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L’INDIPENDENZA AMERICANA

Veniamo ora alle vicende che condussero alcune colonie inglesi, insediate
nell’America del Nord a partire dal primo Seicento, a liberarsi con una guerra dal
dominio britannico, ad allearsi nel 1778 in una lega confederale e a stringere, nove anni
più tardi, un patto costituzionale dando vita agli Stati Uniti.
Gli articoli della Confederazione approvata nel 1778 avevano istituito tra le
colonie già inglesi ed ormai indipendenti un’unione (denominata United States of
America) che era fondata su un chiaro principio: i tredici stati (molti dei quali già
possedevano proprie Costituzioni, che in qualche caso risalivano al Seicento)
rimanevano “sovrani”, mentre un’assemblea confederale (Congresso) - composta di
delegati scelti dalle camere legislative di ciascuno stato - veniva investita del compito di
decidere sulle questioni di comune interesse nell’economia, nella difesa, nei rapporti
internazionali ed inoltre di provvedere alla scelta di un collegio arbitrale qualora
sorgessero controversie tra singoli stati della Confederazione. Le decisioni del
Congresso venivano assunte attribuendo un voto a ciascuna delle delegazioni dei tredici
stati, anche se composte di un numero diverso di delegati. Le decisioni importanti
richiedevano almeno nove voti, dunque il sì di almeno nove stati. Ma le decisioni del
Congresso non avevano per destinatari diretti i cittadini, bensì gli stati medesimi, ai
quali spettava di metterle in atto autonomamente senza che fosse previsto un potere
effettivo di coazione in caso di inadempienza.
Pochi anni furono sufficienti a mostrare che questa struttura istituzionale troppo
debole non consentiva di realizzare quanto era stato ritenuto necessario nel creare la
Confederazione. E così, nell’intento di mettere a punto una riforma efficace, si giunse
alla decisione di istituire una nuova Convenzione, composta da 55 delegati eletti da
dodici stati1. La Convenzione iniziò i suoi lavori a Filadelfia nel maggio del 1787
stabilendo una procedura che richiedeva per l’approvazione delle delibere il voto
favorevole della maggioranza degli stati 2 e che imponeva ai delegati il rispetto rigoroso
del segreto sui loro lavori. Nell’arco di meno di quattro mesi la Convenzione riuscì a
discutere e ad approvare il testo che diverrà (e tale resterà, sino ad oggi) la Costituzione
degli Stati Uniti: un evento che alcuni tra i protagonisti – tra i quali Washington e
Madison – salutarono come “un miracolo”.
Venne approvato il principio per cui si sarebbe istituito un governo “nazionale”
con le tre branche del legislativo, dell’esecutivo e del giudiziario, chiaramente distinte
sulla base della (non scritta) costituzione inglese anteriore di un secolo e delle teorie di
Locke e di Montesquieu. Questa era la posizione del Progetto della Virginia, messo a
punto da James Madison.
La questione di gran lunga più dibattuta fu però quella della composizione delle
due Camere legislative. Molto presto si decise che i parlamentari della Camera bassa (la
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Il tredicesimo stato, il Rhode Island, rifiutò di inviare propri delegati alla Convenzione.
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Si votava, come già nella Confederazione del 1778, attribuendo un voto a ciascuno degli stati
membri, quale che fosse il numero dei loro delegati nella Convenzione. In caso di dissenso all’interno
della medesima delegazione il voto dello stato era conforme al parere della maggioranza dei delegati
presenti oppure era di astensione in caso di parità.
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Camera dei Rappresentanti) fossero da eleggere in numero proporzionale rispetto alla
popolazione dei singoli Stati e con elezione diretta. Invece per la Camera alta (il Senato)
i delegati degli Stati più piccoli erano determinati a mantenere il criterio di dare a
ciascuno stato il medesimo peso, come già avveniva dal 1778, mentre i grandi stati
esigevano anche qui il criterio della rappresentanza proporzionale. La Convenzione fu
sul punto di naufragare su questo scoglio. Ma dopo giorni di acceso dibattito, il nodo
venne sciolto con cinque voti contro quattro: il Senato avrebbe avuto un uguale numero
di senatori per ogni stato, scelti dalla camera legislativa dei singoli stati. Le leggi
destinate alla raccolta di tributi avrebbero dovuto essere proposte dalla Camera dei
Rappresentanti.
Fu deciso che il potere di governo dovesse venire affidato ad un solo individuo ed
avere durata quadriennale, con due possibili rielezioni. Le Camere legislative dei singoli
stati avrebbero avuto la facoltà di decidere le procedure per nominare ciascuna un
numero di elettori eguale al numero complessivo dei loro rappresentanti nel Congresso
federale, inclusivo di Camera e Senato. Gli elettori avrebbero votato il presidente a
maggioranza assoluta. In caso di mancato quorum la scelta del presidente, da effettuarsi
tra i primi cinque nomi votati, sarebbe spettata alla Camera dei Rappresentanti.
I poteri attribuiti al presidente erano ingenti: a lui sarebbe infatti spettata la
nomina dei giudici della Corte suprema, la firma dei trattati internazionali, il potere di
veto per le leggi votate dal Congresso, un veto superabile in seconda votazione solo con
i due terzi dei voti del Congresso. Questa configurazione del potere presidenziale fu
accettata perché era opinione largamente condivisa che la prima presidenza sarebbe
spettata (come in effetti avvenne) a George Washington, l’eroe della guerra di
indipendenza, che godeva nella Convenzione e nell’intera Confederazione di un
prestigio altissimo.
La procedura per emendare in futuro la Costituzione prevedeva che la proposta
ricevesse il voto favorevole dei due terzi di entrambi i rami del Congresso (ovvero dei
due terzi degli stati, attraverso il voto delle rispettive Camere, per l’istituzione di una
nuova Convenzione) e la successiva ratifica da parte dei tre quarti degli stati (o dei tre
quarti dei membri della nuova Convenzione).
Il 17 settembre 1787 il progetto di Costituzione venne approvato dalla
Convenzione. Dopo un breve ed efficace appello finale di Benjamin Franklin che
invitava ad un’approvazione unanime, i voti dei dodici stati presenti alla Convenzione
furono tutti a favore, con trentasei membri che firmarono il testo e tre soli dissenzienti,
minoritari all’interno delle rispettive delegazioni.
Il vero protagonista dei lavori era stato indubbiamente James Madison, autore del
progetto della Virginia e segretario della Convenzione. Ma un ruolo assai incisivo fu
svolto nelle fasi cruciali anche da James Wilson e dal governatore Morris della
Pennsylvania, da Roger Sherman del Connecticut, da John Rutledge della Carolina del
Sud e da altri. Stranamente non ebbe alcun ruolo Alexander Hamilton, delegato di New
York, che tutti pronosticavano protagonista.
Si apriva a questo punto la procedura delle ratifiche. Essa era tutt’altro che
scontata, come risultò chiaro dalle accese discussioni dei mesi seguenti, che in alcuni

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casi – come avvenne nei due cruciali stati della Virginia e di New York – si conclusero
con un’approvazione di stretta misura da parte delle rispettive Camere legislative. Per
l’entrata in vigore il progetto votato dalla Convenzione esigeva il voto positivo di
almeno nove stati su tredici. Alla fine di luglio del 1788 undici stati avevano ormai
ratificato e la Costituzione entrò dunque in vigore.
Mentre la Convenzione aveva deciso di non inserire nella costituzione la carta dei
diritti per non sovrapporsi a quelle dei singoli stati, ciò avvenne tre anni dopo, nel 1791,
con l’approvazione dei primi dieci emendamenti (Bill of Rights), che riprendevano
elementi tratti dalle Dichiarazioni di alcune colonie quali la Virginia, il Maryland, il
Massachusetts. Venivano sancite in essi le libertà di espressione, di religione, di stampa,
di associazione; le garanzie di libertà personale, di un rapido e regolare processo (“due
process of law”) da celebrarsi pubblicamente con l’intervento della giuria e con il diritto
dell’imputato di essere difeso e messo a confronto con i testimoni a carico.
La formula federalista, che permetteva la sopravvivenza e la larga autonomia
legislativa, esecutiva e giudiziaria dei singoli stati membri ma in pari tempo assicurava
un saldo governo centrale controllato dal Congresso composto dalle due Camere, era
una formula nuova nella storia.
Tutti i successivi modelli di costituzione federale nel mondo – sino al modello di
Unione europea del secondo Novecento – si ispireranno, almeno in parte, al grande
modello di Filadelfia del 1787.

LA RIVOLUZIONE FRANCESE.

I Cahiers de doléances
La Francia di fine Settecento aveva conosciuto, dopo la guerra dei sette anni
(1756-1763), una grave crisi della finanza pubblica.
Tale situazione di crisi condusse, nel fatidico 1789, alla proposta di
convocazione degli Stati generali, per iniziativa soprattutto dei Parlamenti, determinati
ad impedire misure normative che riducessero i loro privilegi: in realtà questa
iniziativa avrebbe segnato la loro fine. La sessione fu preceduta da una gigantesca
inchiesta sullo stato del paese e sulle aspirazioni di riforma espresse in ogni parte
dello stato dai rappresentati della nobiltà, del clero e del terzo stato (che era
l’espressione della classe dei possidenti fondiari e dei borghesi e mercanti delle città):
i Cahiers de doléances offrono l’immagine della società francese del 1789 e rivelano
anche la presenza di precise istanze di riforma del sistema giuridico. Critiche aspre
sono rivolte da ogni angolo della Francia al forte potere discrezionale delle Corti
sovrane di giustizia (Parlamenti), alle giustizie signorili esercitate rozzamente da
persone di fiducia dei feudatari, alla severità eccessiva delle pene, alla segretezza delle
istruttorie penali, alla molteplicità delle consuetudini locali, alla oscurità delle leggi e
del linguaggio giuridico che facevano la fortuna dei giuristi pratici, alle complicazioni
del sistema daziario, alla molteplicità dei pesi e delle misure, agli intralci frapposti al
commercio e alla circolazione dei beni, alle dimensioni della manomorta ecclesiastica

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che impediva la vendita dei beni ecclesiastici e li sottraeva così al commercio, ai
soprusi degli ufficiali del re che disponevano arbitrariamente della libertà dei singoli.
Mai prima di allora si era compiuta, né in Francia né altrove, una ricognizione
altrettanto approfondita delle attese della società civile, compiuta capillarmente in
centinaia di assemblee locali e sintetizzata in precisi documenti. Perciò i
rappresentanti eletti e convocati per la riunione dei tre stati vollero farsi portavoce di
ciò che i cahiers avevano esplicitamente manifestato. L’evento decisivo si verificò
quando l’assemblea del Terzo stato – che aveva ottenuto di raddoppiare la sua
rappresentanza salendo da 300 a 600 componenti, in quanto espressione della
stragrande maggioranza della “nazione” – si proclamò “nazionale” (10 giugno 1789),
cioè rappresentativa dell’intera nazione. Determinante fu in questa svolta l’influenza
esercitata dalle tesi dell’abate de Sieyès, che aveva teorizzato l’idea di “nazione” e la
sovranità del popolo. Le altre due assemblee furono allora unite ad essa con decreto
del re e formarono così un’unica Assemblea nazionale che si definì costituente in
quanto abilitata a deliberare e approvare la costituzione (17 giugno e 9 luglio 1789).
Venne così infranto l’ordine antico, perché la tradizione degli stati generali
esigeva che i rappresentanti dei tre ordini discutessero e deliberassero separatamente,
con votazioni distinte su un medesimo testo, cosicché vennero abbattute la basi stesse
dell’equilibrio cetuale di antico regime.
In questa prima fase della sua attività la Costituente approvò, in una storica
seduta prolungatasi nella notte del 4 agosto 1789, l’abolizione del sistema feudale. E
se è vero che questa svolta, come tante volte è accaduto nella storia, fu provocata da
vicende contingenti (la rivolta in atto nelle campagne minacciava gravemente i ceti
feudali), è altrettanto vero che la soluzione adottata nel corso di quella notte segnò la
fine di un’era durata mille anni.

