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René Adolphe Schwaller de Lubicz

LA SIMBOLICA E IL SUO CARATTERE IERATICO


Introduzione, traduzione e cura di Daniela Boccassini

Introduzione

Nel 1949 usciva dalle presse della stamperia Schindler, al Cairo, un libro di meno di cen-
tocinquanta pagine, corredato da numerose tavole e figure: Le Temple dans l’Homme. Era
il primo bilancio che René Schwaller de Lubicz traeva dal lavoro quasi decennale presso il
tempio di Luxor, da lui svolto inizialmente solo con l’assistenza della sua compagna Isha e
della di lei figlia Lucie Lamy, poi con l’appoggio di una piccola équipe che contava in parti-
colare il giovane egittologo Alexandre Varille. Schwaller era perfettamente cosciente del fatto
che il lavoro suo e della sua esigua équipe avrebbe incontrato l’ostracismo degli specialisti in
ambito accademico, così a motivo dell’approccio da lui e dai suoi favorito («L’egittologia va
praticata all’aperto, sui luoghi, non solo nel chiuso di qualche ufficio», 1949/77: 98), come in
ragione delle assisi e degli scopi che tale lavoro si prefiggeva (il recupero di una «mentalità
del tutto estranea ai ricercatori di formazione classica», ivi: 102; una mentalità fondata, come
vedremo, sulla simbolica). Dunque Schwaller dichiarava lucidamente:

So quali critiche susciteranno queste affermazioni. Vi sarà però forse anche chi capirà che
a essere proposto qui è un nuovo metodo per lo studio del passato, ed è di tutto cuore che mi
offro come guida a costoro. Non è alle masse che mi rivolgo. (ibid.)

Parole, si direbbe, profetiche. Perché infatti l’approccio simbolico di Schwaller, di Varil-


le e dei loro collaboratori, nel suscitare l’interesse di numerosi intellettuali francesi aveva
infastidito al contempo, così al Cairo come a Parigi, i rappresentanti dell’egittologia acca-
demica e di una cultura ufficiale “modernista”, che agli scritti e al metodo del “gruppo di
Luxor” si fecero un dovere di opporre subito una stroncatura senza appello.
Il direttore della Revue du Caire, all’epoca Alexandre Papadopoulo, aveva già nel dicem-
bre 1949 pubblicato una lunga, feroce stroncatura del libro; la risposta di Schwaller, apparsa
nel febbraio 1950 sulle pagine della medesima rivista, era accompagnata da ulteriori attacchi
di Papadopoulo, che chiamava a raccolta, citandone le opinioni allineate alle sue, quelle che
riteneva essere le figure più autorevoli dell’egittologia. A essere denigrato era precisamente
l’approccio simbolista, e con esso il principio di una saggezza altra dal razionalismo di origine
greca, unica via al progresso e alla modernità, secondo il parere del recensore:

… non è difficile rinvenire in queste teorie degli “Antichi” un misto di opinioni attinte
soprattutto a un bergsonismo malcompreso e alle filosofie indiane e dell’estremo oriente. …

Quaderni di Studi Indo-Mediterranei X (2017): 31-48


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È essenziale soprattutto considerare tale significato esoterico da una prospettiva scientifica,


constatare che esso è presente in tutte le raffigurazioni dei popoli primitivi, e che tali vie
dell’occultismo non costituiscono, sia ben chiaro, null’altro che errori e vie senza uscita
della ragione, che ha progredito solo nella misura in cui ha girato le spalle al mito e si è
universalizzata … un uomo del ventesimo secolo precipita ovviamente in un ridicolo che
non merita commento quando prenda sul serio il significato ermetico delle antiche raffi-
gurazioni egizie e creda di ravvisare nella loro saggezza nascosta delle conoscenze valide
sull’Universo e delle risposte ai problemi dell’umanità odierna … l’uomo dell’antichità non
ha progredito che nella misura in cui ha girato le spalle ai miti di qualsiasi origine alla luce
del razionalismo ellenico. (Papadopoulo 1949: 144-47)1

Il 1950 fu dunque l’anno della «querelle des égyptologues», da cui risulta con chiarezza
il rifiuto degli egittologi (non solo di Papadopoulo) di accettare che la posta in gioco per
Schwaller non era affatto l’archeologia in quanto disciplina accademica, bensì lo studio
della mentalità vetero-egizia in quanto forma mentis da comprendere e far rivivere, nel
tentativo di salvare l’umanità dall’autodistruzione cui l’iper-razionalismo utilitaristico l’a-
veva consegnata. Le parole appena citate sono emblematiche della ricezione che Schwaller
incontrava quasi ovunque. Qualche mese dopo, l’intellettuale André Rousseaux mise per-
fettamente a fuoco la questione, presentando però la visione di Schwaller e degli archeologi
del “gruppo di Luxor” in una luce finalmente diversa:

L’opinione degli studiosi simbolisti è che nella civiltà faraonica il tempio comporta nelle
sue linee, nei suoi volumi, nelle sue sculture, nelle sue iscrizioni tutto un gioco di corrispon-
denze con i ritmi della natura: ma non quelli cui l’uomo vagamente s’accosta con i propri
sensi, bensì quelli che precisamente coglie con il suo intendimento. Il ritmo del mondo è
iscritto nel movimento degli astri, ed è questo il motivo per cui i simbolisti affermano che il
tempio egizio è a immagine del cielo: a motivo del suo relazionarsi ai periodi astronomici
e del suo armonizzarsi con le rivoluzioni celesti esso è in continua evoluzione. (Dufour-
Kowalski 2006: 165; Roland Barthes avrebbe ripreso lo stesso argomento in un articolo
pubblicato su Combat il 25 ottobre 1951, v. Marra 2008: 316-17)

La conclusione che Rousseaux traeva apriva nuove prospettive di cultura generale, quel-
le appunto che l’egittologia accademica, e con essa buona parte del mondo della cultura, si
dimostrava poco o nulla incline a esplorare:

Ma ecco ciò che conferisce a questa querelle ampiezza e importanza. Non si tratta solo di
una diatriba tra dotti, su una questione particolare di poco interesse per il resto del mondo della
cultura. L’ingresso nella metafisica della civiltà faraonica, se gli egittologi simbolisti ne deten-
gono la chiave, rappresenta la rivelazione di un universo di idee e di coscienze la cui scoperta
potrebbe forse illuminare molti misteri dell’Antichità. Non è solo la verità interna al mondo
egizio che si aprirebbe a prospettive straordinarie. … E so di non essere l’unico tra i visitatori
dell’Alto Egitto a essere colpito dalla straordinaria apertura di orizzonti conoscitivi che il rin-
novamento dell’Egittologia potrebbe oggi prospettarci. (Dufour-Kowalski 2006: 167).

