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LUCREZIO

VITA & OPERE


Le notizie sulla vita di Lucrezio sono contenute nel "Cronicon" di San Girolamo, autore del IV
sec, che nella sua opera racconta con informazioni biografiche gli autori classici. Nonostante
questi dati si trovino in contrasto con quelli che ci arrivano da Elio Donato, grammatico romano
del IV sec, è accertato che nacque nei primi anni del I sec a.C. (98-94) e che morì tra il 55 e il
51. Si presume dal nome che la regione natia fosse la Campania. Si pensa che la sua
formazione culturale sia avvenuta presso il circolo di Filodemo ad Ercolano. L'unico dato certo è
che Lucrezio visse in uno dei più drammatici periodi della storia romana, caratterizzato da
scontri politici e civili di un intensità senza precedenti. Come unica fonte affidabile di
informazioni su Lucrezio possiamo fare riferimento al suo poema in 6 libri: il "De rerum natura".

DE RERUM NATURA
Opera di carattere scientifico, divisa in 6 libri, scritta in versi (esametri) che esalta i contenuti
della filosofia epicurea. Lucrezio ritenne che la poesia avesse una maggiore attrattiva rispetto
ad un trattato filosofico e così andò in contrasto con Epicuro (da lui ritenuto come un Dio
poiché unico) il quale la considerava un inganno.
I primi due libri sono dedicati alla fisica; il terzo e il quarto trattano della natura dell'uomo,
dell'anima, dell'amore e del metodo della conoscenza; nel quinto e nel sesto sono presenti i
temi cosmologici dell'origine del mondo e degli enti viventi. Ogni libro comincia con un proemio
e termina con un finale. La funzione del proemio non è solo quella di introdurre/ spiegare
l'argomento trattato, ma anche di incuriosire ed entusiasmare il lettore. L'opera si apre con un
inno a Venere, quindi con un'esaltazione della bellezza della vita, e si conclude con la peste di
Atene del 430, quindi con l'immagine cupa di un mondo stravolto dalla malattia.

Proemio, invocazione e dedica


Il De rerum natura si apre con l'invocazione della dea Venere, artefice della rigenerazione della
natura. La celebrazione della dea (che rappresenta l'amore e la voluptas epicurea) si esprime in
toni entusiastici e si basa sulla convinzione che l'opera della dea sia una sorte di prodigio dal
quale prendono vita tutte le specie viventi e il rigoglio della natura. Lucrezio chiede alla dea di
aiutarlo nello scrivere questi versi e che conceda ai suoi detti eterna grazia, in modo che possa
essere ricordato anche nei tempi futuri. Inoltre la prega di chiedere a Marte, mentre giace con
lei, di concedere una pace ai Romani al fine che Memmio possa ascoltare con calma le sue
parole e che Lucrezio possa scrivere il poema serenamente.

La sapienza epicurea
Nell'introduzione del II libro Lucrezio svolge un elogio della filosofia epicurea. In particolare
prospetta la felice condizione del saggio che dall'alto degli spazi della sua serena pace, osserva
le sciagure degli uomini che spinti dal desiderio di avere e spinti dall'ambizione, diventano
artefici della propria infelicità. Lucrezio sviluppa per primo il concetto secondo il quale il bene
consiste nell'allontanare il dolore e raggiungere il piacere: per secondo il concetto secondo cui
se al corpo non giovano la nobiltà, la gloria e le ricchezze, bisogna che lo stesso vale per
l'animo: e per ultimo la concezione secondo la quale la vita è oppressa dalle tenebre finché la
ragione non ci libera.

Il clinamen
Trattando del peso degli atomi Lucrezio introduce la teoria del clinamen con il quale si indica la
deviazione, dovuta ad un imprevedibile impulso, che gli atomi subiscono dalla loro linea
verticale di caduta. In questo modo essi si scontrano con altri atomi generando i corpi. La
conseguenza capitale del clinamen in sede etica è la giustificazione della libertà dell'agire:
declinando casualmente nel loro moto di caduta, gli atomi spezzano la necessità del mondo e
aprono una prospettiva in cui l'agire umano trova un margine di libertà tale da rendere
possibile un'etica.

Inno al maestro
Il III libro si apre con un elogio a Epicuro grazie al quale si ha ottenuto una visione piena ed
esatta della realtà. Lucrezio, dopo avere detto del suo ardente desiderio di emulare il maestro,
ammette di essere colto da una specie di sgomento di fronte alla rivelazione del mistero della
natura.

