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DALLA TRIPARTIZIONE DI

ROMAN JAKOBSON ALLA


TRASMUTAZIONE DI UN
ROMANZO IN FILM: CIME
TEMPESTOSE DI EMILY
BRONTE
Semiotica
Università della Calabria
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DALLA TRIPARTIZIONE DI ROMAN JAKOBSON ALLA TRASMUTAZIONE DI UN
ROMANZO IN FILM: CIME TEMPESTOSE DI EMILY BRONTE

INTRODUZIONE
Il quesito a cui ci proponiamo di rispondere riguarda il modo in cui un romanzo possa essere
trasformato in un film. Per far sì che i tratti strutturali dell'azione si conservino anche senza una
veste linguistico-verbale, occorre che essi abbiano alla loro origine un qualche profilo di ordine
semiotico. Non devono trattarsi necessariamente di entità linguistiche, bensì di comportamenti, di
azioni, di cose o, per meglio dire, di entità percepibili.

IL FORMATO LINGUISTICO PUO' ESSERE CONSIDERATO ORIGINARIO?


Iniziamo col denominare gli elementi di cui stiamo andando a parlare.
In un'ottica esternista il segno contempla il representamen (segno), l'oggetto e l'interpretante (idea,
concetto), e armonizzare il rapporto che vi è tra essi è considerata da sempre un'operazione
fondamentale per coloro che, come Peirce, credono che la conoscenza sia sempre semiotica.
Dunque qualsiasi traduzione in ottica esternista deve sempre fare i conti con tale triangolazione.
Invece l'approccio internista, di stampo seussuriano e jakobsoniano, afferma che il segno è un
elemento generato dalla relazione tra un'espressione e un contenuto, e pertanto non esistono cose o
concetti universali prima di qualsiasi denominazione linguistica. Solo le lingue riducono il mondo
esteriore in oggetti o concetti e ognuna lo fa in maniera diversa. Un esempio consiste nel mostrare
che non esistono concetti di colori che precedono le lingue che li denominano, poiché le lingue
analizzano il mondo in modo del tutto arbitrario rispetto alla realtà fisica.
Sempre sul fronte internista, Jost Trier, ha messo in evidenza il fatto di come le parole costituiscano
una specie di mosaico in grado di coprire il territorio di un determinato concetto. Ad esempio la
parola “cavallo” evoca sempre il medesimo significato: un preciso animale. Tuttavia per un
bambino tale mosaico concettuale è rappresentato da un solo elemento (cavallo), mentre per un
allevatore tale mosaico risulta molto più ampio. Da questo ne deriva che gli uomini non vedono il
mondo tutti nello stesso modo e quindi non ne colgono la stessa rappresentazione. Pertanto, in base
a questo, si può affermare che è il linguaggio che precede il pensiero e che determina
l'interpretazione della realtà esterna.
Quindi, da un'ottica internista, la pratica della traduzione è il frutto di una convenzionale
corrispondenza semantica, mentre da un'ottica esternista è proprio grazie alla traduzione che l'uomo
riesce a concettualizzare e, successivamente, semantizzare le cose che percepisce.

IN PRINCIPIO FU LA TRADUZIONE INTERSEMIOTICA


Il tradursi nell'altro (mettersi nei suoi panni) e il tradurre l'altro sono due posizioni attraverso le
quali ci si può mettere in contatto con l'altro e comprenderlo.
Peirce definisce “persona” la rappresentazione di noi stessi che offriamo agli altri, ovvero la facciata
esterna, che è il risultato di tutti i nostri comportamenti. Tali comportamenti sono interpretati come
dei segni dalle altre persone. In contrapposizione alla persona vi è la mente, attraverso la quale noi
scegliamo i nostri comportamenti e riusciamo ad interpretare gli altri. Questo modello quindi,
afferma che la formazione della nostra personalità dipende dalla nostra socialità, e dal nostro
interagire con gli altri. E tale personalità sarà tanto maggiore quanto maggiore sarà il nostro
impegno a tradurre e tradursi nell'altro.
Jakobson, come molti altri, rimase molto stupito dal fatto che Peirce utilizzasse il termine
traduzione invece che interpretazione, tuttavia egli non faceva riferimento alla traduzione
interlinguistica, bensì all'estrapolazione del significato dall'oggetto. Infatti per Peirce l'interpretante
altro non è che una sorta di segno mentale, che fa da mediatore tra l'oggetto e il representamen.
Dunque la rappresentazione mentale di qualcosa è una sorta di traduzione e ne deriva che
l'interpretante è anche un traduttore.

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ASPETTI LINGUISTICI DELLA TRADUZIONE
Per Jakobson il termine”linguistico” è concettualmente molto esteso e comprende anche la nozione
di significato. Questa posizione viene evidenziata da un suo scritto attraverso il quale contesta la
visione di Bertrand Russel, il quale affermava che per comprendere il significato di una specifica
entità bisogna aver avuto un contatto diretto col suo referente, egli infatti sosteneva che nessuno può
comprendere il significato di “formaggio” senza aver avuto prima un'esperienza non linguistica del
formaggio. Jakobson contesta tale visione sostenendo che per spiegare la parola “formaggio” basta
dire che essa significa “alimento ottenuto dalla fermentazione del latte cagliato”, e quindi basta
avere una conoscenza linguistica di “fermentazione” e di “latte cagliato” per capire a cosa ci si
riferisce. Giunge così alla conclusione che il significato di qualcosa è un fatto puramente un fatto
linguistico, e che quindi non ha senso attribuire un significato alla cosa in sé e non al suo segno.
Dunque il significato può comparire solo in presenza di un segno, e il significato di un termine è
semplicemente la sua traduzione in altre parole.

LINGUISTICO ED ERMENEUTICO
La concezione di Jakobson, per cui interpretazione e significato sono strettamente collegati, si
collega molto alla tradizione ermeneutica, secondo cui ogni processo interpretativo è sempre un
tentativo di comprensione della parola altrui.
Un contributo al discorso ermeneutico si deve a George Steiner, il quale sostiene che capire
significa sempre decifrare, anche quando la comunicazione avviene nella stessa lingua. Non si può
tradurre tutto, ragion per cui il traduttore dovrà estrapolare dal testo che vuole tradurre tutte le parti
più caratterizzanti, sacrificando le altre.
Si è già detto che la traduzione intersemiotica si ha quando cambia l'espressione ma non il
contenuto, quindi colui che si appresta a tradurre un romanzo in film deve capire ed interpretare il
testo al meglio, in modo tale da ricavarne tutte le caratteristiche più rilevanti da tradurre poi in
azioni e comportamenti, senza che il significato ne sia intaccato.

DAL ROMANZO AL FILM


Umberto Eco ci dice che interpretare non è la stessa cosa che tradurre, in quanto ogni
interpretazione ci dice qualcosa in più rispetto all'espressione originale. Questo appare ancora più
chiaro nella traduzione intersemiotica, ad esempio nel passaggio dal romanzo al film, un ruolo
chiave lo gioca l'interpretazione del regista, il quale, nell'aggiungere o togliere qualcosa dal testo-
fonte, impone allo spettatore un'ottica, un punto di vista, cosa che prima era lasciata alla libertà di
scelta del lettore.

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