La Costituente: La Dichiarazione dei diritti dell’uomo


Il compito che la Costituente (1155 deputati) si era fissato nel luglio 1789 è
chiaro già dal nome: discutere e approvare una costituzione. E in effetti il risultato del
lavoro fu, a distanza di due anni, l’approvazione della Costituzione del settembre
1791. Il termine “costituzione” faceva così il suo ingresso nella storia politica
europea, per designare i pilastri dell’ordinamento pubblico dello stato, anche per
influenza del recentissimo modello americano (la Costituzione degli Stati Uniti
approvata a Filadelfia nel 1787), certamente noto ai protagonisti della rivoluzione.
Ma nell’accingersi al compito, i costituenti decisero anzitutto di fissare in un
testo, volutamente breve e solenne, alcuni principî cardinali del nuovo ordine che
intendevano istituire. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, votata
dall’Assemblea tra il 20 e il 26 agosto 1789 al termine di un’appassionante dibattito,
consta di una premessa e di 17 articoli, volti all’affermazione dei diritti umani
fondamentali.
Il testo esordisce con l’affermazione che tutti “gli uomini nascono e rimangono
liberi ed eguali in diritti” (art. 1): la dottrina giusnaturalistica sulla libertà originaria
dell’uomo e sull’illiceità di discriminazioni di status era così formalmente tradotta in

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una norma giuridica. Enumera poi, quali “diritti naturali e imprescrittibili dell’uomo”,
la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione, dichiarando che lo
scopo di ogni associazione politica è di conservare questi diritti (art. 2): chiara è
l’influenza del pensiero di Locke. Si dichiara quindi che “la sovranità risiede
essenzialmente nella Nazione” (art. 3): si manifesta qui la concezione di Rousseau,
che identifica sovranità, stato e nazione, smentendo così il principio della sovranità in
capo al sovrano. La libertà è definita come la potestà di “fare tutto ciò che non nuoce
ad altri”, nel rispetto dei diritti naturali dell’uomo, ed è limitabile solo con legge (art.
4), mentre tutto ciò che la legge non vieta non può essere impedito (art. 5).
La legge, a sua volta, è espressione della “volontà generale”, deve essere eguale
per tutti e tutti i cittadini devono poter concorrere alla sua formazione, personalmente
o mediante i loro rappresentanti; tutti i cittadini sono inoltre ugualmente ammissibili
agli incarichi pubblici secondo le loro capacità (art. 6). Viene poi affermata la
necessità che i tributi siano determinati da “tutti i cittadini”, direttamente o attraverso i
loro rappresentanti (art. 14), e che siano fissati “in ragione delle loro sostanze” (art.
13), dunque adottando il principio della proporzionalità delle imposte, fino ad allora
sconosciuto in Francia. Vi è poi l’affermazione che “uno stato in cui la garanzia dei
diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri determinata, non ha costituzione”
(art. 16), che esclude ogni regime assolutistico, esigendo la separazione tra le autorità
deputate, rispettivamente, a legiferare, a governare e a giudicare, secondo le dottrine
espresse da Locke e da Montesquieu.
Con una serie di enunciazioni non meno rilevanti si sancisce il diritto alla libera
manifestazione del pensiero, che include la libertà di parola, di scrittura e di stampa,
“salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla legge” (art.
9), mentre si afferma che “nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche
religiose, purché la loro manifestazione non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla
legge” (art. 10).
Una breve serie di articoli sulla libertà personale recepisce le idee di Beccaria e
di Voltaire sul principio di legalità e di irretroattività della pena (art. 8), sulla
presunzione di innocenza dell’imputato sino alla condanna (art. 9), sul rispetto della
procedura stabilita dalla legge per procedere all’accusa, all’arresto o alla detenzione di
ogni cittadino (art. 7): è la condanna dei poteri di polizia di antico regime. Infine il
diritto di proprietà, già ricordato come uno dei diritti inalienabili, è dichiarato
inviolabile e addirittura sacro, con l’unico limite dell’espropriazione, ammessa
soltanto “quando la necessità pubblica lo esiga in modo evidente, e previa giusta
indennità” (art. 17).
Le idee e le battaglie dell’illuminismo giuridico europeo trovano qui un solenne
e concreto approdo normativo che la moderna storiografia giuridica ha denominato
“individualistico” (Fioravanti, 1995), per sottolineare che in esso la libertà è
proclamata quale diritto dell’individuo, un diritto dell’uomo in quanto tale, non più
(secondo il modello medievale) come un diritto concesso a singoli corpi sociali o a
singoli ceti, dai quali ormai l’individuo è espressamente svincolato.

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Per quanto riguarda i diritti politici, il diritto di voto venne riconosciuto
dall’Assemblea soltanto a chi pagava un’imposta pari ad almeno tre giornate di lavoro
(“cittadini attivi”, in confronto agli altri che erano i “cittadini passivi”), mentre per
l’elettorato passivo si richiedeva che l’imposta ammontasse ad almeno dieci giornate
di lavoro. Il principio del suffragio universale fu difeso in assemblea solo da cinque
deputati, tra i quali Duport e Robespierre. Va tuttavia sottolineato che questa
impostazione basata sulle imposte pagate e sulla ricchezza (sulla rendita fondiaria o
sul reddito mobiliare) costituiva comunque una rottura radicale rispetto ai requisiti di
ceto tipici dell’antico regime, molto meno rapidamente modificabili rispetto al
modello censitario, che consentiva di acquisire il diritto di voto anche in un tempo
relativamente breve, nell’arco di una sola generazione.
Non meno rilevante è il superamento, avvento per opera della Costituente, della
plurisecolare distinzione di status giuridico tra città e campagna: ormai il soggetto
unico è il cittadino della nazione, con le specificazioni censitarie di cui si è detto.

Le riforme della giustizia


Un altro grande capitolo delle riforme decise dai costituenti fu quello della
giustizia. La critica dell’arbitrio delle corti sovrane era tra le più frequentemente
espresse nei Cahiers de doléance. L’Assemblea abolì le Corti sovrane, e la giustizia
venne articolata su più livelli, sulla base del principio fondamentale dell’elettività dei
giudici.
Ai due gradi di giudizio si aggiungeva un terzo grado di giudizio: la sentenza
poteva impugnarsi davanti all’unica Corte di Cassazione, ma soltanto facendo valere
un errore di diritto, cioè asserendo che i giudici di merito avevano disapplicato la
legge o l’avevano interpretata in modo erroneo (Decreto sull’ordinamento giudiziario
istitutivo del Tribunale di cassazione, del 1790, che diverrà Corte solo Napoleone); la
sua funzione era quella di assicurare l’uniformità dell’interpretazione della legge entro
l’intero stato.
Coerente con l’indirizzo antigiurisprudenziale che caratterizza tutta l’opera
della Costituente (benché una larga parte dei protagonisti dell’Assemblea era
costituita proprio da uomini di legge) fu l’istituzione del référé législatif, che invitava
i giudici a rivolgersi al corpo legislativo per chiedere la corretta interpretazione di una
legge non chiara.
Il processo penale venne a sua volta completamente ridisegnato. Il punto
decisivo fu l’istituzione della giuria popolare, considerata dai costituenti quale il
rimedio cardinale ai difetti del sistema penale di antico regime: l’arbitrarietà e la
crudeltà delle sentenze. I giurati venivano scelti su liste votate dai cittadini elettori,
con i medesimi requisiti di elettorato attivo e passivo richiesto per le cariche
rappresentative locali. Ai giurati spettava il giudizio sulla questione di fatto e pertanto
sull’innocenza o sulla colpevolezza dell’imputato, che richiedeva il voto di almeno
dieci giurati su dodici e veniva pronunciato (questo punto è di capitale importanza,
perché implicava l’abbandono del sistema delle prove legali, tipico del diritto
comune) sulla base del loro “libero convincimento”: questo doveva formarsi

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esclusivamente nel corso del dibattimento, con l’adozione del criterio fondamentale
dell’oralità (cioè ascoltando direttamente le parti e i testimoni). Ai giudici spettava
invece la determinazione della pena (questa era la questione di diritto). La sentenza
era inappellabile: il verdetto dei giurati non era suscettibile di riesame in quanto i
giurati rappresentavano la società nel suo insieme, cioè il popolo che costituiva la
fonte stessa della sovranità.

Il Codice penale
Anche il diritto penale venne riscritto dalle fondamenta. Per incarico dei
costituenti venne predisposto un progetto di Codice penale da un deputato (già
magistrato del Parlamento di Parigi), Lepeletier de Saint Fargeau, che stabiliva
anzitutto la tripartizione dei fatti illeciti in contravvenzioni, delitti e crimini: le prime
sanzionate con ammende dalla polizia municipale, i secondi (comprendenti i reati
minori, quali il furto semplice non recidivo, le risse e le ingiurie) di competenza dei
tribunali correzionali, i terzi (che includevano tutti i reati gravi) di competenza del
tribunale criminale con l’intervento della giuria. Venivano cancellati i reati contro la
religione, in particolare i reati d’eresia, magia, stregoneria, bestemmia, suicidio. Si
seguiva il criterio fondamentale della fissità delle sanzioni penali, prestabilite con
precisione nelle norme del codice senza lasciare ai giudici alcun margine di intervento
nella fissazione della misura della pena, neppure in caso di circostanze aggravanti,
anch’esse già previste e munite di specifica sanzione.
Il progetto di Codice venne approvato dall’Assemblea con l’unica sostanziale
modifica di mantenere la pena di morte che Lepeletier, conformandosi alle idee di
Beccaria, aveva invece proposto di abolire: a nulla erano valse le appassionate
dichiarazioni di Duport e di altri costituenti, tra i quali Robespierre, ancora
lontanissimo dalla violenta e sanguinaria svolta che lo avrebbe reso protagonista (e
alla fine vittima) dell’età del Terrore. Il Codice del 1791 (scritto, si noti, da un giurista
che era stato alto magistrato) segna l’apice dell’indirizzo antigiuriprudenziale: ma
proprio questa eccessiva rigidità, che toglieva al giudice anche il minimo potere
discrezionale nella fissazione della misura della pena, era in contrasto con le esigenze
della giustizia nei singoli casi concreti che non sono mai uguali tra loro nella realtà, e
indusse le stesse giurie a disapplicarlo e portò ad un drastico mutamento di rotta nel
codice penale napoleonico 1810.

La prima fase del droit intermédiaire (1789-1792)

Nel 1789 le premesse ideologiche ci sono dunque tutte per realizzare quella
meta tanto agognata che sono i codici, mito della completezza, della stabilità e della
certezza del diritto. Ciò che di nuovo viene proposto dall’89 è l’attuazione di un
programma in due punti: 1) un ordinamento giuridico incentrato esclusivamente sulla
fonte legislativa, espressione della sovranità e articolata nelle tre branche delle leggi
politiche, civili e penali (come sosteneva Rousseau) 2) il riconoscimento di ampi

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spazi di autonomia per l’individuo. Il codice diverrà per la rivoluzione francese un
simbolo, una bandiera, lo strumento di unificazione della nazione.
Era un sistema costruito attorno alla costituzione, intesa come carta scritta
contenente norme che tutelavano in primo luogo i diritti naturali dell’uomo e
istituivano una nuova organizzazione politica, per il passaggio da una struttura
monarchica ad una repubblicana. Le costituzioni si susseguirono le une alle altre in
pochi anni, 1791, 1793, 1795 e 1799 e ciò dimostra l’irresistibile forza della politica.
Tutte queste costituzioni assumevano l’impegno in favore della promulgazione di un
codice di leggi semplici e chiare, sempre annunciati e mai realizzati. Non è l’età
rivoluzionaria l’età dei codici civili: la fretta di emanare norme di contenuto
totalmente innovatore rispetto a quelle della tradizione dell’antico regime portò a
disattendere le attese codicistiche, anche se queste vennero sempre tenute presenti.
Sta di fatto che nei primi anni dopo l’ottantanove si accumulò una legislazione
abbondante che incise profondamente su singoli settori del diritto privato e solo
successivamente, a partire dal 1793, si elaborarono progetti di codificazione.
La storiografia giuridica francese indica come droit intermédiaire proprio la
produzione legislativa realizzata in questo periodo, appunto, intermedio tra l’inizio
della rivoluzione e l’entrata in vigore del codice civile (1804). Si tratta di interventi
urgenti destinati a eliminare istituti giuridici gravemente incompatibili coi diritti di
uguaglianza, libertà e fraternità affermati dal nuovo regime come inviolabili.
Lo strumento legislativo, per la prima volta affidato a un corpo eletto dal
popolo (Assemblea costituente, Assemblea legislativa e Convenzione – 1792 -), viene
usato per eliminare le discriminazioni di razza, di sesso e di religione (compresa
l’abolizione del reato di ateismo), di condizione sociale, per garantire la libertà di
pensiero, di parola, di espressione, di stampa, di riunione, di associazione.
In campo economico la libertà individuale si traduce nella libertà di lavoro e di
iniziativa: ciascuno può scegliere secondo inclinazione e convenienza quale mestiere
o professione svolgere, senza dover essere iscritto ad alcuna corporazione. Le
corporazioni sono sciolte, così come sono abolite tutte le organizzazioni basate sua
una particolare qualità personale dei membri; anche le professioni intellettuali,
compresa l’avvocatura, perdono rilevanza e il loro esercizio non richiede più alcun
esame né iscrizione in albi particolari. Tali provvedimenti favoriscono sul piano
economico la libera competizione e la concorrenza.
Nel 1791 assistiamo innanzitutto alla riforma del diritto successorio, connotata
da un aperto disfavore verso la successione testamentaria, considerata come un
mezzo per creare disparità economiche e disuguaglianze personali tra i discendenti.
Si favorisce perciò la successione legittima, capace di realizzare una sostanziale
uguaglianza tra i discendenti, di cui è vietata la diseredazione, e si riduce di
conseguenza la quota disponibile per testamento: in nome dei rapporti di sangue e
limitatamente alle sole disposizioni a causa di morte, si sceglie di contraddire il
principio di libertà, negando al testatore la libera disposizione del proprio patrimonio.
Si mira così ad impedire che attraverso la disposizione testamentaria si attuino

