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Brandon Sanderson

ELANTRIS

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ISBN: 978-88-347-2596-2
Edizione ebook: ottobre 2013

Titolo originale: Elantris

© 2005 by Brandon Sanderson


© 2013 by Fanucci Editore
via delle Fornaci, 66 – 00165 Roma
tel. 06.39366384 – email: info@fanucci.it
Indirizzo internet: www.fanucci.it
Proprietà letteraria e artistica riservata
Tutti i diritti riservati
Progetto grafico: Grafica Effe

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dedica

Dedicato a mia madre.


Che voleva un medico,
ha finito per avere uno scrittore,
ma l’ha amato abbastanza da non lamentarsi
(molto).

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Mappa

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Prologo

Elantris era bellissima, un tempo. Era chiamata la città degli dèi: un luogo di
potere, radiosità e magia. Chi l’ha visitata dice che le pietre stesse brillavano
con una luce interiore e che la città conteneva straordinarie meraviglie arcane.
Di notte Elantris splendeva come un enorme fuoco argenteo, visibile perfino
da grandi distanze.
Eppure, per quanto Elantris fosse magnifica, i suoi abitanti lo erano di
più. Con capelli di un bianco brillante e la pelle di un argento quasi metallico,
gli Elantriani parevano splendere come la città stessa. Le leggende sostengono
che fossero immortali, o quasi. I loro corpi guarivano rapidamente e
godevano di grande forza, intelligenza e velocità. Potevano compiere magie
con un semplice gesto della mano; gli uomini visitavano Elantris da tutta
Opelon per ricevere guarigione, cibo o saggezza dagli Elantriani. Erano
divinità.
E chiunque poteva diventare uno di loro.
Lo Shaod, era chiamato. La Trasformazione. Colpiva a caso, solitamente
di notte, durante le ore misteriose in cui la vita rallentava nel riposo. Lo
Shaod poteva prendere mendicanti, artigiani, nobili o guerrieri. Quando
giungeva, la vita di quella persona fortunata terminava e iniziava da capo:
costui avrebbe messo da parte la sua vecchia esistenza ordinaria e si sarebbe
trasferito a Elantris. Elantris, dove avrebbe potuto vivere felice, governare
con saggezza ed essere adorato per l’eternità.
Dieci anni fa l’eternità è terminata.

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CAPITOLO
1

Il principe Raoden di Arelon si svegliò presto quella mattina, del tutto


inconsapevole di essere stato dannato per l’eternità. Ancora assonnato,
Raoden si mise a sedere, sbattendo le palpebre nella luce soffusa del mattino.
Appena fuori dalle finestre aperte del balcone, poteva vedere l’enorme città
di Elantris in lontananza, le sue mura spoglie che proiettavano un’ombra
scura sopra la città più piccola di Kae, dove Raoden viveva. Le mura di
Elantris erano incredibilmente alte, ma Raoden poteva vedere le sommità di
torri nere elevarsi dietro di esse, con le loro guglie spezzate come indizio
della maestosità perduta celata all’interno.
La città abbandonata pareva più scura del solito. Raoden la fissò per un
attimo, poi distolse lo sguardo. Era impossibile ignorare le enormi mura di
Elantris, ma la gente di Kae si tratteneva dal farlo con tutte le proprie forze.
Era doloroso ricordare la bellezza della città, domandarsi in che modo dieci
anni prima la benedizione dello Shaod si fosse trasformata in una
maledizione…
Raoden scosse il capo, scendendo dal letto. Faceva insolitamente caldo
per essere mattina presto; non provò il minimo brivido nel gettarsi addosso la
vestaglia, per poi tirare la corda di servizio accanto al letto, segnale che
desiderava la colazione.
Quella era un’altra cosa strana. Aveva fame… molta fame. Era quasi
vorace. Non gli erano mai piaciute le colazioni abbondanti, ma quella mattina
si ritrovò ad attendere con impazienza l’arrivo del suo pasto. Infine decise di
mandare qualcuno a vedere perché ci stavano mettendo tanto.
«Ien?» chiamò nelle camere non illuminate.
Non ci fu alcuna risposta. Raoden si accigliò un poco per l’assenza del
Seon. Dove poteva essere Ien?

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Raoden si alzò e, mentre lo faceva, i suoi occhi caddero di nuovo su
Elantris. Situata all’ombra della grande città, Kae a paragone sembrava un
villaggio insignificante. Elantris. Un enorme blocco color ebano… non più
davvero una città, solo il suo cadavere. Raoden rabbrividì un poco.
Qualcuno bussò alla porta.
«Finalmente» disse Raoden, andando ad aprire. Fuori, con un vassoio di
frutta e pane caldo, c’era la vecchia Elao.
Il vassoio cadde a terra con uno schianto, scivolando dalle dita della
domestica stupefatta proprio mentre Raoden allungava le mani per prenderlo.
Raoden rimase immobile mentre il frastuono metallico del vassoio
riecheggiava per il corridoio silenzioso del mattino.
«Domi misericordioso!» mormorò Elao, gli occhi terrorizzati e le mani
tremanti mentre si portava al collo una mano fremente per afferrare il
pendaglio korathi.
Raoden si protese verso di lei, ma la domestica indietreggiò con passo
incerto, incespicando su un piccolo melone nella fretta di scappare.
«Cosa c’è?» chiese Raoden. Poi vide la propria mano. Quello che era
stato nascosto nelle ombre della stanza buia adesso era illuminato dalla
lanterna guizzante del corridoio.
Raoden si voltò, scagliando via i mobili dalla sua strada mentre
barcollava verso l’alto specchio in un lato della stanza. La luce dell’alba si era
intensificata quanto bastava perché potesse vedere il proprio riflesso fissarlo
a sua volta. Il riflesso di un estraneo.
I suoi occhi azzurri erano gli stessi, anche se erano sgranati dal terrore. I
suoi capelli, però, erano cambiati da un marrone rossiccio a un grigio smorto.
La pelle era la parte peggiore. Il volto nello specchio era coperto da nauseanti
chiazze nere, come lividi scuri. Quelle macchie potevano voler dire una sola
cosa.
Lo Shaod lo aveva colpito.

Il cancello della città di Elantris si chiuse con un boato dietro di lui, un


suono che dava una sconvolgente sensazione di definitività. Raoden si
afflosciò contro di esso, frastornato dagli eventi della giornata.
Era come se i suoi ricordi appartenessero a un’altra persona. Suo padre,
re Iadon, non aveva incontrato lo sguardo di Raoden mentre ordinava ai
sacerdoti di preparare suo figlio e di gettarlo dentro Elantris. Era stato fatto in
modo rapido e discreto; Iadon non poteva permettersi che si sapesse che il
principe ereditario era un Elantriano. Dieci anni fa, lo Shaod avrebbe reso

