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P.

AMEDEO CENCINI

ACCOMPAGNAMENTO E DISCERNIMENTO:
QUALITÀ E COMPITI DEI FORMATORI

«Una vocazione, una formazione, una missione»


Il cammino discepolare del presbitero nel 50° anniversario
della Optatam Totius e della Presbyterorum Ordinis

1- La formazione presbiterale oggi: sensazione d’incompletezza


Partiamo da uno sguardo generale. Senza pretendere di analizzare in modo esaustivo
la situazione odierna (cosa impossibile perché i contesti sono diversi), vorrei
sottolineare in particolare un aspetto che ha molto a che vedere con il nostro
argomento. La sensazione è d’una formazione in qualche modo incompleta e
incompiuta, che non arriva al cuore (in senso biblico e pure psicologico), solo
esteriore e comportamentale, o molto spirituale o intellettuale, che istruisce e
attrezza il funzionario del culto, ma non sempre riesce a toccarne e convertirne la
sensibilità, o che comunque lascia che qualcosa d’importante dell’umanità del
candidato non sia minimamente toccato e raggiunto dal processo formativo. Non è
così raro che qualcuno arrivi al presbiterato, dopo aver trascorso tutto il curriculo
formativo e aver superato felicemente esami di vario genere, non solo scolastici, e
venga infine promosso-ammesso in forza d’una constatata capacità di esercitare i vari
compiti connessi con il ministero presbiterale. Ma se uno guarda dentro al suo mondo
interiore, dentro al suo cuore, e non si ferma all’apparenza corretta esteriore, scopre
che il cuore non è stato granché toccato dalla formazione, la sensibilità (attrazioni,
desideri, criteri di giudizio e di scelta…) è ancora quella di prima, umana, poco
evangelizzata, forse pagana. L’evento degli scandali e abusi sessuali, la cui portata
siamo ancora ben lontani dall’aver compreso nelle sue radici e nel suo significato,
non sta forse a dire anche questo?
È come se la formazione si fosse fermata al versante esteriore; dunque una FPr
incompleta-incompiuta.
Altro problema relativo al discernimento. Si ha l’impressione che, a causa
dell’angoscia pastorale dettata dalla mancanza di presbiteri, il discernimento non sia
sempre abbastanza oculato e giustamente esigente, con il rischio di ordinare troppo
facilmente candidati che non hanno una postura di saldezza, una capacità di
discernimento, una maturità umana…, e altri doni essenziali per essere pastori nel
popolo di Dio1.

2- Elementi di novità
Al tempo stesso vi sono dei fattori di novità se consideriamo questi 50 anni che ci
separano dal Concilio. Farò riferimento solo a quelli che sono più legati alla dinamica
del formare e alla figura del formatore.
1
E.Bianchi, Parresia di un monaco, intervista a e.Bianchi in “Settimana” 36(2015), 8.
2

