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cura di
Sergio Bianchi e Lanfranco Caminiti
SETTANTASETTE

La rivoluzione che viene



PRIMO VOLUME




DeriveApprodi, Roma, settembre 2004

























Prima edizione: maggio 1997
Castelvecchi Editoria & Comunicazione s.r.l.
Seconda edizione: settembre 2004 DeriveApprodi s.r.l.

Piazza Regina Margherita 27, 00198 Roma

tel. 06-85358977 fax 06-8554602

e-mail: info@deriveapprodi.org www.deriveapprodi.org

*






























" Non riusciamo a capire se abbiamo vinto, se abbiamo perso, ma nessuno si
sente né vinto né vincitore: sappiamo che non è finita così".



Nel nostro paese il movimento dell'anno 1977 è stato artefice non di una
rivolta effimera ed estremista ma di una rivoluzione che ha annunciato
la fine del Novecento e, insieme, il presente che stiamo vivendo. Quel
movimento, infatti, in un brevissimo arco di tempo ha consumato
definitivamente tutto il repertorio dell'immaginario storico della sinistra
a fronte di una trasformazione epocale, produttiva e politica, delle
società occidentali. Di quel movimento, prima represso nel sangue e nel
carcere, poi imploso nella droga, è rimasta nella memoria collettiva una
flebile eco nella truce ruvidità della lotta armata. Rimozioni, omissioni e
falsificazioni lo hanno perseguitato per trent'anni negandogli
l'intelligente lungimiranza che aveva invece saputo esprimere. Questo
libro, accostando documentazione d'epoca a interpretazioni attuali da
parte di alcuni suoi protagonisti, vuole contribuire a ristabilire la verità.

























Sergio Bianchi ha curato i saggi: "La sinistra populista" (Castelvecchi) e
"L'orda d'oro. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed
esistenziale" (Feltrinelli).

Lanfranco Caminiti nel 1977 era in piazza. Scrive articoli che vengono
pubblicati a stampa o su internet e sono raccolti sul suo sito
[www.lanfranco.org]. Al momento dirige la rivista mensile «accattone-
cronache romane».






























INDICE DEL PRIMO VOLUME


SETTANTASETTE

Prime scene di un film da fare.

INTRODUZIONE

Sergio Bianchi: Introduzione alla seconda edizione
.- Note all'Introduzione di S. Bianchi.
Lanfranco Caminiti: Settantasette.
Marino Sinibaldi: Tutto in una notte.
Primo Moroni: Un'altra via per le Indie. Intorno alle pratiche e alle culture
del '77.

LA «PIAZZA STATUTO» DELL'OPERAIO SOCIALE

Enzo Modugno: Un postfordismo sovrastrutturale.
Toni Negri: Quell'intelligente moltitudine.
Franco Piperno:
La parabola del '77: dal «lavoro astratto» al «general intellect».
Note sulla tecnica.
- Note al testo di F. Piperno.
Romano Alquati: Università, formazione della forza-lavoro intellettuale,
terziarizzazione.
Luigi Manconi e Marino Sinibaldi: Uno strano movimento di strani studenti.
- Note al testo di L. Manconi e M. Sinibaldi.
Alberto Asor Rosa: Le due società.
Rossana Rossanda: Idee e non idee del '77.
Mario Tronti: Movimento e Stato.

DESIDERANTI E CREATIVI

Franco Berardi (Bifo): Pour en finir avec le jugement de dieu.
«A/traverso».
Félix Guattari: Milioni e milioni di Alice in potenza.
Carlo Infante: L'ultima avanguardia. Dalla creatività molecolare e
disgregata alla mutazione post-umanista.
Mauro Trotta: Andrea Pazienza o le straordinarie avventure del desiderio.
- Note al testo di M. Trotta.
Sbancor: Vent'anni dopo.




INDICE DEL SECONDO VOLUME

MOVIMENTO FEMMINISTA E CRISI DELLE IDENTITA'

Marina Campanale, Geraldina Colotti, Elettra Deiana, Manuela Fraire,
Paola Masi, Marina Pivetta: Dissonanze.
Commissione femminista «Donne e politica» dell'Università di Roma:
«Donne e politica» nell'occupazione dell'Università di Roma.
Lea Melandri: Una barbarie intelligente.
Emilio Costantino: Agli ex «militanti di professione».

LAMPI DI PROVINCIA

Claudio D'Aguanno: Quattrocentocolpi a Cassino.
Maurizio Lazzarato: La generazione del '77 nel Veneto orientale.
- Note al testo di Maurizio Lazzarato.
Sergio Bianchi: Figli di nessuno.
- Note al testo di S. Bianchi.
Lanfranco Caminiti: L'invenzione del Sud.

GLI INTELLETTUALI

Nanni Balestrini: «Cattivi maestri».
Il dibattito degli intellettuali su movimento, Stato, dissenso e repressione.

L'AUTONOMIA OPERAIA ORGANIZZATA

Lucio Castellano: Virtù e limiti di un progetto politico.
Daniele Pifano (intervista): L'Autonomia operaia romana.
Danilo Del Bello (Arsenale Sherwood - Padova): Autonomia -
organizzazione: «constitutio libertatis».

LA LOTTA ARMATA

Sergio Segio: Gli armati.
Prima linea: L'antagonismo totale tra il sistema dei bisogni...
Azione rivoluzionaria.
- Note al testo "Azione rivoluzionaria".
Mario Moretti (intervista): «Con quel movimento abbiamo interagito
pochissimo».
Ultime scene da un film da fare.

































***



SETTANTASETTE.

La rivoluzione che viene



a Lucio Castellano



























*

PRIME SCENE DI UN FILM DA FARE





"Dopo i titoli di testa. Su fondo nero".


Il giorno di solito comincia sporco
come l'inchiostro del nostro giornale
scritto sui bianchi muri delle prigioni della repubblica
federale
che giorno per giorno avanzando tranquille
son quasi davanti alla tua finestra
con un corteo di stelle e scintille, i tamburini, la banda,
l'orchestra.
«Spegnete la luce» pensava Ulrike,
«che la foresta più nera è vicina»,
ma oggi la luna ha una faccia da strega
e il sole ha lasciato i suoi raggi in cantina:
«spegnete la luce» pensava Ulrike,
«che la foresta più nera è vicina»
ma un jumbo jet scrive «viva il lavoro!»
col sangue nel cielo di questa mattina.
Con un megafono su un autobus rosso
un Cristo uscito dal circo Togni
comincia un comizio con queste parole: «Disoccupate le strade
dai sogni,
disoccupate le strade dai sogni,
sono ingombranti, inutili, vivi,
i topi e i rifiuti siano tratti in arresto, decentreremo il formaggio
e gli archivi,
disoccupate le strade dai sogni,
per contenerli in un modo migliore
possiamo fornirvi fotocopie d'assegni
un portamonete, un falso diploma, una ventiquattrore,
disoccupate le strade dai sogni
ed arruolatevi nella polizia,
ci sarà bisogno di partecipare (ed è questo il modo)
al nostro progetto di democrazia,
disoccupate le strade dai sogni
e continuate a pagare l'affitto,
ed ogni carogna che abbia altri bisogni
dalla mia immensa bontà sia trafitto,
da oggi è vietata la masturbazione,
lambro e lambrusco, vestiti di nero,
apriranno le liste di disoccupazione
chiudendo quelle del cimitero,
poi costruiremo dei grandi ospedali,
i carabinieri saranno più buoni,
l'assistenza forzata e gratuita per tutta la vita
e vitto migliore nelle prigioni,
disoccupate le strade dai sogni
e regalateci le vostre parole
che non vi si trovi nascosti a fare l'amore,
i criminali siano illuminati dal sole...»
A questo punto arriva un trombone,
cammina col culo però sembra alto,
intona commosso una strana canzone, Cristo la canta e mi è addosso
in un salto:
«Disoccupate le strade dai sogni
non ci sarà posto per la fantasia
nel paradiso pulito, operoso
della nostra nuova socialdemocrazia...»
A questo punto mi butto dal cielo
mi butto dal letto
do un bacio in bocca a un orribile orco,
e lecco l'inchiostro,
lecco l'inchiostro del nostro giornale.
E' vero che il giorno sapeva di sporco.


SCENA 5.



Non cercate un filo logico nel mio intervento: non voglio essere
razionalizzato, ma vissuto per quello che esprimo. Voglio parlare del
comunismo, dell'utopia e della filosofia della vita.

Chi siamo noi? Noi siamo l'appendice della macchina di produzione
capitalistica. Di mattina ci alziamo, che palle, vorremmo stare a letto a
oziare. L'ozio è una bella cosa: è il piacere del riposo, e poi è il padre dei
conclamati vizi. Chissà poi perché li chiamiamo vizi: penso piaccia a tutti
avere tempo libero per pensare a se stessi e agli altri; e per mangiare bene,
viaggiare, fare meglio l'amore, bere del buon vino, avere molte relazioni
umane, pescare, pitturare e altri vizi simili. Sono sicuro che gli artisti singoli
non esistono: tutti gli uomini sono artisti perché hanno tutti una parte da
recitare in questa vita. E' che non hanno il tempo e il privilegio per poterlo
essere.

Vorrei stare a letto a pensare queste cose ma ho appena finito la malattia di
ieri. Mi metto molto in malattia perché lavorare stanca. E poi, essere
sfruttati da quel pirla di padrone che ho io! Non parlo dei mezzi di trasporto
per andare a lavorare, sennò mi angoscio subito. Ah, l'ideologia del lavoro,
te ne accorgi subito quando timbri il cartellino: «Sempre in ritardo tu!».
Dopo un po' ti stanchi di raccontare balle per il ritardo. Chissà cosa gliene
frega agli altri operai del lavoro. Finché è il padrone o il caporeparto che
deve fare carriera è comprensibile, poveretto, ma gli altri? Uno dice: «Se vai
a lavorare per necessità, perché devi mangiare, pagare l'affitto, i figli, luce-
gas-telefono e magari qualche lusso va bene, ma non facciamone una
morale». La morale del lavoro: sembra di essere in Russia.

Di questi tempi poi, lavorare è sempre più difficile: ti aumentano i ritmi e le
mansioni; sono anni che lavoro sempre lì e vorrei cambiare per non morire
troppo, ma c'è disoccupazione e non trovi posti di lavoro migliori; poi i
padroni sono sempre più attaccati alla produzione: produrre, produrre,
produrre. Non assumono più personale e non sostituiscono chi va via; sono
sempre alle calcagna: «Cosa stai facendo? Hai fatto questo? Puoi stare
un'ora in più?». Che palle! Non è che rifiuto il lavoro in sé, anche se meno si
lavora meglio è.

Oltre che per i soldi, per questo immondo regno della necessità, lavoro per
cercare delle soddisfazioni umane con gli altri lavoratori. I rapporti con loro
potrebbero essere bellissimi, perché ognuno è un personaggio diverso, con la
sua storia e le sue caratteristiche, drammi, contraddizioni. Peccato che vince
sempre la paura e i miti borghesi.

C'è molta solidarietà quando si lotta, si sciopera, si parla, si agisce contro il
padrone. Certo che se l'autonomia degli operai non si sviluppa e se i
sindacati continuano così non ci sarà più nemmeno questo. Sarà tutto solo
una lotta individuale, e vincerà il padrone.

Oltre alla lotta è difficile costruire dei rapporti più profondi con gli altri
lavoratori. E sì che lo vogliono tutti, è un bisogno di tutti. Anche per questo
si ubriacano spesso e male alla sera. C'è un muro di paura, paura di sé verso
gli altri, paura di se stessi, paura anche del padrone. Se non ci fosse il
padrone si risolverebbero tutti i problemi. E' una scala nevrotica: il padrone
per interesse opprime te, tu devi opprimere qualcun altro altrimenti rovesci
la tua violenza su te stesso. E la sera c'è la moglie o i figli su cui scaricarti, o
c'è il sonnifero della televisione, della partita, del fotoromanzo. O il
sonnifero vero e proprio. Chi ha ancora un po' di fede prega Dio. Oppure ti
curi dei tuoi hobby, coltivi l'alienazione o anneghi in un bicchierone di
alcolico. In genere la moglie è la droga che funziona meglio di tutto, e la
violenza del rapporto sessuale ne è l'espressione più evidente. O come si
guarda le riviste pornografiche. Certo che ora le donne si ribellano, cosa si
farà? E' un casino. Una valvola di sfogo che si chiude. O lotti o rischi di
esplodere. Anche per questo aumentano le malattie in questo periodo, e la
gente è sempre più aggressiva e tesa. La condizione ideale, tra l'altro, per
creare capri espiatori. Ma la cosa peggiore non è la negazione di questa
valvola di sfogo, ma la negazione nel lavoro. Figurarsi adesso che ci
chiedono sacrifici. Esplode tutto!

C'è della gente che fa gli straordinari e non si mette in malattia perché
altrimenti non saprebbe cosa fare, si troverebbe di colpo sperduta nel vuoto.
Che anestetico che è il lavoro! Come la morfina. E' una droga pesante, è la
droga che provoca più vittime: incidenti sul lavoro, malattie, nevrosi, crisi
familiari eccetera. Poi vai in pensione e ti viene la trombosi perché il corpo
si era abituato a un certo ritmo di sfruttamento.

Per fortuna che la classe operaia italiana è abbastanza vaccinata: i giornali
borghesi nel '69 chiamavano questo vaccino «disaffezione dal lavoro». E'
pericoloso esserne affezionati. E gli scioperi di quel tempo li chiamavano «a
gatto selvaggio», perché quando uno non aveva voglia di lavorare trovava
sempre qualcun altro della stessa idea e facevano sciopero in gruppo, per
qualsiasi motivo. Spesso non lo diceva neanche che faceva sciopero: tornava
a casa e basta. Mi sono sempre stati simpatici i gatti, più sono felini, cioè
selvaggi, più sono simpatici. Perché sono autonomi, Il gatto è furbo perché
usa l'uomo e non si fa usare: ha l'autonomia individuale e
contemporaneamente se vuole si fa mantenere per garantirsi il diritto
all'ozio. Chissà se un giorno piglieranno anche il potere.

Sarà così anche coi padroni: quando piglieremo il potere e li divoreremo
(politicamente) qualcuno dirà che dopo tutto il padrone alle cose che faceva
ci credeva veramente, che era costretto a fare i suoi interessi altrimenti il
profitto, altrimenti... se tu avessi una fabbrica non faresti così eccetera. Il
fatto è che anche noi vogliamo fare i nostri interessi, però siamo gli unici a
cui la storia, e altro, legittimano l'egoismo. Più un operaio è egoista verso il
padrone più è altruista verso gli altri operai e verso il genere umano.
Ribellarsi è giusto. Insomma, mi sono reso conto che la nevrosi tra i
lavoratori è l'insieme dei bisogni radicali non soddisfatti e negati o deviati
su valvole di sfogo, droghe pesanti. E poi c'è sempre più il regno della
necessità che incombe: le bollette da pagare, i conti che non tornano, la casa
che non trovi. Per questo, lavorare e vivere è sempre più pesante. Quando
inizio a lavorare cerco di svegliarmi due ore dopo: se dormo sento meno il
lavoro, ma un giorno o l'altro ci lascio la mano nel pressa-cartoni. Se non
dormo studio il modo per infastidire il padrone; gliene devo fare almeno una
al giorno, e fargli fare buon viso a cattiva sorte. Se invece ti fa la menata fai
l'indiano, o se hai voglia litiga e fai casino. Lavorando ti rendi conto che hai
davanti a te un'odiosa macchina così fredda. Fa tutto da sola, però deve
esserci lì qualcuno a mettere continuamente le virgole altrimenti non va
avanti.

I lavori che ci toccano di più sono così alienanti che ti distruggono
fisicamente e soprattutto mentalmente. Ti succhiano il cervello, e così per
non morire d'inedia mentale devi creare, fantasticare, giocare. Allora giochi
con la macchina, la prendi in giro, la fermi, la disegni. E quando aumentano
i ritmi, la saboti, la rallenti. Hai anche la scusa che a salario di merda fai
lavoro di merda. Il gioco preferito sul lavoro in una cartotecnica era quello
di gettare oggetti nei nastri per bloccare la produzione. Ma in ogni posto di
lavoro se ne inventa uno: è una questione di sopravvivenza. Giochi con la
macchina, giochi con gli altri lavoratori.

Sono simpaticissimi gli operai adulti quando giocano a farsi i dispetti, a
nascondersi tra le macchine, o intralciano il lavoro a chi si impegna troppo.
Diventano di colpo bambini. E, vedendoli felici, mi convinco sempre di più
che i soggetti più rivoluzionari sono i bambini, meglio le bambine, perché
padroneggiano le dimensioni del gioco e della fantasia.

In una piccola azienda, la cosa che più ti chiedono gli operai quando sanno
che sei di Lotta continua o un freak è se gli fai conoscere qualche ragazzina,
e c'è anche chi ti chiede scherzosamente serio se gli dai la marijuana.
Bisognerebbe riflettere su questo. Ti dicono anche che bisogna fare la
rivoluzione, e che ci vuole il mitra, ma questo lo dicono sempre. E prima o
poi...

Quando arriva il 27 hai già finito i soldi da dieci giorni: sei costretto a
inventare anche per sopravvivere fuori dal lavoro. Forse anche per questo
Napoli sta diventando il maggior centro culturale d'Italia.

E poi, questa società dei consumi. Rifiutiamo di lavorare di più per avere
l'auto nuova o la moto più grossa, ma oggi anche se lavori di più non puoi
accedere a questi lussi. Che poi, perché i proletari non hanno diritto al lusso
e i padroni sì? Rubare un chilo di carne in un supermercato è giusto quanto
rubare una bottiglia di whisky. O no? O il whisky è un privilegio concesso
solo ai padroni?

E per tornare alle cosiddette valvole di sfogo: ti ci costringono proprio i
padroni. Così hanno piegato anche i nostri genitori. Rendono indecenti i
trasporti pubblici così devi comprare la macchina; non ti garantiscono
alcun servizio sociale decente e così devi fare famiglia, perché tornare a
casa dopo otto ore di lavoro non te la senti ogni giorno di farti da mangiare,
la biancheria, la pulizia in casa; e poi essere sempre solo in casa perché non
hai tempo di farti amicizie.

Il tempo libero magari ce l'hai, alla fine della giornata lavorativa, perché
quando sei giovane cerchi sempre di superare la fatica fisica per uscire la
sera, fare qualcosa d'altro: speri sempre in qualcosa di meglio. Ma che cazzo
esci a fare la sera quando sei inchiodato e recintato nell'hinterland
milanese, col freddo, la nebbia, due chilometri per l'unico bar aperto della
zona, dove se ci arrivi ti guardano male perché hai i capelli lunghi o perché
non compri la busta di eroina. C'è una canzone che invita tutta la gente a
uscire dalle case e passare tutto il tempo nelle strade a cantare, ballare,
conoscersi, fare festa e penso che se abolissero la televisione e il lavoro per
un anno si riuscirebbero a fare moltissime cose.

Ma ci sono le droghe di Stato, necessarie per farti vivere a Milano. Provate a
immaginare la vita in città per un solo mese senza caffè, tabacco, sonniferi e
stimolanti, televisione, automobile, alcol, eroina. Scoppierebbe, perché non
riusciresti più a sopportare lo sfruttamento salariato.

Che cosa infernale sono le città, ti distruggono lentamente anche il rapporto
con la natura, non ti accorgi nemmeno che è cambiata la stagione, che ci
sono le rondini, che la terra ha un odore suo, diverso da quello del cemento
umido di benzina. Un giovane che finisce di lavorare vorrebbe fare qualche
cosa di bello, di più utile: discutere, conoscere, fare, magari studiare anche,
imparare a conoscere il proprio corpo, la propria mente, pitturare, ballare,
fare musica, teatro, artigianato, divertirsi. Ma figurarsi se è possibile fare
tutto questo a Quarto Oggiaro, per esempio. Durante il tempo libero ti
accorgi che sei solo libero di non contare nulla. Niente. E poi non sei libero
di cambiare il mondo. Qui non abbiamo né futuro né presente. E dopotutto
la vita è più di tutti nostra, perché dobbiamo viverla ancora tutta intera,
non abbiamo ancora perso!

Quando uno è giovane, avendo tutta la vita davanti, pensa più spesso come
vuole investirla, e questa è l'unica differenza reale tra giovani e adulti. Si
pensa alla propria vita perché pensiamo ci appartenga; è il desiderio di
partecipare come soggetti alla costruzione di una storia collettiva con la
tua gente, il tuo popolo, la tua classe. Le radici dell'uomo stanno nella sua
storia, ed è inutile fuggire in India, anche se è vero che la nostra storia
vogliamo sia ed è internazionalista.

Ma la cosa più assurda è che ti trovi a pensare a queste cose sulle panchine
della stazione di Limbiate, o sulle panchine di Cinisello, che sono state tolte
perché ci andavano a sedersi i giovani della zona sbattuti fuori dai bar
perché freakettoni e presumibilmente drogati. Non che ci dispiaccia tanto,
perché al bar si muore di noia, per questo si era scesi nella piazza, nei
giardini. E' un periodo che i pochi giardini di Milano brulicano di giovani.
Peccato che tanti di questi finiscano in galera per furti o scippi per
procurarsi eroina o soldi, perché le condizioni di lavoro offerte dai padroni
sono inesistenti o troppo pesanti.

Certo che contro l'eroina bisognerebbe fare subito qualcosa di più: qui
stanno cercando di fregare i giovani migliori, i più ribelli. Se sei operaio è
l'unica cosa che ti fa star bene per qualche ora nella merda più totale di una
giornata lavorativa e di un quartiere dormitorio. Se sei senza lavoro l'eroina
ti dà un ruolo, quello di tossicomane. Se hai vissuto internamente la crisi dei
valori borghesi, l'eroina ti rappresenta l'autodistruzione, il suicidio
collettivo, l'esaltazione non dell'individualità ma dell'individualismo.
L'eroina è la droga perfetta della società borghese. Ti dà tutto non dandoti
niente, anzi, dandoti spesso la morte; è la realizzazione individualistica
opposta alla realizzazione collettiva, è il comunismo in polvere, è quindi la
negazione del comunismo, che invece è una strada di diecimila anni luce.

Se non riuscissero a convincere tanti giovani di essere inutili; se cioè
cominciassimo noi a essere protagonisti, soggetti e non oggetti, l'eroina non
avrebbe più spazio.

C'è la solitudine che ci frega molto, ma se riusciremo a fare della solitudine e
dell'autonomia individuale un valore di vita dell'uomo, tanto quanto il
bisogno e il piacere della socialità e della solidarietà, cominceremo a
inceppare il meccanismo ideologico di conservazione della borghesia e la
scala nevrotica si rovescerebbe e si trasformerebbe in una scala di piacere e
di umanità. Bisogna imparare a stare bene da soli per stare bene con gli
altri, tra il proletariato. Certo che per fare tutto questo ci vuole una vasta
rivoluzione culturale, nel movimento, nei partiti più utilizzabili, in noi stessi,
insieme alle donne.

Ci sarà bisogno di un esercito di utopisti, abituati a vivere col terremoto, con
le contraddizioni permanenti; bisognerebbe formare un esercito di soldati
del «regno della libertà e delle rose» disposti a lottare per generazioni,
centinaia di anni, senza illusioni di ore x per cui negarsi, e disposti a scavare,
come Yu Kung, con serenità, lungimiranza e decisione, le montagne della
paura e del capitalismo che schiacciano l'umanità e ne impediscono la
liberazione individuale e collettiva.

C'è un libro della Heller e le opere filosofiche giovanili di Marx (è proprio
vero che da giovani si rende di più) che ci possono dare gli strumenti per
capire, da un punto di vista razionale e scientifico, cos'è questo regno della
libertà contrapposto al regno della necessità, cos'è la preistoria e la storia
dell'uomo, qual è il pane e quali sono le rose del comunismo, cosa sono i
bisogni radicali, cos'è la società dell'uomo opposta alla società del profitto.

Ma penso che tutto ciò non sia necessario definirlo sui libri perché è dentro
di noi, ed è nella vita quotidiana di tutti i proletari. Ed è l'impegno a vivere il
presente con tutte le contraddizioni della realtà, superandole,
affrontandone delle nuove come «il fiume che scorre», misurandosi
quotidianamente con la miseria del lavoro salariato, con l'impegno
militante a trasformarla fin nelle piccole cose. Naturalmente è un processo
che dura secoli e nessuno di noi vuole vendere felicità a basso prezzo o
negarsi in ideali futuribili, ma è un processo inevitabile, fatto di tentativi, di
sconfitte, di nuovi tentativi. Chi si ferma viene travolto.

Ci stiamo senz'altro avvicinando a un periodo di eventi storici straordinari:
ognuno di noi deve solo decidere se farsi travolgere dalla storia e fuggire
invano come topi da una nave che affonda o costruire invece, e vivere nella
realtà, una storia collettiva fatta di tanti piccoli e ignoti protagonisti, fatta
di necessità e di libertà, di durezza e di dolcezza, di realismo e di poesia.
Questo è l'unico ruolo possibile. Essere utopisti è un obbligo, altrimenti che
ci stiamo a fare in questo mondo?





SCENA 7



"La voce degli estromessi".

Alice guarda, gioca, salta, perde tempo tra i fogli illuminati dal sole, poi
corre via, si situa altrove. Eppure tutto funziona nell'ordine del discorso.

Il discorso cuce, spiega, ripete, non ammette interruzioni, organizza,
partecipa, rimprovera... "Come un invito a pranzo per parlarti di lavoro e
non farti mangiare".

Silenzio.

Il soggetto è cambiato. Sbuffa, fischia, non ti dà ragione. Grida viva il
Cagliari perché la Juve per lui significa Rivalta e otto ore di sofferenza.

Il silenzio, l'estraneità, il «non detto», il «da dirsi» fanno paura.

Nei programmi tante rubriche fitte fitte come in un giornale: «Nell'ottica in
cui si evidenzia... Mezz'ora con il vostro Carlo... A tu per tu con il folk... Tutto
jazz... Bollettino delle 13, delle 14, delle 15...

"Alice fischia urla sparla interrompe spara".

E' tornata gente sui palchi dell'Odéon, che gira nel teatro parigino con dei
microfoni e delle carte di credito in mano; chiede la nostra voce per i loro
discorsi: i nostri bisogni sono tornati a essere rappresentati dai «portavoce»
delegati in cambio della promessa a parlarne domani.

"Vagli a spiegare che è primavera".

Riceviamo una telefonata dall'Istituto tecnico: «Abbiamo occupato la
presidenza e vi parliamo con il telefono del preside, sentite come urla...
Voleva impedirci lo scrutinio aperto e incularci nel quadrimestre».

"Così va meglio".

Desiderio di potenza del discorso d'ordine o potenza del desiderio contro
l'ordine del discorso? Radio per la partecipazione o radio dell'estraneità?
Nel primo caso il linguaggio è uno: quello dell'annunciatore,
dell'annunciante che l'evento è avvenuto. Si parla di una cosa che significa
un'altra cosa, e che comunque non si può mai prendere perché è passata.

"Uno specchio".

In questo senso i tentativi di imitazione sono pateticamente ridicoli: i
dialetti e le inflessioni non sono tollerati. Nel secondo caso qualcosa al
linguaggio continua a sfuggire. Si manifesta con la risata, la sospensione, la
parola che non si trova e si rifiuta di farsi sostituire, il balbettìo, il silenzio.

"Bene, «parliamo dell'estraneità»".

Non si può passare da un discorso all'altro (dalla Rai a fuori la Rai). Il
soggetto cambia. Il nuovo soggetto è collettivo e non parla. O parla quando
pare a lui. Il silenzio: un buco. Lasciamo che i buchi diventino più grossi, non
impauriamoci degli orifizi, cadiamo dentro e passiamo dall'altra parte: "il
paese delle meraviglie".

Altra telefonata in diretta: «Siamo operaie in sciopero di due ore, vogliamo
che ci trasmettiate della musica e vogliamo parlarvi delle 35 ore, che è ora
che se ne parli nei contratti». Altra telefonata in diretta: «Sporchi comunisti
ve la faremo pagare cara questa radio, sappiamo chi siete». Altra diretta:
«Siamo del Comitato antifascista dell'ospedale Rizzoli, non preoccupatevi e
chiamateci se succede qualcosa, siamo qui giorno e notte».

Rompere il ciclo di valorizzazione del capitale nel processo di circolazione
del segno-valore (non più appropriazione della mercé per interrompere il
ciclo D-M-D', ma sciopero selvaggio nella circolazione del solo segno-valore
D-D'.

Interrompere il linguaggio, quello delle macchine, quello dell'etica del
lavoro, quello della produttività. «Un invito a non alzarvi stamattina, a stare
a letto con qualcuno, a fabbricarvi degli strumenti musicali e delle macchine
da guerra».

"Radio Alice è O(out)/scena".

Certo, fuori dalla scena. Ma cosa non è osceno della nostra vita, dei nostri
bisogni, per i poliziotti e i pennivendoli? I nostri bisogni, la sessualità, il
corpo, la voglia di dormire il mattino... il desiderio. Tutto questo è stato nei
secoli nascosto, sommerso, negato, non detto. Il ricatto della miseria, la
disciplina del lavoro, l'ordine gerarchico, il sacrificio, gli interessi generali,
tutto questo ha fatto tacere la voce del corpo. Tutto il nostro tempo da
sempre e per sempre votato al lavoro.

Oltre la miseria, contro il lavoro parla il corpo, il desiderio, l'appropriazione
del tempo lavoro. Radio Alice si installa in questo spazio e per questo è
oscena.

Un'altra telefonata in diretta: la più bella ricevuta: non parla nessuno,
suona solo un sax per un paio di minuti.

"Siamo sicuri fosse Majakovskij".



SCENA 9



Partivano dai quartieri più lontani dal centro, il sabato mattina, le ronde
contro il lavoro nero. I più mattinieri erano quelli del Comitato San Siro e i
ragazzi di Baggio. In zona via Novara cominciavano a dare i volantini
davanti alla fabbrichette e nei sottoscala della case popolari.

«Basta farsi sfruttare così senza il libretto, senza la malattia pagata, senza
ferie» urlava al megafono Matteo che si tirava come al solito tutti dietro. Poi
mettevano lo striscione fuori dalla fabbrichetta più grande della zona e
continuavano per un paio d'ore a speakerare e a dare volantini. «Al sabato
non si lavora» c'era scritto nei volantini. «Basta con la disoccupazione
giovanile», questo lo slogan usato più spesso.

Dentro le fabbrichette serpeggiava un po' di nervosismo e spesso i
padroncini si mettevano a dar fastidio a qualche ragazza che distribuiva i
volantini.

Dalle finestre si poteva vedere bene quello che facevano dentro quei buchi i
ragazzi che lavoravano: chi attaccava targhette, chi fabbricava tappi per
bibite, chi rifiniva parti meccaniche di più complicati meccanismi che poi
sarebbero stati assemblati altrove. In alcuni piccoli laboratori erano
evidenti le condizioni di pericolosità in cui si lavorava.

Dopo il volantinaggio i ragazzi in gruppo e con lo striscione si spostavano in
piazza Selinunte dove c'erano le case occupate. In una di queste c'era un
grande stanzone a piano terra che serviva come centro di ritrovo. Era la
sede del Comitato di lotta di San Siro nato qualche anno prima su una
grande esperienza di occupazione di case che serviva da punto di incontro
per tutti gli altri Collettivi di quartiere della zona Ovest fino al Comitato di
lotta del Gallaratese.

Il capo indiscusso di tutta la zona era Matteo, quello che stava nell'ultima
casa di Baggio prima del cartello con scritto Milano. Matteo parlava sempre
alle assemblee con quel suo linguaggio da studente di Istituto tecnico, con
poche citazioni di marxismo ma molto buon senso. In quei discorsi senza
fine faceva sempre il riassunto di quello che aveva letto in settimana. Ogni
volta che i suoi amici lo vedevano con un libro potevano stare tranquilli che
alla prossima riunione nel suo discorso ne avrebbe sicuramente fatto un
ampio riassunto.

Matteo andava a periodi nei suoi riferimenti culturali: nel '76 ubriacò tutti
con il discorso dell'operaio sociale; poi nel '77 era passato alla fabbrica
diffusa e non si era più sbloccato da lì. E aveva ragione perché era proprio
della fabbrica diffusa che si trattava quando si andava a fare le ronde
contro il lavoro nero e lo straordinario al sabato. Quelli di San Siro avevano
fatto un'inchiesta meticolosa dove risultava che tutte le fabbrichette non
facevano che pezzi per altre fabbriche più grandi, tanto che alla fine si
poteva documentare un ciclo di lavorazioni diffuso nelle case al posto delle
fabbriche.

Negli sproloqui complessivi di Matteo venivano fuori alcune espressioni che
poi diventarono leggendarie in tutta Milano. Una della più belle, un
paragone che faceva sempre, era quello di Baggio come Hong Kong. E lì si
scatenava. Allora il suo quartiere diventava un città popolosa con case di
legno e vicoli sporchi e pieni d'acqua. I ragazzi che lavoravano nella
fabbrichette dei ragazzi gialli che guadagnavano un pugno di riso. E le
radioline made in Hong Kong diventavano made in Baggio. Alla fine c'era
anche lo sbocco catartico. Qui Matteo raggiungeva punti di inaudita
grandezza quando paragonava Baggio al Delta del Mekong e alle zone
liberate del Vietnam. Aveva una traduzione tutta sua del famoso slogan di
Mao sulle campagne che circondavano la città. La campagna era il suo
quartiere che scendeva a Milano al sabato pomeriggio a praticare
l'autoriduzione. In quei suoi ciclopici discorsi faceva anche degli errori
d'italiano altrettanto famosi.

Uno dei più celebri avvenne in un'assemblea cittadina contro la repressione
dove Matteo attaccò un intervento lunghissimo e dove ripeteva in
continuazione la parola confine al posto di confino. Mi ricordo le ghignate
che ci facemmo io e Puccio presenti alla riunione quando ci rendemmo
conto che Matteo ripeteva la parola confine al posto di confino convinto che
la o fosse un errore di stampa dei giornali che aveva letto quel giorno,
giornali dove si parlava della decisione del tribunale di Roma di mandare al
confino alcuni esponenti dell'Autonomia romana. Alla fine, sbellicandoci
dalle risate, lo avvicinammo per sincerarci se la nostra interpretazione era
esatta e lui ce la confermò seraficamente dicendoci con disprezzo: «Queste
sono cose da gente del liceo classico». Eh sì, perché Matteo ce l'aveva a
morte con quelli del liceo classico dai tempi del coordinamento degli
studenti medi di tutte le scuole di Milano. Quando c'erano da fare le lotte
inesorabilmente quelli dei licei parlavano dei contenuti dell'insegnamento e
quelli degli Istituti tecnici, con Matteo in testa, chiedevano salario agli
studenti e la riduzione dell'orario scolastico.

Celebre era un altro discorso di Matteo quando per esemplificare questa
eterna spaccatura tra licei e Istituti tecnici raccontava come era fatta la sua
scuola. «Nei primi due anni ti fanno mettere un grembiule nero e ti fanno
limare, fino a che non diventi scemo, un pezzetto di ferro; poi gli ultimi tre
anni impari a costruire un telefono e una centralina telefonica che così al
mondo non c'è più se non nel Ruanda Rundi». E anche in questo caso
storpiava le parole.

Matteo era famoso anche per essere quel che si diceva allora un «destro»
maledetto. Aveva la fissazione del lavoro di massa, porta a porta, nel
quartiere, fuori dai cancelli delle fabbriche, nelle scuole. Per lui la
rivoluzione era una cosa che avveniva dopo che tutti si erano messi
d'accordo e per questo suo modo di fare politica era il bersaglio di tutti i
cosiddetti militaristi, quelli che privilegiavano le azioni violente
d'avanguardia. Non che Matteo fosse contro la violenza, anzi. Ma doveva
sempre essere di massa, almeno di un consistente gruppo, soprattutto
durante le manifestazioni e nel corso di grandi lotte. Era contrario a usare
armi da fuoco se non in particolari occasioni, come nel caso si dovesse
difendere un corteo o delle case occupate.

Insomma, quando la discussione si animava la prima cosa che gli dicevano
tutti era: «Ma tu che cosa ci fai con l'Autonomia? Perché non vai con Lotta
continua?». E allora lui si incazzava e rispondeva che dall'Autonomia
dovevano andare via loro, quelli del collettivo Romana-Vittoria, che lui
l'Autonomia l'aveva fondata quando loro erano ancora in Lotta continua.

Proprio nei primi mesi del '77 Matteo fu al centro di uno scazzo storico sul
problema delle ronde contro il lavoro nero con quelli del Collettivo Romana-
Vittoria. Quelli di Romana facevano delle ronde contro il lavoro nero che
erano delle autentiche irruzioni a mano armata. Poco o niente lavoro di
massa in zona e al sabato mattina, a piccoli gruppi, giù negli scantinati
della zona a far alzare le mani in alto alla gente, far uscire tutti e poi
molotov a volontà e anche pistolettate a lasciare i colpi sui muri.

Così, ogni sabato, mentre quelli di Raggio, di Lambrate, di Garibaldi, di San
Siro facevano volantinaggio e speakeraggio contro il lavoro nero, quelli di
Romana ci andavano sempre più duri. Avevano cominciato un sabato
mattina a buttare molotov contro la ditta Rosy, un'agenzia pubblicitaria di
detersivi, e nel giro di un mese erano arrivati a irruzioni in piena regola alla
Elecrovaren, Alco, Splendor. Arrivavano alla guida di macchine rubate,
piombavano dentro armati fino ai denti e poi prima di andarsene
scrivevano qualche slogan sul muro della ditta con lo spray. E chi s'era visto
s'era visto.

Quel modo di fare a Matteo, come a tanti altri, non andava giù. E lui non
glielo mandava a dire. Non come tutti gli altri che allora si attenevano alla
regola di non parlare mai della violenza. In febbraio, tirandosi dietro
Baggio, Lambrate, San Siro e altri, ingaggiò un zuffa politica furibonda nel
coordinamento di tutti i Comitati di quartiere. Nel suo epico discorso
ripercorse tutto il repertorio da Baggio-Hong Kong all'odio contro gli
studenti del liceo classico che, guarda caso, erano in tanti dentro il collettivo
Romana-Vittoria. Riuscì a spuntarla tanto da costringere quelli di Romana-
Vittoria ai margini del coordinamento. Non la spuntò del tutto per via che,
quando sembrava avesse stravinto, gli incidenti del marzo '77 a Bologna e
la morte dello studente di Lotta continua Lorusso ricrearono spazio per
quelli che come diceva lui: «Se non hanno la pistola tra le gambe si sentono
male».

Alla fine di queste epiche riunioni Matteo cercava qualcuno che lo
accompagnasse a casa, in quel posto dove Milano finiva. Allora in auto
Matteo dava sfogo a tutta la sua rabbia contro chi non voleva far politica. Si
calmava solo quando l'auto imboccava l'inizio della lunghissima via Forze
Armate al termine della quale, proprio l'ultima, era la sua casa. Chi lo
accompagnava cominciava allora a scherzare con lui su alcuni episodi che
lo vedevano come protagonista.

Come quella volta che in dicembre aveva rischiato di morire quasi
assiderato perché intercettato da un'auto della polizia mentre stava
andando a fare un botto contro un covo del lavoro nero. Aveva abbandonato
la 500 in una viuzza di un paesetto tra i campi e si era buttato con la
cannuccia in bocca dentro una roggia, lui e il suo inseparabile amico Pierre.
Erano stati in quel modo un paio d'ore, con la macchina della polizia che
non se ne andava perché gli agenti non si capacitavano di aver visto
volatilizzare gli occupanti della 500.

O come quell'altra volta, quando portato a malavoglia a far parte di un
gruppetto che doveva bruciare un deposito di una fabbrichetta era sparito
all'ultimo momento. Lui doveva portare le taniche di benzina. Gli altri due
erano entrati per primi e avevano messo da parte la gente senza neppure
torcergli un capello. Matteo prima aveva cercato di tutto per fare l'azione di
notte, ma poi non l'aveva spuntata perché c'era un metronotte che faceva la
guardia in una fabbrica vicina e ciò complicava di molto le cose. Andò a
finire che ancora la raccontano. I primi due entrarono dentro con le pistole
e con ogni gentilezza portarono in un locale adiacente tutti i presenti. Poi si
misero ad aspettare Matteo che doveva arrivare con le taniche per dare
fuoco a tutto. Sono là che lo aspettano ancora.



SCENA 12



Roma, 17 febbraio 1977

Alle 8 del mattino, sotto un cielo plumbeo e le prime gocce di pioggia, gli
schieramenti nell'Università erano già formati, anche se la tensione era
ancora minima. Nel piazzale della Minerva il servizio d'ordine del sindacato
e del P.C.I. con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca, qualche
giovane della F.G.C.I., molte persone un po' attempate, due o tre tute blu,
presidiavano la piazza del comizio. Armati di pennelli e vernici sindacalisti e
comunisti cancellavano le scritte degli «indiani metropolitani», (l'ala
«creativa» del movimento, composta essenzialmente da militanti dei Circoli
del proletariato giovanile). Prima fra tutte una a caratteri cubitali accanto
ai cancelli principali dell'Ateneo: «I Lama stanno nel Tibet».

Gli «indiani» dal canto loro non restavano a guardare. Su una scala di quelle
da biblioteca (con le ruote e un palchetto con ringhiere) avevano piazzato
un fantoccio a grandezza naturale in polistirolo che doveva rappresentare il
leader dei sindacati. Circondato da palloncini portava appesi tanti grandi
cuori. C'era scritto: «Lama o non Lama», «Non Lama nessuno» e altri giochi
di parole del genere. I sindacalisti e i servizi d'ordine del P.C.I. erano
perplessi, qualcuno sorrideva bonariamente: «Sono goliardi, non bisogna
farci caso». Qualcun altro invece già alla vista del fantoccio si era
innervosito: «E' una provocazione inammissibile, Lama è un leader dei
lavoratori».

Assiepati intorno alla Facoltà di Lettere gli indiani ballavano, cantavano,
scandivano slogan polemici. Ritmavano ossessivamente: «Sa-cri-fi-ci-sa-cri-
fi-ci». Ce l'avevano con il governo Andreotti ma soprattutto con i partiti
dell'astensione.

Alle 8.30, davanti alla Facoltà di Lettere c'è stato uno degli episodi chiave,
rimasto ignorato però dalla gran parte della gente. Quattro persone,
infreddolite, preoccupate, una delegazione dell'Intercollettivo universitario
aspettavano Aurelio Misiti, segretario romano della C.G.I.L.-scuola.
«Avevamo un appuntamento», hanno detto ore dopo ai giornalisti, «per
concludere un accordo già preso ufficiosamente la sera prima: al comizio
dovevano esserci anche i nostri interventi. La posizione del movimento era
quella dello scontro politico, della critica aperta, ma in termini pacifici, e
questa linea era legata, indissolubilmente, alla nostra partecipazione al
comizio». Aurelio Misiti, invece, secondo quello che hanno raccontato i
rappresentanti dell'Intercollettivo, all'appuntamento non è venuto. L'attesa
si è prolungata per una mezz'ora, poi i quattro dell'Intercollettivo, delusi, si
sono mescolati alla folla.

Il clima intanto si andava surriscaldando. Intorno al 'carroccio' degli
indiani (ma c'erano dietro anche tutti gli altri Collettivi, i militanti dei
gruppi e un paio di rappresentanti del Fuori), il servizio d'ordine del P.C.I.
aveva steso un cordone sanitario che ritagliava una larga fetta della piazza.
La gente cominciava ad affluire, erano circa le 9 del mattino, e gli indiani
già pigiavano sul pedale dell'ironia e del sarcasmo, anche pesante. «Più
lavoro, meno salario», «Andreotti è rosso, Fanfani lo sarà», «Lama è mio e lo
gestisco io», «Il capitalismo non ha nazione, l'internazionalismo è la
produzione», «Più baracche, meno case», «E' ora, è ora, miseria a chi
lavora», «Potere padronale», «Ti prego Lama non andare via, vogliamo
ancora tanta polizia», erano gli slogan più scanditi, parafrasi delle parole
d'ordine delle manifestazioni e cortei della sinistra. Un gruppo cantava
sull'aria di "Guantanamera": «Fatte 'na pera, Luciano fatte 'na pera». Una
pera, nel gergo freak è una endovena di eroina.

I militanti del P.C.I. erano a questo punto non più perplessi, ma
dichiaratamente ostili. Rispondevano con altri slogan: «Via, via, la nuova
borghesia», «Pariolini, pariolini». Dall'altra parte, settori del movimento
rimbalzavano slogan non più ironici ma di aperta contrapposizione politica:
«Provocatori sono P.C.I. e sindacato che pieni di paura invocano lo Stato»,
«Via, via, la nuova polizia».

E' stato un crescendo polemico, di violenta contrapposizione, ma una
contrapposizione fino a quel momento solo verbale. A ranghi serrati il
servizio d'ordine sindacale e del P.C.I. stringeva dappresso «indiani»,
Collettivi e autonomi. La gente assisteva perplessa, qualcuno già spaventato.
Il punto di attrito più caldo era intorno al 'carroccio' degli indiani: lì
davanti era schierato il servizio d'ordine della federazione romana del P.C.I.
e i giovani della F.G.C.I.. I sindacalisti e i Consigli di fabbrica occupavano
prevalentemente le 'retrovie' e stavano sui bordi della grande fontana di
piazza della Minerva.

Luciano Lama è entrato nell'Università con una grande puntualità.
Circondato da una decina di tute blu, che lo rendevano quasi invisibile, è
passato rapido tra la folla nel viale che porta a piazza della Minerva, ha
attraversato la piazza nel varco lasciato libero dai servizi d'ordine ed è
arrivato sul palco, un camion parcheggiato diagonalmente nello spiazzo fra
le aiuole della Facoltà di Legge e il rettorato. Dagli altoparlanti le note delle
solite 'marce' da comizio non riuscivano a soffocare gli slogan ironici degli
«indiani».

Il clima a quel momento era arrivato quasi al punto di rottura. Le
contraddizioni fra due mondi completamente diversi ed estranei, quello dei
sindacati e dell'ortodossia comunista e quello della «creatività
obbligatoria», non avevano trovato neanche un modo di evitare insulti
reciproci. Erano ormai due blocchi contrapposti e nemici; la pentola in
ebollizione da un paio d'ore era ormai sul punto di scoppiare.

Il primo piccolo incidente è avvenuto ai bordi della fontana. Due Consigli di
fabbrica vicini ad Autonomia operaia si sono fatti largo per aprire i loro
striscioni; rintuzzati dal servizio d'ordine dei sindacati stavano per venire
alle mani. C'è stato un intervento di alcuni ragazzi del P.D.U.P. e la calma è
tornata per poco.

Alle 10 del mattino Lama ha iniziato il suo comizio mentre crescevano le
proteste; gli slogan si facevano più violenti. «Il Corriere della Sera» ha
scritto «che saremmo venuti qui con i carri armati, si è sbagliato, noi siamo
qui...».

Dal 'carroccio' degli indiani a questo punto sono partiti dei palloncini: pieni
di acqua colorata o vernice. Nel servizio d'ordine del P.C.I. c'è stato un
attimo di sbandamento. Qualcuno deve aver pensato che si trattasse di
qualcosa di pericoloso, molti si sono infuriati quando la vernice è piovuta
sulla testa della gente. E' partita allora una carica per espugnare il
'carroccio' degli indiani. Travolta l'ala «creativa» del movimento, il servizio
d'ordine del P.C.I., che ormai aveva raggiunto il fantoccio di Lama, è entrato
in contatto con l'ala «militante». Sono volati pugni, schiaffi, calci, poi il
'carroccio' è tornato in mano agli occupanti dell'Università che lo hanno
usato come un ariete per controcaricare. A questo punto uno dei capi del
servizio d'ordine della federazione romana del P.C.I. ha usato un estintore
contro i militanti dei Collettivi. La nuvola bianca di schiuma è stata il
segnale di partenza della rissa più selvaggia.



Mentre Luciano Lama continuava il suo discorso al centro della piazza, fra i
due schieramenti ormai era un continuo avanzare e arretrare a pugni e
botte. Poi dal fondo, verso la Facoltà di Lettere, contro il servizio d'ordine
del P.C.I., sono volate patate, pezzi di legno e qualche pezzo d'asfalto.

Lama ha concluso il suo discorso alle 10.30, mentre nella piazza in tumulto
molti fuggivano, molti, soprattutto sindacalisti, restavano a guardare
attoniti, alcuni cercavano disperati di dividere i contendenti, qualcuno già
piangeva urlando: «Basta, basta, non ci si picchia fra compagni». Dopo
Lama saliva sul palco Vettraino, della Camera del lavoro di Roma.
«Compagni», ha tuonato, «la manifestazione è sciolta. Non accettiamo
provocazioni». L'ultima parola è stata quasi un segnale. Un'ultima carica
violentissima ha spazzato via il servizio d'ordine del P.C.I. e dei sindacati che
ha protetto il deflusso dei suoi militanti. Il camion è stato capovolto,
distrutto, poi si sono scatenate le risse. A gruppi di due o tre, di dieci quindici
persone, nei viali alle spalle del rettorato studenti e militanti del P.C.I. e dei
sindacati si sono affrontati, a bastonate, a colpi di spranga, di chiave inglese
e sassate. Una rissa tragica, violentissima. Con gente che piangeva, che
imprecava, feriti portati via a braccia (molti militanti dei Collettivi non sono
andati all'ospedale perché temevano denunce). La Facoltà di Lettere era
trasformata in una infermeria, i militanti del P.C.I. venivano portati di corsa
al Policlinico.

La calma dentro l'Ateneo è tornata solo quando i comunisti, usciti
dall'Università, si sono schierati fuori dai cancelli. Dentro, una parte degli
occupanti scandiva slogan contrapposti a quelli dei comunisti, un altro
gruppo si riuniva in assemblea a Geologia a stilava una mozione: «La
responsabilità degli scontri ricade sull'iniziativa provocatoria ed esterna al
movimento presa dal P.C.I. sotto una copertura sindacale unitaria...». In
sostanza tutto l'Intercollettivo si è assunto la responsabilità di quello che
era accaduto, anche se fino a poche ore prima c'era stata violenta polemica
fra l'ala di Autonomia e il resto del movimento.

Alle 12.30 circa il rettore Ruberti è uscito dall'Università da un cancello
secondario. Aveva già chiesto l'intervento della polizia.

Per qualche ora c'è stata una pausa, come se i contendenti dovessero tirare
il fiato per riprendersi dalle emozioni, dal trauma di quello scontro violento
fra bandiere rosse. Poi, mentre cominciava l'assemblea dei Collettivi, alle
16.30, fuori dall'Ateneo sono cominciati ad affluire i reparti della polizia e
dei carabinieri. Qualcuno ha improvvisato barricate con tavoli, travi,
automobili rovesciate, distrutte, demolite pezzo per pezzo.

Colonne di jeep, camion, 'pantere', pullman di carabinieri hanno riempito
rapidamente i viali intorno all'Università. Una sola strada è rimasta libera,
quella dell'uscita di via de' Lollis, unica via di scampo per gli 'assediati'.

Alle 17.40, dopo un timido tentativo di resistenza degli occupanti che
avevano incendiato le auto della barricata, la polizia ha marciato verso i
cancelli. In testa un'autoblindo, dietro file di uomini con giubbotti
antiproiettile e maschere, sotto un fuoco di copertura di centinaia di gas
lacrimogeni che in breve hanno avvolto tutta la zona in una nuvola di fumo
acre. La barricata è stata demolita da un bulldozer, poi, sempre sparando
candelotti, gli agenti sono entrati. La gran massa degli occupanti era già
fuggita, gli ultimi hanno imboccato il cancello di via de' Lollis verso le 18.15.

Padroni del campo, sotto la luce delle fotoelettriche, poliziotti e carabinieri
hanno rastrellato gli edifici. Fuori, per le strade di San Lorenzo, si è acceso
qualche focolaio di guerriglia. Forse sono stati sparati colpi di pistola (ma è
una notizia ancora non confermata), secondo gli aderenti ai Collettivi due
giovani militanti di Lotta continua sono stati picchiati dal servizio d'ordine
della F.G.C.I. e del P.C.I. fermo in via dei Frentani a presidiare le sue sedi.

Alle 20 tremila studenti erano riuniti ad Architettura. Scadenze per i
prossimi giorni: una manifestazione cittadina sabato, una manifestazione
nazionale in settimana, assemblee nelle scuole. Gli interventi, brevi,
incalzanti, disegnavano la nuova strategia del movimento. Al primo posto la
necessità di darsi una forma di organizzazione «perché la sovranità
dell'assemblea e delle sue decisioni venga rispettata». Ha parlato anche un
giovane della F.G.S.I. che ha espresso solidarietà ai Collettivi e ai Comitati di
lotta contro la riforma Malfatti.

Da ieri mattina tutto il dibattito, le discussioni, le riunioni si sono spostate.
Ad Economia e Commercio e Architettura, le due Facoltà fuori dalla cinta
dell'Ateneo, le assemblee sono andate avanti fino a sera. E' stata votata una
mozione: dopo aver ribadito che il movimento «è stato fatto bersaglio di
un'offensiva dell'apparato dello Stato e del gruppo dirigente del P.C.I.» si
afferma che «è in corso da parte della borghesia italiana guidata dal
governo Andreotti un aperto tentativo di criminalizzare la lotta dei
giovani». Gli obiettivi del movimento sono: «Ritiro del progetto Malfatti;
sciopero generale nazionale contro il governo». «Il movimento», è scritto nel
documento, «sa che questi obiettivi significano il rifiuto della politica dei
sacrifici». Si conclude indicendo una manifestazione per oggi pomeriggio
alle 17, «pacifica e di massa».



SCENA 22



Ora so che era la notte tra il 10 e l'11 marzo. Al mattino ci si doveva vedere,
come al solito, in piazza Verdi, verso le dieci.

Noi non saremmo andati ma è anche difficile spiegare il perché. Eravamo
stanchi, forse avevamo solo voglia di stare insieme. Certamente non
sentivamo sensi di colpa e non eravamo più «indispensabili», cioè quasi
inutili. Quando ci si ritiene indispensabili, in politica, specialmente quando è
vero che lo si è, vuol dire che si lavora al posto di troppi altri che a loro volta
non sono affatto indispensabili.

Ma ci eravamo ritrovati in quattro o cinque, passando di casa in casa, non
certo per dirci queste cose. E non ricordo neppure quello che ci siamo detti.
Ci siamo tirati degli optalidon sulla testa, abbiamo fumato, io ho rinunciato
a pisciare in camera di Pino perché pensavo fosse un cesso occupato, Paolo e
Ivo giocavano ai pesi e alla bilancia, G. B. sbirciava un libro. Così fino a
giorno, con le mascelle indolenzite e con un gran sonno. Due scompaiono in
qualche camera, dove Paola e chissà chi altro dormivano già dalla sera, G. B.
crolla completamente vestito, io metto i calzini fuori dalla finestra e mi
butto su un lettino in cucina.

Abbiamo dormito poco. La voce spaventata di Paola sembra a tutti un
sogno: fuori piove.

- Francesco chi? Lorusso?

- Gli hanno sparato alla schiena, non parlava più, gli usciva il sangue dalla
bocca. Sono stati i carabinieri.

- Quei bastardi...

- Hanno detto di chiamarvi. State attenti, qui fuori c'è una 127 piena.

- Usciamo un po' alla volta in fretta. Datemi dei calzini, i miei sono tutti
bagnati.

Mentre si va all'Università penso alla discussione avuta con Francesco sul
servizio d'ordine, che non era mai stato un problema sapere chi aveva
ragione. Ogni tanto lo vedo su una carrozzella e allora scuoto la testa e dico
che sono scemo. Me lo ricordo sudato, con la camicia e lo spolverino aperto,
che si scappava via insieme.

In via Zamboni ci sono barricate che si susseguono una all'altra, tutte lucide
di pioggia; riconosco i tavoli della mensa, le panche di Lettere, i vasi di fiori
di piazza Scaravilli.

Piazza Verdi è un'istantanea terribile che mi spaventa e nello stesso
momento mi inghiotte, e non penso più, vado avanti sbattendo ogni tanto
contro qualcuno, senza salutare nessuno, senza che nessuno mi fermi.

Ci sono centinaia di compagni, di studenti, tutti muti, con i capelli bagnati.
Qualcuno allinea, facendole tintinnare, decine di bottiglie vuote di diverse
dimensioni che vengono riempite di benzina travasata da un enorme
contenitore della mensa. Ogni tanto ci si lamenta che il nastro sta per finire,
che bisogna andare a prendere altri antivento.

Francesco è morto, e dalle facce si capisce che tutti lo sanno.

Si vedono occhi arrossati ovunque, uno piange da solo davanti a un muro,
alcuni vanno avanti e indietro per la piazza, come se cercassero di parlare,
ma non ce n'è bisogno. Tutti pensano la stessa cosa.

Nel C.P.S. ci sono compagni buttati sulle sedie, che piangono e si guardano in
faccia. Dopo un po' entra Matteo, quasi sorretto da Paola e da Fernanda
che, staccatasi un attimo, mi abbraccia piangendo e mi fa delle domande
che non capisco. Matteo non sembra neanche vivo, è pallido, ha la bocca
socchiusa. Muove solo gli occhi che in un attimo mi chiedono un sacco di
cose.

Arrivano altri compagni e, non so come, si inizia a parlare, in fretta, con una
durezza che non so descrivere. Ogni tanto si sente qualcuno che singhiozza.

Nessuno fa grandi discorsi, gli obiettivi sono chiari, un compagno inizia a
strappare una bandiera per ricavarne dei fazzoletti. In piazza incontro G. B.
che si aggira con un sorriso nervoso in faccia e mi dice che non riesce a fare
altro. Vicino a Lettere un compagno mi ricorda senza cattiveria che avevo
quasi litigato con Francesco, un altro mi dice che è stato attaccato un
commissariato lì vicino. Nell'aula bianca ci sono altri che discutono
nervosamente.

E' chiaro che vogliamo andare in centro, che vogliamo passare per la
Democrazia cristiana, ma penso che la gente che si sta ammucchiando per
via Zamboni non ha bisogno di un tracciato da seguire.

Il corteo si forma poco dopo e si iniziano a sentire i primi slogan: in testa
gridano; «Guai guai guai a chi ci tocca». Io sto in coda con un centinaio di
compagni dei vari servizi d'ordine dell'Università. Ma in mezzo non c'è un
corteo da difendere. Passano migliaia di compagni con le tasche piene di
sampietrini, tra le file girano sacchetti di bottiglie.

E' un corteo diverso da quelli fatti solo pochi giorni prima, anche se le facce
sono le stesse; il mucchio mobile, festante, che invade i marciapiedi tra le
borse della spesa, che invita a parlare con l'ironia e crea un rapporto con
tutti. Non è il serpentone che partiva a mezzanotte per tirare giù dal letto
quelli che erano abituati ai riti ordinati delle manifestazioni. Sembrava che
nessuno volesse tornare a casa neanche per un attimo. I compagni sfilano
nei cordoni, senza cantare, con una disciplina non guidata. Ma il salto, la
differenziazione, non è avvenuto di lato alla voglia di essere soggetti non
astratti delle proprie lotte, dei propri movimenti. Ora i sassi, le bottiglie, le
barricate, sono di tutti, non c'è niente di nascosto. La retorica
commemorativa non percorre neppure per un attimo i gruppi delle Facoltà,
delle scuole. L'attacco è contro tutti. Ucciso un compagno, non hanno
militarizzato piccoli gruppi, ma hanno dato a tutti la possibilità di
difendersi e di capire. L'attacco che si prepara è passato attraverso un
dibattito politico ancora vacillante, una ricerca promossa dalle case dei
compagni, dalle esperienze collettive che avevano condotto capillarmente al
posto giusto le parole e la critica.

La critica è viva e manifesta; la ricomposizione si manifesta cristallina
nell'agitazione delle piazze e delle strade, e la violenza ci cresce dentro in
un'opposizione radicale simultaneamente pedagogica e non separata.
Questa sensazione l'avevo già avuta ai cortei del Collettivo Jacquerie, nel
mio cordone di amici, compagni presenti ora allo stesso modo. La vendetta
non può più essere fatta di epicità isolata, ma di assimilazione e di
coscienza, di amore e di ricerca di amore.

Mi viene da pensare ai funzionari di partito, ai giocolieri prezzolati delle
parole, ai cadaveri ammuffiti degli insegnanti democratici.

La linea di demarcazione è diventata un fossato: tra il cinismo della cultura
ufficiale, che è l'arroganza del potere, e la forza della vita e delle
contraddizioni reali che si agitano e si compongono su mille fronti.

Nessuna strada contiene interamente il corteo: quasi per guardarci meglio
giriamo per Piazza Maggiore che non basta a farci vedere tutte le facce
nascoste dai fazzoletti e dai passamontagna.

A fianco delle lapidi una cinquantina di militanti del P.C.I. che sembrano
quasi veri. Ogni loro provocazione è inutile: non esistono nemmeno. Non
piove più. Alla gente che forse spaventata, intontita, se ne sta ammucchiata
sui marciapiedi si grida insieme: «Gente gente gente non state lì a guardare,
abbiamo un compagno da vendicare».

Quando la coda sta per entrare in via Ugo Bassi, da via Marconi si sentono le
prime detonazioni, e in pochi secondi la strada si riempie di rumori, di
richiami e il fumo si spande per centinaia di metri. I frammenti del corteo
diventano macchie nere che si spostano evitando i candelotti che girano
sull'asfalto e i fuochi delle bottiglie lanciate.

Ci gridano che la polizia si sta spostando dalla Questura, temiamo di essere
imbottigliati. A dividerci c'è subito uno sbarramento di fiamme, ma non si
può più stare lì, c'è tanto di quel fumo che non ci riconosciamo tra di noi. Io
e Gigi che siamo restati indietro crediamo di non farcela a raggiungere gli
altri che scappano verso via Indipendenza. Non vediamo assolutamente
nulla, ci viene da vomitare, seguiamo la voce di Andrea che grida di aver
trovato aria fresca.

Lungo via Indipendenza ci ritroviamo in un centinaio con le idee poco
chiare su dove andare. Il piccolo gruppo si stira come un elastico in una
direzione o in un'altra. Ma tutti abbiamo la sensazione che in tutta la città,
in tutto il centro, molti gruppi si muovono come il nostro. Non riusciamo a
capire se abbiamo vinto, se abbiamo perso, ma nessuno si sente né vinto né
vincitore: sappiamo che non è finita così.

All'Università incrociamo un piccolo spezzone di corteo e aspettiamo
insieme notizie dai compagni che girano in bicicletta. Molte notizie arrivano
confuse, qualcuno si è provato a seguire le tracce degli scontri, una scia di
vetri rotti, frammenti di bottiglie, alettoni di candelotti lacrimogeni.

Alla stazione ci sono degli scontri, molti compagni sono chiusi dentro. Si
riparte subito, quasi di corsa. Alla stazione ci sono molti autobus messi di
traverso, un sacco di fumo, non si sa da che parte andare.

Gruppi di carabinieri e poliziotti si spostano velocemente sotto i portici,
verso le due uscite. Ma i colpi che subito si sentono non sono dei candelotti.
Ci sparano addosso con i moschetti, in tutta la piazza esplodono numerose
bottiglie, si libera un'uscita. Io e altri due o tre ci mettiamo a gridare di
buttarsi per terra, di strisciare verso le colonne. Uno studente fuggito dalla
stazione ha una crisi isterica: piange, tossisce, racconta che gli hanno
sparato addosso con un mitra.

Dal fumo, reso più spesso dai fari della stazione, si vede uscire piegato sulla
bicicletta Maurizio che agitando un braccio grida a chissà chi di non
sparare. Un altro compagno in bicicletta si butta per terra sotto le schegge
di muro sollevate da un colpo di moschetto.

Torniamo all'Università solo quando siamo certi che tutti sono usciti dalla
stazione. Si dice che qualcuno è stato arrestato.

In piazza Verdi affluiscono folti gruppi di compagni: siamo tutti stremati,
assenti, scossi. Molti girano per la piazza chiedendo di questo e di quello, io
chiedo di Sara, di Gigi, di altri amici e solo quando li vedo riesco a sentirmi
addosso la stanchezza, la fame, la sete.

Tutti i bar sono chiusi, non c'è neanche una fontanella per l'acqua. Molti
entrano al Cantunzein e dopo un po' girano pezzi di carne, frutta, bottiglie
di vino.

Penso che non è né giusto né sbagliato. Nessuno si diverte del saccheggio, si
mangia e si beve per tenersi su. Non riesco a parlare con nessuno, non mi va
di raccontare e di sentire racconti.

Riprendo a pensare a Francesco, alla morte, all'assenza, a me. La notte mi
ha riportato la paura, gli scricchiolii delle porte. Ogni sigaretta sa di
lacrimogeno.



