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La democrazia distributiva

Storia contemporanea (Università degli Studi di Perugia)

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CAPITOLO 1: I due solidarismi

1.1 “Un ponte sull’abisso fra due epoche


Amendola sosteneva che i partiti antifascisti si erano mossi soltanto dopo El Alaimen (2ì metà ’42). Durante i primi incontri
venne firmato un patto che vincolava le democrazie unite a lottare contro il fascismo per instaurare un regime di libera
democrazia, in modo che tutti i poteri dello stato venissero emanati dal popolo e che si facesse il massimo sforzo verso una
politica rinnovatrice di giustizia sociale. Coloro che firmarono furono:
Ivanoe Bonomi, Meuccio Ruini Giuseppe Romita Valentino Gerratana,
Alessandro Casati Partito democratico del lavoro Socialisti Alcide De Gasperi
Liberali Democrazia cristiana

Al di fuori di questi vi era il Partito d’azione con il loro programma di 7 punti (giugno ’42). I leader Adolfo Tino e Ugo La Malfa
erano fautori di un Repubblicanesimo intransigente: volevano sbarazzarsi del fascismo e della monarchia instaurando una
democrazia a tendenze anticlericali decisa a punire la chiesa per le sue concessioni a Mussolini.

Bonomi invece non era contrario all’idea di servirsi della monarchia, difatti divenne un tramite tra opposizioni clandestine,
corona e vertici delle forze armate.

25 luglio 1943: si tenne la prima riunione dei rappresentanti antifascisti (dopo la notizia della caduta di Mussolini). Vi
parteciparono: Bonomi, De Gasperi, Gronchi, Ruini, Spataro, Della Torretta, Casati e Bergamini. Erano due le “partite da
affrontare:

1. Abbattimento di Mussolini e del fascismo  partita “attiva” che però di fatto era stata già liquidata;
2. Conclusione di un accordo con gli Angloamericani  partita “passiva” poiché difficile e con gravose responsabilità per i
negoziatori. Ma agli antifascisti non conveniva assumersi questo impegno in quanto il Re avrebbe dovuto decidere la persona più
idonea e in aggiunta gli italiani non avrebbero capito.

9 settembre 1943: Reso pubblico l’armistizio di Cassibile, i partiti antifascisti si costituirono in Comitato di Liberazione
Nazionale (steso nome dei combattenti di De Gaulle). L’intenzione era di riconquistare l’Italia e il posto che le spettava nelle
libere Nazioni.
Però ciò non fu facile a causa della FUGA di Badoglio e del Re Vittorio Emanuele III a Brindisi abbandonando la capitale senza
alcuna direttiva né ai poteri militari né a quelli civili.

Nel frattempo Mussolini costituì un nuovo governo fascista repubblicano annunciando di voler preparare la Costituente per
creare lo “Stato fascista Repubblicano”.

Ivanoe Bonomi temeva che la repubblica di Mussolini potesse essere accolta dagli italiani del centro-nord in quanto già
spettatori di Repubbliche avvenute nel secolo scorso (Rep. Cisalpina e le 2 Rep. Di Venezia e Roma 1849). Il mezzogiorno invece
avrebbe continuato a ritenere la monarchia un’istituzione da non mettere in discussione a causa dell’appoggio degli
Angloamericani al binomio Re-Maresciallo Badoglio.
21 settembre 1943 Churchill pronunciò un discorso alla Camera dei Comuni sostenendo la necessità che tutte le forze della vita
nazionale italiana si schierassero dalla parte del loro legittimo governo, e che il re e il maresciallo Badoglio fossero sostenuti da
chiunque fosse capace di opporsi alla combinazione fascista tipo Quisling.

28 settembre 1943, in conseguenza alle parole i Churchill, il CLN su riunì e si avvenne nuovamente una divisione riguardante la
questione istituzionale:
- Democristiani, Liberali e Democratici del lavoro  bisogna mantenere la monarchia;
- Socialisti, Azionisti e Comunisti bisogna accantonare la monarchia.
La situazione venne esaminata successivamente il 5 e 16 ottobre; venne approvato l’ordine del giorno, da Gronchi, dove si
affermava che la guerra di liberazione andava fatta da un governo straordinario non comandato dal Re e Badoglio. De Gasperi
era contrario.

28-29 gennaio 1944 congresso CLN a Bari: non si poteva trovare una soluzione rapida, ma era chiaro ed innegabile la necessità
dell’abdicazione immediata del re. Era necessario comporre un governo con i pieni poteri del momento di eccezione e con la
partecipazione di tutti i partiti rappresentati al congresso, ovvero:
Partito liberale, Dem. Cristiana, Dem. del lavoro, Partito d’Azione, Partito Socialista Italiano e Partito Comunista Italiano.
Il CLN di Milano giudicò moderato l’esito del congresso. Anche se per molti sembrò un imposizione dei soldati inglesi che li
tenevano prigionieri del teatro Piccinni (Bari).

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Ciò influenzò i socialisti che il 9 febbraio ’44 ribadirono la loro volontà di accantonamento della monarchia. Se gli altri partiti non
li avessero appoggiati allora avrebbero abbandonato il CLN.

Bonomi provò a ricomporre le divisioni, ma fallì e si dimise da presidente del CLN il 24 marzo ’44. Ciò segnò la crisi nel CLN.

Badoglio era in difficoltà, ma venne tratto in salvo da Togliatti, arrivato dalla Russia dove era stato molti anni ricoprendo
incarichi di primissimo piano. Del tutto coerentemente con la strategia decisa con Churchill e Roosevelt, Stalin gli suggerì infatti
che il Pci abbandonasse la richiesta dell’abdicazione del re e decidesse di entrare nel governo Badoglio.
Una volta tornato in Italia, Togliatti rese pubblica la nuova linea d’azione del Consiglio nazionale del Pci delle regioni liberate che
si riunì a Napoli il 30-31 marzo del ’44 (“svolta di Salerno”).
Togliatti aveva tagliato quella specie di siepe che circondava il Re, cosicchè tutti sarebbero precipitati verso il binomio Badoglio-
Togliatti.

L’obbiettivo era di arrivare ad una “abdicazione mascherata”: allontanare i re senza farlo abdicare. Enrico De Nicola sbrogliò la
massa convincendo il Re a fare un passo indietro lasciando al suo posto, come luogotenente del Regno, il figlio Umberto
principe di Piemonte.
22 aprile 1944 istituito governo di unità nazionale presieduto da Badoglio, di cui facevano parte come ministri senza
portafoglio: Croce (liberale), Sforza (indipendente), Rodino (democristiano), Togliatti (comunista) e Pietro Mancini (socialista). E
venne chiamato come ministero dell’educazione nazionale Adolfo Omodeo (Partito d’Azione).
Nel primo consiglio venne deciso di:
- intensificare lo sforzo bellico;
- procedere all’epurazione;
- adottare misure per la ripresa economica.
Però vi era un’assemblea costituente senza che vi fosse un impegno legislativo.

8 giugno ’44 i partiti antifascisti chiesero la formazione di un nuovo governo, presieduto da Ivanoe Bonomi (che aveva ripreso il
suo posto di presidente del CLN). Umberto convocò Bonomi per l’incarico, il quale si rese disponibile a patto che venissero
accettati 3 punti:
1) Impegno legislativo di demandare al popolo italiano la scelta della forma istituzionale dello stato con l’elezione di
un’assemblea costituente per deliberare la nuova costituzione;
2) Modificazione della formula di giuramento per i membri del governo;
3) Concentrazione del potere legislativo ed esecutivo nelle mani del governo fino a quando la nuova costituzione non avesse
delineato i nuovi istituti parlamentari.
Il luogotenente (Umberto) accettò i 3 punti

1.2 La Costituzione provvisoria


18 giugno ’44 si insediò il governo Bonomi la cui costituzione determinò uno strappo costituzionale. Il CLN ottenne di assumere
l’incarico di designazione del governo alla corona (accantonamento della corona per lasciar spazio al Governo). Ottennero
inoltre che i ministri non dovessero giurare nelle mani di Umberto.
Non mancarono coloro che parlarono di dittatura del CLN; ma non si può non riconoscere che i partiti antifascisti diventarono i
costruttori della democrazia repubblicana. Il governo dell’Esarchia (governo di sei partiti) prese dei provvedimenti che
costituirono l’impalcatura del nuovo sistema:

 Decreto del 25 giugno 1944: le forme istituzionali dopo la liberazione sarebbero state scelte dal popolo italiano. Questo
avrebbe eletto a suffragio universale un’assemblea costituente per elaborare la nuova costituzione di stato. Umberto firmando
ciò cancellava lo Statuto Albertino, dando vita ad una vera e propria “costituzione provvisoria”.
 Provvedimento che istituiva la Consulta nazionale: organismo che doveva fornire pareri sui provvedimenti di legge che
venivano sottoposti dal governo. Da ciò prese vita un “regime di partiti”; difatti vennero emanati due provvedimenti chiave
determinanti per il futuro assetto del paese:
o Legge per il referendum MONARCHIA/REPUBBLICA;
o Elezione dei deputati all’Assemblea costituente  nessuno aveva però la percezione esatta della propria consistenza
elettorale, così le forze politiche trovarono l’accordo sulla legge elettorale per la Costituente varata il 10 marzo 1946, il
quale si basava sulla rappresentanza proporzionale. Questo metodo venne utilizzato anche per l’elezione della camera
dei deputati e dei senatori.
Il proporzionalismo venne considerato come un principio che qualificava la “nuova democrazia dei partiti”, come un
elemento fondante del’ordinamento che si stava instaurando. Ordinamento che assegnava al parlamento la funzione di
architrave dell’intero edificio costituzionale.

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Lelio Basso all’assemblea del 20 novembre ’46, definì quel modello “democrazia dei partiti”. I partiti scrissero insieme la
costituzione. Tale compromesso viene considerato come regime “paritocratico” o “Repubblica dei partiti dominata dai partiti”.

1.3 Democrazia e antirivoluzione


2 gennaio 1946, ad un discorso alla consulta nazionale, De Gasperi rassicurava gli alleati che l’Italia, dopo 20 anni di dittatura
avrebbe fato elezioni amministrative e politiche. Però occorreva tempo per sradicare il fascismo considerando fino a che punto
si era infiltrato nello stato.
De Gasperi e Togliatti avevano però due diverse concezioni di democrazia:

Togliatti: il suo ideale si basava sul modello leninista della rivoluzione democratica che è uno stadio del processo rivoluzionario
comunista. Tale modo di intendere la democrazia non creò problemi finchè non si concluse il regime di Mussolini. Allora Togliatti
teorizzò la “democrazia progressiva”, la quale avrebbe compreso:
- l’estirpazione delle radici economiche e sociali del fascismo;
- la ricostruzione del paese;
- un nuovo asseto costituzionale;
- la riforma agraria;
- alcune forme di nazionalizzazione.
Togliatti rimaneva convinto della sostanziale incompatibilità fra democrazia e capitalismo; non credeva che la democrazia
capitalista avesse un futuro e rimase saldo in questa convinzione.
Egli parlava di società sovietica come di una società fondata sulle virtù evangeliche, ma come gli fece notare De Gasperi, egli non
poteva fare parte del Cristianesimo.

De Gasperi: credeva che il miglior sistema politico, durante la storia, si era rivelato quello della democrazia rappresentativa,
basata sull’uguaglianza dei diritti e dei doveri. Egli indicava un valore e insieme un fine politico, ovvero proponeva un modello di
“giustizia sodale”. La nuova economia avrebbe dovuto muoversi fra 2 poli: Libertà (diritto degli uomini), Giustizia sociale
(missione dello stato). “Lavoro e occupazione per tutti” doveva essere la parola d’ordine della DC e la meta dello stato. La
politica economica doveva essere impostata ad’assicurare a tutti un’occupazione remunerata con un minimo di sussistenza. Ciò
include il minimo salario familiare, provvidenze per la casa e una molteplice assistenza sociale contrattualmente garantita.

Durante un comizio, Sandro Pertini, aveva ammesso: “dobbiamo fare della costituzione la piattaforma della rivoluzione italiana
per gettare le basi della futura società socialista”. De Gasperi rispose:”noi invece desideriamo il metodo permanente della
democrazia, l’antirivoluzione”.

All’interno dei partiti vi era chi aveva la responsabilità del governo e nello stesso tempo faceva l’opposizione attraverso i giornali
e la propaganda. De Gasperi ripudiava ciò poiché immorale e perché altrimenti lo stato non avrebbe mai potuto arrestare da
solo queste spinte rivoluzionarie e controrivoluzionarie. Tale sistema dei “doppi binari” andava distrutto.
Però non vi erano alternative alla convivenza con le due sinistre; almeno garantivano la responsabilità della firma del trattato
così da non ricadere solamente sulle spalle del DC.

2 febbraio 1947 entra in carica il Terzo governo De Gasperi, formato da DC, Pci, Psi e due indipendenti Sforza (esteri) e
Gasparotto (difesa).
Scelba (ministro dell’interno, DC) era dell’opinione di non firmare il trattato senza consultare l’assemblea costituente; rassegnò
le dimissioni e successivamente le ritirò grazie a De Gasperi che gli disse che non conveniva entrare in conflitto con le potenze
vincitrici.
10 febbraio 1947 firma Trattato a Parigi dall’ambasciatore Antonio Meli Lupi di Soragna.

Fin dal dibattito parlamentare si capì che il governo stava nascendo diviso. DC e le sinistre avevano affinità in campo sociale, ma
avevano dottrine diverse. De Gasperi sperava che Togliatti riuscisse a costruire un ponte, ma ciò voleva dire mettere in contatto
due realtà che non comunicavano per vie normali. Dati gli avvenimenti passati il ponte non collegava fossati ma trincee.

1.4 Due solidarismo e due garantismi


Il ponte fu effettivamente costruito. Il terzo governo De Gasperi era riusito a superare indenne 2 passaggi difficili:
- firma del trattato di pace;
- l’approvazione dell’articolo 7 (accordo sull’art. 5 sui Patti Lateranensi divenuto poi art. 7).
Il risanamento economico venne reso più difficile dalla fine dei contributi Unrra e da una crisi di fiducia. Perciò bisognava
prepararsi a superare il tripartitismo ed assicurarsi la partecipazione del “quarto partito”.

De Gasperi chiese il soccorso degli USA con una lettera a Truman il 10 maggio ’47; informandolo di voler ampliare la base
parlamentare per assicurarsi il sostegno di quei partiti che volevano dare all’Italia la stabilità e la libertà del regime democratico.

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Gli USA invitarono gli italiani a risolvere da soli i loro problemi così da convincere gli americani del fatto che l’Italia meritava il
loro aiuto. De Gaspari accolse l’invito.

12 Maggio ’47 al Consiglio dei Ministri, De Gaspari sostenne di essere convinto di rendere un servizio al paese tentando di
ottenere la collaborazione di altre forze economiche e finanziarie. Stabilito ciò precisò di non pensare a degli elementi
governativi che mettessero in minoranza i partiti democratici, i quali esprimevano la volontà della maggioranza degli elettori.

La sinistra rispose accusando De Gasperi di aver aperto virtualmente la crisi per cercare di spostare l’asse politico del governo. Il
giorno dopo anche “l’Unità” prese le distanze dal Presidente del consiglio.
Di conseguenza De Gasperi si dimise. La crisi era nell’aria, De Gasperi non aspettava che l’occasione per aprirla e si era
aggrappato ad un comunicato del Psi per dimettersi.

Il 17 maggio ’47 De Gasperi intervenne alla direzione nazionale della DC spiegando che sarebbe stato più facile ottenere l’aiuto
USA se l’orientamento del governo fosse stato verso il “mondo democratico occidentale”. Ciò venne considerato come un
condizionamento fuorviante americano; ma ciò solo se non tenendo in considerazione la situazione interna del paese: De
Gasperi aveva sperimentato di persona quanto fosse difficile collaborare con i comunisti, che nelle piazze e sui giornali
fomentavano un atteggiamento di ostilità nei confronti del governo. Difatti si era convinto che la sua collaborazione con loro
fosse ormai conclusa e che non vi potesse esserci un dialogo.
Il 19 maggio ’47 in un discorso alla Rerum Novarum, spiegò che la DC non accantonava la prospettiva della collaborazione, per
far ciò però bisognava rinunciare al “doppio gioco". Non si poteva lavorare con De Gaspari al consiglio dei ministri e poi farlo
impiccare in effige durante le assemblee.

Togliatti ribattè che era difficile sfuggire all’impressione che gli americani pensassero a tutti gli italiani come dei venduti o dei
vendibili e quindi che tutta l’Italia si potesse comprare.

31 maggio 1947 nacque il quarto governo De Gaspari: composto in gran parte da DC ma irrobustito da Luigi Enaudi e Giuseppe
Grassi (area liberale), Carlo sforza (repubblicano), Cesare Merzagora e Gustavo Del Vecchio (indipendenti).

Vi furono numerose botta e risposta fra l’Unità e l’avanti, il quale arrivò a ad avanzare il sospetto che la crisi fosse stata una
manovra del Clericalismo.

La lotta politica condotta nel nome di visioni della democrazia distanti non impedì che i partiti trovassero un’intesa sulla nuova
costituzione, che fu espressione di varie correnti politico-ideologiche, culturali e giuridiche. Nel segno degli ideali
dell’uguaglianza, della giustizia e della solidarietà, la nuova Costituzione delineava una forma di democrazia molto avanzata,
poiché riconosceva, tali ideali, come fondamentali diritti sociali.
Su tali basi si evitò la guerra civile calda e si rese abitabile il clima della guerra civile fredda.
Per i cattolici, i valori erano il personalismo, il solidarismo e il pluralismo come si evince dall’intervento di Giorgio La Pira (DC)
dell’11 marzo ’47  la crisi Costituzionale italiana aveva a che fare con due tipi di Costituzione:
- la prima elaborata dal regime fascista dallo stampo tutto nello stato, nulla fuori dallo stato;
- la seconda era di tipo individualista e derivata dal 1789, ove si finiva per ignorare tutti gli altri enti, la famiglia, la comunità
religiosa, le organizzazioni di classe e le comunità del lavoro. Il mondo organico scompariva e rimaneva la comunità statale.
La Pira riteneva che l’assetto giuridico dovesse essere proporzionato a quello sociale e che quello sociale dovesse avere come
base teoretica la persona umana.

Togliatti, concordando con La Pira riguardo alla ricostruzione di su come si arrivò a quel tipo di costituzione, osservava che vi era
statala confluenza di due solidarismi: uno comunista (umano, sociale) e dall’altra uno di ispirazione ideologica e di origine
diversa (che perveniva ad esiti analoghi). Togliatti segnalò 3 punti i incontro tra di essi:
 Centralità dei diritti sociali;
 Visione della vita economica che non era più atomistica e individualistica ma era fondata sulla solidarietà tra le forze lavoro;
 Una nuova concezione della proprietà e dei suoi limiti.
Indicati i beni sostanziali che la costituzione avrebbe dovuto assicurare al popolo, Togliatti aveva criticato il modo con cui si stava
tentando di dare soluzione alla questione della stabilità de governo, oltretutto, molte norme sembravano ispirate dalla paura di
una possibile maggioranza di espressione delle forze lavoratrici. Per scongiurare questa eventualità di prevedeva un sistema di
garanzie e si immaginava la “Corte costituzionale” organo che non si sapeva cosa fosse e grazie alla quale degli illustri cittadini
sarebbero stati collocati al di sopra di tutte le assemblee e di tutto il sistema del Parlamento e della democrazia per esserne i
giudici. Ma chi erano costoro? E da che cosa avrebbero tratto il loro potere se il popolo non era chiamato a sceglierli??

I comunisti chiedevano che la parte della costituzione relativa ai diritti sociali fosse chiara, senza equivoci e che questi diritti
fossero sostanzialmente garantiti. Togliatti poneva una questione che ci aiuta a riflettere sulle ragioni per cui una Costituzione
fondata da due solidarismi, abbia poi prodotto un modello di democrazia distributiva.

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I diritti sociali hanno dei costi, sicchè il loro carattere può essere riconosciuto nel senso che lo stato si incarica di promuoverli nei
limiti delle risorse di cui dispone. Dunque lo stato può far di tutto per garantirli, ma non di più.
Luigi Enaudi si era battuto affinchè si inserisse nella Costituzione la clausola del pareggio di bilancio: considerato inviolabile, ma
fu cancellato dal Comitato di studio bicamerale de, 4° comma dell’art. 81, dove si legge “ogni legge che avesse comportato
nuove spese avrebbe dovuto indicare le risorse per farvi fronte”. Le conclusioni di quel lavoro (1961) avviarono la rivoluzione del
deficit spending (uscite > entrate, soldi spesi dal governo prelevandoli da prestiti e non dalle tasse), fondata sulla filosofia “dare
e non togliere”, che consentì una grande espansione del regime di sicurezza sociale. Espansione possibile perché le risorse non
erano sottratte nell’immediato a nessuno, ma reperite attraverso il deficit.

L’incontro tra i due solidarismi consentì di dare alla Costituzione un profilo sociale, ma non fecero scelte nette per assicurarsi la
stabilità dell’esecutivo in quanto temevano il possibile ritorno di un altro Duce (angoscia Mussoliniana). Pesavano le incertezze
del domani e la valutazione che i vari leader facevano dei rapporti di forza.
La ricerca della forma migliore di governo non poteva però prescindere da un attento esame delle forze in campo. In una
riunione informale, fra membri DC e gruppi impegnati nell’elaborazione della costituzione, fu valutata la possibilità di una
Repubblica presidenziale  scartata da De Gasperi a causa di eccessivo garantismo (tutelazione dell’individuo da qualunque
abuso o arbitrio da parte di chi esercita il potere) da parte dei due solidarismi (DC e Pci). I Due garantismi erano scaturiti da un
eccesso di paura dell’altro. Ciò consentì ai padri della Repubblica di scrivere la seconda parte della Costituzione, ma anche di
commettere il loro peccato originale: non dare soluzione, adeguatamente, al problema della stabilità dell’esecutivo.

Il 22 dicembre 1947 De Gasperi intervenendo all’Assemblea costituente, aveva assunto l’impegno solenne che, una volta fatta la
costituzione, il governo avrebbe avuto l’obbligo di attuarla e farla applicare. Egli sperava pertanto che questa legge
fondamentale di fraternità e giustizia si radicasse nel popolo. In modo che l’Europa e il mondo intero riconoscessero nella nuova
Italia Repubblicana, fondata sulla libertà e sulla democrazia, l’erede di una civiltà millenaria e universale.