1.1- Sul piano del modello formativo


a) Senso (come obiettivo e contenuto) della FPr oggi:
Oggi, anche a partire dalla constatazione appena vista, si tende sempre più a intendere
la FPr come un processo di con-formazione ai sentimenti-sensibilità di Cristo (cf Fil
2,5), qualcosa che mira a toccare il cuore2 processo che va in profondità, che non si
ferma alla superficie, banale e al limite “farisaica”. Il “luogo” della FPr è dunque il
mondo interiore della persona, quel mondo che in occasione di crisi, molte volte, si
scopre che non era stato minimamente toccato dalla formazione iniziale nei lunghi
anni di preparazione.
b) Modalità e strumenti:
Questo chiarimento sull’obiettivo finale chiede non solo una maggior attenzione alla
dimensione umana e psicologica, con la strumentazione tipica dell’indagine
sull’umano, ma chiede soprattutto un maggior dialogo tra dimensione spirituale e
antropologica e una più sistematica integrazione tra tensione verticale e orizzontale,
tra altezza e profondità3.
c) Centralità della relazione
Se obiettivo è avere la sensibilità del Bel Pastore, ne derivano tre conseguenze: la FPr
- è un fenomeno in sé relazionale, poiché consiste in una relazione quanto mai
intensa visto che porta alla conformazione alla sensibilità di Gesù;
- è relazionale anche dal punto di vista metodologico, del “come” avviene,
ovvero avviene attraverso una relazione umana, mediazione di quella col Padre
(il vero formatore, che plasma nel giovane il cuore del Figlio per la potenza
dello SPirito),
- e mira a formare un uomo capace di relazione (sempre a immagine del Figlio),
un pastore “con l’odore delle pecore”, che cresce nella relazione e attraverso
essa, nella relazione coi suoi fratelli presbiteri.
1.2- Sul piano del contesto ecclesiale
a) Maggior attenzione alla formazione dell’evangelizzatore
È soprattutto l’insistenza di papa Francesco a orientarci in questa direzione, a non
pensare la formazione in funzione della perfezione privata del candidato, ma del suo
servizio come annunciatore del Vangelo a un mondo di cui egli deve sentirsi parte
(“cittadino del mondo”), un mondo che egli ama e ha in simpatia, cui impara a esser
aperto, e della cui salvezza deve assumersi la responsabilità, gioviale e felice
dell’Evangelii Gaudium, ovvero felice di seminare e poi seminare senza pretendere di
raccogliere (o far proseliti). Tale giovane va dunque formato al dialogo, alla capacità
di tradurre il vangelo in lingua e dialetto locali, alla libertà rispettosa che non conosce
2
“Sennò "formiamo dei piccoli mostri. E poi questi piccoli mostri formano il popolo di Dio. Questo mi fa venire davvero
la pelle d'oca", direbbe papa Francesco, “Svegliate il mondo. Colloquio di Papa Francesco con i Superiori Generali” , in
La Civiltà Cattolica, 3925(2013), 11.
3
Cf Congregazione per l’Educazione Cattolica, Orientamenti per l'utilizzo delle competenze psicologiche
nell'ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio, Roma 2008.
3

alcuna presunzione o atteggiamenti di superiorità verso nessuno, ad avere semmai un


cuore compassionevole e tenero, libero dallo spirito mondano e da sogni di
grandezza.
b) In una chiesa che ha messo al centro il povero
Parliamo sempre della chiesa di papa Francesco, per la quale “l’opzione per i poveri è
una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica” 4.
“Chiudere gli occhi di fronte al prossimo rende ciechi anche di fronte a Dio” 5, specie
se è un prossimo che soffre. D’altra parte, non si tratta solo di manifestare simpatia e
solidarietà verso i poveri, ma d’imparare a lasciarsi da loro evangelizzare. Ancora
Francesco: “i poveri hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei,
con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci
lasciamo evangelizzare da loro”6.
1.3- Sul piano della qualità giovanile
La generazione giovanile odierna presenta senz’altro alcuni aspetti singolari legati
alla cultura di oggi.
a) Instabilità emotiva e identità negativa
Anzitutto sembra caratterizzata da una minore stabilità emotiva (connessa alla
debolezza della famiglia) e da un senso d’identità poco sicuro e non così positivo
(legato anch’esso all’esperienza d’instabilità affettiva vissuta nella famiglia
d’origine). Proprio questi due elementi creano in diversi soggetti un notevole
analfabetismo emotivo e incapacità decisionale, assieme a una conseguente fatica e
ambiguità nel vivere la relazione, ora temuta e ora cercata, e sempre più spesso
determinano anche non solo fragilità affettivo-sessuale ma pure confusione d’identità
sessuale. C’è chi parla oggi d’una sorta di processo di “femminilizzazione del
maschio” (riconoscibile anche nella diffusione della problematica sessuale).
b) Percezione distorta della vocazionale
Altro fenomeno oggi piuttosto frequente: una certa equivoca lettura sacrale della
vocazione presbiterale, distaccata dalla vita, di persone poco sensibili alla relazione e
a chi soffre, e al contrario molto attratte da un certo liturgismo e ritualismo, e da
quanto pone la loro persona al centro dell’attenzione dandole un’ambigua autorità-
potere. Spesso sono soggetti con problemi di autostima, per i quali la vocazione di
presbitero funziona da elemento di compensazione, pericolosamente più simili al
sacerdote e levita indifferenti dinanzi al poveraccio, che non al samaritano buono che
vede e si commuove, della parabola lucana.