L'ansia degli uomini


Lucrezio descrive gli uomini come perpetuamente ansiosi, dominati da un'inquietudine di cui
non si conosce l'origine e che cercano di rimuovere; per questo motivo fuggono le abituali
occupazioni cittadine per cercare la quiete interiore nella villa di campagna. Però non possono
fuggire da se stessi, quindi c'è bisogno che imparino a conoscersi per capire il motivo della loro
infelicità.

La fisica epicurea
Secondo Lucrezio la conoscenza delle leggi che regolano l'universo libererà l'uomo dalle cause
prime dell'angoscia che sono il timore della morte e la paura degli dei. Nei primi 2 libri lo
scrittore spiega che tutto è materia, la quale è costituita da atomi, particelle indivisibili che si
aggregano in modi diversi, dando origine ai corpi e all'anima.

La morte e l'aldilà
La vita e la morte sono viste come aggregazione e disgregazione di atomi. La morte non è
qualcosa che proviene all'uomo dall'aldilà, ma fa parte dell'esistenza stessa in quanto
disgregazione di atomi.

I sensi
Dal momento che tutto è materia, l'unica fonte di conoscenza sono i sensi. Quando i sensi non
ci sono più niente può colpire l'uomo, né in bene né in male, poiché nulla esiste se non
possiamo "sentirlo". Quindi la morte è qualcosa che non riguarda l'uomo poiché quando essa
c'è non ci siamo più noi, mentre quando ci siamo noi essa non c'è.

Le angosce dell'uomo
Il terrore e l'angoscia della morte spinge l'uomo ad accumulare le ricchezze e a desiderare il
potere, scavalcando chiunque gli si opponga e sopraffacendolo, ed è proprio a causa di questo
comportamento che si generano le gli odi, le avversità e le guerre con cui il genere umano si
autodistrugge. Mentre la consapevolezza che la morte fa parte della vita spinge l'uomo a vivere
mirando a ciò che è veramente essenziale: il godimento dei piaceri naturali. Infatti, non
curandosi delle ricchezze del potere, si raggiunge la serenità. Gli strumenti dunque sono la
ragione e la conoscenza.

La paura degli dei


Gli uomini temono gli dei poiché pensano che essi regolino la loro vita e che intervengono sugli
eventi, condizionando il destino delle persone anche dopo la morte. Ciò è dovuto dalla
superstizione religiosa che turba tutte le gioie degli uomini i quali se sapessero che dopo la
morte non c'è niente cesserebbero di essere succubi della religione. La filosofia epicurea
dimostra che gli dei vivono negli intermundia, completamente separati dal mondo ed ad esso
indifferenti. Da ciò Lucrezio deduce la conclusione della fondamentale “irreligiosità” delle
religioni, che insegnano ad adorare gli dei per quello che non sono: empio non è pensare che
gli dei non si occupino degli uomini, ma bensì credere, e far credere, che una tempesta sia
causata da un gesto divino, placabile solo con un sacrificio umano.

La corruzione
E' stata la civiltà a provocare la nascita dei bisogni falsi, come la ricchezza, il potere e la stessa
relgione, dando origine alle preoccupazioni. Lucrezio ritiene dunque necessario che i suoi
lettori-discepoli comprendono quali siano i bisogni essenziali, senza farsi dominare da false
necessità.

L'amore causa dell'infelicità


Secondo Lucrezio anche l'amore è una delle cause dell'infelicità dell'uomo, infatti a causa del
progresso l'istinto erotico, che il poeta vede positivamente poiché permette la procreazione e
quindi la vita, si è complicato ed è diventato di volta in volta passione, dolore, tenerezza,
desiderio e persino sadismo e masochismo. Così l'attrazione naturale è diventata una ferita
invisibile che tormenta senza rimedio e impedisce l'atarassia (assenza di preoccupazioni).

Amare sine poena


Bisogna imparare ad amare con la guida della ragione seguendo l'istinto naturale, ma senza
sofferenza e senza lasciarsi coinvolgere e non cedendo alle tentazioni della donna, attrice della
seduzione. Mentre Lucrezio elaborava questi ideali a Roma si stava affermando l'esaltazione
della passione d'amore come valore alternativo a quelli tradizionali.