SCENA 27



Trascinato sulla strada
fra due barricate
si trova stupito
a suonare note
più calde, più dolci.
Il mogano lucido
circondato dal fumo
sporco dei lacrimogeni.
E uno strano pianista
deposti i sampietrini
suona imprevedibile
la sua serenata.
Sul suo capo
sassi e cose passano.
E una voce allarmata
oltre la barricata
più in là cento metri
«un pianoforte,
attenti può essere
nocivo».
Sorridono i compagni
e la tensione cala
l'aria si fa più dolce
sul legno lucente
si ammucchiano i pavé.
Il pianoforte borghese
accompagna gli scontri
e si sorprende
più giovane
in mezzo alla strada
guidato da un pianista
senza il frac.



Sabato. E' già buio. Piazza Verdi e via Zamboni sono coperte da macerie, dai
bossoli bruciati dei lacrimogeni, dai cubetti di porfido.
La polizia è andata via.
Stanchezza. Rabbia. Gioia.
Profumo di ribellione dopo anni di sottomissione.
I volti dei compagni sorridono; hanno tutti gli occhi rossi per i lacrimogeni.
Girano le bottiglie di buon vino tirate fuori dai bar. Champagne. Spinelli.
Molotov...
Un pianoforte suona Chopin. E' nel mezzo della strada, portato fuori da un
bar. Subito a ridosso di una barricata.
Ubriachi. Oggi nessuno comanda. Domani? Domani arriveranno con i carri
armati. Ci schiacceranno di nuovo. Ma oggi, per qualche ora, questa terra è
libera. Chopin. Vino. Rabbia e Gioia.



SCENA 30



Roma, 12 marzo 1977

Un corteo grande, imponente, di più di cinquantamila giovani è stato
distrutto, snaturato, distorto dai suoi obiettivi reali da gruppi di provocatori
che hanno provocato incidenti a catena (il primo a piazza del Gesù ha
rischiato di far sì che questo imponente corteo venisse travolto dalle cariche
della polizia). Ma i fatti più gravi di questo sabato nero per Roma e per il
movimento degli studenti sono avvenuti dalle 19.30 in poi. La città che
aveva visto sfilare il corteo pacificamente, anche dopo gli incidenti di piazza
del Gesù, è diventata una polveriera. Incidenti, scontri, sparatorie, assalti a
commissariati, tentativi di assalto al giornale della D.C. «il Popolo», in un
succedersi incalzante di fughe, assalti, contrassalti fra gruppi di
manifestanti e la polizia. Il «salto qualitativo» è avvenuto a piazza del
Popolo dove un gruppetto di autonomi ha dato alle fiamme i tavoli del bar
Rosati. Il corteo ancora non era entrato tutto nella piazza, e la gran parte
dei dimostranti è fuggita, verso Prati e verso il Flaminio, al grido di «via, via,
la falsa autonomia», indirizzato contro i protagonisti degli episodi di
violenza. E' stato a piazza del Popolo che sono partiti i colpi di pistola
sistematici fra autonomi e polizia, è stato da questo episodio in poi che gli
agenti hanno ricevuto l'ordine di sparare dalla sala operativa della
Questura.

La trappola in cui è stato condotto il corteo è montata a poco a poco, dopo
gli incidenti di piazza del Gesù. Quando il grosso dei manifestanti è riuscito
a ricomporsi sul lungotevere e marciare verso piazza del Popolo, gruppetti
di autonomi hanno cominciato a mandare in pezzi cristalli delle auto
parcheggiate, ogni cristallo che cadeva si riaccendeva la polemica: il grosso
dei manifestanti gridava «scemi, scemi», o «via, via, la falsa autonomia».
All'armeria che è in via Giulia all'altezza di ponte Sisto un gruppo di
manifestanti è riuscito a entrare nel negozio forzando le saracinesche. I
saccheggiatori sono usciti con canne da pesca, racchette, ma anche fucili da
caccia. E' stato il resto del corteo che ha imposto a chi aveva preso i fucili di
gettarli nel fiume. Alcuni, incalzati dal grido di «scemi, scemi», hanno
distrutto le carabine spaccandole sul selciato.

Poi l'arrivo in piazza del Popolo. In testa un gruppetto di Autonomia che,
dopo l'ingresso di un paio di migliaia di dimostranti (altrettanti
aspettavano l'arrivo del corteo), ha appiccato il fuoco ai tavolini del bar. La
fiamme alte, il fumo denso, hanno spaventato la gente, chi era già nella
piazza è uscito in direzione di via Flaminia al grido «via, via, la falsa
autonomia», poi le cariche della polizia.

Erano passate da poco le 19.30 quando un gruppetto di un paio di centinaia
di persone si è attestato sulle rampe di accesso a piazza del Popolo
sparando, prima contro la caserma dei carabinieri che è nella piazza, poi
contro la polizia. Gli agenti hanno risposto al fuoco. Da questo momento in
poi gli agenti hanno ricevuto l'ordine di sparare.

Il resto del corteo che non era riuscito a entrare in piazza del Popolo ha
guadagnato il ponte Regina Margherita, verso via Cola di Rienzo, incalzato
dalla polizia. Sul ponte è stata allestita una barricata con automobili che
sono state incendiate, tra queste l'auto del G.R. 1 da cui erano stati fatti
scendere i giornalisti. Sul ponte Regina Margherita si è sparato di nuovo. Un
agente è rimasto ferito.

Il corteo si è diviso in due tronconi. In via Maria Luisa di Savoia una volante
della polizia è stata colpita da diversi proiettili di arma da fuoco. Anche gli
agenti hanno risposto al fuoco.

Il troncone di corteo ormai ridotto di moltissimo, che si dirigeva verso
piazza Cavour ha assaltato il commissariato Borgo. Si è sparato contro il
commissariato, gli agenti hanno risposto al fuoco. L'altro gruppo che aveva
abbandonato il corteo per dirigersi verso il centro è arrivato a piazza delle
Cinque Lune dove c'è la sede del quotidiano democristiano «il Popolo».
Anche qui un assalto. Lanci di lacrimogeni, di bottiglie incendiarie.

Il clima è diventato in breve assolutamente indescrivibile: in diversi punti
della città si accendevano e si spegnevano gli scontri, mentre gruppi
numerosissimi di giovani venuti da fuori Roma e di studenti romani
giravano in preda al panico per la città, senza sapere dove andare, senza
sapere che direzione prendere per sottrarsi alla morsa di fuoco e sparatorie
che circondava ormai tutto il centro.

In piazza Venezia, verso le 9 di sera, mentre ancora si succedevano gli
scontri, un gruppo di quattrocento-cinquecento persone è sfilato con le mani
in alto o congiunte sopra la testa 'arrendendosi' alla polizia, la paura delle
sparatorie era ormai all'apice.

Contemporaneamente di nuovo in largo Argentina si accendevano altri
scontri. Molotov, lacrimogeni, avevano ormai da ore lasciato il passo alle
armi da fuoco. Di nuovo, come sabato scorso, l'armeria Conciani, in largo
Cairoli, è stata assaltata e saccheggiata. Poco prima, in largo Argentina, un
ragazzo, un dimostrante, era stato centrato al petto da un colpo di arma da
fuoco, sparato, pare, dalla polizia. E', insieme a un agente in prognosi
riservata per una pallottola che lo ha centrato alla scapola, il ferito più
grave.

Un gruppo ha di nuovo raggiunto il Ministero di Grazia e Giustizia, il lancio
di bottiglie incendiarie ha centrato l'ingresso, le fiamme si sono sviluppate
anche all'interno degli uffici.

Mentre nelle strade cominciavano le retate, nel clima rovente di questa
giornata si è inserito un altro episodio significativo: un gruppo di agenti
nell'ingresso della Questura ha stretto da presso il capo dell'ufficio stampa,
Giorgio Simi, minacciandolo e prendendolo a spintoni. «Siamo stanchi di
questa vita», gridavano. Poco dopo il questore Migliorini ha dato ordine che
i fermati non venissero più portati a San Vitale. «Qui li fanno secchi»,
avrebbe detto riferendosi allo stato d'animo dei poliziotti. I fermati sono
stati così portati in altri commissariati. Mentre in questura si accendevano
le discussioni, di nuovo una sparatoria, nei pressi di via dei Giubbonari. La
violenza andava ormai scemando, i gruppetti che attaccavano battaglia
erano sempre di meno. Del grande corteo del pomeriggio erano rimaste solo
le poche centinaia di persone che non erano riuscite a scappare (moltissimi
quelli venuti da fuori), continuavano a vagare sbandate, la gran parte di
loro ha concluso la serata in Questura, incappando nelle retate. Alla
stazione, quelli che erano riusciti ad arrivare, sono stati perquisiti dagli
agenti. A notte la città era un campo di battaglia deserto, danni ingenti,
macchine incendiate, bossoli di mitra, di pistola, lacrimogeni, qualche
bottiglia inesplosa. I feriti molti di più di quelli ufficiali. A un primo bilancio
c'è un giovane ferito al petto, poi l'agente colpito su ponte Margherita, poi
tre agenti feriti davanti al Ministero di Grazia e Giustizia (colpiti di striscio,
due, centrato da un sanpietrino un altro). I fermati per ora non sono noti: in
Questura ne è arrivato uno soltanto. E' sfuggito per miracolo al linciaggio.



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Dopo i titoli di testa. Su fondo nero: Claudio Lolli, "Incubo numero zero", da
"Disoccupate le strade dai sogni", 1977.

Scena 5: Anonimo, da "Sarà un risotto che vi seppellirà. Materiali di lotta dei
Circoli proletari giovanili di Milano", Squilibri, Milano, 1977.

Scena 7: Collettivo A/traverso, da "Alice è il diavolo. Sulla strada di
Majakovskij: testi per una pratica di comunicazione sovversiva", a cura di
Luciano Capelli e Stefano Saviotti, L'Erba voglio, Milano, 1976.

Scena 9: Paolo Pozzi, "Insurrezione", 1985, inedito.

Scena 12: Carlo Rivolta, "La cacciata di Lama dall'Università", «la
Repubblica», Roma, 12 febbraio 1977.

Scena 22: Autori molti compagni, da "Bologna marzo 1977... fatti nostri...",
Bertani, Verona, 1977.

Scena 27: Autori molti compagni, "Bologna marzo 1977... fatti nostri...", cit.

Scena 30: Carlo Rivolta, "Battaglia a Roma", «la Repubblica», Roma, 13-14
marzo 1977.





















***



INTRODUZIONE

































*
INTRODUZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE

Sergio Bianchi





Questo libro fu pubblicato la prima volta in occasione del ventennale del
movimento del '77. Il sottotitolo apparve ai più eccessivamente ottimista.
Comprensibile, dato che era alquanto difficile immaginare quel che solo due
anni dopo sarebbe esploso a Seattle. Eppure, per tutto il decennio Novanta
si potevano registrare, sia a livello locale che internazionale, piccoli e grandi
segnali della gestazione di quel movimento globale ora esplicitamente
dispiegato.

Non si vuole con ciò sostenere la tesi di un rapporto diretto tra il movimento
del '77 e il movimento globale. Piuttosto che nelle pieghe del primo si
celavano alcuni elementi "anticipatori" e "fondanti" del secondo. Ma è bene,
prima di approfondire la questione, sottolineare le differenze.

Il movimento del '77 visse la brevità e l'intensità di una meteora, e come tale
illuminò per alcuni attimi il cupo cielo della teoria e della politica del
«sistema dei partiti» italiano e della sua propaggine extraparlamentare.
Poi, in contemporanea, esplose nell'impatto con la repressione statuale e
implose nell'incapacità di darsi sbocchi di mediazione e di rappresentanza.
Infatti, una parte cospicua e ricca del suo tessuto militante imboccò, più o
meno consapevolmente, i tragici e suicidi destini della droga e delle armi.

Inoltre, il '77 fu un movimento, nei suoi lineamenti politici, peculiarmente
italiano e rappresentò la fase terminale del lungo e ininterrotto ciclo di lotte
operaie, studentesche e sociali, iniziate nel nostro paese nei primi anni
Sessanta. Repentinamente e definitivamente consumò il repertorio delle
«grandi narrazioni», dell'immaginario storico della sinistra in tutte le sue
varianti ideologiche, sia riformiste che rivoluzionarie.

A fronte, l'attuale movimento globale appare quanto di più distante da tutto
ciò. Intanto è, appunto, movimento dispiegato sul piano internazionale e
quindi con più legittima parentela con il movimento del '68 piuttosto che
con quello del '77. Secondariamente non si nutre, nelle sue teorie e pratiche
di massa, di alcuna reminiscenza ideologica novecentesca.

Ma del '77 l'attuale movimento è debitore per una straordinaria
manifestazione anticipatoria di quel soggetto sociale materialisticamente
prodotto dalla trasformazione epocale del lavoro. E', questa, un'ottima
ragione per i militanti (o attivisti che dir si voglia) del movimento globale di
analizzare a fondo le vicende del '77 italiano, soprattutto le espressioni
della sua componente teorica più rilevante di derivazione «operaista».



Per tentare di comprendere "senso e dignità rivoluzionari" di quel
movimento è indispensabile inquadrarne le movenze all'interno di due
grandi scenari storicamente contingenti: quello dello scontro tra le classi e
ciò che ne derivava in termini di rappresentanza politica istituzionale. Cioè,
sui piani della sua nemicità immediata: strategia del capitale e strategia
dello Stato incarnato nel «sistema dei partiti».

Il primo piano si concretizzava nella risposta a un ciclo di lotte operaie
"capitalisticamente incompatibili", perché incentrate sui principi del "rifiuto
del lavoro" e del "salario come variabile indipendente dallo sviluppo
capitalistico", lotte iniziate agli albori degli anni Sessanta e culminate nel
biennio '68-69. Una risposta che si tradusse in una apertura della "crisi
economica", cioè in un attacco frontale a quella composizione di classe
operaia resa forte dalla sua concentrazione in grandi poli produttivi. Nella
pratica: messa in opera di una ristrutturazione basata sulla scomposizione
e il decentramento dell'organizzazione della produzione; compromissione
politica con le istituzioni sindacali storiche con finalità di isolamento e
successiva liquidazione delle avanguardie operaie insubordinate.

Il secondo piano si concretizzava nell'ipotesi di dare una soluzione al
problematico blocco della rappresentanza elettorale tra la componente
conservatrice rappresentata dal partito della Democrazia cristiana e quella
riformista rappresentata dal Partito comunista. Già dalla fine del 1973 la
direzione del Partito comunista aveva avanzato a riguardo una proposta di
«compromesso storico», ovvero un accordo tra le due principali
rappresentanze elettorali per il governo del paese. Per il raggiungimento di
tale obiettivo il Partito comunista si dichiarò disponibile, in cambio
dell'applicazione di una serie di «riforme strutturali», a dare prova di
«responsabilità» rispetto alla principale problematica del paese costituita
dalla crisi economica. Le elezioni amministrative del '75 e quelle politiche
del '76 sancirono un'avanzata elettorale del Partito comunista che rendeva
non rinviabile il problema della sua partecipazione al governo. Ma proprio
in contemporanea vi fu l'insorgenza del movimento le cui lotte non
dimostravano alcuna disponibilità alle «compatibilità» contenute nel
progetto del compromesso storico. Il Partito comunista bloccato 'in mezzo
al guado' per dare prova di affidabilità democratica decise così di
contribuire alla liquidazione del movimento che occupava lo spazio politico
alla sua sinistra (1).



Nell'anno 1977 l'accumulo di un insieme di pratiche di lotte inedite, nelle
fabbriche, nelle scuole, nei servizi, iniziate negli anni precedenti, esplose con
manifestazioni di piazza caratterizzate dall'uso di massa della violenza a
scopo sia difensivo che offensivo. Ancora oggi è questa la principale
connotazione data dai pochi studiosi e storici di quel movimento che non di
rado lo hanno definito come «anticamera del terrorismo di sinistra». E' un
giudizio sbrigativo e di comodo. Se non altro perché la violenza dominava
nei conflitti sociali di quel periodo e aveva avuto inizio ben prima, il 12
dicembre 1969 con la strage alla Banca dell'Agricoltura a Milano, che
inaugurò la cosiddetta «strategia della tensione» messa in opera dai servizi
deviati dello Stato in combutta con esponenti e gruppi neofascisti.

Fino al 1975 la violenza nei conflitti politici ebbe connotazioni
prioritariamente di destra, anche se piccoli aggregazioni di sinistra già dal
1970 cominciarono a teorizzare la necessità della lotta armata. «Negli anni
dal 1969 al 1975 si verificano 4384 attentati e atti di violenza, l'83% dei
quali di impronta neofascista: I morti nel corso di scontri in gran parte
frutto della violenza nera furono 113 (ben 50 le vittime delle stragi
neofasciste e 351 i feriti» (2). Dal 1976 il segno si rovesciò e da quell'anno al
1979 «gli attentati rivendicati dai gruppi terroristici di sinistra furono
1648; nello stesso periodo, solo a opera delle Brigate rosse e di Prima linea
ci furono 119 agguati con 45 morti e 74 feriti. Altri 26 morti e 46 feriti
furono opera di altri gruppi terroristici di sinistra» (3). E' in questo contesto
che si situano le vicende del movimento del '77 che non potevano che
esserne pesantemente condizionate. Come dire che in quel periodo nei
conflitti politici "la violenza c'era" e non se ne poteva prescindere.

La critica del movimento alle organizzazioni della lotta armata fu esplicita
ma variegata perché variegate erano le sue componenti. I settori
dell'Autonomia operaia organizzata, divenuti egemoni nel movimento
all'inizio del '77, contemplavano nelle loro teorizzazioni la necessità della
lotta armata, anche se con forme, modalità e tempistiche differenziate da
settore a settore e comunque in forte polemica con le progettualità
avanzate dalle organizzazioni armate allora formalizzate. A movimento
represso, sconfitto e disperso parti considerevoli dei loro militanti finirono
con l'aderire alle organizzazioni preesistenti o col promuoverne altre. Dal
«dopo Moro» (marzo-maggio 1978) decine e decine di sigle rivendicarono
migliaia di azioni armate configurando un panorama di guerriglia diffusa,
poi anch'essa definitivamente sconfitta.

Ma un'altra ragione che smentisce una lettura di quel movimento come
unicamente propenso a pratiche politiche incentrate sull'uso della violenza
consiste nella considerazione del volume della sua produzione culturale e
creativa. Case editrici e discografiche, centinaia di giornali autoprodotti e il
fiorire di decine di radio libere anticiparono i tratti dell'odierna società
incentrata sulla comunicazione.



Oltre ai settori dell'Autonomia operaia organizzata il movimento contava la
partecipazione attiva di un'ampia area di militanza di Lotta continua, una
militanza allo sbando dopo che la sua dirigenza aveva deciso lo
scioglimento dell'organizzazione alla metà del '76. Tale scelta fu motivata e
gestita sulla base di un insanabile scontro interno all'organizzazione dovuto
all'insorgenza della componente femminista e alla riflessione sul deludente
esito elettorale del «cartello» di Democrazia proletaria al quale Lotta
continua aveva aderito. Ma la crisi dell'organizzazione era anche dovuta ad
altre contraddizioni che già da tempo erano emerse nel dibattito sull'«uso
della forza». Alcuni importanti spezzoni di servizio d'ordine e di realtà di
fabbrica, soprattutto milanesi, erano fuoriusciti dall'organizzazione
contribuendo alla costruzione di una rete militante che in parte formalizzò,
alla fine del '76, l'organizzazione armata Prima linea. Nonostante questo
scenario Lotta continua conservava una notevole forza e autorevolezza,
alimentata anche dalla pubblicazione del suo quotidiano che si accostava a
quello del gruppo di Avanguardia operaia e a «il manifesto».

Ma la «crisi della militanza» riguardava anche tutti gli altri gruppi e
partitini extraparlamentari sorti dopo il '68-69. «Questa critica radicale ai
'gruppi' (già avviata dal movimento femminista) metteva al centro della
polemica le tematiche del 'personale politico', i rapporti tra i sessi, le
formalizzazioni gerarchiche, il volontarismo alienante eccetera. Tali
tematiche successivamente riprese dal 'movimento del proletariato
giovanile', daranno il definitivo colpo di grazia alle già moribonde
organizzazioni extraparlamentari» (4).

In sostanza, negli anni immediatamente precedenti al '77 la soggettività
militante attraversò un complesso e contraddittorio travaglio esistenziale
oltre che politico. «...I tratti del "militante medio" che questa fase della lotta
politica forma e costruisce [sono quelli] di un militante di partito con grandi
doti esecutive, con un attivismo e una presenza a tutti i livelli richiesti, che
cresce sì dentro la propria situazione di lotta ma che riceve gli schemi
politici, per inquadrarla, dalle scuole di partito e dai miti della propria
organizzazione. Dire che qui si è formato il militante alienato, espropriato
della propria soggettività, è ingiusto. Le caratteristiche positive del periodo,
il ritmo martellante della mobilitazione, l'attivismo a volte cieco ma alla
lunga efficace, la pratica nuova e calcolata della piazza, la risposta
puntuale alle provocazioni, finiscono per imporre e sedimentare un terreno
di pratica politica che diventa struttura sociale, composizione di classe,
anche se i segni della fragilità diverranno evidenti [in seguito]» (5).

Il portato dell'intelligenza critica del femminismo più intransigente, la
nuova, giovanissima leva militante proveniente dagli hinterland (studenti,
precari, disoccupati, operai e impiegati delle piccole fabbriche) che
costituirà l'esperienza dei «circoli del proletariato giovanile» fecero
irruzione sulla scena «sparando sul quartiere generale» e imponendo così
nel movimento una radicale innovazione culturale, politica, ma soprattutto
esistenziale.



I più lesti a comprendere questa repentina mutazione di scenario furono i
teorici dell'Autonomia, tutti provenienti dalla feconda stagione teorica
dell'«operaismo». La sua mai dismessa metodologia di analisi delle
trasformazioni dei processi produttivi, e quindi delle trasformazioni delle
soggettività del lavoro sfruttato, fondata sullo strumentario tecnico
dell'«inchiesta operaia» e della «conricerca» permisero l'immediata
focalizzazione della composizione di classe materialisticamente
determinata in quella specifica contingenza storica. Ovvero il passaggio
della centralità politica, nello scontro tra le classi, dalla figura dell'«operaio
massa» a quello dell'«operaio sociale». E questo per effetto della risposta
capitalistica al ciclo di lotte operaie precedenti incentrata sulla strategia
della scomposizione e ricomposizione produttiva dal modello della grande
fabbrica a quello della fabbrica «diffusa» e «difforme».

Fu per queste ragioni che le tematiche dell'Autonomia ebbero il sopravvento
nel movimento, e non per una allora reiterata accusa, da parte dei ceti
dirigenti degli agonizzanti gruppi extraparlamentari, di «prevaricazione
violenta». A riguardo la prima di due testimonianze «d'epoca»: «Le frazioni
dell'autonomia organizzata non avevano gestito a caso la prima fase delle
lotte. La storia delle prevaricazioni nelle prime assemblee non ha senso
politico. Se dovessimo fare un elenco di quante assemblee di fabbrica il
sindacato ha convocato in questi anni egemonizzando il microfono
dall'inizio alla fine, evitando di arrivare a una votazione, puntando sulla
stanchezza eccetera, vedremmo che allo stesso tipo di risultati si è arrivati
anche senza la chiave inglese in tasca. Nessuno si è sognato di dire che tali
assemblee non erano valide; il problema quindi è di contenuti. L'iniziale
egemonia delle forze dell'autonomia organizzata sul movimento derivava
dall'aver compreso e anticipato comportamenti propri della nuova
composizione di classe, di aver saputo "leggere nelle masse stesse parti del
programma", di presentarsi cioè come espressione 'sociale' e non 'privata',
tendenza di un movimento nascente e non scelta tutta interna alla logica
autoriproduttiva del gruppo. La critica alle forme tradizionali della politica,
alla 'forma partito' in particolare, ha sviluppato la sensibilità di compagne e
compagni su questi aspetti, una prontezza quasi nevrotica di intuire quando
le scelte e le azioni funzionano 'per tutti' e quando sono solo di tipo
privatistico» (6). La seconda, più esplicita testimonianza: «E' per questo che
gli autonomi vincono: non perché hanno la P.38 ma perché sono più
intelligenti e colti, più storicamente radicati, nuovi veri di tutto il marciume
socialdemocratico; non perché sono degli emarginati, gli autonomi vincono,
ma perché sono la punta emergente della nuova composizione di classe
operaia e proletaria, i rappresentanti - in prima persona - di tutto il lavoro
sociale sfruttato, non, come il P.C.I., rappresentanti di aristocrazie operaie,
di corporazioni impiegatizie, di mafie bottegaie. Gli autonomi sono la
rappresentazione del comunismo del proletariato multinazionale. Per
questo sono arroganti e violenti: perché rappresentano, sono, interpretano
la verità della lotta di classe nel nostro secolo. Per questo possono
permettersi di lottare con asprezza crescente: perché sono invincibili, come
sempre lo è la rappresentazione di una nuova base produttiva» (7). In
sintesi: gli autonomi sono arroganti e violenti perché sono più intelligenti e
colti. Un concetto autolegittimante divenuto per molti militanti convinzione
le cui conseguenze pratiche la storia si è occupata di suggellare. E a
proposito di inoppugnabile esito storico un autore di questo libro così
sintetizza: «Forse non siamo buoni politici, infatti siamo stati sconfitti; ma
siamo buoni scienziati: non è poco» (8). E ancora: «.. .avevamo torto a
pensare che la maturazione politica del nuovo soggetto potesse darsi subito,
e comunque con una potenza tale da contrastare, resistere e superare il
contrattacco repressivo che le forze capitalistiche e i traditori del
movimento operaio ufficiale avevano scatenato. Per dirla come si diceva
allora: 'abbiamo sopravvalutato le nostre forze'. [...] Spesso abbiamo
accentuato questo errore, facendoci più estremisti quanto più diventava
sorda e decisa l'azione del potere contro di noi. Da un tal crescendo non
poteva che risultare esaltata la violenza dello Stato. E così avvenne. Siamo
stati sconfitti» (9).

Al di là della sostanza e della forma di questa autocritica, che rischia di
apparire come un «quante ne abbiamo prese... ma quante gliene abbiamo
dette», è un dato di fatto che l'attuale situazione sociale globale e il
movimento che le si contrappone conflittualmente hanno inverato
praticamente molte di quelle analisi allora straordinariamente elaborate
con grande intuito anticipatore.

















*
NOTE ALL'INTRODUZIONE DI S. BIANCHI



1. Per un approfondimento di queste problematiche rinvio al mio saggio "Il
movimento del '77", in Nanni Balestrini, Primo Moroni, (a cura di Sergio
Bianchi ), "L'Orda d'oro. 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e
creativa, politica ed esistenziale", Feltrinelli, Milano 1997.

2. Mauro Galleni (a cura di), "Rapporto sul terrorismo", Rizzoli, Milano
1981.

3. Ibidem.

4. Nanni Balestrini, Primo Moroni, "L'Orda d'oro", cit.

5. Sergio Bologna, in Collettivo di 'Primo Maggio', "La tribù delle talpe",
Feltrinelli, Milano 1978.

6. Ibidem.

7. Anonimo, "Autonomia operaia è il comunismo del proletariato
multinazionale", in «Rosso», n. 17-18,1977, Milano.

8. Toni Negri, "Quell'intelligente moltitudine", in questo volume.

9. Ibidem.












*
SETTANTASETTE

Introduzione alla prima edizione

(Primavera 1997)

Lanfranco Caminiti





- "Questo lavoro e il suo metodo".



Venti anni sono generalmente reputati un periodo di tempo sufficiente per
considerare gli avvenimenti con ragionevole distacco e - si presume - con
maggiore acutezza di quella dettata dalla convulsione del momento. E - non
è difficile sostenerlo ancora adesso - di convulsioni il movimento del
Settantasette ne provocò parecchie, oltre che ne visse esso stesso.

Ma, nonostante una disposizione alla 'serenità di giudizio', ci siamo resi
conto - nel collazionare i materiali d'un tempo, nel sollecitare gli interventi
d'adesso, nell'affrontare discussioni con gli interlocutori più diversi - di
quali spinosità argomentative, di quali riserve, di quali rimozioni, di quali
durezze sia ancora in grado di suscitare l'evocazione di quell'"annus
terribilis".

Credo che questo dato vada affrontato per quello che è: un'inquietudine
della rielaborazione - come l'avvisare un dolore d'artrosi a memoria
proprio in quell'arto che è stato amputato; un indice della "molteplicità" del
movimento del Settantasette e - il che è la stessa cosa - una pluralità di
punti di vista, anche opposti, nel merito. A testimoniare una difficoltà a dare
una lettura univoca di quegli accadimenti.

In un certo senso questa molteplicità e questa difficoltà sono diventate la
nostra gabbia di interpretazione: si è scelto, cioè, di "mostrare", di
accostare, di far rivedere, di rievocare, di riascoltare le immagini, le parole, i
documenti, i suoni, le carte, le canzoni, gli slogan, i fogli, le cronache, i
moniti, le minacce, le analisi, i gesti, i comportamenti di amici, nemici e dei
soliti curiosi, per come essi si producevano, l'un dopo l'altro, l'uno sull'altro,
l'un contro l'altro, in anticipo, in tempo reale, in irrimediabile ritardo.

E' quindi un'antologia, una "documentazione" il segno prevalente di questo
nostro lavoro e, come tutte le antologie, anche questa sconta delle
insufficienze: la difficoltà della selezione dei materiali e l'impossibilità a
tenere dentro quanto più si vorrebbe. Ma il nostro lavoro non ha alcuna
intenzione esaustiva, anzi tutt'al contrario spera d'essere solo un punto di
partenza - non un metodo per gli altri - perché si approfondiscano e si
moltiplichino, per luoghi e per temi, la storiografia e la valutazione politica
di quegli anni.

Per come ne siamo stati capaci abbiamo cercato di ricostruire il movimento
del Settantasette come un "ambiente di soggetti", con le loro passioni, le loro
profezie, le loro emozioni, le loro disperazioni, le loro interpretazioni, le loro
suggestioni, le loro verità. Questo, nella convinzione che la curiosità politica
o intellettuale d'un ventenne d'oggi rispetto quegli anni possa trarre
maggiore alimento e comprensione dal rilievo dello "spirito del tempo" che,
benché irripetibile, ha indiscutibilmente dello straordinario.

Nello stesso tempo questo nostro "pregiudizio" di straordinarietà ha dovuto
misurarsi con il rigore che qualsiasi lavoro simile richiede, anzitutto nel
prendere le distanze dalle proprie emozioni. Non s'è trattato cioè di
superare la propria "parzialità", anzi di approfondirla, di specificarla, di
circoscriverla, di verificarla. Nella lettura di sé che il movimento dava, delle
sue ragioni e delle sue irragionevolezze, nelle valutazioni di quanto stava
accadendo - dentro la ristrutturazione del sistema produttivo e del sistema
della politica - abbiamo ritrovato questo rigore. Anzi, siamo convinti che per
molti versi le intuizioni teoriche che il movimento puntualizzava fossero
"esuberanti" rispetto i suoi gesti, le sue esemplificazioni. Si vedrà - in
particolare nella documentazione di interventi del tempo - come semmai ci
sia stato squilibrio dal lato dell'"eccesso teorico" nell'anticipazione, nella
previsione, nel presagio, con un dispiegamento di attrezzatura
comportamentale che rispetto a questa capacità mostra fatica nello starle
dietro. Sembra necessario sottolineare questo per due motivi: il primo, una
sorta di cattiva fama immeritata che il movimento si porta dietro, fatta di
fraintendimenti e di spicce icone che non rendono giustizia delle questioni e
delle complessità; il secondo, perché se discussione e riflessione ha da essere,
che almeno accada attorno le tematiche reali che vivevano nel movimento.

Attorno il nocciolo duro di convincimento dell'esuberanza teorica s'è
snodata l'intenzione del lavoro. Si fosse limitato a un'esigenza, rievocativa
data dall'occasione del ventennale ci saremmo potuti accontentare di
mettere assieme degli "amarcord", magari di segno diverso per vivacizzare
la cosa. Giocare cioè sul versante emotivo della memoria, una sorta di
chiamata a condividere una perduta gioventù, una "lost generation", cui
molto della sua scapestrataggine si può perdonare e condiscendere adesso.
Adesso che tutto è così "lontano". Ma l'insopprimibile sensazione di
"attualità dei suoi materiali" ci ha invece convinto a insistere in un
atteggiamento scomodo e nient'affatto reticente. Forse quel movimento
impressionò per l'arroganza e la supponenza dei suoi gesti, ma è certo che
può ancora impressionare per la puntualità della sua intelligenza collettiva.
Questo lavoro vuole esserne una verifica, e sta qui la sua presunta validità:
la documentazione dell'"utensileria teorica" che il movimento utilizzò in
quegli anni mostra - a nostro avviso - come fosse questa il vero "gesto
imperdonabile".

Non si troverà così nessun compiacimento alla questione della "violenza" e
delle "armi" e nessuna dabbenaggine dietrologica. Senza ipocrisie, si può
constatare con semplicità come l'uso delle armi e della violenza fosse
"domestico" presso il movimento e nello stesso tempo come non ne fosse il
carattere "preminente", anzi provocasse continue prevaricazioni, continue
accuse, continue riunificazioni. E' certo un dato enorme, ma è enorme
proprio per come sembrasse normale. E' enorme per la sua "eccezionale
normalità". L'uso delle armi fu un carattere distintivo del movimento ma
non la sua discriminante. Di certo, non è l'unica cosa che può distinguere il
Settantasette nella storia delle rivolte, delle ribellioni, delle insurrezioni,
delle rivoluzioni, delle opposizioni. A discuterne adesso a noi sembra la cosa
"meno" interessante. Il movimento giocò spesso la forza come modo per
portare a casa una conquista. Non "la" conquista strategica, ma quella
specifica, per quello specifico problema, che so, liberare un quartiere dalle
scorribande fasciste o far respirare una fabbrica dove qualche capetto
faceva troppo lo stronzo o riprendersi la piazza negata o rallentare e
sabotare i ritmi della produzione. Sul tempo ravvicinato la forza vinceva,
ma la violenza del movimento non era un dato strategico. Non aveva scelto
un istinto barbaro e cieco, ma esprimeva nel periodo breve, nell'immediato
una tecnica concreta. Va invece ancora rilevato come esistesse, proprio
sull'uso delle armi, una differenza profonda con le organizzazioni armate
clandestine che di questo ne avevano fatto la "loro" discriminante, e che
agiscono lungo tutto il Settantasette. Ma, per una volta, abbiamo scelto di
guardare le cose dal loro punto di vista, collazionando nel libro alcuni
interventi.

Dribblare il lato appiccicoso dell'affezione ha significato districarci
contemporaneamente dal lato deformante della dichiarazione postuma.
Quell'effetto un po' volgare e buffo per cui ai funerali, dopo l'orazione
incensante, comincia fra gli amici astanti un fitto cicaleccio in cui si può dir
male - amichevolmente, s'intende - del defunto, ma giusto come sfondo
discorsivo per poter invece parlare tanto del sé di adesso. Nei "commentari",
nelle interviste, nei brevi saggi che introducono o affiancano i documenti di
quegli anni, s'è provato a evitare ogni indulgenza alla speculazione, la lagna
verbosa che ci spiega cosa si sarebbe dovuto fare e non s'è fatto, cosa si
sarebbe potuto dire e non s'è detto. Che "qualcosa sia andato storto", lo
sappiamo un po' tutti. Ma prima di imbandire una discussione sul come
sarebbero dovute andare le cose, bisogna rifocalizzare l'occhio sul come
andarono effettivamente. In questo senso gioca a favore la "cesura" forte
che seguì il movimento, quella sorta di offuscamento, annebbiamento,
calunniamento collettivi. Quella cesura e quella censura possono aiutarci
adesso a rimettere le cose al loro posto. Come sempre, quando le cose girano
troppo vorticosamente, basta stare fermi per ritrovarsi in movimento. Gli
affanni esplicativi finiscono con il non stringere nulla. Prima di tutto
vediamo di capire di cosa stiamo parlando. Questo nostro lavoro è "il cosa".

Ma, sia chiaro, nessuna tentazione ripropositiva: noi per primi ci siamo
trovati piuttosto in una "condizione di straniamento", quella curiosa
sensazione che ti prende nel guardare una fotografia ingiallita e nel non
riconoscerti più, pur sentendo che quei tratti ti sono così familiari. Un
disonesto intento di riproposizione, come contornare di un'aura magica
quel "cosa", finirebbe con il contraddire - operando da imbalsamatore - la
presunzione di validità di questo lavoro: la vivacità, l'attualità delle
invenzioni e delle sperimentazioni del movimento del Settantasette non
stanno nella loro possibile applicazione astratta fuori dal tempo. Ma
nell'uso fertile, dinamico, conficcato nel "qui e ora" di quei punti di vista e di
quelle scelte di campo. La loro contemporaneità sta nel "reinventarli", nel
compiere - se ci si passa l'espressione - "un passo indietro per farne due
avanti".



- "Perché, rivoluzione del Settantasette?"



Il movimento del Settantasette non fu un'insorgenza improvvisa. Le sue
radici affondano nella nascita delle prime Assemblee autonome di grandi
fabbriche a Marghera, alla Pirelli, all'Alfa Romeo tra il '73 e il '74, spesso in
distanza critica dai gruppi della sinistra rivoluzionaria; nel contemporaneo
costituirsi indipendente di Comitati politici all'interno di strutture dei
servizi pubblici dei telefoni, dell'elettricità, della sanità; nel diffondersi tra il
'74 e il '76 di Circoli giovanili - con una composizione sociale in prevalente
provenienza dalle piccole fabbriche e dal lavoro nero diffuso - che si
attestano nei quartieri popolari su tutto il territorio nazionale
riconquistando e riutilizzando spazi autogestiti per la musica, per la lotta
alla diffusione della droga, che allora cominciò a circolare in maniera
massiccia e 'cattiva'; nell'autorganizzazione di movimenti di disoccupati
contro la gestione del mercato del lavoro e degli uffici di collocamento; nelle
occupazioni di case e, più in generale, in una pratica di autoriduzione di
bollette di 'prima necessità' per servizi, quali la luce, il telefono, l'acqua, il
gas, e di 'spese voluttuarie', quali i concerti, il cinema e il vagabondare per
treni, autostrade. Il movimento del Settantasette non ha quindi proprio
nulla di strano: esso viene da un lungo percorso di soggettività "operaia" a
petto della ristrutturazione dei processi di produzione iniziata attorno la
crisi petrolifera del '73, e da un suo tentativo di rovesciare il segno della
crisi a proprio uso. Il movimento del Settantasette arriva cioè da un
momento ancora "alto" delle lotte operaie, fatto di una coscienza acuta che
la ristrutturazione era una lotta "politica" ingaggiata dal capitale contro
l'autonomia di classe, di una visibilità dello scontro in fabbrica e sul
territorio, e di una diffusività di comportamenti conflittuali minuti,
quotidiani. La sanzione della sconfitta di classe arriverà dopo, nel '79,
nell'80, davanti ai cancelli della Fiat, ma quando i giochi sono ormai bell'e
fatti. Per tutta la parabola crescente del movimento ci sarà piuttosto un
controcanto tra movimenti sociali e classe, spesso un intreccio, talvolta una
vera e propria "tattica di partito". Non è riscontrabile alcun episodio,
neanche uno piccolo piccolo, in cui si verifichi una qualche forma di
contrapposizione "diretta" tra classe operaia e movimento. Ci fu diffidenza,
indifferenza, ma è anche possibile sottolineare l'evidenza opposta, un uso
reciproco della capacità di interdizione e opposizione al capitale e allo
Stato, delle momentanee paralisi di iniziativa, del panico reattivo, della
mancanza di lucidità, della paura.

Forse è ingeneroso, ma non c'è nulla di male a ricordare la "grande paura"
che attraversò la borghesia capitalistica italiana in quell'arco di tempo che
va dal '73 al '77, di fronte a un comportamento operaio che era divenuto
ingovernabile al profitto e alla disciplina di fabbrica, di fronte alle
Università che si erano trasformate in luoghi di contestazione permanente,
di fronte alle piazze, ai quartieri, alle strade, alle vetrine spesso in balìa
delle decisioni di una qualche assemblea. Qualsiasi fosse il "principio
d'autorità" esso era irrimediabilmente scosso e irriso.

Il movimento del Settantasette viene dunque da un lungo percorso di
soggettività operaia alta e da una disseminazione territoriale in cui il
malessere sociale - vero o presunto - si trasformava in conflitto, surrogato
da una capillare struttura organizzata di Circoli, Centri, Comitati. Volerlo
continuare a leggere come un momento di "rivolta giovanile" - cioè
generazionale - è perlomeno estroso e riduttivo, così come definirlo
"studentesco". Non surrogò mai la presenza operaia, né si pensò come suo
soggetto sostituto, per la semplice ragione che gli operai stavano lì, in piedi,
in quel momento e facevano ballare le fabbriche. Non si trattava di evocarlo
l'odio di classe, di presagirlo, o di farne metafora, come altre volte era
accaduto, come altre volte è accaduto. Era presente, ben palpabile e
schiumante.

In quel Settantasette precipitarono dunque un soggetto operaio in lotta e
l'onda lunga di movimenti sociali, quello delle piccole fabbriche, quello dei
disoccupati, quello dei quartieri, quello dei giovani, quello delle Università,
quello del lavoro precario, quello degli studenti medi. Quello delle battaglie
per i diritti civili. Quello soprattutto delle donne. Ciascuno in una difesa
precipua della propria diversità, in una lettura delle cose che vedeva se
stesso come condensato delle contraddizioni, tra frizioni e lacerazioni anche
durissime. Perché stupirsene, non è forse proprio questo un segno forte della
maturità dei movimenti sociali - e anche, spesso, del loro smarrimento - di
questo scorcio di secolo, in cui si scrollano di dosso le "opzioni ideologiche"?
Più che come un "pacchetto di mischia" l'insorgere dei conflitti si
manifestava come un continuo "passaggio di testimone", in una staffetta
veloce nei cambi.

Intreccio di soggettività sociali con radici ben piantate negli anni precedenti
il Settantasette è comunque un evento distinguibile, effettivamente
un'"insorgenza". Dall'inizio dell'anno gli eventi avranno un ritmo sempre
più incalzante, le controffensive padronali saranno più serrate, il
movimento vivrà momenti difficili di separazione interna ed esaltanti di
straordinaria mobilitazione, l'ironia e la durezza dovranno fare i conti con i
candelotti, le autoblindo, i colpi di carabina, un accerchiamento e un
dispiegamento di forza infernali. Ma da gennaio a dicembre il movimento
ancora si tiene, gestisce una sua politica, invade le piazze. E cioè
rintracciabile una "cronologia politica" che non sia solo un elenco di date.
Con la fine dell'anno le componenti interne del movimento, le sue
soggettività molteplici, perdono la capacità di considerarsi come un
insieme: continueranno i loro percorsi o si frantumeranno. Di certo, la
"complessità" del movimento perde la sua invenzione continua d'unità.
Dopo, sono sicuramente rintracciabili - ed è senza dubbio interessante
storicamente - i cammini diversi dei differenti segmenti, ma ciò
semplicemente non fa più parte di questo lavoro.

Dopo il convegno di Bologna a settembre, e infine palesemente nel dicembre
del Settantasette, il movimento perde la sua forza d'espansione e di
mobilitazione. Continuerà a esistere, soprattutto nelle sue parti organizzate,
e si troverà ad affrontare, con grande affanno, il sequestro Moro prima e gli
arresti del 7 aprile '79 dopo. Anche nei comportamenti spontanei è possibile
rintracciare il senso del Settantasette ancora dentro le lotte dei giovani
apprendisti alla Fiat nel '79 o nelle lotte dopo il terremoto dell'80 a Napoli,
attorno le questioni del nucleare o le installazioni dei missili Nato. Ma, pur
conservandone elementi di eredità, è già un'altra cosa, e rinvia ad altre
considerazioni.

Circoscrivere con un atto di forza il periodo di osservazione, ci permette
alcune considerazioni importanti dal punto di vista delle categorie. Con
"movimento del Settantasette" si intendono effettivamente due cose:
l'esposizione di un insieme di soggetti sociali che nella dinamica del conflitto
trovano un'"idea pubblica" che li rappresenta unitariamente, e
l'individuazione di un periodo storico preciso in cui questo movimento riesce
ad agire come soggetto politico. Benché le due cose si sovrappongano credo
sia giusto insistere piuttosto per la distinzione: la rappresentazione del
movimento del Settantasette riconduce spesso a unità semplice quanto
invece era dinamica complessa di diversi soggetti con diverse identità.
Questo sia detto non per spirito classificatorio, ma perché è proprio una
delle "chiavi interpretative" più importanti. L'attenzione alla composizione
sociale del territorio, la rilevazione dei meccanismi produttivi, la
costruzione dal basso di un'autonomia sociale che seguisse passo passo e
ribaltasse le forme specifiche di comando capitalista, tutto questo configura
"precipuità locali" del movimento. A Bologna come a Roma a Milano come a
Napoli in Calabria come a Padova, ma soprattutto nelle miriadi di situazioni
provinciali, il movimento seguiva condizioni particolari e si dava identità
particolari. Lo "spazio pubblico" in cui confluiscono i soggetti in conflitto
costituisce una cornice elastica e dura nello stesso tempo; "dura" nel
delineare una demarcazione netta tra un qui e un là, tra un noi e un loro,
tra movimento e Stato; "elastica" rispetto la frastagliata articolazione di
posizioni dentro il movimento, in un continuo intrecciarsi e districarsi.
Controprova semplice ne è la possibilità vera di seguire la formazione, la
crescita, l'alternanza fra dissoluzione e ricomposizione di una qualsiasi
fetta del movimento - gli indiani metropolitani, i situazionisti, le femministe,
l'Autonomia operaia, i Circoli, i creativi, i sudisti, quant'altro - proprio come
entità distinta. Con i suoi fogli, le sue idee, i suoi incontri, le sue letture, il suo
linguaggio, le sue "armi". Spesso in polemica con i fogli, gli incontri, le
letture, i linguaggi, le armi dei propri compagni di strada. Ecco, questo è un
dato: il movimento del Settantasette è costituito fondamentalmente da
soggetti sociali che si vivono l'un l'altro come "compagni di strada". Se
un'intelligenza di ricomposizione va esercitata, essa deve muoversi non dal
lato della rappresentazione, dell'immagine, del gesto, ma da quello dei
fenomeni strutturali della "produzione" e della "politica". E' quello che
proveremo a fare.

Nello stesso tempo separare concettualmente, almeno per un momento,
movimento (come complessità di soggetti) e Settantasette (come unitarietà
di dinamiche ed eventi conflittuali) ci restituisce quell'anno per quello che
effettivamente fu: una "rivoluzione".

Come altrimenti definireste voi quel culmine d'un conflitto, quelle immagini
d'uno scontro terribile? E quelle, che non sono registrate in nessuna
cassetta, dei reparti di fabbrica spazzati dai cortei che portavano dentro ed
eleggevano come loro delegati - nel mentre dileggiavano i bonzi sindacali -
operai che erano stati trovati ad esercitarsi con le armi e licenziati
attraverso una sentenza di Tribunale? Come definireste altrimenti la fuga
indecorosa - a colmare le loro assenze professionali - di centinaia di
professori universitari la cui unica autorità si esercitava ormai attraverso le
autoblindo accanto la cattedra? E i quartieri con gli spacciatori spazzati via
dalle ronde giovanili, mentre facevano una puntatina tra un sottoscala e un
capannone dove si faceva lavoro nero e sottopagato? E quelle piazze invase
da centinaia di migliaia di persone, in un alternarsi continuo di rabbia,
dolore, gioia, una "forza dei sentimenti" che non è forse mai una condizione
della vittoria operaia ma è certamente una ragione della rivolta? Trovo che
sia giusto rendere l'onore a quel movimento quanto meno nel nominarlo per
quello che effettivamente rappresentò: una rivoluzione. Il resto è davvero un
dettaglio. Non un movimento dunque, ma "movimenti"; non un movimento,
ancora, ma una "rivoluzione". Ma se ci rendiamo conto di avere fatto
un'affermazione forte e discutibile sul piano concettuale, è proprio nella
rottura dei paradigmi concettuali della rivoluzione che il Settantasette fu
rivoluzionario. Fu cioè "rivoluzionario riguardo alla rivoluzione".

Sostanzialmente lo fu riguardo all'idea di "tempo" e a quella frattura del
tempo che è considerata la rivoluzione. La "strategia del tempo" che i
movimenti del Settantasette applicarono si fondò sostanzialmente su una
capacità di sottrazione, di esclusione, di estinzione, di reinvenzione degli
orologi che scandiscono la "modernità": il lavoro e lo Stato. Qualcosa
dunque che stava fra i colpi di fucile della Comune di Parigi contro i
campanili e gli orologi molli di Dalì. Qualcosa che stava oltre il socialismo.
Sottrarre il tempo al lavoro di merda e allo Stato del cazzo era un po' come
rubare il fuoco alla rivoluzione. Almeno alle rivoluzioni del Novecento,
quelle del "nostro" tempo.

Capricciosamente ambiziosi (perché, è vero, tutti i movimenti sono sempre
bambini), smodatamente saggi (perché eravamo cresciuti vecchi tra gli
orrori dei socialismi) bisognava impedire che la rivoluzione cominciasse a
scandire il suo tempo. Il suo tempo doveva essere "ora", il suo tempo doveva
essere "sempre", il suo tempo doveva essere "dopo", il suo tempo doveva
essere "mai". L'irruzione del tempo sottratto al lavoro e allo Stato nella vita
di ognuno e nella vita collettiva avrebbe scardinato le dimensioni temporali
della rivoluzione. Della rivoluzione politica e della rivoluzione economica.
Volevamo infinitamente di più, a partire da infinitamente di meno, la "vita
quotidiana".

La strategia del tempo dei movimenti si basò su una totale assenza dell'idea
di tempo. Non bastava mai il tempo per fare tutto quello che andava fatto, si
perdeva un'enormità di tempo per dire tutto quello che andava detto. O al
contrario. E c'era chi il tempo lo voleva tutto adesso e chi pensava fosse
giusto distillarlo; ma gli uni e gli altri non riuscivano a mettersi d'accordo
sugli "appuntamenti comuni", ora che il tempo del movimento si scandiva
da sé. Per questo, è possibile ascoltare il ricordo di chi mantiene
l'impressione di un tempo che bruciava velocemente e di chi si sentiva come
sospinto dagli eventi, spesso in un'invenzione continua di scadenze che
erano come attimi perpetuamente identici-a-sé. C'era sempre pochissimo
tempo e c'era sempre bisogno di prendere tempo. L'idea di rivoluzione che i
movimenti praticarono fu dunque quella di "accrescere il tempo", non più,
spezzarlo, romperlo ma "produrne dell'altro, libero". L'individuazione del
tempo del Settantasette è la questione che mette in crisi le categorie
temporali di insurrezione e rivolta. Ed è la questione che rende entrambe
vere le affermazioni di chi - pensando a quell'anno - considera che "mancò il
tempo" o di chi pensa che "ce ne fu troppo".

Inventare il tempo, rivoluzionare la rivoluzione, significava prendere le
distanze dall'ombra lunga della rivoluzione, il riformismo. Svuotare del
tempo la rivoluzione era svuotare di senso contemporaneamente il
riformismo, le due concezioni del tempo della sinistra. Nonostante siano
stati branditi - all'interno dei movimenti del Settantasette - come anatemi
pieni di significato, i "rivoluzionari fuori tempo" e i "riformisti fuori luogo"
erano entrambi concetti insignificanti rispetto l'incredibile trasformazione
del tempo che il movimento praticava. Il movimento del Settantasette si
trovò a essere "oltre la sinistra", oltre la rivoluzione e il riformismo, per via
della trasformazione del tempo, ovvero dell'"idea di lavoro" e dell'"idea di
potere".

Uso operaio della crisi in termini di salario e di potere a petto d'una
ristrutturazione profonda dei processi di produzione, agita per ricostruire
profitto e soprattutto comando capitalisti; conformarsi tendenziale del
lavoro intellettuale come carattere determinante della produzione -via
l'introduzione di un'automazione fortemente flessibile verso il gesto operaio
e un'incorporazione di quantità di scienza autoritariamente governate;
esposizione del carattere "ideologico" della produzione, con costituzione di
modelli, stili di vita, tipologie umane, definizione dei rapporti sociali e
familiari a rappresentare - soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione
- il vero patto sociale, la vera costituzione politica; attestarsi dei movimenti
sociali non solo sul terreno della difesa d'un livello materiale di vita ma su
quello della ricerca di "forme alternative di vita"; messa in mora del sistema
dei partiti e della separatezza tra rappresentazione politica e conflitti
sociali, con l'invenzione di uno "spazio pubblico della crisi", dove i criteri di
sovranità, rappresentanza, delega, democrazia, maggioranza e minoranza
venivano sottoposti a tensione; critica serrata e oltrepassamento della
"conservazione" della rivoluzione in un frullatore di tradizione, eresia e
futuribilità. Mi pare ce ne sia abbastanza per considerare il Settantasette un
"crinale" temporale significativo, un "laboratorio politico" in cui si
mescolarono spinte e controspinte, tendenze e controtendenze su uno
stretto filo di rasoio dove non soltanto si affrontarono operai e capitale,
destra e sinistra, ma si fecero i conti all'interno stesso della sinistra,
segnando irreversibilmente gli anni che seguirono. Dopo il Settantasette
non solo "niente" è stato più come prima, ma "nessuno che abbia avuto un
briciolo di buon senso è stato più come prima".



- "Il Settantasette di fronte all'idea di lavoro".



C'è un punto cruciale nell'antagonismo dei movimenti della seconda metà
degli anni Settanta che dirime la tradizione della sinistra, ed è la "critica
politica del lavoro". Dentro di essa si condensa la concezione che l'economia
non è area neutrale di individui e delle loro dinamiche di riproduzione, ma
campo di lotte tra soggettività antagoniste, classe e capitale. Dentro di essa
precipita il rifiuto d'essere forza-lavoro a partire dalla coscienza della
propria forza autonoma. Dentro di essa si misura la distanza dalla
tradizione lavorista - identità di soggetto politico e classe attraverso il
lavoro come orgoglio - e il rovesciamento del ricatto, tutto ideologico,
dell'assenza di lavoro, del non-lavoro da segno di penuria, di rarità, di
scarsezza, di emarginazione in una richiesta forte di "piena cittadinanza",
anzi in un'opzione generale sulla ricchezza. Dentro di essa c'è l'idea del non
morire di fabbrica; del sottrarsi al lavoro come destino e condanna; dei
lavori utili; del rovesciamento della mortificazione della produzione in
espansione potente; dell'insofferenza al capitale ormai solo costo eccessivo;
del tempo di vita sottratto all'alienazione del lavoro salariato e delle
relazioni sociali a esso sottoposte, per un tempo di lotte, un tempo liberato
come forza produttiva. La critica politica del lavoro sciabola dunque la
teoria della crisi capitalista, girandone il suo senso catastrofista - ideologia
dei processi tecnici di ristrutturazione - condensandosi in un "rifiuto alla
collaborazione politica". Contemporaneamente è coscienza di un'eccedenza
di tempo, di risorse, di forza creativa ormai direttamente socializzate e non
più soltanto concentrate nella fabbrica: il lavoro scientifico, il lavoro
intellettuale, il lavoro non-operaio socializzavano una conoscenza enorme,
un fare cooperativo esuberante "quella" produzione. Il Settantasette riflette
quindi dal punto di vista del lavoro un'"indipendenza di giudizio" e una
"nuova composizione di classe" in cui processi produttivi e processi cognitivi
si intersecano. Di fronte a questo la predica lavorista dell'austerità e dei
sacrifici, per quanto nobile potesse pensarsi, era palesemente uno "scarto di
linguaggio", un'incomprensione della realtà dei meccanismi della crisi, una
sottostima della forza e della maturità operaie e dei nuovi soggetti sociali,
un errore politico gravissimo persino nel determinare un livello di
resistenza. Intanto, nel considerare la crisi come transeunte e non piuttosto
il modello di riaccumulazione del capitale e di subordinazione della società.
La pervicacia con cui si perseguì, nel sindacato e nel Partito comunista,
quell'idea di lavoro non fu, purtroppo, insignificante rispetto alla rigidità di
strategia frontale che impose allo scontro e alla sconfitta operaia che ne
conseguì (e si trascinò visibile fino al referendum sulla scala mobile).

La fluidità dei processi si incanalava progressivamente nella rigidità della
gestione capitalista della crisi, di fronte alla quale il movimento delle lotte
mette in campo invece un'operazione di "sganciamento" (che va dalla
durezza contro i compromessi sindacali fino all'esodo silenzioso, alla
migrazione dalle fabbriche) e un'ipotesi di prospettiva, di rilancio (che va
dalla resistenza ai carichi di lavoro, ai decentramenti, fino al moltiplicarsi di
iniziative economiche in proprio). La teoria dei bisogni - che non fu un'idea
pezzente, almeno nella sua accezione antinaturalistica, ancorché discutibile
- si contrapponeva all'austerità e alla crisi in un'aura di "promozione
collettiva".

Fino a che il movimento tiene, esso supporta le forme diverse che assume (e
per la conformazione produttiva dei territori e per la consistenza della
soggettività antagonista) la critica del lavoro: non è assolutamente
singolare che un gruppo di operai investano le loro liquidazioni in un punto
d'incontro che diventa una sede di movimento da dove partono i cortei
dell'indomani. L'onda delle lotte, la "forza" della politica supplisce la prima
"povertà" dell'alternativa, e la vivifica ancora come possibilità, potenzialità.
Dopo, si verificherà una divaricazione crescente tra progetti e potenza
sociale, in una deriva di miserabilità economiche e percorsi individuali.

Nel Settantasette la critica politica del lavoro viene agita dai differenti
movimenti a partire dall'uso operaio che ne era stato fatto nella grande
fabbrica. Così, di fronte allo smisurato allargamento dell'area del lavoro
decentrato, che improvvisamente convogliava verso il centro della
produzione quanto fino a quel momento era rimasto ai margini, oscuro,
nero; di fronte all'introduzione massiccia di forza produttiva come scienza
incorporata rilevabile nell'aumento della forza-lavoro non-operaia, che
trasformava il lavoratore da erogatore di fatica in sorvegliante e regolatore
tecnico; di fronte all'incremento di finalizzazione alla produzione di
plusvalore dei processi di riproduzione sociale e al disboscamento delle
garanzie 'improduttive' che le lotte operaie avevano sedimentato nello
Stato sociale, il crinale dell'iniziativa si presentò sempre tra un uso possibile
in termini di crescita dell'autonomia oppure in un restringimento secco
delle conquiste e in una ripresa dell'iniziativa capitalistica. Il movimento del
valore d'uso, che si intendeva come complesso di relazioni produttive e
umane possibili, si contrapponeva al valore di scambio come cardine della
società. Il Settantasette è l'"agire concreto della critica del lavoro",
movimento in cui lavoro operaio e lavoro non-operaio, lavoro e non-lavoro
si ritrovano "insieme", raccordo vivo fra salario e potere, figure produttive e
forza di liberazione. L'autonomia possibile si incardinava sulla critica del
lavoro come chiave di una nuova idea di produzione e distribuzione della
ricchezza, quindi come articolo primo di una nuova costituzione sociale.



- "Il Settantasette di fronte all'idea di potere".



La gestione capitalista della crisi, l'attacco al cuore della soggettività
operaia e la tendenza a marginalizzare la classe, imputava la politica dello
Stato. I processi della socializzazione della produzione -decentramento e
dislocazione, incorporazione di lavoro intellettuale, valorizzazione dello
scambio politico nella società - non avrebbero retto sulle fragili spalle del
libero mercato. Lo Stato doveva rendere sempre più visibile il suo ruolo e
salvare, con la sua politica, il capitale e se stesso. Il capitale chiedeva
l'intervento massiccio dello Stato a proteggere la sua riproduzione e ad
abbandonare il sociale. La politica dello Stato perdeva i suoi connotati di
mediazione dei conflitti, degli interessi, attestandosi direttamente dal lato
dei profitti. Da un lato quindi le forze di classe che tentano di imporsi come
soggetto di socializzazione, intrecciando il proprio conflitto di fabbrica con
quello di altri strati, di altri soggetti, soggetti di non-lavoro, soggetti di
nuove forme produttive e di relazione; dall'altro il fallimento d'ogni governo
razionale dello sviluppo di fronte alla crescita selvaggia del conflitto. La
società si presenta scomposta, frastagliata, luogo di esplosione delle
contraddizioni, dove ogni criterio di autorità è in forte dissoluzione. La
politica dello Stato, per surrogare la gestione della crisi del capitale, deve
anzitutto bloccare i processi di autonomizzazione del sociale, deve
subordinare a sé la società, deve ricondurre a sé la dislocazione dei poteri
che si sono diffusi attraverso le lotte del ciclo precedente. Ampia
dislocazione dei poteri, in un processo di diffusione, che configuri uno spazio
pubblico basato sull'"autogestione", da una parte; semplificazione della
società, non nel senso di una riduzione della complessità, bensì della
riconduzione al valore d'ogni suo comparto e del progressivo svuotamento
di "forza" d'ogni potere locale, dall'altra. E' certamente qualcosa di più di
quello che venne definito «processo di germanizzazione» o paventato come
grande pericolo di repressione, eppure l'un concetto e l'altro almeno
allusero, come seppero, quello che stava effettivamente accadendo. E quello
che stava effettivamente accadendo era la riconquista degli spazi di potere
di veto, di potere di resistenza - quando non di una vera e propria
produzione di potere alternativo - che l'onda lunga delle lotte del biennio
'68-69 e degli anni Settanta aveva sedimentato, dai Consigli di fabbrica ai
Comitati di quartiere, dai Collettivi universitari alle Assemblee di zona, ai
movimenti in piazza.

La semplificazione della politica che lo Stato mette in opera passa
attraverso la "sospensione della politica". Come altro potrebbe definirsi quel
curioso apparato concettuale e quel temibile strumento del potere che fu il
compromesso storico, se non come una sospensione del tempo della politica,
dove la dialettica dei poteri, la rappresentazione dei conflitti perdono la
possibilità di configurarsi in concretezze normative, in rimescolamenti
istituzionali, in "visibilità"? Grande operazione di clandestinizzazione del
potere, di sottrazione della politica allo sguardo pubblico, il compromesso
storico fu una risposta di semplificazione e di sospensione di fronte alla
complessità politica dei movimenti del Settantasette. Non è che non ci provò,
è che la procrastinò. E la politica dello Stato si srotolò in tutta la sua
automatica macchineria: blindati e nugoli di carabinieri. E se la politica non
governa la macchina, se si sospende, il suo comportamento minuto ripete i
gesti automatici. In tutti i posti di lavoro, seppur minoritari, i capetti
sindacali di sinistra si distinsero nell'azione di pompieraggio, di divisione
quando non proprio di delazione.

Il Settantasette è dunque un'"opzione di potere", anzi di poteri. In questo si
differenzia profondamente dal Sessantotto che, invece, aveva sviluppato la
sua critica antiautoritaria come illusione del non-potere, dell'estinzione dei
poteri. No, il Settantasette è conscio della necessità di "costruire dei poteri
forti"; ciascun movimento - spesso anche l'un verso l'altro - si inchioda sul
bisogno di potere, a cominciare da quello che, più di tutti, affianca questa
progressione con una incessante e inquietissima rivisitazione interna, il
movimento femminista. Ma non è un segno della perdita dell'innocenza,
quella che si cita a sproposito delle bombe fasciste, delle porcherie di Stato e
dei singulti golpisti. E' la dimensione soda, non ideologica, tutta politica che
i movimenti hanno sperimentato della qualità del conflitto. La politica del
movimento fu "eccentrica": nel senso che di fronte alla semplificazione
centrale dello scontro essa provò a moltiplicarsi, a sfuggire, almeno finché
ne fu capace; e nel senso che fu felicemente in grado per tutto il periodo di
crescita di non accettare le forme dello scontro ma di determinare essa
modi e livelli. Nei manuali delle forme dell'insorgenza sociale cominciarono
a scriversi nuovi metodi, basati sull'inventiva, sull'ironia,
sull'immaginazione. Certo, quando occorse tirare giù il passamontagna non
si tirò indietro.

Costruzione dei poteri "di fatto" e critica della politica, anzi: costruzione dei
poteri di fatto "attraverso" la critica della politica. Innanzi tutto di
quell'astrazione di eguaglianza tra gli uomini basata sullo scambio di stesse
ore di lavoro. Il "principio di differenza" che il movimento delle donne e i
movimenti di rivendicazione sessuale difendevano, applicavano, insistevano,
era la scoperta di un orizzonte dove la moltiplicazione delle identità,
individuali, di gruppo, di genere, era da augurarsi come percorso ricco e
pratica di comunismo.