3- Compiti e qualità dei formatori


L’accompagnamento personale è quel servizio di com-pagnia che un fratello
maggiore, nella fede e nel discepolato, offre a un fratello minore, condividendo con
4
Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 198.
5
Ibidem, 272.
6
Ibidem, 198.
4

lui un tratto di strada, per aiutarlo a discernere presenza e azione del Padre nella
sua vita, e a decidere di rispondervi con libertà e responsabilità, alla maniera del
Figlio.
A partire da questa definizione è lecito indicare al formatore dei compiti e
competenze specifici, con le qualità da essi supposte. Che riassumerò in un unico
termine: sensibilità. Se, come abbiamo visto, scopo della FPr è la conformazione alla
sensibilità del Figlio, è solo una sensibilità già conformata (o evangelizzata) che può
accompagnare un altro in tale processo. Ed è già una tesi di fondo: la sensibilità del
formatore è la mediazione normale che educa alla sensibilità del Buon Pastore. La
sensibilità del Buon Pastore è il fine, la sensibilità del formatore è la mediazione,
quella del candidato è l’oggetto e il luogo della FPr. Tocchiamo qui solo alcuni
aspetti di questo cammino formativo.
2.1- Sensibilità educativo-formativa
Primo compito del formatore è quello di esser disponibile a prestare il servizio
dell’accompagnamento7: disponibilità di mente (nel senso che deve crederci, esserne
convinto), di cuore (lo fa per aiutare l’altro, perché gli vuol bene e vuole il suo bene),
di volontà (programma il suo tempo con questa priorità). Ma è disponibilità che a
poco servirebbe se non vi fosse una preparazione in tal senso, compito esplicito dei
Superiori, in vista d’una competenza indispensabile (il compito rimanda a una
competenza). Detto in sintesi, è la competenza educativo-formativa in successione
intelligente: prima si educa, poi si forma.
- Competenza educativa8, anzitutto, cioè capacità di cogliere la verità dell’altro,
d’un ascolto, dunque, che vada al di là del detto o di ciò che è subito
percepibile (oltre il conscio), e sappia scrutare nel mondo interiore (nella sua
sensibilità), per coglierne la parte sana e libera, e pure quella meno sana e
meno libera, la sensibilità adulta e quella ancora infantile, quella evangelica e
quella ancora pagana…, sapendo che di solito la vera radice delle umane
inconsistenze è inconscia (e tende a rimaner tale).
- L’educatore, ancora, dovrebbe in qualche modo provocare nel giovane un
corrispondente desiderio di fare lui stesso la verità dentro di sé, l’interesse di
conoscersi, specie nella parte più vulnerabile e non evangelizzata (=sensibilità
penitenziale), scoprendo quanta libertà ci sia nel dirsi la verità (come
condizione del cammino stesso formativo), e quanta verità vi sia nel
riconoscere il proprio bisogno di conversione. Dandogli poi gli strumenti per
apprendere un metodo che possa metter in atto da sé (ovvero, l’esame di
coscienza è cosa molto seria)9.
- Qui inizia la competenza formativa. Il formatore dovrebb’esser competente a
proporre un metodo pedagogico che consenta al candidato di liberarsi
7
Termine che oggi si preferisce al classico “direzione spirituale”, a indicare un tipo di presenza che non impone
direzioni al cammino del giovane, ma che si pone accanto condividendo il “pane del cammino” (così la radice
etimologica del termine, dal latino medievale: “cum-panis”).
8
Differenza tra educare (da educere=tirar fuori la verità) e formare (=proporre una forma vitae).
9
C’è stato chi ha detto che se i preti avessero imparato a fare bene e regolarmente l’esame di coscienza non ci
sarebbe stata la tristissima storia degli abusi sessuali.
5