CAPITOLO 2: Il primato dei partiti


2.1 Il primato dei partiti
Togliatti comprese che nel periodo della dittatura erano intervenuti dei mutamenti nella forma partito; non soltanto per il fatto
di rispondere alla tradizionale domanda di partecipazione, ma anche per soddisfare una tipica domanda di società di massa: la
protezione. Togliatti colse questi mutamenti e ne valorizzò l’importanza con la formula del “partito nuovo”. Con esso entravano
nel partito quei ceti medi che erano emersi nella società di massa fra le due guerre. Era un’effettiva novità, sociologica più che
ideologica.
Togliatti disegnò il profilo del nuovo Pci dimostrando di padroneggiare l’arte dell’organizzazione comunista; riuscì a trasformare
un “partito-setta” in un grande partito di massa; con una grande impronta nazionale, radicato nel territorio, aperto ai giovani e
alle donne e capace di dialogare con i cattolici.
Il Pci doveva stare in mezzo al popolo e soddisfare il suo bisogno di protezione. Le sezioni comuniste dovevano diventare dei
centri di vita popolare, aperti, dove tutti avrebbero potuto trovare un’organizzazione che si facesse carico dei loro problemi,
fornendo consigli, aiuti e assistenza.

18 aprile 1948 vittoria elettorale schiacciante della Democrazia Cristiana. Clamorosa fu la sconfitta del “Fronte democratico
popolare”, ma l’organizzazione comunista si rivelò una grande risorsa, in quanto consentì al partito di restare unito e di
mantenere alto lo stato di tensione rivoluzionaria dei militanti. Il fuoco, che Togliatti chiamò “millenarismo rivoluzionario”, restò
ardente. Il Pci da una parte è un partito solidamente coeso, centralizzato, disciplinato. Dall’altro è un partito che si apre
all’esterno, cercando di accrescere la sua influenza sulla società, un partito di massa. Il leader si attrezzò per combattere una
lunga “guerra di posizione” e nel farlo fu un vero talento. Togliatti fu un “grande temporeggiatore.
A Torino il 30 aprile del 1950 sostenne che vi erano molti elementi di confronto con il periodo giolittiano. A differenza di Giolitti,
la DC puntava a mantenere i partiti che rappresentavano la classe operaia ai margini della legalità, non escludendo neppure
l’ipotesi di spingerli fuori da essa.

Aprile 1954, al Comitato centrale, Togliatti fece un discorso scegliendo nuovamente una tattica temporeggiante introducendo
una novità di assoluta rilevanza. Propose un “incontro più profondo” con i cattolici sul terreno dell’umanità per scongiurare il
pericolo di un conflitto nucleare. Intonando il suo discorso attorno alla parola “umanità” Togliatti proseguiva nell’opera di
legittimazione dei comunisti italiani presso taluni settori del mondo cattolico; stava costruendo la cornice ideale per una
convivenza fra diversi.

Nell’autunno, Giorgio Amendola (Pci) fu nominato capo della commissione di organizzazione, a cui impresse una svolta nel corso
della 4ì conferenza nazionale d’organizzazione del gennaio 1955; egli denunciò i limiti strategici della “grande attesa”. Il Pci non
si poteva rinchiudere in se stesso e pretendere di stare nella società capitalistica come fosse un “movimento protestate
impermeabile alle influenze e alla pressione dell’ambiente nemico”

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1956 20° congresso PCUS (Partito Comunista Unione Sovietica): Nikita Cruscev (1° segretario del partito) denuncia il culto di
personalità di Stalin dando inizio alla destalinizzazione. Amendola commentò la vicenda dicendo che l’esito di tale congresso
poteva costituire un motivo di forza e non di imbarazzo per il Pci. Ora era una politica libera, non appesantita da una zavorra
delle reticenze, delle incomprensioni e dei settarismi. I comunisti, liberati da tali pesi, potevano presentarsi davanti al popolo
italiano come gli artefici della lotta per la democrazia. Democrazia che intendevano difendere e sviluppare, nella Repubblica che
avevano fondato.

Tale discorso apparì a Togliatti come un gesto di sfida. Egli replicò non sorvolando sugli anni più difficili e bui dello stalinismo, ma
li collocò in un contesto in cui era in gioco la sopravvivenza dell’unione sovietica, in quanto costretta a difendersi dall’offensiva
dei paesi capitalisti e dall’aggressione fascista. Ricordò che fu Stalin a guidare la resistenza. Togliatti non nascose il suo
disappunto per la svolta di Cruscev, perché di fatto sminuiva il prestigio dell’Urss e profanava il mito di Stalin.
Il Pci si muoveva sul “terreno democratico”, ma nella consapevolezza che la “democrazia di tipo occidentale” fosse una
democrazia limitata, imperfetta e falsa.

All’8° congresso del partito, dall’ 8 al 14 dicembre del 1956, Togliatti aveva indicato la via italiana al socialismo. La rivendicazione
della possibilità di percorrere una via italiana al socialismo stava certo a indicar che i comunisti italiani avrebbero potuto
impostare su basi nuove la loro azione politica. Tuttavia non vi fu alcun serio tentativo di progettazione di un modello
alternativo.

Togliatti aveva ribadito di attribuire fondamentale importanza al mito sovietico. Era una garanzia di successo. Il modello
sovietico faceva presa sui dirigenti e sui militanti, i quali si identificarono con esso al punto da essere percepiti nell’Italia come
non italiani; ovvero rappresentanti di un sistema che appariva vincente, come testimoniava la vittoria dell’armata rossa sul
nazismo. I comunisti italiani sembravano possedere quelle risorse di cui il paese era stato da sempre storicamente privo: serietà,
organizzazione e senso della disciplina civica. Togliatti era stato l’artefice della “bravura” comunista ed era con quella bravura
che il sistema politico italiano doveva fare i conti.

2.2 il partito italiano


Ad opporsi all’armata comunista c’era la Democrazia Cristiana. Nella primavera del 1943 il gruppo redige un primo documento;
De Gasperi fu contrario a diffondere il programma perché non gli sembrava democratico dato che solo un congresso avrebbe
potuto approvare il programma della DC. Inizialmente furono fatte delle copie e distribuite con mezzi di fortuna nelle varie
regioni. Il 31 luglio l’opuscolo fu inviato in decine di migliaia di copie a tutti i popolari, rappresentanti cattolici e circa ventimila
parroci. Il documento proponeva idee di forza, nella speranza che riuscissero ad animare la volontà del popolo italiano.
Rigettando i miti totalitari, lo stato democratico sarebbe stato saldo solo se la fraternità avesse fermentato in tutta la società.
Non ci si poteva limitare ad assicurare a tutti “pane e lavoro”, ma occorreva altresì industriarsi per estendere il più possibile
assicurazioni sociali. De Gasperi pensava ad un organismo flessibile; “lavoro e occupazione” sarebbe stata la sua parola d’ordine
e la meta dello stato. Il partito poco alla volta prendeva forma. La DC era “l’antirivoluzione”. Voleva le riforme più avanzate, ma
non potevano essere imposte con rivoltelle. Non era un partito classista, ma un partito di popolo. Lo stato sociale doveva esser
el’architrave della democrazia italiana.
Il modello flessibile fu tuttavia presto abbandonato. Dal momento che attraverso il partito di vedeva il paese, bisognava
compiere uno sforzo per inquadrare il partito nella nazione, per far sì che diventasse “partito nazionale”. Con le elezioni del 18
aprile 1948, la DC divenne il “partito nazionale”, partito della chiesa ma anche della nazione.

Nella prima assemblea nazionale organizzativa a Roma dal 6 al 9 gennaio del 1949, fu affrontata la questione del rapporto fra
partito, governo e parlamento. Il segretario della DC Giuseppe Cappi, aveva escluso che il governo potesse essere il “Comitato
esecutivo” del partito.

All’assemblea intervenne anche Dossetti (DC). Assumendo come riferimento il 18 aprile, Dossetti aveva sostenuto che si era
entrati in una nuova fase politica, in cui si trattava di lineare parte notevole della classe operaia dal Partito comunista. Ovvero
inserire nella casa dello stato quella che in un certo senso era la parte più dinamica del popolo italiano.

A chiusura del dibattito, De Gasperi sferrò un attacco frontale al Pci e ribadì la propria concezione di democrazia. Il Pci utilizzava
la democrazia e la costituzione come espediente per arrivare al potere e strozzarlo poi appena arrivato.
Era inoltre sbagliato, come sembrava volere Dossetti, accentrare tre compiti nel partito. Bisognava distinguere in questo modo:
- stimolare e preparare è del partito;
- deliberare è del parlamento;
- eseguire è del governo.
De Gasperi aveva un’idea molto precisa del modo in cui dovessero funzionare le istituzioni democratiche e la ribadì al consiglio
nazionale che si tenne dal 16 al 19 aprile 1950. Nel corso dell’incontro, Dossetti sostenne che il partito doveva essere un

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mediatore permanente tra parlamento e popolo; un interprete dei bisogni del popolo rispetto ai parlamentari e agli uomini di
governo.
Il Consiglio nazionale si concluse con l’elezione di Guido Gonella a segretario DC e con Dossetti come vicesegretario. Dossetti
fece la sua parte per far assumere alla democrazia italiana un profilo più sociale. Ebbe un ruolo in primo piano nel varo della
riforma agraria e nell’istituzione (ago ’50) della Cassa per il Mezzogiorno.

Nell’estate del 1951 a Rossena, ci furono due incontri per la formazione del 7° governo De Gasperi.
Nel primo incontro di Rossena (4-5agosto), Dossetti aveva spiegato che il dissenso nei confronti dell’impostazione di De Gasperi
era sostanziale, in quanto il leader non aveva rispettato nessuno dei due impegni concordati:
- avvio del terzo tempo sociale;
- valorizzazione del partito.
Nel secondo incontro invece Dossetti sostenne che era stato un errore liquidare i CLN. A De Gasperi riconosceva il merito di
esser stato all’altezza delle aspettative per quanto riguardava la ricostruzione dello stato, ma gli rimproverava di non aver poi
sfruttato le occasioni che il 18 aprile aveva aperto.

Nell’ottobre del ’51 Dossetti scrisse una lettera di dimissioni dalla DC e nel ’52 si dimise da deputato.

2.3 Bravura comunista e partitocrazia


Il 1953 segnò una svolta nel sistema politico italiano poiché fallì il tentativo di rafforzare l’esecutivo attraverso la riforma
elettorale. Per un pugno di voti, la cosiddetta “legge truffa” (una persona avrebbe avuto il potere totale) non passò. Dal
momento che diventava sempre più difficile costruire equilibri parlamentari che assicurassero stabilità al sistema, i partiti di
governo incominciarono ad avvalersi delle istituzioni (offrire favori in cambio di votazioni) ai fini della raccolta del consenso.
Avviarono un’opera di progressiva occupazione dello stato e di controllo di taluni gangli vitali della vita pubblica.

Al Consiglio nazionale dal 26 al 29 settembre del 1953 a Roma, Gonella (segretario DC) attaccò coloro che cercavano di creare
una separazione tra il ministero Pella (DC) e il suo partito. Successivamente venne affrontata la questione del rapporto tra
partito, parlamento e governo. La polemica contro la partitocrazia (potere dei partiti che non potendo esercitare troppo potere
in parlamento, lo esercitano tramite aziende mediatiche dello stato, in loro possesso) era funzionale poiché non teneva conto di
una “formazione totalitaria” (cioè il capo comanda e gli altri eseguono senza opporsi, quindi senza democrazia all’interno del
proprio partito) come il Pci. Qualunque intervento dei capi dei partiti per indirizzare le scelte dei gruppi parlamentari, doveva
esser considerata un’onestà politica.

La sterzata di Gonella equivaleva a riconoscere la “centralità istituzionale” dei partiti (al centro del controllo). Vi furono due
conseguenze:
1) Identificandosi sempre più con il sistema, la DC incominciò a esercitare un sempre maggior controllo sugli apparati pubblici;
2) Controllando il sistema si procedette a una graduale “conquista dello stato nelle sue diverse articolazioni”.
In quel consiglio nazionale De Gasperi tornò alla guida del partito e ribadì i principi della sua politica democratica al 5° congresso
nazionale della DC dal 26 al 29 giugno del 1954 a Napoli. Il leader era tornato sulla centralità del rapporto tra partito e
parlamento.
- L’articolo 49 della Costituzione non spiegava infatti in che modo i partiti dovessero concorrere a determinare la politica
nazionale (cioè potevano fare come volevano ed ottenere voti in qualunque modo);
- L’articolo 67 precisava che ogni parlamentare esercitava la sua funzione senza vincolo di mandato (vincolo di mandato = la
persona deve agire in base a ciò che dice il suo superiore e in base a ciò che dice la costituzione. Quindi viene ribadito che
facevano il cazzo che volevano).

16 luglio 1954 il Consiglio nazionale eleggeva Fanfani come segretario del partito e De Gasperi alla presidenza. Il 19 agosto1954
De Gasperi morì. [il lascito di De Gasperi: fu il primo PM della Repubblica Italiana e il fondatore del nuovo partito democristiano.
Inoltre ha “salvato l’Italia dal comunismo e dall’unione sovietica. Con gli altri 5 paesi, creò la Comunità Economica Europea che
poi diventò l’Unione Europea.]
De Gasperi scelse come suo erede uno fra i migliori; l’ora del cambiamento era suonata.

14-18 ottobre del 1956 sesto congresso, si iniziarono a vedere cambiamenti nel momento in cui Fanfani disse che i tesserati
avevano raggiunto la cifra di 1.400.000. Spiegò che la DC doveva essere un “partito ponte” fra gli elettori e i legislatori, tra le
esigenze dei cittadini e le leggi da elaborare, ma ciò non significava che sarebbe stato un “partito-tessera” (persone con tessera
avevano privilegi, corsie agevolate per entrare in enti statali o parastatali).
Fanfani voleva la stabilità dell’esecutivo (come De Gaspari), ma ciò non andava fatto sottraendo il governo dal condizionamento
dell’equilibrio tra partiti; andava fatto attraverso una pressione che la DC doveva esercitare a favore dei suoi esponenti
nell’esecutivo.

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Il 29 maggio del 1957 Luigi Sturzo denunciava che nella formazione del ministero vi erano state non poche intromissioni del
partito di maggioranza (ecco le pressioni che voleva fare Fanfani er fiodena). Chiamò in causa il presidente della Repubblica e
denunciò le interferenze del segretario del partito e delle varie correnti democristiane. Espresse soprattutto preoccupazione per
l’eccessivo statalismo (eccessivo controllo dello stato su tutte le attività del paese) che stava determinando una crescita di
interessi privati all’interno della pubblica amministrazione.

(ministri, vengono scelti dal 1° ministro (es Gentiloni scegli i suoi ministri all’interno del proprio partito, ma non
necessariamente).

Fanfani rispose con un editoriale su “il popolo” (quotidiano della DC), del 1° luglio, intitolato “la politica è prudenza”. “Sturzo ha
compiuto nuovamente l’errore di sollevare o avanzare critiche al funzionamento della democrazia in Italia, dimenticando la
presenza dei comunisti”. L’editoriale di Fanfani andò a segno perché erano in molti a condividere le sue preoccupazioni. Prima di
lui altri leader della DC avevano sottolineato che il carattere speciale ella Democrazia in Italia dipendeva dalla presenza
comunista. La prudenza di Fanfani appariva pienamente giustificata, poiché scaturiva da una realistica valutazione delle forze in
campo (quindi si salvò il culo lo stronzo).

Il Pci infatti era riuscito nell’impresa di attrezzarsi come una struttura organizzativa di grande efficienza come un piccolo
Leviatano (mostro), il quale aveva costi di gestione molto alti. Le spese erano coperte con l’autofinanziamento (tesseramento,
feste dell’Unità [giornale comunista], contributi dal sindacato). Ma nella parte più cospicua tali spese erano pagate dall’Unione
Sovietica. Perciò il Pci era collegato alla superpotenza del blocco avversario.

Per affrontare questo pericolo Fanfani impresse una svolta organizzativa di grandi proporzioni; ciò fu possibile solo grazie ad
una svolta finanziaria iniziando a sfruttare seriamente l’ampio parastato di formazione fascista e post fascista per uso partitico.
{ Durante periodo fascista, il PNF, fisicamente comandava tutto (aziende, istituzioni, compagnie statali) che però avevano come
capo uno del sistema fascista (ES IRI o IMI). Che però costavano economicamente senza rendere (ES case del mezzogiorno dove
mettevano dentro qualcuno per comandare facendo clientelismo durante De Gasperi). }

Le elezioni del maggio 1958 rafforzarono la leadership di Fanfani, che in 2 mesi ottenne oltre alla carica di segretario del partito
anche quella di presidente del Consiglio e Ministero degli Esteri Il 9 luglio presentò alle Camere il programma del suo ministero,
formato da DC e PSDi (P. Socialista Democratico Italiano). Per accrescere l’occupazione e aumentare i redditi ci sarebbe stato un
maggiore intervento pubblico che superasse i limiti dell’iniziativa privata senza intaccare le garanzie costituzionali. Proponeva
una politica di “statalismo sociale” che è pur sempre una politica di Welfare ( far star bene la gente garantendo assicurazioni,
educazioni infrastrutture lavori ecc.).

Durante il dibattito intervenne Luigi Sturzo che sottolineò in Senato “l’impronta statalista molto marcata” della parte economica
del programma. Un programma che preoccupava quanti vedevano “nel processo di statizzazione dell’economia privata un
triplice danno: Economico, Politico e Morale.
Successivamente non mancò di richiamare la necessità di dare al parlamento la sua indipendenza da estranee ingerenza,
specialmente da quelle dei partiti politici, smantellando la sovrastruttura partitocratica (potere dei partiti infiltrati ovunque).

Intervenne anche Togliatti il quale sostenne che i comunisti non erano sempre a favore dell’intervento dello stato in economia.
Nella politica economica di Fanfani essi rinvenivano qualcosa del vecchio “corporativismo”, strumento con cui il fascismo aveva
cercato di regolare la vita economica. Si vedeva il profilarsi di un regime Clericale e di una sempre maggiore discriminazione
politica, che prendeva forma attraverso lo sviluppo di nuovi e pesanti apparati statali e parastatali.

Come Sturzo, Togliatti coglieva le implicazioni sistemiche derivanti dal peso sempre maggiore che incominciavano ad avere gli
enti e le aziende a partecipazione statale. Lo stato stava assumendo una fisionomia nuova rispetto al modello De Gasperiano.
Dal momento che i compiti dello stato e le sue funzioni si accrescevano, il legame tra partiti, potere politico ed economia
sembrava rafforzarsi vista d’occhio.

Però sarebbe sbagliato raffigurare Fanfani come uno dei principali responsabili delle successive degenerazioni della Dem.
Italiana. Fu il primo presidente del centro-sinistra e fra le sue realizzazioni vi furono: nazionalizzazione dell’energia elettrica,
riduzione della ferma militare e l’istituzione della programmazione economica.

CAPITOLO 3: L’ansia di socialità


3.1 Una democrazia sociale
Il governo era pervaso da un’ansia di socialità. Nell’arco di tempo compreso tra la cauta del fascismo e la fine degli anni 50
furono gettate le basi per la successiva grande espansione della protezione sociale in Italia. L’ansia di socialità incominciò
quando nel ’42 venne pubblicato il piano Beveridge: un piano di sicurezza sociale che garantiva in tutti gli eventi della vita nei
quali fosse venuto meno il guadagno od il redito personale, un reddito minimo sufficiente ad assicurare la sussistenza della

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famiglia. In Italia assunse il carattere di “mito”.


In Italia, i primi provvedimenti di carattere sociale vennero presi nel novembre del 1944:
 Assegni famigliari, aumentando del 50% quelli ordinari e istituendo “assegni supplementari di carovita”;
 Per adeguare gli importi delle pensioni di invalidità e vecchiaia, Bonomi costituì il Fondo d’Integrazione per le
Assicurazioni Sociali (Fias);
 Venne costituito il Fondo di Solidarietà Sociale (Fss), per erogare un nuovo sussidio ai pensionati, denominato
“assegno di contingenza”;
 Maggio 1947 introduzione “indennità caropane”;
 Natale 1947 concesso un assegno, a cui ne fece seguito un altro straordinario, elargito nel marzo ’18, guarda caso
prima delle elezioni del 18 aprile (lol).
Tali provvedimenti costituiscono i “prodromi di quella dinamica espansiva” della spesa sociale che contraddistinguerà gli anni ’50
e ’60. La Tensione nel paese stava salendo pericolosamente siccome poteva capitare che i disoccupati provocassero incidenti.

Nell’Aprile del 1947 venne creata la “Commissione per la riformazione della previdenza sociale” presso il ministero del Lavoro,
retto da Fanfani, presieduta dal sindacalista socialista ed ex ministro Ludovico D’Aragona.
Perseguendo un disegno organico di riforma, la commissione D’Aragona si ricollegava al modello della commissione istituita da
Greenwood (centra con Beveridge) nel 1941, ma pur muovendosi nella prospettiva di Beveridge non ne condivideva il principio
universalistico di fondo poiché ne escludeva l’onni-inclusività. Un sistema universalistico, cioè esteso a tutti i cittadini
indistintamente, venne scartato per eccessivi oneri finanziari

Nel discorso di insediamento della Commissione D’Aragona, De Gasperi aveva ricordato che l’assemblea costituente aveva
fissato i principi guida del nuovo sistema previdenziale, che doveva essere adeguato ai bisogni di una verace democrazia sociale.
Bisognava industriarsi per far sì che a gran parte dei contribuì riscossi finisse nelle mani di coloro che nel bisogno attendevano di
essere sollevati. Su questa linea si mosse la commissione D’Aragogna, il quale aveva qualche novità rispetto al piano Beveridge:
ES “il modello di copertura”, il quale diceva che la previdenza sociale non doveva essere estesa a tutti i cittadini; sarebbero stati
esclusi i cittadini agiati che non avevano bisogno di lavorare.
Il progetto però rimase inattuato. Ma contribuirono in parte ad influenzare il dibattito costituente.

I Temi collegati alle varie forme di stato sociale vennero affrontati nel corso del processo costituente all’interno della prima
sottocommissione, della quale fecero parte : Dossetti, Pira, Aldo moro (DC), Basso (socialisti), Togliatti Marchetti (comunisti)
Roberto Lucifero (liberale). Nella relazione che introduceva la discussione sui “principi dei rapporti sociali”, Togliatti sottolineò 2
punti:
- il nuovo stato avrebbe dovuto apprestare una legislazione sociale che prevedesse il diritto per tutti i cittadini di
un’assicurazione sociale;
-per assicurare il diritto al lavoro a tutti i cittadini, lo stato sarebbe dovuto intervenire per coordinare e dirigere l’attività
produttiva dei singoli e di tutta la Nazione.