CESARE
VITA & OPERE
Gaio Giulio Cesare nacque a Roma nel luglio del 100 a.C da famiglia nobile, la gens iulia, che
vantava origini divine. Nell'83 sposò la figlia di Cornelio Cinna da cui ebbe la figlia Giulia. La
parentela con Cinna fece si che fosse visto male da Silla, il quale lo incluse nelle liste di
proscrizione, così Cesare dovette lasciare l'Italia recandosi prima in Grecia e poi in Asia. Morto
nel 78 Silla, Cesare ritorna a Roma e iniziò la carriera di oratore e di politico. Nel 68 ebbe inizio
il suo cursus bonorum con nomina a pretore di Spagna. Nel 65 divenne edile curule, pontefice
massimo nel 63, pretore urbano nel 62 e propretore nella Spagna Ulteriore nel 61. Nella veste
di pontefice pronunciò un discorso per evitare la condanna a morte dei catilinari, proposto che
gli procurò l'amicizia di Cicerone ed ottenne il consenso del popolo. Nel 60 stipulò con Crasso e
Pompeo il “primo triumvirato”. Nel 59 condusse la campagna in Gallia che portò a termine 7
anni dopo e gli fece guadagnare un enorme prestigio personale. Il resoconto della guerra è
contenuto nella sua opera più famosa “Commentari de bello gallico”. Quando gli venne negato
nel 50 la possibilità di ricandidarsi a console, che lo diventò Pompeo, invase l'Italia e costrinse
Pompeo alla fuga: era l'inizio di una nuova guerra civile. Gli anni successivi videro, nel 48 a
Farsalo, la sconfitta delle truppe pompeiane. Tornato a Roma si fece nominare dittatore mentre
nel frattempo Pompeo veniva ucciso in Egitto. Sconfitte le ultime resistenze pompeiane in
Africa e in Spagna, divenne l'arbitro assoluto della situazione politica a Roma. A partire dal 49
aveva cominciato ad attuare varie riforme di ambito economico, amministrativo e
costituzionale. Furono queste ultime che determinarono la reazione delle tradizionali forze
repubblicane, che sfociò nella congiura capeggiata da Bruto e Cassio e nell'assassinio di Cesare
il 15 marzo del 44. Di Cesare ci rimangono solo lettere contenute nell'epistolario di Cicerone,
però abbiamo notizie di vari componimenti giovanili, di un notevole numero di orazioni, di un
poemetto scritto durante il viaggio in Spagna e un libretto polemico con il quale voleva
ridimensionare la figura di Catone, descrivendola in modo negativo. Un posto importante tra le
opere di Cesare spetta al “De analogia” redatto in 2 libri: in esso Cesare, inserendosi nella
disputa linguistica del I sec. a.C, si faceva sostenitore della teoria analogista (uso linguistico
basato sul rispetto rigoroso delle regole in campo grafico, lessicale e morfologico).

COMMENTARI DE BELLO GALLICO


Divisi in 7 libri, uno pero ogni anno di guerra. Nel I libro, dopo la descrizione del territorio, si
parla della campagna contro gli Elvezi e di quella contro i Germani; Nel II libro viene descritta la
campagna contro i Belgi; Nel III libro quelle contro i Veneti e gli Aquitani; Nel IV libro narra degli
scontri per arrestare le invasioni di alcune popolazioni della Gallia, quindi campagna di
Germania, il rientro in Gallia e la prima spedizione in Britannia; Nel V libro si racconta dello
sbarco in Britannia e della avanzata fino al Tamigi, quindi campagna contro i Treveri; Nel VI libro
guerra in Gallia contro gli Eburoni; Nel VII libro vengono riportati gli avvenimenti riguardanti
l'insurrezione generale dei Galli, guidati da Vercingetorige.

Un rapporto militare
I commentari sono essenzialmente un'opera storiografica: sono gli eventi storici a scandirne
l'andamento e sono i fatti storici a costruire gli argomenti e la stessa intelaiatura cronologica
del libro. Proprio dagli eventi più importanti si traggono le pagine più belle ed esaltanti
dell'opera: i passi relativi alla battaglia di Alesia e alla resa del leggendario Vercingetorige sono
tra i più famosi del De bello Gallico.

Un interesse nuovo per i barbari


Accanto ai fatti storici entrano a far parte della narrazione sopratutto l'interesse etnografico
dell'autore e la necessità di interrompere il racconto dove sarebbe stata più difficile la
descrizione, con digressioni ampie su usi e costumi dei barbari.

