguaglianza, special­
m ente nelle condizioni di estrema instabilità eco­
nomica, come quelle create dal libero mercato glo­
bale negli anni N ovanta, sta alla radice delle più
grandi tensioni sociali e politiche del nuovo secolo.
Per quanto la crescita delle nuove economie asiati­
che tenga sotto pressione le ineguaglianze sul piano
internazionale, sia la minaccia agli standard di vita,
relativamente astronomici, dei popoli del vecchio
N ord, sia l’im possibilità pratica di raggiungere
qualcosa di simile da parte delle grandi popolazioni
di Paesi come l’India e la Cina, non m ancheranno
di generare le loro tensioni interne e internazionali.
In secondo luogo, l’impatto di questa globalizza­
zione è avvertito soprattutto da coloro che ne bene­
ficiano di meno. D a qui nasce la crescente polariz­
zazione nei giudizi su questo fenom eno, che vede
opposti da una parte coloro che sono potenzial­
m ente al riparo dai suoi effetti negativi - gli im ­
prenditori che possono «esternalizzare» i loro costi
rivolgendosi a Paesi dove la m anodopera è a buon
mercato, i professionisti ultraspecializzati e i lau ­
reati con i gradi di istruzione più elevati che pos­
sono trovare lavoro in qualunque economia di m er­
cato ad alto reddito - e dall’altro quelli che non go­
dono di queste forme di protezione. È per questo
motivo che per la maggior parte di coloro che vi­
vono della paga o del salario del loro lavoro nei vec­
chi «Paesi sviluppati» l’alba del XXI secolo apre una
prospettiva inquietante, per non dire sinistra. Il li­
bero mercato globale ha minato la capacità dei loro
Stati e dei loro sistemi previdenziali di proteggere il
loro standard di vita. In un’economia globale, essi si
ritrovano a competere con uom ini e donne che vi­
vono all’estero, hanno le loro stesse qualifiche m a
ricevono solo una frazione della busta paga occi­
dentale; e, in patria, sono tenuti sotto pressione
dalla globalizzazione di quello che M arx chiamava
«l’esercito salariale di riserva», costituito dagli im ­
migrati giunti dai villaggi delle grandi zone globali
di povertà. Situazioni come questa non prom et­
tono un’era di stabilità politica e sociale.

13
In terzo luogo, anche se la scala attuale della globa­
lizzazione rimane modesta, eccetto forse in un nu­
mero di Stati generalmente piccoli, soprattutto in
Europa, il suo impatto politico e culturale è spropor­
zionatamente grande. L’immigrazione costituisce
pertanto uno dei principali problemi politici nella
maggior parte delle economie sviluppate dell’Occi­
dente, anche se a livello mondiale la percentuale di
esseri umani che vivono in un Paese diverso da quello
in cui sono nati non supera il tre per cento. Nell’in­
dice di globalizzazione economica del Kof del 2007,
gli Stati Uniti si trovano al 39° posto, la Germania al
40°, la Cina al 5 5°, il Brasile al 60°, la Corea del Sud al
62°, il Giappone al 67° e l’India al 105°, anche se tutti
eccetto il Brasile occupano un posto un po’ più alto
nella scala della «globalizzazione sociale» (il Regno
U nito è l’unica grande economia che rientra fra i
primi dieci classificati sia per la globalizzazione eco­
nomica, sia per quella sociale). Che si tratti di un fe­
nom eno storicamente tem poraneo oppure no, a
breve termine questo impatto sproporzionatamente
grande potrebbe avere serie conseguenze politiche
nazionali e internazionali. Sono propenso a ipotiz­
zare che, in un modo o nell’altro, qualche tipo di resi­
stenza politica - sia pur probabilmente senza arrivare
a una ripresa formale delle politiche protezionistiche
- verrà a rallentare il progresso della globalizzazione
del libero mercato nei prossimi dieci o vent’anni.

i4
Spero che i capitoli sullo stato attuale del nazio­
nalismo e le trasformazioni della violenza pubblica
e del terrorism o risultino comprensibili al lettore
senza bisogno di ulteriori com m enti da parte n o ­
stra. M i auguro che lo stesso valga anche per il capi­
tolo sulla democrazia, pur essendo ben consapevole
che è m olto discutibile cercare di mostrare come
uno dei dogmi più sacri del discorso politico com u­
nemente in voga in Occidente abbia meno pregi di
quelli che solitamente gli vengono attribuiti. Oggi
nella retorica pubblica occidentale si sentono più
assurdità e sproloqui sulla democrazia - e special-
mente sulle miracolose qualità che apparterrebbero
ai governi eletti da maggioranze aritmetiche di vo­
tanti che scelgono tra partiti rivali - che su qualsiasi
altro concetto o termine politico. Nella recente re­
torica statunitense, questa parola ha perso ogni
contatto con la realtà. Il mio intervento è un piccolo
contributo alla necessità di riportare questi discorsi
sulla terra attraversò l’uso della ragione e del senso
comune, pur restando al contempo saldamente le­
gati all’ideale del governo per il popolo - per tutto il
popolo: i ricchi e i poveri, gli stupidi e gli intelli­
genti, gli informati e gli ignoranti - e con la consul­
tazione e il consenso del popolo.
I saggi qui raccolti (e aggiornati dove necessario),
per la maggior parte presentati originariam ente
sotto forma di conferenze tenute in diversi luoghi,

15
cercano di esporre e spiegare la situazione in cui il
m ondo, o larga parte di esso, si ritrova oggi. Essi
possono contribuire a definire i problemi con cui ci
confrontiam o all’inizio del nuovo secolo, ma non
propongono programmi o soluzioni pratiche. Sono
stati scritti o rielaborati tra il 2000 e il 2006, e riflet­
tono quindi le specifiche preoccupazioni interna­
zionali di questo periodo, che è stato dominato dalla
decisione presa dal governo statunitense nel 2001 di
rivendicare un’egemonia mondiale unilaterale, de­
nunciando convenzioni internazionali fino ad al­
lora accettate, riservandosi il diritto di lanciare
guerre di aggressione o altre operazioni militari
ogniqualvolta lo volesse fare, e mettendo di fatto in
opera questo suo proposito. D avanti alla débàcle
della guerra in Iraq, non è più necessario dimostrare
che questo progetto non era realistico, e la questione
se ci augurassimo o m eno il suo successo è quindi
ormai puramente accademica. Ciononostante, do­
vrebbe essere chiaro - e i lettori dovrebbero tenerlo a
mente - che questi saggi sono stati scritti da un au­
tore che è profondam ente critico verso tale pro­
getto. A tteggiamento parzialm ente dovuto alla
forza e all’indistruttibilità delle convinzioni politi­
che dell’autore, tra le quali vi è l’ostilità verso l’impe­
rialismo, sia esso portato avanti da grandi potenze
che, mentre assoggettano le loro vittime, affermano
di star facendo loro un favore, oppure da uom ini
bianchi che danno per scontati la loro superiorità e
il loro diritto di decidere per le persone di un altro
colore. Atteggiamento anche dovuto a un razional­
mente giustificabile sospetto verso quella megalo­
mania che costituisce la malattia professionale degli
Stati e dei governi convinti che non ci siano limiti al
loro potere o al loro successo.
Sulla maggior parte degli argomenti e delle m en­
zogne con cui le azioni intraprese dagli Stati U niti a
partire dal 2001 sono state giustificate da politici
americani e inglesi, sostenitori prezzolati o m eno,
retori, agenzie di stampa, lobbisti e ideologi dilet­
tanti, non è ormai più necessario che ci soffer­
miamo. Tuttavia, alcune argomentazioni meno di­
sdicevoli sono state avanzate non a favore della
guerra in Iraq, ma in sostegno del principio gene­
rale secondo cui l’intervento armato internazionale
volto a preservare o introdurre il rispetto dei diritti
umani è qualcosa di legittimo e a volte necessario in
un’epoca di crescentè barbarie globale, di violenza e
di disordine. Per alcuni, ciò implica l’auspicabilità
di un’egemonia imperiale m ondiale, esercitata —
nello specifico —dall’unica potenza in grado di
farlo, ossia gli Stati Uniti. Questo principio, che po­
tremmo chiamare l’imperialismo dei diritti umani,
è entrato nel dibattito pubblico nel corso dei con­
flitti balcanici scoppiati in seguito alla disintegra­
zione della Iugoslavia comunista - e specialmente

17
in B osnia-, conflitti che sembravano suggerire che
solo una forza armata esterna poteva porre fine a un
interminabile massacro vicendevole, e che soltanto
gli Stati Uniti erano in grado di - ed erano disposti a
- dispiegare una forza di questo tipo. Il fatto che gli
Stati Uniti non avessero particolari interessi storici,
politici o economici in quella regione ha reso il loro
intervento più solenne e in apparenza altruistico.
Ne ho preso nota nei miei saggi. Anche se essi non
presentano ragioni per rifiutare questa posizione,
qualche osservazione aggiuntiva in proposito non
sarà forse fuori luogo.
Q uesta posizione è fondam entalm ente invali­
data dal fatto che le grandi potenze, nel persegui­
m ento delle loro politiche internazionali, possono
fare cose che vanno incontro ai desideri dei cam­
pioni dei diritti umani, e possono anche essere con­
sapevoli del valore propagandistico di tali scelte, ma
ciò risulta del tu tto incidentale rispetto ai loro
obiettivi, che, se pensano sia necessario, sono oggi
pronte a realizzare con quella spietata barbarie che
costituisce l’eredità del XX secolo. Il loro rapporto
con coloro per i quali una grande causa um ana è
qualcosa di centrale per ogni Stato può essere quello
di un’opposizione o di un’alleanza ad hoc, mai però
di un’identificazione perm anente. Anche il raro
caso di giovani Stati rivoluzionari che cercano sin­
ceramente di diffondere il loro messaggio univer­
sale - la Francia dopo il 1792, la Russia dopo il
1917, m a non, di fatto, gli Stati U niti isolaziqnisti
di George W ashington - ha sempre vita breve. La
posizione ordinaria di ogni Stato è quella di perse­
guire i propri interessi.
Al di là di questo, l’argomentazione umanitaria a
sostegno dell’intervento armato negli affari interni
degli Stati si basa su tre assunzioni: che nel m ondo
contemporaneo possono emergere situazioni intol­
lerabili - solitamente massacri, o anche genocidi -
che lo richiedono; che non ci sono altri modi possi­
bili per far fronte a tali situazioni; e che i benefici del­
l’intervento sono palesemente maggiori dei suoi
costi. Tutte queste assunzioni sono talvolta giustifi­
cate, sebbene, come dimostra il dibattito su Iraq e
Iran, è raro che si raggiunga un accordo universale su
che cosa sia, precisamente, una «situazione intolle­
rabile». Probabilmente c’era un consenso generale
nei due casi più evidenti di intervento giustificato:
l’invasione della Cam bogia da parte del V ietnam ,
che mise fine allo spaventoso regime dei «campi di
sterminio» di Poi Pot (1978), e la distruzione del re­
gime di terrore di Idi Amin Dada in Uganda da parte
della Tanzania (1979). (Naturalmente, non tutti gli
interventi militari stranieri, rapidi e di successo, in
situazioni locali di crisi hanno prodotto risultati così
soddisfacenti; come esempi più dubbi, si possono
considerare la Liberia e Timor Est.) Entrambi questi

19
interventi furono portati a termine con brevi incur­
sioni e produssero benefici immediati e, verosimil­
mente, qualche miglioramento duraturo, pur senza
implicare nessuna abrogazione sistematica del prin­
cipio riconosciuto della non-interferenza negli af­
fari interni di Stati sovrani. E, tra parentesi, essi non
ebbero implicazioni imperiali e non comportarono
decisioni politiche a livello mondiale. D i fatto, sia
gli Stati Uniti sia la Cina continuarono a sostenere il
deposto Poi Pot. Simili interventi ad hoc risultano ir­
rilevanti rispetto alla questione della desiderabilità
di un’egemonia mondiale degli Stati Uniti.
Le cose stanno diversamente per quanto riguarda
gli interventi armati degli anni recenti, che, in ogni
caso, sono stati selettivi, non toccando quelli che,
secondo gli standard um anitari, sono stati alcuni
dei peggiori casi di atrocità, in primo luogo il geno­
cidio in Africa centrale. Nei Balcani degli anni N o­
vanta il problema umanitario fu certo un fattore si­
gnificativo, ma non l’unico. Probabilm ente-anche
se qualcuno ha sostenuto il contrario - in Bosnia
l’intervento esterno contribuì a far cessare lo spargi­
mento di sangue prima di quando sarebbe accaduto
se la guerra tra serbi, croati e musulmano-bosniaci
avesse potuto continuare fino alla sua conclusione,
ma la regione rimane tu tto ra instabile. N o n è af­
fatto chiaro se, nel 1999, l’intervento armato fosse
l’unico m odo per risolvere i problemi sollevati dalla
rivolta contro la Serbia di un gruppo estremista di
minoranza tra i nazionalisti albanesi in Kosovo, o se
fu veramente la minaccia di un’invasione più che
non la diplomazia russa a mettere fine all’intransi­
genza serba. Le ragioni umanitarie alla base di que­
sto intervento erano assai più dubbie di quanto non
lo fossero state nel caso della Bosnia; e, provocando
l’espulsione di massa, da parte della Serbia, degli al­
banesi del Kosovo, oltre alle vittim e civili della
guerra stessa e ad alcuni mesi di bombardamenti di­
struttivi sul Paese ex iugoslavo, esso potrebbe aver
di fatto portato a un peggioramento della situa­
zione umanitaria. Inoltre, le relazioni tra serbi e al­
banesi non si sono ancora stabilizzate. Tuttavia, gli
interventi nei Balcani furono perlomeno rapidi e si
dimostrarono a breve termine decisivi, anche se fi­
nora nessuno, a parte forse la Croazia, ha motivo di
sentirsi soddisfatto dei risultati raggiunti.
Dall’altro lato, le guerre in Afghanistan e in Iraq a
partire dal 2001 sono state operazioni militari ame­
ricane non intraprese per ragioni um anitarie, per
quanto giustificate davanti all’opinione pubblica
umanitaria affermando che servivano a rimuovere
alcuni regimi particolarm ente odiosi. Ma prim a
dell’11 settembre, nemmeno gli Stati Uniti avreb­
bero considerato la situazione di questi due Paesi
tale da richiedere un’invasione immediata. L’Afgha­
nistan era accettato dagli altri Stati sulla base di un
«realismo» vecchio stile, l’Iraq era quasi universaL
mente condannato. Sebbene i regimi dei talebani e
di Saddam Hussein siano stati rapidam ente rove­
sciati, nessuna delle due guerre ha portato alla vitto­
ria, e di certo non al conseguimento degli obiettivi
annunciati al loro scoppio: la creazione di regimi de­
mocratici in linea con i valori occidentali, che costi­
tuissero un faro per le altre società ancora non demo­
cratizzate della regione. Entrambe, ma specialmente
la catastrofica guerra in Iraq, si sono dimostrate lun­
ghe, enormemente distruttive e sanguinose; e men­
tre scriviamo queste pagine sono ancora in corso,
senza che si intraveda una prospettiva d’uscita.
In tu tti questi casi, l’intervento arm ato è stato
messo in atto da Stati esteri dotati di risorse e forza
militare di gran lunga superiori, ma in nessuno di
essi ha finora prodotto conclusioni stabili. In tutti i
Paesi coinvolti, la supervisione politica e l’occupa­
zione militare straniera perdurano tuttora. Nei casi
migliori, m a di certo non in Afghanistan e in Iraq,
l’intervento ha messo fine a guerre sanguinose e ha
determ inato una qualche sorta di pace, ma i risul­
tati positivi, come nei Balcani, sono scoraggianti.
Nel peggiore dei casi, quello dell’Iraq, nessuno ose­
rebbe seriamente negare che la situazione di quel
popolo, la cui liberazione costituiva il pretesto uffi­
ciale per la guerra, è oggi peggiore di prima. La sto­
ria recente degli interventi armati - anche da parte
di superpotenze - negli affari interni di altri Paesi
non è una storia di successi.
Questo fallimento è in una certa misura dovuto a
un’altra assunzione che sta dietro a gran parte del-
l’imperialismo dei diritti umani: la convinzione che
i regimi barbari e tirannici siano immuni ai cambia­
m enti interni, così che solo una forza esterna può
mettervi fine e portare, di conseguenza, alla diffu­
sione dei nostri valori e delle nostre istituzioni politi­
che e giuridiche. Queste assunzioni sono un’eredità
dei giorni in cui i com battenti della Guerra fredda
denunciavano il «totalitarismo». Esse non avreb­
bero dovuto sopravvivere alla fine dell’Urss, o all’e­
vidente processo di democratizzazione interna avve­
nuto dopo il 1980 in diversi Paesi asiatici e sudame­
ricani che erano stati governati da esecrabili regimi
non-com unisti dittatoriali, militaristi e autoritari.
Esse si basano inoltre sulla convinzione che le azioni
di forza siano in grado di generare immediatamente
grandi trasformazioni culturali. M a le cose non
stanno così. La diffusione di valori e istituzioni non
può quasi mai essere il frutto di un’improvvisa im ­
posizione da parte di una forza esterna, a meno che
sul posto non siano già presenti delle condizioni tali
da rendere questi valori adattabili e la loro introdu­
zione accettabile. La democrazia, i valori occidentali
e i diritti umani non sono come, alcuni prodotti tec­
nologici d’importazione i cui benefici risultano im ­

23
mediatamente evidenti e che verranno adottati nella
stessa maniera da tutti coloro che potranno usarli e
che se li potranno permettere, come la pacifica bici­
cletta e il micidiale AK47, o come infrastrutture
quali gli aeroporti. Se lo fossero, ci sarebbero più so­
miglianze politiche tra i numerosi Stati dell’Europa,
dell’Asia e dell’Africa che vivono tu tti (almeno in
teoria) sotto costituzioni democratiche simili. Per
dirla in breve, nella storia ci sono ben poche scorcia­
toie; una lezione che l’autore di questo libro ha avuto
m odo di imparare, non ultimo vivendo in - e riflet­
tendo su - gran parte del secolo scorso.

Infine, vorrei dire una parola di ringraziam ento a


coloro che, negli anni passati, mi hanno offerto
l’occasione di presentare per la prim a volta questi
studi. Il capitolo 1 è una consistente rielaborazione
di una prefazione scritta per una nuova edizione
della traduzione tedesca di Nazioni e nazionalismi
(Campus Verlag, Francoforte 2004). Il capitolo 2 è
stato originariamente pubblicato come una confe­
renza tenuta al club A thenaeum nel 2000. Il capi­
tolo 3 ha la sua lontana origine in alcuni appunti
per un seminario sul terrorismo tenuto alla Colum­
bia University (New York) nei primi anni Novanta.
Il capitolo 4 è stato presentato al Birkbeck College
come una conferenza pubblica, nel quadro di una

24
serie di incontri sulla «Violenza», nel 2006. Vorrei
anche ringraziare i miei colleghi e le altre persone
che si sono prese la briga di ascoltarmi e di discutere
con me le mie presentazioni. Come scrittore, sono
poi in debito con i miei editori italiani che mi
hanno per primi suggerito l’idea che una raccolta di
articoli come questa aveva sufficiente coerenza in­
terna per formare un piccolo libro degno di essere
pubblicato; e con Bruce H unter e Ania Corless, che
hanno convinto sia me sia altri editori.
D ’altro canto, dovrei scusarmi per le inevitabili
ripetizioni presenti in un libro che si basa su più le­
zioni e conferenze tenute in circostanze disparate.
Ne ho eliminate alcune, ma se le avessi tolte tutte ne
avrebbe fatto le spese il filo logico del discorso all’in-
terno dei singoli capitoli e, forse, anche la stessa im ­
pressione che il libro venga a formare un tutto coe­
rente. Forse queste ripetizioni possono anche aiu­
tare a rendere più esplicito il discorso un po’ strin­
gato di alcuni capitoli. Inoltre, una piccola dose di
ripetizioni fa parte dell’armamentario di un autore
che non riesce a liberarsi da un’abitudine che lo ac­
compagna da tutta la vita: quella di voler insegnare,
ossia non solo esporre, ma anche persuadere. Spero
di non aver superato questa piccola dose.