Il compromesso costituente si realizzò determinando una Carta costituzionale in cui prevalse una linea economica intermedia fra
3 orientamenti (cattolico, marxista, liberale). Ma vedendo gli articoli si vede come essi disegnino un modello distato sociale che
ha nella democrazia di lavoratori il suo orizzonte ideologico di riferimento.

3.2 L’attesa della povera gente


All’indomani dell’entrata in vigore della Costituzione non fu facile assicurare il diritto al lavoro, poiché l’emergenza post-bellica
non sembrava aver fine. I disoccupati erano più di 2 milioni, oltre ad essi ce n’era un altro milione di stagionali del settore
agricolo e sotto occupati. Questo è un dato importante, è all’origine della patologia finanziaria italiana. La democrazia
repubblicana e le sue modalità di ricerca di consenso furono condizionate dalla disoccupazione strutturale (l’offerta del lavoro è
maggiore dei posti di lavoro; rigidità dei salari e razionamento dei posti di lavoro).

Fanfani, ministro del Lavoro e della previdenza sociale, prese i petto la questione e nell’estate del ’48 presentò un disegno di
legge sul quale si registrò uno scontro con l’opposizione riguardo al “collocamento” che si concluse nel ’49. Il provvedimento
prevedeva, appunto, una nuova disciplina del collocamento . Per le organizzazioni sindacali di SX la gestione del collocamento
era una priorità assoluta, poiché la Cgil puntava a restituire alle camere del lavoro la centralità di tale impiego (com’era stato
durante il fascismo).
Il governo rivendicava il monopolio dello stato nella gestione del collocamento , per sottrarre questa funzione al sindacato e
contrastare il dominio del Pci nel controllo di alcuni settori chiave del mercato del Lavoro.

L’accordo venne approvato con voto congiunto della DC e del Pci, la legge 264 del ’49 è considerata un “atto fondamentale”. La
legge prevedeva l’istituzione di corsi di qualificazione e riqualificazione per i disoccupati. Il ministero per il Lavoro, insieme a

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quello Agricolo e le foreste per i lavori pubblici, promuovevano l’apertura di cantieri- scuola per disoccupati, per l’attività
forestale e vivaistica, di rimboscamento e di costruzione di opere di pubblica utilità. Tale legge è restata fino al 2012 un punto di
riferimento obbligato in materia di assicurazione contro il rischio di disoccupazione.
I principi ispiratori della legge, di Fanfani e La Pira, si rinvengono in un celebre saggio del 15 aprile del 1950 intitolato “L’attesa
della povera gente”.

Bisogna considerare anche il “Piano Casa” presentato da Fanfani il 12 luglio del ’48, divenuto poi legge nel febbraio del ’49. Il
piano doveva adottare provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori.
Fanfani stimava che i disoccupati fossero intorno a 1.600.000. Mobilitando le iniziative private, avrebbero potuto ridursi. Ad Altri
200 mila giovani sarebbe stato possibile provvedere con corsi di addestramento professionale, con una spesa di 20 miliardi. Ma
occorrevano nel primo anno circa 600 miliardi per dare lavoro a 1.200.000 disoccupati che restavano. I governanti non potevano
esimersi dall’affrontare con risolutezza il problema.

Lo stato delle finanze del paese non consentiva impegni di spesa come quelli immaginati da Fanfani. Questo non significa che
non sia stato fatto nulla poiché furono impegnati nei cantieri circa 250.00 lavoratori all’ anno nel ’50-53 con una spesa di circa
15-22 miliardi l’anno.

Non v’è dubbio che i cantieri di lavoro abbiano rappresentato un’iniziativa rilevante, ma furono attaccati al terzo Congresso
nazionale della Cgil del dicembre del ’52. Secondo Lizzadri (Psi)i cantieri venivano assegnati con criteri discriminatori. Si
favorivano gli enti pubblici e i comuni che erano amministrati da partiti governativi e le organizzazioni e le associazioni legate ai
partiti. Uffici del lavoro che funzionavano come un’appendice elettorale del partito della DC. Lizzadri vagheggiava un modello di
sicurezza sociale per tutti i lavoratori, che avrebbero dovuto completare le condizioni per la liberazione totale dell’uomo dal
bisogno.

La disoccupazione viene fronteggiata agli inizi degli anni ’50 favorendo l’esodo dei lavoratori, sia verso il Nord del paese sia verso
l’estero. Negli anni del boom economico, le industrie del nord assorbono la riserva di manodopera meridionale. Nello stesso
periodo c’è l’emigrazione italiana verso la Germania e la Svizzera, che assorbono l’86% dei lavoratori che espatriano per lavoro.

Tra il ’62 -64 si registra una diminuzione dell’occupazione di popolazione attiva da 41.6% a 39.7%. La crisi colpisce in maniera
acuta il settore agricolo, che perde circa 1.800.000 posti di lavoro tra il ’62-75.
Vengono adottati taluni provvedimenti, tra il ’63 e ’65, estendendo la cassa integrazione e gli assegni famigliari. Mentre la cassa
integrazione diviene sempre più generosa, il sussidio di disoccupazione rimase lo stesso per un decennio. La possibilità di
accedere al sussidio in agricoltura dipendeva dalla certificazione di aver avuto un’occupazione per un certo periodo di tempo,
ma le modalità di accertamento erano diverse nelle varie aree del Paese. Mentre al centro-Nord era comune il libretto di lavoro,
su cui venivano annotate le giornate effettivamente svolte, con controfirma del datore di lavoro, al Sud continuava a funzionare
il metodo dell’accertamento presuntivo. Il diritto al sussidio veniva riconosciuto sulla base dell’iscrizione nelle liste nominative
agricole presso gli uffici provinciali.
I provvedimenti richiamati sembrano richiamare 2 tendenze di fondo dell’intervento pubblico in materia:
- ricorso a strumenti differenziati come la cassa d’integrazione e gi elenchi anagrafici bloccati nel settore agricolo;
- adottare misure volte al mantenimento del posto di lavoro.
Nel luglio del 1966 viene promulgata una legge che regolava i licenziamenti individuali , che potevano avvenire solo per giusta
causa.

Tale legge introduceva la Cassa integrazione straordinaria, fino a quel momento si attivava il meccanismo del sostegno pubblico,
attraverso la cassa integrazione ordinaria, per far fronte a crisi particolarmente gravi. Introducendo quella straordinaria, tale
sostegno veniva istituzionalizzato, reso fisiologico. Avviava una rivoluzione culturale nel mondo del lavoro. Si affermava nel
paese l’idea che la crisi non dovesse essere un evento transitorio, ma un fattore strutturale che richiedeva un intervento
costante dello stato.

Riguardo al sistema pensionistico, il primo provvedimento di rilievo venne preso nel ’50 quando si decise l’estensione della
tutela della vecchiaia a tutti i lavoratori dipendenti. Due anni dopo fu variata la legge 218, che costituisce una svolta in quanto si
procede ad una istituzionalizzazione del sistema di ripartizione e delle pensioni minime.
Tra il 1950-51 si aprì la vertenza statali nell’ambito i una riforma della Pubblica amministrazione. Tra i provvedimenti più
significativi bisogna ricordare:
 ’53 introduzione della tredicesima mensilità per i dipendenti pubblici;
 quello del trattamento di quiescenza (trattamento finanziario che spetta all'impiegato che va in pensione) del personale
statale, di cui sono regolati gli aspetti economici;
 quello riguardante lo statuto degli impiegati civili:

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o articolo 115: consentiva agli impiegati di andare in pensione con 25 anni di servizio;
o articolo 116:donne coniugate o con figli 20 anni di servizio.

Queste disposizioni hanno un effetto dirompente per due ragioni:


1) costi: per i dipendenti pubblici, le prestazioni dipendevano dalla durata della contribuzione, ma non dall’ammontare della
stessa;
2) su tali provvedimenti si baserà il passaggio, circa 20 anni dopo, al sistema che avrebbe consentito ai dipendenti pubblici di
andare in pensione con il requisito di soli 20/15 anni di anzianità (baby pensioni). Cancellato dalla riforma Amato del 1992.
Ciò costituisce in tutta evidenza la più grave anomala del sistema pensionistico italiano. Anomalia che appare ancor più vistosa
se si considera che il provvedimento fu introdotto con un decreto, senza alcun dibattito parlamentare.
A partire da allora, le pensioni non furono più considerate come una forma di retribuzione differita, nel quadro di un rapporto di
lavoro tra datori di lavoro e lavoratori, ma spettanze che dovevano essere necessariamente previsti per tutti i lavoratori alla fine
della loro attività lavorativa oppure in caso di invalidità.

3.3 Protezione sociale e irresponsabilità politica


Per il provvedimento non erano stati adeguatamente calcolati gli oneri finanziari che ne sarebbero derivati per lo stato. Intanto
altre categorie premevano affinché i provvedimenti adottati fossero estesi anche a loro. Il disinteresse per le implicazioni
finanziarie della legge è il risultato di una politica espansiva di tipo distributivo che la DC e il Pci facevano gara ad alimentare.
La promozione di diritti sociali, come le pensioni, costituiva un’opportunità per accrescere il proprio consenso elettorale.
La DC, con il sostegno di Cisl e Coldiretti, perseguiva l’obbiettivo di allargare la base del proprio consenso, ma anche di integrare
le campagne (contadini) nella rinata democrazia italiana. Questo per prevenire le lotte contadine sostenute dalla mobilitazione
del Pci, che sfociavano in rivolte.
Bonomi (presidente della Coldiretti) elaborò, per la DC, una proposta di legge per estendere la tutela pensionistica ai coltivatori
diretti.

Il PCi invece mirava a rinsaldare l’alleanza tra operai e contadini per proporsi come modello economico alternativo.
La competizione fra le due fazioni viene promulgata nel contesto di una democrazia bloccata; in cui non era contemplata
l’alternanza. Il PCi poteva tranquillamente disinteressarsi dei costi del provvedimento, poiché vittima della conventio ad
excludendum (accordo tra due parti per escluderne una terza), non avrebbe mai avuto accesso alla “stanza dei bottoni” (luogo in
cui il governo decide). Si disinteressava inoltre della copertura finanziaria dei provvedimenti e delle modalità di reperimento
delle risorse.

Preoccupazioni di spesa avrebbe dovuto averle la Dc, ma le politiche delle pensioni fanno sentire i loro effetti nel lungo periodo,
sicché nell’immediato non se ne avvertiva l’urgenza di esercitare un controllo sui conti pubblici. Così prendeva forma un Welfare
consociativo (spartizione del potere fra partiti).

Nel Giugno del 1959 viene deciso l’allargamento della copertura pensionistica anche ai titolari di imprese artigiane. Verranno
gettati semi di irresponsabilità finanziaria. La colpa coinvolge sia il governo sia l’opposizione. La decisione di istituire le Baby
pensioni ricade completamente sull’esecutivo, ma altre scelte, con implicazioni finanziare di peso, sono il risultato di una
dinamica competitiva tra maggioranza ed opposizione.
L’accordo consociativo non prevede l’alternanza. Vincoli di natura interna e internazionale impedivano che tale meccanismo si
attivasse e dunque né maggioranza né opposizione avvertivano la responsabilità di fornire un rendiconto dei costi.

Negli anni ’50 hanno un ruolo importante gli assegni familiari. Ad essi vengono destinati 209 miliardi di lire rispetto ai 169 per le
pensioni. Gli assegni erano regolati in modo disorganico e confuso. Se si procede ad un’analisi della distribuzione territoriale, si
verifica come vi sia uno squilibrio per le regioni meridionali. Nel Nord, i contributi raccolti sono superiori alle prestazioni
erogate. Dall’Umbria in giù , i benefici concessi (ai salariati del settore agricolo) risultano superiori di otto volte alla somma dei
contributi raccolti.
Tenendo conto di questo quadro, nell’ottobre del 1961 viene promulgata la legge che doveva fare da apripista a un nuovo
sistema di sicurezza sociale. Il ministro Sullo (DC) presentò un provvedimento. Il governo intendeva dare agli assegni familiari il
carattere di una vera integrazione salariale; cioè non dovevano essere proporzionati al reddito e alla categoria di appartenenza
del lavoratore, ma dovevano essere uguali per tutti. Avvenne una parificazione degli assegni tra i principali settori economici,
industria, agricoltura, artigianato, commercio, e ciò significava soprattutto aumento degli assegni destinati ai lavoratori agricoli.

22 febbraio 1962, 4° governo di Fanfani: un tripartito con DC-Psdi-Pri; il partito socialista si astenne. A dare il via libera al primo
governo di centrosinistra non organico fu Aldo Moro, che all’8° congresso della DC, a Napoli 27-31 gennaio ’62, aveva escluso
un’alleanza con il Psi, ma aveva avvertito la necessità di un appoggio esterno dei socialisti su taluni punti programmatici.
[organico= il Psi partecipava da dentro al tripartito e non più come esterno]

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Un passaggio importante avvenne nel 34° congresso del Psi, nel ’61, quando Nenni pensò ad una possibilità di partecipazione del
Psi al governo, ma a patto che facesse le “riforme di struttura” (non ti frega cazzo sia). Quella formula, era funzionale alla
strategia del segretario socialista, che intendeva farlo diventare un partito di governo.

La svolta avvenne quando Moro, il 20 febbraio del ’62, lesse una dichiarazione a nome di DC, Pri e Psi dove si indicavano le linee
di politica generale del 4°governo Fanfani e i termini dell’accordo con i socialisti. “Programma di difesa democratica di fronte al
comunismo e al neofascismo, di fedeltà politica atlantica ed europeista d progresso sociale”. Fissati questi punti cardinali, il
governo avrebbe potuto avvalersi dell’appoggio esterno dei socialisti.

Fanfani accolse le richieste dei socialisti che comprendevano:


- statuto dei lavoratori;
- riforma scolastica;
- istituzione delle regioni;
- riforma fiscale;
- nazionalizzazione dell’energia elettrica.
Il governo fu incalzato da Riccardo Lombardi (Psi) delegato da Nenni a seguire la situazione del programma. I primi
provvedimenti presi furono per:
- anziani (pensioni dell’inps, medici ospedalieri);
- donne (divieto di licenziamento per matrimonio);
- ragazzi (libri gratuiti alle elementari);
- montanari (rinnovo legge per la montagna);
- coltivatori (esoneri fiscali vari).
In ambito legislativo: provvedimenti per gli statali, ferrovie e censura.
Ad elaborare il programma economico fu Ugo La Malfa (Pri), ministro del Bilancio. In una nota presentata al parlamento, il 22
maggio 1962, spiegava che una “politica di programmazione generale” non era più rinviabile, per due ragioni:
a)non era ragionevole pensare che una crescita, come quella degli anni precedenti potesse essere sostenibile nel lungo periodo
affidandosi alle sole forze di mercato;
b) permaneva nel sistema economico un dualismo tra aree sviluppate ed arretrate; gli squilibri tra le regioni perduravano.
L’intervento pubblico era necessario in più ambiti:
-il campo dei “Consumi pubblici” ;
- “Servizi pubblici”;
- l’Istruzione che andava rafforzata;
- Assistenza sanitaria che doveva essere assicurata a tutti i cittadini indipendentemente dalle condizioni economiche;
- Previdenza sociale delle assicurazioni per garantire un minimo di sicurezza di vita.
Nella progettazione bisognava inoltre assicurarsi la collaborazione dei sindacati operai.

Un accrescimento della spesa pubblica comportava un aumento dei costi; occorreva che lo stato si procurasse nuove
disponibilità utilizzando in modo mirato la leva fiscale.
 Nel contesto di uno sviluppo rapido vi erano categorie che avevano accresciuto di molto il loro reddito, sicché era possibile
assicurarsi altri cespiti sia con la tassazione diretta che indiretta.
 Nel valutare costi e benefici era necessario adottare un criterio economico, cioè tener conto degli effetti complessivi degli
investimenti sull’economia.
 Vi era l’urgenza di procedere ad una diversa classificazione delle entrate e delle spese, ovvero a una “classificazione
economica” e una “classificazione funzionale”.
o Classificazione economica: differenziare le spese di amministrazione da quelle di investimento;
o Classificazione funzionale: avrebbe permesso di individuare gli oneri reali di bilancio in relazione ad ogni funzione e ad
ogni servizio, in modo da avere un quadro esatto dei costi della pubblica amministrazione.

Prese avvio una vera e propria “Rivoluzione culturale”, che fu la rivoluzione del deficit spending. Si osservò che nei trend di
spesa dell’Italia degli anni ’60 non si rinvennero grandi differenze con gli altri paesi occidentali. L’Anomalia si rinviene però nella
qualità delle spese che prendemmo a finanziare e nel modo in cui le finanziammo. Ad essere finanziate in deficit, usando i debiti
al posto delle entrare, non furono infrastrutture e modernizzazione, ma spese assistenziali, clientelari o peggio.

Nel disegno politico di La Malfa vi era un modello di democrazia sociale. Una democrazia inclusiva che, in sinergia con l’attivismo
legislativo di Fanfani, incominciò a delinearsi nell’estate del 1962. Nell’agosto vennero varate le leggi 1338 e 1339 che avrebbero
avuto una considerevole importanza nello sviluppo delle provvidenze a tutela della vecchiaia negli anni seguenti.
Agli inizi del 1963 venne promulgata la legge che elevava i minimi di pensione e riordinava la previdenza per i coltivatori diretti,
coloni e mezzadri. Le norme ebbero una portata tale da trattarsi del più grosso aumento delle pensioni che si era registrato nella
storia dell’Italia democratica.

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[1338: garanzia di retribuzione pensionistica da parte dello stato nel caso che il datore di lavoro non abbia versato relativi
contributi per il lavoratore]

Il 14 dicembre 1962, il consiglio dei ministri, procedette a istituire l’ente nazionale per l’energia elettrica . Nenni scriveva
sull’Avanti che il raccolto, in meno di un anno, aveva dato molti più frutti di quanto ci si potesse attendere , come la
nazionalizzazione dell’energia elettrica, la scuola media obbligatoria, l’aumento delle pensioni minime e l’imposta cedolare secca
sui titoli azionari.

Nenni aveva tuttavia ricordato a Fanfani che negli accordi di programma vi era l’istituzione delle regioni. Il 7 dicembre 1962
aveva scritto che se non ci fosse stato un preciso impegno in tal senso il Psi avrebbe dato battaglia, mettendo anche in conto la
possibilità di una rottura pre-elettorale.
Il 13 gennaio 1963, il Psi confermò la propria lealtà al governo, ma giudicò conclusa l’esperienza del centrosinistra per il
differimento, politico non tecnico, dei tempi di attuazione delle regioni.

La risposta della DC arrivò attraverso Moro, il quale aveva spiegato che l’ordinamento regionale era stato temporaneamente
abbandonato per non correre il rischio di un’attuazione istantanea e tumultuosa della Costituzione.

La rottura pre-elettorale non aveva giovato né al Psi né alla DC alle elezione del 28 aprile. In seguito si registrò il passaggio dal
centrosinistra non organico a quello organico, con un governo presieduto da Moro e con Nenni vicepresidente del Consiglio (5
dic ’63).

Il governo prese tre misure nel settore delle riforme sociali tra il 1962-63:
- avevano comportato un notevole accrescimento della spesa per la tutela della vecchiaia;
- revisione del sistema;
- introduzione di dispositivi che assicuravano ai lavoratori il mantenimento dello stesso standard di vita, tipo il pensionamento,
in forma automatica.
Nonostante ciò furono considerati insufficienti dall’opposizione e dal Cnel.
Nel 1965 venne introdotta la pensione sociale: non era estesa a tutti i lavoratori anziani, ma individuava la base minima del
trattamento pensionistico per i lavoratori. La novità era l’introduzione delle “pensioni di anzianità” nel settore privato con un
requisito contributivo di minimo 35 anni.
Nel marzo del 1968 venne promulgata la legge 238 riguardo all’ innalzamento dei minimi di pensione per certe categorie, ed
introduceva il metodo retributivo: collegamento della pensione al 65% della retribuzione, calcolata sulla media degli stipendi
degli ultimi 3 anni, dopo 40 anni di attività. Aboliva inoltre le “pensioni di anzianità” introdotte 3 anni prima. La loro eliminazione
comportava di certo un costo sociale, ma i risparmi che ne sarebbero derivati avrebbero favorito le misure espansive contenute
nella riforma.

Le Elezioni 19 maggio 1968 videro un aumento di voti sia per DC che per Psi ed una sconfitta per Psi. Il giorno dopo Moro si
dimise. Mariano Rumor venne eletto nuovo presidente del Consiglio. Le sue priorità erano:
-problemi delle pensioni;
- assetto strutturale della previdenza sociale;
- assetto strutturale della riforma universitaria;
- assetto strutturale dello statuto dei lavoratori;
- assetto strutturale del referendum;
- assetto strutturale dell’istituzione delle regioni;
- assetto strutturale di come stare nel Patto Atlantico.
La questione delle pensioni appariva la più urgente. Si trattava di garantire un minimo vitale a coloro che avevano svolto
un’attività non garantita da contributi previdenziali: casalinghe, lavoratori domestici ed altre categorie che trascinavano una vita
di miseria e di fame, spesso nascosta.
Il 30 aprile 1969 si arrivò alla legge 153, ricordata come la “grande riforma”. Determinò un miglioramento dei trattamenti con
un aumento dei minimi pensionistici. Per i lavoratori dipendenti la pensione fu agganciata al 74% della retribuzione (a decorrere
dal 1°gennaio 1976 all’80%). Una delle novità fu la “pensione sociale” per i cittadini ultra65enni sprovvisti di reddito. La riforma
prevedeva infine che gli importi sarebbero stati aumentati in misura percentuale pari all’aumento del costo di vita.

Tutti questi metodi retributivi pensionistici determinarono un’impennata di spesa per lo stato nel 1990. Dopo la sconfitta
elettorale del 1968, il centrosinistra riesce a soddisfare alcune domande sociali di quegli anni anche se il paese era dilaniato da
conflitti e incominciavano a scoppiare bombe. Dopo le misure in materia pensionistica del 1970, vengono approvare due
importanti riforme:
- Lo statuto dei lavoratori;
- L’attuazione delle regioni.

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1978 istituzione del Servizio sanitario nazionale. La legge, approvata da tutte le forze politiche, era assai avanzata, fondata su 4
principi-base:
- Universalità: diritto all’assistenza per tutti e per tutte le forme di malattia, senza discriminazioni, limiti di tempo e costo;
- Globalità dei servizi erogati: igiene pubblica, veterinaria, cura e riabilitazione;
- Eguaglianza dei cittadini di fronte ai problemi di salute;
- Uniformità del trattamento in tutte le regioni del paese.
Con il riconoscimento pieno del diritto alla salute, il Welfare State all’italiana assume una fisionomia ben definita, ma il guaio è
che i partiti politici non sembrano preoccuparsi degli oneri finanziari che comporta. Il meccanismo che regola lo stato sociale
funziona perché le risorse, nell’immediato, non vengono sottratte concretamente a nessuno ma a futuri “ignari terzi paganti”.
Tra il 1960 e il 1983 la spesa pubblica raddoppia, passano da 31,2% a 62.5% del PIL. La pressione fiscale passa dal 26% degli inizi
del ’60 al 41.3% dell’83. Per coprire l’aumento della spesa pubblica si è fatto ricorso al deficit. Lo stato sociale italiano è dunque
il prodotto di un indebitamento via via crescente, tale che da 35 mila miliardi di lire del ’74, si è arrivati a 2 milioni di miliardi nel
1994.