Cesare e Tacito
Cesare racconta della posizione geografica, dei usi, dei costumi e delle credenze religiose dei
Galli. Lo stesso tipo di approccio si vedrà in Tacito, il quale dovrà molto al De bello Gallico di
Cesare per la composizione della sua Germania.
Un elemento di novità nel genere storiografico
Con Cesare entra nella cultura romana l'usanza di inserire nella narrazione storica ampi
excursus etnografici, già presenti nella cultura ellenistica. A questi excursus fecero ricorso
anche Sallustio e Livio: le descrizioni geografiche e etnografiche costituivano il mezzo artistico
per rendere più interessanti e lunghe alcune esposizioni di fatti storici.

SALLUSTIO
VITA & OPERE
Gaio Sallustio Crispo nacque ad Amiterno, in Sabina, nel 86 a.C. Doveva probabilmente venire
da una famiglia agiata poiché si trasferì a Roma per studiare e intraprendere la vita politica.
Iniziato nel 54-55 il cursus bonorum si appassionò di politica. Nel 52 si schierò contro Milone,
accusato di avere ucciso Clodio. Grazie all'affermazione politica di Cesare, Sallustio ottenne
importanti cariche politiche: Nel 47 fu nominato questore, nel 46 pretore d'Africa e gli fu
affidato il proconsolato di Numidia. Questi ultimo incarico gli permise di arricchirsi e di
possedere una sfarzosa proprietà a Roma. Tornato in città fu accusato di concussione, perciò
decise di ritirarsi a vita privata per evitare una nuova espulsione dal senato. Scelse la strada
dell'otium letterario, dedicandosi completamente alla storiografia. Agli anni 49-39 a.C risalgono
le monografie “De coniuratione Catilinae”, al 41-39 risale il Bellum Iuguthinum e agli anni 39-
35 risale l'Historiae, rimaste incompiute. Di quest'ultima opera ci rimangono 4 orazione e 2
lettere. La trattazione cominciava nel 78 a.C, anno della morte di Silla: l'intenzione di Sallustio
era probabilmente quella di completare le Historiae di Cornelio Sisenna. Probabilmente morì nel
35 a.C (improvvisamente).

DE CONIURATIONE CATILINAE
Sallustio tratta del colpo di stato tentato da Catilina e la sua repressione, avvenute negli anni 63-62
a.C.
L'opera è strutturata in 61 capitoli, inizia con un proemio in cui l'autore esprime motivi e intenzioni
del suo dedicarsi alla storiografia.
Di fronte alla grave crisi in cui si trovava la Repubblica, in seguito alla dittatura sillana, emerse
una grande varietà di orientamenti politici, spesso tra loro violentemente contrapposti. Oltre
alle posizioni moderatamente filo-senatorie o filo-democratiche entrarono in gioco, a partire dal
70 a.C. e lungo tutti gli anni 60, anche movimenti più radicali, legati ai ceti rimasti esclusi dal
potere; tra essi risaltarono in particolare le frange più estremistiche del partito popolare. Proprio
alla guida di uno di questi movimenti si distinse Lucio Sergio Catilina, appartenente alla Gens
Sergia, nobile famiglia economicamente decaduta, che nel 63 si candidò alle elezioni per il
consolato; lo appoggiarono discretamente anche Cesare e Crasso, determinati ad indebolire il
potere della nobilitas senatoria. Sconfitto alle elezioni dal rivale Cicerone, Catilina decise di
ordire un colpo di stato, raccogliendo intorno a sé un gruppo di congiurati, provenienti dai ceti
più vari (e lontani) della società romana, ma accomunati dal disprezzo per la legalità e dall'uso
della violenza. Tra di essi si annoverano sia individui appartenenti ai ceti più alti della societas
romana - nobili fortemente indebitati ed equites (cavalieri) - sia personaggi meno altolocati -
plebei, proprietari terrieri falliti, veterani di Silla, donne, schiavi e popolazioni straniere, come i
Galli Allobrogi, scontente del dominio di Roma. Catilina, con abili manovre demagogiche, riunì
tutti intorno ad un programma estremistico, ma democratico: i suoi obiettivi fondamentali
erano il condono dei debiti, la distribuzione di terre ai meno abbienti ed il riscatto dei cittadini
più miseri. Cesare e Crasso, in un primo tempo simpatizzanti occulti, dopo alcuni avvenimenti,
abbandonarono il tentativo insurrezionale ed il console Cicerone ebbe l'opportunità di sventare
e reprimere l'intero piano eversivo.

