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SALLUSTIO

IL PROEMIO DELLA CONGIURA DI CATILINA: LA LODE DELL’INGENIUM


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Tutti gli uomini, che desiderano elevarsi al di sopra degli altri esseri animati, devono
sforzarsi con il massimo impegno di non trascorrere la vita nel silenzio come le
bestie che la natura ha creato chine e schiave del ventre.
Ma tutta la nostra potenzialità è situata nell'animo e nel corpo: utilizziamo la guida
dello spirito, l’obbedienza del corpo; la prima è comune a noi con gli dei, il secondo
con le bestie.
Per la qual cosa mi sembra più corretto cercare la gloria con le risorse dell’ingegno
che con le facoltà delle forze e, poiché la vita stessa di cui usufruiamo è breve,
rendere più lungo possibile il ricordo di noi.
Infatti la gloria che proviene dalla ricchezza e dalla bellezza è effimera e fragile, la
virtù invece costituisce un possesso illustre ed eterno (lett. La virtù è considerata
illustre ed eterna).
Ora ci fu a lungo una grande controversia fra i mortali se l'arte militare faccia più
progresso con la forza del corpo o il valore dell’anima.
Infatti da una parte prima di dare inizio a un’impresa c’è bisogno di riflessione,
dall’altra, una volta che si ha riflettuto, occorre agire prontamente.
Così entrambe le qualità, insufficienti di per sé, hanno bisogno l'una dell'ausilio
dell'altro.
Dunque all'inizio i re - infatti sulla terra fu questo il primo nome del potere – in modo
diverso esercitavano alcuni l'ingegno, altri il fisico: d’altronde a quel tempo la vita
degli uomini era condotta senza cupidigia; ciascuno era soddisfatto del suo.

CATILINA L’EROE NERO


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Lucio Catilina, nato da stirpe illustre, fu di grande forza sia dell’animo che di corpo,
ma di indole malvagia e disonesta.
Ad egli dall’adolescenza furono gradite le guerre civili, le carneficine, le rapine, la
discordia civile, e in queste temprò i suoi anni giovanili.
Il fisico era resistente alla fame, al freddo, e alla veglia oltre ogni immaginazione.
Era d’animo temerario, subdolo, vario, simulare o dissimulare di qualsiasi sentimento
volesse, avido dei beni altrui, prodigo dei propri, ardente nei desideri, passabile in
eloquenza, difettoso in saggezza.
L’animo insaziabile desiderava sempre cose smisurate, incredibili, troppo eccessive.
Dopo la dittatura di Lucio Silla lo aveva invaso una sfrenata voglia di appropriarsi
dello Stato; e non dava alcun peso a con che modo conseguire ciò, purché
ottenesse il potere assoluto per sé.
L’animo orgoglioso era angustiato più e più durante i giorni dalle ristrettezze del
patrimonio familiare e dalla consapevolezza dei delitti, cose che aveva entrambe
aumentato con quelle capacità che sopra ho ricordato.
Istigavano inoltre i costumi corrotti dei cittadini, che mali terribili, e contrapposti fra
loro, il lusso e l'avidità, travagliavano.
SEMPRONIA
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Ma tra queste vi era Sempronia, che spesso aveva commesso molte disonestà di
virile audacia.
Questa donna fu abbastanza fortunata per quanto riguarda la famiglia d’origine e la
bellezza, e inoltre per il marito e i figli; istruita in letteratura greca e latina, nel
suonare e nel ballare più seduttivamente di quanto fosse necessario per una donna
onesta, in molte altre cose che sono strumenti di lussuria.
Ma a lei ogni cosa fu sempre più cara del decoro e del pudore; non avresti potuto
capire se avesse minor riguardo per il denaro e per la fama; la libidine così ardente
che seduceva gli uomini più spesso di quanto fosse sedotta da loro.
Ma spesso prima lei aveva tradito la fedeltà, aveva ripiudiato un prestito, era stata
complice di un’uccisione: per la lussuria era caduta in rovina.
Ma in verità il suo ingegno non era spregevole: era in grado di comporre versi, fare
uno scherzo, utilizzare un linguaggio o decoroso o insinuante o sfacciato; insomma
c'erano in lei molto spirito e molta grazia.