A metà degli anni ’80 i nodi vengono al pettine. Durante gli anni 60-70 i governi avevano promesso significativi programmi di
spesa. Tra il ’60 e il ’76 le pensioni di invalidità cresce del 400% (definite L’equivalente funzionale del sussidio di disoccupazione)
in prevalenza nelle aree del Centro sud. Tra l’83-86 il debito esplose e ciò fu dovuto ad un cumulo di fattori:
- aumento del costo del denaro sui mercati;
- il ministro del Tesoro, Nino Andreatta, aveva deciso di mettere sotto gli occhi di tutti l’entità del debito pubblico, ponendo fine
a quella forma di “finanziamento collusivo” tra il ministero del Tesoro e la Banca d’Italia.
Andreatta, diventato ministro nell’80 aveva capito che troppe volte in passato il “cerchio della contesa sociale” era stato fatto
quadrare addossando alla finanza pubblica oneri impropri e indebiti: prezzi politici, sussidi, salvataggi, agevolazioni, sgravi. Il
risanamento dei conti pubblici non era più rinviabile.
Andreatta si assunse la responsabilità di decisioni di grande rilevanza come il cosiddetto divorzio tra il ministero e la Banca.
Rimuovendo il vincolo che obbligava la Banca centrale ad acquistare tutti i titoli non collocati sul mercato, aveva bloccato il
meccanismo che legava in maniera automatica disavanzo pubblico e creazione di moneta. Egli contribuì a far prendere coscienza
alla classe di governo del paese che non si poteva più continuare a spendere com’era stato fatto fino a quel momento.

L’anno di svolta è il 1988 quando incominciano ad apprestare strumenti come la modifica della legge di contabilità per invertire
la rotta. Bisognava mettere fine alla politica dell’indebitamento e predisporre piani di rientro di spesa.

Tra il 1987 e il 1992 la maggioranza di centrosinistra si indebolisce a vista d’occhio. Le ragioni son odi ordine internazionale e di
ordine interno: da un lato, la caduta del muro di Berlino con il venir meno del “fattore aggregante repulsivo” dell’anticomunismo
che teneva insieme la maggioranza; e dall’altra il disgelo del mercato elettorale. Nel Nord la DC registra un calo di consensi di cui
si avvantaggia la Lega Nord. Le cause sono un sentimento di rivolta molto diffuso nel nord poiché pensavano che i loro interessi
non fossero tutelati ma lesi! Erano convinti che la distribuzione della spesa prendesse direzioni privilegiate facendo piovere
denaro pubblico al Sud, dalla cui terra spuntava solo criminalità mafiosa. A beneficiare degli alti tassi di interesse con cui si
finanziava il deficit erano soprattutto gli abitanti del nord.
L’elettorato Democristiano delle roccaforti bianche del Nord-est, in gran parte ancora agricolo, incominciò a guardare con
interessa alla Lega proprio quando perse i benefici che nel corso di decenni gli erano stati generosamente assegnati dal bilancio
pubblico.

CAPITOLO 4: Crisi della Democrazia e antipolitica

4.1 La politica invisibile e la questione morale


La “questione morale” fu al centro dell’attenzione pubblica in un intervista lasciata da Belinguer (PCi) nell’81. Aveva esordito che
al’origine di tutti i mali d’Italia vi era la degenerazione dei partiti. Soffermandosi poi sulla questione morale disse che non si
esauriva nell’incarcerare i ladri e corruttori ai vertici della politica; ella faceva tutt’uno con lo stato. Era il cuore del problema e la
causa era la discriminazione verso i comunisti. Con l’ingresso del PCi al governo si sarebbe sistemato tutto (questo sì che è un
coglione). Al momento di fornire indicazione politiche si era soffermato solo sul fatto di fare entrare il PCi nel governo. Tutto ciò
rivelava una totale assenza di strategia politica.
Benché rivelasse un vuoto strategico, la questione morale fu una parola d’ordine degli onesti, che individuava nel Psi di Bettino
Craxi il campione di ogni degenerazione e di ogni corruttela.

Craxi divenne un mito negativo; definito come mussoliniano e Hitleriano. Craxi colse al volo l’occasione storica che gli si
presentava nel momento in cui comprese che il PCi era finito in un vicolo cieco. Il comunismo italiano era in grave difficoltà, ciò
si capì dopo la “2^ svolta di Salerno” del 27 novembre 1980 dove Berlinguer lanciò la politica dell’alternativa democratica.
Proposta propagandistica che non nascondeva il suo vuoto strategico. Insisteva sul dire che la peculiarità del PCi fosse quella di

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rimanere sé stessi, cioè comunisti.


Craxi pensò bene di riempire lo spazio politico che si era aperto. Intuì che poteva presentarsi come l’alfiere della governabilità in
un paese che appariva tramortito dagli anni di piombo (fine anni ’60 fine anni’70).
Nell’agosto 1983 Craxi divenne presidente del consiglio, rivelandosi un innovatore. Non sembrò preoccuparsi molto del
montagna rappresentata dal debito pubblico. Ingaggiò un duello con i comunisti sulla scala mobile e lo vinse.
[Scala mobile: lo stipendio andava su e giù in base al valore del denaro. L’hanno poi tolta poiché il valore del denaro si è alzato e
gli stipendi sono rimasti bassi porcazzo il cristoddio]

Giuliano Amato ha rivelato che quando si avvicinava il ministro del Tesoro, Goria, presentava un numero sempre più vicino ai
100 mila miliardi di indebitamento annuo. Amato quindi comunicava la notizia a Craxi, che gli chiedeva di tornare da Goria per
far scendere quel numero ritenuto “politicamente impresentabile in parlamento”.
La testimonianza di Amato è una spia del modo di intendere il comando politico da parte di Craxi.
Forte del suo potere coalittivo, Craxi pensò di poterlo accrescere sviluppando la “politica invisibile”, ovvero quella che fa conto
sulla “finanza nera”. Craxi decise di colmare la lacuna del PCi e DC attraverso al sistema illegale delle tangenti. Ma non si accorse
che nel paese stava sempre di più crescendo l’attenzione per l’esistenza di una questione morale. Convinto che la pratica del
finanziamento illecito riguardasse l’intera casse politica, non capiva che esisteva una morale comune distinta dalla logica
giudiziaria. Che non sapesse fare questa distinzione lo si comprese il 17 febbraio 1992 quando fu arrestato l’amministratore
socialista del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa. Craxi pensò di chiudere sbrigativamente l’incidente, ma che l’arresto di Chiesa
costituisse una crepa che si stava aprendo nel sistema lo si capì alle elezioni dell’aprile seguente. A partire da allora, iniziò una
vera e propria “guerra civile tra poteri dello stato”.

4.2 Il conflitto tra i poteri dello stato


Il corriere della sera parlò delle elezioni del 5-6 aprile del 1992 come di “elezioni di terremoto”, in quanto videro il successo di
un partito antisistema, la Lega Nord, che ottenne l’8.7% dei voti.

L’1 maggio ’92 due avvisi di garanzia vennero recapitati al cognato di Craxi e a Carlo Tognoli, ex sindaco della città. Questo fu il
punto di svolta dell’intera vicenda di Tangentopoli, poiché la linea di difesa scelta dal Psi (ovvero considerare quello di Mario
Chiesa un caso isolato) incominciò a vacillare. Mario Chiesa venne considerato la rotella di un ingranaggio finanziario che
portava direttamente a Craxi.
In seguito,l segretario amministrativo del Psi Vincenzo Balzano, testimoniò che i finanziamenti più cospicui li aveva ricevuti
proprio Craxi.

I partiti si trovavano in uno stato di impasse (situazione complicata da cui non si sa come uscire), da cui uscirono quando la mafia
scelse di ricorrere senza indugi alla strategia stragista. Il 23 maggio a Capaci, furono assassinati Giovanni Falcone, moglie e
scorta. Di fronte a quell’azione di guerra, i partiti raggiunsero un accordo per eleggere Oscar Luigi Scalfaro alla presidenza della
Repubblica (prima ministro dell’interno del governo Craxi). Ad issare Scalfaro erano stati i mille chili di tritolo che avevano
massacrato Falcone, moglie e scorta.

Dopo aver fatto un passo indietro e indicato Amato (che costituì il governo il 28 giugno), Craxi passò al contrattacco in un
celebre discorso pronunciato alla camera il 3 luglio. Aveva detto che buona parte del finanziamento politico era irregolare o
illegale. Ma se quella materia doveva essere considerata criminale, allora buona parte del sistema sarebbe stato un sistema
criminale. Concluse dicendo che un finanziamento irregolare o illegale non poteva essere utilizzato come un esplosivo per far
saltare un sistema, per delegittimare una classe politica.
Tale intervento venne definito come un tentativo di autoassoluzione. Craxi non aveva avuto alcuna esitazione nel denunciare
limiti, contraddizioni e degenerazioni dei partiti. Disse che non vi era più molto tempo. Bisognava reagire adottando misure per
riequilibrare la finanza pubblica. In secondo luogo, ridefinire e riselezionare la spesa sociale e le protezioni dello stato sociale.
L’urgenza si imponeva nell’interesse dei più deboli e bisognosi di protezione.

Il 10 luglio il governo Amato approvò un decreto urgente per la finanza pubblica che conteneva un’imposta straordinaria sui
depositi bancari e un’altra sugli immobili.
L’Italia era sull’orlo del baratro. Il paese si trovava davvero in una situazione di emergenza finanziaria. Amato presentò una legge
contenente 4 deleghe che impegnava il governo a riorganizzare i settori della
- sanità, -previdenza, - pubblico impiego, -finanza locale,
entro 90 giorni dall’approvazione. Oltre a queste misure ve ne erano altre: abolizione dell’equo canone e trasformazione in spa
di Iri. Eni, Ina ed Enel. Dopodichè vennero introdotti:
- Ici (Imposta comunale immobili,
- imposizione di una tassa minima sui lavoratori autonomi,
- limitazione della spesa sanitaria,

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- blocco degli stipendi nel settore del pubblico impiego.


Nel dicembre il governo aumentò l’età della pensione da 15 a 20 anni. Il sindacato protestò, ma i diritti sociali, a differenza di
quelli politici e civili, sono diritti costosi e quindi non sempre e comunque esigibili.

Negli stessi giorni in cui veniva approvata la “Finanziaria del governo Amato”, il 15 dicembre Craxi ricevette un avviso di
garanzia da parte della procura di Milano per concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento
pubblico.

[Finanziaria: La legge finanziaria (chiamata anche semplicemente finanziaria) è, insieme a quella di bilancio, il principale
documento giuridico previsto dall'ordinamento della Repubblica italiana per regolare la vita economica del Paese.
In particolare, mentre la legge di bilancio è lo strumento previsto dalla Costituzione attraverso il quale il Governo comunica al
Parlamento le spese e le entrate della vigente legislatura (cioè tira le somme delle entrate e delle uscite dell'anno così come
sono previste dalle leggi in vigore), con la legge finanziaria il Governo ha la facoltà di introdurre delle innovazioni normative in
materia di entrate e di spesa, fissando anche il tetto massimo dell'indebitamento dello Stato.
La legge finanziaria deve essere presentata dal Governo al Parlamento entro il 30 settembre. Il Parlamento ha tempo di
esaminarla ed emendarla entro il 31 dicembre. Qualora si vada oltre la scadenza di fine anno, allora entra automaticamente in
vigore il cosiddetto esercizio provvisorio, cioè un periodo massimo di 4 mesi nel corso del quale ha luogo la gestione del bilancio
non ancora approvato dal Parlamento. La legge autorizzativa del regime provvisorio stabilisce che per ogni mese le uscite non
possano superare 1/12 di quelle dell'anno precedente. ]

Il 10 febbraio Martelli si dimise da Ministro della giustizia, dopo aver ricevuto un avviso di garanzia, e fu sostituito da Giovanni
Conso; ma la novità più clamorosa fu l’arresto di Primo Greganti (P. Democratico della SX), l’1 marzo ’93, con l’accusa di aver
intascato una tangente per conto del PCi

Una soluzione politica (troiata stellare rimbalzante) venne trovata il 4 marzo, quando il Consiglio dei ministri approvò il
pacchetto Conso. Recepiva un disegno di legge approvato nella prima commissione del Senato di Antonio Maccanico, che
depenalizzava il finanziamento illegale. Il governo fece proprio quel testo trasformandolo in un decreto.
La reazione della stampa fu forte e di diarreomito. I giudici di Milano dichiararono guerra a tale decreto. Il procuratore di Milano
lesse un comunicato, sottoscritto da D’Ambrosio, Di Pietro, Davigo, Colombo e Dell’Orso, in cui c’era scritto: “il risultato del
decreto sarà la totale paralisi delle indagini e l’impossibilità di accertare fatti e responsabilità.
Al cospetto di questa merda e delle relative reazioni, il presidente Scalfaro decise di non firmare il decreto preparato dal
ministro della Giustizia.
Nella gran parte dei casi il filo iniziale delle indagini era il finanziamento e se non si poteva partire da lì non si arrivava alla
corruzione.

Nel corso di quella primavera, l’incisività delle azioni giudiziarie riguardo agli intrecci corruttivi tra politica e affari suscitò che
fosse in corso una RIVOLUZIONE, condotta mediamente gli strumenti legali del processo penale. Rivoluzione che all’indomani dei
risultati dei referendum del 18-19 aprile, apparve inarrestabile. 90 elettori su 100 si espressero per l’abolizione del
finanziamento pubblico ai partiti e più dell’80% si dichiararono a favore della riforma elettorale in senso maggioritario. Nasceva
una nuova Italia. Con quel voto aveva inizio la “Repubblica dei cittadini”.

Il 20 aprile, il Presidente del consiglio si dimise. Amato disse che il voto referendario aveva conferito un carattere di
irreversibilità a una fase nuova. Si voleva cambiare e si indicava al strada del cambiamento politico ed istituzionale, in quanto
basato su riforme a profonda valenza generale. Si voleva un nuovo parlamento, ma eletto in un altro modo.
“E’ un autentico cambiamento di regime, che fa morire dopo 70 anni quel modello di partito-stato che fu introdotto in Italia dal
fascismo e che la Repubblica aveva finito per ereditare , limitandosi a trasformare un singolare in plurale”.
Soffermandosi poi sull’operato del suo governo, egli si augurava che le risorse fossero impiegate a sostegno dello sviluppo. Ma
qui si incontrava lo zoccolo duro: uno stato che non fu plasmato soltanto con servizi costosi ed inefficienti, ma che disperse, e
tutt’ora disperde, risorse in posti che non danno lavoro, pesando per ciò steso sulla base produttiva, impedendone
l’allargamento e impedendo così la formazione di posti di lavoro vero. Proprio in queste aree di perdita affondavano le radici del
debito pubblico.

Dopo la dimissione di Amato, Scalfaro scelse Carlo Azeglio Ciampi come presidente del consiglio (prima governatore della Banca
d’Italia), che doveva essere l’artefice di un “secondo inizio”. Costituì un governo, che prima ancora della fiducia, dovette
fronteggiare una grave crisi.

Il 29 aprile, Craxi pronunciò la sua arringa difensiva in relazione alle richieste di autorizzazione a procedere nei suoi confronti
avanzate dalla magistratura. Aveva ricordato il suo intervento in aula, il luglio precedente, considerato dai giudici una sorta di
“confessione extragiudiziale”. Entrando nel merito dell’inchiesta giudiziaria, aveva sostenuto che non vi era alcun fine che

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potesse giustificare il ricorso a violazioni della legge e dei diritti dei cittadini, poiché non vi era campagna di stampa che potesse
legittimare il distacco da i principi garantiti dalla costituzione e dalle regole fissate dalla legge.
I deputati respinsero 4 delle 6 autorizzazioni a procedere contro Craxi, sicché all’indomani Occhetto scrisse sull’Unità che il voto
alla camera era stato scandaloso in quanto aveva l’obbiettivo di colpire il “nuovo” che si stava manifestando. Ma il pericolo
maggiore era quello della destabilizzazione del sistema democratico, dello sfascio ad opera della destra, delle forze conservatrici,
delle componenti più corrotte del vecchio sistema politico. Ci si trovava di fronte a una forma nuova di tensione, poiché il partito
degli indagati e il partito dello sfascio istituzionale avevano messo nel mirino il “governo della transizione”, per bloccare il
processo di ricambio della classe dirigente.

I magistrati potevano contare su un vasto consenso popolare , che li portava talvolta ad eccedere. Fra i pochi che se ne
accorsero ci fu Pisapia; il quale prese spunto dalla sconcertante iniziativa della procura di Milano per acquisire una
documentazione che si poteva facilmente trovare in una qualsiasi libreria di stato. Era un indice sintomatico di un uso non
sempre corretto dei propri poteri da parte della magistratura e di una situazione potenzialmente conflittuale fra poteri dello
stato. Non vi erano dubbi sul fatto che l’opera della magistratura milanese fosse meritoria, ma non si poteva negare che si
avvalesse dei grandi poteri per ottenere risultati devastanti, che non rispondevano agli interessi del paese e neppure quelli della
giustizia, anche se potevano soddisfare il desiderio di punizione di molti italiani.
Il ricorso eccessivo alla carcerazione preventiva, mascherata con il nome di “custodia cautelare”, non sempre era un metodo
adeguato per arrivare alla verità. Pur di riavere la libertà, molti erano disposti a fornire informazioni che , a torto o ragione,
pensavano potessero essere conformi alle attese dei magistrati che li interrogavano. Talune misure di rigore, o permanenza in
carcere prolungata ma non necessaria, potevano avere effetti devastanti sulle vite dei singoli.
Pisapia invitava i magistrati ad amministrare la giustizia con prudenza ed equilibrio, ma rimase inascoltato.

Mentre esplodevano bombe a Milano e a Roma e il ministro dell’Interno lanciava l’allarme di possibili involuzioni autoritarie, fu
varata la riforma elettorale. Il nuovo sistema era maggioritario-proporzionale; ma così non era. Ma a noi non ce ne fotte (se vuoi
capirne di più traduci quello che c’è scritto a pag 122 e fottiti porcaccioddio).

Il nuovo sistema elettorale era un ibrido, ma era comunque una rivoluzione. La legge era fatta in modo tale da consentire
l’ingresso in parlamento, come con il sistema proporzionale, a varie minoranza,grandi e piccole. Costituire una maggioranza 51%
di deputati e senatori non sarebbero stato facile, ma in quel delicato passaggio della storia non si poteva aspirare ad altro che a
un compromesso tra esigenze molto diverse e tra loro in conflitto.

4.3 Un fascismo in maglione di cachemire


Negli stessi giorni in cui veniva approvata la riforma elettorale i giornali informavano che un gruppo di imprenditori, dirigenti e di
docenti universitari (per lo più settentrionali), aveva cominciato a riunirsi con l’obbiettivo di creare una rete nazionale. A questi
incontri aveva partecipato anche il Berlusca. La loro iniziativa scaturiva dalla volontà di impedire una deriva a sinistra del paese.
Deriva tutt’altro che improbabile considerando la caduta del muro di Berlino e di Tangentopoli. La caduta del muro era stata
un’occasione di modernizzazione per il PCi, ma venne colto impreparato e lo prese al culo.
Il binomio muro e tangentopoli aveva determinato la dissoluzione di DC e Psi, sicché molti italiani erano rimasti privi di
rappresentanza politica. Berlusconi aveva detto che bisognava dare un contributo alla soluzione della crisi del paese. Occorreva
anche un leader che però non era lui. Era convinto che la nuova legge elettorale fosse destinata a spostare gli equilibri di scelta
degli elettori.
Berlusconi aveva capito, prima di molti altri, che la riforma elettorale avrebbe comportato la formazione di un sistema politico
nuovo. Un sistema bipolare, che non era compatibile con la prassi tendenzialmente centrista del sistema proporzionale e non
consentiva che ci fosse un vuoto in corrispondenza di uno dei due poli in cui il sistema necessariamente si articolava (1^ grande
intuizione di Berlusconi).

Urbani (corriere della sera) spiegava che a spingere il gruppo era stato il ballottaggio di Milano del 20 giugno, che aveva visto la
Lega da una parte e una coalizione di sinistra dall’altra. La paura era che una situazione si ripetesse su scala nazionale, con la
Lega che si prendeva il nord, il Pds il centro e i rimasugli di DC e della Rete il sud.
Urbani rilevava la necessità che ci fossero in Italia un centrodestra e un centrosinistra che mancavano. Se non ci fosse stata
un’evoluzione in tal senso si sarebbero corsi 3 rischi:
1) un duopolio Lega-Pds, che avrebbe comportato una balcanizzazione dell’Italia con divisione tra nord, centro e sud;
2) nel passaggio da un ordine politico a un altro prevalesse il dilettantismo (mostra scarse capacità, attitudini e preparazione
nell’attività che svolge);
3) il riemergere di pezzi di socialismo reale proprio nel momento in cui il socialismo era fallito.

Che si andasse nella direzione indicata da Urbani lo si capì al primo turno delle elezioni di novembre. Il centro ne uscì distrutto.
A vincere era stato Achille Occhetto (PCi/Pds), mentre la DC era andata al tappeto. Berlusconi aveva detto che non era il

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“centro” ad essere crollato, ma quei partiti che non erano stati capaci di rinnovarsi. Il rischio era di esser governati dal PDs,
erede di un tradizione che aveva prodotto un catastrofico fallimento economico. Bisognava costruire delle alleanza, dar vita a
una forza unitaria capace di trasformarsi in soggetto politico.

Berlusconi aveva detto che se fosse strato chiamato a dover scegliere il sindaco di Roma non avrebbe avuto esitazione. Avrebbe
scelto Gianfranco Fini (Msi destra nazionale), in quanto rappresentante di quell’area moderata che, unita, avrebbe potuto
assicurare un futuro al paese.