E. J. Hobsbawm, Londra, 2007


1

N a z io n i e n azio n alism o
nel n u o v o secolo

Oggi c’è un’ampia letteratura accademica sulla na­


tura e sulla storia delle nazioni e del nazionalismo,
prodotta soprattutto a partire dalla pubblicazione,
negli anni O ttanta, di un certo numero di testi par­
ticolarm ente influenti.1 D a allora il dibattito su
questi temi è stato continuo; e, m entre ci adden­
triam o nel XXI secolo, potrebbe valere la pena di
fermarsi a riflettere sui notevoli cam biam enti sto­
rici degli ultimissimi decenni che hanno influen­
zato tale dibattito. Il primo tra questi cambiamenti
è l’avvento, a partire dal 1989, di un’era di instabi­
lità internazionale di cui non è ancora possibile pre­
vedere la fine.
E ora più facile valutare le conseguenze a lungo
termine della fine della Guerra fredda e dell’Urss (e
della sua sfera di influenza), che possono essere en­
trambe viste, in retrospettiva, come fattori politici
di stabilità. A partire dal 1989 un sistema interna-

27
zionale di potere ha cessato di esistere, per la prima
volta nella storia europea dal XVIII secolo. I tenta­
tivi unilaterali di stabilire un nuovo ordine globale
n on hanno finora avuto successo. N el frattem po,
gli anni Novanta sono stati testimoni di una consi­
derevole balcanizzazione di ampie regioni del vec­
chio m ondo, soprattutto in seguito alla disgrega­
zione delfUrss e dei regimi comunisti nei Balcani;
vale a dire, il più consistente aum ento nel numero
di Stati sovrani internazionalmente riconosciuti dai
tempi della decolonizzazione degli imperi europei,
tra la fine della Seconda guerra mondiale e gli anni
Settanta. Dal 1988 a oggi, il num ero dei membri
delle Nazioni Unite è cresciuto di trentatré Stati (in
pratica, più del venti per cento). Nello stesso tempo
si è verificata una crescita del fenomeno dei cosid­
detti «Stati falliti», cioè soggetti a un collasso di
fatto della capacità d’azione del governo centrale, o
a una situazione interna di conflitto armato ende­
mico, in alcune regioni di diversi Stati formalmente
indipendenti, principalmente in Africa e nei Paesi
ex comunisti, ma anche in almeno una regione del-
l’America latina. In realtà, per alcuni anni dopo il
tracollo dell’Urss, anche il suo erede principale, la
Federazione Russa, sembrava vicina a entrare nel
novero degli «Stati falliti», ma gli sforzi del governo
del presidente Putin per ripristinare l’effettivo po­
tere governativo sull’intero territorio dello Stato

28
sembrano aver avuto successo, tranne che in Cece-
nia. Ciononostante, vaste regioni del globo rim an­
gono instabili sia internam ente, sia nel quadro in­
ternazionale.
Questa instabilità risulta tremendamente accre­
sciuta dal declino del monopolio delle forze armate,
che non sono più nelle mani degli Stati. La Guerra
fredda si è lasciata dietro in tu tto il m ondo un’e­
norm e quantità di armi leggere ma micidiali e di
altri strumenti di distruzione accessibili anche a en­
tità non-governative, che le possono facilmente ac­
quistare con le risorse finanziarie derivate dall’im-
menso e incontrollabile settore paralegale dell’eco­
nomia capitalistica globale, che ha visto una dram ­
matica espansione. La cosiddetta «guerra asimme­
trica», su cui vertono gli attuali dibattiti strategici
americani, riguarda proprio questo tipo di gruppi
armati non-statali in grado di sostenere indefinita­
mente uno scontro con una potenza statale, che si
tratti del loro Paese oppure di uno straniero.
Uno dei risultati preoccupanti di questi sviluppi
è una ricaduta globale nella prima, grande, epide­
mia di massacri, genocidi e «pulizie etniche», come
non si assisteva dagli anni immediatamente succes­
sivi alla Seconda guerra mondiale. Le 800.000 per­
sone sterminate in Rwanda nel 1994 costituiscono
solo il più grande di tutta una serie di massacri (e di
ancora più frequenti espulsioni di massa) che

29
hanno segnato gli anni N ovanta: nell’Africa cen­
trale e occidentale, nel Sudan, nelle rovine della ex
Iugoslavia comunista, nel Transcaucaso, in M edio
Oriente. Forse è ancora impossibile fare una stima
precisa del numero complessivo dei morti e dei m u­
tilati, ingrossato a dismisura dalla serie quasi inin­
terrotta di guerre e conflitti civili degli anni N o ­
vanta, ma la marea di profughi e di sfollati che ha se­
guito i massacri di quel triste decennio è senz’altro
dello stesso ordine di grandezza, proporzional­
m ente alle popolazioni coinvolte, di quella degli
anni della Seconda guerra m ondiale e del periodo
immediatamente successivo. Nel 2005, l’Alto com­
missariato dell’O nu per i rifugiati ha stimato di aver
a che fare con un totale mondiale di 20,8 milioni di
profughi, per la stragrande maggioranza in (o da)
certe regioni dell’Asia occidentale e centro-m eri­
dionale, dell’Africa e dell’Europa sud-orientale; le
Statistics ofUprootedPeoples («Statistiche sulle po­
polazioni sfollate») del C hurch W orld Service, del
dicembre 2005, hanno però registrato 33 milioni di
profughi, una cifra a cui - secondo una terza stima -
andrebbero aggiunti altri 2 milioni di persone.
D urante la G uerra fredda, il duopolio delle su­
perpotenze ha complessivamente garantito l’inte­
grità dei confini statali del m ondo di fronte alle m i­
nacce interne ed esterne. A partire dal 1989, questa
difesa a priori contro la disintegrazione del potere

30
centrale statale è venuta a mancare in molti dei Paesi
formalmente indipendenti e sovrani nati tra il 1945
e il 2000 (e anche in alcuni Stati con una lunga sto­
ria alle spalle, come la Colom bia). Vaste parti del
m ondo si sono quindi viste ritornare in una situa­
zione in cui alcuni Stati effettivamente forti e sta­
bili, per diverse ragioni e con svariati pretesti, inter­
vengono con la forza delle armi in regioni che non
sono più di fatto controllate dai loro rispettivi go­
verni o protette dalla stabilità internazionale. In al­
cune regioni im portanti, come il m ondo islamico,
il risentimento verso gli occidentali - che le hanno
invase e occupate dopo un periodo relativamente
breve di-emancipazione dal controllo imperiale - è
diventato, ancora una volta, un fattore politica-
mente potente.
Il secondo nuovo elemento che investe il p ro ­
blema delle nazioni e del nazionalismo è la straordi­
naria accelerazione del processo di globalizzazione
negli ultim i decenni é il suo effetto sugli sposta­
m enti e la m obilità degli esseri um ani. Esso ri­
guarda i m ovim enti che avvengono attraverso le
frontiere statali, sia quelli temporanei sia quelli di
lunga durata, e la scala di entram bi è senza prece­
denti. Alla fine del secolo, il num ero annuale di
viaggiatori trasportati dalle compagnie aeree del
m ondo si aggirava intorno ai 2600 m ilioni, ossia
quasi un viaggio aereo ogni due abitanti del pia­

3i
neta. Per quanto riguarda la globalizzazione dell’e­
migrazione internazionale di massa - che, come di
consueto, va principalmente dalle economie povere
a quelle ricche - , la sua scala emerge con particolare
chiarezza nel caso di Paesi come gli Stati U niti, il
C anada e l’Australia, che non hanno im posto pe­
santi limitazioni all’immigrazione. Tra il 1974 e il
1998, questi tre Paesi hanno accolto quasi 22 m i­
lioni di immigrati provenienti da tutte le parti del
globo, una cifra complessiva che supera quella regi­
strata nella grande epoca dell’immigrazione, prima
del 1914, con un tasso annuo d’afflusso quasi dop­
pio rispetto a quello antecedente il 1914.2 Nei soli
anni dal 1998 al 2001, questi tre Paesi hanno rice­
vuto un afflusso di 3,6 m ilioni di persone. M a
anche l’Europa occidentale, che è stata per lungo
tempo una regione di emigrazione di massa, ha ac­
colto in quel periodo quasi 11 milioni di stranieri.
C on l’arrivo del nuovo secolo, l’afflusso ha cono­
sciuto un’accelerazione. Dal 1999 al 2001, nei
quindici Stati dell’U nione Europea sono giunti
complessivamente circa 4,5 milioni di persone. Per
fare solo un esempio, il numero di stranieri che vi­
vono legalmente in Spagna è più che triplicato tra il
1996 e il 2003, passando da mezzo milione a 1,6
milioni, due terzi dei quali provenienti da Paesi al di
fuori dell’Unione Europea (soprattutto dall’Africa
e dall’America del Sud) .3La stupefacente cosmopo-

32
litizzazione delle grandi città nei Paesi ricchi è una
visibile conseguenza di questo fenomeno. Per dirla
in breve, in Europa - la culla del nazionalismo - le
trasformazioni dell’economia mondiale stanno ra­
pidamente seppellendo ciò che le guerre del XX se­
colo, con i loro genocidi e i loro trasferim enti di
massa delle popolazioni, sembravano aver p ro ­
dotto, ossia un mosaico di Stati-nazione etnica­
mente omogenei.
Grazie alla rivoluzione tecnologica nel costo e
nella velocità dei trasporti e delle comunicazioni,
gli emigrati di lungo termine del XX secolo, a diffe­
renza di quelli del XIX, non sono più di fatto isolati
dalla loro patria d’origine, e i loro contatti non sono
più limitati alle lettere, a qualche sporadica visita o
al «nazionalismo a lunga distanza» di organizza­
zioni di emigrati che finanziano soggetti politici nel
loro Paese nativo. Oggi gli emigrati ricchi passano
da una casa all’altra, o anche da un’attività o un la­
voro all’altro, tra il loro vecchio Paese e quello
nuovo. In occasione delle festività pubbliche, gli ae­
roporti nordam ericani sono inondati di cittadini
centroamericani che partono alla volta di un qual­
che villaggio salvadoregno o guatem alteco, p o r­
tando con sé doni elettronici. Alle ricorrenze fami-
gliari in un Paese, vecchio o nuovo, partecipano
amici e parenti giunti, con breve preavviso, da tre
continenti. Anche i più poveri possono telefonare

33
con poca spesa in Bangladesh o in Senegai, e inviare
regolarmente quelle rimesse che sono raddoppiate
tra il 2001 e il 2006 e che oggi mantengono le eco­
nom ie nazionali delle loro rispettive patrie, costi­
tuendo qualcosa come il 10 per cento del Pii in
N ord Africa e nelle Filippine, tra il 10 e il 16 per
cento nell’America centrale e nei Caraibi, e percen­
tuali ancor più alte in diverse economie malridotte
come quelle della Giordania, del Libano e di Haiti.4
Il num ero dei Paesi che perm ettono di avere una
doppia cittadinanza è raddoppiato nel decennio
precedente il 2004, anno in cui questa pratica era
ormai consentita in novantatré Stati.5 Di fatto, l’e­
migrazione non comporta più una scelta definitiva
tra due Paesi.
N on è ancora possibile giudicare gli effetti di que­
sta straordinaria mobilità attraverso le frontiere sulla
base dei vecchi concetti di nazione e nazionalismo,
ma non c’è dubbio che essi si riveleranno sostanziali.
Come Benedict Anderson ha acutamente osservato,
il documento d’identità fondamentale del XXI se­
colo non è il certificato di nascita di uno Stato-na­
zione, bensì il documento d’identità internazionale:
il passaporto. In che misura l’effettiva o potenziale
nazionalità plurima - per esempio, il bagaglio cultu­
rale americano di alcuni politici di Stati ex comuni­
sti, o l’identificazione degli ebrei americani con i go­
verni israeliani - ha influito, o è probabile che in­

34
fluirà, sulla lealtà dei cittadini verso uno Stato-na­
zione?6 Che senso hanno i diritti e i doveri di «citta­
dinanza» in Stati dove una notevole percentuale
degli abitanti è perennemente assente dal territorio
nazionale, e una parte considerevole dei residenti
stabili gode di meno diritti dei nativi? D ata la scala
dell’immigrazione legale e clandestina, quali sono
gli effetti del declino della capacità degli Stati di con­
trollare ciò che avviene sul loro territorio o anche,
semplicemente - come suggerisce la crescente inaf­
fidabilità dei censimenti negli Stati U niti e in Gran
B retagna-, di sapere chi è presente nel loro territo­
rio? Sono dom ande che dobbiamo porci, m a alle
quali non è ancora possibile dare una risposta.
Il terzo elemento, la xenofobia, non è qualcosa di
nuovo, ma la sua scala e le sue implicazioni sono
state sottostim ate anche nella mia stessa opera sul
nazionalismo m oderno. In Europa - nelle patrie
storiche delle nazioni e del nazionalismo —e, in m i­
sura minore, in Paesi come gli Stati Uniti, formati
in gran parte attraverso l’immigrazione di massa, la
nuova globalizzazione degli spostamenti ha raffor­
zato la lunga tradizione di ostilità economica popo­
lare verso l’immigrazione di massa e la resistenza di
fronte a quelle che vengono percepite come m i­
nacce all’identità culturale dei gruppi. La grande
forza della xenofobia traspare dal fatto che l’ideolo­
gia del capitalismo del libero mercato globale, che
ha conquistato le istituzioni internazionali e i go­
verni nazionali dom inanti, è stata del tu tto inca­
pace di garantire il libero m ovim ento internazio­
nale della forza-lavoro, a differenza di quello del ca­
pitale e del commercio. Nessun governo democra­
tico può permettersi di appoggiarlo. Tuttavia, que­
sta palese crescita della xenofobia è anche una con­
seguenza dei cataclismi sociali e della disintegra­
zione dei valori morali tra la fine del XX secolo e l’i­
nizio del XXI, oltre che dei movimenti internazio­
nali di massa delle popolazioni. La combinazione di
questi fattori è naturalm ente esplosiva, in partico­
lare nelle regioni e nei Paesi etnicamente, confessio­
nalmente e culturalmente omogenei, non abituati a
ricevere grandi afflussi di stranieri. E questo il m o­
tivo per cui una proposta di trasformare delle cap­
pelle protestanti ormai inutilizzate in moschee per i
nuovi immigrati ha recentemente causato un po’ di
scompiglio in un Paese tranquillo e tollerante come
la Norvegia, una reazione che verrà quasi certa­
mente compresa da ogni lettore di questo libro che
viva nelle vecchie patrie europee del nazionalismo.
La dialettica delle relazioni tra globalizzazione,
identità nazionale e xenofobia emerge in m odo
drammaticamente chiaro in quell’attività pubblica
che vede coinvolti tutti e tre questi elementi: il cal­
cio. Grazie alla mondovisione, infatti, questo sport
popolare universale si è trasform ato in un com ­

36
plesso capitalistico industriale mondiale (anche se,
in confronto ad altre attività economiche globali, di
dimensioni relativamente modeste). Come è stato
giustamente detto: «Divisi tra il sentimento nazio­
nale, l’ultim o rifugio delle emozioni del vecchio
mondo, e l’elemento transnazionale, trampolino di
lancio del nuovo mondo, i tifosi del calcio e tutti co­
loro che gravitano attorno a questo sport soffrono
di una vera e propria schizofrenia, estrem am ente
complessa [...] che illustra alla perfezione l’ambiva­
lenza del m ondo in cui tutti noi viviamo» 7
Quasi fin dal giorno in cui ha conquistato un
pubblico di massa, questo sport è stato il catalizza­
tore di due forme di identificazione di gruppo:
quella locale (con le diverse società calcistiche) e
quella nazionale (con la squadra nazionale, formata
da giocatori delle varie società). In passato, queste
due forme di identificazione erano complementari,
ma la trasformazione del calcio in un affare globale
e, soprattutto, l’emergere estremamente rapido di
un mercato globale dei calciatori negli anni O ttan ta
e Novanta (specialmente dopo la sentenza Bosman
della Corte europea di giustizia, nel 1995)8 ha reso
sempre più incompatibili gli interessi nazionali e gli
affari globalizzati, la politica, l’economia e il senti­
mento popolare. Sostanzialmente, l’affare globale
del calcio è dom inato dall’imperialismo di poche
imprese capitaliste di fama mondiale: un piccolo

37
num ero di supersocietà basate in un gruppetto di
Paesi europei9 che competono le une contro le altre
sia nei campionati nazionali, sia (e preferibilmente)
in quelli internazionali. Le loro squadre sono reclu­
tate a livello transnazionale. Spesso solo una m ino­
ranza - talvolta una piccola m inoranza —dei loro
calciatori sono nati nel Paese dove ha sede la società.
A partire dagli anni Ottanta, esse hanno ingaggiato
un numero sempre più alto di giocatori non-euro-
pei, specialmente africani (3000 dei quali, stando a
quel che si dice, giocavano nei campionati europei
nel 2002).
Questo sviluppo ha avuto un triplice effetto. Per
quanto riguarda le società, esso ha pesantem ente
indebolito la posizione di tu tte quelle che non
fanno parte del gruppo delle superleghe e non par­
tecipano alle supersfìde internazionali, ma soprat­
tu tto di quelle che hanno sede in Paesi che espor­
tano un gran numero di calciatori, principalmente
nelle Americhe e in Africa (un fatto reso evidente
dalla crisi delle società calcistiche del Brasile e del­
l’Argentina, un tem po molto forti).10 In Europa, i
club più piccoli resistono alla sfida dei giganti in
gran parte acquistando giocatori a buon mercato —
principianti stranieri di talento, per esempio - nella
speranza di rivendere in seguito le stelle così sco­
perte ai superclub. I giovani della Namibia giocano
in Bulgaria, quelli della Nigeria in Lussemburgo e

38
in Polonia, quelli del Sudan in U ngheria, quelli
dello Zimbabwe in Polonia.
Il secondo effetto di questa logica transnazionale
dell’impresa economica è entrato in conflitto con il
calcio visto come un’espressione dell’identità nazio­
nale, sia perché essa tende a favorire le sfide interna­
zionali tra supersocietà rispetto alle coppe e ai cam­
pionati nazionali tradizionali, sia perché gli interessi
delle supersocietà sono in competizione con quelli
delle nazionali, che portano sulle loro spalle tutto il
peso politico ed emotivo dell’identità nazionale, ma
che devono essere reclutate scegliendo tra calciatori
che abbiano il passaporto di Stato richiesto. A diffe­
renza dei superclub, che di fatto possono talvolta es­
sere più forti delle loro rispettive nazionali, queste
ultime cambiano in continuazione, radunando
tem poraneam ente i calciatori, m olti —o in casi
estremi, come quello del Brasile, la maggioranza-
dei quali giocano in qualche squadra estera che
perde soldi per ogni loro giorno di assenza durante i
periodi minim i necessari per allenarsi e giocare as­
sieme ai loro compagni nella nazionale. Dal punto
di vista delle supersocietà e dei loro supercalciatori,
le società stesse tendono a essere più im portanti dei
Paesi. Tuttavia, gli imperativi non-economici dell’i­
dentità nazionale sono stati sufficientemente forti
da imporsi nel gioco; anzi, di fatto sono stati abba­
stanza forti da fare della sfida tra le nazionali di cal­