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Raoden un dio. Ora, invece di tramutare le persone in divinità dalla pelle
argentea, le trasformava in mostruosità nauseabonde.
Raoden scosse il capo dall’incredulità. Lo Shaod era qualcosa che
accadeva ad altre persone… persone distanti. Persone che meritavano di
essere maledette. Non al principe ereditario di Arelon. Non a Raoden.
La città di Elantris si estendeva davanti a lui. Le alte mura erano
intervallate da corpi di guardia e soldati, uomini che avevano lo scopo non di
impedire a dei nemici di entrare nella città, ma di evitare che i suoi abitanti
fuggissero. Fin dal Reod, ogni persona colpita dallo Shaod era stata gettata
dentro Elantris a marcire; la città caduta era diventata una vasta tomba per
coloro i cui corpi si erano dimenticati come morire.
Raoden riusciva a ricordare di essersi trovato su quelle mura, guardando
giù verso i terrificanti abitanti di Elantris, proprio come in quel momento le
guardie osservavano lui. Allora la città era sembrata così distante, anche se
lui si era trovato appena al di fuori di essa. Si era domandato a livello
filosofico come sarebbe stato camminare per quelle strade annerite.
Ora l’avrebbe scoperto.
Raoden spinse contro il cancello per un momento, come per costringere il
suo corpo a passarvi attraverso, per purificare la propria carne dalla
corruzione. Abbassò il capo, emettendo un basso gemito. Non voleva far
altro che raggomitolarsi sulle pietre sporche e aspettare finché non si fosse
svegliato da quel sogno. Solo che sapeva che non si sarebbe mai svegliato. I
sacerdoti dicevano che quell’incubo non sarebbe mai finito.
Ma, da qualche parte, qualcosa dentro di lui lo spronò ad andare avanti.
Sapeva di dover continuare a muoversi poiché, se si fosse fermato, temeva
che si sarebbe semplicemente arreso. Lo Shaod aveva preso il suo corpo.
Non poteva lasciare che prendesse anche la sua mente.
Perciò, usando il suo orgoglio come uno scudo contro la disperazione,
l’abbattimento e – cosa più importante – l’autocommiserazione, Raoden
sollevò la testa per fissare la dannazione negli occhi.

Prima, quando Raoden si era trovato sulle mura di Elantris a guardare


dall’alto in basso – in senso sia letterale sia figurato – i suoi abitanti, aveva
visto il sudiciume che ricopriva la città. Ora ci si trovava in mezzo.
Ogni superficie – dalle pareti degli edifici alle numerose crepe nelle pietre
del selciato – era ricoperta da una patina di sporcizia. Quella sostanza
sdrucciolevole e oleosa aveva un effetto uniformante sui colori di Elantris,

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mescolandoli tutti in un’unica tonalità deprimente, una tinta che mischiava il
pessimismo del nero con i verdi e i bruni infetti dei liquami.
In precedenza Raoden era stato in grado di vedere alcuni degli abitanti
della città. Ora poteva anche sentirli. All’incirca una dozzina di Elantriani
giacevano sparpagliati per il selciato fetido del cortile. Molti sedevano
incuranti, o inconsapevoli, in pozzanghere d’acqua scura, i resti del
temporale della notte prima. E stavano gemendo. Molti di loro lo facevano
piano, borbottando tra sé o piagnucolando per qualche dolore invisibile. Una
donna all’estremità opposta del cortile, però, urlava con un suono di puro
tormento. Tacque dopo un attimo, il fiato o le forze che le venivano meno.
Molti di loro indossavano quelli che sembravano stracci: indumenti scuri
e ampi che erano sudici quanto le strade. Guardando più attentamente, però,
Raoden riconobbe quegli abiti. Abbassò lo sguardo verso il suo stesso
sudario bianco. Era un indumento lungo e fluente, come nastri cuciti assieme
in una veste larga. Il lino su braccia e gambe era già macchiato di sporco per
aver strusciato contro il cancello cittadino e i pilastri di pietra. Raoden
sospettava che presto i suoi indumenti sarebbero stati indistinguibili da quelli
degli altri Elantriani.
Questo è ciò che diventerò, pensò Raoden. È già cominciato. Entro poche
settimane non sarò nulla più di un corpo depresso, un cadavere
piagnucolante nell’angolo.
Un lieve movimento dall’altro lato del cortile fece uscire Raoden dalla sua
autocommiserazione. Alcuni Elantriani erano accucciati in una soglia in
ombra dalla parte opposta rispetto a lui. Raoden non riusciva a distinguere
molto dai loro contorni, ma pareva che stessero aspettando qualcosa. Poteva
sentire i loro occhi su di sé.
Raoden sollevò un braccio per schermarsi gli occhi e solo allora si
ricordò il piccolo canestro di vimini che aveva tra le mani. Conteneva il
sacrificio rituale korathi mandato assieme al morto nell’altra vita… o, in
questo caso, dentro Elantris. Il canestro conteneva una pagnotta, alcuni
ortaggi sottili, una manciata di grano e una fiaschetta di vino. I normali
sacrifici funebri erano molto più considerevoli, ma perfino a una vittima
dello Shaod doveva essere dato qualcosa.
Raoden tornò a lanciare un’occhiata alle figure sulla soglia, la sua mente
che guizzava alle dicerie che aveva sentito all’esterno, storie sulla brutalità
degli Elantriani. Le figure in ombra non si erano ancora mosse, ma
continuavano a osservarlo in maniera inquietante.

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Prendendo un respiro profondo, Raoden fece un passo di lato,
spostandosi lungo le mura cittadine verso la parte orientale del cortile. Le
figure sembravano ancora osservarlo, ma non lo seguirono. Dopo pochi
istanti non riuscì più a vedere attraverso la soglia, e un secondo più tardi era
passato sano e salvo in una delle strade laterali.
Raoden lasciò andare il fiato, avendo l’impressione di essere sfuggito a
qualcosa, anche se non sapeva cosa. Dopo pochi attimi, era certo che
nessuno lo seguisse e iniziò a sentirsi sciocco per essersi allarmato. Fino a
quel momento, non aveva ancora visto nulla che corroborasse le dicerie su
Elantris. Raoden scosse il capo e continuò a muoversi.
La puzza era quasi soverchiante. L’onnipresente melma aveva un odore
marcio e stantio, come quello di funghi morenti. Raoden era così infastidito
dal fetore che per poco non calpestò la forma nodosa di un vecchio
rannicchiato accanto alla parete di un edificio. L’uomo gemette in modo
patetico, allungando un braccio esile verso l’alto. Raoden abbassò lo sguardo
e provò un brivido improvviso. Il ‘vecchio’ non aveva più di sedici anni. La
pelle coperta di fuliggine della creatura era scura e chiazzata, ma il volto era
quello di un bambino, non di un uomo. Raoden fece un involontario passo
all’indietro.
Il ragazzo, come rendendosi conto che la sua opportunità sarebbe svanita
presto, protese il braccio in avanti con l’improvvisa forza della disperazione.
«Cibo?» borbottò attraverso una bocca solo con metà denti. «Per favore?»
Poi il braccio ricadde, la sua resistenza consumata, e il corpo si afflosciò
di nuovo contro il freddo muro di pietra. I suoi occhi, però, continuarono a
guardare Raoden. Occhi afflitti, penosi. Raoden aveva visto mendicanti in
precedenza nelle Città Esterne, e probabilmente era stato raggirato da
ciarlatani diverse volte. Quel ragazzo, però, non stava simulando.
Raoden allungò una mano e tirò fuori la pagnotta dalle sue offerte
sacrificali, poi la porse al ragazzo. L’espressione di incredulità che si diffuse
sul volto del ragazzo fu in qualche modo più inquietante della disperazione
che aveva rimpiazzato. Quella creatura aveva abbandonato ogni speranza
molto tempo addietro; probabilmente mendicava per abitudine piuttosto che
per aspettarsi qualcosa.
Raoden si lasciò alle spalle il ragazzo, voltandosi per continuare lungo la
stradina. Aveva sperato che la città sarebbe diventata meno sporca una volta
lasciato il cortile principale, pensando forse che quel sudiciume fosse un
risultato dell’uso relativamente frequente della zona. Si era sbagliato: il vicolo
era ricoperto di altrettanta sporcizia quanta quella del cortile, se non di più.