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diseguaglianze tra i discendenti e si sottraggano beni al ciclo produttivo, cumulandoli
nelle mani di pochi soggetti.
Sempre in questi anni assistiamo all’abolizione delle istituzioni e dei diritti
feudali, di ogni privilegio e immunità e si fissa il principio di eguaglianza in materia
tributaria. Si procede anche alla nazionalizzazione e alla messa in vendita di cospicui
e fino al quel momenti inalienabili beni appartenenti alle istituzioni ecclesiastiche: si
decide che tutti i beni del clero siano messi a disposizione della Nazione per colmare
il deficit dello Stato, il quale, da parte sua, si accolla le spese per il mantenimento dei
sacerdoti e delle istituzioni ospedaliere e caritative. Nel 1791 inizia la vendita al
pubblico dei beni ecclesiastici. Questo provvedimento innesca una delle più grandi
riforme agrarie della storia, reinserendo nel ciclo economico un numero
impressionante di beni fondiari: basti pensare che fino al 1789 clero e nobiltà si
dividevano 1/3 delle terre del regno di Francia.
Ma la grande novità si ha nel 1792, con gli interventi normativi volti a mutare
completamente il volto della famiglia. Il matrimonio viene inteso come un mero
contratto civile tra due parti, i coniugi, dotati di pari capacità, diritti e doveri.
L’intento era ovviamente di laicizzare il matrimonio e di sottrarlo all’ingerenza
normativa e giurisdizionale della Chiesa, per ricondurlo alla natura e al sentimento,
ma attraverso un esasperato processo di laicizzazione che arriverà a provocare una
grave crisi dell’istituto familiare.
I futuri sposi che abbiano raggiunto i 21 anni di età non hanno bisogno del
consenso paterno per contrarre le nozze; si svuota così la patria potestà di una delle
sue attribuzioni più rilevanti, perché il consenso paterno serviva ad esercitare una
funzione di controllo della stabilità sociale, impedendo nozze con soggetti di ceto
sociale inferiore.
In quanto contratto civile si aboliscono gli impedimenti fissati dalla Chiesa: il
diritto della rivoluzione vieta il matrimonio tra ascendenti e discendenti e tra fratello
e sorella, mentre ammette il matrimonio tra zio e nipote e tra cugini. Anche
l’impedimento del voto religioso non è più riconosciuto: si autorizza così il
matrimonio dei sacerdoti, sopprimendo il celibato imposto dal diritto canonico.
Dalla concezione del matrimonio come contratto civile deriva quale ovvia
conseguenza che il matrimonio possa essere sciolto. E’ il 20 settembre 1792 quando
la Francia conosce per la prima volta, e prima fra gli Stati europei, l’istituto del
divorzio, ritenuto necessario per garantire la felicità dei coniugi, aiuto ai giovani
inesperti, strumento di liberazione della donna dal dispotismo maritale.
Si abolisce invece la separazione coniugale che contrastava con il principio
della libertà individuale, perché, pur facendo venire meno l’obbligo di coabitazione,
manteneva il vincolo coniugale e con esso il dovere di fedeltà e il divieto di nuove
nozze.
Cambia dunque la concezione stessa della famiglia, considerata ora come
comunità naturale di affetti tra i coniugi e i discendenti. La moglie viene a godere
degli stessi diritti e doveri del marito e ha pari capacità di agire, con abolizione della
potestà maritale; i figli naturali sono equiparati in tutto e per tutto a quelli legittimi, la

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potestà paterna mantiene il nome ma cambia nella sostanza, spettando ad entrambi i
coniugi e sostanziandosi non tanto in poteri di supremazia, ma nei doveri di
mantenimento, di educazione, di protezione.
Che questa nuova legislazione della famiglia veda la luce nel 1792 non è
casuale. Inizia proprio in questo anno un secondo, intenso periodo di produzione
legislativa per far fronte alla nuova situazione istituzionale.
Sono gli anni della guerra civile tra l’aristocrazia filomonarchica e feudale (i
girondini che si alleano con il ceto emarginato dei contadini messi in crisi dalla
politica economica liberista) e la borghesia repubblicana (giacobini).
Nel 1793 si ha il colpo di stato che porta all’arresto dei capi girondini e alla
sconfitta della controrivoluzione filomonarchica. Vengono prese misure repressive
straordinarie e si apre la cd. stagione del terrore, in cui si assiste ad una
radicalizzazione e ad una estremizzazione dei principi rivoluzionari. Si vive in un
clima di sospetto e di paura; il controllo è esercitato attraverso una fitta rete di
delazioni e la sospensione dei diritti fondamentali, anche in campo giudiziario: la
legge del 10 giugno 1794 stabilisce che in base a semplici sospetti si può procedere
alla comminazione della pena capitale con processo sommario da parte del tribunale
speciale rivoluzionario. Le due fazioni contrapposte scelgono nomi emblematici e
suggestivi: i Terroristi, con a capo Robespierre da un lato, e dall’altra gli Indulgenti e
gli Arrabbiati che si oppongono alla misure eccezionali in nome dei diritti umani.
Siamo alla degenerazione della stessa Rivoluzione, alla negazione dei valori in difesa
dei quali era sorta: le ghigliottine funzionavano giorno e notte, i cadaveri si
accumulavano nelle strade, rosse per la quantità di sangue versato.
La fine del terrore si avrà nel 1794 con un altro colpo di stato, questa volta di
stampo moderato contro Robespierre. Inizia la fase antigiacobina, antipopolare,
filoborghese, repubblicana.

I progetti di codice civile di Cambacérès

E’ questa la fase che conoscerà la fattiva progettazione di un codice civile. La


nuova costituzione del 1795, la terza, enuncerà ancora una volta la volontà di dare
vita al codice civile. E ormai non è più tempo di rinvii. E sulla scena del diritto
irrompe colui che è stato definito il camaleonte dell’ideologia, Jean Jacques Regis de
Cambacérès, per la capacità di adattarsi alle situazioni politiche più diverse un uomo
buono per tutte le stagioni, si potrebbe dire, il progettatore dell’inutile, come lo definì
il grande storico del diritto Adriano Cavanna, l’uomo che realizzerà gli unici tre
progetti di codice civile che la Rivoluzione riuscì a produrre. Progetti, appunto,
perché nessuno di essi si tradurrà in diritto vigente.
Il personaggio scelto per guidare i lavori di codificazione civile non è un
ideologo né un politico, ma un tecnico del diritto, dotato di una vasta esperienza
professionale maturata nell’ancien régime. Nato a Montpellier nel 1753 da una
famiglia non particolarmente abbiente, Cambacérès compie i propri studi giuridici
alla Facoltà di diritto della sua città natale e prende poi il posto di suo padre come

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consigliere presso la Corte delle finanze di Montpellier. Affiliato alla massoneria,
amante delle occasioni mondane e non privo di amicizie influenti, diventa membro
degli Stati Generali, poi consigliere municipale e deputato della Convenzione (organo
legislativo rappresentativo del popolo dal 1792). Nel momento in cui viene incaricato
di formulare il progetto di codice civile, è tra gli esponenti di un gruppo privo di una
netta colorazione politica, detto della palude.
Le sue doti di abile diplomatico, di camaleonte della politica, si esprimono
nella capacità di non lasciarsi coinvolgere nella lotta tra Girondini e Giacobini.
Compie un vero capolavoro di elusione nel periodo in cui la Convenzione è chiamata
a pronunciarsi circa la condanna a morte del re Luigi XVI, decretata nel 1793:
Cambacérès riuscirà prima a votare per l’incompetenza della Convenzione a
giudicare il re, poi per la condanna a morte del re, in seguito per la detenzione di
quest’ultimo come ostaggio in caso di invasione straniera, poi per il rinvio della
sentenza capitale e infine per l’immediata esecuzione della stessa. L’episodio la dice
lunga sul personaggio.
Le sue fortune alterne continuano nel tempo: con sospetta tempestività si
schiera a fianco degli autori del colpo di stato termidoriano del 1794 che porta alla
caduta di Robespierre, riuscendo a rivestire una serie infinita di cariche e a divenire
nel 1799 ministro della giustizia. Quando sarà Bonaparte nel 1799 a realizzare un
colpo di stato, Cambacérès si schiererà col vincitore e a lui offrirà i suoi servigi e
verrà ricompensato con la nomina a secondo console. Nel 1804 diviene
arcicancelliere dell’impero e infine duca di Parma. Nel 1814, al momento della crisi
del regime napoleonico, voterà per la deposizione dell’imperatore, salvo riavvicinarsi
a lui durante i cento giorni. Esiliato a Bruxelles dopo la sconfitta di Napoleone a
Waterloo, rientra in patria nel 1818 e muore a Parigi nel ’24.
Uomo politico, ad essere generosi, di estrema prudenza e di pari ambizione,
Cambacérés riesce a passare indenne attraverso i vari mutamenti politici grazie alle
sue peculiari capacità di adattamento e di mimetismo. Gli va tuttavia riconosciuta
un’indiscutibile perizia giuridica; lavoratore instancabile, buon conoscitore del diritto
d’ancien régime e ben informato delle dottrine filosofiche e giuridiche dei suoi tempi,
a lui spetterà il compito di redigere non già uno, ma ben tre progetti di codice civile
con i quali però Cambacérès soffre della singolare sfortuna di giungere sempre in
lieve, ma determinante ritardo.
Il primo dei suoi tre progetti viene presentato alla Convenzione nell’agosto del
1793, cioè subito dopo la sconfitta dei girondini e la presa del potere da parte dei
giacobini guidati da Robespierre. E’ un progetto articolato in tre libri con 719 articoli.
I tre libri sono dedicati alla persone, alle cose e ai contratti (il quarto libro dedicato
alle azioni non verrà mai realizzato) secondo la sistematica di matrice romanistica
che risale a Gaio e alle sue Istituzioni. Il progetto presenta indubbie qualità tecniche,
dotato dei caratteri illuministici dell’unità e della semplicità del diritto, e dà
attuazione ai principi illuministici dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e
dell’autonomia negoziale. Addirittura nel libro I troviamo una vera rivoluzione nel
diritto delle persone e della famiglia, prevedendo l’abolizione della patria potestà e