1 Non posso resistere alla tentazione di notare come la Revue du Caire facesse al contempo ampia
pubblicità, nelle prime pagine dei suoi fascicoli, alla Cocacola, alle compagnie di assicurazione,
a Air France, ai grammofoni, e a tutto ciò che poteva contribuire a rinsaldare nella mente dei
lettori precisamente il mito, non riconosciuto come tale, della modernità e del progresso.
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I coniugi Schwaller sarebbero rientrati definitivamente in Francia pochi mesi dopo, nel
corso del 1952; forse il loro soggiorno di studio volgeva comunque al termine, ma certo gli
sconvolgimenti politici in Egitto furono in questo senso determinanti. Nei mesi precedenti
la loro dipartita entrambi avevano pubblicato altre opere – andate quasi completamente
distrutte nell’incendio della stamperia Schindler al Cairo, durante le sommosse del gennaio
1952. Nel 1950 erano usciti i due volumi di Her-bak e la sintesi degli aspetti teoretici del
medesimo, Contribution à l’égyptologie ad opera di Isha; nel 1951 René aveva dato alle
stampe Du symbole et de la symbolique. Ciascuno a modo suo, gli Schwaller avevano così
inteso trasmettere ai lettori, in modo diretto, quanto fosse essenziale recuperare la men-
talità simbolica non solo per comprendere qualcosa dell’antico Egitto, ma per riattivare
al contempo nella psiche dell’uomo moderno una forma d’intelligenza andata perduta in
Occidente: quella gnosi, cui l’Antico Egitto aveva dato il nome di «intelligenza del cuore».
Dopo il ritorno in Francia, gli Schwaller avrebbero continuato per un altro decennio, cioè
fino alla morte, a rielaborare, sistematizzare e distillare il frutto delle loro ricerche e cono-
scenze. Per entrambi, seppure in modi diversi, l’«intelligenza del cuore» rimase il centro
assoluto dell’attenzione, quale alternativa e complemento indispensabile all’intelligenza
argomentativa, cerebrale. A distanza di mezzo secolo appare evidente come questo sia stato
il lascito di entrambi, l’essenza stessa del loro lavoro, come comprova il breve saggio che
qui propongo alla lettura, composto da Schwaller nel 1956 per il Congresso dei Simbolisti, i
quali pure non si dimostrarono pronti a recepire il messaggio (Dufour Kowalski 2006: 238-
39). «La Symbolique et son caractère hiératique» ripresentava l’essenza di quanto Schwal-
ler aveva espresso nel 1951 in Du symbole et de la symbolique. Questo saggio venne poi
rielaborato e ampliato da Schwaller, ma era ancora inedito alla sua morte. La versione
ampliata venne inclusa da Isha nella collezione di scritti Le miracle égiptien, che apparve a
stampa dopo la morte di lei, nel 1963. A ulteriore riprova della centralità di questa visione,
il 10 dicembre 1960 (esattamente un anno prima della morte di Schwaller) usciva a Parigi
l’edizione di Propos sur ésoterisme et symbole, prima formulazione di questi stessi principi
risalente ai tempi di Luxor (Natale 1947; 1960: 79). Anche questo testo rimase essenzial-
mente ignorato: la critica di Schwaller ai rischi mortali insiti nella visione reificante del
razionalismo occidentale era troppo radicale, nella sua immediata, visionaria semplicità,
per poter essere accolta, o anche solo intesa, in quegli anni.

Per formazione ingegnere chimico, René Schwaller non poteva certo essere accusato di
aver nutrito fantasticherie esoteriche ignorando la scienza occidentale e le sue più recenti
scoperte; al contrario, era proprio a partire da uno studio attento di quelle, da un serrato
dialogo interiore con l’insieme delle discipline fondatrici dell’epistemologia occidentale,
e al contempo con le discipline cosiddette ermetiche, che egli aveva sviluppato la sua pro-
posta alternativa. In Du symbole et de la symbolique era proprio l’analisi delle più recenti
scoperte nel campo della fisica quantistica che aveva condotto l’autore a constatare come
la scienza razionalista e meccanicistica occidentale avesse raggiunto una soglia, quella del
comportamento dell’energia, oltre la quale il suo usitato modo di spiegare il funzionamento
dell’universo, e con esso la sua stessa logica, non erano più applicabili. Una diversa forma
d’intelligenza non solo si dimostrava necessaria, argomentava Schwaller, ma veniva chia-
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mata in essere da quelle stesse scoperte – una forma di intelligenza in grado di evitare la
reificazione come modalità di conoscenza. In altre parole, se le scoperte della scienza veni-
vano a comprovare i limiti del modo meccanicistico di interpretare la realtà, l’intelligenza
umana essendo comunque parte della coscienza cosmica, l’espansione della maniera di in-
tendere il cosmo richiesta all’umanità dalle sue stesse scoperte era, secondo Schwaller, par-
te di una dinamica evolutiva universale. Proprio qui si inserisce, per Schwaller, la necessità
di interrogarsi sulle forme di intellezione sviluppate dall’umanità nel corso della propria
presenza sulla terra, e la conseguente necessità di constatare che l’intelligenza analitica di-
venuta dominante in Occidente non solo non fu mai l’unica in uso, ma in tempi e fra popoli
altri, non fu nemmeno quella dominante. Se la caratteristica principale dell’intelligenza
analitica è quella della reificazione dell’oggetto (legata a una forma di dualismo separativo
degli opposti), vi è almeno un’altra forma d’intelligenza di cui l’essere umano si è dimo-
strato capace nel corso della sua storia: l’intelligenza analogica o simbolica, su cui si fonda
appunto, in base agli studi e alla comprensione degli Schwaller, il sapere dell’antico Egitto.
Secondo Van den Broeck nel 1960, dunque nei suoi ultimi mesi di vita, Schwaller con-
siderava fallimentare l’approccio da lui dato all’argomento in Du symbole et de la symbo-
lique, precisamente a motivo dell’impossibilità di usare il linguaggio argomentativo per
comunicare quella dimensione della coscienza che trascende il ragionamento analitico:
«Never mind that it was efficient in your case, it was a flawed undertaking. […] I disavow
the approach of speaking their language; it is not the way to say what has to be said.» (1987:
73) Ciò pare confermato dalla pubblicazione nel 1960 di Propos sur ésoterisme et symbole,
testo risalente al 1947, che inquadra invece l’«intelligenza del cuore» nella prospettiva
dell’esoterismo – seppure con il preciso, radicale proposito di sottrarre a quest’ultimo ogni
forma di esotericità per riportarlo alla sua essenza di gnosi, di conoscenza immediata, di
“confondimento” della coscienza nel suo modo di essere congenitamente relazionale:

L’esoterismo non è un “significato particolare nascosto in un testo” bensì uno “stato di


confondimento” fra lo stato vitale del lettore e lo stato vitale dell’autore; ciò nel senso della
visione spirituale, spaziale, sintetica che, appunto, cessa con la concretizzazione del pensiero.
Pertanto l’insegnamento esoterico non è che una “evocazione” e non può essere null’al-
tro. L’iniziazione non risiede nel testo, quale che esso sia, ma nella cultura della “intelligenza
del cuore”. Con ciò non vi è più nulla di “occulto”, o di “segreto”, perché l’intento degli
“illuminati”, dei “profeti” e degli “inviati del cielo” non è mai di nascondere, al contrario.
(1960: 78)2

Contrariamente a quanto affermato dalla maggior parte degli studiosi dell’epoca, gli
Schwaller ravvisavano nell’intelligenza simbolica fondata sul “confondement” non una
forma di primitivismo magico pre-cosciente, bensì un’intelligenza olistica più vasta, e più
cosciente, di quella analitica:

La storia dell’Uomo è, assai più che una storia fisiologica, la storia della Coscienza e un
essere umano, cosiddetto primario, dissimile dall’Uomo attuale, potrebbe benissimo essere
più ricco di noi per quanto riguarda la vera conoscenza della Natura e dei suoi segreti, in
quanto istintivamente più con-fuso con essa e al tempo stesso dotato di una “coscienza” di

2 Il principio qui evocato è quello ermetico per eccellenza: cfr. CH XIII:17 in particolare, su cui
v. Kingsley 1996.
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questo istinto; insomma, un essere umano ricco di quella “intuizione” che il nostro cerebra-
lismo ha soffocata. (1961: 90; tr. it. 84-85)