progressivamente dei propri aspetti meno maturi, delle proprie distorsioni


percettive e aspettative irrealistiche (anche vocazionali) 10, ed esser così sempre
più in grado di accogliere la parola liberatrice del Vangelo, di gustarla come
parola che nasconde e dice la verità della sua vita, di lasciarla crescere dentro
di sé, di lasciarsi formare dalle mediazioni formative classiche del tempo della
prima formazione, per imparare soprattutto a lasciarsi formare un domani dalle
tante quotidiane mediazioni formative della vita (la famosa docibilitas, quale
condizione della formazione permanente). Per avere sempre più in sé la
sensibilità del Figlio obbediente, del Servo sofferente, dell’Agnello innocente.
- Tale compito-competenza suppone nell’educatore-formatore un suo proprio
cammino di formazione specifico, che cerchi di metter insieme la dimensione
spirituale-trascendente con quella psicopedagogico-umana. Nessuno oggi può
esser messo in un ruolo formativo senza esservi stato preparato
adeguatamente (e oggi, grazie a Dio, vi sono scuole per formatori, spesso
collegate con strutture universitarie pontificie). E preparazione adeguata
significa soprattutto un’esperienza personale d’integrazione tra le due
dimensioni classiche della vita del credente, quella spirituale con quella
antropologica. Proprio il modello dell’integrazione (o della ricapitolazione in
Cristo) sembra essere il più adatto oggi11. Attenzione, dunque, a evitare gli
estremismi (scuole a indirizzo spiritualista, come bastasse studiare teologia
spirituale per fare formazione, o scuole che sembrano dare attenzione solo al
versante umano, come se la FPr fosse questione solo di tecnica metodologica o
riducendola a terapia psicanalitica). È da questa esperienza che il futuro
formatore apprende su di sé un metodo d’integrazione che poi gli verrà
naturale applicare ai giovani candidati.
- Ed è da questa esperienza, ancora, che nascono quelle particolari qualità
richieste al formatore oggi, come una sensibilità corrispondente sul piano
educativo e formativo: la conoscenza e l’accettazione di sé, l’identificazione
della propria inconsistenza centrale, e di come esserne sempre meno
dipendente, ma soprattutto la scoperta della propria debolezza come luogo
della potenza della Grazia (cf 2 Cor 12,7-10) e d’un sempre inedito incontro
con Dio12. Proprio questo tipo d’esperienza d’integrazione personale dovrebbe
consentire al formatore di conciliare in sé e nel rapporto altre polarità che non
possono restare contrapposte, come il coraggio di chiedere il massimo con
l’accoglienza misericordiosa dell’altro, o il duc in altum con il descensus ad
inferos.
- E, a livello più tipicamente relazionale, conciliare la sua presenza nella vita del
giovane con la sua assenza, per favorire in lui il senso dell’autentica esperienza
di Dio, fatta di entrambe le polarità, di parola e di silenzio, di intimità e di
10
Sarebbe lo spirito mondano di cui parla spesso papa Francesco.
11
Su questo modello mi permetto d’indicare il mio L’albero della vita. Verso un modello di formazione iniziale e
permanente, San Paolo, Cinisello B. 2006.
12
Vivere la propria debolezza come luogo di esperienza della grazia è già una integrazione in atto.
6

solitudine, di gratificazione e di frustrazione13. Il formatore oggi deve capire


sempre più che, provenendo il giovane da vissuti relazionali deboli e precari, la
relazione si pone come elemento centrale terapeutico; se le relazioni sono
ferite, è solo una relazione che le può sanare. Dunque dovrà esser
particolarmente capace di relazione, senza paura dell’intimità e al tempo stesso
capace di rispettare la terra sacra dell’altro, disposto ad aiutare ma senza
invadere e legare a sé, libero di voler bene e di esser benvoluto.
2.2- Sensibilità evangelica
Se la FPr mira a conformare il giovane alla sensibilità di Cristo, al formatore si
chiede che sappia proporre un cammino che vada in tale direzione, e che non
s’accontenti di mirare alla condotta esterna, alla formazione solo o prevalentemente
intellettuale, alla correttezza dei gesti. Anzitutto è un problema d’interpretazione
dell’evento formativo: dev’esser chiaro che esso deve giungere fino al cuore (in senso
biblico e psicologico), e toccare la totalità dell’organismo psichico-spirituale: sensi
(esterni e interni), sensazioni, emozioni, sentimenti, tendenze, impulsi, gusti,
attrazioni, desideri, giudizi, criteri decisionali, simpatie, stili relazionali, affetti,
passioni… Tutto l’umano va evangelizzato perché esprima il cuore del Figlio. Per
questo il formatore dev’esser
- persona che sta anzitutto compiendo in sé e con tutto se stesso tale
conformazione. Uomo che non ha rinunciato alla propria umanità e alla sua
realizzazione, ma la vive pienamente in Cristo e alla luce della sua stessa
umanità,
- e che ha imparato davvero a intervenire su tutto quanto fa parte del proprio
mondo interiore e che costituisce la sua sensibilità, dai sensi ai suoi criteri
decisionali, dalle sue emozioni ai suoi desideri, dalle attrazioni alle abitudini.
- E proprio per questo può fare altrettanto nella vita del giovane, trasmettendogli
l’idea che la sensibilità è educabile, e che essa si forma attraverso le scelte di
ogni giorno, qualsiasi scelta, piccola o grande che sia, perché ogni decisione
orienta energia in una direzione o in un’altra. Ognuno, dunque, ne è
responsabile, o ha la sensibilità che si merita. E siccome esistono vari tipi di
sensibilità (intellettuale, credente, estetica, relazionale, spirituale, teologica,
orante, pastorale…) pensiamo quanto questo sia importante, ad es., per la
formazione della sensibilità morale (o coscienza), che ci porta ad agire in base
a quel che “sentiamo” dentro di noi come buono e da metter in atto; pensiamo
quanto sia importante che il formatore educhi il giovane a capire che ogni
scelta orienta il suo sentire morale, e dunque a esser disposto a verificare la
propria sensibilità morale, a non fare solo l’esame di coscienza, ma l’esame
alla coscienza, a non usare solo il criterio morale (“questo è peccato o no? O è
13
Per questo ogni accompagnatore dev’esser preparato, e non solo nelle scienze dello spirito, ma anche in quelle della
formazione umana; e non solo a livello teorico, ma soprattutto in quella ascesi della vita spirituale che educa il
credente a vivere la fede (e il rapporto con Dio) come sintesi di quelle polarità appena viste (assenza e presenza,
vicinanza e lontananza, solitudine e compagnia, dubbio ed evidenza, luce e oscurità…), per evitare polarizzazioni
pericolose su una delle due polarità (psicologismo o spiritualismo, volontarismo o spontaneismo…), che poi avrebbero
conseguenze pericolose nel modo di educare all’atto credente.
7