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della potestà maritale, il regime della comunione patrimoniale tra i coniugi,
facilitando il divorzio più di quanto già non facesse la legge del 1792 (disponendo
che potesse essere ottenuto presentando semplice domanda, senza necessità di
indicare alcuna motivazione). In materia successoria si assiste al trionfo della
successione legittima, come mezzo per garantire la divisione, la distribuzione e la
circolazione della proprietà: si riduce infatti a 1/10 la quota disponibile per il
testatore, di cui egli comunque non può avvalersi per avvantaggiare uno dei
successibili.
Il progetto, in un primo tempo, viene accolto con favore dalla maggioranza dei
membri della Convenzione, che approva buona parte degli articoli. Ma il 3 novembre
1793 si assiste ad un’inversione di tendenza, conseguenza del definitivo affermarsi
del regime del terrore. La Convenzione finisce per giudicare il progetto di
Cambacérès ancora troppo complesso e ricco di tecnicismo giuridico e come tale
incomprensibile ai più; vi si trovavano inoltre tracce del diritto d’ancien régime,
soprattutto del diritto consuetudinario francese in materia di famiglia e di successioni
e del diritto romano in materia di obbligazioni.
L’esame del progetto è così bruscamente interrotto e si decide di sottoporlo alla
revisione di una commissione formata da sei filosofi non giuristi che rendano il testo
più chiaro e più semplice.Tuttavia la delibera del 3 novembre 1793 che affida il
riesame del progetto del codice civile alla commissione dei sei philosophes è
destinata a non essere attuata. Il lavoro di revisione viene in realtà portato avanti dallo
stesso Cambacérès e dallo stesso comitato di legislazione che aveva dato vita al
primo progetto. E’ in questo periodo che Cambacérès si avvale della collaborazione
di uno dei più notevoli giuristi della rivoluzione, Philippe Antoine Merlin e nel giro
di un solo anno, nel settembre 1794, è in grado di presentare alla Convenzione il
secondo progetto, anch’esso diviso in tre libri, ma articolato in un numero di articoli
drasticamente ridotto, solo 297. La data del progetto cade poche settimane dopo la
fine di Robespierre e del regime del terrore, un avvenimento che avrà notevoli
ripercussioni sulla sorte del secondo progetto di Cambacérès.
Lo stile di formulazione adottato in questo secondo progetto è fortemente
innovativo: le norme infatti sono redatte in forma di comandi brevi, laconici, privi di
ogni tecnicismo giuridico. Si può dire che questo secondo progetto sia una sorta di
breviario della dottrina giusnaturalista e illuminista, una sorta di catechismo della
rivoluzione e in quanto tale si presenta come il più lontano dalla tradizione giuridica
romanistica e consuetudinaria francese. Più che un codice di norme è un codice di
principi, di valori generali, pertanto lacunoso ed insufficiente a regolamentare
compiutamente la materia civilistica. In esso si portano inoltre alle estreme
conseguenze i principi di libertà e di eguaglianza propugnati dalla rivoluzione.
Anche questo progetto non avrà fortuna. Avrebbe potuto aver successo se fosse
stato presentato l’anno precedente, ma non nel 1794 dopo la sanguinosa eliminazione
del gruppo di potere guidato da Robespierre; va così incontro ad un rapido rigetto da
parte della Convenzione, in cui il clima politico e ideologico è ora profondamente
mutato. Criticato per essere eccessivamente conciso, sommario, generico, per

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l’intollerabile numero di omissioni, per il suo astrattismo ed estremismo di contenuti,
su di esso si metterà la parola fine nel 1794. Lo stesso Cambacérès disconoscerà la
propria opera, la troverà imperfetta, la definirà lui stesso un indice di materie
piuttosto che un vero codice di leggi.
Intanto la stagione politica conosce nuovi mutamenti e il terzo progetto di
codice civile viene ancora una volta affidato a Cambacérès. La terza carta
costituzionale, del 1795, sostituisce la Convenzione con un Direttorio esecutivo e due
Consigli legislativi denominati uno Consiglio dei Cinquecento e l’altro Consiglio
degli Anziani. Nel Consiglio dei Cinquecento compare nuovamente Cambacérès, che
tra il gennaio e il giugno del 1796 elabora il terzo progetto, presentato per
l’approvazione al Consiglio dei 500. Questo terzo progetto si presenta a sua volta
come un ritorno alla tradizione giuridica romanistica e consuetudinaria, con
l’abbandono delle posizioni ideologiche estreme e la scelta di una soluzione di
compromesso tra tradizione e innovazione da cui scaturirà il codice del 1804.
Di nuovo diviso in tre libri, secondo un impianto ed un’architettura divenuta
ormai usuale, dedicati alle persone, ai beni , alle obbligazioni, il progetto consta di
ben 1104 articoli. Sul piano formale, la formulazione degli articoli è chiara, semplice,
precisa, tecnicamente elevata. Sul piano sostanziale il testo si presenta come una
mediazione tra le dottrine illuministiche e la plurisecolare esperienza d’ancien
régime. Il matrimonio, ad esempio, viene collocato al vertice della società, ma il
divorzio viene mantenuto nello spirito del 1792; al marito viene restituito un ruolo
prevalente nell’amministrazione dei beni familiari e viene reintrodotta una parziale
incapacità della donna sposata; la patria potestà continua ad essere un dovere di
protezione mentre l’adozione viene vietata a chi abbia già dei figli. In materia
successoria si nota una meno marcata ostilità verso la libertà di testare, anche se la
quota disponibile di patrimonio è ancora limitata a 1/10 e si distinguono i figli
naturali da quelli legittimi, superando l’uguaglianza di trattamento riservata loro dai
progetti precedenti.
Ma anche questo terzo progetto rimarrà alla stadio di puro tentativo di
codificazione; esso ha infatti, come i due precedenti, il difetto di nascere già vecchio
e appare ai membri del Consiglio dei Cinquecento troppo legato alle scelte
ideologiche del periodo giacobino dalle quali la Francia del Direttorio si sta
allontanando. Nel gennaio del 1797 Cambacérès constata che il suo testo sta
incontrando numerose difficoltà in assemblea, visto che erano stati approvati due soli
articoli. A questo punto il destino del testo codicistico appare segnato.
I progetti di codice civile però non si arrestano qui. Nel 1798 il deputato
Jacqueminot propone la nomina di una nuova commissione per la redazione di un
codice civile. La metodologia che Jacqueminot intende seguire è singolare: egli
propone di redigere una serie di leggi particolari relative ai singoli rami della materia
civilistica, destinate ad entrare in vigore separatamente e a confluire solo in un
secondo momento in un codice. Il piano di lavoro prevede di occuparsi innanzitutto
degli atti dello stato civile, del matrimonio, dei rapporti tra coniugi, del divorzio,
della patria potestà, della filiazione legittima e naturale. L’opera pianificata da

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Jacqueminot non riesce però a procedere con la dovuta speditezza e si arresta. Si
assiste infine ad un’attività di progettazione tra il 1798 e il 1799 per iniziativa di uno
dei giuristi di punta della Francia rivoluzionaria e napoleonica, Jean Baptiste Target.
Tutti questi progetti non conducono ad alcun risultato concreto, ma si rivelano
di grandissima importanza, in quanto contribuiscono a spianare la strada alla
realizzazione del codice napoleonico.
Sarà un nuovo colpo di stato a porre termine all’esperienza rivoluzionaria. E’ il
9 novembre 1799 quando un generale corso il cui nome era destinato ad entrare nella
leggenda, Napoleone Bonaparte, decreta la fine del Direttorio per aprire quella del
Consolato. In questo anno vede la luce la quarta costituzione che dà vita ad un organo
legislativo tricamerale, formato dal Tribunato, dal Corpo legislativo e dal Senato con
poteri meramente propositivi.
Il 2 agosto 1802 Napoleone è nominato console a vita; la quinta costituzione
stabilisce che il console può nominare il proprio successore, mentre la sesta del 18
agosto 1804 dichiara addirittura Bonaparte imperatore ereditario.
Siamo lontani dalle istanze repubblicane e giacobine; Napoleone, che in nome
dei valori della libertà e dell’uguaglianza aveva combattuto con le truppe francesi, si
arroga un pieno potere e lo rafforza all’intero e lo amplia all’esterno con
spregiudicate campagne militari, trovandosi, in breve, a capo di un vasto impero. Era
in fondo un destino segnato: la fase successiva al terrore aveva visto prevalere le
istanze dei moderati e la ricerca della stabilità; la Rivoluzione era da considerarsi
finita, come dirà Napoleone primo console nel 1799 presentando alla nazione il testo
della nuova costituzione. E Bonaparte avrà modo di rivelare progressivamente il
proprio lucido disegno egemonico.
La graduale trasformazione della Repubblica in uno Stato accentrato a
vocazione imperiale segna un indubbio ridimensiomento degli ideali rivoluzionari,
ma non comporta il totale abbandono delle conquiste giuridiche seguite al 1789,
ormai penetrate nella coscienza civile della nazione. Tuttavia quei valori andavano
rivisti alla luce del mutato clima politico e sociale, che mira sì a riconoscere
all’individuo spazi di libertà, ma entro limiti finalizzati alla tutela del potere politico.

IL CODICE CIVILE FRANCESE DEL 1804

§ 1: Fasi di realizzazione del code civil: il ruolo di Portalis

Bonaparte primo console (il secondo, è bene ricordarlo, era Cambacérès)


istituisce presso il ministero della giustizia una commissione incaricata della
redazione di un nuovo progetto di codice civile: è il 12 agosto 1800, ossia il 24
termidoro dell’anno VIII, secondo il calendario introdotto nel 1793 dai rivoluzionari,
formato da dodici mesi di trenta giorni, divisi in tre decadi più cinque giorni
complementari, che resterà in vigore fino al 1805. Ogni anno iniziava all’equinozio
astronomico d’autunno alla latitudine di Parigi, ed era perciò mobile tra il 22 e il 24
settembre. Ai mesi vennero assegnati nuovi nomi suggestivi a seconda delle stagioni,

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come vendemmiaio, brumaio, nevoso, piovoso, ventoso, pratile, fruttidoro, termidoro.
I tempi assegnati sono quanto mai brevi: il progetto deve essere terminato entro il 30
brumaio dell’anno IX, cioè entro il 21 novembre del 1800, dunque entro tre mesi.
La commissione incaricata della redazione è formata da quattro personaggi
diversi per mentalità, estrazione culturale, provenienza geografica e ideologie
ispirative: François Tronchet, parigino, presidente del tribunale di Cassazione, Jeanne
Etienne Marie Portalis, provenzale, commissario di governo, Felix Bigot de
Préameneu, bretone, anche lui commissario di governo presso il tribunale di
Cassazione, e Jacques Maleville, perigordino, giudice del tribunale di Cassazione,
aggregato alla commissione con funzioni di segretario. Erano uomini diversi ma
accomunati dallo stesso spirito di moderazione e da quelle comuni tendenze liberali
che avevano permesso loro di superare i momenti più critici della rivoluzione. La
presidenza spetta, per anzianità e per autorevolezza, a Tronchet, ma ciò non
impedisce che la vera anima, l’artefice del Code civil sia in realtà Portalis.
Nato in Provenza nel 1764, dopo la laurea in legge si dedica all’avvocatura,
coltivando però anche interessi storici e filosofici e animato da uno spirito religioso di
matrice giansenista. Allo scoppio della rivoluzione riesce a mantenersi lontano
dall’arena politica, ma le sue idee di moderato liberalismo lo rendono sospetto a
giacobini cosicché viene imprigionato nel dicembre del 1793 per essere poi liberato il
mese successivo e tornare ad esercitare l’avvocatura a Parigi. Dopo la caduta di
Robespierre viene chiamato a rappresentare il proprio dipartimento presso il
Consiglio degli Anziani. Abbandonati gli impegni professionali, svolge per due anni
attività parlamentare, ma conosce nel 1797 la via dell’esilio perché accusato, forse
non a torto, di aver tenuto rapporti con gli emigrati politici. Per due anni resta lontano
dalla Francia, in Svizzera e in Germania, per far ritorno dopo il colpo di stato del
1799 quando Napoleone lo inserisce nel Consiglio di Stato e gli affida la cura dei
rapporti tra Stato e Chiesa. Muore a Parigi nel 1807.
Su Portalis ci si è soffermati perché a lui si deve l’architettura del codice. Egli
esprime al meglio la volontà di conciliare le conquiste civili, sociali e giuridiche
dell’illuminismo settecentesco con la parte più solida e valida della tradizione
giuridica romanistica e consuetudinaria. Portalis condanna in egual misura i difensori
ad oltranza dell’ancien régime, iniquo e superato, e i fautori del giacobinismo
violento e improduttivo. Egli apertamente sostiene la necessità di mediare, di
conciliare tradizione e rivoluzione e questa sarà la base ideologica su cui sorgerà il
Codice Napoleone.
Nominata la commissione, i quattro giuristi si mettono alacramente all’opera:
hanno poco tempo e per accelerare questa fase di progettazione attingono a piene
mani ai progetti del decennio rivoluzionario: ne riprendono la struttura tripartita,
accolgono alcune disposizioni presenti nel terzo progetto di Cambacérès e in quelli di
Target e di Jacqueminot: soprattutto le norme di quest’ultimo vengono riprodotte
quasi nella loro totalità nel codice Napoleone.
La commissione riuscì in circa quattro mesi a redigere il nuovo progetto, dato
alle stampe il 21 gennaio 1801 e inviato al Tribunale di cassazione e a tutti i 28