BELLUM IUGURTHINUM
Composta tra il 41 e il 39 a.C.
L'argomento della seconda monografia sallustiana è la logorante guerra, che Roma combatté
tra il 111 ed il 105 a.C., (settant'anni prima della pubblicazione dell'opera) in Africa contro il re
di Numidia Giugurta, e che si concluse con la vittoria romana. Non si trattò in questo caso di
una guerra voluta dalla rapacità (o dall'avaritia per usare il termine sallustiano) della nobilitas:
infatti il senato non aveva realmente alcun interesse in essa e non avrebbe tratto grandi
giovamenti a combattere sul fronte africano, dove sperava di perseguire una politica di non
intervento. Rischiava, invece, di lasciare scoperto il fronte settentrionale, dove, pochi anni più
tardi, si sarebbe verificata la pericolosa invasione dell'Italia da parte di Cimbri e Teutoni, che
avrebbero superato le Alpi per essere poi sconfitti, in territorio italico, da Gaio Mario. I ceti più
interessati alla campagna africana erano, piuttosto, gli equites (i cavalieri), sostenitori di una
politica di sfruttamento delle risorse commerciali disponibili nel bacino del Mediterraneo, i ricchi
mercatores (mercanti) italici (dalle cui fila provenivano i negotiatores massacrati nel 112 a.C.
da Giugurta): essi traevano gran parte della propria ricchezza dai commerci nelle province, e il
rafforzamento del dominio romano in Africa poteva apparire loro una prospettiva tanto
allettante quanto appariva, invece, indesiderabile quella di perdere il controllo su quelle zone.
La plebe romana e italica, dal canto suo, sperava che, dopo la conquista, le terre africane
venissero distribuite secondo l'usus istituito dieci anni prima da Gaio Gracco, quando sulle
rovine di Cartagine era stata fondata la prima colonia romana d'oltremare. In un simile quadro è
comprensibile come, dopo anni di inutile ed inconcludente guerriglia, il "problema Giugurta"
fosse destinato ad essere liquidato da un rappresentante delle forze interessate alla conquista,
lontano dalla nobilitas senatoriale, l'homo novus Gaio Mario, e non da generali aristocratici,
che Sallustio non può che accusare di corruzione, incapacità e superbia.

Fare la storia e scrivere la storia


Per lo spirito pratico dei romani i fatti contavano più delle parole, di conseguenza fare storia era
molto più importante che scriverne. Si capisce quindi perchè Sallustio nei suoi proemi senta il
bisogno di motivare la sua scelta di abbandonare la politica e di dedicarsi alla composizione di
opere storiche. I rapporti tra storiografia e politica erano stretti: gli esponenti delle famiglie
oltre alla gestizione del potere si occupavano anche della tramandazione delle tradizioni; quindi
la tradizione faceva della storiografia uno degli strumenti della politica. Sallustio però non
utilizzò la storiografia come mezzo di propaganda politica né vi si dedica dopo un naturale ritiro
dalla politica, ma dopo un abbandono forzato. Quindi la sua attività serve più a riflettere che
essere uno strumento politico.

La storia come modo di fare politica


Sallustio non si limita a ricostruire i fatti, ma arriva a determinare le cause della corruzione
morale della repubblica; dunque cercando le cause, Sallustio fa politica: nel senso che giudica i
fatti in conformità ad un certo ideale e non in base al partito. La monografia gli consente di
illuminare lo sfondo storico da cui nasce il problema, e quindi agisce come una sorte di lente di
ingrandimento sulle ragioni della crisi morale e istituzionale dello stato.

L'inizio della fine


Come spiega Sallustio, questa crisi morale ha avuto inizio in un momento ben preciso: a partire
dalla distruzione di Cartagine. Cessando il timore del più grande nemico dei romani, vengono
meno i motivi più importanti di coesione nello stato; da questo momento le passioni dividono i
cittadini, creano odi e fazioni, che portano inevitabilmente alla distruzione dello stato.

La soluzione sallustiana alla crisi


Secondo Sallustio la soluzione a questo stato di crisi è quello di un governo basato sulla
concordia delle forze moderate, in nome dei valori tradizionali e delle istituzioni. Soluzione non
troppo lontana dalla concezione di Cicerone basata sull'unione delle forze migliori di Roma:
commercianti, nobiltà sana e i piccoli proprietari.