Non vi è dubbio che l’«intelligenza del cuore» di cui gli Schwaller perseguirono le tracce
nell’antico Egitto è intimamente affine alla gnosi ermetica, nella quale essi ravvisavano il
nocciolo dell’insegnamento sapienziale egizio. Ma questa intelligenza, questa gnosi, è anche
ciò che la tradizione alchemica, la cosiddetta filosofia presocratica, il neoplatonismo soprat-
tutto teurgico e il visionarismo dantesco hanno ripetuto e trasmesso, in modi cui la cultura
occidentale ha per lungo tempo opposto il più radicale rifiuto, perché abbagliata appunto dal
progresso della ragione analitica e discorsiva. E non è certo un caso se una nuova compren-
sione di questi testi della nostra tradizione “esoterica”, una nuova comprensione del simbolo e
del mito, si siano lentamente venuti facendo strada – inizialmente grazie a Mead, a Jung, agli
Schwaller, a Corbin, per non citare che coloro che in questo volume hanno trovato posto – at-
traverso la scoperta “teosofica” delle “filosofie orientali” e della gnosi antica. Convinta della
superiorità dell’attività discriminante nella sua intenzione classificatoria, la scienza analitica
occidentale ha finito per dimenticare, o negare, quello che fu il fondamento del sapere anche
in Occidente: il ri-conoscimento, la mente-memoria innata. Ha sottovalutato il significato e le
implicazioni di ciò che la funzione comporta, e soprattutto il tipo di mentalità, di visione del
mondo, necessarie per riconoscere il ruolo e le caratteristiche delle funzioni. Oggi iniziamo
forse a vedere come alla base di tale intelligenza innata vi sia una visione olistica, che ricono-
sce un tessuto di connessioni viventi che rendono tutto parte del tutto. È stato necessario, per
ritornare a vedere questa Erkenntnis, compiere un lungo periplo – e siamo solo all’inizio del
percorso, della lunghissima via del ritorno:

Eppure vi è un immenso potere nel mondo che ci circonda, un potere che non è svanito
soltanto perché noi non siamo più in grado di notarlo. Rivitalizzare la capacità cognitiva in-
centrata sul cuore può aiutarci, tutti, a recuperare una percezione personale della viva e sacra
intelligenza insita nel mondo, insita in ogni specifica cosa. Tale capacità ci fa progredire da
un orientamento razionale nell’universo morto e meccanico a un approccio in cui le singo-
larissime percezioni del cuore vengono notate e rafforzate, a una profonda esperienza della
viva animatezza del mondo. Man mano che si approfondisce, tale processo rafforza la nostra
sensibilità spirituale, e, sviluppandosi, contribuisce a darci una migliore comprensione della
nostra stessa sacralità. (Buhner 2004: 121-22)
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LA SIMBOLICA E IL SUO CARATTERE IERATICO


(Panoramica delle sue finalità e del suo metodo)1

Fu attraverso lo studio del pensiero faraonico che il significato profondo del simbolismo
mi divenne, poco alla volta, chiaro. Questo fatto spinse André Rousseaux, all’epoca della
sua polemica sul Figaro, a presentare il nostro gruppo di studio di Luxor come simbolista
in opposizione a un’egittologia classica e storicistica.2
Oggi, a mio parere, il termine “simbolo” è utilizzato in modo improprio, poiché nella
maggior parte dei casi non risponde all’accezione originaria del termine. Non avendone
altri a disposizione, ho dovuto servirmene per indicare il mezzo extra-razionale di tra-
smissione della Conoscenza utilizzato dagli Antichi, avendo scartato il termine «mate-
malogia dei fenomeni», più esatto ma troppo lungo. È dunque al fine di differenziare il
significato particolare del vocabolo simbolo dal suo uso corrente generalizzato che parlo
di simbolica.3 La simbolica è da intendersi come un metodo, una modalità di trascrizione
per immagini di una visione intuitiva, ma anche come modalità di investigazione a un
livello superiore di intellezione, che si produce allorquando osserviamo il fenomeno na-
turale come simbolo.
È questo, a mio parere, l’aspetto del simbolo nella simbolica che può giustificare il
nostro interesse specifico, in questa fase della storia dell’umanità. Giacché in questo
momento drammatico, in cui il nostro mondo raggiunge i limiti delle capacità razionali,
coloro che si preoccupano dell’avvenire sono alla ricerca dell’apertura che permetta di
salvare il pensiero.
Ci si occupa già di un pensiero sovrarazionale. Ma tale pensiero è possibile, nella direzione
di un “eccesso” razionale, quale si vede nella teoria della relatività, nella geometria non euclidea
delle curve e dello spazio, nell’arte astratta? È sempre un procedere nella stessa direzione, con
gli stessi strumenti; le frontiere vengono fatte indietreggiare, ma non vengono oltrepassate.
Certo la scienza si sottrae a tale inquietudine, compiacendosi ancora del presentimento

1 Le parentesi tonde fanno parte del testo originale dell’autore. {…} indica, nel testo e nelle note, una
sezione di testo modificata nel passaggio dalla versione 1956 a quella 1963. […] indica una sezione
di testo introdotta nel 1963 a modifica di quello del 1956. <…> indica un’integrazione del traduttore.
Per evidenziare i paragrafi del 1956 che non hanno trovato posto nell’edizione a stampa del 1963 li
ho fatti precedere da un asterisco.
2 V. Rousseaux 1950 e l’introduzione qui sopra.
3 Schwaller compie dunque un’operazione analoga a quella che, non molti anni dopo, avreb-
be compiuto Corbin creando il termine imaginal in alternativa a imaginaire per recuperare le
connotazioni originarie del termine, andate perdute con lo scivolamento semantico occorso nei
secoli e le mutazioni socio-culturali prodottesi in Occidente.
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di una possibile riconduzione di tutti i problemi a una sintesi finale. Fu questo il credo
del geniale Einstein, che si ostinò a negare il principio d’indeterminazione enunciato da
Heisenberg. È passato all’altro mondo persuaso che un giorno sarà possibile rispondere
logicamente, razionalmente, a qualsiasi interrogativo.
Per il pensiero occidentale, razionale, analitico, è certo inquietante ammettere che le cose
potrebbero non stare così: sarebbe un ricadere {nella filosofia},4 aprendo così il varco a un
misticismo di bassa lega.5
*I nostri sapienti hanno ragione, poiché della filosofia non conoscono che la dialettica
greca dei tempi della ricerca, successiva alla chiusura dei templi iniziatici, così nell’Ellade
come in Egitto.
*Oggi con il progresso scientifico, cioè con l’ampliamento delle conoscenze relative
alla materia, le nuove cognizioni richiedono non solo un nuovo vocabolario, ma soprattutto
nuove posizioni epistemologiche. Il fatto che la matematica si affermi come strumento di
studio comprova la necessità di orientarsi verso una mentalità “funzionale” in alternativa
alla descrizione verbale dell’oggetto. Ciò è, a mio parere, molto più importante dell’oggetto
della scoperta in quanto tale, perché la mentalità, la disposizione “impulsiva” del pensiero,
ha a che fare con la natura stessa dell’essere umano e ne condiziona la posizione quale che
sia la direzione presa dalla sua curiosità, dalla sua ricerca, dalla sua fede.
*Già la matematica, che Wronsky ai suoi tempi auspicava trasformare in linguaggio uni-
versale, si scontra con il limite di una logica a senso unico. L’incertezza di una determinazione
simultanea, nel tempo e nello spazio, rivelata da quell’universo di campi di forze che è l’ato-
mo, implica almeno due conseguenze per il sillogismo tradizionale. Qui il pensiero si avvicina
a un ambito nel quale diviene difficile rimanere ancorati alla quantità. Bisognerà finire per
ammettere l’esistenza di un fattore caratterizzato, attivo, pur trattandosi di una pura astrazione.
*Forse in questa nuova luce percepiremo un nuovo aspetto, in realtà il senso vero, di ciò
che gli Antichi in Egitto chiamavano i “Neter”, e i Greci “Daïmoni”, allo stesso modo in cui
il fisico, oltrepassando la molecola, trova una materia fatta soprattutto di energia e di vuoto,
vuoto dall’aspetto corporeo o che ne dà l’illusione.
*Siamo costretti a parlare di atomi, di neutroni e di nuclei, di campi di forza, tutte nozioni
che la nostra intelligenza cerebrale riduce a quantità conchiuse in un tempo e uno spazio
definiti, cioè a un’oggettivazione di cui già sappiamo che è essenzialmente errata, perché
siamo in presenza di movimenti estremamente complessi, di forze ordinate all’interno di
un immenso disordine apparente: l’Universo al microscopio di un pensiero sovrarazionale.
*Se bastasse tradurre il nuovo pensiero imposto dalle nuove certezze non a parole bensì
con formule simboliche di significato generale, il linguaggio della matematica potrebbe
bastare al fisico, perché costui può introdurre nelle sue equazioni dei simboli convenzionali
che ammettono ciò che non sappiamo descrivere, come ad esempio la quarta dimensione o
un qualsiasi valore immaginario.
*Ma si tratta in questo caso di simboli convenzionali che non hanno nulla a che vedere
con la simbolica, queste non sono che convenzioni sostitutive, le quali non consentono di