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Un tonfo ovattato risuonò da dietro. Raoden si voltò sorpreso. Un gruppo
di forme scure si trovava vicino all’imboccatura della strada, assiepate
attorno a un oggetto per terra. Il mendicante. Raoden osservò con un brivido
mentre cinque uomini divoravano la sua pagnotta, combattendo tra loro e
ignorando le urla di disperazione del ragazzo. Alla fine, uno dei nuovi arrivati
– ovviamente irritato – calò un randello improvvisato sulla testa del ragazzo
con uno scricchiolio che risuonò per il vicolo angusto.
Gli uomini finirono il pane, poi si voltarono per osservare Raoden. Lui
fece un passo timoroso all’indietro; sembrava che fosse stato frettoloso nel
presumere di non essere stato seguito. I cinque uomini avanzarono
lentamente e Raoden si girò, correndo via.
Da dietro giunsero suoni di inseguimento. Raoden si precipitò via in
preda alla paura, cosa che, come principe, non aveva mai avuto bisogno di
fare prima. Corse come un matto, aspettandosi di finire il fiato e di sentire
una fitta di dolore al fianco, come accadeva di solito quando si sforzava
troppo. Non accadde nessuna delle due cose. Invece iniziò soltanto a sentirsi
terribilmente stanco, debole a un punto tale che sapeva che presto sarebbe
crollato. Era una sensazione straziante, come se la sua vita stesse gocciolando
via lentamente.
Disperato, Raoden si gettò il canestro sacrificale sopra la testa. Quel
movimento goffo gli fece perdere l’equilibrio e una crepa non vista nel
selciato lo fece cadere maldestramente; ruzzolò fin quando non andò a
sbattere contro una massa di legno marcio. Il legno – che una volta poteva
essere stato una pila di casse – si schiacciò, interrompendo la sua caduta.
Raoden si mise rapidamente a sedere e quel movimento lanciò frammenti
di poltiglia di legno per il vicolo umido. I suoi assalitori, però, non erano più
interessati a lui. I cinque uomini erano accucciati nel sudiciume della strada,
prendendo il grano e gli ortaggi sparpagliati dal selciato e tirandoli fuori dalle
pozzanghere scure. Raoden si sentì rivoltare lo stomaco quando uno degli
uomini fece scivolare il dito dentro una crepa, sfregò via una manciata scura
che era più melma che grano, poi si ficcò quell’intera massa tra labbra
bramose. Della saliva salmastra colò giù per il mento dell’uomo, cadendo da
una bocca che assomigliava a una pentola piena di fango che bolliva su un
fornello.
Un uomo vide Raoden osservare. La creatura ringhiò, allungando una
mano in basso per afferrare il randello quasi dimenticato al suo fianco.
Raoden cercò affannosamente un’arma e trovò un pezzo di legno che era

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leggermente meno marcio del resto. Tenne l’arma con mani incerte, cercando
di proiettare un’aria di pericolo.
Il bruto esitò. Un secondo più tardi, un grido di gioia da dietro attirò la
sua attenzione: uno degli altri aveva individuato il minuscolo otre di vino. Lo
scontro che seguì apparentemente fece dimenticare a tutti gli uomini che
Raoden era lì, e presto i cinque se ne furono andati, quattro di essi che
inseguivano quello che era stato tanto fortunato – o sciocco – da fuggire col
prezioso alcolico.
Raoden sedette tra i rottami, sopraffatto. Questo è ciò che diventerai…
«Pare che si siano dimenticati di te, sule» osservò una voce.
Raoden sobbalzò, guardando verso il suono della voce. Un uomo, con la
liscia testa calva che rifletteva la luce mattutina, era reclinato pigramente su
una piccola rampa di scale a poca distanza. Era decisamente un Elantriano,
ma prima della trasformazione doveva essere stato di una razza differente:
non di Arelon, come Raoden. La pelle dell’uomo recava le caratteristiche
chiazze nere dello Shaod, ma le parti non colpite non erano pallide, bensì di
un marrone intenso.
Raoden si tese in vista di un possibile pericolo, ma quell’uomo non
mostrava alcun segno della primitiva bestialità o della decrepita debolezza che
Raoden aveva visto negli altri. Alto e dalla corporatura solida, l’uomo aveva
mani grandi e occhi acuti su una faccia dalla pelle scura. Studiò Raoden con
un atteggiamento pensieroso.
Raoden emise un sospiro di sollievo. «Chiunque tu sia, sono lieto di
vederti. Stavo cominciando a credere che tutti qua dentro fossero moribondi
o pazzi.»
«Noi non possiamo essere moribondi» rispose l’uomo con uno sbuffo.
«Siamo già morti. Kolo?»
«Kolo.» Quella parola straniera era vagamente familiare, così come
l’accento marcato dell’uomo. «Tu non sei di Arelon?»
L’uomo scosse il capo. «Mi chiamo Galladon e vengo dal regno sovrano
di Duladel. Più di recente sono di Elantris, terra di melma, follia e perdizione
eterna. Lieto di conoscerti.»
«Duladel?» disse Raoden. «Ma lo Shaod colpisce solo persone di
Arelon.» Si rimise in piedi, ripulendosi dai pezzi di legno in vari stadi di
decomposizione, facendo una smorfia per il dolore al piede che aveva
sbattuto. Era ricoperto di melma, e la cruda puzza di Elantris adesso si levava
anche da lui.

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«I Duladiani sono di sangue misto, sule. Areliani, Fjordell, Teodeti… li
troverai tutti quanti. Io…»
Raoden imprecò piano, interrompendo l’uomo.
Galladon sollevò un sopracciglio. «Cosa c’è, sule? Ti è finita una scheggia
nel posto sbagliato? Non ci sono molti posti giusti per quello, suppongo.»
«È il mio alluce!» disse Raoden, zoppicando per il selciato scivoloso. «Ha
qualcosa che non va. L’ho sbattuto quando sono caduto, ma il dolore non
vuole smettere.»
Galladon scosse il capo con aria mesta. «Benvenuto a Elantris, sule. Sei
morto: il tuo corpo non si riparerà come dovrebbe.»
«Cosa?» Raoden crollò a terra accanto agli scalini di Galladon. L’alluce
continuava a fargli male con un dolore acuto come il momento in cui l’aveva
sbattuto.
«Ogni dolore, sule» mormorò Galladon. «Ogni taglio, ogni lesione, ogni
livido e ogni acciacco: rimarranno con te finché non impazzirai per la
sofferenza. Come ho detto, benvenuto a Elantris.»
«Come fate a sopportarlo?» chiese Raoden, massaggiandosi l’alluce,
un’azione che non aiutò. Era una lesione tanto piccola e sciocca, eppure
doveva lottare per impedire che lacrime di dolore gli sgorgassero dagli occhi.
«Non lo sopportiamo. O stiamo molto attenti, oppure finiamo come quei
rulo che hai visto nel cortile.»
«Nel cortile… Idos Domi!» Raoden si rimise in piedi e zoppicò verso il
cortile. Trovò il giovane mendicante nello stesso posto, vicino
all’imboccatura del vicolo. Era ancora vivo… in un certo senso.
Gli occhi del ragazzo erano fissi in aria, vacui, le pupille tremolanti. Le
sue labbra si muovevano silenziose ma non ne usciva alcun suono. Il collo
del ragazzo era stato completamente spappolato e c’era uno squarcio enorme
da un lato, che metteva allo scoperto le vertebre e la gola. Il ragazzo cercò
senza successo di respirare attraverso quel macello.
All’improvviso l’alluce di Raoden non gli sembrò così grave. «Idos
Domi…» mormorò Raoden, voltando la testa mentre gli si rivoltava lo
stomaco. Allungò una mano e la appoggiò contro il lato di un edificio per
stabilizzarsi, la testa china, mentre cercava di impedirsi di contribuire alla
melma sul selciato.
«Non rimane molto per questo» disse Galladon in tono realistico,
accovacciandosi vicino all’accattone.
«Come…?» iniziò Raoden, poi si fermò quando lo stomaco lo minacciò
di nuovo. Si sedette nella mota con un tonfo e, dopo pochi respiri profondi,