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tribunali di appello perché esprimessero, in breve tempo, il loro parere. Nello stesso
tempo, una copia del progetto veniva depositata presso il Consiglio di Stato.
Di questo progetto interessa soprattutto il Discorso preliminare elaborato da
Portalis e sottoscritto dai quattro commissari. Da tale Discorso emergono i caratteri
principali del codice e l’ideologia che vi è sottesa, ben espressa dalla massima di
Portalis che è opportuno conservare tutto ciò che non è necessario distruggere.
Portalis vi descrive la situazione del diritto nella Francia prerivoluzionaria, un
incredibile disordine, un ammasso di leggi contraddittorie e confuse che resero
necessario realizzare una legislazione uniforme e generale: questa, a detta di Portalis,
è una delle più grandi conquiste della Rivoluzione. Secondo Portalis, però, il nuovo
diritto non può basarsi solo sulle astratte teorie degli illuministi, ma deve tener conto
della tradizione giuridica previgente rappresentata dal diritto romano e dal diritto
consuetudinario francese, sfruttando le grandi risistemazioni sistematiche del
giusnaturalismo, prime fra tutte quelle di Domat e di Pothier.
Portalis intendeva poi il codice civile aperto all’attività di interpretazione dei
giudici. Per Portalis, infatti, la legge non può prevedere tutti i casi; era necessario
perciò lasciare che i giudici interpretassero le norme e colmasserole lacune, anche
facendo ricorso al diritto naturale.
Napoleone prescrive che il progetto venga discusso in Consiglio di Stato,
dibattuto dal Tribunato e infine approvato o respinto dal Corpo legislativo. In realtà il
momento di maggiore importanza all’interno di questo complesso iter legislativo sarà
la discussione che si svolge all’interno del Consiglio di Stato. All’inizio il progetto
incontra serie difficoltà a livello parlamentare: i primi titoli vengono respinti dal
Corpo legislativo, su preciso invito del Tribunato che vedeva nel progetto un ritorno
al passato e l’abbandono dei principi del droit intermédiaire, cui ancora guardavano
con favore alcuni fedeli del radicalismo giacobino. Ciò scatenerà l’ira di Napoleone,
che sospenderà l’attività delle assemblee legislative per sei mesi e alontanerà dal
Tribunato i membri sfavorevoli al suo programma politico. Nel 1802 il Tribunato
riprende i suoi lavori che proseguiranno da quel momento senza intoppi: l’intero
progetto vieni diviso in 37 parti, corrispondenti ai titoli del codice, e ciascuno di tali
titoli viene discusso separatamente dal Consiglio di Stato prima, dal Tribunato e dal
Corpo legislativo poi. Ciascun titolo viene poi promulgato ed entra in vigore come
legge speciale a sé stante. Tra il 1801 e il 1804 il Consiglio di Stato dedica al progetto
di codice civile circa 108 sedute e a ben 57, la metà circa, interviene lo stesso
Napoleone in veste di presidente: la sua partecipazione può dirsi determinante, sia
perché la sua presenza impose un ritmo serrato ai lavori e li condusse in porto, sia
perché, da profano, Napoleone richiedeva la massima semplicità e comprensibilità
del testo e questo in parte spiega la non comune chiarezza del testo.
Nell’arco di poco più di un anno vengono dunque pubblicate 37 leggi speciali,
che entrano man mano in vigore come leggi a sé e sono poi fuse in un unico codice,
denominato Codice civile dei francesi dalla celeberrima legge del 30 ventoso
dell’anno XII, ossia del 21 marzo del 1804, che raggruppa in tre libri, preceduti da un
titolo preliminare, ben 2281 articoli. Seguendo l’ormai classica tripartizione, il codice

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dedica il libro primo alle persone, contenente la disciplina dello stato civile, del
matrimonio, del divorzio, della paternità, dell’adozione, della patria potestà e della
tutela. Il secondo riguarda il regime dei beni, perciò proprietà, diritti reali sui beni
altrui e le servitù prediali. Il terzo raccoglie l’eterogenea materia delle successioni,
delle donazioni, dei contratti e delle obbligazioni, dei contratti tipici, della
transazione e della prescrizione. Tre anni dopo, il decreto imperiale del 1807
consacra un uso già affermatosi nella pratica e attribuisce al codice civile francese la
celebrativa denominazione di Code Napoléon. Le celebri parole scritte da Napoleone
esule nell’isola di S. Elena rivelano la sua piena consapevolezza della grandezza
dell’opera compita: “Ma vraie gloire n’est pas d’avoir gagné quarante battailes, ce qui
vivra eternellement c’est mon code civil”.
Che per Napoleone il codice civile dovesse fungere da strumento dell’autorità
politica non c’è alcun dubbio. Il suo programma si imperniava sul primato della
legge. Rispetto al progetto illustrato da Portalis, fu accantonata la proposta di
premettere un esteso titolo iniziale sul diritto naturale e di conseguenza non fu
ammesso il ricorso al diritto naturale come fonte integrativa. Quanto
all’eterointegrazione, l’art. 7 della legge 30 ventoso anno XII di promulgazione del
codice abrogava le leggi romane, le ordinanze, le consuetudini generali e locali e gli
statuti nelle materie che formavano oggetto di regolamentazione da parte del codice.
E’ da questa norma che discende il principio della completezza, poiché l’abolizione
di fonti esterne al codice per la disciplina delle materie che il codice regolamentava
elevava il codice a fonte esclusiva del diritto, completa e autosufficiente.

§ 2 : Architettura e contenuto del codice civile francese

Se passiamo ad esaminare il contenuto del codice, una menzione merita il


breve titolo preliminare, dedicato alla legge in generale. Gli articoli qui contenuti
hanno carattere prevalentemente pubblicistico, fissando all’art. 2 il principio cardine
dell’irretroattività della legge.
Di particolare rilevanza sono poi gli artt. 4 e 5. L’art. 4 porta all’abrogazione
del référé legislatif, imponendo al magistrato il dovere di giudicare sempre; si
stabilisce infatti che il giudice che si rifiuti di giudicare adducendo il silenzio,
l’oscurità o il difetto della legge deve essere perseguito per denegata giustizia. Si
restituisce, in tal modo, al giudice un potere interpretativo, seppure circondato da una
serie di limiti sanciti dal successivo art. 5: in esso si vieta ai magistrati di pronunciare
sentenze che abbiano carattere di disposizione generale; ciò in nome del principio
della separazione dei poteri, per cui la sentenza del giudice è efficace solo nel singolo
caso concreto. Il codice dunque non è considerato ‘normativamente’ completo, ma
come un sistema di principi generali coerente e organico, capace di fornire al giudice
gli strumenti per giungere sempre alla soluzione dei casi concreti, anche facendo
ricorso al principio dell’analogia.
Vi sono poi taluni punti qualificanti del codice: proprietà, contratti e famiglia.
In essi si realizza un abile compromesso tra novità e tradizione.

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La proprietà, in particolare, è vista come istituto cardine del code. Già la
Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789 aveva riconosciuto la proprietà come un
diritto naturale e imprescrittibile, ed era stato definito sacro ed inviolabile nella
costituzione del 1791. Il codice civile definisce la proprietà all’art. 544, come diritto
di godere e di disporre delle cose nella maniera più assoluta; una definizione destinata
ad avere un enorme successo, soprattutto in Italia, dove verrà accolta nel codice
albertino all’art. 439, nel codice del 1865, il primo codice civile unitario, all’art. 436,
fino alla formula dell’art. 832 del codice civile del 1942. La stesura materiale dell’art.
544 è opera di Portalis in persona, che si occupa in modo specifico dell’argomento,
nell’ambito della partizione dei lavori fra i membri della commissione. Portalis si
ispira qui all’opera del giusnaturalista francese Robert Pothier e tiene conto anche dei
testi costituzionali e dei progetti di codice civile rivoluzionari.
Portalis vede nella proprietà un istituto del diritto naturale: il principio del
diritto di proprietà, dice Portalis, è insito in noi, non è il risultato di una legge
positiva. Quanto ai contenuti del diritto, si passa da una situazione di smembramento
ad una concezione unitaria della proprietà: vengono cioè riunite in capo al
proprietario le due facoltà che prima potevano essere separate: quella di godere e di
disporre della cosa. L’assolutezza della proprietà nasceva proprio in contrapposizione
alla proprietà feudale in cui si distingueva il dominio diretto del signore feudale –
pura titolarità formale del diritto senza utilizzo del bene -, e il dominio utile spettante,
grazie ad una concessione feudale, al vassallo o colono che materialmente sfruttava il
fondo.
L’art. 544 pone fine a tale complessa situazione, consolidando il diritto di
proprietà in capo al titolare del dominio utile, al fine di proteggere la classe dei
piccoli e medi proprietari, considerati la vera spina dorsale della nazione.
Tuttavia, l’assolutezza della proprietà trova un preciso limite nel divieto di fare
uso della proprietà in modo contrario a quanto stabilito da leggi e regolamenti. Inoltre
l’art. 545 sancisce il principio secondo il quale il proprietario può essere costretto,
dietro previo e giusto indennizzo, a cedere i propri beni allo Stato per pubblica utilità.
Quello dei contratti è il settore al quale viene riconosciuto un impianto liberale.
Il contratto era lo strumento principale di scambio e di circolazione dei beni. La
disciplina napoleonica riconosce pienamente la rilevanza della volontà contrattuale
del singolo, libero di muoversi anche al di fuori della pur corposa disciplina dei
contratti tipici. Il principio è posto dall’art. 1134 che dichiara che il contratto ha forza
di legge tra i contraenti; il semplice accordo, nelle obbligazioni di dare, non solo
vincolava alla consegna della cosa, ma trasferiva il diritto sulla cosa stessa, cioè era
produttivo di effetti reali: l’art. 1138, infatti, in relazione alle obbligazioni di dare,
dispone che il trasferimento della proprietà si perfeziona col semplice consenso.
Tra i requisiti necessari per la validità del contratto compare, accanto al
consenso di chi si obbliga, alla capacità contrattuale, all’oggetto determinato, anche
la causa lecita, un modo per dire che l’efficacia del contratto era da sottoporre anche
al controllo dell’ordinamento oltre che alla volontà delle parti. Non solo; era anche
necessario agire nel rispetto dell’art. 6 del titolo preliminare che prescriveva alle parti

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il rispetto delle norme sull’ordine pubblico e il buon costume. Siamo comunque di
fronte ad aspetti che non contraddicono il quadro di libertà complessivo: lo Stato che
interviene è un necessario connotato di ogni società, anche della società liberale che,
al di fuori di ogni mito e di ogni utopia, ha anch’essa bisogno di regolamentazione.
L’altro settore nevralgico di intervento del code è quello familiare. La
normativa napoleonica sul punto ha il sapore del compromesso anche per l’interesse
del regime napoleonico a riannodare i rapporti con la Chiesa romana, interrotti dalla
rivoluzione, riconoscendole funzioni spirituali ma sottoponendola altresì a forme di
controllo.
Il legislatore recepì qui le concezioni conservatrici della famiglia che si erano
affermate a partire già dal 1795-97. Lo spirito conservatore si coglie anche in certe
affermazioni pittoresche fatte in sede di discussione del progetto, come quella di
Bonaparte per il quale la condizione di disparità tra figli naturali e legittimi derivava
dal fatto che la società non aveva alcun interesse a legittimare i bastardi a scapito
della famiglia, o come quella di Portalis, per il quale l’infedeltà della moglie
implicava maggiore corruzione ed era più pericolosa di quella del marito, perché
rischiava di introdurre nella famiglia figli illegittimi. Al centro di tutto vi è l’idea di
famiglia come uno dei fondamenti della stabilità sociale da regolare recuperando il
modello tradizionale: si privilegia una forte famiglia per uno Stato forte. Così il
matrimonio è un contratto civile fondato sul consenso e la sua celebrazione civile
doveva precedere l’eventuale benedizione religiosa. Il divorzio è sì ammesso, ma
sottoposto a una serie di limitazioni, tanto da non rappresentare più uno strumento di
libertà, bensì un rimedio eccezionale. Si può richiedere per adulterio (ma con una
posizione differenziata tra i coniugi, nel senso che il marito poteva chiederlo per
semplice infedeltà della moglie, mentre quest’ultima poteva richiederlo solo se il
marito teneva la concubina in casa), per condanna a pena infamante o per eccessi,
sevizie e ingiurie gravi.
Il divorzio per mutuo consenso è circondato da una serie di condizioni: il
tribunale non può pronunciarsi prima di un anno; la richiesta non è ammessa nei
primi due anni di matrimonio e dopo venti, né se il marito abbia meno di 25 anni e la
moglie meno di 21 o più di 45. E’ richiesto il consenso dei genitori o degli ascendenti
e il consenso deve pronunciato per quattro volte in un anno; i divorziati non possono
risposarsi prima di tre anni e l’adultero non può sposare la donna con cui abbia
commesso adulterio. Il divorzio, in particolare quello per mutuo consenso, è difeso
contro la maggioranza dei membri del Consiglio di Stato dallo stesso Napoleone,
mosso da un interesse squisitamente personale (divorziò infatti dalla prima miglie,
Giuseppina Beauharnais per sposare Maria Luisa d’Asburgo figlia dell’imperatore
d’Austria Francesco I). Il marito doveva protezione alla moglie; la moglie obbedienza
al marito, prendere abitazione presso di lui ed era obbligata a seguirlo ovunque
decidesse di fissare la residenza. La donna non poteva stare in giudizio senza
l’autorizzazione del marito, anche se era commerciante, né poteva alienare, acquistare
e ipotecare senza il suo consenso: in altre parole, siamo al pieno ripristino della
potestà maritale. Il padre disponeva di forti strumenti correttivi nei confronti dei figli,

19
dei quali poteva chiedere l’arresto, fino a sei mesi se il figlio avesse avuto più di 16
anni.