Il movimento sociale italiano era rimasto mummificato nella sua identità neofascista. Poi si era schierato a difesa del sistema
proporzionale, perché temeva, che il sistema maggioritario lo avrebbe spazzato via. All’indomani dell’approvazione della nuova
legge elettorale aveva però compiuto una brusca virata, capendo che la crisi di fiducia nei confronti dei partiti di centrosinistra,
travolti da Tangentopoli, creava ampi spazi di iniziativa politica, in quanto molti elettori erano in cerca di nuovi attori politici che
li rappresentassero.
Alle elezioni amministrative di giugno 1993,14 candidati del Msi furono eletti alla guida delle amministrazioni in comuni che
avevano una popolazione superiore ai 15mila abitanti. Il risultato più clamoroso accadde a Roma, poiché il Msi destra nazionale
risultò al primo turno il primo partito e sfiorò la vittoria al ballottaggio. Fini ebbe il 49.6% dei voti. A Napoli invece Alessandra
Mussolini raccolse un gran consenso ma non vinse.

Berlusconi aveva scelto di candidarsi alla guida della nuova coalizione moderata, poteva a vere delle ciance di battere le sinistre
solo se si fosse alleato con tutti coloro che condividevano il medesimo obbiettivo, sicché aveva deciso di legittimare la destra del
Msi; ovvero “rimuovere quel fattore strutturale di inferiorità che era legato alle origine antifasciste del sistema repubblicano” e
che aveva rappresentato fino ad allora un limite insuperabile alle possibilità di espansione della destra.

Berlusconi, in un’intervita concessa a “La Stampa”, sperava di non essere costretto a fare un mestiere che non era il suo, ma il
rischio concreto era che il paese finisse nelle mani della sinistra. Il Pds non era altro che un Pci riverniciato; il segretario era lo
stesso. Aveva poi ricordato che la storia del comunismo era Lenin, Stalin, il sacrificio dei Kulaki. Evocando tali vicende, Berlusca
sapeva di far breccia nel cuore degli italiani, che avevano paura di una alternativa di sinistra.
La sinistra ex comunista non dava l’impressione di essere realmente nuova, ma non sembrava nemmeno possedere quelle virtù
tranquillizzatrici per rassicurare elettori sempre più spaesati.

La legittimazione della destra postfascista fu solo il primo passo che Berlusconi fece per costruire una coalizione che si potesse
candidare alla guida del paese con concrete possibilità di vittoria. Inseguendo il sogno di un “grande centro” cercò di coinvolgere
nel suo progetto Segni (DC) e Martinazzoli (Ppi). Ma di fronte al loro rifiuto, scelse di impegnarsi in prima persona.
Iniziarono allora le trattative con i partiti che erano complesse a causa della nuova legge elettorale: se da un lato la presenza di
collegi uninominali rappresentava una pinta verso forme di aggregazione, dall’altro la permanenza di una quota proporzionale
produceva un effetto centrifugo, poiché i partiti tendevano a salvaguardare la loro identità.
Il 26 gennaio 1994 Berlusconi pronunciò il “discorso della discesa in campo”, che innescò una serie di reazioni a catena.
All’assemblea costituente di Alleanza nazionale, che si svolse a Fiuggi il 29-30 gennaio, Fini ribadì l’apertura a Ccd (Centro
Cristiano Democratico) e Forza Italia e annunciò che sarebbe stato trovato un marchingegno per un’alleanza tecnica con la Lega.

I poli presero infine forma, lo schieramento era:


- Progressisti: Pds, Rifondazione, Rete, Verdi, Alleanza democratica, Cristiano-sociali, Rinascita socialista e Psi;
- Centro: “Patto per l’Italia”, Ppi e Patto Segni;
- Destra (somma di 2 alleanze): “Polo delle libertà” (Forza Italia, Lega Nord, Ccd, Polo liberaldemocratico e Unione di centro) e
“Polo del buon governo”(Forza Italia, Msi-Alleanza nazionale, Ccd, Polo liberaldemocratico e Unione di centro).
La differenziazione delle alleanza rappresentò la 2^ grande intuizione di Berlusconi. Formando due coalizione distinte, ovvero
alleandosi al Centro-ud con alleanza nazionale e al Nord con la Lega, il leader di Forza Italia riuscì a coinvolgere nel suo progetto
attori politici molto distanti senza pretendere che siglassero un accordo tra loro. Fu questa la vera mossa vincente, in quanto
Berlusconi si fece garante del patto candidandosi come leader dell’area moderata del paese in alternativa a Segni (DC).
A poche ore dall’annuncio ufficiale di un suo impegno diretto alle elezioni, Occhetto (Pci/Pds) dichiarava di non essere
preoccupato ma divertito.

Berlusconi dopo un ottimo inizio, in cui dichiarava il suo amore per l’Italia, spiegava di aver deciso di occuparsi della cosa
pubblica perché non voleva vivere in un paese non liberale, ovvero governato da uomini legati a un passato che era stato
fallimentare sia sul piano politico sia su quello economico. Le sinistre italiane sostenevano di essere cambiate. I loro uomini, i
loro convincimenti erano rimasti gli stessi.
Berlusconi temeva che l’Italia finisse nelle mani dei nostalgici del comunismo, di una minoranza che l’avrebbe condannata a un
futuro soffocane e illiberale, ma si trattava, secondo Giorgio Bocca (giornalista) di una trovata propagandistica. L’anticomunismo

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senza comunismo produceva suggestioni prive di ogni resoconto con la realtà, ma non per questo meno forti. Bocca non credeva
che Berlusconi fosse il cavaliere nero fondatore di un fascismo in maglione di cachemire, poiché i moderati si aspettavano che
fosse il riciclatore della democrazia della prima repubblica.
Che il confronto destra/sinistra, in vista delle elezioni, ruotasse ancora una volta attorno ai temi del fascismo/antifascismo e
comunismo/anticomunismo, è comprensibile poiché era necessario entusiasmare l’elettorato. Il problema era che non
esistevano schieramenti consolidati e il rischio era che, dopo il voto, la bipolarizzazione si rivelasse un inganno. La competizione
sarebbe stata binaria (sinistra e antisinistra). Ciò però avrebbe determinato la costruzione di ammucchiate di partiti e alleanze
acchiappa voti. Sarebbero esistite coalizioni per convenienza senza che centrassero un cazzo fra loro porco dio. Avrebbero
garantito la sopravvivenza ai partiti che sarebbero stati in grado di superare la soglia di sbarramento accrescendo il loro potere
di negoziazione e di ricatto nel confronto di moderati (o partiti piccoli).
In effetti, le alleanze elettorali, che si erano formate in vista delle elezioni, apparivano poco coese e basate su interessi strategici
e non su convergenze programmatiche. Erano ammucchiate, non squadre di governo alternative. I negoziati furono complessi
innanzitutto per il numero degli attori, che erano 8.

La gioiosa macchina da guerra fu infine assembleta, ma fu sconfitta da Berlusconi, che diede una forte accentuazione
personalistica alla campagna elettorale e impresse una drammatizzazione allo scontro rilanciando le antiche contrapposizioni
ideologiche. I risultati delle elezioni del 27-28 marzo 1994 sancirono la vittoria di Silvio Berlusconi e Forza Italia,
un’affermazione della lega in regioni come Lombardia, Veneto, Friuli e un consenso per Alleanza nazionale al Centro-sud. Il
centrodestra otteneva la maggioranza assoluta sia alla camera sia al senato. Non si può certo dire che gli italiani, al momento del
voto, si fossero trovati di fronte a una coalizione di centrodestra chiaramente identificabile, poiché era fondata sul Polo delle
libertà al Nord e sul Polo del Buon governo al Centro-sud. Non si può essere sicuri che un elettore del Nord votando il Polo fosse
pienamente consapevole del fatto che, in questo modo, avrebbe dato il suo contributo a costituire un governo in cui vi fossero
ministri di Alleanza nazionale. Eppure nonostante ciò gli italiani avevano scelto in maggioranza il centrodestra.

Le ragioni di questa scelta sono molteplici, tra esse un mutamento del rapporto tra i cittadini e la politica. Questo rapporto si è
andato sempre più logorando e a farne le spese + stata soprattutto l’area del centrosinistra e della sinistra.
Ma il guaio è che la società civile italiana è molto frastagliata, è divisa sul piano territoriale e manca di omogeneità sociale,
culturale ed economica. Per tali ragioni, ha bisogno di innumerevoli mediazioni che, per l’appunto, la politica dovrebbe attivare.
Ad attaccare il primato della politica fu, negli anni ’80, la Lega mettendo in campo due argomenti che sarebbero poi stati ripresi
e rilanciati dal Berlusca:

a) la politica è onnipotente e onnipresente in quanto diffusa in modo patologico in ogni ambito sociale. Con la pretesa di fare il
bene, aveva rallentato invece di favorire la capacità di crescita della società civile, imponendo un carico fiscale insostenibile
finanziato con il deficit, per fini elettorali e difendendo interessi che avrebbero avuto con un ben diverso sviluppo se fossero
stati promossi dall’iniziativa economica privata;
b) la politica aveva incominciato a taglieggiare la società produttiva, costruendo una propria rete di interessi clientelari e
affaristici. La sinistra non si era dimostrata in grado di contrastare questa politica dell’antipolitica Negli anni di Tangentopoli, gli
ex comunisti si erano convinti di non essere stati travolti dall’operazione di Mani pulite perché moralmente superiori. Ma la
maggioranza degli italiani interpretò in senso antipolitico il messaggio dell’operazione “mani pulite” e votò per Berlusconi.

CAPITOLO 5: Il bipolarismo italiano


5.1 Il sogno Berlusconiano
Il timore che la sinistra potesse andare al governo aveva impresso un’accelerazione al processo di legittimazione della destra. Se
non fosse stata rimossa la pregiudiziale antifascista, e fosse rimasto in vigore l’interdetto nei confronti di Alleanza nazionale, il
Pds, ovvero un partito comunista, avrebbe esercitato un’egemonia non soltanto sull’elettorato di sinistra ma anche su quello
cattolico.

In Italia vi è stato un passaggio da una democrazia bloccata a una democrazia dell’alternanza, ma ciò non è avvenuto in modo
normale. Per entrare in un sistema bipolare è stato necessario ricorrere a una figura che rappresentava ”un’anomalia”. Su
Berlusconi hanno scritto che il suo unico precedente europeo era Hitler: vengono entrambi dal nulla, fulminei nel puntare
l’obbiettivo, dei geni e operano come fossero onnipotenti.

Ma la sua demonizzazione e paragonarlo a Hitler non aiuta a capire come gli italiani lo abbiano votato nel 1994 e per altri 20
anni. I votanti erano piccolissimi borghesi preoccupati dalle tasse, dallo sfacelo dello stato e soprattutto, confermando che la
paura era un sentimento molto diffuso, da un possibile governo comunista. In più erano spesso italiani con partita Iva; persone
che avevano lavorato duramente, consentendo al paese di sopravvivere, nonostante la catastrofica amministrazione dello stato
da parte dei vecchi partiti.

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Tutti coloro che non si riconoscevano nella sinistra si compattarono attorno a Berlusconi che rappresentava i valori
dell’antipartito e antipolitica. Li guidò alla vittoria, ma la vittoria di un’alleanza, anzi della somma di due alleanze distinte, non
garantiva che il paese avesse un governo stabile e un esecutivo in grado di fare riforme. Difatti durò pochi mesi.

Nel discorsi programmatico pronunciato il 10 maggio 1994, Berlusconi aveva dichiarato che il primo obbiettivo del suo governo
era a creazione di nuovi posti di lavoro. Rilanciando il tema della “serenità” del paese che si misurava dalla capacità di assicurare
ai cittadini e in particolare ai giovani un lavoro dignitoso e un reddito equivalente. Un altro punto era l’asseto della sanità,
poiché i servizi inefficienti ledevano il diritto alla salute.

Nei primi 100 giorni, Berlusconi aveva anche affrontato il tema della giustizia, garantendo che il governo non avrebbe messo in
discussione l’indipendenza dei magistrati. Agli inizi di luglio il consiglio dei ministri approvò il “decreto Biondi”: limitava il
numero dei reati per i quali i giudici potevano ordinare la custodia cautelare per gli indagati, e tra questi la corruzione e la
concussione, e stabiliva il segreto sugli avvisi di garanzia fino alla conclusione delle inchieste. Il “pacchetto giustizia” suscitò varie
reazioni, ma la più clamorosa fu quella di Di Pietro che segnò una guerra istituzionale tra magistratura e governo.
Berlusconi fu costretto a fare marcia indietro perché prima la Lega nord e poi Alleanza nazionale avevano preso le distanze dal
provvedimento.
Non potevano essere infatti i magistrati a dire al governo e al parlamento in che modo dovevano fare le leggi, sicché si era
ingenerato uno squilibrio tra i poteri dello stato. La magistratura tendeva talvolta a oltrepassare i limiti delle proprie funzioni, e
del resto non è certo un caso che lo stesso Borrelli segnalasse il rischio che i magistrati potessero sentirsi oggetto di
un’investitura popolare diretta e quindi si munissero di spada per scacciare i malvagi.

Il 22 novembre ’94 il Corriere della sera diede la notizia che Berlusconi era stato raggiunto da un avviso di garanzia. Ciò acuì i
contrasti all’interno della maggioranza. Sicché si aprì la crisi, a ridosso di Natale, quando Bossi, D’Alema e Buttiglione si
accordarono per presentare due mozioni di sfiducia nei confronti del governo. Il 21 dicembre ’94 Berlusconi rassegnò le
dimissioni, ma prima fece un discorso duro attaccando Bossi, il quale, dopo esser stato eletto con i voti del Polo, li rinnegava e li
tradiva.

Berlusconi accettò la soluzione proposta da Scalfaro di affidare la guida di un governo tecnico al suo ex ministro del tesoro,
Lamberto Dini, con l’obbiettivo di tornare al voto nella primavera successiva. Il 25 gennaio, il governo Dini, formato da 20
ministri non parlamentari, ottenne la fiducia con i voti degli sconfitti delle elezioni del marzo del 1994 e quelli della Lega. Il
governo Dini prova che il modello Westminster in Italia non poteva scaturire dalla scatola vuota di una legge. La maggioranza si
era formata su una specie di patto di desinenza, con garante Berlusconi, tra due attori politici come Lega e Alleanza Nazionale
che più distanti non potevano essere. Perciò si diede vita ad un surrogato di centro che è il “governo dei tecnici”.
Tale governo fece però un’importante riforma delle pensioni approvata nell’agosto del 1995, che modificava il calcolo, non più
riferito alle retribuzioni ma ai contributi versati nel corso dell’attività lavorativa.

5.2 Il Ferruccio Parri della nuova resistenza non armata


Intorno alla fine di gennaio ’95 i giornali annunciavano che i partiti di opposizione erano finalmente riusciti a individuare l’anti-
Berlusconi: Romano Prodi; il quale diede la sua disponibilità ad essere il candidato del centrosinistra. Prodi fu l’esito di un lavoro
preparatorio incominciato nella primavera del 1994. Egli aveva spiegato che uno dei principali problemi politici italiani era
costituito dall’assenza di un’alternativa alla guida del paese. Il suo programma era basato sull’idea di “mettere insieme”, tale
processo subì un’accelerazione nel febbraio ’95 quando Andreatta, Mancino, Elia e Mattarella discussero della possibilità di dar
vita a un’alleanza tra forze politiche diverse, che avrebbero potuto candidare Prodi alla presidenza del consiglio.

Il 3 febbraio ’95 Prodi rese ufficiale la decisione di accettare la candidatura e il 5 annunciò Veltroni al suo fianco. Il 13 febbraio ci
fu la presentazione dell’Associazione “l’Italia che vogliamo” e la scelta del simbolo, l’Ulivo; necessario da piantare a fianco della
Quercia. D’Alema lo indicò come leader del movimento che stava nascendo. La Quercia rappresentava l’eroismo e la battaglia da
combattere che sarebbe stata dura; l’Ulivo era il simbolo della pace che Prodi avrebbe garantito al paese.

Presentato dalle riviste come il “Ferruccio Parri”(capo liberazione partigiana antifascista) della nuova resistenza non armata,
Prodi costituiva una novità politica. Al pari del Berlusca era un leader in grado di riunire e guidare le varie componenti del
centrosinistra. Prodi aveva un identikit in cui poteva immedesimarsi tutta l’Italia che non si riconosceva in Berlusconi. Ma
diversità decisiva fu che Prodi non aveva un suo partito; era il candidato di organizzazioni che non controllava; periò era facile
pensare che i partiti in caso di affermazione elettorale avrebbero controllato lui.

Inizio dicembre 1995 Prodi presentò le sue 88 tesi. Fin dal giorno dopo misero paletti e limiti invalicabili. Era il segnale di una
dialettica tra “ulivismo e partitismo” che avrebbe contrassegnato i successivi 10 anni di politica italiana. Ma intanto bisognava
ergere un’alleanza che battesse Berlusconi. Senza Prc l’Ulivo avrebbe perso e il centrodestra avrebbe vinto. La soluzione fu
trovata ricorrendo a una formula politica che garantiva insieme autonomia e alleanza. L’accordo fu trovato ricorrendo al “Patto

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di desistenza”: i neocomunisti appoggiavano in alcuni collegi i candidati del centrosinistra (Ulivo), e il centrosinistra appoggiava
quelli del Prc. Chiamata negli scacchi “mossa del cavallo”, spiazzò tutti perché inaspettata ed efficace.

Alle elezioni del 21 aprile 1996 l’Ulivo prevalse sul Polo delle libertà con il 42% contro 40,3%. I voti di Prc raggiunsero l’8.6%
risultando determinanti. Il Prc poteva tenere in scacco il governo, a cui fu dato un “appoggio critico”(fiducia condizionata dalle
scelte che l’esecutivo avrebbe fatto.

Nel chiedere la fiducia al Senato , il 22 maggio ’96, Prodi non aveva nascosto le difficoltà della sfida che aveva di fronte: risanare
la finanza pubblica e varare un piano di sviluppo economico. Ribadì che lo Stato sociale (Welfare state, stato di uguaglianza: tutti
i servizi in generale che lo stato fornisce ai cittadini) era la conquista più grande del 20° secolo, ma andava ridisegnato, adattato
ai nuovi bisogni e ai nuovi problemi. Occorreva adoperarsi per rendere le strutture più efficienti e individuare criteri di scelta più
equi per le prestazioni prettamente assistenziali. Un grande rilievo avrebbe avuto le politiche per la famiglia, mentre per i servizi
sociali si pensava ad una nuova legge che garantisse la costruzione di una rete di strutture fondata sull’idea di “Stato sociale
come casa comune” di tutti, poveri e non poveri e che individuasse un criterio di equilibrio tra servizi per tutti e l’adozione di
criteri selettivi. Importante che questa rete fosse vicina ai cittadini, collegata ai territori e gestita dalle istituzioni locali per dare
risposte ai bisogni vecchi e nuovi della collettività. Infine l’attenzione ai problemi della salute sarebbe stato un punto di
riferimento quotidiano per l’azione del governo.

Quello italiano non era uno stato sociale, ma la grande buccia partitocratica, consociativa, che aveva ridotto pressoché a zero la
polpa dello stato sociale e che aveva costruito una rete di privilegi e di clientele che doveva essere smantellata.
Il presidente del Consiglio ereditava una realtà pesante, poiché non si poteva continuare con le tradizioni politiche di
indebitamento pubblico per far pagare alle giovani generazioni i costi della protezione sociale.
Però nella maggioranza di Prodi esistevano posizioni di “conservatorismo assistenziale” rappresentate da Prc, che avrebbe reso
difficile la riforma dello stato sociale. Bertinotti (Prc) aveva detto che il programma del governo non lo convinceva. A suo
giudizio, bisognava scegliere la politica del pieno impiego perseguendo allo stesso tempo l’obbiettivo del risanamento del
bilancio.
Bertinotti, per fronteggiare la crisi, disse che non si poteva riproporre la concertazione, ma combattere una grande battaglia
sociale. Era per questa ragione che il suo partito aveva presentato una proposta di legge per una nuova “scala mobile”: per
accrescere il potere d’acquisto degli stipendi, salari pensioni e anche perché nel paese i ricchi diventavano sempre più ricchi. La
questione cruciale era l’occupazione che proponeva una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, prendendo come modello
l’IG Metal dove gli operai ottennero 35 ore a parità di salario.

Su posizioni nettamente diverse erano Berlusconi e D’Alema. Il tema dello Stato sociale era un tema divisivo sia tra gli
schieramenti, sia all’interno degli stessi schieramenti.
Berlusconi aveva spiegato che l’essenza etica e politica della prima repubblica era stata il privilegio diffuso. Dilatando fino
al’inverosimile la spesa pubblica per ottenere consenso scaricando sulle spalle dei giovani futuri. Lo stato avrebbe dovuto fare
passi indietro e occuparsi della difesa, giustizia, sicurezza dei cittadini e amministrazione fiscale; lasciare spazio ai privati nella
scuola, sanità e previdenza così da dare pari opportunità a tutti i cittadini, in particolare ai poveri.

D’Alema (Pds) chiedeva invece di affrontare con urgenza la questione dello stato sociale. Voleva stringere un nuovo patto
sociale, compatibile con le esigenze dello sviluppo; imboccare la strada del rigore e dell’efficienza con scelte anche dolorose in
un paese in cui lo stato sociale aveva assunto il volto dell’inefficienza, dell’assistenzialismo e del clientelismo.

Nella sua replica, Prodi aveva dichiarato che lo stato sociale andava riformatore de burocratizzato. Occorreva adeguare la
legislazione relativa al terzo settore, alle associazioni che non perseguivano fini di lucro e all’associazionismo.

Oliviero Diliberto (Prc) si lamentava di Prodi per non aver indicato gli strumenti con cui combattere la disoccupazione. Bisognava
mettere rimedio a questa mancanza attraverso la legge finanziaria. Una manovra economica era fata sulla base di scelte
politiche, si trattava di sapere da quali tasche sarebbero stati prelevati i soldi per risanare le finanze dello stato. Cioè tassando i
ricchi o i poveri come sempre? Stabilito ciò, Prc avrebbe impostato la sua azione politica e parlamentare per la difesa, il rilancio,
la riqualificazione dello stato sociale, per salvaguardare il valore reale delle pensioni e dei salari, per ridurre l’orario di lavoro e
imporre una patrimoniale sulle grandi ricchezze e sulle rendite parassitarie. Prc intendeva rappresentare nelle aule parlamentari
il punto di vista critico del conflitto sociale, che molti stavano cercando di espellere.
La linea politica di Bertinotti e Diliberto (entrambi Prc) fu precisata il 10 dicembre ’96. Sfidando la sinistra moderata, il Prc
puntava a occupare lo spazio politico dell’antagonismo sociale e relegare il Pds ai margini della tradizione del movimento
operaio. Però non tennero conto del protagonismo politico di D’Alema.

