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IMMANUEL KANT

Dal 1724 al 1804, per tutta la vita, Kant vive nella stessa città della Prussia orientale, a Konigsberg, una piccola ma fiorente città portuale con un’università
dove Kant insegna. Si interessa di chimica, astronomia, geografia, antropologia, etnologia, matematica e letteratura. Tiene alla libertà (Russou)
La filosofia di Kant prende il nome di criticismo, si parla di criticismo kantiano. Criticare, dal greco, vuol dire vagliare.
Obiettivi:
1) Esiste la conoscenza? L’obiettivo di Kant era non disperdere il patrimonio scientifico accumulato nel ‘700 e, in generale, nell’età moderna. Ci si
trovava davanti a un bivio, razionalismo VS empirismo. Da una parte secondo Kant la matematica non può spiegare tutto, il razionalismo ha pretese
eccessiva, ma anche ridurre tutto all’esperienza è eccessivo. In ogni caso in nessuno dei due modi si possono dire cose significative. Ma quindi l’uomo
moderno può ancora sperare di conoscere? Il primo obiettivo di Kant è dunque assicurare la possibilità di conoscenza del mondo. Tratta di conoscenza
nella sua opera “Critica della ragion pura” (1781). Spoiler: concluderà che sì, la realtà è conoscibile.
2) Esiste la libertà? Obiettivo etico, a fine ‘700 c’era una resa morale (per Hume il bene è l’utile, quindi l’uomo è privo di valore assoluto. L’uomo non è
nulla di speciale, non diverso dagli altri enti, come dice Spinoza è solo natura. Ma quindi non si può parlare di libertà). Kant si pone l’obiettivo di
rispondere a questa domanda: posso agire su base libera? Esiste il libero arbitrio? A cosa serve la libertà, cos’è, se siamo solo materia? Cos’è questa
libertà su cui abbiamo costruito nazioni e fatto rivoluzioni? Risponde nella sua opera “Critica della ragion pratica” (1788). (Terza opera: “Critica della
facoltà del giudizio). Spoiler: per Kant è possibile agire liberamente.

La prima critica: critica della ragion pura


La prima importante opera è “Critica della ragion pura”, del 1781 (la prima edizione; 1787 seconda edizione). Quest’opera ha una forte impronta gnoseologica.
Come fa a essere tutto conoscibile? A cosa serve la conoscenza?
Kant compie una critica e analisi dei fondamenti della ragione. Vaglia le possibilità della ragione, fa un’operazione innovativa: prima si parlava di cose, oggetti.
Tutti erano attirati dal tema dell’oggetto. Kant, invece che dall’oggetto, dice che bisogna partire dal soggetto. Nella prefazione afferma che si occuperà non di
“cosa può conoscere (un ipotetico soggetto)”, ma “come può conoscere?”. I filosofi fino a Kant, nella loro indagine, avevano privilegiato lo studio degli oggetti,
la dimensione dell’oggettualità, della res. Kant invece afferma che se si vuole fare un discorso sulla conoscenza bisogna partire dal soggetto e non dall’oggetto,
processo che da lui verrà paragonato alla rivoluzione copernicana (così come Copernico ha posto la Terra al posto del Sole, cambiando e invertendo il punto di
vista, così bisogna mettere il soggetto al posto dell’oggetto). La ragione è capacità di conoscere, come il soggetto però può conoscere? Kant ondaga le
condizioni formali in base alle quali qualunque soggetto può conoscere.
Questa è la svolta trascendentale (trascendentale non significa trascendente, ma significa relativo alle modalità di conoscenza di un soggetto universale, a
priori), che permette di rifondare la scienza moderna su basi inattaccabili. (Questa è la rifondazione epistemologica, a cui, sempre in quest’opera si accompagna
anche la rifondazione metafisica, come vedremo).
Il problema per Kant era la barriera che separava soggetti e oggetti, ogni soggetto ha infatti la sua idea di un certo oggetto, quindi cos’è l’oggetto? Nessuno ci
garantisce che ciò che vediamo è davvero così. Piccolo e grande sono concetti relativi.
Kant afferma che non bisogna soffermarsi sull’oggetto (non bisogna considerare la pura oggettività) ma su il soggetto trascendentale comune a tutti i soggetti,
che non è una cosa. Le conoscenze devono essere necessarie e universali, bisogna interrogarsi su cosa sia il soggetto trascendentale, quella struttura e modalità
che permette di conoscere, le condizioni sulla base delle quali noi conosciamo, è l’implementazione dell’intuizione che aveva avuto Leibniz. Leibniz obiettava
agli empiristi che l’intelletto non è in natura (Leibniz dice: nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu, nisi ipse intellectusn, ossia non c’è niente
nell’intelletto che prima non fosse nei sensi. Niente, se non l’intelletto stesso!) Questo intelletto è il soggetto che Kant vuole descrivere. Il mondo è un sistema
di leggi, noi come le leggiamo? C’è un sistema ordinato che non è in natura, non lo ottengo coi sensi, è un soggetto a priori (trascendentale), che non deriva
dall’esperienza, tutto il resto è a posteriori.
La critica della ragion pura si divide in dottrina trascendentale degli elementi e dottrina trascendentale del metodo.
Critica della
La dottrina trascendentale degli elementi si divide in di estetica trascendentale e logica trascendentale.
Logica trascendentale si divide in analitica trascendentale e dialettica trascendentale. ragion pura
A Kant interessa anche la metafisica, si preoccupa di andare oltre il piano dell’esperienza. Kant vorrebbe rifondare la
Metafisica, rifondarne le conoscenze, vuole chiudere con la metafisica tradizionale e fondarne una trascendentale,
prima la Metafisica era regina delle scienze e ora era diventata come Ecuba (moglie di Priamo), è respinta e abbandonata
(vedi dialettica).