CONFRONTO TRA CESARE E CATONE


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Dunque essi ebbero la stirpe, l’età, l'abilità retorica quasi uguali, ebbero pari
grandezza d'animo, parimenti la gloria, ma ciascuno dei due possedeva qualità
diverse.
Cesare era ritenuto grande per i benefici e per la generosità, Catone per la
rettitudine della vita.
Il primo divenne celebre per mitezza e disponibilità umana, al secondo (questo) la
severità aveva aumentato la dignità.
Cesare ottenne la gloria dando, confortando e perdonando, Catone non concedendo
nulla. In uno c’era rifugio per i poveri, nell’altro sventura per i malvagi. Del primo si
lodava l’affabilità, del secondo la fermezza.
Infine Cesare aveva profondamente riposto nell’animo il faticare, il vigilare; il
trascurare i propri interessi concentrato negli affari degli amici e il non rifiutare niente
che fosse degno di dono; bramava per sé un grande impero, un esercito, una guerra
nuova, dove potesse risplendere il suo valore.
Invece Catone aveva inclinazione alla moderazione, al decoro, ma soprattutto alla
severità; non discuteva di ricchezza col ricco né di faziosità col fazioso; ma discuteva
di valore con il valoroso, di pudore con il modesto, di integrità con l’innocente;
preferiva essere buono piuttosto che sembrarlo (buono sottinteso): dunque, quanto
meno aspirava alla gloria, tanto più (la gloria) andava dietro quello.

LA DISFATTA DEI CATILINARI


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61.1) Ma compiuto (o preparato) il combattimento, allora potevi distinguere
veramente quanto coraggio e quanta forza d’animo ci fosse nell’esercito di Catilina.
Infatti pressappoco chiunque, perduta la vita, occupavano con il corpo il luogo che
avevano preso da vivi combattendo.
Pochi invece, che la coorte pretoria aveva sparpagliato nel mezzo, erano morti poco
più lontano, ma tuttavia tutti con ferite frontali.
Invece Catilina venne ritrovato lontano dai suoi tra i cadaveri dei nemici, ancora
respirando un po’ e trattenendo in viso la fierezza d’animo che aveva avuto da vivo.
Infine nessun libero cittadino di tutto l’esercito venne preso né nel combattimento né
nella fuga: così tutti ugualmente avevano avuto riguardo delle loro vite e dei nemici.
E tuttavia l’esercito del popolo romano non aveva ottenuto una vittoria soddisfacente
o incruenta. Infatti ognuno tra i più valorosi o era morto durante il combattimento o
era tornato gravemente ferito.
Invece molti, che erano usciti dall’accampamento per vedere o saccheggiare,
voltando i cadaveri dei nemici trovavano chi un amico, chi un ospite o un parente;
parimenti ci furono alcuni che riconobbero propri nemici.
Così in maniera diversa la gioia, il dolore, il lutto e la felicità venivano provati per
tutto l’esercito.

VERSIONE 46
Quibus rebus confectis omnia propere per nuntios consuli declarantur. // At illum ingens cura
atque laetitia simul occupavere.//Nam laetabatur /intelligens /coniuratione patefacta/ civitatem
periculis ereptam esse:// porro autem anxius erat / dubitans, /in maxumo scelere tantis civibus
deprehensis /quid facto opus esset:// poenam illorum sibi oneri inpunitatem (perdundae) rei
publicae fore/ credebat. Igitur /confirmato animo/ vocari ad sese iubet Lentulum, Cethegum,
Statilium, Gabinium itemque Caeparium Terracinensem, /qui in Apuliam (ad concitanda )servitia
proficisci parabat. // Ceteri sine mora veniunt; // Caeparius, (paulo ante domo egressus, /cognito
indicio) ex urbe profugerat.// Consul Lentulum, (quod praetor erat,) (ipse manu tenens) in
senatum perducit, / reliquos cum custodibus in aedem Concordiae venire / iubet.
Eo senatum advocat / magnaque frequentia eius ordinis Volturcium cum legatis introducit;
// Flaccum praetorem scrinium cum litteris, ( quas a legatis acceperat,) eodem adferre/ iubet.

Preparate queste cose, attraverso dei messaggeri vengono mostrate tutte le cose al
console in fretta. Ma allo stesso tempo lo assalirono (o si impossessarono di lui)
immensa preoccupazione e gioia.
Infatti era rallegrato comprendendo (poiché era consapevole) che, scoperta la
congiura, la città fosse stata salvata dai pericoli.
D’altra parte però era angustiato perché non sapeva, sorpresi tanti cittadini nel
gravissimo misfatto, quale azione fosse necessaria: credeva che la pena di quelli
sarebbe stata di aggrado a lui, l’impunità di quelli allo stato che doveva essere
perduto.
Dunque, assodato l’animo, ordina di chiamare a sé Lentulo, Cetego, Statilio,
Gabinio, e ugualmente Cepario di Terracina, che si preparava a partire per la Apulia
per incitare la schiavitù. Tutti gli altri giungono senza indugio; Cepario, uscito di casa
poco prima, conosciuta la denuncia, era fuggito dalla città.
Il console conduce Lentulo, poichè era pretore, in senato tenendolo egli stesso per
mano, ordina che i rimantenti vengano con i sorveglianti nel tempio della Concordia.
Là convoca il senato e con il numeroso concorso di quella categoria fa entrare
Volturcio con dei senatori; ordina che il pretore Flacco porti nel medesimo luogo lo
scrigno con le lettere che aveva ricevuto dagli ambasciatori.