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* F R A M M E N T I *

Palermo fastosissima
Palermo University Press / Palermo - Dicembre 2016
© New Digital Frontiers S.R.L.
www.unipapress.it
ISBN 978-88-99934-13-2
PALERMO FASTOSISSIMA
Cerimonie cittadine in età spagnola

Nicoletta Bazzano

Collana FRAMMENTI - Vol. 2


Ad Anna Bazzano,
ad Annalisa e Peppe Messina,
palermitani ovunque vivano
PREMESSA
di Fabrizio Micari
Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Palermo

Il lancio dei tocchi nel piano della cattedrale ha concluso la cerimonia della
proclamazione dei laureati della sessione autunnale del 2016 dell’ateneo pa-
lermitano. Un cerimoniale gioioso che ha contribuito a rafforzare l’identità
e l’appartenenza dei nostri studenti non solo con l’Ateneo ma anche con
la città. L’Ateneo palermitano, d’altronde, è stato sempre in simbiosi con
la città costruendo insieme un progetto culturale articolato i cui momenti
forti sono stati non solo l’apertura dello Studio 210 anni fa, ma anche lo
sviluppo delle facoltà scientifiche con la creazione nel 1881 di un Consorzio
con il Comune e la Provincia di Palermo i cui finanziamenti servirono a
fondare le Scuole di applicazione degli ingegneri e delle miniere.

La sintonia tra la città e il suo Ateneo affonda le sue radici in tempi molto
lontani prima ancora dell’atto formale di fondazione del 1806. La trauma-
tica espulsione dalla Sicilia dei Gesuiti, avvenuta nel novembre del 1767,
pose l’esigenza di ripensare a un nuovo modello dell’organizzazione degli
studi superiori in Sicilia. In quello stesso anno l’economista Genovesi pro-
poneva al ministro Tanucci un piano per la costituenda Accademia degli
Studi di Palermo affermando la necessità che si creassero «cattedre di cose
accanto a e più di quelle delle parole introducendo la storia universale, la

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trigonometria, la geografia, la geometria, il disegno, l’architettura e l’agri-
coltura seguendo l’esempio dell’Università di Padova». Inizia da queste ri-
flessioni un percorso, condiviso con i più avveduti intellettuali siciliani e
palermitani, che vide impegnata la Deputazione dei Regi Studi di Sicilia ad
attivare: L’Accademia degli Studi (poi Università degli studi); una Libre-
ria; una stamperia; un collegio dove accogliere allievi da tutto il Regno per
avviarli agli studi superiori.

I passati successi non devono farci dimenticare il presente e in quest’anno


il governo dell’Ateneo ha portato avanti un complesso e articolato progetto
comunicativo e culturale con l’obiettivo di riaffermare il ruolo della nostra
Università come struttura culturale e formativa portante del Territorio. Ce-
rimonie come quelle del Graduation Day rispondono all’esigenza di creare
le condizioni per consolidare nei nostri allievi un forte senso di apparte-
nenza che è stata ulteriormente rafforzata con l’iniziativa delle Olimpiadi
studentesche che, con la collaborazione del CUS, ha coinvolto ancora una
volta la città.

La scelta di fare riferimento sia per il Graduation Day sia per le olimpiadi
Universitarie all’asse viario che attraversa Palermo da Porta Nuova a porta
Felice – il Cassaro o meglio via Vittorio Emanuele -- risponde alla neces-
sità di realizzare un momento di confronto e di coinvolgimento di tutta la
città. Per Palermo, città capitale, questa strada ha sempre rappresentato lo
scenario ideale per la raffigurazione dei principali avvenimenti che hanno
segnato la vita della città nella sua ampia accezione, quindi percorrerlo in
corteo o con una corsa podistica non competitiva vuole essere un ulteriore
modo di segnare la volontà che la cerimonialità diventi momento costrutti-
vo per un progetto nel quale le energie intellettuali e morali dei neo laureati
e degli studenti siano il motore della nuova società.

La Palermo University Press ha voluto dedicare un volumetto della sua


collana “frammenti” proprio alla ricostruzione della cerimonialità legata
all’ingresso dei viceré e quelle connesse alla Palermo sacra e profana: dallo
spettacolo della morte alla processione di Santa Rosalia. Il volume dal titolo
“Palermo fastosissima Cerimonie cittadine in età spagnola” di Nicoletta
Bazzano introduce «il lettore alla conoscenza della Palermo spagnola se-
guendo i percorsi cerimoniali, sia laici che religiosi, elaborati in un’epoca
particolarmente importante per la storia della città, capitale di uno dei re-

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gni della Monarchia su cui non tramontava mai il sole. Si potrà scoprire
il volto di una Palermo inedita: quello di una capitale di frontiera, sede di
una vera e propria corte, pienamente partecipe dei fasti culturali, artistici e
politici dell’età barocca in Europa».

Regole ferree hanno sempre governato la cerimonialità delle diverse rap-


presentazioni degli avvenimenti che hanno scandito la vita di Palermo e
del Regno nei secoli. I cortei, le luminarie, la gerarchia della composizione
del corteo, sono disciplinati dalle istruzioni del Protonotaro, geloso custode
delle precedenze intese non come pura esteriorità bensì come una fedele
rappresentazione del complesso scenario dei protagonisti dello specifico mo-
mento storico. L’ordine delle precedenze, lo spazio utilizzato e la scansione
dei momenti della comunicazione da parte dei protagonisti della specifica
cerimonia sono fondamentali per leggere il progetto che sta dietro quel-
la particolare cerimonia. L’utilizzazione degli spazi, l’individuazione del
luogo di partenza e di arrivo del corteo, la sequenza delle tappe che i prota-
gonisti dell’avvenimento rispetteranno e i loro interventi, scandiscono una
cerimonialità che è anche comunicazione di un progetto, di un programma,
degli obiettivi che si vorrebbero perseguire. La possiamo paragonare a una
vera e propria rappresentazione multimediale dove luci (le luminarie), suo-
ni (gli spari dei mortaretti e gli accordi delle orchestre o la voce delle trom-
be), vesti di gala si fondono in un unicum, in un messaggio indirizzato non
solo ai palermitani ma a tutto il Regno.

Palermo, Steri, 29 ottobre 2016

- IX -
Nicoletta Bazzano

PALERMO FASTOSISSIMA
Cerimonie cittadine in età spagnola
INDICE

Introduzione
Palermo cerimoniale,
città dell’Europa rinascimentale e barocca 5

1. Arriva il viceré 13
Porta Felice: la nave in porto 15
La Fontana Pretoria: essere viceregine 21
Piazza Bologni: le magistrature siciliane 25
La Cattedrale: i limiti del potere del viceré 29
Palazzo Reale: il viceré dà udienza 32

2. Palermo profana 39
La Galleria di Palazzo: l’aristocrazia al ballo 41
I Quattro Canti: le feste di piazza 46
Da Palazzo Ajutamicristo a Piazza Marina:
cavalli e cavalieri 52
Il Piano di Palazzo:
festeggiamenti senza festeggiati 57
L’Oratorio dei Bianchi: lo spettacolo della morte 61

3. Palermo sacra 67
Da Santa Maria dell’Annunziata a
Santa Maria dell’Itria: l’Atto della Pinta 69
La Strada Colonna: Cristina, Ninfa,
Agata e Oliva patrone di Palermo 71
Il Cassaro: il trionfo di Santa Rosalia 77
Lo Steri: i lugubri roghi dell’Inquisizione 81

4. Epilogo 95
Il viceré lascia Palermo 95
Introduzione

- Palermo cerimoniale,
città dell’Europa rinascimentale e barocca -

Nella prima metà del Cinquecento, in diversi stati europei prende


avvio il processo di stabilizzazione delle corti dei sovrani; sorgono
così le città capitali, sedi delle principali istituzioni. Particolarmente
interessante è il caso di Palermo. Per gran parte dell’età moderna –
fino alla rivolta del 1674 – Palermo, pur essendo la città dominante
dell’isola, deve condividere con la rivale Messina il ruolo di sede
della corte e quindi di capitale del Regno. Il dovere dell’alternanza
che obbligherebbe il viceré, rappresentante del sovrano che vive a

-5-
Madrid, a trascorrere metà del suo mandato nella città dello Stret-
to, è tuttavia spesso e volentieri disatteso a favore della città della
Conca d’Oro. Per tutto il Cinque e il Seicento, quindi, continui can-
tieri contribuiscono a rendere sempre più spettacolare l’aspetto di
Palermo, città viceregia. La ricchezza dell’isola, grande esportatrice
di grano e di altre derrate agricole, e la sua posizione geografica, al
centro del Mediterraneo, avamposto cristiano verso il mondo mu-
sulmano e al contempo crocevia di civiltà, assicurano alla città opu-
lenza e partecipazione alle vicende culturali europee: un insieme
di condizioni che rendono possibile a Palermo una riqualificazione
esemplare dello spazio urbano1.
Le vicissitudini successive hanno fatto sì che l’impianto urbani-
stico della città rinascimentale e barocca, sviluppatasi dentro le an-
tiche mura quadrangolari, sia rimasto quasi intatto. Ciò ci consente,

1
Per inquadrare la tematica relativa allo sviluppo urbano fra Cinque e Seicento
punti di partenza possono essere Le città capitali, a cura di C. De Seta, Roma-
Bari, Laterza, 1998; C. De Seta, La città europea. Origini sviluppo e crisi della
società urbana in età moderna e contemporanea, Milano, Il Saggiatore, 1996;
M. Fantoni, Il potere dello spazio. Principi e città nell’Italia dei secoli XV-XVII,
Roma, Bulzoni, 2002; a Palermo, in particolare, è dedicato E. Guidoni, L’arte di
costruire una capitale. Istituzioni e progetti a Palermo nel Cinquecento, in Storia
dell’arte italiana, vol. XII, Torino, Einaudi, 1983, pp. 265-297; si veda poi V.
Vigiano, L’esercizio della politica. La città di Palermo nel Cinquecento, Roma,
Viella, 2004; sulla rivalità con Messina si veda F. Benigno, La questione della
capitale: lotta politica e rappresentanza degli interessi nella Sicilia del Seicento,
in «Società e storia», 47, 1990, pp. 27-63; sulla Sicilia in età moderna, studiata
nell’ultimo trentennio da molteplici punti di vista, testo di riferimento rimane
G. Giarrizzo, La Sicilia dal Cinquecento all’Unità d’Italia, in V. D’Alessandro
e G. Giarrizzo, La Sicilia dal Vespro all’Unità d’Italia, Torino, Utet, 1989, pp.
99-793; più attento alle dinamiche economiche e produttive è O. Cancila, Baroni
e popolo nella Sicilia del grano, Palermo, Palumbo, 1983; si veda poi H. G.
Koenigsberger, L’esercizio dell’impero, Palermo, Sellerio, 1997 (I ed. London
1951). Interessanti riflessioni su questo testo possono essere rintracciate in P.
Fernandez Albaladejo, Repensar el Imperio, epilogo a H.G. Koenigsberger, La
práctica del Imperio, Madrid, Alianza, 1969, e in O. Raggio, Visto dalla periferia.
Formazioni politiche di antico regime e Stato moderno, in Storia d’Europa, vol.
IV, L’età moderna. Secoli XVI-XVIII, a cura di M. Aymard, Torino, Einaudi,
1995, pp. 483-527.

-6-
ancora oggi, di seguire i passi di quanti – ricchi e poveri, patrizi e
plebei, nobili e straccioni, religiosi, gentildonne, saltimbanchi, fun-
zionari, artigiani, prostitute – hanno camminato per la città, mera-
vigliati dai monumenti, sempre più numerosi e sempre più fastosi
man mano che il tempo progrediva.
Ancora oggi è possibile ripercorrere i percorsi tracciati dalle
cento cerimonie, sacre e profane, che si svolgevano in città e che
contribuivano con la loro magnificienza a renderla affascinante a
coloro che la visitavano e piacevole a coloro che vi vivevano. In età
moderna, infatti, non solo le festività religiose, ma tutti gli avve-
nimenti di un qualche rilievo venivano solennizzati con pubbliche
manifestazioni che coinvolgevano, direttamente o indirettamente,
l’intera cittadinanza. Liquidati nella riflessione storiografica ot-
to-novecentesca come momenti di frivolezza e di inutile dispen-
dio di risorse umane ed economiche, negli ultimi trent’anni feste
e cerimonie hanno con sempre maggiore intensità attirato l’atten-
zione degli studiosi di storia. Gli elementi che hanno condotto a
intensificare le ricerche sulla cerimonialità sono i più diversi. La
dissoluzione del paradigma del cosiddetto “Stato moderno”, inteso
come entità centralizzatrice e burocratica, a favore dell’analisi dei
comportamenti concreti degli attori storici ha sicuramente contri-
buito a orientare gli sguardi sulle pratiche politiche, sulle loro mo-
dalità comunicative e sui luoghi dove esse si dispiegano, primo fra
tutti la corte. Gli studiosi delle ultime generazioni hanno poi subito
una forte attrazione per le tematiche inerenti alla rappresentazione
del potere. In tale direzione ha esercitato notevole influenza il la-
voro del gruppo di antropologi riuniti nella cosiddetta “scuola di
Manchester” sotto la guida di Max Gluckman, che rintraccia nelle
pubbliche cerimonie il mezzo attraverso il quale si chiariscono i
ruoli sociali, in un ambiente in cui essi possono apparire confusi o
non chiaramente delineati. In questa prospettiva rituali e cerimonie
di antico regime costituiscono un’interessante pedagogia sociale,
sia perché durante il loro svolgimento rendono palesi le linee che si
confrontano nell’agone politico, sia perché – grazie alla produzio-

-7-
ne artigiana che stimolano – si rivelano redistributori di reddito e,
quindi, in ultima analisi, latori di consenso diffuso2.
Nel brulicare di umanità delle città cinque-seicentesche e, nel
caso in esame, di Palermo, il cerimoniale serve quindi a rendere
palesi le gerarchie sociali e le fortune politiche: il suo studio può
essere, pertanto, utilizzato come chiave privilegiata per la compren-
sione di una società per molti versi da noi assai lontana. A Palermo,
del resto, non mancano le fonti per poter intraprendere un cammino
affascinante: oltre ai Diari della città di Palermo, pubblicati a fine
Ottocento dall’infaticabile Gioacchino di Marzo nella Biblioteca
storica e letteraria di Sicilia, decine di altri scritti di studiosi come
Salvatore Salomone Marino, Giuseppe Pitré, Vincenzo Di Giovan-
ni, Fedele Pollaci Nuccio e molti altri consentono di attingere a un
patrimonio testuale ricchissimo; il Ceremoniale dei viceré edito una
trentina di anni fa, grazie all’impegno della Società siciliana per
la storia patria, è un testo narrativo, cronachistico, e non – come
generalmente si crede – normativo, che descrive la vita pubblica
nella città più importante del regno, e non solo. Non bisogna poi
dimenticare che l’Archivio comunale di Palermo custodisce un si-
gnificativo fondo di Cerimoniali del Senato, manoscritti che sono
un’autentica miniera, mentre la Biblioteca comunale conserva le
preziose carte del marchese di Villabianca. Infine esiste una miria-

2
La moltiplicazione degli studi in materia negli anni più vicini a noi rende quasi
impossibile la redazione di una bibliografia esaustiva sul tema. Guide opportune
sono sicuramente Rituals of Royalty. Power and Ceremonial in Traditional
Societies, a cura di D. Cannadine e S. Price, Cambridge, Cambridge University
Press, 1987 e M.A. Visceglia, La città rituale. Roma e le sue cerimonie in età
moderna, Roma, Viella, 2002. Una descrizione degli appuntamenti cerimoniali
siciliani è contenuta in G. Isgrò, Festa teatro rito nella storia di Sicilia, Palermo-
Caltanissetta-Catania, Vito Cavallotto editore, 1981; spunti interessanti su
Palermo e sull’interpretazione da dare al cerimoniale sono contenuti in F. Benigno,
Favoriti e ribelli. Stili della politica barocca, Roma, Bulzoni, 2011, pp. 121-
146, che discute anche dei diversi approcci al tema. Più recente, sostanzialmente
dedicato al protocollo e legato a schemi istituzionalisti, forse un po’ datati, è L.
De Nardi, Oltre il cerimoniale dei viceré. Le dinamiche istituzionali nella Sicilia
barocca, Padova, libreriauniversitaria.it edizioni, 2014.

-8-
de di scritti d’occasione, quasi libretti d’opera prodotti in ciascuna
circostanza, che tengono memoria di singoli avvenimenti e nota di
versi e prose: testi ricchi di simboli e metafore, composti e recitati
a commento degli apparati effimeri3. Il presente volumetto vuole
essere una guida per ripercorrere, grazie a queste fonti e alla bi-
bliografia che sul tema negli anni si è addensata, le vie di Palermo,
gli itinerari cerimoniali iscritti ancora sul tessuto di una città che
è sembrata per molti versi essere stata concepita come splendido
teatro festivo4. Queste pagine sono un tentativo di rendere loquaci
per i più gli innumerevoli testimoni di pietra che punteggiano il
tessuto urbano e che rischiano, senza un adeguato riconoscimento,
di diventare silenti.

La prima tappa per la realizzazione di questo lavoro è stata una


relazione al simposio Eine Monarchie der Höfe. Der vizekönig-
liche Hof als Politischer Kommunikationsraum in der spanischen
Monarchie (16.-17. Jahrhundert) (Bielefeld, 13-15 maggio 2004).
La ricerca è poi proseguita nell’ambito dell’European Network
for Baroque Cultural Heritage (ENBaCH), finanziato dal Cultu-
re Programme dell’Unione Europea - Grant Agreement no. 2009-
0783/001-001 – (2009-2014). Infine, per i miei studi, ho potuto

3
Suggestioni per affrontare questo tipo di produzione letteraria sono contenute
in G. Pozzi, Sull’orlo del visibile parlare, Milano, Adelphi, 1993.
4
G. Isgrò, Feste barocche a Palermo, Palermo, Flaccovio, 1981; Id., Teatro
del ’500 a Palermo, Palermo, Flaccovio, 1983; M.S. Di Fede, Architettura e
trasformazioni urbane a Palermo nel Cinquecento: la committenza viceregia,
in «Espacio, Tiempo y Forma», VII, Historia del Arte, 8, 1995, pp. 103-117;
A. Tedesco, La ciudad como teatro: rituales urbanos en el Palermo de la Edad
Moderna, in Música y cultura urbana en la Edad moderna, a cura di A. Bombi,
J.J. Carreras e M.Á. Martín, Valencia, Universitat de Valencia – IVM, 2005,
pp. 219-242; M.S. Di Fede, La festa barocca a Palermo: città, architetture,
istituzioni, in «Espacio, Tiempo y Forma», VII, Historia del Arte, 18-19, 2005-
2006, pp. 49-103.

-9-
beneficiare dei fondi PRID – Progetti di Ricerca di Interesse Dipar-
timentale 2015, erogati dal Dipartimento di Storia, Beni culturali e
Territorio dell’Università di Cagliari.
Fondamentali sono state le persone con cui ho condiviso dubbi e
perplessità: in primo luogo Francesco Benigno, senza i cui suggeri-
menti dati nel corso degli anni questo scritto sarebbe assai più pove-
ro. Giuseppe Mrozek e Flavia Benfante sono stati un più che valido
aiuto durante la stesura del testo; Tiziana Urso ha organizzato alcuni
seminari utili per chiarire alcuni punti tematici; Giovanna Fiume
mi ha offerto l’occasione di un più che interessante confronto; il
personale e la direzione dell’Archivio comunale e della Biblioteca
comunale di Palermo si sono rivelati sempre disponibili; Antonino
Giuffrida è stato un attento e sollecito committente. A tutti loro va
la mia più sincera gratitudine.
Uno speciale ringraziamento va, come sempre, a Massimo e a
Ruggero, che tollerano le mie trascuratezze e gioiscono di ogni mia,
per quanto piccola, realizzazione.

- 10 -
PALERMO FASTOSISSIMA

1. Arriva il viceré

Dal 1313 nel Regno di Sicilia non vive più un re. Il sovrano
Federico d’Aragona, appartenente alla stirpe chiamata a regna-
re sull’isola dopo la rivolta dei Vespri e la cacciata dei Francesi,
si trasferisce a Barcellona, da dove regna sui suoi sparsi domini.
Quindi, a Palermo, a partire da quel momento viene mandato un
fiduciario del sovrano. Da principio poteri e mansioni del viceré
sono vaghi: si andranno definendo nel corso del Quattrocento per
raggiungere la loro forma definitiva nella prima metà del Cinque-
cento, sotto Carlo V d’Asburgo.
Il viceré di Sicilia è nominato liberamente dal sovrano che lo
sceglie all’interno dell’alta aristocrazia internazionale che compone
la sua corte: può essere aragonese o castigliano, fiammingo o italia-
no, mai – per legge non scritta, quanto ferrea – siciliano. Ogni tre
anni, salvo riconferme di regola sempre triennali, arriva a Palermo
un nuovo viceré, vero e proprio alter ego del sovrano, in grado di
esercitare in Sicilia tutti i poteri, civili e militari, «auctoritatem ple-

- 13 -
nariam et liberam potestatem»5. La sua entrata in città è dunque un
momento di particolare rilevanza politica.
L’organizzazione della cerimonia è demandata alla più alta ma-
gistratura cittadina, il Senato di Palermo. Guidato da un pretore e

5
Capitula Regni Siciliae, a cura di F. Testa, Palermo, excudebat A. Felicella,
1741, vol. I, cap. LXVI (Martino), conferma da parte di Martino il Vecchio, ibidem,
cap. LXVIII. Si vedano anche R. Starrabba, Testamento di Martino re di Sicilia,
in «Archivio storico siciliano», III, 1875; A. Caldarella, La cedola di nomina del
primo Viceré di Sicilia, in «Archivio storico siciliano», n.s., LIV, 1934, pp. 325-
328; F. Lionti, Codice diplomatico di Alfonso il Magnanimo, in Documenti per
servire alla storia di Sicilia, s. I, vol. XV, Palermo, Società siciliana per la storia
patria, 1891; sulle caratteristiche del viceré si vedano C. Giardina, L’istituto del
viceré di Sicilia (1415-1798), in «Archivio storico siciliano», n.s., LI, 1931, pp.
189-210; N. Bazzano, Introduzione a L’istituzione viceregia, modelli politici e
pratiche di governo, in «Trimestre», XXXV, 1, 2002, pp. 7-12; C. Hernando
Sánchez, “Estar en nuestro lugar representando nuestra propia persona”. El
gobierno virreinal en Italia y la Corona de Aragón bajo Felipe II, in Felipe II y
el Mediterráneo, a cura di E. Belenguer Cebriá, Madrid, Sociedad Estatal para
la Conmemoración de los Centenarios de Felipe II y Carlos V, 2001, vol. III, La
monarquía y los reinos, pp. 215-338; sui viceré dell’Italia spagnola uno sguardo
generale è costituito da M. Rivero Rodríguez, La edad de oro de los virreyes. El
virreinato en la Monarquía Hispánica durante los siglos XVI y XVII, Madrid,
Akal, 2011; A. Musi, L’impero dei viceré, Bologna, Il Mulino, 2013 e diversi
saggi contenuti in À la place du roi. Vice-rois, gouverneurs et ambassadeurs
dans les monarchies française et espagnole (XVIe-XVIIIe siécles), a cura di D.
Aznar, G. Hanotin e N.F. May, Madrid, Casa de Velázquez, 2014; oltre ai classici
V. Auria, Historia cronologia delli signori viceré di Sicilia dall’anno 1409 al
1697, Palermo, Pietro Coppola, 1697, e G.E. Di Blasi, Storia cronologica dei
Viceré, Luogotenenti e Presidenti del Regno di Sicilia, Palermo, dalla stamperia
Oretea, 1867, oggi di grande utilità per ricostruire le carriere dei viceré sono le
appendici biografiche contenute in Felipe II (1527-1598). La configuración de
la Monarquía hispana, a cura di J. Martínez Millán e C.J. De Carlos Morales,
Valladolid, Junta de Castilla y León – Consejería de Educación y Cultura, 1998;
La corte de Carlos V, a cura di J. Martínez Millán, Madrid, Sociedad Estatal para
la Conmemoración de los Centenarios de Felipe II y Carlos V, 2000, 5 voll.; La
Monarquía de Felipe III, a cura di J. Martínez Millán e M.A. Visceglia, Madrid,
Fundación Mapfre, 2008. Per le figure dei singoli viceré, riguardo alla Sicilia
mi permetto di rinviare a N. Bazzano, Marco Antonio Colonna, Roma, Salerno,
2003. Si vedano inoltre Cultura della guerra e arti della pace. Il III duca di
Osuna in Sicilia e a Napoli (1611-1620), a cura di E. Sánchez García e C. Ruta,
Napoli, Tullio Pironti, 2012 e V. Favarò, Carriere in movimento. Francisco Ruiz
de Castro e la Monarchia di Filippo III, Palermo, Mediterranea, 2013.

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composto da sei senatori, i giurati, tutti in possesso della cittadinan-
za palermitana e appartenenti all’aristocrazia degli uffici, il Senato
è responsabile del governo municipale. Sono di sua competenza l’e-
dilizia e la salute pubbliche, l’approvvigionamento e, naturalmente,
la difesa dei privilegi palermitani. Inoltre esso ha la rappresentanza
degli interessi cittadini davanti al sovrano e ai suoi ministri. L’en-
trata del viceré è un’importante occasione per le autorità cittadine
di manifestare il loro ruolo. Il Senato, da un lato, deve dar mostra
di giubilo e ossequio al viceré, come se egli fosse l’autentico sovra-
no; dall’altro, è necessario però lanciare chiari segnali. L’ingresso
è, infatti, la circostanza in cui il gruppo dirigente siciliano mette
in evidenza al nuovo arrivato le caratteristiche dell’arena politica
isolana, così che questi vi si adatti e, soprattutto, sappia emanare
provvedimenti che si conformino alla natura della realtà politica e
istituzionale del Regno6.

- Porta Felice: la nave in porto -

L’ingresso del viceré a Palermo avviene dal mare. Tutta la po-


polazione si raduna sullo specchio d’acqua dove deve attraccare la
galera capitana, la nave più imponente della flotta siciliana. In ef-

6
Sull’assemblea senatoria si vedano Capitoli del viceré Marco Antonio
Colonna. Dell’anno 1582. Per ciò che si dee osservare dal Pretore, e Giurati,
ed altri Offiziali per li negozj toccanti al patrimonio della città, in Capitoli
ed ordinazioni della Felice e fidelissima città di Palermo, stampati nell’anno
1745 da Pietro La Placa cancelliere della città, e ristampati l’anno corrente
1760, Palermo, Stamperia de’ Ss. Apostoli, 1760, cap. I, su cui mi permetto di
rimandare a Bazzano, Marco Antonio Colonna, cit.; si vedano inoltre F. Baronio
Manfredi, De Maiestate Panormitana libri IV, Palermo, Alfonso dell’Isola,
1630; B. Genzardi, Il comune di Palermo sotto il dominio spagnolo, Palermo,
Tipografia del Giornale di Sicilia, 1891; le sue attività sono documentate dagli
archivi comunali, sui quali si veda F. Pollaci Nuccio, Dello archivio comunale,
suo stato, suo ordinamento, Palermo, Ufficio tip. M. Amenta, 1872.