Estetica: relativa a ciò che noi cogliamo coi sensi, sono individuate le forme della conoscenza sensibile.
Nell’estetica trascendentale Kant cerca di fare una trattazione trascendentale della sensazione/percezione. Dottrina Dottrina
(Baumgarten s’era occupato di estetica). Cosa significa trattare di estetica dal punto di vista trascendentale? trascendentale trascendentale
Ci sono due condizioni attraverso cui noi conosciamo. Queste due condizioni sono spazio e tempo,
elementi del metodo
le forme pure della conoscenza sensibile, sono le forme pure della conoscenza sensibile/intuizione.
Vuol dire che spazio e tempo non li ricaviamo dall’esperienza, sono presupposti.
Tempo e spazio per Newton sono caratteristiche della materia, per Leibniz sono funzioni delle cose
(spazio=relazioni tra monadi), mentre Kant radicalizza il discorso: spazio e tempo sono strutture
ricettive passive, forme pure dell’intuizione sensibile. Non dipendono dalle cose, le precedono. Sono
le condizioni grazie alle quali sentiamo, sono universali e necessarie per tutti, non relativi.
Lo spazio è traducibile in termini teorici, con la geometria.
Anche il tempo è traducibile in termini teorici: successione di istanti, assimilabile ai numeri naturali,
Logica Estetica
dunque all’aritmetica. NB: il tempo è più importante dello spazio (l’esperienza spaziale si dà sempre
trascendentale trascendentale
in un certo tempo, ma non vale in contrario. Es: emozioni si danno in un certo tempo)

Logica: Tutte le proposizioni geometriche sono necessarie.


Quando osservo per esempio una pianta riconduco quella cosa particolare che ho sotto i mei occhi
in termini spazio temporali a una categoria precisa, è un’operazione di sussunzione (la riconduzione
di un concetto nell'ambito di un concetto più generale nella cui estensione esso è compreso).
Riesco a mettere insieme e fare sintesi del reale attraverso la capacità di giudizio
(=sintesi tra soggetto e predicato), assegno categorie: sono formae mentis, Analitica Dialettica
strutture con le quali l’intelletto conosce il sensibile. trascendentale trascendentale
Gli animali non hanno questa capacità, non riescono a sintetizzare come gli umani, non
basta l’esperienza (spazio/tempo), serve una sintesi a priori che non è sensibile
ma intellettiva, e così si struttura quell’ordine di cui Kant è alla ricerca che può dare
stabilità a affermazioni, inferenze deduttive o induttive.
Secondo Kant sostanza e relazioni non esistono in natura, le sostanze sono forme relazionali, relazioni fondamentali, modalità con cui leggo il sensibile.
Un’altra relazione fondamentale è quella causa-effetto. Tavola delle 12 categorie (libro pag 543): quantità (unità, pluralità, totalità), qualità (realtà, negazione,
limitazione), relazione (inerenza e sussistenza -sostanza e accidente-, casualità e dipendenza -causa effetto-, comunanza e reciprocità -azione e reazione-);
modalità (possibilità e impossibilità, esistenza e inesistenza, necessità e contingenza)