peccato grave o no?”), ma anche e soprattutto quello spirituale-psicologico


(“questo gesto è in linea con la mia identità-verità o no?”), perché non sempre
ciò che è moralmente lecito (o non illecito) è psicologicamente e
spiritualmente conveniente.
- Se dunque questo tipo di formazione si ispira –come punto d’arrivo- al modello
pasquale della integrazione (in Cristo), dall’altro tende a creare nel giovane un
“palato da Beatitudini”, ovvero un credente che non solo è mite, paziente, puro
di cuore e misericordioso, ma che in queste situazioni ha imparato a
sperimentare una felicità speciale che viene da Dio, come una nuova sapienza.
2.3- Sensibilità nell’area affettivo-sessuale
Oggi sempre più si chiede al formatore questo tipo di competenza, sia per quello che
è capitato (e continua a capitare) nella Chiesa, sia perché l’area affettivo-sessuale è di
fatto l’area strategicamente centrale nella geografia intrapsichica umana. Sembra
dunque fondamentale che il formatore possieda
- le due certezze fondamentali da cui nasce la libertà affettiva: la certezza
d’essere stato già amato e la certezza d’esser capace di voler bene. Proprio
questa duplice sicurezza consente di dare affetto senza legar nessuno a sé, di
voler bene e di lasciarsi benvolere, di vivere la solitudine e di non temere
l’amicizia e l’intensità dell’affetto, di amare senza aspettarsi il ricambio;
- una sicura e ferma identità sul piano dell’identità sessuale, con ciò ch’essa
significa: accettazione del proprio corpo, del proprio sesso, senso positivo di
sé, capacità di relazione armonica e complementare con l’altro sesso,
accoglienza della diversità dell’altro, apertura alla fecondità relazionale,
certezza di poter vivere nella verginità consacrata la propria sessualità come
una sessualità pasquale;
- la libertà di “bene-dire” la sessualità, proponendo a tutti un cammino positivo
di maturazione in tale ambito, e pure la capacità di affrontare esplicitamente la
problematica affettivo-sessuale, di discernere i segni d’immaturità e
inconsistenza particolarmente in certe situazioni (esperienze di violenze subite,
tendenza all’autoerotismo, rimozione d’ogni difficoltà nell’area, confusione
circa la propria sessualità…). Nell’epoca degli abusi sessuali si esige dal
formatore una certa competenza al riguardo, che gli consenta di individuare i
segni di disturbi specifici (come la pedofilia), di saper discernere, ad es., tra
omosessualità strutturale e non strutturale, e di saper accompagnare persone
ferite in tale ambito.
2.4- Sensibilità pastorale
Abbiamo menzionato prima il pericolo di una generazione giovanile, e dunque anche
presbiterale-giovanile, in qualche modo indifferente (vittima della “globalizzazione
dell’indifferenza”, per dirla con papa Francesco). Per questo è indispensabile che il
formatore abbia sviluppato in sé una sensibilità specifica legata alla propria identità
8