- 15 -
fetti, il viceré con il suo seguito è già arrivato sull’isola, approdando
in un porto o in una rada vicino a Palermo. Qui ha atteso che la città
sia pronta a riceverlo in maniera trionfale. Giunto l’avviso, è salito
sulla capitana, addobbata per l’occasione7.
La galera giunge sulla spiaggia prospiciente la città, a lato del-
la Cala, l’insenatura attorno alla quale si sviluppa, con una forma
quadrangolare, l’abitato palermitano. Affinché il viceré sbarchi in
maniera degna del suo ruolo, viene costruito un ponte mobile che
collega la nave alla terraferma. Sul ponte si schierano le principali
magistrature urbane, con in testa il pretore, e la nobiltà siciliana. La
cosa, tuttavia, non è priva di pericoli. Come racconta il cronista Vin-
cenzo Di Giovanni, alla fine del Cinquecento, «essendo per sbar-
care [il viceré], con grande allegrezza e plauso sonandosi da ogni
parte trombe e tamburi, e sparando l’arteglieria, ecco l’allegrezza
convertirsi in lutto; ché cadde il ponte, e tutti i signori e magistrati
si videro in un tratto guizzar nell’acque»8. Questo avvenimento fal-
cidia l’aristocrazia siciliana: i primogeniti di molte famiglie impor-
tanti, trascinati a fondo dal peso degli abiti eleganti che indossano
per l’occasione, annegano miseramente. Fortunatamente si tratta di
un’eccezione: generalmente la discesa del viceré dalla galera capi-
tana avviene senza incidenti.
Una volta sbarcato, il viceré deve giungere alla Cattedrale, dove
si svolgerà la cerimonia della presa di possesso: a tale scopo, quin-
di, egli deve attraversare interamente Palermo. Tale percorso è reso
più agevole dal fatto che, nel corso del Cinquecento, smembrando

7
N. Bazzano, Nel segno della croce: la Palermo sacra dei viceré asburgici
(secc. XVI-XVII), in I luoghi del sacro, a cura di F. Ricciardelli, Firenze, Mauro
Pagliai Editore, 2008, pp. 219-234; Ead., L’ingresso di Marco Antonio Colonna
a Palermo: apparati effimeri e tensioni politiche, in Hacer historia desde
Simancas. Homenaje a José Luis Rodríguez de Diego, a cura di A. Marcos
Martín, Valladolid, Junta de Castilla y León, 2011, pp. 97-106; C. Gonzalez
Reyes, Il nuovo viceré. Apuntes sobre la entrada y toma de posessión de los
virreyes en la Sicilia del siglo XVII, in «Pedralbes», 34, 2014, pp. 77-99.
8
V. Di Giovanni, Palermo restaurato, a cura di M. Giorgianni e A. Santamaura,
Palermo, Sellerio, 1989, p. 336.

- 16 -
il tortuoso abitato medievale, viene tracciata una lunga via rettili-
nea che percorre la città: il Cassaro. La strada è il frutto di fatiche
decennali. Viene iniziata nel 1567, proprio al lato opposto da quello
dello sbarco, là dove sorgono il Palazzo Reale e la Cattedrale. I
lavori proseguono a tappe, con lentezza, poiché è necessario de-
molire gran parte delle costruzioni che sorgono sulla direttrice, e
si concludono solo nei primi anni ottanta del Cinquecento, quando
un geometrico rettilineo, chiamato anche via Toledo “dal nome del
viceré che dà inizio ai lavori, García de Toledo, divide in due metà
l’impianto urbano9.
All’ingresso del Cassaro verso il mare un superbo arco trionfale
saluta il viceré, al principio del suo cammino; si tratta di un’archi-
tettura effimera, commissionata dal Senato a poeti e scrittori locali
che si avvalgono dell’opera delle maestranze cittadine: decoratori,
carpentieri, pittori, tappezzieri e così via. Vi sono intere famiglie
artigiane specializzate nella realizzazione di ornamenti cerimo-
niali. L’articolata struttura decorativa ospita musicisti e attori, che
declamano versi composti per l’occasione10. Non si tratta della rei-

9
Sull’opera urbanistica che nel Cinquecento investe Palermo i principali testi di
riferimento sono M. Giuffrè, Palermo «città murata» dal XVI al XIX secolo, in
«Quaderno dell’Istituto dipartimentale di architettura e urbanistica – Università
di Catania», 8, 1976, pp. 41-68; M. Fagiolo e M.L. Madonna, Il Teatro del Sole.
La rifondazione di Palermo nel Cinquecento e l’idea della città barocca, Roma,
Officina, 1981; Guidoni, L’arte di costruire una capitale. Istituzioni e progetti
a Palermo nel Cinquecento, cit.; A Casamento, La rettifica della Strada del
Cassaro a Palermo. Una esemplare realizzazione urbanistica nell’Europa del
Cinquecento, Palermo, Flaccovio, 2000.
10
Sugli apparati effimeri testi di riferimento sono M. Fagiolo dell’Arco e S.
Carandini, L’effimero barocco. Strutture della festa nella Roma del ’600, Roma,
Bulzoni, 1978; Barocco romano e barocco italiano: il teatro, l’effimero, l’allegoria, a
cura di M. Fagiolo e M.L. Madonna, Roma, Gangemi, 1985; Le capitali della festa, a
cura di M. Fagiolo, Roma, De Luca, 2007. Un esempio di tale messinscena può essere
fornito da F. Paruta, Arco dell’Eccellenza del signor Duca d’Alburquerque, Vicerè et
Capitan Generale per Sua Maestà, venendo in Palermo l’anno 1627, Palermo, presso
Girolamo Rossello, 1627, mentre un esempio di un grande architetto palermitano,
specializzato in apparati effimeri, è dato da Paolo Amato, sul quale si veda M.C.
Ruggieri Tricoli, Paolo Amato. La corona e il serpente, Palermo, Epos, 1983.

- 17 -
terazione di meri epiteti elogiativi nei confronti del nuovo venuto.
Malgrado la lontananza, a Palermo si conoscono perfettamente gli
equilibri politici della corte di Madrid, si sa in virtù di quali appog-
gi è stato nominato il viceré, chi è il patrono che ne ha avuto a cuore
le sorti e gli ha permesso di conquistare la carica. È ben chiaro ai
siciliani a chi e a cosa il viceré deve il potere che si appresta a eser-
citare. Nei testi che vengono recitati, pertanto, possono facilmente
trasparire le aspettative politiche dei maggiorenti dell’isola, i loro
timori e i loro “avvertimenti”11.
Esempio eclatante è l’apparato cerimoniale innalzato il 16 giu-
gno 1641 quando arriva al governo della Sicilia Juan Alfonso Enrí‑
quez de Cabrera, almirante di Castiglia, duca di Medina di Rioseco e
conte di Modica. Egli deve la nomina alla volontà del ministro fidu-
ciario di Filippo IV, il conte-duca di Olivares, di allontanarlo dalla
corte. Al suo sbarco a Palermo, ad attenderlo trova un arco trionfale
retto da quattro enormi statue di stucco, opera dello scultore Pietro
Novelli. Fra di esse spicca Cerere, la dea che ha inventato il frumen-
to e le leggi, cinta da un serto di spighe, con in mano un mazzolino
di papaveri. Come commenta il mastro notaio palermitano Giusep-
pe Ciaccon, al quale si deve una relazione dell’avvenimento, «nelle
spighe mostrava l’abbondanza che dal nuovo governo promettere
si dovea; e ne’ papaveri la scordanza de’ passati incommodi, da se-
pellirsi senza fallo nella presente felicità»: dichiarazione di dispo-
nibilità del Regno di Sicilia, o meglio, di un gruppo importante dei
suoi nobili – committenti degli artisti impegnati nei festeggiamenti
– a sostenere le rivendicazioni dell’Almirante di Castiglia, a fare
dell’isola il punto di partenza della sua rivincita politica contro il
ministro favorito. Non è un caso che, nelle facce dell’arco trionfale,
vengano illustrate le gesta e i possedimenti della famiglia Enríquez
de Cabrera, che possiede anche la contea di Modica, nell’altro capo

11
Sulla capacità dei siciliani di rendere palese le loro volontà politiche ai viceré
che giungono sull’isola mi permetto di rimandare a N. Bazzano, Gli Avvertimenti
di don Scipio di Castro a Marco Antonio Colonna quando andò viceré di
Sicilia. Un’ipotesi interpretativa, in «Trimestre», XXXV, 1, 2002, pp. 37-62.

- 18 -
dell’isola, mentre ai lati dell’arco si innalzano la statua della Sicilia
«in forma di regia matrona con real corona sul capo [...] con le solite
spighe nelle mani e col tregambe a’ piedi» e la statua di Bernardo
Cabrera, l’avo dell’Almirante che per primo aveva avuto il titolo
di conte di Modica12. Non si tratta di un episodio isolato. Malgrado
ogni triennio non manchino i modi di riciclare materiali già utiliz-
zati, ogni viceré, quando mette piede per la prima volta a Palermo,
può ammirare apparati originali, pensati e modellati per l’occasio-
ne, ispirati dal peculiare momento storico e dal suo arrivo sull’isola:
prima, preziosa occasione per comprendere il clima siciliano.
Eredità visibile ai più, ricordo di queste complesse installazioni
urbane, è oggi, all’estremità di via Vittorio Emanuele – nuovo nome
della via Toledo o del Cassaro –, Porta Felice. Il nome è frutto di
una “felice” coincidenza: da una parte, Felice, ossia Felice Orsini,
è la moglie del viceré Marco Antonio Colonna, che commissiona il
monumento negli anni ottanta del Cinquecento; d’altra parte, “fe-
lice” è l’epiteto con il quale tradizionalmente viene apostrofata la
città di Palermo. A lungo, sono solo i basamenti della porta a es-
sere realizzati. In ogni caso, essi si prestano magnificamente a
sostenere le complesse architetture effimere ideate in occasione di
cerimonie pubbliche. Solo ai primi del Seicento, i lavori vengo-
no ripresi sotto la direzione dell’architetto Mariano Smiriglio per
terminare nel 1637. Significativamente, la facciata interna del mo-
numento ha un aspetto lineare, rispondente al gusto rinascimenta-
le, mentre la facciata esterna è ornata con un gusto estremamente
ricco, mosso, di carattere barocco13.

12
G. Ciaccon, Mercurio panormeo ò vero l’Almirante in Palermo ricevuto
quand’egli ne’ 16 di giugno del 1641 prese primieramente il governo del Regno
di Sicilia, Palermo, D. Cirillo, 1641, cit. in F. Benigno, Il dilemma della fedeltà:
l’Almirante di Castiglia e il governo della Sicilia, in «Trimestre», XXXV, 1,
1992, pp. 81-102.
13
M. Giuffrè, Porta Felice e i progetti per Palermo fra Cinquecento e Seicento,
in L’architettura a Roma e in Italia (1580-1621), a cura di G. Spagnesi, 2 voll.,
Roma, Centro di studi per la storia dell’architettura, 1989, vol. II., pp. 313-327;
M.S. Di Fede, Il cantiere di Porta Felice a Palermo (1582-1637), in «Storia

- 19 -
Varcata la soglia, dinanzi agli occhi del viceré si distende il ret-
tilineo che egli deve percorrere e al cui termine trova, all’altra estre-
mità dell’abitato, Porta Nuova. Si tratta di una lunga passeggiata,
come raccontano i cronisti dell’epoca, intervallata da diverse soste,
che servono a solennizzare momenti, luoghi e persone della città.
Si legge nel Ceremoniale dei viceré: «Essendo detto signor Vi-
ceré a fronte la chiesa di Nostra Signora della Catena [gli viene]
fatta una bella salva»14: la prima sosta dà importanza a una chiesa
simbolicamente rilevante per Palermo, Nostra Signora della Catena,
così chiamata perché da essa si diparte una catena che viene ancorata
all’altro estremo della cala. Si tratta di una salvaguardia fondamen-
tale della città contro i nemici che arrivano dal mare: la catena serve,
infatti, per bloccare di notte l’ingresso a navi sconosciute.
Si sparano colpi a salve «anco a rimpetto della chiesa di Nostra
Signora di Portosalvo», una chiesa quattrocentesca dedicata alla
Vergine protettrice dei naviganti, dalla pianta oggi particolarissima,
in quanto proprio per realizzare il Cassaro, a fine Cinquecento, du-
rante l’opera di demolizione dell’abitato, viene spregiudicatamente
privata dell’abside.

Architettura», 2, 1996, pp. 49-60; per un profilo dell’architetto si vedano G.


Ciotta, Mariano Smiriglio, architetto del Senato palermitano (1602-1636), in
L’architettura a Roma e in Italia (1580-1621), cit., pp. 387-393; M.S. Di Fede,
Mariano Smiriglio architetto, in «Bollettino della biblioteca», 2, 1993, pp. 75-80.
14
Ceremoniale de’ Signori Viceré, a cura di E. Mazzarese Fardella, L. Fatta Del
Bosco e C. Barile Piaggia, in Documenti per servire alla storia di Sicilia, s. IV,
vol. XVI, Palermo, Società siciliana per la storia patria, 1976, p. 15.

- 20 -
- La Fontana Pretoria: essere viceregine -

Mentre il corteo prosegue lungo il cammino che lo condurrà alla


Cattedrale, «grandissima quantità di mascoli» vengono sparati an-
che all’altezza del Palazzo Municipale o Palazzo delle Aquile, una
costruzione del tardo Quattrocento che oggi vediamo in vesti otto-
centesche. La Fontana Pretoria che vi si staglia davanti mostra al vi-
ceré appena giunto lo splendore della capitale del Regno di Sicilia.
Si tratta di un capolavoro composto a Palermo, dopo l’acquisto da
parte del Senato di una numerosa serie di statue da Luís de Toledo,
il cognato di Cosimo de’ Medici, granduca di Toscana. Scolpite per
la maggior parte dal toscano Francesco Camilliani, vengono assem-
blate a comporre la fontana da suo figlio Camillo, artista e ingegne-
re attivo in Sicilia nella seconda metà del Cinquecento, responsabi-
le dell’adattamento del monumento allo spazio palermitano. Grazie
al suo lavoro, l’opera si arricchisce di nuove statue, che mirano a
un notevole impatto scenografico. Diversamente da opere coeve, la
Fontana Pretoria non viene realizzata su un progetto iconografico
ben preciso: curiosamente, il “programma”, contenente i significati
che l’artista vuole trasmettere allo spettatore, viene scritto a dieci
anni di distanza dalla posa dell’ultimo frammento di marmo15.
Assemblata durante il governo del viceré Marco Antonio Colon-
na (1577-1583), la fontana secondo i più recenti rilievi critici por-

15
Camillo Camilliani è un artista dai mille talenti. Su di lui si vedano G.
Samonà, L’opera dell’architetto fiorentino Camillo Camilliani in Sicilia alla fine
del Cinquecento, Messina, Industrie grafiche meridionali, 1932; A. Mazzamuto,
Architettura e stato nella Sicilia del ’500. I progetti di Tiburzio Spannocchi e
di Camillo A. Camilliani del sistema delle torri di difesa dell’isola, Palermo,
Flaccovio, 1986; S. Mazzarella e R. Zanca, Il libro delle torri. Le torri costiere
di Sicilia nei secoli XVI-XX, Palermo, Sellerio, 1985; M. Scarlata, L’opera di
Camillo Camilliani, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1993, che
contiene anche la Descrittione delle marine di tutto il Regno di Sicilia con le
guardie necessarie da cavallo e da piedi che vi si tengono, già pubblicata da
Gioacchino Di Marzo nella Biblioteca storica e letteraria di Sicilia.

- 21 -
terebbe celata fra i suoi marmi la firma della moglie, la nobildonna
romana Felice Orsini, che fa aggiungere diversi animali a quelli
arrivati dalla Toscana. Fra loro spicca per eloquenza l’orso, simbo-
lo della famiglia degli Orsini, quasi la gentildonna voglia lasciare
traccia tangibile della sua presenza in città. Si tratta di un’ipotesi
particolarmente affascinante16. Infatti, se la storiografia ha ormai da
tempo messo in luce la capacità di intervento femminile in ambito
pubblico e ha fornito ricchi profili di sovrane e reggenti, sottoline-
andone l’apporto culturale e le capacità politiche, tali approfondi-
menti hanno solo sfiorato le viceregine. Le mogli dei viceré, spesso
appartenenti a grandi casati, non hanno un ruolo pubblico e appaio-
no agli storici che si sforzano di riportarne alla luce i tratti salienti
immerse in un’ombra da cui emergono con estrema fatica. Infatti,
mentre il viceré è l’autentico alter ego del re, la sua consorte non
è l’alter ego della regina, che deve assicurare la discendenza al so-
vrano e la continuità della dinastia. Il mandato viceregio è triennale
e non è trasmissibile ai figli. Pertanto, la viceregina mantiene un’i-
dentità privata. Eppure, le consorti dei viceré sono sempre presenti
nella vita pubblica della città17.

16
S. Valeri, Appunti sulla scultura manierista: la Fontana Pretoria di Palermo,
Villa Lante a Bagnaia, Bomarzo, Roma, Bagatto Libri, 2005.
17
Sul ruolo delle consorti del viceré nell’Italia spagnola, si leggano H. Hills,
Cities and Virgins: Female Aristocratic Convents in Early Modern Naples and
Palermo, in «Oxford Art Journal», 22 , 1, 1999, pp. 31-54; G. Muto, Gli spazi
femminili nei cerimoniali pubblici napoletani, in La donna nel Rinascimento
meridionale, a cura di M. Santoro, Roma-Pisa, Serra, 2010, pp. 144-153; E. Novi
Chavarria, Reti di potere e spazi di corte femminili nella Napoli del ’500, in
Donne di potere nel Rinascimento, a cura di L. Arcangeli e S. Peyronel, Roma,
Viella, 2008, pp. 361-374; M. Rivero Rodríguez, Como reinas. El virreinato
en femenino (Apuntes sobre la casa y corte de las virreinas), in Las relaciones
discretas entre la Monarquías hispana y portuguesa. Las Casas de las Reinas
(siglos XV-XIX), a cura di J. Martinez Millán e M.P. Marçal Lourenço, Madrid,
Polifemo, 2008, pp. 789-818. Pochi i ritratti di viceregine: per la Sicilia si veda
L. Scalisi, Tra Roma e Madrid: il carteggio di Doña Leonor de Pimentel, dama
de la reina Mariana de Austria, e il cardinale Luigi Guglielmo Moncada, ivi,
pp. 1399-1428, mentre per Napoli V. Fiorelli, Una viceregina napoletana della
Napoli spagnola: Anna Carafa, in Donne di potere nel Rinascimento, cit.,

- 22 -
Nell’ottobre del 1535 celebrazioni fastose vengono indette da
Ferrante Gonzaga in occasione dell’arrivo a Palermo della moglie,
la napoletana Isabella di Capua. Per festeggiarla, al suo ingresso dal
mare, «la città le fece un bellissimo ponte, dove l’andaro a incontra-
re 12 dame bene in ordine vestite, chi di broccato, chi di tela d’oro e
d’argento, con sue scuffie d’oro ben fatte, e suoi berretti in testa con
pennacchi. Andavano tutte a cavallo sopra a chinee ben guarnite. E
poi nel castello vi erano di 20 altre dame vestite come sopra; e si
spararo diverse artiglierie per mare e per terra. Poi la città le mandò
un presente di 24 piatti di confezione, con sue banderuole con l’ar-
mi della città». Nel febbraio dell’anno dopo, Gonzaga indice una
fantasmagorica rappresentazione sul piano della Marina. La piazza
circondata da spalti, dove siedono «la vicereina, la marchesa di Ie-
raci, la baronessa di Tortorici, quella della Ganzaria, la moglie del
Conservatore allora Pretore, la moglie del Castellano, la contessa di
Golisano e molti altri signori con bellissimi sforgi», è trasformata
in una selva, degna dei poemi cavallereschi che la nobiltà del tem-
po legge con entusiasmo. Dapprima i cavalieri che partecipano alla
caccia sono impegnati nella cattura di alcuni animali, poi nell’inse-
guimento di «12 ninfe ben in ordine, vestite di bianco e con ghirlan-
de in testa», difese da alcuni uomini in veste di selvaggi, vestiti di
pelli e armati di clave18.

pp. 445-462 e M. Simal López e M. Fernández del Hoyo, Donna Mencía de


Requesens: dama catalana, contessa castigliana e viceregina napoletana (fra
l’altro), in Alla corte napoletana: donne e potere dall’età aragonese al viceregno
austriaco, 1442-1734, a cura di M. Mafrici e M. Cassese, Napoli, Fridericiana
Editrice Universitaria, 2012, pp. 151-172. Sull’immagine della regina nella
Monarchia spagnola un approfondimento è costituito da M.V. López-Cordón,
L’immagine della regina nella Monarquía hispánica: modelli e simboli, in I
linguaggi del potere nell’età barocca, a cura di F. Cantù, vol. II, Donne e sfera
pubblica, Roma, Viella, 2009, pp. 13-44, mentre più in generale sulla regalità
femminile si veda M.A. Visceglia, Riti di corte e simboli della regalità. I regni
d’Europa e del Mediterraneo dal medioevo all’età moderna, Roma, Salerno,
2009, pp. 158-207.
18
F. Paruta e N. Palmerino, Diario della città di Palermo da’ mss. di Filippo
Paruta e di Niccolò Palmerino, in Biblioteca storica e letteraria di Sicilia, a cura

- 23 -
Qualche anno più tardi, nel 1568, è Isabella Gonzaga, consorte
di Francesco Ferdinando d’Avalos marchese di Pescara, a essere
omaggiata al momento del suo arrivo in città, «accompagnata da 12
carrette piene di signore, con tutta la cavalleria innanzi»19.
Del resto, l’ingresso delle viceregine nella capitale del regno è
il primo significativo segno di quella che sarà la loro vita a Paler-
mo: sempre insieme al marito nelle pubbliche manifestazioni – pro-
cessioni, cortei, balli, feste, ricevimenti, spettacoli – le viceregine
conducono un’esistenza scandita dalle manifestazioni di pietà, di
carità e di ossequio religioso e influiscono sulle scelte politiche e
artistiche del consorte, seppure spesso in maniera felpata e silenzio-
sa, anche se non per questo meno incisiva. La fiducia che riescono
a guadagnare da parte del coniuge, con il quale – al di là dei senti-
menti che provano – comunque condividono le fortune politiche e
sociali, fa spesso meritare loro il ruolo di prime depositarie dei loro
segreti: prova ne sia il destino di Eleonora de Moura che, nel 1677,
rimane vedova del duca di Medina de las Torres, viceré interino,
ossia supplente, a partire dall’anno precedente. La gentildonna è
erede, per volere del marito defunto, del potere civile sul Regno di
Sicilia. Il governo della giovane vedova, osteggiata da molti, dura
solo ventisette giorni ed è un’eccezione nel panorama siciliano, ma
è sicuramente prova dell’affidabilità politica che queste donne of-
frono ai loro mariti20.

di G. Di Marzo, Palermo, Pedone Lauriel, 1869, vol. I, pp. 12-13. Sulla figura
di Ferrante Gonzaga si veda N. Bazzano, La Sicilia di Ferrante Gonzaga (1535-
1543): uno schizzo storiografico, in Ferrante Gonzaga, il Mediterraneo, l’Impero
(1507-1557), a cura di G. Signorotto, Roma, Bulzoni, 2009, pp. 119-138.
19
Paruta e Palmerino, Diario della città di Palermo da’ mss. di Filippo Paruta
e di Niccolò Palmerino, cit., p. 31. Su Francesco Ferdinando de Avalos si veda
N. Bazzano, Davalos de Aquino y de Aragona, Francesco Ferdinando, in
Diccionario biografico español, Madrid, Real Academia de la Historia, 2010,
vol. XV (Coscolla-Diaz), pp. 605-609.
20
A. Baviera Albanese, I ventisette giorni di “governo” del Regno di Sicilia
di Eleonora de Moura y Moncada, marchesa di Castel Rodrigo (16 aprile-13
maggio 1667), in «Archivio storico siciliano», s. IV, XXIV, 1998, pp. 267-302;

- 24 -
I siciliani conoscono l’influenza che possono avere le consorti
sugli indirizzi del viceré e non lesinano loro onori: oltre alla tradi-
zionale visita che il Senato porge dopo l’insediamento del massimo
rappresentante del re, si moltiplicano gli omaggi alle viceregine,
sia in occasione di tornei cavallereschi, come accade nel febbraio
del 1618, quando la viceregina è al centro di numerose attenzioni
durante una giostra cittadina21, sia prestando riverenza in occasioni
di festa, quali nascite o compleanni, come accade nell’agosto del
1689, quando i senatori, seppure non in abito di gala, vanno «in
Palazzo per il complimento d’anno della Sig.ra Viceregina»22. Co-
stei è, quindi, una presenza costante nella vita pubblica cittadina: il
cocchio che segue il corteo viceregio al momento dell’ingresso a
Palermo segna il suo debutto in città.

- Piazza Bologni: le magistrature siciliane -

Dopo aver ammirato la superba geometria della Fontana Pre-


toria il cammino del corteo che conduce il viceré alla Cattedrale
si ferma di nuovo, nella Piazza Aragona, aperta nel 1567 a fianco
della direttrice del Cassaro su richiesta di Aloisio Bologna e de-
dicata al presidente del regno Carlo d’Aragona, duca di Terrano-

una versione romanzata della vicenda è offerta da A. Camilleri, La rivoluzione


della luna, Palermo, Sellerio, 2013.
21
Archivio comunale di Palermo, Cerimoniali del Senato dal 1598 al
1652, vol. 1192 – 1, pp. 126v-135r, Giostra di città a 18 di Febraro 1618
Domenica di Sessagesima.
22
Archivio comunale di Palermo, Cerimoniali del Senato 1689, vol. 1201-10, p. 30v.