Analitica: I giudizi analitici sono necessari, vale il principio d’identità perché il predicato è contenuto negli attributi del soggetto. Il sistema dei concetti che
permette l’operazione della conoscenza, in cui c’è qualcosa di passivo e qualcosa di attivo, l’operatività della nostra mente, ci permette di arrivare alla
conoscenza e comprendiamo la realtà. Abbiamo conoscenza di fenomeni con spazio e tempo, oppure con i giudizi. Kant crede che sia proprio l’empirismo a
muoverlo, le obbiezioni di Hume lo hanno risvegliato: “La lettura di Hume mi ha risvegliato dal sonno dogmatico”, Kant è obbligato da Hume a mettere in
discussione ciò che i dogmatici (razionalisti) affermavano. Se si vuole dunque rifondare il sapere scientifico non si può partire dall’esperienza, ma da qualcosa
prima dell’esperienza. Kant dice che tutto viene dall’esperienza, tranne l’intelletto che non è una cosa ma semplicemente una serie di operazione.
A priori, spazio e tempo (meccanismi di decodifica passivi) per la conoscenza intuitiva, si aggiunge l’intelletto (operazione attiva) che opera con un giudizio
(unire soggetto e predicato), conoscenza discorsiva.
La relazione causa ed effetto per Hume non esisteva in natura. Kant dice che causa /effetto non è in natura ma è dentro al soggetto che legge la natura, a priori,
nella mia soggettività. Proprio nello stesso modo in cui leggo sostanza/accidente.
Ciò che è dietro l'esperienza lo chiama noumeno, ciò che noi percepiamo di quello lo chiama fenomeno.
Il nostro soggetto non è altro che le 12 categorie, funzioni e non cose. Noi possiamo dire che conosciamo perché S è a priori, universale e necessario, e non ha
nulla a che vedere con l’esperienza. È l’autocoscienza.
Quando penso, sintetizzo, formo dei concetti faccio un’azione chiamata sussumere.
Kant chiama questa soggettività in sei modi differenti:
1. io penso
2. io puro (aggettivo)
3. autocoscienza (io ho coscienza di avere coscienza)
4. appercezione (percezione di avere percezione) pura o trascendentale
5. soggetto trascendentale
6. appercezione originaria
L’intelletto è il legislatore della natura, è puro, universale e necessario. Non ci sono leggi ricavate dall’esperienza, ma sono immesse nell’esperienza (es: fisica
di Newton). Il resto non è conoscibile, ma “il fatto che qualcosa non sia conoscibile non significa che non sia pensabile.”

Dialettica: la risposta a ciò che non è conoscibile ma è comunque pensabile. Noi pensiamo anche quando non conosciamo, la nostra razionalità non ha il
limite della conoscenza. Ci si pone delle domande critiche, e si pensa a questi dilemmi e problemi (es: la materia è divisibile all’infinito o no? Cos’è l’eterno? E
l’infinito?), si discute mentalmente (dialettica: esercizio di discussione interiore), ci si ragiona sopra, fa parte del logos, la logica trascendentale non si può
esaurire con la analitica, ma serve anche la dialettica per quelle questioni che vanno analizzate in modo razionale senza potersi basare su dati sensibili.
(Es: le colombe che volano sentono lo stimolo di spingersi sempre oltre, ma non possono volare oltre l’atmosfera perché vien meno l’attrito, o il piroscafo che
vuole gettarsi in mare, scompaiono i confini, così la ragione vorrebbe andare oltre ma non può farlo. Abbiamo una conoscenza limitata, possiamo pensare
l’illimite ma non conoscerlo). Qui tratta di Metafisica: Kant la vuole rifondare collocando tutto nello spazio e nel tempo, prima gli elementi indagati dalla
metafisica erano Dio, uomo, cosmo, Kant invece analizza solo porzioni molto limitate di cosmo, Dio non può essere trattato come un corpo perché non è nello
spazio e nel tempo, l’anima non è un soggetto, non si può reificare. Questi tradizionali elementi alla base della metafisica non possono essere trattati come
fenomeni. Non lo sono. Sono noumeni. Si può assumere che siano veri, ma non è necessario in natura, è un’esistenza ipotetica, regolativa della vita, non
costitutiva del reale. Sono POSTULATI.
Esiste la libertà? Kant dice in natura no, in natura non esistono cause libere ma solo cause necessitate. Dove esiste allora? Kant dice: la libertà non esiste da
nessuna parte, ma bisogna vivere come se esistesse, altrimenti si vive male. Non bisogna credere nell’esistenza del libero arbitrio, ma vivere come se esistesse.
Questo è un postulato (ossia un’affermazione la cui validità si ammette perché è evidente, ma non assoluta come gli assiomi) della ragione.
L’uomo ha questo bisogni di ricerca dell’assoluto, dell’indeterminato. La scienza, ciò di cui possiamo avere esperienza, è aritmetica, fisica, geometria,
meccanica.
L’utilità della metafisica si riversa nell’ambito pratico: metafisica si trasforma in etica, la prima delle scienze pratiche.