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continuò. «Per quanto vivrà così?»
«Ancora non capisci, sule» disse Galladon, la sua voce dall’accento
marcato carica di tristezza. «Lui non è vivo… nessuno di noi lo è. Ecco
perché siamo qui. Kolo? Il ragazzo resterà così per sempre. Dopotutto, è
questa la tipica durata della dannazione eterna.»
«Non c’è nulla che possiamo fare?»
Galladon scrollò le spalle. «Potremmo provare a bruciarlo, supponendo
di poter accendere un fuoco. I corpi degli Elantriani sembrano bruciare
meglio di quelli della gente normale, e alcuni pensano che sia una morte
adeguata per la nostra specie.»
«E…» disse Raoden, ancora incapace di guardare il ragazzo. «E se lo
facciamo, cosa accadrà a lui… alla sua anima?»
«Lui non ha un’anima» rispose Galladon. «O così ci dicono i sacerdoti.
Korathi, Derethi, Jeskerici… dicono tutti la stessa cosa. Siamo condannati.»
«Questo non risponde alla mia domanda. Il dolore cesserà se viene
bruciato?»
Galladon abbassò lo sguardo sul ragazzo. Alla fine si limitò a scrollare le
spalle. «Alcuni dicono che se ci bruci, ci tagli la testa o fai qualunque cosa
che distrugga completamente il nostro corpo, noi smetteremo semplicemente
di esistere. Altri sostengono che il dolore continui… che noi diventiamo
dolore. Pensano che fluttueremo privi di coscienza, incapaci di provare nulla
tranne agonia. Non mi piace nessuna delle due opzioni, ma cerco di
mantenermi tutto d’un pezzo. Kolo?»
«Sì» mormorò Raoden. «Kolo.» Si voltò, trovando finalmente il coraggio
di guardare di nuovo il ragazzo ferito. L’enorme squarcio lo fissava a sua
volta. Del sangue gocciolava lentamente dalla ferita, come se il liquido se ne
stesse lì semplicemente nelle vene, come acqua stagnante in una pozza.
Con un brivido improvviso, Raoden allungò una mano e si tastò il petto.
«Non ho alcun battito» si rese conto per la prima volta.
Galladon guardò Raoden come se avesse appena fatto un’affermazione
del tutto idiota. «Sule, tu sei morto. Kolo?»

Non bruciarono il ragazzo. Non solo non disponevano degli attrezzi adatti
per accendere un fuoco, ma Galladon lo proibì. «Non possiamo prendere una
decisione del genere. E se davvero non avesse un’anima? E se smettesse di
esistere una volta bruciato il suo corpo? Per molti, un’esistenza di dolore è
meglio che non esistere affatto.»

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Così lasciarono il ragazzo dov’era caduto, e Galladon lo fece senza alcun
ripensamento, con Raoden che lo seguiva perché non riusciva a pensare a
nient’altro da fare, anche se avvertiva il dolore della colpa con più forza del
dolore al suo alluce.
Era evidente che a Galladon non importava che Raoden lo seguisse,
andasse in un’altra direzione oppure rimanesse fermo a fissare un punto di
sudiciume interessante sulla parete. L’omone dalla pelle scura si avviò per la
strada da cui erano venuti, superando l’occasionale corpo gemente in un
canale di scolo, dando le spalle a Raoden con una postura di completa
indifferenza.
Osservando il Dula andare, Raoden cercò di radunare i suoi pensieri. Era
stato addestrato tutta una vita nella politica: anni di preparazione lo avevano
abituato a prendere decisioni rapide. Ne prese una proprio in quel momento.
Decise di fidarsi di Galladon.
C’era qualcosa di naturalmente piacevole nel Dula, qualcosa che Raoden
trovava invitante in modo indefinibile, perfino se era coperto da una patina
di pessimismo densa quanto la melma sul terreno. Era qualcosa di più della
lucidità di Galladon, di più del suo atteggiamento rilassato. Raoden aveva
visto gli occhi dell’uomo quando osservava il ragazzino sofferente. Galladon
affermava di accettare l’inevitabile, ma provava tristezza per doversi
comportare così.
Il Dula trovò il suo posto precedente sugli scalini e si rimise a sedere.
Prendendo un respiro risoluto, Raoden si diresse verso di lui e rimase di
fronte all’uomo con l’aria di aspettare qualcosa.
Galladon alzò lo sguardo. «Che c’è?»
«Ho bisogno del tuo aiuto, Galladon» disse Raoden, acquattandosi sul
terreno davanti ai gradini.
Galladon sbuffò. «Questa è Elantris, sule. Non esiste nulla di simile
all’aiuto. Dolore, follia e un bel po’ di melma sono le uniche cose che
troverai qui.»
«Da come lo dici sembra quasi che tu ci creda.»
«Stai domandando nel posto sbagliato, sule.»
«Sei l’unica persona non catatonica che ho incontrato qua dentro e che
non mi abbia aggredito» disse Raoden. «Le tue azioni sono molto più
convincenti delle tue parole.»
«Forse non ho cercato di farti del male semplicemente perché so che non
hai nulla da prendere.»
«Non ci credo.»