39
ciò, i M ondiali, il singolo evento più im portante
nella sfera economica globale del calcio. In effetti,
per diversi dei Paesi africani e alcuni di quelli asiatici,
i cui giocatori sono ora diventati famosi (e ricchi) nei
club maggiori, l’esistenza di una rappresentativa na­
zionale ha stabilito, in certi casi per la prim a volta,
un’identità nazionale separata dalle identità locali,
tribali o confessionali. E questo perché «la comunità
immaginaria di milioni di persone sembra più reale
quando assume la forma di una squadra di undici
uomini con nome e cognome».11 D i fatto, il recente
rigurgito di nazionalismo degli inglesi ha trovato la
sua prim a espressione pubblica nell’esibizione, da
parte delle masse, della bandiera della nazionale di
calcio inglese (distinta da quelle della Scozia, del
Galles e dell’Irlanda del N ord).
Il terzo effetto può essere visto nel crescente ri­
lievo dei com portam enti razzisti e xenofobi tra i
tifosi (che sono prevalentemente di sesso maschile),
soprattutto dei Paesi con un passato imperiale.
Q uesti tifosi sono lacerati tra l’orgoglio per i loro
superclub o le loro nazionali (che includono calcia­
tori stranieri o di colore) e la crescente importanza,
sul loro palcoscenico nazionale, di giocatori che
provengono da popoli che finora consideravano
come inferiori. I periodici scoppi di razzismo negli
stadi di Paesi in precedenza non ritenuti razzisti -
come la Spagna e i Paesi Bassi - e il legame tra il fe­

40
nom eno degli hooligans e le forze politiche di
estrema destra sono espressioni di queste tensioni.
Tuttavia, come abbiamo già sottolineato, la xe­
nofobia è anche un riflesso della crisi delle identità
nazionali, definite sul piano culturale, che si è con­
sumata negli Stati-nazione nel mom ento in cui si è
realizzato l’universale accesso all’istruzione e ai
media, e in un tempo in cui le politiche dell’identità
collettiva basate sull’esclusione - che siano etniche,
religiose o di sesso e stile di vita - sono in cerca di una
settaria rigenerazione della Gemeinschaft in una
sempre più remota Gesellschaft. Il processo che ha
trasformato i contadini in cittadini francesi e gli im ­
migrati in cittadini americani si sta invertendo, e
viene a sbriciolare le identità più grandi, quelle degli
Stati-nazione, in gruppi di identità autoreferenziali
più circoscritte, o anche nelle identità private a r a ­
zionali dell’ubi bene ibipatria. E ciò, a sua volta, ri­
flette, non da ultimo, la sempre più debole legitti­
mità dello Stato-nazione agli occhi di coloro che abi­
tano nel suo territorio, e le sempre minori richieste
che esso può permettersi di fare ai suoi cittadini. Se
gli Stati del XXI secolo preferiscono oggi com bat­
tere le loro guerre con eserciti di professionisti, o per­
sino con appaltatori privati di servizi bellici, ciò non
avviene solo per ragioni tecniche, ma perché non ci
si può più aspettare che i cittadini siano disposti a
farsi coscrivere a milioni per andare a morire in bat­

41
taglia per la loro madrepatria. Uomini e donne sono
forse pronti a morire (o, più probabilmente, a ucci­
dere) per soldi ò per qualcosa di più piccolo, o ma­
gari per qualcosa di più grande; ma, nelle culle origi­
narie del concetto di nazione, non sono più disposti
a dare la vita per lo Stato nazionale.
Nel XXI secolo, che cosa sostituirà lo Stato-na­
zione (ammesso che venga sostituito da qualcosa)
come modello di governo popolare? N on lo sap­
piamo.
2

Le p ro sp e ttiv e della d em o crazia

Ci sono parole a cui nessuno ama essere associato in


pubblico, come «razzismo» e «imperialismo». D ’al­
tro canto, ce ne sono altre per cui tutti sono ansiosi di
mostrare entusiasmo, come «madri» e «ambiente».
«Democrazia» è una di queste ultime. Come vi ricor­
derete, nei giorni del cosiddetto «socialismo reale»
persino i regimi più improbabili la rivendicavano nei
loro titoli ufficiali, come la Corea del Nord, la Cam ­
bogia di Poi Pot e lo Yemen. Oggi, naturalm ente, è
impossibile - al di fuori di qualche teocrazia islamica
e di alcuni regni e sceiccati ereditari asiatici - trovare
un qualunque regime che non renda ufficialmente
omaggio, nella sua costituzione e nei suoi editoriali,
alle assemblee o ai presidenti eletti passando per una
competizione. Ogni Stato che possieda questi attri­
buti è ufficialmente considerato superiore a qualun­
que Stato che non li abbia: per esempio, la Georgia
postsovietica alla Georgia sovietica, o un Pakistan

43
con un governo civile, per quanto corrotto, a un
Pakistan sotto il regime militare. Senza riguardo per
la storia e la cultura, i tratti costituzionali che acco­
m unano la Svezia, Papua Nuova Guinea e la Sierra
Leone (quando vi si possono trovare presidenti
eletti) vengono ufficialmente a porre questi tre Paesi
in una stessa classe, e il Pakistan e Cuba in un’altra. È
proprio per questo motivo che un dibattito p ub­
blico razionale sulla democrazia è tanto necessario
quanto insolitamente difficile.
Inoltre, a parte tutta la retorica, come afferma il
professor John D unn; oggi, sebbene da breve
tem po, «per la prim a volta nella storia um ana c’è
una singola forma statale chiaramente dominante,
la m oderna repubblica costituzionale rappresenta­
tiva dem ocratica»,1anche se va pure sottolineato
che la più alta percentuale di sistemi politici stabili,
che potrebbero essere considerati come democra­
tici da osservatori imparziali, si trova oggi nelle mo­
narchie, dato che tali sistemi sem brano essere so­
pravvissuti meglio in questo ambiente politico, vale
a dire nell’Unione Europea e in Giappone.
In effetti, nell’odierno dibattito politico (che per
la quasi totalità potrebbe essere descritto, ripren­
dendo le parole del Leviatano del grande Thom as
Hobbes, come un «discorso privo di senso») il ter­
m ine «democrazia» indica questo m odello statale
standard: ossia, uno Stato costituzionale che si offre

44
di garantire la sovranità della legge e vari diritti e li­
bertà civili e politici, e che è governato da autorità
che devono includere assemblee rappresentative,
elette attraverso il suffragio universale dalla m ag­
gioranza di tutti i cittadini, in elezioni tenute a in­
tervalli regolari nelle quali si confrontano più can­
didati e/o organizzazioni. Gli storici e i politologi
potrebbero a buon diritto ricordarci che questo non
è il significato originario di «democrazia», e di certo
non è l’unico. Ciò va però oltre gli scopi che m i sono
proposto in questa sede. Quella con cui ci confron­
tiamo oggi è la «democrazia liberale», e le sue pro­
spettive sono il tema della mia discussione.
Potrebbe essere un po’ più pertinente ricordare
che non c’è nessuna connessione logica o necessaria
tra le varie com ponenti di quel conglom erato che
costituisce la «democrazia liberale». Anche gli Stati
non-democratici possono essere costruiti sul prin­
cipio della sovranità della legge, o Rechtstaat-, la
Prussia e la Germ ania imperiale, per esempio, lo
erano senz’altro. Le costituzioni, anche quelle effi­
cienti e funzionali, non devono necessariamente es­
sere dem ocratiche. Abbiamo im parato fin dai
tempi di de Tocqueville e di John Stuart Mill che la
libertà e la tolleranza delle minoranze sono spesso
più minacciate che non protette dalla democrazia.
Ed è da N apoleone III che sappiamo che i regimi
che giungono al potere con un colpo di Stato pos­

45
sono poi continuare a conquistare genuinamente la
maggioranza dei consensi con successivi appelli al
suffragio universale (maschile). E - per fare solo al­
cuni esempi recenti - né la Corea del Sud né il Cile,
negli anni Settanta e O ttanta, ci suggeriscono l’esi­
stenza di un nesso organico tra il capitalismo e la de­
mocrazia, anche se questi due elementi sono trattati
quasi come gemelli siamesi nella retorica politica
degli Stati U niti. Tuttavia, dato che non ci stiamo
occupando della teoria ma della pratica politica e
sociale odierna, queste cose potrebbero essere con­
siderate come meri cavilli accademici, se non nella
misura in cui ci lasciano intendere che gran parte
degli argom enti a sostegno della democrazia libe­
rale si basa più sulla sua componente costituzionale
liberale che non su quella democratica, o più preci­
samente elettorale. Il motivo per essere favorevoli
alle libere elezioni non è che in questo m odo ven­
gono garantiti dei diritti, ma che il popolo è messo
in grado (almeno in teoria) di sbarazzarsi dei go­
verni impopolari.
Tre osservazioni critiche hanno com unque una
rilevanza più immediata.
La prim a è di per sé ovvia, benché la sua im por­
tanza non venga sempre riconosciuta. La democra­
zia liberale, come ogni altra forma di regime poli­
tico, richiede un’unità politica all’internó della
quale possa essere esercitata, norm alm ente quel

46
tipo di Stato noto come uno «Stato-nazione». Essa
non è applicabile a campi dove tali unità non esi­
stono, o sembrano solo iniziare a emergere; in parti­
colare agli affari globali, per quanto possiamo av­
vertire con urgenza la preoccupazione per questi
problemi. In qualunque modo possano essere de­
scritte, non è possibile ricondurre le politiche delle
Nazioni Unite nella cornice di una democrazia libe­
rale, se non a livello di mera figura retorica. Resta da
vedere se ciò sia invece possibile per quanto ri­
guarda quelle dell’Unione Europea nel suo com ­
plesso. Q uesto argomento spinge ad avanzare so­
stanziali riserve in proposito.
La seconda osservazione critica getta un’ombra di
dubbio sulla convinzione ampiamente accettata—o
universalmente accettata, nel dibattito pubblico
americano - secondo cui un governo liberaldemo-
cratico è sempre e ipsofacto superiore, o perlomeno
preferibile, a un governo non-democratico. Senza
dubbio a parità di altri fattori ciò risulta vero, m a il
problema è che talvolta questa parità di altri fattori
non c’è. N on vi chiederò di considerare il caso del-
l’impoverita Ucraina, che ha acquistato un regime
politico (più o meno) democratico al prezzo di per­
dere i due terzi di quel già modesto prodotto nazio­
nale che aveva ai tempi dell’Unione Sovietica. Guar­
date piuttosto la Colombia, una repubblica che, se­
condo gli standard dell’America latina - o, di fatto,

47
secondo! criteri oggi generalmente accettati—vanta
un record quasi unico di una serie praticam ente
ininterrotta di governi costituzionali rappresenta­
tivi democratici. Due partiti elettorali antagonisti, i
Liberali e i Conservatori, hanno generalmente par­
tecipato alla competizione politica come richiede la
teoria. La Colombia non è mai stata sotto il governo
dell’esercito o di caudilli populisti per più di qualche
breve momento. E tuttavia, anche se il Paese non è
stato coinvolto in guerre internazionali, il numero
di persone uccise, m enomate e costrette ad abban­
donare le loro case negli ultimi cinquantanni è del­
l’ordine di milioni. Quasi certamente, esso supera di
gran lunga quello registrato in qualsiasi altra na­
zione dell’emisfero occidentale. E senza dubbio su­
periore a quello di qualsiasi Paese dell’America del
Sud, un continente notoriam ente flagellato dalle
dittature militari. C on questo, non sto cercando di
dire che i regimi non-democratici sono migliori di
quelli democratici. M i lim ito semplicemente a ri­
cordarvi il fatto, troppo spesso trascurato, che il be­
nessere dei Paesi non dipende dalla presenza o dal­
l’assenza di un qualunque singolo tipo di ordina­
mento istituzionale, per quanto esso possa risultare
moralmente encomiabile.
La terza osservazione è espressa nella famosa frase
di W inston Churchill, «La democrazia è la peggior
forma di governo, fatta eccezione per tutte le altre».

48
Anche se questa affermazione viene generalmente
considerata come un argomento afavore àc Ila de­
mocrazia liberale rappresentativa, essa è in realtà
un’espressione di profondo scetticismo. Per quanto
ne dica la campagna retorica, i professionisti e gli
analisti della politica rim angono estrem am ente
scettici riguardo alla capacità della democrazia rap­
presentativa di massa di porsi come un m odo effi­
ciente di gestire i governi, o qualunque altra cosa.
Le ragioni a favore della democrazia sono essenzial­
m ente di carattere negativo. Anche considerata
come un’alternativa ad altri sistemi, essa può essere
difesa solo turandosi il naso. Ciò non ha di fatto
avuto troppa im portanza nella maggior parte del
XX secolo, dato che i sistemi politici che la sfida­
vano - fino alla fine della Seconda guerra mondiale i
regimi autoritari di destra e di sinistra, e fino alla
fine della G uerra fredda principalm ente i regimi
autoritari di sinistra—erano palesemente terribili, o
perlomeno così sembravano alla maggior parte dei
liberali. Ma pur trovandosi di fronte a questa sfida, i
difetti intrinseci della democrazia rappresentativa
liberale come sistema di governo erano com unque
evidenti ai pensatori più seri, oltre che agli autori sa­
tirici. Anzi, di fatto essi venivamo am piam ente e
francamente discussi tra gli stessi politici, almeno
finché non diventava sconsigliabile dire in pubblico
ciò che realmente pensavano della massa di votanti

49
dai quali dipendeva la loro elezione. N ei Paesi con
una lunga tradizione di governi rappresentativi, la
democrazia liberale veniva accettata non solo per­
ché i sistemi alternativi sembravano di gran lunga
peggiori, ma anche perché, a differenza che nella
terribile epoca delle guerre m ondiali e della cata­
strofe economica globale, pochissime persone sen­
tivano veramente il bisogno di un sistema alterna­
tivo, in particolare in un’era di prosperità generale,
di migliori condizioni di vita anche per i poveri e di
un’am pia copertura assistenziale e previdenziale
pubblica. Oggi però non è affatto certo che molte
parti del globo, che pur si trovano nom inalm ente
sotto governi rappresentativi, vivano in tem pi al­
trettanto felici.
Anche ai nostri giorni, come sempre, è un gioco
da ragazzi criticare la campagna retorica della demo­
crazia liberale come forma di governo. C ’è però un
suo aspetto che resta comunque innegabile: oggi «il
popolo» (qualunque gruppo di esseri um ani venga
definito come tale) è il fondamento e il punto di rife­
rimento comune di tutte le forme di governo statali
eccetto quella teocratica. E ciò non è soltanto qual­
cosa di inevitabile, ma è qualcosa di giusto, perché
per avere un qualunque scopo il governo deve par­
lare in nome e nell’interesse di tutti i cittadini. Nel­
l’epoca dell’uomo comune, ogni governo è un go­
verno del popolo e per il popolo, anche se chiara­


mente non può essere, in nessun senso funzionale,
un governo esercitato direttam ente dal popolo.
Q uesto principio rappresentava il terreno d ’intesa
comune dei democratici liberali, dei comunisti, dei
fascisti e dei nazionalisti d’ogni tipo, anche se le loro
idee differivano poi su come formulare, esprimere e
influenzare «la volontà del popolo». Esso costituisce
l’eredità comune che il XX secolo, un secolo di
guerre totali e di economie coordinate, ha lasciato al
XXI. Tale principio non si basa solo sull’egualitari-
smo dei popoli, che non sono più disposti ad accet­
tare una posizione di inferiorità in una società gerar­
chica governata da uomini superiori «per diritto na­
turale», ma anche sul fatto che finora i sistemi so­
ciali, le economie e gli Stati nazionali moderni non
hanno potuto funzionare senza l’appoggio passivo,
ma anche la partecipazione attiva e la mobilitazione,
di moltissimi dei loro cittadini. La propaganda di
massa era un elemento essenziale anche per quei re­
gimi che erano pronti a esercitare una coercizione
senza limiti sui loro popoli. Persino le dittature non
possono sopravvivere a lungo quando viene meno il
consenso dei cittadini nei loro confronti. E questo il
motivo per cui, una volta venuti al dunque, i regimi
cosiddetti «totalitari» dell’Europa orientale - nono­
stante la lealtà del loro apparato statale e il buon fun­
zionam ento dei loro sistemi di repressione - sono
caduti rapidamente e senza clamore.
Q uesto principio rappresenta l’eredità del XX
secolo. M a sarà ancora la base dei governi popolari,
incluso quello liberaldemocratico, nel XXI? La tesi
di questa conferenza è che la fase attuale dello svi­
luppo capitalistico globalizzato lo sta minando alle
radici, e che ciò avrà - anzi, sta già avendo - serie
implicazioni per quanto riguarda la democrazia li­
berale come viene intesa oggi. L’odierna politica
dem ocratica, infatti, si fonda su due assunzioni,
una morale —o, se preferite, teorica - e l’altra pra­
tica. M oralm ente parlando, essa richiede il sup­
porto esplicito del regime da parte della m aggio­
ranza dei cittadini, che si presume costituiscano il
grosso degli abitanti dello Stato. M a per quanto
fossero democratici gli ordinamenti in vigore per la
popolazione bianca nel Sudafrica dell’apartheid,
un regime che privava perm anentem ente del d i­
ritto di voto la maggior parte della sua popolazione
non può essere considerato come democratico. Gli
atti con cui si esprime il proprio assenso alla legitti­
mità di un sistema politico, come votare periodica­
m ente alle elezioni, possono essere poco più che
simbolici. D i fatto, è da molto tempo un luogo co­
mune tra i politologi dire che solo una modesta mi­
noranza di cittadini partecipa costantemente e atti­
vamente alla vita del proprio Stato o di un’organiz­
zazione di massa. Ciò torna a vantaggio di coloro
che comandano; e, in effetti, è da tempo che i pen­

52
satori e i politici moderati si augurano la diffusione
di un certo grado di apatia politica.2 M a questi atti
sono importanti. Oggi ci troviamo di fronte a un’e­
videntissima secessione dei cittadini dalla sfera
della politica. La partecipazione alle elezioni ap ­
pare in caduta libera nella maggior parte dei Paesi
liberaldemocratici. Se le elezioni popolari sono il
primo criterio di rappresentatività democratica, in
che misura è possibile parlare di legittimità dem o­
cratica per un’autorità eletta da un terzo dell’eletto­
rato potenziale (la Camera dei Rappresentati degli
Stati Uniti) o, come nel caso di recenti amministra­
zioni locali britanniche e del Parlamento europeo,
da qualcosa come il 10 o il 20 per cento dell’eletto­
rato? O per un presidente americano eletto da poco
più di m età del 50 per cento degli americani che
hanno diritto di voto?
Sul lato pratico, i governi dei m oderni Stati n a­
zionali o territoriali - qualunque governo - si ba­
sano su tre presupposti: prim o, che abbiano più
potere di altre unità operanti sul loro territorio; se­
condo, che gli abitanti dei loro territori accettino,
più o meno volentieri, la loro autorità; e terzo, che
tali governi siano in grado di fornire ai cittadin i
quei servizi ai quali non sarebbe altrim enti possi­
bile provvedere, perlomeno non con la stessa effi­
cacia (come «legge e ordine», per riprendere un’e­
spressione proverbiale). Negli ultim i trenta o qua-