§ 4: La Scuola dell’Esegesi

All’indomani dell’entrata in vigore del codice si forma una generazione di


giuristi volti allo studio esegetico di tale testo normativo. Si ravvisa così una certa
somiglianza tra quanto accaduto nella Francia napoleonica e quanto avvenne con i
glossatori intenti a comprendere il Corpus iuris di Giustiniano: in entrambi i casi si
trattava di comprendere al meglio un testo normativo (nuovo o riscoperto) per
renderne possibile una perfetta applicazione. Questa generazione di giuristi dà vita
alla Scuola dell’esegesi, una scuola giuridica vitale in Francia per tutta la metà
dell’Ottocento, le cui opere e i cui canoni interpretativi avranno ampia circolazione
ben al di là dei confini francesi.
Già la sua denominazione lascia intendere che si tratta di un approccio
scientifico al testo caratterizzato da un’ostentata deferenza verso la lettera del Codice:
essa si caratterizza per la sua particolare metodologia tesa a studiare e ad insegnare il
diritto con la tecnica del commento articolo per articolo.
I caratteri di fondo della Scuola dell’esegesi furono il culto del codice
napoleonico, il rifiuto di ogni attività interpretativa che non fosse meramente letterale
e l’idea di onnipotenza del legislatore. Esponenti si questa Scuola furono Troplong,
Duranton, Aubry, Demolombe, Merlin, Devincourt, Bugnet, giuristi che vedevano nel
codice la compiuta realizzazione della certezza del diritto, attuata grazie all’assoluta
completezza: il codice venne da loro inteso come un sistema chiuso, privo di lacune,
capace di trovare al proprio interno la soluzione di qualsiasi caso. La Scuola
dell’Esegesi attribuisce all’interprete il solo compito di ricercare la volontà, reale o
presunta, del legislatore; per fare ciò egli poteva avvalersi dei lavori preparatori, ma
soprattutto doveva fondarsi sul testo della norma, vero e proprio comando del
legislatore statuale. Non ci si deve tuttavia ingannare sui risultati tecnici dell’attività
della scuola: in fondo, sotto l’etichetta di una interpretazione meramente dichiarativa
si cela in realtà un apporto creativo del giurista; nella ricerca della presunta volontà
del legislatore si finiva in sostanza per prestare al legislatore le proprie idee di singolo
giurista, si finiva cioè per rivestire del nome di volontà del legislatore ciò che invece
era un’interpretazione scientifica vera e propria.
Tuttavia, le critiche rivolte alla scuola dell’esegesi riguardano proprio questa
sua tendenza ad un appiattimento pressoché totale sul dettato normativo. Chi invece
ne difende metodologia e risultati sostiene che la tecnica del commento articolo non
fu una scelta libera dei giuristi ma il risultato di una precisa imposizione normativa.
Ci si rifà, a sostegno di questo tesi, alla legge del 13 marzo 1804, precedente di circa
una settimana quella di promulgazione del codice, legge riguardante le scuole di
diritto: tale legge aveva disposto che nelle scuole di diritto si sarebbe dovuto
insegnare il diritto civile francese nell’ordine seguito dal Codice civile, il diritto
naturale e il diritto romano nei suoi rapporti con il diritto francese. L’imperatore

20
imponeva perciò un insegnamento pedissequo del codice, tanto da far esclamare
all’esegeta Bugnet: “Io non conosco il diritto civile. Io insegno il codice
napoleonico”, a sottolineare la perfetta coincidenza tra diritto civile e codice
Napoleone. Sarebbe stato il legislatore, dunque, a condizionare l’approccio
scientifico al codice e ad imporre quella tecnica di analisi e d’insegnamento, nella
preoccupazione di assistere ad una svalutazione del codice a tutto vantaggio
dell’arbitrio degli interpreti.
Il periodo che va dall’entrata in vigore del codice fino a circa il 1880 è
caratterizzato da un sostanziale immobilismo giuridico, fatta eccezione per
l’abolizione del divorzio, realizzata in Francia, come nel resto dell’Europa
conquistata da Napoleone, con decreto dell’8 maggio 1816.
Il secondo periodo, che va all’incirca dal 1880 agli anni cinquanta del XX
secolo, vede il codice aprirsi alla sempre più rapida evoluzione sociale che interessa
la Francia. Il testo viene modificato in alcune sue parti o affiancato da una
legislazione esterna che ne modifica i contenuti. Nel 1884 si reintroduce il divorzio e
nello stesso anno si assiste ad un affievolimento della patria potestà, mentre è del
1936 l’abolizione della potestà maritale. Si assisterà anche ad un restringimento della
portata del diritto di proprietà, permettendo allo Stato numerose interferenze
nell’esercizio di tale diritto da parte dei privati.
E poi c’è la terza fase che, con i suoi radicali cambiamenti, toglie vigenza ad
interi titoli del codice, rinnovando anzitutto il diritto di famiglia con la riforma della
tutela nel 1964, dei regimi matrimoniali nel ’65, dell’adozione nel ’66, della patria
potestà nel ’70 e del divorzio nel ’75.
Al di fuori dei confini francesi si assiste ad un massiccio fenomeno di
recezione del codice civile del 1804 che in un primo tempo, fino al 1814, è
conseguenza delle conquiste militari di Bonaparte; dopo la caduta dei regimi
napoleonici il testo francese venne però ugualmente conservato in molti Stati e preso
a modello dalle legislazioni nazionali; il codice Napoleone divenne così oggetto di
recezione spontanea, indipendente da motivazioni politiche e imputabile da un lato ai
suoi caratteri di chiarezza espositiva e razionalità e duttilità dei contenuti, dall’altro
alla progressiva diffusione ovunque, nel corso del XIX secolo, del sistema giuridico a
base codicistica, del quale il code civil era un modello perfetto. Ritroviamo questo
codice adottato in Germania, precisamente nelle Province renane e nel Baden dove
era stato esteso in seguito all’occupazione napoleonica e qui conservato fino al 1900,
anno di promulgazione del codice civile tedesco. In Germania il codice, visto quale
espressione di ragione positivizzata, porta addirittura alla formazione di una corrente
dottrinale di minoranza ma battagliera, favorevole ad una recezione del testo
napoleonico in tutta la Germania. La diffusione e conservazione del codice si ha
inoltre in alcuni cantoni della Svizzera, in Belgio, nei Paesi Bassi, nel Lussemburgo e
nella Romania. Merita poi di essere citato il caso del Giappone, dove il giurista
francese Gustave-Emile Boissonade nel 1837 provvide alla redazione di un progetto
civilistico basato sulla legislazione napoleonica, poi respinto a favore, nel 1898, di un
codice di matrice tedesca destinato ad entrare in vigore nel 1900.

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Ma il codice napoleonico sarà anche il modello di riferimento per la
codificazione in tutti i paesi dell’America Latina (Bolivia, Perù, Cile, Messico,
Argentina), e ne troviamo traccia anche nel codice civile della Lousiana (1825) e del
Quebec (1866).
Introdotto in tutti gli Stati italiani in seguito alla conquista napoleonica ad
eccezione della Sicilia e della Sardegna, il c.c. francese esercitò un’influenza
determinante sui codici italiani della Restaurazione, su quello unitario del 1865 e su
quello attuale del 1942.
Il codice civile napoleonico si presentava superiore agli altri codici napoleonici
perché alla sua base vi era il diritto romano con le sue raffinate categorie tecniche e
costruzioni teoriche.

Gli altri Codici francesi


Gli altri codici napoleonici sono: il code de procédure (1806) in materia
di procedura civile informato ai principi dell’oralità del processo, del libero
convincimento del giudice e della motivazione della sentenza. Il code de
commerce (1807), ispirato ai principi della libertà dell’industria e del
commercio (abolizione delle corporazioni e affermazione del carattere
oggettivo del dir. commerciale). Il code d’instruction criminelle (1808):
informato ai principi del segreto istruttorio, della giuria di giudizio, di più
gradi di giudizio (giudice istruttore, Corti d’assise, Corti d’appello,
Cassazione) e di un processo rapido. Il code pénal (1810), che ripartiva i reati
in crimini, delitti e contravvenzioni e fissava le pene entro un minimo e un
massimo edittale.

I PROGETTI DI CODICE CIVILE IN ITALIA DALLE REPUBBLICHE


GIACOBINE AL REGNO D’ITALIA

§ 1: Le Repubbliche giacobine e Project de Code Civil de la République


Romaine

Mentre la Francia si trovava sotto il governo del Direttorio, le armate


rivoluzionarie facevano progressivamente cadere gli ordinamenti dell’antico regime
presenti in Italia, sulle cui ceneri venivano a sorgere le c.d. repubbliche giacobine.
Tra il 1796 e il 1799, cioè nel periodo intercorso tra la prima campagna
napoleonica del 1796 e la temporanea reazione austro-russa del 1799/1800, abbiamo
la nascita, sotto il controllo francese, di numerosi ma effimeri ordinamenti statuali
ispirati ideologicamente ai principi della rivoluzione francese: la Repubblica
Cispadana, la Repubblica Cisalpina (con capitale Milano), la Repubblica Ligure, la
Repubblica Romana, la Repubblica Partenopea; ciò porta all’elaborazione, da parte
dei governi di queste entità statuali, di una legislazione particolarmente significativa
in ambito costituzionale. Si tratta di costituzioni giacobine, promulgate per iniziativa

22
francese o per volontà dei patrioti italiani, che attuano in Italia la prima
democratizzazione politica. Le costituzioni delle repubbliche giacobine, imitando
quella francese del 1795, affermavano spesso l’esigenza di una codificazione.
Esiste uno stretto legame tra i lavori di codificazione in atto a Parigi e la
parallela attività legislativa svolta nelle repubbliche italiane del triennio
rivoluzionario: l’idea illuministica di una sostanziale eguaglianza di tutti gli uomini al
di là delle frontiere geografiche e politiche si traduceva per l’ideologia rivoluzionaria
nella convinzione di una assoluta identità di bisogni per tutti gli uomini. Questa era la
premessa ideologica che giustificava l’esportazione del diritto rivoluzionario, un
diritto razionale in grado di soddisfare i bisogni di ogni uomo, indipendentemente
dalla sua nazionalità.
Aveva poi grande rilievo quanto si veniva esprimendo da parte della
pubblicistica italiana: si pensi a quanto emerse negli scritti dei partecipanti al
concorso indetto dall’Amministrazione generale della Lombardia sul tema “Quale dei
governi liberi meglio convenga alla felicità d’Italia?” svolto nel 1796. Gli autori dei
vari saggi presentati al concorso, cinquantasette in tutto, anche se assorbiti
dall’interesse per il problema politico-istituzionale dell’organizzazione di un regime
democratico nell’Italia liberata dalle armate napoleoniche, affrontavano, anche se in
modo talvolta ingenuo e generico, il problema della legislazione e dei codici,
mantenendosi per lo più aderenti alle soluzioni proposte dalla Francia rivoluzionaria.
Vincitore del concorso risultò il piacentino Melchiorre Gioia, autore di una solida e
ben articolata dissertazione nella quale si sottolineò lo stato confusionale e
contraddittorio del nostro ordinamento giuridico, chiedendo di abolire le
primogeniture, i fedecommessi e i feudi, gli istituiti che favorivano la nobiltà e il
clero e auspicando un codice dell’eguaglianza, che portava fra l’altro il Gioia ad una
profonda avversione verso gli avvocati ritenuti responsabili della mancata riforma
dell’ordinamento giuridico. Si nota in queste dissertazioni un affievolirsi della
polemica antiromanistica che aveva percorso l’intero secolo. Molti dei partecipanti si
avvalgono delle loro dissertazioni per presentare veri e propri disegni di legge, il più
esteso dei quali, quello di Giuseppe Lattanzi, offre un disegno di legge sul
matrimonio diviso in dodici articoli.
L’art. 377 della costituzione cisalpina del 1797 invitava il Corpo legislativo ad
attuare entro due anni l’unificazione di tutti i suoi regolamenti; quella romana del
1798 prometteva all’art. 363 l’uniformità delle leggi civili e criminali; la costituzione
ligure del 1797 ribadiva all’art. 233, dopo averlo già affermato in un primo progetto
non approvato, che i futuri codici civile e criminale dovevano essere uniformi per
tutta la repubblica, stabilendo che il Corpo legislativo era incaricato di elaborare
questi due codici entro un anno dalla sua installazione. Nel progetto napoletano, pur
mancando un impegno siffatto, veniva sottolineato l’obbligo della assoluta
rispondenza delle leggi civili, penali e processuali ai principi fissati nella
costituzione.
Malgrado però gli impegni costituzionali ed i lavori preliminari svolti dalle
assemblee legislative, nel triennio rivoluzionario non vi fu tempo sufficiente per