4 Ed. 1963: {in una filosofia della quale esso ignora le scaturigini intuitive}.
5 Nell’ed. del 1963 Schwaller espunge i dieci paragrafi seguenti (qui preceduti da un asterisco),
sostituendoli tutti con un unico paragrafo: «Tuttavia è innegabile che oggi si manifesta nel no-
stro mondo umano un’élite che si contraddistingue per il richiamo imperioso di una Coscienza
superiore intesa a partecipare a una conoscenza che vada oltre il Sapere razionale.»
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fare il “grande passo” che ci condurrebbe da un razionalismo restrittivo a un sovraraziona-


lismo illimitato e, ciò nonostante, positivo.
*È qualcosa del genere che ci insegnano i Saggi dei tempi antichi. È ugualmente qual-
cosa del genere che presagisce l’arte, e la poesia in particolare, specchio del presente e allo
stesso tempo profetica, da sempre strumento di un’umanità ipersensibile. Sì, ma oggi le
corde necessarie a quell’arpa non esistono più, occorrerebbe all’arte una sostanza psichica,
dato che abbiamo raggiunto la fine della materia corporale.
*Eppure siamo dotati di un corpo fisico, i nostri sensi constatano un Universo fisico, o
che quantomeno è tale per noi, per e attraverso i nostri sensi, sebbene l’essere impondera-
bile in noi ci spinga a indagare oltre il sensibile.
*È a questo conflitto che sopperiva il Tempio della Sapienza.
*Dinanzi e oltre il sapere che riconosce il fenomenico si situa la Conoscenza. Che non
può essere se non conoscenza del Fenomeno essenziale e generale, quel fiat lux che il nostro
razionalismo localizza in Dio sa quale inizio.
*Sono invece convinto che questo fiat lux avvenga ogni giorno e ad ogni istante di ogni
giorno, perché nulla sussisterebbe se il continuo svanire della materia corporea in energia
non fosse compensato dal divenire, a partire dall’energia pura e non polarizzata, di una so-
stanza prima che, seguendo il ciclo naturale, diviene materia sempre più densa e corporea.
*Perfino i nostri fisici devono ammettere che tutto inizia e tutto finisce con la luce, il cui
carattere quantitativo ci sfugge.
Si è tentati di dire che se il dovere dello scientista <du scientiste> è di lavorare con
fede, con mezzi {riconosciuti},6 anche se se ne riconosce la limitatezza, dovere del filoso-
fo è di ricercare la via che possa, se non vincere il limite, quantomeno farlo indietreggiare
quanto più lontano possibile.
È questa {a mio parere}7 una concessione che il {cacciatore}8 di Conoscenza non deve
più fare. A costo di parere utopista, deve osare prendere una posizione in assoluta conformi-
tà con lo scopo che si prefigge. Ciò non significa opporsi a ciò che è, ma ricercare una via
nel deserto con i soli mezzi che il deserto ci offra: terra e cielo.
Quale che sia la sua perfezione o imperfezione, l’uomo odierno rappresenta per noi l’e-
stremo prodotto organicamente vivo nell’Universo. Che esistano esseri più perfetti, cioè più
prossimi alla realtà immutabile, {possiamo ammetterlo ma non ne sappiamo nulla}.9 Tutti
gli esseri che possiamo osservare [sulla nostra Terra] hanno qualcosa in meno di noi e dob-
biamo pertanto concluderne che tutti gli aspetti della Natura hanno partecipato al divenire
del nostro essere umano. Questo è il pensiero di base di qualsiasi Conoscenza tradizionale.
Non si tratta di un microcosmo accanto a un macrocosmo, ma dell’Universo incarnato
{dall’uomo},10 l’Antropocosmo. Pertanto possiamo conoscere sensorialmente, intellettual-
mente e intuitivamente solo ciò che in noi è innato, ciò che siamo, inconsciamente, ma di
cui in certi momenti è possibile risvegliare la consapevolezza.
Solo attraverso questa indiscutibile realtà antropocosmica può esservi simbolo. Tutti i

6 ed. 1963: {classici}


7 ed. 1963: {a mio modo di credere} selon ma foi.
8 ed. 1963: {il cercatore} le quêteur.
9 ed. 1963: {ogni grande epoca ne ha lasciato delle testimonianze. Quale che sia lo scetticismo dei
materialisti, devono arrendersi a quest’evidenza:}
10 ed. 1963: {nell’uomo}
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fatti naturali, tutti i fenomeni che ci è dato di constatare possono essere simboli, ma non
lo diventano se restano senza risposta.11 Anche prendendo il termine simbolo nella sua ac-
cezione di «mezzo [concreto] di riconoscimento», esso sta a significare la chiamata di una
controparte [astratta].
Si può essere simbolisti in diverse accezioni del termine, ma se si vuol dare alla
«simbolica» il valore di dottrina {di condotta},12 onde evitare di intendere il simbolismo
come mero punto di vista che spiani la strada a ogni sorta di interpretazione soggettiva,
per non dire fantasiosa, occorre dare al termine «simbolica» uno stato civile chiaro e
rigoroso.
Tale è l’intendimento di questo breve esposto, che vi prego di accogliere come contribu-
to a questa indagine.13
Ciò che il mistico può percepire nello stato d’estasi gli appartiene in proprio, è qualcosa
di totalmente personale. Non potrà trascriverlo, se non per immagini che nulla rivelano alla
nostra intelligenza ordinaria [cerebrale], sensibile solo ai fenomeni tangibili. L’estasi rap-
presenta una certezza solo per l’essere d’eccezione che è stato così rapito. Tale rapimento
significa un trasporto dell’essere al di fuori dei limiti restrittivi del nostro mondo corporeo
e cerebrale. L’estasi è fine a se stessa e a seguito di tale rapimento l’individuo potrà divenire
apostolo che proclama, ricorrendo alla fede. Ma questa non è la Conoscenza. La Cono-
scenza esige infatti che il Conoscente mantenga un legame con il nostro mondo tangibile.
La Conoscenza deve liberare l’essere dalle frontiere limitanti, ma l’essere deve restare in
contatto con l’Universo sensibile, ponderabile.
La Conoscenza è un termine intermedio tra l’indefinibile [spirituale] e il finito [percetti-
bile]. Ciò richiede per il Conoscente, che chiameremo il Saggio, uno strumento sensibile di
trasmissione a carattere universale, e da parte dell’uomo, cui tale strumento si rivolge, una
facoltà intellettiva conforme a tale strumento.
Tale strumento non può essere che la forma, sia essa Numero, Colore, Suono, Imma-
gine piana o Volume. Ma il requisito imprescindibile è che tale forma non abbia nome,
nome convenzionale, poiché il nome costringe subito l’universalità della forma {all’ambito
dell’intelligenza cerebrale}.14
Quali sono, allora, i nostri strumenti d’intellezione?
Ho asserito che ogni fatto, qualsiasi fenomeno percettibile mediante i sensi e le facoltà
cerebrali, dunque qualsiasi nozione definita, può essere simbolo. Viceversa, consegue da
tale enunciato che tutto quanto è, in un modo qualsiasi, oggettivabile [e dunque percepi-
bile tramite i sensi] non può che essere simbolo, cioè {istanza}15 che richiama una contro-
parte [ideale (astratta)]. E dunque la controparte non potrà mai essere oggettivabile, non