53
ran t’anni, questi presupposti hanno progressiva­
mente perso la loro validità.
In primo luogo, pur essendo ancora di gran lunga
più potenti di qualunque rivale interno (come
hanno mostrato gli ultim i tre n ta n n i di storia nel-
l’Irlanda del Nord), anche gli Stati più forti, più sta­
bili e più efficienti hanno perso il monopolio asso­
luto della forza coercitiva, non ultim o grazie alla
marea di nuovi, piccoli strum enti di distruzione
portatili, oggi facilmente accessibili ai piccoli
gruppi dissidenti, e all’estrema vulnerabilità della
vita moderna di fronte agli sconvolgimenti improv­
visi, per quanto leggeri possano essere. In secondo
luogo, hanno iniziato a vacillare anche i due pilastri
più solidi di un governo stabile, ossia (nei Paesi che
godono di una legittimità popolare) la lealtà dei cit­
tadini e la loro disponibilità a servire gli Stati, e (nei
Paesi dove questa legittim ità popolare manca) la
pronta obbedienza a un potere statale schiacciante e
indiscusso. Senza il prim o pilastro, le guerre totali
basate sulla coscrizione obbligatoria e sulla mobili­
tazione nazionale sarebbero state impossibili, così
come sarebbe stata impossibile la crescita degli in­
troiti erariali degli Stati fino all’odierna percentuale
dei Pii (introiti che, vi rammento, possono oggi su­
perare il 40 per cento del Pii in alcuni Paesi e il 20
per cento anche negli Stati U niti e in Svizzera).
Senza il secondo pilastro, come ci m ostra la storia

54
dell’Africa e di ampie regioni dell’Asia, piccoli
gruppi di europei non avrebbero potuto mantenere
per generazioni il controllo sulle colonie a un costo
relativamente modesto.
Il terzo presupposto è stato minato non solo dal­
l’indebolimento del potere statale ma anche, a par­
tire dagli anni Settanta, da un ritorno, tra i politici e
gli ideologi, a una critica dello Stato basata su un
laissez-faire ultraradicale, secondo la quale il ruolo
dello Stato stesso dev’essere ridimensionato a tutti i
costi. Q uesta critica afferma, più per una sorta di
fede teologica che non sulla base di evidenze stori­
che, che ogni servizio che le autorità pubbliche pos­
sono fornire o è qualcosa di indesiderabile, oppure
potrebbe essere fornito in modo migliore, più effi­
ciente e più economico dal «mercato». A partire da
quel periodo, la sostituzione dei servizi pubblici (e,
per inciso, anche dei servizi delle cooperative) con
servizi privati o privatizzati è stata massiccia. Attività
caratteristiche di un governo nazionale o locale
come gli uffici postali, le prigioni, le scuole, l’ap­
provvigionamento idrico e anche i servizi assisten­
ziali e previdenziali sono stati ceduti a (o trasformati
in) imprese commerciali; i dipendenti pubblici sono
stati trasferiti ad agenzie indipendenti o rimpiazzati
con subappaltatori privati. Anche alcune parti del­
l’apparato bellico sono state subappaltate. E, natu­
ralmente, il modus operandi delle aziende private -
che mirano alla massimizzazione dei profitti —è di­
ventato il modello al quale ogni governo aspira a
uniformarsi. E nella misura in cui ciò avviene, lo
Stato tende a fare affidamento su meccanismi eco­
nomici privati per sostituire la mobilitazione attiva e
passiva dei propri cittadini. Allo stesso tempo, è im­
possibile negare che nei Paesi ricchi del m ondo gli
straordinari trionfi dell’economia mettono a dispo­
sizione della maggior parte dei consumatori più di
, quanto i governi o l’azione collettiva abbiano mai
promesso o fornito in tempi più poveri.
Ma il problema sta proprio qui. L’ideale della so­
vranità del mercato non è un complemento, bensì
un’alternativa alla democrazia liberale. D i fatto,
esso è un’alternativa a ogni sorta di politica, poiché
nega la necessità di decisioni politiche, che sono
esattamente le decisioni sugli interessi comuni o di
gruppo in quanto distinti dalla somma di scelte, ra­
zionali o meno che siano, dei singoli individui che
perseguono i propri interessi personali. Si aggiunga
che il continuo processo di discernimento per sco­
prire che cosa vuole la gente, processo messo in atto
dal mercato (e dalle ricerche di mercato), deve per
forza essere più efficiente dell’occasionale ricorso
alla grezza conta elettorale. La partecipazione al
mercato viene a sostituire la partecipazione alla po­
litica; il consumatore prende il posto del cittadino.
Fukuyama ha di fatto sostenuto che la scelta di non

56
votare, così come la scelta di fare la spesa in un su­
permercato anziché in un piccolo negozio locale,
«riflette una scelta democratica fatta dalle popola­
zioni. Esse vogliono la sovranità del consumatore».3
Senza dubbio la vogliono, ma questa scelta è com ­
patibile con ciò che abbiamo im parato a conside­
rare come un sistema politico liberaldemocratico?
E così, lo Stato territoriale sovrano (o la federa­
zione statale), che forma la cornice essenziale della
politica democratica e di ogni altra politica, è oggi
più debole di ieri. La portata e l’efficacia delle sue at­
tività sono ridotte rispetto al passato. Il suo co­
m ando sull’obbedienza passiva o il servizio attivo
dei suoi sudditi o cittadini è in declino. Due secoli e
mezzo di crescita ininterrotta del potere, del raggio
d ’azione, delle ambizioni e della capacità di mobili­
tare gli abitanti degli Stati territoriali m oderni,
quali che fossero la natura o l’ideologia dei loro re­
gimi, sembrano essere giunti al termine. L’integrità
territoriale degli Stati-moderni - ciò che i francesi
chiamano «la repubblica una e indivisibile» - non è
più data per scontata. Fra trent’anni ci sarà ancora
una singola Spagna - o un’Italia, o una Gran Breta­
gna - come centro primario della lealtà dei suoi cit­
tadini? Per la prim a volta in un secolo e mezzo pos­
siamo porci realisticamente questa dom anda. E
tu tto ciò non può non influire sulle prospettive
della democrazia.

57
Innanzitutto, la relazione tra i cittadini e le auto­
rità pubbliche si fa più remota e i loro collegamenti
più deboli. C ’è stato un forte declino in quell’«alone
divino che circonda» non solo i re shakespeariani,
ma anche i simboli pubblici della coesione nazionale
e la lealtà dei cittadini verso ogni istituzione gover­
nativa legittima, specialmente quelle democratiche:
la presidenza, la monarchia e, forse più radicalmente
in Gran Bretagna, il Parlamento. Che cosa potrebbe
rappresentare questo declino meglio del semplice
fatto che l’immagine ufficiale del Parlamento in­
glese sui nostri schermi tenta a malapena di nascon­
dere la realtà di un gruppetto di figure sparse tra
m olti banchi verdi vuoti? I suoi dibattiti non ven­
gono più riportati, nemmeno nei giornali di grande
formato, se non come scontri aperti o diversivi co­
mici. C ’è stato un forte declino nei grandi movi­
m enti politici, macchine per mobilitare collettiva­
mente i poveri che di fatto davano un certo signifi­
cato concreto al termine «democrazia».
A ciò è seguito un declino nella volontà dei citta­
dini di partecipare alla politica, ma anche nell’effi­
cacia del classico m odo —l’unico legittimo, stando
alla teoria convenzionale —di esercitare la cittadi­
nanza, ossia l’elezione a suffragio universale di co­
loro che rappresentano «il popolo» e sono pertanto
autorizzati a governare in suo nome. Tra un’ele­
zione e l’altra - ossia, di solito per diversi anni - la
democrazia esiste solo come una potenziale m inac­
cia alla rielezione di questi rappresentanti o del loro
partito. M a ciò è chiaram ente irrealistico, sia dal
punto di vista dei cittadini, sia da quello dei gover­
nanti. D a qui la crescente mediocrità intellettuale
della retorica pubblica dei politici democratici, spe­
cialmente di fronte a due elementi dell’attuale pro­
cesso della politica democratica che hanno acqui­
stato un’im portanza sempre più centrale: il ruolo
dei media m oderni e l’espressione dell’opinione
pubblica attraverso l’azione (o l’inazione) diretta.
Sono infatti questi i m otori attraverso i quali
viene esercitato un certo controllo sulle azioni del
governo tra un’elezione e l’altra. Il loro sviluppo
viene anche a compensare il declino nella parteci­
pazione dei cittadini e nell’efficacia del tradizionale
processo del governo rappresentativo. I titoli dei
giornali, o meglio ancora le irresistibili im m agini
televisive, sono l’obiettivo im m ediato di tu tte le
campagne politiche, poiché risultano di gran lunga
più efficaci della mobilitazione di decine di migliaia
di persone. E, naturalmente, molto più facili. Sono
ormai lontani i giorni in cui nell’ufficio di un m ini­
stro si m etteva da parte tu tto il lavoro per rispon­
dere a un’incombente interpellanza parlamentare,
h invece la prospettiva della pubblicazione di un ar­
ticolo da parte di un giornalista investigativo che
riesce a mettere in subbuglio anche la sede stessa del

59
governo. E non sono né i dibattiti parlamentari né
le scelte politiche editoriali che provocano espres­
sioni del m alcontento pubblico talm ente forti ed
evidenti che anche i governi con la più solida mag­
gioranza devono prenderne nota tra le elezioni,
come nei casi dell’im posta prò capite, della tassa
sulla benzina o dell’avversione per i cibi genetica-
m ente modificati. E quando queste cose succe­
dono, è del tutto inutile cercare di liquidarle come
l’opera di piccole minoranze atipiche e non elette,
benché spesso di fatto lo siano.
Il ruolo centrale dei mass m edia nella politica
m oderna è qualcosa di palese. Grazie a essi, l’opi­
nione pubblica è più potente che mai, il che spiega
la costante ascesa delle professioni specializzate nel-
l’influenzarla. Ciò che però viene compreso di
m eno è il nesso cruciale tra la politica dei media e
l’azione diretta, vale a dire l’azione dal basso che in­
fluenza direttam ente coloro che prendono le deci­
sioni ai vertici, bypassando i meccanismi intermedi
del governo rappresentativo ufficiale. Q uesto ri­
sulta evidente soprattutto dove non esiste nessuno
di questi meccanismi interm edi: nelle questioni
transnazionali. Conosciam o tu tti bene il cosid­
detto effetto Cnn: quella sensazione politicamente
forte, ma del tutto disorganizzata, che «bisogna fare
qualcosa» riguardo a quelle terribili im m agini di
atrocità - avvenute in Kurdistan, a T im or Est o in

60
qualunque altro posto - trasmesse dalla televisione,
e che è stata così intensa da spingere i governi a ri­
spondere con un’azione più o meno improvvisata.
Più di recente, le dimostrazioni a Seattle e a Praga
hanno mostrato l’effìcacia di un’azione diretta ben
mirata da parte di piccoli gruppi consapevoli del­
l’im portanza delle telecamere, anche quando tale
azione ha come obiettivo delle organizzazioni co­
struite per essere immuni ai processi politici demo­
cratici, come il Fondo monetario internazionale e la
Banca mondiale. Se oggi possiamo leggere dei titoli
come «I leader della finanza mondiale tengono
conto degli avvertimenti»,4 ciò è dovuto almeno in
parte a quelle zuffe fotogeniche —avvenute sotto gli
occhi attenti dei giornalisti - tra gruppi di contesta­
tori in passam ontagna neri e poliziotti antisom ­
mossa bardati con caschi e scudi come nelle batta­
glie medievali.
T utto questo m ette la democrazia liberale di
fronte al suo problema forse più serio e immediato.
In un m ondo transnazionale sempre più globaliz­
zato, i governi nazionali si trovano a coesistere con
forze che hanno perlom eno il loro stesso im patto
sulla vita quotidiana dei cittadini, ma che in diversa
misura sfuggono al loro controllo. Tuttavia, essi
non hanno la possibilità politica di abdicare di
fronte alle forze che sono al di fuori del loro con­
trollo, anche qualora volessero farlo. Limitarsi a di­
chiarare la propria im potenza riguardo all’anda­
mento del prezzo del petrolio significa sottrarsi alla
sfera specifica della politica, perché quando qual­
cosa va male i cittadini, compresi i dirigenti delle
imprese, hanno la convinzione (non priva di fonda­
m ento) che il governo potrebbe e dovrebbe fare
qualcosa in proposito; e questo anche in Paesi come
l’Italia, dove ci si aspetta poco o niente dallo Stato, o
come gli Stati Uniti, dove gran parte dell’elettorato
non crede nello Stato. In fin dei conti, è per queste
cose che c’è il governo.
M a che cosa potrebbero e dovrebbero fare i go­
verni? Più che in passato, essi si trovano sotto un’in­
cessante pressione da parte di un’opinione pubblica
continuam ente monitorata, alla quale sono molto
sensibili. E questo pone dei vincoli alle loro scelte.
Ciononostante, i governi non possono smettere di
governare. Anzi, di fatto i loro esperti di relazioni
pubbliche li spingono a farsi sempre vedere intenti a
governare, e ciò, come sappiamo dalla storia britan­
nica di fine XX secolo, viene a moltiplicare i gesti
teatrali, gli annunci e, talvolta, l’introduzione di
leggi non necessarie. Tuttavia, anche senza la spinta
degli addetti alle relazioni pubbliche, e in contrasto
con quanto credono coloro che sognano un mondo
governato interam ente (e in m odo benefico) dalla
«mano invisibile» di Adam Smith, oggi le autorità
pubbliche si trovano costantem ente a dover pren­
dere delle decisioni sull’interesse comune che sono
tecniche oltre che politiche. E qui i voti democratici
(o la scelta dei consum atori nei mercati) non of­
frono loro alcuna guida. Al massimo, sono solo un
acceleratore o un freno. Le conseguenze ambientali
della crescita illim itata del traffico motorizzato e i
m odi migliori per affrontarle non possono essere
scoperti m ediante dei semplici referendum. Inol­
tre, questi modi si possono rivelare impopolari, e in
una democrazia non è saggio dire agli elettori ciò
che non vogliono sentirsi dire. Come è possibile or­
ganizzare razionalmente le finanze di uno Stato se i
governi si sono convinti che qualsiasi proposta di
aum entare le tasse equivalga a un suicidio eletto­
rale, quando - di conseguenza - le campagne elet­
torali sono delle gare di vane promesse fiscali e i bi­
lanci governativi sono esercizi per occultare i bal­
zelli? In breve, la «volontà del popolo», in qualun­
que modo venga espressa, non può di fatto determi­
nare gli specifici compiti del governo. Come hanno
osservato Sidney e Beatrice W ebb—due teorici della
democrazia poco studiati - a proposito dei sinda­
cati, essa non può giudicare i progetti, ma solo i ri­
sultati. Riesce incommensurabilmente meglio a vo­
tare contro qualcosa che non a favore. E quando ha
di fatto raggiunto uno dei suoi maggiori trionfi ne­
gativi, come porre fine ai cinquant’anni di regimi
postbellici corrotti in Italia e in Giappone, essa non

63
è poi in grado di trovare da sola un’alternativa. Ve­
dremo se riuscirà a farlo in Serbia.
E tuttavia, il governo è per il popolo. I suoi effetti
devono essere giudicati in base a ciò che fa in rela­
zione al popolo. Per quanto la «volontà del popolo»
possa essere disinformata, ignorante e persino stu­
pida, e per quanto possano risultare inadeguati i
metodi adottati per scoprirla, essa è tuttavia impre­
scindibile. Come potrem m o altrim enti valutare
l’im patto che le soluzioni tecno-politiche ai pro­
blemi che concernono l’um anità, sebbene sotto
altri aspetti possano risultare esperte e tecnica-
m ente soddisfacenti, hanno concretam ente sulle
vite delle persone reali? I sistemi sovietici hanno fal­
lito perché non c’era nessuno scambio bilaterale tra
coloro che prendevano le decisioni «nell’interesse
del popolo» e coloro ai quali queste decisioni veni­
vano imposte dall’alto. La globalizzazione all’inse­
gna del laissez-faire degli ultim i vent’anni ha fatto
questo stesso errore. È stato il lavoro dei governi a
rimuoverle sistematicam ente tu tti gli ostacoli, in
base ai consigli dei più autorevoli tra gli economisti
tecnicam ente esperti. D opo vent’anni in cui si è
m ancato di prestare attenzione alle conseguenze
um ane e sociali di un capitalismo globale privo di
vincoli, il presidente della Banca mondiale è giunto
alla conclusione che alla maggior parte della popo­
lazione del m ondo il term ine «globalizzazione» ri­

64
chiama alla m ente «paura e insicurezza» più che
non «opportunità e inclusione».5 Anche Alan
Greenspan e il ministro del Tesoro americano Larry
Summers concordano nel ritenere che «l’avversione
nei confronti della globalizzazione è talm ente
profonda» che «un abbandono delle politiche
orientate al mercato e un ritorno al protezionismo»
sono possibilità concrete.
Tuttavia, non si può negare che sotto la democra­
zia liberale il fatto di ascoltare la volontà del popolo
rende il governo più diffìcile. Oggi la soluzione
ideale non è quasi mai accessibile ai governi. Si
tratta di quella soluzione sulla quale i medici e i pi­
loti aerei facevano affidamento in passato, e su cui
cercano di fare affidamento ancora oggi, in un
m ondo sempre più sospettoso: la convinzione, da
parte del popolo, che noi e loro condividiamo i me­
desimi interessi. N oi non diciamo loro come de­
vono servirci, dato che, non essendo esperti, non sa­
remmo in grado di farlo; ma, finché qualcosa non
va storto, diam o loro la nostra fiducia. Oggi ben
pochi governi, intesi come distinti dai regimi poli­
tici, godono di questa fondam entale fiducia a
priori. Nelle democrazie liberali, ossia multipartiti-
che, è raro che essi rappresentino anche solo una
maggioranza di fatto dei voti, per non dire dell’in­
tero elettorato (nel Regno Unito, dopo il 1931 nes­
sun singolo partito ha mai conquistato più del 50

65
per cento dei voti, e nessun governo venuto dopo la
coalizione del periodo bellico ha mai rappresentato
una chiara maggioranza). Le scuole vecchio stile e i
m otori della democrazia, i partiti e le organizza­
zioni di massa, che una volta offrivano ai «loro» go­
verni una fiducia a priori di questo tipo e un co­
stante supporto, si sono sgretolati. Negli onnipre­
senti e onnipotenti media, i comuni cittadini, van­
tando una competenza in grado di rivaleggiare con
quella del governo, com m entano di continuo le
azioni governative.
In queste circostanze, la soluzione più conve­
niente - e talvolta anche l’unica - per i governi de­
mocratici è quella di tenere il più possibile il p ro­
cesso decisionale al di fuori della sfera dell’atten ­
zione pubblica e della politica, o perlomeno eludere
il processo del governo rappresentativo, il che signi­
fica aggirare l’elettorato e le attività delle assemblee
e degli organi da esso eletti. (Gli Stati U niti - che
rappresentano però chiaramente un caso estremo -
funzionano come uno Stato con una politica di go­
verno coerente solo perché i presidenti hanno a
volte trovato dei modi per bypassare le singolari pa­
gliacciate del Congresso democraticamente eletto.)
Anche in Gran Bretagna, la sorprendente centraliz­
zazione di un già forte potere decisionale è proce­
duta di pari passo con una messa in secondo piano
della Cam era dei C om uni e con un massiccio tra­

66
sferimento di funzioni a istituzioni non elette, pub­
bliche o private, sia sotto i governi conservatori, sia
sotto quelli laburisti. Buona parte delle scelte politi­
che verranno negoziate e decise dietro le quinte.
Ciò verrà ad accrescere la sfiducia dei cittadini nei
confronti del governo e farà diminuire la loro stima
dei politici. I governi si troveranno a com battere
una continua guerriglia contro la coalizione tra una
m inoranza ben organizzata che porta avanti una
precisa campagna di interessi e i media. Q uesti ul­
timi vedranno sempre di più come loro precisa fun­
zione politica la pubblicazione di ciò che i governi
preferirebbero tenere nascosto, m entre al con­
tem po - tale è l’ironia di una società basata su un
flusso illimitato di informazione e intrattenim ento
- faranno affidamento, per riempire le loro pagine e
i loro schermi, sui propagandisti di quelle istitu­
zioni che dovrebbero criticare.
Q ual è quindi, in questa situazione, il futuro
della democrazia liberale? Sulla carta, esso non sem­
bra poi troppo tetro. Fatta eccezione per le teocrazie
islamiche, non esistono più dei movimenti politici
potenti che pongano una sfida a questa forma di go­
verno in linea di principio, e non è probabile che ne
emerga qualcuno nell’im m ediato futuro. La se­
conda metà del XX secolo è stata l’età dell’oro delle
dittature militari, che per l’O ccidente e i regimi
elettorali ex coloniali indipendenti rappresenta­

