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Apicoltura urbana

Alveari sul tetto di un edificio di Hannover

L'apicoltura urbana è un tipo di apicoltura praticato esclusivamente in ambiente urbano o


metropolitano; si è diffusa in metropoli come Berlino (15.000 arnie), Londra (3.200 apiari), Parigi,
New York, Copenaghen, Tokyo e altre.[1]

La pratica dell'apicoltura urbana è disomogenea sia nella forma, che nel metodo, che negli obiettivi.
A Ginza (Tokyo) l'apicoltura urbana è strumento di educazione ambientale e alimentare. A Berlino
nel 2016 è stata progettata un'arnia da balcone, dalla stessa associazione apistica urbana
Stadtbienen. A San Francisco da molti anni è strumento di contro informazione e conoscenza dei
danni dei pesticidi alle api e all'ambiente con l'associazione apistica urbana UrbanBeeSF. A
Sseambabule, piccolo distretto dell'Uganda, il villaggio utilizza le arnie tradizionali (basket hive)
per facilitare l'apprendimento e l'avviamento professionale di nuovi contadini dei villaggi vicini. A
Torino grazie ad un progetto Progireg finanziato dalla Unione Europea è stata creata una rete di
soluzioni NBS (Nature Based System) rigenerando spazi urbani con azioni sostenibili per
l'ambiente, una delle quali consiste in giardini per impollinatori e farfalle. A Potenza è stato
rigenerato un terreno urbano inquinato, per trasformarlo in orto sociale e apiario urbano sociale con
un progetto di Legambiente Potenza.

Il progetto europeo URBACT III è il primo progetto internazionale di apicoltura urbana e rurale ed
è chiamato BeePathNet: vede coordinatore di progetto la Città di Lubiana e le cinque città il
Comune di Amarante (Portogallo), Comune di Budapest - XII Distretto, Comune di Bydgoszcz
(Polonia), Comune di Cesena (Italia), Comune di Nea Propontida (Grecia).

Indice
 1 Storia
 2 In Italia
 3 Definizione
 4 L’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile
 5 Note
 6 Bibliografia
 7 Voci correlate
 8 Altri progetti

Storia
La nascita di questo tipo di apicoltura prese spunto dal fenomeno della fuga degli sciami d'api dalle
campagne alle città. Alcune ricerche hanno individuato la causa di queste migrazioni nelle colture
industriali e nell'uso dei pesticidi nei campi, che compromettono l'habitat naturale delle api.[2]

La creazione di arnie e apiari in città ha anche la funzione, specie nelle città metropolitane, di
permettere il monitoraggio della qualità dell'aria: infatti, è possibile misurare il livello di
inquinamento atmosferico analizzando la pelliccia dell'animale, facendo lo screening dell'alveare,
ed esaminando miele, polline, cera e propoli.[3]

Altre informazioni fornite dai rilevamenti riguardano la biodiversità di un territorio, poiché le


analisi consentono di rilevare quali varietà di fiori sono state impollinate e in che quantità.

In Italia
In Italia il primo progetto di apicoltura urbana si è sviluppato a Torino a partire dal 1905 con il
contributo e la sperimentazione di don Giacomo Angeleri. Del resto tutta l'apicoltura italiana ha
avuto su queste colline una svolta importante. Grazie a don Giacomo Angeleri l'apicoltura razionale
italiana – che in precedenza era appannaggio di pochi – viene sdoganata: inizia nei primi anni del
Novecento a praticare, sperimentare e insegnare. E l'influenza di don Angeleri è determinante.
Nicola Cauda e Gervasio Brezzo, creatori appunto di alcune tra le prime grandi aziende piemontesi,
la domenica andavano in bicicletta a Torino dal Roero, per ascoltare le lezioni di don Angeleri.
Nasce il primo apiario sperimentale, la prima rivista nazionale di apicoltura. La prima scuola
itinerante. Il primo chiosco ambulante ovvero il primo "street food" di miele davanti a Palazzo
Reale. Dopo la guerra l'apicoltura è diventata un'attività di produzione di pianura e montagna,
abbandonando questo passato urbano. La vera apicoltura urbana moderna è tornata a Torino dagli
anni ottanta.

