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L'ansia da prestazione nell'artista e nel performer: "...

Eppure mi veniva bene a


casa!"

"...But that is not where it counts", ribatto io. Il fatto è che quasi tutti
abbiamo problemi "performativi" non sempre e solo per intrinseca incompetenza
tecnica, bensì soprattutto per incapacità nella gestione dell'ansia. Esibirsi di
fronte ad un pubblico, parlare di fronte ad una platea, tenere un discorso,
comunicare in maniera appropriata con persone nuove, presentare in maniera
convincente... sono tutte situazioni che ci mettono in ansia. La ricerca ci dice
che l'85% delle persone percepisce elevati o moderati livelli di ansia nelle
cosiddette "high-stake speaking situations" (statistica valida per il pubblico
statunitense); probabilmente il restante 15%... mente 😉 Tale reazione neurochimica
- biologicamente programmata e filogeneticamente ereditata anche dal periodo
evolutivo in cui il "branco" e lo status ricoperto dai singoli membri erano assai
importanti per la sopravvivenza in termini darwiniani- si ripercuote sulla
cognizione (i pensieri), la fisiologia (il corpo), i comportamenti. Temiamo allora
di dimenticare le parole, di non raggiungere le note, di sbagliare i passaggi, di
sperimentare il "choking". Di fronte a tali paure ed ansie - comunissime, anche se
non sempre verbalizzate per una questione di desiderabilità sociale - il coaching
non può ignorare le componenti prettamente psicologiche del performer. C'è stato un
tempo - quando ho iniziato ad insegnare - in cui credevo di non dovermi occupare di
tali aspetti, e soffrivo di un costante timore (infondato) di invadere il campo
professionale altrui, arrivando persino a temere di incorrere in "esercizio abusivo
della professione medica" laddove mi fossi permesso di parlare di training mentale,
giacché sapevo che alcune delle "tecniche" usate erano affini a quelle utilizzate
in protocolli psicoterapeutici quali la CBT e la CRT. Ora non più; anzi, non riesco
a concepire un lavoro di coaching che non tenga in seria considerazione questo
importantissimo ambito di lavoro, con la premessa di non fare mai ciò che è di
competenza prettamente medica, ovvero la "diagnosi" e la "cura" degli stati
patologici. Ci sono misure che possiamo prendere - sia sul breve che sul lungo
termine - per combattere l'ansia e migliorare dunque la performance, ed è possibile
superare tali difficoltà. Ricordiamoci dunque di non tralasciare questo tipo di
lavoro su noi stessi, tanto difficile quanto indispensabile (magari sotto la guida
di un docente competente). E - mi permetto di aggiungere - se l'ansia ci attanaglia
non soltanto in concomitanza di una performance (vocale, attoriale, comunicativa)
ma nella vita quotidiana, rappresentando un ostacolo al nostro benessere, non
disdegnamo l'aiuto di uno psicologo o psicoterapeuta. La nostra società è ancora
troppo pregna di stigma nei confronti dei disturbi della mente... ma è quando li
riconosciamo e cerchiamo aiuto che siamo forti, non quando li nascondiamo o
occultiamo in uno stoicismo di facciata.