67
vano un pericolo di gran lunga maggiore del comu­
niSmo. Per queste dittature militari, il XXI secolo
non pare affatto altrettanto promettente. Nessuno
dei numerosi Stati ex comunisti ha scelto di seguire
questa strada e, in ogni caso, quasi tutti i regimi di
questo tipo non hanno il coraggio di dichiararsi
apertamente antidemocratici, e affermano soltanto
di essere i salvatori della costituzione fino al giorno
(non meglio specificato) del ritorno a un governo
civile. Ciò non significa però che abbiamo davanti
gli ultim i governi messi in piedi da uom ini che
mandano i carri armati agli angoli delle strade, spe­
cialmente nelle molte regioni segnate dalla povertà
e dal malcontento sociale.
D ’altra parte, quali che fossero le impressioni
prim a dei terrem oti economici del 1997-98, è ora
chiaro che l’utopia di un mercato globale apolide e
privo di ogni vincolo non si realizzerà. La maggior
parte della popolazione del m ondo, e di certo co­
loro che si trovano sotto regimi liberaldemocratici
degni di questo nome, continueranno quindi avi­
vere in Stati funzionalmente efficienti, anche se in
alcune sfortunate regioni il potere statale e quello
amministrativo si sono praticam ente disintegrati.
La maggioranza dei membri delle Nazioni Unite si
arrangeranno a fare del proprio meglio con un si­
stema politico poco noto, o (come in ampie regioni
dell’America latina) con un sistema conosciuto da

68
tempo, ma praticato in modo intermittente. N on ci
riusciranno troppo spesso, ma a volte potranno far­
cela. La politica, quindi, continuerà a esistere. Dato
che noi dovremo continuare a vivere in un m ondo
populista dove i governi devono tenere conto del
«popolo» e il popolo non può vivere senza un go­
verno, le elezioni democratiche continueranno a te­
nersi. Oggi esse sono quasi universalmente ricono­
sciute come la fonte di legittimità dei governi; e, per
inciso, offrono ai governi stessi un utile strum ento
per consultare «il popolo» senza necessariamente
assumere degli impegni troppo concreti.
In breve, ci ritroveremo davanti ai problemi del
XXI secolo con un insieme di meccanismi politici
terribilmente inadatti ad affrontarli. Questi mecca­
nismi, il cui funzionam ento è di fatto confinato
entro le frontiere degli Stati-nazione (il cui numero
è in crescita), sono chiamati a confrontarsi con un
mondo globale che va oltre il loro raggio d ’azione.
Non è neppure chiaro in che misura sia possibile
applicarli all’interno di un territorio vasto ed etero­
geneo dotato di una comune cornice politica di ri­
ferimento, come l’Unione Europea. Essi si trovano
di fronte a - e in competizione con - un’economia
mondiale che opera attraverso unità del tutto diffe­
renti (le imprese transnazionali), che bypassano la
politica e sfuggono alle considerazioni sulla legitti­
mità politica e l’interesse comune. Soprattutto, essi

69
si trovano a dover affrontare i problemi fondamen­
tali del futuro del m ondo in un’epoca in cui l’irm
patto dell’azione um ana sulla natura e sul globo è
diventato una forza di proporzioni geologiche. La
soluzione, o perlom eno la mitigazione, di questi
problem i richiederà —dovrà necessariamente ri­
chiedere - misure per le quali non sarà quasi certa­
m ente possibile trovare nessun supporto nella
conta dei voti o nella valutazione delle preferenze
dei consumatori. Questo scenario non è affatto in­
coraggiante né per le prospettive a lungo term ine
della democrazia, né per quelle del globo stesso.
Ci troviamo di fronte al terzo m illennio come
quell’irlandese che, stando a una storiella apocrifa,
quando gli venne chiesta la strada per Bally-
nahinch, ci pensò su e poi disse: «Se fossi in voi, non
partirei da qui».
Eppure è proprio da qui che dovremo partire.
3

T e rro rism o

La natura del terrorism o politico è cam biata nel


tardo XX secolo? Lasciatemi partire dall’inaspettata
escalation di violenza nello Sri Lanka, un’isola in
precedenza pacifica dove convivono una maggio­
ranza di buddhisti cingalesi (la cui religione e la cui
ideologia sono praticamente quanto di più avverso
alla violenza ci possa essere) e una minoranza di in­
duisti tamil migrati lì secoli fa dall’India m eridio­
nale o giunti per lavorare nelle piantagioni verso la
fine del XIX secolo (anche la loro religione non è in­
cline alla violenza). Il movimento antim perialista
nello Sri Lanka non era mai stato né molto combat­
tivo né straordinariamente efficace, e il Paese aveva
ottenuto la sua libertà in modo incruento, in pra­
tica come un sottoprodotto dell’indipendenza in ­
diana. Lo Sri Lanka coloniale aveva di fatto visto la
nascita di un piccolo Partito comunista e, cosa assai
curiosa, di un assai più grande Partito trotzkista, en­

71
trambi guidati da membri colti e di fascino dell’élite
occidentalizzata, ed entram bi, da buoni partiti
marxisti, contrari al terrorismo. N on c’erano mai
stati tentativi di insurrezione. D opo l’indipen­
denza, il Paese aveva imboccato la strada di un so­
cialismo sobrio e moderato, dimostratosi eccellente
per il benessere e l’aspettativa di vita della popola­
zione. Per dirla in breve, prim a degli anni Settanta
per gli standard asiatici lo Sri Lanka era una rara
isola di civiltà, come la Costa Rica e (prim a degli
anni Settanta) l’Uruguay in America latina. Oggi è
un Paese insanguinato.
I tamil, una m inoranza del 25 per cento sovra-
rappresentata nelle professioni colte, hanno svilup­
pato un comprensibile risentimento contro un re­
gime cingalese che, negli anni Cinquanta, aveva de­
ciso di sostituire l’inglese con il cingalese come lin­
gua dell’am m inistrazione nazionale. Negli anni
Settanta, un movimento separatista tamil diede vita
- non senza il supporto di uno Stato dell’India me­
ridionale - ad alcune organizzazioni armate, ante­
nate delle odierne Tigri per la liberazione del Tamil
Eelam che, a partire dalla metà degli anni O ttanta,
hanno iniziato a condurre un’efficace guerra civile.
Questi guerriglieri sono noti soprattutto come uno
dei grandi pionieri degli attentati suicidi e, proba­
bilmente, come il gruppo che vi fa maggiormente
ricorso; cosa che, tra parentesi, fanno senza le abi­

72
tuali motivazioni religiose, dato che la loro ideolo­
gia è laica. I tamil non sono abbastanza forti per riu­
scire nella secessione e, dall’altro lato, l’esercito
dello Sri Lanka è troppo debole per sconfiggerli sul
piano militare. L’intransigenza da ambo le parti ha
fatto continuare la guerra nonostante diversi tenta­
tivi, condotti da terzi (India, Norvegia), di mediare
un accordo.
Nel frattempo, sono successe due cose all’interno
della maggioranza cingalese della società. Le ten­
sioni etnico-linguistiche hanno provocato una vio­
lenta reazione cingalese che ha assunto la forma di
un’ideologia nazionalista basata sul buddhism o e
sulla superiorità razziale, dato che la lingua cinga­
lese è indoeuropea («ariana»). Cosa assai curiosa,
questo razzismo appartiene alla tradizione dell’In­
dia induista e, di fatto, nello Sri Lanka e nel Paki­
stan il vecchio sistema induista delle caste può an­
cora essere rintracciato sotto la superfìcie ufficial­
mente egualitaria della società. Allo stesso tem po,
nei prim i anni Settanta, il Jvp (Janatha V im ukthi
Peramuna, Fronte di liberazione del popolo), una
formazione di sinistra radicata principalmente tra i
giovani cingalesi istruiti che non riuscivano a tro­
vare lavori adeguati alla loro preparazione e basata
su idee castriste con un pizzico di maoismo e molto
risentimento contro la vecchia élite socio-politica,
organizzò un’im portante insurrezione che venne

73
spenta con una certa durezza, e m olti dei giovani
vennero imprigionati per un po’ di tempo. Dalle ce­
neri di questa rivolta giovanile di stampo sessantot­
tino emerse un’organizzazione terroristica m ili­
tante, basata principalmente nelle campagne cinga­
lesi, che trasformò il suo originario maoismo in un
ardente sciovinismo razzista buddhista-cingalese.
Negli anni O ttanta, questa organizzazione lanciò
una campagna di uccisioni sistematiche contro gli
oppositori politici che fece dell’alta politica un’atti­
vità ad alto rischio. (La presidente da poco ritiratasi
dello Sri Lanka ha visto assassinare suo padre - un
ex primo ministro - e suo marito di fronte ai propri
occhi, e ha perso un occhio durante un analogo ten­
tativo di uccidere anche lei.) Il terrorism o venne
anche sistematicamente usato per assumere il con­
trollo delle città e dei villaggi nelle campagne.
Com e nel caso del m ovim ento m aoista di Sen-
dero Luminoso nel Perii degli anni O ttanta, è im ­
possibile sapere in che misura la forza del Jvp fosse
basata su un iniziale sostegno di massa, in che mi­
sura tale supporto sia venuto meno a causa del ter­
rorismo, e in che misura il terrorismo sia stato a sua
volta controbilanciato dal risentim ento contro la
repressione governativa e abbia generato scettici­
smo riguardo ai rivoluzionari. Due cose sono però
chiare. Il Jvp godeva di un sostegno di massa in di­
versi settori della popolazione lavoratrice rurale
cingalese, i cui membri istruiti andavano a formare
le sue squadre; ed esso perpetrò innumerevoli ucci­
sioni, la maggior parte delle quali vennero eseguite
da una squadra di quelli che in America latina sa­
rebbero stati chiamati sicarios, assassini di massa. Il
tentativo del Jvp di conquistare il potere venne
bloccato nello stesso modo, ossia con l’equivalente
delle «guerre sporche» latinoamericane, mirate al­
l’eliminazione dei leader ribelli e dei loro gruppi.
Verso la metà degli anni Novanta, si stimava che le
vittim e di questi conflitti fossero circa 60.000.
Dalle sue origini, verso la fine degli anni Sessanta, il
Jvp è entrato e uscito più volte dalla scena politica
ufficiale dello Sri Lanka.
Sembra evidente che lo Sri Lanka è solo un sin­
golo esempio dell’impressionante crescita e del m u ­
tamento della violenza politica nel mondo del tardo
XX secolo. Un altro esempio, più evidente, è dato
dall’aum ento, e dalla giustificazione teorica, delle
uccisioni indiscriminate come una forma di terrori­
smo attuato da piccole cellule. Con rare eccezioni,
questa pratica era stata condannata dai precedenti
movimenti terroristici, ed è stata evitata da movi­
menti recenti come l’Età in Spagna e la Provisionai
Ira. Nel m ondo musulmano, le giustificazioni teo­
logiche—per esempio, quella secondo cui chiunque
viva al di fuori di una ristrettissima forma di orto ­
dossia potrebbe essere ucciso come «apostata» —

75
sembrano esser state rilanciate nei prim i anni Set­
tanta da un gruppo estremista pre-Al Qaeda separa­
tosi dalla vecchia Fratellanza musulmana in Egitto.
La fatwa che autorizzava form alm ente l’uccisione
di innocenti non venne però em anata (dal consi­
gliere religioso di Osama bin Laden) fino alla fine
del 1992.1
La dom anda «Perché?» richiede una risposta
troppo ampia per questo saggio, non ultimo poiché
è difficile districare questo fenomeno da un generale
aumento, registrato nelle società occidentali, del li­
vello di violenza socialmente accettata o diretta-
mente perpetrata neU’immagine e nella realtà. Ciò
ha fatto seguito a un lungo periodo in cui, nella mag­
gior parte di queste società, ci si aspettava che la ci­
viltà avrebbe condotto al suo perm anente declino.
Verrebbe la tentazione di dire che la violenza so­
ciale in generale e la violenza politica non hanno
nulla a che fare l’una con l’altra, dato che alcuni dei
peggiori episodi di violenza politica possono verifi­
carsi in Paesi con una tradizione sociale e politica
particolarmente non-violenta, come lo Sri Lanka o
l’Uruguay. C iononostante, questi due fenomeni
non possono essere tenuti separati in Paesi con una
tradizione liberale, se non altro perché è proprio in
essi che la violenza politica da parte di gruppi di cit­
tadini è diventata rilevante negli ultim i tre n ta n n i
del XX secolo, richiamando, di conseguenza, una
contro-violenza spesso ancora più grande da parte
dello Stato. I regimi dittatoriali o autoritari, finché
funzionano, le lasciano ben poco spazio, così come
non lasciano praticamente nessuno spazio neppure
alle iniziative politiche non-violente dei cittadini.
L’aumento della violenza in generale fa parte del
processo di barbarizzazione che ha preso forza nel
m ondo a partire dalla Prima guerra m ondiale, un
processo che ho discusso altrove. Il suo progresso ri­
sulta particolarm ente im pressionante nei Paesi
dove lo Stato è forte e stabile, e dove (in teoria) ci
sono istituzioni politiche liberali, in cui il discorso
pubblico e le istituzioni politiche distinguono solo
tra due assoluti che si escludono a vicenda, «vio­
lenza» e «non-violenza». Questo era un altro modo
di stabilire la legittimità del monopolio della forza
coercitiva da parte dello Stato nazionale, un princi­
pio la cui affermazione è proceduta di pari passo
con il disarmo globale della popolazione civile negli
Stati sviluppati del XIX secolo (tranne che negli
Stati Uniti, dove di conseguenza è stato sempre tol­
lerato - in pratica, anche se non in teoria - un livello
più alto di violenza). A partire dalla fine degli anni
Sessanta, gli Stati hanno perso un po’ di quel m ono­
polio di potere e risorse, e una quantità maggiore di
quel senso di legittimità che spingeva i cittadini a ri­
spettare la legge. Q uesto fenomeno basta da solo a
spiegare in gran parte l’aumento della violenza.

77
La retorica liberale non ha mai riconosciuto espli­
citamente che nessuna società funziona senza che vi
sia un certo grado di violenza in politica, anche nella
forma quasi simbolica dei picchetti di scioperanti o
delle manifestazioni di massa, e che la violenza ha
gradazioni e regole, come ben sa chiunque viva nelle
società dove essa fa parte del tessuto delle relazioni
sociali, e come la Croce rossa internazionale cerca
costantemente di ricordare ai belligeranti imbarba­
riti del XXI secolo. I sofismi teologici o legali di Al
Q aeda o dei difensori dell’«interpretazione» sono
necessari proprio perché quelle regole com une­
mente accettate che essi vengono a infrangere - le re­
strizioni poste dal Corano riguardo all’uccisione e
l’orrore davanti alla tortura - sono profondamente
radicate. Ma quando le società o i gruppi sociali non
abituati a un alto grado di violenza sociale si ritro­
vano a praticarla, o quando le normali regole si sgre­
tolano in società tradizionalmente violente, i limiti
stabiliti riguardo all’uso o al grado della violenza
possono venir meno. Per esempio, è m ia impres­
sione che le tradizionali rivolte contadine, tenendo
conto della generale brutalità della vita e del com­
portamento degli uomini nell’ambiente rurale del­
l’epoca, non fossero di solito molto sanguinose; in
genere, lo erano meno della loro repressione.
Q uando sfociavano in atrocità o massacri, l’azione
era solitamente diretta contro specifiche persone - o

78
categorie di persone - e proprietà (per esempio, le
case della piccola nobiltà), mentre altre venivano de­
liberatamente risparmiate in quanto godevano di
una buona reputazione. Gli atti di violenza non
erano arbitrari ma, si potrebbe quasi dire, ritual­
mente prescritti dall’occasione. Fu la guerra civile
russale non la Rivoluzione del 1917, che portò i
massacri indiscriminati nelle campagne russe. M a
quando i freni che agiscono sul comportamento abi­
tuale vengono meno, i risultati possono essere terri­
ficanti. Una delle ragioni per cui i gangster del nar­
cotraffico colombiano ebbero un così grande suc­
cesso negli Stati U niti fu, penso, che nello scontro
con i loro rivali essi abbandonarono la tradizionale
convenzione da machi secondo cui non si uccidono
le donne e i bambini deH’awersario.
Questa degenerazione patologica della violenza
politica si applica sia alle forze insurrezionali, sia a
quelle statali. Essa è favorita dalla crescente anomia
della vita nei quartieri degradati delle città, soprat­
tutto fra i giovani, ed è rafforzata dalla diffusione
delle armi in mano ai privati cittadini e della cultura
della droga. Allo stesso tempo, il declino dei vecchi
eserciti nazionali di leva e l’ascesa di corpi m ilitari
formati da professionisti - e, in particolare, di forze
speciali d ’élite come lo Special Air Service (Sas) —
vengono a rimuovere le inibizioni proprie di uo­
m ini che rim angono sostanzialmente dei civili

79
dall’esprit de corps di agenti statali che sono invece
esclusivamente dediti all’uso della forza. Nel frat­
tempo, c’è stata un’abolizione praticam ente totale
dei lim iti convenzionali circa cosa può essere m o­
strato e descritto nei sempre più onnipresenti e on-
niaw olgenti media. La vista, il suono e la descri­
zione della violenza nelle sue forme più estreme
fanno ormai parte della vita quotidiana, e i controlli
sociali sulla sua messa in pratica sono di conse­
guenza diminuiti. Nella Russia sovietica - o perlo­
meno nelle città dove sono stati raccolti sufficienti
dati criminologici - , qualcosa come l’80-85 per
cento degli omicidi veniva commesso sotto l’effetto
dell’alcool. Oggi non abbiamo più bisogno di que­
sto tipo di sostanze per rimuovere le inibizioni.
Tuttavia, c’è qualcosa di più pericoloso che pro­
duce illim itata violenza. È la convinzione ideolo^
gica che ha dominato i conflitti sia interni sia inter­
nazionali a partire dal 1914, secondo la quale la
causa per cui si combatte è talmente giusta e l’avver­
sario è così terribile che tutti i mezzi per raggiungere
la vittoria o evitare la sconfìtta diventano non solo
legittimi, ma necessari. Ciò significa che sia gli Stati
sia le forze insurrezionali si sentono m oralm ente
giustificati a compiere atti di barbarie. Negli anni
O ttan ta venne osservato che i giovani m ilitanti di
Sendero Luminoso, in Perù, erano perfettam ente
pronti a uccidere decine di contadini senza sentire

80
alcun peso sulla coscienza: in fin dei conti, essi non
stavano agendo come individui che potevano pro­
vare qualche sentim ento in proposito, ma come
soldati che militavano per la causa.2 E gli ufficiali
dell’esercito e della marina che addestravano le re­
clute nelle tecniche di tortura sui corpi dei prigio­
nieri politici non erano necessariamente, nella loro
vita privata, dei bruti e dei sadici. C om e nel caso
delle SS, che venivano punite per gli omicidi prete­
rintenzionali privatamente commessi proprio m en­
tre venivano addestrate a compiere con freddezza
spietati massacri,3 ciò non giustificava le loro atti­
vità ma, piuttosto, le rendeva ancora più biasime­
voli. La crescita del megaterrorismo nell’ultimo se­
colo non è stata un riflesso della «banalità del male»,
bensì la sostituzione di concetti morali con impera­
tivi superiori. C iononostante, perlom eno inizial­
mente, ci si può rendere conto deH’immoralità di si­
mili comportamenti, come nei regimi militari del­
l’America latina, dove tu tti ufficiali argentini di
un’unità potevano essere obbligati a prender parte
alla tortura al fine di legarli assieme in quella che ve­
niva riconosciuta come un’infamia condivisa. C ’è
da temere che l’accettazione della tortura sia ormai
diventata troppo comune perché nel XXI secolo si
avverta ancora il bisogno di gesti simili.
La crescita della barbarie è stata continua ma irre­
golare. Raggiunse un picco di disum anità tra il