11 Come si può vedere, il principio dell’Antropocosmia non implica affatto una superiorità dell’es-
sere umano sul creato in senso, diciamo così, prometeico, bensì l’esatto contrario: nell’Antropo-
cosmo è l’intero creato che risuona e vive ed è dunque questo legame vitale con il tutto vivente
che l’essere risvegliato alla Sapienza è in grado di recuperare, coltivare, promuovere attraverso
la conoscenza simbolica, la quale è un rispondere dell’essere umano al richiamo, al linguaggio,
di tutto ciò che vive.
12 ed. 1963: {«direttiva»}
13 Frase intesa per l’esposizione orale, in occasione del congresso dei simbolisti del 1956, espunta
nella rielaborazione del testo a stampa del 1963.
14 ed. 1963: {per mezzo dell’attribuzione specifica così imposta}.
15 ed. 1963: {espressione concreta}
40 René Adolphe Schwaller de Lubicz

sarà in quanto tale che simbolo, simbolo che richiama. Il fenomeno diventa simbolo solo
quando evoca in noi, non una qualche cosa, bensì uno stato d’essere che siamo impossi-
bilitati a descrivere, ma che possiamo vivere.16
Che significa ciò?
{Tutto ciò che comprendiamo cerebralmente è quantificato o quantificabile}.17 Ogni
astrazione è {inquadrata}18 da valori concreti, altrimenti sarebbe solo una parola priva di
significato mentale. Per contro l’intuizione, prima di trovarsi avvolta da nozioni concrete,
è un’intelligenza in presa diretta, e in quel momento viviamo quella Conoscenza.
Ma oltre alle facoltà cerebrali abbiamo un’ulteriore fonte “intellettiva”, e cioè il confondi-
mento psichico, fonte di tutto ciò che proviamo in quanto emozione. Il fisico si lascia pene-
trare dallo psichico, che {è uno stato} esorbita{nte} il nostro tempo e il nostro spazio fisici,
ed è per questo che parlo di confondimento con lo psichico {, sebbene quest’ultimo divenga
ugualmente corporeo rispetto allo psichico come tale e possa, confondendosi con un sogno
fisico, entrare in contatto di non confondimento con uno stato psichico di quest’ultimo, e
possa pertanto distinguerlo}.19 L’emozione, la viviamo. Possiamo comprenderne la causa
materiale, possiamo comprenderne le conseguenze materiali, ma non possiamo far altro che
vivere l’emozione in sé, {cioè possiamo provarla}, e non comprenderla.
Ebbene, al di là di questa facoltà intellettiva psichica possediamo un’altra facoltà ancora,
ed è questa la scaturigine {di ogni intellezione: si tratta del senso di sintesi, fonte}20 della no-
stra coscienza dell’armonia. Ed è proprio a questo senso di sintesi che si rivolge la simbolica.
Per sintesi solitamente intendiamo una combinazione di elementi tra loro coordinati a
formare una nuova totalità. Quanto a me, do alla parola sintesi un significato diverso, quello
di potenzialità. Concepisco, per esempio, il seme di una mela come la sintesi, la poten-
zialità, del melo. Viceversa il melo che ne procede sarà, attraverso il processo vegetativo,
l’analisi di quella sintesi, della quale possiamo poi figurarci cerebralmente un composto cui
diamo il nome globale di melo.
Ogni seme è la sintesi di ciò che il seme produrrà, e ciò che il seme produce è il simbolo
[concreto] di tale sintesi [virtuale], che quell’apparenza [concreta], [il simbolo], evoca.
Nella simbolica, tale virtualità evocata costituisce la vera risposta, la controparte [astratta]
del simbolo [concreto]. Non la si può descrivere, non la si può concretizzare, eppure la
conosciamo, è certa e reale, come dimostrato dal seme.21
{ È } il nostro senso di sintesi {che} {presiede a tutto il nostro essere e a}22 tutti i nostri

16 Cf. infra il paragrafo del testo di Corbin in cui è riferita l’opinione di Jung secondo cui la musica
è catartica quando crea uno stato d’animo: nella visione di Schwaller, questa sarebbe un’istan-
za di symbolique. Si dovrebbe dunque aggiungere che la simbolica potrebbe avere un valore
profondamente catartico – e dunque individuante, cosa su cui sia Schwaller che Jung (nonché
Corbin) sarebbero perfettamente d’accordo.
17 ed. 1963: {Nulla di ciò che concepiamo cerebralmente è del tutto astratto.}
18 ed. 1963: {per forza di cose “avvolta”}
19 Frase espunta nell’ed. 1963.
20 Passo espunto nell’ed. 1963.
21 Nell’ed. 1963 viene qui inserito il paragrafo seguente: {Prestate attenzione a quest’esempio, che
definisce esattamente il vero significato del simbolo, impedendoci così di confonderlo con l’em-
blema o altre raffigurazioni arbitrarie prive di valore filosofico. Intendete bene anche il termine
«sintesi»:}
22 ed. 1963: {equilibra e guida}
La simbolica e il suo carattere ieratico 41

comportamenti. Ci permette di camminare perché, senza che ce ne rendiamo conto psico-


logicamente, andando avanti capiamo l’indietro. Se non avessimo interiormente la cono-
scenza sintetica delle direzioni non potremmo muoverci. Privi di tale senso sintetizzante
non potremmo agire, non potremmo vedere, nonostante {l’occhio},23 perché nulla potrem-
mo discernere fra tutto ciò che riluce. Non potremmo udire, nonostante il meccanismo
uditivo, perché non potremmo isolare ciò che vogliamo udire di fra tutti i [vari] rumori:
tutto sarebbe unicamente [un caos di] rumor[e]{i}.
Ciò che sono la crescita, la vita vegetale, l’analisi provenienti dal seme sintesi <de la
synthèse semence>, l’intelligenza cerebrale lo è rispetto al senso di sintesi. Un suono può
divenire tono musicale solo grazie al nostro senso di sintesi, che determina il rapporto di
quel suono con tutti gli altri suoni che pure non udiamo. Non è una questione di memoria,
perché la memoria è solo unidirezionale. Il cervello è un vivisezionatore, un chimico, un
meccanico, fa parte delle “cose” {bloccate}, confinate entro un limite, i cadaveri della vita.
I Saggi faraonici chiamavano questo senso di sintesi Intelligenza del Cuore, e se riusciro-
no a essere più positivi di quanto lo siamo noi, è perché posero tale facoltà divina nell’uomo
a fondamento della Conoscenza e di tutta la loro scienza, è perché seppero vedere ed espri-
mersi, anche nella scrittura, unicamente per simboli.
Certo la loro scrittura altamente figurativa, simbolica, presenta anche una forma gram-
maticale, una forma cioè leggibile in linguaggio parlato; il senso autentico, ieratico, però lo
si legge, ma non lo si può esprimere a parole.
La simbolica ieratica è una scrittura, non un linguaggio. Il simbolo, nella simbolica, si
rivolge essenzialmente, attraverso il senso di sintesi, alla Conoscenza innata.
Una pietra, ad esempio, si fa simbolo per noi solo se possiamo viverne {cioè «evocar-
ne»} le caratteristiche, quali la durezza e la natura minerale, cosa che poi sentiremo emo-
tivamente prima di analizzarla cerebralmente. È questa evocazione della specificità della
pietra a costituire l’insegnamento del simbolo, non le sue conseguenze emotive e analitiche.
Queste ultime sono la riduzione quantitativa di uno stato trascendente.
Queste sono le ragioni per cui la lettura, in simbolica, richiede un ammaestramento, per-
ché siamo sempre costituzionalmente portati a operare siffatta riduzione.24