La seconda critica: critica della ragion pratica


1788: Critica della ragion pratica. Kant si concentra sulle scelte etiche, morali, il bene e il male. Quando Kant parla di etica tratta gli stessi argomenti di
Aristotele: l’uomo è orientato all’azione (possibilmente buona), deve seguire virtù e conoscenza. Aristotele e Tommaso d’Aquino risolvono sbrigativamente il
problema del bene e del male, ricorrendo ai “fini”, teleologia. Ma Kant non può: dopo la rivoluzione scientifica si smette di parlare di fini in natura, legge di
Hume (tutto ciò che è in natura non deve essere), la natura è fatta da corpuscoli che si incontrano, ci sono cause meccaniche, non fini (per Kant così come per
Newton, Galileo, Spinoza). La libertà nei fenomeni e in natura non c’è, in natura nessuna causalità libera. Kant affronta il problema dell’etica in modo
moderno, senza affidarci alla teleologia. Allora dov’è la libertà? Noi non dobbiamo reputarci oggettivamente liberi, in natura non lo siamo (il nostro cuore non
è libero di battere, etc) ma dobbiamo agire come se lo fossimo, ragionando in termini regolativi (come nella dialettica trascendentale della prima critica).
Assumiamo di essere una soggettività libera che può decidere se fare male o bene, così si costruisce un mondo parallelo a quello fenomenico: il mondo dei fini,
un mondo noumenico.
In natura esiste l’individuo, mentre libertà, fini e volontà appartengono ad un piano che non è fenomenico. Solo così si può parlare di ragione pratica, separando
l’ambito fenomenico da quello etico, che non è costitutivo del reale ma regolativo.

“L’etica Kantiana è un’etica formale, dell’autonomia o della libertà”