Il 5 gennaio 1997 si insediò la Commissione bicamerale per le riforme istituzionali, presieduta dal leader dei democratici di
sinistra (Pds), D’Alema, che ottenne anche i voti di Forza Italia. Incominciò a prendere forma il dualismo tra Bicamerale e

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l’esecutivo, nonché tra D’Alema e se stesso. A Gargonza, D’Alema fece un discorso con l’obbiettivo di dividere ponendo una
questione politica di rilievo. Non escludeva che l’Ulivo potesse diventare il luogo in cui si organizzasse una nuova grande
formazione politica, ma quest’ultima postulava il superamento di quelle esistenti. Era irrealistico pensare che il soggetto politico
potesse diventare l’alleanza, i comitati, al posto dei partiti.
D’Alema aveva posto la questione per due ragioni:
1) temeva che il governo durasse a lungo e permettesse la nascita del partito dell’Ulivo;
2) vedeva allontanarsi la possibilità che alla presidenza del Consiglio arrivasse una personalità comunista.
Gargonza aveva rappresentato uno spartiacque, la prima minaccia esplicita al governo mentre si combatteva una lotta tra l’Ulivo
(il nuovo e il programma comune) e i partiti , le correnti, le strutture.
Prodi stava scontando l’errore di non aver fatto una sua politica autonoma da affiancare a Pds; ma egli aveva la fissazione per
unire, non dividere.

Nell’aprile del 1997 Prc dichiarò contrarietà ad ogni tipo di intervento in Albania e agli inizi di ottobre votò contro la finanziaria.
Il 9 ottobre Prodi si presentò alla camera per cercare di venire incontro alle richieste dei comunisti, impegnandosi a tutelare le
pensioni di anzianità per gli operai e a esentare dal pagamento del ticket i malati cronici e lungodegenti. Prc giudicò
insoddisfacente il discorso di Prodi, ma alla fine l’intesa fu trovata sulla riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore a partire dal 2001.

Bertinotti era riuscito a raggiungere un accordo in extremis salvaguardando l’unità del partito.
La durata del governo Prodi sarebbe dipesa dalla trattativa sullo stato sociale, considerata la madre di tutte le riforme. Una
riforma necessaria non tanto perché la spesa sociale fosse troppo alta, quanto perché bisognava rispondere al grande problema
ella disoccupazione. A giudizio di Bertinotti, l’idea di intervenire sul Welfare per abbattere i costi o ridurre il sistema di garanzie e
di protezione, conteneva un carattere contro riformatore e regressivo, e oltretutto non affrontava i problemi reali. La crisi del
sistema di protezione era determinata da:
- incapacità di erogare prestazioni adeguate, in un contesto di maggiore divisione territoriale come quello della sanità;
- presenza di una disoccupazione di massa.
Il nuovo stato sociale avrebbe dovuto avere come fondamento la politica per il pieno impiego. Assicurare il lavoro minimo
garantito, oppure fare interventi più mirati per impiegare lavoratori con competenze in settori a elevato contenuto tecnologico e
di ricerca. Infine operare una riduzione dell’orario di lavoro e parità salario.
L’accordo manteneva le pensioni di anzianità nel settore privato, cancellava le baby pensioni e stabiliva regole uniformi per tutti
i dipendenti pubblici e privati.

Nel maggio del 1998 Prodi vince la battaglia dell’euro. Era convinto che la fase dell’emergenza fosse finita. Ma in autunno il Prc
ricominciò ad avvalersi del suo potere di interdizione. Il 25 settembre il consiglio dei ministri approvò una manovra da 14.700
miliardi per le fasce sociali più deboli, in modo da venire incontro alle richieste del Prc.
Il 7 ottobre 1998 Prodi si presentò alla camera per chiedere un giudizio sul programma e sull’attività del governo. Se il giudizio
fosse stato contrario, avrebbe passato la mano, ma ad andare in soccorso a Prodi vi furono i parlamentari del Prc. Ma non basto
poiché alla fine Prodi cadde per un solo voto.

Scalfaro diede l’incarico di formare il ministero a D’Alema. Tale mossa mise fine al conventio ad excludendum. D’Alema era a
capo di una maggioranza che andava dai comunisti italiani all’Udr (Unione democratica per la repubblica - Cossiga), un “partito
degli eletti” con il centrodestra, fondato da Cossiga. I “rivoluzionari” avevano contribuito a far andare il primo comunista a
palazzo Chigi per costruire un governo di centro-sinistra europeo.
Il 22 ottobre 1998 D’Alema chiese la fiducia. Il governo aveva un tratto di eccezionalità. La maggioranza nasceva da due fratture:
a) quella che aveva portato alla rottura dell’alleanza tra Ulivo e Prc;
b) quella determinata dalla scelta di talune personalità moderate del centro di contribuire alla governabilità del paese.
Si trattava di episodi che evidenziavano la fragilità del bipolarismo italiano. Il compiro prima rio era proseguire l’opera di
risanamento dei conti pubblico, che aveva permesso all’Italia l’ingresso in Europa. Gli italiani erano tutavia in attesa di una
svolta, sicché la sfida era duplice:
- predisporre un programma di liberalizzazione dell’economia, del mercato e dell’accesso alle professioni;
- assicurarsi che tutto questo avvenisse nel segno di una maggiore equità sociale e di una espansione dei diritti individuali.
Su tali basi, la riforma di uno stato sociale aperto ai più deboli era il fondamento di una società più euqa e moderna, più attenta
alle domande del singolo e più giusta nel rapporto tra le generazioni. La politica doveva modificare in modo radicale la
destinazione delle risorse pubbliche. Occorreva privilegiare taluni capitoli di spesa, relativi all’istruzione, salute, formazione,
ricerca e tutela dell’ambiente. La capacità competitiva del paese dipendeva dai giovani, a loro bisognava dare di più innalzando
l’obbligo scolastico a 18 anni, ampliando la scolarità e investendo nella formazione professionale.
A distanza di poco tempo dal suo insediamento, il governo varò “Sviluppo Italia”, un’agenzia di promozione e servizi per lo
sviluppo industriale. D’Alema aveva insistito sulla necessità di ricostruire la fiducia in una società che appariva ingessata, per fare

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in modo che gli imprenditori ricominciassero a investire e i cittadini a consumare. Dopodiché aveva annunciato un “patto
sociale” che si sarebbe giovato di scelte di enorme portata in materia di fisco, ammortizzatori sociali e formazione.

Il 22 dicembre fu firmato il “Patto sociale” per lo sviluppo e l’occupazione, sottoscritto (fatto senza precedenti) da tutte le
associazioni imprenditoriali e sindacali. Il patto puntava a ridurre il costo del lavoro del 3% nell’arco di 5 anni. Prevedeva:
- la riduzione dei contributi assistenziali per i datori di lavoro;
- il finanziamento dei contributi per la maternità e gli assegni familiari;
- la razionalizzazione del sistema di assistenza sociale;
- detrazioni per le imprese che avessero reinvestito nella formazione dei lavoratori;
- riduzione delle imposte sui redditi personali.
Il “Patto di Natale” rappresentava soprattutto una modalità per riportare le rappresentanze dei grandi interessi su un piano di
parità con tutte le altre espressioni dell’impresa e del lavoro.

Tuttavia in pochi mesi tale accordo divenne terreno di scontro tra governo e parti sociali. I sindacati confederali, non riuscirono a
liberarsi da un ambiguità di fondo, poiché da un lato proponevano un’interpretazione dell’accordo assai estensiva, e dall’altro
difendevano strenuamente i propri iscritti.
Che le cose stessero così lo si capì nel giugno del 1999 quando il governo illustrò alle parti sociali il documento di
programmazione economica e finanziaria, che ridefiniva i confini dello Stato sociale e della previdenza e ne valutava i costi. Il
banco di prova della coalizione sarebbe stato la Finanziaria, ma quando furono rese note le prime indicazioni, il governo entrò in
tensione. Al momento delle scelte il Pdci non avrebbe accettato che si chiedessero sacrifici ai lavoratori arruivati alla soglia della
pensione. La sinistra doveva perseguire la piena occupazione e la tutela dello stato sociale, sicchè si poteva anche discutere di
pensioni, ma un conto era se i risparmi venivano redistribuiti nell’ambio del Welfare, un altro se i tagli si facevano soltanto per
rientrare nei parametri di Maastricht.
Nell’incontro con i sindacati, il 23 giugno ’99, Giuliano Amato, ministro del tesoro, aveva detto che bisognava fare le riforme
strutturali di cui il paese aveva bisogno. Tenendo conto dei vincoli di bilancio imposti dall’Europa, aveva chiesto di intervenire
con decisione sulla spesa pubblica, mettendo mano alle pensioni. Il che significava anticipare al settembre ’99 la verifica sulle
pensioni prevista per il 2001.

Cofferati (Ds- Democratici di sinistra) aveva giudicato inaccettabile la proposta. Si era convinto che la sinistra vinceva quando
faceva la sinistra e perdeva quando cercava un voto centrista. Sulla riforma pensionistica, egli si augurava che si arrivasse a una
soluzione unitaria.

Nella Finanziaria del natale ’99, il governo accolse in parte le richieste dei sindacati. Quella finanziaria era stata “gonfiata e
frastagliata” dalla camera. In assenza di una riforma delle istituzioni, il rapporto tra governo e parlamento era tale che i capitoli
di spesa diventavano sempre più corposi, per raccogliere consensi intorno a un testo che avrebbe dovuto essere omogeneo.
Amato aveva detto che le tabelle finivano per contenere “microstanziamenti per micro politiche”, ma era stato molto cauto sulla
questione previdenziale. Quest’ultima viaggiava su livelli di assoluta tranquillità.

Dopo l’approvazione della Finanziaria, D’Alema si dimise per avere un chiarimento politico con i partiti della maggioranza. A
chiedere l’apertura della crisi erano stati i Socialisti Democratici Italiani (SDI) di Boselli.

Veltroni (segretario Ds) aveva espresso la sua speranza che i democratici crescessero, perché un successo avrebbe
rappresentato la garanzia per la stabilità per il governo e per il rilancio dell’Ulivo. Le aspettative andarono però deluse, perché
l’esito delle urne rivelò un alto livello di frammentazione della maggioranza parlamentare.
Il dato che emergeva era il risultato ottenuto dai “I Democratici” di Prodi, un movimento nato proprio per far a contrappeso ai
Ds, che disponeva di un potere contrattuale destinato a mutare gli equilibri all’interno dell’alleanza. Sia D’Alema che Veltroni
(entrambi Ds) ne erano ben consapevoli. I democratici apparivano però diffidenti per l’impazienza con cui il Ds voleva cambiare
direzione di marcia. Era no preoccupati che si riproponesse l’Ulivo e non nascondevano che il loro obbiettivo fosse la
costituzione del Partito Democratico, ossia il partito unico del centrosinistra.
Vi fu una svolta in ottobre ’99 quando D’Alema aveva chiesto che si aprisse la “stagione del nuovo Ulivo”. Bisognava stipulare un
nuovo patto politico, su cui costruire un governo rinnovato. La reazione dei Democratici fu positiva, ma avevano chiesto nuove
regole per la scelta del premier della coalizione. Su tale argomento trovarono sempre un confronto serrato che aveva avuto
un’accelerazione quando i SDI sollecitarono l’apertura di una crisi di governo.
Il 18 dicembre ’99 D’Alema di dimise, il 20 ricevette il reincarico e il giorno seguente costituì il suo nuovo governo nel quale
entravano i Democratici.

Nel chiedere la fiducia alla camera il 23 dicembre spiegò che si era conclusa l’esperienza del governo bipolare, in cui era stato
davvero difficile governare assieme. Per questa ragione era stata accolta la disponibilità dei Democratici di far parte

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organicamente della coalizione di centrosinistra. Il governo ottenne la fiducia, ma con soli 310 voti. Il governo durò solo 120
giorni, poiché alle elezioni regionali dell’aprile 2000 la Casa delle Libertà (Berlusconi) ne conquistò 8 su 15. Il centrodestra fece il
pieno di consensi al nord ma ebbe buoni risultati anche in talune regioni del centro sud. Dopo la sconfitta D’Alema rassegnò le
dimissioni.

Dopo di lui a guidare il nuovo esecutivo fu chiamato Giuliano Amato, che fino al luglio 2000 fu il candidato del centrosinistra. Ma
i leader ella coalizione progressista avevano fatto marcia indietro, puntando su una nuova leadership centrista, quella di
Francesco Rutelli. Il 21 ottobre 2000, Rutelli aveva assunto ufficialmente la guida dell’Ulivo

Nello stesso giorno Berlusconi in Umbria prometteva ai terremotati una casa vera, a patto che egli vincesse le elezioni. Impostò
la sua campagna sull’uomo dei fatti in grado di assicurare case, lavoro e sicurezza sociale. Nei manifesti comparivano scritte
cubitali come “Presidente operaio”, “per cambiare l’Italia”, “presidente innovatore”, “per ammodernare lo stato”, “presidente
amico”, “per aiutare chi è rimasto indietro”.
Due mesi dopo Berlusconi si era presentato a “Porta a Porta”. Si trattava del suo “contratto con gli italiani, che aveva firmato
davanti alle telecamere, con cui si indicavano gli obbiettivi da realizzare negli anni in cui sarebbe stato alla guida del governo.
C’erano 5 punti:
- diminuzione della pressione fiscale;
-attuazione di un piano per difendere i cittadini e prevenire i crimini;
- innalzamento delle pensioni minime a un milione di lire al mese;
- dimezzamento del tasso di disoccupazione, con la creazione di un milione e mezzo di posti di lavoro;
- apertura di cantieri per il 40% degli investimenti predisposti dal piano decennale per le grandi opere.
Nel caso in cui almeno 4 su 5 di questi obbiettivi non fossero stati raggiunti, egli si impegnava a non ripresentarsi alle successive
elezioni politiche.

Alle elezioni per la Camera dei deputati il centrodestra ottenne:


- parte uninominale 45.4% contro il 44.2% del centrosinistra;
- parte proporzionale 49.5 contro il 40.5% della coalizione avversaria;
- Senato: Berlusca 42.5%, Rutelli 39.6%.

Le elezioni del 14 maggio 2001 vi fu una doppia sconfitta del centrosinistra: aveva perso il governo e ne uscì frantumato. Gli
attori politici che affollavano lo schieramento che si opponeva a Berlusconi erano disuniti e diversi. Tali partiti erano:
- Democratici di Sinistra (Ds);
- Margherita;
- Sinistra radicale;
- Movimento dei girotondi;
- Cgil.
5.3 Bipolarismo e frammentazione dei partiti
Nel presentare il programma del suo governo, il 18 giugno del 2001, Berlusconi aveva spiegato in che modo l’economia sociale di
mercato si conciliava con la difesa del Welfare. Aveva annunciato una nuova gestione della leva fiscale e della spesa pubblica. Il
governo avrebbe ridotto la pressione fiscale e avrebbe aumentatole pensioni più basse portandole a un milione di lire al mese.
Berlusconi disse che si stimola la fiducia nel sistema, la propensione ad investire e consumare; aumentando il reddito di chi ha
più bisogno si sposa un maggior grado di libertà a un elemento indispensabile di coesione della società, di solidarietà fattiva ed
efficace all’interno della comunità. L’economia sociale di mercato è in sostanza questa e, come tutte le grandi idee, è qualcosa di
semplice: più libertà e più solidarietà.
In questo modo si perseguiva i bene comune, “il bene di un’Italia più moderna e più giusta”.

Il terreno della giustizia era quello su cui si giocava una battaglia durissima. Il procuratore generale, Francesco Saverio Borrelli,
disse che si doveva resistere contro le accuse di partigianeria rivolte alla magistratura, contro le demonizzazioni di taluni
magistrati e contro chi aveva deciso di togliere la scorta al pubblico ministero che indagava sul presidente del consiglio.
Resistere, era un dovere dei cittadini, per impedire il naufragio della coscienza civica.

Mentre Berlusconi si sentiva vittima di persecuzioni della sinistra, i suoi avversari erano convinti che stesse creando un regime. Il
12 gennaio 2002 fu organizzato a Parigi un convegno dal titolo Italia, la resistibile caduta della democrazia, per avversare il
nuovo totalitarismo che stava governando l’Italia. Poco alla volta cominciò a prendere forma un movimento di intellettuali,
attori, registi che organizzavano girotondi intorno ai Palazzi di giustizia o sedi della Rai ogni qualvolta il governo prendeva
provvedimenti in materia di informazione o giustizia.

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Sergio Cofferati (Cgil- Ds) divenne il simbolo, dopo la manifestazione del Cgil, il23 marzo 2002, della reazione del popolo di
sinistra.

Alla sinistra divisa si contrapponeva una destra che era tutt’altro che compatta. La destra italiana era unita principalmente dalla
volontà di impedire alla sinistra di governare il paese. Non poteva bastare ad assicurarle una fisionomia unitaria, poiché
all’interno della “Casa delle Libertà” convivevano tre destre che erano troppo diverse tra loro:
- La destra postfascista, nazionalista e fortemente antiliberale;
- La destra leghista, che aveva costruito le sue fortune su un’ideologia territoriale e antinazionale, protezionista nel settore
agricolo, ma favorevole a una sorta di anarchismo manchesteriano ;
- La destra Berlusconiana, un “laissez faire” (lasciar fare) di principio, caratterizzata da una generale indifferenza per qualunque
valore eitco-politico.
Berlusconi non sembrava in grado di realizzare una vera integrazione fra queste 3. Dimostrava incomprensione nei confronti dei
meccanismi della politica. Il carattere carismatico della sua leadership era il fattore determinante dei suoi successi elettorali,
molto più di quanto lo fossero le televisioni e le risorse finanziarie. Ma queste erano fondamentali per assicurargli il controllo
assoluto della sua coalizione, per farne il leader incontrastabile della destra.

A provare a contrastare Berlusconi fu Gianfranco Fini (Alleanza Nazionale), il quale non tollerava che l’azione dell’esecutivo
ruotasse intorno all’asse Berlusconi-Bossi, con la mediazione del ministro dell’Economia Tremonti.
Nell’aprile del 2002, Fini riconobbe la necessità di rendere il mercato del lavoro più flessibile e di riformare il Welfare, ma a patto
di salvaguardare la coesione sociale. Bisognava far coesistere due opposte esigenze:
- rispetto del principio liberale
- necessità di incentivare gli investimenti pubblici per tutelare i settori strategici del paese.
Soltanto con la salvaguardia dei principi di partecipazione e di sussidiarietà, L’Italia avrebbe potuto conservare il proprio sistema
di protezione e assistenza sociale. Alleanza Nazionale chiese l’istituzione di una “cabina di regia” per gestire in modo collegiale la
politica economica. Essa fu effettivamente creata, ma ciò creò uno scontro tra Fini e Tremonti.

La situazione precipitò il 2 luglio del 2004, quando Tremonti si dimise perché la delegazione governativa di An lo attaccò
frontalmente, arrivando ad avanzare il sospetto che truccasse i conti.
Erano venuti al pettine dei nodi, di natura politica, sui rispettivi poteri e sul modo di gestire i soldi dello stato.
Tremonti doveva dire continuamente di no a richieste di nuove o maggiori spese e spesso proporre dei tagli. Per questa ragione
era inviso (provava odio) agli alleati, che nel 2004 decisero il suo allontanamento dal governo per finanziare con una nuova pesa
pubblica la riforma della scuola di Letizia Moratti.

Mentre il centrodestra subiva questa lacerazione, il centrosinistra si industriava per mettere in campo una nuova Leadership. I
candidati erano Fassino e Veltroni. Si trattava di superare sia “l’idea del primato dell’Ulivo”, sia l’idea di un primato dei partiti
che rischiava di ridurre l’Ulivo semplicemente ad una sigla. Per questo si decide di puntare su Romani Prodi; il quale aveva
ripreso un’idea di una lista unitaria alle elezioni europee. Un’idea vincente, poiché il 12 giugno 2004 la lista “Uniti nell’Ulivo”
composto da Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani ottenne il 31.1%, mentre Forza Italia 21%. Ma non era riuscito ad intercettare i
voti degli scontenti di Berlusconi.

Le elezioni europee avevano il carattere di un referendum; veniva chiesto all’elettorato di sinistra se era pronto a rinunciare al
voto identitario per accogliere il messaggio di Prodi, che intendeva verificare sul campo se quelle consultazione potessero
costituire la prova generale di un centrosinistra maggioritario di governo. I frammenti erano però rimasti sordi al richiamo
unitario e maggioritario, e avevano votato scrupolosamente frammento.
Il risultato era stato inferiore alle attese e apriva degli scenari che finivano per coinvolgere anche la questione della leadership.
Prodi ne era consapevole, quindi rilanciò l’unitarismo, tentando di coinvolgere nel suo progetto DI Pietro, i Verni, i Comunisti
Italiani e persino Fausto Bertinotti (Prc).

Il 26 febbraio del 2005 nasce la “Federazione dell’Ulivo”. Nelle 14 regioni in cui si votò, il centrosinistra vinse on un distacco
molto marcato, poiché la Casa delle libertà si affermò soltanto in Lombardia e Veneto. Prodi aveva subito messo in chiaro che
non intendeva rinunciare all’alleanza Bertinotti. Prc era un partito a tutti gli effetti al pari dei Ds. La strada per battere Berlusconi
era tenere unita l’alleanza.

Prodi, in preparazione delle politiche del 2006, voleva presentare una lista unitaria: “l’Unione”, nella quale far confluire
Comunisti italiani, i Verdi, l’Italia dei valori e l’Udeur di Mastella. Prc e Margherita non volevano entrarne a far parte però.
I leader della Margherita erano convinti che una forza di centro avrebbe potuto intercettare i voti degli elettori delusi della Casa
delle Libertà. Nel medesimo tempo erano persuasi che Prodi privilegiasse i Ds, quindi finendo per esser relegati.
Nell’estate del 2005 Rutelli (Margherita) cercò di convincere Veltroni a candidarsi alla guida del centrosinistra. Molti erano

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disposti a sostenerlo.
La scelta della Margherita provocò uno stato di impasse nella sinistra da cui ne uscì il 16 ottobre 2005 quando 4.5 milioni di
persone parteciparono alle primarie per scegliere il premier. Prodi stravinse e ripropose lo schema della lista dell’Ulivo. Rutelli
ne uscì con un rilancio. Accolse il progetto della lista, a patto che fosse il nucleo del Partito Democratico, cioè dire addio
all’internazionale socialista e creare un gruppo unico nel parlamento europeo.
L’accordo sulla lista unitaria rappresentò il primo passo verso il partito democratico ed’evidenziò maggiormente le divisioni del
centrodestra.