di Pastore, che ha imparato a vibrare con gli stessi sentimenti del Figlio obbediente,
del Servo sofferente, dell’Agnello innocente. Dunque un formatore
- che sa bene che non si evangelizza laddove non si ama (e ove non si amano
coloro cui si annuncia il vangelo), e che dunque ha imparato ad amare il
mondo, questa nostra storia, gli uomini e le donne che incontra sul suo
cammino,
- e questo amore cerca anzitutto di trasmettere al giovane in formazione, amore
come simpatia, comprensione, rispetto della cultura odierna, desiderio
d’entrare in dialogo con essa…, e –al contrario- abbandono di quello stile di
supponenza e sufficienza che allontana e rende antipatico l’annunciatore del
vangelo e inaccettabile il vangelo stesso.
- In modo del tutto particolare il formatore dovrebbe aver sviluppato in sé un
cuore misericordioso, e scoperto –guardando Gesù ricco di misericordia e
compassione- che l’autorità del sacerdote risiede tutta nella capacità di
provare compassione: è autorevole solo quel prete che mostra empatia, che
capisce il dolore, soprattutto se questo dolore lo sa accogliere dentro di sé
perché l’altro soffra meno, e giungendo dunque al punto di soffrire con lui e
per lui. Questa è la vera autorità del sacerdote.
- E ancora, l’autentico formatore cerca di trasmettere al giovane candidato
esattamente questa libertà di soffrire con chi soffre. Creando in lui il vero
pastore, quello che ha “l’odore delle pecore”. Il contrario del mercenario, del
sacerdote e del levita campioni d’indifferenza clericale, a differenza del
Samaritano dalla sensibilità buona, ma il contrario anche del prete arrivista o in
carriera, dalla sensibilità pagana.
- Per questo l’esperienza apostolica o comunque le varie forme di rapporto col
mondo diventano luogo di formazione, non solo perché la FPr non si riduca a
un fatto intellettuale né si compia lontano dalla vita reale, ma perché questo è il
modo migliore di preparare il domani, e di rendere la persona libera di
lasciarsi formare dalla vita per tutta la vita, di lasciarsi formare dagli altri e
da ogni altro, mediazione misteriosa dell’azione del Padre che forma in noi in
ogni istante il cuore del Figlio suo per la potenza dello Spirito Santo.
- Potremmo proprio dire, in conclusione, che questa è la sensibilità per
eccellenza (come sintesi di qualità e competenza) richiesta oggi al formatore:
rendere il giovane docibilis, così umile e intelligente da imparare da tutti, santi
e peccatori, credenti e non credenti, piccoli e grandi…, per rendere tutta la sua
vita un cammino continuo di formazione secondo il cuore del Bel Pastore.
Amedeo cencini
Sommario

Sommario
9

ACCOMPAGNAMENTO E DISCERNIMENTO:......................................................1
COMPITI E QUALITÀ DEI FORMATORI................................................................1
1- La formazione presbiterale oggi: sensazione d’incompletezza............................1
2- Elementi di novità................................................................................................1
1.1- Sul piano del modello formativo...................................................................1
a) Senso (come obiettivo e contenuto) della FPr oggi:......................................1
b) Modalità e strumenti:.....................................................................................2
c) Centralità della relazione...............................................................................2
1.2- Sul piano del contesto ecclesiale...................................................................2
a) Maggior attenzione alla formazione dell’evangelizzatore.............................2
b) In una chiesa che ha messo al centro il povero..............................................2
1.3- Sul piano della qualità giovanile....................................................................3
a) Instabilità emotiva e identità negativa...........................................................3
b) Percezione distorta della vocazionale............................................................3
3- Compiti e qualità dei formatori............................................................................3
2.1- Sensibilità educativo-formativa..........................................................................3
2.2- Sensibilità evangelica.........................................................................................5
2.3- Sensibilità nell’area affettivo-sessuale...............................................................6
2.4- Sensibilità pastorale............................................................................................6