- 25 -
va, il «gran Siciliano»23. In effetti, però, poiché vi si affaccia, oltre
alla chiesa di San Nicolò, la residenza della prestigiosa famiglia
dei Bologna, la piazza viene «vulgariter ditta delli Bologni»24.
Al centro dello slargo, nel 1631, viene posta la statua di Carlo V
nell’atto di prestare giuramento ai privilegi e alle consuetudini del
Regno di Sicilia: un capolavoro dello scultore Scipione Li Volsi25,
concepito per altra sede ma in grado di caratterizzare magnifica-
mente l’ampio slargo quadrangolare.
Qui il corteo viceregio si ferma, ancora una volta in mezzo al
fragore dei mortaretti che solennizzano il momento. Quella dei
Beccadelli Bologna è una famiglia insediatasi a Palermo nel Quat-
trocento e divenuta importante grazie agli incarichi di prestigio nei
ranghi burocratici ricoperti dai suoi componenti. La sosta, ideal-
mente, preannuncia l’incontro del viceré con le diverse magistra-
ture, della città e del regno, e vuole essere un primo scambio di
cortesie in vista dell’avvio dell’attività di governo.
A Palermo, infatti, risiedono le principali magistrature del Re-
gno di Sicilia: i tribunali della Regia Gran Corte, del Concistoro
della Sacra Regia Coscienza e del Real Patrimonio, la cui pianta
viene stabilita in maniera definitiva dalla prammatica De reforma-
tione tribunalium emanata nel 1569. La Regia Gran Corte è compo-
sta da sei giudici, divisi nelle due sale, l’una civile, l’altra criminale.

23
L. Scalisi, Magnus Siculus. La Sicilia tra Impero e Monarchia (1513-1578),
Roma-Bari, Laterza, 2012.
24
Archivio di Stato di Palermo, Commenda della Magione. Processi di
nobiltà per l’Ammissione all’Ordine di Malta, b. 975, fasc. 232, 1671,
Processo di nobiltà di Francesco Grimaldi, cit. in L. Pinzarrone, Dinamiche
di mobilità sociale in Sicilia: potere, terra e matrimonio. I Bologna tra XVI e
XVII secolo, in «Mediterranea. Ricerche storiche», VI, 2009, pp. 123-156: un
saggio che delinea la storia della famiglia, sulla quale si veda anche Ead., La
«Descrittione della casa e famiglia de’ Bologni» di Baldassarre di Bernardino
Bologna, ivi, IV, 2007, pp. 355-398.
25
Sullo scultore e sulla sua famiglia, di cui moltissimi componenti sono artisti
poliedrici, si veda il bel volume A. Pettineo e P. Ragonese, Dopo i Gagini. Prima
dei Serpotta. I Li Volsi, Tusa, Archeoclub d’Italia, 2007.

- 26 -
Essi hanno un mandato biennale e sono retribuiti con i diritti che le
parti in causa versano per il processo. L’organico è completato da
un avvocato e da un procuratore dei poveri, da due procuratori fi-
scali, da un sollecitatore delle cause fiscali e da un avvocato fiscale.
Il tribunale è coordinato da un presidente, nominato ad beneplaci-
tum dal sovrano. Il collegio giudicante, composto dal presidente,
dai giudici e dall’avvocato fiscale, può anche comprendere, oltre al
viceré cui è dato ingresso in tutti i tribunali, anche un altro funzio-
nario regio, il conservatore del Real Patrimonio.
Fino alla metà del Cinquecento per ricorrere in appello basta
avanzare una supplica al viceré, che decide in merito in assolu-
ta libertà. Nel 1558, per porre fine all’arbitrio dei viceré, vie-
ne istituita una magistratura ordinaria d’appello, di nomina re-
gia: il tribunale del Concistoro della Sacra Regia Coscienza26.
Le norme che regolano la vita dell’istituto al momento della sua
creazione e che stabiliscono che esso sia composto da tre giudici,
in carica per un biennio e sottoposti a sindacato dopo l’esercizio
del mandato, vengono confermate dalla prammatica del 1569, che,
quale unico elemento di novità e parallelamente a quanto deciso
per la Regia Gran Corte, prepone alla sua direzione un presidente,
giurisperito, nominato liberamente dal sovrano27.
La prammatica De reformatione tribunalium interessa anche la
Magna Curia dei maestri razionali, organo supremo di giurisdizione
per le materie relative alla pubblica finanza e all’economia, che da
questo momento assume il nome di tribunale del Real Patrimonio.
Il tribunale è diretto da un presidente giurisperito, il cui ufficio è
perpetuo, ed è composto da quattro maestri razionali coadiuvati da
due giureconsulti e assistiti da un notaio, da un procuratore fiscale,
da un avvocato fiscale e dal conservatore del Real Patrimonio.
Si tratta di magistrati perpetui, a differenza dei componenti de-

26
Capitula Regni Siciliae, cit., vol. II, cap. II (Filippo), pp. 233-234.
27
Regni Siciliae Pragmaticarum Sanctionum, a cura di R. Ramondetta, Venetiis,
ex officina Dominici Guerraei, & Io. Baptistae fratrum, 1582, p. 4.

- 27 -
gli altri tribunali. Membri aggiuntivi del tribunale sono inoltre i tito-
lari dei principali uffici finanziari del regno: il tesoriere, il maestro
segreto, che sovrintende ai conti finanziari delle autorità locali, e il
maestro portolano, che si occupa dei caricatori, i porti dai quali è
possibile estrarre il grano28.
I componenti della famiglia Bologni percorrono un cursus ho-
norum che proietta il casato, nel volgere di alcune generazioni, a
conseguire un ambito titolo nobiliare. La sosta serve, quindi, non
solo a rendere omaggio a una delle più importanti famiglie paler-
mitane ma anche, per estensione, a tutti quei casati che tra Quattro
e Seicento migliorano le proprie sorti. Palermo, infatti, per l’inte-
ra età moderna, ha il ruolo, seppur contestato dalla rivale città di
Messina29, di capitale burocratica ed economica e vive un grande
momento di espansione: ciò la rende un luogo particolarmente fa-
vorevole agli homines novi che utilizzano le loro ricchezze – spesso
acquisite con uffici regi o con il commercio –, il loro sapere, le loro
capacità politiche e la loro rete clientelare per una carriera ai mas-
simi livelli amministrativi che garantisce prima l’ingresso nell’élite
cittadina e poi la nobilitazione30.

28
Ivi, p. 3; sulle funzioni del maestro portolano si veda L. Salamone,
L’archivio del maestro portulano del Regno di Sicilia, in «Archivio storico
messinese», 63, 1933, pp. 75-124; sulle finanze in Sicilia si vedano inoltre A.
Baviera Albanese, Una inchiesta sull’amministrazione finanziaria nella Sicilia
dell’ultimo Cinquecento, in «Archivio storico siciliano», s. IV, V, 1979, pp. 59-
84 e A. Giuffrida, La finanza pubblica nella Sicilia del ’500, Caltanissetta-Roma,
Salvatore Sciascia, 1999.
29
In particolare sulla rivalità vista dal punto di vista del cerimoniale si veda L.
De Nardi, El uso político de la entrada ceremonial virreinal en el enfrentamiento
entre ciudades por el papel de capital en Sicilia y en Perú (siglos XVII), abstract
in www.academia.edu/3157211 (consultato il 1 ottobre 2016).
30
Sulla nobiltà cittadina palermitana si vedano V. Vigiano, Nobiles e nobilitas
nella Palermo della prima metà del XVI secolo, in «Archivio storico per la Sicilia
orientale», I, 1998, pp. 81-101; Ead., Elite della città di Palermo. Corte e viceré
nell’età di Carlo V, in Espacios de poder: cortes, ciudades y villas, a cura di
J. Bravo Lozano, Madrid, Universidad Autónoma, 2002, vol. II, pp. 133-148;
Ead., Politiche del «centro» e ideologia cittadina nella Palermo di Carlo V, in
Sardegna, Spagna e Stati italiani nell’età di Carlo V, a cura di B. Anatra e F.

- 28 -
- La Cattedrale: i limiti del potere del viceré -

Impossibile annoverare il duomo di Palermo fra le testimo-


nianze barocche della città: oggi, l’aspetto esterno è indubbiamen-
te medievale, seppur con qualche deciso aiuto otto-novecentesco;
all’interno, l’impianto decorativo è quello disegnato nel 1767 da
Ferdinando Fuga31. Eppure la Cattedrale è il luogo dove si cele-
bra la più importante cerimonia politica barocca, che comprende
la presa di possesso del comando da parte del viceré attraverso il
giuramento di fedeltà alle leggi e alle consuetudini del Regno e la
benedizione del nuovo governante da parte dell’arcivescovo. Per
celebrare tale solennità non vengono lesinati gli addobbi all’ester-
no, mentre all’interno un rigido protocollo regola le posizioni degli
astanti. Così si esprime il Ceremoniale dei viceré:

Pigliata Sua Eccellenza l’acqua benedetta dataci Don France-


sco Abisso Ciantro d’essa chiesa, intonato il Te Deum laudamus
dall’istesso Ciantro si incominciò a sparare una gran quantità di
folgore, e con sono di organi e musica si sequitò il Te Deum lauda-
mus e doppo che detto Archivescovo hebbe ricevuto Sua Eccellen-
za si caminò verso l’altare maggiore [...]; arrivati all’altare Sua

Manconi, Roma, Carocci, 2001, pp. 289-305; Ead., L’esercizio della politica,
cit.; G. Macrì, La “nobiltà” senatoria a Palermo tra Cinquecento e Seicento,
in «Mediterranea. Ricerche storiche», II, 2005, pp. 75-98. Sulla nobiltà siciliana
nel suo complesso si vedano F. Benigno, Mito e realtà del baronaggio: l’identità
politica dell’aristocrazia siciliana in età spagnola, in Élites e potere in Sicilia
dal medioevo a oggi, a cura di F. Benigno e C. Torrisi, Catanzaro, Meridiana
Libri, 1995, pp. 63-77 e D. Ligresti, La nobiltà “doviziosa” nei secoli XV e
XVI, ivi, pp. 47-61; Id. Il governo della città. Patriziati e politica nella Sicilia
moderna, Catania, Cuecm, 1990.
31
N. Basile, La cattedrale di Palermo: l’opera di Ferdinando Fuga e la verità
sulla distruzione della Tribuna di Antonello Gagini, Firenze, R. Bemporad, 1926;
sugli interventi di restauro post unitari si veda F. Tomaselli, Il ritorno dei Normanni.
Protagonisti ed interpreti del restauro dei monumenti a Palermo nella seconda
metà dell’Ottocento, Roma, Officina, 1994; più in generale sul monumento si veda
G. Bellafiore, La cattedrale di Palermo, Palermo, Flaccovio, 1976.

- 29 -
Eccellenza si ingenocchiò sopra un sgabello d’altezza d’un palmo
sotto il quale era uno strato di brocato a fare oratione, e finito il Te
Deum laudamus si alzò in piedi e si coprì, in questo fece dare dal
suo Secretario la patente di Sua Maestà al Prothonotaro del Regno
e doppo d’haverla letta ad alta voce si accostò a Sua Eccellenza
il quale inginocchiatosi con ambidue li ginocchi, scoperto, posto
le mani supra del libro dell’evangeli in mano del Prothonotaro
suddetto giurò nella forma solita, et alzatosi in piedi, havendosi
coperto se li fece innanzi il Pretore con il libro de privileggi della
Città e Sua Eccellenza cossì coperto in piedi posta una mano supra
quello giurò per l’osservanza di essi del modo che hanno giurato li
suoi predecessori, e fatto il suddetto tornò di nuovo detta musica, e
suoni d’organo con sparamento di folgori32.

Pronunciato il giuramento che lo vincola al rispetto dei privi-


legi e delle consuetudini del Regno di Sicilia, sempre con il suo
corteggio, il viceré prosegue il suo cammino verso la sua residenza
palermitana. Uscendo dalla Cattedrale per raggiungere nuovamente
il Cassaro, egli passa dinanzi al Palazzo Arcivescovile. Anche in
questo caso si tratta di un edificio quattrocentesco; eppure, proprio
nel corso del Seicento, sulla facciata del palazzo vengono aperte
molteplici finestre riccamente decorate. Esse sono il segno fisico,
tangibile, di un potere ecclesiastico che vuole essere punto di riferi-
mento nella vita politica e che non esita a porsi in competizione con
quello del viceré, complice peraltro la diversa durata della dignità
arcivescovile – spesso vitalizia – e della carica viceregia – che solo
raramente dura per due trienni33.
Ma quella dell’arcivescovo non è la sola figura a costituire un
contraltare a quella del viceré. All’apice dell’amministrazione del
Regno, sia il conservatore del Real Patrimonio sia il consultore del

32
Ceremoniale de’ Signori Viceré, cit., p. 16.
33
L. Scalisi, Il controllo del sacro. Poteri e istituzioni concorrenti nella Palermo
del Cinque e Seicento, Roma, Viella, 2004.

- 30 -
viceré hanno, in qualche misura, il compito di mitigare l’autorità
viceregia. Entrambi gli uffici, istituiti rispettivamente nel 1414 e nel
1552, godono nei confronti dell’operato del viceré di larghi poteri
censori, seppur esercitabili in ristretti ambiti. Svariati sono i tratti
comuni alle due cariche: ambedue non sono occupate da “regnico-
li”, ma da persone legate al sovrano da un rapporto fiduciario; la
durata del loro mandato non è specificata dagli statuti istitutivi e,
nel corso del tempo, nessuna consuetudine invale a regolarla; fanno
parte del Sacro Regio Consiglio, la più antica e blasonata struttura
consiliare del regno; e sono soprattutto in grado, grazie ai poteri
conferiti, di esercitare sul viceré alcune sanzioni. Diversi sono però
gli ambiti di competenza: inerenti alla sfera amministrativo-finan-
ziaria per il conservatore, a quella giudiziaria per il consultore34.
Volontà e azione del viceré, nei diversi campi in cui esse si pos-
sono esplicare, sono quindi “controllate” da più parti; e da più parti,
colui che ricopre la massima carica del Regno di Sicilia deve guar-
darsi, per non incontrare dissensi od ostacoli insormontabili durante
il triennio del suo mandato di governo.
Limiti ulteriori all’azione del viceré sono poi costituiti dalle
istruzioni, pubbliche e segrete, affidategli al momento della nomina
e dalle disposizioni del diritto comune. Tuttavia, mentre il giura-
mento espresso durante la cerimonia di assunzione della carica e il
controllo quotidiano da parte delle magistrature locali vincolano il
viceré e circoscrivono, nella prassi ordinaria, il suo raggio d’azione,
le istruzioni fornite all’inizio del mandato non sembrano avere, a
metà Cinquecento, un carattere restrittivo. Per tutto il XV secolo
e parte del XVI, infatti, il timore di rendere il viceré incapace di
azione autonoma, in caso di gravi problemi contingenti, fa mante-
nere alle instrucciones un carattere più orientativo che normativo.

34
A. Baviera Albanese, L’istituzione dell’ufficio di Conservatore del Real
Patrimonio e gli organi finanziari del Regno di Sicilia nel sec. XV, in «Il circolo
giuridico», n.s., XXIX, 1958; Ead., L’ufficio del Consultore del viceré nel quadro
delle riforme dell’organizzazione giudiziaria del sec. XVI in Sicilia, in «Rassegna
degli Archivi di Stato», 2, XX, 1960.

- 31 -
I letrados di corte, laureati in utroque iure, in diritto canonico e
civile, che fino alla seconda metà del Cinquecento redigono le
istruzioni, si attengono, sia nella versione ordinaria (destinata alla
pubblica lettura dinanzi agli organi dirigenti locali) che in quella
segreta (destinata solo agli occhi del viceré), all’enunciazione di
principi generalissimi di governo, alla descrizione dettagliata degli
eventuali problemi che il destinatario può trovarsi a dover fronteg-
giare e alla formulazione di consigli vaghi, la cui traduzione in con-
creto atto di governo è lasciata al ministro35.

- Palazzo Reale: il viceré dà udienza -

All’uscita della Cattedrale, attraversando il Cassaro, il viceré


può ammirare la Porta Nuova, una struttura ancora una volta me-
more delle architetture effimere innalzate per festeggiare un’entrata
in città – nello specifico quella trionfale di Carlo V nel 153536. An-
cora pochi passi, e finalmente giunge alla sua residenza, anch’essa
addobbata per l’occasione.
Il Palazzo Reale, che con l’avvento della dinastia normanna de-
gli Altavilla da severa rocca si era trasformato in lussuosa reggia,
ospita il viceré dal 1553, quando il viceré Juan de Vega vi si era

35
M. Rivero Rodríguez, Doctrina y práctica política en la monarquía hispana;
las instrucciones dadas a los virreyes y gobernadores de Italia en los siglos XVI
y XVII, in «Investigaciones históricas», 9, 1989, pp. 197-214 e R. Villari, España,
Nápoles y Sicilia. Instrucciones y advertencias a los virreyes, in R. Villari e
G. Parker, La política de Felipe II. Dos estudios, Valladolid, Universidad de
Valladolid, 1996, pp. 31-52.
36
V. Castaldo, Il viaggio di Carlo V in Sicilia (1535) secondo una cronaca
manoscritta napoletana, in «Archivio storico per la Sicilia orientale», II, V, 1929,
pp. 85-108; M.A. Visceglia, Il viaggio cerimoniale di Carlo V dopo Tunisi, in
Carlos V y la quiebra del humanismo político en Europa (1530-1558), a cura
di J. Martínez Millán, Madrid, Sociedad Estatal para la Conmemoración de los
Centenarios de Felipe II y Carlos V, 2001, vol. II, pp. 133-172.

- 32 -
trasferito lasciando il Castello a Mare, destinato ad accogliere il tri-
bunale dell’Inquisizione. Prima ancora, dal 1468 al 1517 la sede del
governo viceregio era stato l’hosterium magnum di Andrea Chiaro-
monte, meglio conosciuto come Palazzo Steri.
Con l’arrivo del viceré e del suo seguito, il complesso architet-
tonico medievale, ancora oggi noto come Palazzo dei Normanni,
subisce delle modifiche sostanziali. I cambiamenti riguardano da
un lato la riconfigurazione simbolica dell’edificio, dall’altro la ri-
strutturazione funzionale alle esigenze della corte viceregia. A Pa-
lermo come nelle altre importanti città dei domini del suo vasto
impero Carlo V promuove un’opera di valorizzazione di strutture
architettoniche preesistenti, in modo da legare la dinastia asburgi-
ca ai luoghi della tradizione monarchica castigliana e aragonese.
Le rinnovate esigenze di decoro e di governo impongono, poi,
precise scelte pratiche nell’articolazione dello spazio interno.
Il viceré Bernardino Cardenas duca di Maqueda, raccontano le cro-
nache, «levò all’edificio la forma di castello e ve ne diede un’altra
di palagio»37. Attorno al cortile che ancora oggi porta il suo nome
si aprono ambienti destinati alle magistrature del Regno. Viene poi
realizzata la sala parlamentare, oggi nota come Sala d’Ercole dal
soggetto degli affreschi realizzati nel 1811, dove tuttora si riunisce
l’Assemblea regionale siciliana38.
Nelle stanze palatine, come ci racconta il cronista Francisco
Fortunato, i viceré danno udienza, secondo un ordine stabilito da
Marco Antonio Colonna, nella seconda metà del Cinquecento. Le

37
Di Giovanni, Palermo restaurato, cit., p. 120.
38
Palazzo dei Normanni, Palermo, Novecento, 1991; R. La Duca, Il palazzo
dei Normanni, Palermo, Flaccovio, 1997; Il Palazzo Reale di Palermo, a cura di
M. Andaloro, Modena, Franco Cosimo Panini, 2001; in particolare sulle vicende
del Palazzo in epoca moderna si vedano V. Di Giovanni, Il Viceré don Garzia
de Toledo e le nuove fabbriche del R. Palazzo di Palermo nel secolo XVI, in
«Archivio storico siciliano», XI, 1886, pp. 229-236; A. Giuffrida, La storia del
Palazzo reale emerge dalle ricerche archivistiche, in «Cronache parlamentari
siciliane», 4-5, 1980, pp. 9-12; M.S. Di Fede, Il Palazzo Reale di Palermo in età
moderna (XVI-XVII secolo), Palermo, Caracol, 2012.

- 33 -
giornate del viceré romano a Palermo sono, infatti, per suo stesso
ordine, scandite in maniera decisa:

La domenica generalmente dava udienza agli ecclesiastici. Il lunedì


al mattino ascoltava i componenti dell’esercito impiegati nelle galere,
nella fanteria spagnola, il suo auditore, nella cavalleria leggera, l’au-
ditore della cavalleria leggera e il generale dell’artiglieria. Nel pome-
riggio ascoltava il tesoriere generale, l’avvocato fiscale del Patrimonio,
il maestro portulano e la deputazione del regno e altri privati. […] Il
martedì di mattina ascoltava i segretari e referendari del Regno. […]
Ascoltati i segretari, se gli rimaneva tempo, dava udienza particolare e
privata a tutti coloro che la volevano. Nel pomeriggio ascoltava la Gran
Corte Civile. […] Il mercoledì in mattinata teneva pubblica udienza
[…]. Nel pomeriggio ascoltava prima il tribunale del Consistorio e poi
il Patrimonio […]. Era solito anche in alcuni di questi giorni ascoltare il
giudice della Monarchia, sebbene per i pochi casi che ci sono in quel tri-
bunale, al tempo di Marco Antonio Colonna si era soliti preoccuparsi di
essi di sabato in sabato, e dato che erano questioni di poco impegno era
solito udirle prima del Consistorio e del Patrimonio […]. Marco Antonio
riservava il giovedì per se stesso, senza occuparsi di cose di governo o
di giustizia. Vero è che poco prima di andarsene dal regno, introdusse il
giovedì nel pomeriggio una giunta dei tre Presidenti e Consultore che
si tiene a palazzo, ma non in sua presenza. […]. Il venerdì di mattina,
dava un’altra volta udienza pubblica e nel pomeriggio ascoltava la Gran
Corte Criminale […]. Il sabato di mattina un’altra volta il rapporto dei
segretari e referendari e il tempo che gli rimaneva consumava in udienze
private. Nel pomeriggio ascoltava il capitano della città, il giudice della
Monarchia, Consistorio e Patrimonio dietro suo specifico ordine39.

39
F. Fortunato, Los avertimientos del doctor Fortunato sobre el govierno de
Sicilia (1591), a cura di A. Baviera Albanese, in Documenti per servire alla
storia di Sicilia, s. IV, vol. XV, Palermo, Società siciliana per la storia patria,
1976, pp. 64-66.

- 34 -
Colonna insiste perché l’ordine prestabilito venga rigidamen-
te rispettato. Per questo esso viene formalizzato e inserito quale
normativa nelle Constitutioni prammaticali del Regno di Sicilia,
che vedono la luce nel 158340. Tuttavia, il tempo del viceré non è
speso solo in incontri ufficiali e pubblici. Oltre alle sale di rappre-
sentanza, l’edificio, infatti, offre degli ambienti più riservati, in
modo da permettere al viceré di «avere un luogo appartato a pa-
lazzo nel quale [entrino] solo i consiglieri e i titolati ad aspettare
la comodità del viceré, [per] non aspettare in un luogo indecente,
confusi con altre persone»41.
Il viceré non concede sempre udienza da solo. In momenti par-
ticolari, lo coadiuva il Sacro Regio Consiglio. Di esso fanno parte
il conservatore, il consultore, i presidenti dei tre supremi tribunali, i
sei giudici della Regia Gran Corte, i tre giudici del Concistoro della
Sacra Regia Coscienza, i quattro maestri razionali e i due giudici
del Real Patrimonio, i due avvocati fiscali, il tesoriere, il maestro
segreto, il maestro portolano, l’uditore generale della gente di guer-
ra. Il segretario, con diritto di voto, è il protonotaro, l’unico dei
sette grandi uffici del regno di epoca medievale ancora operante in
età moderna. L’organismo può inoltre comprendere chi sia insignito
del titolo di consiliarius regius o chiunque vi sia chiamato espres-
samente dal viceré42.
Il Sacro Regio Consiglio svolge un ruolo importante nella sfe-
ra giudiziaria poiché il viceré può rimettere al suo giudizio, dietro

40
A. Scibecca, Constitutioni prammaticali del Regno di Sicilia, Palermo,
per Gio. Francesco Carrara, 1583, parte I, Del Viceré. Del tempo di negotiare
co’l Viceré.
41
Fortunato, Los avertimientos del doctor Fortunato, cit., p. 59.
42
Biblioteca comunale di Palermo, ms. 3Qq E 71, n. 21, Del Sacro Regio
Consiglio del Regno di Sicilia e sue prerogative; P. Burgarella, Verbali del Sacro
Regio Consiglio di Sicilia del secolo XV, in «Archivio storico siciliano», s. IV,
VII, 1981, pp. 115-210; sulla storia dell’ufficio di protonotaro e sul relativo
archivio, che si conserva presso l’archivio di Stato di Palermo, si veda L. Pagano,
Le scritture del protonotaro del Regno di Sicilia conservate nel R. Archivio di
Stato di Palermo, in «Notizie degli archivi di stato», a. I, n. 2, 1941, pp. 54-57.

- 35 -
supplica e in via di grazia, cause penali già decise definitivamen-
te dall’aula criminale della Regia Gran Corte. Il viceré può inoltre
spontaneamente indirizzare all’assemblea la risoluzione di cause
particolarmente delicate o delegare al giudizio del pletorico organi-
smo le cause che voglia procrastinare, «quando […] vuol procedere
con maggior cautela, et giustificatione in qualche particolare can-
cheroso […] o quando […] vuol buttare qualche causa nel pozzo di
san Patritio»43, come nota argutamente lo scrittore Scipio di Castro.
Inoltre il Sacro Regio Consiglio assomma in sé una miriade di com-
petenze, sempre inerenti alla sfera giudiziaria, dalla pubblicazione
delle leggi alla risoluzione dei contenziosi fra le diverse magistra-
ture. Proprio il ruolo di supremo arbitro delle controversie giurisdi-
zionali fra le diverse istituzioni del regno e fra queste e le autorità
esterne fa del Sacro Regio Consiglio il depositario dell’auctoritas
del regno, che non può essere scalfita nemmeno dal sovrano.
Una lunga e radicata tradizione storiografica vuole, al contrario,
che l’auctoritas del Regno di Sicilia, per l’intera epoca moderna,
risieda nel Parlamento, costituito dal braccio ecclesiastico, dal brac-
cio militare e dal braccio demaniale. Compito precipuo dell’isti-
tuzione, che si riunisce ordinariamente ogni tre anni, ma che può
essere convocata a discrezione del re o del viceré, è quello di deter-
minare la somma del donativo che il regno offre al sovrano per far
fronte alle esigenze di governo44. Al contempo, il Parlamento pre-
senta al monarca delle richieste di grazia, espresse in capitoli, il cui
mancato accoglimento non comporta però il rifiuto del versamento
del donativo. È a proposito di quest’ultima attività che gran parte
della tradizione storiografica siciliana ha voluto attribuire all’as-

43
S. Di Castro, Avvertimenti di don Scipio di Castro a Marco Antonio Colonna
quando andò viceré di Sicilia (1577), a cura di A. Saitta, Roma, Edizioni di Storia
e letteratura, 1950, p. 64.
44
G. B. Rocchetti, Origine e dettaglio dei donatici di Sicilia sino al Parlamento
del 1810, Palermo, per le stampe di Filippo Barravecchia, 1813-1814. Sulla
ripartizione dei donativi si veda inoltre F. Pollaci Nuccio, Saggio della
nomenclatura e qualità degli atti antichi, Palermo, Tip. di B. Lima 1865, p. 149.