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l’elaborazione di una codificazione. Alla difficile situazione nella quale si trovavano
le repubbliche giacobine per circostanze politiche e militari, si aggiungeva un’altra
grossa difficoltà che ne impediva l’effettiva realizzazione: l’assenza di un modello
legislativo ai quali i legislatori italiani potessero fare riferimento per il compimento di
un’opera di tale vastità. Infatti, nella Francia del Direttorio, ancora mancavano codici
di diritto privato e di procedura civile e criminale. Nelle varie repubbliche vennero,
però, egualmente intrapresi lavori per la codificazione civile, anche se con scarsi
risultati. Nella Repubblica Cispadana, nonostante i vari dibattiti congressuali di
Modena e Reggio Emilia avessero sottolineato l’urgenza di risolvere i problemi
dell’amministrazione della giustizia, era mancato il tempo per realizzare un’opera di
codificazione. Nella Repubblica Cisalpina, che pure ebbe vita più lunga, la
Commissione nominata dalle Assemblee legislative avviò lavori destinati ad essere
superati dagli eventi. A Roma, invece, i risultati ottenuti furono decisamente
maggiori in quanto si arrivò alla redazione di un vero progetto che si colloca tra i
tentativi di codificazione del diritto privato anteriori al codice napoleonico: il Project
de Code Civil de la République Romaine, elaborato nel 1798 dal costituzionalista
francese Pierre Claude François Daunou, già redattore della Costituzione francese del
1795 e poi a capo della Commissione alla quale il Direttorio transalpino aveva
affidato i pieni poteri di governo nella Repubblica Romana. Il testo di questo progetto
è redatto sulla scorta del terzo progetto Cambacérès del 1796; si trattava dunque di un
tentativo di trapianto del droit intermédiaire in Italia, ma rispetto al progetto di
Cambacérès il testo realizzato per la Repubblica Romana presenta, oltre ad alcune
modifiche formali, una serie di importanti variazioni sostanziali.
Il Project de Code Civil risulta più breve rispetto al modello francese (528
articoli rispetto ai 1104) e adotta un linguaggio più semplice per essere più
accessibile alla classe dei giuristi italiani dell’epoca, non altrettanto dotta e raffinata
come quella francese. Ma le novità più significative riguardano il contenuto, in modo
particolare nel primo libro dedicato alle persone, che adatta la normativa francese alla
specificità della situazione romana e alla sensibilità soprattutto religiosa delle
popolazioni locali. Nel Project vi è, ad esempio, il riconoscimento dell’efficacia dei
registri parrocchiali, assimilati ai registri civili per quanto riguardava la prova dello
stato civile delle persone e, dato ancora più significativo, non vengono ammessi il
divorzio e la morte civile (dichiarazione di morte seguita ad assenza protratta dalla
residenza) quali cause di scioglimento del vincolo matrimoniale, per il timore che
soluzioni di questo tipo potessero suscitare forte opposizione nella popolazione
romana. Resta la possibilità della separazione coniugale (che fa venire meno
l’obbligo di coabitazione ma non scioglie il vincolo coniugale), ammessa per le stesse
cause previste nel progetto di Cambacérès per il divorzio ed accompagnata da una
serie di disposizioni a favore dei figli minori. Vi si trova poi l’abolizione della
manomorta ecclesiastica (cioè l’inalienabilità dei beni ecclesiastici che venivano così
sottratti al commercio) che incideva negativamente sull’economia delle ex province
pontificie per la sottrazione di ingenti capitali immobiliari al libero commercio, così
come si attua una limitazione della proprietà privata in nome dell’interesse pubblico.

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Il Codice civile per la Repubblica romana rimane però allo stadio di progetto e
viene travolto dalla repentina fine nel 1799 delle esperienze repubblicane italiane.
Per il resto, gli istituti civilistici di diritto rivoluzionario introdotti in Italia dalla
legislazione del periodo giacobino stentano a trovare applicazione, segnatamente in
ordine al diritto di famiglia. Particolare significativo è lo scarso successo incontrato
nella Repubblica Cisalpina dell’istituto del matrimonio civile introdotto nel 1797.

§ 3: L’estensione all’Italia del Codice Napoleonico

La decisione di introdurre nel Regno d’Italia il Code Civil fu presa da


Napoleone nel 1805 senza incontrare particolari resistenze da parte della classe di
governo italiana. Il compito di curare la traduzione del codice viene affidato al
ministro della giustizia Giuseppe Luosi, giurista di notevole livello tecnico. L’11
giugno 1805 Luosi nomina una commissione di sei membri, in seguito elevati a dieci,
incaricata di tradurre il testo sia in italiano che in latino, tra i cui membri spiccano lo
stesso Alberto De Simoni, Giovanni Ristori e Elia Gardini, professore di istituzioni
civili presso l’Università di Pavia e in seguito tra i primi ad insegnare in Italia il
diritto civile secondo il Codice Napoleone. La Commissione porta a termine il suo
lavoro in breve tempo ed invia al ministro Luosi, il 30 settembre, la traduzione del
testo normativo e una serie di annotazioni con cui si richiedono modifiche su alcuni
punti del Codice francese.
Per quanto riguarda i rapporti patrimoniali tra coniugi, la Commissione critica
la scelta fatta dal codice della comunione dei beni come regime legale in difetto di
diversa dichiarazione esplicita dei coniugi: tale impostazione appare infatti in
contrasto con i costumi secolari della popolazione italiana abituata al regime dotale
che assegnava solo al marito l’amministrazione del patrimonio familiare; si chiede
pertanto che la comunione dei beni tra i coniugi venga introdotta come regime
convenzionale e non legale.
Ancora più duro è l’attacco condotto nei confronti del divorzio. L’istituto è
giudicato tollerabile solo nel matrimonio fra non cattolici, ma per il resto appare ai
commissari inammissibile, in quanto in contraddizione coi principi della religione
cattolica. Un’ulteriore richiesta riguarda l’introduzione per i religiosi che abbiano
fatto voto di povertà di una specifica eccezione al divieto di rinuncia a successione di
persona vivente sancito dall’art. 791.
Il 24 ottobre 1805 Luosi invia a Napoleone la traduzione e la relazione in cui,
con toni prudenti, accenna ai rilievi sollevati dalla commissione, ma non ottiene alcun
riscontro da parte dell’Imperatore che, assente da Parigi per campagne militari, non
dà alcun seguito alle osservazioni della commissione milanese.
Con qualche ritardo determinato da eventi bellici, Napoleone approva la
traduzione italiana del codice senza però apportare alcuna modifica al testo originario
con decreto 16 gennaio 1806 e fissa al 1° aprile successivo la data di entrata in vigore
in tutto il Regno d’Italia del Codice di Napoleone il Grande pel Regno d’Italia,
secondo la dizione ufficiale. Va qui evidenziata la capacità di Napoleone di blandire

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ed illudere la classe dei giuristi italiani, ingenerando la falsa speranza di poter
arrivare presto alla redazione di codici nazionale e allettandoli con lusinghe e
avanzamenti di carriera. Eleva i migliori e i più desiderosi di successo personale ai
più alti livelli dell’amministrazione: si tratta spesso di giuristi, come Luosi, Aldini
(che sostituirà il troppo indipendente Melzi d’Eril) e Negri. E’ quasi superfluo
chiedersi perché Napoleone ci tenesse tanto all’introduzione del suo codice civile in
Italia: quel codice era la sua autocelebrazione, era il mezzo principale di
rafforzamento del suo potere, lo strumento del suo imperialismo.
Vicende simili accompagneranno l’entrata in vigore del codice napoleonico nel
Regno di Napoli. Le regioni meridionali escluse le due isole vengono occupate dalla
armate francesi nel 1806, mentre la dinastia borbonica si rifugia in Sicilia. Il fratello
di Napoleone, Giuseppe Bonaparte, diviene re di Napoli e siede sul trono per 28 mesi,
fino all’estate del 1808, quando assume il titolo di re di Spagna. Giuseppe Bonaparte
viene allora sostituito da Gioacchino Murat, che conserva il trono fino al 1815.
L’invasione francese significa per queste regioni una ventata di novità e di
ammodernamento che culmina con l’entrata in vigore nel 1808 del codice
napoleonico tradotto in italiano. Anche qui, come a Milano, non mancano le
polemiche, soprattutto per quanto riguarda l’istituto del divorzio: Murat, in ossequio
alle tradizioni locali, con decreto 22 ottobre 1808, aveva sospeso l’applicazione delle
norme relative al divorzio, ma Napoleone, con decreto del 16 dicembre, impone
l’integrale entrata in vigore del suo codice, revocando la sospensione introdotta da
Murat.
La recezione del Code Civil in Italia fu comunque, tutto sommato, coronata da
pieno successo, anche se taluni istituti, come si è visto, sono stati meno apprezzati. In
particolare il divorzio, che verrà poco applicato nella penisola dove ragioni religiose e
motivi sociali portavano a respingere la concezione del matrimonio come contratto di
diritto privato risolubile, come notevole freddezza suscitò l’istituto della comunione
legale dei beni tra coniugi, contrastante con una tradizione familiare fondata sul
regime dotale e sull’esclusiva competenza del marito nella gestione del patrimonio
familiare.
Nell’insieme, però, non ci fu ostilità ma favore, anche perché non vi era grande
contrasto tra la maggior parte degli istituti disciplinati dal code civil e la tradizione
romanistica di diritto comune da secoli imperante in Italia.

IL CODICE CIVILE GENERALE AUSTRIACO

§ 1: Dal Codex Theresianus alla legislazione di Giuseppe II

Accanto al Code Napoléon, l’altro modello di codice civile è il Codice civile


austriaco (Allgemeines Burgerliches Gesetzbuch, o più comunemente ABGB),
promulgato da Francesco I d’Asburgo il 1° giugno 1811 ed entrato in vigore il 1°
gennaio 1812.