***

Con la simbolica si socchiude la porta dell’esoterismo, cioè il mondo dell’impulso dei


moventi. Non è più l’ambito del Come delle cose, bensì quello che risponde al Perché.
Il nostro pensiero scientifico occidentale rifiuta la ricerca delle cause per ovvi motivi:
sono i mezzi esclusivamente cerebrali a sua disposizione a impedirglielo. D’altronde, fino
a oggi entrare nella sfera del perché delle cose non avrebbe avuto alcuna importanza per i
nostri scientisti <nos scientistes>, il cui credo era meramente materialista e meccanicistico.
Non potevano interessarsi che al concatenamento materiale dei fenomeni.
Ai nostri giorni la scienza si vede messa alle strette fino al problema fondamentale della
gravitazione, ed è all’energia cosmica, indeterminata, non polarizzata, che dovrà fare ri-

23 ed. 1963: {la facoltà visiva}


24 Nell’ed. 1963 si inserisce qui un lungo, straordinario esempio di «Simbolo-Sintesi», corredato
dai disegni di Lucie Lamy, nel quale Schwaller esplicita i significati del segno geroglifico sa, a
significare la protezione (1963: 59-63).
42 René Adolphe Schwaller de Lubicz

corso. A quel punto, inevitabilmente, bisognerà chiedersi: perché? perché non vi è nessuna
“ragione ragionevole” che spieghi la polarizzazione dell’energia cosmica. Per “intenderla”,
fatalmente si dovrà ricorrere a una forma {intellettiva}25 superiore, a meno di rifugiarsi
semplicemente nella fede quale da sempre i Saggi offrono alla massa dell’umanità; la quale
fede non perde nulla del suo valore spirituale quando sia sostituita dalla Conoscenza, giac-
ché la scaturigine ultima rimane inaccessibile alla percezione della creatura.
Abbiamo pertanto a che fare, oggi, solo con una fase dell’ampliamento della coscienza,
non con un «rapimento» nella Coscienza assoluta.
Il senso di sintesi, l’Intelligenza del Cuore, è la coscienza cosmica dell’essere umano, così
come la virtualità del melo ne rappresenta l’universalità all’interno del seme. Questa coscien-
za, non specificata se non dall’essere umano, è la coscienza della Natura innata nel suo stato
attuale.26 Si differenzia dalla coscienza psicologica e analitica così come la potenzialità nel
seme si differenzia dalla vegetazione analitica dell’essere cui essa dà forma.
Così come le cose percepite rievocano la nostra memoria, provocando le associazioni di
idee, analogamente (ma su scala più vasta, e più universale) la simbolica si prefigge di evoca-
re uno stato di coscienza che non sia più solo collegamento fra loro di elementi simili (come
nel gioco di memoria), bensì penetrazione nell’essenza dell’“oggetto simbolo” in quanto tale.
Ora, vi sono tre maniere possibili di evocazione:
– nel suo aspetto più elevato l’evocazione simbolica è uno stato di confondimento detto
«Samadi» nello yoga, appannaggio di pochissimi {individui}.27 È l’estasi.
– lo stato più basso di questa evocazione è di natura psichica ed è attivo molto più spesso
di quanto crediamo, soprattutto fra gli {individui}28 particolarmente emotivi.
– lo stato iniziatico dell’evocazione si colloca fra questi due <estremi>: è di carattere men-
tale superiore, cioè di pura astrazione, ma necessita di un termine intermedio fra il richiamo
lanciato al senso di sintesi e l’intuizione pura precedente la sua realizzazione cerebrale.
Abbiamo qui, in senso proprio, la chiave di una scienza che si esprime attraverso la sim-
bolica e rappresenta l’essenza del pensiero faraonico.
Si tratta di “vivere”, ma in pratica ciò è possibile solo mediante la “funzione”.
Per rendere più comprensibile quest’affermazione, pensiamo a quelle che in mate-
matica e in fisica sono note come grandezze immaginarie. Vi si parla di una «radice di
meno uno» come valore immaginario, e analogamente l’asse è immaginario, l’etere dei
fisici di un tempo era un’«immaginaria», perché privo di densità e malgrado ciò ritenuto
più elastico dell’acciaio. Si definisce pertanto immaginaria una realtà logica che sfugge
all’intendimento sensibile sebbene, cosa affascinante, tale oggetto logico sia del tutto
inimmaginabile. Ciò nonostante, siamo intellettualmente certi dell’esistenza di questi es-
seri. E abbiamo tale certezza solo per deduzione dai fatti a noi noti. Volendo collocare
tali valori immaginari all’interno di un’equazione del pensiero, la certezza vi rappresenta
l’ipotesi, intesa a colmare quella lacuna che l’intelligenza cerebrale constata ma non sa
oggettivare.
Pertanto l’intelligenza cerebrale o psicologica permette ogni sorta di combinazioni, ma
ognuno degli elementi di tali associazioni deve provenire da un fatto naturale tangibile.

25 ed. 1963: {d’Intellezione}


26 Cioè a dire in atto, in senso filosofico [N.d.T.].
27 ed. 1963: {mistici}.
28 ed. 1963: {esseri}.
La simbolica e il suo carattere ieratico 43

Quando si crea una lacuna nella combinazione logica, cerchiamo di attribuirle quelle quali-
tà che secondo noi dovrebbero, in base ai fatti tangibili, produrre i risultati da noi desiderati.
Complessivamente possiamo certo affermare, per esempio, che un chicco di grano non
produrrà altro che grano, e che uno spermatozoo umano produrrà un essere umano. <Ma>
tra questi estremi tangibili del fenomeno si pone una fase ontologica della quale in realtà
non potremo mai comprendere, cerebralmente, tutti i «momenti».29
*Al posto della logica equazionale abbiamo qui una logica vitale, condizionata dall’am-
biente cosmico, e non <più> solo da un ambiente fisico limitato. Ecco che allora facciamo
delle supposizioni, necessariamente fallibili, perché fatte di quella materia che, precisa-
mente, è all’origine della nostra incomprensione.
*Non possiamo immaginare le <grandezze> immaginarie, ma possiamo sognare l’im-
possibile, e nel sogno trovare logico ciò che cerebralmente è perfettamente illogico.
*Tanto l’ipotesi di una combinazione di qualità, quanto l’oggetto intangibile e illogico
del sogno comprovano la possibilità di un’intellezione sovra-razionale di genere illimitato,
ma né la supposizione intellettuale né l’oggetto del sogno appartengono all’ordine di gran-
dezza di ciò che il simbolo evoca in simbolica.
*Tutto questo deve solo farci capire che possiamo vivere e sentire in modo immaginario
una funzione, della quale diveniamo psicologicamente coscienti solo attraverso l’oggetto
simbolo che tale funzione precisamente evoca.
*Invece di tutto questo ragionamento avrei potuto semplicemente evocare il precetto
della Saggezza di tutti i tempi: sopprimendo la presenza mentale si diventa vitalmente co-
scienti. Ma era importante passare in rassegna i dati intellettivi di cui disponiamo per ren-
dere accessibile il significato di questa parola. Tutto ciò che esiste in questo Universo, tutto
ciò che percepiamo quale che ne sia il modo ci è, vitalmente, funzionalmente, innato. La
visione intuitiva, cioè la Coscienza esente da coordinate spazio-temporali, verrà suscitata
dall’oggetto o dal fenomeno assunto a simbolo non appena ci poniamo in uno stato mentale
neutro {(privo di pensiero), stato} che ci consente di divenire Funzione, attività vitale uni-
tamente ad esso.30 Conosceremo l’oggetto solo se riusciremo a identificarci a esso, senza
che vi sia però alcuna possibilità di identificazione dal punto di vista materiale. Solo nel ci-
mento della funzione giungeremo al confondimento, cioè a vivere la funzione dell’oggetto.
*La funzione è l’insieme di tutto ciò che informa la logica vitale, fatta di affinità e di scelta.
*Affinità è ciò che genera simpatia o antipatia: riuscire a convivere, o essere respin-
ti. Si tratta di giochi di forze continuamente presenti nella nostra esistenza, cioè nelle
nostre affinità irrazionali: <è> la logica vitale. A predisporre tali affinità è il nostro
sovrumano senso di sintesi che, in ragione della sua universalità, rende possibile ogni
armonia e ogni disarmonia.