L’etica di Kant è formale perché non analizza i contenuti, non ti dice cosa devi fare, ma le forme grazie alle quali si può agire bene, come bisogna pensare per
agir bene. Isola un orizzonte metodologico, dei criteri. Individua delle condizioni in base alle quali si può agire bene. Non dice “non uccidere, non rubare…”, ti
dice come ragionare per decidere, non dà risposte. Se l’etica deve essere formale, trascendentale, a priori. Non è empirista (l’etica non si basa sull’utile, c’è
qualcosa a priori), ma nemmeno razionalista e dogmatico (a priori ci sono, per Kant, modalità per scegliere, non risposte né dogmi). Kant compie un’operazione
trascendentale: decidere quali sono i criteri in base ai quali dobbiamo agire in modo eticamente fondato. Ci dice quali sono le regole grazie alle quali l’uomo
capisce come agire eticamente.
Esempio: perché su una data strada un guidatore sa che deve andare a meno di 50 km/h? Un utilitarista direbbe “se no prendo la multa”, un dogmatico direbbe
“perché il codice della strada dice così punto!”. Kant invece si chiede: “è razionale andare a più di 50 km/h in un centro abitato?” No, perché possono esserci
persone che attraversano, possono verificarsi incidenti, andare più veloce è irrazionale, è irrispettoso dell’uomo e della sua razionalità e dignità.
L’etica per Kant è un imperativo categorico, non ipotetico (se…allora).
L’etica può essere edonista (tesa alla ricerca del piacere, non solo fisico. Esempio. epicureismo) e utilitarista (come Hume). Kant però pensa che non bisogna
agire in un certo modo per conseguire un certo fine, ma perché si deve agire così, non per ottenere l’utile o il piacere. L’etica kantiana è un’etica regorista (è
un’etica del dovere, si agisce in un certo modo non perché lo dice qualcuno, né per conseguire un fine, ma perché si deve).
Esiste anche l’etica eudemonistica (felicità è fine naturale, devo scegliere ciò che mi rende felice): come per Aristotele, l’uomo deve agire in modo etico per
essere felice (che può essere felicità di questo mondo o in un altro mondo, ultraterreno). Per Kant l’etica eudemonistica è eteronoma, come quella edonista e
quella utilitarista, sono etiche ipotetiche basate sulla formula “se agisco così…allora ottengo questo”. Secondo Kant se si agisce in questo modo, subordinati
all’obiettivo di ottenere un certo fine, non si è affatto liberi né razionali. Bisogna uscire dalla condizione di minoranza, e per fare ciò bisogna agire in modo
libero e razionale, bisogna essere autonomi! (Autonomia: le norme vengono da noi, dalla nostra razionalità. Eteronomia: le leggi vengono da altri).
L’etica kantiana è dunque formale, rigorista, autonoma, libera. Quando agiamo in modo etico sublimiamo la nostra capacità razionale, pur non essendolo
fenomenicamente ci comportiamo come essere liberi, con dei doveri, dobbiamo avere forza d’animo dal punto di vista non fenomenico ma morale, è lì che si
sublima la dimensione razionale, nell’agire liberamente, ossia in modo razionalmente deciso.
L’umanità ha dentro sé la capacità di riconoscersi come libero, ha la capacità di agire liberamente. Tutti sentono cos’è un’azione buona e una malvagia, cosa si
deve o non si deve fare. Quando io scelgo, quali sono le condizioni trascendentali in base alle quali io decido? devo muovermi sul livello dell’imperativo
categorico, non devo subordinare il mio ragionamento a qualcosa (utile, piacere, promessa della beatitudine e del paradiso) ma evo chiedermi: quello che faccio
potrebbe essere oggetto di una legislazione universale, principio di azione per qualsiasi persona, può essere universale? Se la risposta è sì, bisogna agire, se è
no, non agisco. Morale molto rigorista, che non ammette eccezioni. La soglia etica è troppo delicata per ammettere compromessi, deve essere puro. Non
bisogna subordinarsi a nessun imperativo ipotetico. L’uomo non è un mezzo ma un fine: tutto ciò che svilisce la persona che mi sta davanti non è etico, è
irrazionale e indegno non è degno trattare il proprio simile come un mezzo e non come un fine. Prima di agire bisogna chiedersi se si sta rispetto o meno
l’umanità, da qui derivano anche le idee giuridiche e politiche che un uomo è portatore di diritti.
Libro pagina 573
Ci sono 3 formulazioni per l’imperativo categorico:
1) Opera in modo tale che la massima della tua volontà possa sempre valere insieme come principio di una legislazione universale.
2) Agisci in modo da trattare l'umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.
3) Bisogna agire come se agisse una volontà universalmente legislatrice: idea della volontà di ogni essere razionale come di una volontà universalmente
legislatrice. (Riprende l’idea di Rousseau, insiste su dimensione obbligante, quando scegliamo una legge dobbiamo metterci nei panni di un legislatore
universale. Dimensione dell’obbligazione, e anche obbligazione giuridica)
Sono regole di razionalità, in un impianto in cui siamo tutti portatori di razionalità e in cui tutti vanno rispettati, è irrazionale trattare un essere portatore di
razionalità come se fosse irrazionale. Tutti sappiamo che non bisogna uccidere perché è universale che la vita ha grandissimo valore, nessuno è disposto a
essere ucciso o a essere derubato, quindi non uccidere e non rubare sono forme universali. Uccidere è inumano e irrazionale e irrispettoso.
Kant vuole fondare un’etica del dovere, usando la razionalità.
Kant riprende la legge di Hume: “tutto ciò che è in natura non deve” e la riforma come “tutto ciò che appartiene alla dimensione conoscitiva, deve”,
permettendo di arrivare a conoscenze scientificamente fondate (nella critica della ragion pura).
Nella critica della ragion pratica si esalta la capacità libera e autonoma del soggetto autonomo, e quindi la massima razionalità. Si è razionali quando si è liberi,
quando si agisce bene.

La moralità è diversa dalla legalità, a volte si va contro a queste regole universali.

Progresso: una scoperta del ‘700. Il bene è un traguardo a cui guardare, un progresso, un’idea umana che si fonda sulla libertà di scelta, non ha nulla di
fenomenico, è aperto alla libertà dei singoli, ha a che fare con la storia dell’umanità, la storia umana si muove verso il bene, soglia sempre perfettibile e
migliorabile. Idea uscita dall’illuminismo e dalla filosofia kantiana, un’utopia per alcuni (Leopardi). In generale, a partire dal Settecento si crede nel progresso
morale e civile. L’idea del progresso è per Kant una convinzione, non una speranza.