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Francia e Austria prendono le mosse da situazioni storico politiche diverse,
come più volte si è sottolineato: in Francia fu l’esperienza rivoluzionaria a porre le
basi dell’idea di codice, mentre in Austria il programma di rifondazione del diritto
prende l’avvio dall’opera dei sovrani; tuttavia in entrambi i casi si giungerà ad un
risultato concreto solo grazie alla vocazione imperiale delle Stato: Napoleone e
Francesco I sapranno attuare, grazie al contributo di valenti giuristi, il sogno degli
illuministi, ossia un diritto certo in quanto codificato. L’apporto dei giuristi si rivelerà
notevole ed incisivo in entrambe le esperienze a dimostrazione che il codice è sì un
atto di natura politica, ma che può essere realizzato solo grazie al contributo di una
classe di esperti.
Maria Teresa (salita al trono nel 1740, alla morte del padre Carlo VI, moglie di
Francesco I – Francesco Stefano duca di Lorena che nel 1745 lascia l’impero nella
mani della consorte -, madre di numerosi figli, molti destinati a reggere le sorti
dell’Europa, imperatrice di grande lungimiranza e intelligenza) attuò significativi
interventi di carattere amministrativo, volti a razionalizzare e ad accentrare gli
apparati pubblici dello Stato e a sradicare la tradizionale struttura cetuale dello Stato
asburgico.
Anche sulla base delle dottrine elaborate dai giuristi della scuola cameralistica,
nel 1749 venne realizzata una riforma dell’amministrazione con la quale le materie
finanziarie dei dominî asburgici venivano raggruppate in un’unica cancelleria
(Oberste Kanzlei), mentre l’amministrazione centrale degli affari giudiziari fu affidata
ad un altro, distinto organo di governo (Oberste Justistelle), Supremo Tribunale di
giustizia; quest’organo riuniva le funzioni di un Ministero della Giustizia e quelle di
corte di ultimo appello rispetto agli organi giudiziari inferiori, anch’essi di nuova
creazione: si profilava così quella separazione tra amministrazione e giurisdizione che
caratterizza lo stato costituzionale moderno, mentre nei secoli precedenti le due
funzioni erano compresenti nelle magistrature centrali. L’istituzione del Consiglio di
Stato, disposta nel 1766, creò a sua volta un organo centrale di alta consulenza
politico-giuridica, composto da tre membri nobili e da tre togati, deputati a
individuare nei casi delicati le scelte più opportune, sulla base di criteri di
imparzialità. La direzione superiore delle questioni di Lombardia venne conferita nel
1757 al neo-istituito Dipartimento d’Italia, che sostituì il Consiglio d’Italia di
ascendenza spagnola: un organo amministrativo dello stato.
Furono le necessità crescenti di spesa causate dalle guerre, in particolare durante
la lunga lotta con Federico II nella guerra dei sette anni (1756-1763) a dare la spinta
ad una riforma del sistema fiscale. Un primo importante intervento si ebbe con la
prescrizione che i tributi dell’imposta fondiaria venissero corrisposti in danaro sulla
base di una valutazione decennale della redditività delle terre, in misura dell’uno per
cento a carico del feudatario e del due per cento a carico dell’utilista.
In Lombardia l’iniziativa del censimento si realizzò in un arco di dieci anni, dal
1750 al 1760. Una capillare ricognizione della ricchezza fondiaria, diretta dal giurista
toscano Pompeo Neri, ricostruì con estrema precisione le caratteristiche di ogni
porzione del paesaggio rurale e urbano, stabilendo la titolarità dei diritti sulle terre e

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sugli immobili allo scopo di applicare un tributo proporzionale alla ricchezza
immobiliare. I molti ostacoli opposti dal patriziato e dal clero – che temevano a
ragione l’erosione dei loro privilegi – furono superati per volontà della sovrana, che si
avvaleva a Vienna dell’opera di un ministro dalle eccezionali capacità, il conte di
Kaunitz. Alla fine, per la prima volta il criterio della proporzionalità dell’imposta
risultò operante, con la parziale eccezione delle proprietà ecclesiastiche. Alcuni
corposi privilegi della nobiltà, radicati da secoli, venivano così contrastati. Alle
proprietà ecclesiastiche, che ammontavano a circa un terzo dei beni fondiari, fu
mantenuto un regime di parziale esenzione.
Ma la vera portata della riforma era altrove. Si affermava il principio
dell’equiparazione giuridica, rispetto allo stato e alle funzioni pubbliche, tra il
patriziato e la borghesia. Se ognuno era tenuto a contribuire in proporzione delle
proprie rendite, cadeva il presupposto di uno status particolare per la nobiltà.
Analogamente una riforma degli ordinamenti locali, attuata in Lombardia nel 1755,
attribuì i diritti di accesso alle magistrature comunali sulla base del censo, affidando
l’elezione dei rappresentanti all’assemblea degli “estimati”, cioè di chi era proprietario
fondiario, nobile o non nobile che fosse; ed anche nell’amministrazione provinciale le
cariche non furono più appannaggio dei membri delle famiglie patrizie. Uno dei
fondamenti dell’antico regime veniva così a cadere. E sebbene alla nobiltà i sovrani
asburgici abbiano conservato una serie di privilegi di status – ad esempio in materia di
fedecommessi, limitati ma non aboliti né da Maria Teresa né da Giuseppe II – tuttavia
l’impatto del principio censitario fu profondo e definitivo.
Anche nei confronti delle grandi magistrature vi fu una svolta decisa. Allorché il
Senato di Milano manifestò la propria contrarietà (come tante volte era avvenuto in
precedenza, nel corso di due secoli e mezzo, quasi sempre con successo) ad una
riforma voluta da Vienna, un secco dispaccio della sovrana significò ai senatori che
una sola era la legittima fonte del potere: “presso di noi soltanto risiede la fonte di
ogni giurisdizione”. E il pur potentissimo Senato dovette piegarsi.
Il ruolo dello stato venne affermato negli anni teresiani anche sul fronte
dell’istruzione superiore. In analogia con la riforma universitaria di Vienna, nel 1771
l’università di Pavia ricevette un nuovo ordinamento che poneva i professori sotto il
controllo del governo e non più del Senato milanese. I singoli corsi di studio vennero
riveduti, e i professori scelti dal centro, con riferimento alla capacità professionale ma
anche, per materie politicamente delicate quali il diritto canonico, con riferimento alle
posizioni dottrinali dei professori, così che fossero coerenti con l’indirizzo voluto dal
sovrano. Lo scopo era di preparare buoni funzionari per l’amministrazione pubblica.
Inoltre all’università veniva restituito il monopolio della laurea, sottraendo ai collegi
professionali – anzitutto al Collegio milanese dei Giureconsulti, composto di soli
patrizi – il privilegio secolare di conferire il titolo dottorale: la formazione dei giuristi
diveniva così un compito dello stato.
Alle origini della codificazione austriaca troviamo il c.d. Codex Austriacus,
semplice raccolta alfabetica delle leggi e dei regolamenti in vigore nell’impero
asburgico, pubblicata nel 1704, continuata con due supplementi fino al 1740 e rivista

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dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria che abbandonerà il criterio alfabetico per
sostituirlo con quello cronologico. Il Codex, benché rechi questa denominazione, si
presenta in realtà come pienamente inserito nella categoria delle consolidazioni tese a
raccogliere e riordinare parte del materiale normativo esistente per facilitarne la
consultazione, senza la pretesa della completezza.
Il Supremo tribunale di Giustizia aveva ben presto verificato la necessità di
avviare l’unificazione legislativa e per rispondere a tale esigenza nel 1753
l’imperatrice nominò una commissione con lo scopo di elaborare un corpo di diritto
privato unificato per le province ereditarie germaniche; restavano dunque esclusi lo
Stato di Milano, i Paesi Bassi e l’Ungheria, pur facenti parte dell’Impero. La
Commissione venne costituita nella città morava di Brunn (oggi Brno, nella
Repubblica ceca) ed era formata da 7 giuristi esperti nei diritti territoriali vigenti nelle
varie regioni dell’Impero e presieduta da un avvocato boemo di ascendenze milanesi,
Joseph Azzoni, professore di diritto all’Università di Praga. Alla Commissione era
affidato il compito di predisporre, sulla base del diritto romano e del diritto di
ragione, una normativa civile unitaria; essa produsse tre volumi dedicati al diritto
delle persone. A causa di alcune opposizioni verificatesi in ordine all’approvazione di
tale progetto, Maria Teresa nominò una commissione di revisione insediata a Vienna
che, dopo dieci anni di lavoro, portò a termine, nel 1766, un ambizioso ma prolisso
progetto di codice, denominato, in onore dell’imperatrice, Codex Theresianus.
Al Codex Theresianus è premessa una Patente di promulgazione e una serie di
proposizioni fondamentali che non sono altro che le regole fissate dalla commissione
di Brunn per lo svolgimento dei propri lavori. La sistematica è quella romanistica,
con la sua tripartizione in diritti delle persone, delle cose e delle obbligazioni. Ogni
parte era divisa in capitoli, i capitoli in paragrafi e i paragrafi in numeri. I numeri
erano all’origine 8367, raggruppati in otto corposi volumi. Il testo presenta uno stile
discorsivo, più consono ad una trattazione teorica che ad un’opera legislativa, e, fatto
importante, è scritto in tedesco e non in latino.
Nonostante i suoi difetti, il Codex Theresianus presenta alcuni caratteri
positivi che lo segnalano come un’importante tappa nel processo di codificazione.
Innanzitutto esso si proponeva come diritto unitario per tutti i territori germanici della
Casa d’Austria e come disciplina esclusiva della materia regolata, cioè il diritto
privato, tracciando una precisa linea di demarcazione tra gli istituti di diritto pubblico
e quelli di diritto privato. Si tratta dunque di un diritto esclusivo che non ammette il
ricorso a fonti esterne se non in caso di espresso rinvio; si tratta poi di una disciplina
statuale, emanazione diretta del sovrano, cui era collegato il principio della
subordinazione del giudice alla legge.
Ciò nonostante il Codex non entrò mai in vigore. Alla base di questo fallimento
vi è la formulazione atecnica e discorsiva, imputabile al tentativo, peraltro fallito, di
ottenere semplicità e chiarezza: le norme infatti non si presentano come
l’enunciazione di principi generali e astratti, quanto piuttosto come l’elaborazione di
una frammentaria casistica.

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Il cancelliere Kaunitz, cui era stato affidato il compito di stendere una relazione
sul lavoro compiuto, rilevò che il Codex era troppo ricco di principi romanistici,
troppo prolisso e discorsivo e che era ancora eccessiva l’influenza esercitata dai diritti
provinciali tedeschi. Così, nel 1771 si decise di non promulgare il Codex ma di
istituire una nuova commissione che, nel 1772, riprende i lavori di codificazione sotto
la guida di un grande giurista del tempo, Johann Horten. Maria Teresa chiede alla
nuova commissione di tenere conto, nel proprio lavoro, dei principi giusnaturalistici,
anche al fine di ottenere concisione e chiarezza del testo normativo.
Intanto nel 1765 Maria Teresa aveva chiamato al trono come correggente il
figlio Giuseppe che, alla morte della madre, avvenuta nel 1780, si trovò a guidare da
solo, per dieci anni, il suo vasto impero: un grandissimo sovrano, un uomo spesso
solitario e ombroso, poco amato in vita, ma di cui si percepì l’infinita grandezza dopo
la sua morte. La sua concezione politica era lineare: riorganizzare lo Stato intorno al
monarca, al fine di dirigere la società verso il benessere. In particolare due erano le
forze politiche che Giuseppe II considerava ancora troppo autonome dallo Stato: la
Chiesa e la nobiltà; si trattava così di abolire i privilegi di classe e di avocare alla
giurisdizione dello Stato le materie fino ad allora di competenza della giurisdizione
ecclesiastica.
La politica di Giuseppe II non poteva fare a meno dello strumento giuridico:
nella sua ideologia ritroviamo l’ispirazione giusnaturalistica pufendorfiana che
attribuiva la creazione del diritto esclusivamente al sovrano e quella wolffiana che
assegnava al sovrano il perseguimento del benessere comune attraverso l’intervento
in tutte le materie di rilevanza sociopolitica, compresa quella religiosa. In particolare,
i suoi interventi più importanti si riassumono in cinque editti emanati tra il 1781 e il
1789.
Il primo, l’Editto di tolleranza, riconosceva alla religione cattolica la posizione
di culto dominante, ma allo stesso tempo prevedeva la tolleranza dei luterani
riformati, dei greci ortodossi e degli ebrei. Ai tollerati era consentito l’esercizio
pubblico e privato della loro religione, l’educazione dei figli nella propria religione e
la piena uguaglianza dei diritti civili. Non si realizzò dunque una vera libertà
religiosa, perché i culti ammessi erano solo quelli tassativamente indicati.
Del 1783 è invece l’Editto matrimoniale che attribuisce al matrimonio natura di
contratto civile, dunque con alcuni anni di anticipo rispetto alla Francia; la sua legge
regolatrice diventava il diritto civile e per i sudditi cattolici il sacerdote celebrante
rivestiva la funzione di pubblico ufficiale. La legge matrimoniale riconosceva validità
ai matrimoni tra cattolici e acattolici tollerati, e limitava il numero degli impedimenti
dirimenti rispetto a quelli fissati dal diritto canonico.
Nel 1786 fu promulgato l’Editto successorio, volto ad introdurre una disciplina
unitaria della materia successoria senza distinzioni di ceto sociale, nell’interesse della
borghesia: la capacità di testare era fissata a 24 anni, si stabiliva la divisione dell’asse
ereditario tra i figli in quote eguali e si limitavano i casi di comunione per favorire
una libera circolazione dei beni.

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Sempre nel 1786 Giuseppe II provvide ad abolire i monopoli commerciali delle
corporazioni con l’Editto sulla libertà di commercio. Infine, nel 1789, con l’Editto sui
riscatti fondiari, i contadini dei fondi nobili vennero trasformati da soggetti a dominio
feudale in affittuari ereditari e si permise la vendita delle terre feudali ai contadini,
purché ciò avvenisse nei confronti dei singoli e non di collettività.

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