Segmenti consistenti, ma soprattutto un molecolare scollamento di
individui, dei movimenti di quegli anni provenivano dalle fila dei gruppi
della sinistra extraparlamentare. Nella loro impazienza c'era un elemento
fragile, di smarrimento personale di fronte alle leggi obbligate della "lunga
lena" dei processi di opposizione, ma anche una critica lungimirante del
burocratismo politico, degli infernali meccanismi della militanza.
Silenziosamente o grafomaniacalmente, con disperazione o con cinismo, nel
suo piccolo - per quel peso che avevano i gruppi - questo commiato dai
gruppi fu un "bombardamento sul quartier generale".

Ma, anche qui, occorre ricordare alcune cose. Si è sempre citata la crisi dei
gruppi nelle spiegazioni del Settantasette, come se esistesse un rapporto
diretto e univoco. La crisi dei gruppi avrebbe cioè fornito il materiale
umano, il «quadro militante» del movimento, con le sue tecniche di
propaganda, il suo bagaglio e strumentario marxista appreso nelle
interminabili riunioni, i suoi schemi di organizzazione e le sue capacità
militari acquisite nei servizi d'ordine e nella difesa antifascista. In realtà,
non solo a ridosso ma per tutto il Settantasette i gruppi sono ancora ben
presenti, e si stampano e si diffondono i loro quotidiani. Ancora a Bologna,
nel settembre, il Movimento lavoratori per il socialismo tenta una sortita
considerevole. Il Manifesto, poi, è inossidabile. L'area di Lotta continua è
ancora fortissima dopo il convegno di Rimini del '76, e il giornale è, lungo
l'arco dell'anno, un volano straordinario di iniziative, riflettendone
contraddizioni, impasse, fratture, tendenze. Per tutto il Settantasette (o
almeno per una sua considerevole parte) i gruppi continuarono ad agire
dentro il movimento, dentro le assemblee, dentro i cortei.

La realtà quindi è diversa. La progressione del movimento si sviluppa contro
«la logica dei gruppi», tende a rimescolare, a riattraversare quelle
esperienze soprattutto in maniera molecolare, a partire dal singolo
individuo, dal singolo militante, dalla singola esperienza. I militanti che
precipitano uno a uno dentro il movimento lo faranno a partire dal proprio
vissuto, in una sorta di ritorno alle radici, di voglia di incontaminazione,
contro i processi di secolarizzazione che avevano sclerotizzato i gruppi.
Questo "ultimatismo" avrà una carica terribile, intriso com'è di emotività.
Ma trova nel movimento, nel suo giorno per giorno, uno spazio di
rinnovamento e di appagamento. Il quadro dirigente dei gruppi si tirerà
progressivamente fuori dagli impicci e, a memoria, non si riscontra
nell'elenco dei dispersi nessuno che ne facesse parte. Centinaia, migliaia
forse, furono invece i giovani militanti provenienti dai gruppi che seguirono
tutta la parabola del movimento e precipitarono nei suoi esiti. Se non si
tiene conto di questa rottura tra militanti 'qualunque' e vertici dei gruppi -
anche senza volerla caricare di alcun significato - si perde di vista un dato
importante. I gruppi entrano definitivamente in crisi proprio nel
Settantasette, anzi "per" il Settantasette. La critica della politica - il rifiuto
della delega - che il movimento praticò ossessivamente non riuscì a
produrre una forma, un metodo, una tecnica e un criterio differenti, almeno
compiutamente. Nello stesso tempo esso azzardò - nel pieno dei furori della
rivolta - un approccio al quesito dell'organizzazione di classe, delle
strutture dei conflitti e dei poteri che fosse "adeguata" alla nuova
composizione sociale, alla configurazione della modernità, tra dislocamento
e decentralizzazione. Questo approccio al problema del rapporto tra
"spontaneità" dei movimenti e loro "strutturazione" - qualcosa che andava
oltre la tradizione comunista e nello stesso tempo ne rivisitava le
sperimentazioni - ruotava attorno due idee cardinali: la prima, la necessità
di mantenere distinti e reciprocamente attivi, in fertile attrito i piani del
pubblico e del privato, del militante e del cittadino, dell'operaio e del
combattente, del personale e del politico; finché questa tecnica di raccordo
delle funzioni e dei ruoli poté esercitarsi dentro le lotte essa si applicò in
rodaggio, e solo dopo, quando l'affrontamento si semplificò, l'eccesso di
tecnicismo prese il sopravvento in una separazione e indifferenza dei ruoli -
il combattente, l'operaio, il creativo, l'imprenditore - e delle condizioni - il
personale e il politico. La seconda, il convincimento che l'esercizio della
democrazia, la capacità di "decisione" è una cosa "semplice".

Esercizio semplice di una democrazia complessa. La critica della politica era
critica della democrazia formale. Si voleva un'altra democrazia, una
democrazia della società, una democrazia delle classi. Di fronte alle
immagini retoriche che il sindacalismo e la sinistra riformista fornivano di
compartecipazione, di cogestione, "si sapeva" che occorreva invece
sganciare la democrazia dal capitalismo, la democrazia dallo Stato. Si
sapeva che erano necessari dei contropoteri e, almeno, una rete di
contropoteri che si costituissero come potere alternativo. Potere sulla
produzione anzitutto, potere di fabbrica, potere operaio. Una democrazia
quindi come stato d'eccezione, come emergenza. Allo Stato, al sistema dei
partiti che costruiva continuamente emergenza e crisi per restringere
seccamente la democrazia, si poteva rispondere mutando il "segno"
dell'emergenza, trasformandola in una produzione di democrazia.

La definizione e la conquista dello "spazio pubblico" diventa così
determinante per la localizzazione dei poteri. Non si insisterà mai
abbastanza nel sottolineare come la presenza di piazza, l'occupazione di
Università, di case, di quartieri, delle strade, le barricate, le incursioni, le
cariche fossero non il segno d'un costringimento, l'imbuto dello scontro, ma
il carattere precipuo del "territorio metropolitano" come luogo proprio
della produzione e della politica. Non è solo un «riprendiamoci la città»,
quell'importante bisogno di libertà di movimento dentro un territorio che
diventava estraneo e ostile. Il Settantasette intuisce la metropoli come rete
di produzione, come dislocazione della fabbrica, come grande circolazione e
scambio tra moneta e libertà politica, luogo di omologazione dei
comportamenti e di riproduzione rapida dei conflitti, della disgregazione
sociale, dell'alienazione, dell'impazzimento ma anche della solidarietà,
dell'antagonismo. Luogo proprio della cooperazione sociale eccedente,
quella che si era diffusa dalla fabbrica, per via della crescita della società,
per via dell'industrializzazione, pervia dell'innalzamento dei consumi, e
soprattutto per via delle forme particolari che lo scontro di classe aveva
avuto in Italia. La piazza è il "genius loci" del movimento, non certo perché
gli mancassero radici di fabbrica o perché fosse il raduno dei lazzaroni, ma
perché è lì che andava reso visibile quanto stava diventando sottaciuto,
nascosto, marginale, oscuro cioè la produzione di plusvalore, lo
sfruttamento, il profitto e la miracolosa resistenza di classe, il tentativo di
dislocare la propria soggettività. Chi vide la piazza solo come luogo dei
perdigiorno e degli studenti in rivolta e rimproverò al movimento che fosse
la fabbrica lo spazio vero del conflitto, parlava ormai di una "fabbrica
virtuale" che, in realtà, tra cassintegrazioni, licenziamenti,
prepensionamenti, esodi, migrazioni, andava restringendosi vieppiù,
parlava di paleontologia industriale. Il Settantasette è il "primo movimento
metropolitano" nella storia di questo Paese, una rottura secca, una novità
persino riguardo le lotte di appena un decennio prima, quelle del biennio
'68-69 che avevano nella fabbrica il punto dove tendevano a condensarsi
tutte le tensioni. Intuisce la metropoli come territorio del lavoro e della
politica, luogo della cooperazione sociale diffusa, ricomposizione delle
frazioni di società, e rovescia "questa" metropoli contro lo Stato.

Qualsiasi Collettivo, Comitato, Circolo, nelle grandi città come in provincia
(e il libro affronta con diverse analisi questo aspetto, dal Sud al Nord-Est,
dai territori di vecchia industrializzazione a quelli di nuova
ristrutturazione) viveva il territorio come proprio spazio pubblico, come
"casa sua". Se nel '68 si erano tirate le uova alla Scala come protesta,
denuncia, reazione di coscienza, dieci anni dopo dalla periferia arrivano
verso il centro i giovani dei Circoli assolutamente disposti a una "prova di
forza" - che non gli passi proprio per la testa a quelli lì di sentirsi padroni
della città. Sbalordisce - a pensarci adesso - e lo si può tranquillamente
considerare un atto inconsulto, ma quando i colpi del fucile Winchester dal
centro di un piccolo corteo si abbatterono sulle vetrate antiproiettile
dell'Assolombarda, nel cuore di Milano, presumo che lasciarono sibili di
incertezza in quelle sale ritenute al sicuro. E le autoriduzioni di bollette,
dietro cui stava un lavoro capillare per esempio nei quartieri occupati, con
il controllo delle centraline, le sentinelle contro i tagli, la mobilitazione
immediata contro gli sfratti, tutto questo non era un "autogoverno" del
territorio? E le zone di Napoli dove si gestivano le liste di collocamento, si
stilavano gli elenchi, pubblicamente e in assemblea, si impediva l'accesso ai
poliziotti, tutto questo non erano "nuove istituzioni"? E i servizi della sanità
pubblica dove nascevano comitati misti tra lavoratori e malati che
assediavano l'indifferenza soprattutto, la routinaria prepotenza dei baroni,
in un clima euforico e caotico, tra padelle e flebo, ma dove la mobilitazione
era la strada per l'assistenza, cos'era questo se non padronanza del
territorio?

Un'idea di "nuova cittadinanza", che ruota attorno alla critica del lavoro e
alla critica della politica, un movimento come costituzione di società
differentemente che attorno il lavoro, faceva lievitare quest'uso dello spazio
pubblico, questa configurazione semplice della "democrazia
metropolitana".



- "A mo' di conclusione".



E' forse opportuno avvertire il lettore di armarsi di stupore critico nel
valutare la raccolta dei documenti del libro, soprattutto se gli venisse voglia
di approfondire - altrove e altrimenti (c'è una ricchissima bibliografia, ad
esempio, con segnalati i luoghi di reperimento possibile) - la ricerca, la
curiosità. Le cose, soprattutto dal punto di vista delle categorie analitiche,
"non filano del tutto lisce".

"Il movimento si sporcava tranquillamente le idee". Proprio nell'intenzione
di avventurarsi in nuovi territori di conoscenza, di scrollarsi di dosso
tradizionalismi vieti, di riattraversare con freschezza le eredità della lotta,
si accostavano Laing e Cooper con Engels, i filosofi francesi con le vecchie
categorie tedesche, il pensiero della «Krisis» con le ipotesi keynesiane, Sorel
con Gramsci, l'insurrezione con le case-matte, i pre-marxismi alla Fourier
con la Luxemburg, Weber con Foucault, Panzieri con Jung, il pensiero
femminista con... "Una stagione felice", in cui andavano a braccetto
litigando fitto fitto Lenin e Dada, dove tutto era solo sfiorato,
dilettantescamente sfiorato e utilizzato per lottare. Fa sorridere - e nello
stesso tempo addolora per il segno di incomprensione - chi bacchettava il
movimento dalla cattedra d'uno strumentario analitico. Perché quel
movimento era "secchione", le lotte fra le diverse anime, frazioni, strutture
si combattevano soprattutto a colpi di citazioni dai "Grundrisse". E i
"Grundrisse", spesso solo delle fotocopie, stavano negli zainetti e nelle borse
di tolfa, tra un volantino da distribuire, il giornale del gruppo, fresco di
stampa, e la bottiglia molotov.

Una rivoluzione non è mai estremista; accusarla di estremismo è un atto
contro natura. Una rivoluzione si fa con i materiali che si trovano in quel
frangente. Quella fu una rivoluzione, benché "senza esiti", come buona parte
delle rivoluzioni di questo secolo, dall'Ungheria del '19 a quella del '56, dalla
Berlino del '20 alla Danzica del '56, dalla Torino del '20 alla Praga del '68, e
in questo ciclo, in questa guerra tra operai e capitale si inscrive. Fu anche,
coscientemente, una rivoluzione "senza fini": di certo, lontana anni luce
dall'idea di prendere il potere, lo Stato. Semmai, aveva voglia di liberarsene.

Ecco, a partire da qui, dai materiali, dal "cosa", è poi possibile discutere
sugli errori di percorso, sulle forme, sulle analisi, sulle tattiche, sulle
alleanze, sui comportamenti, sulle valutazioni, sulle lotte intestine, sulle
occasioni perdute dalle sinistre. E' possibile provare a capire perché le
intuizioni che il movimento ebbe delle trasformazioni che stavano
accadendo, e del crinale sul quale stavano accadendo, assunsero quel segno
odioso dei vent'anni che seguirono: per cui il postindustrialismo è diventato
intensificazione dello sfruttamento, la comunicazione diffusa è il gran
canale dell'alienazione, la politica sconta una separatezza forte e un
tecnicismo tutti lontani dalle domande sociali, i territori produttivi sono
attraversati dal secessionismo economico.

In questo ventennio s'è perduta alla politica almeno una generazione, s'è
perduta ai conflitti, alla democrazia. A quella nuova, a quella che
cominciava a sgambettare nel Settantasette, è dedicato questo libro. Il cui
"exergo", che invece poniamo qui, è la frase che un anonimo scrisse sui muri
del cimitero di Napoli, in affettuosa comunicazione ai colà residenti, l'anno
dello scudetto di Maradona, mentre impazzavano i festeggiamenti:
«Guagliò, che vi siete perduto!».







*

TUTTO IN UNA NOTTE

Marino Sinibaldi





La cosa più straordinaria dei movimenti collettivi è il modo in cui
trasformano le persone: rapido, radicale, profondo come poche altre
esperienze umane. La parte di generazione che vent'anni fa entrò nel
movimento del '77 uscì incredibilmente cambiata nei suoi connotati. In
pochi mesi, forse appena qualche settimana, mutò attese e idee sul mondo,
valori politici ed esistenziali; e continuò a farlo per anni, dopo la fine di
quell'esperienza ma sull'onda di quel movimento. Del resto non cambiavano
solo le persone, ma lo scenario insieme a loro. All'inizio sembrava una tipica,
un po' rituale mobilitazione politica: contro i fascisti a Roma, la burocrazia
comunista a Bologna, le repressioni poliziesche, le sentenze giudiziarie, la
solidarietà nazionale tra P.C.I. e D.C. un po' ovunque. Solo più violenta e
disperata, come mobilitazione: molti di quei giovani provenivano dalla
sconfitta dei gruppi extraparlamentari della sinistra rivoluzionaria.
Avevano perso le elezioni, nelle scuole e nelle fabbriche le vecchie parole
d'ordine avevano sempre meno presa, Lotta continua si era persino sciolta,
dichiarando chiusa la sua esperienza. Ciascuno si sentiva più solo, dopo gli
anni intensi della militanza e della mobilitazione permanente. Ma in quella
diffusa solitudine ognuno sembrava cercare la sua strada, e tentava ancora
di condividere scelte, valori, soluzioni. L'inverno prima del '77 fu una
stagione straordinaria, di solitudini dolorose e feconde. Ci si scambiava
pochissime parole, si disertavano i vecchi luoghi di aggregazione, si
cominciava a misurare il distacco dalla politica ma non si voleva rinunciare
a una qualche dimensione collettiva. E si tentavano forme nuove: in alcune
città si diffuse l'effimera esperienza delle autoriduzioni nei cinema:
sembrava la replica, un po' più disimpegnata, di antiche pratiche di massa
come l'autoriduzione delle bollette e degli affitti. In realtà era il primo segno
dell'abbandono degli antichi territori delle lotte economiche e rivendicative,
della sfiducia nel linguaggio e le forme della politica. Le sue ragioni
apparivano consumate. Si trattava dunque di andare oltre, a partire da sé e
dai propri bisogni. Quell'inverno assunse la forma di una grande, silenziosa
migrazione mentale: si cambiavano letture, abitudini, amicizie. Perciò
quando il '77 arrivò, ci trovò pronti al più strano e indecifrabile dei
movimenti collettivi che la storia d'Italia abbia conosciuto.

Un movimento ambiguo e stratificato: in superficie si agitavano ancora i
tratti di una 'normale' esplosione politica di studenti, giovani disoccupati,
precari del lavoro nero. Mancavano del tutto gli operai, ma sembrava il
prezzo da pagare alla svolta sindacale, alle politiche dei sacrifici e
dell'austerità. I primi tentativi di autoanalisi usavano ancora le antiche
categorie dei conflitti economici e politici. Ma quasi tutti avvertivamo che
sotto, dietro, al di là della superficie stava accadendo qualcosa di molto più
radicale. Ci mancavano le parole per dirlo ma in un arco di tempo breve
(anzi fulmineo, a considerare il periodo più intenso ed esplosivo delle
occupazioni, le manifestazioni e gli scontri) un'intera generazione consumò
il suo esodo dalla politica. Si potrebbe definire un caso esemplare di
eterogenesi dei fini: iniziammo il '77 convinti di fare una cosa - un
movimento politico che rifondasse le idee e le organizzazioni rivoluzionarie
e combattesse la degenerazione della sinistra ufficiale - ma finimmo in
tutt'altra direzione, totalmente al di fuori di quella traiettoria.

Dentro quel movimento, infatti, le parole e le formule antiche si usuravano
giorno dopo giorno. Chi si sforzava di tenerle insieme, finì nel più tragico e
assurdo dei vicoli ciechi, bruciò se stesso e le proprie idee nel falò della lotta
armata. Altri, per aggirare quella difficoltà e questo baratro, inventavano
parole e forme nuove - o che apparivano tali - una dopo l'altra. In una specie
di onnivora rivendicazione di tutti i movimenti e di tutte le pulsioni
antagoniste e alternative, in poche settimane migliaia di giovani
recuperavano la cultura beat e quella dada, il situazionismo e l'anarchismo,
la psichedelia e le spiritualità non occidentali, il vegetarianesimo e l'arte di
strada, la non violenza e il terrorismo nichilista. Tutto insieme, tutto - a
rivederlo da oggi - in una notte. (E una notte era davvero, perché lo sfondo
di quella frenetica reinvenzione collettiva era un Paese cupo e ostile).

Ne derivò il più grande casino politico-culturale cui si sia mai assistito.
Come in una specie di allegra e devastante Torre di Babele, nelle Facoltà
occupate si cominciavano a urlare centinaia di lingue diverse. A tenerle
insieme restava solo la repressione e l'ottusità delle istituzioni, la rete dei
divieti e delle persecuzioni. Tutto il resto era già consumato e ce ne
accorgemmo quando quella tensione cominciò a declinare: ci guardammo
negli occhi e vi leggemmo i frammenti di una comunità ormai esplosa.

Fu faticoso scoprirsi diversi da come ci credevamo e ci
autorappresentavamo. E quella scoperta determinò lo shock finale e
definitivo del '77. Ne derivò la stagione della violenza e del riflusso.
Semplicemente c'era chi non si rassegnava al dissolvimento della vecchia
immagine e chi troppo facilmente se ne liberava. Ma questa è storia di dopo,
è già anni Ottanta. Ossia l'epoca che la fine del '77 impercettibilmente
anticipò. E non è solo un'annotazione cronologica: nel suo isolamento e
separazione da tutto il resto del mondo, quel movimento elaborò un
percorso che poi - deviato, deformato, rovesciato - sarà di un'intera società.
L'esodo dalla politica, la frantumazione della soggettività, la riscoperta del
sé e della sua centralità, la fine delle solidarietà estese e astratte e la
reinvenzione di forme più ridotte e concrete, il narcisismo e l'edonismo: le
cose belle e brutte del decennio o quindicennio successivo al '77 stavano già
tutte nelle parole e nei pensieri di quel movimento. La coppia
creatività/violenza, che in tutte le varianti, gli intrecci e i conflitti possibili
dominò la dinamica interiore del '77, generò i valori contraddittori e
decisivi dell'Italia degli anni Ottanta. Eravamo un'avanguardia, ma non
trascinavamo con noi il passato che credevamo di reinventare, bensì un
futuro che forse non avremmo mai voluto.

Questo paradossale e incredibile destino - un piccolo movimento
emarginato e perseguitato che anticipa valori che un'intera società farà
propri - non è nuovo nella storia: è il percorso di molti piccoli gruppi che,
per capirci, possiamo definire ereticali. E tantomeno è sorprendente che
questa appropriazione avvenga falsificando e rovesciando il senso di quei
valori. Piuttosto è singolare che manchi qualunque riconoscimento e
pubblica riflessione. Salvo pochi tentativi mediatici di celebrazione e
neutralizzazione pateticamente spettacolare, quel movimento e quell'anno
rimangono una sorta di buco nero dentro cui nessuno ha voglia di guardare
(noi compresi: perché fu un tempo vitale ma anche tragico, di morti
pubbliche e individuali, clamorose e silenziose).

Ma solo qui alla fine si può intravedere la verità del '77. Nel chiuso dei nostri
piccoli gruppi o nelle piazze dove agitavamo linguaggi e idee che non aveva
senso tenere in vita, eravamo al centro di una grande corrente
internazionale. La stessa che negli stessi mesi e anni generava il punk e la
new-wave artistico-esistenziali, consumava le ultime rivoluzioni dell'epoca
della politica (il Portogallo, il Vietnam, l'estrema Africa anticoloniale),
compiva quel passaggio epocale cui è stato dato il nome convenzionale e
insufficiente di postmoderno. Era la trasformazione materiale e mentale da
cui nasceva la società postindustriale e muovevano i primi passi
dell'artificializzazione dell'esistente. Forse c'era bisogno che qualcuno
compisse quell'enorme lavoro di smobilitazione e smaterializzazione. Isolati
e perseguitati, i giovani del '77 si assunsero quel compito epocale. Ragioni e
idee di quel processo ci erano del tutto oscure. Ma proprio per una sorta di
felice inconsapevolezza compimmo invece nel '77, per l'ultima volta
collettivamente, la trasformazione decisiva della nostra generazione.































*

UN'ALTRA VIA PER LE INDIE. INTORNO ALLE PRATICHE E ALLE CULTURE
DEL 77

Primo Moroni





"La vicenda di chi cerca un'altra via per le Indie e proprio per questo scopre
nuovi continenti, è molto vicina al nostro modo attuale di procedere".



E' una delle tante scritte creative di cui erano costellati i fogli del
movimento '77. In questa e in altre espressioni metaforiche appare evidente
la sollecitazione a immaginare e il desiderio di rompere con il linguaggio
ripetitivo e stanco della politica. Eppure molti di coloro che, almeno nella
fase iniziale, diedero vita a quella sterminata produzione quotidiana di fogli
e giornali, proprio dalla politica venivano e in questa avevano investito
energie e intelligenza soggettiva e collettiva. Ancora oggi è piuttosto
difficile tracciare una genesi sensata e comprensibile dello straordinario
rovesciamento della produzione di senso che si sviluppò nel breve periodo
che va dall'inverno '75 alla fine del '77. E' difficile comprendere che molti di
coloro che diedero vita comunicativa a quella stagione di rivolta, avessero
trovato dentro se stessi sia la cronologia della propria vicenda personale e
militante, sia le ragioni della distruzione e del superamento della stessa per
rinascere dentro nuovi universi vitali così accidentati e radicali da sfiorare il
crinale sottile che separa la razionalità concreta dalla follia desiderante.



"E a chi ci chiede dove intendiamo andare rispondiamo che le soluzioni
sappiamo trovarle solo quando la situazione ha maturato la loro
possibilità".



A distanza di così tanto tempo verrebbe la tentazione di riferirsi a una
specie di illuminazione come a volte avviene per certi scienziati che dopo
aver studiato molto tempo un problema, seguendo un protocollo scientifico
conosciuto e da tutti praticato, improvvisamente e 'casualmente', uscendo
dai canoni della pur colta consuetudine, trovano il grimaldello che scardina
l'oscurità del dilemma che era apparso fino a quel momento irrisolvibile. In
realtà tutti coloro che si occupano di epistemologia sanno che invece quella
'casualità' era incisa nell'accumulazione cangiante di tutti i saperi
precedenti e che solo l'ortodossia burocratica aveva impedito fino a quel
momento il suo affermarsi come senso comune.

Così, le intuizioni comunicative del '77 avrebbero potuto essere e rimanere
un'esperienza di laboratorio culturale se non si fossero invece
immediatamente rivelate una formidabile interpretazione sovversiva dei
movimenti reali che si formavano all'interno dei processi materiali in rapida
trasformazione.

E questa sinergia tra crisi delle politiche precedenti, ricerca di nuovi
strumenti di analisi/intervento e soggettività diffuse, finì con il produrre
un'ondata rivoluzionaria pressoché inedita e sconosciuta, nella sua sintesi
compiuta, ai movimenti precedenti.



Un muoversi «policarpico» scriverà Enrico Palandri nel suo romanzo
"Boccalone", uno dei pochi testi di letteratura espressi dal movimento '77
pubblicato dalle edizioni Erba Voglio di Elvio Fachinelli. Il fatto che le stesse
edizioni avessero stampato anche "Alice è il diavolo" e "Alice
disambientata", relativi all'esperienza di Radio Alice di Bologna, è
abbastanza indicativo delle affinità esistenti tra le 'culture' dell'omonima
rivista di Elvio (Laing, Cooper, le controculture underground, le pratiche
antiautoritarie, il Marx giovane dei "Manoscritti", le «dialettiche della
liberazione» eccetera) e alcune delle componenti esistenziali e culturali
degli universi vitali frastagliati del movimento '77. Questi universi ponevano
con forza non solo un modo totalmente diverso di concepire il rapporto vita-
politica, ma anche una serie di contenuti e valori che non erano mai stati
messi all'ordine del giorno - dal '68 alla prima metà degli anni Settanta -
dalla progettazione politica sia istituzionale che extraparlamentare.

L'altra iniziativa editoriale strettamente intrecciata con quella breve e
innovativa stagione di rivolta è stata Squi/libri, che pubblicherà estratti
dalla rivista «A/traverso» ("Finalmente il cielo è caduto sulla terra"), i
materiali (importantissimi) dei Circoli del proletariato giovanile milanesi
("Sarà un risotto che vi seppellirà"), testi letterali e autobiografie di
movimento. Squi/libri pubblicherà anche " L'ideologia francese", una dura
polemica contro i «noveaux philosophes» (Clavel, Glucksmann, Bernard-
Henri Lévy eccetera.). Un libro che smascherava un pensiero che pur
esplicandosi sul terreno del movimento (la critica dello stalinismo) finiva
per essere l'occultamento di una necessità tutta capitalistica ed
«eurocomunista» (nella dizione '77 «neurocomunista») di ristrutturazione,
a «livello europeo dello Stato, che partiva dall'esigenza di disciplinare
rigidamente un mercato del lavoro che l'ondata di lotte degli anni '68-73
aveva reso ingovernabile».

Nelle teorie dei «nouveaux philosophes» (ma anche di uno 'storico' come
Furet, che sarebbe poi diventato uno dei più importanti esponenti del
«revisionismo storiografico») risultava evidente il ruolo degli intellettuali a
copertura della nuova progettualità capitalistica. Un ruolo che finiva per
accomunare i francesi all'appello rivolto da Berlinguer ai colleghi italiani
nel famoso convegno al teatro Eliseo, cioè la richiesta di «ridurre la cultura
a organizzazione a più voci del consenso».

In questa direzione c'era piena affinità tra il piano Barre in Francia contro
chi rifiutava un impiego proposto dagli Uffici del lavoro, il «preavviamento»
in Italia e il "Berufsverbot" in Germania. Il problema che le élite
capitalistiche avevano in comune consisteva nel fatto che «era divenuto
insufficiente un controllo del mercato del lavoro attraverso le stratificazioni
salariali e le divisioni razziali, etniche, sessuali, culturali, in quanto queste
differenze avevano finito per rovesciarsi in fattori di insubordinazione e di
organizzazione autonoma».

Dentro questo schema appariva evidente la funzione del lavoro intellettuale
tecnico-scientifico. Il suo sviluppo era stato accelerato dalla stessa
insubordinazione operaia e dalla necessità di ricondurre la forza-lavoro al
controllo. Il ruolo di questi lavoratori aveva finito per subire una
proletarizzazione che, tendenzialmente, li trasformava in un possibile
settore trainante della ricomposizione di classe. E se già nei movimenti del
'68 era stato sottolineato il ruolo del tecnico (qualsiasi tecnico, piccolo o
grande) e dello scienziato come forza ostile alla classe, nel nuovo contesto il
lavoratore intellettuale (sia che si trovasse a operare nell'Università o nel
campo dell'industria culturale e del consenso, sia che operasse nel settore
dei servizi fino alla sua tendenziale militarizzazione nel ciclo del nucleare)
diventava di fatto uno dei soggetti di classe più importanti per la strategia
capitalistica.



"Sottrarre il sapere come lavoro vivo dell'intelligenza, come forza-
creatività, al dominio del sapere sociale accumulato come capitale.
Rompere questo dominio significa anche acquisire la coscienza che il sapere
non può più essere (non deve essere) una polizza di assicurazione per
garantirsi il lavoro salariato, ma lo stesso terreno, la stessa determinazione
delle possibilità della soppressione del lavoro salariato".



Queste riflessioni, liberamente estrapolate dal testo delle edizioni Squi/libri,
forniscono nella loro sinteticità una notevole filigrana del quadro di analisi
in cui si trovano a operare le nuove intellighenzie del frammentato e
proteiforme movimento '77.

E non è meno importante che queste analisi siano contenute in un testo
teorico che partendo da una polemica politico-filosofica estende il suo
campo di azione alle basi materiali, culturali e teoriche che il movimento
stesso deve darsi per avere vita e progetto. In questi testi si ritrovano i
riferimenti ai soggetti reali che compongono la galassia movimentista: le
donne e l'emergere a livello di massa del movimento femminista; il
proletariato giovanile di fronte al progetto di nuovo disciplinamento senza
diritti (lavoro nero, ciclo del sommerso eccetera), un processo che non solo
annulla la grande fabbrica come «luogo dell'espressione» ma che
difficilmente ne troverà altri nel circuito produttivo disgregato e diffuso; il
nuovo ruolo degli studenti (a Bologna saranno i cosiddetti «fuori sede» l'ala
trainante della rivolta) e il loro interrogarsi sulle funzioni del lavoro
intellettuale fino a riscoprire la memoria sopita dell'opera di Hans Jürgen
Krahl ("Costituzione e lotta di classe" e le "Tesi sul rapporto generale di
intellighenzia scientifica e coscienza di classe proletaria"); il ciclo di lotte
del terziario che avrà, per questo settore della forza-lavoro, lo stesso
significato che aveva avuto il '68-69 per l'operaio metalmeccanico;
l'esaurirsi della centralità della fabbrica come luogo esclusivo del conflitto
che assicura spazi di libertà a tutti gli altri movimenti sociali collettivi.



"Agli operai come al solito diciamo poche parole, così ci intendiamo: non
mettetevi in salvo e insorgete subito".



La generazione del '77 assume spontaneamente e radicalizza la tematica
del rifiuto del lavoro, cioè nega che il lavoro industriale della grande
fabbrica possa rappresentare un fondamento costitutivo della sua identità.
Ma, nello stesso tempo, ipotizza che il lavoro intellettuale sussunto al
processo produttivo (da qui importanti riferimenti ai lavori di Alfred Sohn-
Rhetel e di Paul Mattick) possa essere «liberato» per far diventare «la
scienza, la cultura, l'arte, la stessa creatività, il terreno su cui fondare i
nuovi conflitti e le nuove identità sociali». Che questo terreno contenga in sé
tutte le potenzialità per diventare il «laboratorio scientifico della
sovversione» verso la distruzione della «prestazione» e
contemporaneamente quello della scienza della trasformazione.



"Cioè, non possiamo pensare che se occupiamo una zona per tre giorni,
mentre mille compagni difendono le barricate con gli ultimi ritrovati della
scienza della distruzione, altri cento stanno dentro ad applicare gli ultimi
ritrovati della scienza della trasformazione? Che quando ce ne andiamo e
togliamo le barricate, nel luogo che abbiamo occupato i macchinari
funzionino in altro modo e siano disposti in altra maniera?"



L'emergere dei grandi sistemi tecnologici e informatici è intuito come
settore di intervento strategico. L'intelligenza tecnico-scientifica, applicata
e destinata al controllo dell'erogazione del lavoro vivo, può cambiare di
segno indirizzandosi alla produzione di una soggettività alternativa, quella
dei «sistemisti competenti» capaci di "creare le condizione per un uso
liberante dell'informatica", capaci di piegarla a un diverso uso sociale verso
la soppressione del lavoro (e sta in questo la radice del cyberpunk).



Sullo sfondo di queste azioni-riflessioni la forza devastante della
ristrutturazione industriale e del decentramento produttivo che centrifuga i
soggetti sociali nei territori metropolitani e nei grandi hinterland. Una
ristrutturazione segnata dall'intreccio tra grande, media, piccola fabbrica,
terziario e lavoro nero che, a differenza di quanto sosteneva il P.C.I., non
portava a un «restringimento della base produttiva» (per alludere a una
riduzione quantitativa e qualitativa di classe) ma, al contrario, a un suo
allargamento decentrato e selvaggio.

Ed è proprio questo il territorio (metropolitano e sociale) dal quale partire,
e nel quale operare, con un nuovo movimento di classe che «non deve
prendere il potere» ("ancora una volta contrapporre al fascino del potere la
simpatia della liberazione") ma trasformare continuamente se stesso e il
mondo.



D'altronde, lo stesso movimento della F.L.M. (Federazione lavoratori
metalmeccanici) e dei Consigli di fabbrica, che pure nel '74 aveva prodotto
la più avanzata piattaforma contrattuale mai conquistata da un organismo
operaio dell'Europa occidentale, era entrato in crisi come forma di potere
della forza-lavoro. Stretto nella morsa delle segreterie delle Confederazioni
sindacali, che volevano riportare al «centro la contrattazione», finiva con il
perdere le proprie funzioni insieme al declino del modello produttivo di cui
era espressione speculare. Si direbbe oggi: come espressione matura e
irriducibile dello storico «compromesso socialdemocratico fordista», ma di
questo, inesorabilmente, esito e negazione.



Non si può affermare che ci fosse allora la piena coscienza di una svolta così
epocale, ma indubbiamente la devastante trasformazione produttiva
determinò l'entrata in crisi delle forme di rappresentanza
extraparlamentari che furono il sensore di una più vasta crisi che avrebbe
poi investito tutte le altre forme di rappresentanza del sistema dei partiti.



Così, se i raffinati analisti della nuove riviste («Quaderni del Territorio»,
«Primo Maggio», «Rosso», «Controinformazione») già parlavano di fase
post-taylorista e di fabbrica diffusa (oggi si direbbe: esternalizzazione,
contoterzismo, postfordismo), il movimento '77, con il suo emergere
fragoroso e inaspettato, pone la metropoli e la molteplicità dei soggetti
prodotti dall'offensiva capitalistica (la «scomposizione di classe» come
terreno "iniziale" del nuovo agire rivoluzionario) al centro della propria
azione di rivolta. E pone questi problemi con una forza di analisi per molti
versi anticipatrice in rapporto ai pur agguerriti laboratori dell'operaismo e
della stessa Autonomia operaia organizzata o diffusa la quale tenterà
invano (producendo non pochi danni e confusione) di prendere la direzione
del nuovo movimento.



E se è vero che grande è stata l'importanza delle culture e delle
controculture nel delineare l'azione del movimento '77 (si pensi al lungo
confronto con Foucault, ma anche con l'opera di Sartre sul ruolo
dell'intellettuale: «engagement» e «intellettuale specifico»), la sua
caratteristica peculiare, in rapporto ad altri fenomeni europei, è stata che
questo nuovo proletariato metropolitano si era immediatamente rivelato
come forza produttiva difficilmente disciplinabile, proprio perché i suoi
universi vitali di riferimento non erano riducibili alle categorie del politico,
della piattaforma rivendicativa o della rappresentanza. Ma proprio per
questo non erano nemmeno riducibili alla sfera delle controculture (come
sarebbe poi stato il punk).

La scomposizione sociale messa in atto dal comando capitalistico diviene
terreno fertile («policarpico», appunto) del nuovo agire rivoluzionario. Si
produce un 'trip' collettivo che finisce per liberare corpi, soggetti, creatività,
culture e riferimenti assai eccentrici in rapporto alle esperienze di
sovversione precedenti. In un breve spazio di tempo (uno, due anni) si
verifica un'autentica esplosione di teorie, riflessioni, testi di riferimento che
non avevano mai avuto centralità prima di allora. Ciò consente invece ai
nuovi soggetti una confidenza e una pratica che finisce per rovesciare il
rapporto teoria/prassi o struttura/sovrastruttura.



"Il movimento dei non garantiti ha prodotto un'enorme testa, una mole di
proposta teorica e strategica che ha pochi confronti nella storia secolare del
movimento comunista, ma ora c'è un corpo gigantesco che può e deve
muoversi. Ma occorre togliere al movimento il carattere di movimento degli
studenti, e definirne, anche nel territorio, il carattere proletario dando
corpo in modo irreversibile alla creazione di zone liberate non solo
nell'Università ma nei quartieri operai, costruendo un cordone sanitario che
tolga consenso a ogni risposta dello Stato".



Su questo terreno i «policarpici» si imbatteranno anche in Agnes Heller e
nella sua rilettura dei bisogni in Marx. Saranno però capaci di evidenziare i
limiti della sua analisi che voleva la classe operaia come soggetto portatore
dei bisogni più radicali. Sul piano teorico preferirono la ricerca di Deleuze e
Guattari ("L'anti-Edipo") che vedeva il soggetto desiderante «sottrarsi» al
dominio delle forze materiali e ai limiti dell'«appartenenza di classe» per
a/traversare tutte le possibili figure sociali in separ/azione (i giovani
operai, i disoccupati, i lavoratori marginali, gli intellettuali proletarizzati, i
microcomportamenti, i gay, le donne, l'assenteismo, il sabotaggio eccetera)
e per determinare una diversa ricomposizione in «divenire», una
determinazione a sottrarsi alla prestazione lavorativa comandata e a un
mutare in continuazione che necessita di linguaggi totalmente nuovi e
sottratti alla sfera del politico (ed è questo «il cielo che finalmente è caduto
sulla terra»).

Da qui l'attenzione quasi spasmodica verso la costruzione di forme
espressive molteplici e de/liranti. Le uniche nei fatti capaci di dare senso
alla liberazione e al desiderio sottratti al dominio del politico e della
produzione. Majakovskij, quindi, e il suo rifiuto della scissione fra
movimento e partito, fra forma quotidiana dell'esistenza e politica, fra
trasformazione della vita e cambiamento del mondo.



"Ma questa volta Majakovskij non si ucciderà: la sua piccola browning ha
altro da fare".



Ponendosi così contro tutto «l'idealismo che, dopo Marx, ha invaso il terreno
della teoria e il socialismo che, dopo Lenin, scinde il movimento di
liberazione dalla lotta contro il modo capitalistico di produzione».



L'attenzione alle forme espressive e alla creatività delirante fanno del
movimento '77 una specie di torrente tumultuoso in cui convergono
memorie e culture di interi settori delle avanguardie artistiche e delle
pratiche rivoluzionarie eretiche dei "cultural-workers" di mezzo secolo di
storia europea. Azioni di strada, "happening", "performance" mediati e
reinventati dalle esperienze dada, surrealiste, futuriste, hippie, provos,
underground, situazioniste eccetera.

Una pratica della festa urbana, collettiva, sovversiva e ironica resa più
consistente da una raffinata e spontanea riproposizione metabolizzata degli
universi situazionisti, evitandone i limiti di piccolo gruppo separato e in
permanente diaspora. E qui la «pratica delle situazioni» diventa invenzione
quotidiana strettamente intrecciata con i processi reali della scomposizione
di classe, ben oltre le aspettative quasi mai realizzate dalle piccole
straordinarie aggregazioni operanti intorno alla disciolta Internazionale
situazionista, dalla cui esperienza, saperi e autori (soprattutto Debord e
Vaneigem), verrà però continuamente tratto un nutrimento operativo
formidabile verso un «vivere senza tempo morto» e un «agire come se non
dovesse mai esserci futuro».



"Nessun problema vale per me quello che pone a ogni istante della giornata
la difficoltà di creare una passione, di compiere un desiderio, di costruire un
sogno come se ne costruiscono nel mio spirito, la notte" (Claudia Salaris, "Il
movimento del '77, AAA Edizioni, 1997).



Piazza Maggiore a Bologna, Campo de' Fiori a Roma, piazza Mercanti a
Milano sono di fatto delle «zone temporaneamente autonome». E' il
linguaggio fulmineo e creativo che si fa sintesi e progetto di
azione/comprensione immediata che riporta il tutto dalla sfera estetico-
sovversiva ai processi reali: «Dal Lirico all'Epico (evitando il tragico)»
scriveranno su un volantino dell'aprile '77. Se «epica» è la dimensione di
massa desiderata, il «tragico» può essere rappresentato «dall'ipotesi che
punta a una radicalizzazione armata dello scontro con lo Stato».



"La ricomposizione non è un imperativo morale, un dogma politico; è un
desiderio del movimento; occorre trovare una macchina-comportamento
che interpreti questo desiderio. Proviamo sul terreno della scrittura
(trasformazione del quotidiano, studio collettivo, autocoscienza, violenza,
scrittura). Non una sintesi esterna, ma una disponibilità a sopportare la
curva del processo, facendosi soggetto pratico della tendenza, sul piano di
una teoria/scrittura, di una scrittura/pratica trasversale che in sé dia corpo
alla tendenza".



Eppure, nella produzione creativa del movimento, che nella scrittura
individua un terreno fondamentale di ricostruzione della sovversione
rivoluzionaria, non si coglie una reale «dissociazione» dalla lotta armata
che caratterizzerà molti dei gruppi dirigenti della sinistra
extraparlamentare, e che sarà all'origine dello stesso scioglimento
«dall'alto» di Lotta continua. C'è piuttosto la consapevolezza che una scelta
di questo genere era «conficcata geneticamente» nelle memorie possibili del
movimento e che il nuovo quadro politico non poteva che favorirne
l'emergere e il consolidarsi ben oltre le aspettative delle minuscole
minoranze dei quadri armati clandestini o in via di clandestinizzazione. Le
soggettività politiche del ' 77 non potevano che favorirne l'emergere e il
consolidarsi ben oltre le aspettative delle minuscole minoranze di altre
soggettività già strutturate dentro apparati armati clandestini o in via di
clandestinizzazione.



"Vi sono diverse ipotesi nel quadro sociale che possiamo, nella sua accezione
più ampia, definire movimento. Ma sono comunque iscritte nella forma
stessa della pratica sociale e culturale di questi strati".



"Mentre nella battaglia di artiglieria ci logoriamo e perdiamo uomini, forze
e soprattutto intelligenza e vita, sul terreno dell'organizzazione tecnico-
informativa è possibile vincere sottraendola alle sue funzioni di controllo
dell'intelligenza accumulata".



E se l'ipotesi che puntava a una radicalizzazione armata dello scontro con
lo Stato, attraverso la formazione di un quadro militare radicato nei settori
proletari metropolitani, considerava ovviamente prioritario il problema del
radicamento della forza combattente rispetto alla dimensione di massa del
movimento ("e qui si trattava di un 'ipotesi di sudamericanizzazione
oggettiva"); l'altra ipotesi, che riconosceva nella diffusa e profonda
trasformazione dei comportamenti di vasti settori, soprattutto giovanili, un
terreno capace di resistere e di consolidarsi al di fuori dei tempi tattici del
confronto con lo Stato, considerava a sua volta secondaria la tenuta di
massa del movimento, sottovalutando il nesso fra rapporti di forza generali
e margini di tenuta dello stesso processo di trasformazione del quotidiano.

In questo senso il dilemma appariva sui fogli del movimento '77 come un
processo reale, come una condizione materiale e drammatica delle scelte e
dell'agire quotidiano dei soggetti sociali della galassia movimentista.

Ma io credo che ci fosse anche una più complessa consapevolezza che era
lentamente maturata a partire dal '75 (data di uscita del primo numero di
«A/traverso», ma anche inizio della nuova serie della rivista «Rosso» legata
alla nascente area dell'Autonomia operaia organizzata) dopo la lunga
riflessione sulle lotte operaie del '73. Per alcuni quel ciclo di lotte poteva
significare l'inizio di una nuova e fulgida fase di scontro operaio, per altri
invece era in tutta evidenza la chiusura di un lungo ciclo di scontro che
aveva avuto nell'«autunno caldo» la stagione realizzata della pratica della
conflittualità permanente, della tendenziale estensione dell'egemonia
dell'operaio-massa sia sulla società civile che dentro le istituzioni.



"Basti pensare che nel '69 il sindacato era diventato formalmente gestore
del massimo ente previdenziale italiano, l'Inps, la cui funzione di regolatore
del mercato del lavoro verrà scoperta molto più tardi" (Sergio Bologna,
"Crisi delle politiche e politiche della crisi", cit. nella bibliografia).



Per altri, quelle lotte erano, al contrario, la tendenziale conclusione di un
ciclo iniziato molti anni prima. Un ciclo che aveva sottratto i movimenti
della classe al governo del P.C.I., che aveva costituito l'autonomia del
sindacato, che aveva segnato l'egemonia dell'ideologia rivoluzionaria sul
mondo giovanile attraverso il formarsi di un area politica
extraparlamentare, che aveva prodotto una grande
trasformazione/innovazione nella cultura e nei comportamenti dell'intera
società civile. E dentro questo processo la violenza politica aveva finito per
assumere un ruolo determinante.



"Certo, qualunque analisi storica di quegli anni non può non tenere conto
del fatto che la forma violenza è stata determinata, costretta, si potrebbe
dire, da una provocazione di Stato, o comunque, anche lasciando da parte il
trauma di piazza Fontana, è stata la reazione a un irrigidimento del sistema
politico, a una sua reazione di immobilismo e di difesa di vecchi schemi da
parte del sistema dei partiti e della D.C., o di una parte della D.C. in
particolare". Sergio Bologna, "Crisi delle politiche e politiche della crisi",
cit.).



Ma è nella fase successiva al '73 che questo quadro tende a cambiare
inesorabilmente. E cambia insieme all'inizio dei processi di ristrutturazione
che tolgono incisività al potere operaio in fabbrica (si pensi all'uso politico
padronale della Cassa integrazione, ai contraccolpi dell'inflazione, alla
sempre più frequente chiusura di aziende eccetera). Cambia insieme al
mutare del quadro politico e delle sempre più frequenti battaglie per i diritti
civili, mentre il P.C.I. tende a rinnovare i suo statuti materiali attraverso la
strategia del compromesso storico che contiene strutturalmente la necessità
di allearsi con gli avversari di sempre. In questo stesso periodo inizia la crisi
delle formazioni extraparlamentari che vengono ricanalizzate in nuovi
percorsi di rappresentanza politica istituzionale o finiscono per sciogliersi.
Il potere operaio è costretto ad arroccarsi dentro la fabbrica perdendo poco
a poco quell'egemonia sulla società che aveva conquistato nella fase
precedente. La pratica della violenza appare a molti (avanguardie operaie
comprese) come uno dei pochi strumenti ancora praticabili per reggere i
nuovi livelli di scontro.

La nascente, e in rapida diffusione, area dell'Autonomia operaia tenterà di
governare nel sociale questi processi per evitare che si avviino verso la
creazione di una specifica forma-violenza organizzata in partito. In
parallelo, il nascente movimento '77, dimostrando consapevolezza della fase
critica attraversata dagli universi movimentisti, tenta di spostare l'asse del
conflitto altrove: sul terreno della rivolta creativa desiderante, individuando
nella nuova intellettualità proletarizzata e di massa in formazione l'ambito
all'interno del quale ricondurre una nuova stagione di rivolta che
contenesse sia la memoria complessiva dei precedenti cicli di lotta che il
superamento definitivo di gran parte dei loro fondamenti teorici e
ideologici.



"L'autonomia possibile non può dispiegarsi senza una critica e un
superamento dell'autonomia esistente".



E' quindi difficile separare del tutto il muoversi dell'Autonomia operaia
diffusa o organizzata (ma soprattutto di quella diffusa) dalle vicende più
strettamente intrecciate con gli universi vitali politici e culturali del
movimento '77. Ma, d'altronde, se è vero che questi due percorsi si sono
spesso mischiati, determinando di volta in volta cortei giganteschi che
potevano essere indifferentemente creativi o violenti (la teoria dei «violenti
infiltrati» è quantomeno riduttiva e mistificante), è anche vero che essi
erano profondamente diversi, sia per quanto concerne l'impianto teorico
che le modalità pratiche di intervento sociale e politico. Queste differenze
sfoceranno periodicamente in polemiche aperte non certamente relative
all'uso della violenza, ma piuttosto connesse alla sua forma organizzata e
progettata.



"L'atteggiamento di settori dell'Autonomia operaia organizzata (quella con
la A maiuscola), comportamento di parata militare, violenza e aggressività
verso i compagni, è il segno di una incomprensione profonda del nuovo che
questo movimento esprime. L'imposizione di una logica minoritaria e
organizzativistica, sia di stampo militarista sia di stampo operaista, rischia
di costringere su posizioni centriste settori del movimento che centristi non
lo sono di certo".



Il '77, come forma generale di protesta metropolitana strettamente
intrecciata con la nascente nuova composizione politica di classe, non riuscì
a trovare una forma di organizzazione politica adeguata alla ricchezza dei
problemi che portava dentro di sé. Le problematiche poste in essere da
quella breve stagione di ribellione creativa anticipavano largamente la
percezione della modifica profonda che stava avvenendo (che sarebbe
avvenuta) nel complesso dei rapporti di forza del quadro politico italiano.
Sia a partire dalla crisi definitiva della forma-partito e del sistema della
rappresentanza; sia per ciò che concerne l'irreversibile processo di
desalarizzazione e la conseguente perdita di gran parte della sfera dei
diritti acquisiti; sia per l'importanza che avrebbe nel tempo assunto l'area
del lavoro intellettuale tecnico scientifico (oggi si direbbe di coloro che
«lavorano comunicando») come forma intermedia di comando sul resto
della società.

Da queste macerie, che finirono per travolgere tutto il resto della società
civile e del tessuto connettivo della società italiana, non potevano che
emergere gli oscuri anni Ottanta con la loro definitiva corruzione dell'intero
ceto politico che aveva dominato dal dopoguerra in avanti, e con
l'affermarsi dispiegato dell'«autonomia del politico».

Nella fase finale degli anni Settanta i settantasettini non meno che gli
autonomi si disperdevano nei labirinti metropolitani dominati dall'eroina, o
venivano soggettivamente 'destrutturati' nelle carceri.



"Quando la controrivoluzione sconfigge il movimento reale di liberazione il
primo atto di restaurazione è la restaurazione della norma. La violenza
viene allora amministrata dai giudici".



Il «grande vuoto» politico ed esistenziale lasciato dalla sconfitta dell'ultima
e più moderna ondata rivoluzionaria del dopoguerra veniva, ovviamente,
riempito dalla forma violenza organizzata in partito armato clandestino.

Tutto ciò era ed è assolutamente logico e comprensibile dal punto di vista
del movimento e dei suoi pochi alleati. Nei confronti dei gruppi
extraparlamentari residuali il giudizio era a dir poco sprezzante.



"Chiarissimo che il Partito di unità proletaria e Avanguardia operaia sono
repellenti pidocchi incerti - ma neanche tanto - se succhiare il dorso della
balena socialdemocratica o della balena in movimento. Chiarissimo che
schiacciare i pidocchi è un elementare operazione di pulizia".



Con il P.C.I. di Berlinguer il confronto era stato assai aspro, complesso e non
privo di quella dignità teorica che si assegna ai grandi avversari. Colpisce
oggi l'ansia revisionista di un politico come Violante quando, criticando le
scelte di «unità nazionale» e di «solidarietà nazionale» operate allora dal
P.C.I. - scelte che avrebbero prodotto un vero e proprio crac della
democrazia - afferma che si trattò, purtroppo, di un «errore necessario»
determinato dalla «situazione data» e dalle «condizioni oggettive».

In realtà quelle scelte erano un esito esclusivo dell'impianto politico e
teorico del P.C.I. berlingueriano. Non un prodotto inevitabile della storia
reale, ma un automatismo insormontabile della forma-partito ereditata e
rivitalizzata da Berlinguer.

Questo «errore» era stato colto in tutta la sua drammatica valenza dalle
intelligenze del movimento '77 riportandone le origini e i contenuti proprio
alla trontiana «autonomia del politico» e all'odiato idealismo hegeliano da
cui proveniva [Nota: Fa bene a ricordarlo Miriam Mafai su «la Repubblica»,
"L'alibi di Hegel e gli errori del P.C.I.", ma, a meno che non abbia letto con
grande ritardo la raccolta di «A/traverso» (forse lo ha fatto anche
Violante?), il minimo che si può dire è che al tempo scelse un dignitoso
silenzio..



"«Libertà è essere consapevoli della necessità» (Hegel). Questa frase,
fondamento della concezione idealistica della storia, è l'assunto principale
della teoria berlinguerista del processo storico. Occultando il carattere
storico delle leggi economiche, il berlinguerismo ne ipostatizza il
funzionamento e riduce il campo d'azione dell'iniziativa operaia alla mera
gestione formale dell'esistente. Il rapporto di prestazione della vita è visto
come insuperabile; ecco allora che lo hegelismo berlinguerista conclude:
l'unica libertà possibile è un'accettazione consapevole della necessità
naturale" («La rivoluzione», febbraio 1977).



Alla luce di queste riflessioni si può dire che fin da allora vennero poste, dal
sistema dei partiti italiano, le condizioni per quella vittoria del capitalismo,
dei capitalisti e del liberismo come forma esclusiva del politico, che
avrebbero occupato tutto lo spazio della politica istituzionale verso la fine
degli anni Ottanta. Uno spazio istituzionale che tende a separare in modo
apparentemente irreversibile il sociale dal politico ribadendo l'assunto
hegeliano che vuole il sociale stesso non in grado di autocostituirsi.

Che tutto ciò sia avvenuto con la collaborazione suicida (Bifo aveva ben
detto che con quelle scelte il P.C.I. si era suicidato) del berlinguerismo è solo
apparentemente un paradosso che è caso mai utile a spiegare la pervicace
azione repressiva condotta a fianco del ceto politico più corrotto d'Europa e
del padronato più assistito del mondo. Una scelta che finì per avere sulla
società italiana lo stesso effetto moltiplicatore della violenza che avevano
avuto la lunga sequela di stragi seguite a quella originaria di piazza
Fontana a Milano.



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Citazioni e riferimenti liberalmente tratti da: F. Berardi (Bifo), P. Rival, A.
Guillerme, "L'ideologia francese", Squi/Libri; F. Berardi (Bifo), "Finalmente
il cielo è caduto sulla terra", Squi/ Libri; A.A. V.V., "Crisi delle politiche e
politiche nella crisi", Libreria l'Ateneo; F. Fiore, "Scrittura del '77". Tesi di
laurea inedita, Dams; «A/traverso», "Primavera '77", Stampa Alternativa;
«Il Nuovo Canzoniere Italiano», n. 4-5, "La Soggettività Antagonista",
Edizioni Bella Ciao; «A/traverso» n 1 ; «Zut-A/traverso»; «Proposta per
l'assemblea di movimento al Teatro Lirico di Milano del 30 aprile-1° maggio
1977»; Claudia Salaris, "Il movimento del '77. Linguaggi e scritture dell'ala
creativa", AAA Edizioni.







































***



LA «PIAZZA STATUTO» DELL'OPERAIO SOCIALE

































*

UN POSTFORDISMO SOVRASTRUTTURALE

Enzo Modugno





"Nous massacrerons les révoltes logiques"

Rimbaud





Il '77 è prima di tutto una «révolte logique», un episodio del conflitto sociale
legato alla trasformazione del modo di produrre che ha richiesto la
produzione di nuovi mezzi di lavoro e di nuovi lavoratori. Chi vede solo le
cose prodotte non si accorge che i lavoratori sono un prodotto essenziale del
processo di valorizzazione del capitale. Bisogna indagare questa speciale
produzione se si vuol capire non solo ciò che il '77 ha creduto di essere ma
ciò che è stato in realtà.

Naturalmente produrre una nuova classe significa prima di tutto
distruggere quella vecchia, divenuta obsoleta e capitalisticamente
parassitaria. Lavoro non facile, ancora in corso, che di solito è affidato ai
meccanismi del mercato del lavoro, ma che da noi, con una borghesia in
ritardo sul postfordismo, presentava difficoltà particolari, insormontabili
con la sola forza dell'economia. "Deboli le strutture, si ricorre alle
sovrastrutture". In Italia era già successo. Agnelli non ce la fa, agli inizi del
secolo, a introdurre il fordismo, a produrre l'operaio-massa e a distruggere
il vecchio operaio di mestiere e le sue organizzazioni? Ecco il fascismo, che
può essere considerato in questo senso come una sorta di "fordismo
sovrastrutturale".

Questa volta col postfordismo stesso problema, bisognava distruggere
l'operaio-massa, le sue organizzazioni, le sue garanzie e in aggiunta
distruggere anche l'autonomia e le garanzie di impiegati, ragionieri,
geometri, ingegneri, professori eccetera, per arrivare a una nuova figura
intermedia, istruita più dell'operaio ma meno del vecchio laureato, un
lavoratore flessibile capace di servire una «struttura non vivente» che
manipola rappresentazioni simboliche, una macchina informatica.

La formazione e il disciplinamento di questo nuovo lavoratore «mentale»
sono la vera questione, il presupposto del postfordismo, perché le nuove
macchine informatiche possono intervenire solo se è presente in massa
questa nuova forza-lavoro.

E se il capitale non ce la fa con la "coercizione economica", con la
concorrenza reciproca tra i lavoratori sul mercato del lavoro non ancora
avviato, allora deve intervenire la "coercizione politica". Affidata questa
volta, dopo molte tentazioni autoritarie, a un accordo con P.C.I. e sindacati.

Il '77 dunque si scontrava con una sorta di "postfordismo sovrastrutturale",
che certo non fu mai paragonato al fascismo; ma il '77 sentiva sulla propria
pelle che sotto sotto il compromesso storico stava facendo lo stesso sporco
lavoro, stava pian piano distruggendo la classe operaia per produrne
un'altra da consegnare, opportunamente disciplinata, al più sofisticato
sistema di sfruttamento.

E l'episodio di Lama all'Università di Roma ne è la messa in scena, la
rappresentazione visiva. Il segretario della C.G.I.L. tornava dall'Eliseo dove
aveva appena attaccato le garanzie dell'operaio-massa con la politica dei
sacrifici. Veniva ora all'Università ad attaccare l'autonomia del lavoro
intellettuale, a disciplinarlo.

Effettivamente far capire all'operaio-massa che con il fordismo finiva anche
il suo valore d'uso - e quindi il suo valore di scambio - e agli studenti che non
c'era più bisogno di loro come classe dirigente, era un compito arduo.

Anche qui però bisogna distinguere tra ciò che credevano - o facevano
credere - di essere e ciò che erano in realtà. Forse alcuni di loro credevano di
essere ciò che Gramsci aveva indicato a proposito del fordismo, la
realizzazione cioè, con un sistema di vita nostro, di quel modo più avanzato
di produrre, ma volgendo in libertà ciò che altrove era necessità.

Ciò che realmente erano fu invece smascherato dall'episodio di Lama.
Rifiutarono un dialogo paritario, tentarono la persuasione autoritaria con
altoparlanti da stadio, persero la pazienza con gli indiani metropolitani e
risposero all'ironia con le mazze dei sindacalisti. Furono cacciati ma nel
pomeriggio Cossiga continuò la politica con altri mezzi, blindati. Questo era
nella realtà il compromesso storico.

Produrre e disciplinare questa nuova classe di lavoratori si rivelava dunque
una questione sempre più complessa. Il capitale ha sempre usato la
macchina consapevolmente come una potenza ostile all'operaio, come
l'arma per stroncare le rivendicazioni eccetera: ma questa volta la
macchina informatica e il nuovo lavoratore che le corrisponde sono tutta
un'altra cosa.

Tanto per cominciare, mentre la prima segatrice meccanica «soccombette
agli eccessi della plebaglia», la macchina informatica è stata attaccata
addirittura dai filosofi: «Nella misura in cui l'uomo si comprende ancora
come libero essere storico, egli potrà riuscire a non consegnare la
determinazione di sé al modo di pensare cibernetico». Heidegger nel 1965.
Subito dopo una plebaglia di liberi esseri storici attacca questo modo di
pensare nelle Università e nelle scuole, scopre che è il capitale «quella
potenza che attraversa e domina ogni produzione tecnica», capisce che non
diventerà mai più classe dirigente, diventa perciò capace di movimenti
autonomi, stabilisce alleanze con gli operai-massa in dissoluzione, progetta
con loro mondi nuovi - come sarebbe stato un mondo mao-dadaista? -
perché è capace di produrre una ricchezza nuova, diventa una classe.

E' un inizio, debutta così, tra il '68 e il '77, il nuovo lavoratore mentale. Ma
costringere questo soggetto a imboccare la stretta via che porta al mercato
del lavoro è un'altra faccenda. Che diventa però una questione di vita o di
morte per il capitale postfordista che impegna in questa operazione tutte le
sue risorse.

Una svolta epocale perché è necessario che cambino non solo le condizioni
sociali ma anche le abitudini individuali, non solo la fabbrica ma tutta la
società.

E' necessario cioè avviare un processo storico - un presupposto, non un
risultato del capitale postfordista - che separi l'operaio massa dalle sue
conquiste sociali e i diplomati e i laureati dalla loro autonomia; perché tutti
perdano ogni oggettività, cioè perdano quel sistema di garanzie che erano
percepite come una vera "proprietà collettiva", unica difesa contro le
vicissitudini dell'economia di mercato. Tutti devono essere ridotti a trovare
l'unica fonte di guadagno nella vendita "precaria e non garantita" della
propria forza-lavoro. Devono cioè essere costretti a lavorare alle nuove
condizioni poste dal capitale postfordista.

Enrico Ottavo usò la frusta e la forca per portare al mercato del lavoro i
riluttanti che preferivano il vagabondaggio. Democrazia cristiana e Partito
comunista invece - ma lo si ricorderà altrettanto a lungo - hanno usato, a
seconda delle competenze, l'una le armi in piazza, le bombe, i servizi, la
banda armata; entrambi le mazze dei sindacalisti, la delazione, la
persecuzione politica, l'esilio, la magistratura, secoli di galera, processi
esemplari. Ultimo quello di Adriano Sofri, dopo venticinque anni, anche se è
cambiato, meglio se innocente, per far intendere a tutti quale deve essere il
giusto modo di comportarsi.

Ma, appunto, il '68-77 è un inizio. Il "postfordismo sovrastrutturale"
vent'anni dopo macina ancora le ultime vecchie garanzie. Quando arriva
all'istruzione, ancora una volta si tratta di far fuori il vecchio operaio e il
vecchio intellettuale, per produrre in massa il «piccolo scienziato», come
graziosamente la letteratura manageriale ha chiamato il lavoratore della
«Qualità totale». La riforma della scuola di Berlinguer fa una cosa e l'altra -
anche se è arrivata "post festum" -riducendo tutta l'istruzione a un'enorme
scuola di avviamento al lavoro che, se non consente più a nessuno di
fermarsi alla terza media, in realtà liquida per sempre la formazione
intellettuale come diritto di tutti.

Robert Owen avrebbe detto: a partire dall'introduzione generale delle
macchine informatiche gli uomini, salvo poche eccezioni, sono trattati come
macchine secondarie e subordinate, e si è dedicata più attenzione al
perfezionamento della materia prima fatta di silicio che a quella fatta di
corpo e di spirito.

Si dedica dunque più attenzione al «capitale fisso». Quindi non si possono
prendere per buone, come alcuni fanno, le dichiarazioni dei ministri quando
parlano dell'importanza del «capitale umano» come se col postfordismo i
mezzi di produzione fossero diventati i nostri cervelli. Che invece ormai sono
venduti al mercato, subordinati alle macchine e se va bene diventano tutt'al
più «capitale variabile».

A questo punto un'altra "révolte" sarebbe logicissima.





