- 36 -
semblea un potere legislativo: in effetti, le domande avanzate di
rado vertono su problemi generali; più spesso si tratta di richieste di
uno dei tre bracci o addirittura di singoli parlamentari. Esaminati da
vicino, infatti, la maggior parte dei capitoli denunciano la loro na-
tura di richieste legate a interessi particolari, miranti a definire con
sempre maggiore evidenza l’area del privilegio e della distinzione45.
Del resto, sui banchi del braccio militare del Parlamento siedo-
no gli stessi signori che partecipano alle feste del viceré, a giostre
e tornei in suo onore. L’apertura stessa delle sedute parlamentari è
occasione di celebrazioni, che arricchiscono ulteriormente le feste
barocche di Palermo46.

45
Un quadro d’insieme della fisionomia e delle attività parlamentari può
essere ricostruito grazie a F. La Mantia, I parlamenti del Regno di Sicilia e gli
atti inediti (1541 e 1594), Torino, Fratelli Bocca, 1886; C. Calisse, Storia del
Parlamento in Sicilia dalla fondazione alla caduta della monarchia, Torino,
Unione Tipografico-Editrice, 1887; L. Genuardi, Parlamento Siciliano, Bologna,
N. Zanichelli, 1924; C. Miraglia, Parlamento siciliano. Lettere convocatorie e
rappresentanze dei comuni (1658-1798), in «Archivio storico siciliano», s. III,
XIV, 1963, pp. 171-197; A. Marongiu, Le “giunte” preparlamentari siciliane
e la crisi siciliana del 1680, in Mélanges Antonio Marongiu, Palermo, Istituto
di Storia medievale - Università di Palermo, 1967, pp. 129-136; V. Titone, Il
Parlamento siciliano nell’età moderna, ivi, pp. 185-211; G. Buttà, Il Parlamento
siciliano tra tradizione e riforma, in Storia della Sicilia, vol. VII, Napoli, Società
editrice Storia di Napoli e della Sicilia – Edas, 1978, pp. 21-53; F. Vergara, Il
Parlamento di Sicilia del 1615, Acireale, Bonanno, 1991.
46
L. De Nardi, The ceremonial of the Sicilian General Parliament through an
inedited report of the 17th Century, in Culture parlamentari a confronto. Modelli
della rappresentanza politica e identità nazionali, a cura di A. Romano, Bologna,
Clueb, 2016, pp. 419-429.

- 37 -
2. Palermo profana

Il rapporto tra il viceré e i sudditi siciliani non si esplica solo


nelle decisioni giudiziarie e politiche, ma anche nella costruzio-
ne del consenso, un’attività che si concretizza non di rado con il
ricorso a una molteplicità di occasioni festive distinte a seconda
delle fasce sociali cui sono destinate. Gli aristocratici, con la loro
famiglia, sono invitati a balli e rappresentazioni teatrali che ven-
gono loro offerti a porte chiuse all’interno delle mura del Palaz-
zo Regio, ma, al contempo, spesso e volentieri sono anche fra i
protagonisti di parate e processioni che destano la meraviglia di
tutta la popolazione palermitana e ne guadagnano gli entusiasmi47.

47
Sull’importanza delle manifestazioni di festa per la politica di antico regime
cenni interpretativi interessanti forniscono A. Bouza Àlvarez, El rey, a escena.
Mirada y lectura de la fiesta en la génesis del efímero moderno, in «Espacio,
Tiempo y Forma», s. IV, Historia moderna, 10, 1997, pp. 33-52 e A. Cámara
Muñoz, La fiesta de Corte y el arte efímero de la Monarquía entre Felipe II y
Felipe III, in Las sociedades ibéricas y el mar a finales del siglo XVI, t. I, La corte.
Centro e imagen del poder, Madrid, Sociedad Estatal para la Conmemoración de

- 39 -
Il viceré dedica molte energie a tutte queste attività, sia che si
svolgano all’interno degli ambienti palatini, sia che abbiano come
teatro principale le strade e le piazze di Palermo, perché esse con-
sentono la tessitura di relazioni fondamentali per la sua reputazio-
ne e per la sua azione di governo.
Talvolta, luogo deputato a tali manifestazioni è l’ampio spiazzo
dinanzi al Palazzo Regio, oggi occupato dalla villa Bonanno, così
chiamata dal sindaco che la realizzò ai primi del Novecento. Più
spesso, però, il teatro degli spettacoli urbani è la Piazza Marina.
Parte integrante dello spettacolo è quindi il corteo che lascia le stan-
ze della reggia e si inoltra lungo il Cassaro per raggiungere gli spazi
prospicienti il mare. Ogni occasione appare buona per approntare
gli apparati effimeri che decorano il percorso e che i poeti del tempo
auspicano sempre più splendidi, come Tomaso Aversa che scrive
nel 1637, in lingua siciliana, la commedia La notti di Palermu, e
nel prologo affida al personaggio Betis la speranza che «la famusa /
strata, chi d’una parti / è di palazzi urnata» sia sempre più sontuosa:

siano tutti li mura


di purpura cuverti;
ch’ogni finestra sia
un suli chi sfaidda,
chi di imagini beddi
di li chiù beddi dammi
ardanu (quasi fulguri ) ogni pettu,
chi paranu di notti
tanti torci addumati,
tanti fulguri ardenti,
sblenduri di biddizza
siano l’occhi e li frunti,
pi fari illustri e sblendida la strada48.

los Centenarios de Felipe II y Carlo V - Pabellón de España. Expo ’98 - Lisboa,


1998, pp. 67-89.
48
T. Aversa, La notti di Palermu, a cura di G. Isgrò, Palermo, Sicania, 1990, pp.

- 40 -
- La Galleria di Palazzo: l’aristocrazia al ballo

Quando, durante il suo mandato (1598-1601), il duca di Ma-


queda fa realizzare nel Palazzo Regio gli ambienti destinati alle
principali magistrature del Regno, non trascura i locali destinati
alla rappresentanza, che vengono ristrutturati secondo i dettami sti-
listici del tempo. Particolarmente lussuosa è la «bellissima stanza
chiamata la Galeria»49, un’ampia sala decorata con ritratti, simile
a quelle che nel corso del Seicento vengono realizzate in tutte le
capitali dei domini della Monarchia spagnola, da Milano a Napo-
li, da Cagliari a Barcellona fino nel Nuovo Mondo50. Ai primi del
Seicento, la Galleria o Sala degli arieti, cosiddetta poiché conser-
va una coppia di arieti di bronzo – di cui oggi l’unico superstite
è custodito al Museo archeologico regionale “Antonio Salinas” –,
si presenta «bellissima […] tutta adorna di pitture, e di ritratti di
veri, e particolarmente degl’Imperatori, e Rè di Casa d’Austria»51.
Il 20 giugno 1603 la Galleria, con la sua profusione decorativa, ac-
coglie Giovanna d’Austria, figlia di don Giovanni d’Austria, fratel-
lo bastardo di Filippo II, arrivata a Palermo per convolare a nozze
con Francesco Branciforti, principe di Pietraperzia, marchese di
Militello e conte di Mazzarino.
L’arrivo di donna Giovanna non è che uno degli episodi accolti
nello splendido scenario palatino, dove tradizionalmente si svolgo-

67-68. La commedia contiene anche un’interessantissima descrizione in versi


della riconfigurazione urbanistica avvenuta in periodo barocco.
49
V. Auria, Historia cronologica delli signori viceré di Sicilia, cit., p. 70.
50
V. Manfrè e I. Mauro, Rievocazione dell’immaginario asburgico: la serie dei
ritratti di viceré e governatori nelle capitali dell’Italia spagnola, in Ricerche
sul ’600 napoletano. Saggi e documenti, Roma, Arbor sapientiae, 2010-2011,
pp. 107-135; sulla cultura del governo viceregio nel Nuovo Mondo si veda A.
Cañeque, The King’s Living Image: The Culture and Politics of Viceregal Power
in Colonial Mexico, New York, Routledge, 2004.
51
Auria, Historia cronologica delli signori viceré di Sicilia, cit., p. 74.

- 41 -
no i ricevimenti che il viceré offre all’aristocrazia siciliana. E non è
casuale che durante il mandato del viceré Francisco de Benavides y
Dávila, conte di Santisteban del Puerto (1678-1687), le pareti ven-
gano rinnovate con «excelentes pinturas»52, che raffigurano «l’ima-
gini de’ viceré, che governarono il Regno di Sicilia dall’anno 1488
sino al presente, la venuta in Sicilia del re Pietro d’Aragona, e […]
la pianta della Sicilia, con molte dell’antiche medaglie di essa, che
tutte rendono a meraviglia vaga e sontuosa questa gran sala reale»53.
Nello stesso periodo, dal medesimo viceré, è commissionata a Vin-
cenzo Auria l’Historia chronologica delli signori Viceré di Sicilia,
pubblicata alcuni anni dopo54; la serie raffigurante i viceré di Sicilia
vuole contribuire da un lato a rinsaldare i legami fra la Sicilia e i
suoi sovrani, Aragona prima e Asburgo poi, e dall’altro a rendere

52
Biblioteca centrale della regione siciliana, ms. XIV D 5, f. 26r, Relatione di
Sicilia del señor Conde di S. Stefano.
53
A. Mongitore, Diario palermitano dall’anno 1680 al 13 maggio 1743 con la
continuazione fino all’11 novembre del 1751 di Francesco Serio e Mongitore, in
Biblioteca storica e letteraria di Sicilia, a cura di G. Di Marzo, Palermo, Pedone
Lauriel, 1871, vol. VII, pp. 9-10. La sala è raffigurata nel Teatro geografico
antiguo y moderno del Reyno de Sicilia, le cui immagini sono pubblicate in C.
De Seta e V. Consolo, Sicilia teatro del mondo, Roma, Nuova ERI, 1990; su tale
testo si veda anche M.S. Di Fede, Descripción de la Sicilia: architettura, città e
territorio nella seconda metà del Seicento, Palermo, Offset studio, 2000 ed Ead.,
Carlos Castilla e il Teatro geografico antiguo y moderno del Reyno de Sicilia
(1686), in «Lexicon. Storie e architettura in Sicilia», 7, 2008, pp. 61-65; sui viceré
ritratti si vedano poi Biblioteca comunale di Palermo, ms. Qq E 89 n.9, F.M.
Emanuele e Gaetani, marchese di Villabianca, Delli ritratti de’ viceré di Sicilia
espressi in rame ed in carta e che esposti vengono nelle regie stanze del palazzo
dominante di Palermo colle epigrafi in piede toccanti il tempo e le circostanze del
lor governo; S. Di Bella, I viceré ritrovati, in «Cronache parlamentari siciliane»,
n.s., IV, 11, 1989, pp. 4-21; R. Giuffrida, Nel Palazzo dei Normanni: la Cappella
Palatina, ritratti di Vicerè, Presidenti del Regno e Luogotenenti Generali di
Sicilia, la Sala d’Ercole, Palermo, Accademia nazionale di Scienze lettere e arti,
1990, pp. 214-221; più in generale sul palazzo si vedano M.S. Di Fede, Il Palazzo
Reale di Palermo tra XVI e XVII secolo (1535-1647), Palermo, Medina, 2000.
54
Per uno stringato ritratto dell’arcade palermitano si veda R. Zapperi, Auria,
Vincenzo, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia
italiana Giovanni Treccani, 1962, vol. IV, p. 591.

- 42 -
evidente come a Palermo uno dei tramiti più importanti per acce-
dere alla vita cortigiana madrilena e quindi alla suprema fonte della
grazia, il sovrano, dispensatore di innumerevoli benefici materiali e
simbolici, sia proprio il viceré.
Sotto gli sguardi di sovrani e viceré, quindi, hanno luogo gli
appuntamenti più importanti della vita politica isolana; durante il
loro svolgimento, tra una pavana spagnola e una gagliarda italiana
– le principali danze cortigiane –, prima di una commedia o dopo
un applauso ai musici che intonano madrigali, è possibile per nobi-
li, ministri e chierici convenuti tessere fra di loro e con il viceré le
relazioni interpersonali in grado di assicurare a ciascuno il succes-
so nell’affannosa ricerca di onore e utile55. Nell’Europa di antico
regime, infatti, i molteplici attori politici raggiungono o meno le
loro mete – incarichi, pensioni, prebende, titoli e così via – in virtù
della protezione che riescono ad ottenere. Il re è il supremo patro-
no, ma accanto a lui a Madrid si ergono una serie di figure che,
consigliandolo nelle azioni da intraprendere, segnalano anche gli
uomini adatti al loro svolgimento. I grandi patroni dell’età di Carlo
V e di Filippo II o i favoriti di Filippo III e di Filippo IV, esclusivi
detentori del potere di influenzare il monarca, sono i terminali di ca-
tene di relazioni clientelari che si ramificano per l’intera Monarchia
asburgica. Ogni anello di queste catene è costituito da una relazione
personale fra due persone differenti sul piano sociale e in grado
di disporre di risorse di diverso valore. Il potentior o superior, il
patrono, può dar prova della propria posizione concedendo un be-
neficium all’inferior, al cliente. Il dono obbliga al contraccambio:
l’humilior prima offre un ringraziamento verbale, poi il servitium,
ossia un gesto tangibile di obbedienza e di sottomissione. In linea di
principio, il servitium è personale e intrasferibile, poiché lega esclu-
sivamente il debitore al creditore; tuttavia, la logica patrimoniale,
che assimila al debitum ciò che l’humilior deve al suo benefattore,

55
Sulle rappresentazioni teatrali a Palermo si veda G. Isgrò, Il teatro negato.
Le invenzioni dello spettacolo in Sicilia dal Cinquecento all’Ottocento, Bari,
Edizioni di pagina, 2011, in particolare alle pp. 3-16 e alle pp. 63-98.

- 43 -
favorisce la sua trasmissibilità ereditaria. Si formano così catene
clientelari che legano le famiglie per generazioni e favoriscono la
formazione delle fazioni, schieramenti che si scontrano in primo
luogo nella corte di Madrid, ma poi anche nelle corti provinciali56.
Palermo non è diversa dagli altri centri urbani della Monarchia
asburgica. Al vertice della sua corte il viceré è giunto grazie ai suoi
appoggi clientelari e, quindi, al suo arrivo sa già su chi può contare.
Ma le fazioni sono estremamente mobili e l’aristocrazia siciliana,
per raggiungere i propri obiettivi, appare in grado di muoversi age-
volmente fra i diversi patroni cortigiani. Essa si dimostra poi parti-
colarmente agile nell’abbandonare, quando possibile, un patrono in
disgrazia per conquistarne uno nuovo in auge: uno sforzo condiviso
da uomini e donne che, in un coordinato gioco di squadra, fra sorrisi
e ammiccamenti, in cambio del raggiungimento dei propri obiettivi
assicurano al viceré la governabilità della Sicilia57.
In queste occasioni, tuttavia, non è solo la politica a dettare
tempi e comportamenti. La presenza di uomini e donne, che gene-
ralmente conducono vite separate, accende le reciproche fantasie,
come accade al viceré Marco Antonio Colonna. Proprio durante una
festa a corte, «il signor Marco Antonio […] venendovi bellissime
dame, fè […] colazione a quelle di molte confezioni, e le faceva di-
stribuire dal suo maggiordomo ed aiutante in molti piatti d’argento,
portati da paggi. Ma in loco del maggiordomo uscì egli travestito,

56
Sulle dinamiche siciliane si vedano F. Benigno, L’ombra del re. Ministri e
lotta politica nella Spagna del Seicento, Venezia, Marsilio, 1992; Id., La Sicilia
nell’età di Filippo II. Considerazioni sui rapporti fra centro e periferia nella
monarchia cattolica, in Felipe II y el Mediterraneo, a cura di E. Belenguer
Cebriá, Barcelona, Sociedad estatal para la Conmemoración de los centenarios
de Felipe II y Carlos V, 1998, vol. IV, La monarquía y los reinos, pp. 439-451.
57
Sulle capacità politiche dell’aristocrazia siciliana si vedano La Sicilia dei
Moncada. Le corti, l’arte e la cultura nei secoli XVI e XVII, a cura di L. Scalisi,
Catania, Domenico Sanfilippo, 2006; Ead., La Sicilia degli Heroi. Storie di arte e
di potere tra Sicilia e Spagna, Catania, Domenico Sanfilippo, 2008; Ead., Mas de
costa real que de vassallo. Accuse, relazioni e patronage nella Sicilia spagnola, in
«Rivista storica italiana», 123, 1, 2011, pp. 246-271; Ead., Magnus Siculus, cit.

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con Lelio di Massimo, cavalier romano; ed essi distribuivano co’
paggi. In questo modo si scoperse egli a molte dame: onde ne ven-
nero molti innamoramenti». Lo stesso viceré s’invaghisce di Eu-
frosina Valdaura, sposa di Galcerano Corbera e baronessa di Mise-
rendino. Di fronte alle bellezze della gentildonna siciliana, appena
sedicenne, «il signor Marco Antonio – come racconta il pettegolo
Vincenzo Di Giovanni – divenne così cieco che, non facendo con-
to dell’autorità e reputazione viceregia, fu un altro Marco Antonio
con Cleopatra. Le andava dietro, le passeggiava innante, e per le
strade, e per le chiese. Alla secura vi trattava e conversava, il giorno
di vista e complimenti, la notte con effetti da dovero. Fu più volte
visto il viceré solo e travestito di notte andarle in casa»58. Ricordan-
dolo come uno dei peggiori viceré che la Sicilia abbia conosciuto,
il marchese di Villabianca ricorda come tutta Palermo sapesse della
sua sfrenata passione: «Non solo fu tanto per lei l’acciecamento
del Viceré Colonna, quanto che dovendogli scolpire la statua della
Dea Pomona per sovrastare per destra ad una delle fonti di Porta
Felice, fu ingionto l’artefice a fare sul volto della ridente Deità, il
volto della sua adorata bella Eufrosina»59. La fontana con la statua
non esiste più e non è possibile gettare lo sguardo sulle fattezze
dell’ammaliante signora siciliana, che rimane però nella memoria
collettiva anche per la sfortuna della sua breve vita. Durante la tre-
sca con Marco Antonio Colonna, il suocero, l’anziano barone del
Miserendino Antonio Corbera muore avvelenato in carcere, mentre
il marito Galcerano Corbera viene eliminato da un assassino tro-
vato poi morto in un canale, fatto tacere – si dice – dal mandan-
te, lo stesso viceré. Dopo la morte di Marco Antonio, Eufrosina
viene condotta a Roma da Felice Orsini, che ne favorisce il ma-
trimonio con uno dei migliori amici del defunto, Lelio de’ Massi-
mi. Tuttavia la gentildonna siciliana viene uccisa dai due figli di

58
Di Giovanni, Palermo restaurato, cit., pp. 327-328.
59
Biblioteca comunale di Palermo, ms. Qq E 108, F.M. Emanuele e Gaetani,
marchese di Villabianca, Pretori romani e viceré di cattiva fama che a noi
presenta la siciliana storia e la gran parte rimasti privati di ufficio.

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primo letto del marito, condannati a loro volta alla pena capitale
per matricidio nella Roma papalina: «gravissima materia da far-
sene flebilissima tragedia»60. Questa vicenda triste e famosissima
forse convince i successivi viceré di Sicilia a furtivi amori duran-
te il loro soggiorno nell’isola. Le feste private dove corteggiare e
sedurre damigelle nella Palermo barocca non mancano di sicuro61.

- I Quattro Canti: le feste di piazza -

In determinate occasioni, quando le porte della reggia si aprono, la


città stessa diviene enorme palazzo, in grado di ospitare il corteggio
viceregio e l’intera popolazione in festa. Il calendario offre una mi-
riade di appuntamenti, profani e sacri, perché si dia mostra di pub-
blico giubilo. Malgrado la diversità delle celebrazioni, vi sono degli
elementi che accomunano tutte le circostanze: gli apparati effimeri,
costruzioni e sculture di materiali non nobili – legno compensa-
to, stucco, cartapesta, stoffa e così via – che arredano le vie dove
si svolgono i diversi momenti del festeggiamento. La deperibilità
degli impianti, unita al costante riutilizzo, non ha permesso loro di
giungere fino a noi, se non in stampe e incisioni. Tuttavia, di tali
apparati effimeri è rimasto, in pietra, un testimone spettacolare.
All’incrocio fra il Cassaro e la Strada Nuova, progettata dal Sena-
to di Palermo nel 1596 e inaugurata dal viceré duca di Maqueda
il 24 di luglio del 1600, si apre la «Superba Piazza ornata di bal-
coni, di marmi di statue e di fontane, […] detta l’Ottangolo […],

60
Di Giovanni, Palermo restaurato, cit., p. 333. La vicenda è al centro di una
novella di L. Sciascia, Eufrosina, in Id., Il mare colore del vino, Milano, Adelphi,
1996, pp. 140-145.
61
Particolarmente fastose sono le nozze fra Anna d’Aragona, figlia di Carlo
d’Aragona, duca di Terranova, presidente del Regno di Sicilia, e Giovanni
Ventimiglia, marchese di Geraci, celebrate nel 1574, su cui si veda G. Martellucci,
Le nozze del Principe, Palermo, Sellerio, 1992.

- 46 -
Piazza del Sole (perché il sole dal suo nascere al suo tramonto non
l’abbandona mai), Piazza Villena (dal nome del viceré [Juan Fer-
nández Pacheco, marchese di Villena che la inaugura]) e la Piazza
dei Quattro Cantoni»62.
L’apertura della nuova direttrice, il cui disegno è ispirato in ma-
niera evidente all’incrocio di via delle Quattro Fontane realizzato
pochi anni prima a Roma, dà un nuovo aspetto alla città. Essa è
sicuramente un’operazione economica di vasto respiro, ma al con-
tempo, da un lato, fornisce un aspetto scenografico all’intero im-
pianto urbano e, dall’altro, offre una nuova chiave di lettura della
storia di Palermo e del suo presente63. La quadripartizione della
città allude alla sua origine mitica, dato che la tradizione dice che
nel sito dove insiste Palermo durante l’antichità avevano vissuto
quattro comunità urbane, due troiane e due fenicie; ricorda, inol-
tre, la divisione medievale in quattro quartieri; molteplici sono i
riferimenti alchemici, magici e astrologici sicuramente non estranei
ai contemporanei; ma soprattutto è il segno di una consacrazione.
La croce che attraversa la pianta di Palermo rende visibile uno dei
misteri della fede cristiana, una fede che viene architettonicamen-
te espressa e solennizzata con l’erezione dei famosi Quattro Canti,
superba scenografia per le celebrazioni cittadine, opera di Giulio
Lasso e di Mariano Smiriglio64.

62
Di Blasi, Storia cronologica dei Viceré, Luogotenenti e Presidenti del Regno
di Sicilia, cit., p. 278.
63
Sottolineano gli aspetti economici e pratici dell’operazione urbanistica S.
Piazza, Strategie insediative della classe dirigente nel secondo Cinquecento a
Palermo, in L’urbanistica del Cinquecento in Sicilia, a cura di A. Casamento
ed E. Guidoni, Roma, Edizioni Kappa, 1999, pp. 218-224; Id., I palazzi di via
Maqueda tra Sei e Settecento, in Architettura. Processualità e trasformazione,
a cura di M. Caperna e G. Spagnesi, Roma, Bonsignori, 2002, pp. 469-474;
M. Vesco, Dal rettifilo alla croce: l’apertura di strada Maqueda a Palermo, in
«ArcHistor», II, 4, 2015, pp. 5-25.
64
G.B. Maringo, Fama dell’Ottangolo palermitano, Theatro del Sole e Piazza
Vigliena, Palermo, Giovan Battista Maringo, 1609; F. Baronio Manfredi, De
Maiestate Panormitana libri IV, cit.; M. Fagiolo e M.L. Madonna, Il Teatro del
Sole. La rifondazione di Palermo nel Cinquecento e l’idea della città barocca,

- 47 -
Gli angoli dell’incrocio sono riccamente decorati. Al riparo del-
le ali delle aquile – emblema asburgico e cittadino allo stesso tempo
– si elevano le fontane dedicate alle stagioni, i ritratti dei sovrani e
le effigi delle patrone di Palermo: nel cantone meridionale la fonta-
na della Primavera, Carlo V e S. Cristina; nel cantone occidentale la
fontana dell’Estate, Filippo II e S. Ninfa; nel cantone settentrionale
la fontana dell’Autunno, Filippo IV e S. Oliva; nel cantone orientale
la fontana dell’Inverno, Filippo III e S. Agata: piccole variazioni su
uno schema che si ripete uguale e che provoca allo spettatore una
sorta di vertigine.
Ma non è solo il sole ad avere nell’Ottangolo il suo perfet-
to teatro barocco. Chi si pone in questo spazio, nello stesso mo-
mento, vede ed è visto, è al contempo spettatore e spettacolo egli
stesso. Quindi, quando l’apparato effimero – arco o carro che
sia – realizzato per una cerimonia, percorrendo il Cassaro, giun-
ge qui, principale palcoscenico cittadino, e viene offerto al pub-
blico sguardo, scatta un meccanismo di identificazione assai più
forte di quello attivo in altre realtà urbane: all’incrocio fra le due
principali arterie palermitane, l’avvenimento cerimoniale non è
più solo il frutto di una volontà superiore, di chi lo ha promosso,
ma diviene realizzazione compiuta di tutti quelli che hanno parte-
cipato alla sua realizzazione, poiché i cittadini palermitani, chia-
mati ad assistere alla manifestazione, a far parte del pubblico, ne
divengono al medesimo tempo protagonisti, orgogliosi del loro
lavoro che sfila per le vie della città e della loro stessa persona.
E grazie alla naturale identificazione delle maestranze con la com-
mittenza, in virtù dei frequenti appuntamenti che punteggiano il

cit.; R. Patricolo, F.S. Brancato e G. Fiducia, Giulio Lasso, l’architetto del Teatro
del Sole, Palermo, Istituto storico siciliano, 1991; M.S. Di Fede, Il cantiere dei
Quattro Canti a Palermo: il progetto del 1619, in «Annali del barocco in Sicilia»,
2, 1995, pp. 49-59; G. Fanelli, I Quattro Canti di Palermo. Il cantiere barocco
nella cultura architettonica ed urbanistica della capitale vicereale, Palermo,
Regione siciliana, 1998; I Quattro Canti di Palermo. Retorica e rappresentazione
nella Sicilia del Seicento: 1608-2008, a cura di M.S. Di Fede e F. Scaduto,
Palermo, Caracol, 2011.