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Galladon scrollò le spalle come a dire: ‘Non m’importa quello che credi’ e
voltò lo sguardo, appoggiandosi con la schiena contro il lato dell’edificio e
chiudendo gli occhi.
«Hai fame, Galladon?» chiese Raoden piano.
Gli occhi dell’uomo si spalancarono di colpo.
«Ero solito domandarmi quando re Iadon nutrisse gli Elantriani» meditò
Raoden. «Non ho mai sentito di provviste che entrassero nella città, ma ho
sempre presunto che venissero mandate. Dopotutto, pensavo, gli Elantriani
rimangono in vita. Non ho mai capito. Se le persone di questa città possono
esistere senza che il loro cuore batta, probabilmente possono esistere senza
cibo. Certo, questo non significa che la fame se ne vada. Ero affamato
quando mi sono svegliato stamattina e lo sono ancora. Dalle espressioni negli
occhi di quegli uomini che mi hanno aggredito, immagino che la fame non
faccia che peggiorare.»
Raoden allungò una mano sotto il suo sudario sacrificale macchiato di
sporco, tirando fuori un minuscolo oggetto e tenendolo in alto affinché
Galladon lo vedesse. Un pezzo di carne essiccata. Gli occhi di Galladon si
aprirono del tutto, il suo volto che passava da noia a interesse. C’era un
bagliore nei suoi occhi, un po’ di quella stessa furia che Raoden aveva visto
prima negli uomini selvaggi. Era più controllata, ma era lì. Per la prima volta,
Raoden si rese conto di quanto stava rischiando sulla base della sua prima
impressione sul Dula.
«E quella da dov’è venuta?» chiese Galladon piano.
«È caduta fuori dal mio canestro quando i sacerdoti mi stavano portando
qui, perciò me la sono ficcata sotto la fusciacca. La vuoi o no?»
Galladon non rispose per un momento. «Cosa ti fa pensare che non ti
attaccherò semplicemente per prendermela?» Le parole non erano ipotetiche;
Raoden poteva capire che una parte di Galladon stava realmente prendendo
in considerazione un’azione del genere. Non riusciva a determinare quanto
fosse grande quella parte.
«Mi hai chiamato ‘sule’, Galladon. Come potresti uccidere qualcuno che
hai definito un amico?»
Galladon si sedette, ammaliato dal minuscolo pezzo di carne. Un sottile
rivolo di saliva colò involontario dal lato della sua bocca. Alzò lo sguardo su
Raoden, il quale era sempre più in apprensione. Quando i loro occhi si
incontrarono, qualcosa sprizzò dentro Galladon e la tensione si infranse.
Tutt’a un tratto il Dula proruppe in una risata profonda e riecheggiante. «Parli
Duladiano, sule?»

22
«Solo poche parole» disse Raoden in tono modesto.
«Un uomo istruito? Ricche offerte per Elantris oggi! D’accordo, subdolo
rulo, cosa vuoi?»
«Trenta giorni» rispose Raoden. «Per trenta giorni mi farai da guida e mi
dirai quello che sai.»
«Trenta giorni? Sule, tu sei kayana.»
«Per come la vedo io,» disse Raoden, accingendosi a infilare la carne di
nuovo nella fusciacca «l’unico cibo che entra mai in questo posto giunge con
i nuovi arrivati. Si deve diventare piuttosto affamati con così poche offerte e
così tante bocche da nutrire. Si potrebbe pensare che la fame possa quasi far
impazzire.»
«Venti giorni» disse Galladon, con un accenno della precedente intensità
che appariva di nuovo.
«Trenta, Galladon. Se non vuoi aiutarmi, qualcun altro lo farà.»
Galladon digrignò i denti per un momento. «Rulo» borbottò, poi protese
la mano. «Trenta giorni. Per fortuna non avevo in programma nessun lungo
viaggio per il mese prossimo.»
Raoden gli gettò la carne con una risata.
Galladon ghermì la carne. Poi, anche se la sua mano guizzò di riflesso
verso la bocca, si arrestò. Con un movimento cauto infilò la carne in una
tasca e si alzò in piedi. «Allora, come dovrei chiamarti?»
Raoden esitò. Probabilmente è meglio se la gente non sa che sono un
membro della famiglia reale, per ora. «‘Sule’ per me va benissimo.»
Galladon ridacchiò. «Un tipo riservato, vedo. Be’, andiamo, allora. È il
momento che tu faccia il giro completo.»

23
CAPITOLO
2

Sarene scese dalla nave solo per scoprire che era vedova. Era una notizia
sconcertante, naturalmente, ma non devastante come sarebbe potuta essere.
Dopotutto, lei non aveva mai incontrato suo marito. In effetti, quando Sarene
aveva lasciato la sua patria, lei e Raoden erano stati soltanto fidanzati. Aveva
presunto che il regno di Arelon avrebbe aspettato a celebrare il matrimonio
finché lei non fosse effettivamente arrivata. Da dove lei veniva, perlomeno,
ci si aspettava che entrambi fossero presenti al momento delle nozze.
«Non mi è mai piaciuta quella clausola nel contratto matrimoniale, mia
signora» disse l’accompagnatore di Sarene, una sfera di luce delle dimensioni
di un melone che fluttuava al suo fianco.
Sarene tamburellò il piede dall’irritazione mentre osservava i facchini
caricare i suoi bagagli su una carrozza. Il contratto matrimoniale era stato un
documento mostruoso lungo cinquanta pagine, e una delle molteplici
condizioni rendeva la sua promessa nuziale legalmente vincolante se lei o il
suo fidanzato fossero morti prima dell’effettiva cerimonia di nozze.
«È una clausola piuttosto comune, Ashe» disse lei. «In tal modo, il
trattato di un matrimonio politico non viene reso nullo se accade qualcosa a
una delle parti. Non l’ho mai vista invocare.»
«Fino a oggi» replicò la palla di luce, la sua voce profonda e le sue parole
ben pronunciate.
«Fino a oggi» ammise Sarene. «Come facevo a sapere che il principe
Raoden non sarebbe sopravvissuto per i cinque giorni necessari perché
attraversassimo il mare di Fjorden?» Fece un pausa, accigliandosi
meditabonda. «Citami la clausola, Ashe. Ho bisogno di sapere con esattezza
cosa dice.»
«‘Nel caso in cui un membro della succitata coppia sia chiamato a casa da
Domi misericordioso prima del momento prestabilito delle nozze,’» disse

24
Ashe «‘allora il fidanzamento sarà considerato equivalente al matrimonio in
tutti gli aspetti legali e sociali.’»
«Non lascia molto spazio di discussione, vero?»
«Temo di no, mia signora.»
Sarene si accigliò distrattamente, incrociando le braccia e picchiettandosi
la guancia col dito indice, osservando i facchini. Un uomo alto e smunto
dirigeva i lavori con occhi annoiati e un’espressione rassegnata. L’uomo, un
attendente di corte areliano di nome Ketol, era l’unico comitato di
ricevimento che re Iadon avesse ritenuto adeguato mandarle. Ketol era stato
‘rammaricato di informarla’ che il suo fidanzato era ‘perito di una malattia
imprevedibile’ mentre lei era in viaggio. Aveva reso quella dichiarazione con
lo stesso tono monocorde e disinteressato che usava per comandare i
facchini.
«Dunque,» precisò Sarene «stando alla legge, ora sono una principessa di
Arelon.»
«Questo è corretto, mia signora.»
«E la vedova di un uomo che non ho mai incontrato.»
«Di nuovo, corretto.»
Sarene scosse il capo. «Mio padre riderà fino a star male quando saprà di
questo. Non supererò mai la vergogna.»
Ashe pulsò lievemente dall’irritazione. «Mia signora, il re non
prenderebbe mai un evento tanto solenne con leggerezza. La morte del
principe Raoden senza dubbio ha portato grande sofferenza alla famiglia
regnante di Arelon.»
«Sì. Così tanta sofferenza che, in effetti, non potevano nemmeno fare lo
sforzo di venire a incontrare la loro nuova figlia.»
«Forse re Iadon sarebbe venuto di persona se avesse avuto maggiore
preavviso del nostro arrivo…»
Sarene si accigliò, ma quello che il Seon diceva aveva senso. Il suo arrivo
in anticipo, diversi giorni prima della cerimonia nuziale vera e propria, era
una sorpresa prematrimoniale per il principe Raoden. Lei aveva voluto
qualche giorno, perlomeno, per trascorrere del tempo con lui in privato e di
persona. La sua segretezza, però, aveva operato contro di lei.
«Dimmi, Ashe» disse Sarene. «Quanto tempo attende la gente di Arelon
di norma tra la morte di una persona e la sua sepoltura?»
«Non ne sono certo, mia signora» confessò Ashe. «Ho lasciato Arelon
molto tempo fa, e ho vissuto lì per un tempo così breve che non riesco a

25
ricordare molti dettagli. Comunque, i miei studi mi dicono che le usanze
areliane in generale sono simili a quelle della vostra patria.»
Sarene annuì, poi fece cenno all’attendente di re Iadon di avvicinarsi.
«Sì, mia signora?» chiese Ketol in un tono indolente.
«Si sta tenendo una veglia funebre per il principe?» chiese Sarene.
«Sì, mia signora» rispose l’attendente. «Fuori dalla cappella korathi. La
sepoltura avrà luogo stasera.»
«Voglio andare a vedere il feretro.»
Ketol esitò. «Mmm… Sua maestà ha richiesto che siate portata da lui
immediatamente…»
«Allora non mi tratterrò a lungo nella tenda funebre» disse Sarene,
dirigendosi verso la sua carrozza.