*

QUELL'INTELLIGENTE MOLTITUDINE

Toni Negri





Dopo vent'anni non è facile parlare del '77. Leggo nei giornali di questi
giorni (febbraio '97) delle rievocazioni comiche quando non siano
oltraggiose. Per quanto mi riguarda, questi vent'anni son stati lunghi: due o
tre di latitanza prima di essere arrestato, poi quattr'anni di galera, sei mesi
a fare il deputato, poi tre o quattr'anni di nuovo in fuga, poi la ricostruzione
di una vita in esilio... mentre continuavano i processi, gli odii, ancor oggi non
placati. Son stati vent'anni eccezionali, anche se si passa dalla
considerazione singolare a quella collettiva: attorno e dopo il '77, infatti, si
assiste alla radicale trasformazione del soggetto della lotta di classe, e
quindi alla fine della storia del «socialismo virtuale»; nell'89 finisce anche il
«socialismo reale». In questa prospettiva "il '77è una formidabile
anticipazione del '89", e noi ci siamo tanto divertiti allora quanto siamo
stati poi felici di veder terminare la barbarie stalinista, un decennio più
tardi. Bisognava che questi orrendi feticci fossero distrutti, l'illusione del
«socialismo virtuale» come il tradimento del «socialismo reale», perché la
lotta contro l'altra e fondamentale barbarie, quella del capitale, potesse
riprendere. Con il '77 il soggetto della lotta di classe si modifica. L'operaio
sociale, l'intellettualità di massa, gli operatori dei servizi e della
riproduzione fanno un'elegante entrata in scena: e chi li leverà più di lì?
Oggi questo nuovo soggetto ha ricominciato nella sua feroce decostruzione
di un comando barocco: dalle rivolte di Los Angeles a quelle del Chiapas alla
Comune francese dell'inverno '95, egli mostra che "il comunismo è ancor
solo giovinetto".



IERI.

1977, quale triste situazione politica in Italia. Il P.C.I., in quanto
rappresentante del «socialismo reale», faceva le sue prove per entrare nella
gestione di un processo capitalistico di produzione che stava modificandosi.
Cavalcando la tigre degli anni Sessanta-Settanta, del '68 rampante (in Italia
lungo un decennio, più che in qualsiasi altro Paese europeo), il lugubre
Berlinguer e il pacioso Lama (una sorta di prematuro Eltsin...) vogliono
domarla e consegnarla, sfinita e drogata, a una borghesia che... comunque
la teme. Non è possibile immaginare una borghesia più ignorante, stupida e
vigliacca di quella italica: il suo cinismo non rappresenta una Ragion di
Stato qualsiasi ma è solo espressione della sua opaca inintelligenza del
quotidiano. Vi ricordate la borghesia italiana del '77? I Montanelli e i Bocca,
gli Scalfari e i Biagi, la stampa di partito e le televisioni di regime?
Ricordate la paradossale pigra teologia politica di Moro e la feroce teurgia
istituzionale di Andreotti... Non ce n'era uno che stonasse. Per sentire una
voce diversa avremmo dovuto attendere il grido di un uomo rinnovato dallo
scontro con il reale, Moro dal carcere... Di contro, nuovi soggetti
insubordinati si presentavano sulle piazze, ma - ciò che più importa - anche
e soprattutto sulla scena della lotta di classe, nelle fabbriche come sui nuovi
territori produttivi. Nuovi bisogni, dicevano i filosofi - il materialista
traduce, un nuovo altissimo prezzo della forza-lavoro. Nuovi desideri,
dicevano i poeti - il materialista traduce, una implacabile presenza di
comunismo.



1983. CARNEVALE.

Se ti fosse capitato di passare da Milano nel luglio del 1976, ti sarebbe stato
difficile evitare parco Lambro. Anzi, ne sono certo, saresti precipitato. Un
gigantesco festival della gioventù, organizzato da gruppi alternativi un po'
frivoli, ma reinventato dal movimento. La gente era tanta, a mucchi come
covoni, un tempo, prima della mietitrebbia, sui campi assolati - e mano a
mano che le giornate giravano, i gruppi si spostavano. Anche nel corso del
giorno lo facevano, per cercare ombra e fresco. Un miope che, come me,
avesse preso qual punto di osservazione l'alto del valloncello interno al
parco, poteva immaginare di esser finito in un technicolor di generali e
battaglie campali nei secoli dello Stato assoluto: un continuo movimento di
masse - e ciascun gruppo si portava dietro carriaggi e tende, strumenti
musicali e rudimentali arnesi. La sporcizia era quella che raccontano i
cronisti di Wallenstein - non di più, malgrado le favole che corsero e il fatto
che il Comune avesse premurosamente tagliato le condutture dell'acqua. E
gli spostamenti delle bande erano accompagnati da un alone di polvere -
sicché potevi pensare si trattasse di reggimenti, fino a quando non ti
arrivava il profumo orientale di quel fumo, a fiotti, fin sulla cima del
valloncello. Se scendevi dalla cima ti immergevi in una specie di matassa
colorata, avvolgente, tanto densa di desideri quanto scevra di tabù. La gente
fumava, faceva all'amore, ascoltava musica, trascorreva dolcemente il
tempo nel ritrovarsi, nel sentirsi unita. Ombre leggere alla ricerca di un
tempo e di un corpo collettivi.

Lo stupore era la prima reazione che provavi - era dunque vero che in quegli
anni la resistenza e il rifiuto avevano creato questo potenziale di
liberazione! L'emozione si confermava non appena coglievi la predominante
condizione proletaria come stile vincente. Un sacco di fenomeni cosiddetti
sociologici erano lì, in bella vista, e non avevano più nulla di quelle un po'
infami, un po' eccentriche caratteristiche mercantili nelle quali le
descrizioni scientifiche (si fa per dire) li traducono. Qui non v'era nulla di
eccessivo - nulla che non potesse essere riportato all'umano. Era in realtà un
carnevale di poveri - a differenza del carnevale non riusciva tuttavia a
risolversi nella ritualità, a esaltare e ad annullare i comportamenti
nell'eccezione - era un carnevale che consapevolmente si voleva liberazione.
Forse, allora, più simile ai misterici riti ellenici che al carnevale cristiano. Di
fatto, la seconda emozione che ti colpiva era di conoscenza. Un corto
circuito tra miseria del nuovo proletariato e la forma altissima della sua
composizione intellettuale, un gioco che compensava la miseria nella
intelligente moltitudine.

Ma si dava davvero specifico godimento di questa intellettualità? No. Era e
rimaneva un corto circuito. La verità della liberazione non può solo riposare
sul particolare. L'intensità del desiderio si tendeva. La nuda fanciulla
danzante proponeva se stessa come grazia e speranza ma il desiderio non si
placava nell'artificialità e nella convenzione. Droga, musica potevano essere
un sovrappiù. Cominciavi a respirare irrequietezza. "Aufstand der Körper" -
ricerca del corpo collettivo e insieme rivolta del corpo. Ti accorgevi, poco a
poco ma con quella razionale certezza che filtra dalla massa di mille
percezioni sensibili, che quanto avveniva era il disegnarsi di una tempesta in
un cielo limpido - che prima senti nell'aria e nei nervi e nei muscoli il
maltempo che s'addensa, poi vedi improvvise le nubi cumularsi.

Il primo giorno del parco Lambro '76 fu tranquillo, già al secondo ci fu
l'esproprio proletario al camion di viveri degli organizzatori, il terzo giorno
sparse squadre vennero fuori dal parco a cercare supermercati da
svaligiare - colpi d'arma da fuoco risonarono, era apparsa la polizia in
forze, sia pure alla lontana. (...) I giornali cittadini, ma si sa che quelli
milanesi costruiscono la politica nazionale, ripetevano la minaccia:
rimanete nel ghetto. Di fatto, superare quelle transenne che delimitavano il
parco significava entrare in un altro mondo - ma è ben vero che in
quest'imbuto si travasava quello che era già fermentato, che le coscienze
s'erano trasformate e che la loro potenza già pulsava, e che dal parco ora
usciva una moltitudine. "Die Jugendproteste haben den Körper neu
entdeckt". Rifondazione dei corpi. Una moltitudine: gasata, forse stupefatta
dall'hashish, ma nuova e selvaggia. (...)

Erano mesi ormai che all'appropriazione nel supermercato seguiva quella
nel negozio di lusso, che l'autoriduzione delle bollette telefoniche, dei
trasporti, della luce e dei biglietti degli spettacoli si accompagnava
all'occupazione di case, che le ronde di intimidazione contro i padroncini del
lavoro nero costruivano cammini di ricomposizione sociale e di lotta
politica del nuovo proletariato diffuso, che le piazze dei fascisti e degli
spacciatori erano ripulite - e nelle scuole era ricominciata l'agitazione, le
comunità di fabbrica e di quartiere si ritrovavano nei coordinamenti operai
e territoriali - insomma, la trafila delle lotte non riesci più a seguirla. E
questa incredibile circolazione di lotte si accompagnava a un salto nel
costume associativo - nascevano nuove forme familiari e nuove figure di
aggregazione sociale. Quanto il movimento femminista aveva seminato
come critica e dissolvimento riappariva come coscienza e comportamento.
Toccando la vita intera, il nuovo aveva uno spessore che sapeva d'antico. (...)
Si entrava in un'epoca nuova dove il paradosso consisteva nel fatto che
l'immediato si presentava come valore e dove il valore si presentava come
collettivo, potenza, speranza. La verità era un'essenza pre-riflessiva, una
libera disseminazione di vita. Dalla crisi della legge del valore, dalla caduta
di ogni parametro oggettivo di valore saltava fuori una tensione
progettuale, diffusamente, direttamente interpretata da soggetti collettivi.
Questo passaggio aveva una risonanza centrale nella vita degli individui. Il
personale è politico. Interpretazioni intimistiche e disfattiste, liriche e
miserabili si susseguono. Ma tante sono, tante s'estinguono - un lampo senza
tuono. Il personale è politico perché la persona e i suoi valori immediati
sono trascinati in una funzione collettiva, responsabilmente collettiva, e là
solamente è dato godimento - godimento collettivo del personale, non
rappresentazione, non mediazione, non istituzione bensì immediatezza
collettiva.

Ma in che figura, dentro quale proiezione del valore? Tutto questo lo
avevamo già visto sul terreno dell'analisi e lì il costituirsi della forza
produttiva sociale appariva chiaro - godimento è produrre. Ma qui il
problema muta, perché se l'analisi lascia spazio all'immaginazione, la vita
la costringe invece alla determinazione. Occorreva dunque individuare quel
tramite produttivo che faceva delle nuove condizioni del collettivo un
progetto reale. Era necessario collocarsi personalmente su quel discrimine,
senza temere i venti veloci che battevano la cresta dello spartiacque. Verso
cosa andava quella costituzione collettiva del soggetto? Nella sua genesi
concreta avevi trovato la festa come elemento creativo - di che cosa? La
creazione è prima di tutto piacere di se stessa - conclusivamente, poi, deve
manifestarsi quale godimento dell'essere - ma noi al settimo giorno non
eravamo certo giunti, né il riposo della conclusione ci era concesso. La
superficie avrebbe dovuto scoprire il proprio formarsi come macchina
desiderante, come macchina da guerra, potenza - si sarebbe detto da lì a
poco.

Ma era un riproporre il problema e non risolverlo, né determinare il
cammino della soluzione, i primi passi da fare. Eravamo istallati in un
sillogismo la cui premessa era certa - la discesa verso le conseguenze era un
imbroglio logico e uno spasmo. Tutto questo era già chiaro lì, al parco
Lambro, e se ne discuteva con discrezione ma con rigore. Senza soluzione. Si
insisteva a dismisura sulla necessità di restaurare il personale come
dimensione correttamente dislocata nel collettivo - e i vecchi compagni
reduci da tutte le battaglie, forse più di altri e comunque meno
ingenuamente, erano a questa costruttiva autocritica disposti. Ma nel
momento stesso nel quale questa trasformazione individuale si realizzava,
proprio i più vecchi e consapevoli compagni ponevano il problema
dell'ulteriore progetto. Che, se non si definiva quel nostro vivere sarebbe
stato solo episodio di astratta seduzione. E non potenza. E non
antagonismo.

La droga pesante al Lambro era proibita. Alcuni spacciatori di ero furono
pestati. Ma ce n'era dappertutto e non riuscivi a frenarne il flusso. L'ero si
collocava proprio sul vuoto del problema irrisolto: era insieme la più alta
costruzione del desiderio e la segnalazione della negatività assoluta di ogni
pretesa - quando il cammino del desiderio non fosse stato collettivo, pratico,
reale. L'ero era l'immaginazione che, nell'esigere il dovuto, negava il
problema, dissolveva il collettivo. L'eroina era la nostra angoscia. Dal
personale al collettivo corre - lo dicevo, lo scrivevo, lo urlavo - un unico
percorso, la nostra angoscia dobbiamo trasformarla in un più alto
godimento del progetto. Taci vecchio scemo, tale era la risposta - tu corri
vuotamente, tu sopravanzi l'essere. C'è nella disperazione la stessa
generosità che c'è nell'amore: è su questo punto che i processi si invertono -
così tentavo la risposta. Taci vecchio scemo. E allora proviamoci noi -
proviamo a scoprire il nesso fra disperazione e amore su quel punto
ontologico che è di entrambi più potente perché entrambi li determina: là
dove c'è produzione. Produzione di sé e produzione di antagonismo. Qui si
affloscia il «taci scemo».

Perché non provare? Non è in fondo ragionevole cercare la nostra
ricostruzione proprio laddove s'è creata la nostra angoscia? Perché
l'angoscia non è solo mia ma è di tutti - è dentro al lavoro e dentro al
salario, è dentro la povera consuetudine della famiglia e dentro la rigida
misura della giornata lavorativa. L'angoscia è di chi è sfruttato.
Sfruttamento è il contrario di felicità, sfruttamento è uguale ad angoscia.
Non s'intende l'angoscia senza intendere lo sfruttamento. Ma la distruzione
dello sfruttamento è la liberazione del lavoro - realisticamente, in questa
condizione è rifiuto del lavoro. Rifiuto del lavoro è nuova produttività. Ma
dove sta, qui e non domani, qui, su questo punto, un progetto da percorrere,
una speranza da vivere? Si riapre un orizzonte d'angoscia. Forse, forse... Ma
è cosa diversa l'angoscia dello sfruttamento e l'angoscia dell'ignoto da
scoprire? Su questa distinzione - sull'ottimismo di una ragione che può
affermare la virtù e scoprire l'ignoto, si basa tutto il movimento, insieme,
della sovversione e della trasformazione. "No future" è il destino - il destino
che loro, i padroni, vogliono imporci - ma il destino può essere modificato
dalla forza dell'intelligenza alternativa. La fondazione del nuovo soggetto
rivoluzionario non è dunque genericamente togliere l'angoscia ma
determinarla nella potenza di un nuovo progetto. (...)

Parco Lambro si apre sul corto circuito fra miseria e moltitudine, sulla
tensione al ricomporsi del personale nel collettivo - vive la sua angoscia
quando la sostanza progettuale del nuovo soggetto non riesce a trovare il
godimento intellettuale e produttivo che esigeva - si chiude nella
determinazione consapevole di un compito.

Il «dividetevi e moltiplicatevi» di apostolica memoria si realizza il mattino
in cui questi poveri tornano ai loro paesi e alla metropoli. (...)



LA RINASCITA.

A Milano, dunque, tutto era rinato. Su Milano si ricongiungevano gli effetti
della disoccupazione tecnologica nei grandi complessi tayloristici
dell'industria torinese e milanese della Ricostruzione postbellica, e il
dinamismo del nuovo proletariato sociale del Nord-Est e dei distretti del
Centro Italia. Così si formava una nuova cultura politica. Quale formidabile
rinascita culturale fu quella che Milano e il suo hinterland vissero verso la
metà degli anni Settanta! Nelle fabbriche e nei quartieri, negli uffici e nelle
scuole, nel centro e in provincia e nella Padania intera, è anticipato, per
l'Italia, quello che le più avanzate regioni del mondo (dalla California al
Baden-Baden, dal Sud dell'Inghilterra alle Hautes-de-Seine, da Tokyo a
Singapore) stavano allora sperimentando.

Fu prepotente e violento, come lo sono sempre le creazioni culturali che
attraversano le classi, le anime e gli spiriti animali della produzione, questo
rinascimento. Di fronte c'erano i Grunf-grunf, con le spranghe, quelli del
Movimento studentesco milanese, quelle canaglie staliniste.



1983. SCADENZA '77.

(...) Il compromesso storico era rampante. Veniva costruendo una
intelaiatura legislativa e un infeudamento degli uffici che, con efficacia
adeguata, dovevano costituire lo strumento di realizzazione della dittatura
dei due partiti maggiori. Una specie di "grosse Koalition" - produzione
mistificata di un baricentro parlamentare per risolvere, in demagogia
unanimistica, il problema della crisi costituzionale. Era il coronamento della
politica, l'unica, perseguita dal P.C.I. fin dagli anni del dopoguerra. (...)

Ma il riformismo non affascinava, i giochi erano fatti, sulla nuova
composizione di classe la tematica dello sviluppo non mordeva, il problema
del soggetto proletario è alternativa di valori e di modo di vivere. La faccia
del compromesso storico risulta burocratica, grottesca, gialla al sego. Un
riformismo da sergenti. «Una risata vi seppellirà». Ma come fai a metterli in
fila questi operai in scarpe da tennis, queste femministe «impunite», questa
giovane forza-lavoro intellettuale che proietta la sua mobilità sull'arco
dell'immaginazione? «Tremate tremate, le streghe son tornate». «Zangherì
Zangherà ride tutta la città». Il quadro politico è inadatto ad assorbire il
nuovo. Caute aperture non servono. La divisione è passata nel profondo e le
forze centrifughe si moltiplicano. Aristotelici contro «untorelli». Leggere
unitariamente il contesto sociale e normalizzarlo è impossibile. La funzione
dominio-sabotaggio è la sola norma effettuale - perché il disegno di regime
appare come dominio e i comportamenti proletari, nella loro immediatezza,
sono sabotaggio. L'antagonismo attraversa il rapporto sociale e ogni
equilibrio di partecipazione è balbettante, arduo quando non impossibile: se
chiedo salario sociale saboto la ripresa dell'accumulazione, se invece
riprende l'accumulazione crescono la disoccupazione e la povertà - e il
valzer continua. Il conforto del sacrificio non si addiceva a questo popolo. La
sua imminente reaganiana volgarità in anticipo lo offendeva. Così,
provocato da quella bastarda sollecitazione, dalla dismisura dell'appello al
la virtù, si scatenò nuovamente il movimento. «Lama nel Tibet». «Lama non
l'ama nessuno». Scoprendo un'incredibile compattezza sociale,
un'impressionante estensione e uniformità di comportamenti, tanto quanto
debolezza politica e una frastagliata molteplicità di obiettivi e di richieste.
Una scarica di domande si rovesciò su uno stato maggiore che tentava, e in
ogni caso esigeva, la riduzione della complessità, la regolamentazione
procedurale della domanda sociale. L'estremizzazione del conflitto fu nelle
cose. E il "turbolent environement" metropolitano fu il suo teatro.

La repressione economica fu tanto forte quanto la rivolta. Una repressione
immediatamente selettiva che colpiva i nuclei portanti della resistenza e del
contrattacco, cercando il loro isolamento sociale - assumendo richieste
corporative e schiacciando rivendicazioni generali, introducendo una sorta
di mercificazione del comando su grandi dimensioni, premio per
l'obbedienza politica, pena per la disobbedienza. Il governo delle aree
metropolitane si modernizza con urgenza e affanno e tenta un controllo del
turbolento teatro in termini di prefigurazione coattiva del mercato del
lavoro, dei suoi diversi flussi e delle diverse allocazioni. Ma tutto gli sfugge -
perché questo soggetto proletario che era venuto fuori, ha da un lato
dissolto la giornata lavorativa (che invece produzione e potere
presuppongono data) e dall'altro ha sconvolto lo spettro merceologico,
l'insieme di bisogni sul quale si commisura l'azione del capitale e di governo.

Lo Stato diviene il luogo centrale della lotta di classe. Le prassi repressive e
quelle sovversive attraversano ogni confine di luogo. Deterritorializzazione.
La connessione fra ordine pubblico, controllo sociale e accumulazione
d'impresa viene immediatamente colta e interpretata sul fronte proletario
come schema unitario e nemico - nemico perché, come dice il teorico
marxista, ricalcando i testi classici della "Trilaterale" allora in gran moda,
«il capitale cerca di limitare il trasferimento di prassi dello Stato liberal-
democratico alla sfera della produzione capitalistica e di favorire invece il
processo inverso: il trasferimento di prassi della produzione capitalistica
allo Stato liberal-democratico». E, in quanto nemica, questa connessione va
rovesciata, ripercorsa e socialmente sabotata. Se tutto è diventato politico,
il soggetto proletario esige di esercitare una sorta di diritto di veto sulla
scena politica della metropoli. Così come la esercita il raggruppamento
organizzato degli interessi corporativi? Più o meno -padroni maledetti,
perché noi no? - ma senza alcuno strumento che non sia, sull'orizzonte
proletario, la pura e semplice azione di massa. In breve il teatro
metropolitano è una "chaotische multitudo". Il "making" della nuova
composizione proletaria sconvolge ogni riferimento tradizionale, travolge
ogni parametro conoscitivo. (...)

I giornalisti e gli studiosi di cose sociali si buttarono su questa realtà come
pirañas. (...) Propagandavano il ghetto, ossia l'alternativa, l'unica, che il
potere lasciava al processo di identificazione soggettiva della nuova
composizione sociale. Si mettono in moto i grandi processi di mercificazione,
dell'avere contro l'essere: si afferma il mercato della droga pesante, si
insinuano ovunque il veleno e l'angoscia. "Slump city". Perché l'iniziativa
mercantile non dovrebbe essere coerente con la repressione statale? Anche
qualche menestrello dell'alta cultura di regime ci si prova: lamenta con alti
guaiti il «diciannovismo» risorgente. «Sacrifici sacrifici, più lavoro meno
salario». Poveri idioti! «Sbirro maledetto te l'accendiamo noi la fiamma sul
berretto». Stop. (...)

Noi ora stavamo attraversando questo nuovo spaccato dell'essere che si
costruiva. Che masse di uomini costruivano. Che il proletariato
metropolitano, l'operaio sociale facevano. Lo iato fra produzione e storia
era venuto meno. Le scorrerie metropolitane dei gruppi come le «notti dei
fuochi», alla stessa stregua delle strategie dei punk e di tutte le tribù di skin-
head, sono prima di tutto una riappropriazione di conoscenza di un
soggetto collettivo. E il nuovo produttore aveva la dimensione stessa che la
sua azione investiva: un mondo intero, di conoscenza, di passioni. Qui si
chiariva - quando appunto queste dimensioni dell'emergenza del nuovo
proletariato erano date - il paradosso estremo: il fatto cioè che il massimo di
antagonismo rappresentava il massimo di positività. Identità degli opposti?
No - bensì, "realiter", massimo della separazione, liquidazione di ogni
omologia dentro un'alternativa radicale dell'esistenza.

A Bologna, Roma, Milano è una stagione di grandi cortei - ma la loro
violenza non è omologa, eguale e contraria, a quella che le forze della
repressione mettono in atto. E' altro. Certo, son pieni di militarismo questi
cortei e truci gli slogan. Ma è un gioco tragico, una catarsi di massa. Il
simbolo del potere è colto per essere esorcizzato. I passamontagna, le P38,
gli "Winchesters" alzati valgono come elementi di liberazione delle
coscienze. (Ma valgono anche a uccidere, si obietta. Cinicamente varrebbe
rispondere con il computo dei morti di entrambe le parti. Ma non è l'identità
che vale - è la differenza - ed essa, essa sola, non assolve dall'omicidio - anzi,
più lo fa piangere). Nel corteo, nella lotta, il progetto è di pace, di comunità,
di produzione. Una nuova generazione, con passione, si inizia al
comunismo.(...)



OGGI.

Dopo aver riportato qualche materiale d'annata, ci sia permesso di
chiederci (tutti insieme) quale sia la morale che si può tirare da questa
storia. Mi sembra che se ne possano trarre sei di insegnamenti.



a) Il primo insegnamento è che avevamo ragione a pensare che la
composizione di classe dell'operaio massa, cioè la vecchia soggettività
operaia, stava scomparendo. E soprattutto avevamo ragione nel riconoscere
il nuovo che emergeva. Stavamo percorrendo gli incunaboli della storia
presente - cioè, vista dal '77, della storia futura. In questo l'operaismo ci era
stato estremamente utile, come strumento di conoscenza. Ancor oggi
varrebbe la pena che gli studenti aperti alla lotta di classe, cioè tutti quelli
che sanno che il materialismo storico è l'unica scienza della storia possibile
(scienza della probabilità, della soggettività, naturalmente), riprendessero
le tecniche di conoscenza dell'operaismo per andare avanti nella previsione
teorica e nella costruzione di un nuovo orizzonte politico. Quali sono queste
tecniche di conoscenza? L'inchiesta operaia, l'inchiesta sulla forza-lavoro
immateriale, la partecipazione alle lotte, l'agitazione e la militanza, nelle
scuole e nelle fabbriche, nella società e nei "réseaux". Ora, dunque, nel '77,
eravamo consapevoli di stare a metà in un cammino di crisi dell'operaio
massa, della società e della forma-Stato che erano state le sue; eravamo
consapevoli che l'attacco capitalistico alla vecchia struttura politica di
classe sarebbe stato irresistibile - dunque, come cambiare terreno? come
spiazzare l'attacco? come ricostruire, spiazzata, la forza operaia?
Bisognava, così rispondevamo ai nostri problemi, recuperare la nuova
figura proletaria - quei lavoratori dei servizi, della riproduzione, della
scuola e del sapere in genere, che cominciavano a diventare sempre più
centrali nella produzione. Riconoscere ora, che queste sono le nuove forze
produttive, vent'anni dopo, è del tutto banale. Triste è ricordare quanti
insulti dovemmo subire per aver allora osato introdurre nuovi referenti del
discorso rivoluzionario. E chi ci insultava? Coloro che oggi son diventati, da
picisti che erano... liberal, pidiessini e ogni altro scherzo della natura!



b) Il secondo insegnamento è che avevamo torto a pensare che la
maturazione politica del nuovo soggetto potesse darsi subito, e comunque
con una potenza tale da contrastare, resistere e superare il contrattacco
repressivo che le forze capitalistiche e i traditori del movimento operaio
ufficiale avevano scatenato. Per dirla come si diceva allora, «abbiamo
sopravvalutato le nostre forze».



c) Il terzo insegnamento è che abbiamo sbagliato a sottovalutare la
capacità repressiva dei nostri avversari. Spesso abbiamo accentuato
quest'errore, facendoci più estremisti quanto più diventava sorda e decisa
l'azione del potere contro di noi. Da un tal crescendo non poteva che
risultare esaltata la violenza dello Stato. E così avvenne. Siamo stati
sconfitti. Molti nostri compagni sono morti. Altri hanno passato e passano
molti anni in prigione e in esilio. Altri, per sopravvivere, si sono drogati (ma
che vita era...); altri si son pentiti, si son venduti, si son suicidati... Una
generazione è stata fatta fuori. Siamo stati definiti una generazione
maledetta. I giornalisti ci possono insultare impunemente; i libri di storia
patria ci trattano come assassini; i borghesi e i pidiessini recitano
giaculatorie quando sentono fare il nostro nome. Per la stragrande
maggioranza di questi maiali, il '77 gli dà il brivido che provavano i
borghesi del Cinquecento, in tutt'Europa, a sentir parlare di rivolta
anabattista.



d) Il quarto insegnamento è che, al di là della nostra sconfitta, avevamo
ragione e continuiamo ad avere ragione. Prima di tutto dal punto di vista
scientifico, cioè della conoscenza della società, delle sue contraddizioni e del
suo divenire. Non solo infatti, prima e attorno al '77, avevamo
correttamente identificato, con le tendenze di trasformazione
dell'organizzazione del lavoro, un cambiamento di natura della forza-
lavoro - ma questa intuizione è divenuta con gli anni la nuova
«incontournable» definizione della composizione della classe produttiva.
Dall'operaio massa all'operaio sociale, dall'operaio sociale all'intellettualità
di massa... le cose sono andate davvero così. Forse non siamo buoni politici,
infatti siamo stati sconfitti; ma siamo buoni scienziati: non è poco. E
dunque, sul piano della scienza aggiungiamo un'altra piccola annotazione:
questa nuova soggettività di classe (sociale o intellettuale che sia) è, dal
punto di vista «scientifico», definibile come «rivoluzionaria».



e) Il quinto insegnamento è che la politica, con l'apparizione dei nuovi
soggetti proletari, cambia di natura essa stessa. Il soviettismo, la domanda
di democrazia diretta e la riappropriazione dell'amministrazione, la presa
del potere in forma di democrazia radicale sono le ultime utopie socialiste.
Quando invece il soggetto proletario diviene immateriale, intellettuale,
sociale e cooperativo, il comunismo non bisogna più costruirlo ma
semplicemente «costituirlo», «esprimerlo». Non c'è più problema di
«transizione», c'è solo potenza costituente. Voglio qui dire che, a partire
dalla scienza nuova dell'intellettualità di massa, ovvero dall'operaio sociale
del '77, noi apprendiamo anche un nuovo uso della forza politica. Non è qui
il luogo per discutere le qualificazioni della "nuova forza" del proletariato.
Diremo che assieme allo sciopero essa si esercita nell'esodo; che assieme alla
riappropriazione essa si forma nell'esperienza costitutiva di tempi diversi e
irrecuperabili dallo sfruttamento; che alla conquista del «salario garantito»
per tutti coloro che vivono, coniuga nuovi modi di vita. Il '77 è stato, per
chiunque l'abbia vissuto, un apprendistato a un nuovo esercizio della forza,
anche se poi ha barcollato verso la più antica forma di violenza che è
appunto il terrorismo; ma questo è stato uno scivolone che non è né era
nella natura delle cose. La politica, dopo il '77, cambia di natura - dunque.
Ovvero, la rivoluzione e il comunismo divengono una maniera di vivere di
massa. Non sono, la prima, un momento, un istante o un evento privilegiato;
né il secondo un quaderno di utopie da sfogliare e costruire con geometrica
progressione. No, rivoluzione e comunismo sono il quotidiano. Le esperienze
delle avanguardie politiche ed estetiche divengono comuni. L'avanguardia
diviene massa. Chi ha vissuto il '77 ha vissuto una formidabile accelerazione
della coscienza comune che la trasformazione e la crisi del capitalismo
dovevano, fra gli anni Ottanta e Novanta, imporre alle masse. In piccolo,
così come è piccolo ogni paradigma, il '77 prefigura, nella sua materialità,
l'apparizione della politica della moltitudine. La scienza si ritrasforma in
politica, dopo che la politica reale (quella della repressione) aveva creduto
di distruggere la scienza.



f) Sesto insegnamento. E' il più importante. E' la sintesi del principio di
rivoluzione e del principio di gioia. Il sesto insegnamento è che un
passamontagna di gioia non si può mai smettere quando si tratta di tirare
un cazzotto a uno sfruttatore di immigrati, a uno speculatore finanziario, a
un corruttore di pubblici ufficiali o a un pubblico ufficiale corrotto, a un
pubblicitario televisivo o a un ufficiale delle imposte, a un grande
industriale o a un organizzatore di lavoro al nero, a un pentito o a un
giudice che lo tiene in considerazione, a un giornalista e ai suoi padroni -
che in Italia sono solo due o tre... - eccetera. Tutte queste cose, e moltissime
altre, non le si deve fare mai con violenza, ma con gioia: la gioia, così si deve
tirare un cazzotto... Uno due tre cazzotti, cazzottane uno per educarne
cento... Il '77 è questo: la gioia della scienza, dell'avanguardia, del sapere
rivoluzionario. Non c'è altra dignità che questa, al mondo. E' un grande
sapere epicureo e spinoziano, quello che il ' 77 espresse. Una vera figura
della moltitudine (appariva per la prima volta, ma quando appare - sempre
più frequentemente - è sempre così).








*

LA PARABOLA DEL 77: DAL «LAVORO ASTRATTO» AL «GENERAL
INTELLECT»

Franco Piperno





Ciò per cui il '77 continua la presenza tra di noi, quel che lo rende degno del
pubblico ricordo, insomma l'evento che nomina il '77 sbalzandolo a tutto
tondo dal grigiore indistinto degli anni trascorsi senza senso, è
quell'incepparsi, senza gravi danni, della razionalità economica che fin lì
aveva retto i comportamenti collettivi; e il simultaneo apparire di forme
nuove di vita sociale, anzi d'antiche. Una sorta di «vita nova» collettiva,
solidamente ancorata alla natura animale del legame sociale, è apparsa;
per poi rapidamente diffondersi fin negli interstizi più improbabili dello
scambio e della comunicazione sociale, fin negli interstizi del mercato
mondiale.

Queste nuove forme di vita collettiva hanno più di un'analogia con le forme
biologiche, in primo luogo l'autonomia, cioè la capacità di produrre desideri
di natura tale che il loro appagamento sia reale, cioè sensualmente
esperibile. L'autonomia è la capacità di autoregolazione, cioè l'azione
collettiva che accorda l'attività dei singoli in modo tale da ottimizzare un
qualche risultato; in altri termini una forma vivente ci appare autonoma
quando la produzione del desiderio coincide con il processo necessario per
soddisfarlo.

Il '77, l'anno orribile, è l'anticipazione, secondo modi un po' selvaggi,
dell'attività sociale desiderante sul tempo della fabbrica, come modo di
produzione del «lavoro astratto».



Centinaia di migliaia di giovani e meno giovani hanno vissuto lungo tutto
quell'anno e forse più, come se già il lavoro operaio, il lavoro produttivo,
fosse stato riassorbito interamente dalla macchina automatica; come se la
produzione ripetitiva in generale fosse già stata affidata al computer; come
se la fatica umana, la pena della mente e del corpo necessaria per la
riproduzione sociale fosse stata sollevata dalla cifra, dal numero, dalla
matematica.

Si è trattato di una vera e propria «innovazione sociale», nel senso che sono
stati inventati collettivamente, grazie alla cooperazione in fase, nuove
abitudini comuni, nuovi «valori d'uso»; e quindi anche nuovi consumi e
nuove merci.

L'innovazione sociale si è svolta in controtendenza rispetto all'innovazione
industriale e ai consumi da questa indotti; il movimento del ' 77 costringe le
imprese a una profonda riorganizzazione del rapporto di fabbrica.

Così, nel '77 è accaduta la rivoluzione; e fa piacere oggi ripensarla. Una
rivoluzione, cioè un rivolgimento periodico del senso comune e una
trasformazione adeguata dell'agire pubblico.

Questa rivoluzione ha avuto luogo, è apparsa per la prima volta in Italia;
così il '77 sembra testimoniare quel curioso primato su scala europea che il
nostro Paese detiene nell'innovazione sociale, nella produzione di idee
sovversive per il senso comune; primato che, per questo secolo, risale,
almeno, alla forma del Consiglio di fabbrica nel primo dopoguerra.



Simultaneamente al manifestarsi di nuovi comportamenti collettivi si sono
venute coagulando alcune parole chiave, nuovi luoghi comuni, diversi
concetti relazionali che hanno, nel corso degli anni, sedimentato un senso
comune della relazione uomo-natura incompatibile con quello configurato
dal rapporto di fabbrica.

Questo mutamento sentimentale appare all'opera prima di tutto nel
giudizio sulla tecnica: la tecnica, la macchina generale, il computer non
sono più avvertite come minaccia, artefatto umano contro la natura.

Il nuovo senso comune avverte la natura calda, animale della tecnica: il suo
continuo trasformarsi per astrazioni successive estingue la fatica
dissipativa del corpo e della mente.

La tecnica non è una scelta volontaria di classi, popoli o Nazioni, essa è una
capacità inconsapevole della natura umana, cioè del corpo. La tecnica è
l'amore che il corpo nutre per il riposo, secondo il detto di Eraclito. La
naturalità del genere umano, la natura animale del legame sociale si
esprime, lungo i millenni, nell'invenzione involontaria di tecniche che
sottraggono al corpo umano la responsabilità di erogare energia muscolare
e psichica.

Questo che è un destino antropologico è apparso nel '77 come volontà
collettiva, come programma politico coscientemente perseguito, tutto
questo per un attimo, quasi un baleno, come nella pittura elettrica di
Pazienza.



Il '77, sull'onda del '68, aveva individualizzato il rifiuto del lavoro operaio
come condizione cognitiva; e questa condizione si rivelava quella che
permetteva di mettere le mani su un'immensa ricchezza che era già là, da
tempo, da troppo tempo, in attesa, celata.

Si tratta della ricchezza sensuale delle attività collettive volte al
potenziamento armonico del corpo, all'approfondimento dell'interiorità,
alla crescita della coscienza individuale.



Si può ben dire che con il '77 ha origine una forma di individuo sociale, cioè
d'individuo consapevole del destino del genere.

Così come per il movimento operaio la fonte vera della ricchezza mercantile
moderna è il «lavoro astratto», per il movimento autonomo la sorgente
della ricchezza vera, quella sensuale, sta nel «general intellect», nella
«mente comune», cioè nel grado di cooperazione che racchiudono i
comportamenti collettivi, le abitudini sociali.

Da qui la spettacolare rottura con la tradizione politica della sinistra che la
nascita stessa del movimento autonomo ha automaticamente provocato.



Gli autonomi, infatti, non rivendicano alcun riconoscimento dello Stato
nazionale; né sollecitano interventi legislativi. Sicuri di sé, fiduciosi, vogliono
fare, agire direttamente; appaiono ben decisi a difendere la loro facoltà di
fare, la loro potenza.



Qui di seguito vengono pubblicate delle note sul movimento del '77
interpretato alla luce della riflessione sulla tecnica. La prima parte di
questo saggio, già apparsa su «Pre-print» n° 1 della rivista «Metropoli», è
una descrizione qualche po' dettagliata delle nuove forme di vita sociale
quale apparivano in presa diretta all'osservatore del tempo; la seconda
parte è, per grandi linee, la ricostruzione della conoscenza sapienziale sulla
tecnica, il punto attinto dal dibattito sulla tecnica nel pensiero critico
contemporaneo.



E' divertente constatare, "ex post", come si possa ben fare senza nulla
comprendere o quasi; e come il non-fare si riveli, a volte, un'astuzia per
meglio comprendere.



- febbraio 1978. "Autonomia possibile, valore d'uso, lavoro non-operaio".



Chiamiamo "autonomia" la forma politica dentro cui si esprime e cresce il
movimento del lavoro non-operaio. Si intende per "lavoro non-operaio" sia il
lavoro indirettamente produttivo, sia il lavoro produttivo le cui prestazioni
prescindono dalla modificazione - più o meno meccanizzata - della merce.

Questo segmento di forza-lavoro si caratterizza per essere la materiale
articolazione dell'«intelletto generale» nel senso che solo a partire dalla sua
presenza dentro il flusso produttivo allargato, il lavoro vivo assume la
forma di attività generalmente e compiutamente "sociale", attività in sé
conclusa, che non ha bisogno di alcun «fattore esterno» per dispiegare nella
sua interezza la potenza del lavoro come allargamento indefinito della
ricchezza o, se si vuole, del processo di "riproduzione sociale".

In questo senso, il lavoro non-operaio - nel suo congiungersi al lavoro
operaio, continuamente innovandolo e riducendolo - dà al lavoro sociale
una dimensione di attività autonoma già dentro il processo di riproduzione
capitalistico.

La via maestra attraverso cui questa «autonomizzazione» avviene è
certamente quella che potremmo chiamare di «incorporamento» della forza
produttiva-scienza dentro la forza-lavoro, fino a dar luogo a un vero
processo di "sostituzione". L'aspetto più significativo, a livello di rapporti di
produzione, è quello di riappropriazione da parte del lavoro vivo della
«potenza» e della «socialità» con cui il capitale - in quanto soggetto di
«scienza» - si presenta dentro il processo di produzione e riproduzione
sociale.

Infatti, quando il coordinamento e l'innovazione produttiva hanno luogo via
l'impiego della razionalità scientifica; quando, per meglio dire, la stessa
dinamica conflittuale con i movimenti della forza-lavoro è costretta a
svolgersi sul terreno della scienza come forza produttiva; quando, di
conseguenza, «l'incessante trasformazione della natura in industria»
assume la forma di lavoro «non operaio», si danno le condizioni per cui gli
elementi di comando sul lavoro vivo, che pure la forza produttiva-scienza
incorpora, possano trapassare a elementi residuali rispetto all'unità potente
«conoscenza e trasformazione» che questa stessa forza produttiva
comporta.

La forma di capitale allora può essere ricondotta a una dimensione di puro
dominio, di arbitrio monetario estraneo alla produzione di ricchezza.

In altri termini: il passaggio tendenziale, rilevabile empiricamente, al livello
del processo produttivo moderno, del lavoratore come erogatore di fatica
(tempo di lavoro) in «sorvegliante e regolatore» tecnico, fonda la possibilità
di un'autonomizzazione del processo produttivo rispetto al processo di
valorizzazione - proprio perché si dà un'unità fra lavoro e coordinamento
del lavoro, materialmente realizzata dal massiccio ingresso, nella
produzione sociale, del lavoro non-operaio come segmento crescente della
forza-lavoro.

Come ognuno vede, la tendenza sopra delineata è operante in tutta l'area
del capitalismo maturo. La specificità della situazione italiana sta invece
nell'anticipo con cui il lavoro non-operaio ha imposto se stesso, come
interno alla composizione di classe operaia storicamente data, prima
ancora che lo sviluppo delle forze produttive dentro la sezione italiana di
capitale fondasse l'oggettiva possibilità dell'internità stessa.

L'intelletto generale, vivo, vuole vivere - sia pure di vita fragile e inquieta -
dentro il lavoro vivo.



- "La pratica del rifiuto del lavoro ricompone il «sapere sociale»
frantumato".



Diverse sono le ragioni che hanno provocato questo anticipo (che ha giocato
e gioca come fattore 'principe' nella destrutturazione dell'assetto di capitale
in Italia). Impossibile, in questa sede, elencarle tutte. Basterà ricordare il
ruolo decisivo svolto dal '68 - e più specificatamente la diffusione e la
continuità con cui l'esperienza del '68 è penetrata in questi dieci anni nei
comparti del lavoro sociale diversi dalla fabbrica.

Mette conto delineare brevemente quale conseguenza - in termini di
rapporti di forza fra le classi dentro la produzione sociale - comporti questo
rovesciamento anticipato per cui la delega del dominio all'intelletto
generale, volta ad assicurare il carattere molecolare del processo di
valorizzazione, funziona all'inverso, ricomponendo sulla base del sapere
sociale accumulato tutta l'intelligenza produttiva del lavoro vivo contro le
condizioni di produzione.

A partire dal 70, sia pure con ritmo ineguale, pieno di pause, arretramenti e
cadute improvvise (valga per tutti la paralisi del movimento nei mesi
successivi alla rivoluzione dei prezzi petroliferi) gli elementi di "rigidità"
introdotti dalle lotte hanno inceppato e poi scardinato il mercato del lavoro.
Un rapido confronto tra il tasso di crescita dei salari, della produttività e
dell'inflazione testimonia come nello scontro tra il tentativo capitalistico -
organizzato su scala multinazionale, in primo luogo Usa e R.F.T. - di
contenere il lavoro necessario per aumentare il pluslavoro in quanto
plusvalore, e la pratica operaia di ridurre il lavoro necessario "per"
assicurarsi più tempo libero (come tempo "otium" o come tempo per
un'attività appropriante altra ricchezza), ha prevalso, sul "trend" della
produzione e riproduzione sociale, il comportamento di parte operaia.

E' così sotto gli occhi di tutti la diminuzione drastica dell'orario di lavoro
effettivo rispetto a quello ufficiale (per via di assenteismo, pause più o meno
concordate, rigida attinenza alla mansione e alla collocazione anche fisica),
e l'aumento vertiginoso del doppio lavoro, soprattutto come «part-time».

Si badi: il fenomeno odierno non ha alcuna analogia con quello - di
proporzioni raffrontabili - degli anni Cinquanta. Lì infatti il secondo lavoro
si presentava come del tutto annesso alla dinamica della produzione di
plusvalore (assoluto in primo luogo). Si trattava allora di prolungamento
della giornata lavorativa strettamente intesa, in cui - stanti i livelli della
produttività sociale dell'Italia postbellica, nonché i rapporti di forza fra le
classi - il doppio lavoro era dilatazione del «tempo immediato di lavoro» -
perché il rapporto di lavoro necessario-pluslavoro si desse nelle proporzioni
richieste dall'accumulazione capitalistica. Insomma: il doppio lavoro veniva
vissuto da parte operaia come lavoro necessario, mera occasione di
sopravvivenza, costrizione imposta dal nemico sociale. Del resto, a riprova
di questa considerazione, basterebbe ricordare il carattere rigido del doppio
lavoro, il suo essere, cioè, tempo interamente regolato e ritmato della logica
del processo di valorizzazione, impermeabile a ogni tentativo di
autoregolazione o solo di fluidificazione operaia.

Assai diversa è la situazione presente: qui siamo di fronte a una
riproduzione «garantita» ottenuta tramite una pratica sociale di rifiuto del
lavoro, che per estensione e profondità è senza precedenti nell'Occidente
capitalistico.

Questo è un passaggio decisivo, il cui possesso è indispensabile per la
comprensione della situazione di classe in Italia.



- "Nuova socialità della cooperazione lavorativa".



Quando, infatti, si insiste, nel rappresentare la congiuntura italiana, sugli
elementi di rapina che la forma di produzione della «fabbrica diffusa»
comporta; quando il doppio lavoro appare come mera estensione di
sfruttamento, rastrellamento «sordidamente giudaico», negli interstizi della
società - ecco che vengono a essere rimosse proprio le caratteristiche
soggettive, di parte operaia, che storicamente hanno determinato, in
qualche modo, "in avanti" le condizioni di produttività date.

E questo è vero non solo per il lavoro «part-time» (che, come ognuno sa,
postula un alto grado di socializzazione e automazione dei settori
produttivi o dei servizi che lo richiedono); ma è vero perfino per il «lavoro a
domicilio»-la vacca sacra di tutte le interpretazioni pauperistiche e
regressive dell'economia italiana. Giacché, come è possibile non vedere che
se elemento fondante del recente e massiccio allargamento del «part-time»
del lavoro a domicilio è stata la lotta al lavoro produttivo da parte
dell'operaio massa, la formazione stessa ha avuto tuttavia luogo dentro
«l'incessante trasformazione della natura dell'industria» - anzi addirittura
come ulteriore sollecitazione della stessa?

Qui non si tratta di un regressione nella forma della cooperazione sociale, di
un ritorno a forme che precedono la manifattura ("humus" desiderato del
rivoluzionarismo protocomunista italiano che, giustamente, vede il proprio
possibile successo affidato alla «infinita potenza» della povertà, al regresso,
alla barbarie).

Il lavoro a domicilio di cui si sta discutendo è sempre organizzato dalla
grande impresa sulla scala della cooperazione sociale - e richiede quindi un
ulteriore salto in avanti nei processi di automazione nonché
nell'integrazione fabbrica-società.

Il lamento sulla contrazione del «fattore di scala» che comporterebbe il
passaggio dalla fabbrica, come luogo "murario" del ciclo lavorativo, allo
«sminuzzamento» dello stesso ciclo nel lavoro a domicilio, non tiene conto
della circostanza che questa disseminazione è solo decentralizzazione fisica
- essa avviene infatti forzando il carattere organico della cooperazione
lavorativa e materializzando comando e coordinamento dentro la
tecnologia dell'automazione; così la divisione del lavoro procede nella sua
sussunzione assolutamente classica, "progressiva", delle forze produttive e
in primo luogo dei comportamenti della forza-lavoro, rovesciando le
difficoltà politiche in un "allargamento assoluto del processo di
valorizzazione", e per questa via potenziando il lavoro sociale come base
materiale della ricchezza. Se è vero, infatti, che nel lavoro a domicilio il
calcolatore sostituisce le fragili gambe del capo reparto, e la prestazione a
cottimo aggira la viscosità dell'erogazione lavorativa di fabbrica, è
soprattutto vero che il lavoro a domicilio non è, esaminato nel suo «trend»,
"lavoro necessario"; nasce «a valle» della giornata lavorativa tradizionale, e
quindi dopo che il problema della riproduzione ha ricevuto una soluzione
positiva per la forza-lavoro. E d'altro canto le forme in cui il lavoro a
domicilio si svolge, la stessa base tecnica della strumentazione fa sì che non
si riapre l'era del lavoro parcellizzato, dell'uomo appendice della macchina:
anche qui prevalenti sono gli elementi di sorveglianza sulla macchina, e
quindi di autoregolazione del tempo di lavoro e di fluidificazione e
intercambiabilità delle mansioni.

Ancor più emblematica è la forma di lavoro «part-time». Non si tratta
infatti dell'eterno «part-time» del bracciante di Cerignola chiamato a
surrogare il mulo per qualche ora - laddove il suo bisogno di reddito gli fa
desiderare d'essere definitivamente mulo.

Se guardiamo i saggi di sviluppo dei diversi settori che utilizzano il «part-
time», ci accorgiamo che il più significativo (fino al punto di essere in realtà
l'unico esistente) è quello che impiega il «part-time» utilizzando
l'intercambiabilità e l'autoregolazione, sulla base della relativa
automazione del flusso produttivo, la qualificazione richiesta sembra
presupporre, più che una formazione specialistica, il possesso di quella
anonima conoscenza sommersa che assicura l'adattabilità come capacità di
apprendere puro lavoro in quanto sapere sociale. Mette conto insistere
ancora su alcuni tratti «operai» di queste relazioni produttive, che hanno
silenziosamente mutato le condizioni dentro cui si svolgono i movimenti
delle classi sociali in Italia.



- "Una critica al concetto di «emarginazione»".



Intanto, diciamo subito che non c'è «emarginazione», disoccupazione e
repressione nel senso forte che questi termini hanno nella storia delle
relazioni industriali. La raffigurazione del Paese in preda alla miseria
crescente e alla ferocia dei nuovi e vecchi governanti, anche quando
appaiono sui fogli dei "radicals" nostrani, sono pure idiozie: gravi solo
perché testimoniano quanto separato, ottuso, inutilmente soddisfatto di sé
sia quello «spicchio» di cielo della politica che appartiene ai nostri
compagni rivoluzionari di ruolo e ai loro «compagni di strada» - posseduti
da «delirio repressivo». Sopravvivono perché «controreazionandosi» a
vicenda la paura delle proprie paure, coltivano la «volontà d'impotenza»,
l'orrore per la vittoria e il successo come materialità che si impone.

Non si vuole con ciò negare che esista in Italia la logica del mondo «altro
dalla ricchezza»: marginalità, disoccupazione, repressione non vogliono
morire, si nutrono di lavoro vivo e sopravvivono come possono. Ma tutto
questo è banale - vuol dire ripetere ossessivamente una verità vuota: il
carattere contraddittorio del «progresso» capitalistico, il suo continuo
mortificare e distruggere la «vita possibile» dei produttori come
riaffermazione delle proprie condizioni di sviluppo.

Ma il punto decisivo è oltre il banale. Come dire: "oltre Seveso". Di chi è
l'iniziativa che attraversa e sommuove, ormai pressoché ininterrottamente
da dieci anni, tutto il tessuto produttivo?

O, se si vuole: come si è andata configurando, nel rapporto fra le classi, la
distribuzione della ricchezza in Italia?

Quale soggetto è andato affermando il proprio diritto come «diritto nuovo»
alla garanzia, all'automatismo della riproduzione senza accettare
condizioni sul versante dell'interesse generale - ovvero della produttività
sociale intesa come incremento del valore realizzato «pro capite»?

Tutta la pubblicistica e la letteratura corrente danno una risposta
inequivocabile. La vita quotidiana si incarica da parte sua di «zittire il
lamento delle statistiche», facendo penetrare nella testa dei singoli questa
«sicurezza bella» del diritto automatico alla vita come diritto imposto.

"Per capire questo generale sommovimento non basta tenere d'occhio gli
indici «classici» della scienza economica; il quadro si è fatto più complesso e
ricco di variabili sconosciute".

Vediamo la cosa da più vicino. Si dice: oltre due milioni di disoccupati,
soprattutto giovani.

Reinnescato dal «ritardo semantico» delle parole un «pianto costernato»
inonda i fogli progressisti e «rivoluzionari».

A prendere sul serio i termini (che informano perché richiamano analogia)
ci sarebbe da aspettarsi che due milioni di persone vivano nell'indigenza, e
una percentuale così cospicua (diciamo centomila) sia prossima all'inedia.
Come ognuno può vedere si tratta di una rappresentazione distorta dell'uso
di vecchie parole per denotare fatti nuovi.



- "Il «soggetto sfruttato» considerato dal punto di vista della sua ricchezza".



L'attuale disoccupazione italiana ha luogo in condizioni affatto originali. Il
livello della spesa pubblica, in specie per sanità, scuola, servizi è di tale
portata da sdrammatizzare alla radice il fenomeno.

E il fatto che tutto questo poggi su un apparato pubblico «improduttivo» al
quale va destinata una fetta del plusvalore sociale, è fatto - dal punto di
vista dell'interesse di classe -assolutamente secondario a fronte del «valore
d'uso» di questi servizi e anche dell'effetto di alleggerimento che
l'occupazione in essi esercita sul mercato del lavoro, concorrendo in modo
non secondario a impedire il formarsi di un esercito industriale di riserva.
Da questo punto di vista, si può dire che la contraddizione passa
"attraverso" le spese dello Stato; e che si dà un preciso interesse operaio al
mantenimento delle funzioni definibili come «improduttive».

D'altro canto le occasioni - più o meno legali - di reddito che un sistema
produttivo a capitalismo maturo genera di continuo, rendono la
disoccupazione in certa misura, un «tempo di lavoro» autoregolato,
saltuario, non irrigidito. Del resto, basta osservare che la stessa categoria
anagrafica del disoccupato è, nelle statistiche, definita per negazione - in
quanto condizione che difetta nella regolarità e continuità della prestazione
lavorativa. Ma mentre questa condizione denotava in passato, ad esempio
negli anni Cinquanta, estraneità al processo produttivo o comunque alla
distribuzione del reddito, questo non è più vero, almeno nella generalità dei
casi, dentro una produzione sociale così elastica e insinuante - in cui
fabbrica e società diventano sinonimi.

Forse bisognerebbe cominciare a pensare alla disoccupazione non come
«mancanza», come «difetto», ma come «presenza», come «pienezza».
Giacché solo gli ideologi del lavoro produttivo - specie zoologica in
estinzione confinata ormai in quegli spogli parchi che sono gli uffici studi
del sindacato e del Partito comunista - rimuovono, mentendo per omissione,
la componente di rifiuto del lavoro produttivo che v'è nel fenomeno della
disoccupazione giovanile.

Anche qui il comportamento soggettivo è un «indizio forte» di questa
asserzione. Al di là della rilevanza statistica dei dati -che pure testimoniano
un allargamento a forbice tra giovani disoccupati anagraficamente censiti e
occasioni di lavoro precario, nella forma giusta, non utilizzata - assai più
probante è la fuga della fabbrica, tipica di quella nuova generazione di
operai che sono, a un tempo, studenti un po' balordi delle scuole di ogni
ordine e grado.

Qui siamo di fronte a una novità di comportamento di grande rilievo. Negli
anni Sessanta la fabbrica era, in specie per la forza-lavoro giovanile,
un'occasione privilegiata di reddito e, per una minoranza politicizzata
numericamente significativa, anche sede, orgogliosa e decisiva, della lotta e
dell'organizzazione politica di classe. Insomma «militanti e produttori»
insieme si era solo nella fabbrica.

Qualcosa in questo registro così lineare si è ora irrimediabilmente rotto. Il
giovane operaio guarda fuori dalla fabbrica alle occasioni più fluide e meno
rigide di reddito - ma guarda fuori anche con gli occhi del corteo duro che
spazza il centro cittadino, con l'ansia dell'espropriatore-ladro, con la vigile
attenzione del terrorista: anche qui si tratta di una minoranza, in vero
numericamente ridotta, ma la sua stessa esistenza come «distribuzione
normale» in ogni agglomerato operaio attesta la non interpretabilità in
termini di devianza, di scarto statistico; e ciò è, di per se stesso, un salto
rispetto al passato.

Certo, tutto questo è anche risultato del processo inflazionistico, della
progressiva importanza del «capitale produttivo di interesse», del
risarcimento consumato dai circuiti monetari come risposta padronale
all'egemonia dell'operaio in fabbrica. Ma appunto è la straordinaria
continuità dell'innovazione produttiva operaia che va sottolineata come
chiave di comprensione del presente - rattrappimento dell'erogazione
lavorativa in fabbrica, utilizzazione delle occasioni fluide di lavoro che il
capitale è costretto ad approntare dentro la produzione allargata.



- "L'incessante erosione del pluslavoro".



A ben guardare la «porta stretta» attraverso cui passare per comprendere
la situazione italiana è data dalla "«genesi» delle condizioni, dentro le
relazioni produttive, che consentono l'affermarsi della rigidità operaia
(vera e propria erosione progressiva di plusvalore) senza che la macchina
produttiva precipiti verso la paralisi - con conseguenze che finirebbero per
schiacciare lo stesso contropotere operaio". Il che equivale a interrogarsi sul
«segreto» che ha permesso di incrementare il rapporto lavoro
necessario/pluslavoro in una misura senza precedenti nella storia italiana e
senza confronti nell'Occidente capitalistico - tenendo tuttavia il debito
complessivo del Paese verso l'estero entro i 20 milioni di dollari: che vuol
dire il 10% del G.N.P. annuale e appena 1/5 dell'ammontare di capitale
trafugato all'estero in soli sette anni (dati del 1976). Bene: ricorrendo per
brevità d'esposizione a una risposta schematica si può affermare, in primo
luogo, che la lotta operaia contro il pluslavoro in fabbrica ha potuto
imporsi, ben al di là dei risultati contrattuali, perché il lavoro non-operaio
dentro e fuori la fabbrica ha progressivamente desistito dai suoi compiti di
comando e controllo per configurarsi tendenzialmente come
«coordinamento e innovazione». Non si insisterà mai abbastanza sul fatto
che è il comportamento molecolare di milioni di uomini, che dovrebbero
«sorvegliare e punire» altri uomini, a permettere la sottrazione alla
costrizione del «ritmo», il fiorire delle pause, il ridimensionamento della
fatica. Il lavoro non-operaio che vede se stesso dentro la composizione di
classe operaia assicura, nella quotidianità della produzione sociale,
l'espandersi dell'erosione del pluslavoro.



- "Tempo di lavoro/tempo di non lavoro".



D'altro canto questo comportamento soggettivo del lavoro non-operaio
spinge all'automazione della produzione come tentativo di oggettivare il
comando nel capitale costante; ma anche come mera condizione di
sopravvivenza del ciclo produttivo. A sua volta l'allargarsi dell'automazione
offre altre occasioni all'intelligenza produttiva di sfuggire al «tempo
immediato di lavoro», contrae assolutamente e relativamente la presenza
della forza-lavoro in generale e di quella produttiva in particolare nel
processo produttivo diretto, pone le basi per una ulteriore riduzione che può
assumere l'aspetto di pluslavoro o di «tempo libero» a seconda dei rapporti
di forza tra le classi. Vale la pena ricordare, a proposito del tempo libero,
che anche qui qualcosa è mutata; non è tempo libero dell'impiegato svizzero
impaniato dalle agenzie di viaggio: tempo che «trascorre senza senso
restando tuttavia soggetto ai ritmi del mondo del lavoro salariato e alla sua
ideologia». Il tempo libero se è in parte tempo di lavoro (ma autoregolato)
per procurarsi reddito, è anche «otium» in quanto tempo dedicato ad
attività più alte; ad esempio: all'organizzazione e all'allargamento della
lotta - per quanto ingenue possano essere le forme che tutto questo
«mediamente» assume.

D'altro canto il «tempo libero ha naturalmente trasformato colui che ne
dispone in un soggetto diverso; ed è come tale che egli entra poi anche
nell'immediato processo di produzione».

Insomma questo «feed-back» positivo che si è istituito tra rifiuto operaio del
lavoro produttivo - comportamento dentro la produzione del lavoro non-
operaio - automazione (feed-back che rende vischiosa e qualche volta
arresta, stante la relativa arretratezza delle forze produttive, la connessione
processo di valorizzazione-processo di produzione) trova il suo «spunto
iniziale» nel comportamento del lavoro non-operaio che ormai sembra
guidare tutta la dinamica. Si è già accennato alla complessità della
ricostruzione storica di questo comportamento - probabilmente analogo a
quello di altri Paesi a capitalismo maturo ma, certamente, specificatamente
italiano per diffusione e profondità. Si è già richiamato il '68. Ma
ovviamente è un riferimento che a sua volta andrebbe spiegato. Su questo
discorso bisognerà tornare. Qui ci interessa evidenziare come sia
insufficiente vedere nella «nuova composizione di classe» la base materiale
della crisi italiana. Giacché quando si parla di modificazione nella
composizione di classe si sottolinea in genere l'ingresso (o il diverso peso
relativo) di un segmento di forza-lavoro dentro il corpo complessivo di
classe operaia. Muta la composizione tecnica di classe ma, in qualche modo,
si tratta di un'aggiunta, o, come è uso dire, di «proletarizzazione» di altri
strati sociali che nel loro ridursi a «classe operaia» si impadroniscono della
memoria storica di lotte, comportamenti e istituti organizzativi precedenti.

Oggi invece in Italia c'è rottura, c'è mutamento nella composizione politica
di classe - il dislocarsi del lavoro operaio non significa assorbimento e
mimetizzazione del primo nel secondo, non è una sorta di «reductio ad
unum».



- "Comando del valore d'uso sul lavoro sociale".



L'ingresso soggettivo del lavoro non-operaio dentro il corpo di classe
operaia pone un drammatico problema di rottura del comportamento
produttivo e politico nella prassi totale del lavoro vivo; che genera - non
serve nasconderlo - anche tragiche forzature, lacerazioni nonché tentativi
di rigetto. Il che è del resto assai ragionevole - purché si tenga presente che i
soggetti denotati con astrazioni (lavoro operaio, lavoro non-operaio) sono
in realtà soggetti reali e cioè uomini che intrattenendo reciprocamente
nuove relazioni mutano, sono costretti a mutare, radicalmente se stessi.

E' una problematica assai vasta; e in questa sede è possibile indicare solo
uno dei fili conduttori.

L'idea forza con cui il lavoro non-operaio va costruendosi come soggettività
è quella del comando del valore d'uso sul lavoro sociale. Malgrado che
spesso questa idea-forza non sia penetrata dentro il singolo a mo' di
coscienza, i movimenti produttivi e i gesti di lotta del lavoro non-operaio
corrono lungo questo filo. Si pensi alle lotte sui servizi sanitari, sulla scuola,
sul problema dell'energia. E tuttavia questo valore d'uso non ha un
significato protosocialista, artigianale, di possesso intellettuale e controllo
da parte del singolo produttore della specifica mediazione tecnica con la
natura relativa a una particolare attività lavorativa. In altri termini non è
una riedizione del movimento hippie, divinizzazione fantastica del singolo e
disprezzo reazionario per la ricchezza. Comando del valore d'uso vuol dire
richiesta di «lavoro utile» come possibilità materiale di "usare", per i
soggetti che producono, "della ricchezza sociale" - usare nel senso di godere
di essa.

Da questo punto di vista la divisione del lavoro, l'organizzazione scientifica
della cooperazione lavorativa, la «natura come industria», in una parola la
potenza del lavoro astratto, costituiscono il presupposto, il terreno stesso su
cui la pratica del valore d'uso s'impianta. Si potrebbe dire che il valore d'uso
pretende uno smisurato allargamento di questo stesso processo, desidera la
«società umana come racket di massa della natura» - al limite spinge alla
riproduzione sociale come processo garantito, meramente automatico,
immediato e quieto nella sua anomia -, come l'atto naturale del respirare.

Bisogna insistere: l'idea-forza del lavoro d'uso non va ricercata nei
documenti che i gruppi politici preparano o nella rappresentazione
individuale che il militante ha del movimento. Essa «non si fa vedere a
occhio nudo e chiede quindi l'occhio della mente e la presa della teoria». E la
mente può ricercarla solo nella fattualità dei processi - purché si intenda
per processi la totalità della prassi umana; ma in primo luogo il movimento
produttivo del lavoro vivo e i comportamenti politici di massa.



- "Valore d'uso è"



Valore d'uso è il disgusto del posto fisso, magari sotto casa: è l'orrore per il
mestiere; è mobilità; è fuga dalla prestazione stupidamente irrigidita come
resistenza attiva alla merce, a farsi merce, a essere posseduto interamente
dai movimenti della merce.

Valore d'uso è la complicità sociale che il lavoro non-operaio offre, lungo gli
interminabili attimi della giornata lavorativa, al comportamento operaio
che rifiuta la «cieca fatica» propria del lavoro di fabbrica.

Valore d'uso è la volontà di sapere nel suo «attraversare calpestando», con
la dolce ottusità dei giovani, il corpo della «madre scuola»; che boccheggia e
ansima perché strutturalmente incapace di dare, di rispondere a un bisogno
di conoscenza che non si configuri come richiesta di inserimento nei ranghi
del lavoro salariato - e se, dio non voglia, anche qualche rosa viene
calpestata tanto peggio per le rose.

Valore d'uso è il desiderio di apprendere con tutto il corpo questa nuova
sensibilità che emerge da quel continente ricco di toni, sfumature, emozioni
sensibili che è l'associazionismo giovanile nel suo rapporto particolare con
la musica, il cinema, la pittura, insomma con «l'opera d'arte nell'epoca della
sua riproducibilità tecnica».