29 Nell’ed. 1963 lo svolgimento dei prossimi paragrafi (qui preceduti da asterisco) è stato sosti-
tuito dal passo seguente: {misteriosi, dato che le fasi di questa trasformazione graduale obbe-
discono a una logica la cui vitalità è condizionata dall’ambiente cosmico, non solo da quello
fisico verificabile scientificamente. Ci avvaliamo pertanto di supposizioni per render conto di un
processo che in realtà non potremmo concepire se non identificandoci alle Funzioni cosmiche
da cui tale processo dipende.}
30 Di nuovo nell’ed. 1963 lo svolgimento dei prossimi paragrafi (qui preceduti da asterisco) è
stato sostituito dal passo seguente: {in pratica si tratta di riuscire a sentire e provare la funzione
dell’«attività vitale» dell’oggetto o del fenomeno in questione.}
44 René Adolphe Schwaller de Lubicz

*La scelta è condizionata dalla facoltà enumerativa, governata dal Numero, ovviamente
da intendersi in senso ieratico faraonico, o pitagorico, dove il Numero non è somma di uni-
tà, bensì definizione dei dieci stati possibili nella scala delle affinità, vale a dire la gamma
musicale nella sua interezza.
*Certo è più facile esperire questa evocazione mediante il simbolo di quanto non lo sia
spiegarla, e in questo senso la simbolica è, a tutti gli effetti, lo strumento dell’artista. Ma a
sua volta l’artista non è se non colui che esprime nell’ambito sensibile ciò che gli insegna
la simbolica, la trascrizione simbolica dell’evocazione attraverso il simbolo.
*Diviene così possibile chiarire in cosa consiste la simbolica ieratica: essa è trasmissio-
ne della Conoscenza, non insegnamento teorico. E tale trasmissione è iniziazione mediata
dalla logica vitale dell’oggetto simbolo, non descrizione della relatività di tale oggetto in
relazione a un altro.
Nella simbolica ieratica lo scopo non è più di trascrivere in ambito sensibile, ma di porsi
in una condizione «magicamente» identica a quella dell’oggetto simbolo, così da divenire
pesanti con il peso, rossi con il colore rosso, roventi con il fuoco.
Si tratta di cose possibili a livelli più o meno perfetti, a seconda della nostra preparazione.
Possiamo immaginarci gesti e stati <d’essere> trasmutando così quel che l’oggetto sim-
bolo ci rivela mediante l’osservazione. Ciò risulta più facilmente comprensibile se proce-
diamo all’esecuzione di tale imitazione immaginativa di un essere vivente, come potrebbe
essere, per esempio, imitare immaginativamente i gesti, gli sguardi e le inflessioni di un
nostro interlocutore. Se riusciamo a viverlo in questo modo, lo conosceremo, perché avre-
mo provato emotivamente e mentalmente gli impulsi e le intenzioni che lo costringono a
comportarsi in quel certo modo.
È sempre la “funzione” caratteristica e individuante31 dell’oggetto simbolo che dobbia-
mo proporci di imitare immaginariamente32 per risvegliare l’intuizione che produrrà la no-
stra <presa di> coscienza della «natura» del simbolo. Ragion per cui il simbolo che è un
oggetto d’uso o la raffigurazione di un organo risulterà più facilmente {investigabile}33 che
non un simbolo mentale. Così il geroglifico, cioè il glifo simbolico in Egitto, è perlopiù
raffigurato attraverso il gesto, che chiamerò Principio in atto.34 {Per esempio l’ankh, de-
nominata35 chiave di vita, fungerà da specchio. Si tratta, nell’evocazione mediante questo

31 L’originale francese è «définissante» [N.d.T.].


32 Come si può notare, Schwaller usa interscambiabilmente gli avverbi «imaginativement» e
«imaginairement», mentre l’aggettivo relativo a questa imitazione simbolica rimane sempre il
medesimo, «imaginative», e non diventa mai «imaginaire». Di nuovo, non si può fare a meno
di pensare al mundus imaginalis di Corbin, ed è ovvio che, malgrado tutte le differenze, si tratta
della medesima iniziazione a una visione ieratica, e dunque olistica, del mondo, che affonda le
sue radici nella medesima tradizione alchemico-ermetica, le cui ramificazioni hanno poco alla
volta abbracciato nel tempo larga parte del mondo eurasiatico.
33 ed. 1963: {interpretabile}.
34 Nell’ed. 1963 il paragrafo seguente {Per esempio … operanti} è sostituito da: {Se non si in-
tende «l’apertura del cuore» che l’acquisizione di tale nuova mentalità può indurre, ci si può
domandare: «A che pro tanti sforzi per decifrare un insegnamento da noi così remoto?» Rispon-
deremo: «Per metter fine alla nostra pericolosa caduta, e offrirci uno strumento di risalita verso
il nostro fine sovra-umano». Si tratta di capire infatti che tutto}
35 Il dattiloscritto riporta «comme sous le nom de», ma si tratta senza dubbio di un refuso di
trascrizione dal manoscritto, che doveva dire «connue sous le nom de» [N.d.T.]. In Le roi de
La simbolica e il suo carattere ieratico 45

simbolo, di un’indicazione per così dire «grammaticale», così come nella lingua parlata i
verbi, gli aggettivi, i pronomi, ecc. servono a collegare il significato primario dei sostantivi.
Un analogo proposito induce a presentare le funzioni vitali essenziali sotto forma di scettri,
di bastoni o di corone36 e, in generale, come attributi dei Neter, a loro volta rappresentati
come Sovrani regnanti, operanti.}37 Ciò che è espresso in questo modo va ben al di là della
nostra comprensione ordinaria e riguarda il segreto delle leggi vitali.
Così, la più recente tra le scoperte dei fisici, l’antiparticella, l’antiprotone, è nota e da
tempo descritta dai Saggi faraonici nel simbolo della corona bianca, {personificata} ed
esprimentesi mediante gesti e attributi.
Ma i nostri fisici ridurranno tali conoscenze a strumenti di valore meccanicistico, non
ne faranno strumento di Vita. Quando ci si incammina per una strada, ci si può solo lasciar
condurre da essa verso la sua meta. Lo scopo delle mie fatiche è di orientare {le nostre di-
rettive}, attraverso l’uso del pensiero simbolico – il quale consente di dire ciò che le nostre
lingue anguste non saprebbero esprimere – verso un altro cammino, un cammino diretto,
che conduce l’essere umano oltre il suo stato presente, animalescamente umano.38
A voler considerare la simbolica sotto una luce più ingenua che critica, ci si accorgerà che
si tratta di un modo di intendere e di esprimersi {a noi ben più vicino e}39 facile di quanto
non lo sia la forma cerebrale del nostro pensiero, la cui {erudita} complessità [, inevitabile
per accostarsi ai molteplici aspetti dell’esistenza,] finisce per essere l’appannaggio di {ben}
pochi cervelli, che non sempre, peraltro, reggono il colpo.
È ovvio che per praticare la simbolica occorre innanzitutto un’educazione specifica,
un orientamento guidato del modo di pensare, ma non è forse questa l’intima convin-
zione dei «simbolisti» in generale, che oggi s’impone l’urgenza di una profonda riedu-
cazione dell’umanità?
Certo non è con la teoria che si procederà a tale rieducazione. Solo a forza di ripetere
queste cose con l’intento di creare un’atmosfera [evocativa], {che finisce per suggestio-
nare, può nascere la fede, poi il desiderio di cercare la strada giusta; da sempre si fa
progresso in questo modo soltanto. Ci tengo a ripetere che il simbolo ieratico non è un
simbolo sostitutivo. Non è né una metafora né un’allegoria. La parabola è l’unica forma
letteraria possibile del simbolo ieratico: intende evocare l’illuminazione per via di un
centro-sintesi non oggettivabile.}40