8i
1914 e la fine degli anni Quaranta, nell’epoca delle
due guerre mondiali e delle loro conseguenze rivo­
luzionarie, e di Hitler e Stalin. L’epoca della Guerra
fredda portò un marcato miglioramento nel Primo
e nel Secondo M ondo, i Paesi capitalisti sviluppati e
la regione sovietica, ma non nel Terzo M ondo. Ciò
non significa che la barbarie fosse di fatto regredita.
In Occidente fu proprio questo periodo, tra il 1960
circa e il 1985, che vide l’emergere dei torturatori
addestrati, nonché un’ondata senza precedenti di
regimi militari che, in America latina e nel M editer­
raneo, combattevano «guerre sporche» contro i loro
stessi cittadini. Ciononostante, in molti speravano
che, dopo il grande cambiamento del 1989, la neb­
bia delle guerre di religione che aveva avvolto il XX
secolo si sarebbe infine dispersa, e con essa una delle
cause principali della barbarie. Sfortunatam ente,
non fu così. Negli anni Novanta, mentre la scala as­
soluta delle sofferenze um ane cresceva dram m ati­
camente, le guerre di religione alimentate da ideo­
logie laiche vennero rinforzate con - o sostituite da
- un ritorno a vari tipi di fondamentalismi religiosi
intenti a lanciare crociate e contro-crociate.
Lasciando da parte i massacri e le distruzioni
delle guerre com battute tra Stati o com unque da
essi sponsorizzate - per esempio il V ietnam , gli
scontri indiretti tra le superpotenze negli anni Set­
tanta in Africa e in Afghanistan, la guerra indo­

82
pakistana e quella tra Iran e Iraq - , a partire dagli
anni Sessanta ci sono state tre principali esplosioni
di violenza e contro-violenza politiche. La prima fu
la ripresa, negli anni Sessanta e Settanta, di ciò che
avrebbe dovuto essere chiamato «neoblanquismo»,
vale a dire il tentativo, da parte di alcuni gruppi eli-
tari autoselezionatisi e generalmente piccoli, di ro­
vesciare i regimi o di raggiungere gli obiettivi del
nazionalismo separatista attraverso la lotta armata.
Tale fenom eno restò in gran parte confinato nel­
l’Europa occidentale, dove questi gruppi, prove­
nienti principalm ente dal ceto medio e in genere
privi di appoggio popolare al di fuori delle univer­
sità (tranne che nell’Irlanda del Nord), facevano in
larga misura affidamento sulle azioni terroristiche
in grado di attirare l’attenzione dei media (la Rote
Armee Fraktion - Frazione dell’Armata Rossa —
nella G erm ania Federale), ma anche su colpi ben
mirati capaci di destabilizzare l’alta politica dei loro
Paesi, come l’assassinio del presunto successore del
generalissimo Franco nel 1973 (a opera dell’Età) e il
rapimento e l’uccisione del primo ministro italiano
Aldo M oro nel 1978 (da parte delle Brigate rosse).
In America latina, i gruppi come questi cercarono
soprattutto di lanciare azioni di guerriglia e opera­
zioni armate condotte da unità più grandi, di solito
in regioni periferiche, ma in alcuni casi (Venezuela,
Uruguay) anche nelle città. Alcune di queste opera­

83
zioni ebbero un discreto peso: nei tre anni dell’in­
surrezione di M ontonero, in Argentina, le forze re­
golari e irregolari subirono complessivamente 1642
vittime (tra morti e feriti).41 limiti di questi gruppi
venivano particolarm ente in luce nella guerriglia
rurale, dove un sostanziale appoggio da parte della
popolazione è essenziale non solo per il successo,
ma anche per la stessa sopravvivenza. I tentativi
esterni di creare nell’America del Sud dei movi­
m enti guerriglieri sul modello cubano andarono
ovunque incontro a spettacolari insuccessi, tranne
che in Colom bia, dove ampie regioni del Paese
sfuggivano al controllo delle forze e dell’am m ini­
strazione del governo centrale.
La seconda, che diventò pienam ente riconosci­
bile solo verso la fine degli anni O ttan ta e si estese
enormemente con i disordini civili e il collasso di di­
versi Stati negli anni Novanta, fu un fenomeno pri­
mariamente etnico e confessionale. Le principali re­
gioni coinvolte furono l’Africa, le zone occidentali
dell’Islam, il Sud e il Sudest dell’Asia, e l’Europa su­
dorientale. L’America latina rimase immune ai con­
flitti etnici e religiosi, l’Asia orientale e la Federa­
zione Russa (fatta eccezione per la Cecenia) non ne
furono quasi toccate, e nell’Unione Europea si regi­
strò solo un aum ento della xenofobia, ma senza
spargimenti di sangue. Altrove, l’ondata di violenza
politica produsse massacri su una scala che non si ve­

84
deva dalla Seconda guerra mondiale, e si andò vici­
nissimi a una ripresa dei genocidi sistematici. A dif­
ferenza dei neoblanquisti europei, che general­
m ente non godevano del sostegno popolare di
massa, i gruppi attivisti di questo periodo - Al Fatah,
Hamas, il Jihad islamico palestinese, Hezbollah, le
Tigri Tamil, il Partito dei lavoratori del Kurdistan
ecc. —potevano contare sul massiccio appoggio dei
cittadini delle zone in cui operavano, dai quali arri­
vavano anche sempre nuove reclute. Tali movimenti
non erano quindi incentrati sulle azioni terroristi-
che individuali, se non quando queste ultim e rap­
presentavano l’unica risposta concretamente possi­
bile di fronte alla schiacciante potenza militare dello
Stato occupante (come in Palestina), o al meglio,
nelle guerre civili, un modo per compensare l’ampia
superiorità in arm am enti dell’avversario (come
nello Sri Lanka).
U na delle maggiori innovazioni di questo pe­
riodo si sarebbe dimostrata eccezionalmente tem i­
bile: l’attentatore suicida. Questa nuova arma (ori­
ginariam ente un sottoprodotto dalla rivoluzione
iraniana del 1979, da cui ha ripreso la potente ideo­
logia dell’Islam sciita), che porta con sé l’idealizza­
zione del martirio, venne usata per la prim a volta,
con effetti decisivi, dagli Hezbollah contro gli ame­
ricani in Libano, nel 1983. La sua efficacia risultò
talm ente evidente che essa venne adottata anche

85
dalle Tigri Tamil nel 1987, da Hamas in Palestina
nel 1993, e da Al Q aeda e altri gruppi estremisti
islamici in Kashmir e in Cecenia tra il 1998 e il
2000.5 L’altro più impressionante sviluppo del ter­
rorismo individuale e di piccole cellule in questo
periodo fu la notevole ripresa del ricorso all’assassi­
nio politico. Se gli anni dal 1881 al 1914 furono la
prim a età dell’oro degli omicidi di esponenti poli­
tici del massimo livello, il periodo dalla metà degli
anni Settanta alla metà degli anni Novanta fu la se­
conda: Sadat in Egitto, Rabin in Israele, Rajiv
Gandhi e Indirà Gandhi in India, una serie di leader
nello Sri Lanka, il presunto successore di Franco in
Spagna, i prim i ministri in Italia e in Svezia (anche
se nel caso svedese l’elem ento politico è dubbio).
Nel 1981 ci furono anche gli attentati alla vita di
papa Giovanni Paolo II e del presidente americano
Reagan. Le conseguenze di queste azioni non fu­
rono rivoluzionarie, anche se in alcuni casi ebbero
evidenti effetti politici, come in Israele, in Italia e
forse in Spagna.
Tuttavia, la portata universale della televisione ha
da allora reso politicam ente più efficaci le azioni
mirate non a colpire i responsabili delle decisioni,
ma a realizzare il massimo im patto mediatico. D o­
potutto, sono state delle azioni di questo tipo a met­
tere fine alla presenza militare formale degli Stati
U niti in Libano negli anni O ttanta, in Somalia

86
negli anni Novanta e, di fatto, anche in Arabia Sau­
dita dopo il 2001. Uno dei tristi segni della barba-
rizzazione in atto è la scoperta, da parte dei terrori­
sti, che, purché venga com piuta davanti ai tele­
schermi del m ondo, una strage di donne e uom ini
altrimenti insignificanti ha più risalto sui media di
quanto ne possano ottenere gli attentati contro i
bersagli più famosi o simbolici.
Nella terza fase, che sembra essere quella dom i­
nante all’inizio del nuovo secolo, la violenza poli­
tica è diventata sistematicamente globale, sia attra­
verso le politiche adottate dagli Stati U niti sotto la
presidenza di George W. Bush, sia attraverso l’affer­
mazione - forse per la prima volta dai tempi dell’a­
narchismo tardo-ottocentesco - di un m ovimento
terroristico che opera consapevolmente sul piano
transnazionale. In questo caso, l’appoggio popolare
di massa torna a essere irrilevante. Sembra che la
prim a Al Q aeda fosse un’organizzazione elitaria
strutturata, che però operava come un movimento
decentralizzato in cui piccole cellule isolate erano
progettate in m odo da agire senza l’appoggio o il
supporto diretto di qualunque genere da parte delle
masse popolari. E non è nemmeno richiesta la pre­
senza di una base territoriale. Al Qaeda, o una rete
(a maglia larga) di cellule islamiche da essa ispirate,
ha così potuto sopravvivere alla perdita di una base
in Afghanistan e alla marginalizzazione della lea­

87
dership di Osama bin Laden. È un tratto caratteri­
stico di questo periodo il fatto che le guerre civili o
altri conflitti che non potrebbero essere fatti rien­
trare nel quadro globale, come i continui scontri
nello Sri Lanka, in Nepal e in Colombia, o i disor­
dini negli Stati africani falliti o sull’orlo del falli­
mento, abbiano sollevato solo a intermittenza l’in­
teresse dell’Occidente.
Due cose hanno caratterizzato questi nuovi movi­
m enti. Essi erano form ati da piccole minoranze,
anche quando queste minoranze godevano di una
certa solidarietà passiva da parte delle masse nel
nome delle quali affermavano di agire, e il loro tipico
modus operandi era quello dell’azione di piccoli
gruppi. Si dice che le cosiddette «unità in servizio at­
tivo» della Provisionai Ira non siano mai ammontate
a più di due o trecento individui per volta, e dubito
che le Brigate rosse in Italia o l’Età basca fossero più
grandi. Il più temibile di tutti i movimenti terrori­
stici internazionali, Al Qaeda, ammontava proba­
bilmente, nei suoi giorni afghani, a non più di 4000
individui.6 La seconda caratteristica di questi terro­
risti è che (con rare eccezioni, come nell’Irlanda del
Nord) «sono in media più istruiti e vengono da am­
bienti sociali più elevati degli altri membri delle co­
m unità a cui appartengono».7 Le potenziali reclute
di Al Q aeda andate ad addestrarsi in Afghanistan
negli anni Novanta sono descritte come «prove­

88
nienti dalle classi medie e alte, quasi tutti da famiglie
integre [...] in gran parte usciti dal college, con una
forte inclinazione verso le scienze naturali e l’inge­
gneria [...] in pochi usciti da scuole religiose».8
Anche in Palestina, dove rappresentano una sezione
trasversale della popolazione dei territori occupati
che include un’alta percentuale di individui prove­
nienti dai campi profughi, il 57 per cento degli at­
tentatori suicidi ha fatto qualche studio dopo la
scùola superiore (complessivamente, tra la popola­
zione palestinese di età corrispondente questa per­
centuale è solo del 15 per cento) ?
Per quanto possano essere piccoli, questi gruppi
sono stati abbastanza agguerriti da spingere i go­
verni a mobilitare contro di loro un enorme (in ter­
mini relativi o anche assoluti) spiegamento di forze.
C ’è però qui un’interessante divergenza tra il Primo
e il Terzo M ondo (il Secondo M ondo, quello dei re­
gimi comunisti, benché fosse sull’orlo del collasso è
rimasto totalm ente im m une a questi movim enti,
fino a quando non è di fatto caduto in pezzi). Nel
complesso, perlomeno in Europa, durante i prim i
due dei periodi qui considerati, la nuova violenza
politica venne affrontata con un limitato impiego
di forze e senza grandi crisi nei governi costituzio­
nali, anche se ci furono momenti di isteria e alcuni
pesanti abusi di potere, specialmente da parte delle
polizie statali e delle forze armate formali o infor­

89
mali. Ciò fu dovuto al fatto che i movimenti euro­
pei non costituivano una pesante minaccia per i re­
gimi nazionali? È vero che non la costituivano, né la
costituiscono oggi, anche se i movimenti nazionali
separatisti nell’Irlanda del N ord e nei Paesi baschi si
sono di fatto avvicinati a raggiungere i loro obiettivi
sul piano politico, con l’aiuto della pressione ar­
m ata dell’Ira e dell’Età. È anche probabilm ente
Vero che la polizia e i servizi segreti europei erano e
sono abbastanza efficienti da riuscire a infiltrarsi in
m olti di questi m ovim enti, in particolare l’Ira e,
probabilmente, le Brigate rosse in Italia. Cionono­
stante, è significativo che, a parte alcune spietate
azioni contro-terroristiche da parte di «entità uffi­
ciali sconosciute» sia in Irlanda sia in Spagna, non ci
furono «guerre sporche» della stessa scala e con lo
stesso grado di ricorso sistematico alla tortura e al
terrore che ritroviamo in America latina, dove il li­
vello di violenza politica del contro-terrorismo su­
però di gran lunga quello dei gruppi insurrezionali,
anche quando questi ultim i era inclini a com m et­
tere atrocità (come i senderisti in Perù).
Queste famigerate «guerre sporche» erano essen­
zialmente dirette contro gruppi di questo tipo, e
spesso erano a loro volta condotte da piccole forze
di professionisti specializzati che corrispondevano
a quelle della m inoranza terrorista. Pertanto, in
America latina l’obiettivo dei regimi torturatori,

90
nei limiti in cui non c’era una degenerazione pato­
logica della politica, non era di solito quello di dis­
suadere la gente dal prendere parte ad attività sov­
versive ma, più concretamente, quello di ottenere
informazioni dagli attivisti riguardo ai loro gruppi.
E la deterrenza non era il fine neppure delle squadre
della m orte, che miravano piuttosto a sbarazzarsi
delle persone che ritenevano colpevoli senza dover
affrontare i ritardi legali o il rischio di un prosciogli­
mento. Il terrore contro intere popolazioni consi­
derate come dissidenti è di solito abbastanza b ru ­
tale, come nel Sudafrica dell’apartheid o in Pale­
stina, ma più sbrigativo. Il num ero di persone uc­
cise in Palestina prim a della seconda Intifada era
quasi certamente inferiore a quello dei «desapareci­
dos» nel Cile di Pinochet. Bisogna ammettere che la
barbarizzazione è progredita parecchio per far sì che
una repressione che produce solo un morto o due al
giorno venga considerata come al di sotto di quel li­
vello di massacri che conquista automaticamente i
titoli dei giornali. M a anche in base a questi nuovi
parametri, le autorità di Paesi come la Colombia e il
Perù hanno combattuto i loro movimenti di guerri­
glia rurale con rara brutalità.
La globalizzazione della «guerra contro il terrore»,
lanciata nel settembre 2001, e la ripresa degli inter­
venti armati stranieri da parte di una grande potenza
che ha denunciato regole e convenzioni dei conflitti

91
internazionali fino ad allora accettate, hanno fatto sì
che nel 2002 la situazione cambiasse in peggio. Il pe­
ricolo costituito dalle nuove reti terroristiche inter­
nazionali per i regimi degli Stati stabili del mondo
sviluppato, ma anche dell’Asia, rimane di fatto tra­
scurabile. Qualche colpo andato a segno o qualche
centinaio di vittim e delle bombe sui sistemi di tra­
sporto m etropolitani di Londra o M adrid diffìcil­
mente riescono a sconvolgere la capacità operativa
di una grande città per più di poche ore. Per quanto
terribile sia stata la strage dell’11 settembre a New
York, essa ha comunque lasciato completamente in­
tatti il potere internazionale degli Stati Uniti e le loro
strutture interne. Se le cose sono andate peggio­
rando, non è a causa delle azioni dei terroristi, ma di
quelle del governo americano. L’India, la più grande
democrazia del m ondo, ci offre un buon esempio
della capacità di resistenza di uno Stato stabile. Seb­
bene negli ultim i vent’anni abbia perso due leader
per mano di assassini, e pur convivendo con una si­
tuazione di conflitto a basso livello in Kashmir,
un’ampia gamma di movimenti guerriglieri nelle
sue province nordorientali e un’insurrezione marxi­
sta-leninista (dei naxaliti) in alcune aree tribali, nes­
suno si sognerebbe di dire che essa non continua a
essere uno Stato stabile perfettamente operativo.
Ciò mette in evidenza la debolezza (in termini sia
relativi sia assoluti) dell’odierna fase dei movimenti

92
terroristici. Essi sono solo sintomi, non agenti sto­
rici significativi. Q uesta situazione non è alterata
dal fatto che, grazie ai cam biam enti nelle armi e
nelle tattiche, piccoli gruppi e persino singoli indi­
vidui possono oggi cagionare molti più danni (per
singolo terrorista) di quanto fosse possibile ieri, o
dagli obiettivi utopistici sostenuti da (o attribuiti
ad) alcuni gruppi terroristici. Q uando operano in
Stati stabili con regimi stabili, e senza l’appoggio di
settori rilevanti della popolazione, essi rappresen­
tano solo un problema di polizia, non un problema
militare. Anche quando i piccoli gruppi terroristici
fanno parte di un m ovim ento generale di dissi­
denza, come le propaggini di Al Q aeda nella resi­
stenza irachena, essi non costituiscono la parte
principale o m ilitarm ente attiva di quel movi­
m ento, ma sono solo delle sue aggiunte marginali.
Per quanto riguarda chi opera al di fuori dell’am ­
bito di una popolazione solidale, come gli attenta­
tori suicidi palestinesi in Israele o un manipolo di
giovani musulmani fanatici a Londra, il valore delle
loro azioni è poco più che propagandistico. Tutto
ciò non significa affatto che non siano necessarie se­
vere misure di polizia internazionali per combattere
il terrorismo di piccoli gruppi, specialmente quello
transnazionale; se non altro perché c’è il rischio che,
in futuro, questi gruppi possano prim a o poi riu­
scire a entrare in possesso di un ordigno nucleare e

93
della capacità di usarlo. Il loro potenziale politico,
principalmente distruttivo, negli Stati instabili o in
decomposizione, particolarmente nel m ondo m u­
sulm ano a ovest dell’India, è chiaram ente m olto
più forte, ma non andrebbe comunque confuso con
il potenziale politico della mobilitazione religiosa
di massa.
E comprensibile che tali m ovim enti creino
grande nervosismo tra le persone com uni, soprat­
tu tto nelle grandi città occidentali, specialmente
quando i governi e i media, agendo in vista dei loro
particolari scopi, si uniscono per diffondere un
clima di paura dando a questi m ovim enti la mas­
sima pubblicità (è difficile ricordare che prim a del
2001 l’approccio standard e perfettam ente razio­
nale dei governi messi di fronte a simili movimenti
—l’Età, le Brigate rosse, l’Ira -, era quello di «privarli
dell’ossigeno della pubblicità» il più possibile). Si
tratta di un clima di paura irrazionale. L’attuale po­
litica degli Stati Uniti ha cercato di riportare in vita i
terrori apocalittici della G uerra fredda, che non
hanno orm ai più alcuna plausibilità, inventando
dei «nemici» che legittimassero l’espansione e l’im­
piego della potenza globale americana. I pericoli
della «guerra contro il terrore», lo ripeto, non ven­
gono dagli attentatori suicidi musulmani.
Tutto ciò non riduce affatto la scala dell’auten­
tica crisi globale di cui le trasformazioni della vio­