Valore d'uso è la ricerca caparbia di nuove relazioni tra gli uomini, di modo
«trasversale di comunicare», di sperimentare, di crescere sul le proprie
diversità - e insieme la capacità di non rimuovere la sofferenza, le miserie e
le sconfitte di questa ricerca lasciandosi assorbire dalla vecchia norma,
reinventando tartufescamente la domenica; bensì cercando ancora,
procedendo «a testa alta».

Valore d'uso è la «pensosa allegria» propria del furto di oggetti utili,
desiderati -che è rapporto diretto con le cose, libero dalla mediazione
sporca perché inutile del denaro; ma anche «nostalgia della ricchezza», del
vivere gratis, di una pienezza di consumo e godimento come possibilità
latente, materiale della società moderna - che forse è aspirazione al
paradiso ma solo in quanto disprezzo per le difficoltà inutili perché già
superabili; solo in quanto odio per un purgatorio che, nel suo trascinarsi
oltre il giusto, cessa di essere preparazione, attesa per diventare privazione
giustificata, sofferenza superflua.

Valore d'uso è la speranza ingenua con cui nell'agricoltura, nei servizi, nei
quartieri, nascono, per vivere fragilmente e poi morire, cento, mille
esperienze di «controeconomia», di lavoro utile - come allusione tenera a
un'altra forma di lavoro sociale, a un'altra distribuzione del tempo del
lavoro in quanto costo sociale; desiderio di conoscere, bisogno di scegliere la
destinazione della propria fatica; in qualche modo stima e protezione
audace dell'unicità della propria vita.

Valore d'uso è la disumana astrattezza dell'omicidio, dell'attentato -
soluzione fantastica di un problema reale, rimpianto denso dell'interezza
delle proprie possibilità, disperato tentativo di far valere, con orgoglio
impaziente, la propria forza sociale; che però, nella forma cortocircuitata
della violenza militare, finisce col premiare esattamente il contrario di ciò di
cui parla.

Valore d'uso è tutto questo e insieme altre cose: difficilmente verbalizzabili
ma certo osservabili dentro la nuova giornata lavorativa, dentro la vita
quotidiana - purché cessi il vezzo di ascoltare con un orecchio solo: e
avvertire così il rumore dei cristalli rotti ma non lo strofinio di «tutta la
tavola trascinata irresistibilmente verso il futuro».



- "Inadeguatezza della categoria-denaro a sintetizzare i nuovi bisogni".



Forse il richiamo alla Roma del 12 marzo 1977 può rendere nella sua
complessità - come ricchezza e indigenza insieme - l'immagine della pratica
sociale del valore d'uso. Tutti i tratti prima delineati erano presenti - si
davano simultaneamente e nello stesso luogo come in una prova generale,
in una scena di massa con centomila attori.

Forse bisognerebbe ripartire da lì, dalla «cattiveria sognante» di quel black-
out assai meno popolato che quello di New York ma in qualche modo più
gravido di conseguenze perché costruito da una «minoranza di massa»,
perché praticato servendosi della luce.

Ripartire da lì, da quell'accaduto, da quella presenza per riannodare i fili
del discorso sulla forma denaro, sulla forma stato, sulla forma pensiero, sul
sindacato, sul partito e così via. Qui possiamo solo tratteggiare l'approccio
che deriva, nell'affrontare alcuni di questi temi, dell'avere l'occhio al
«movimento reale che trasforma».

Innanzi tutto il valore di scambio o meglio il denaro come capitale. Nella
pratica della nuova giornata lavorativa, in questo singolare modo di
contrapporsi al movimento della categoria denaro, v'è appena la traccia
della tradizione nazional-popolare della cultura cattolica che sente il
denaro come colpa, come cosa immonda, come catastrofe dell'essenza
umana. Lo scambio lavoro contro denaro viene vissuto come scambio di
fatica contro reddito. Ma si dirà: questa è una pratica antica quanto la
forza-lavoro. Si può rispondere: la novità risiede nella circostanza che
comportamenti produttivi di interi segmenti di forza-lavoro (in particolare
il lavoro non-operaio) tendono a imporre, nel funzionamento della
macchina economica, questo tipo di scambio. Per dir meglio: il denaro
pretende il lavoro che valorizza, impone che la produzione sociale sia
dominata dall'atto di scambio lavoro contro capitale: potrebbe dirsi che il
motore segreto della dinamica capitalistica, di questo spirito animale mai
sazio che sommuove la storia moderna, è piantato in questo atto di scambio.

Di qui potrebbero derivarsi, come altrove è stato chiarito, con passaggi
rigorosamente algebrici, tutti i comportamenti dei soggetti sul mercato:
compresa la forza-lavoro nei suoi movimenti politici e produttivi.



- "Denaro come costo sociale eccessivo".



La pratica sindacale di privilegiare l'aspetto reddito sull'aspetto capitale
non contraddice questo svolgersi della categoria denaro - stante la capacità
del capitale di presentarsi come reddito denaro, reddito astratto che
produce esso stesso bisogno astratto di ricchezza, bisogno astratto di
godere più che godimento fattuale. E' questa la chiave per capire la
sostanziale simpatia con cui gli operai dell'Occidente (ma forse anche quelli
dei Paesi a socialismo realizzato) hanno guardato e guardano allo sviluppo
capitalistico - ed è ancora questo il passaggio necessario per ricostruire la
cosiddetta «degenerazione revisionista» in tutto il movimento operaio;
senza ricorrere a schemi interpretativi moralistici tipo «tradimento» che
per essere convincenti, dato il carattere ripetitivo e onnipresente del
tradimento stesso, richiederebbero una teoria genetica sui funzionari dei
partiti operai. Del resto, niente di irragionevole: l'opzione di massa a favore
dello sviluppo capitalistico proviene dalla consapevolezza, anch'essa di
massa, che - sia pure a prezzo dell'astrattizzazione dei bisogni, sia pur
facendo emergere un'«umanità capovolta» - questo modo di produzione
assicura, magari con le scorie produttive, l'appagamento di bisogni concreti,
l'espansione del processo di vita, il ricambio ricco con la natura.

La rottura si delinea quando, sulla base composita, universale, egualitaria,
comunicabile, assicurata dal denaro in quanto misura e scopo delle cose,
emergono bisogni nuovi, radicali -qualche volta nel senso che non
sopportano ontologicamente rappresentazione in termini di denaro: spesso
nel senso che avvertono come non più necessaria una loro traduzione in
denaro. Si porrebbe dire: "il denaro come costo sociale eccessivo nell'epoca
in cui è la stessa natura a funzionare da industria".



- "Bisogni radicali e desiderio di sovversione".



E' qui che si evidenzia quel bisogno di non farsi merce che sta a fondamento
della pratica della lotta illegale e delle sue forme violente. Bisogno che, a
sua volta, è sintesi di bisogni peculiari, diversi, non commensurabili: ultimo
bisogno astratto ma scagliato contro l'astrazione come regola; e, per ciò
stesso, retroterra reale dell'organizzazione rivoluzionaria post-leninista.

Mette conto sottolineare che quando si discorre di bisogni radicali non ci si
riferisce a nascoste positive latenze della natura umana, auspicabili ma di
esistenza incerta - come le risorse petrolifere non ancora scoperte.

Questi bisogni radicali stanno lì 'sotto le chiappe' di tutti. Si chiamano con
nomi diversi, spesso hanno odore sgradevole, comportano qualche orrenda
formazione e si fanno valere con modi poco civili. Ma ci sono. Il movimento
delle donne ad esempio - ripulito da quella malattia ideologica, che lo
perseguita come un vizio di cuore, di proporsi come rivendicazione un po'
rancorosa l'uguaglianza ossessiva con l'uomo - il movimento delle donne, si
diceva, in quanto afferma la "diversità" della donna, la peculiarità dei suoi
bisogni non genericamente umani, e la precisa determinazione di far posto,
dentro le «relazioni industriali», a questa diversità senza che essa sia
costretta a mimetizzarsi nella forma «uguale» il denaro. Non sta qui un
fondamento, non elucubrativo, del «diritto ineguale» come possibilità
attuale?

Ancora: le pratiche lavorative, soprattutto nella riproduzione sociale, che si
svolgono attorno alla "solidarietà" piuttosto che alla "concorrenza",
assumono una forma «altra» del lavoro salariato: sono qualche volta lavoro
socialmente utile, più spesso "attività con scopo" - in cui bisogno e lavoro
coincidono. Pratiche sempre esistenti è vero, ma costrette a vivere ieri negli
interstizi, negli angoli bui della produzione sociale - come parenti deformi.
Oggi tendono a emergere, ad allargarsi innovandosi, a ritagliarsi propri
spazi di esistenza e di legittimazione.



- "La «società sommersa»".



Quando si dice che il rapporto tra un soggetto sociale costituito sul valore
d'uso e la categoria di valore di scambio tende a porsi come mera occasione
di reddito si vuole significare due concetti. Alla forma impresa il lavoro vivo
(o meglio la parte non irrilevante di esso) chiede garanzia di vita, soluzione
automatica del problema della riproduzione. L'orgoglio produttivo,
l'erogazione con inventiva, se può, si applica altrove - dopo che è trascorso il
tempo immediato di lavoro. Così se i torni, i forni, le caldaie, gli scambi, il
sistema macchine nel suo insieme funzionasse da solo ben pochi si
sentirebbero diminuiti per questo.

Invece dentro la forma valore d'uso segmenti via via più larghi di lavoro
vivo applicano la loro forza inventiva, la loro intelligenza produttiva - con
risultati non sempre apprezzabili ma con una continuità di sperimentazione
che attesta la radicalità del bisogno. Questa «società sommersa» non fonda
"kibbutz", non popola riserve in cui si pratichi virtuosamente il baratto. Essa
è impiantata come un tumore dentro la società del lavoro salariato - e
organizza la sua metastasi, articolandosi, succhiando tutto quello che può
col minimo sforzo, badando in ogni circostanza ai rapporti di forza e
sottraendosi con grande intelligenza alle battaglie campali, agli scontri
decisivi per evitare che l'impiego massiccio di tutti gli anticorpi di cui la
società è capace, blocchi la metastasi stessa.



- "Non emarginazione, ma estraneità ostile".



Come ognuno può vedere siamo ben lontani dal modello esplicativo Asor
Rosa - che ha avuto le sue vittime dentro il movimento. Per Asor Rosa la
forma impresa è prima società ricca ed equilibrata assediata da ciompi
senza mestiere, temibili solo per la loro miseria morale e materiale che è
loro propria. Laddove i ricchi non sono certo coloro che vivono "dentro" e
"per" l'impresa - semmai essi hanno diritto a tutta la pietà, non scevra di
preoccupazione, dei giovani.

Ed è ancora alla complessità del 12 marzo del '77 che bisognerà riandare
per ricostruire l'intreccio tra nuovi comportamenti del lavoro vivo (in
particolare del lavoro non-operaio) e strategia sindacale.

Tutto ciò che prima è stato scritto sulla "pratica del valore d'uso", ancorché
incompleto, è sufficiente tuttavia a dare le dimensioni del problema. Il
rapporto è di estraneità profonda e, nell'immediato, esso assume la forma di
un'ostilità reciproca.

La cacciata di Lama dall'Università di Roma, lungi dall'essere una bizzarria
estremista, è una spia di questa situazione. Del resto non può che essere così.
Il sindacato interpreta sul terreno contrattuale, come autorità salariale, i
movimenti della forza-lavoro volti alla propria valorizzazione in quanto
merce. Questi movimenti non sono un'invenzione del sindacato. Sono
movimenti indotti dallo svolgersi della categoria denaro, ma essendo
movimenti reali che trascinano milioni di uomini, hanno aspetti
contraddittori. Il sindacato per sua fondazione mette in rilievo i tratti di
movimento autovalorizzante di merce. Il conflitto, la lotta che esso
rappresenta e conduce si svolge dentro i limiti dello scambio lavoro
produttivo-capitale. Oltre questi limiti la forma stessa di sindacato non si
dà. Sicché, quando in Inghilterra o in Italia i bonzi sindacali concordano
sacrifici con le imprese per salvare l'economia, bisognerebbe smetterla di
gridare allo scandalo. Fanno il loro mestiere; difendono insieme il loro posto
di lavoro; e gli operai, che sanno apprezzare la divisione del lavoro, non
menano alcuna meraviglia.

Ma questo movimento autovalorizzante di merce si svolge secondo una
dinamica affatto diversa da quella che presiede alla pratica del valore d'uso
- nella crisi poi questa diversità tende a porsi come opposizione, come
ostilità. E questa ostilità, occorre ricordarlo, non contrappone un pugno di
burocrati sindacali al popolo lavoratore. Essa divide il lavoro vivo, si
rappresenta come contrasto produttivo, politico, culturale tra segmenti
diversi del lavoro - insomma contrappone uomini ad altri uomini sulla scala
dei grandi numeri.

Il comportamento dominato dal valore di scambio si oppone, è costretto a
opporsi al comportamento dominato dal valore d'uso. E' una lacerazione
che attraversa il corpo del lavoro vivo, schiera moltitudini da una parte e
dall'altra spesso senza continuità o confini tracciabili in base alle mansioni
espletate.

E tuttavia si può dire che, mediamente, quello che chiamiamo
comportamento dominato dal valore d'uso si ritrova di preferenza tra i
giovani che esplicano il lavoro non-operaio; e quello che chiamiamo
comportamento dominato dal valore di scambio si ritrova più
frequentemente nel lavoro operaio della grande fabbrica. Dunque la
lacerazione esiste: e tutto fa pensare che sia destinata ad approfondirsi. Né
serviranno a lenire il dolore le comuni reliquie: la notevole omogeneità di
lessico e il paradossale rifarsi alle stesse icone (oh, il ritardo della
«politica»!) nascondono in realtà universi inconciliabili.

E d'altro canto questa lacerazione non sarà certo rimaneggiata dal
probabile successo della strategia del P.C.I. mirante a porre l'ipotesi diretta
del lavoro produttivo sul governo del Paese - è facile prevedere infatti che la
«centralità operaia» come riferimento per la macchina statuale non può che
comportare, almeno nell'immediato, l'accentuarsi della pressione volta a
ricondurre a forza-lavoro produttiva il lavoro non-operaio, e in genere il
lavoro produttivo. Riconduzione che, se non ha alcun respiro strategico
dentro lo sviluppo capitalistico - giacché il livello delle forze produttive, la
composizione di classe, l'obsolescenza della dimensione nazionale la
rendono retrodatata - ha tuttavia la capacità di scompaginare il significato
sovversivo dei nuovi comportamenti dentro la produzione sociale,
compromettendo una ricomposizione di classe nella crisi attorno alla
pratica del valore d'uso.

Sembra quindi di poter concludere che la contrapposizione tra segmenti
diversi del lavoro vivo è destinata, almeno in Italia, ad accentuarsi -
alimentando uno scontro che, in quanto coinvolge milioni di uomini, può
essere riguardato come una forma, sia pure sotterranea, di guerra civile.









*

NOTE SULLA TECNICA



- "Introduzione"



Tutti oggi parlano della tecnica - questo concetto è uno dei più familiari.
Ognuno sa cosa significa la parola tecnica, a condizione che non si
interroghi sul suo significato.

Ma ciò che è noto, proprio perché noto, non è generalmente compreso.

Nel quadro della nostra analisi sull'intelligenza artificiale, o meglio sulla
macchina generale di Turing, cercheremo di fare qualche passo dal noto
verso il compreso. Qui, il nostro scopo è tentare d'apprendere ciò che
avviene dentro e attraverso la tecnica, di pensare come l'esperienza della
tecnica innervi determinate condotte umane. Tralasciamo quindi, nel
seguito di queste note ogni considerazione di tipo etico. Nella vita
quotidiana, infatti, l'esistenza della tecnica non dipende da noi; e noi non
siamo liberi di disporne. Le decisioni che ci hanno condotti a vivere
nell'epoca della tecnica sono state prese più di tre secoli fa.

Nessuno può predire se in questa epoca, nel corso della nostra vita si
prepara un'altra decisione, avversa alla precedente e capace di invertire il
cosiddetto corso della storia. Ognuno può, tuttavia, cercare di comprendere
l'origine della tecnica, la decisione umana che ha condotto e conduce
all'epoca della tecnica.



- "La tecnica come protesi".


Per far questo, partiamo dalla discussione della tecnica come si è svolta
nella cultura tedesca contemporanea.

Uno dei lavori tra i più significativi è quello di Arnold Gehlen: "L'anima
all'epoca della tecnica" (1).

Gehlen, partigiano risoluto della tecnica, pretende di mostrare che la
nascita di quella non è per nulla accidentale.

Alcune disposizioni antropologiche dell'agire dell'uomo lo conducono verso
il dispiegamento della tecnica. Questo dispiegamento non è opera della
ragione - esso risulta dalla parte corporea della natura umana, la parte
vitale, propriamente animale, cioè sottratta al libero arbitrio. Da qui
quell'area di necessità naturale che paradossalmente circonda lo sviluppo
della tecnica.

Secondo Gehlen, infatti, il fondamento della tecnica riposa sulla tendenza
antropologica a scaricare altrove la fatica, sul desiderio umano di ottenere
grandi risultati con minimi sforzi. Così Gehlen ricusa la critica della tecnica
relativa al carattere volontario, perché, secondo lui, la tecnica è
propriamente involontaria.

Gli avversari della tecnica, al contrario, la descrivono come un atto di
pianificazione totale al fine di rendere l'uomo despota della natura - costoro
mettono in evidenza l'aspetto accidentale, volontario dello sviluppo tecnico:
non si sa se esso si arresterà prima di compromettere irreversibilmente la
natura umana (2).

I partigiani della tecnica denunciano questa concezione della natura umana
come romantica. I selvaggi che vivono allo «stato di natura» non si sentono
per niente protetti dalla natura, bensì da essa ossessi e perseguitati - e
inventano una tecnica, la magia, per difendersene. Infatti, sottomettere la
natura attraverso la tecnica costituisce la maniera efficace di allontanare la
minaccia che pesa sull'umanità.



Quale posizione dobbiamo scegliere? E, soprattutto, quali sono le
implicazioni della scelta? Supponiamo, per esempio, di prendere partito a
favore degli avversari della tecnica. Saremmo noi disposti a rinunciare alle
acquisizioni strumentali della tecnica, alla comunicazione a distanza,
all'energia immediatamente disponibile, e così via? Una tale attitudine
esiste certamente nel mondo occidentale; ma essa è costretta dentro ambiti
insopportabilmente ristretti, è condannata al folklore - come gli Hammish
negli Stati Uniti. Noi restiamo posseduti dalla tecnica tanto se ne esaltiamo
le gesta quanto se ne condanniamo i risultati.



- "Tecnica, arte, scienza".



Questa constatazione è il punto di partenza della riflessione di Heidegger
sulla tecnica - né partigiano né avversario della tecnica finisce con l'essere
l'uno e l'altro allo stesso tempo. Per lui, la tecnica è la realizzazione della
metafisica occidentale. La natura della tecnica è dunque arbitraria; ma,
simultaneamente, in quanto realizzazione, essa dona un'apertura sul
mondo che è verità, cioè svelamento dell'Essere.

La posizione di Heidegger è assai complessa; essa peraltro costituisce un
punto di convergenza della discussione sulla tecnica - sicché, per il seguito,
ci limiteremo alla riflessione heideggeriana.

Al fine di chiarire il senso della parola «tecnica», Heidegger risale
filologicamente alla «tecne» dei Greci. Nella conferenza su «La questione
della tecnica» egli circoscrive così il significato della parola:



"Quanto al senso della parola, dobbiamo tener conto di due punti. Prima di
tutto 'tecne' designa non solamente il fare e la destrezza dell'artigiano, ma
anche l'arte nel senso alto del termine e le belle arti. La 'tecne' si riferisce
alla produzione, alla poiesis; essa è qualche cosa di poetico. L'altro punto da
considerare a proposito della 'tecne' è ancora più importante. Fino all'epoca
di Platone la parola 'tecne' è sempre associata alla parola 'episteme'.
Entrambe sono nomi della conoscenza in senso lato. Esse designano il fatto
di potersi ritrovare in qualche cosa, di riconoscersi attraverso qualcosa. La
conoscenza dona delle aperture; in quanto tale essa è svelamento. Essa svela
ciò che non si produce spontaneamente e non è ancora davanti a noi, può
avere ora tale aspetto e poi tale altro, prendere questa forma o quella. Colui
che costruisce una casa o una barca, o forgia una coppa sacra, svela ciò che
si può produrre secondo i quattro modi della causa" (3).



Secondo Heidegger, non è come invenzione per risparmiare fatica, come
lavoro trasferito alla macchina che la tecnica è produttiva, ma come
svelamento di ciò che precede e rende possibile l'agire umano.

«Questo svelamento associa preliminarmente la forma alla materia della
barca o della casa in vista di ciò che s'intende compiere e determina, a
partire da là, la maniera di realizzarla».

Ciò che la tecnica produce non è valutabile in termini d'utilità, giacché
questo prodotto è un compiersi, un dispiegamento della cosa nella pienezza,
della sua essenza. Ora, non può compiersi che ciò che già è - la parabola
della «tecne» è dunque storia dell'Essere che, attraverso il pensiero e la
creazione artistica dell'uomo, esce dall'oblio, si apre e si fa verità.



- "La tecnica, la matematica e la provocazione".



Dobbiamo qui chiederci: questa analisi è adeguata alla tecnica moderna?
Qual è la forma determinata di svelamento propria alla tecnica della nostra
epoca?

Secondo Heidegger, la tecnica contemporanea resta una maniera di svelare;
ma si tratta ora dello svelamento della provocazione e non più della
fabbricazione o della "poiesis". La tecnica contemporanea provoca la
natura; e, per questa via, la costringe a produrre energia utilizzabile e
accumulabile per i bisogni dell'umanità.

La condizione di possibilità di questa provocazione riposa sulla scienza
moderna, cioè sulla matematizzazione del sapere.

La fisica moderna, infatti, non dialoga con la natura attraverso l'esperienza,
come fa il sapere premoderno; al contrario, essa è una teoria particolare
della natura che permette a quest'ultima di manifestarsi, attraverso
l'esperimento, come essere previsibile, dal divenire calcolabile. Gli
esperimenti fisici non interrogano la natura ma solamente quella sua parte
mutilata che sa rispondere agli strumenti. Così, conformemente alla
provocazione, gli esperimenti svelano una natura totalmente disponibile al
dominio umano.

Heidegger mette in luce come, a partire già da Galileo e Cartesio, si delinei il
carattere distintamente matematico del sapere moderno.



"1) Il carattere matematico compreso come «mente concipere» è un
progetto della cosità, della cosa che passa al di sopra la cosa stessa. Il
progetto apre il gioco dentro il quale le cose, cioè i fatti, si mostrano. 2) In
questo progetto è presupposto ciò che sono le cose nonché le forme del loro
apprezzamento. In greco, l'apprezzamento viene indicato dal verbo «axioo».
Le determinazioni presupposte dal progetto sono, dunque, degli «axiomata»
(...). 3) Il progetto matematico in quanto assiomatica è un'anticipazione
dell'essenza delle cose, del «corpus»; così il pensiero che pianifica può
prevedere come ciascuna cosa è strutturata nonché le relazioni delle cose
tra di loro. 4) Questo piano fornisce anche il criterio per la delimitazione del
proprio ambito. La natura non è più ciò che determina la forma del
movimento ed il luogo della cosa, come facoltà interna del corpo. La natura
è ormai il dominio delle connessioni spazio-temporali (...). E' solamente
perché inglobate in questo dominio che le cose possono manifestarsi come
tali. 5) Il dominio della natura, determinato dal piano assiomatico, esige
una via d'accesso, ai corpi e ai corpuscoli che esso ingloba, adeguata agli
oggetti assiomaticamente presupposti (...). Gli oggetti naturali sono allora
quelli che appaiono all'interno del gioco scelto dal progetto. Il progetto,
infatti, prescrive la maniera per la quale essi possono manifestarsi; e
ugualmente determina la maniera di capire e riconoscere ciò che appare,
l'experiri. La scienza moderna è una scienza dell'esperimento progettato
matematicamente. 6) (...) Che la matematica sia un mezzo di
determinazione essenziale non è certo la ragione della forma nuova che
assume la scienza moderna; al contrario, che una matematica speciale
abbia potuto e doveva entrare in gioco, questo mostra che la scienza
moderna è la realizzazione del progetto matematico" (4).



Qui ci siamo permessi questa lunga digressione per dare evidenza alla tesi
heideggeriana che vuole l'evoluzione della tecnica fondata sul potere
progettuale della matematica. La tecnica moderna non è niente altro che il
progetto matematico applicato alla natura, nell'intento d'asservirla - e
questo implica ridurre la natura a certe proprietà fondative della
matematica.

Nell'antica Grecia la tecnica si avvaleva già di cognizioni matematiche; ma
esse servivano a produrre l'"analogon" del corpo naturale e del suo
movimento - sicché la «tecne» mostra la natura come organismo formato da
oggetti stabili e localizzati, corpo a riposo insomma.

Al contrario, la tecnica moderna prescinde dalla concretezza dei fenomeni
sensibili e, attraverso l'astrazione matematica, svela la natura come energia
potenziale pronta all'uso.

La tecnica moderna, secondo Heidegger, è violenza umana che provoca la
natura per obbligarla a produrre energia manipolabile dall'uomo; e già per
questo solo fatto, oscura la natura piuttosto che illuminare ciò che si cela
latente nel suo seno - come la luce della bomba atomica del 6 agosto a
Hiroshima.



La violenza della tecnica approda così allo sterminio della vita.

A vero dire, è la stessa Terra che diviene bersaglio dell'attacco dell'uomo
occidentale, che, per rendere efficace la sua volontà, oggettiva
incondizionatamente l'intero pianeta al criterio matematico.

L'uomo occidentale è un essere insurrezionale - secondo Heidegger, sia
chiaro! (5).

Il sapere matematico si è oggettivato nella tecnica fino al punto da
compiere quell'insurrezione dell'umanità moderna nel regno della
soggettività assoluta. Affermare che Dio è morto equivale a registrare la
realizzazione del dominio della tecnica sulla natura e dei linguaggi formali
sulle lingue naturali - i due effetti, confondendosi, danno poi luogo al
nihilismo come sentimento comune della modernità.



- "La tecnica come esercizio di violenza contro il predominante".


La visione heideggeriana della tecnica, fin qui presentata, sembra aprire
una scenario di pura minaccia. E tuttavia il giudizio del filosofo è più
ambiguo.

Già in uno scritto del 1935, Heidegger rifiuta di ridurre la tecnica moderna
a distruzione. Certo, egli delinea nettamente il violento carattere che è
proprio alla tecnica, ma afferma trattarsi della legittima violenza che il
sapere umano esercita nel suo farsi.



"Così dunque è la «tecne» che caratterizza il «deinon», il fare violenza, nei
suoi tratti principali e decisivi; giacché il fare violenza è qui esercitarla
contro il predominante; si tratta, attraverso questa lotta del sapere, di
acquisire all'apparenza ciò che prima era nascosto" (6).



Heidegger riprende, in uno studio del 1953, il tema della necessaria violenza
che l'uomo deve esercitare sul mondo. All'estraneità inquietante della
natura, l'uomo oppone, con la tecnica, l'efficacia della sua violenza - vi è, in
certo modo, obbligato se vuole conservare il suo predominio. La verità della
natura appare a coloro che la violano. La violenza della tecnica moderna,
provocando la natura, permette all'uomo di conoscerla.



"La tecnica moderna è un modo destinale inerente alla storia dello
svelamento dell'Essere, ovvero il modo della provocazione. Anche lo
svelamento della 'poiesis' è un modo destinale (...). Lo svelamento è questo
destino che, ogni volta, subitamente e inspiegabilmente, si ripartisce in
svelamento della 'poiesis' svelamento della provocazione; e così diviso si
dona all'uomo. Nella 'poiesis' lo svelamento della provocazione ha la sua
origine: e, nello stesso tempo, per effetto del destino, la provocazione rende
irriconoscibile la 'poiesis'" (7).



Non è dunque l'uomo che ha scelto questa prospettiva di rendere manifesta
la natura tramite la provocazione. La dimensione di apertura all'Essere che
la tecnica moderna comporta non è stata, secondo Heidegger, creata
dall'uomo occidentale, ma piuttosto è stata a lui affidata.

Se la tecnica moderna non è un'opera volontaria dell'uomo ma il seguito
dello svelarsi dell'Essere sotto forma della provocazione, cosa possiamo noi
fare se non subire questo destino? E in questo caso, qual è dunque la
minaccia specifica che cela la tecnica moderna? Il pericolo che corre l'uomo
occidentale è che interiorizzando la disposizione provocatrice si ponga
come «signore che governa la natura» e cada così vittima inconsapevole
della propria cultura. Egli, allora, si pone al centro del mondo e dimentica
ciò che rende possibile la sua esistenza, tutto ciò che non è e non può essere
opera della presenza umana. L'uomo occidentale rischia di smarrirsi nella
disposizione provocatrice, incantato dalla potenza dei suoi effetti. Egli può
dimenticare, dimentica ogni altra disposizione possibile diversa dalla
provocazione - fino al punto che la "poiesis", la creazione semantica,
divenga una facoltà alienata. Dominato dalla furia di ridurre la natura a
calcolo per prevedere il futuro, l'uomo occidentale non si avvede
dell'incertezza che l'attività calcolatrice introduce «qui e ora», nel suo
presente. L'uomo padroneggia la tecnica moderna a condizione di
adattarvisi - e questo adattamento è foriero di mutamenti concettuali e
sentimentali il cui decorso sfugge completamente all'agire tecnico. Così
nessuno può anticipare gli esiti dello sviluppo e delle innovazioni tecniche;
nessuno può prevedere se man mano che la natura diviene energia astratta,
potenza senza luogo, la Terra non si trasformi in un mondo inospitale,
incapace d'accogliere.

L'incertezza, lo scenario di morte che apre la tecnica moderna non proviene,
secondo Heidegger, dal cattivo uso che l'uomo occidentale fa della tecnica,
bensì da una condizione destinale.



-"La macchina generale di Turing, ovvero un altro modo dello svelare".



Il giudizio di Heidegger sulla tecnica moderna resta ambiguo; e ciò
testimonia del paradosso proprio alla tecnica. L'oscuramento che essa
introduce nel mondo è nello stesso tempo la diffusione planetaria della luce
accesa dal pensiero greco: la geometria, il platonismo delle matematiche.
L'oblio dell'Essere è la dimensione tragica che comporta il successo della
tecnica moderna. Ma saremmo noi consapevoli di questa perdita della
memoria collettiva se la tecnica moderna non avesse esercitato tutta intera
la sua violenza, se non si fosse accesa la luce della bomba atomica quel 6
agosto su Hiroshima?

Bisogna tuttavia osservare che l'analisi della tecnica che innerva il giudizio
del filosofo tedesco soffre di un'insufficienza iniziale.



Heidegger ha preso in considerazione solo due forme della tecnica, che sono
poi due modi dello svelare: la produzione artistica e la trasformazione
energetica.

Egli, nel corso della sua riflessione, non fa alcun riferimento
all'informazione e al suo statuto concettuale - altro sia rispetto all'oggetto
che all'energia.

La macchina generale di Turing (8) così come la sua origine - la logica
matematica contemporanea - sono del tutto ignorate da Heidegger. Qui
siamo in presenza di un'omissione maggiore, per la riflessione sulla tecnica
moderna.

La logica matematica, infatti, costituisce precisamente il punto d'approdo
del pensiero matematico, là dove esso tocca i suoi limiti - e, per la prima
volta, autonomamente, si pensa. La logica matematica contemporanea
mostra le estreme propaggini, le frontiere ultime del progetto matematico -
invalicabili proprio perché costitutive della matematica stessa. I limiti della
matematica sono quelli propri a ogni linguaggio formale, quindi anche alla
macchina generale di Turing; cioè a tutte le macchine - ed essi operano fin
dall'origine del pensiero matematico e lo limitano dall'inizio già nella forma
dell'aritmetica.

La logica matematica contemporanea, e segnatamente l'opera di Godel (9),
sembra tutta svolgersi nella messa in rilievo del carattere limitato,
propriamente finito del sapere matematico. Secondo Godei, infatti, un
linguaggio formale non può essere nello stesso tempo coerente - libero da
contraddizioni - e completo - tutto ciò che è vero può essere provato
all'interno del linguaggio stesso.

Ora, ciò che costituisce l'incantesimo del progetto matematico è quella sua
capacità di dare certezza della verità provandola secondo regole definite,
accessibili a tutti in principio. La scienza moderna, con Galileo, Cartesio,
Newton, aveva matematizzato la natura perché il sapere matematico
restava certo, a fronte del crollo di altre certezze secolari, come la centralità
e l'immobilità della Terra. La matematica appare divinamente indifferente
alle illusioni dei sensi, alle false apparenze che ingannano i corpi. La verità
della matematica non ha bisogno d'essere sottoposta all'esperienza; essa è
provabile al suo interno. Nella dimostrazione matematica i sensi non
intervengono.

La certezza nella consistenza e completezza della matematica permette alla
scienza moderna di costruirsi come progetto di matematizzazione esaustiva
della natura. Dopo Newton, spiegare un fenomeno equivale a trovare una
formula, una rappresentazione matematica. Così ai misteri della natura
subentra l'enigma della matematica.

La logica matematica contemporanea si iscrive precisamente nel seguito di
questo progetto: essa tenta il massimo, la matematizzazione del pensare, la
costruzione della lingua universale. E, tuttavia, proprio per far ciò, è
costretta a mettere in discussione i presupposti concettuali sui quali l'intera
matematica riposa. Godel ha spezzato il ramo; e il verme è apparso. Noi
oggi sappiamo che la certezza della matematica è senza alcun fondamento
logico; e la verità, in sé completa e coerente, se esiste, non può certo essere
formalmente provata. Qui, la crisi del progetto matematico emana dal suo
seno; e tocca così la sorgente segreta della matematica moderna, la dottrina
pitagorica del numero (10).

Nella riflessione di Heidegger non v'è traccia di questa crisi, ancorché essa si
svolga sotto i suoi occhi. E niente là si dice della macchina generale anche
nella versione banalizzata del computer - laddove proprio il computer è la
realizzazione della matematica, divenuta familiare.

La macchina generale di Turing è il compimento non solo del progetto
matematico, ma anche della critica di quel progetto. Essa quindi marca
piuttosto la fine che l'apertura dell'epoca della tecnica.

Forse, la tecnica informatica è addirittura un altro modo di svelamento che
non è disposizione artistica e nemmeno agire provocatorio.


































*

NOTE AL TESTO DI F. PIPERNO



1. "Die Seele im technischen Zeitalter", 1957. Gehlen orienta la sua analisi
nella direzione tracciata da un altro grande partigiano della tecnica, il
tedesco H. Schmidt. Nel saggio "Die Entwicklungder Technih als Phase der
Wandlung des Menschen", 1954, la parabola dello sviluppo tecnico è così
schizzata: «Nella prima fase, quella della leva, è il soggetto umano che deve
fornire sia l'energia muscolare sia l'atto intellettivo perché l'attività
lavorativa abbia luogo. Nella seconda fase, quella dei motori, l'energia
muscolare è oggettivata dalla macchina. Nella terza fase, infine, quella degli
automi, lo sforzo intellettivo del soggetto umano diviene superfluo perché la
macchina possiede facoltà intellettive» (pag. 119). Schmidt vuol qui
dimostrare che lo sviluppo della tecnica non può essere infinito; e non è
opera della ragione calcolatrice ma piuttosto dell'anima sensibile, del
lascito animale che caratterizza l'uomo. Egli sottolinea come l'innovazione
tecnica può sorprendere senza mai essere veramente nuova, giacché essa è
sempre una continuazione della tecnica antica - lo sviluppo tecnico avviene
per eliminazione successiva degli sforzi dell'uomo come «animale che
lavora». Pur presentando una certa plausibilità, questo schizzo lascia il
lettore insoddisfatto. Schimdt occulta il fatto che lo sforzo umano in ognuna
delle fasi della tecnica, non viene eliminato ma localizzato altrove. Così,
l'automa va concepito e costruito, i suoi programmi devono essere redatti -
e in generale più le prestazioni dell'automa sono versatili maggiore è lo
sforzo intellettuale per realizzarlo.

2. "Die Technisierung der Welt", 1948, di H. J. Meyer e "Die Perfektion der
Technik", 1963, di F. G. Junger sono le due opere che meglio rappresentano
la ricchezza del movimento contro la tecnica in Germania.

3. Conferenza del 1933 su «La questione della tecnica», pubblicata in
"Vorträge und Aufsätze", 1954, pagg. 13-44. Conf. anche "Überden
Humanismus", 1949, pag. 5.

4. Lezioni universitarie tenute nell'anno accademico 1935-36 e pubblicate
nel 1962 sotto il titolo "Die Frage nach dem Ding", pagg. 71-72.

5. Conf. "Holzwege", 1950, e in particolare il saggio "Nietzsches Wort «Gott
ist tot»".

6. "Einführung in die Metaphysik", 1953, pag. 122.

7. Conf. "Vorträge und Aufsätze", pag. 40.

8. La teoria della «macchina generale» si costituisce attorno all'automa
ideale o macchina di Turing. Si tratta di una teoria della macchina che è
anche un modello del cosmo; così come la macchina di Carnot è, allo stesso
tempo, una macchina termica ideale e una teoria del cosmo.

9. Il pensiero matematico scopre i suoi limiti nel 1931 con i due teoremi di
Godel. Il primo afferma l'incompletezza dell'aritmetica. Il secondo mostra
come la coerenza interna dell'aritmetica non può essere provata. Questi due
teoremi suonano la campana a morto del progetto matematico e della sua
pretesa di fondare logicamente il sapere formale. Vale la pena notare come
sia proprio l'opera di Godel a permettere la costruzione della «teoria degli
automi», realizzata da Turing. Il fatto che la logica matematica possa
generare macchine intelligenti non è certo una novità apparsa coi
computer; in qualche modo, da sempre la logica ha come destinatario ideale
la macchina. Quanto poi al carattere limitativo dei teoremi di Godel, tocca
di nuovo costatare come una conoscenza critica della matematica sia
tecnicamente più potente del mero sapere matematico. Sulla relazione
inconfessabile tra Godel e le macchine, vedi A.R. Anderson, "Minds and
Machines", Princeton, 1964.

10. Il pitagorismo o platonismo matematico è una credenza, diffusa ben al
di là della comunità scientifica, secondo la quale la matematica è un
esempio di conoscenza certa della verità, conoscenza cioè di verità
indifferenti all'esperienza dei sensi, sottratte alle ingiurie del tempo. Il
platonismo matematico è, secondo Heidegger, il luogo della metafisica, cioè
là dove la certezza a priori riposa. Sulle similitudini tra questa posizione di
Heidegger e le opinioni che i matematici hanno della matematica, conf. P. J.
Davis e R. Hersh, "The mathematical Experience", Boston, 1981, pagg. 318-
45.




*

luglio-agosto 1976.

UNIVERSITA', FORMAZIONE DELLA FORZA-LAVORO INTELLETTUALE,
TERZIARIZZAZIONE

Romano Alquati





- "L'impresa e la forza-lavoro intellettuale".



La ricerca «Censimento degli studenti» della Facoltà di Scienze politiche ha
confermato che la composizione del nostro pubblico studentesco si accorda
notevolmente con uno spettro della forza-lavoro intellettuale in Piemonte,
in particolare per quanto concerne le imprese. (...)

All'interno dell'ipotesi di lavoro di un nuovo rapporto fra Università e
territorio abbiamo ritenuto che in una regione come quella piemontese,
caratterizzata dalla massiccia presenza delle imprese manifatturiere del
settore secondario, in corso di trasformazione anche in quanto momenti
«motori» dello sviluppo nazionale e soprattutto dell'accumulazione
nazionale, e quindi anche come centri determinanti del potere nel nostro
Paese, fosse indispensabile approfondire l'analisi di questo nodo complesso
ed enorme: per noi, due o tre volte centrale. Ci è sembrato non fosse
possibile comprendere le dinamiche del territorio che coinvolgono con
maggiore intensità l'Ateneo piemontese senza approfondire l'analisi del
cambiamento in corso nel sistema industriale della regione. Nelle imprese
"lavorano già" la grande maggioranza dei nostri studenti, e continueranno
in grandissima parte a lavorare anche dopo la laurea. C'è una situazione
paradossale, e quasi nessuno nel territorio considera cosa essa implichi: una
Facoltà «umanistica» (come è ritenuta la nostra) ha con l'impresa un
rapporto tanto stretto, mentre ad esempio il Politecnico, ritenuto quasi
esclusivamente collegato in modo profondo e immediato al sistema
industriale, in realtà destina più del 60% dei suoi laureati all'insegnamento,
cioè ai servizi! (...)

Orbene, proprio per questo, nell'intreccio complesso fra valore d'uso e
valore di scambio della forza-lavoro complessiva, riteniamo che lo studio
delle trasformazioni della forza-lavoro intellettuale nell'impresa, nella loro
interazione importante con la fruizione universitaria, vada condotto come
momento di una ricerca più vasta sulla formazione della forza-lavoro nel
suo complesso in questo momento di rivoluzionamento e del sistema
industriale e del suo rapporto con la società e col sistema politico. Questa
ricerca è da promuovere battendo ritardi, diffidenze, paure, reticenze e
rinunce del movimento operaio al riguardo. Tuttavia sarà compito nostro
pressoché esclusivo l'approfondimento della parte relativa alle fasce più alte
della forza-lavoro stratificata e gerarchizzata: la forza-lavoro
«intellettuale», che appare occupata anche nell'impresa soprattutto in
funzioni «terziarie» e che sembra, anche attraverso la fruizione
universitaria, «muoversi» verso il cosiddetto «terziario superiore», che poi è
anche il più strettamente correlato al profitto e allo sviluppo.

Esiste inoltre una cerniera particolare fra forza-lavoro intellettuale e forza-
lavoro complessiva che qualifica ormai una grossa fetta della funzione
dell'Università nel sistema attuale e di cui i docenti universitari si sono
finora occupati troppo poco e per di più limitandosi solo a recriminazioni
invece di valorizzare le componenti decisive di questa funzione crescente: la
funzione di sede di formazione degli insegnanti, cioè la formazione dei
formatori, anche se ormai questa loro funzione da un lato è strettamente
precaria, dall'altro non esclusiva ma ormai diffusa fuori dall'Università.
Questa funzione poi comunque non è esclusiva delle Facoltà di Lettere e
Magistero, ma si realizza in tutte le Facoltà di tutta l'Università.
Formazione dei formatori della forza-lavoro complessiva: è una funzione
che l'Università assolve senza che noi mai ci siamo posti la questione della
sua portata politica.

Ciò pone appunto il problema del rapporto fra l'intellettualizzazione
complessiva della forza-lavoro dentro la sua astrattizzazione
(terziarizzazione in senso stretto), e formazione delle fasce più alte della
forza-lavoro intellettuale, consapevoli che essa è destinata in gran parte a
sua volta alla formazione: e che su questo non c'è solo da piangere. (...)



- "Ristrutturazione e domanda di forza-lavoro intellettuale".



(...) La realtà che le forze soggettive del movimento operaio e in particolare
quelle che vogliono aggredire il nodo della formazione anche dall'interno
dell'Università si trovano di fronte, non solo davanti ma contro, è la
«ristrutturazione» del sistema industriale e del suo rapporto con la società:
quel rivoluzionamento, in corso dall'inizio degli anni Settanta, della
struttura produttiva nel suo rapporto con le funzioni riproduttive con cui la
classe capitalistica ha tentato e tenta di rispondere alla lotta degli anni
Sessanta, ed espressasi per la prima volta a livelli insopportabili dal sistema
nel '69.

La ristrutturazione va però ulteriormente definita. Ormai da parte di molti
si distingue la "riconversione" dalla "ristrutturazione"; si intende per
riconversione il passaggio alla produzione di nuovi prodotti al posto di
prodotti attuali, la sostituzione di settori merceologici con nuovi settori
merceologici: vedremo che malgrado le aspettative di alcuni anni fa,
allorché si è ricominciato a parlare di «nuovo modello di sviluppo», la
riconversione non ha assolutamente avuto luogo e non ha luogo; perlomeno
nel senso che appunto il movimento operaio si attendeva. La
ristrutturazione invece colpisce a fondo, ed è la razionalizzazione del
sistema industriale al fine di restaurare il comando e rilanciare il profitto
all'interno di un quadro merceologico immutato; ma in realtà essa oggi
procede nell'ulteriore restringimento e specializzazione della base
produttiva; come sta avvenendo in Italia e in Piemonte. Pertanto oggi in
Piemonte e in Italia non assistiamo a nessuna ulteriore diversificazione ma
piuttosto al contrario: e si usa il termine diversificazione in modo
mistificato per denominare meri processi di commercializzazione che
avvengono dentro la vecchia struttura merceologica del sistema industriale.
(...)

Dunque: la ristrutturazione è un processo politico che agisce innanzitutto
modificando la base strutturale dello scambio fra lavoro vivo e lavoro morto
nella valorizzazione e nell'innovazione, che oggi passa necessariamente
dentro la fabbrica senza per questo rinunciare a prendere dalla società
borghese in crisi di crescenza, di sussunzione reale al capitale, tutto il
contributo al rilancio del potere (che è il grande inghippo alla strategia
padronale) e del profitto che, malgrado la crisi del sistema politico, la
società come luogo funzionale della riproduzione capitalistica può dare,
grazie alla prevalente valenza capitalistica di eventuali razionalizzazioni
del sistema produttivo.

Il momento prevalente della ristrutturazione ci sembra possa essere
ipotizzato nella «innovazione organizzativa». A essa è finalizzata anche
l'innovazione del prodotto, più che il contrario: e ciò - come vedremo -
implica che l'organizzazione dei rapporti «sociali» dentro l'impresa conta
oggi più della meccanizzazione del lavoro, nel senso che quest'ultima è
subalterna alla prima; (come diceva Marx) l'organizzazione appare ancora
più che mai «la via regia» dell'innovazione tecnologica; e in modo peculiare
in seguito alla cibernetizzazione e all'uso integrativo dell'elaboratore,
macchina politica perché macchina immediatamente organizzativa. E
(vedremo che) l'emergere al centro delle ristrutturazione di questa
dimensione portante dell'organizzazione - come funzione di comando di un
sistema complesso peculiare che estende la sua complessità in una nuova
articolazione internazionale, mondiale -viene a spiazzare quasi interamente
la vecchia struttura per Facoltà, e per di più «merceologiche»,
dell'Università italiana e si trova assai vicina alla radice della crisi
dell'Università.

La ristrutturazione si muove attraverso soprattutto l'innovazione
organizzativa e cerca nella fabbrica e nella società margini nuovi di
stabilizzazione del potere-profitto che molto sovente colpisce gli impiegati:
dentro e fuori della fabbrica, oggi con la nuova organizzazione si aggredisce
la forza-lavoro intellettuale, il ceto medio, mettendo necessariamente in
crisi un vecchio, secolare, sistema di alleanze della classe capitalistica:
prima al fine di resistere alla stretta operaia e poi, battuta quella, di
recuperare nuovamente, eventualmente, i nuovi ceti medi, a spese degli
operai sconfitti. Questo attacco alla forza-lavoro intellettuale favorisce però
oggi nei ceti medi la crisi di consenso; e li induce a una domanda politica
nuova che si rivolge anche nei confronti dell'Università: gli studenti-
lavoratori domandano una formazione culturale e politica nuova che va
vista come l'altra faccia di un unico processo che ha provocato anche
l'obsolescenza della «professionalità» tradizionale della forza-lavoro
intellettuale. D'altronde, di contro, il movimento operaio può porsi
realisticamente l'obiettivo di una diversificazione e riconversione del
sistema produttivo che realizzi una vera valorizzazione dell'egemonia
politica della classe operaia. Ma solo se sa raccogliere questa duplice
domanda politica che viene da questa forza-lavoro in espansione:
emergente non solo come nuovo alleato privilegiato, ma come componente
determinante dei movimenti di lotta della classe operaia stessa. Solo
mobilitando e organizzando direttamente la forza-lavoro intellettuale. Non
si potrà vincere senza di loro. E la lotta implica la loro formazione; come
implica oggi la funzione e l'assetto di questa importante istituzione politica
che si chiama Università: nel suo ruolo di cerniera fra la fabbrica, la società
e lo Stato.



- "Alcuni punti particolari, in via preliminare".



(...) L'automazione del lavoro diretto e la terziarizzazione del lavoro in
generale (anche indiretto) sono fra gli obiettivi più ambiziosi della
ristrutturazione e non un processo residuale, o una sua conseguenza
secondaria. Quindi va anche sottolineata la tendenza a ridurre nel nostro
Paese il peso materiale dell'operaio massa con la macchinizzazione, col
decentramento, con l'espulsione nel Terzo mondo del lavoro diretto delle
fasi finali dei cicli più legate allo scambio finale col mercato dei beni di
consumo, soprattutto di consumo durevole; e quindi va enfatizzata la
tendenza imposta ad accrescere di contro la terziarizzazione della forza-
lavoro anche espandendo nel nostro Paese le fasi a monte e a valle
immediatamente della fabbricazione «manifatturiera» di questi beni di
consumo, automatizzandole e commercializzandole. Il Piemonte non deve
più essere considerato patria della produzione di massa! E' ormai acquisita
la specializzazione del Piemonte nella fabbricazione e riprogettazione
riadattativa dei beni strumentali da un lato, e nella loro
commercializzazione dall'altro su un mercato mondiale. (...)

La nuova divisione internazionale del lavoro, malgrado la forte concorrenza
internazionale fra le imprese multinazionali, si viene realizzando con un
ulteriore restringimento della base produttiva. E ciò sembra escludere, per
ora, malgrado le intenzionalità contrarie del movimento operaio italiano, o
soltanto di quello della nostra regione, una reale possibilità di convertire il
sistema produttivo del nostro Paese alle «alte tecnologie»: al contrario,
aumenta l'ulteriore specializzazione del sistema produttivo (e
indirettamente anche di molti servizi e funzioni riproduttive della società
compresa in Piemonte) nelle produzioni di livello tecnologico «medio».
Questa concentrazione, specializzazione sul livello medio, ha significato un
ulteriore restringimento! Quindi ha operato perfino un'eliminazione di
momenti produttivi e riproduttivi di tecnologia medio-alta anche, oltre che
di alcuni dei rari picchi nostrani di «alta tecnologia», che ieri c'erano e ora
non ci sono più, anche se spontaneamente se ne è formato qualche altro. (...)

La flessibilizzazione della vecchia struttura organizzativa del ciclo della
grande impresa, rigido e massificato, procede in parallelo con la
determinazione di una nuova qualità della forza-lavoro combinata, ora in
modi relativamente flessibili, al livello tecnologico «medio». L'egemonia del
«vecchio» operaio-massa, che già si era collegato e saldato all'inizio degli
anni Sessanta ai professionali, e che poi si è collegato spontaneamente alle
avanguardie emergenti dei «terziari», alle giovani forze terziarie, già nel
vecchio ciclo del la lotta questa egemonia -ripeto - non è caduta, ma ha
cambiato valenza. Malgrado una riproduzione anche quantitativamente
allargata degli operai professionali in senso tradizionale, trasferiti però ad
altri punti del ciclo, e malgrado lo sviluppo di lavoro precario, attualmente,
in questi anni Settanta, l'egemonia dell'operaio-massa si riproduce in un
nuovo rapporto, ancora una volta "spontaneamente", realizzato
innanzitutto con il nuovo proletariato «terziario» e «quaternario»
dell'industria e dei servizi, nonché con certe avanguardie financo della
pubblica amministrazione: questa nuova composizione di classe a mio
avviso si realizza tendenzialmente dando luogo a una nuova fase storica che
sostituisce ormai all'operaio-massa l'«operaio sociale» (come lo chiamo io),
oggi embrionale. Questa potenziale, intenzionale, ricomposizione di classe
ha come base oggettiva la nuova qualità della forza-lavoro astratta
complessa. (...)

Perché questo proletariato «terziario» che nella stratificazione sociale sta al
di sopra dell'operaio-massa, tuttavia ormai è a sua volta massificato,
dequalificato, concentrato, subalterno a un lavoro morto come macchinario
computerizzato, con ritmi alti e lavoro svuotato e ripetitivo e parcellizzato,
anche nel terziario superiore o «quaternario»... Il nuovo ceto medio
proletarizzato è in realtà il nuovo proletariato. Certo allora non è più il
vecchio. Queste due grandi variabili, «terziarizzazione» e
«proletarizzazione», fino agli anni Sessanta in Italia potevano essere
contrapposte; negli anni Settanta non più, neppure fuori del processo
lavorativo; esse tendono a combinarsi; ma nel farlo si trasformano. Oggi
abbiamo un proletariato al di sopra degli operai di fabbrica, mentre fino a
ieri l'avevamo solo al di sotto; è inutile stupirsene e scandalizzarsi; è un
fatto, un fatto peculiare, un fatto «specifico» che ha gigantesche valenze
politiche positive per la classe operaia, e che coinvolgono il ruolo
dell'Università, già oggi: il suo ruolo di fatto, svolto magari malgrado il suo
assetto, anzi, come contraddizione, ormai incontrollabile dai baroni, di
questo assetto. (...)

La ricerca tecnologica e scientifica si scorpora e si autonomizza: ma si fa
all'estero. Oggi il sistema industriale del Piemonte vede un'ulteriore
riduzione della ricerca tecnologica di lungo termine e l'acquisto crescente di
"know-how" e licenze; mentre cresce solo la ricerca tecnologica più
immediata legata all'adattamento e alla revisione delle macchine utensili e
dei beni strumentali. Queste produzioni, però, a loro volta sono articolate
per costellazioni di imprese che decentrano a cascata la fabbricazione alla
piccola industria e al lavoro a domicilio e si limitano al montaggio finale e
alla commercializzazione in un'area mondiale di macchinari e impianti la
cui parte meccanica, meno tecnologicamente elevata, è fabbricata in Italia,
ma quella più importante e di più elevata tecnologia (elettronica) è
importata spesso già fatta dall'estero e solo montata sull'impianto. La
progettazione si scorpora e si autonomizza: quella che però rimane
localizzata in Piemonte a sua volta è applicata all'adattamento di "know-
how" importanti, che poi, sovente, vengono rivenduti al Terzo mondo.
Nondimeno, la progettazione che rimane nella nostra regione oggi è
fortemente industrializzata, meccanizzata, automatizzata, con espulsione
di forza-lavoro impiegatizia trasferita altrove. Pertanto cresce da noi la
commercializzazione in senso stretto di macchinari e impianti o di capacità
progettativa organizzata. La vendita nei Paesi terzi in parte crescente di
impianti e sistemi in gran parte «inventati» all'estero assorbe e promuove
giovani operai professionali, che così si terziarizzano. Le produzioni
manifatturiere tradizionali, come l'auto, l'elettrodomestico, o quelle tessili e
alimentari, si meccanizzano e automatizzano ulteriormente; e soprattutto
decentrano e trasferiscono fuori lavorazioni irriducibilmente ad alta
intensità di lavoro che ancora strozzano la meccanizzazione del lavoro
diretto e anche indiretto: fenomeni come la robotizzazione sono importanti
perché eliminano lavoro semplice, eliminano la manifattura che
sopravviveva nella fabbrica e ridimensionano l'operaio-massa.

In realtà gli unici embrioni di diversificazione sono proprio da vedere dietro
ai fantomatici progetti speciali... cioè nella produzione di macchinari per
ufficio; e poi, macchinari per l'industrializzazione e operaizzazione del
lavoro impiegatizio anche e soprattutto nei servizi. Infatti andrebbero prese
più sul serio dal movimento operaio le aperture, non meramente
propagandistiche, delle multinazionali nella produzione di infrastrutture e
soprattutto di macchinari e impianti per i servizi. A partire dalle nuove
potenzialità di progettazione di ingegneria civile, a partire dalla casa e
sistemi residenziali, sistemi di trasporto pubblico, sistemi sanitari eccetera
le imprese italiane come la Fiat, la Montedison eccetera hanno cominciato a
produrre in serie per l'Italia e soprattutto per il mercato dei Paesi che
entrano nel benessere, trasferendo qui nella progettazione i profitti
conseguiti con l'auto o con i medicinali.

E' questo l'unico ambito che le multinazionali piemontesi e italiane possono
ritagliarsi per ora fuori dallo stretto spazio lasciato dal capitale
internazionale, che a sua volta però ha cominciato a muoversi in questa
direzione e domani potrebbe imporre i suoi prodotti, progetti, impianti e
sistemi, ai settori che producono servizi per il consumo pubblico: altro che
attendere l'Ente locale! Il problema è controllare questi investimenti di
industrializzazione e diversificazione riferita soprattutto ai bisogni degli
utilizzatori e quelli dei lavoratori come utenti, secondo una strategia del
movimento operaio; ma promuoverli. In questo spazio ristretto, che rischia
di restringersi ancora per l'espulsione della ricerca e l'ulteriore
specializzazione produttiva, stanno anche le potenzialità di crescita della
forza-lavoro intellettuale, di terziarizzazione e quaternarizzazione della
forza-lavoro complessiva in Piemonte e a questo quadro deve riferirsi oggi
realisticamente il rapporto Università-territorio e in particolare Università-
impresa. (...)

Se tutto ciò è vero possiamo noi pensare che in questa dialettica costituente
il terreno della lotta di classe in questi anni Settanta non giochi un ruolo
importante la produzione e riproduzione della forza-lavoro stessa? Della
forza-lavoro vivente e della sua capacità lavorativa come nuova base della
sua capacità di lotta? Produzione e riproduzione della sua qualità e
quantità? E in tutto ciò non ha avuto un ruolo, uno spazio politico, la
formazione?

Sul terreno di nuove unità che rovesciano la terziarizzazione e la
industrializzazione di terziari in un più ampio schieramento
anticapitalistico, la ristrutturazione ci appare fatta, anche molto, di
formazione. (...)

Ma il problema della formazione non si può certo limitare al proposito del
giusto smantellamento della rete di clientele che le scuole professionali
rappresentano; come d'altra parte anche la scuola di Stato: canale di
distribuzione di rendite? Certo, e da più punti di vista. Ma la formazione
come momento della valorizzazione della forza-lavoro, della produzione e
riproduzione della forza-lavoro, ha ben altra valenza negli interessi della
classe operaia, e non si può continuare a ignorarla, sperando nei miracoli
dei movimenti spontanei. (...)

Certo, quel che conta è innanzitutto la lotta operaia contro la
ristrutturazione e l'uso politico che se ne propone il padronato e la classe
capitalistica: ma è proprio all'interno di questa lotta che la formazione
conta. Non è un diversivo cercare di capire come strategicamente,
tatticamente, organizzativamente da parte operaia può porsi il nodo della
formazione della forza-lavoro perché essa sia valorizzazione autonoma
della capacità politica di lotta della classe operaia. Ed è poi su questa base
che si pone il problema della trasformazione e dell'adeguamento di
istituzioni politiche come quelle formative separate ma la cui separatezza è
in crisi: la scuola e l'Università; sono in crisi queste istituzioni separate e la
loro funzione di riproduttrici di separatezza!

(...) Nell'area metropolitana la forza-lavoro si «intellettualizza» proprio in
quanto forza-lavoro sociale complessiva; autonomizzandosi, in seguito alla
sua attuale lenta terziarizzazione e quaternarizzazione, da un adattamento
rigido e immediato al macchinario; cui viene subordinata oggi in modo da
un lato più indiretto, mediato, e dall'altro più complessivo, esteso, sociale.
Anche per questo è andata crescendo negli anni presenti l'importanza
politica di questa sfera separata, che tende ad assumere nei pensieri della
classe capitalistica un posto privilegiato; poiché è venuto meno gran parte
del controllo di essa e delle sue funzioni politiche stabilizzanti, mentre il
movimento operaio non ne ha comprese le potenzialità.



- "Il processo complessivo di produzione e riproduzione della forza-lavoro".



(...) Un altro tema importante di ricerca ed elaborazione si apre dalla
constatazione che il processo di produzione e riproduzione della forza-
lavoro non è certo riducibile al momento della formazione istituzionalizzata
e legalmente riconosciuta, cioè alla scuola. La scuola rimane fondamentale
per il valore d'uso e ancor di più per il valore di scambio, anche se oggi il
valore d'uso «nuovo» ha con la scolarità un rapporto crescente. Epperò la
produzione e la riproduzione della forza-lavoro, specie nel suo valor d'uso
che sappiamo essere oggi assai sfasato con quello di scambio, avvengono
anche al di fuori della scuola; ciò è sempre avvenuto nella storia, ma oggi
ciò si pone in modo storicamente «nuovo».

Il processo «separato» avviene innanzitutto anche in altri momenti della
società: essa è definibile non a caso come luogo funzionale della
riproduzione; negli anni Settanta anche nel nostro Paese la società
borghese tende sempre più a essere letta come luogo della riproduzione
della forza-lavoro stessa. E tuttavia la caratteristica dei Paesi di più elevata
maturità, ovvero di più elevata accumulazione capitalistica (come ormai
malgrado il regresso tecnologico relativo recente è anche il nostro), la
separatezza storica della produzione del plusvalore dalla società borghese
come sfera della riproduzione viene elidendosi talora in modo assai forte;
tanto che in molti momenti, come ad esempio abbiamo già visto a proposito
del processo di innovazione, si realizza una forte integrazione fra fabbrica e
società; e molte funzioni riproduttive industrializzate a loro volta si
fabbrichizzano e si integrano con le tradizionali attività del settore
secondario. Molti sono i nodi anche istituzionali che crescono a cavallo
dell'interscambio fra fabbrica e società. Ora va detto e precisato che la
formazione della forza-lavoro, storicamente, da sempre, come produzione e
riproduzione, come sua valorizzazione, è avvenuta anche assai all'interno
del luogo stesso di lavoro: e in questi anni Settanta la fabbrica stessa può
essere letta in modo ribaltato recuperandola dentro il processo di
produzione della forza-lavoro; nondimeno - sembra un paradosso - il
processo di riproduzione della forza-lavoro rimane un processo «separato»
da quello della produzione immediata del plusvalore, anche se in modo assai
relativo: e questa relatività è sempre variata storicamente. Inoltre avviene
oggi anche un processo di integrazione della scuola con la fabbrica; proprio
come conseguenza della crisi delle vecchie professionalità e in misura in cui
la fabbrica stessa si socializza essa vede una sua integrazione con la scuola,
che però è ambivalente e si potrebbe scoprire che è funzionale più nel senso
dell'autonomia che in quello dello sfruttamento. (...)

In termini più concreti e ravvicinati il processo di produzione e riproduzione
nella sua interezza deve essere messo in rapporto, in interazione, con la
ristrutturazione del sistema industriale e del rapporto fabbrica-società in
Piemonte al fine di ricollocare dentro questo rapporto dialettico anche il
ruolo peculiare che vi svolge la scuola. E inoltre dovendo poi approfondire
l'elaborazione e l'analisi relativa alle fasce più alte della forza-lavoro
intellettuale in questo sistema che sembra intellettualizzare un poco di più
l'intera forza-lavoro. E quindi ponendoci il problema della funzione
dell'Università.


































*

aprile 1977

UNO STRANO MOVIMENTO DI STRANI STUDENTI

Luigi Manconi e Marino Sinibald.





- "Perché proprio nelle Università".



(...) Nell'editoriale dello scorso numero di «Ombre rosse» - dopo aver svolto
un'analisi sostanzialmente corretta della natura e delle caratteristiche della
figura sociale studentesca - scrivevamo:



"E' questa condizione materiale e il carattere diversificato e segmentato di
questa insubordinazione sociale degli strati giovanili a costituire la ragione
fondamentale della crisi attuale del movimento degli studenti. Un
movimento come "corpus" in qualche modo omogeneo, con luoghi di
aggregazione in qualche modo stabili, con un programma in qualche modo
compatto non può sopravvivere alla decomposizione della sua sede
fondamentale - la scuola - della sua attività prevalente e del fine a cui è
indirizzata (lo studio per il posto di lavoro) e delle condizioni elementari
che ne garantivano l'aggregazione (la frequenza, una certa identificazione
col 'ruolo' di studente). L'attuale organizzazione della società e l'attuale
forza dirompente e disgregante della crisi impediscono che si formino altri
luoghi in grado di sostituire la scuola nella sua funzione di socializzazione e
di associazione, e comunque non è ipotizzabile, al presente, nessun altro
luogo in grado di contenere-unificare i soggetti frantumati e differenziati di
quella stessa insubordinazione sociale di cui si è detto".



E' successo invece, in questi mesi, che è stata ancora la scuola - e
segnatamente l'Università - a svolgere quella funzione che chiamavamo di
«socializzazione e associazione».