- 48 -
calendario cittadino, si riesce a catturare il consenso di un ampio
spettro di popolazione, dal più oscuro scalpellino, esecutore di un
minimo particolare, fino all’architetto e al poeta che hanno pensato
nel loro complesso gli apparati, facendo ricorso alle armi della cul-
tura letteraria e della fantasia65.
Tutte le maestranze sono coinvolte in processi di questo tipo, non
solamente quelle che appaiono strettamente legate alla realizzazio-
ne delle suppellettili necessarie allo spettacolo festivo. Nel 1572, per
celebrare l’arrivo a Palermo di Juan de Austria, dopo la vittoria di
Lepanto, i pannieri vengono mobilitati affinché le architetture effi-
mere in onore del vincitore siano ricoperte di velluto «cremesino»,
raso «lionato», «domasco verde» e mille altre stoffe preziose in una
profusione di colori e di disegni sempre «frigiati di oro»; i sarti e
ricamatori partecipano con le bardature del cavallo offerto al principe
«guarnito di velluto nigro a sei pendenti, fregiati con reccamo di oro
et argento tirato a martello, con sei battifianchi, jumbetti e fiocchi
simili, piastrati di argento con le arme di Palermo in forma di aquila
dorata»; i cuoiai forniscono la «regal sella, rabiscata di oro et argen-
to tirato e ritorto in forma di perle, talché altro non si vedea ch’una
inestimabile e pomposa richiza; con sua legiadra brigla» mentre gli
orafi posso andare orgogliosi degli «staffili d’argento massizzo dora-
ti, bozati di mascheroni et fachi torchischi». Per le vie della città poi
sfilano i doni che il Senato offre all’ammiraglio che ha sbaragliato
la flotta turco-ottomana. Il corteo, preceduto da alcuni magistrati in
veste ufficiale, percorre la città:

Setti bastasi con 75 torchi di chera bianca de due rotula


per una; quatro cannestri pieni di candeloni et candeli della
popria chera, di peso di cantara tre […], 10 cannestri con 50
pani di zucchero fino et altri 15 di musturetti; 16 cannestri con

65
G. Isgrò, Il teatro festivo barocco a Palermo, Palermo, Publifoto, 1992; Id.,
La forma siciliana del teatro. Lo spettacolo dell’hispanidad fra ’500 e ’600. Le
vastasate, l’opera dei pupi e l’avvento del grande attore, Palermo, Ila Palma, 2000.

- 49 -
50 scatole di varia confetione fra cannellati, pignolati, aniso,
mendoli, confetti, coglandri confetti et pizicati; altri 7 cannestri
con 50 bornie di persecate, chitrate, cotognate et festuche
confitate; 12 cannestri con 100 bornij grandi di confectione
confettate, in tutti sorti di frutti; quattro cofini di rachina;
7 cartelle di lomioni et lomie valentiane; 7 altre di arangi poma;
22 cofini di pan bianco; 150 galline et altri tanti caponi; 35 ochi;
25 galli d’India; 20 pavoni; 40 capretti; 16 salmi d’orgio; 8 butti
di vino, fra dulci et latino; 6 vitelli et 10 jenchi.

Il giovedì seguente un altro omaggio sfila per il Cassaro:

Cinque primi cannestri campigiati di varij pianti, arbori


fioriti et animali di rilievo; cinque altri cannestri di marmorati
piastretti alla moderna; cinque cannestri di spechi marmorati e
tondigiati a guisa di un mare; cinque altri pieni di confusa gen-
te, relevati in battaglia; 5 altri di marmorati in forma di uomini
morti et feriti; 5 pieni di gente torchisca legati; et ultimi canne-
stri col triumpho di Sua Alteza.

Qualche giorno dopo ancora un terzo presente avanza per le vie


della città:

Cinque cannestri pieni di sfogliati e nevoloni di zucche-


ro; 5 altri di pastezi, pastaretti di zuccaro; 5 di turti e pastizoni;
5 altri di rosetti, gigli e fioretti di zucchero; 5 di pignoletti, mu-
stazoli, mostardini di dattoli di zucchero; 3 cannestri di noca-
tuli, colluri, biscotti, biscotelli e tutti sorti di frutti di zuchero;
ultimo erano cinque altri cannestri di tutti i sorti di animali,
uchelli e pessi, con una vipera nel mezo trapassata da un dardo,
et uno a cavallo che tenea un general stendardo; tutti di zuchero

- 50 -
benissimo ornati di fioretti, ramaglietti, rosetti e verdari deorati,
argentati e regalmente profumati di musco, ambra, zibetto66.

Candelai, zuccherieri, pasticcieri, cuochi, macellai, contadini,


panettieri, vinai hanno un’occasione per ampliare la loro attività,
certi che il Senato onorerà gli ordini emessi, e al contempo traggono
orgogliosa soddisfazione nel vedere il frutto del loro lavoro portato
in trionfo per le vie della città.
I viceré, peraltro, non disdegnano anche di vellicare il ventre
della popolazione di Palermo. Marco Antonio Colonna, che non
esita un lunedì di Carnevale ad abbandonare la casa del capitano di
Palermo Vincenzo Bonanno, a causa di una commedia licenziosa
che vi viene rappresentata e a condannare «tutti gli Offitiali che re-
citavano per sei misi [a] non potere stare né accostare in Palermo»,
presenzia con entusiasmo, condiviso dai palermitani, alla corsa del-
le prostitute sul Cassaro e, al termine della competizione, propone
per il 5 febbraio, festa di S. Agata, un’altra corsa di «buttani […]
con premio una faldetta con lo busto di raso arancino e tutte le palie
delle donne […] di villuto foderati di tila d’oro»67.
Durante il mandato del viceré Pedro Téllez-Girón y Velasco,
duca di Osuna, le cavalcate, le giostre, le tauromachie, i giochi
pirotecnici, le farse che «i Ciciliani per ancora serbando costume

66
S. Salomone Marino, Relazione delle feste della città di Palermo a Don
Giovanni d’Austria dopo la vittoria di Lepanto scritta da un contemporaneo e
ora per la prima volta stampata con introduzione e note, in «Nuove effemeridi
siciliane», III, I, 1875, pp. 20-60. Con il termine “marmorata” si indica la
ghiaccia reale, una sorta di glassa di zucchero e albume assai consistente: i
biscotti marmorati sono glassati. Sulle capacità dei pasticcieri rinascimentali e
barocchi di elaborare sculture di zucchero si veda R. Morselli e R. Piccinelli,
Breve ragguaglio delle sculture in zucchero in epoca moderna. Ovvero Saccarum
Triumphans alla corte di Carlo II Gonzaga Nevers, in Le tavole di corte tra
Cinquecento e Settecento, a cura di A. Merlotti, Roma, Bulzoni, 2013, pp. 217-
250: una tradizione, del resto, mai abbandonata in Sicilia.
67
F. Pollaci Nuccio, Varietà palermitane, in «Nuove effemeridi siciliane», III,
VII, 1878, pp. 17-39 e 170-208, p. 185 e p. 183.

- 51 -
antico, rappresentano per le strade e per i borghi»68 coinvolgono
l’intera città. In occasione del carnevale del 1616, per volere del
viceré espresso da un pubblico bando, si ordina addirittura che
«ognuno s’avesse di vestire mascara», mentre per le vie di Palermo
circolano «quattro carri alcuni portati da boi e alcuni da cavalli,
pieni di quartalori di vino et appisi quarti di genco di porco, carne
salata, prisutti, salsizoni e cosi simili; che partitisi da palazzo con
mascari appresso, e gionti all’Arcivescovato [vengono] dal popolo
sachegiati»69: un trionfo dell’abbondanza salutato con entusiasmo
dall’intera città.

- Da Palazzo Ajutamicristo a Piazza Marina:


cavalli e cavalieri -

Durante le feste cittadine, superato l’Ottangolo, generalmente, il


corteo festoso riprende lungo il Cassaro fino alla Piazza Marina, un
ampio slargo oggi occupato dal verde di Villa Garibaldi. Qui, quale
che sia l’avvenimento da festeggiare, un matrimonio reale, o la na-
scita di un erede al trono, o la nomina di nuovi magistrati cittadini,
si svolge lo spettacolo più amato dai palermitani di età barocca, la
giostra cavalleresca.
Esercizio di chiara origine medievale, importato probabilmente
dagli Angioini, svago esclusivo della nobiltà, la giostra cavallere-
sca attrae sempre un enorme pubblico, che si stipa sopra gli spalti

68
L. Eredia, Apologia nella quale si difendono Teocrito e i Doresi poeti e
Ciciliani, Palermo, De Francisci, 1603, p. 10v.
69
Aggiunte al diario di Filippo Paruta e di Niccolò Palmerino, in Biblioteca
storica e letteraria di Sicilia, a cura di G. Di Marzo, Palermo, Pedone Lauriel,
1869, vol. II, p. 201; sul carnevale in Sicilia si veda inoltre G. Pitrè, Usi e costumi,
credenze e pregiudizi del popolo siciliano, Palermo, Pedone Lauriel, 1889.

- 52 -
innalzati per l’occasione per ammirare i volteggi dei titolati e per
assistere alla premiazione dei più bravi e dei più eleganti. Come
annota alla fine del Seicento lo scrittore Pietro Maggio:

Gode tutto l’huomo a spettacolo così bello: l’occhio a rimi-


rar le strane foggie, le ricche gale, le superbe pompe, i leggiadri
portamenti de’ Cavalieri, e l’artificioso maneggiar de’ cavalli:
gioisce l’orecchio al suon guerriero, & al confuso strepitar di ben
cento trombe e tamburri, con altri bellici stromenti: l’animo si
ribella dalla tirannide d’una tenace tristezza a’ lieti applausi del
Teatro, che acclama il Viva a’ Vincitori, si pasce l’ingegno nella
varietà di bizzarre, e spiritose inventioni, e la volontà si lusinga
nel favorire, & augurar le vittorie al Cavaliero, secondo che porta
il genio di ciascheduno70.

Gli spettatori sono entusiasti non solo dell’abilità dei concorrenti


e della loro destrezza nell’esercizio fisico, ma anche delle storie che
essi mettono in scena. Spesso, infatti, durante gli scontri, i cavalieri
rappresentano avvenimenti storici o mitici, episodi di letteratura ca-
valleresca, tratti dai versi di Boiardo o di Ariosto, o trame inventate
sulla falsariga di quelle dei grandi poeti cavallereschi: così avviene,
per esempio, il 15 maggio 1607, sullo spiazzo antistante il Palaz-
zo Reale, quando viene realizzato «un bellissimo ioco di torneo».
Una delle squadriglie di cavalieri partecipanti si presenta con «uno
carro grandi tirato da quattro cavalli con li ali a modo di grifuni»;
sopra il carro vi è un giovane sempre con le ali e quattro cava-
lieri; attorno «multi omini selvaggi quali cantavano in musica di-
versi muttetti». Dopo un combattimento, in cui vengono esplosi

70
P. Maggio, Le guerre festive nelle reali nozze de’ serenissimi e cattolici re
di Spagna Carlo Secondo e Maria Luisa di Borbone celebrate nella felice e
fedelissima città di Palermo nell’anno 1680: relatione istorica, Palermo, per
Giuseppe La Barbera, e Tommaso Rummulo, & Orlando, 1680. Sulle giostre in
Sicilia si veda M. Catalano Tirrito, Le giostre in Sicilia. Notizie e documenti, in
«Archivio storico per la Sicilia orientale», 2, 1905, pp. 215-224.

- 53 -
fuochi d’artificio, giunge un’altra squadriglia con una nave che va
«camminando per terra, tutta quanta ferriata [circondata] con diver-
si musici vestiti di omini maritimi, dicendo diversi muttetti». Giunti
dinanzi al palco del viceré, la squadriglia abbandona la nave, lascia-
ta al saccheggio del popolo71.
Le coreografie delle giostre cavalleresche sono frutto di at-
tenti preparativi, che vengono realizzati nel Palazzo Ajutami-
cristo, dal 1567 sede di una famosa accademica cavalleresca72.
Infatti, per assicurare successo alle giostre, nel 1566, sotto il pa-
trocinio del viceré García de Toledo, viene fondata la Congrega-
zione dei cavalieri d’armi, un’accademia nobiliare che sostituisce
ufficialmente le scuole di scherma, nate in precedenza in manie-
ra spontanea a Palermo per l’educazione dei giovani di rango73.
La Congregazione, teoricamente, ha fini bellici. L’impresa sotto
la quale si raccolgono i cavalieri è l’immagine del ponte sul fiu-
me Oreto, che scorre nei pressi di Palermo, con la parole Et suos
hic habet Oratios: come l’antica Roma, anche la Palermo degli
Asburgo spagnoli ha i suoi Orazi, i suoi eroi pronti alla battaglia per
la difesa della città. In realtà l’accademia educa i suoi membri
non solamente all’uso delle armi, ma anche alle maniere corti-
giane, tanto più che sempre meno gli esponenti dell’aristocra-
zia siciliana partecipano in prima persona alle vicende belliche,

71
Aggiunte al diario di Filippo Paruta e di Nicolò Palmerino, in Biblioteca
storica e letteraria di Sicilia, cit., vol. II, pp. 10-11.
72
R. Starrabba, Il palazzo Ajutamicristo, in «Archivio storico siciliano», II,
1874, pp. 89-94; G. Polizzano, Palazzo Ajutamicristo. Palermo, tesi di laurea, in
www.academia.edu/8975468.
73
S. Salomone Marino, La Congregazione dei Cavalieri d’armi e le pubbliche
giostre in Palermo nel secolo XVI. Notizie e documenti, in «Nuove effemeridi
siciliane», III, V, 1877, pp. 103-139. Sulla formazione cavalleresca in Sicilia si
vedano poi G. Giarrizzo, Il cavaliere giostrante, Catania, Maimone, 1998 e
M.C. Calabrese, Introduzione, in F. Tedeschi, Il Cavalier della Lancia, a cura di
M.C. Calabrese, Catania, Cuecm, 2008. Sul valore delle scuole equestri in Sicilia
fra Cinque e Seicento, B. Salamone, Il cavallo siciliano indigeno. Il Gentile
siciliano da sella, Milano, Lampi di stampa, 2012.

- 54 -
preferendo all’azione sul campo il pagamento dell’adoa, un’impo-
sta che li solleva dal servizio74.
Sin dalla sua istituzione, la Congregazione, per concessione
del Senato, ha sede nel Palazzo Ajutamicristo: dal suo balcone,
nel 1535, l’imperatore Carlo V aveva potuto vedere riunita l’in-
tera nobiltà siciliana, in parte accomodata sulle tribune innalzate
per l’occasione nella piazza prospiciente, in parte – i giovani no-
bili – all’interno di un’arena improvvisata, come concorrenti di
un torneo. Nella seconda metà del XVI secolo e nella prima metà
del XVII, al riparo dei merli del Palazzo Ajutamicristo si insegna-
no tanto la scherma e il tiro con la balestra quanto le arti del ca-
valcare e del danzare, in modo da formare perfetti gentiluomini.
La Congregazione dei cavalieri d’armi diviene, così, non solo
promotrice del successo dei giochi cavallereschi promossi dal
viceré e dalle autorità cittadine, ma anche realizzatrice di propri
programmi di feste, cavalcate e giostre fantasiose, che si tengo-
no abitualmente nella Piazza Marina, attrezzata a questo fine.
Il compito di teatralizzare le manifestazioni, di fornire loro una trac-
cia narrativa e di selezionare il repertorio poetico e musicale che
verrà sciorinato dinanzi al pubblico è affidato, nella seconda metà
del Cinquecento, all’Accademia degli Accesi, fondata nel 1568 con
il patrocinio del viceré Francesco Ferdinando d’Ávalos, marchese
di Pescara, e scioltasi nel 1581: un compito facilitato dal fatto che
gli Accesi condividono lo stesso tetto con la Congregazione dei ca-
valieri d’armi nel Palazzo Ajutamicristo75.
I rituali del torneo contribuiscono a consolidare i vincoli tra il
viceré e le famiglie aristocratiche siciliane, perché offrono al primo
la possibilità di consolidare vecchie alleanze politiche e di realiz-

74
Sull’organizzazione militare in Sicilia si veda V. Favarò, La modernizzazione
militare nella Sicilia di Filippo II, Palermo, Mediterranea, 2009.
75
R. Girardi, Letteratura e apparati “festivi”: l’accademia cinquecentesca
degli Accesi di Palermo, in «Lavoro critico», 33, 1984, pp. 133-158; più in
generale sulle accademie si veda M. Maylender, Storia delle accademie d’Italia,
Bologna, Cappelli, 1926-1930, 5 voll.

- 55 -
zarne di inedite. Non sempre, infatti, il cerimoniale ratifica sistemi
gerarchici preesistenti, ma – come qualsiasi altro linguaggio – con-
tribuisce a crearne di nuovi. In occasione di una giostra cavallere-
sca, il viceré di Sicilia – generalmente chiamato a giudicare fra i
concorrenti – può esprimere le sue preferenze politiche, premiando
almeno cinque cavalieri, come sottolinea uno dei teorici dell’arte
cavalleresca in Sicilia, il messinese Antonio Ansalone, autore nel
1629 del trattato Il cavaliere. Il viceré deve premiare non solo «quel
Cavaliere, che romperà più lance, e farà il meglio nell’incontrare»,
ossia il miglior cavaliere dal punto di vista atletico, ma anche colui
che «prima di tutti comparirà in campo», il «più galante di persona
e di cavallo», il protagonista del combattimento più spettacolare, il
«cavaliere che porterà nel cimiero più bella e nuova invenzione»,
l’impresa più elegante e curiosa76. Gli spettatori ammirano partico-
larmente i copricapi originali, come narra Vincenzo Auria:

Oltre il lustro di quest’armi, entra in gran parte la bellezza del


Cimiero, che spogliando di pretiose penne i più singolari augelli,
hor del Pavone, dello Struzzo del Cigno, ed altri; anzi togliendo al
mare le perle, i coralli, ne forma una grande, e maestosa Cresta, e
spesso al costume più moderno nel quale è cresciuta la pompa, e la
ricchezza, s’intrecciano in varie, e dilettose maniere d’inventioni,
che s’alzano in certe quasi dissi capricciose, e superbe machine,
che si drizzano, e sollevano in aria77.

L’ammirazione degli spettatori non è riservata solo al pregio


estetico che l’elmo indossato racchiude, ma anche al gusto concet-

76
A. Ansalone, Il cavaliere del signor Antonio Ansalone messinese, Messina,
nella stamperia di Pietro Brea,1629.
77
V. Auria, La giostra. Discorso historico del dottor D. Vincenzo Auria
Palermitano sopra l’Origine della Giostra in varie parti dell’Europa, e della
sua Introduttione, ed uso antico, e moderno nella Felice, e Fedelissima Città di
Palermo, Reggia di Sicilia, fino a quest’Anno presente MDCLXXXX, Palermo,
per l’eredi dell’Isola, 1690.

- 56 -
toso di utilizzare in maniera originale un emblema. I cavalieri che
scendono nell’arena portano, infatti, sul cimiero un motto e una raf-
figurazione, una figura allegorica e didascalica al tempo stesso, che
li distingue e li definisce. Piazza Marina diventa così un variopinto
campo di battaglia. E la festa si trasforma autenticamente in occa-
sione politica: il popolo viene affascinato dallo splendore dell’in-
trattenimento che ha, oltretutto, contribuito a realizzare nelle diverse
botteghe impegnate a soddisfare una committenza particolarmente
esigente; i nobili cavalieri guadagnano nella competizione quei pre-
mi che ne smusseranno eventuali spigoli in altre sedi, segnatamente
durante le sessioni parlamentari o quando il viceré prenderà provve-
dimenti particolarmente problematici per il quieto vivere palermita-
no. A notte inoltrata in molti torneranno a casa soddisfatti.

- Il Piano di Palazzo:
festeggiamenti senza festeggiati -

In mille maniere i sovrani di casa d’Asburgo tentano di supplire


alla lontananza dalle loro capitali e al fatto di non poter governare
di persona i loro domini78. Uno degli strumenti per ovviare a li-
vello simbolico a tale assenza risiede nella prassi di celebrare con
magnificenza nelle città più importanti dei singoli regni le ricor-
renze della famiglia reale (promesse di matrimonio, nozze, nasci-
te, battesimi e funerali), le vittorie militari e i successi diplomatici:
tutte occasioni preziose per rinsaldare un legame di natura affettiva

78
M. Rivero Rodríguez, El virreinato en las monarquías hispánica y británica:
cortes sin soberano en la Europa moderna, in Redes de nación y espacios de
poder: la comunidad irlandesa en España y la América española, 1600-1825, a
cura di O. Recio Morales, Valencia, Albatros ediciones, 2012, pp. 55-65.

- 57 -
fra i sovrani e i sudditi, in grado di mitigare la distanza che separa
questi ultimi dalla corte di Madrid.
Uno dei primi avvenimenti che vengono celebrati a Palermo in
onore dei reali lontani è il matrimonio fra Isabella di Castiglia e
Ferdinando d’Aragona. Il 30 novembre 1469 il viceré Lope Xime-
nes de Urrea indice una settimana di festeggiamenti: in occasione
della «grandi processioni» che apre le celebrazioni, i palermitani
sono invitati a «ornari tutti li vii et li strati et palaczi per li quali li
sacerdoti et homini religusi, vestiti di sagri et preciusi vestimenti,
havissiro ordinata menti [sic] da passari». E così «da ogni banda et
per li porti di li casi et in terra foro parti di rami tagliati di li virdi ar-
bori, parti di frundi et fiuri di quilla specia di arbori chi mai perdino
la sua viriditati». A chiunque si muova fra le vie cittadine sembra di
«passijari intro bellissimi orti et amenissimi jardini». Attorno alle
mura di Palermo, che la racchiudono «quasi in forma di quadrangu-
lo», alla distanza di otto merli ciascuno, il pretore fa sistemare una
serie di barili e ordina «ad una grandi brigata di juvini apti a quisto
misteri, chi li implissiro di ligni ardi et sicchi, et a la prima hura di la
nocti, quando alloro fussi fattu signali, li divissiro allumari et darili
foco tutto in uno mumento». E mentre nelle strade la popolazione
canta e balla in festa, vista dall’esterno la città sembra incendiarsi di
pubblica felicità «chi li incendii et li luminarii paria chi vinchissiro
la obscuritate di la nocti»79.
A partire da questo momento ogni avvenimento che riguarda
la casa reale viene debitamente festeggiato, cercando sempre, pur
nella reiterazione della formula festiva che vuole sempre momen-
ti liturgici in chiesa uniti a celebrazioni più profane, di provocare
meraviglia per la novità. In occasione delle nozze di Filippo IV con
Maria Anna d’Austria, «nella Piazza di fronte la Reale abitazione
fu fatto il gioco del Carosello, a cui intervennero sette quadriglie

79
P. Ransano, Delle origini e vicende di Palermo. Scritture siciliane del secolo
XV, a cura di G. Di Marzo, Palermo, Stamperia di Giovanni Lorsnaider, 1864, pp.
52-53. Sulla pianta di Palermo si veda M. Giuffrè, Palermo «città murata» dal
XVI al XIX secolo, cit., pp. 41-68.

- 58 -
di Cavalieri riccamente vestite sotto differenti divise; finito il qual
gioco vi fu una festa da ballo di Dame e Cavalieri»80.
Manifestazioni di giubilo salutano la nascita degli infan-
ti: il secondogenito di Filippo III viene salutato, il 18 ottobre
160781, con una cavalcata di centrotrenta cavalieri con in mano
una torcia accesa, fra i colpi a salve e i festeggiamenti popolari,
mentre l’arrivo di una bambina di casa reale, nel 1623, è occasio-
ne di nuove feste e luminarie82.
Anche le vittorie militari sono occasione di festeggiamenti
a Palermo: nel 1472, in occasione della caduta di Barcellona, la
città viene nuovamente addobbata a festa, mentre nelle piazze si
svolgono giochi equestri e nelle vie sfilano i primi carri allegorici.
Quasi duecento anni più tardi, nel 1652, il viceré Diego Hurtado de
Mendoza, duca dell’Infantado, all’«avviso della caduta di Barcel-
lona in Catalogna per la vittoria ottenuta dall’armi di Sua Maestà
sotto i felici auspicij del Signor Don Giovanni d’Austria, […] fece
fare a 9 di novembre una numerosa Cavalcata di molti Cavalieri, e
Titolati, col Capitan di Palermo, Consiglio e Senato, ed andò alla
Chiesa della Maggione, di cui era Abbate il medesimo Don Giovan
d’Austria, e si cantò il Te Deum laudamus»83. I festeggiamenti, che
si consumano fra preghiere e fuochi d’artificio, sono segno di affet-
tuosa vicinanza alla casa reale lontana.
Un ultimo, magnifico, atto di omaggio al casato degli Asburgo
di Spagna è lo «squadrone della soldatesca spagnola il quale fece

80
Di Blasi, Storia cronologica dei Viceré, Luogotenenti e Presidenti del Regno
di Sicilia, cit., p. 360.
81
Aggiunte al diario di Filippo Paruta e di Niccolò Palmerino, cit., p. 47.
82
Ceremoniale de’ Signori Viceré, cit., p. 47. Sulle manifestazioni festose in
occasione delle nascite reali si veda L. Bertolini e R. Gariboldi, Allegrezze per il
«Dies Natalis»: l’erede regale come Bambino Divino, in La scena della gloria.
Drammaturgia e spettacolo a Milano in età spagnola, a cura di A. Cascetta e R.
Carpani, Milano, Vita e pensiero, 1995, pp. 621-657.
83
Auria, Historia cronologica delli signori viceré di Sicilia, cit., p. 121.

- 59 -
la salva reale cinque volte»84 per l’inaugurazione del superbo Thea-
trum che sorge sul piano del Palazzo Regio: la statua di Filippo IV
– in bronzo, distrutta durante i moti del 1848 e sostituita con quella,
in marmo, di Filippo V nel 1856 – si erge all’apice di un complesso
monumento, dagli stilemi rinascimentali, manieristici e barocchi,
dove trovano posto le statue allegoriche dei principali domini della
Monarchia spagnola (Sicilia, Napoli, Milano, Sardegna, Portogallo,
Castiglia, Catalogna, America), delle quattro parti del mondo co-
nosciute (Europa, Asia, Africa e America) e di quattro condottieri
sconfitti dalle forze della Corona ciascuno in un diverso continente
(Mahomet Babdelin, re di Granada; il Re di Tremisen in Mauritania;
il filippino Mindanao; l’amerindio Caupolicano). Il sovrano, mano
sinistra sull’elsa della spada inguainata e mano destra a reggere lo
scettro, è l’emblema di un potere politico che si estende sull’inte-
ro pianeta, di un sole «che continuamente splende nel meriggio»85.
Ma proprio questo particolare nel libretto esplicativo, stampato in
occasione dell’inaugurazione dell’opera, nel 1661, dopo la pace dei
Pirenei che sancisce all’interno del continente europeo il prestigio
francese a fronte del ridimensionamento spagnolo, testimonia della
consapevolezza dei palermitani del tramonto di un’epoca86.