Berlusconi era in difficoltà ma ne uscì con una mossa da stronzo: cambiò in fretta la legge elettorale, la legge 270 del 2005
“Porcellum”, associata a Calderoli, ma voluta da Berlusconi. Tutto ciò per annullare lo svantaggio che penalizzava il centro
destra e accrescere i consensi grazie ad un impianto proporzionale:

Porcellum
 La legge proporzionale non consentiva di scegliere un candidato di preferenza, ma solo il partito da votare. Il sistema
elettorale proporzionale prevede che il partito con maggiori seggi occupi un settore maggiore in parlamento. Il calcolo dei
seggi era il seguente: n° voti ricevuti : n° tot voti = n° seggi votati : n° tot seggi
Il risultato era il numero totali di seggi assegnati ad ogni partito.
 Un partito per poter fare leggi deve ottenere la maggioranza assoluta (ES 250 seggi), altrimenti non gli viene concesso tale
potere. Per questo vari partiti formano coalizioni così da poter sommare i seggi ed ottenere il potere esecutivo; inoltre i
partiti piccoli, con pochi seggi, possono avvalersi del potere di ricatto minacciando di uscire dalla coalizione facendo perdere
il potere al partito grande.
 I partiti per poter entrare in parlamento devono superare una “soglia di sbarramento” (minimo il 2% dei voti). Una volta
finito il calcolo dei seggi per ogni partito, se i partiti piccoli non hanno superato tale soglia allora i loro seggi andranno
distribuiti agli altri partiti.
 La maggioranza assoluta viene raggiunta una volta ottenuto un n° maggiore della metà dei seggi in parlamento. In
conseguenza viene concesso il potere di fare leggi.
 Il Premio maggioranza: il partito con maggioranza di seggi, qualvolta abbia raggiunto un n° di seggi sufficiente per essere
definito maggioritario, può ricevere un premio di maggioranza, ovvero: ES il partito ha raggiunto 180 seggi, perciò gliene
vengono accreditati altri, grazie al premio maggioranza, raggiungendo la quota di 260 seggi. Ora tale partito ha ES raggiunto
la soglia di maggioranza assoluta, perciò ora può fare leggi.

La casa delle libertà perciò aveva scelto di combattere la propria battaglia proporzionale offendo all’elettorato la possibilità di
scegliere fra 3 partiti (Forza Italia, An e Udc).
Nel campo dell’Unione invece, Ds e Margherita decisero di andare con liste separate al Senato.

Esaminando i programmi che vennero presentati si nota che il centrodestra elaborò un programma di 10 punti, mentre il
centrosinistra aveva prodotto un documento di quasi trecento pagine.

( Preludio) Berlusconi però non aveva rispettato il “Contratto con gli italiani” stipulato 5 anni prima:
- pensioni delle pensioni minime a 516,46€ era stata mantenuta al 100%;
- creazione dei posti di lavoro 81.7%;
- promessa di aprire cantieri per il 40% per le “Grandi opere” 68.4%;
- abbattimento della pressione fiscale 55.6%;
- piano per la difesa dei cittadini 0.0%.
Berlusconi aveva fatto tanto, ma riuscire a farne 4 su 5 non era possibile a causa del poco tempo rimanente.

Berlusconi perciò avrebbe dovuto rinunciare a candidarsi alle elezioni. Manco pu cazz. Stava anzi elaborando un secondo
contratto, “il programma dei 10 punti”. Il programma era ricco di novità, prevedeva:
- l’innalzamento delle pensioni minime a 800€;
- abolizione Irap;
- completamento dell’80% delle grandi opere.
Quelle promesse però non erano sostenibili dal punto di vista economico, sicché gli italiani si sarebbero ritrovati alle elezioni due
schieramenti con programmi irrealistici o generici. La destra con un nuovo contratto con obbiettivi precisi ma impossibili da
realizzare e a sinistra un libro di buoni propositi, ma pieno di proposte vaghe.

Il Programma dell’Unione era di 281 pagine, intitolato “per il bene dell’Italia”, e prometteva:
- riduzione di 5 punti in un anno delle tasse sul lavoro;
- aumento asili nido e creazione di fondo per mutui alle giovani coppie;

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- istituire un conto corrente per ogni neonato su cui lo stato avrebbe versato un contributo annuale, fino ai 18 anni;
- ritiro dall’Iraq;
- cancellare la riforma Moratti sulla scuola e la Bossi-Fini sull’immigrazione.
Il programma di Prodi appariva il programma dei se e dei ma; era lungo, non si trovavano proposte chiare; non ci si stupisce che
non fu accolto bene.
Nonostante la mole, il programma era generico, a causa dei tanti paletti messi dall’ala radicale della coalizione e in particolare
da Bertinotti (Prc).

Alle elezioni del 9-10 aprile 2006, l’Unione vinse, alla camera, aggiudicandosi il premio di maggioranza. Nella Casa delle libertà,
Fi passò da 196 a 140 seggi, An da 99 a 72, Lega da 30 a 26. Bisogna considerare che nel 2006 il Prc faceva parte dell’Unione e ciò
ebbe effetti rilevanti nella ridistribuzione dei seggi. Ds e Margherita insieme a Udeur accrebbero i loro consensi passando da 164
a 230 seggi.

Il risultato del senato fu diverso in termini di voti e seggi: Casa delle libertà ottenne 155 e Unione 154. Tuttavia l’esito elettorale
della circoscrizione estero fu favorevole all’Unione, che ottenne 4 seggi su 5, il centrosinistra salì a 158 seggi vincendo.

La lista unitaria fu oggetto di un confronto molto duro all’interno dell’Unione fra Ds e Margherita da una parte e Prodi dall’altra.
I due si rifiutarono di adottare il sistema che avrebbe permesso di vincere sia alla camera che al senato. Se Ds e Margherita si
fossero presentati uniti in tutto il nord, le possibilità di vittoria dell’Unione si sarebbero accresciute, poiché esisteva un
elettorato di centrosinistra che, a giudizio di molti analisti, non si riconosceva nei partiti ma piuttosto nella lista unitaria.
Ma i partiti non vollero sentire ragione, preferendo correre con i propri simboli piuttosto che con quello dell’Ulivo.

La legge elettorale con premio di maggioranza comportò una riconfigurazione del sistema politico, che assunse la forma di un
“bipolarismo coalizionale”. Un bipolarismo caratterizzato da un alto tasso di frammentazione partitica. Liste e partiti non
coincidevano sicché la frammentazione partitica si riproduceva a livello parlamentare e si rifletteva anche sull’esecutivo.
Dopo aver portato la vittoria sul campo i partiti presentarono il conto. Tutti reclamavano un posto al governo e dunque non vi
era che un modo per accontentarli, moltiplicare gli incarichi ministeriali. Fu in questo modo che Prodi cercò di puntellare il suo
governo, composto da 12 partiti, che tra ministri, sottosegretari e viceministri, raggiunse la cifra record di 103. Ma gli era
chiarissimo che il suo cammino sarebbe stata una via crucis.

CAPITOLO 6: Un conflitto distributivo


6.1 Un paese da pacificare
Prodi fece i primi passi da Presidente del Consiglio nel discorso al senato dove aveva detto che era falsa l’immagine di una
comunità nazionale lacerata, divisa. Se fosse stato veramente così avrebbe dovuto subito aprire un confronto con l’opposizione
per scegliere insieme il presidente della Repubblica. Cosa non semplice.

Bisognava però eleggere prima i presidenti della camera e del senato. La Margherita aveva scelto Franco Marini per Palazzo
Madama (sede senato), mentre i Democratici di sinistra avevano indicato D’Alema per la presidenza di Montecitorio (sede
camera). Il guaio era che a quella carica aspirava anche Bertinotti, che aveva chiesto a Prodi di fare i presidente della camera. Se
entrambe le richieste fossero state respinte, Prc avrebbe assicurato soltanto l’appoggio esterno, decretando così la fine della
coalizione.

Bertinotti potè mettere Prodi con le spalle al muro avvalendosi degli spazi di manovra che la legge elettorale gli assicurava.
Questa consentiva ai partiti, piccoli o medi di esercitare un potere di influenza o di ricatto sulla coalizione tale da modellare gli
assetti politico-istituzionali secondo le proprie convenienze.
Bertinotti fuori dal governo sarebbe stato una mina vagante, mentre come ministro sarebbe stato ingombrante. Se avesse fatto
parte a pieno titolo della compagine di governo, avrebbe costretto il suo partito ad assumersi le proprie responsabilità e avrebbe
messo in sicurezza con la sua presenza la stabilità dell’esecutivo. Prodi non era di questo avviso, perché Bertinotti avrebbe usato
tutta la sua autorevolezza per tenere a freno la sinistra antagonista. Non poteva occupare entrambe le camere, poiché era più
opportuno che a presiedere una d esse fosse il leader della componente di sinistra della coalizione. Le presidenze delle due
camere dovevano rappresentare le due anime della maggioranza.
Bertinotti disse che accettò quell’incarico per 3 ragioni:
1) non intendeva avere un ruolo nel governo perché non lo sentiva congeniale (conforme) con la sua esperienza. Ma non poteva
chiamarsene fuori perché il Prc sarebbe stato accusato di non volersi sporcare le mani;
2) vedeva in questo riconoscimento un premio di movimento operaio, nonché un’occasione per ricostruire la sinistra;
3) era sicuro di potersi impegnare nella presidenza per contrastate quella tendenza che esaltava sempre di più la funzione
dell’esecutivo e impoveriva a vista d’occhio il ruolo del parlamento.

I Ds candidarono D’Alema al Quirinale (sede Pres. Repubblica), ma alla fine venne eletto Giorgio Napolitano.

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Nel discorso in cui chiese la fiducia al senato, Prodi definì le linee di politica sociale del suo governo. Il lungo programma
presentato comportava dei costi, ma non si poteva più adottare la politica dei due tempo, prima il risanamento e poi la crescita.
Bisognava allocare meglio le risorse e altre recuperarle attraverso la lotta all’evasione fiscale per rafforzare il sistema produttivo
del Paese attraverso quattro interventi:
a) trasferimento tecnologico, per accrescere il livello di innovazione;
b) misure che favorissero la crescita delle imprese in termini dimensionali;
c) internazionalizzazione, con aiuti alle aziende che esportavano;
d) nascita di imprese in settori nuovi, anche con progetti cofinanziati dallo stato.

I proventi (l’utile che proviene da un’attività) della crescita avrebbero dovuto necessariamente essere destinati alla riduzione del
deficit e del debito. Ma se si fosse fatta questa scelta, in che modo il governo pensava di far fronte alle politiche di spesa, ovvero
se aveva in programma di introdurre nuove tasse oppure intendeva operare dei tagli.

Ancor prima che il governo muovesse i primi passi, il Prc aveva già messo paletti. Il consiglio dei ministri varò il Dpef (Documento
di programmazione economica e finanziaria). Nel presentarlo, il ministro Padoa Schioppa (ministro economia e finanze), aveva
spiegato che la manovra sarebbe stata di 35 miliardi di cui 20 circa per ridurre il deficit e 15 per promuovere la crescita, la
competitività e l’equità sociale. Il governo indicava una strada a 3 corsie: crescita, equilibrio di bilancio ed equità, per mettere in
sicurezza entro il 2011 i conti pubblici. Le cifre puntavano a un debito pubblico sotto il 100%. Il ministro aveva fatto chiaramente
intendere che la manovra avrebbe contenuto tagli strutturali ai quattro comparti che costituivano l’80% della spesa totale,
ovvero pubblica amministrazione, enti locali, previdenza e sanità.

La strada tracciata da Padoa Schioppa appariva a Paolo Ferrero (Prc), ministro della solidarietà sociale, più che a tre corsie, una
strada impervia. La logica dei tagli gi appariva inaccettabile perché esisteva il rischio che una manovra di 35 miliardi si traducesse
in tagli alla spesa sociale e incrinasse il rapporto con i sindacati. Per non votare contro il Dpef Ferrero era uscito dal Consiglio dei
ministri. Il presidente del Consiglio aveva liquidato sbrigativamente il dissenso del Prc, convinto che si trattasse di un incidente di
percorso. Ma si sbagliava; nell’autunno successivo Prc ricominciò la sua guerra di movimento.

Bertinotti agli inizi di settembre aveva detto che trovava assurdo inserire la riforma delle pensioni nella Finanziaria. Non era
immaginabile nessun prolungamento dell’età pensionabile per coloro che avevano svolto un lavoro manuale. Chi aveva lavorato
in una catena di montaggio non poteva essere messo sullo stesso piano di chi aveva fatto il medico.
Alla fine del mese, comparve sui muti di tutta Italia una specie di timbro, “Finanziaria 2007”, uno slogan. “rispettare il
programma. Difendere i più deboli” e i simboli dell’Unione e di Prc.

Il 2 ottobre ‘06, Padoa Schioppa presentò la manovra alla camera sostenendo che il disegno di legge che stava illustrando
rappresentava una vera e propria svolta nella vita economica e sociale del paese. I punti salienti della legge Finanziaria 2007
erano 4:
1) ordine nei conti pubblici, portandoli al di fuori della zona rossa di pericolo;
2) utilizzando la leva del fisco, effettuava una redistribuzione del reddito a favore delle fasce sociali più deboli;
3) riprendeva a irrigare i campi della spesa pubblica che avevano un valore strategico, perché riguardavano le infrastrutture, lo
sviluppo, la cultura, l’ambiente e il turismo, ma erano stati disidratati fino al rischio della desertificazione;
4) avviare un processo di riforme nell’ambito del federalismo fiscale, sanità, previdenza e stato sociale,

Mario Draghi era perplesso poiché vi erano troppe tasse e poche riforme. La correzione dei conti si basava per intero su aumenti
delle entrate che, nel 2007, avrebbero potuto determinare un aumento della pressione fiscale di mezzo punto.

Nel 4 novembre ’06, il segretario di Prc, Franco Giordano, annunciava che avrebbe preso parte a una manifestazione
antigovernativa dei precari e invitava l’esecutivo ad ascoltare le voci che provenivano dai movimenti pacifisti e dai no global.
Aveva mandato un chiaro avvertimento ai leader dell’Ulivo, invitandoli a non insistere sulla cosiddetta fase due. Prc non sarebbe
mai stata nel governo Prodi soltanto perché c’era il pericolo Berlusconi dall’altra parte. Dunque bisognava stare attenti a non
cambiare il programma, poiché in quel caso l’Unione avrebbe cessato di esistere.
Il 10 novembre il Consiglio dei ministri approvò il decreto sul Tfr e sulla previdenza complementare, ma il ministro della
Solidarietà, Paolo Ferrero, votò no.
La scelta di Ferrero rafforzava in molti il convincimento che il ministro dell’economia e il presidente del consiglio fossero
ostaggio della sinistra radicale.

Questo estenuante esercizio di mediazione aveva determinato una costante perdita di consenso dell’esecutivo nel Paese. Al
ministro dell’economia non sfuggiva di certo il fatto che la manovra stesse diventando il catalizzatore di ogni malessere sociale,
perché era del tutto evidente che il governo avesse un problema di consenso.
Padoa Schioppa non trovava tuttavia giusto che si parlasse di una manovra economica “senza anima” o di “un film senza titolo”.

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Il problema di fondo era che non si poteva fare una Finanziaria con più massicce riduzioni di spesa e senza interventi sulle
entrate, perché non ci sarebbe poi stata una maggioranza che l’approvava.
La Finanziaria che stava per uscire dal parlamento sarebbe stata approvata da tutta la maggioranza, che comprendeva anche
partiti che il 150 anni non avevano avuto responsabilità di governo
Le strutture portanti della legge erano rimaste intatte, sicché è del tutto fuorviante sostenere che il ministro dell’economia
avesse fatto una Finanziaria di classe, ma l’impronta della Cgil, di Prc e del Pdci (Partito dei comunisti italiani) e dei Verdi si
avvertiva. Erano previsti interventi sulle pensioni di anzianità , ma poi cancellati all’ultimo momento. Cambiamenti anche sul lato
delle tasse, perché il cuneo fiscale avrebbe premiato alcuni contribuenti, ma ne avrebbe penalizzati altri. Il risultato fu che una
buona arte del paese vedeva il governo di centrosinistra come un nemico, dunque era difficile far credere agli italiani che la
manovra fosse fatta nel loro interesse.

Fassino e Rutelli, D’Alema e Letta continuavano a invocare una fase due, fatta di riforme e a ripetere che la prima sarebbe stata
quella delle pensioni. Ma al pari di Prodi, anche Padoa Schioppa non condivideva l’impostazione dei due tempi, poiché bisognava
procedere simultaneamente sul fronte del risanamento, dello sviluppo e dell’equità. Prima ci sarebbero state le riforme
strutturali, poi le liberalizzazioni e infine le pensioni.

Che sulla Finanziaria si combattesse un conflitto distributivo lo si capì nel corso del dibattito di approvazione alle Camere, dove si
registrò uno scontro tra opposizione e maggioranza. Al senato, Sacconi (Fi) aveva messo in rilievo il dissenso diffuso in tutto il
paese nei confronti della politica economica del governo. La maggioranza aveva fatto una manovra “nel segno dell’antagonismo
tra classi sociali”, evidenziandone gli effetti redistributivi attraverso l’uso della clava fiscale e della lotta all’evasione, che aveva
comportato una criminalizzazione del lavoro autonomo e delle libere professioni.
Il risultato di questo disegno sociale era stato la grande manifestazione interclassista a Roma.
A sfilare a Roma il 2 dicembre ’06 non erano stati i ricchi, ma i piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti, il
popolo dei Bot e perfino i pensionati.
Tutto questo non era accaduto per caso, ma ,secondo Sacconi, perché la coalizione, per le sue caratteristiche strutturali, non era
in grado di assicurare una coesione tra gli interessi sociali di cui l’Italia aveva urgente necessità per una crescita economica e
sociale stabile.
La manovra, faceva notare Matteoli (An), era stata modificata oltre 100 volte. Ma il dato politico di rilevanza era stata la
sconfitta dei riformisti, i quali, benché in maggioranza, erano stati costretti a subire i diktat della sinistra radicale.

Intervenendo al senato, Cesare Salvi (Ulivo), aveva sostenuto che il tema vero era un altro, una non sufficiente comprensione
dell’Italia così come era davvero. Per affrontare i problemi reali, non bastavano manovre sulle aliquote, perché la difesa dei più
deboli si faceva con i servizi pubblici e con i diritti sociali, salvaguardando quelle conquiste che i fautori dell’ideologia del
neoliberismo, del monetarismo e del mercato volevano rimettere in discussione.

Anche Giorgio Tonini (Ulivo) aveva invitato i suoi colleghi a non ignorare che la Finanziaria aveva rivelato i problemi che la
maggioranza aveva nel rapporto con gli italiani. Prendere atto di questa realtà comportava un cambio di paradigma nella politica
economica. Nessuno poteva illudersi di attenuare la propria sofferenza caricandola sulle spalle degli altri. Dalla scuola alla
sicurezza, dalla giustizia alla sanità, dall’assistenza agli enti locali, non vi era comparto pubblico che non si considerasse sotto
finanziato e che non chiedesse maggiori risorse. Ma senza una ripresa economica apprezzabile non era immaginabile una
qualche forma di redistribuzione orizzontale da un settore all’altro. Sul versante privato, non vi era categoria che non si
lamentasse della pressione discale e non chiedesse tagli di spesa piuttosto che manovre sulle entrate. L’inflazione di domanda di
risorse pubbliche, sia nella forma di accrescimento della spesa, sia in quella di riduzione della pressione fiscale, svelava il ritardo
italiano, che aveva radici antiche. Dopo l’ingresso nell’Euro, l’Italia non correva più il rischio di una crisi finanziaria, ma non
disponeva più degli strumenti che avevano consentito di dare tutto a tutto, ovvero la svalutazione competitiva e il finanziamento
pubblico del deficit. Per questa ragione, la strada era obbligata:
- liberarsi del cappio del debito;
- procedere senza indugi sui binari del risanamento, con riforme nei 4 comparti di spesa principali: sanità, pubblico impiego,
previdenza ed enti locali.

Intervenendo a nome di Prc, Rina Gagliardi espresse il suo dissenso verso la posizione del presidente del consiglio, che sosteneva
una difficoltà ad accontentare tutti. Non di questo si trattava. Al centro delle richieste del popolo dell’Unione vi era il
riconoscimento dei diritti dei lavoratori, negati quando non calpestati da Berlusconi. Russo-Spena (Prc) invece disse che un
primo passo nella direzione giusta era stato fatto , perché era iniziato un percorso di redistribuzione ed equità sociale.
Ingaggiando una battaglia contro questo modello di stato e società, Prc era riuscito a strappare l’assunzione di 300 posti di nuovi
ispettor i del lavoro e ad abolire il ticket sul pronto soccorso. Inoltre la Finanziaria aveva cominciato a riconoscere i diritti dei
precari, poiché nella scuola ne sarebbero stati stabilizzati 250.000 e altre migliaia nella pubblica amministrazione. Certo era solo

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l’inizio, ed era per questo che gli uomini del governo del Prc erano scesi in piazza il 4 novembre al fianco dei precari.
Russo-Spena: “ma chi ha mai detto che se sei in maggioranza o al governo devi separarti dalla lotta e dalla condizione sociale?
Per noi il governo è un mezzo non un fine. Le donne e uomini di Prc non pensano che la politica si faccia solo nelle aule
parlamentari, Siamo responsabili e quindi siamo disobbedienti”.

Dopo essere stata approvata al senato con 162 voti favorevoli e 157 contro, la legge finanziaria fu discussa in camera il 21
dicembre ’06. Nella manovra erano contemplate decine misure importanti come:
- lotta all’evasione;
- regolarizzazione precari nella pubblica amministrazione e negli enti locali;
- incentivazione delle aziende che assumevano con contratti di lavoro a tempo indeterminato;
- assunzione di centinaia di nuovi ispettori del lavoro, per cercare di limitare gli infortuni nei cantieri e nelle fabbriche;
Ma i ceti meno protetti si aspettavano misure ben di altro tenore, dopo anni nei quali i diritti sociali erano stati stracciati.

Il problema principale della legge finanziaria che si stava approvando stava, a giudizio di Casini (Unione-Udc), nel mancato
collegamento tra il Dpef e la Finanziaria stessa. La legge finanziaria si caratterizzava per un inasprimento della pressione fiscale e
per un aumento della spesa pubblica. L’Udc sfidava il governo su due questioni cruciali: le liberalizzazioni e riforme delle
pensioni.

Il tema delle pensioni era centrale anche per Prc poiché rappresentavano il cardine sul quale sarebbe stata misurata al fase due
del governo. Gennaro Miglione (Prc) disse che se avessero voluto innalzare l’età pensionabile o ritoccare i coefficienti, loro non
lo avrebbero consentito.
Antonio Martino (Fi) aveva dato un giudizio negativo della legge finanziaria dicendo che in nome della crescita, aumentava il
carico fiscale. La manovra a parole intendeva perseguire la giustizia sociale, ma era nei fatti impresentabile. L’aumento delle
imposte non arrecava danni a coloro che erano già ricchi, perché era un lusso che potevano permettersi, ma a quelli che ricchi
non erano. Tutto ciò assicurava un ulteriore immiserimento degli italiani danneggiando i più deboli.