Perché né noi né le forze politiche della sinistra tradizionale e di quella
rivoluzionaria siamo stati in grado di prevederlo? L'errore - che è di analisi
e di ipotesi politica - è stato probabilmente quello di dare per interamente
consumato il processo di "estraneizzazione" progressiva dallo studio da
parte di larghe masse studentesche o, addirittura, della stragrande
maggioranza di esse.

Ciò ha dato luogo a contrapposizioni fuorvianti, di cui tuttora permangono
tracce. E allora va affermato con decisione che l'alternativa non può essere
tra un'analisi che veda prevalentemente l'atteggiamento di chi si riconosce
nello studio e un'altra che veda prevalentemente l'atteggiamento di chi
rifiuta lo studio.

Ambedue queste interpretazioni - la prima di parte revisionista e
neorevisionista, la seconda di matrice estremistica - sono incapaci di
cogliere la complessità degli orientamenti reali e, ancor prima, delle
condizioni reali delle masse giovanili scolarizzate; entrambe mistificano e
deformano il livello di coscienza prodotto da dieci anni di lotta studentesca.
E', questo, un livello estremamente alto che si fonda sulla consapevolezza
della natura e delle dimensioni della crisi economica e di come si sia
irrimediabilmente chiuso, in conseguenza di essa, il circuito tra formazione
scolastica e sbocco professionale.

Se, quindi, appare idealistica e avventurosa l'ipotesi che possa essere
l'applicazione allo studio (l'incremento della qualificazione) lo strumento
per forzare e riaprire quel circuito, ugualmente idealistica e ugualmente
avventurosa risulta l'idea che altri canali possano surrettiziamente e
artificialmente essere creati (il «preavviamento al lavoro», ad esempio): ma
- ed è questo l'elemento che ci è, in passato, sfuggito - nemmeno appare
credibile che quel circuito possa essere semplicemente eluso e «saltato», dal
momento che questa figura sociale ha dimostrato di possedere radici
profonde, sia pure ingarbugliate, nella propria condizione scolastica e nella
fittissima rete di collegamenti che essa ha col destino futuro di occupato,
inoccupato, sottoccupato.

Da qui, la necessità di ripercorrere interamente, nell'analisi, quel circuito
perché è a ogni suo passaggio, a ogni suo nodo, a ogni sua intersecazione
con la materialità della condizione studentesca e giovanile che la
divaricazione tra studio e sbocco professionale, da una parte, e tra studio e
bisogni di massa, dall'altra, si allarga; e perché quanti lo ripercorrono
materialmente (le masse studentesche) a ogni passaggio, nodo,
intersecazione, misurano la propria oppressione e la necessità-possibilità di
liberarsi.



"Selezione è l'emarginazione degli studenti, ma non solo, sia chiaro,
l'emarginazione degli studenti-lavoratori che non possono frequentare e dei
fuori-sede numerosissimi che non hanno i soldi per vivere a Roma mantenuti
dalla famiglia, ma anche l'emarginazione di quelli che non ci capiscono un
cazzo, che non sanno dove stanno le aule e gli Istituti, che non conoscono le
facce dei baroni e dei precari, che non sanno come si entra in una biblioteca
e come si chiede un libro, che non capiscono le poche lezioni che sentono
(per lo più del primo anno). Dunque selezione è anche il sistema delle
informazioni delle Facoltà che è intenzionalmente incasinato e tenuto
clandestino. Ma è successo che proprio questi studenti emarginati e non
frequentanti, poveracci, ignoranti, donne e lavoratori, questi proletari e
sottoproletari dell'Università e della città, hanno con l'occupazione scoperto
la loro forza, hanno rotto l'isolamento e la loro disgregazione. Fino a ora
qui dentro tutto poteva passare, perfino le provocazioni di Salinari sugli
appelli mensili, perfino la soppressione di fatto dei piani di studio
liberalizzati, proprio perché eravamo disgregati, isolati e disorganizzati.
Anzi più loro rendevano pallosa, selettiva, incomprensibile, estranea questa
Facoltà, più noi ce ne allontanavamo e facevamo così il loro gioco perché
lasciavamo la Facoltà in mano ai baroni, ai baronetti e ai pochi studenti
frequentanti, tra cui ci sono anche i più corrotti e leccaculo (...). Perché
selezione è anche far finta che si arrivi a Lettere solo dal Liceo classico,
come prima del '68, terrorizzare gli studenti per scoraggiare ed emarginare
quelli più deboli (cioè meno borghesi). Selezione è quella di alcuni docenti
che se non sai il tedesco non ti danno la tesi, è quella dei baroni di filosofia e
storia che chiedono il greco e latino eccetera".



Questo documento - datato 14 febbraio 1977 - della Commissione «Inchiesta
sulla Facoltà» individua precisamente, a nostro avviso, il cuore della
questione: riconosce nel rapporto con lo studente o (e si tratta della
medesima cosa) nel mancato rapporto con lo studio il tratto dominante
dell'attuale fisionomia studentesca. La cosa può apparire paradossale: mai
come ora, infatti, lo studio, la cultura e - più in generale - la concezione del
mondo dei ceti dominanti e degli istituti di mediazione degli orientamenti
dei «cittadini» attraversano una crisi irreversibile; e, d'altra parte, mai
come ora, la trasformazione capitalistica dello studio in valore e in merce
appare in tutta la sua miseria e inutilità. Le grandi masse giovanili
sembrano, di conseguenza, costrette - «strutturalmente» e
«biologicamente» - a rivendicare occupazione, salario, reddito: a «saltare»
di necessità tutto il terreno della loro specifica collocazione nella divisione
sociale del lavoro (del non-lavoro) e nella divisione sociale della conoscenza.

Non accade così. L'organizzazione dello studio, i luoghi dello studio, i
contenuti dello studio appaiono ancora l'aggancio reale e materiale (forse
l'unico) con una condizione sociale in qualche modo tangibile, verificabile e
(forse) modificabile, la conferma della propria esistenza collettiva, la sola
certezza - anche se solo in negativo - di un proprio destino sociale. Esiste, in
sostanza, un profondo radicamento di questo «strano» studente nella sua
reale e materiale condizione; un radicamento che è coatto e disperato ma
che pare non offrire via d'uscita fuori di sé, dai nodi concreti della
condizione giovanile (studentesca, lavorativa e non lavorativa), dei
passaggi obbligati della rete di relazioni tra vita quotidiana, Università e
lavoro (non lavoro). Esemplare è, sotto questo punto di vista, la figura del
non-frequentante/occupato: in passato - dieci anni fa - massa di manovra
moderata per le iniziative di rottura e divisione nei confronti dei
frequentanti/attivizzati politicamente; strato «produttivo» legato
strettamente alla funzione di valorizzazione che la laurea assolveva
all'interno della gerarchia aziendale; settore sociale dipendente più di altri -
per collocazione produttiva e per posizione sociale e culturale - dal sistema
di valori dominanti e dalle sue espressioni più tradizionali (dall'ideologia
della professionalità a quella dell'ordine).

La crisi economica e sociale ha spappolato non tanto "questo strato" - che,
al contrario, oggi rappresentava uno dei settori più rigidi della forza-lavoro
occupata a media-alta qualificazione - quanto quella funzione e la sua
riproducibilità nelle successive e corrispondenti fasce generazionali.

I non frequentanti, oggi, sono innanzitutto i respinti da un mercato del
lavoro intasato e da un'Università impazzita che, mentre verificano
l'inutilità della seconda, sbattono dolorosamente la testa nel labirinto
chiuso del primo. La loro collocazione nel mercato del lavoro, ai suoi
margini e nelle sue periferie, è nota (1): è stata già oggetto di molte analisi
sociologiche, di uno sterminato numero di mediocri articoli di rotocalco,
delle relazioni di cento Istituti di ricerca finanziati da Enti e sotto-enti.
Esiste su di essa, ormai, una letteratura e un'aneddotica che si fanno ogni
giorno più copiose. Ma anche questo parrebbe contribuire a legittimare una
condizione di estraneità consumata e definitiva della massa degli studenti
nei confronti dell'Università e dello studio.

Ciò corrisponde al vero: una tale estraneità presupporrebbe, infatti, che le
masse studentesche vivano in una condizione non-sociale o, meglio, che
socialmente non vivano, dispersi molecolarmente in una metropoli
molecolare, disaggregati - prima ancora che disgregati - e non aggregabili.
E, comunque, non aggregabili nelle Università.

Se, al contrario, le Università (in particolare, quelle di Roma, Napoli,
Palermo) sono stati luoghi di reale aggregazione per tutto uno strato
sociale che vi ha trovato l'occasione per una propria - certo parziale e non
definita - ricomposizione, ciò è successo:



a) perché l'insorgere della nuova insubordinazione studentesca - come la
stampa borghese e quella revisionista hanno stizzosamente lamentato - ha
raccolto le mille insoddisfazioni, ribellioni, rifiuti di uno strato mille volte
deluso, negato oppresso. Nella rivolta universitaria si sono ricongiunti molti
spezzoni di rivolta mortificata e di rabbia contenuta, da quella dei venditori
a rate di enciclopedie a quella delle studentesse-baby sitter, sino a quella dei
doposcuolisti, dei diciassettisti, dei supplenti; si sono ricongiunti lì, nelle
assemblee all'Università, perché lì sono stati spinti dall'unica - ancorché
fragile e quasi remota - «memoria storica» di cui dispongono - quella del
movimento del '68;



b) perché ai vasti processi di proletarizzazione già realizzati e consumati
nella condizione sociale di larghe masse non corrispondono - come molti, e
fin dentro le fila del movimento, pretendono quando continuano a
rivendicare una «riconversione ideale» nell'atteggiamento dei giovani verso
il «lavoro fisico» - nuove opportunità di occupazione manuale "al posto" di
quella intellettuale; corrisponde piuttosto la proletarizzazione
(manualizzazione) dell'attività intellettuale stessa: la sua riduzione, quindi,
ad attività esecutiva e meccanica. Di conseguenza, un numero sempre
crescente di studenti chiede all'Università di essere esclusivamente il luogo
della formazione elementare, dell'apprendistato di un'attività intellettuale
del tutto priva di qualificazione, dell'addestramento di base per
un'occupazione che richiede, in sostanza, solo ciò che una volta veniva
definita «cultura generale». E questa altro non è se non una cultura da
«L'Espresso» e Secondo canale televisivo, frutto della lettura di compendi e
di manuali, scritti a loro volta sulla scorta di riassunti e di antologie:
Bignami di sociologia, di psicologia e di politica messi insieme sulla scorta di
una erudizione umanistico-liceale e destinati a riprodurre nozionismo
umanistico-liceale, integrato frettolosamente con aggiunte di annata
(ecologia e terzomondismo, psicanalisi e antropologia).



Può sembrare grottesco, ma è esattamente "questa" «cultura» a essere oggi
richiesta dal mercato del lavoro intellettuale: riedizione aggiornata della
medesima «cultura generale» che forniva l'Università del capitalismo
libero-scambista alle élite che allora la frequentavano (con la differenza,
certo decisiva, che quelle élite venivano formate e addestrate a gestire
potere reale). E' una «cultura» che fornisce a chi ne è in possesso possibilità
di occupazione grama, precaria e spesso miseranda nelle istituzioni
dell'istruzione, dell'industria culturale, dell'informazione e della
comunicazione, della ricerca: è un esercito di precari, avventizi, stagionali,
apprendisti, la cui qualifica sociale (se - poniamo - il mestiere è quello di
correttore di bozze per una casa editrice) può oscillare tra i due termini
estremi di «operatore culturale» o di «sottopagato intellettuale».

Ecco, l'Università pare essere oggi il luogo di formazione di una tale
«cultura» e di tali «intellettuali»; ed è l'organizzazione capitalistica del
sapere e della sua trasmissione in una società di massa quale la nostra che
lo richiede (non ci sono sbocchi professionali per i laureati in sociologia, ma
sono necessari molti studenti, diplomati e laureati, dotati di alcuni
rudimenti di «sociologia», per vendere le enciclopedie a rate, casa per casa;
non ci sono sbocchi professionali per i laureati in pedagogia ma sono
necessari molti studenti, diplomati e laureati, dotati di alcuni rudimenti di
«pedagogia», per fare gli animatori nelle scuole elementari).

Gli iscritti alle Facoltà di Lettere, Filosofia, Magistero, Sociologia,
Giurisprudenza e Scienze politiche, questo hanno come sbocco
professionale; e a questo «aspirano» quanti, invece, hanno un'occupazione
«non umanistica»: e sono gli studenti che fanno i fattorini, gli uscieri, gli
spedizionieri, i contabili, i commessi, i facchini, gli autisti, le (o i) baby sitter,
le segretarie (o i segretari).

Sono queste le ragioni per cui uno strato sociale come quello universitario,
disaggregato e violentemente espulso dalla sua sede naturale, ci ritorna
massicciamente, senza averla mai - in realtà - abbandonata in questi anni;
fisicamente, è stato infatti presente nelle immense code alle segreterie o alle
lezioni di Asor Rosa e di Colletti, alle mense della Casa dello studente o agli
sportelli dove si ritirano quei quattro soldi del presalario; idealmente (e
mai, come in questo caso, questo termine ha voluto dire il suo esatto
contrario), l'Università ha continuato a rappresentare il luogo della
possibile rivolta e la sede dell'unità, della solidarietà e dell'identità comune;
infine (ma prioritariamente dal punto di vista della composizione sociale)
l'Università è stata pensata e vissuta come quel luogo di tirocinio
dell'"attività intellettuale manualizzata" di cui si è detto: la «Camera del
lavoro dei giovani».

Dal punto di vista metodologico esistono molte analogie tra l'atteggiamento
nei confronti dello studio degli studenti delle Facoltà umanistiche e quello
degli studenti di altre Facoltà: anche ad Architettura, Ingegneria e Medicina
(e a Fisica e Scienze, sia pure in forme alquanto diverse) gli studenti -
collettivamente quando riescono a dar vita a strutture di organizzazione
comune - o individualmente - nel corso di una lotta oscura, estenuante e
frustante - aggrediscono il carico degli studi per limitarne l'ampiezza e la
pesantezza, riducendone le dimensioni sulla scorta di due criteri: quello
dell'essenzialità e del rifiuto delle parti alienanti e «arretrate». Anche in
questo caso, si intrecciano un'esigenza di alleggerimento della fatica e la
volontà di respingere i contenuti ideologici reazionari e «sorpassati», ma,
insieme, consapevolezza che la collocazione futura dei laureati in
Architettura, Ingegneria e Medicina non richiede il «bagaglio professionale»
che prevedono i piani di studio delle rispettive Facoltà.

E non solamente perché una larga parte di questi laureati avrà - se e
quando le avrà - occupazioni e sottoccupazioni che nulla hanno a che fare
con la formazione universitaria ricevuta, ma anche perché quanti
rimarranno in ambiti di lavoro in qualche modo coerenti con gli studi fatti
dovranno assolvere mansioni e compiti del tutto diversi da quelli propri
delle professioni liberali tradizionali.

Anche tra le masse studentesche di queste Facoltà si costituisce una
«domanda di formazione» semplificata e ugualitaria che trova la sua
«funzionalità» nell'essere adeguata alla avvenuta, e sempre crescente,
massificazione dei ruoli professionali e alle nuove «figure lavorative» che ne
discendono.

L'autoriduzione dei programmi e dello studio si carica, quindi, di questo
ulteriore significato: la volontà di piegare la macchina culturale
dell'Università alla formazione di quadri che, nella migliore e più
riformistica delle ipotesi (2), andranno a fare i «lavoratori del territorio»
piuttosto che gli ingegneri, gli architetti, gli urbanisti; o gli «operatori della
salute», (gli infermieri, i lavoratori della «psicologia applicata», gli
assistenti sociali), piuttosto che i medici e gli analisti (3).

Al fondo di tutto questo e, in specie, al fondo di questa interpretazione e di
questo «uso di massa» della cultura e della scienza, stanno a nostro avviso
due elementi che meritano particolare attenzione.

Innanzitutto, un bisogno reale di conoscenza.



"Si apre allora il dibattito sul significato, la portata, i limiti quantitativi e
qualitativi entro i quali l'Università dà ai lavoratori-studenti la possibilità di
beneficiare di questa conoscenza, e se essa al di là dei miti sia un beneficio
effettivo: cioè si apre il dibattito sulla risposta che l'Università può e vuole
dare a questa domanda di conoscenza. Ma il numero enorme di coloro che si
rivolgono in piena consapevolezza a Facoltà che non offrono sbocchi
professionali ripropone tutta la forza del motivo della domanda di una
conoscenza fondata scientificamente. Conoscenza di cosa? In base a
indagini sommarie condotte in Facoltà umanistiche si può rispondere: in
buona misura conoscenza del sistema capitalistico, delle sue leggi di
movimento, della relazione tra il sistema produttivo e la società e la sfera
politica, delle prospettive che si aprono al proprio ceto (molti negano di
appartenere alla classe operaia), e ai margini di libertà condizionata che
riserva loro il sistema. Voglio osservare che aldilà del bisogno del «pezzo di
carta» da non sottovalutare, il bisogno di conoscenza che spinge molti
studenti-lavoratori diplomati a entrare negli Atenei è analogo a quello che
ha spinto gli studenti in rivolta nel '68 a uscirne" (4).



Questo bisogno di conoscenza è, insieme - come è stato ampiamente e
ripetutamente provato - volontà di potere e di trasformazione della realtà:
l'Università frustra entrambi e fornisce semplicemente quella conoscenza di
cui si è detto, che rincorre malamente lo sviluppo delle forze produttive nel
campo del lavoro intellettuale («la massificazione e la socializzazione dei
'consumi culturali' è socializzazione di un consumo produttivo, funzione di
produzione e produttività sociale»).

I bisogni reali di conoscenza rimangono, pertanto, del tutto insoddisfatti.
L'Università e la scuola in generale forniscono un sapere che è interamente
sussunto nel valore di scambio, nel mentre che i bisogni di conoscenza si
ampliano enormemente, si moltiplicano, si arricchiscono, e nel mentre che
la «cultura generale» massificata sembra essere la più «progredita» e
«moderna», la più adeguata alla comprensione della realtà e alla sua
trasformazione: essa è invece - o rischia di essere - nient'altro che la
«forma» contemporanea assunta dall'alfabetizzazione di massa, nuove
coordinate di sapere collettivo anch'esso trasmesso in maniera che può
essere alienante, ripetitivo, omologante. (Ed è appunto questo il secondo
elemento su cui occorre riflettere).

Siamo costretti quindi a ripetere, ancora come dieci anni fa, che è solo la
lotta a soddisfare, oggi, questo bisogno di conoscenza delle masse; e che se è
«politicamente corretto» ribadire che non può essere l'Università a offrire
occasioni e mezzi di soddisfazione di tale bisogno, è necessario interrogarsi
sul perché non hanno assolto e non assolvono - nemmeno in minima parte -
a tale funzione le organizzazioni della sinistra, gli organismi di massa, le
strutture di movimento.

Nonostante che le masse studentesche, nel momento in cui si attivizzano,
pongono quella domanda di conoscenza e di sapere proprio nei luoghi e
nelle strutture del movimento. E questo è puntualmente avvenuto anche in
questi mesi di lotta nell'Università, con la creazione delle Commissioni, con
l'interesse verso le questioni relative all'informazione e alla comunicazione,
con l'enorme dibattito sviluppatosi.

A quanto finora detto va aggiunto - per intendere appieno le ragioni che
hanno prodotto aggregazione di massa nell'Università - la capacità di
attrazione che l'Ateneo "in quanto luogo di lotta" (e, a Roma, di lotta
antifascista) ha da subito esercitato. Ma se ciò è potuto avvenire, lo si deve
al fatto che - per dirla schematicamente - gli strati popolari e proletari sono,
ogni giorno che passa, un po' più scolarizzati e che gli strati scolarizzati
sono, ogni giorno che passa, un po' più proletarizzati e impoveriti: che, cioè,
nella coscienza degli strati popolari e proletari (e nelle loro famiglie, nelle
loro parentele, nelle loro amicizie) la figura dello studente, oltre a essere
sempre più diffusa, è sempre più vicina e solidale. Il che è gran merito,
evidentemente, della scuola di massa e della «degradazione» dell'Università.

Il rapporto tra movimenti degli studenti e strati e reparti sociali e popolari,
oggi - oltre ad avere ampiamente superato il livello meramente solidale e
quello enfaticamente ideologico - già vive (e ancor di più può vivere) di una
rete fittissima di nessi e intersecazioni. E' una rete che percorre l'intera
mappa dell'insubordinazione sociale della grande città e che vede questa
figura di «strano» studente prender la parola e il suo posto di lotta, quando i
venditori a rate delle case editrici rivendicano un contratto sindacale o
quando vengono occupati stabili vuoti, quando le donne vogliono tutto e
quando i disoccupati intellettuali chiedono di essere iscritti all'ufficio di
collocamento; e ancora: nella lotta del la classe operaia e di quegli «strani»
operai col diploma e con la laurea e di quegli «strani» disoccupati
organizzati che hanno fatto il terzo anno di Chimica o le 150 ore o le scuole
professionali o quelle serali o quelle per corrispondenza o i corsi aziendali,
comunali, provinciali, regionali (5).

Se questa analisi è giusta, diventa anche del tutto secondaria la polemica
che ha percorso in questi giorni il movimento o, meglio, le organizzazioni
politiche che vi galleggiano dentro, riguardo all'«internità» o «esternità»
delle piattaforme rivendicative. Tale polemica è stata ulteriormente falsata
da equazioni quali quella tra «esternità» e unificazione di classe o
«internità» e corporativismo. A ciò va aggiunto che, per quanto riguarda la
prima equazione, l'unificazione di classe rivendicata salta interamente la
specificità della condizione e della collocazione studentesca, mortifica
l'autonomia del movimento negandone qualunque percorso proprio e
originale e, in sostanza, si rifà a un concetto di «egemonia della classe
operaia» del tutto inadeguato e logoro (6).

Nella seconda equazione, a un'interpretazione estremista quale quella
citata se ne sovrappone un'altra («di destra») che ripropone lo studio -
«nuovo» - ancora come «asse» di una «nuova» occupazione: il «lavoro
socialmente utile» (nella sua attuale versione di «occupazione produttiva»)
e lo studio a esso indirizzato come alternativa al «riformismo spicciolo»
delle rivendicazioni interne all'attuale organizzazione dello studio.

Da qui, il sospetto nei confronti di rivendicazioni quali quelle indicate nel
documento, prima citato, della Commissione «Inchiesta sulla Facoltà»:



"Compito della nostra lotta è anche vagliare in questo momento la
selettività e il classicismo antiproletario degli esami. Necessario è quindi
porsi da subito il problema del controllo politico sugli esami da parte degli
studenti. Un aspetto importante di questo discorso sono i seminari
autogestiti e i controcorsi serali già presenti anche se in misura minima in
alcune Facoltà, in parte a Lettere, prima dell'occupazione. E' necessario che
queste iniziative riprendano anche all'interno della Facoltà occupata in
quanto momenti in cui gli studenti disagiati e i lavoratori trattano
contenuti propri e producono materiale proprio per l'esame battendo costi
dello studio e selezione, imponendo un esame col voto 27 (minimo per il
presalario garantito)".



A noi sembra evidente il significato di tali rivendicazioni, la cui natura non è
catalogabile secondo le tradizionali categorie di «avanzato» e «arretrato» o
di «riformistico» e «rivoluzionario»; si tratta di rivendicazioni che, seppure
indubbiamente definibili come «difensive», hanno (e avranno ancora per un
lungo periodo) una funzione determinante per questo soggetto politico e
per la sua capacità di iniziativa: rappresentano infatti la condizione
materiale necessaria a salvaguardare la rigidità e la compattezza della
composizione sociale del movimento di massa e - con esse - la sua stessa
esistenza.

Esattamente, per i motivi prima detti: essi rendono l'organizzazione dello
studio, e la capacità degli studenti di costituire nelle sue diverse
articolazioni i propri centri di organizzazione e di potere, il principale
elemento di aggregazione sociale e culturale, la principale fonte di unità e
di uguaglianza, di solidarietà e di azione collettiva; e, d'altra parte, è quella
capacità degli studenti di piegare la macchina culturale dell'Università ai
propri bisogni massificati di apprendimento elementare ugualitario che
consente la crescita di organizzazione e di potere.

Questo è possibile evidentemente perché - come abbiamo già detto e come è
nella coscienza della gran massa degli studenti - agiscono
contemporaneamente i processi di obsolescenza della funzione formativa
dell'Università - se mai tale funzione si è avuta - e di chiusura degli sbocchi
professionali.

In un tale quadro, e in presenza di tali processi, vale poco interrogarsi sul
respiro strategico di piattaforme rivendicative quali quelle delle Facoltà di
Lettere: si tratta di piattaforme «obbligate» che esprimono la volontà del
movimento di rovesciare la gerarchia del comando sui processi di selezione
e di stratificazione in quanto corrispondenti ad altrettanti processi di
disaggregazione e di esclusione.

Se si tiene conto di tali considerazioni, risulta evidente che non ha ragion
d'essere una contrapposizione tra pratica interna e pratica esterna di
movimento, che l'«internità» del movimento è la condizione irrinunciabile
per la sua capacità di proiezione, allargamento e unificazione all'esterno; e
che se questo è forse scontato fino a essere banale, è probabilmente meno
scontato che è sempre questa «internità» a consentire che l'Università
costituisca luogo di attrazione e aggregazione per la gran massa degli
studenti, degli ex studenti, dei quasi studenti e per consistenti strati
proletari non scolarizzati. (...)










*

NOTE AL TESTO DI L. MANCONI E M. SINIBALDI



1. Meglio di chiunque altro - e con maggior chiarezza e capacità di sintesi -
ne ha parlato, su «Lotta continua» di mercoledì 16 marzo, Sergio Bologna:
«Cominciamo con l'includervi tutti quegli studenti che provengono dalle
sezioni di classe sopra elencate e avremo già una buona quota di
popolazione universitaria. Pensate soltanto al numero di lavoratori dei
servizi, del terziario e degli Enti pubblici che sono iscritti al l'Università e
che spesso trovano solo dentro l'Università i collegamenti adatti per
discutere della loro condizione di forza-lavoro, in assenza di strutture
politiche e sindacali che legittimino sia le loro rivendicazioni, sia il loro
bisogno di raggiungere livelli di potere e di organizzazione attestati su
quelli dell'operaio massa della grande fabbrica. Com'è loro diritto, o no? In
alcune aree industriali, come Torino, lo ricordava recentemente Romano
Alquati, la maggioranza dei lavoratori-studenti sono impiegati
nell'industria; i quali non solo sono figli dell'operaio-massa ma con questo
strato operaio sono direttamente a contatto in fabbrica, ne sono anzi il
prolungamento. E poi ci sono gli studenti non lavoratori, studenti e basta.
Ma non sono tanti. A Milano quanti sono gli studenti di questo tipo che
lavorano a tempo parziale o con contratti a termine e che rappresentano la
vera forza-lavoro di settori che vengono definiti marginali solo per errore e
semmai possono essere definiti tali solo in quanto esclusi dall'area della
protezione sindacale, come quello delle carovane? E' nota poi l'inchiesta
fatta da alcune compagne e compagni presso l'Università di Ferrara che ha
rivelato come gli studenti rappresentino la vera forza-lavoro dei settori più
avanzati dell'agricoltura, in quelle aziende ad alta tecnologia, con una
forza-lavoro fissa di addetti macchina specializzati e una forza-lavoro
mobile, stagionale o no, costituita in maggioranza da studenti. (...) Fin qui
non abbiamo parlato ancora della fabbrica disseminata, del lavoro nero,
dell'economia sommersa, cioè di quell'enorme estensione su cui si esercita il
comando sulla forza-lavoro; è uno spazio economico creato dal
decentramento produttivo, dallo smembramento delle concentrazioni
operaie; non abbiamo ancora parlato dei cosiddetti processi di
terziarizzazione che hanno creato anch'essi uno spazio economico che
assorbe forza-lavoro. E in questi spazi troviamo fianco a fianco il minore, la
donna, lo studente».

2. Ma una tale «riformistica» ipotesi appare, oggi, addirittura incredibile; e
ne sono una conferma i disastri a cui sono andati incontro, ad esempio, i
progetti di riforma sanitaria e di riforma urbanistica.

3. Scrive Romano Alquati su «aut-aut» n. 154: «(...) in realtà tutte le Facoltà
contemporaneamente hanno introdotto più o meno nascostamente gli stessi
insegnamenti per ruoli, che in realtà ormai indifferentemente ricevono un
contributo di qualificazione e di formazione in qualsiasi Facoltà, in notevole
indifferenza per le separazioni merceologiche, per prodotto e per ciclo
produttivo. In realtà poi questi 'profili' sono spesso a loro volta assai forzati
e immaginari, perché nella prassi lavorativa (o di azione sociale o politica)
tendono a loro volta a omogeneizzarsi in un tipo di attività che è sociale e
politica e che costituisce il lavoro di un numero crescente di persone. Queste
attività richiedono una serie di strumenti di conoscenza che non hanno
nulla a che fare con le differenze merceologiche ma si applicano poi
all'interno di ogni ciclo produttivo o riproduttivo o movimento politico,
"indifferentemente" dalle differenze del relativo lavoro concreto».

4. Romano Alquati, art. cit., pag. 10.

5. Romano Alquati, art. cit.: «(...) vediamo che si laureano, con una decisione
autonoma alla quale poi l'impresa non riesce ad adattarsi, anche moltissimi
lavoratori che sono già occupati nell'impresa stessa: e la tendenza alla
scolarizzazione di già occupati ai livelli di scolarità inferiore, la corsa al
diploma dei già occupati, ci dice che il fenomeno non è esaurito. Continuerà
a lungo e potrà anche crescere negli anni prossimi».

6. Esemplare, da questo punto di vista, è la mozione approvata nel corso
dell'assemblea nazionale del 26-27 febbraio.









*

febbraio 1977

LE DUE SOCIETA'

Alberto Asor Rosa





Non v'è dubbio che uno degli aspetti più inquietanti dell'attuale situazione
giovanile (e in particolare studentesca) sia rappresentato dalla diffusione di
un anticomunismo di tipo nuovo, assai diverso da quello tradizionale, sia di
destra che di sinistra.

L'anticomunismo tradizionale di destra poggiava sul rifiuto pregiudiziale di
una partecipazione del Partito comunista alla gestione del sistema;
l'anticomunismo tradizionale di sinistra contestava, definendola
riformistica e non rivoluzionaria, la linea dei vertici del partito e del
sindacato e puntava "sempre", in qualunque versione si presentasse, alla
rottura tra base e vertici e al recupero consistente in direzione
rivoluzionaria di settori di massa degli aderenti e persino delle strutture
organizzative del partito e del sindacato. Non a caso molti, o quasi tutti, i
leader della contestazione studentesca del '68 uscivano dal P.C.I. e, passando
dall'organizzazione dei gruppi, avevano in mente proprio un disegno del
genere.

Il nuovo anticomunismo si distingue da quello tradizionale di destra perché
rifiuta con analoghe motivazioni sia la possibilità di governare "comunque"
l'organizzazione politico-sociale sia il P.C.I. che contempla nella sua linea
l'obiettivo di questa gestione; e da quello tradizionale di sinistra, perché
rinuncia a considerare il P.C.I. e il sindacato come corpi scomponibili in
funzione rivoluzionaria e li combatte dalla base ai vertici come espressione
di una realtà sostanzialmente omogenea, a cui vanno contrapposti blocchi
di "realtà sociali" di segno opposto o comunque profondamente diversificato
rispetto alla realtà sociale di massa prevalentemente nel partito e nel
sindacato. In questo senso diventa sempre più rara la figura del dirigente
contestatore, che proviene dall'interno del movimento operaio organizzato:
i quadri del nuovo anticomunismo possono formarsi completamente al di
fuori dell'organizzazione operaia tradizionale. I due mondi si sono più
nettamente separati: la lotta non è più per imporre una "diversa" ipotesi
politica delle "stesse" masse, ma è tra due diverse "società".

Il punto politico è questo: dobbiamo chiederci che cosa abbiamo fatto per
questa "seconda società", che è cresciuta accanto alla prima e magari a
carico di questa, ma senza trarne rilevanti vantaggi, senza avere uno sbocco
e senza un radicamento reale nella «prima società». Aggiungerei questo,
come necessaria precisazione: noi abbiamo fatto la scelta, che io credo
giusta, di difendere un tipo di società in trasformazione, al cui centro sta,
per quando ci riguarda noi Partito, la "classe operaia organizzata". C'è il
pericolo, oggi, che quanto non rientra in questo tipo di società - e vale a dire
emarginazione, disoccupazione, disoccupazione giovanile, disgregazione - le
si scarichi addosso come un turbine distruttivo.

Non sembra fortuito che la parola d'ordine dominante del '68 - l'alleanza
tra classe operaia e studenti - la quale, anche quando si presentava rivestita
di forme rivoluzionarie, poggiava su di una ipotesi espansiva della società,
sia oggi abbandonata a favore di parole d'ordine che puntano sulla
saldatura tra i diversi settori dell'emarginazione e sulla trasformazione
della scuola, dell'Università e degli studenti in uno di essi, particolarmente
privilegiato ed esplosivo. Il complesso di questi settori "si stacca" dal resto
della società e gli si contrappone.

In questo senso, picchiare "operai organizzati" - cosa che in passato sarebbe
apparsa inconcepibile e sacrilega ai contestatori più estremi - diventa un
fatto logico, ha lo stesso significato e la stessa funzione che fischiare il
segretario generale della C.G.I.L.. Una distinzione fra organizzati e
organizzatori diventa sempre più difficile; gli uni egli altri, infatti, fanno
parte dello stesso blocco, che fa argine di fronte alla disgregazione sociale (e
i primi, da questo punto di vista, diventano persino più pericolosi dei secondi
ai fini di un'azione capillare, che penetra in profondità e tende anch'essa,
nel proprio ambito, a diventare di massa).

La "teoria dei bisogni", che nasce da questo magma sociale, deve perciò per
forza contrapporsi a ogni tentativo di ricondurre a un quadro coerente e
unitario le spinte diverse e spesso drammaticamente contraddittorie, che
fanno ostacolo alla soluzione dei problemi politici ed economici del Paese.
Non si tratta, infatti, in questa ottica, di creare una società nuova: si tratta
di lanciare la "seconda società" all'attacco della "prima", per poterla
disgregare e distruggere, perché esattamente attraverso questa
disgregazione e distruzione possono essere soddisfatti i bisogni di volta in
volta emergenti senza aspettare il domani. Che necessità c'è di costruire il
comunismo - che oltre tutto è utopia di vecchio tipo, oppure al contrario,
processo difficile, faticoso, magari plurisecolare, di cui vedranno gli effetti i
figli dei figli dei nostri nipoti - quando si ha la possibilità di appropriarsi
oggi, giorno per giorno, di ciò di cui si prova il bisogno? Il peggior nemico di
questa prospettiva diventa dunque proprio chi non accetta questa società
ma al tempo stesso pensa di poterla trasformare. A loro volta, i gruppi
estremisti tradizionali, che puntano ancora sulla contrapposizione tra base
e vertice, tra grandi masse e organizzazione - contrapposizione sempre più
manifestamente improbabile -fanno a questi occhi la figura degli utili idioti.

Bisogna riconoscere coraggiosamente che all'interno di questa «seconda
società» alcune delle nostre parole d'ordine più autorevoli non mordono.
L'austerità, ad esempio, ha un senso in quanto è rivolta ai settori produttivi
della società - ai "lavoratori" - i quali, in quanto produttori e consumatori al
tempo stesso, possono, se vogliono, calibrare un rapporto diverso tra questi
due aspetti della società. Ma per questi altri settori l'austerità può
rappresentare, nel migliore dei casi, la piattaforma di politica economica,
sulla quale sarà possibile costruire un futuro diverso da questo presente. Ma
se il presente è già rappresentato costituzionalmente da penuria, indigenza,
incertezza, precarietà, la parola d'ordine dell'austerità sfuma la sua carica
politica e il suo potenziale di trasformazione, a cominciare proprio da
problemi come quello dell'occupazione; diventa cosa d'altri - degli occupati,
degli organizzati, degli inseriti, dei consapevoli - e non è effettivamente
praticabile, anzi, corre il pericolo di apparire come un rifiuto a soddisfare le
esigenze, spesso assai diverse da quelle tradizionali, che vengono avanti.

Ma c'è dell'altro. Qui vorrei fare riferimento all'esperienza diretta di queste
ultime settimane di agitazioni nell'Università di Roma. Io credo di non
andare molto lontano dal vero, osservando che lo scontro politico apertosi
nel corso di tali agitazioni ha fulmineamente (cioè, da un giorno all'altro)
conseguito lo spappolamento di qualsiasi diaframma istituzionale (salvo la
presenza del rettore, ma più per capacità sua personale, che per il
funzionamento della macchina che egli rappresenta): quasi totalmente
latitante il corpo docente, evidentemente impegnato a riflettere da lontano,
con distacco scientifico, sullo svolgersi degli avvenimenti; pressoché
invisibile il rapporto con quella entità metafisica, che si chiama Governo, e
ben camuffata nella lontananza e inafferrabilità del suo potere la
Democrazia cristiana; assenti, quando non ambigue, le altre forze politiche
democratiche.

Fra il sistema e le forze della contestazione studentesca non c'erano che il
sindacato e il P.C.I. (ma soprattutto il P.C.I.) a rappresentare le ragioni di
quella «prima società», organizzata e produttiva, la società degli operai
moderni di fabbrica, di cui ho cercato di parlare: l'unica "istituzione"
sopravvissuta come tale e al tempo stesso socialmente radicata, visibile e
tangibile; persino, oserei dire, l'unica «forma» autorevole e attendibile, in
quelle condizioni, dello Stato repubblicano.

Non c'è da stupirsi se in quelle condizioni l'anticomunismo nuovo abbia
trovato alimento nel nostro esserci presentati come antemurale del sistema
di fronte ai tentativi di organizzazione della disgregazione sociale e
studentesca, con l'inconveniente, mi pare, che contemporaneamente non
abbiamo in mano quegli strumenti del potere che ci consentirebbero di
sviluppare e praticare fino in fondo il nostro discorso politico.

A questo punto l'analisi dovrebbe allargarsi. Nessuno che abbia un minimo
di buona fede potrà negare che si sia sviluppato nelle ultime settimane un
tentativo assai ampio e diversificato di mettere in difficoltà e di isolare il
Partito comunista, strumentalizzando attraverso alcuni grandi organi
d'informazione l'anticomunismo di queste frange della ribellione giovanile e
studentesca.

Io direi, però, che l'obiettivo che si profila è più ambizioso e più
preoccupante. Compagni, studenti e operai, che l'altro giorno, reagendo agli
attacchi portati al comizio di Lama all'Ateneo romano, gridavano agli
assalitori: «Via via - la nuova borghesia!» forse si sbagliavano nello
specifico, ma esprimevano sostanzialmente un'intuizione molto giusta. Fra i
teorici dei bisogni della «seconda società» e certi settori del mondo politico
ed economico italiano, assai variamente distribuiti nello scacchiere dei
partiti, c'è oggi una convergenza (oggettiva? soggettiva?) sulla necessità di
colpire "in primo luogo" la "presenza operaia organizzata" nella società, e
quindi il sindacato, ma con particolarissimo riguardo il Partito comunista.
E' evidente che i due disegni hanno finalità diverse, ma essi comportano
egualmente la rimozione dell'ostacolo più resistente sulla strada di una
profonda e gravissima destrutturazione della società, vale a dire la forza
comunista, garanzia fondamentale dell'ipotesi di trasformazione. L'alleanza
fra conservazione e disgregazione sociale può apparire strana, ma non è
impossibile, e in questo momento anche la Democrazia cristiana vi gioca la
sua carta.

Questo articolo non ha conclusioni, ma esprime delle esigenze:

1) in primo luogo, che sia chiarito in quale modo e con quale quadro
strategico noi penetriamo con le nostre forze nella «seconda società»,
compiamo cioè il percorso inverso a quello che attualmente si viene
compiendo, per andare ad affrontare ed esaurire le fonti del fenomeno;

2) in secondo luogo, che si elabori come partito una specifica teoria e
pratica di movimento, partendo dal presupposto che, nelle attuali
condizioni della società italiana, esistono zone dove il discorso sul ruolo e
sull'uso delle istituzioni è destinato ad arrivare inevitabilmente in maniera
deformata oppure immediatamente antagonista; questo significa, mi pare,
non rinunciare alla "politica", bensì trovare nessi più raffinati tra i diversi
momenti del potere (anche, e forse soprattutto in una prospettiva di
governo), e probabilmente anche articolazioni organizzative più duttili; 3)
in terzo luogo, e conseguentemente al punto precedente, che si cerchi di
capire come, tenendo conto della situazione politica attuale, ci si possa
sottrarre (oppure no, ma allora precisando meglio una linea di condotta) a
una funzione suppletiva nei confronti delle istituzioni e dello Stato, che ci
mette in prima linea di fronte alle molteplici spinte antistituzionali e
antistatuali. Anche in questo caso non mi parrebbe inutile una riflessione sul
ruolo strategico che ha scelto per se stessa la Democrazia cristiana.
Comunque, se decidiamo di essere l'unica forza che si batte all'"interno"
della società (oltre che nelle istituzioni) per tenerla in piedi e per
trasformarla, non sarebbe male che gli italiani se ne rendessero conto, e
questo comporta da parte nostra una riflessione e un giudizio spregiudicato
sullo stato attuale del sistema politico italiano e sulla sua rispondenza alle
strutture fondamentali della società.



Il discorso ovviamente continua.




*

marzo 1978

IDEE E NON IDEE DEL '77

Rossana Rossanda





Un anno fa moriva a Bologna il compagno Francesco Lorusso. Non era il
primo ragazzo ucciso durante un inseguimento di strada, una molotov
tirata fuggendo, una risposta mortale da parte degli agenti. Ma per la
prima volta questa uccisione non trovò accanto a sé la solidarietà del
movimento operaio, che fino ad allora aveva, se non esaltato, compianto
come vittime quelle cadute nel corso di questo decennio sotto i colpi della
polizia. Quella sera, Bologna visse la lacerazione fra la massa studentesca
che cercò gli operai e il Comune rosso, trovò un muro, e respinta, si divise,
urlò contro, spaccò quel che poté.



Quel che è avvenuto nei seguenti dodici mesi, lo sappiamo. Il movimento è
cresciuto e ha virato, si è ridotto sotto il segno decisamente egemone di
Autonomia operaia. I suoi spezzoni sono stati vari, le tecniche diverse, ma la
presenza, l'ideologia, il progetto e i suoi nemici sono diventati chiari: è
portatore di una guerra contro lo Stato e perché si vogliono in esso tutte le
forme di aggregazione del movimento operaio, storico o no. I suoi luoghi
d'elezione sono alcune Università, che considera fortilizi dove null'altro deve
coagularsi e dove spazza a sprangate quel che tenta di crescervi. Non è
padre del terrorismo individuale, ma gli fa da sfondo. Non è figlio dei
movimenti «autonomi» fra i lavoratori, specie nei servizi; ma ne esaspera le
pratiche.

Chi ha salutato, nel febbraio e marzo, il ridestarsi dal lungo sonno degli
studenti e sperato che trovassero forme comuni di vita e un collegamento
operaio, si è sbagliato. Era tardi. Il movimento si è appiattito
sull'Autonomia operaia, o è sparito nella tenaglia tra Autonomia e silenzio o
condanna della sinistra. Nessuna sua avanguardia andò come nel 1968 a
bussare ai cancelli delle fabbriche; e i picchetti operai gli mossero contro. A
monte, polizia e governo lo giocarono contro tutta la sinistra. Provocazioni
di destra e di sinistra, morti, cecchinaggi, agenti speciali, tutto - comprese le
forme che il movimento si diede - cospirò alla sua criminalizzazione.
Violenza eguale Autonomia, Autonomia eguale movimento 1977,
movimento 1977 eguale precariato, precariato eguale seconda società,
seconda società eguale nuova borghesia. Le equazioni furono presto fatte:
l'Italia si è spaccata tra marginali e non marginali, mentre il suo quadro
politico si ricomponeva nell'accordo a sei.

Un Paese che aveva letto se stesso in termini di «reazione» e «progresso» ha
cominciato a leggersi in termini di Stato e antistato, sfascio e ordine,
barbarie e razionalità. In questa mascherata ideologica sono prosperate
pratiche perverse e perverse idee. La stessa violenza è diventata altro da
quel che era stata.



Quanto, di questo intorbidirsi della vita e della politica nel 1977 era
obbligato? Quanto si poteva evitare? Credo che a queste due domande si
debba rispondere tornando su quel che è stato il movimento di febbraio e
marzo come fenomeno sociale e come idee. Come fenomeno sociale si è detto
prima che era un movimento di studenti, poi di disoccupati o precari, poi
spicciativamente di «marginali». In realtà è stato un movimento in
grandissima parte di studenti o di figure sociali come lo studente precario, o
sindacalmente poco assistite (gli spezzoni di «Autonomia» dei servizi). Lo
studente ne resta l'immagine più vera perché da tempo è una figura sociale
mozza. Per essere completa deve necessariamente passare dalla crisalide
(transitorietà nella scuola) alla farfalla (ruolo socialmente privilegiato
dell'intellettuale); e questo naturale processo era interrotto, prima ancora
della crisi, dal ritmo divaricato fra crescita della scolarità e riduzione del
suo sbocco professionale. La crisi in senso proprio, riducendo la base
produttiva e quella spesa di Stato sulla quale in gran parte si riversa il
licenziato dalle scuole superiori, non fa che accelerare il processo.

Così l'acculturato senza futuro si lega ad altre figure sociali condannate e
come queste si rivolta contro lo «Stato» e in genere contro chi ha una figura
sociale che appaia garantita. E' già avvenuto, contadini contro operai, Sud
contro Nord.

Con una differenza, e cioè che mentre fino al 1970 marginali erano stati in
Italia solo strati storicamente in via di riduzione e quindi si poteva
brutalmente abbandonarli al corso di una storia che ne avrebbe fatto
giustizia, la «marginalità» di oggi è "un prodotto in crescita sia della
crescita sia della crisi dello sviluppo".

Ecco. Analisi assai più precise andrebbero fatte, ma questo resta il nodo
principale del 1977, e sarà del futuro. C'è poco da tranquillizzarsi se per
qualche mese non si vede. E' crescente e inassorbibile. Nessuna altra
marginalizzazione ha avuto questa natura, e per questo né il capitale né il
movimento operaio, finché resta nell'orizzonte in cui storicamente era nato,
cioè nella logica di uno sviluppo industriale crescente e integratore e nello
Stato keynesiano, hanno per essa soluzioni possibili. Non perché siano due le
società, ma perché il blocco dei «senza mezzi di produzione» è arrivato a
questa materiale diversità di condizione, l'Italia è divisa.

Non avevamo mai, prima d'ora, sperimentato quel che accade quando la
proprietà e l'assetto capitalistico delle forze produttive entrano in contrasto
con il loro sviluppo. Eppure Marx l'aveva detto. Ma, o avevamo cessato d i
credervi o presumevamo che quando fosse successo ci sarebbe stata una
rivoluzione. Non producendosi rivoluzione si è prodotta disgregazione del
blocco anticapitalistico e delle sue espressioni politiche. Non ha caso nel
1977 le «sinistre» sono traversate da questa spaccatura, e vi si dibattono.

Quando questo avviene, e avviene solo nelle società mature (e non se ne
possono liberare), come far sì che, in quanto espressione di grandi fasce
giovanili lese dal capitale, queste figure sociali siano inserite nel blocco
anticapitalistico anche a livello di coscienza e organizzazione? Il nodo -
riflesso della diversità di collocazione materiale - è diventato quello del
rapporto tra i nuovi disoccupati e il proletariato; nell'espressione
«movimenti emergenti» non si è trovata una risposta, ma puro espediente
verbale. Nella «teoria dei bisogni» s'è cercato un loro livellamento alla
condizione proletaria, misurando la figura sociale non per quel che è nel
processo capitalistico, ma per quel che soffre nelle civiltà del capitale.

La sinistra classica ha preferito esorcizzare il marginale o sperare che
un'impennata dell'accumulazione ne riducesse, prima o poi, le dimensioni.
In ambedue i casi si sono confuse condizione sociale reale e forme di
coscienza; la ridefinizione delle «forze motrici della rivoluzione italiana», in
presenza della marginalizzazione intellettuale, è rimasta in sospeso. Parte
del sindacato, le leghe, hanno intuito la necessità d'un principio di
ricostruzione, anche se spesso operano come se si trattasse soprattutto di
recuperare al lavoro chi ne era escluso.

Questo può riuscire solo in misura minima, perché il mercato del lavoro è
realmente bloccato, anche se va tentato a fondo per strappare quel che è
possibile e diventare una delle forme di controllo del mercato del lavoro e
della ristrutturazione capitalistica. Ma i tempi del riassorbimento sono più
lunghi di quelli di una riproduzione anche parziale della marginalità; si
accorciano solo violando la logica del modello che la produce.

Qui è il luogo di intervento e a questo fine va trovato un modo di
organizzazione che faccia degli «emarginati» la leva d'un rivoluzionamento
dell'assetto produttivo e del lavoro. Ogni altra strada è destinata a bloccarsi
sui condizionamenti rigidi della materialità. Insomma, il marginale pone il
problema della crisi di sistema, è il suo frutto. E per prima cosa va
riconosciuto come tale. Non si disinnesca il principio di divisione né
sperando di trasformare il marginale in produttore dentro questo assetto
capitalistico, né esortandolo intanto alla democrazia.



Fuori da questa verità sulla sua situazione di classe, materiale, specifica
della società matura, la cultura che il marginale del '77 assume, il modo con
cui si vede, le scelte politiche che fa, sono quasi naturalmente premarxiste e
anarchiche, in un Paese in cui la dominante è la sinistra; fascista dove la
dominante è la destra. Oggi in Italia perfino la matrice leninista di alcuni
gruppi dell'Autonomia si muta nel senso più profondo in anarchismo: in
primo luogo, con l'identificare il nemico non nel capitale ma nello Stato (e lo
smarrimento della priorità del capitale comporta anche lo smarrimento
della priorità d'un «diverso modo degli uomini di organizzare la loro
esistenza», di cui l'ideologia del «non lavoro» non è che un sintomo di fuga),
in secondo luogo nel concepire la lotta priva di una progettualità che non
sia distruttiva e destabilizzante. Il resto può variare, ma queste due
connotazioni restano proprie di tutto il movimento.

Tutto, non solo quello dominato dall'Autonomia o dai gruppi terroristici,
Nap o B.R. Questi assumono tutti e due i termini del binomio e li praticano;
ma l'«area» di movimento e anche una zona che è sicura di non farne parte -
compreso il pur mite movimento femminista o gli intellettuali che non
sparerebbero mai su nessuno, o il radicale, o i nipotini di Norberto Bobbio -
fanno proprio il primo dei termini. Nell'Italia del 1977 la rottura fra
«apparentemente garantiti» e «sicuramente emarginati», favorita
dall'ecumenismo del compromesso storico, che anch'esso ha offuscato la
contraddizione di classe reale - si è proiettata nella cultura dello «Stato» e
dell'«antistato» nelle sue forme violente o garantiste, o più semplicemente
frivole. Il vero pensatore del 1977, non perché lo abbiano letto tutti, ma
perché sono sue le idee che passano è Michel Foucault. Alle spalle, gli sta
Bakunin - nella semplificazione del cui scontro con Marx sta invece tutto
quel che i nuovi filosofi, vecchi copiatori, hanno detto. Ma Foucault è più
complesso di Bakunin.

Nessuno come lui, fin dalla separazione fra "Les mots et les choses" ha
fondato quella che in Italia si chiama l'«autonomia del politico» - bizzarro
terreno unitario fra P.C.I. e antistato. Il potere è discorso, il discorso è
potere. Tutta la lotta fra governati e governanti si svolge nello scontro con
lo Stato; quelli che fanno il suo discorso, e sono protetti, e quelli che lo fanno
contro di esso, e sono criminalizzati o sparatori.

Se non la si riprende di qui, anche la violenza del 1977 non si riesce a
intendere; per questo è storicamente diversa dalle violenze precedenti dello
scontro di classe. Essa è assunta, infatti, non come strumento d'un progetto
di ricostruzione -o d'un blocco di alleanze in lotta o di un nuovo Stato - ma
come strumento di disgregazione. Michel Foucault sa che da questo cerchio
infernale non si esce, la cultura italiana del movimento del 1977 lo pratica e
permette che sia praticato contro di essa. L'idea di Stato e antistato sono
diventate le due categorie della politica che rischiano di essere le categorie
della nostra sconfitta.

Sta in esse, nell'una e nell'altra, la crisi vera del marxista italiano. Non della
conoscenza dei sacri testi, che è sempre stata scarsa, ma di quelle grandi
classificazioni positive che avevano creato una cultura e una pratica di
massa, illimpidendo, anche se in modi schematici, la fisionomia della nostra
società. L'Italia s'è pensata fino al 1976 in termini fondamentalmente
marxisti.

Oggi parla, quella integrata e quella non integrata, un diverso e confuso
linguaggio; la regressione è sicura, visibile, grave. La crisi del marxismo è
venuta, insomma, con la crisi del capitalismo e in assenza di un progetto di
rivoluzionamento. Non poteva essere altrimenti. In questa crisi, il
movimento del 1977 si forma, si decompone, si riforma: battono alla porta
uomini disperati. I giovani non sono più una età né una condizione
transitoria, ma il volto violento e senza sbocco della crisi.

Finché non li assumeremo - quel che sono e le domande che ci pongono -
ogni egemonia sarà preclusa e ogni avventura violenta o autoritaria resterà
possibile.






























*

1980

MOVIMENTO E STATO

Mario Tronti




(...) C'è da tornare a discutere su un concetto che alcuni nella loro vita
fortunata non hanno mai incontrato, che molti danno oggi per spacciato e
di cui tutti farebbero volentieri a meno. Sto parlando del concetto di
«centralità operaia». Su di esso, nei dieci anni, l'attacco è stato - come si dice
- concentrico. Dal '69 in poi, tutti i mali della società, e la mancata soluzione
delle sue contraddizioni, e la crescita delle sue difficoltà politiche,
procedono da una causa: il prevalere dell'interesse operaio, della sua forza,
della sua arroganza. Qui l'ideologia dell'impresa è diventata quasi senso
comune politico di massa. Carli fa da maestro in cattedra. Le idee delle
classi dominanti sono ancora le idee dominanti. E tra tante rivoluzioni nel
modo di pensare, c'è una sola idea-forza permanente che tiene insieme i
momenti successivi di una stessa storia della coscienza borghese, una sola
stella fissa nell'eterno mobile dell'orizzonte capitalistico, ed è l'odio
antioperaio, la consapevolezza, questa sì razionale, che lì è il nemico del
sistema. Tutta la ragione borghese, tutta la sua grande avventura moderna,
è fondata su questo postulato.

Il capitalismo è produttore di sempre nuovo antagonismo. Questa non è la
sua debolezza. E' la sua forza. Il capitale può ripetere quello che Marx
diceva di sé: la lotta è il suo elemento. Nuove contraddizioni e nuove forze
antagonistiche scattano al suo interno - nel suo cuore metropolitano o alla
periferia del suo meccanismo di produzione - e sembrano sempre le
contraddizioni e le forze mortalmente decisive. Il pericolo direttamente
operaio tende a essere emarginato. Da quando si parla di integrazione della
classe operaia? Da quando forse esiste la grande fabbrica e da quando la
riduzione - secondo la previsione marxiana - dell'intera produzione
capitalistica a grande fabbrica si è bloccata. Da allora comincia un processo
di esportazione della contraddizione. Il conflitto - o la forma politica del
conflitto - sembra uscire dalla fabbrica. Più conquista nuovi ceti e nuovi
spazi nella società, più appare perdere terreno in produzione. Chiedete in
giro a quelli che rivendicano oggi qualcosa per sé, impiegati ed emarginati,
tecnici e disoccupati, baroni e precari, piloti e burocrati: tutti costoro che
hanno imparato dagli operai che cos'è una lotta, vi diranno che gli operai
non lottano più. E a qualcuno di questi - o a qualche intellettuale per loro
conto - viene qualche volta l'idea di fare il soggetto rivoluzionario
supplente. Qualcuno deve pur portarle queste bandiere! Qualcosa bisogna
pur fare per nascondere il proprio interesse dietro un grande ideale! Giusto
quello che gli operai di fabbrica non fanno più da cento anni. L'odio sociale
che li circonda nasce da qui.



L'ideologia borghese, e cioè in pratica l'obbligo della traduzione in parole
universali di ogni fatto di parte, l'ideologia borghese ha conquistato tutti i
territori della società, ha occupato tutti gli spazi della politica e riempito
tutti i vuoti della coscienza. La condizione dell'operaio della grande
fabbrica rimane il luogo del realismo politico. Tra queste due cose bisogna
scegliere. E al tempo stesso tra queste due cose bisogna gettare un ponte.
Nei termini in primo luogo di realismo e di ideologia si pone oggi il rapporto
tra operai e società. Rapporto critico, di termini alternativi e
complementari: tanto limpido nei fatti, quando difficile da capire. E' così,
sempre, in politica, sulla base di questa società. Il rapporto di realtà "deve"
essere falsificato. La verità si può dichiarare, ma solo in forma ideologica.
Da Machiavelli in poi, non puoi dire ciò che è, perché non vieni creduto da
nessuno. Devi dire ciò che appare, e sarai per tutti un prezioso testimone
della tua epoca. Il discorso sul politico di questi anni si è annodato
strettamente intorno a questa dimensione dei problemi. Le lotte operaie per
prime, e per prime quelle americane, dopo la grande crisi, hanno criticato
l'utopia dello sbocco politico, in presenza di una radicale trasformazione
della funzione dello Stato e del terreno della politica. La logica oramai
autonoma del potere e della sua gestione non consentiva più che il Palazzo
d'Inverno venisse aggredito dall'esterno per la via tradizionale del capitale
sociale, dalla produzione di fabbrica al governo dello Stato. Si approfondiva
la distinzione tra classe operaia, forza di produzione diretta del plusvalore,
e movimento operaio, livelli di organizzazione politica di tutto il fronte dei
lavoratori. La distinzione si faceva di ruolo e di campo, di qualità dei fini e di
natura degli strumenti. Il partito operaio si conquistava una felice libertà di
movimento sul politico, mentre la classe non si chiudeva a difesa in
produzione, ma attaccava e vinceva. Qui ci voleva, e qui non c'è stato, un
"Kommunismus" americano. Sputano su Lenin. Ma senza Lenin non si fanno
queste cose. Chi ha sbagliato? La lotta degli operai a capire giusto e subito,
o il movimento organizzato a non riuscire a essere se stesso?



E' un problema complesso. Ed è una dimensione alta della pratica
contemporanea quella che coinvolge il rapporto, specifico per ognuno dei
due, della classe operaia e del movimento operaio con lo Stato. Mentre gli
uomini di scienza chiacchierano sulla fine dei «sistemi centrati», la potenza
statale, quella moderna del potere unito e concentrato, cresce e diventa
sempre più, dovunque, decisiva. Si scambiano le difficoltà di governare e
l'incapacità di mediare con l'impossibilità di decidere. Crisi della decisione,
c'è. Ma non per le ragioni che normalmente si descrivono: il pluralismo
corporativo degli interessi, il segmentarsi della società in compartimenti
sovrani, la disseminazione di poteri autonomi e il crescere a necessità di
saperi specialistici. Queste non sono le cause, ma le conseguenze della crisi
della decisione: che ha un percorso storico, viene da lontano e, secondo me,
non andrà molto lontano, perché sta già trovando piccoli rimedi e soluzioni
di corto respiro. L'incepparsi, il blocco, il non funzionamento si accentra
nella macchina, nell'apparato amministrativo, nel meccanismo burocratico.
Anche qui bisogna stare attenti a non scambiare le difficoltà reali
nell'esecuzione del comando di classe con una teoria del crollo politico.
Questa - bisogna metterselo bene in testa - non è stata spezzata dalle
contraddizioni capitalistiche che sono esplose al suo interno. Perché questo
processo di "Zerbrechung", per usare la parola stessa di Marx, e cioè perché
questa azione di rottura distruttiva venga soggettivamente impostata e
portata a termine, occorre che queste contraddizioni diventino tutte
politiche, tradotte nel linguaggio dello Stato, espresse in un'attività di
governo. Altra volta abbiamo detto- senza essere capiti - «dall'interno e
dall'alto». Qui si può aggiungere: con la forza combinata, con l'azione
parallela, di classe e partito, che oggi si possono ormai anche esprimere
come movimento e Stato. Ma prima di arrivare a questo ci sono alcuni
ulteriori passaggi. Sulla crisi del formarsi della decisione, più avanti. Ora è
necessario insistere su un punto: c'è un guasto nell'albero della trasmissione
che impedisce il passaggio del comando. Certe forme del trasmettere istanze
esecutive da un livello all'altro erano state approntate per altri contenuti
della decisione. Questi erano tutti interni al meccanismo politico, si
riferivano a soggetti politici, applicavano un ordine formalisticamente
giuridico, e in questo senso, e solo in questo senso, facevano opera di
mediazione istituzionale. C'era la rappresentanza dell'interesse di una
classe e l'esecuzione, sia pure ideologicamente mascherata, del dominio
sull'altra. Era l'età liberale, da Locke a Hoover, da Montesquieu a Kerenskij.
E' crollata, con la rivoluzione e la crisi. E da allora le forze sociali, le grandi
classi, le categorie economiche, le potenze della produzione, hanno preteso
di fare direttamente politica. La classe operaia che chiede il potere tutto per
sé e tutto per sé lo conquista apre questo processo. L'equilibrio politico del
capitalismo mondiale ne viene sconvolto. Quello che era un modello
universale di Stato compare per quello che è, una forma particolare di
potere. Quando per suo conto, e con le sue leggi, si bloccherà lo stesso
meccanismo di riproduzione del sistema capitalistico, e si arriverà al quasi-
crollo, il primo scatto d'iniziativa della classe dominante andrà nel senso di
«tutto il potere alle imprese». Sarà parola d'ordine di breve momento, come
quella del resto di «tutto il potere ai soviet». Perché su questo si innesterà
una formidabile, non prevista, del tutto sottovalutata capacità di risposta
statale. Non vincerà Schumpeter ma Keynes, non Lenin ma Stalin. Si apre
l'era neoclassica dell'autonomia del politico, dopo quella classica originaria
hobbesiana. Tutte e due queste grandi cose, l'uscita dalla crisi capitalistica e
il blocco della rivoluzione socialista, sono legate a questo ritorno, ripeto, di
grande storia dello Stato. Non è un valore, è un fatto. Non un modello, non
una proposta. E' un processo reale: da capire, da piegare, da utilizzare.



Ma il problema resta. E si aggrava. Può un partito del movimento operaio
reale mettere in atto un processo di liberazione dalla propria classe
d'origine con l'obiettivo immediato di arrivare a conquistare il terreno
politico? Può farlo, dico, come partito comunista? che non accetta il destino
socialdemocratico di subordinazione passiva alla logica autonoma di un
sistema politico dato? Capire e piegare un processo si può solo infatti
standoci dentro, liberi però dai suoi meccanismi oggettivi e consapevoli
teoricamente, consapevoli in modo alto, dei passaggi tattici, delle
transizioni a breve. Chi non ha colto questo punto, non sa la natura della
pratica. Senza sporcarsi le mani, non solo non si ripara un motore, ma non
si cambia nemmeno una ruota. In politica, non si può dire: sono stato
ingenuo; chi lo dice non dovrebbe più fare politica. Torneremo, in finale, su
questo punto. La politica è come il diritto, di cui Marx diceva: è sempre
borghese. E come c'è un diritto eguale per gli individui, così c'è una politica
eguale per le classi. Politica operaia è quella parte di territorio della politica
borghese che il movimento operaio riesce a conquistare con la forza del
proprio esercito di classe. Ritorna a questo livello la separazione di campo e
la divisione del lavoro tra libertà del partito e potenza della classe. Si dirà: è
una condizione già sperimentata in Italia negli ultimi anni. Ed è vero. Il
discorso che si fa qui, nella sua finta astrattezza, è pieno di cose. E' possibile
solo sulla base d'una situazione concreta, mediata e rivalutata nel pensiero.
Si può benissimo parlare a vuoto disegnando decine di tabelle. Si può non
dire niente, o dire quello che dicono gli altri, riempiendo di note il fondo
della pagina. E si può essere veramente concreti "pensando i fatti". Come i
fatti, anche i pensieri, quando sono tali, hanno la testa dura. Viviamo in
un'epoca in cui l'idea - una scoperta - è sempre, e comunque, un risultato
infelice del cervello umano. Gli intellettuali non producono conoscenza
nuova, ma relazioni tra vecchie conoscenze. Tutte queste montagne
d'analisi partoriscono il topolino del già detto, del già visto. Non darsi da
fare fra i fenomeni da perfetto empirista, è il massimo dei peccati. La
metafisica occidentale, e anche un po' di quella orientale, è dietro l'angolo,
pronta a carpire la malvagia volontà di sintesi di chi si azzarda a dire:
stringiamo, compagni! che fare? Tirare la giacca alla cultura per ricordarle
che c'è la politica, non è più di moda, e va bene. Sistemare tutto, e
pretendere di possedere definitivamente il mondo nel pensiero, è un assurdo
del nostro tempo, e d'accordo. Che non ci sono più centri di nessun tipo, né
nella teoria né nella pratica e del capitalismo e del movimento operaio, e
che ormai tutto gira intorno a tutto, questo va meno bene, e comunque se ne
può discutere. Ma che ce ne facciamo di questi specialismi ciechi di fronte ai
problemi delle nuove forze antagonistiche, di queste ricerche sorde rispetto
alle lotte della vecchia classe operaia, di questa raffinata critica
epistemologica che non ci dà un grammo di conoscenza sui reali rapporti di
classe, di questa hölderliniana lingua degli dèi - la grande letteratura della
crisi - che arriva al silenzio sul politico? Che ce ne facciamo di tutto questo
se non ci serve per battere sul campo l'avversario?