84
Diari della città di Palermo, cit., vol. V, p.92.
85
F. Strada, Dichiaratione del Nuovo Theatro che l’Illustrissimo Senato di
questa Felice città di Palermo drizzò alla Invittissima Maestà del re Filippo IV il
Grande, Palermo, nella stamperia di Pietro dell’Isola, 1663, p. 99. In occasione
dell’inaugurazione del complesso statuario venne data alle stampe anche
F. Carrera, La mole trionfale eretta in Palermo ad onore di Filippo IV Gran
Monarca delle Spagne tradotto in ottava rima italiana da Gia. M. Fortunio,
Palermo, nella stamperia di Pietro dell’Isola, 1663.
86
M. La Monica, Il monumento a Filippo V a Palermo. Stile e iconografia,
Palermo, Pitti, 2007 e R. Cancila, Dal Cile alle Filippine: una rappresentazione
dell’impero spagnolo nella Palermo barocca di Filippo IV, in «Rivista storica
italiana», CXXXVI, II, 2014, pp. 342-369.

- 60 -
- L’Oratorio dei Bianchi: lo spettacolo della morte -

Non meno importanza delle liete ricorrenze ha l’avvento della


morte, tema cardine della cultura barocca, punto finale della me-
ditazione sulla caducità della vita. In tutta Europa, in occasione di
esequie solenni, si innalzano imponenti castra doloris, maestosi
catafalchi con baldacchino, che ospitano ceri, cartigli, stemmi, epi-
grafi, statue allegoriche al centro di chiese addobbate con drappi,
quadroni, tabelloni… Anche a Palermo il momento del passaggio
dalla vita terrena alla vita ultraterrena viene salutato con lussuosi
apparati funebri, cornice spettacolare ancorché lugubre, che addob-
bano le chiese dove viene innalzato il cenotafio, vegliato da musici
che innalzano le note del cordoglio87.
Sepolcri effimeri sono innalzati a partire dalla morte di Carlo V,
nel 1558, per tutti i defunti della casa reale88. Oltre a questi monu-
menti, realizzati per condolersi con la Corona per il lutto, vengono
solennizzate anche le morti dei viceré in carica. Se non si ha noti-
zia degli apparati approntati per la morte di Francesco Ferdinando
d’Ávalos, marchese di Pescara, morto nel 1571 per «frequente uso

87
Il tema della morte è ricorrente nella cultura barocca. Per un suo primo
inquadramento si veda A. Battistini, Il Barocco, Roma, Salerno, 2000, pp. 99-
109; anche la letteratura sugli apparati funebri è quanto mai nutrita: un primo
orientamento può essere fornito da La morte e la gloria. Apparati funebri medicei
per Filippo II e Margherita d’Austria, Livorno, Sillabe, 1999.
88
Su questa tradizione si veda S. Leydi, Sub umbra imperialis aquilae.
Immagini del potere e consenso politico nella Milano di Carlo, Firenze,
Olschki, 1999; M.L. Madonna, Due apparati a Palermo tra ’500 e ’600. Il
“trionfo sacro” di S. Ninfa e il catafalco di Margherita d’Austria”, cit., pp.
293-315; A. Giuffrida, Morto il re viva il re: le esequie di Filippo IV e la
cerimonialità funeraria nella Sicilia dell’età moderna, in La morte e i morti
nelle società euromediterranee, a cura di I.E. Buttitta e S. Mannia, Palermo,
Fondazione Ignazio Buttitta, 2015, pp. 83-98.

- 61 -
di Venere con una donzella nobile»89 e per la morte di Juan Ma-
nuel Fernández Pacheco, marchese di Villena, morto nel 1610, le
esequie per Bernardino Cardines, duca di Maqueda, scomparso a
Palermo il 16 dicembre 1601, meravigliano per il loro splendore.
La salma giace coperta da una coltre d’oro al centro di una sontuosa
piramide funeraria, costruita all’interno della Cattedrale. Superbo
è poi l’allestimento per le esequie di Emanuele Filiberto di Savo-
ia, morto durante l’epidemia di peste nel 1624. La navata centrale
della Cattedrale è «d’ogni lato coverta di panni negri» e di festoni,
recanti versi probabilmente scritti dai componenti dell’Accademia
dei Riaccesi, protetta dal viceré durante il suo mandato di gover-
no. Al centro spicca un monumentale catafalco candido, pronto a
ospitare le spoglie del defunto, «accomodato con odoriferi aroma-
ti»90, portato in processione tra le lacrime dei molteplici astanti. Il
catafalco contiene alcuni vasi canopi dove, con un gusto particolare
per la cultura egizia, l’ideatore degli apparati, Francisco Roales, ha
risposto il cuore e altri organi interni. La popolazione accorre al
suono delle campane per salutare il giovane viceré; lo fa anche un
anno dopo, il 2 settembre del 1625, quando, per volere di Filippo
IV, cugino del defunto, il feretro lascia Palermo per il Panteón de
los Reyes nella reggia di San Lorenzo del Escorial91.

89
G.E. Di Blasi, Storia del Regno di Sicilia, Palermo, dalla Reale stamperia,
1817, p. 210.
90
D. Cannata, Essequie del Serenissimo Principe Filiberto fatte nella madre
chiesa di Palermo, in Biblioteca storica e letteraria di Sicilia,cit., pp. 293-307.
91
In occasione delle esequie venne pronunciata C.M. Ventimiglia, Oratione
di Don Carlo Ventimiglia nell’esequie del sereniss. Principe Emanuel Filiberto
di Savoia fatte nel duomo di Palermo in nome del Regno di Sicilia, Palermo,
Giovanni Battista Maringo, 1625; il programma funerario è contenuto in F.
Roales, Exequias del Principe Emanuel Filiberto de Saboya, Madrid, por Juan
Gonzales, 1626. L’apparato è stato studiato a M.D. Vacirca, La morte barocca
e l’illusione dell’architettura: cronaca degli apparati funebri del Seicento e
del primo Settecento, in M.C. Ruggieri Tricoli, Il “funeral teatro”. Apparati e
mausolei effimeri dal XVII al XX secolo a Palermo, Palermo, Ila Palma, 1993,
pp. 63-86 e M. Vesco, Hic situs Emmanuel, plangite Sicelides. Le esequie reali
di Emanuele Filiberto di Savoia nella cattedrale di Palermo, in «Lexicon. Storie

- 62 -
Se l’ingente numero di presenze ai cortei funebri di personaggi
illustri denota la partecipazione allo “spettacolo della morte”, an-
cora più forte, in tutta l’Europa del tempo, è l’interesse popolare
per lo spettacolo delle esecuzioni. Non si tratta solo di morbosa
curiosità di fronte alla sofferenza altrui, ma del desiderio, incon-
scio ma non per questo meno intenso, di vedere ristabilito, con
la punizione del reo, l’ordine sociale che il crimine ha incrinato.
A Palermo, un preciso rituale scandisce le pene capitali, grazie
anche all’organizzazione di queste manifestazioni, garantita dalla
Compagnia del SS. Crocifisso, più nota come Compagnia dei Bian-
chi, dal colore degli abiti che i suoi componenti indossano. Nata
nel 1541, per preciso volere del viceré Ferrante Gonzaga, in ana-
logia con una simile organizzazione napoletana, la Compagnia dei
Bianchi ha il compito di confortare i condannati a morte nelle loro
ultime ore, inducendoli al pentimento e alla riconciliazione religio-
sa. Ben presto scelti esclusivamente fra gli esponenti della nobiltà
siciliana, in numero di quaranta al momento della sua fondazione,
giunti poi a cinquantasei, i Bianchi godono sin dalla loro costituzio-
ne di una posizione pubblica privilegiata, testimoniata dal fatto che
è in loro potere ogni Venerdì Santo concedere la grazia a un condan-
nato a morte. Ospitati inizialmente nella chiesa della Madonna della
Candelora, poi nella chiesa di S. Nicolò lo Reale, nel 1542 si stabi-
liscono nella chiesa della Madonna della Vittoria, non lontano dai
luoghi della detenzione, della condanna e del patibolo: il Castello a
Mare, la Vicaria e Piazza Marina, dove si svolgono generalmente le
esecuzioni capitali. L’Oratorio dei Bianchi oggi mostra un rigoroso
aspetto neoclassico, quanto mai lontano dalla decorazione barocca
che doveva caratterizzarlo prima dei lavori che si svolgono tra il

e architettura in Sicilia e nel Mediterraneo», 13, 2011, pp. 78-82. Sulla figura del
viceré si veda M.B. Failla, Il principe Emanuele Filiberto di Savoia. Collezioni
e committenze tra ducato sabaudo, corte spagnola e viceregno di Sicilia, in
M.B. Failla e C. Goria, Committenti d’età barocca. Le collezioni del principe
Emanuele Filiberto di Savoia a Palermo. La decorazione di Palazzo Taffini
d’Acceglio a Savigliano, Torino-Londra-Venezia-New York, Umberto Allemandi
& C., 2003, pp. 11-112.

- 63 -
1794 e il 1800, per volere degli stessi componenti della Compagnia,
desiderosi di far mostra del loro gusto all’avanguardia. Invariate
rimangono invece le pratiche dei Bianchi, fino allo scioglimento
della Confraternita nel 1819.
La prassi da loro creata prevede che tre giorni prima dell’ese-
cuzione della pena capitale, una delegazione di confratelli, scelti
dal governatore della Compagnia dopo che gli è stata recapitata
dal tribunale competente la notifica, il biglietto di giustizia, pren-
da in custodia il prigioniero e lo conduca in processione sino alla
cappella del sodalizio.
Qui l’imputato viene invitato a confessarsi e a fare testamento,
con il conforto dei confratelli. La mattina del terzo giorno, dopo
essere stato benedetto con acqua santa, il condannato, purificatosi
grazie alle reiterate preghiere e quindi definito “afflitto”, s’incam-
mina verso il patibolo, circondato dai confratelli vestiti di bianco e
con i ceri in mano. Preceduto da una guardia a cavallo, fiancheg-
giato dal cappellano della Congregazione e dal confessore, l’afflitto
procede per le vie di Palermo, seguito dai confrati che recitano lita-
nie, il Miserere e il De Profundis.
Il corteo percorre le strade della parte bassa della città, senza tra-
scurare il luogo del delitto, nel caso in cui esso sia stato commesso
a Palermo, per giungere a Piazza Marina, dove è tradizionalmente
issata la forca e dove si affolla la popolazione che vuole assistere
all’evento. Salito sul patibolo e baciata una medaglietta con Nostra
Signora degli Agonizzanti, il condannato viene circondato dai Bian-
chi. Nel momento in cui il confessore, recitando ad alta voce il Cre-
do, pronuncia le parole «et sepultus est», il boia esegue la sentenza.
A questo punto scende il silenzio: il corpo dondola ormai senza
vita, spiccando fra il bianco delle tonache dei confrati disposti a
circolo. Tutti gli astanti si inginocchiano e pregano, non per l’anima
del defunto. La credenza popolare vuole, infatti, che proprio l’inter-
vento confortatorio della Congregazione abbia l’effetto di trasfor-
mare il peccatore, meritevole della più pesante delle pene, in santo:

- 64 -
e all’anima di quest’ultimo i presenti rivolgono le preghiere, per
chiedere una miracolosa intercessione92.

92
L. Bonafede, Note per la storia della compagnia dei Bianchi di Palermo, in
«Atti della Accademia di scienze lettere ed arti d Palermo», s. V, VII, 1986-87,
pp. 221-339; sulla sede della confraternita si veda P. Palazzotto, La Compagnia
dei bianchi e gli oratori come segno e memoria della realtà sociale e culturale
della Kalsa, in Il quartiere della Kalsa a Palermo. Dalle architetture civili e
religiose delle origini alle attuali articolate realtà museali, a cura di G. Cassata,
E. De Castro e M.M. De Luca, Palermo, Regione Siciliana – Assessorato dei
Beni culturali e dell’Identità Siciliana, 2013, pp. 105-117; sulla presunta santità
dei condannati a morte si vedano E.S. Hartland, The cult of executed criminals
at Palermo, in «Folklore», 21, 2, 1910, pp. 168-179 e M.P. Di Bella, Pietà e
giustizia: la “santificazione” dei criminali giustiziati, in «La ricerca folklorica»,
29, 1994, pp. 69-72; si veda poi M. Rivero Rodríguez, La justicia del virrey: ritual
y autoridad en las ejecuciones públicas del siglo XVII. Palermo contraejemplo
de Napoles, in Fiesta y ceremonia en la corte virreinal de Naples (siglos XVI
y XVII), a cura di G. Galasso, J.V. Quirante e J.L. Colomer, Madrid, Centro de
Estudios Europa Hispánica, 2013, pp. 235-262.

- 65 -
3. Palermo sacra

Nell’Europa moderna è impossibile immaginare una sfera pro-


fana separata da quella sacra. I rituali civici e regi comportano
sempre un momento religioso-liturgico: la messa o il canto del Te
Deum, la benedizione o il raccoglimento in preghiera. Allo stesso
modo, le cerimonie religiose – sacre rappresentazioni e processio-
ni – vedono sempre fra i protagonisti i principali esponenti delle
istituzioni politiche. Tuttavia esse, per lo meno formalmente, si
pongono come obbiettivo principale di stabilire una relazione con
il mondo ultraterreno, di educare alla fede religiosa la comunità dei
fedeli e connetterla a quella, ultraterrena, delle anime del Paradiso e
dei santi93. Inoltre, le sacre cerimonie redimono quanti partecipano
alle manifestazioni del peccaminoso «plachiri di audiri canczuni,

93
La commistione fra progettualità politica e manifestazioni religiose, per
Palermo, è al centro di Il santo patrono e la città. San Benedetto il Moro: culti,
devozioni, strategie di età moderna, a cura di G. Fiume, Venezia, Marsilio, 2000.

- 67 -
favuli e paroli vani»94: il canto e la recitazione che sono deplorevo-
li quando vengono esercitati o ascoltati durante spettacoli profani,
divengono elementi ulteriori per glorificare la divinità nelle so-
lennità liturgiche. La collettività dei fedeli – e non attori profes-
sionisti – intona inni e si cimenta nelle rappresentazioni, con la
speranza che la sincerità votiva con la quale si dedica a ciò le
assicuri la benevolenza divina95.
Il calendario sacro offre, peraltro, molteplici occasioni per le
celebrazioni e, così, i cortei in preghiera si susseguono per le vie
di Palermo, alla ricerca della grazia celeste96: processioni propizia-
torie, penitenziali, gratulatorie, in adorazione di reliquie, mariane,
di canonizzazione, per la fondazione di opere pie, per l’ottavario
di santi… La lunga fila di persone in cammino, formata in ordine
gerarchico, si compone generalmente dei funzionari della cit-
tà, seguiti da compagnie, confraternite con le loro insegne,
musici, mazziere, cantore, arcidiacono, diacono, capitolo della
cattedrale, arcivescovo in abito pontificale e Senato della città:
solo quando la successione di tutte le componenti cittadine è com-
pleta, vi si aggiunge, in coda, il viceré, che attende «alla Loggia in
loco solito preparato dalli Catalani»97.
I cortei religiosi, in qualche caso estremamente numero-
si e sontuosi, caratterizzano la vita religiosa pubblica di Palermo
e superano i secoli, per continuare, seppure con rilevanti cam-
biamenti, a essere fastosamente celebrati ancora oggi, mentre

94
F. Branciforti, Regole, costituzioni, confessionali e rituali, Palermo, Centro di
studi filologici e linguistici siciliani, 1953, p. 129.
95
C. Meldolesi, Spettacolo feudale in Sicilia, Palermo, Flaccovio, 1973.
96
A. Mazzè, Introduzione, in F.M. Emanuele e Gaetani, marchese di Villabianca,
Processioni di Palermo sacre e profane, a cura di A. Mazzè, Palermo, Giada,
1989, pp. 5-41.
97
Biblioteca comunale di Palermo, ms. Qq F 218, G. Minà, Diario delle
cerimonie e funzioni ecclesiastiche della Cattedrale di Palermo degli anni 1628,
29, 30, 31 e 32.

- 68 -
si è persa l’abitudine, molto amata dai cittadini, alla sacra rappre-
sentazione, evento spettacolare del Cinquecento.

- Da Santa Maria dell’Annunziata a


Santa Maria dell’Itria: l’Atto della Pinta -

A lungo rimane presente nella memoria dei cittadini di età ba-


rocca la messa in scena dell’Atto della Pinta, rappresentata a partire
dal 1539 diverse volte fino ai primi del Seicento, per poi lasciare
solo il ricordo di sé98. Si tratta della prima rappresentazione sacra
che ha luogo in Sicilia, a pochi passi dal Palazzo Regio, nella chiesa
o sullo spiazzo anteriore della chiesa di Santa Maria dell’Annun-
ziata, detta anche della Pinta, in omaggio a una venerata immagine
dipinta dell’Annunciazione ivi custodita. L’edificio sacro, una gran-
de aula quadrata divisa in cinque navate da quattro file di colon-
ne di epoca bizantina – secondo il disegno pubblicato nel 1650 da
Agostino Inveges negli Annali della felice città di Palermo –, viene

98
M. Catalano Tirrito, Per la sacra rappresentazione in Sicilia, Termini
Imerese, Tipografia Fratelli Amore, 1907; M. Sánchez Regueira, Los autos
españoles del siglo XVI y el Atto della Pinta, in Saggi e ricerche in memoria
di E. Li Gotti, Palermo, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, 1962,
pp. 144-156; G. Isgrò, L’Atto della Pinta del 1562 in un manoscritto inedito
dell’abbazia di San Martino delle Scale, in «Archivio storico siciliano», s.
IV, VII, 1981, pp. 211-220; M. Di Venuta, L’«Atto della Pinta»: una sacra
rappresentazione nella Palermo del Cinquecento, in «Quaderni folenghiani»,
2, 1997/98, pp. 55-72; M.A. Balsano, L’Atto della Pinta: un crescendo durato
mezzo secolo, in Musica sacra in Sicilia tra Rinascimento e Barocco, a cura di
P.E. Carapezza, Palermo, Flaccovio, 1988, pp. 196-235; M. Zaggia, Tra Mantova
e la Sicilia nel Cinquecento, vol. III, Tra Polirone e la Sicilia. Benedetto
Fontanini, Giorgio Siculo, Teofilo Folengo, Firenze, Leo S. Olschki, 2003, pp.
897-914; G. Billanovich, L’Atto della Pinta di Teofilo Folengo. Discussioni sul
testo superstite, in Id., Itinera. Vicende di libri e di testi, II, a cura di M. Cortesi,
Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2004, pp. 21-40.

- 69 -
distrutto ai primi del Seicento «per dar piazza, et assicurare i novi
Baloardi […] per diffesa del Viceregio Palazzo». Assieme ai muri
vengono distrutte «le machine e case di profeti»99, utilizzate per la
fantasmagorica messa in scena dell’Atto. Tradizione, non suffragata
da prove, vuole che il committente sia il viceré Ferrante Gonzaga,
mentre l’autore dell’opera è Teofilo Folengo, un monaco cassinese
di origine mantovana giunto a Palermo dopo una vita movimentata;
ma è possibile che, nelle diverse edizioni dell’opera, nel corso del
Cinquecento, i testi siano stati manipolati e arricchiti da Scipione di
Castro e da Gaspare Licco. La struttura stessa della rappresentazione
si presta all’intervento esterno: essa, infatti, non è che un canovaccio,
che regge insieme una serie di quadri animati che riassumono la storia
sacra dalla creazione del mondo e dell’uomo fino all’Annunciazione
e all’Incarnazione. Poche e in parte incomprensibili, perché in latino
o in ebraico, le parole che vengono pronunciate durante l’azione che
affascina il pubblico per l’uso di una scenotecnica avanzata, di mu-
siche coinvolgenti, composte per l’edizione del 1591 dal benedettino
Mauro Ciaula, e di effetti sonori particolarmente avvincenti: non è un
caso che Folengo sia definito dalle fonti non solo autore, ma anche
«ingegniero». L’allestimento è, infatti, l’elemento più importante del-
la messa in scena, che per la sua magnificenza necessita di ingenti ri-
sorse. Dimensioni eccezionali ha il solo palcoscenico, disposto su tre
piani, per ospitare il paradiso in alto e l’inferno in basso e il piano di
calpestio al centro: la scena si apre sulla lotta fra Dio Padre, attorniato
da 91 angeli, e Lucifero, con i suoi diavoli. E in tutti gli altri momenti,
soprattutto nella realizzazione del 1581, le macchine teatrali in grado
di trasportare «Dio con li cori degli angeli per il cielo di quel capo del-
la chiesa all’altro»100, i cortinaggi, i congegni meccanici, l’attrezzeria
raffinata consentono cambi di scena sbalorditivi.

99
A. Inveges, Annali della felice città di Palermo, p. II, Palermo, nella
typographia di Pietro dell’Isola, 1650.
100
L’Atto della Pinta, descrizione dello spettacolo del 1561, in G.E. Di Blasi,
Memorie per servire alla storia letteraria di Sicilia, I, Palermo, nella stamperia
de’ SS. Apostoli per Pietro Bentivenga, 1756, p. 44.

- 70 -
Nel 1581, il Senato palermitano spende trentamila scudi per la
rappresentazione, che viene replicata «tre volte: cioè l’una per gli
officiali della dimostrazione e lor parenti, l’altra solenne per tutti
i nobili e l’altra per tutto il popolo»101 e strappa lodi inusitate al
viceré. «Chi desidera veder cose migliori, vada in Cielo», esclama
Colonna dinanzi a tanta magnificenza.
Replicato ancora nel 1601, l’Atto della Pinta non è poi più ri-
proposto. E dopo la demolizione della chiesa bizantina che dava il
nome alla rappresentazione, la confraternita che vi ha sede viene
trasferita nella chiesa della Madonna dell’Itria, vicino a Porta di
Castro, oggi nota come chiesa della Pinta. Tuttavia, il modesto edi-
ficio secentesco non ha mai conosciuto i fasti barocchi dell’Atto di
cui porta il nome.

- La Strada Colonna: Cristina, Ninfa,


Agata e Oliva patrone di Palermo -

Nel 1624, in seguito al ritrovamento delle sue ossa, Santa Ro-


salia assurge al ruolo di protettrice di Palermo. A partire da questo
momento, si perde lentamente la memoria delle quattro patrone
precedenti, rappresentate nel Teatro del Sole in Piazza Vigliena,
ma via via sempre più sbiadite nel ricordo: Cristina, Ninfa, Agata e
Oliva, che hanno goduto nel corso del Cinquecento di pubblica de-
vozione e di sontuosi spettacoli, si trovano insieme in effige lungo
la Strada Colonna, nel corso dei festeggiamenti per l’arrivo delle
reliquie di santa Ninfa a Palermo, nel 1593. La strada è un’arteria
che costeggia la città, dalla chiesa di Santa Maria di Piedigrotta fino
alla Porta dei Greci, correndo parallelamente al mare. Deliberata
dal Senato nel 1577, prima dell’arrivo di Marco Antonio Colon-

101
Di Giovanni, Palermo restaurato, cit., p. 119.

- 71 -
na a Palermo, essa è poi realizzata per decisione del viceré, che
vi indirizza le risorse destinate alla costruzione di un nuovo molo.
Al di là dei motivi militari, visto che il nuovo tracciato facilita lo
spostamento di truppe vicino all’abitato, e dei motivi commercia-
li, la strada assume per la città un importante valore simbolico,
poiché è scandita, come un iter processionale, da diverse stazioni:
le porte urbiche, il caricatoio, una numerosa serie di chiese…102.
La Strada Colonna è pertanto una passeggiata di fronte al mare.
L’incontro delle patrone di Palermo comincia a rendere sontuoso lo
spazio della strada, che avrebbe ospitato nel corso del secolo suc-
cessivo lo splendido Teatro dei re, una galleria di statue voluta, in
concomitanza con altre iniziative di lode alla casa reale, dal viceré
Francisco Benavides y Dávila, conte di Santisteban del Puerto, e
distrutta nel corso dell’Ottocento103.
Il culto della santa martire Cristina a Palermo è antichissimo. La
leggenda vuole che il suo corpo sia stato traslato a Palermo, durante
il regno di Guglielmo il Malo (1154-1166), e che da allora in città
si celebrino due feste, l’una il 7 maggio, per ricordare l’arrivo delle
spoglie, e l’altra il 24 luglio, per celebrare il martirio. La prima do-
menica successiva al 7 maggio, al tocco dei Vespri, quindi, la città
di Palermo si appresta a festeggiare colei che, dalla seconda metà
del XV secolo, riconosce come sua patrona: in chiusura della sfilata
delle reliquie per le strade, la Confraternita dei Disciplinati porta in
corteo i gonfaloni: ciascuno di essi è «a guisa d’un albero trionfale,
non piantato e fermo, ma portatile […] in alto con le puntate foglie,
che ritte guardano in su a terminarsi la cima in guisa di Piramide
quasi in un punto: molto densi sono i rami, e le foglie per tutto, fuor-

102
Sulle opere urbanistiche durante il governo di Marco Antonio Colonna si veda
C. Filangeri, Aspetti di gestione ed aspetti tecnici nell’attuazione architettonica
di Palermo durante il viceregno di Marcantonio Colonna (1577-1584), in «La
costruzione del territorio siciliano dal XVI al XIX secolo», 1, 1979, pp. 3-51.
103
La devozione alle quattro sante è al centro di P. Palazzotto, Sante e patrone.
Iconografia delle patrone Agata, Cristina, Ninfa e Oliva nelle chiese di Palermo
dal XII al XX secolo, Palermo, Associazione amici dei musei siciliani, 2005.

- 72 -
ché nel mezo dell’albero, dove lasciano tanto voto, che possa capire
decentemente una tavola, o statua del Santo, due o tre palmi alta».
Tale sorta di obelischi, ornati di nastri, ghirlande, banderuole di seta
e fiori, viene portata in giro per le strade, con accompagnamento dei
musicanti, mentre tutt’intorno i gonfalonieri ballano e fanno giochi
di destrezza passandosi il gonfalone l’un l’altro con maestria104. In
occasione della festa della santa si svolge poi una fiera quindicinale
in grado di attirare a Palermo commercianti da tutto il bacino del
Mediterraneo, grazie alle franchigie vigenti105. L’appuntamento con
santa Cristina viene ulteriormente solennizzato a partire dal 1584,
quando nel «coliseo della città», la chiesa dello Spasimo divenuta
nel corso del XVI secolo pubblico teatro, comincia a essere messa
in scena la Rappresentazione del martirio di S. Cristina, composta
per l’occasione da Gaspare Licco106.
Fastose sono le cerimonie che accolgono le reliquie di santa
Ninfa quando giungono a Palermo nel 1593. Lo sbarco delle sa-
cre spoglie avviene «nella strada Colonna, in quel largo ch’è fra’l
bastione del Trono, il Molo vecchio, il mare e le mura della città,
sopra un gran palco rilevato di terra, al quale si saliva per un’am-
pia scala, si fabricò di legname un magnifico teatro […] adorno
di vaghe pitture, e sparso di bei motti, d’emblemi, e d’imprese in-
gegnosissime». Ad accogliere la nuova arrivata, fra le tante statue
presenti particolare rilievo rivestono quelle di sant’Agata e di santa
Oliva, issate su piedistalli su cui è raffigurato il loro martirio. Fra
i mille ornamenti apprestati per decorare l’ampio spazio «dove s’è
disegnato far la porta [Felice, appena abbozzata nel 1593]», spicca-
no due grandi quadri

104
A. Mongitore, Della Sicilia ricercata nelle cose più memorabili, Palermo,
nella stamperia di Francesco Valenza Impressore della Santissima Crociata,
1742, t. I., pp. 81-82.
105
L. Boglino, Palermo e Santa Cristina, Palermo, Tip. delle letture domenicali, 1881.
106
L’opera in fase editoriale cambia titolo: G. Licco, La trionfatrice Christina,
Palermo, ad istanza di Lorenzo Pegolo, 1584.

