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Amor è un desio che ven da core

Amor è un desio che ven da core è un sonetto di Jacopo/Giacomo da Lentini,


considerato il massimo rappresentante della Scuola Siciliana e l’inventore del sonetto,
la forma poetica più diffusa nella letteratura italiana.
Nato a Lentini, nei pressi di Siracusa, Jacopo svolse la funzione di notaio presso la
Magna Curia, la corte di Federico II di Svevia, imperatore del Sacro Romano Impero.
Lo stesso Dante, nella Commedia, ricorderà Jacopo come il notaro.
Di lui ci sono arrivate 14 canzoni e 24 sonetti; in questi componimenti, databili 1230-
1240, viene ripreso, in maniera originale, il modello della poesia trobadorica (dei
trovatori), secondo i codici dell’amor cortese, ma utilizzando, al posto del provenzale
(la lingua d’oc), il volgare siciliano illustre, una lingua colta, letteraria, lontana dal
volgare siciliano d’uso popolare.
-Noi leggiamo i testi della Scuola Siciliana nella trascrizione in volgare toscano,
operato dai copisti appartenenti a quell’area geografica, perché, proprio in Toscana,
vennero importati e trascritti dopo la morte di Federico II nel 1250 e il tramonto della
Magna Curia.
-Il sonetto, nella sua forma tipica, è sempre composto da 14 versi endecasillabi (cioè
di 11 sillabe ciascuno), suddivisi in 2 quartine (2 strofe di 4 versi) e 2 terzine (2 strofe
di 3 versi). Possono, però, cambiare gli schemi metrici delle rime.
In questo sonetto lo schema è:
ABAB
ABAB
ACD
ACD
cioè a rime alternate nelle quartine e a rime ripetute o replicate nelle terzine.
Questo sonetto, uno dei primi della storia della poesia italiana, appartiene a una
tenzone, una discussione in versi tra Jacopo da Lentini e altri due personaggi
importanti della Magna Curia, Jacopo Mostacci e Pier della Vigna (quest’ultimo,
celebre protagonista del canto XIII dell’Inferno di Dante, che lo incontra nella selva
dei suicidi). Oggetto della discussione era la fenomenologia dell’amore, vale a dire
qual è la sua natura e quali sono le modalità in cui nasce e si manifesta.

TESTO:
Amore è uno desio che ven da core
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima generan l’amore
e lo core li dà nutricamento.
Ben è alcuna fiata om amatore
senza vedere so ’namoramento,
ma quell’amor che stringe con furore
da la vista de li occhi ha nascimento:

ché li occhi rapresentan a lo core


d’onni cosa che veden bono e rio
com’è formata naturalemente;

e lo cor, che di zo è concepitore,


imagina, e li piace quel desio:
e questo amore regna fra la gente.

PARAFRASI:
L’Amore è un desiderio che proviene dal cuore
a causa dell’abbondanza di un grande piacere (piacere rappresentato dalla persona amata);
e sono gli occhi, in primo luogo, a generare l’amore
e il cuore gli dà nutrimento/lo alimenta.

È vero che talvolta un uomo ami


senza vedere l’oggetto del proprio innamoramento,
ma quell’amore (l’amore vero) che avvince con furore/che ti incatena con l’impeto della passione
nasce dallo sguardo (dal vedere la persona amata):

perché gli occhi raffigurano al cuore


(bono e rio), le qualità buone e cattive, di ogni cosa che vedono
così com’è in natura;

e il cuore, che concepisce ciò che riceve questo messaggio dagli occhi (zo è un sicilianismo)
immagina quella cosa e prova piacere nel desiderarla
ed è questo l’amore che risiede tra gli uomini.
Questo sonetto ha un impianto di tipo argomentativo: nella prima quartina, l’autore
sostiene una tesi, che viene argomentata e ribadita nelle terzine, a partire dal
confronto con un’antitesi nella seconda quartina. A rappresentare l’antitesi è la
concezione dell’Amor de lohn (amore di lontano), teorizzata dal poeta provenzale
Jaufré Rudel…vale a dire l’idea che sia possibile innamorarsi senza aver mai visto la
persona amata. Jacopo non nega tale eventualità, ma sostiene che l’amore più
profondo e impetuoso nasca dalla vista della persona amata e, di conseguenza, dagli
occhi, che ne trasmettono l’immagine al cuore, il quale, per eccesso di piacere, ne
alimenta il desiderio. Si tratta di una concezione che riprende, in versi, quanto era
stato enunciato da Andrea Cappellano nel De Amore, trattato sull’amore, che aveva
fissato le norme e i canoni dell’amor cortese, conoscendo un successo straordinario a
livello internazionale.
L’impianto argomentativo del sonetto è ben scandito dal sapiente utilizzo di
proposizioni subordinate e coordinate, cioè da ipotassi e paratassi.
La ripetizione della congiunzione “e”, che rappresenta un polisindeto, all’inizio di
versi ravvicinati, in posizione anaforica di rilievo, serve a enucleare con chiarezza i
vari elementi della tesi; la congiunzione “ma”, all’inizio del verso 7, segna il
superamento dell’antitesi; la congiunzione causale “perché”, all’inizio della prima
terzina, introduce le argomentazioni a sostegno della tesi.
Per via delle sue esigenze dimostrative, il sonetto appare piuttosto semplice dal punto
di vista retorico (non presenta figure retoriche ricercate) e dal punto di vista lessicale
(cioè dei termini utilizzati).
Troviamo parecchie ripetizioni dei termini “amor, occhi, cor”, le quali creano a
livello fonico un fitto tessuto di assonanze, consonanze, rime interne, rime al mezzo;
in questo modo, vengono portati in primo piano i protagonisti del fenomeno amoroso,
indagato proprio come un fenomeno naturale.
Il terreno di studio è l’Io del poeta amante. Rispetto alla lirica provenzale, infatti,
nelle poesie della Scuola Siciliana assistiamo ad una maggiore interiorizzazione del
sentimento amoroso, il quale inizia ad essere analizzato negli effetti che produce
all’interno del poeta-amante, mentre appare più defilata la figura della donna; in
questo neppure viene direttamente menzionata.

Al verso 1 e verso 9 c'è una rima identica (core...core), perché uno stesso rimante si
ripete due volte senza mutazioni né di suono né di senso.

“Piacimento...nutricamento...'namoramento...nascimento” è una rima ricca, perché


l’'uguaglianza tra i rimanti include anche il suono M e quindi va oltre l'ultima vocale
accentata.

I versi 8 e 9 sono legati dalla ripresa del termine “occhi”: ha lo scopo di dare armonia
e simmetria al testo.
Vengono usati termini semplici, ma anche appartenenti a un lessico tecnico:
-“cor”: è la sede dell'anima sensitiva; per sineddoche significa anche “anima”
-“amor”: è uno stato di costante pulsione verso l'oggetto
-“desio”: per Aristotele è il movimento dell'animo verso qualcosa, che non cessa
finché l'animo non ha raggiunto l'oggetto del desiderio
-“conzepitore” “immagina”: rimandano alla facoltà dell'animo di immaginare e
rappresentarsi qualcosa anche se non è presente.