Al termine della seduta, i voti favorevoli erano stati 337 e 262 i contrari.

Il 17 novembre ’06 il presidente della camera aveva criticato la scelta del governo di porre la questione di fiducia su un
emendamento che accorpava in unico testo tutti gli articoli della legge finanziaria. Quanto era accaduto aveva confermato che
non era più rinviabile un intervento che armonizzasse le procedure parlamentari con la manovra finanziaria.
Anche Napolitano era dello stesso avviso. Il 20 dicembre il presidente della repubblica aveva denunciato i pesanti
condizionamenti che subiva la funzione legislativa del parlamento, tali per cui la legge finanziaria stava per essere approvata con
il voto di fiducia che il governo aveva posto su un articolo unico comprensivo di un numero abnorme di disposizioni. Una simile
prassi era incomprensibile per l’opinione pubblica e accresceva distacco tra la politica, le istituzioni e i cittadini. Bisognava farla
finita con la logica di contrapposizione totale fra gli schieramenti e adoperarsi per il reciproco riconoscimento, rispetto e ascolto
tra le due coalizioni antagoniste.
L’11-12 gennaio 2007 si tenne l’incontro del vertice dell’Unione. Qui la riforma delle pensioni fu accantonata con la motivazione
che non rientrava nel quadro degli interventi più urgenti. Franco Giordano scrisse che a quel vertice il suo partito aveva forzato
sull’impostazione della politica economica, indicando una prospettiva che tenesse insieme il rilancio della crescita con il
recupero salariale e maggiori tutele per i lavoratori, ad incominciare dalla lotta la precariato. Per prenderlo per il culo, gli alleati
decisero di ridimensionare le ambizioni politiche del suo partito con una scelta ad alta valenza simbolica: l’ampliamento della
base militare americana di Vicenza.
Il riferimento a quella vicenda richiama il secondo fattore di divisione che spaccava il centrosinistra: la politica internazionale.
Non esisteva nessuna ragione per ampliare quella base. Quella sterzata si spiegava soltanto con la volontà di assestare un colpo
durissimo alla sinistra per attuare le politiche economico-sociali che avevano in mente.
Per uscire dall’angolo, il Prc aveva scelto di partecipare alla manifestazione della sinistra antagonista a Vicenza il 17 febbraio
2007. In un intervista a “La Repubblica” Giordano aveva spiegato che da quella mobilitazione era arrivata una doppia lezione:
- all’interno del centrosinistra vi erano forze politiche che avevano perso il contatto con la società;
- coloro che puntavano a tenere Prc fuori dall’esecutivo dovevano rassegnarsi poiché il Prc era un’anomalia con cui dovevano
abituarsi a vivere.
Questa intervista è esemplare poiché evidenzia l’esistenza all’interno dell’Unione di due linee politiche divergenti. Prc era
governativa e antigovernativa, e questo indeboliva ulteriormente una maggioranza instabile.

Il 12 maggio venne organizzato il “Family day” dalle associazioni cattoliche. Fu un successo ed una grande manifestazione contro
il governo. Ma a tale manifestazione parteciparono anche ministri del governo. Ciò rese ancor più impervio il sentiero per
arrivare al Partito Democratico.

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6.2 Un solo leader per partito e governo


Il 19 aprile ci fu il congresso di scioglimento dei Democratici di Sinistra. Rutelli disse che l’ingresso nel Pse (Partito Socialista
Eurpeo) era impossibile per la Margherita. Il PD che egli aveva in mente sarebbe nato soltanto alla fine di ogni proposito di
egemonia, sarebbe stato poliarchico e non avrebbe avuto un leder solitario.
Sebastiano Vassallo fece notare che se la scelta del leader del PD voleva dire individuare anche il leader della coalizione, farlo a
neanche metà della legislatura avrebbe significato delegittimare Prodi nella sua qualità di Presidente del consiglio.
Prodi aveva elaborato uno schema che contemplava l’elezione di un coordinatore con compiti esecutivi nell’autunno seguente e
il rinvio al termine della legislatura della celta che fosse insieme al segretario del PD e il candidato alla guida del governo. A fare
saltare questo piano furono le elezioni amministrative del 27-28 maggio: favorevole la destra.

Il 30 maggio ’07 si tenne la riunione del “Comitato nazionale dei 45 “. Rutelli ribadì con forza la necessità di avere un leader. Un
numero 1 a tutti gli effetti.
Il 18 giugno si decise che il segretario del PD sarebbe stato eletto il14 ottobre. Le regole per le primarie assicuravano agli
elettori, dietro il versamento di 1€, il diritto di voto pr scegliere i membri dell’assemblea nazionale e, in collegamento con essi, il
segretario politico nazionale del PD.

Veltroni accettò la candidatura a segretario. Ma Prodi aveva costruito una macchina che lo stava disarcionando. Veltroni aveva
detto che il PD era la tempo tessi un partito che non nasceva dal niente e un partito del tutto nuovo, che doveva riunificare
l’Italia, abbattendo le contrapposizioni tra nord e sud, le divisioni tra operai e lavoratori autonomi e i conflitti tra giovani e
anziani. I rapporti tra maggioranza e opposizione dovevano essere fondati sul reciproco riconoscimento. Questo avrebbe
contribuito a recuperare il senso di un appartenenza comune.
Il Pd doveva bandire ogni pregiudizio classista, perché l’evasione non si sconfiggeva con l’odio di classe. Gli artigiani, i
commercianti e i piccoli imprenditori erano in maggioranza leali con il fisco, sicché bisognava ridurre la pressione fiscale. Non
aveva senso stare a discutere se si dovesse andare in pensione a 57-58-60 anni, ma bisognava attrezzarsi per fronteggiare le
nuove forme di disagio e di disuguaglianza, incominciando dalle vittime del mancato adeguamento dello stato sociale alla nuova
realtà della società e dell’economia: bambini poveri nei primi anni di vita e persone molto anziane non autosufficienti.

L’8 settembre 2007 Beppe Grillo organizzò il primo V-day (Vaffanculo-day), ma alle primarie del 14 ottobre ’07 la politica tornò
prepotentemente in campo perché il sindaco di Roma stravinse.

Il 27 ottobre ’07, Veltroni aveva rilanciato il tema della discontinuità del nuovo partito. Il PD avrebbe coltivato fino in fondo al
sua vocazione maggioritaria, ben consapevole dei rischi che ciò avrebbe comportato. Veltroni aveva fissato i 3 principi su cui
avrebbe dovuto fondarsi:
a) superare la frammentazione;
b) superare i governi senza maggioranza certa;
c) superare l’anomalia dei candidati decidi dai partiti e non dai cittadini.
Quanto alla forma del partito, nel PD il soggetto centrale non sarebbe più stato l’iscritto tesserato, ma il cittadino-elettore attivo.
Le decisioni più importanti sarebbero state prese con il metodo delle primarie aperte. Il Partito democratico si presentava come
una novità nella storia italiana, che avrebbe dovuto superare una volta per tutte i problemi dei vecchi partiti. Ma l’impresa era
tutt’altro che facile per due motivi:
- non sarebbe stato facile fondere insieme l’eredità comunista e quella della sinistra democristiana;
- incerta visione del futuro, perché sarebbe stato arduo pervenire ad accordi sui temi eticamente sensibili.

Il 18 novembre, Fini in un intervista alla Repubblica, ammise che il centrodestra era più diviso di prima, in quanto il capitale di
consensi di cui godeva nel paese era frutto del fallimento cosmico di Prodi piuttosto che delle sue virtù. Nel pomeriggio dello
stesso giorno Berlusconi annunciò la nascita del Partito del Popolo Italiano delle Libertà o “Popolo Delle Libertà” (Pdl).
Berlusconi aveva manifestato la sua disponibilità a discutere con Veltroni la proposta di riforma elettorale “Vassallum”, definita
da Fini “legge truffa”.

Alla fine di luglio Giordano disse che il Prc considerava negativo l’accordo sulle pensioni. Il 20 settembre, Bertinotti rilanciò
avvertendo ce la sinistra dei movimenti non sarebbe rimasta al governo se le sue richieste non fossero state accolte. Il 17
ottobre il consiglio dei ministri approvò un disegno di legge che recepiva l’accordo con le parti sociali, ma Ferrero a nome del Prc
e Bianchi per i comunisti italiani si astennero.
Prc aveva provato a dare una sterzata alla politica sociale del governo, cercando di tener fuori dagli scalini previdenziali gli
operai, lavoratori manuali e quelli particolarmente gravosi e usuranti, ma era prevalsa l’impostazione concertativa della Cgil nei
confronti del governo amico. Quello era stato lo spartiacque.
La sinistra radicale organizzò una manifestazione il 20 ottobre a Roma ’07, ultima occasione per determinare un diverso
rapporto col governo. Prc dopo tale evento voleva uscire dal governo, ma poi aveva contribuito con il proprio voto a far passare i

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procedimento sul Welfare ala Camera. Giordano spiegò che il suo partito avrebbe votato la fiducia solo per non far scattare la
mannaia dello “scalone Maroni”.

Il programma con cui l’Unione si era presentata alle elezioni non esisteva più. Tutta la sinistra chiedeva formalmente una verifica
politico-programmatica per il gennaio del 2008. Anche Oliviero Diliberto (Prc) riteneva che si stesse producendo uno strappo
dentro la maggioranza, perché ci si trovava di fronte ad un passaggio chiave della legislatura. I comunisti italiani insieme ad altri
deputati della sinistra radicale, avevano fatto di tutto per migliorare in commissione e alla camera l’accordo con le parti sociali
approvato a maggioranza dai lavoratori. Erano riusciti a far passare 2 emendamenti:
a) impedimento che il precariato possa essere rinnovato a tempo indeterminato;
b) allargamento dei lavoratori usuranti, consentendo a coloro che li avevano svolti di andare in pensione prima degli altri.
Ma due senatori guidati da Dini, avevano ritenuto inaccettabili quelle modifiche e annunciato che non le avrebbero votate. Il
governo aveva ceduto.

Bertinotti in un’intervista riconobbe che il centrosinistra aveva fallito. Aveva alimentato le tensioni e accresciuto la distanza tra il
popolo e le forze di sinistra accontentando i moderati sia sul Welfare che sulla Finanziaria. Ma e si voleva aprire una nuova fase il
governo doveva affrontar senza indugi la questione ei salari e della precarietà.

In entrambi i poli molti concordavano sul fatto che il bipolarismo, così com’era congegnato, non funzionava, sicché si poteva
trovare una convergenza su un nuovo sistema elettorale, un sistema proporzionale con clausola di sbarramento e senza premio
di maggioranza. Questa soluzione era ragionevole e coerente con l’evoluzione del quadro politico, perché si era entrati in una
fase costituente di nuovi soggetti politici: PD, Pdl, la cosa rossa.

La Cosa Rossa, ossia federazione tra Prc, Comunisti italiani, Sinistra Democratica e Verdi nacque l’8-9 dicembre’07. Il presidente
del consiglio aveva mandato un messaggio di riconoscimento di tregua. Bisognava accelerare sulle riforme, dal momento che il
governo era nato per durare un’intera legislatura e per risolvere i problemi. Questa giravolta però non fu sufficiente a evitare la
crisi, determinata dall’arresto per la presidente del consiglio regionale della Campania nonché moglie di Mastella (Udeur).

Veltroni aveva annunciato che si sarebbe presentato con le liste del PD. L’annuncio di voler correre da solo non costituiva una
novità, ma il fatto che lo avesse ribadito mentre il governo era in affanno suonava come una minaccia di disimpegno. Ad aprire
ufficialmente la crisi fu Mastella annunciando l’uscita dell’Udeur dalla maggioranza .

Prodi aveva scelto la strada di una parlamentarizzazione della crisi, perché se il governo doveva cadere era responsabilità delle
Camere sfiduciarlo. Il 23 gennaio, il governo aveva ottenuto la fiducia alla camera con 326 si e 275 no. Il problema era però il
voto di palazzo Madama: 156 si e 161 no. Cadde il governo Prodi.
L’ormai ex presidente del consiglio aveva tentato l’impresa di tenere unite la sinistra radicale riformista, ma ala fine aveva fallito.
La caduta di Prodi fu l’esito del progressivo sfilacciamento dell’Unione, che il partito democratico non riuscì in alcun modo ad
arrestare.
Veltroni aveva fatto capire chiaramente che avrebbe impostato la sua azione nel segno di una forte discontinuità. Bisognava
rompere lo schema delle “coalizioni raccatta tutti”, il che voleva dire riformare la legge elettorale e accreditare il Pd come un
partito a vocazione maggioritaria.

Veltroni impresse una svolta alla sua azione politica, il 19 gennaio 2008 a Orvieto, quando lanciò la sfida a Berlusconi a
presentarsi con le sue liste soltanto come stava facendo il PD. Era una scelta molto coraggiosa, perché avrebbe semplificato il
sistema politico, assicurato la governabilità, accresciuto la responsabilità istituzionale dei partiti e ridotto la distanza tra i
cittadini e la politica. Ma correre da soli significava andare incontro ad una sconfitta sicura.
Mentre cresceva l’impopolarità dell’Unione e del governo di centrosinistra, i sondaggi registravano una reazione di
apprezzamento nei confronti di Veltroni e del modello di partito che stava costruendo. L’alternativa era secca poiché si riduceva
a “perdere male” oppure “perdere bene” da soli, ma gettare le basi per un cambiamento profondo del sistema politico. Agli
elettori non si nascondeva che la sconfitta sarebbe stata certa, ma li si invitava a riflettere sul fatto che quella strategia
elettorale avrebbe prodotto effetti nel medio periodo.
Il PD avrebbe avuto delle ciance di vittoria soltanto nel caso in cui Fi avesse scelto di fare corsa solitaria. Ma la realtà era che
Berlusconi non aveva nessuna intenzione di andare da solo alle elezioni.

Veltroni aveva spiegato bene che correre da soli significava correre liberi dal vincolo di coalizione, il che voleva dire stringere
eventuali accordi a tre condizioni:
- accettare il programma;
- rinunciare al simbolo;
- confluire nelle liste del PD.
I margini negoziali e quindi il potere di ricatto dei partiti più piccoli si sarebbe notevolmente ridotto.

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I radicali manifestarono da subito la loro disponibilità ad entrare nelle liste. Con l’Italia dei valori di Di Pietro fu concesso
l’apparentamento che era stato negato ai socialisti e ai radicali. L’Italia dei valori non era propriamente vicina al PD, dal punto di
vista politico-ideologico, poiché era un partito di destra-sinistra-centro.
Con la minicoalizione con il partito di Di Pietro si sarebbe potuto trasmettere agli italiani il segnale che il PD non fosse un partito
sconfitto in partenza, ma in competizione per il governo.

La scelta di Veltroni di rompere con la sinistra radicale e di allearsi soltanto con l’Italia dei Valori, produsse uno scossone anche
nel centrodestra, poiché Berlusconi fece immediatamente le sue contromosse: ristabilì un rapporto privilegiato con Fini. Nel
motivare la sua nuova posizione, il leader di An aveva spiegato che era cambiato il patto politico, poiché non si trattava di
confluire in un partito voluto da Berlusconi, ma di costruire un progetto comune. Il Pdl sarebbe nato nelle urne il 13-14 aprile
2008. Da questo patto fu escluso l’Udc di Casini il quale decise di andare alle elezioni da solo.

6.3 Oltre De Gasperi


Alle elezioni del 13-14 aprile 2008 la vittoria del centrodestra fu netta. La coalizione di Berlusconi prese 17.064.314 voti e quella
di Veltroni 13.686.501. A Veltroni bisognava riconoscere il merito di aver capito che la sinistra non poteva più procedere sulla
strada in cui si era incamminata fin dal ’93-’94. Smarcarsi dal governo Prodi aveva rappresentato infatti il tentativo di rompere
con quella tradizione. Una tradizione che aveva tenuto in vita i nomi del socialismo e del comunismo, ma non ave1va consentito
ai partiti che si richiamavano ad essi di svolgere una qualche funzione autenticamente innovativa. La sua scelta aveva contribuito
a semplificare il sistema politico.

Nei primi mesi del suo governo Berlusconi apparve agli occhi di molti come “l’uomo del destino”, capace di risolvere la grave crisi
della spazzatura a Napoli. L’Aquila confermò la sua fama di “uomo del fare”. Dopo il terremoto, fu innumerevoli volte in mezzo
alla gente, come un leader affettuoso e insieme risolutore. Il punto più alto lo raggiunse il 25 aprile 2009, quando decise di
celebrare la festa della Liberazione. Per farlo scelse Onna, un paese devastato dal terremoto, che fu teatro, nel ’44, di una strage
nazista. Berlusconi rese omaggio alla Brigata Maiella. Sul fatto che la resistenza costituisse un valore fondante dell’Italia
repubblicana non potevano esservi dubbi, per questo non si potevano ignorare anche le pagine oscure della guerra civile. In quel
terribile frangente, i partiti erano riusciti a mettere da parte le divisioni, anche profonde, per ridare la libertà al paese. Cattolici e
comunisti, liberali e socialisti, azionisti e monarchici avevano scritto insieme la costituzione. Era stato il frutto di un nobile
compromesso, il più alto che si potesse allora raggiungere, ma non era stato conseguito con l’obbiettivo di creare una coscienza
morale comune della nazione. A distanza di 64 anni dal 25 aprile e 20 dalla caduta del muro, il compito di tutti gli italiani era di
costruire finalmente un sentimento nazionale unitario.
Al termine del suo discorso, dopo esser sceso dal palco, Berlusconi venne circondato da vecchi combattenti. Insieme a loro, con
quel fazzoletto sulle spalle, simbolo della resistenza, aveva camminato tra le macerie del paese terremotato. Valutando questa
metamorfosi, il settimanale “Tempi” paragonava Berlusconi a De Gasperi, sostenendo che egli andava oltre De Gasperi, ma non
si può dire che si trattasse di un accostamento appropriato.
Epilogo
Accostare Berlusconi a De Gasperi, che riuscì a ricostruire il paese dopo la guerra e la sconfitta attraverso le solide alleanza
internazionali, è del tutto improprio. Ma nei primi tempi, Berlusconi, si confermò un uomo dei fatti. Lo stile politico della sua
leadership, che tendeva a scavalcare le istituzioni, i partiti e la classe politica per risolvere i problemi, si rivelò in un “fatto”
“clamorosamente fatto”, ossia l’eliminazione dell’immondizia dalle strade di Napoli, più apparente che reale ma visibile. Nel
terremoto in Abruzzo, decise di trasferire a l’Aquila la riunione del G8. Questi eventi ebbero grande visibilità mediatica, ma quel
che più contava era che fossero fatti e non parole.

L’opposizione non sembrava attrezzata per contrastare il protagonismo del presidente del consiglio.
La corrente dominata dall’antipolitica era divenuta impetuosa dopo gli eventi legati alla caduta del muro di Berlino e a
Tangentopoli. A partire da allora la politica era diventata sinonimo di ruberia. Sicché non stupisce che nel ’95 il procuratore capo
di Milano Borrelli fosse arrivato a sostenere che il problema non era uscire da Tangentopoli ma penetrarvi fino alle radici.

L’indagine dei magistrati di Milano nacque da una crisi sistemica, dovuta ad una progressiva e pervasiva occupazione dello stato
da parte dei partiti. In quel delicato passaggio della vita del paese si determinò una alterazione dei rapporti costituzionali tra
magistratura e potere politico. Un’alterazione favorita dai media, che esaltavano la magistratura, descrivendola come
depositaria di tutte le virtù e custode dell’etica pubblica, mentre rappresentavano i politici come satana, nazisti e fenicotteri blu.
La campagna giudiziaria contribuì a determinare un generale discredito per a politica, facendo dilagare l’antipolitica. In questo
modo si spianò la strada ad un non politico divenuto politico. Berlusconi veniva percepito come un uomo fatto da sé e non aveva
quindi bisogno di rubare perché era molto ricco. Non parlava come un libro stampato, ma con un linguaggio comprensibile ai
più. Infine era capace di rivolgersi alla gente senza tutti quei complicati meccanismi istituzionali del sistema rappresentativo
parlamentare. Nel 2009 sembravano convinti che un declino della destra avrebbe potuto verificarsi nel tempo soltanto per una

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sorta di saturazione di berlusconismo, ma non perché la sinistra avesse un progetto realmente alternativo. A tenere insieme
quell’alleanza vi era qualcosa di peculiare, ovvero la straripante influenza del suo leader.
Nel momento in cui ha impresso alla sua leadership un’accentuazione sempre più personalistico-padronale, Berlusconi ha
innescato una reazione a catena che ha prodotto la frantumazione della destra. Nello stesso tempo si è registrata una caduta
della sua popolarità, dovuta alle sue vicissitudini giudiziarie. Una stagione politica sembrava volgere al termine, ma la sinistra
non riusciva a indicare alcuna via d’uscita.

Il sistema politico italiano si trovava in uno stato di impasse, poteva uscire in un solo modo: ricostruzione della politica, distrutta
da una guerra civile mediatica che durava da troppi anni. Questa ricostruzione presupponeva due condizioni:
- ricerca di soluzioni per fronteggiare la crisi economica;
- ristabilire un dialogo politico fra i partiti.
Soltanto così sarebbe stato possibile riconquistare l’attenzione di elettori sempre più distanti dalla politica. Ristabilire una
connessione sentimentale con gli italiani non sarebbe stato tuttavia facile, poiché stentava ad affermarsi il principio che i “diritti
che costano” potessero essere riconosciuti universalmente, ma attribuiti concretamente soltanto dentro a un quadro di
compatibilità economica. In futuro assicurare l’assistenza sanitaria a tutti, in un paese in cui crescevano esponenzialmente i
malati di Alzheimer sarebbe stato sempre più difficile. A chi poneva questo problema, si obbiettava che bisognava stabilire delle
priorità, perché il diritto alla salute e all’istruzione venivano prima degli F35. Ma anche la rinuncia all’acquisto di tutti gli F35 non
sarebbe stata sufficiente per salvare i diritti sociali in un regime di scarsità di risorse finanziarie. Mettere al centro del dibattito
nazionale un problema di così enorme rilevanza non era semplice, ancor meno spiegarlo all’opinione pubblica in un clima di
“maltempo per la politica e di un’antipolitica via via crescente” per la forza di attrazione del Movimento 5 stelle. Un movimento
nato per ripulire la politica e per liberare l’Italia da ipolitici di professione che si presentava così: “siamo come un bidone
aspiratutto, noi aspiriamo tutti e li portiamo via”.

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