- 73 -
nell’un de’ quali si vedea ritratta la strada Colonna co’ sudetti
edifici, e la galea che portava la Santa reliquia attorniata da molti
Angioli […] nell’altro quadro si vedea portata processionalmen-
te al Duomo, come havea d’andare la reliquia, ed in aria l’anima
della Santa, con molte Vergini sue compatriote e paesane in com-
pagnia, d’intorno alla quale volavan pure Angioletti, che sopra la
reliquia, e ’l popolo che l’accompagnava, con diverse attitudini,
spargean fiori ad ambe mani.

Si tratta di un modo eloquente per disciplinare la popolazione cit-


tadina e mostrarle il comportamento adeguato, mentre tutti i maggio-
renti sono impegnati in «apparementar tutta la strada per la quale ha-
vea la processione a passare». Il giorno successivo allo sbarco, viene
portato «nella sua cassa d’argento, il corpo di Santa Cristina gloriosa
Protettrice di Palermo, alla Chiesa di San Nicolò la Chalza, per esser
vicina di strada Colonna, dove ella doveva uscire a incontrare la Ver-
gine & Martire sua compagna che veniva di fuori». Il Cassaro appare
splendidamente adornato per la seconda processione che percorre il
rettilineo centrale della città: un lunghissimo corteo, all’avanzare del
quale «faceva il popolo grande applauso, e le donne spargean dalle
finestre vaghi fiori, ed acque odorifere: e quando fu sotto la casa del-
la Tavola, si versò nella strada per ordine de’ Governadori di essa, un
sacco di varij pezzi di moneta d’argento, che fu cosa di non picciola
magnificenza»107. L’arrivo in Cattedrale, in tarda sera, non è che una
tappa di lunghi festeggiamenti per onorare la nuova santa palermita-
na, le cui magnifiche sorti però non sono durature.

107
G. Di Regio, Breve ragguaglio della trionfal solennità fatta in Palermo
l’anno MDXCIII nel ricevimento del capo di santa Ninfa Vergine e Martire
palermitana donato a quella Città da Papa Clemente VIII, Palermo, per Gio.
Antonio de Franceschi, 1593 (pagine non numerate); la cerimonia è oggetto di
analisi in M. Fagiolo e M.L. Madonna, Il Teatro del Sole. La rifondazione di
Palermo nel Cinquecento e l’idea della città barocca, cit., pp. 134-142 e in M.L.
Madonna, Due apparati a Palermo tra ’500 e ’600. Il “trionfo sacro” di S. Ninfa
e il catafalco di Margherita d’Austria”, cit., pp. 293-315.

- 74 -
Feste modeste vengono tributate a sant’Agata e ben presto essa,
riconosciuta patrona di Palermo nel 1602, è «assai scemata della
prisca sua pompa e mancata, oh quanto! di celebrità»108. Sicura-
mente la competizione con Catania per appropriarsi del titolo di
patria della santa non promuove la devozione nei suoi confronti,
che diviene ben presto monopolio catanese109.
Si perde nelle brume medievali anche il culto di santa Oliva,
venerata anche dai musulmani e divenuta ufficialmente patrona di
Palermo nel 1606. La tradizione dice che il suo corpo è sepolto nel
pozzo che si apre nella chiesa a lei dedicata ma che sia introvabile:
la leggenda vuole che quando riapparirà, pur portando nell’imme-
diato sventura alla città di Palermo, inaugurerà un’epoca di gran-
de prosperità110. Tipica dell’epoca è l’affannosa ricerca di reliquie:
papa Clemente VII, nel 1524, concede ai francescani di poter sca-
vare nella chiesa di S. Oliva alla ricerca delle spoglie della san-
ta. Ma le fatiche dei frati non ottengono risultati. Diversi decenni
più tardi, alla fine del secolo, diffusasi la voce che in una casa del
quartiere dell’Albergheria sia sepolto il corpo di Oliva, si riprendo-
no gli scavi. Racconta il notaio Baldassarre Zamparrone che, nel
giugno 1600, vi lavorano «per lo spazio di un mese […] circa cen-
to uomini», che però rimangono delusi dal mancato ritrovamento.
Si sparge però la voce che i padri della Compagnia di Gesù, tro-

108
F.M. Emanuele e Gaetani, marchese di Villabianca, Delle antiche processioni
sacre e profane solite celebrarsi nella città di Palermo e che presentemente
vengonvi abolite, in Id., Processioni di Palermo sacre e profane, cit., p. 51.
109
Sulla questione si veda L. Scalisi, Un mito conteso. Il culto di Sant’Agata tra
Catania e Palermo nel Seicento, in Uso e reinvenzione dell’antico nella politica
di età moderna (secoli XVI-XIX), a cura di F. Benigno e N. Bazzano, Manduria-
Bari-Roma, Piero Lacaita, 2006, pp. 139-159.
110
G. Agnello, La S. Oliva di Palermo nella leggenda popolare e nella tradizione
letteraria, in «Archivio storico siciliano», n.s., VII, 1955, pp. 93-124; Id., La
S. Oliva di Palermo nella storia e nelle vicende del culto, in «Archivio storico
siciliano», n.s., VIII, 1956, pp. 151-193; Id., Elementi religiosi ed elementi
romanzeschi nella leggenda di S. Oliva, in «Siculorum Gymnasium», n.s., II,
1957, pp. 186-204.

- 75 -
vato il corpo, lo abbiano consegnato nottetempo al viceré Lo-
renzo Suárez de Figueroa, duca di Feria, in partenza per Madrid
con il favore delle tenebre. Le voci si fanno così insistenti, in una
Palermo delusa dal mancato ritrovamento delle reliquie della san-
ta, che il Senato della città convince l’arcivescovo a scomunica-
re i supposti rapitori, affinché si persuadano alla restituzione di
quanto sottratto. Nella città delle cerimonie anche questo atto av-
viene con grande spettacolarità:

andava a cavallo un sacerdote con la superpellizza e con la


stola nigra in collo, con altri quattro clerici ancora a cavallo, con
le superpellizze et ognuno di quelli portava in mano accesa una
torcia negra et altri clerici andavano sonando con le superpellizze.
E prima detta scomunica si buttò avanti la porta del Collegio del
Cassaro e la seconda volta nell’altro Collegio della Casa Professa,
perché in quelli si diceva essere stato trovato il detto corpo111.

Tremenda cerimonia, cui fanno eco i gesti del popolo che segue
il corteo, al punto che alla pubblicazione dell’editto dinanzi alla
Casa Professa dei gesuiti, alcuni palermitani tempestano di pietre
i muri dello stabile, all’oscuro di essere forse lo strumento di una
manovra che vuole allontanare da Palermo la Compagnia di Gesù.

111
B. Zamparrone, Memorie diverse, in Biblioteca storica e letteraria di Sicilia,
cit., vol. I, pp. 241- 242.

- 76 -
- Il Cassaro: il trionfo di Santa Rosalia -

Nel corso del Seicento gli entusiasmi cittadini per le diverse pa-
trone scemano e, in un certo qual modo, convergono nel culto di
Rosalia, detta la Santuzza, che ha salvato molti palermitani dalla
terribile peste del 1624-25 allontanando l’epidemia da Palermo. Le
vicende che portano al culto di Rosalia sono ben note. Il 15 luglio
del 1624, mentre la peste miete vittime con grande virulenza, sul
monte Pellegrino, fuori città, vengono scoperte le ossa di Rosa-
lia, un personaggio di poca rilevanza fino a quel momento per la
religione civica palermitana. Tuttavia, il ritrovamento accende le
speranze dei cittadini, che vedono nelle reliquie della santa, subito
custodite dal cardinale Giannettino Doria, arcivescovo e presiden-
te del Regno dopo la morte di Emanuele Filiberto di Savoia, un
salvifico rimedio al contagio. Il 22 febbraio 1625 in una città allo
sbando e bisognosa di speranza, le ossa ritrovate vengono dichiara-
te autentiche: il gesuita Giordano Cascini che si incarica di scrivere
la vita della santa, non potendo – per motivi cronologici – legare
il ritrovamento delle reliquie alla fine dell’epidemia – indica nel
pubblico riconoscimento dell’autenticità delle reliquie l’inizio della
decrescita della peste112.
Una prima processione di pubblico ringraziamento in onore
della santa si svolge fra l’8 e il 9 giugno del 1625: si accendono
luminarie alla vigilia della processione che, il giorno seguente, per-

112
L’opera di Giordano Cascini è analizzata da V. Petrarca, Genesi di una
tradizione urbana. Il culto di santa Rosalia a Palermo in età spagnola, Palermo,
Archivio delle tradizioni popolari siciliane, 1986, contenente in appendice
un’esaustiva rassegna sulle pubblicazioni relative alla santa. Si vedano poi Id.,
Di Santa Rosalia Vergine Palermitana, Palermo, Sellerio, 1988 e S. Cabibbo,
Santa Rosalia tra terra e cielo. Storia, rituali, linguaggi di un culto barocco,
Palermo, Sellerio, 2004. Sulla figura del cardinale si veda M. Sanfilippo,
Doria, Giannettino, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto
dell’Enciclopedia italiana Giovanni Treccani, 1992, vol. XLI, pp. 345-348.

- 77 -
corre le strade, addobbate a festa in un tripudio di fedeli che – per
decreto cittadino – devono dismettere obbligatoriamente «l’habito
di lutto» e vestirsi a festa per dimostrare devozione alla santa113.
Tuttavia tale manifestazione non entra nel calendario festivo paler-
mitano e negli anni a seguire, se viene replicata, lo è con sempre
minore entusiasmo. Nel 1630, grazie al patronato della Compagnia
di Gesù, Rosalia è presente nel Martyrologium romanum, l’elenco
dei santi, che papa Urbano VIII fa dare alle stampe. In questo modo
viene sancito canonicamente il suo culto, da celebrarsi il 15 luglio:
eppure, man mano che il ricordo della peste si allontana, a Palermo
non si tributano alla santa onori particolari.
La situazione cambia all’indomani della rivolta del 1647-48,
che incendia la città, e dopo la sventata congiura di Mazzarino. Le
autorità municipali e la nobiltà, una volta ristabilita la quiete, hanno
necessità di affermare in maniera plateale la propria fedeltà alla co-
rona, in modo da riprendere nell’isola il proprio ruolo di principali
mediatrici fra il sovrano e i sudditi114. Tacendo completamente sui
motivi che portano a ciò, la celebrazione del 1649 è particolarmente
fastosa, grazie anche ai notevoli finanziamenti che i gentiluomini,
usciti indenni dai diversi sommovimenti, profondono con grande
generosità. Essi non rinunciano, peraltro, ad apparire durante le

113
E. Calandra, Il Seicento e il primo festino di Santa Rosalia, in Il Seicento
e il primo festino di Santa Rosalia. Fonti documentarie, a cura di E. Calandra,
Palermo, Comune di Palermo, 1996, pp. 21-33.
114
Sul clima politico del biennio 1647-49 si vedano Breve relazione di come si
scoprì la congiura macchinata da alcuni per sollevare Palermo ed il regno, e
del successo della cattura e del supplizio, ch’ebbe luogo contro alcuni di essi, in
Biblioteca storica e letteraria di Sicilia, cit., pp. 279-291; H.G. Koenigsberger,
The Revolt of Palermo in 1647, in «Cambridge Historical Journal», 8, 3, 1946,
pp. 129-144; G. Giarrizzo, La Sicilia dal Cinquecento all’Unità d’Italia, cit.,
pp. 320-321; F: Benigno, La Sicilia in rivolta, in Storia della Sicilia, a cura di
F. Benigno e G. Giarrizzo, I. Dalle origini al Seicento, Roma-Bari, Laterza,
2003, pp. 183-195; L. Scalisi e R. Foti, Il governo dei Moncada (1569-1672),
in La Sicilia dei Moncada. Le corti, l’arte e la cultura nei secoli XVI-XVII, cit.,
pp. 19-61; D. Palermo, Sicilia 1647. Voci, esempi, modelli di rivolta, Palermo,
Mediterranea, 2009.

- 78 -
funzioni, cavalcando dietro al pretore Vincenzo Landolina e al ca-
pitano di giustizia Asdrubale Termine, e facendo vedere ai più come
siano uomini «che si credevano di Genio e di parti contrarie a quegli
Atheniesi che andavano ai Magistrati come alle Fiere e ai Merca-
ti»115. A partire da quell’anno, quindi, la festa di santa Rosalia divie-
ne il momento in cui, in nome della protettrice in grado «di colpire
con tre dardi ne’ feroci animali rappresentanti la peste, la fame e la
guerra»116, si celebra la città fedele e in trionfo con un festino che
occupa dapprima tre giornate e poi, con l’eccezione del 1724 in cui
le celebrazioni si estendono per una settimana, cinque interi giorni.
Fondamentale, ogni anno, è la scelta del tema che ispira la decora-
zione di tutti gli apparati effimeri, la cui memoria rimane grazie alla
stesura di libretti esplicativi: pratica di cui si può rintracciare un
significativo precedente negli allestimenti, curati da sacerdoti della
Compagnia di Gesù, in occasione della canonizzazione di sant’I-
gnazio di Loyola e di san Francesco Saverio117.
Il primo significativo momento della solennità è costituito, il
giorno della vigilia, il 14 luglio, dall’accensione di luminarie. Viene
poi celebrata una funzione solenne nella Cattedrale, ogni anno sem-
pre più riccamente adornata: dalla cappella della santa, le sue spo-
glie, contenute in un raffinatissimo reliquiario d’argento, raggiun-
gono il presbiterio per essere oggetto di venerazione118. La giornata
si conclude con la recitazione del Vespro e con la prima solenne ca-
valcata delle autorità, accompagnate dai maggiorenti cittadini, dal
Palazzo Regio fino alla Cattedrale, percorrendo il Cassaro per tutta

115
V. Auria, Ragguaglio delle feste fatte in Palermo a 13.14.15 di luglio 1649,
Palermo, per Decio Cirillo, 1649, p. 18.
116
N. Delfino, Relatione delle pompe di Palermo per la festa della inventione
del corpo di S. Rosalia vergine palermitana alli 15 di luglio 1650, Palermo,
appresso i Cirilli, 1650, p. 19.
117
T. D’Afflitto, Ragguaglio degli apparati e feste fatte in Palermo per la
canonizatione de’ santi Ignatio, e Francesco Xavier l’anno 1622, Palermo, per
Gio. Battista Maringo, 1622.
118
M.C. Di Natale, S. Rosalia patriae servatrici, Palermo, Cattedrale di
Palermo, 1994.

- 79 -
la sua interezza. Il giorno successivo, il 15 luglio, l’urna della santa
viene fatta sfilare per la strada: al corteo partecipano tutte le magi-
strature e tutte le organizzazioni urbane, sontuosamente abbigliate.
Nel 1686, per la prima volta, sfila per il Cassaro, percorso
privilegiato di ogni manifestazione, un carro trionfale, un carro
allegorico che conclude una teoria di altri carri dello stesso tipo
ma più piccoli. L’introduzione di processioni con imponenti car-
ri allegorici è dovuta alla Compagnia di Gesù, che durante il car-
nevale del 1567 fa procedere per le vie di Palermo, dove gruppi
mascherati impazzano in maniera sguaiata, il Trionfo della morte.
Mobilitando i cinquecento allievi del collegio, i gesuiti fanno sfi-
lare un lungo corteo aperto da una sessantina di persone in abito
azzurro, che precedono la “vara”, la portantina, con il Crocifisso,
seguita da due centinaia di penitenti in abito nero che si percuotono
con le discipline di ferro, una dozzina di cavalieri recanti insegne
funebri, attorniati da figuranti, vestiti con tonache color cenere.
Chiude il corteo un carro con la colossale immagine della Morte:
una rappresentazione di altissimo livello teatrale, che di colpo rende
scomposte e grossolane le altre rappresentazioni, anche se carna-
scialesche, e che promuove miglioramenti notevoli nella scenotec-
nica palermitana119. Non è un caso che tale tradizione si perpetui
nei festeggiamenti di santa Rosalia, del cui culto proprio i gesuiti
palermitani sono i principali promotori.
Alla fine del Seicento, le maestranze cittadine sono mature per
realizzare il più grande carro allegorico che si sia mai visto in Eu-
ropa, le cui dimensioni sono dettate esclusivamente dalla larghezza
della via Toledo che deve percorrere per intero. Progettato dai più
insigni architetti della città, fra i quali si distingue la figura di Paolo
Amato, il carro trionfale di santa Rosalia può vantare una larghezza
pari all’ampiezza della strada, una lunghezza pari al doppio del-

119
Il resoconto del corteo si trova in E. Aguilera, Provinciae Siculae Societatis
Iesu ortus et res gestae, I, Palermo, Tip. Angelo Felicella, 1737, pp. 171-172;
sulla spettacolarità gesuitica si veda poi G. Isgrò, Il sacro e la scena, Roma,
Bulzoni, 2001, pp. 187-237.

- 80 -
la larghezza e un’altezza strabiliante, generalmente il doppio della
lunghezza. Il carro, che è preceduto da una serie di carri più piccoli,
è trainato da dodici paia di cavalli o di muli che si sobbarcano un
peso esorbitante, dovuto non solo alle dimensioni della macchina,
decorata di fregi, amorini e cartigli di cartapesta, ma anche alla pre-
senza al suo interno di un’orchestra e di un coro. A questi ultimi è
affidata la recitazione e il canto dei poemi espressamente composti,
non privi di riferimenti all’attualità del momento al pari della de-
corazione profusa sul carro, e pubblicati nei libretti della manife-
stazione. Altissima, su un trionfo di nuvole, angeli, rose e puttini,
accompagnata dal canto delle sue lodi, avanza così per il Cassaro
la Santuzza, regina di Palermo, fino a giungere dinanzi al Palazzo
Regio. Qui lo scoppio dei fuochi d’artificio al suo arrivo ricorda
come proprio l’ingresso delle spoglie della santa abbia riportato la
salute in una città piagata dalla sofferenza120.

- Lo Steri: i lugubri roghi dell’Inquisizione -

La presenza del tribunale dell’Inquisizione caratterizza l’atmosfe-


ra di Palermo per tutta l’età moderna, sino alla sua soppressione nel
1782: le manifestazioni pubbliche, contro l’eretica pravità e a mag-
gior gloria di Dio, concorrono, insieme a tutte le altre, con il loro
sfarzo a forgiare l’immagine di principale città del Regno di Sicilia.
Il tribunale inquisitoriale è un’istituzione voluta dal papato nel
corso del XIII secolo per perseguire gli eretici. Affidato ai membri
dell’Ordine dei frati predicatori, chiamati domenicani dal nome del
fondatore Domenico de Guzmán, il tribunale opera anche in Sici-

120
R. Santoro, Il carro del Festino. Storia dei carri di santa Rosalia, Palermo,
Enchiridion, 1982.

- 81 -
lia121. Nel corso del Tre e Quattrocento esso, però, rallenta la propria
attività fino a cessarla quasi del tutto.
Il 1° novembre 1478, papa Sisto IV, con la bolla Exigit sincerae
devotionis affectus, concede a Isabella di Castiglia e a Ferdinando
d’Aragona di nominare alcuni inquisitori generali nei loro domini:
è l’atto di nascita del nuovo tribunale del Santo Ufficio dell’Inqui-
sizione spagnola. I due sovrani, infatti, con una stringente azione
militare, negli ultimi due decenni del XV secolo, riconquistano i
territori iberici fino a quel momento in mano musulmana e neces-
sitano di un strumento repressivo per perfezionare la loro opera.
La concessione papale forgia uno dei pilastri dell’esercizio della
sovranità all’interno della frammentata monarchia che i successori
dei Re Cattolici erediteranno. In base a quanto statuito dai pontefici
nel corso degli anni, gli stessi monarchi hanno potere di nomina e
destituzione dei vertici dell’Inquisizione spagnola, assolutamente
indipendente dalla curia romana122.
L’introduzione dell’Inquisizione spagnola in Sicilia, intrapre-
sa già nel 1483, diviene effettiva nel 1500, quando agli inquisitori
inviati dalla Castiglia sono assegnati i fondi necessari per affittare
un immobile dove stabilire la loro residenza e ospitare gli ambienti
necessari alla loro attività. L’impianto stabile e definitivo del San-
to Ufficio siciliano avviene nel contesto di un lungo e tormentato
cinquantennio. Questo periodo è segnato dai contrasti violenti fra il
parlamento del Regno, i viceré e gli inquisitori che, forti della pro-
tezione sovrana, attuano una sistematica politica di penetrazione nel
tessuto sociale, che osta al tradizionale patto costituzionale che lega
l’isola alla Monarchia cattolica. Le iniziali diffidenze si trasformano
nella prima metà del Cinquecento in una vera e propria resistenza,
attuata sia nelle sedi di trattativa politica che con ribellioni di massa.

121
Sulla storia dell’ordine si veda M.C. Giannini, I domenicani, Bologna, Il
Mulino, 2016.
122
Per un quadro generalissimo sull’Inquisizione spagnola si vedano il classico
H. Kamen, L’Inquisizione spagnola, Milano, Feltrinelli, 1966 e il più recente H.
Rawlings, L’Inquisizione spagnola, Bologna, Il Mulino, 2008.

- 82 -
A causare l’odio della popolazione contro il tribunale sono le
modalità che esso utilizza nella sua azione. Gli inquisiti sono tra-
scinati di fronte ai giudici del tribunale sulla base di segrete dela-
zioni e i processi si svolgono nell’assoluta consegna del silenzio;
il giudizio può comportare l’assoluzione, o la condanna a pene di
detenzione e alla confisca dei beni, i cui proventi arricchiscono il
tribunale e i suoi componenti, o il rilascio al potere secolare, ossia
la pena capitale. Solenni manifestazioni rendono pubblici i verdetti
emessi dal tribunale.
La condanna non solo rovina indelebilmente la reputazione de-
gli inquisiti, ma segna anche i loro familiari ed eredi, i quali non
potranno per quattro generazioni «tenere officio né beneficio eccle-
siastico né seculari né essiri medichi, advocati, procuratori, notari,
spiziali, banchieri, mezzani, sagnaturi, né teniri officio di honuri et
jurisdictioni né portari supra di loro pirsuni oro, argento, coralli,
perni, petri preziusi né vestiri sita, grana, jabullotto né cavalcari
cavalli né portari armi»123.
L’istituzione inquisitoriale, tollerata nei momenti di tranquillità
sociale e politica, è uno dei primi e principali bersagli da colpi-
re nei momenti di tensione popolare. La rivolta del 1516 contro il
viceré Ugo de Moncada, quella dell’anno seguente, detta di Gian
Luca Squarcialupo, contro il viceré Ettore Pignatelli, la ribellione
capeggiata dal conte di Cammarata del 1523 hanno come obbiet-
tivo non solo la destituzione di viceré ritenuti eccessivamente au-
toritari ma anche lo smantellamento del tribunale inquisitoriale124.
Sedate le rivolte, nel 1543 l’Inquisizione spagnola viene definiti-
vamente stabilita. Essa opera in Sicilia fino al 1782, quando la sua
abolizione per volontà sovrana viene celebrata con il rogo di tutto il

123
Biblioteca comunale di Palermo, ms. Qq f 262, Ordine dell’inquisitore
Tristán Calvete dato il 29 settembre 1525.
124
Sulle rivolte si vedano S. Giurato, La Sicilia di Ferdinando il Cattolico.
Tradizioni politiche e conflitto tra Quattrocento e Cinquecento (1468-1523),
Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003 e R. Cancila, Congiure e rivolte nella Sicilia
del Cinquecento, in «Mediterranea. Ricerche storiche», IV, 2007, pp. 47-62.

- 83 -
suo vasto archivio, rendendo estremamente difficile la ricostruzione
delle sue vicende per i posteri125.
Dal 1601 e fino alla soppressione, sede del tribunale inquisito-
riale siciliano è il bellissimo edificio che domina la Piazza Marina,
Palazzo Chiaromonte o Palazzo Steri, dal latino hosterium, palazzo
fortificato. In precedenza l’Inquisizione a Palermo aveva cambiato
più volte domicilio, dalla casa dell’incisore reale Juan Chilestro alla
casa di Giovanni Battista De Rosa, dal Castello a Mare a Castel San
Pietro, non trovando mai un ambiente sufficientemente confortevo-
le: le case private non sono abbastanza capienti, le fortezze – dove
comunque devono rimanere i soldati del viceré per fare le ronde e
le esercitazioni – non assicurano agli inquisitori la segretezza di cui
vogliono godere. L’insediamento del tribunale nello stabile rende
necessarie alcune modifiche sostanziali, la messa a punto di nuovi
vani da destinare alla carcerazione degli inquisiti, che culminano
nella costruzione, nella parte retrostante, del Carcere dei Peniten-
ziati. Queste modifiche rendono funzionale la struttura principale e
gli ambienti circonvicini al nuovo uso cui vengono destinati.
Da qui il tribunale dell’Inquisizione esplica la sua azione per
tutta l’isola, cercandovi non solo eretici ma, ben presto, anche quan-
ti abbiano comportamenti ritenuti devianti (magia, superstizione,
omosessualità, concubinato, bestemmia e così via). L’azione del tri-
bunale ha inizio con la pubblica proclamazione del cosiddetto ser-
mone generale o Edictum fidei. Con cadenza più o meno annuale,
gli inquisitori in accordo con l’arcivescovo di Palermo propaganda-

125
H. C. Lea, L’inquisizione spagnola nel Regno di Sicilia, a cura di V. Sciuti
Russi, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1995; V. La Mantia, Origine e
vicende dell’Inquisizione in Sicilia, Palermo, Sellerio, 1977; C. A. Garufi, Fatti
e personaggi dell’Inquisizione in Sicilia, Palermo, Sellerio, 1978; F. Renda,
L’Inquisizione in Sicilia. I fatti. Le persone, Palermo, Sellerio, 1997; M. Rivero
Rodríguez, La Inquisición española en Sicilia, in Historia de la Inquisición en
España y América, a cura di J. Pérez Villanueva e B. Escandell Bonet, Madrid,
Biblioteca de autores cristianos - Centro de estudios inquisitoriales, 2000, pp.
1031-1222; M.S. Messana, Il Santo Ufficio dell’Inquisizione. Sicilia 1500-1782,
Palermo, Istituto Poligrafico Europeo, 2012.