L’imperativo morale rimane anche se qualcuno non lo segue. Bisogna seguire 3 postulati di base:
A) Libertà: dobbiamo ritenerci moralmente liberi (dal punto di vista naturale e fenomenico non scegliamo nulla, ma scegliamo se agire male o bene.
Riguarda la ragione, non il corpo). La moralità è il regno dei fini (la natura è il regno delle cause). Un mondo noumenico dove tutti ci concepiamo e
agiamo come liberi. Così si ottiene una dimensione umana, non solo animale. L’uomo ha dentro di sé la capacità di elevarsi oltre il luogo fenomenico.
Riguarda tutti, non pochi privilegiati.
B) Esistenza di Dio: NB: dio e anima non sono fenomeni, non possono essere dimostrati come se fossero fenomeni, sono postulati: noi ragioniamo come
se dio e l’anima esistessero. Perché bisogna ragionare così? Perché ci sia spazio per idea infinita di bene massimo. Serve quindi un essere che
rappresenti l’idea del Sommo Bene: nell’idea di Dio si realizza la virtù massima. Non è un semplice orologiaio che si fa carico dell’ordine del mondo
(come per Voltaire e gli altri deisti), bisogna che qualcosa rappresenti la via del bene
C) Immortalità dell’anima: se noi ci concepissimo come semplici corpi e non come portatori di valori immortali allora si spegnerebbero i motori per
pensare a una sopravvivenza di ideali da consegnare alle future generazioni. Si pensa in modo etico all’immortalità dell’anima intesa come insieme di
valori, razionalità, ideali, soggettività.
I diritti appaiono man mano che si progredisce verso il bene. Siamo spinti verso un’ideale buono di razionale umanità rispettosa dei propri simili
La terza critica: critica del giudizio
Giudizio determinante e riflettente (?) Kant si occupa di due punti fondamentali, è diviso i due parti:
- Estetica: nel senso di ciò che è bello. Cosa lega il tema estetico all’ambito di interesse per il vivente? Perché i viventi sono belli, sono armoniosi e
organizzati, complessi. Il giudizio sul bello è analogo a quello sul vivente. La bellezza è imparentata con la vita. C’è armonia, parti che si combinano,
hanno bisogno di armonia, ordine “finalità senza fine”. NB: grande svolta in Kant, quando diciamo che le cose sono viventi stiamo formando un
giudizio riflettente, soggettivo, non determinante e oggettivo.
- Teleologico: un modo di guardare la realtà che però non trova corrispondenza in natura, non si può dimostrare

Kant analizza il problema del bello e distingue tra bello e sublime.


IL BELLO:
La capacità preposta a cogliere il bello è il sentimento (quella preposta all’etica è la volontà, quella preposta alla conoscenza è l’intelletto). Senzazione sensibile
, come volizione e intellezione, sono facoltà dell’intelletto.
IL SUBLIME:
distingue tra sublime matematico e spaziale, di fronte all’infinito proviamo un senso di impotenza, inadeguatezza, come davanti a un’eruzione vulcanica. Gli
antichi non ritraevano paesaggi, il paesaggio si afferma quando cambia il gusto, si accetta la rappresentazione di ciò che non è bello, il sublime. Es: quadro del
1808, Monaco in riva al mare, non c’è niente di bello, c’è un paesaggio sublime. Infinito, che è dentro di noi. Rivoluzione tra 700 e 800: la natura non è bella, è
spazio, forza esplosiva. Nasce l’alpinismo. Non c’era niente di bello in montagna, i classici, i greci, non andavano in montagna. La passione della montagna
inizia nel 700, delle montagne. Altri quadri 1830 “La caduta di una valanga”, “Naufragio” di Turner, pittore che ha il mondo dentro e da fuori coglie stimoli,
quadro che rappresenta forza, energia, il sublime dinamico.
Il sublime non è piacevole, (cosa c’è di piacevole davanti al deserto immenso?) però esalta il singolo, che pur essendo niente si erge davanti a questo tutto e lo
ritrae, lo domina, per libertà e capacità lo rende bello. Il sublime eleva al massimo le capacità del singolo. Il sublime è meglio del bello, pur essendo brutto, è la
vera esperienza estetica. Davanti al sublime si è davvero liberi. Esempio Leopardi,”L’infinito”
Polemica sottesa: gli autori che teorizzano il sublime vanno contro la moda che vuole il bello ovunque. Il sublime è il bello autentico, di pochi, il bello è quello
commerciale, di tutti.