Sarene esaminò l’indaffarata tenda funebre con occhio critico, attendendo


mentre Ketol e alcuni dei facchini le sgombravano la strada per consentirle di
avvicinarsi al feretro. Doveva ammetterlo, tutto era inappuntabile: i fiori, le
offerte, i sacerdoti korathi in preghiera. L’unica stranezza era quanto la tenda
fosse affollata.
«Di sicuro ci sono parecchie persone qui» osservò rivolta ad Ashe.
«Il principe era molto apprezzato, mia signora» replicò il Seon, fluttuando
accanto a lei. Il feretro del principe Raoden era situato al centro stesso della
tenda, sorvegliato da un anello di soldati che lasciavano avvicinare le masse
solo fino a un certo punto. Mentre Sarene camminava, percepì vero
cordoglio sulle facce dei presenti.
Allora è vero, pensò. La gente lo amava proprio.
I soldati la fecero passare e lei si avvicinò al feretro. Era intagliato con
degli Aon – molti dei quali simboli di speranza e pace – secondo l’usanza
korathi. L’intera bara di legno era circondata da un anello di cibi sontuosi,
un’offerta fatta per il defunto.
«Posso vederlo?» chiese lei, voltandosi verso uno dei sacerdoti korathi,
un ometto dall’aria cordiale.
«Sono spiacente, bambina» disse il sacerdote. «Ma la malattia del principe
lo ha sfigurato in maniera sgradevole. Il re ha richiesto che al principe
venisse concessa dignità nella morte.»
Sarene annuì, voltandosi di nuovo verso il feretro. Non era certa di
quello che si aspettava di provare, lì in piedi davanti all’uomo che avrebbe
sposato. Era stranamente… arrabbiata.

26
Scacciò via quell’emozione per il momento e invece si voltò per guardarsi
in giro per la tenda. Sembrava quasi troppo formale. Anche se le persone in
visita erano ovviamente affrante, la tenda, le offerte e le decorazioni
sembravano sterili.
Un uomo dell’età e del presunto vigore di Raoden, pensò lei. Morto per i
brividi squassanti. Potrebbe accadere… ma di sicuro non sembra probabile.
«Mia… signora?» disse Ashe piano. «Qualcosa non va?»
Sarene fece cenno al Seon e si avviò di nuovo verso la carrozza. «Non lo
so» disse sottovoce. «Qualcosa non mi sembra giusto qui, Ashe.»
«Avete una natura sospettosa, mia signora» fece notare Ashe.
«Perché Iadon non sta osservando una veglia per suo figlio? Ketol ha
detto che era impegnato a corte, come se non fosse sconvolto dalla morte del
suo stesso figlio.» Sarene scosse il capo. «Ho parlato con Raoden appena
prima di lasciare Teod e pareva star bene. C’è qualcosa di sbagliato, Ashe, e
voglio sapere di cosa si tratta.»
«Oh, cielo…» disse Ashe. «Sapete, mia signora, vostro padre mi ha
davvero chiesto di cercare di tenervi fuori dai guai.»
Sarene sorrise. «Be’, questo sì che è un compito impossibile. Su,
dobbiamo andare a incontrare il mio nuovo padre.»

Sarene si appoggiò contro il finestrino della carrozza, osservando la città


passare mentre era diretta verso il palazzo. Sedette in silenzio per un
momento, con un singolo pensiero che scacciava tutti gli altri dalla sua
mente.
Cosa ci faccio qui?
Le parole che aveva rivolto ad Ashe erano state fiduciose, ma lei era
sempre stata brava a nascondere le sue preoccupazioni. Vero, era incuriosita
dalla morte del principe, ma Sarene si conosceva molto bene. Una vasta parte
di quella curiosità era un tentativo di distogliere la sua mente dalle sensazioni
di inferiorità e goffaggine… qualunque cosa per non riconoscere quello che
era: una donna brusca e allampanata che aveva quasi superato il fiore degli
anni. Ne aveva venticinque; si sarebbe dovuta sposare anni fa. Raoden era
stato la sua ultima opportunità.
Come hai osato morire, principe di Arelon?, pensò Sarene indignata.
Eppure l’ironia non le sfuggì. Era il colmo che quest’uomo, uno che aveva
pensato che potesse davvero giungere ad apprezzare, fosse morto prima
ancora che lei potesse incontrarlo. Adesso era sola in un Paese sconosciuto,

27
politicamente legata a un re di cui lei non si fidava. Era una sensazione
scoraggiante e solitaria.
Sei stata sola in precedenza, Sarene, ricordò a sé stessa. Lo supererai.
Devi solo trovare qualcosa per tenere occupata la mente. Hai un’intera nuova
corte da esplorare. Goditela.
Con un sospiro, Sarene rivolse di nuovo l’attenzione alla città. Malgrado
una considerevole esperienza al servizio dei corpi diplomatici di suo padre,
lei non aveva mai visitato Arelon. Fin dalla caduta di Elantris, Arelon era
stata ufficiosamente messa in quarantena dalla maggior parte degli altri regni.
Nessuno sapeva perché la mistica città fosse stata maledetta e tutti erano
preoccupati che il morbo elantriano potesse diffondersi.
Sarene però rimase sorpresa dal lusso che vide a Kae. Le vie principali
della città erano ampie e ben tenute. La gente per strada era ben vestita e lei
non vedeva nemmeno un mendicante. Da un lato, un gruppo di sacerdoti
korathi in vesti blu camminava discretamente tra la folla, guidando una strana
persona con una vesta bianca. Sarene osservò la processione, domandandosi
di cosa potesse trattarsi, finché il gruppo non scomparve dietro un angolo.
Dal suo punto elevato, Kae non rifletteva nulla delle difficoltà
economiche che si diceva attanagliassero Arelon. La carrozza superò dozzine
di ville recintate, ciascuna costruita con uno stile architettonico diverso.
Alcune erano vaste, con ali ampie e tetti a punta, seguendo le costruzioni
duladiane. Altre erano più simili a castelli, con mura di pietra che parevano
essere state trasportate direttamente dal paesaggio militaristico di Fjorden. Ma
tutte quelle ville avevano qualcosa in comune: la ricchezza. Forse la gente di
questo Paese moriva di fame, ma Kae – sede dell’aristocrazia di Arelon – non
pareva averlo notato.
Naturalmente, un’ombra inquietante pendeva ancora sopra la città. Le
enormi mura di Elantris si elevavano in lontananza, e Sarene rabbrividì nello
scorgere le loro pietre spoglie e imponenti. Aveva sentito storie su Elantris
per buona parte della sua vita, racconti delle magie che un tempo aveva
prodotto e delle mostruosità che adesso abitavano le sue strade buie. Per
quanto le case fossero sgargianti, per quanto le strade fossero ricche,
quell’unico monumento si ergeva come la testimonianza di tutto quello che
non andava bene ad Arelon.
«Perché mai vivono qui, mi domando?» chiese Sarene.
«Mia signora?» chiese Ashe.
«Perché re Iadon ha costruito il suo palazzo a Kae? Perché scegliere una
città così vicina a Elantris?»