Questa libertà del partito dai movimenti della classe, che permette di
arrivare ad aggredire il terreno politico, nella forma nostra contemporanea
in cui questo si presenta, di provvisoria autonomia della manovra statale
dall'interesse capitalistico, - è vero che questo processo, questa scelta,
questo passaggio, come lo vogliamo chiamare, si è già verificato in uno
sviluppo recente del caso italiano, ma come per caso, senza la minima
coscienza e nel massimo della confusione. In queste condizioni
un'esperienza del genere non funziona. Due sono le condizioni-principe che
bisogna tenere saldamente insieme perché l'operazione renda e l'iniziativa
abbia un risultato di sfondamento del fronte nemico. Le condizioni sono un
forte possesso teorico del breve periodo e una grande mobilità
dell'organizzazione. Saper arrivare rapidamente sul posto delle
contraddizioni nuove che altrettanto rapidamente in questa fase insorgono
e si muovono; e saperle controllare una a una non con il cipiglio poliziesco
di un apparato burocratico ma con la vigile, aperta, intelligente, disponibile
capacità di chinarsi sulle forme mai date del conflitto per comprenderle e
portarle. Capire certe volte è più importante che fare. E' più produttivo
politicamente arrivare a conoscere una situazione data così com'è, nei suoi
veri termini, che mettere in atto un intervento comunque sulla base di una
linea prestabilita. Quello può aprire un campo di azione, questo può
chiuderlo. Questa presunzione di conoscenza, questa sicurezza di aver
capito, questa certezza di avere ragione, cioè questa falsa scienza di partito,
questo feticismo della linea giusta che si appiccica alle strutture
dell'organizzazione, dal militante di base al quadro intermedio al dirigente
di vertice, è un danno pratico che si paga con arretramenti e sconfitte. Va
rovesciato tutto nel suo contrario, nell'attiva curiosità verso le cose e gli
uomini, nell'aderenza ai bisogni elementari degli uomini semplici, nel senso
acuto dell'importanza del nuovo, dalla parte delle contraddizioni e delle
lotte sempre, contro gli equilibri di potere dovunque. C'è una versione
aggiornata della stantia frase marxiana: nulla di ciò che è umano mi è
estraneo. Ed è: nessun nuovo antagonismo ci è nemico. E dunque: apertura
della conoscenza e legame con il movimento. Nessun partito operaio che sta
fermo a queste due regole corre il rischio di perdere il contatto con
l'interesse di classe, dopo che si è liberato dai vincoli della fede nei miracoli
politici della produzione.



Non basta. Ci vuole un punto, un terreno, uno spazio, una forza che funzioni
da centro. Ci vuole una potenza centrale. E' un punto delicato. Qui vengono
al pettine alcuni nodi teorici e diventa decisivo il modo di affrontarli. Si
rimette in discussione oggi l'idea stessa di «centralità», a tutti i livelli, nel
lavoro scientifico come nella pratica sociale. Il carattere accentrato sarebbe
ormai il segno di ogni sistema. Che il complesso delle interazioni si possa
ridurre, sia pure in ultima istanza, a un solo e determinante fattore, risulta
a questo punto un sogno ottocentesco. E' un'obiezione seria, che tende a
colpire il concetto di centralità operaia, dopo che la sua realtà era stata già
colpita sul campo dal fuoco di recenti contraddizioni. Questa obiezione
segue il cammino della più avvertita cultura teorica contemporanea che
mira a portare le conseguenze della rivoluzione scientifica in generale nel
campo particolare delle scienze sociali. E si ricollega a tutt'altro versante
del discorso che nega la possibilità e l'opportunità di ridurre la complessità
della società, di unificare il pluralismo, di fare sintesi politica dei bisogni e
desideri, in una parola di governare, possedere, utilizzare, da un solo punto
di vista, l'intero campo delle contraddizioni, delle richieste, delle spinte. In
realtà, il concetto di centralità operaia tiene già conto di questo produttivo
universo del discorso. Nella sua versione recente, è nato sulla base di due
forti esclusioni, che impegnavano ambedue storia e coscienza della
tradizione comunista: un'esclusione riguardava l'operaismo, cioè l'idea
marxiana del rapporto sociale fondamentalmente ridotto a rapporto di
produzione, l'idea quindi di un sistema, in ultima istanza, diviso in due sole
classi, operai e capitalisti, con la politica come gioco d'affari della
borghesia, lo Stato schiacciato a geroglifico sociale e la società semplificata
ad appendice della fabbrica; l'altra esclusione riguardava il leninismo (il
leninismo, non Lenin!), e cioè l'idea bolscevica del partito reparto
d'avanguardia della classe, che portava dall'esterno la coscienza politica, e
di qui l'idea della classe operaia come «avanguardia» delle masse popolari,
che istituiva «alleanze» con gli strati poveri e sfruttati della società,
facendosi carico, come ancora oggi si dice, dell'intero processo
dell'emancipazione umana. Centralità operaia vuol dire invece che accanto
agli operai ci sono sul terreno altre forze antagonistiche che, a pieno titolo,
con pari diritto, in forme proprie e specifiche di rivendicazione e di
organizzazione, lottano contro questo sistema sociale e politico: e non sono
sacchi di patate dei contadini, non sono plebi oppresse e masse arretrate,
non sono alleati subalterni e provvisori. Centralità operaia non vuol dire
direzione degli operai su queste forze, modello, guida, avanguardia:
direzione si esercita sull'avversario, sulle sue resistenze alla trasformazione,
all'innovazione, al mutamento dei rapporti di forza, si esercita sui rapporti
materiali del ciclo economico e del ciclo politico. Le nuove forze
antagonistiche hanno diritto a dirigersi da sé e da sé a decidere il proprio
"che fare". Non va portata in esse dall'esterno la coscienza operaia, quella
strategica, di alternativa al sistema. Perché questa coscienza c'è
spontaneamente in queste forze. Anzi, è proprio essa che le qualifica, essa
che le organizza, sia pure in quelle forme non istituzionalizzate che
corrispondono alla loro natura, essa che ne fa contraddizioni acute del
capitalismo maturo. Questa fase capitalistica ha infatti il suo specifico
storico nella produzione di contraddizioni secondarie dentro il cuore stesso
dello sviluppo. La periferia del mondo non sta più solo nelle lontane plaghe
dell'Asia, dell'Africa, del Sudamerica, si è portata a ridosso delle cittadelle
del capitale, le assedia da vicino, le minaccia dall'interno. La questione
metropolitana, il problema politico della governabilità di una grande città,
diventa il paradigma allegorico del momento mondiale odierno del
capitalismo. Qui precipitano tutte le contraddizioni, in questo calderone di
fusione dove le classi, i ceti, gli strati, le parti sociali si intersecano, si
confrontano, si scontrano, in questa arena del potere per tutti, per le
"lobbies" come per i partiti armati, in un crescendo quotidiano di guerra e
nello stesso tempo in un consumo vistoso della vita. La questione giovanile
prende su di sé il peso che una volta veniva caricato su spalle più solide,
quelle dei lavoratori in generale, e diventa sintomo di un rifiuto collettivo di
tutti i valori tradizionali di questa forma politica della società. Non
ricostruisce certo intorno a sé un'identità di classe, non potrebbe farlo mai,
finisce però per rappresentare quel modo alternativo di presenza civile che
un tempo era incarnato nella rete delle organizzazioni operaie, e lo fa in
maniera informale, con una grande carica antistituzionale, con passione e
confusione insieme, lasciando dietro di sé quel segnale di fragilità e
debolezza, che crea di per sé nuovi forti contrasti, fughe spesso individuali
da tutte le parti, verso il privato, verso il religioso, verso dimensioni altre,
magiche, poetiche, istintive, psicologiche, con due opzioni dominanti, per la
musica giovane e per la violenza giovane, musica e violenza, due modi
d'essere di quella che è stata detta la generazione della crisi. La questione
femminile è forse il nuovo assoluto, il punto del massimo scarto dal passato,
lì dove si decide la collocazione assolutamente moderna di una persona
singola o di un'organizzazione collettiva, il terreno che rende possibile la
sperimentazione più avanzata di una svolta storica. Qui il rovesciamento dei
rapporti di forza tra le grandi classi, che è segno della nostra epoca, tocca il
punto limite, raggiunge, se così si può dire, l'ultimo obiettivo, trae le
conseguenze finali, e arriva a mettere in discussione e a sottoporre a critica
distruttiva la forma di potere più antica, più radicata nella società e più
tradizionale in politica, il potere dell'uomo sulla donna. A queste grandi
questioni nuove il modello strategico della lotta operaia è organico, è
implicito, è realtà interna, è natura oggettiva.



Che cosa dunque il punto di vista direttamente operaio deve portare dentro
queste realtà autonome, dirompenti e distruttive? Deve portare, a mio
parere, quello che gli operai di fabbrica hanno imparato nei decenni della
lotta di classe e che non si acquista nel breve periodo e non si possiede
spontaneamente: parlo del mondo della tattica, la capacità di battere
l'avversario non solo con la forza, ma anche con l'abilità. Questa coscienza
non c'è nell'area del movimento. Non c'è la politica come tecnica. Lenin
diceva che gli operai, abbandonati a se stessi, avrebbero coltivato solo una
coscienza tradeunionistica; sarebbe sfuggito loro l'obiettivo politico della
lotta. Per il movimento oggi è l'inverso: da solo coltiva una coscienza
sessantottesca, fini generali, immaginazione al potere, rifiuto e liberazione,
ma sui mezzi, sugli interessi, sulle armi più efficaci da usare, o non c'è niente
o è tutto sbagliato. Quante sconfitte non si sono già consumate su questa
tagliola, su questa ghigliottina tra bisogni concreti e princìpi astratti, tra
domande giuste e strumenti impazziti? No, il movimento non fa politica.
Anche per questo non vince. Perché sul movimento fa politica l'avversario.
Non abbiamo visto anche recentemente l'uso antioperaio di positive
contraddizioni sociali? Ne abbiamo già parlato. Allora, su questo punto
bisogna essere chiari, se possibile lucidi, se necessario settari. Sulla base
della società capitalistica, un soggetto rivoluzionario si riconosce da questo,
se stabilisce un rapporto positivo, di riferimento, di confronto, di accordo, di
lotta comune, con la classe operaia. Fuori di questo non c'è antagonismo
vero, non c'è seria contestazione, non c'è aggressione reale nei confronti del
sistema di potere esistente. E c'è il contrario di tutto questo: c'è passiva
subordinazione alla manovra avversaria, strumentalizzazione perversa di
forze sane, uso capitalistico della contraddizione sociale. La verità è che si è
come concentrata e consumata in questi ultimi anni una storia di tentativi a
loro modo insurrezionali, che hanno mirato a rimettere in discussione gli
equilibri fondamentali del sistema, per altre vie da quelle tradizionali, che
vedevano sempre e comunque il processo partire dalla produzione diretta,
dagli operai di fabbrica, dalla rivoluzione secondo "Il capitale". Dal '68 in
poi, tutti questi tentativi hanno riproposto e modificato la vecchia tesi che
una e una sola è la minaccia mortale che può colpire al cuore il capitalismo,
ed è il blocco della produzione diretta di plusvalore, la lotta operaia in
fabbrica. Hanno riproposto questa tesi, perché si è visto che il resto è sempre
attacco alla periferia del sistema, anche quando mette nel mirino il vertice
fisico del potere. E l'hanno modificata questa tesi, perché anche qui si è visto
che la lotta di classe operaia o sta dentro quegli esperimenti nuovi o se li
trova contro. Non c'è una via di mezzo. Dopo tante pratiche e teorie su
questo punto, la realtà dice che l'area del movimento non ha autonomia. In
una società capitalistica, autonomia è solo delle grandi classi. Lo
"Spätkapitalismus" non sposta una virgola di questa proposizione. Porta
semmai l'autonomia, in certi casi e per alcuni periodi, sul terreno politico. Il
sociale è sempre e comunque e dappertutto una variabile dipendente.
Autonomia del sociale, dei soggetti che la esprimono, e quindi del
movimento, può esistere solo in riferimento, a confronto, d'accordo e per
una comune lotta con la classe operaia centrale di fabbrica. In sé,
l'autonomia è ideologia. E' critica e autocritica del movimento operaio. E'
crisi dei suoi livelli storici di organizzazione. Non di più. Per scattare a forza
direttamente anticapitalistica deve conquistarsi una forma operaia. Senza
di questa, l'autonomia è pura e semplice contraddizione sociale, destinata a
servire passivamente quello dei due schieramenti di classe che fa più
politica, che di più riesce a utilizzare per sé l'autonomia tardo-capitalistica
del terreno politico. Qui infatti è il punto. O il movimento dei soggetti trova
spontaneamente, dal suo interno, il rapporto con la forza oggettiva degli
operai, oppure si chiude nell'ideologia dell'autonomia, di fatto dipendente
dalla manovra avversaria. Non è possibile infatti che la coscienza operaia
venga portata nell'area del movimento dall'esterno. Il partito non può
assolvere a questa funzione. Non perché è questo partito, con questa
tradizione, con questa organizzazione, con questa cultura politica, ma
perché il partito in quanto tale non può stabilire un rapporto di conquista
con l'area di movimento, non può riproporsi nei suoi confronti nei termini
tradizionali di direzione e di spontaneità. Ha una funzione il partito rispetto
al movimento, ma tutta indiretta, gestita in modo nuovo e giocata su un
altro terreno. Solo se il partito dimostra di saper vincere sul proprio terreno,
quello dell'iniziativa politica, all'interno delle istituzioni, spostando lì dentro
i rapporti di forza tra le classi, solo allora può far sì che la nuova
soggettività antagonistica si dia da sé, da sola, una forma di sviluppo
fondata sul modello di un primato operaio. Non è un brillante paradosso, e
non è una scappatoia retorica, come si dice in genere di un'idea che si ha
paura di capire. E' un approdo ricco di passaggi, pieno di esperienza, e
prodotto di faticoso pensiero: oggi la centralità operaia funziona solo se il
partito che la riconosce sfonda nella sua battaglia sulla linea del politico.
Quando il partito che si dice operaio fa il suo mestiere, e cioè conquista il
potere, è allora che la classe operaia viene spontaneamente riconosciuta
come il centro naturale di un fronte di soggetti. Questi hanno bisogno infatti
non di un'ideologia, ma di una forza. Qual è il limite di fondo della nuova
soggettività? E' la mancanza di armi offensive. Non è un caso che parti
minoritarie di essa fanno poi la scelta della violenza elementare. La verità è
che il movimento non ha potenza. La potenza dell'antagonismo è
direttamente in mani operaie. Un soggetto sociale diventa rivoluzionario in
politica quando riconosce il luogo di questa potenza. E la sua necessità per i
propri scopi. Perché - dice il capitalismo con la sua storia - senza potenza
niente potere. (...)









































***



DESIDERANTI E CREATIVI

































*

POUR EN FINIR AVEC LE JUGEMENT DE DIEU

Franco Berardi (Bifo)





Il destino del secolo ventesimo: questa è la posta dell'anno sette sette.
Numero maledetto. Numero visionario: presagi ed esorcismi.

Esaltazione bacchica e sabba malefico.

Fine della promessa. Inizio della fine.

Primavera e autunno.



- "L'anno spartiacque".



Primavera: la speranza della modernità tutta contratta, tutta condensata in
quei giorni del marzo. Il teatro di piazza Verdi e delle barricate, delle
assemblee di Bologna e di Roma, delle radio libere di cento città a piena
voce esige che il possibile si liberi dalle catene dell'esistente, che la promessa
di felicità, di libertà e di eguaglianza giunga a compimento.

Le condizioni appaiono tutte riunite.

La potenza dell'intelligenza non può più a lungo restare intrappolata nei
confini stupidi della legge economica. Intelligenza tecnico-scientifica e
immaginazione creativa, insieme, contro il dominio del capitale e la
disciplina del lavoro salariato.

La furibonda ragionevolezza dello Stato del capitale e della burocrazia, di
Agnelli e di Lama, reagisce alla speranza con le ragioni dell'inevitabile:
l'economia, la compatibilità, il sacrificio, il consenso, il dovere. Carri armati,
arresti di massa, chiusura violenta delle radio, delle case editrici, delle voci
del dissenso.

La luce tragica del secolo prende allora il sopravvento.

Autunno: alla digrignante aggressione del compromesso storico - mostro
clerico-stalino-fascista, sintesi di tutta la pornopolitica italiota - segue il
riemergere del passatismo tardoleninista, che l'insurrezione ironica del
febbraio-marzo aveva mandato in frantumi, dissolto. L'isterico
soggettivismo della volontà riprende il sopravvento e trascina l'intero
movimento nell'abisso. Disgraziato settembre. Maledetto Palazzo dello
sport.

Se vogliamo comprendere il senso di quell'anno dobbiamo prima di tutto
allargare la prospettiva, per guardare la mappa del mondo in tutta la sua
estensione.

Sulle piazze italiane si grida «Lavoro zero reddito intero, tutta la
produzione all'automazione». Ma negli stessi giorni, sulle rive del Tamigi i
Sex Pistols dichiarano la fine del futuro. Nei garage della Silicon Valley,
Steve Wozniak e Steve Jobs mettono a punto la rivoluzione vittoriosa della
Apple. Nella città di Shanghai si conclude nel terrore la delirante e lucida,
luminosa e oscura storia della rivoluzione culturale proletaria. A Parigi, su
mandato di Giscard D'Estaing, Simon Nora e Alain Mine scrivono
"L'informatisation de la société", prevedendo gli effetti sconvolgenti della
telematica sull'organizzazione del sapere, della politica, dell'economia. A
Mosca Yuri Andropov, direttore del K.G.B., scrive una lettera al cadavere
ambulante Leonid Breznev per dirgli: segretario, o l'Unione Sovietica
riuscirà, entro cinque anni, a recuperare il distacco dall'Occidente sul piano
dell'informatizzazione o per noi è finita. Quando, cinque anni più tardi,
salirà per pochi mesi al seggio della somma autorità del suo Paese chiamerà
Gorbaciov e Yakovlev per dire loro: è finita.

Questo è il '77.

Quell'anno è il punto d'arrivo delle tumultuose vicende del Ventesimo secolo,
secolo della rivoluzione proletaria, delle ideologie totalitarie e della
promessa democratica mai pienamente realizzata; è lo spartiacque tra
società industrialista e proletaria e nuova società da inventare, a partire
dalle potenzialità tecnologiche prodotte nel corso della lotta continua tra
operai e capitale. Ma inventare questa nuova società non è possibile con gli
strumenti della vecchia, con gli strumenti della politica, dell'organizzazione
burocratica o militare, della democrazia e dell'antagonismo. Nuovi
strumenti occorrevano, e non li sapemmo inventare. Forse non si poteva
farlo, perché occorreva allora (e occorre ancora) un lungo processo di tipo
evolutivo, una rimodellazione reciproca dell'organismo sociale e
dell'ambiente tecnoproduttivo, una mutazione per gran parte inconsapevole
che si sta svolgendo e si svolgerà ancora a lungo, oscuramente,
dolorosamente.

Il movimento del ' 77 si trova preso nella tensione tra due processi collegati
ma opposti: da una parte esso si manifesta come disperata resistenza delle
forme di socialità che sono emerse nell'epoca della maturità industriale;
dall'altro esso si manifesta come prima consapevolezza e rappresentazione
di una trasformazione in senso 'mentale' dell'attività lavorativa e del ciclo
sociale complessivo.

Il processo che attraversa il corpo sociale, lacerandolo prima e
congelandolo poi, negli anni Ottanta, è definibile come processo di
smaterializzazione. Si smaterializza il processo di produzione delle merci,
nel senso che l'attività di manipolazione dei materiali viene sostituita
dall'elaborazione dei programmi necessari a far compiere alle macchine la
trasformazione materiale. Si smaterializza la relazione tra gli individui,
grazie alla telecomunicazione che elimina la necessità di un rapporto tra i
corpi nello scambio comunicativo. Si smaterializza il comando sociale,
sempre più esercitabile in forma di controllo informativo, o tramite
l'induzione di flussi immaginati, mitologici, psichici. Si smaterializza la
partecipazione politica sempre più affidata alle strategie di consenso e alla
creazione di immagine.

La città, questo prodotto fondamentale della civilizzazione umana, che
raggiunge il suo compimento nell'epoca borghese, facendosi crocevia dello
scambio di merci e di idee tra uomini che si toccano, raggiunge il momento
dell'esplosione con la superfetazione metropolitana: la metropoli è
l'ipertrofia della funzione urbana che contemporaneamente produce
l'impossibilità di un rapporto territorializzato tra uomo e uomo. Nella città
gli uomini si incontrano per conoscersi; nella metropoli gli uomini si
incontrano senza potersi conoscere più. Nella città gli uomini si toccano
eroticamente, nella metropoli il contatto è pornografico e aggressivo. La
forma metropolitana determina il collasso dei modelli di comunicazione e di
organizzazione politica che la città aveva prodotto. Gli individui tendono a
diventare terminali di reti astratte di scambio. Il territorio post-urbano è
luogo di transito, di spostamento veloce, luogo popolato da celle
terminalizzate, interconnesse telematicamente. La televisione, macchina
dell'omologazione, dell'atomizzazione, "telepanoptikon" rovesciato, diviene
il centro del mondo in questa transizione.

Il movimento del '77 si colloca proprio nel punto di formazione di questa
coscienza della smaterializzazione, e di conseguenza la sua anima è
lacerata e contraddittoria. Infatti in esso confluisce la storia di tutti i
movimenti di lotta operaia e di controcultura giovanile dei decenni
precedenti: rivendicazione antilavorista della sensualità, erotismo
collettivo, sperimentazione artistica collettiva. Tutto questo si manifesta
come disperato sussulto di resistenza della cultura urbana, della città,
dell'interazione concreta, del contatto urbano tra corpi, scambio politico
diretto, dialogo continuo. In questo senso il '77 è l'ultima rivendicazione
della politica nel suo significato originario, urbano. Molto più forte fu
questa rivendicazione, che la progettazione di un'utopica nuova società.

Eppure, al tempo stesso, il movimento del '77 fu capace di scoprire la nuova
dimensione immaginaria verso la quale si proiettava la comunicazione
sociale, e fu capace di presentire la nuova dimensione postlavorista verso la
quale si dirigeva la produzione sociale al tramonto dell'industrialismo
classico. Il movimento del '77 percepì l'imminenza di una trasformazione
profondissima dell'organizzazione sociale e della qualità dell'attività. La
percepì come glaciazione imminente, come imminente sostituzione
dell'umano da parte del macchinico.

Questa tendenza apparve fin dall'inizio ambigua, carica di promesse
liberatorie (fine del lavoro) e carica di una minaccia di glaciazione. Perciò
quel movimento si manifesta duplice: come proiezione ipermodernista verso
un pieno dispiegamento delle potenzialità e dei futuri possibili; e come
resistenza contro l'incubo ipermoderno. I comportamenti di movimento
appaiono così sospesi in un'ambiguità: l'ambiguità dello spartiacque. Il
corteo che sfila nella città, il fiume di uomini e di donne che camminano
nelle strade rappresenta bene una difesa della dimensione umana, della
concretezza urbana. La distruzione delle automobili è un rito ecologico che
si ribella contro il modernismo ottuso e rivendica possibilità di
postmodernizzazione intelligente. Ma che senso può avere il corteo in una
città che non esiste più, che non si tocca più nelle strade, che telecomunica
senza più interagire fisicamente?

Il terrorismo si inserì su questo livello di smaterializzazione quando scelse
la clandestinità e l'azione spettacolare: clandestini in una città in cui
ognuno è clandestino per ciascun altro, dunque ugualmente spersonalizzati,
atomizzati, privi di vita concreta; eppure capaci di agire proprio su quel
circuito freddo, astratto, proprio grazie ai media. Perciò il terrorismo nasce
laddove il movimento è sconfitto. Contrariamente alle falsità della stampa
di regime (di destra e di sinistra) , il terrorismo non è organico al
movimento, ma lo disgrega dall'interno, lo seppellisce e infine lucra sulla
sua scomparsa. E il terrorismo di quegli anni fu un fenomeno
contraddittorio. La coscienza dei suoi attori fu quanto di più retrogrado e
oscurantista, legata a modelli teorici da paleocapitalismo e a progetti di
dittatura dei settori proletari più antichi. Ma l'effetto mediatico dell'azione
terroristica entrava in contatto rapidissimo con il funzionamento della
società dell'informazione spettacolare. Questo parve un successo dell'azione
terroristica, ma ben presto portò i clandestini a divenire puri strumenti, e
poi vittime, di una macchina che essi non comprendevano.



- "Maledetto settembre".



Se marzo fu il dispiegamento di una prospettiva nella quale tutte le
potenzialità si intravedevano, settembre fu il momento in cui quella
prospettiva si richiuse. E' il mese del «convegno contro la repressione»,
proposto dall'appello che durante l'estate Félix Guattari aveva lanciato da
Parigi.

Quel convegno avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni di chi lo lanciò,
un'apertura del movimento nato a Roma e a Bologna verso l'Europa delle
controculture, verso il futuro da scoprire insieme. Invece finì per essere una
chiusura provinciale nei settarismi dialettali della burocrazia dei vari
settori dell'Autonomia organizzata, una regressione verso leninismi scaduti
da decenni. In quel convegno vediamo rappresentata anche fisicamente la
divaricazione interna al movimento. Nelle piazze e nelle strade della città
decine di migliaia di persone si dispongono collettivamente ad ascoltare
l'epoca che sta arrivando. Nel chiuso del Palazzo dello sport seimila
burocrati del risentimento si ritrovano per programmare la trasformazione
del movimento autonomo in soggettività antagonista organizzata, cioè la
sua distruzione. Antagonismo e organizzazione sono le due parole sbagliate
che si oppongono alla possibilità di radicamento e di estensione
dell'autonomia. Essere antagonisti vuol dire definirsi rispetto al nemico,
dunque definirsi in forma dipendente, come sudditi, come "sub-iecti". E
organizzazione vuol dire riduzione delle dinamiche sociali a un disegno
soggettivo che ricalca le linee del progetto leninista. Il tardivo riemergere
del leninismo, introdotto nel movimento da quella componente che si
definisce Autonomia organizzata fu la forma teorica di quella
sottomissione.

Se io ripenso al ruolo che potemmo svolgere in quell'anno, noi che ci
definivamo «corrente trasversale», e sempre rifiutammo di identificarci in
forma organizzata, soprattutto di una colpa mi rimprovero: la colpa di aver
subìto per malinteso spirito di unità, o forse per tribalismo omertoso,
l'arrogante riemergere del leninismo, nei comportamenti e nella teoria.
Quella nostra reticenza fu un errore irreparabile, perché condusse il
movimento all'impasse di settembre. Si era allora allo snodo decisivo. Il bene
da salvare a ogni costo era il patrimonio di sperimentazione autonoma che
il movimento aveva accumulato sul piano della produzione, della
comunicazione, dell'arte, delle forme di vita urbana.

A giugno «A/traverso» aveva dichiarato: «La rivoluzione è finita, abbiamo
vinto». E aveva lanciato la parola d'ordine di costituire CALMA (Centri di
Abolizione del Lavoro Manuale) e C.D.N.A. (Centri Diffusione di Notizie
Arbitrarie). A settembre questa prospettiva venne cancellata
dall'imposizione di una logica antagonistica e organizzativista.

La riprova si ebbe nel mese di dicembre, quando a Roma, in occasione della
manifestazione nazionale dei metalmeccanici i Comitati autonomi scelsero
di separarsi dalla manifestazione e di convocare una manifestazione 'di
partito' che raccolse poche migliaia di persone e segnò il ritorno a una
logica minoritaria e puramente reattiva.

Il movimento era in via di dissoluzione. Aveva segnato lo spartiacque della
modernità, ma non aveva elaborato le modalità di una transizione capace
di liberare la società postindustriale dai vincoli e dagli automatismi del
capitalismo industriale. Le forze che si erano espresse nel movimento non
erano più attrici del processo, ma ne divenivano testimoni e vittime.

La diffusione dell'eroina, l'esplosione del terrorismo furono le
manifestazioni di quella dissoluzione. E si crearono così le condizioni perché
la repressione potesse fare quel che non era riuscita a fare nel '77: mettere
in moto un processo di desolidarizzazione.



- "Dei toreri senza toro".



E per farla davvero finita con il giudizio di dio occorre chiedersi: e adesso, e
domani, e poi?

Il movimento del ' 77 è stato premonizione di un mondo che non si è ancora
interamente dispiegato: fine della modernità, lunga transizione verso la
creazione di un nuovo paradigma in via di modellazione. Ma come si
districa un nuovo paradigma dall'intrico presente, che è sovrapposizione del
modello capitalistico sulle potenzialità liberatorie contenute nello sviluppo
dell'intelligenza tecnico-scientifica?

Naturalmente la risposta travalica di gran lunga i limiti ristretti di questo
scritto che deve avere il '77 come baricentro. Ma se vogliamo capire il '77
sarà bene che ci sporgiamo verso il 2017.

Nessuno, sulla scenetta della politica contemporanea, sembra capace di
confrontarsi con lo scenario del divenire del mondo. Il problema è che
questo divenire è divenuto così vorticoso che nessuno degli schemi
interpretativi di cui la politica dispone è in grado di seguirne il "tourbillon".
L'ultimo grande politico, probabilmente, è stato Michail Gorbaciov, con
Vaclav Havel, e il suo compito storico è stato proprio quello di dichiarare
finita la politica, finita l'alternativa, finita la volontà umana. Gorbaciov è
stato l'ultimo grande politico perché non ha detto che il capitalismo è la
cosa più bella del mondo, ma ha semplicemente riconosciuto che di fronte
alla potenza dei suoi automatismi non c'è volontà politica che tenga. E
quegli automatismi in effetti lo hanno detronizzato. E Vaclav Havel, poco
dopo la fine del socialismo autoritario a Praga, ebbe il coraggio di
dichiarare: «In nome della libertà politica si è scatenato nella società tutto
quello che vi è di peggiore nella natura umana».

Per quanto si circondino di scenografie retoriche, l'azione dei politici si
esercita sull'irrilevante. Le trasformazioni enormi del nostro tempo sono
indifferenti alle loro parole e alle loro azioni. L'azione politica in effetti si
esercita ormai soltanto in una sfera auto-referenziale. Il toro sta da un'altra
parte. Il toro è l'automatismo economico per cui se non si producono
camere a gas si licenziano operai; l'automatismo per cui la riduzione del
tempo di lavoro necessario si trasforma in miseria, anziché trasformarsi in
liberazione di tempo; l'automatismo per cui l'enorme maggioranza
dell'umanità considera indispensabile avere un'auto a testa, piuttosto che
sviluppare i trasporti pubblici.

Le trasformazioni reali si svolgono in una sfera che sfugge alla volontà
politica: la sfera dell'infinitamente piccolo, della programmazione
informatica, della mutazione biogenetica. Oppure dell'infinitamente grande,
della globalizzazione ingovernabile: la sfera macroscopica della
simulazione finanziaria.

Perciò i politici sono come dei toreri finti, con tutte le loro "banderillas" e
tutte le loro "picadillas", con tutto il pubblico che urla e li incita. Ma non c'è
più nessun toro. Il toro sta nei laboratori della biotecnologia, nei garage
dove si programma software, nei luoghi di produzione degli immaginari
futuri, a Hollywood, al Medialab di Boston.

Il problema è che la complessità del mondo ha superato di gran lunga il
limite entro il quale era riducibile alla selezione ideologica, alla scelta, alla
decisione. E senza decisione la politica è nulla. Senza scelta la decisione è
nulla. Senza criteri di selezione non si dà scelta. Gli automatismi del
capitalismo globale sono più forti di qualsiasi possibilità di alternativa, di
decisione e di scelta.

Cos'è che legittima il ceto politico italiano della «seconda Repubblica»? Il
suo essere 'post'. Questo regime a proprio fondamento non ha altra
motivazione che l'abbandono delle motivazioni. Per questo l'unico piano su
cui si esercita attualmente la politica è la riforma della politica stessa: il
perfezionamento di una macchina che non produce più niente.



- "Verso dove verso quando".



Il movimento del '77 fu essenzialmente un processo di critica della politica
esistente, per una politica della vita quotidiana. E' sul terreno della vita
quotidiana, del lavoro e della comunicazione, che la lotta fra dominio e
liberazione si svolge. E' sul terreno dell'infinitamente piccolo, delle
micromutazioni neurofisiche, psicochimiche, informatiche e biotecnologiche
che si gioca il destino dell'infinitamente grande, dell'infinitamente
complesso, del globale-locale.

E dove sta il luogo in cui questo processo di mutazione si organizza, si
governa consapevolmente? Questo luogo non c'è: non è la politica e non
sarà mai più la politica. Questo luogo si deve costruire all'interno dei
processi di formazione della forza-lavoro intellettuale, all'interno dei
processi di programmazione informatica, all'interno del sistema mediatico.

I Centri sociali sono stati, in Italia, un'ottima occasione per creare
condizioni di un mutamento consapevole in questi ambiti. Purtroppo però,
per il momento, non sono riusciti a diventare nuclei di autoproduzione
rivolti verso l'esterno, verso il mercato, verso l'immaginario sociale. Ma è là,
nel punto in cui l'intelligenza creativa si coagula per creare collettivamente
le condizioni di una mutazione consapevole, che si dovrà tornare, che si
tornerà. E' là che ritroveremo, senza nostalgie, senza passatismi, l'eredità
del '77, cento volte dispersa e mai dissipata.



- "La lunga attraversata".



I documenti che riproduciamo di seguito, pubblicati da «A/traverso»
nell'autunno del 1975 e nella tarda primavera del 1977, indicano quattro
punti che ci servono per chiarire la lungimiranza del movimento, le ragioni
della sua sconfitta e la sua attualità.

Quando dico attualità non intendo per nulla parlare di attualità politica. Il
movimento del '77 non ha alcuna attualità politica, non ha niente da dire a
chi fa politica oggi, perché chi fa politica oggi, in generale, fa finta di
occuparsi del futuro del mondo e si occupa invece soltanto del proprio
inutile privilegio di casta, oppure della conservazione nostalgica di parole,
prospettive, rituali che sono morti. Quando parlo di attualità del '77 voglio
dire la capacità di premonizione antipolitica, post-politica, implicita
nell'evento '77 e implicita nelle teorizzazioni che lo precedettero,
accompagnarono e seguirono.

Veniamo ai quattro punti.



1 ) Rifiuto del lavoro e funzione potenzialmente liberatoria delle tecnologie
sono l'elemento di fondo della riflessione che prepara l'esplosione del
movimento. Il '77 fu il movimento dell'irresponsabilità, è vero. Evviva. Fu il
movimento dell'irresponsabilità perché non ci ritenevamo in alcun modo
responsabili degli effetti catastrofici che il predominio dell'economia aveva
prodotto nella vita, nell'organizzazione sociale, nella struttura della
tecnologia. Non eravamo responsabili come non lo siamo oggi. Non
chiedeteci di riconoscere le ragioni superiori della necessità economica. Non
crediamo e non crederemo mai nelle ragioni superiori dell'economia perché
non crediamo che l'economia sia la natura. Rileggendo il Marx dei
"Grundrisse" allora dicemmo: le potenzialità implicite nella connessione di
tecnologia e produzione portano verso la liberazione dal lavoro. Ma perché
questo divenga possibile occorre liberare la potenza delle tecnologie dal
dominio dell'economia capitalistica. Riduzione generale dell'orario di
lavoro, redistribuzione del tempo di vita liberato dal lavoro, redistribuzione
della ricchezza sociale prodotta dal lavoro passato. Questo era l'essenziale
del programma sociale del movimento.

Ci bombardarono con tutte le armi di cui disponevano. Ci bombardarono i
ladri della Democrazia cristiana e gli stalinisti del Partito comunista. Ci
bombardarono gli economisti e gli industriali, gli intellettuali che oggi
leccano culi berlusconiani ma allora militavano nelle file del partito
stalinista.



2) Quel movimento si inserisce nella storia di lotta proletaria contro il
socialismo realizzato, di lotta dell'intelligenza contro la burocrazia e contro
l'autoritarismo della sinistra, sia leninista che socialdemocratica. Carri
armati a piazza Verdi. Come a Berlino '53, Budapest '56, come a Praga '68,
come a Danzica '76. Carri armati ed emarginazione per tutti coloro che non
accettarono di iscriversi al partito del consenso obbligatorio. Il movimento
del '77 (parlo soprattutto del movimento di Bologna, ma questa era la
vocazione maggioritaria del movimento in ogni altra città) fu
consapevolmente rivolto contro il socialismo, contro il nazional-comunismo,
che in Italia trovava la sua raffigurazione nel berlinguerismo, ma anche
nelle riemergenze tardo-leniniste. Su questo terreno il movimento del '77
ottenne una sostanziale vittoria. Dopo il marzo di Bologna, il compromesso
storico aveva perduto ogni maschera politica, era diventato quel che era
nell'anima: una dittatura militare andreottiano-brezneviana.

Il rapimento di Aldo Moro, nel '78, fu un'azione consapevolmente rivolta
anche contro il movimento, per distruggerlo e per annettersene le spoglie.
Contrariamente a quel che si dice di solito, quel rapimento non fu affatto un
colpo mortale contro il compromesso storico, che era già finito, perché lo
aveva fatto fuori il movimento di marzo. Fu, al contrario, una santificazione
"post-mortem" del compromesso storico, fu la restituzione di una boccata di
ossigeno al ceto politico democristiano e picista che il movimento aveva
smascherato.



3) Il movimento riconobbe ben presto l'esaurimento della sfera politica. Il
processo di trasformazione della vita quotidiana, il processo di
trasformazione del rapporto tra tecnologia e lavoro non attraversava più
(non era più attraversato da) la politica che è esercizio della volontà, arte
della mediazione e del governo. Non c'è più volontà, non c'è più mediazione,
non c'è più governo. Separazione delle forme di vita autonome dal dominio
dell'economia. Secessione di colonie nomadi, sperimentazione di forme di
produzione in cui la tecnologia e la creatività sostituissero l'economia e la
disciplina ripetitiva del lavoro. Questa era la strada che il movimento aveva
cominciato a inventare. Ma la coazione a ripetere si impose anche dentro il
movimento; l'autonomia organizzata funzionò come elemento di
riproduzione di un modello di comportamento fondato sull'opposizione,
incapace cioè di essere autenticamente «autonomia».



4) Il movimento del' 77 non è soltanto quel che accadde a Bologna, a Roma
e in Italia. Il movimento del '77 è anche quello che accadeva a Londra, nei
medesimi giorni, negli stessi mesi. Il punk, la consapevolezza disperata del
fatto che non c'era più alcuna alternativa alla dittatura congiunta della
tecnologia con l'economia. Dal momento che la tecnologia (le cui
potenzialità liberatorie quel movimento aveva intravisto ed esaltato) viene
a essere catturata e sottomessa dall'economia, tecnica di reificazione e di
sostituzione della vita col valore, l'umano appare ridotto a residuo, e
progressivamente cancellato.

Dal punto di vista della sua conclusione, il movimento del '77 appare
essenzialmente questo: lucida comprensione dell'esaurimento della
modernità, lucida comprensione del fatto che il capitalismo - sistema di
distruzione dell'umano, di assorbimento e perversione dell'intelligenza e
della creatività - non ha più alternative.

Iniziava allora la traversata di un deserto che, al momento attuale, non è
ancora finita. Iniziava la lunga marcia attraverso l'inumanità.





















*

1975-1977

«A/TRAVERSO»

(Quattro frammenti)



°°°
maggio 1975

PICCOLO GRUPPO IN MOLTIPLICAZIONE.



Il soggetto di movimento sta altrove: si disloca in uno spazio oggi
difficilmente definibile, impossibile da ridurre dentro le categorie muffite
dell'istituzione, ma anche dell'extraparlamentarismo gradualista e
perbenista.

Sta altrove, sfrangiato e dissoluto. La dissolutezza è la forma innovativa
dell'azione sociale.

Ma come trovare unità, come mettere in moto un processo di
ricomposizione, come fare politica?

Perché affrettare una risposta? Probabilmente, occorre dirlo, il movimento
reale è andato molto più avanti delle nostre capacità di comprenderlo. La
crisi e il riformismo, in una loro alleanza che funziona da molto tempo,
hanno sconfitto il quadro politico emerso dall'ondata montante del '68-69.
In parte lo hanno inglobato dentro una prospettiva neoriformista, in parte
lo hanno disgregato, lasciandolo dove si trova adesso, a porsi il problema
dell'autoriconoscimento, della definizione di un terreno su cui muoversi.

Ma il movimento è andato molto più avanti della politica; è andato molto
più avanti dei vecchi problemi della lotta e dell'unità; si colloca in una
dimensione che è quella dell'estraneità radicale e del rifiuto. Contro questo
Stato non mette conto lottare; è troppo misera la sfera della politica
istituzionale, e anche l'azione antagonista è povera cosa, a fronte della
ricchezza che il soggetto in movimento può sviluppare.

La politica istituzionale rimargina le sue ferite, e (sempre spaventata dal
'68, dall'emergere imprevisto dell'altro, dell'autonomia) tenta
continuamente di rimuovere ciò che non si subordina.

Le categorie vecchio-socialiste dei gruppi e le categorie democratico-
partecipative della borghesia cercano di dare un volto a questo soggetto
indefinibile; i giovani, gli operai, gli studenti, le donne, soggetto di
trasformazione, inafferrabili ieri per la loro ostilità e lotta aperta, oggi per
la loro estraneità, debbono essere catalogati, debbono avere un nome, star
dentro a qualche ordine. Perché solo nell'ordine si può costringere la gente
a lavorare.

Dissolutezza sfrenatezza festa. Questo il livello a cui si sta assestando il
comportamento dei giovani, degli operai, degli studenti, delle donne. E se
per i burocrati questa non è politica, ebbene, è la nostra politica; e magari
la chiameremo in un altro modo.

Appropriazione e liberazione del corpo, trasformazione collettiva dei
rapporti interpersonali sono il modo in cui oggi ricostruiamo un progetto
contro il lavoro di fabbrica, contro qualsiasi ordine fondato sulla
prestazione e sullo sfruttamento.

La pratica del piccolo gruppo è il terreno sul quale si riconosce l'autonomia,
il livello di minimo al quale si è fermato il processo di disgregazione. Non
serve a niente oggi progettare una terroristica e meccanica riunificazione
che ponga in astratto il problema dell'unità. La pratica di piccolo gruppo
non è pratica di scontro. Si pone piuttosto nel luogo dell'ignorazione, della
collocazione altra, dell'estraneità.

Il problema della ricomposizione è nel passaggio dall'estraneità diffusa e
dissoluta alla ricostruzione di nuovi strumenti di aggregazione e di
collettivizzazione del desiderio. Ma questo problema non si risolve nel luogo
separato dell'organizzazione, e neppure con i discorsi astratti sull'unità: la
ricomposizione si dà sul piano delle pratiche trasformative che ripercorrono
trasversalmente lo spaccato della vita quotidiana.

Ci occorre una scrittura che ripercorra trasversalmente tutto lo spaccato
dell'esistenza, tutte le figure in cui il soggetto-classe si specifica.
Progettiamo dunque un piccolo gruppo in moltiplicazione e in
ricomposizione trasversale. Costituendosi come unità desiderante un
collettivo deve cominciare a saper interpretare il desiderio di
ricomposizione: i flussi che percorrono la classe, che muovono il vissuto
quotidiano delle masse. La ricomposizione non è un imperativo morale, un
dogma politico; è un desiderio del movimento. Occorre trovare una
macchina-comportamento che interpreti questo desiderio.

Proviamo sul terreno della scrittura. Non una sintesi esterna, non uno
specchio, ma una disponibilità a sopportare la curva del processo, facendosi
soggetto pratico della tendenza. Una scrittura capace di dare in sé corpo
alla tendenza, di incarnare la tendenza come desiderio, di scrivere nella vita
collettiva la possibilità di liberazione.



°°°
ottobre 1975.

NEL PROCESSO DELLA RICOMPOSIZIONE.



Nella fase storica in cui viviamo, il comunismo non ha più la forma di un
bisogno che chiede risposta, ma ha la forma di una liberazione delle
possibilità che il sistema capitalistico contiene in sé comprimendole.

La riduzione del tempo di lavoro necessario, la minoritarizzazione degli
strati sociali legati al lavoro produttivo, l'enorme dispiegamento
dell'intelligenza scientifica applicata alla tecnologia: questi sono i processi
che rendono possibile, e al tempo stesso urgente, la liberazione della vita dal
lavoro salariato.

Il sistema capitalistico si rivela sempre di più come mero dominio sul lavoro,
come contenimento violento dell'autonomia; contro il sistema della
valorizzazione non si oppone più il bisogno, disponibile a passare per la
mediazione della prestazione di tempo in cambio di salario, ma il desiderio
di appropriazione del proprio corpo e del tempo, ciò che lo sviluppo
capitalistico ha reso possibile nella tendenza ma impedisce nella realtà
immediata. E il permanere di sacche di arretratezza non toglie validità a
questo discorso: l'estremismo del desiderio che si libera funziona come
elemento di accelerazione dello sviluppo capitalistico e di
omogeneizzazione materiale della società verso i livelli più alti.



La forma atomizzata e isolata dell'esistenza è uno dei punti di maggiore
debolezza del proletariato; la famiglia e l'abitazione privata sono i
principali strumenti della costrizione al lavoro. I rapporti interpersonali e
gli spazi in cui vivere in modo da rendere l'esistenza il più possibile
indipendente dal ricatto del salario sono il luogo in cui, fuori da ogni logica
contrattuale, si pratica l'appropriazione e l'autoriduzione.

Soggetto di questa pratica è uno strato sociale che ha fatto proprio il
patrimonio delle lotte degli anni Sessanta: questo strato è il proletariato
giovanile, la cui caratteristica sociale di massa è la saltuarietà del rapporto
di lavoro. Questa saltuarietà è dovuta sia alla paura padronale di mettere in
fabbrica i giovani formatisi dopo il '68 (da qui il blocco delle assunzioni
nelle grandi fabbriche) sia alla volontà giovanile e operaia di non legare
tutta la propria vita al lavoro. Questo strato del lavoro precario è portatore
della maturità del comunismo: rifiuto del lavoro, trasformazione del tempo
di vita liberato, possibilità di riprodurre il mondo dei beni esistenti senza
legare tutta la vita al lavoro.

Il proletariato giovanile è infatti detentore dell'intelligenza tecnico-
scientifica accumulata nella lotta di un secolo tra operai e capitale. Il
capitale punta a ridurre l'intelligenza tecnico-scientifica alle sue regole, e al
dominio sulla vita altrui, mentre la giovane classe operaia può liberare
l'intelligenza sociale per farne strumento di liberazione dal lavoro. Questo
strato è inoltre il soggetto che, nella condizione della crisi e dell'espulsione
di vasti strati di forza-lavoro dalla fabbrica, porta avanti un processo di
trasformazione del tempo di vita liberato, individua nella miseria del
quotidiano la forma della dittatura borghese e pone il problema della
felicità e della distruzione delle forme esistenti di rapporti interpersonali,
per l'autonomia dell'esistenza proletaria.



L'organizzazione sociale capitalistica non riesce più a contenere le forze
soggettive che si sono prodotte nel corso del suo sviluppo. Ma mentre si
riducono le capacità di controllo complessivo delle istituzioni, si liberano
forze sociali che si collocano in uno spazio altro da quello del lavoro e
dell'istituzione, uno spazio di autonomia e di autotrasformazione. Il
problema che si pone per le forze liberate in questo processo non è
contrapporre un nuovo ordine complessivo, non è proporsi il governo di
tutte le relazioni sociali per fermare l'inarrestabile entropia che si è
scatenata nel conflitto tra tempo di vita e tempo di lavoro.

Queste forze si pongono invece il problema della propria
autodeterminazione di parte, e anche della sottrazione di sempre nuove
forze al dominio capitalistico, e trasformano la struttura produttiva in un
processo dialettico di lotta e di estraneità che, mentre garantisce alla classe
operaia il potere sui propri movimenti, lascia alle forze del capitale il
governo complessivo, la necessità di riorganizzare in avanti la propria
macchina produttiva e sociale, nel tentativo di arginare la dissoluzione del
proprio dominio col risultato invece di accelerare la liberazione di nuove
forze dal dominio del lavoro.

Questo processo non si svolge in modo pacifico in quanto le forze liberate
non si arroccano in un ghetto di autogestione della miseria ma contrastano
il tentativo di distruggere l'autonomia, rilanciano continuamente la lotta
contro l'organizzazione del lavoro, si battono per trasformare la macchina
produttiva da strumento di controllo e dominio in strumento di sostituzione
del lavoro vivo. Il problema della violenza deve uscire dal quadro
terzinternazionalista. Non si tratta di creare un'organizzazione armata
capace di operare in modo specularmente opposto allo Stato, modellandosi
sui suoi movimenti e coprendo la stessa estensione territoriale e sociale
dello Stato, ma si tratta di dare alle forze liberate gli strumenti per
difendere ed estendere gli spazi conquistati. L'armamento e la tattica non
devono modellarsi sull'operatività dello Stato, con l'obiettivo di controllare
l'universo dei rapporti sociali, ma sui bisogni sociali degli strati proletari in
movimento. La struttura da costruire non è l'esercito regolare che si dirige
contro il cuore dello Stato. Sono invece i piccoli gruppi in trasformazione a
iscrivere nel proprio comportamento la distruzione delle articolazioni
repressive dello Stato, per permettere al proletariato in liberazione
l'autonomia dei suoi movimenti.

Il capitalismo come sistema di dominio sul lavoro è destinato a vivere
ancora per un periodo storico molto lungo. Questo non vuol dire che il
comunismo si sposta nel tempo, più lontano: il comunismo vive
contemporaneamente, dentro e contro, come organizzazione delle forze
sociali in liberazione, come forma della loro liberazione. Ma non è il
comunismo a risolvere i problemi: esso pone con urgenza le domande a cui il
sistema è costretto a rispondere per sopravvivere. Questo potere come
autonomia di una parte, e non come governo su tutta la società, è il potere
che occorre esercitare.

Una coesistenza di lungo periodo non è e non sarà mai pacifica. Il
capitalismo usa il terrore contro il movimento nel tentativo di ridurre
l'entropia che si accelera entro il suo sistema. L'autonomia operaia e il
movimento di liberazione non possono che rispondere al terrore con tutte le
armi di cui dispongono, per difendere il proprio diritto
all'autodeterminazione.



L'attacco capitalistico contro l'attuale composizione di classe si determina
attraverso la massificazione della forza-lavoro intellettuale tecnico-
scientifica. L'intelligenza tecnico-scientifica si produce dentro il conflitto
operai-capitale: essa riduce il lavoro necessario rendendo possibile la
sostituzione di lavoro vivo con macchine, e garantendo il funzionamento
produttivo delle macchine, nel momento in cui però l'informatizzazione del
processo lavorativo massifica e proletarizza uno strato sociale di lavoratori
intellettuali, e questi si incontrano con la forza-lavoro scolarizzata e
politicizzata che si è formata nell'ultimo decennio. Si apre una nuova
decisiva contraddizione. L'uso capitalistico dell'intelligenza e delle
macchine fa di queste una struttura di controllo e di dominio sui movimenti
operai; la soppressione formale del lavoro ha come obiettivo l'eliminazione
di autonomia e la scomposizione del corpo di classe.

Ma nel momento in cui il lavoro intellettuale si proletarizza, questo strato
diviene portatore dei bisogni più avanzati, e diviene anche, come detentore
del sapere sociale accumulato, il portatore della possibilità materiale di
trasformare il meccanismo produttivo da strumento di controllo e
intensificazione dello sfruttamento in strumento di liberazione dal lavoro.

«La scienza si presenta, nelle macchine come una scienza altrui, esterna
all'operaio. Ma se il capitale giunge a darsi la sua figura adeguata come
valore d'uso all'interno del processo di produzione solo nelle macchine, ciò
non significa che questo valore d'uso, le macchine in se stesse, sia capitale, e
che il loro esistere come macchine si identifichi con il loro esistere come
capitale» (Karl Marx, "Grundrisse", Nuova Italia, Firenze, 1970, vol. 2, pagg.
393-394).

La proletarizzazione del lavoro intellettuale apre la prospettiva dell'uso
operaio della tecnologia. Lo sviluppo capitalistico raggiunge il suo limite, e
la contraddizione tra produzione di valore d'uso e valorizzazione si rivela in
tutta la sua pienezza.

Per il potere la cultura deve funzionare come mediazione tra gli interessi
della società capitalistica e gli interessi dello strato intellettuale, ma deve
cercare di realizzare questa funzione in modo complesso. Ma ormai la
mistificazione dell'indipendenza della cultura dal processo produttivo è
messa in crisi dalla stessa massificazione di questa figura sociale.

Il movimento operaio ha pensato che l'aggregazione degli intellettuali
avesse la forma della mediazione culturale (Gramsci), oppure la forma di
un'adesione volontaristica al partito (Lenin).

Queste ipotesi sono superate nel momento in cui il lavoro intellettuale entra
a far parte della composizione sociale del lavoro produttivo.



°°°
maggio 1977.

CON TUTTA LA NOSTRA DEBOLEZZA.



- "Per una strategia del desiderio".



Dobbiamo riflettere su un passaggio importante, una rottura nella storia
del movimento. Denunciare il terrorismo di Stato non basta, e non basta
neppure comprendere la radice del terrorismo della disperazione. Occorre
riflettere su una corrente che ha attraversato il movimento da lungo tempo,
che già si era rivelata a Parco Lambro, e che già allora avevamo definito
nazi-delirio.

Non crediamo nella naturalità di una pulsione di morte: la disperazione è
un fatto storicamente determinato, e la pulsione di morte è una forma di
investimento paranoico dell'inconscio che il potere produce come produce le
condizioni del consenso alla cadaverizzazione istituzionale.

E' necessario riprendere in mano l'analisi dei processi profondi che nel testo
della storia si inscrivono e si scatenano, e che sulla scena della politica
vengono ridotti e depotenziati per poter essere avviati
all'istituzionalizzazione.

Il processo rivoluzionario è, al tempo stesso, il risultato dell'emergenza di un
inconscio collettivo rimosso nello scenario politico e represso nel processo di
produzione, e il momento di liberazione di flussi libidinali che costituiscono
la pratica di deterritorializzazione rispetto al ruolo produttivo e la
condizione della collettivizzazione. Il processo rivoluzionario è
concatenazione a-significante e non organizzazione razionale di segni
significativi. E' l'inconscio che parla nella lotta di classe, così come d'altra
parte è la lotta di classe che parla nell'inconscio.

Ecco dunque che gli agenti della repressione, rovesciato il luogo politico
della rimozione, della contrattualità, debbono agire per portare il soggetto
all'autodistruzione, canalizzare i flussi desideranti in flussi autodistruttivi: il
terrorismo.

Il testo che scrivono le masse in movimento non è, non può essere un testo
decifrabile secondo il codice dell'istituito, perché è il testo di una pratica di
rottura, di movimento, di dislocazione altrove. Nel processo rivoluzionario si
scrive un testo di cui non sono costituite le strutture interpretative; per
questo abbiamo parlato di testo de/lirante. Abbiamo riconosciuto la
difficoltà di questo problema: per parlare in termini antichi il problema
della strategia è la composizione dei flussi desideranti in una direzione che
sia quella della liberazione. La politica è riduttiva, restaura la dittatura del
Significato di fronte alla trama delirante del desiderio a-significante. Ma la
politica è anche impotente, perché deve arrendersi alla restaurazione. Lo
stato di cose presente è ipostatizzato nel Significato, l'istituzione è garante
della rimozione del flusso desiderante nel momento stesso in cui è garante
della continuità della catena del senso. Dunque la politica non tiene in mano
la possibilità della strategia, se la intendiamo come composizione dei flussi
desideranti in un senso che sia quello della liberazione (vediamo che il
termine senso è ambivalente: il senso è la direzione, e la direzione, il luogo
verso cui il Significante si muove, è anche l'unico senso possibile). La politica
non tiene in mano la strategia, può esserne un'articolazione. E questi mesi
pieni di esperienze ci hanno messo di fronte il problema: chi tiene in mano
questa direzione, questo (S)enso?

Non aver risolto questo problema ci ha portato a un punto morto, forse a
una sconfitta. Ora occorre analizzare in che modo il potere si è sostituito al
movimento nel fornire un senso alla rivolta. E vediamo allora che il potere
ha saputo misurarsi con la curva significante dell'emergenza del soggetto
inserendo quella forma di fascinazione (capacità di aggregare e dominare i
flussi di inconscio) che è costituita dal terrore. Il terrore è abolizione del
soggetto di fronte alla sua potenza distruttiva, e poi abolizione del
movimento di fronte alla potenza distruttiva dello Stato.

Il terrore crea consenso al potere nella misura in cui mostra la sua intima
(fascinosa) potenza, e nella misura in cui mostra di saper ridurre sul piano
dei significanti-comportamenti anche la rivolta sul suo terreno. E dietro
l'angolo di questa riduzione della rivolta sul terreno terroristico del potere
(quella che un freudiano potrebbe chiamare «pulsione di morte», riducendo
naturalisticamente quello che è invece un risultato storico) ci sta la grande
macchina del potere stalino-fascista che dispiega la sua ferocia e la sua
violenza.



Il potere ha costretto, tra aprile e maggio, il soggetto di classe in
ricomposizione sul terreno paranoico (eterodeterminato) del terrore, su
questo terreno, poi, presenta se stesso come terrore legittimato.

Ma non basta scoprire come il potere ha saputo muovere le sue figure
(Cossiga, il fascino del terrore, Berlinguer, la dittatura dell'esistente
eternizzato che legittima il terrore). Occorre riconoscere che questo è
accaduto perché noi abbiamo permesso che il terreno dell'azione fosse
ridotto allo scontro. Non abbiamo saputo determinare il senso del processo
di ricomposizione e far di questo la curva dei flussi desideranti che
correvano nel corpo sociale.

Nel processo rivoluzionario si liberano flussi desideranti che rappresentano
l'emergenza dell'inconscio. Ma il problema che si tratta di risolvere è
questo: nella rete dei flussi desideranti, quale filo riesce a funzionare come
possibilità di ricomposizione, come momento di emergenza del Senso del
processo? E' possibile una strategia del desiderio?

Proviamo a ipotizzare che il filo di questo processo di ricomposizione sia il
linguaggio. Rifiutiamo l'identificazione lacaniana del linguaggio come
rimozione. Sappiamo che vi è un linguaggio della rimozione,
dell'interiorizzazione della Norma e della colpevolizzazione del desiderio.
Ma c'è un linguaggio che interrompe il ciclo comunicativo codificato, che
libera una gestualità desiderante, che si inscrive immediatamente nel
processo come gesto liberatorio. Il linguaggio simpatico che sposta le masse,
che muove eroticamente. La "jouissance" che è nel linguaggio è dovuta alla
sua capacità gestuale immediata di (com)mozione. Ma cosa conferisce
questa capacità di (com)muovere al linguaggio? Il fatto di inserirsi nel
flusso desiderante, di esserne momento di emergenza e di comunicazione. Se
il linguaggio codificato è garanzia di una rimozione, riduce al silenzio
l'inconscio, il linguaggio simpatico è quello che fa parlare l'inconscio.

8 febbraio 1977, a Bologna, assemblea del movimento alla Facoltà di
Lettere. Nell'ordine degli interventi, nella divisione rigida e schematica tra
riformisti e rivoluzionari si inserisce la messa in scena del rimosso. Un
compagno mette in scena l'impiccagione, realmente avvenuta pochi giorni
prima, di Giorgio Tobia, giovane proletario ricoverato in manicomio. Una
ragazza grida: «Vendo portafogli»; e mette in scena la sua rabbia di
disoccupata. Un altro legge un giornale surrealista che scrive cose
pazzesche e poi rivela che quel giornale si chiama «l'Unità». Uno parla del
fatto che da tempo cerca casa senza trovarla, poi si richiude nel suo
impermeabile: «Sono mesi che cerco casa e la cosa che più mi sorprende è
che in fondo non me ne importa un cazzo di trovarla». L'assemblea è rotta, è
un luogo completamente trasformato. Un idiota del P.C.I. protesta che
quell'assemblea è una farsa, e che tutti i comunisti escano di là insieme a lui.
Esce da solo. Da quel momento, a Bologna, il movimento di primavera è
cominciato. I «politici» non c'entrano più col movimento reale.

Il linguaggio si fa gesto che disloca altrove: esso allora non è più rimozione,
ma, al contrario, messa in scena del corpo, del desiderio, del rimosso.

Il linguaggio degli indiani metropolitani mette in scena la realtà del potere,
la realtà dell'ideologia dei sacrifici, rivela il non detto del potere.
LAMAOdada è Lama ridicolizzato davanti agli operai di tutt'Italia che dopo
la cacciata del super-bonzo dall'Università di Roma si riconoscono nel
rifiuto dell'arroganza sindacale e stalinista.

Ma su questo piano, nella capacità di percorrere trasversalmente il terreno
dei comportamenti in movimento seguendo il filo della messa in scena
linguistica, dobbiamo saper andare più avanti, perché questo filo è, ad
aprile-maggio, sfuggito dalle nostre mani.



- "Lo Stato italiano è stalino-fascista".



Riprendiamo in mano quel filo, cerchiamo di aver chiaro anzitutto cosa è
successo, e cerchiamo poi risposte nuove a questa nuova situazione.

Dopo il 12 maggio (assassinio, a Roma, di Giorgiana Masi) la paranoia si è
diffusa a macchia d'olio. Non senza motivazioni: alle cariche, alla
sparatoria, alla violenza di piazza delle forze armate del potere si aggiunge
una repressione di intensità e insistenza senza precedenti caratterizzata da
un'impressionante lucidità paranoica. Quel che il potere sta facendo è
straordinariamente lucido perché mira alla costruzione fantasmatica di un
universo ordinato secondo le sue regole paranoiche; e questo vuol dire
riconoscere il movimento come immagine speculare dello Stato, dunque
attribuirgli un'organizzazione di tipo statale, con capi, strutture militari,
centralismi, ideologhi, esecutori e così via.

E contemporaneamente, identificato il nemico, l'alieno, realizzare
l'unanimità più assoluta dell'apparato statale. Discutere si può, c'è la
democrazia, no? Ma il campo della discussione deve essere questo: come
difendere lo Stato, come annientare la rivoluzione. Chi esce da questa
traccia, chi mette in discussione l'unanimità dell'istituzione viene espulso, e
di conseguenza perseguitato come individuo privo della copertura
istituzionale.

Questa unanimità, rafforzata dal linciaggio dei dissenzienti (siano essi gli
avvocati di Soccorso rosso, o i deputati radicali, o gli uomini di cultura
perquisiti e criminalizzati perché sospetti di estremismo), deve essere infine
chiamata col suo nome, e il suo nome è stalino-fascismo.

Chiusura delle radio di movimento, arresto e incriminazione degli scrittori
trasversali, criminalizzazione delle riviste dissenzienti. Ecco il progetto di
Berlinguer che può cominciare a realizzarsi. Eliminare il dissenso, ridurre la
cultura a organizzazione del consenso.

Lo Stato italiano è uno Stato fascista. Ma l'autore principale della
distruzione fascista di ogni garanzia costituzionale, di ogni dialettica, di
ogni dissenso è il Partito comunista italiano e la sua ideologia fondata
sull'equazione sviluppo capitalistico uguale interesse operaio, e sulla
riduzione idealistica e intollerante della classe operaia all'idea di lavoro,
Nazione, e alla forma astratta e naturalizzata di lavoro produttivo.

L'entrata del P.C.I. nell'area governativa viene identificata come egemonia
operaia. Contenuto di questa egemonia è un peggioramento feroce della
vita operaia, un attacco forsennato all'autonomia dell'organizzazione
operaia. Scopriamo che contenuto dell'egemonia operaia è il dominio
capitalistico sulla vita operaia.