- 84 -
no per tutta l’isola un bando che invita chiunque sia a conoscenza
o abbia anche solo un sospetto di eresia nei confronti di qualcuno a
denunciarlo al tribunale. I delatori possono usufruire di entrate late-
rali per entrare allo Steri, in modo da non farsi vedere e contribuire
a mantenere il segreto sulla loro identità che non sarà mai rivelata a
nessuno, tanto meno all’accusato.
Attraverso le prime denunce gli inquisitori formano una lista di
persone sospette; procedono quindi a individuare i testimoni, anche
se per processare una persona ne basta uno solo. Parenti, amici, vi-
cini di casa, datori di lavoro vengono quindi avvicinati e interrogati
sull’indagato da individui discreti e circospetti. Questi ultimi sono i
cosiddetti familiari, uomini e donne segretamente al servizio del tri-
bunale. Fino al 1543 si tratta generalmente di persone di bassa condi-
zione, dato che nobili e patrizi siciliani si oppongono all’insediamen-
to del tribunale sull’isola e partecipano alle rivolte contro di esso.
In seguito, però, matura in un nutrito settore dei ceti dirigen-
ti siciliani una disposizione diversa nei confronti dell’istituzione
inquisitoriale. I familiari, infatti, godono di una serie di vantaggi
mondani: esenzioni fiscali, diritto al porto d’armi, facoltà, esten-
sibile (ed estesa) a congiunti e servitori, di essere giudicati dal tri-
bunale inquisitoriale anche per reati comuni. In una società dove
la legge è disuguale per tutti e dove ciascuno, a seconda della sua
posizione sociale, può essere giudicato da un foro diverso – solo in
Sicilia se ne contano più di cinquanta – , l’Inquisizione assicura ai
suoi familiari una giurisdizione speciale e benevola. Inoltre, poiché
sono frequenti le frizioni fra il viceré e gli inquisitori, questi ultimi
offrono anche protezione politica a chi si trovi in disgrazia. Come
scrive Scipio di Castro, in apertura del breve paragrafo dei suoi Av-
vertimenti, intitolato Della giurisdizione del Sant’Uffizio: «quelli
che stanno malsatisfatti del Viceré fan subito capo all’Inquisitori. Et
quelli che si tengono offesi dagli Inquisitori fan professione di gran
devoti del Viceré»126.

126
Di Castro, Avvertimenti di don Scipio di Castro a Marco Antonio Colonna

- 85 -
Con la complicità dei familiari, dalle stanze del tribunale e
poi delle carceri passano decine e decine di persone, alcune del-
le quali hanno lasciato una tragica testimonianza sulle bianche
pareti degli edifici127. Presunte streghe e presunti maghi, uomi-
ni e donne ritenuti in grado di operare sortilegi, ma anche biga-
mi, preti sposati, sacerdoti che approfittano della loro posizione e
del segreto confessionale per sollicitare ad turpia, spingendo il o
la penitente ad atti sessuali, bestemmiatori... Per loro sono i san-
ti, le madonne, i crocifissi, i simboli religiosi graffiti sulle pareti
del carcere – non sappiamo se realizzati per pedagogia religiosa
o come risposta a una domanda spirituale spontanea e dolente.
A loro sono riservate pene che non comprendono la condanna a
morte, anche se la pubblica riconciliazione con la comunità cristia-
na di cui fanno parte li segna per sempre e li costringe, da quel
momento in poi, a vivere come reietti.
Possono rischiare il rilascio al braccio secolare, invece, gli in-
quisiti che hanno abbracciato la fede luterana o calvinista e i pre-
dicatori e fautori del credo riformato. Una scritta in inglese, nelle
prigioni dello Steri, ci ricorda anche la presenza di stranieri.
Condanne pesanti rischiano i rinnegati, coloro che – in virtù
della loro occupazione marittima o del fatto che sono stati preda in
giovane età delle scorrerie costiere dei pirati barbareschi – si sono
convertiti alla religione islamica, trovando peraltro nel mondo mu-
sulmano possibilità di ascesa assolutamente impensabili nella so-
cietà da cui provengono. Nell’Impero ottomano ai convertiti sono
aperte molte cariche pubbliche, mentre l’esercizio della pirateria
assicura ingenti ricchezze. Quando sono catturati durante imprese
navali, i rinnegati vengono trascinati dinanzi agli inquisitori. Ma-
gnifica, dal punto di vista meramente artistico, è la testimonianza
del passaggio nelle stanze dello Steri di uno di questi personaggi,

quando andò viceré di Sicilia (1577), cit., p. 67.


127
M.S. Messana, Inquisitori, negromanti e streghe nella Sicilia moderna
(1500-1782), Palermo, Sellerio, 2007.

- 86 -
Francesco Mannarino, autore di una splendida rappresentazione
della battaglia di Lepanto disegnata in pochi mesi, da gennaio a
maggio del 1600, sulla scorta dei racconti dell’avvenimento consu-
matosi nel 1571.
Un’autentica fantasmagoria, frutto delle fatiche di anonimi
prigionieri che alternano i disegni alle parole, copre ogni centi-
metro delle pareti di queste stanze: poveri segni, realizzati con
albume mischiato alla polvere dei mattoni sbriciolati del pavimen-
to o alla cenere, eppure estremamente significativi e validi per ri-
costruire, seppur in maniera per forza di cose approssimativa, le
sofferenze di quanti passarono di qui. Eloquente il monito che si leg-
ge in un angolo: «Nixiti di spiranza vui ch’intrati», citazione dante-
sca, che ben definisce l’atmosfera presente fra queste mura; su altre
pareti si leggono le tragiche scritte «Averti ca ccà si duna la corda»,
« Statti in cervellu ca ccà dunanu la tortura» e ancora: «V’avertu
ca ccà prima dunanu corda... Statti in cervelli ca cca dunanu la
tortura arti infami»128.
Il rituale dell’interrogatorio inquisitoriale prevede, infatti, che lo
sventurato o la sventurata che cade nelle mani degli algozini, gli uf-
ficiali preposti alla cattura, non sappia né chi ha formulato le accuse
nei suoi confronti né i loro termini. E continua a ignorarlo quando
si trova dinanzi all’inquisitore. Sotto il meraviglioso soffitto ligneo
dipinto della Sala Magna dello Steri, manifesto sull’esercizio del
potere voluto nel Trecento da Manfredi III Chiaromonte, si svolge
l’interrogatorio, che inizia con l’invito all’imputato a confessare le
colpe di cui è accusato, ma di cui non è a conoscenza129. L’inquisito-
re ammonisce il prigioniero per tre volte: a questo punto, gli vengo-
no formulate le accuse, ma le testimonianze addotte sono prive dei

128
G. Pitrè e L. Sciascia, Urla senza suono. Graffiti e disegni dei prigionieri
dell’Inquisizione, Palermo, Sellerio, 1999.
129
L. Buttà, Storie per governare: iconografia giuridica e del potere nel
soffitto dipinto della Sala Magna del Palazzo Chiaromonte Steri di Palermo,
in Narrazione. Exempla. Retorica. Studi sull’iconografia dei soffitti dipinti nel
Medioevo mediterraneo, a cura di L. Buttà, Palermo, Caracol, 2013, pp. 69-126.

- 87 -
più elementari punti di orientamento per l’accusato (nomi di even-
tuali testimoni, luoghi e così via) in modo da tutelare i delatori. Per
costringere l’inquisito ad ammettere i suoi peccati si giunge così a
utilizzare la tortura, generalmente il supplizio della corda, che con-
siste nell’appendere lo sventurato a una puleggia per poi lasciarlo
cadere violentemente verso il basso causandogli slogature alle arti-
colazioni. Con la tortura si ottiene la confessione, prova piena della
colpa. Ma sui muri delle celle una scritta ricorda che, malgrado le
sofferenze, «Semper tacui».
Non abbiamo testimonianze, invece, delle vittime cadute nelle
mani degli inquisitori perché colpevoli di eresia giudaizzante130. I
graffiti sono della prima metà del Seicento, quando ormai, dopo una
pressante e spietata campagna durata un secolo contro coloro che
perpetuano religione e costumi ebraici, seppure in segreto, in Sicilia
di tali persone non sembra quasi più esistere traccia. Molti di loro,
però, sono stati condannati alla pena capitale durante l’autodafé, la
più importante celebrazione inquisitoriale durante la quale si solen-
nizza la pubblica riconciliazione del reo con tutta la comunità o si
assiste alla sua condanna alla pena capitale.
Dal momento dell’istituzione dell’Inquisizione al suo sciogli-
mento vengono celebrati in Sicilia 114 autodafé, la maggior par-
te dei quali a Palermo. La capitale offre uno splendido scenario a
quello che è fondamentalmente uno spettacolo che deve insegnare
ai più a temere l’organizzazione che lo patrocina. Dell’ultima ma-
nifestazione di cupo splendore dell’Inquisizione isolana è rimasta
una descrizione accurata, immediatamente data alle stampe, L’atto
pubblico di fede solennemente celebrato nella città di Palermo a
6 aprile 1724 dal Tribunale del S. Uffizio di Sicilia del canonico
palermitano Antonino Mongitore131. L’opera viene commissionata

130
Sulla persecuzione degli ebrei dopo il 1492 si veda F. Renda, La fine del
giudaismo siciliano. Ebrei marrani e Inquisizione spagnola prima durante e
dopo la cacciata del 1492, Palermo, Sellerio, 1994.
131
A. Mongitore, L’atto pubblico di fede solennemente celebrato nella città di
Palermo a 6 aprile 1724 dal Tribunale del S. Uffizio di Sicilia, Palermo, nella

- 88 -
dagli stessi inquisitori a colui che sembra, in quel momento a Paler-
mo, lo scrittore maggiormente convinto della bontà di metodi che
ormai, anche in ambienti cattolici, appaiono superati e contropro-
ducenti. Desideroso di dar mostra di tutto il proprio zelo, Mongitore
descrive puntigliosamente la lugubre festa che anima la città.
Nei giorni precedenti la manifestazione, sul piano della Cat-
tedrale, viene eretto un singolare teatro, composto da una serie di
spalti e da un palcoscenico, mentre è lasciato libero da costruzioni
il lato dello spiazzo che dà sul Palazzo Arcivescovile, «onde da’
balconi di esso poteasi agevolmente vedere, quanto maneggiavasi,
e quanto vi fosse riguardevole nel Teatro». Uno dei balconi vie-
ne riservato al viceré. Le tribune del teatro approntato vengono
rivestite dei tessuti più preziosi, velluto cremisino trinato d’oro,
broccato azzurro arabescato d’argento, damasco rosso ricamato…
Dinanzi alla sedia dell’Inquisitore generale, i cui gesti segneran-
no le tappe importanti della cerimonia, viene posto «un tavolino
tempestato di tartaruca, ed oro, sopra di cui vedeasi un Crocifisso
in argento, con Croce, e piedestallo d’ebano proffilato d’argento,
campanello d’argento, col Messale e Croce del S. Uffizio per abiu-
razione de’ Rei». Spoglio e terrificante, in mezzo a tanto lusso, si
presenta il palco destinato agli inquisiti, «un’orrida scena, poiché
fu tutto ammantato di panni neri, e di rami di verde, ma mesto mir-
to a manifestare il luttuoso».
Contemporaneamente, sul piano di S. Erasmo, fuori dalle mura
della città viene innalzato un altro «funesto Teatro, per l’esecuzio-
ne della giustizia che dovea piombare sul capo de’ Rei ostinati»:
all’interno di un recinto, circondato da diversi palchi «per commo-
damente potersi vedere il bruciamento sì da persone di qualche con-
dizione, come dal popolo» vengono preparate due fornaci, ciascuna
delle quali sovrastata da un patibolo di tavolato. Anche sui bastioni

regia stamperia d’Agostino, ed Antonino Epiro, familiari, ed impressori del


medesmo Tribunale, 1724. Sull’autore mi permetto di rimandare alla bibliografia
contenuta in N. Bazzano, Mongitore, Antonino, in Dizionario biografico degli
italiani, cit., vol. LXXV, pp. 669-672.

- 89 -
della città vengono predisposti diversi palchi, affinché si «potesse
vedere il funesto incendio».
Il 5 aprile 1721, calata la sera, in diversi luoghi della città si ra-
dunano i diversi partecipanti al corteo che un’ora dopo convergono
dinanzi a Palazzo Steri, da cui ha inizio alla luce delle torce la pro-
cessione «aspettata con impazienza dal folto concorso del Popolo,
cha a larga piena inondò il vasto piano della Marina, e ’l Cassaro,
strada la più magnifica e principale della città». Il fitto corteo di
alabardieri, tamburini e pifferai, magistrature municipali e regie, ti-
tolati e funzionari, accompagnato da musici che intonano strazianti
melodie intervallate dall’ossessivo ritmo dei tamburi, precede lo
stendardo reale e l’insegna del Santo Ufficio. Seguono congrega-
zioni e ordini regolari, che recano ciascuna una croce. Poi avan-
za l’intero corpo del tribunale del Santo Ufficio, dal più umile dei
portieri ai giudici più famosi. Infine, come in un trionfo, preceduta
da un gruppo di musici «che con flebile canto svegliava affetti di
somma divozione», sfila la croce, «in campo nero […] di verde co-
lorata [di modo che] col verde, al disperato nero si diede speranza»,
circondata dalle allegorie di Pietà, Giustizia, Severità e Clemenza
e adornata di una spada «Strumento delle Vendette» e di un ramo
d’ulivo «simbolo della Misericordia, e della Speme»: «gioconda,
malinconica; nera, verdeggiante; aspra, ramosa; tremenda, piacevo-
le; armata, adorna; ridente, adirosa; oscura, illustre; minaccevole,
pietosa. Così convenne, che fosse ad intimorire la perfidia, e dar
coraggio al pentimento»132. A passo lento la processione procede
lungo la direttrice del Cassaro.
Ma non può agevolmente spiegarsi il concorso della moltitu-
dine d’ogni sesso, e condizione, che da per tutto vedeasi straor-
dinariamente affollata. Non vi fu balcone, non fenestra di casa, o
palazzo; non bottega, né luogo di questa strada, che si stende per

132
G. Matranga, Le solennità lugubri e liete in nome della fidelissima Sicilia
nella felice e primaia città di Palermo, Palermo, nella stamperia di A. Colicchi,
1666, pp. 320-321.

- 90 -
oltre un miglio, con rara magnificenza, che non fosse occupato da’
spettatori. Parea, che tutti gli abitatori di Palermo (popolato di cir-
ca censessanta mila Cittadini) con insieme innumerabili forestieri,
si fossero radunati sì nel piano della marina, come nella strada del
Cassaro a goder la pompa di questa non mai veduta processione: e
non vi fu chi non acclamasse la magnificenza, maestà e divozione
di questo singolar Trionfo della Santa Fede133.

Giunta la processione sulla spianata della Cattedrale, la croce


viene posta al centro del teatro temporaneo lì innalzato, in attesa
dell’indomani, quando nel pomeriggio una nuova processione si di-
parte da Palazzo Steri.
Un lungo corteo di congregazioni e ordini regolari, «colle Cro-
ci velate, e grimpie di color nero; a riserva de’ Padri Domenicani,
che andarono con Croce svelata, e Grimpia di cremesino smorto»
precede «le persone processate in numero di ventotto, ad una ad
una, con abito giallo e candela di cera gialla estinta in mano [...]
con vergognose mitre sul capo, nelle quali erano rozzamente dipinte
l’enormità commesse [e] i due Pertinaci [suor Geltrude Cordova-
na e frate Romualdo di S. Agostino, colpevoli di molinismo, una
dottrina che nega gli effetti del peccato originale]»134. Seguono il
corteo alcuni aristocratici su cavalli ingualdrappati di velluto nero e
gli inquisitori, «sopra mule bianche ornate di gualdrappe di velluto
nero, con cappelli fregiati di cordon nero in testa; e Croce in ricca-
mo d’oro, ed argento nel mantello, oltre quella pendente in petto»:
immagine luttuosa e in grado di scatenare la paura nei più semplici,
origine del minaccioso detto popolare «ti fazzu vidiri lu sant’uffiziu
a cavaddu»135.

133
Mongitore, L’atto pubblico di fede solennemente celebrato nella città di
Palermo, cit., p. 40.
134
Per il reato di cui sono accusati i due condannati alla pena capitale si veda M.
Petrocchi, Il quietismo italiano del Seicento, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1948.
135
L. Sciascia, Morte dell’inquisitore, Milano, Adelphi, 1992, p. 35.

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La processione avanza a fatica per il cammino, perché sulla stra-
da si assiepano centinaia e centinaia di curiosi. Finalmente giunti al
piano della Cattedrale, dove attende il viceré, affacciato dalle fine-
stre arcivescovili, inizia la funzione.

Assisi tutti ne’ luoghi assegnati, ad ore diciassette e un quarto salì


sul Pulpito, [...] a piè del palco de’ Rei, il P. Maestro Pietro Antonio
Maiorana, Domenicano, che con quell’eloquenza di cui è singolarmen-
te fornito, a dispetto della moltitudine sterminata, che co’ strepiti della
lingua impediva le sodisfazioni dell’orecchio, si fece ben udire e fece
conoscer quanto fosse meritevole d’applauso la sua Orazione.

Una volta pronunciata la predica, si dà inizio alla lettura dei pro-


cessi, ma, proprio in questo momento – racconta Mongitore – tutti i
convenuti si danno al «necessario ristoro»136. Incuranti delle soffe-
renze dei condannati, gentiluomini accompagnati dalle nobildonne,
ufficiali del tribunale, consultori, qualificatori, avvocati insieme
con il pretore di Palermo e i senatori banchettano «con sontuosa
lautezza», mentre i plebei che si accalcano nella piazza consumano
le merende portate con sé per affrontare una lunga giornata. Così
nessuno ascolta la sentenza di rilascio al braccio secolare di suor
Geltrude e di frate Romualdo né l’immediata ratifica della loro sen-
tenza di morte. Al termine del banchetto, e ormai fattosi buio, alla
luce delle torce, gli imputati di reati più lievi pronunciano l’abiura
e vengono assolti dai loro peccati, quelli che aspettano di espiare la
pena si preparano al giorno seguente in cui «condannati alla frusta,
sopra vili giumenti, e alcuni di essi con vergognosa mitra in testa
[verranno] condotti per le pubbliche e principali strade della Città,
per pagar la pena degli errori»137.

136
Mongitore, L’atto pubblico di fede solennemente celebrato nella città di
Palermo, cit., p. 69.
137
Ivi, p. 103.

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Suor Geltrude e frate Romualdo, rilasciati al braccio secolare
per la condanna a morte, salgono ciascuno su un carro: il corteo si
rimette in moto dirigendosi fuori le mura, al piano di Sant’Erasmo,
dove sono pronti gli spalti per l’ultimo, definitivo gesto dell’auto-
dafé. Al centro del recinto, circondati da centinaia di spettatori, i
due sventurati «con gli abiti del loro ordine, e con sopravveste into-
nacata di pece, dipinta a fiamme, e con mitre vituperose pur deline-
ate con fiamme» vengono bruciati vivi. A suor Geltrude «prima se
le bruciarono i capelli per farle provare un piccolo saggio degli ar-
dori del fuoco; [...] indi si diede fuoco alla sopravveste di pece, indi
alle legna della fornace che, consumando le tavole, sopra delle quali
sedea l’indegna, piombò dentro di essa». A fra Romualdo «prima di
farlo ascendere al patibolo, gli fu fatto vedere l’esito dell’infelice
Geltrude per commuoverlo a terrore e pentimento. [...] Quindi dal
carnefice fu strettamente legato al palo. [...] Indi si appiccò il fuoco
alla catasta delle legna della fornace di sotto [...] e da quelle fiam-
me passò l’anima a provar l’atrocità dell’eterne pene, che egli ebbe
ardimento di niegare»138.
Uno spettacolo orribile che – ironia della sorte – proprio gra-
zie allo scritto di Mongitore diventa noto in tutta Europa. Ma, con-
trariamente alle intenzioni del suo autore, il rogo è guardato con
sdegno e riprovazione in un mondo che, ai primi del Settecento,
quando anche la Sicilia non è più l’isola dei viceré, non tollera più
lugubri roghi in nome di Dio.

138
Ivi, pp. 99-100.

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4. Epilogo

- Il viceré lascia Palermo -

Dopo un triennio, talvolta prolungato per un altro mandato, i


viceré abbandonano Palermo, generalmente dal molo in cui sono
sbarcati. La partenza, tuttavia, si svolge con assai meno clamori
dell’arrivo: alle prime luci dell’alba, spesso senza alcuna cerimonia,
perché non si tratta di figure benvolute, in quanto hanno utilizzato
gran parte del loro mandato di governo per arricchirsi con le specu-
lazioni sul grano che la Sicilia produce. Così lasciano l’isola nella
solitudine più grande, mentre navi cariche di argento e monete li
aspettano per salpare: non è un caso che un viceré del tardo Seicen-
to, Francesco Caetani duca di Sermoneta, sia più noto a Palermo
con il soprannome di “duca di far moneta”, e «ch’egli temendo le
villanie dell’irritato popolo, e il dispregio della nobiltà, se ne sia

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andato al Molo di soppiatto colla viceregina, sortendo l’uno e l’al-
tra, in due portantine dalla Porta Nuova vicina al regio palagio,
e recandosi, condotti fuori le mura della città, a bordo, senza
che fossero veduti»139.
Ad alcuni viceré, però, arridono sorti migliori: Juan Fernandez
Pacheco, duca di Villena, nel 1606 viene salutato in maniera gene-
rosa dai palermitani:

Andava innanti in un cannistro una navi di marmorata; appres-


so un altro cannistro con un’altra navi della medesima marmorata,
di una bellissima maniera fatta; appresso poi venivano circa 46
cannistri con diversi cosi di zuccaro, mortaretti, confezioni; et a
ogni uno di quelli cannistri di sopra ci era la sua bandelora di
diversi colori con le armi della città. Appresso questi veniano dui
filara di pernici a dudici a dudici; appresso dui filara di conigli;
appresso dui filara di capuni; appresso dui filara di picciuni; ap-
presso un filaro di anatri; dui filara di ochi, quattro filara di gallini
tutti misi a resta a resta; et all’ultimo poi veniano dui genchi spac-
cati di sopra sui cancelli; et sei carrichi di vino da circa 24 barili,
che erano dui butti; et nell’ultimo dui salmi di orgio140.

Il singolare corteo sfila per il Cassaro, dalla Fontana Pretoria


fino al Palazzo Regio, dove viene consegnato pubblicamente al vi-

139
Di Blasi, Storia cronologica dei viceré luogotenenti e presidenti del
Regno di Sicilia, cit., p. 382. Su tale viceré si veda N. Bazzano, «Qui crepo e
non do soddisfazione a nessuno, e non voglio perdere quello che acquistai in
Milano»:Francesco Caetani, duca si Sermoneta, viceré di Sicilia (1663-1665),
in Uomini di governo italiani al servizio della monarchia spagnola (secoli XVI
e XVII), a cura di C.J. Hernando Sánchez e G. Signorotto, in «Cheiron», XXVII,
53-54, 2012, pp. 225-245.
140
Notizie cavate da alcuni brani di un Diario, esistenti in un manoscritto
miscellaneo della Biblioteca Comunale segn. Qq D 84, in Biblioteca storica
e letteraria di Sicilia, a cura di G. Di Marzo, Palermo, Pedone Lauriel,
1869, vol. I, p. 302.

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ceré, che ringrazia del generoso dono: segno della benevolenza che
la felicissima e fedelissima città di Palermo sa offrire ai suoi gover-
nanti quando li apprezza.
La città, che durante il triennio di permanenza del viceré ha di-
spiegato tutte le sue arti per meravigliarlo, non si esime dal rendere
il momento del congedo altrettanto magnifico e indimenticabile:
segno della fondamentale importanza politica, e non solo artistica e
religiosa, delle pratiche cerimoniali, oggi autentica chiave per inter-
pretare un mondo ormai lontano, ma incredibilmente affascinante.

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Nicoletta Bazzano è professore associato di Storia
moderna presso l’Università degli Studi di Cagliari.
Si è occupata della storia politico-istituzionale e
culturale del Cinque-Seicento dell’Italia spagnola, con
particolare attenzione alla Sicilia; della simbologia
politica, sviluppando una ricerca sull’allegoria
femminile dell’Italia dall’antichità ai giorni nostri;
della cerimonialità nella Palermo viceregia. Ha inoltre
approfondito il rapporto tra scrittura storiografica e
scrittura letteraria, studiando il caso della produzione
narrativa sarda di argomento storico.
A margine della sua attività scientifica, principalmente
centrata su tematiche di storia moderna, ha approfondito
alcuni aspetti della storia del costume del Novecento,
soffermandosi sui modelli sociali femminili.
Attualmente sta riflettendo sul ruolo politico e
culturale delle donne nel primo Cinquecento italiano,
esaminando la figura di Giovanna d’Aragona, e sulle
istituzioni parlamentari di antico regime, analizzando
il parlamento sardo nell’età degli Austrias maiores.
Fra le sue principali pubblicazioni si segnalano tre
monografie: Marco Antonio Colonna (Roma, Salerno,
2003); La donna perfetta. Storia di Barbie (Roma-Bari,
Laterza, 2008); Donna Italia. L’allegoria della Penisola
dall’antichità ai giorni nostri (Costabissara – VI, Angelo
Colla editore, 2011).
Indelebile è la traccia che l’età spagnola ha lasciato su Palermo. La pianta
stessa della città, segnata nel suo centro storico dalla croce del Cassaro e di via
Maqueda con l’ottagono perfetto del Teatro del Sole, rimanda all’epoca fastosa
dei viceré. Le strade e le stradine che si diramano dalle due principali direttrici
contribuiscono, con mille particolari, a mantenere vivo il ricordo della città del
passato, aristocratica e plebea, lussuosa e misera, gaudente e bigotta. E quindi
ancora oggi è possibile calcare le orme di cortigiani e popolani, di inquisitori
e funzionari, soffermandosi dinanzi a facciate e monumenti, per rivivere i
momenti più importanti del passato e illustrare le vicende politiche, economiche
e sociali della Sicilia in età moderna.
Il volume intende, così, introdurre il lettore alla conoscenza della Palermo
spagnola seguendo i percorsi cerimoniali, sia laici che religiosi, elaborati in
un’epoca particolarmente importante per la storia della città, capitale di uno dei
regni della Monarchia su cui non tramontava mai il sole. Si potrà così scoprire
il volto di una Palermo inedita: quello di una capitale di frontiera, sede di una
vera e propria corte, pienamente partecipe dei fasti culturali, artistici e politici
dell’età rinascimentale e barocca in Europa.

Palermo University Press / Palermo - Dicembre 2016


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ISBN 978-88-99934-13-2