28
«Sospetto che i motivi siano principalmente economici, mia signora»
disse Ashe. «Ci sono solo un paio di porti praticabili sulla costa areliana
settentrionale, e questo è il migliore.»
Sarene annuì. La baia formata dalla confluenza del fiume Aredel
nell’oceano era una posizione invidiabile per un porto. Ma ciononostante…
«Forse le ragioni sono politiche» rifletté Sarene. «Iadon ha preso il potere
durante tempi turbolenti: forse pensa che rimanere vicino alla vecchia
capitale gli darà autorità.»
«Forse, mia signora» disse Ashe.
Non che abbia così importanza, pensò lei. A quanto pareva, la prossimità
a Elantris – o agli Elantriani – non aumentava le probabilità che una persona
venisse colpita dallo Shaod.
Distolse lo sguardo dal finestrino, osservando Ashe, che fluttuava sopra il
sedile accanto a lei. Sarene non aveva ancora visto nessun Seon nelle strade
di Kae, anche se le creature – che si diceva fossero antiche creazioni di magia
elantriana – erano ritenute ancor più comuni ad Arelon che nella sua patria.
Se strizzava gli occhi, riusciva a malapena a distinguere l’Aon luminescente al
centro della luce di Ashe.
«Perlomeno il trattato è al sicuro» disse infine Sarene.
«Sempre che voi rimaniate ad Arelon, mia signora» disse Ashe nella sua
voce profonda. «Almeno questo è ciò che dice il contratto matrimoniale.
Finché restate qui e ‘rimanete fedele a vostro marito’, re Iadon deve onorare
la sua alleanza con Teod.»
«Rimanere fedele a un uomo morto» borbottò Sarene con un sospiro.
«Be’, questo significa che devo restare, marito o no.»
«Se lo dite voi, mia signora.»
«Ci serve questo trattato, Ashe» disse Sarene. «Fjorden sta espandendo la
sua influenza a un ritmo incredibile. Cinque anni fa avrei detto che non
avevamo bisogno di preoccuparci, che i sacerdoti di Fjorden non avrebbero
mai rappresentato un potere ad Arelon. Ma ora…» Sarene scosse il capo. Il
crollo della repubblica duladiana aveva cambiato così tanto.
«Non ci saremmo dovuti mantenere così distaccati da Arelon in questi
ultimi dieci anni, Ashe» disse lei. «Probabilmente non mi troverei in questo
impiccio se avessimo forgiato legami forti con il nuovo governo areliano
dieci anni fa.»
«Vostro padre temeva che il loro trambusto politico avrebbe contagiato
Teod» disse Ashe. «Per non parlare del Reod: nessuno era certo che quello
che colpiva gli Elantriani non avrebbe influenzato anche la gente normale.»

29
La carrozza rallentò e Sarene esalò un sospiro, lasciando cadere
l’argomento. Suo padre sapeva che Fjorden era un pericolo e capiva che le
vecchie alleanze dovevano essere riforgiate; era quello il motivo per cui lei si
trovava ad Arelon. Davanti a loro, i cancelli del palazzo si spalancarono.
Senza amici o meno, Sarene era arrivata e Teod dipendeva da lei. Doveva
preparare Arelon per la guerra imminente… Una guerra che era divenuta
inevitabile nel momento in cui Elantris era caduta.

Il nuovo padre di Sarene, re Iadon di Arelon, era un uomo esile con un


volto scaltro. Stava conferendo con diversi dei suoi amministratori quando
Sarene entrò nella sala del trono, e rimase lì inosservata per quasi quindici
minuti prima che lui le rivolgesse anche solo un cenno del capo.
Personalmente, non le importava di attendere – le dava un’opportunità per
osservare l’uomo a cui adesso aveva votato la sua obbedienza – ma la sua
dignità non poté fare a meno di essere un poco offesa da quel trattamento. Il
suo solo rango di principessa di Teod avrebbe dovuto fruttarle
un’accoglienza che fosse, se non grandiosa, quantomeno puntuale.
Mentre aspettava, una cosa la colpì immediatamente. Iadon non aveva
l’aria di un uomo che stesse piangendo la scomparsa di suo figlio, nonché
suo erede. Non c’era alcun segno di dolore nei suoi occhi, nulla della fatica
carica di tensione che in genere accompagnava la dipartita di una persona
amata. In effetti, l’aria della corte stessa pareva insolitamente priva di segni di
lutto.
Iadon è un uomo insensibile, allora?, si domandò Sarene incuriosita.
Oppure è semplicemente una persona che sa come controllare le proprie
emozioni?
Anni trascorsi alla corte di suo padre avevano insegnato a Sarene a
riconoscere caratteri nobili. Anche se non riusciva a udire quello che Iadon
stava dicendo – le era stato detto di rimanere in fondo alla stanza e attendere
il permesso di avvicinarsi – le azioni e le pose del re le davano un’idea del
suo carattere. Iadon parlava con fermezza, dando istruzioni dirette, facendo
una pausa di tanto in tanto per picchiettare la mappa sul tavolo con un dito
esile. Era un uomo dalla personalità forte, stabilì Sarene, uno con un’idea ben
definita di come voleva che le cose venissero fatte. Non era un brutto segno.
Provvisoriamente, Sarene decise che quello era un uomo con cui avrebbe
potuto essere in grado di lavorare.
Avrebbe rivisto quell’opinione a breve.

30
Re Iadon le fece cenno di avvicinarsi. Cautamente, lei nascose la propria
irritazione per l’attesa e gli si avvicinò con un’aria appropriata di nobile
sottomissione. Lui la interruppe a metà della riverenza.
«Nessuno mi aveva detto che fossi così alta» dichiarò.
«Mio signore?» disse lei, alzando lo sguardo.
«Be’, immagino che l’unico a cui questo sarebbe importato non sia qui
per vederlo. Eshen!» sbraitò, facendo sobbalzare una donna che si trovava
quasi nascosta al lato opposto della sala.
«Porta costei alle sue stanze e assicurati che abbia parecchie cose a tenerla
occupata. Sferruzzare o qualunque altra cosa diverta voi donne.» Detto
questo, il re si voltò verso il suo appuntamento successivo, un gruppo di
mercanti.
Sarene rimase lì a metà riverenza, sbigottita per la completa mancanza di
cortesia di Iadon. Solo anni di addestramento a corte impedirono alla sua
mascella di spalancarsi. Rapida ma insicura, la donna a cui Iadon aveva dato
ordini – la regina Eshen, la moglie del re – si affrettò verso Sarene e le prese
il braccio. Eshen era bassa e di corporatura esile, i suoi capelli aonici di un
biondo tendente al bruno che stavano solo cominciando a striarsi di grigio.
«Vieni, bambina» disse Eshen con una voce acuta. «Non dobbiamo
sprecare il tempo del re.»
Sarene si lasciò tirare attraverso una delle porte laterali della sala. «Domi
misericordioso» borbottò tra sé. «In cosa mi sono cacciata?»