Queste sono le linee di formazione dello stalino-fascismo come progetto di
distruzione dell'autonomia operaia dal capitale e di eliminazione di ogni
dissenso culturale rispetto alle istituzioni.

In questi mesi siamo di fronte a questa offensiva statale che ovviamente
punta a ridurci al silenzio, alla disperazione, all'annullamento.



- "Con tutta la nostra debolezza".



In questi casi si risponde con la resistenza, con la capacità di non cedere, e
così via. Ma in questi anni abbiamo saputo inventare nuove forme, nuovi
comportamenti, stravolgere le regole della lotta. Non abbiamo messo in
campo la rappresentanza politica della nostra volontà, ma abbiamo messo
in scena il soggetto reale nella sua incancellabilità.

E' la nostra vita che è in gioco, la nostra intelligenza e creatività.

La rivoluzione è finita, abbiamo vinto.

Lo dice il potere, ma lo diciamo anche noi.

Il potere lo dice col ghigno assassino di Cossiga che spara nel mucchio sugli
assembramenti di giovani, e col ghigno vendicativo del giudice P.C.I. che nel
mucchio cerca coloro che possono essere trasformati in responsabili. Il
potere ha vinto perché il territorio istituzionale è unanime, compatto.

Noi lo diciamo per un'altra ragione. Il potere ha in mano completamente la
politica. Gli sfugge completamente la vita. Ha in mano l'istituzione. Gli
sfugge la società. L'autonomia del politico si è cosi realizzata. Ma mentre
nei sogni del suo vate avrebbe dovuto essere autonomia della politica dalla
lotta di classe e dominio del partito-Stato sulla dinamica sociale, ora rivela
di essere, al contrario, autonomia della lotta di classe dalla politica e
indipendenza della trasformazione sociale dalle istituzioni. Fino a oggi
questa autonomizzazione reale ha potuto essere recuperata da una
dialettica apparente dentro l'istituzione, ma oggi questa dialettica
apparente è finita. Siamo qui, con tutta la nostra debolezza, ma anche con
tutta l'irriducibilità della vita, della dinamica sociale delle forze in
liberazione dal rapporto di prestazione salariata.

Per la prima volta il potere si trova di fronte un movimento ancora capace
di determinare il suo terreno e i suoi tempi, ancora capace di una
dimensione di massa. Il tentativo del P.C.I. è quello di costringere il
movimento ad assumere la forma della guerra civile. Gli è anche andata
bene, nei mesi di aprile e maggio.

Ma contemporaneamente ci sono le premesse perché il movimento ridiventi
imprevedibile. Viene da Bologna l'intuizione (anche questa volta). Lunedì 16
maggio. La polizia vieta il corteo da piazza Verdi al centro, carica ogni
assembramento. Migliaia di compagni in fila indiana, uno dopo l'altro. Non
è un corteo, eppure lo è. Non contrappone alla forza la forza, eppure è
indistruttibile, se lo rompi in un punto subito si riforma. E' capace di
mettere in piazza bisogni e desideri, di riconquistare una possibilità di
collettivizzazione in una città cadaverizzata. E' un modo per riprendere il
filo della gestualità che libera, un modo di ricomporre il dissenso in
proposta, di trasformare la proposta in soggetto che attraversa la classe.

Non si tratta di ostentare una forza che non esiste, perché la capacità di
trasformazione non sta nella forza ma nella maturità storica di una società
che rifiuta la prestazione lavorativa e nell'intelligenza che rende possibile
questo rifiuto.

Con tutta la nostra rabbia e tutta la nostra intelligenza. Ma anche con tutta
la nostra debolezza e con tutta la nostra malinconia.



°°°
maggio 1977

CON TUTTA LA NOSTRA INTELLIGENZA.

ANCORA PER UNA STRATEGIA DEL DESIDERIO.



La primavera '77 è il punto di arrivo di trasformazioni dell'esistenza, di
emergenze del rimosso. Abbiamo tentato di dare all'inconscio collettivo la
possibilità di produrre realtà, e di dare alle nostre angosce una dimensione
collettiva di superamento. Alla fine di questa primavera possiamo dirlo:
abbiamo accumulato nuove angosce, siamo costretti di nuovo alla
separatezza e all'isolamento. Possiamo chiedere: chi ce l'ha fatto fare di
cominciare la rivoluzione?

Il problema è proprio qui: quando il desiderio emerge sulla scena del
movimento, se viene ridotto a mera immediatezza, se non si fa pratica
strategica del desiderio, viene riconsegnato all'angoscia e al terrorismo; la
dimensione strategica del desiderio è solo nella possibilità concreta della
rivoluzione. E quanto a questo possiamo dirlo senza problemi: la primavera
'77 in Italia, e a Bologna in particolare, è stata la prima esperienza di
emergenza pratica di massa consapevole del rimosso di tutta la storia. Nella
storia della lotta di classe l'inconscio ha sempre scritto il suo testo in modo
cifrato, si è sempre inscritto come un contrappunto leggibile solo in
controluce. Questa primavera è stata la prima volta in cui questo testo si è
scritto con i suoi caratteri, e la lotta di classe è divenuta apertamente, e
consapevolmente, liberazione produttiva di inconscio, linguaggio
desiderante e trasformativo.

E' una chiave difficilissima, che mal sopporta di essere svilita in un facile
psicoanalismo, o in una beota filosofia della felicità, perché la trama leggera
del rimossosi inscrive in un tessuto che è fittissimo e compatto di
determinazioni assolutamente materiali, storiche, economiche, politiche, il
cui spessore di violenza e di repressione è irriducibile al linguaggio e al
gesto che pure le a/traversa.

Si tratta di parlare della capacità di liberazione dell'intelligenza creativa
contro l'intelligenza accumulata in forma di scienza-capitale, di tecnica
capitale.

Roberto Vacca, uno che si occupa di teoria dei sistemi, ha detto che una
società fortemente sistematizzata, informatizzata, non può essere
facilmente messa in crisi dal sabotaggio. E la ragione è chiara: la struttura
dei sistemi informativi è troppo ramificata e complessa per poter essere
disgregata, colpendola in un punto, in quanto la stessa alta concentrazione
rende impossibile al sabotatore che non sia un sistemista competente di
causare danni seri.

Dunque il problema è quello di diventare «sistemisti competenti»; e non solo
perché occorre interrompere il funzionamento dei grandi sistemi, bensì
perché è necessario cominciare a individuare due funzioni (quella attuale e
quella possibile) dell'intelligenza tecnico-scientifica applicata, e
particolarmente della sistemistica e dell'informatica. Scopriremmo che la
funzione reale dell'intelligenza applicata dal capitale è tutta di controllo
sull'erogazione di lavoro vivo. Che l'uso che il capitale fa dell'intelligenza è
integralmente finalizzato alla riproduzione del dominio politico sul tempo
di lavoro operaio.

Ma scopriremmo probabilmente anche che le potenzialità dell'intelligenza
applicata vanno nella direzione della soppressione del lavoro.

Il ruolo da sciogliere è quello del rapporto di dipendenza dell'intelligenza
viva rispetto all'intelligenza accumulata in forma di capitale, e
precisamente in forma di dominio del dato sul possibile. E' nella struttura
logica stessa dei sistemi, oltre che (e prima che) nel loro funzionamento
materiale e tecnico, che è inscritto il dominio del processo di valorizzazione
sul processo lavorativo, precisamente il dominio della produzione di valore
di scambio (comando sul lavoro salariato, aumento dell'estrazione di
plusvalore relativo) sulla produzione di beni utili.

Occorre mettercelo bene in testa: chi pratica oggi, in Italia, la lotta armata
contro le strutture poliziesche e statali rischia di combattere una battaglia
tanto costosa quanto arretrata. Non perché lo Stato poliziesco non sia un
dato rilevante ma perché è in realtà la forma apparente, e in ultima analisi
una forma capace di riprodursi all'infinito in un rapporto di produzione e di
organizzazione capitalistica dell'intelligenza sociale che si garantisce
proprio spostando verso i suoi apparati superficiali le tensioni sociali
aggressive e/o trasformative.

Si rischia di combattere una battaglia di artiglieria, per di più perdente, con
un nemico che, mentre impegna l'artiglieria sul fronte esterno, sta intanto
preparando un armamento tecnologicamente infinitamente più avanzato,
capace non solo di sconfiggere militarmente il movimento, ma di
sottomettere per un periodo storico lungo la classe del lavoro salariato. E
mentre nella battaglia di artiglieria ci logoriamo e perdiamo uomini, forze e
soprattutto intelligenza e vita, sul terreno dell'organizzazione tecnologico
informativa è possibile vincere. E non distruggendo la struttura produttiva e
tecnoscientifica che il capitale ha determinato, ma mettendo in crisi il suo
uso limite, la sua ambivalenza: distruggere la funzione di controllo
dell'intelligenza accumulata (controllo come memoria, sorveglianza e
riproduzione dei rapporti dati, controllo come forma matura dello Stato
postindustriale) liberando la sua funzione di liberazione, di creatività, di
riduzione del lavoro, di uso alternativo dei circuiti informativi.

Il solito Vacca annuncia che l'azione dei sabotatori è un elemento irregolare
che può essere studiato e previsto proprio con procedure tipiche
dell'ingegneria dei sistemi, ad esempio con la teoria dei giochi competitivi.

E' chiaro che Vacca parla unicamente di un intervento in forma di
sabotaggio, irregolare ma prevedibile, o comunque programmabile in
termini di retroazione e autocorrezione della struttura sistemica. Ma non di
questo si tratta, per noi: si tratta di progettare la sovversione complessiva
della struttura logica e tecnica dell'apparato sistemico, di rompere e
«detournare» la sua funzione. E si tratta di sperimentare questa sovversione
anche su piccola scala, esemplarmente, in una città, in una fabbrica, in un
centro di progettazione. E' il passaggio che dobbiamo fare, è difficile ma
straordinariamente ricco.



































*

1977

MILIONI E MILIONI DI ALICE IN POTENZA

Félix Guattari





Pericolo imminente. Attenzione, la minima linea di fuga può far esplodere
tutto.

La pratica della felicità può diventare sovversiva quando si collettivizza. A
Bologna all'inizio non si era che un centinaio di persone, poi Radio Alice ha
catalizzato u n processo che ha traversato le diverse autonomie: liceali,
femministe, omosessuali, lavoratori emigrati del Sud... Allora hanno
cominciato a svilupparsi i movimenti di autoriduzione e di appropriazione,
il rifiuto del lavoro, l'assenteismo. Tutto questo è sfociato nei moti del marzo
'77. La vetrina del "new look" comunista in frantumi! Trent'anni di buona
condotta e di leali servizi perduti, svalorizzati agli occhi della borghesia.
Fino a quel momento si poteva credere che il P.C.I. e i sindacati fossero in
grado di tener buona la gente meglio di chiunque altro. Si diceva per
esempio: «In Cile i carri armati in Italia i sindacati». Ma Zangheri, il sindaco
comunista di Bologna, fece appello alle forze repressive nelle forme più
violente. Ha fatto entrare i carri armati nella città. Ha personalmente
esortato la polizia allo scontro: «Andate, siete in guerra, questa gente deve
essere eliminata, si sono esclusi da soli dalla comunità...». Nelle strade
eravamo 15000. Non s'era mai visto questo a Bologna! Alice ci teneva al
corrente a ogni istante di tutto quello che accadeva, per mezzo di compagni
che telefonavano e ai quali si dava la diretta. Tutti i processi e gli arresti che
sono seguiti sono stati motivati da questo ruolo 'militare' di Alice.



Cospirare vuol dire respirare insieme, ed è di questo che siamo accusati:
vogliono impedirci di respirare perché ci siamo rifiutati di respirare nei loro
luoghi di lavoro asfissianti, nei loro rapporti individuali, familiari, nelle loro
case atomizzanti. C'è un attentato che io confesso di aver commesso, è
l'attentato contro la separazione della vita e del desiderio, contro il sessismo
nei rapporti interiindividuali, contro la riduzione della vita a una
prestazione salariata.



"Alice, figli di puttana. Tutti questi porci piccolo borghesi, questi drogati,
questi pederasti, viziosi, barboni, che vogliono sporcare il cuore della nostra
bell'Emilia. Ma non ce la faranno, perché qui, da trent'anni, tutti hanno
acquisito un'alta coscienza di classe. Perfino i padroncini, qui, hanno la
tessera del Partito. E i nostri giovani lavoratori non si lasceranno trascinare
in queste macchinazioni diaboliche. E' il popolo stesso che rifiuterà
l'avventura. E che non si accusi il P.C.I. di pratiche antidemocratiche!
Dappertutto, nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, abbiamo favorito la
formazione di Comitati popolari, di Consigli di delegati. E sono loro che,
oggi, tendono a diventare i migliori garanti dell'ordine".



Dovunque i nostri bisogni debbono essere rappresentati dai porta-parole
delegati in cambio della promessa di parlare domani. Mini parlamenti e
Consigli di quartiere, decentramento culturale, mille luoghi delegati nei
quali non cambiano i rapporti reali, che non ci danno alcun potere; i
padroni mandano un sociologo, uno psicologo, un antropologo, un
riformatore, e alla fine un poliziotto con il manganello.



"L'errore storico. Siamo andati verso di loro con le mani tese, volevamo
spiegare la linea del Partito. All'Università di Roma, Lama era venuto a
portare il punto di vista dei lavoratori. Lo hanno cacciato a sassate. Questi
non rispettano niente. I Lama stanno in Tibet. Credono che il Partito
comunista italiano si lasci intimidire da un gruppo di agitati irresponsabili
che si autodefiniscono indiani metropolitani? La nostra debolezza è di aver
avuto anche troppa pazienza. La legittimità del potere di Stato, oggi, riposa
su di noi. E, in ultima analisi, tocca a noi tutti apprezzare quel che è buono e
quel che non è buono per le masse. Noi vi amiamo. Siamo con voi dal
profondo del cuore e questo ci dà il diritto di mettervi in guardia... Tra voi
c'è il meglio e il peggio, e voi dovete fare la scelta. Pensate al fatto che c'è la
crisi, pensate alle minacce fasciste. Insomma, in poche parole, pensate come
pensiamo noi! Voi dite delle cose meravigliose, ma poi cadete nella
confusione, nell'oscenità gratuita, non estetica. Riprendetevi, siate quel che
non avete mai smesso di essere: dei gentili ragazzi inquieti".



Non ci faremo più fregare da questa storia della crisi e del pericolo fascista.
La crisi noi la rivendichiamo, e non faremo nulla per arrangiare le cose.
Auspichiamo al contrario una sua generalizzazione e perfino una sua
esportazione. Oggi l'Italia vive, in larga parte, alle spalle delle grandi
potenze capitaliste, spaventate da uno sprofondamento totale di questo
Paese. Siamo a una specie di autoriduzione su scala internazionale. Altri
strati della popolazione, altri Paesi, prenderanno il sopravvento. E' tutto un
mondo che si prepara a crollare. Noi non ci accontentiamo di mettere in
discussione la forma delle relazioni tra sfruttatori e sfruttati, noi
attacchiamo alla radice, la materia stessa dello sfruttamento capitalista-
burocratico, cioè il lavoro salariato, la passiva accettazione di una rottura
tra lavoro e desiderio, l'investimento del lavoro come droga in cui tutti i
desideri aperti al mondo sono aboliti. Quanto al pericolo fascista, non sono
più in Italia altro che un gruppo di "clowns". Influenzano sempre meno
gente. E, per noi, il pericolo non viene essenzialmente da là, ma dal
congiungimento tra apparato capitalista e di Stato e apparati burocratici
del P.C.I. e dei sindacati.

In tutti i modi, questa nuova alleanza repressiva, dalle ramificazioni
tentacolari, si sforza di separare le lotte economiche e politiche degli operai
dai mille volti dell'autonomia. Il suo obiettivo è di ottenere un
inquadramento e una normalizzazione delle masse, realizzati dalle masse
medesime. Il suo obiettivo è stabilire un consenso maggioritario
conservatore contro le minoranze di ogni genere, anche se le minoranze
messe insieme sono molto di più di tutte le possibili maggioranze. E' da
questa parte che, secondo noi, può ancora sorgere la minaccia di un
movimento reazionario di massa. Nessuno può chiederci, in nome di una
crociata antifascista immaginaria, di allearci a quelli che oggi sono gli
agenti della forma embrionale di un nuovo tipo di fascismo.

A Bologna e a Roma si sono accesi i fuochi di una rivoluzione che non ha
alcun rapporto con quelle che hanno sconvolto la storia fino a oggi, di una
rivoluzione che spazzerà via non solo i regimi capitalisti, ma anche i
bastioni del socialismo burocratico, che si richiamino all'eurocomunismo di
Mosca o di Pechino, i cui fronti imprevedibili bruceranno forse i Continenti, e
si concentrano talvolta nei quartieri di una città, in una strada, una
fabbrica, una scuola... I padroni, i poliziotti, i politici, i burocrati, i professori,
gli psicanalisti potranno mettere insieme i loro sforzi per fermarla,
canalizzarla, recuperarla, potranno sofisticare, diversificare, miniaturizzare
all'infinito le sue armi, ma non riusciranno a riacciuffare l'immenso
movimento di fuga e la moltitudine delle mutazioni molecolari di desiderio
che esso ha già scatenato. L'ordine economico, politico e morale del secolo
ventesimo si rompe da ogni parte. E oggi, quelli che hanno il potere non
sanno più dove sbattere la testa. Il nemico si fa imprendibile, qualcosa ogni
giorno scricchiola accanto a voi, magari si tratta di vostro figlio, di vostra
moglie, forse del vostro stesso desiderio che tradisce la vostra missione di
guardiano dell'ordine stabilito. La polizia ha liquidato Alice - i suoi
animatori sono perseguitati, condannati, imprigionati, i suoi locali sono
stati saccheggiati - ma il suo lavoro di deterritorializzazione rivoluzionario
continua infaticabilmente perfino nelle fibre nervose dei suoi persecutori.
Non c'è nulla di costruttivo in tutto ciò. Ma il punto di vista degli 'aliciani' su
questo è il seguente: pensano che il movimento che riuscirà a distruggere la
gigantesca macchina capitalistico-burocratica sarà, a maggior ragione,
capace di costruire un altro mondo. La competenza collettiva in materia
verrà nel corso del cammino, senza che sia necessario, attualmente,
riproporre vecchi progetti di società come una minestrina riscaldata.

















*

L'ULTIMA AVANGUARDIA

DALLA CREATIVITA' MOLECOLARE E DISGREGATA ALLA MUTAZIONE
POST-UMANISTA

Carlo Infante





Centriamo subito il punto cardine. Tanti, troppi, vedono nel movimento del
'77 un «buco nero» della storia italiana. Una stagione imbarazzante,
maledettamente e facilmente liquidata nella definizione onnicomprensiva di
«anni di piombo». Una fase rimossa perché fatta coincidere con la violenza
del terrorismo, sia quello 'piccolo' e sbandato, spesso costretto ad atti
inconsulti perché braccato e incastrato da sommarie repressioni, sia quello
'grande': grande almeno quanto la sua strategia, paranoica e ossessionata
da schemi ideologici antistorici. Un piccolo e grande terrorismo che,
dall'Autonomia alle Brigate rosse, ha colonizzato l'immaginario di un
«uomo-massa» che ama coltivare più la paura che i desideri.

Il guaio è che a non aver colto le potenzialità evolutive di quel moto di
rivolta non sono solo quelli che fuori dal movimento non hanno capito e
quindi demonizzato ma anche molti che 'dentro' il flusso degli eventi si sono
lasciati trasportare a migliaia, orfani di certezze, di modelli ideologici, e
canoni comportamentali. E anche quelli troppo snob per lasciarsi andare al
flusso delle esperienze. Tutti perdendo molto (le stagioni della militanza
politica hanno depauperato dell'adolescenza un'intera generazione) e
acquisendo poco di quella ricchezza esperienziale che attraversava il
movimento.

Il guaio è che ancora oggi in molti, troppi, pensano che sia più importante
l'economia che la percezione. Eppure l'andamento del mondo è talmente
accelerato che solo chi è disponibile a modificare, se non a riconfigurare, i
propri assetti percettivi e cognitivi, riuscirà a proiettarsi nel futuro digitale:
in un corso evolutivo dettato dalle tecnologie multimediali e telematiche e
dalla capacità umana di tradurle in nuova qualità di vita. Un aspetto che
molti sottovalutano, rivelando degli schemi mentali ancorati a modelli
predeterminati. Eppure nella rivoluzione digitale è possibile giocare ora
delle opportunità che allora si potevano solo presagire: proiettarsi in una
nuova dimensione di coscienza, liberandosi dalle gabbie di linguaggio e di
comportamento indotto dalla civiltà umanista. Rompere gli schemi per
creare altre forme di comunicazione e di condivisione. Uscire fuori dai
canoni per entrare nel ciclo di una mutazione culturale e antropologica che
oggi inizia a prendere forma.

Allora qualcuno trovò il modo per vivere il passaggio post-politico come
sintomo di questa mutazione, affinando la propria sensibilità, le proprie
percezioni alla ricerca di altre forme di esistenza.

E' una questione di disponibilità, un'attitudine che in parte fu coltivata con
il consumo di droghe, più o meno leggere, ma che trovò la condizione
migliore nelle pratiche creative della scrittura, dell'azione teatrale e della
musica. Un'apertura delle porte della percezione che liberò
un'incontrollabile energia desiderante. Non si trattava di usare forme d'arte
ma di amplificare i corpi e le menti in fuga dalle sovrastrutture ideologiche.



- "Le derive della mutazione".



Gli indiani metropolitani nacquero da quell'impulso di amplificazione del
pensiero in azione.

Spuntarono come un fungo, all'improvviso, in un habitat fertile, denso di
un'umanità in agitazione. I primi segnali di 'indianità' arrivarono dai
Circoli giovanili milanesi che annunciarono già nella fine del '76 in un
manifesto: «Abbiamo dissotterrato l'ascia di guerra», rilanciando un umore
che già era emerso nel casino della Festa del parco Lambro. Erano sintomi
di un disordine (grande ed eccellente) che stava montando, disgregando
irreversibilmente le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria che fino ad
allora avevano contenuto un gigantesco (si trattava di milioni di giovani)
potenziale. Lotta continua da buon gruppo «spontaneista» aveva capito per
tempo, autosciogliendosi proprio sulla contraddizione più bruciante: nel
corto circuito tra il «personale e il politico». Un dato significativo che
provocò certamente un forte disorientamento: aprendo le porte circolò
nuova aria, ossigeno sul fuoco. Una fiammata di energia incontrollabile.

Si riscopriva la soggettività negata dall'oggettività illusoria della politica. I
linguaggi della militanza politica si confusero così con i comportamenti
«freak» creando stranissimi cocktail antropologici. Fino a quel momento
tutto scorreva in alvei predefiniti, un comunista rivoluzionario era una cosa,
un fricchettone un'altra. Si confuse tutto. S'inaugurò l'era degli ibridi, si
avviarono le derive della mutazione.

Gli indiani metropolitani, noi: un piccolo gruppo nato all'interno della
Commissione emarginati (si autodefinì in quel modo per distaccarsi
polemicamente dalle altre Commissioni intestardite sui paradigmi della
politica) dell'occupazione di Lettere di Roma nel febbraio '77, giocò proprio
su questa confusione. Fu un'operazione che si svolse a più livelli: uno, quello
determinante, consisteva nell'inventare slogan, lanciarli nelle assemblee da
chi aveva la voce più grossa (Beccofino fu il nostro megafono) e scriverli con
gli spray e su tazebao. Un altro era quello di compiere atti esemplari come
quelli di inscenare cortei in fila indiana (ma perché si dice così?) lanciando il
verso «Oask?!» (il nome della testata della nostra fanzine) associandolo a un
particolare movimento delle braccia, come per nuotare. O farsi il tè (o il
carcadè) nei cortei. Oppure organizzare «sabba» al Pantheon (un «rave»
"ante litteram"). O tapparsi la bocca con cerotti. E non tanto per truccarsi:
lo facemmo solo due volte. Il fatto straordinario era che ogni slogan, ogni
atto, ogni proclama una volta lanciato veniva preso dal movimento, fatto
proprio. A migliaia si truccavano e danzavano scombinati all'urlo: «Ea, ea,
ea... ah!». I massmedia, giornali e t.v., non aspettavano altro. Si faceva colore
e notizia.

E fu anche per questo che il nostro gruppo dopo poco, nell'arco di due mesi
neanche, si dissolse come gruppo attivo nel movimento: non si riconosceva
nell'aggregazione di massa, amava inventare linguaggi-comportamento e
cercare altri spazi per elaborare una propria poetica d'intervento. Come
accadde a maggio con l'occupazione della casa in via dell'Orso 88, la «casa
del desiderio», più si trovò uno spazio in cui vivere e produrre una fucina
creativa che una comune fricchettona. Già in «Oask?!» ci firmavamo come
«indiani metropolitani in dis/aggregazione». Rivendicavamo la nostra
dimensione molecolare e psiconomade. Un po' aristocratica ma per fortuna
autoironica.



- "Le parole come gesti, come virus".



L'esperienza più forte del movimento del '77 fu quindi l'usare le parole come
gesti, spiazzando il senso comune e non solo quello dei massmedia ma anche
quello di quei tanti militanti incapaci di misurarsi con l'ironia. Il
«détournement» d'impronta situazionista era infatti un modello di
riferimento, avevamo letto Debord e Vanegeim, ci avevano stordito ma ci
avevano segnato. Le parole-gesti erano come virus, contagianti. Nell'arco di
qualche ora uno slogan lanciato in corteo o un proclama su un tazebao
diventavano linguaggio collettivo, l'impronta del movimento. Ma tutto era
confuso, indeterminato, e per questo destinato a dissolversi.

E lo sapevamo: «... ma sì, sì, restiamo poesia, pura immaterialità».

Si stava cambiando pelle: si abbandonava la scoria ideologica ma non si
acquisiva un'altra identità. Si rimaneva in mezzo al guado della mutazione.
Sì, la mutazione. Nella irrequietezza diffusa si percepiva il fatto di essere
proiettati in una rivoluzione antropologica che solo oggi si va delineando
con l'avvento del digitale: con l'emergere di nuovi processi cognitivi non
lineari. Sinaptici come il nostro immaginario. Il gioco libero delle
associazioni di idee, una sorta di "automatic thinking" liberava energia
creativa. Potenzialità che oggi trovano una forte risoluzione nella
navigazione telematica. Allora furono solo intuizioni magari influenzate dai
migliori modelli possibili. Avevamo le avanguardie storiche come esempio, il
Dada in primo luogo e il Futurismo.

Qualche mese prima una mostra sulle «parolibere» futuriste e su Marinetti
in particolare si era annidata nella mia mente come un «meme» (il principio
attivo del contagio comportamentale come afferma Dawkins). In entrambi
quei movimenti dell'avanguardia la parola poetica trovava quindi la
soluzione d'impatto nella performatività, associata all'azione. Lo slogan, il
medium più usuale della lotta politica, fu così utilizzato per la produzione di
una drammaturgia paradossale, guerrigliera, intimamente teatrale. Ma non
si pensi al teatro come forma estetica o come interpretazione di repertori: si
pensi al rapporto corpo-parola espresso da gruppi come il Living Theatre
portatore della «prima rivoluzione sessuale» in Europa o ai blitz barbari
delle performance radicali dei catalani della Fura dels Baus, grandi
officianti di teatro panico.

Il movimento del '77 mise in campo oltre alla conflittualità armata (di
molotov, tante, le pistole invece furono sempre poche e maledette) una
guerriglia urbana teatrale. Ma attenti a non interpretarla sempre come una
festa felice. I girotondi delle femministe erano finiti. Quella performatività
neosituazionista esprimeva altresì un'insofferenza generazionale: una
domanda di nuove visioni, nuove parole, nuovi comportamenti. Una
domanda che non trovava risposte. Tutto questo strideva con le
sovrastrutture ideologiche della politica. Ci fu un cortocircuito. Un tilt. Negli
stessi mesi a Londra prendeva corpo il movimento punk che allora era
addirittura visto da alcuni come «fascista». Un'ignoranza che albergava
anche in noi, spiazzati ma polemici con quegli amici che tornando da
Londra ci trasmettevano l'entusiasmo di quel fenomeno nichilista. Gli inglesi
erano molto meno pervasi di noi italiani di politica e ideologia, la loro
cultura rock gli permise infatti una maggiore stilizzazione, riuscendo a
essere più determinati nell'impatto formale e comportamentale. Ma anche
noi eravamo in qualche modo punk: nichilisti come loro. Il pessimismo ci
intossicava la vita. Il tormento del «no-future» fu certamente il motivo
intimo di tante scelte sconsiderate durante i conflitti di piazza. «La
distruzione è liberazione», recitava una scritta a Lettere.



- "L'inizio della fine".



«E' stato l'inizio della fine», ho sentito infatti dire a qualcuno. E a ragione.
Ma la fine di che? Della politica prima di tutto. Ovvero di quel valore di
aggregazione sociale e di interpretazione del mondo che, basato su princìpi
ideologici, esprimeva uno stato di realtà, un modo di vita, una
consapevolezza, una visione globale. Si capì di colpo che era tutto illusorio:
un carosello fittizio di pensieri indotti. Per molti fu traumatico. Sembrerà
"naïf" ma piansi nel ritagliare a forma di puzzle il ritratto di Lenin che
campeggiava sopra il letto per farne un rompicapo da ciclostilare (sì,
ciclostilato proprio su quella carta porosa dei volantini di allora) per la
fanzine che realizzai con Massimo Pasquini nel marzo del 1977 da
diffondere all'interno dell'Università occupata. Era «Enig/mistica» e
l'immagine di Lenin era irriconoscibile, scomposta nelle varie tessere di un
puzzle siglato dallo slogan: «Sparpagliamo il centralismo!». Con un chiaro e
netto esclamativo programmatico. «Enig/mistica» fu un successo editoriale
(?!), era quello che ci voleva, il sottotitolo recitava: «Un foglio camomilla»,
sì, per tranquillizzarci un po', dopo il terribile scontro frontale con Lama e i
suoi servizi d'ordine.

Un'esperienza durissima. Un buco nero della sinistra. Il movimento del '77
ha segnato in questo Paese un punto di non ritorno. Una linea d'ombra, mi
viene da dire, anche se l'evocazione conradiana rischia di apparire troppo
facile. Ma è così proprio perché l'impronta generazionale fu nettissima. I
ventenni-trentenni che vissero quei momenti di conflittualità estrema e
irregolare (furono tantissimi, centinaia di migliaia) rimasero marcati
dentro, molti ne uscirono incattiviti, altri talmente disillusi da mettersi a
disposizione del primo committente spregiudicato (fu la fortuna del
craxismo) e altri ancora orribilmente rassegnati, arresi alla quotidianità
più inerte. Altri, tanti purtroppo, non ne sono usciti proprio. Qualcuno è
addirittura ancora in galera, qualcuno morto di overdose, altri
(maledizione!) di Aids, tanti storditi dall'eroina, scoppiati per quell'entropia
che porta alla pazzia e impoveriti a tal punto da diventare un fantasma.

Il fatto che la ricchezza di quella generazione si sia perduta così, fa rabbia
più che tristezza. La memoria di quel movimento rimane ancora viziata dal
tabù del terrorismo ma va superato, spurgato dall'immaginario nazionale.
Va riconosciuto un valore: quello di aver anticipato quella mutazione
postumanista che oggi è davanti gli occhi di tutti anche se a molti
imbarazza.

Maurizio Calvesi in "Avanguardia di massa" (Feltrinelli, 1978) riuscì a
cogliere degli aspetti importanti, mettendo addirittura in relazione
l'inaugurazione del Beaubourg il primo febbraio e la comparsa degli indiani
metropolitani. «Ecco due avvenimenti la cui simultaneità potrebbe essere
emblematica», dice. Il critico d'arte sostiene poi che ambedue, Beaubourg e
indiani metropolitani, sono «aspetti complementari della massificazione
della cultura». Va detto che si concede almeno il beneficio di un
interrogativo. L'elemento da porre come scardinante di questa analisi (che
merita comunque il massimo rispetto proprio perché è stata una delle
pochissime ad analizzare il fenomeno, pubblicando anche l'immagine di
«Oask?!» accanto a quelle di Duchamp) è che in quelle pratiche creative del
'77 è possibile cogliere un dato ulteriore: si trattò dell'«ultima
avanguardia». Il fatto di aver creato un'opera così diffusa di interazione
arte/vita portò al compimento la missione storica dell'avanguardia.

E' da qui che si potrebbe partire con altre analisi legate alle
sperimentazioni teatrali e multimediali che dalla fine degli anni Settanta si
sono sviluppate sulla base di quelle intelligenze e sensibilità sopravvissute al
riflusso. La postavanguardia teatrale promossa da Giuseppe Bartolucci fu
certamente un alveo straordinario di queste energie eversive che
rifondarono linguaggi scenici, avviando ad esempio una ricerca
«patologico-esistenziale» che affondava a piene mani nella turbolenza
schizoide dell'ala creativa del movimento. Si potrebbero fare tanti nomi ed
esempi ma solo uno trovo opportuno lasciare qui alla fine di questo
percorso: quello di Massimo Terracini, figlio di Umberto, con cui ho
condiviso gran parte di quel percorso («Oask?!» e altre fanzine, la casa
occupata dell'«Orsottantotto», tanti scontri in piazza...) e che poi seppe
rilanciare la propria creatività in campo musicale e poi teatrale. Un
compagno di strada che ho ritrovato poi sul campo dell'invenzione di
linguaggi che ancora non siamo riusciti a tradurre in discorsi. «Dalla storia
alle storie».





















*

ANDREA PAZIENZA
O LE STRAORDINARIE AVVENTURE DEL DESIDERIO

Mauro Trotta





Tra il febbraio e il marzo del '77 una nuova ondata di protesta nasce nelle
Università italiane e inizia a dilagare nelle piazze. Prende corpo, forma e
sostanza quello che sarà ricordato come il movimento del '77. Al suo interno
si intrecciano e si dipanano temi e stili di vita radicalmente innovativi e
differenti da quelli tradizionalmente sviluppati dalle lotte proletarie
precedenti: dalla voglia di costruire immediatamente spazi di libertà e di
comunismo senza rimandare tutto a una rivoluzione futura alla crisi della
militanza, dal rifiuto del lavoro all'emergere delle tematiche legate al
desiderio, dai temi dell'antagonismo al nuovo impulso della questione
femminista, dallo scontro con le vecchie organizzazioni del movimento
operaio (P.C.I., sindacato) alla ricerca di forme nuove di democrazia diretta
e non più rappresentativa.

In questo stesso lasso di tempo Andrea Pazienza pubblica la sua prima
storia a fumetti: "Le straordinarie avventure di Pentothal". La puntata
d'esordio esce su «Alterlinus» n. 4 dell'aprile 1977. La contiguità con il
movimento nascente è fortissima dal punto di vista del linguaggio usato,
dell'ambientazione, dei personaggi e della storia che si racconta. Non solo,
viene addirittura programmaticamente ed esplicitamente dichiarata
nell'ultima tavola pubblicata in quel numero del giornalino «fratello
minore» di «Linus». Come ricorda Oreste del Buono:



"Dunque, avevamo deciso di pubblicare 'Le straordinarie avventure di
Pentothal' su «Alter», anzi si chiamava ancora «Alterlinus», il fratello
minore di «Linus», dedicato alla fantascienza, alla 'fantasy', alla fantasia in
tutte le salse. Nel numero 4 di «Alter», per la precisione, ovvero nel numero
datato aprile, ma in uscita verso la fine di marzo secondo i capricci del
nostro abituale calendario e, quindi, in lavorazione tra gli ultimi giorni di
febbraio e i primi di marzo. Ebbene, in mezzo esplose il marzo 1977 a
Bologna. Il giovane Andrea fece appena in tempo ad aggiungere un'ultima
tavola. La sua crapa scapigliata, un suo occhio, un pezzo di naso, una
riflessione d'artista: «Tagliato fuori... sono completamente tagliato fuori...».
Una radio Alice vociferante non disperdiamoci, troviamoci tutti, la torretta
di un'autoblindo puntata verso il lettore, un brandello di bandiera con
Francesco è vivo e lotta insieme a noi" (1).



All'interno della tavola sono così riportati i simboli, le icone dei fatti di quel
marzo con al centro la figura del protagonista della storia che è poi lo stesso
artista. Particolare importanza - anche e soprattutto visiva, dato che
occupa più di un terzo della pagina - ha però una nota in basso in cui è
scritto:



"Mentre lavoravo a queste tavole nel mese di febbraio '77, ero convinto di
disegnare uno sprazzo, sbagliando clamorosamente perché era invece un
inizio. Ne avessi avuto il sentore, avrei aspettato e disegnato questo bel
marzo. Così mi trovo di colpo a non saper più bene che fare. Ho già
consegnato tutto il materiale a «Linus» venti giorni fa, ma cristo, sono
cambiate tante cose nel frattempo e tante altre cambieranno sino al giorno
in cui il fumetto sarà pubblicato che mi sento male e mi do del coglione per
non averci pensato. Cioè disegnare fumetti non è come scrivere per un
quotidiano. Se capite cosa intendo. Allora disegno questa tavola qui e provo
a portarla a «Linus» in sostituzione dell'ultima pagina originale, sperando
di fare in tempo. L'ultima tavola originale aveva al posto del «fine» di prassi
in basso a destra un «allora è la fine», che suona decisamente male.
Madonna, vi giuro, credevo fosse uno sprazzo, era invece un inizio. Evviva!
Andrea Pazienza, 16 marzo '77" (2).



Era un inizio, infatti. L'inizio di una nuova stagione di lotte e anche l'inizio
di una storia a fumetti come non se ne erano mai viste prima. Il
protagonista è lo stesso narratore, Andrea Pazienza detto Pentothal, che
rappresenta appieno la soggettività protagonista di quel movimento, ne
vive la stessa vita tra Università, cortei, viaggi, sogni. E li racconta in modo
nuovo, senza seguire le regole della consequenzialità, quasi fossero sprazzi,
"tranches" deterritorializzate che, però, misteriosamente si ricompongono
arrivando a comunicare uno spaccato reale e, soprattutto, l'atmosfera e la
vita di quegli anni.

E' l'autore stesso, mi sembra, a definire grazie alla metafora di un viaggio il
proprio modo di raccontare. Pentothal e il suo amico e compagno di viaggio
Luigi Damiani sono in un deserto, a bordo di una sorta di strano e
improbabile "chopper". Fra i due si sviluppa un dialogo:



«Poi non è questo divertimento guidare, dove vado vado, comunque vado.
Non c'è gusto manca il suspance!». «... La suspéns!». «Ehi! mancano le
curve...». «A seconda dei punti di vista, non andare dritto e ti fai tutte le
curve che vuoi...». «E se sbaglio strada?». «Quale strada?». «Ma sai almeno
dove siamo?». «No, è importante?». «No, ma è sempre un classico chiedere
dove siamo». «Hai fame? Io sì, metti il pilota automatico e vieni dentro».
«Non metto niente, tanto dove andiamo andiamo, comunque andiamo» (3).



Le avventure di Pentothal sono raccontate così. Un percorso in mezzo a un
deserto, uno spazio vuoto dove l'autore fa tutte le curve che vuole e,
ovunque vada con i suoi personaggi, comunque va. In questo percorso il
deserto si riempie di figure, di luci e di ombre, di sogni e di avvenimenti.

Così il mezzo usato, il fumetto, smette di essere puro intrattenimento e
diviene qualcosa di differente, una forma d'arte, narrazione, letteratura.

Una letteratura di tipo particolare, però, che sembra rispondere alle
caratteristiche tipiche di quella che Gilles Deleuze e Félix Guattari hanno
denominato «letteratura minore».

Innanzi tutto questa scrittura subisce un forte coefficiente di
deterritorializzazione. Una letteratura minore, infatti, non è una letteratura
di una lingua minore, ma quella che viene fatta da una minoranza
utilizzando una lingua maggiore. Il caso tipico è quello analizzato da
Deleuze e Guattari: Kafka, ebreo cecoslovacco che scrive in tedesco. Altri
esempi diventano particolarmente illuminanti, come l'uso dell'inglese da
parte dei neri americani o quello del francese nei film di Jean Luc Godard,
dove si assiste a procedimenti che rendono il francese una lingua minore in
francese. E' dunque possibile utilizzare una lingua maggiore - anche da
parte di chi non appartiene a minoranze linguistiche - in modo minore.

Ma come creare un movimento di deterritorializzazione della lingua che ne
faccia scaturire la possibilità di un uso minore? Due sono le strade possibili:
o arricchirla artificialmente, gonfiandola a forza di esuberanza e di
sovradeterminazione o renderla povera, disseccarla, facendola vibrare in
intensità. La prima via è quella scelta da Joyce, ad esempio, con il suo uso
dell'inglese e di tutte le lingue, la seconda è quella di Beckett. «Mentre il
primo procede continuamente per esuberanza e sovradeterminazione,
operando tutte le riterritorializzazioni mondiali, l'altro procede a forza di
sobrietà disseccata, di povertà voluta, spingendo la deterritorializzazione
sino al punto di non lasciar sussistere che l'intensità» (4).

"Le straordinarie avventure di Pentothal" operano una prima
deterritorializzazione a livello dello specifico fumettistico.
Decontestualizzano, infatti, il fumetto dal suo ambito storicamente più
proprio: non è più evasione, semplice avventura, non si rivolge ai bambini,
non ha come protagonisti super eroi eccetera. Diviene anzi un modo per
raccontare con un linguaggio nuovo qualcosa che sta accadendo. Il
processo, poi, va ancora più a fondo. Sfruttando le caratteristiche del mezzo,
Pazienza riesce a seguire entrambe le strade illustrate precedentemente.
Dal punto di vista del disegno, dell'immagine, infatti, assistiamo a
un'enorme arricchimento del linguaggio fumettistico. La tavola è
ricchissima, esplode, addirittura. Si affastellano citazioni, da Topolino ai
Freack brothers, da don Chisciotte al generale Custer. Spessissimo la stessa
scansione in vignette soccombe all'esuberanza del tratto dell'autore.

Il linguaggio usato, sia nelle didascalie che nei discorsi dei personaggi, è
invece povero, disseccato. Quasi un gergo. Il gergo parlato da quella
generazione in quel momento. Una lingua che Omar Calabrese ha definito
«creola» o «pidgin». Nata all'interno di gruppi chiusi, comunità transitorie,
come quelle presenti nelle Università, arricchita da termini e forme
sintattiche provenienti dalle diverse parti d'Italia - le Università sono piene
di «fuori sede» - questo nuovo 'volgare' risulta essere un'ibridazione
lessicale che mette insieme «dei fossili linguistici provenienti dalle diverse
origini dei membri della nuova comunità, ma mantenendo il rispetto
formale della lingua naturale» (5).

Questo gergo, ricco di espressività, di intensità, è però povero nel
vocabolario e scorretto dal punto di vista della sintassi. L'uso che ne fa
Pazienza è quello tipico di tutte le letterature minori, caratterizzato
dall'utilizzo intensivo dei cosiddetti «tensori» o «intensivi», quegli elementi
linguistici, cioè, che esprimono le «tensioni interne di una lingua... segnando
un movimento della lingua verso gli estremi, verso un al di là o un al di qua
reversibili» (6). Si tratta di verbi o proposizioni che possono assumere un
senso qualsiasi, verbi pronominali, congiunzioni, interiezioni, avverbi usati
frequentemente e in successione. Lo stesso valore tensorio rivestono gli
accenti interni alle parole o la distribuzione di consonanti e vocali in senso
discordante. Tutte caratteristiche largamente presenti nel linguaggio di
"Pentothal". Basti pensare a interiezioni come «porc», all'uso del verbo fare
in parole come «fattanza», allo stesso utilizzo della firma che da Andrea
Pazienza diventa «Andrew Patience», «Apaz», «Andrenza», «Pazzienza» o a
filastrocche come «cala aprile settantotto sulla capa del poliziotto». In
questo modo «il linguaggio cessa di essere rappresentativo per tendere
verso i suoi limiti o i suoi estremi» (7).

Questo uso intensivo della lingua è asignificante, ovvero non c'è più soggetto
di enunciazione né di enunciato. Non c'è alcuna gerarchia né differenza tra
sogno, realtà, viaggio. Non c'è differenza tra autore e personaggio: sono
entrambi lo stesso Pazienza. C'è solo un soggetto collettivo d'enunciazione
o, meglio, «"concatenamenti collettivi d'enunciazione"» (8). E' una comunità
che si esprime attraverso l'opera di Andrea Pazienza, si racconta, esibisce i
suoi sogni, il suo stile di vita. Questo è un altro carattere proprio della
letteratura minore: al suo interno tutto assume valore collettivo, non si
danno le condizioni perché l'enunciazione individuale si opponga o si separi
da quella collettiva. «L'enunciato non rimanda a un soggetto
d'enunciazione che ne sarebbe la causa, e neppure a un soggetto
d'enunciato che ne sarebbe l'effetto» (9).

La terza caratteristica di una letteratura minore è la sua valenza politica:
in essa tutto è politica.



"Nelle 'grandi' letterature (...) il fatto individuale (familiare, coniugale
eccetera) tende a congiungersi con altri fatti altrettanto individuali, mentre
il contesto sociale serve soltanto da contorno e sfondo; ne deriva che
nessuno dei fatti edipici in particolare è indispensabile, o assolutamente
necessario, ma tutti 'fanno blocco' in uno spazio allargato. La letteratura
minore è tutta diversa: l'esiguità del suo spazio fa sì che ogni fatto
individuale sia immediatamente innestato sulla politica. Il fatto individuale
diviene quindi tanto più necessario, indispensabile, ingrandito al
microscopio, quanto più in esso si agita una storia ben diversa" (10).



Tale fatto è ancora più evidente in "Pentothal", dove la narrazione viene
continuamente attraversata, bucata da fatti o immagini che richiamano
immediatamente alla politica. Scontri di piazza, riunioni o semplici dialoghi
a due sulla politica si intrecciano alla storia. Anche dal punto di vista visivo:
si vedono autobus bruciati, bandiere rosse, slogan sui muri. Ma al di là di
questo è tutto ciò che avviene che - come del resto succedeva in quegli anni -
ha un'immediata valenza politica: i discorsi con la propria donna, i viaggi
con gli incontri più strani, i sogni e gli incubi. Basti pensare al sogno in cui
Custer viene sostituito perché non ha saputo difendere gli interessi della
ferrovia o al viaggio a Napoli con i cavalieri di Federico che assaltano la
città. In entrambi i casi un fatto individuale, il sogno o il viaggio, sconfina in
modo fantastico - anche dal punto di vista visivo - nell'ambito politico.

I tre caratteri fondamentali della letteratura minore la connotano come
rivoluzionaria. La letteratura diventa affare del popolo. E al suo interno
diventa possibile un'enunciazione collettiva che riesca a esprimere un'altra
comunità potenziale, un'altra coscienza, un altra sensibilità (11).

E', prima di tutto, nello stesso modo di comporre, di scrivere che la
letteratura minore acquista il proprio carattere rivoluzionario. La
letteratura maggiore si basa su di un movimento che va dal contenuto
all'espressione: una volta scelto il contenuto cerca la forma d'espressione
che meglio vi si adatta. Si enuncia, così, proprio quello che si concepisce. Una
letteratura minore, invece, si costruisce su di un percorso diametralmente
opposto. E' rivoluzionaria poiché comincia con l'enunciare e passa a
concepire solo dopo. «L'espressione deve spezzare le forme, segnare le
rotture e le diramazioni nuove. Una volta spezzata una forma, ricostruire il
contenuto, che sarà necessariamente in rottura con l'ordine delle cose» (12).
Basta uno sguardo, anche superficiale, a "Le straordinarie avventure di
Pentothal" per rendersi conto che questa è la via seguita da Pazienza. Il suo
stesso modo di raccontare, spezzato, a volte addirittura confuso, spesso
surreale lo conferma. E si veda, d'altra parte, la stessa impostazione del
disegno, con il suo «polistilismo», come lo ha definito Renato Barilli (13), in
cui convivono figure e ambienti estremamente accurati con altri
volutamente stilizzati, poveri. O la costruzione della tavola ricca di
interventi grafici, ma completamente in rottura con la sintassi visiva
tradizionale. E, non a caso, questo metodo rivoluzionario era quello seguito
anche nell'espressione politica del movimento del '77. Non si partiva dalla
teoria per individuare una pratica politica, ma era dalla realtà delle lotte
che, quasi giorno per giorno, nasceva la teorizzazione.

Naturalmente a partire da tutto questo viene a crollare la tradizionale
contrapposizione arte-vita. Vivere e scrivere, del resto, si oppongono solo
all'interno della letteratura maggiore. Quando è l'espressione a trascinare il
contenuto l'opposizione cade. Questo non vuol dire cadere necessariamente
nella trappola di una scrittura intimista, venata di tristezza. Anzi, Pazienza
è un autore che ride, le sue tavole e le sue storie di Pentothal strappano
quasi sempre la risata. E non è chiuso nelle quattro pareti della sua stanza,
è un nomade che attraversa giocosamente luoghi e strade, sogni e miti,
tipici del movimento di quegli anni. Il suo percorso è segnato dal desiderio,
che sembra agitarsi sempre dietro le quinte. In lui il disegno e la scrittura
significano una cosa sola:



"... non letteratura, certo, bensì un'enunciazione che faccia tutt'uno con il
desiderio, al di sopra delle leggi, degli stati, dei regimi. Enunciazione sempre
storica, politica e sociale. Una micro-politica, una politica del desiderio, che
mette in causa tutte le istanze. Nessun autore è mai stato tanto comico e
gioioso dal punto di vista del desiderio, tanto politico e sociale dal punto di
vista dell'enunciato. Tutto è riso... Tutto è politico" (14).



Il modo di narrare di Andrea Pazienza va avanti attraverso una serie di
segmenti che, quasi sempre, non hanno una vera fine. Si passa da un
segmento narrativo a un altro senza che la storia raccontata in un
segmento venga ripresa logicamente dal segmento seguente. Certo, si
possono riprendere temi o situazioni, ma senza che scatti la continuità,
senza che vi sia continuazione nel senso della puntata seguente di una strip
classica che riprende la storia proprio là dove si era interrotta nella puntata
precedente. Quello che lega i segmenti è il personaggio di Pentothal, che
connette storie e sogni senza però arrivare a essere soggetto definito. Lo si
riconosce principalmente in base al disegno, ma le reazioni che presenta
rispetto alle situazioni in cui si trova non riescono a caratterizzarlo
compiutamente come 'tipo' o 'personaggio ' in senso classico. E' realmente
un concatenamento collettivo di enunciazione. E in quanto tale attraversa le
terre del desiderio piuttosto che gli spazi della legge.

Tutte le sue avventure, inoltre, si svolgono nel territorio del privato, del
personale. Risultano laterali rispetto ai grandi temi affrontati in quegli
anni: l'azione politica, la precarizzazione, la ristrutturazione del sistema
eccetera. Il suo agire è molecolare. Le cose non avvengono sul palco del
concerto, ma tra il pubblico. Non viene descritto il momento
dell'occupazione dell'Università, ma la sera quando c'è chi dorme, chi fa
ginnastica, chi chiacchiera. Si trascrivono e si smontano continuamente
concatenamenti, e tutto sotto l'egida dell'immanenza, l'immanenza del
desiderio. Non viene messa in scena nessuna legge trascendente. I riflettori
non sono puntati sui grandi avvenimenti storici, ciò che si racconta, ciò che
è importante è sempre altrove: nei discorsi tra amici, nei viaggi, nei sogni. E'
solo attraverso micro-eventi, infatti, che è possibile esprimere il desiderio e i
suoi casi:



"Il desiderio non è mai su una scena, in cui apparirebbe ora come un partito
opposto a un altro (il desiderio contro la legge), ora come presente da
entrambi i lati sotto l'effetto d'una legge superiore che ne regolerebbe la
distribuzione e la combinazione... In politica è la stessa cosa... l'importante
non è quello che avviene in tribuna, dove si dibattono soltanto questioni di
ideologia... l'importante avviene sempre altrove, nei corridoi del congresso,
nei retroscena del meeting, in cui si affrontano i veri problemi immanenti di
desiderio e di potere" (15).



Proprio per la sua struttura segmentata, non circolare, ma anche per il suo
lanciarsi sulle tracce del desiderio, il testo di Pazienza è propriamente
interminabile. Finisce solo perché l'autore lo ferma. E nell'ultima tavola,
sullo sfondo di un foglio scritto a mano pieno di cancellature, si vede una
figura stilizzata con un mitra in mano, il passamontagna sul volto e un
occhio solo, quasi fosse un ciclope. Alle sue spalle, semicoperto, un pezzo di
un cartellone di treni in partenza dove, dopo alcune località (New York,
Arcangelo, Chieti Scalo), si legge: «Le straordinarie avventure di Pentot
Andrea Pazie Bologna Prologo».


































*

NOTE AL TESTO DI M. TROTTA



1. Oreste del Buono, "Prefazione" a Andrea Pazienza, "Le straordinarie
avventure di Pentothal", Milano Libri Edizioni, 1982, pag. 6.

2. Andrea Pazienza, "Le straordinarie avventure di Pentothal", cit., pag. 26.

3. Ivi, pag. 38.

4. Gilles Deleuze, Félix Guattari, "Kafka, per una letteratura minore",
Feltrinelli, 1975, pag. 32.

5. Omar Calabrese, "L'eterno rinnovamento del 'volgare'", in Andrea
Pazienza, catalogo della mostra, Magazzini del sale, Siena 24 marzo-5
maggio 1991, Editori del Grifo, pag. 13.

6. Gilles Deleuze, Félix Guattari, "Kafka, per una letteratura minore", cit.,
pag. 37.

7. Ivi, pag. 38.

8. Ivi, pag. 30.

9. Ivi, pag. 29.

10. Ivi, pag. 28.

11. Conf. ivi, pag. 29.

12. Ivi, pag. 45.

13. Renato Barilli, "I giardini incantati di Andrea Pazienza", in Andrea
Pazienza, cit., pag. 9.

14. Gilles Deleuze, Félix Guattari, "Kafka, per una letteratura minore", cit.,
pag. 67. Naturalmente il discorso è riferito a Kafka, mi sembra, però, che
possa adattarsi perfettamente anche ad Andrea Pazienza.

15. Ivi, pagg. 79-80.




































*

VENT'ANNI DOPO

Sbancor





Riguardo le vecchie foto e i giornali ingialliti. Come liberarsi del fantasma di
Dumas, «vent'anni dopo»?

Semplicemente con una constatazione: del Settantasette non è possibile una
«ripetizione».

Ciò che colpisce di più in quell'anno è il suo essere un termine. Il
Settantasette, sia detto senza retorica, conclude il Novecento, nel senso che
porta al limite estremo, e in ciò è coerentemente «estremista», le idee di
questo secolo. Utopie collettiviste e trasgressioni libertarie, movimenti
d'avanguardia artistica e critica radicale della vita quotidiana, diversità
sessuale e psichedelia.

Tutto ciò abbiamo vissuto e sperimentato in un esercizio, a volte crudele, di
bio-grafia assolutamente rigoroso.

In ciò compivamo ciò che la fine dell'Ottocento e la prima metà del
Novecento avevano lasciato in sospeso. Dal Marx dei "Grundrisse" al
Nietzsche dei «Frammenti postumi», da Tristan Tzara ad Antonin Artaud a
Breton a Benjamin a Majakovskij, solo per citare alcuni dei nomi che il
Settantasette reiscrisse nella storia del Novecento.

Giacché, bisogna ricordarlo, le avanguardie storiche avevano avuto il
destino di rimanere sospese, eternamente giovani, nella fine precoce che
l'Europa aveva loro decretato con la nascita dei totalitarismi, del fascismo,
del nazismo, dello stalinismo.

In ciò non eravamo diversi dal pensiero politico a noi contemporaneo,
anch'esso afflitto dalla monomaniacale ripetizione degli anni Trenta, solo
che chi ripeteva il pensiero cattolico dei primi del Novecento, o Mussolini o
Stalin o il liberismo storico, sicuramente era più in malafede: a costoro
infatti, il passato serviva a conservare il presente, noi utopicamente
speravamo dischiudesse un futuro.

Con ciò non voglio dire che i movimenti di quegli anni fossero solo una
esegesi del passato. Se pur abbiamo ecceduto in museologia politica,
affermavamo anche qualcosa di nuovo. Solo che in tutta quella biblioteca,
nel polveroso archivio del Novecento, l'innovazione non aveva modo di
manifestarsi che nella forma della citazione. Politiche culturali ed editoriali
demenziali da parte della cosiddetta intelligenza di sinistra, la stessa che
oggi inquina di banalità e conformismi l'etere televisivo, costringevano
alcuni di noi a veri contorsionismi teorici.

Hippie travestiti da leninisti, maodadaisti, punk sovietizzanti, terzomondisti.
Meglio sarebbe stato ristampare Bakunin, Camillo Berneri o Malatesta,
giacché, in fondo, i movimenti degli anni Sessanta e Settanta erano certo più
vicini all'anarchismo storico che non ai collettivismi totalitari dell'Est
Europa.

Ma anche questa non è che filologia.

Il Settantasette invece rappresentò, nel panorama sociopolitico italiano
degli anni Settanta, un fatto curioso. Ci fu una generazione di poeti, filosofi,
artisti e qualche ingegnere che pensò di sottrarsi alla banalità della politica
italiana incontrandosi per strada con i ragazzi delle borgate e i giovani
operai allucinati dalle fabbriche in dissoluzione. Insieme mettemmo a punto
una macchina desiderante che, avendo distillato con cura tutti i veleni
ideologici del Novecento, li iniettava allegramente nelle vene dei loro
produttori storici.

A farne le spese fu innanzi tutto la sinistra storica, che in quanto a
produzione di inquinanti ideologici non aveva certo scherzato nel corso del
secolo.

In ciò non dimenticammo dove stavamo vivendo. In una periferia assolata
dell'impero americano, percorsa e insanguinata da bande di servizi segreti
impazziti, di politici corrotti, di massonerie da operetta. Ciascuno di noi lo
sapeva: «No future», per molti anni non ci sarebbe stato futuro in questo
disgraziato Paese, e nulla di ciò che si poteva fare avrebbe potuto salvarlo.
Eppure, peccammo di inguaribile spirito «voltairiano», noi accusati di
irrazionalismo. Non sapevamo, anche se sospettavamo, che congiure potenti
e interessi inarrestabili avrebbero presto riportato il mondo sul limite della
guerra e ricolonizzato ciò che i movimenti di liberazione avevano dato
l'illusione di liberare.

Da ragazzi avevamo visto gli elicotteri americani abbandonare Saigon, con
i vecchi esponenti del regime attaccati al carrello, fino a farli cadere sulle
portaerei. Avevamo visto le «menti migliori della nostra generazione»
infiammare i campus delle grandi Università americane. E ovunque la stessa
rivolta che si diffondeva, anche a Est della «cortina di ferro». Avevamo
previsto, anche se nessuno storico ce ne darà mai atto, la fine del
comunismo sovietico.

Ma non avevamo previsto la vittoria del capitalismo. Anche perché ciò che
conoscevamo allora era una forma assai primordiale di capitalismo che
poco aveva a che vedere con l'economia globale dei nostri giorni. Anche il
marxismo aveva le sue colpe: confondendo capitale e industria, incapace di
articolare una teoria del denaro, contraddicendo se stesso negli arcani del
valore, del lavoro produttivo e improduttivo e, soprattutto, apocalittico,
prevedendo crisi finali a ogni angolo della storia. Fummo giocati dalle
trasformazioni di un «economico» che non capivamo se non nelle sue forme
più elementari.

Sfuggimmo però alla falsità del secolo. Né apocalittici né integrati, anche se
sulle due posizioni ci divertimmo a giocare. Per un attimo sembrò che, al
colmo del paradosso, quest'arcana alchimia che fondeva in sé le esperienze
teoriche più radicali del Novecento potesse produrre l'evento tanto atteso,
che Eliogabalo potesse incontrare Spartaco, insieme dissolvendo l'Impero
del Male.

Finì come tutti sappiamo. Eliogabalo morì di overdose e Spartaco si arruolò
nelle Brigate rosse.

Ma il Settantasette era finito. Annunciò «Zut»: «La rivoluzione è finita:
abbiamo vinto!».

E vincemmo davvero. Perché dopo il Settantasette nulla sarà più come
prima. Finalmente liberi di pensare, senza dover più citare nessuno, ci
trovammo a misurarci nel mondo.



- "La fine dell'intellettuale".



Non è inutile chiedersi se la fine dell'intellettuale e la nascita del lavoratore
mentale sia la fine dell'intelligenza "tout court". Comunque è indubbio che
proprio nel Settantasette si manifestò il paradosso della disoccupazione
intellettuale di massa e della contemporanea svalutazione economica del
lavoro intellettuale. Aumento della scolarità e fine dei privilegi
dell'intellettuale produssero, per un breve periodo, un'inflazione culturale
destinata presto a riassorbirsi in una grande ondata di imbecillità
successiva. Non è improbabile che questo fosse l'unico modo per
trasformare gli intellettuali in lavoratori mentali. Qualcosa di simile
avvenne con i processi di inurbamento forzato nell'Europa del Cinquecento.



- "La fine del proletariato".



Pier Paolo Pasolini è sicuramente il più grande scrittore reazionario del
Novecento italiano. Non è possibile non amarlo, così come si ama Céline o
Ezra Pound. Però è con Pasolini che inizia la deriva reazionaria di gran
parte della sinistra italiana. Il suo elogio dell'Italia «povera ma bella» è
quasi un invito al mantenimento della povertà. Si può essere oggetto
dell'attenzione dei comunisti solo se si resta esemplari di povertà, lì dove la
«modernità» e il denaro corrompono l'etica del proletariato. Qualcosa del
genere passò nella testa dei dirigenti del P.C.I. nel Settantasette: l'austerità.
Sommessamente provammo a dire che la libertà nasce da bisogni umani
ricchi, qualcuno di noi si spinse fino a sostenere il «diritto al lusso». Finì a
sassate.



- "La fine delle comunità: finalmente senza radici".



C'è una cultura delle radici nella sinistra italiana assai pericolosa. Servì
infatti a giustificare lo straprovincialismo della cultura progressista. Il
Settantasette, nella sua parte migliore, predicò e in parte praticò il
nomadismo. Alcuni ci accusarono di disconoscere le nostre radici: amavamo
più la West Coast che la riviera romagnola.



- "Gli integralismi".



Ancora nel Settantasette non erano comparsi gli integralismi religiosi.
Alcuni di noi (Lotta continua) se ne innamorarono subito. Unico vero
rimpianto: non essere riusciti a chiudere la partita con le grandi religioni
monoteiste assetate di sangue. Esse, purtroppo, non erano ideologie del
Novecento.



- "Gli operai".



Non ci sostennero, ma non gli si può dar colpa. Ancora nel '73, quando la
Fiat fu occupata in piena autonomia da operai senza sindacato, sarebbe
stato possibile saldare i due movimenti. Nel Settantasette era ormai troppo
tardi. Era già iniziata la trasformazione del lavoro. Concordo con Bifo
quando scrive: «Nel 1968 gli operai industriali erano in Italia dodici milioni
e mezzo; nel 1993 erano circa sei milioni e mezzo. Questo dato è sufficiente
a dimostrare che le lotte e i movimenti non sono stati inutili. Hanno liberato
una persona su due dalla schiavitù del lavoro ripetitivo e idiota. Qualsiasi
cosa avvenga dopo è meglio» (Franco Berardi, "Neuromagma", Castelvecchi,
Roma, 1995).



- "Il nuovo gioco".



Del nuovo gioco sociale non sono ancora state scritte le regole. Ma alcuni
scenari si possono tentare sotto forma di interrogativi duali.

La globalizzazione dell'economia è il ritorno puro e semplice al «mercato
mondo» dei primi del secolo?

- Se si risponde di sì, non resta che attendersi una grande crisi stile 1929,
amplificata da tutte le equazioni esponenziali che la finanza derivata ha
saputo creare.

- Se invece si risponde di no, allora vale la pena di provare a capire quali
società, e soprattutto quali rapporti sociali, si determineranno in
un'economia globale che usa la conoscenza e l'intelligenza in luogo delle
materie prime, e il «lavoro mentale» al posto delle braccia dell'operaio.

Provate a immaginare un gioco di «lotta di classe» in cui da un lato il
proprietario del capitale cerca di sfruttare le idee e dall'altro i produttori di
idee cercano di sottrarsi alla lobotomizzazione economica. Pensate al fatto
che questo gioco non ha più confini, che si gioca contemporaneamente a
Bombay, Londra, Hanoi, Mosca e Seattle.

Uniteci il fatto che nessuno sa più cosa sia il denaro e cosa rappresenti.
Proiettatelo nelle fabbriche sudcoreane, a Singapore o nel Tagikistan.
Conditelo con tutti gli integralismi, sufismi, esoterismi, "new age" e
massonerie che imperversano sul pianeta.

Scoprirete che i peggiori incubi del Settantasette forse non erano così
distanti dal futuro, ormai prossimo.