94
lenza politica sono espressioni. Esse sembrano ri­
flettere i profondi disturbi introdotti in tutti i livelli
della società dalla più rapida e più drammatica tra­
sformazione nell’esistenza um ana e nella società
che si sia mai verificata in un periodo lungo solo
come la vita di un uomo. Esse, inoltre, sembrano ri­
flettere sia una crisi nei sistemi tradizionali di auto­
rità, egemonia e legittimità in Occidente, sia il loro
crollo a est e a sud, oltre che una crisi nei movimenti
tradizionali che dicevano di offrire un’alternativa a
questi sistemi. Tali trasformazioni sono state esacer­
bate dai fallimenti della decolonizzazione in alcune
parti del m ondo e dalla fine di un sistema interna­
zione stabile (o, potrem m o anche semplicemente
dire, di un qualunque sistema internazionale) se­
guita al collasso dell’Urss. Ed esse dimostreranno di
essere al di là del potere di controllo degli utopisti
neoconservatori e neoliberisti che sognano un
m ondo di valori liberali occidentali diffusi dalla
crescita del mercato e dagli interventi militari.
4

L’o rd in e p u b b lic o in
u n ’ep o ca d i v io len za

A volte, negli anni Settanta, l’Associazione dei capi


di polizia diceva al governo britannico che non era
più possibile prevenire i disordini pubblici nelle
strade come in passato senza promulgare un nuova
legge sull’ordine pubblico. Pochi anni dopo, mi
sembra nei primi anni O ttanta, venni invitato a un
congresso da qualche parte in Norvegia, e notai che
il depliant dell’hotel presso il quale si sarebbe te­
nuto - il tipico centro congressi in una qualche lo­
calità turistica - reclamizzava che l’albergo dispo­
neva di finestre garantite a prova di proiettile. In
Norvegia? Sì sì, proprio in Norvegia. Permettetemi
di iniziare,il mio intervento richiamando questi due
fatti. La nostra epoca è diventata più violenta,
anche nelle sue immagini. N on ci sono dubbi in
proposito. Il mio intervento verte sul significato di
questo cambiamento, e su come i governi dovreb­
bero organizzarsi per proteggere la vita quotidiana

96
dei loro cittadini. Esso riguarda prim ariam ente la
Gran Bretagna, dove l’aumento della violenza pub­
blica (come emerge dai dati sul crimine) è partico­
larmente evidente. Tuttavia, il problema non tocca
un unico Paese. E non concerne soltanto il terrori­
smo. Si tratta di qualcosa di molto più vasto, che in­
clude anche, per esempio, il teppismo calcistico, un
altro fenomeno storicamente nuovo che è entrato
in scena con forza negli anni Settanta.
Chiaram ente, come suggerisce il mio aneddoto
norvegese, molta di questa violenza è resa possibile
dalla straordinaria crescita nella fornitura globale e
nell’accessibilità a singole persone e gruppi privati
di arm am enti dal grande potenziale distruttivo,
sufficientem ente economici e tali da poter essere
maneggiati da chiunque. In origine questo feno­
meno è stato un risultato della Guerra fredda ma,
poiché questi strum enti consentono di fare un
sacco di soldi, la loro produzione ha continuato a
crescere vertiginosamente. A partire dal I960, ogni
decennio ha visto aumentare il numero di aziende
che li producono, specialmente nell’Europa occi­
dentale e nell’America del Nord. Nel 1994, c erano
trecento compagnie sparse in cinquantadue Paesi
che lavoravano nell’industria delle armi leggere, il
25 per cento in più rispetto alla metà degli anni O t­
tanta; nel 2001, il loro numero era stimato in cin­
quecento. Per metterla in un altro modo: i kalash-

97
nikov —i fucili semiautomatici AK47 —, originaria­
m ente sviluppati nell’Unione Sovietica durante la
Seconda guerra mondiale, sono uno dei tipi più te­
mibili di armi leggere e, stando al Bulletin ofAtomic
Scientists, oggi al m ondo ne circolano un num ero
che potrebbe raggiungere i 125 milioni. E possibile
ordinarli via internet, perlomeno negli Stati Uniti,
dalla Kalashnikov USA. E per quanto riguarda pi­
stole e coltelli, chi mai sarebbe in grado di contarli?
Ma, naturalmente, il disordine pubblico, anche
nella forma estrema del terrorismo, non dipende
dalla disponibilità di equipaggiamenti costosi o ad
alta tecnologia, come ha dimostrato lo stesso 11 set­
tembre 2 0 0 1 .1 dirottatori degli aerei che hanno ab­
battuto le Torri gemelle erano armati soltanto di ta­
glierini. I gruppi armati più duraturi, come l’Ira e
l’Età, fanno affidamento soprattutto sugli esplosivi,
alcuni dei quali possono essere prodotti a casa, come
hanno fatto, in Gran Bretagna, gli attentatori del 7
luglio. Se i recenti rapporti sono corretti, l’intero
massacro del 7 luglio è costato agli attentatori solo
qualche centinaio di sterline. Più, naturalmente, le
loro vite. Così, pur senza dimenticare che il mondo
d’oggi è pieno di cose che uccidono e mutilano più
di quanto non lo sia mai stato, dobbiamo tener pre­
sente che questo è solo un elemento del problema.
L’ordine pubblico è diffìcile da mantenere? Evi­
dentem ente, i governi e le imprese pensano di sì.

98
Dal 1971 a oggi, le dimensioni delle forze di polizia
in Gran Bretagna sono cresciute del 35 per cento; e,
alla fine del secolo, per ogni diecimila cittadini c’e­
rano trentaquattro agenti di polizia, contro i 24,4 di
tren t’anni prim a (un aum ento di più del 40 per
cento). E questi dati non tengono conto del mezzo
milione di persone che, stando alle stime, lavorano
nell’industria della sicurezza come guardie e simili,
un settore dell’economia cresciuto esponenzial­
mente nel corso degli ultimi trent’anni, da quando
la Securicor, nel 1971, si giudicò abbastanza grande
da farsi quotare in Borsa. L’anno scorso, in questa
industria c’erano circa 2500 società. Come sapete,
la deindustrializzazione della Gran Bretagna ha
prodotto un gran num ero di uom ini robusti per i
quali un lavoro da guardia giurata è uno dei pochi
tipi di impiego disponibili. Si potrebbe dire che un
giorno l’economia, anziché essere basata sul pre­
starsi servizi a vicenda, potrebbe ritrovarsi a essere
fondata sul lavoro di una massa di persone im pe­
gnate a controllarsi a vicenda.
E la crescita non riguarda solo la m anodopera,
ma anche la forza dispiegata. Oggi gli specialisti nel
controllo della folla possono contare su quattro
principali tipi di strumenti per affrontare le manife­
stazioni sgradite: sostanze chimiche (per esempio,
gas lacrimogeni), strumenti «cinetici» come pistole
antisommossa e proiettili di gomma, cannoni ad

99
acqua e tecnologie di stordimento. Ecco un elenco
di Paesi che illustra la varietà di mezzi adottati per il
controllo delle folle riottose, da quelli tradizionali a
quelli più moderni: la Norvegia non usa nessuno
dei quattro tipi di strum enti indicati; la Finlandia,
l’O landa, l’India e l’Italia ne utilizzano solo uno,
ossia le sostanze chimiche; la Danimarca, l’Irlanda,
la Russia, la Spagna, il Canada e l’Australia ne usano
due; e il Belgio e i pezzi grossi - gli Stati U niti, la
Germania, la Francia e il Regno Unito - , più la pic­
cola Austria, si tengono pronti a servirsi di tu tti e
quattro. Evidentemente, la Gran Bretagna, che un
tempo andava fiera del fatto che i suoi poliziotti gi­
rassero completamente disarmati, non vive più nel
tranquillo m ondo della Norvegia o della Finlandia.
Com e sono avvenuti questi sviluppi? Io penso
che abbiano iniziato a verificarsi due cose. La prima
è l’inverso di ciò che N orbert Elias ha analizzato in
un’opera intitolata IIprocesso di civilizzazione (trad.
it. Il M ulino, Bologna 1996), ossia la trasform a­
zione del comportamento pubblico in Occidente a
partire dal Medioevo; esso si fece progressivamente
meno violento, più «educato», più riguardoso, dap­
prim a all’interno di un’élite ristretta, poi su scala
più ampia. M a oggi le cose non stanno più così.
O rm ai siamo talm ente abituati ad atteggiam enti
come bestemmiare in pubblico, o usare un linguag­
gio deliberatamente crudo e offensivo, che è diffi­
cile ricordarsi di come questo sia un fenomeno rela­
tivamente recente. Bestemmiare, naturalmente, era
una cosa già da tem po com une tra i gruppi di m a­
schi, come i soldati, che si specializzavano in attività
crude e brutali (anche se penso che nessun esercito
occidentale possa vantare tu tta la gamma di osce­
nità di quello russo). Tuttavia, quando mi congedai
dall’esercito al termine dell’ultima guerra, dove mi
ero im battuto per la prim a volta in questa pratica,
ritornai in un m ondo più educato. Le donne non
usavano quasi mai questo genere di linguaggio, che
iniziò a diventare una pratica sociale generale solo
negli anni Sessanta. Come forse vi ricorderete, fu in
quel decennio che il termine «fottere» ( tofuck) fece
il suo ingresso nella cultura generale stam pata in
Gran Bretagna; comparve per la prima volta in un
dizionario britannico nel 1965, e in uno americano
n e ll 969.1
Allo stesso tempo, le convenzioni e le regole so­
ciali tradizionali si sono indebolite. Per esempio,
sembra chiaro che lo sproporzionato aumento della
delinquenza giovanile (in riferimento a soggetti tra
i quattordici e i vent’anni di età) è iniziato nella se­
conda metà degli anni Sessanta. Spinti dal testoste­
rone e dall’impulso maschile di autoaffermazione, i
giovani sono sempre stati scalmanati, soprattutto se
organizzati in gruppi, una cosa che veniva ideal­
mente tenuta entro i limiti tollerandola in partico­

i o I
lari occasioni. Ciò valeva anche per i giovani membri
beneducati del Drones Club di P. G. Wodehouse. Se
ricordate, la loro propensione a far cadere gli el­
m etti ai poliziotti durante le gare di regata portò
Bertie W ooster nella prigione di Vine Street. M a
non è solo l’erosione delle convenzioni e delle re­
gole sociali, ma anche quella delle convenzioni e dei
rapporti all’interno della famiglia che ha trasfor­
mato i giovani in ciò che i vittoriani avrebbero chia­
mato «le classi pericolose». N on mi soffermerò ulte­
riorm ente su questo fenom eno, o sul processo di
barbarizzazione di più lungo termine che ha preso
piede nel XX secolo e che ha condotto alla scanda­
losa situazione in cui degli ideologi occidentali
danno di fatto una giustificazione intellettuale alla
tortura; ma, naturalmente, lo sfondo è questo.
Il secondo fenom eno, più diretto, è a sua volta
iniziato verso la fine degli anni Sessanta. Si tratta
della crisi di quel tipo di Stato in cui tu tti noi ci
siamo abituati a vivere neH’ultimo secolo: lo Stato-
nazione territoriale. Prima di quel punto di svolta,
per duecentocinquanta anni lo Stato aveva conti­
nuato a incrementare il proprio potere, le proprie
risorse, il suo ambito di attività e la sua conoscenza e
il suo controllo su quanto accadeva sul territorio.
Q uesto sviluppo era indipendente dalla politica e
dall’ideologia: avveniva tanto negli Stati liberali
quanto in quelli conservatori, tanto in quelli fascisti
quanto in quelli comunisti. Esso raggiunse l’apice
nei decenni aurei dello Stato assistenziale e dell’eco­
nom ia mista, dopo la Seconda guerra m ondiale.
M a tu tto ciò si basava sulla precedente asserzione
del prim ato della legge e dei tribunali dello Stato
sulle altre leggi (per esempio, le leggi religiose o
quelle consuetudinarie). La stessa considerazione
vale anche riguardo al monopolio statale della forza
armata. Nel corso del XIX secolo, la maggior parte
degli Stati occidentali vietò il porto delle armi e il
loro uso (fatta eccezione per lo sport) a tutti i citta­
dini, consentendoli solo agli agenti pubblici, e
proibì anche, alla fine, i duelli della nobiltà. (Sotto
questo aspetto, gli Stati U niti costituiscono un’ec­
cezione fra i Paesi industrializzati, così come è
un’eccezione la crescita del tasso di omicidi in essi
registrata nel corso degli ultimi due secoli, a fronte
di una sua diminuzione in Europa.)2In Gran Breta­
gna, le convenzioni misero anche al bando l’uso di
pugnali e coltelli nei com battim enti privati in
quanto «non conforme al carattere inglese», e ven­
nero introdotte delle regole per il fare a pugni (le re­
gole di Queensberry). In condizioni di stabilità so­
ciale, persino gli agenti del potere ufficiale giravano
in pubblico disarmati. Nel Regno U nito, i poli­
ziotti andavano in giro armati soltanto in Irlanda,
dato che si trattava di una regione potenzialmente
insurrezionale, ma non in Inghilterra. Marce di

I 03
protesta, sommosse e rivolte pubbliche vennero
sempre più istituzionalizzate, ossia ridotte a sem­
plici dimostrazioni, attraverso una precedente ne­
goziazione con la polizia. Il sindaco di Londra Ken
Livingstone ha appena ricordato ai cinesi che ciò è
quanto avviene sia in Hyde Park sia a Trafalgar
Square fin dall’epoca vittoriana. Ciò valeva anche
in quei Paesi che riteniam o abbiano una propen­
sione per la violenza di strada, come la Francia, per
quanto fossero incendiari gli slogan delle dimostra­
zioni di massa.3 È per questo motivo che la grande
rivolta studentesca parigina del 1968 non fece pra­
ticam ente nessuna vittim a, da entram be le parti.
Questa stessa considerazione vale anche a proposito
delle recenti mobilitazioni che hanno fatto fallire la
nuova legge francese sull’occupazione giovanile.
C ’è però anche un altro elemento che concorre a
questo indebolimento dello Stato: la lealtà dei citta­
dini nei confronti dello Stato stesso e la loro dispo­
nibilità a fare ciò che esso vuole da loro si stanno
erodendo. Le due guerre m ondiali vennero com ­
battute dai Paesi belligeranti con eserciti di leva,
ossia con cittadini sotto le armi che erano pronti a
uccidere e a morire a milioni «per la patria», come si
suol dire. Oggi non è più così. D ubito che qualun­
que governo che dia ai cittadini la facoltà di sce­
gliere in proposito, e diversi di quelli che non la
danno, potrebbe ancora ottenere un risultato del
genere; di certo non gli Stati Uniti, che hanno abo­
lito il servizio militare generale dopo la guerra del
V ietnam . M a in un m odo meno marcato queste
considerazioni si applicano anche alla disponibilità
dei cittadini a obbedire alla legge, vale a dire alla
loro percezione della giustificazione morale della
legge. Se noi riteniamo che una legge sia legittima,
siamo piuttosto inclini a rispettarla. Per esempio,
noi crediamo che gli incontri di calcio richiedano
giustam ente la presenza di arbitri e guardalinee, e
confidiamo che essi eserciteranno le loro legittime
funzioni. Senza questa fiducia, quanta forza sa­
rebbe necessaria per portare e m antenere l’ordine
sul campo? M olti autom obilisti non accettano la
giustificazione morale degli autovelox e non si
fanno quindi nessuno scrupolo ad aggirarli. Se riu­
scite a farla franca con il contrabbando, nessuno
penserà troppo male di voi. Quando la legge manca
di legittim ità e il suo rispetto dipende soprattutto
dalla paura di essere presi e puniti, m antenerla è
molto più difficile, per non parlare di quanto sia più
costoso. Penso che ci siano pochi dubbi sul fatto che
oggi, per una varietà di ragioni, i cittadini sono
meno propensi a rispettare la legge o le convenzioni
inform ali del com portam ento sociale di quanto
non lo fossero in passato.
Inoltre, la globalizzazione, la forte crescita della
mobilità e la rimozione su vasta scala di efficaci con-

105
1

trolli di frontiera in Europa e altrove hanno reso


sempre più difficile per i governi il controllo su che
cosa entra o esce dal loro territorio, e su che cosa av­
viene nel suo interno. È tecnicamente impossibile
controllare più di una minuscola frazione del con­
tenuto dei container che entrano o escono dai n o­
stri porti senza condurre quasi alla paralisi il ritmo
della vita economica quotidiana. I traffici illeciti
stanno sfruttando al massimo questo vantaggio,
così come hanno saputo approfittare dell’incapa­
cità degli Stati di controllare, o anche solo m onito­
rare, le transazioni finanziarie internazionali. Lo
studio più recente su questo fenomeno, il libro di
Moisés Nai'm Illecito (M ondadori, M ilano 2006),
lo dice chiaramente: «Nella lotta contro il commer­
cio illecito globale, i governi stanno avendo la peg­
gio [...] N on c’è semplicemente nulla che lasci pre­
sagire un im m inente rovescio di fortuna per le m i­
riadi di reti [...] di traffici illeciti».
Tutto ciò ha pesantemente ridotto i poteri degli
Stati e dei governi nel corso degli ultimi trend anni.
In casi estremi, essi possono anche perdere il con­
trollo di parte dei loro territori. Nel 2004, la Cia ha
identificato cinquanta regioni sparse per il m ondo
sulle quali il controllo governativo è scarso o del
tutto inesistente. «Ma», per citare ancora il libro di
Nafm sull’econom ia illegale, «di fatto è oggi raro
trovare un Paese che non abbia qualche sacca di ille­

1 06
galità ben integrata nelle più ampie reti globali.»4 In
casi meno estremi, è possibile che degli Stati altri­
m enti stabili e prosperi come il Regno U nito e la
Spagna vivano per decenni con piccoli gruppi ar­
mati sui loro territori senza che i loro governi siano
in grado di eliminarli totalmente. E ciò nonostante
l’evidente fatto che le nostre informazioni sul Paese
e la popolazione sono oggi di gran lunga superiori
rispetto al passato. Anche se la capacità tecnologica
delle autorità pubbliche di tenere un occhio sui loro
abitanti, di ascoltare le loro conversazioni, di leg­
gere le loro e-mail e, in Gran Bretagna, di osservarli
attraverso innumerevoli telecamere a circuito
chiuso è oggi superiore a quella di qualunque go­
verno del passato, è del tutto possibile che gli organi
competenti sappiano meno cose dei loro predeces­
sori sull’identità e il numero degli individui che si
trovano di fatto sul loro territorio in un qualsiasi
mom ento, su dove vivono e su che cosa stanno fa­
cendo. Oggi le persone che organizzano i censi­
m enti sono m olto meno sicure della validità delle
inform azioni raccolte di quanto non lo fossero ai
tempi di Giorgio V e Giorgio VI; e questa loro sfi­
ducia è ben motivata.
Tutto ciò spiega perché anche gli Stati ben fu n ­
zionanti si sono in qualche misura adattati a un li­
vello di violenza non ufficiale m olto più alto di
quello che si registrava in passato. Provate a pensare