Un pessimismo di fondo
Questa soluzione appare utopica: un pessimismo profondo porta l'autore a vedere la corruzione
come un vizio congenito dell'uomo.

Proemio del De coniuratione Catilinae


Sallustio afferma che è giusto che gli uomini desiderosi di emergere, lo cerchino di fare grazie
alle doti dell'ingegno e non grazie alla forza, poiché la mente la abbiamo in comune con gli dei
e il corpo con gli animali. Egli racconta come sia rimasto invischiato nella politica da giovane,
come sia stato costretto a ritirarsi dalla vita politica e come abbia deciso di dedicarsi alla
storiografia.
VIRGILIO
VITA & OPERE
Le notizie relative alla vita di Virgilio ci arrivano da alcune sue opere, da autori a lui
contemporanei o da biografie antiche. E' stato l'autore più letto e commentato della letteratura
latina, il che spiega l'accumularsi delle notizie, spesso rimaneggiate o leggendarie. Nacque ad
Andes (Mantova) il 15 ottobre del 70 a.C. Dopo avere vissuto la giovinezza tra Mantova e
Cremona, si trasferì a Roma dove conobbe Cornelio Gallo, Asinio Pollione e il poeta greco
Partenio. L'interesse per l'epicureismo lo spinse a trasferirsi in Campania, dove, a Napoli e ad
Ercolano, ascoltò le lezioni dei filosofi epicurei Sirone e Filodemo. Dopo la morte di Cesare, e la
grave crisi che ne conseguì, tornò ad Andes dove, grazie a Pollione, riuscì ad evitare la confisca
della sua proprietà in occasione degli espropri di terreni avvenuta nel 41. Tra il 42 e il 39
compose le Bucoliche, raccolta di dieci componimenti di poesia pastorale. Intorno al 38 Virgilio
entrò a far parte del circolo di Mecenate e cominciò la composizione delle Georgiche, poema
didascalico sulla vita agreste in quattro libri. L'opera segna un avvicinamento Virgilio alla
politica augustea, che raggiunse il suo culmine con la composizione dell'Eneide; infatti il poema
celebrava Augusto e Roma partendo dai suoi antenati. Egli non volle pubblicarla prima di
essere andato in Grecia. Proprio durante il ritorno da Brindisi, 22 settembre 19 a.C, fu colto
dalla morte. Egli voleva che l'Eneide fosse bruciata (poiché non rivista e corretta) ma Augusto
la pubblicò comunque.

BUCOLICHE
Le Bucoliche appartengono ad un genere poetico il cui esponente più illustre fu il poeta greco
Teocrito che compose una raccolta di componimenti di carattere prevalentemente pastorale. Il
titolo è la trascrizione della parole greca bukolikà che significa “canti di bovari” e ogni singolo
canto viene chiamato egloga, vale a dire “canto scelto”.

GEORGICHE
Anche questo titolo deriva dal greco georgikà (cose relative alla coltivazione dei campi). Virgilio
volle riallacciarsi alla tradizione della poesia didascalica greca, e affiancasi alle opere di
Cicerone (De agricultura) e di Varrone (De re rustica). I 4 libri delle georgiche riguardano
l'agricoltura, l'arboricoltura, l'allevamento degli animali e l'apicoltura. La trattazione degli
argomenti avviene in modo “discendente”: dal più impegnativo, alla meno faticoso. Ogni libro
inizia con un proemio: il primo e il terzo più lunghi poiché affrontano questioni di grande rilievo;
il secondo e il quarto sono più brevi poiché espongono l'argomento trattato.

ENEIDE
Virgilio volle celebrare la politica augustea con un poema epico, ma anziché scegliere l'epos
storico, e limitarsi alla semplice trattazione delle imprese gloriose di Augusto, il poeta utilizzò
quello mitico-leggendario, probabilmente per unire in unico progetto tutte le vicende di Roma,
dalla nascita all'età contemporanea. Virgilio sceglie Enea come eroe per introdurre il poema nel
ciclo di opere sulle fondazioni di città da parte di comandanti che avevano preso parte alla
guerra troiana. Un altro motivo per questa scelta deriva dalla possibilità di creare un legamento
tra l'eroe troiano, il cui figlio Iulio sarebbe stato capostipite della stirpe dell'imperatore, la gens
Iulia.

La sfida a Teocrito