È dell'Università di Torino a partire dal prof. Manino e poi con la dott.ssa Paola Ferrazzi (presso
l'allora Istituto di bachicoltura ed apicoltura, Scienze agrarie Università di Torino) le prime ricerche
scientifiche, con analisi e biomonitoraggio a Torino, utilizzando il prezioso servizio delle api,
collocate sul terrazzo di Via Ormea nel 1984. L'interesse verso l'apicoltura nelle aree fortemente
antropizzate non è mai scemato. A Torino, come in altre città d'Italia, l'Università ha continuato ad
effettuare misure anche per comprendere le dinamiche del 'superorganismo ape' in ambienti con
evidenti tracce di inquinamento. Ma anche l'Università di Bologna con C.Porrini e G.Celli con
analoghe competenze [4] hanno condotto con M.Accorti nel 1986 importanti ricerche
sull'inquinamento nelle città di Pisa, Arezzo, Firenze, tanto che il capoluogo fiorentino ha dovuto
escludere il centro storico dalla circolazione dei veicoli a motore.

A partire dal 2006 l'apicoltura urbana si è intensificata, grazie al lavoro di alcuni apicoltori privati,
di associazioni e di ricercatori universitari.

Dal 2010 ad oggi gli apiari a Torino sono più di venti, con più di 150 alveari ed è nel 2015 che
nasce il primo progetto di rete con la fondazione della Comunità del Cibo Apicoltori Urbani di
Torino afferente alla 'Rete di Terra Madre - Slow Food International' poi diventata Comunità Slow
Food degli Impollinatori Metropolitani.

A Roma si è costituita l'Associazione ApiRomane, a Latina BeesInTown.

A Cremona è stato creata l'associazione Città Rurale che considera le api in città come bene comune
e strumento di integrazione e miglioramento delle relazioni tra cittadini attraverso il Patto di
collaborazione tra Città ed associazione chiamato Cremona Urban Bees..

A Bari è nata una Comunità Slow Food sulla conoscenza e tutela degli impollinatori PugliaForBees.

Più precisamente l'apicoltura urbana è presente in grandi città e realtà urbane più piccole, come
Milano, Roma, Latina, Cremona, Cesena, Bari, Napoli, Palermo, Cesena, Reggio Emilia, Segrate,
Bolzano e Potenza.

A partire dal 2012 si sono svolti otto Convegni Nazionali di Apicoltura Urbana, due a Torino, e poi
a Roma, Milano, Urbino, Bolzano, Potenza e Firenze.

Definizione
Con la conclusione del Convegno Nazionale svoltosi a Bolzano e successivamente con l'assemblea
nazionale di Bologna nel 2018 è stata condivisa per la prima volta una definizione.

"Apicoltura urbana non è un semplice settore della zootecnia, ma un movimento culturale: una
costellazione di temi e interessi: le api per contribuire a ridare radici a chi ha dovuto emigrare,
uno sbocco creativo a chi è limitato da una disabilità, un’idea positiva di libertà a chi è
temporaneamente carcerato, il pretesto per proporre una partecipazione attiva e appassionante dei
cittadini alla salvaguardia della biodiversità, dal mantenere alveari urbani al coltivare fonti di
pascolo per le api e per gli altri apoidei. Sufficientemente staccata dalla necessità di fare reddito
può realizzare una forma avanzata di rispetto del benessere animale. Legata alla città, che è il
centro della comunicazione, può sfociare in forme d’arte, coinvolgere scuole e bambini a scoprire
in città ritmi e espressioni della vita naturale, promuovere la produzione locale di cibo, servire a
misurare la qualità dell’ambiente attraverso le api."

L’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile


Con la nuova agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile l'Unione Europea ha avviato la strategia
biodiversità. In questo percorso si inserisce la ricerca dello stato di conservazione degli insetti
impollinatori, superfamiglia apoidei.

L'apicoltura urbana in Italia è consapevole che l'apis mellifera, la specie maggiormente usata in
agricoltura, non è in estinzione ma è minacciata da fattori esterni indicati nell'ultimo Rapporto
ISPRA sul declino degli impollinatori. Per questa ragione l'apicoltura urbana italiana si è spinta già
dal 2018 nel considerare gli impollinatori essenziali quanto le api da miele.