la théocratie pharaonique (1961: 180-82), infatti, Schwaller compie un’analisi dettagliata


dell’ankh, «que l’on dit être symbole de la Vie», nelle sue diverse raffigurazioni, e chiarisce
ulteriormente il riferimento, qui piuttosto criptico, allo specchio.
36 V. 1961: 179-86 per una spiegazione più approfondita di questi simboli dei Principi vitali.
37 Ulteriori specificazioni ed esempi si trovano nel capitolo «De la pensée pharaonique», anch’es-
so parte del volume di saggi Le miracle égyptien.
38 L’avverbio francese «animalement» è ambiguo, dato che in italiano può essere reso sia con il più
neutro «animalmente» che con il più connotato «animalescamente». Qui Schwaller non fa riferi-
mento alla natura fisiologicamente animale dell’essere umano (la quale semmai sarebbe d’aiuto al
superamento dei limiti razionali presenti), bensì al processo di deterioramento delle abilità senso-
riali e intuitive indotto dall’eccesso di razionalismo scientista, come egli chiarisce d’altronde nel
paragrafo successivo, e in modo ancor più esplicito nella conclusione di questo scritto.
39 ed. 1963: {più vivo, più semplice e più}.
40 ed. 1963: {che finirà per risvegliarsi il discernimento, quindi l’attrazione per le concezioni vi-
talmente vere. Da sempre è solo in questo modo che una élite si forma e progredisce all’interno
46 René Adolphe Schwaller de Lubicz

L’umanità non progredirà mai nel senso di un ampliamento della Coscienza soltanto per
via argomentativa o seguendo le leggi della concatenazione logica, né in filosofia, né in
geometria, né in qualsiasi altro cosiddetto simbolismo sostitutivo.
Il progresso profondo del pensiero non muoverà mai di un passo attraverso, per esempio,
la dimostrazione di un nuovo teorema geometrico. A che giova, in prospettiva evolutiva,
dimostrare i rapporti fra il numero aureo (che appunto erroneamente chiamiamo numero) e
il pentagono, lo sviluppo di quest’ultimo in esagono nonché tutte le concatenazioni logiche
dei solidi platonici regolari? Tali cose mi sono ben note; di per sé altro non sono, sempre e
comunque, che elucubrazioni mentali.
Mi importa assai più di scoprire nelle funzioni ø <di Eulero>, del π <Pi greco>, e del
pentagono la funzione che le costringe a essere tali, [e che nella Genesi umana si manife-
sterà come ghiandola pituitale].41
M’importa assai più di scoprire perché, al momento dell’equinozio di primavera, il mol-
lusco, da maschio, diviene femmina.
Posso provare una gioia sensuale nella descrizione lirica dello schiudersi delle gemme a
primavera e del richiamo animale dei sessi, ma m’importa assai più di vivere <in sintonia>
con quella corrente di linfa il cui fuoco fisserà la sostanza imponderabile corporeizzandola
in gemma, e di comprendere perché quest’ultima sboccerà in tal punto specifico del ramo,
in quanto fiore, o in quanto foglia.
Che importanza ha che io riesca a vivere {bene o male}42 questi istanti: l’essenziale è
l’intimo desiderio di risvegliare questo stato superiore della coscienza [perché tale intenso
desiderio è già un superamento].
Più vicina all’istinto {animale}43, più vicina {a quell’infanzia che permette al bambino di
vivere l’uccello vedendone l’immagine pur senza conoscerne il nome},44 un’illustre umani-
tà ha saputo in passato vivere la comprensione della simbolica della natura.
Consapevoli della legge che ordina e regge la terra, i Saggi hanno trascritto l’Oriente – il
sorgere – con un arco di cerchio, e nell’ora del tramonto spirituale della nostra umanità han-
no sdoppiato i centri per farne delle ogive fiammeggianti; noi vi vediamo solo una questione
di stili, anziché leggervi un avvertimento relativo alla legge vitale. I Saggi attingono i loro
simboli a tutti gli ambiti {sensibili e}45 logicamente comprensibili – quali la geometria – per

della nostra Umanità.}


41 Precisazione, quest’ultima, espunta dall’edizione del 1963. Significativi accenni al ruolo fon-
damentale attribuito all’epifisi si trovano già in Le temple dans l’homme, dove ad esempio si
legge, sub voce «Coscienza» nel capitolo iniziale del libro, relativo alle «Definizioni»: «La
coscienza cerebrale, propria del regno animale e animale umano, comporta la facoltà di regi-
strazione delle nozioni, che altro non sono se non azioni di confronto; tale facoltà è ubicata nella
corteccia cerebrale e nei lobi cerebrali doppi. Per contro, l’intelligenza – Intelletto o Ragione
superiore – è la facoltà di sintesi nel coordinamento delle nozioni, e ha sede funzionale nell’i-
pofisi e nell’epifisi. Gli Antichi la chiamavano «Intelligenza del Cuore» perché il suo impulso si
manifesta attraverso il plesso solare (gran simpatico), in quanto centro emotivo, e <attraverso>
le reazioni fisiche di questo, dirette al cuore.» (1949/1977: 22) Sulla connessione tra il cuore e
«amygdala, thalamus and cortex» v. gli accenni in Buhner 2012: 6 ff.
42 ed. 1963: {più o meno}.
43 ed. 1963: {primitivo}.
44 ed 1963: {al divino mediante la semplicità} .
45 ed. 1963: {percepibili con i sensi, o}.
La simbolica e il suo carattere ieratico 47

{dire}46 l’inesprimibile che anima la «cosa», che la fa nascere, vivere, morire e rinascere,
lungo il filo {eterno}47 sul quale vengono a formarsi i nodi che chiamiamo le cose «vive».
Il simbolismo resterà un gioco letterario se non sarà costituito in simbolica, cioè in una
cultura che trascende le [sole] facoltà del ragionamento, un umanesimo superiore.
N. B. – Un’ampia documentazione faraonica, parte di un libro ragguardevole ormai ter-
minato, confermerà a breve le direttive del Pensiero degli Antichi nella prospettiva tratteg-
giata in questa conferenza.48
«Mas de Coucagno»
Plan de Grasse, –A.M.–
Gennaio 1956.

Opere citate

Buhner, Stephen Harrod. 2004. The Secret Teachings of Plants: The Intelligence of the Heart in the
Direct Perception of Nature, Rochester (VT): Bear and Co.
–. 2012. The Transformational Power of Fasting. Rochester VT: Healing Arts Press.
Cheak, Aaron. 2011. Light Broken Through the Prism of Life: René Schwaller de Lubicz and the
Hermetic Problem of Salt. PhD Thesis. University of Queensland, Australia.
Dufour-Kowalsky, Emmanuel. 2006a. Schwaller de Lubicz. L’oeuvre au rouge. Dossier conçu, an-
noté et présenté par E. D.-K.. Lausanne: L’Age de l’Homme.
–. 2006b. La Quête alchimique de R. A. Schwaller de Lubicz. Conférences (1913-1956). Milano:
Archè.
Kingsley, Peter. 1997. «Knowing Beyond Knowing. The Heart of Hermetic Tradition». Parabola
22/1: 21-25.
Marra, Massimo. 2008. R.A. Schwaller de Lubicz. La politica, l’esoterismo, l’egittologia. Milano:
Mimesis.
Papadopoulo, Alexandre. 1949 e 1950. Recensioni e commenti a Le temple dans l’homme di Schwal-
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46 ed. 1963: {esprimere}.


47 ed. 1963: {senza fine}.
48 Si tratta di Le Temple de l’Homme, l’opera monumentale di Schwaller, uscita in tre volumi a
Parigi, presso le edizioni Caractère, nel 1957.