107
all’Irlanda del N ord negli ultimi trentanni. Grazie
a una combinazione tra il ricorso alla forza e i taciti
accordi, è stato possibile m antenere il funziona­
mento del governo e la normalità della vita - inclusa
la possibilità di entrare e Uscire dalla provincia - no­
nostante una situazione di guerra civile strisciante.
In tutto il mondo, i ricchi si adattano alla minaccia
della violenza da parte dei poveri creando delle loro
com unità recintate, che in Gran Bretagna sono un
fenom eno piuttosto recente, visibile soprattutto
nelle aree portuali. Si dice che in Inghilterra esi­
stano un centinaio di queste comunità, nella mag­
gior parte dei casi piccole; ma questo è nulla in con­
fronto ai sette milioni di famiglie che vivono in que­
sti complessi fortificati negli Stati Uniti, più della
metà delle quali in comunità «dove l’accesso è con­
trollato da cancelli, codici d’ingresso, chiavi elettro­
niche e guardie giurate».5M an mano che i tempi si
fanno più violenti, questa tendenza è destinata a cre­
scere rapidamente, come può confermare chiunque
sia stato a Rio de Janeiro o a C ittà del Messico più
volte nel corso degli anni. M a si può fare qualcosa
per controllare la situazione?
Sorgono a questo punto due domande. In primo
luogo, è possibile controllare i nuovi problem i di
ordine pubblico in un’epoca di violenza? La rispo­
sta dev’essere positiva, anche se non è chiaro fino a
che punto. Il teppismo calcistico offre un esempio
di come sia possibile intervenire. Emerso come un
comune fenomeno di massa in Gran Bretagna negli
anni Sessanta, si diffuse quindi ampiamente in altri
Paesi. Raggiunse il picco negli anni O ttanta, con i
terribili incidenti di Bradford e le trentanove v it­
time allo stadio Heysel di Bruxelles durante la finale
della Coppa dei Cam pioni tra il Liverpool e la Ju ­
ventus. Si discusse molto sulla necessità di provve­
dimenti estremi, come - in Inghilterra - l’introdu­
zione obbligatoria delle carte d’identità, ma di fatto
da allora il teppism o calcistico nel Regno U nito è
stato ridotto di parecchio attraverso l’adozione di
misure più moderate. Tra queste ci sono alcuni
cambiamenti tecnici (come le telecamere a circuito
chiuso e gli stadi con un posto a sedere per ogni
spettatore), un’azione più intelligente e coordinata,
e l’adozione di tattiche di polizia più selettive (come
isolare gli hooligans noti anziché praticare un «con­
tenimento» generale di tutti i tifosi in trasferta al­
l’interno e all’esterno dello stadio). Inoltre, la poli­
zia è riuscita a concentrarsi meglio sugli incidenti
più seri, dato che il controllo dell’ordine all’interno
dello stadio è stato trasferito ai responsabili delle so­
cietà calcistiche. Tutto ciò è stato più costoso, molto
più costoso, in term ini sia di denaro sia di uom ini
impiegati. Per mantenere l’ordine durante gli Euro­
pei del 1996 in G ran Bretagna è stato necessario
schierare diecimila uomini; non ho avuto m odo di

1 09
vedere dei dati sul costo in denaro e in forza-lavoro
dei M ondiali del 2006 in Germania. M a il miglio­
ramento è stato raggiunto senza bisogno di adottare
quelle misure estreme che erano state suggerite in
passato. Per fare un altro esempio, oggi New York è
un posto molto più sicuro di quanto non lo fosse in
passato, come potranno confermare coloro che si
ricordano la New York sporca e veramente perico­
losa degli anni Settanta e Ottanta. Per quanto ciò sia
dovuto al sindaco Rudy Giuliani, anche questo ri­
sultato è stato ottenuto in gran parte attraverso dei
cam biam enti nelle tattiche di polizia (tolleranza
zero) più che non aumentando il già imponente ar­
senale di armi dei poliziotti newyorkesi.
C iò mi conduce alla seconda dom anda: qual è
l’equilibrio tra la forza e la persuasione o la fiducia
pubblica nel controllo dell’ordine pubblico? M an­
tenere l’ordine in un’epoca di violenza è sia più diffi­
cile sia più pericoloso, non ultimo per via delle forze
di polizia sempre più armate e tecnologizzate, che
nella maggior parte dei casi operano con equipag­
giamenti progettati per respingere gli attacchi fisici
e sembrano cavalieri medievali con scudi e arm a­
ture. I poliziotti sono tentati di vedersi come un
corpo di «guardiani» con conoscenze professionali
specifiche, separati (e criticati senza cognizione di
causa) dai politici, dai tribunali e dai media liberali.
Il m ondo odierno - e non solo fuori dall’Europa - è
pieno di servizi di polizia e di sicurezza convinti che,
per quanto in pubblico i governi e i media possano
dire il contrario, sia la forza (e, se necessario, la vio­
lenza), e non la sovranità della legge, ciò che per­
m ette di m antenere l’ordine, e che credono che
questa loro convinzione abbia perlomeno il tacito
appoggio sia del governo sia dell’opinione p u b ­
blica. In Gran Bretagna, dopo la tranquillità degli
anni C inquanta e Sessanta, la reazione iniziale di
fronte alla nuova situazione - con l’Ira, gli scioperi
dei minatori e le sommosse razziali - fu di dare il via
ai pestaggi, di diventare più aggressivi, persino
quasi-militari, anche nello stesso territorio inglese.
Il fatto di trovarsi ad affrontare i terroristi ha poi ul­
teriorm ente incoraggiato la militarizzazione della
polizia. La politica dello «sparare per uccidere» ha
già fatto diverse vittime innocenti che si sarebbero
potute evitare, come il brasiliano Jean Charles de
Menezes. Fortunatam ente, com unque, la G ran
Bretagna non si è ancora spinta tanto in là sulla
strada seguita nel continente fino al punto di creare
delle squadre armate speciali antisommossa, come
le Crs francesi (Compagnies Républicaines de Sé-
curité, Compagnie repubblicane di sicurezza).
D ’altro lato, due cose fanno parte della saggezza
di fondo della polizia. La prim a è che i poliziotti
non sono utopisti. Essi non stanno cercando di eli­
m inare com pletam ente il crimine; quest’ultim o
dev’essere semplicemente ridotto, controllato, te­
nuto alla larga dalla popolazione civile. Ciò fa sì che
i poliziotti rimangano scettici di fronte alle crociate
politiche, anche se a volte può anche indurre qual­
cuno di loro a lasciarsi corrompere. La seconda, an­
cora più rilevante, è che, nell’isolare e dare la caccia
ai «piantagrane», i poliziotti non dovrebbero inimi­
carsi quella popolazione il cui ordine pubblico va
protetto. Un dispiegam ento di forze eccessivo o
troppo scoperto, specialmente contro i gruppi, può
portare a inimicarsi, se non l’intera popolazione,
perlom eno quei grandi gruppi che si ritiene con­
tengano uno sproporzionato numero di criminali: i
neri, i giovani dei quartieri degradati, gli asiatici o
chiunque altro. Agendo in questo modo si moltipli­
cherebbero i pericoli per l’ordine pubblico. Un
buon esempio di come ciò possa accadere è dato
dalla sommossa del Carnevale di N otting Hill negli
anni Settanta, che fu scatenata da un’operazione di
«arresti e perquisizioni» eccessivamente indiscrimi­
nata da parte della polizia contro i borseggiatori,
vista dagli abitanti del luogo come un attacco raz­
ziale contro i neri. Si tratta di un pericolo concreto.
Ci sono pochi dubbi che, durante la sommossa di
Brixton del 1981, la polizia considerò tu tti i neri
come potenziali rivoltosi e venne a esacerbare le re­
lazioni con gli abitanti del luogo. Fortunatamente,
durante gli scontri in Irlanda del N ord le forze di
polizia in Inghilterra seppero in gran parte resistere
alla tentazione di considerare tu tti gli irlandesi
come potenziali membri dell’Ira. Il mantenim ento
dell’ordine pubblico, che si viva in un’epoca di vio­
lenza oppure no, dipende da un equilibrio tra la
forza, la fiducia e l’intelligenza.
In circostanze normali, a parte qualche occasio­
nale crisi, in Gran Bretagna è tutto sommato possi­
bile avere fiducia nell’equilibro realizzato sia dal go­
verno sia dalle forze dell’ordine. Dopo 1’11 settem­
bre, però, le circostanze non sono più state normali.
Siamo sommersi da un’ondata di retorica politica
sugli sconosciuti ma tremendi pericoli che vengono
dall’estero, sulle armi di distruzione di massa, sulla
cosiddetta «guerra contro il terrore» (un nome deci­
samente inappropriato) e sulla «difesa del nostro
stile di vita» contro dei non ben definiti nem ici
esterni e i loro agenti terroristici che si muovono in
mezzo a noi. Si tratta di una retorica studiata per far
accapponare la pelle dei cittadini più che non per
contribuire a combattere il terrore (con quali obiet­
tivi politici, lascio a voi il compito di dedurlo). Far
accapponare la pelle o creare il panico è infatti pre­
cisamente quel fine che i terroristi si sforzano di rea­
lizzare. Il loro obiettivo politico non è raggiunto
dalle uccisioni in quanto tali, ma dalla pubblicità
data a queste uccisioni, che demoralizza i cittadini.
Nel periodo in cui la Gran Bretagna doveva reai-
m ente affrontare un continuo problem a terrori­
stico, ossia le operazioni dell’Ira, la regola fonda-
mentale adottata dalle autorità impegnate a com­
battere il terrore era di non dare a tali operazioni
nessuna pubblicità, se possibile, o di dare risalto alle
contromisure.
Cerchiamo quindi di toglierci dalla mente questa
spazzatura retorica. La cosiddetta «guerra contro il
terrore» non è una guerra se non in quel senso me­
taforico che usiamo quando parliamo della «guerra
contro la droga» o della «guerra tra i sessi». «Il ne­
mico» non è in una posizione tale da poterci scon­
fìggere, o nem m eno da poterci arrecare un grave
danno. Una recente indagine sul terrorismo globale
nel 2005 condotta dal dipartimento di Stato ameri­
cano elenca - om ettendo l’Iraq, dove c’è una vera
guerra —7500 «attacchi terroristici» in tu tto il
mondo con un totale di 6600 morti, cosa che lascia
intendere che la maggior parte di questi attacchi
sono stati dei fallimenti. Ci troviamo di fronte a ter­
roristi organizzati in piccoli gruppi come quelli a
cui siamo già da tempo abituati, con solo due inno­
vazioni significative. A differenza dei terroristi pre­
cedenti, essi sono pronti a compiere massacri indi-
scrim inati (e, anzi, forse il loro intento è proprio
quello di compierli). D i fatto, finora hanno com ­
piuto una strage con migliaia di vittim e, qualche
altra in cui hanno ucciso centinaia di persone, e
molte altre in cui i morti sono stati nell’ordine delle
decine. L’altra novità è data dalla spaventosa inno­
vazione storica costituita dalla figura dell’attenta­
tore suicida. Q ueste innovazioni sono piuttosto
serie, specialmente nell’era di internet e dell’acces­
sibilità generale di piccoli strumenti portatili dall’e­
norme potenziale distruttivo. N on sto negando che
questa rappresenti una minaccia più seria di quella
delle precedenti forme di terrorismo, e che giusti­
fica gli sforzi eccezionali com piuti dalle persone il
cui lavoro è combatterla. Ma, lasciate che mi ripeta,
essa non è - e non si trasformerà in - una guerra. È,
sostanzialmente, un problem a m olto serio di o r­
dinepubblico.
M a la sicurezza pubblica, ciò che le persone inten­
dono con «legge e ordine», è essenzialmente salva-
guardata dalle istituzioni e dalle autorità civili del
tem po di pace, inclusa la polizia. Le istituzioni di
guerra - ossia principalmente le forze armate - sono
mobilitate solo in situazioni di guerra e nelle raris­
sime occasioni in cui i servizi civili vengono meno.
Anche in situazioni di guerra parziale, come nell’Ir-
landa del Nord, la lunga esperienza ci ha insegnato i
pericoli politici del mantenere l’ordine pubblico
con i soldati, senza una forza di polizia regolare sepa­
rata dall’esercito. Nonostante tutto il parlare di ter­
rorismo, nessun Paese dell’Unione Europea si trova
(o è probabile che si troverà) in guerra, e nessun
Paese dell’U nione Europea ha un tessuto sociale e
politico talmente fragile da poter essere gravemente
destabilizzato da piccoli gruppi di attivisti. L’o­
dierna fase del terrorismo internazionale è più seria
di quanto non lo siano stati i m ovim enti simili in
passato, perché si tratta di un terrorismo capace di
compiere stragi e deliberatamente indiscriminato,
ma non è un agente politico o strategico. Direi che è
meno pericoloso dell’epidemia di assassini politici
scoppiata a partire dagli anni Settanta, che non ha
attirato molto l’attenzione dei media perché non ha
toccato la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Anche 1’11
settembre non ha paralizzato N ew York per più di
poche ore, ed è stato affrontato in m odo rapido ed
efficiente dai normali servizi civili.
Il terrorismo richiede sforzi speciali, ma è impor­
tante non perderci sopra la testa. In teoria, un Paese
che non ha mai perso del tu tto la calma durante
tren tan n i di disordini irlandesi non dovrebbe per­
derla ora. In pratica, il vero pericolo del terrorismo
non è quello costituito da qualche pugno di fanatici
anonim i, ma quello che nasce dalla paura irrazio­
nale che le loro attività provocano, una paura che
oggi viene incoraggiata sia dai media sia da governi
insensati. Q uesto è uno dei maggiori pericoli del
nostro tempo, un pericolo senz’altro più grande di
quello di alcuni piccoli gruppi terroristici.
N o te

1. N azioni e nazionalismo nel nuovo secolo


1. Soprattutto Ernest Gellner, N ations an dN ation alism ,
Oxford 1983 (trad. it. N a zio n i e nazionalism o, Edi­
tori Riuniti, Roma 1997); Benedict Anderson, Im a-
g in e d C om m u n ities: Reflexions on th è O rig in i a n d
S preadofN ation alism , Londra 1983 (trad. it. C om u­
n ità im m aginate. O rig in i efo rtu n a d e l nazionalism o,
Manifestolibri, Roma 2005); e A. D. Smith, Theories
o f N a tio n a lism , Londra 1983. Si veda anche Eric
Hobsbawm, N a tio n s a n d N a tio n a lism Since 1 7 8 0 ,
Cambridge 1990 (trad. it. N a z io n i e n azion alism i,
Einaudi, Torino 2002).
2. Angus Maddison, The W orldEconomy: A M ille n n ia l
Perspective, O E C D Development Centre, Parigi
2001, p. 128 (trad. it. L ’e conomia m ondiale: una p ro ­
spettiva millenaria, Giuffrè, Milano 2005).
3. ElPais, 13 gennaio 2004, p. 11.
4. S ta lk er’s G uide to In te rn a tio n a lM ig ra tio n , tabella 5,
«Developing Country Remittance Receivers», 2001 ;
http://pstalker.com/migration/mg_stats_5-htm.

117
v:http://money.cnn.com/2004/10/08/real_estate/
mil_life/twopassports/.
6. Benedict Anderson, The Spectre ofCom parisons: N a -
tionalism , Southeast A sia a n d thè World, Londra-New
York 1998, pp. 69-71.
7. Pierre Brochand, «Economie, diplomatie et foot­
ball», in Pascal Boniface (a cura di), G éopolitique du
Football, Bruxelles 1998, p. 78 (trad. it. La terra è ro­
tonda come un pallone. G eopolitica d el calcio, Il Mino­
tauro, Roma 2004).
8. Università di Leicester, Centro per la sociologia dello
sport, Bollettino d’informazione n. 16: TheBosm an
Ruling: F ootball Transfert andForeign Footballers, Lei­
cester 2002.
9. Tra le diciotto società che cercavano di creare una
«Super Lega» europea ce n’erano tre inglesi, tre ita­
liane, tre spagnole, tre tedesche, tre francesi, due dei
Paesi Bassi e una portoghese. Andrebbe notato che
anche tra le società delle leghe europee piti piccole
c’era un movimento simile in favore di una «Lega
Atlantica».
10. Cfr. David Goldblatt, The B a ll Is R ou n d : A G lobal
H istory o f F ootball Londra 2006, pp. 777-9. Si veda
anche «Futbol, Futebol, Soccer: Football in thè Ame-
ricas», Convegno dell’Istituto per gli studi sull’Ame-
rica latina, Londra, 30-31 ottobre 2003;
http: //www.sas.ac. u k l ilas/sem_football.htm .
11. Eric Hobsbawm, N ation s a n dN ation alism , edizione
Canto, p. 142.
2. Le prospettive della democrazia
1. JohnD unn, T h eC unningofU nreason :M akingSense
ofPolitics, Londra 2000, p. 210.
2. Herbert Tingsten, P o litic a i B ehaviour: S tu dies in
Election Statistics, Londra 1937, pp. 225-6; Seymour
Martin Lipset, P oliticai M an: The Social Bases ofP o li­
tics, edizione economica, New York 1963, pp. 227-9
(trad. it. L ’uomo e la politica: le basi sociali della p o li­
tica, Edizioni di Comunità, Milano 1963).
3. Prospect, agosto-settembre 1999, p. 57.
4. In tern ation alH erald Tribune, 2 ottobre 2000, p. 13.
5. Ibid.

3. Terrorismo
1. Mi attengo a quanto riportato in Lawrence Wright,
TheLoom ingTower, Londra2006, pp. 123-5,174-5
(trad. it. A l l ’o m bra delle Torri, Adelphi, Milano 2007).
2. Carlos Ivan Degregori et al., Tiempos d e I r a y A m or:
Nuevos actorespara viejosproblemas, Lima 1990, è un
eccellente testo sul fenomeno di «Sendero Luminoso».
3. M artin Pollack, D e r Tote im Bunker. B erich t iib er
meinen Vater, Zsolnay Verlag, Vienna 2004 (trad. it.
I l m orto nel bunker: inchiesta su m io padre, Bollati Bo-
ringhieri, Torino 2007), sulla vita e la carriera di un
alto ufficiale delle SS.
4. Juan Carlos Marln, Los Hechos A rm ados: A rgen tin a
1 9 7 3 -7 6 , Buenos Aires 1996, p. 106, tabella 8.
5. Seguo il discorso sviluppato da Diego Gambetta, ba­
sato sui materiali raccolti in Gam betta (a cura di),
M akingSense o f SuicideM issions, Oxford 2005.
6. Gambetta, op.cit.,p. 260.
7. Gambetta, op. cit., p. 270.
8. Wright, op. cit., p. 301.
9. Gambetta, op. cit., pp. 327-8.

4. Lordine pubblico in un epoca d i violenza


1. Online Etymology Dictionary (http://www.ety-
monline.com/).
2. Eric Monkkonen, «Explaining American Exceptio-
nalism», in A m erican Historiceli R eview III, n. 1, feb­
braio 2006.
3. DanielleTartakowsky, L ep o u vo irestd a n s la rue: C rì-
sespolitiques et m anifestations en France, Parigi 1998,
«Conclusione in particolare p. 228.
4. Moisés Nafm, Illicit, New York 2005 (trad. it. Ille­
cito. C om e traffican ti, fa lsa ri e m afie in te rn a zio n a li
stanno p ren d en d o i l controllo d e ll’econom ia globale,
Mondadori, Milano 2006).
5. Chris E. McGooey, «Gated Communities: Access Con­
trol Issues» (http://www.crimedoctor.com/gated.htm)
In d ic e
Prefazione 9

1. Nazioni e nazionalismo nel nuovo secolo 27

2. Le prospettive della democrazia 43

3. Terrorismo 71

4. L’ordine pubblico in un’epoca di violenza 96

Note 117
Finito d i stampare
nel mese d i ottobre2 0 0 7 presso
Veneta S.p.A. - Via Padova, 2 - Trebaselegbe (PD)

Printed in Italy