«… E adorerai quando le rose sbocceranno. Le farò piantare dai


giardinieri in modo che tu possa odorarle senza nemmeno sporgerti dalla
finestra. Vorrei che non fossero così grandi, però.»
Sarene si accigliò dalla confusione. «Le rose?»
«No, cara» proseguì la regina, interrompendosi a malapena. «Le finestre.
Non riesci a credere quant’è brillante il sole quando ci splende attraverso la
mattina. Ho chiesto a loro – ai giardinieri, intendo – di trovarmene alcune
arancione, perché adoro proprio l’arancione, ma finora ne hanno trovate solo
alcune gialle davvero agghiaccianti. ‘Se volessi del giallo’ ho detto loro ‘vi
farei piantare delle abertinie.’ Avresti dovuto vederli scusarsi: sono certa che
ne avremo alcune arancioni per la fine dell’anno prossimo. Non pensi che
sarebbe adorabile, cara? Certo, le finestre saranno ancora troppo grandi.
Forse posso farne murare un paio.»
Sarene annuì, affascinata… non dalla conversazione, ma dalla regina.
Sarene aveva presunto che i conferenzieri all’accademia di suo padre fossero

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stati abili nel non dire nulla con parecchie parole, ma Eshen li faceva
impallidire tutti. La regina svolazzava da un argomento all’altro come una
farfalla in cerca di un posto dove posarsi, ma non trovandone mai nessuno
abbastanza adatto per una permanenza prolungata. Qualsiasi argomento
avrebbe potuto rappresentare una potenziale base per una conversazione
interessante, ma la regina non lasciava mai che Sarene ne afferrasse uno
quanto bastava per rendervi giustizia.
Sarene trasse un respiro per calmarsi, dicendo a sé stessa di essere
paziente. Non poteva incolpare la regina per essere com’era; Domi insegnava
che le personalità di ciascuno erano doni di cui godere. La regina era
affascinante, nelle sue farneticazioni. Purtroppo, dopo aver incontrato sia il
re che la regina, Sarene stava cominciando a sospettare che avrebbe avuto
problemi a trovare alleati politici ad Arelon.
Qualcos’altro turbava Sarene… qualcosa di strano nel modo in cui Eshen
si comportava. Nessuno poteva plausibilmente parlare così tanto come la
regina: non lasciava passare nemmeno un momento di silenzio. Era quasi
come se la donna fosse a disagio vicino a Sarene. Poi, in un momento di
consapevolezza, Sarene comprese di cosa si trattava. Eshen parlava di ogni
argomento immaginabile tranne quello più importante: il principe defunto.
Sarene strinse gli occhi dal sospetto. Non poteva esserne certa – Eshen
dopotutto era una persona molto volubile – ma pareva che la regina si
comportasse in modo troppo allegro per una donna che aveva appena perso
suo figlio.
«Ecco la tua stanza, cara. Abbiamo disfatto i tuoi bagagli e abbiamo
aggiunto anche alcune cose. Hai abiti di ogni colore, perfino il giallo, anche
se non riesco a immaginare perché mai vorresti indossarlo. Colore orrendo.
Non che i tuoi capelli siano orrendi, naturalmente. Biondo non è lo stesso di
giallo, no. Non più di quanto un cavallo sia un ortaggio. Non abbiamo ancora
un cavallo per te, ma puoi prenderne uno dalle stalle del re, quello che
preferisci. Abbiamo parecchi animali eccellenti, vedi, Duladel è bellissima in
questo periodo dell’anno.»
«Ma certo» disse Sarene, guardandosi attorno per la stanza. Era piccola
ma perfetta per i suoi gusti. Troppo spazio poteva essere scoraggiante così
come troppo poco poteva essere angusto.
«Ora, avrai bisogno di questi, cara» disse Eshen, indicando con una
piccola mano una pila di indumenti che non erano appesi come il resto, come
se fossero stati consegnati solo di recente. Tutti i vestiti nella pila
condividevano un’unica caratteristica.

32
«Nero?» chiese Sarene.
«Certamente. Tu sei… sei…» Eshen si impappinò sulle parole.
«Sono in lutto» si rese conto Sarene. Tamburellò il piede insoddisfatta: il
nero non era uno dei suoi colori preferiti.
Eshen annuì. «Puoi indossare uno di quelli al funerale stasera. Dovrebbe
essere una bella funzione: mi sono occupata io dei preparativi.» Iniziò di
nuovo a parlare dei suoi fiori preferiti e il monologo presto degenerò in una
dissertazione su quanto odiava la cucina di Fjorden. Con gentilezza ma anche
con decisione, Sarene condusse la donna alla porta, annuendo cortesemente.
Non appena raggiunsero il corridoio, Sarene affermò di essere affaticata per i
suoi viaggi e interruppe uno dei fiumi di parole della regina chiudendo la
porta.
«Questo mi verrà a noia molto presto» disse Sarene tra sé.
«La regina non ha un grosso dono per la conversazione, mia signora»
convenne una voce profonda.
«Cos’hai scoperto?» chiese Sarene, dirigendosi a passare in rassegna la
pila di abiti scuri mentre Ashe fluttuava dentro dalla finestra aperta.
«Non ho trovato tanti Seon quanti mi sarei aspettato. Mi sembra di
ricordare che un tempo questa città fosse stracolma di noi.»
«Anch’io l’ho notato» disse Sarene, tenendo in alto un abito di fronte allo
specchio, poi scartandolo scrollando la testa. «Immagino che le cose siano
diverse ora.»
«Lo sono davvero. Come da vostre istruzioni, ho chiesto agli altri Seon
cosa sapevano sulla morte prematura del principe. Purtroppo, mia signora,
erano esitanti a discutere di quel fatto: considerano un presagio estremamente
funesto che il principe sia morto così presto poco prima delle sue nozze.»
«Specialmente per lui» borbottò Sarene, togliendosi i suoi vestiti per
provarsi l’abito. «Ashe, sta succedendo qualcosa di strano: penso che forse
qualcuno abbia ucciso il principe.»
«Ucciso, mia signora?» La voce profonda di Ashe era carica di
disapprovazione e lui pulsò lievemente a quel commento. «Chi farebbe una
cosa del genere?»
«Non lo so, ma… ho la sensazione che ci sia qualcosa di strano. Questa
non sembra una corte in lutto. Prendi la regina, per esempio. Non è apparsa
sconvolta quando parlava con me: si poteva pensare che sarebbe stata
almeno un po’ turbata dal fatto che suo figlio sia morto ieri.»
«C’è una spiegazione semplice per questo, mia signora. La regina Eshen
non è la madre del principe Raoden. Raoden è nato dalla prima moglie di

33
Iadon, che è morta oltre dodici anni fa.»
«Quando si è risposato?»
«Proprio dopo il Reod» disse Ashe. «Appena qualche mese dopo aver
preso il trono.»
Sarene si accigliò. «Sono ancora sospettosa» decise, allungando
goffamente una mano dietro di sé per abbottonare il retro dell’abito. Poi si
osservò allo specchio, guardando il vestito con occhio critico. «Be’, almeno
calza… anche se mi fa sembrare pallida. Avevo quasi paura che mi arrivasse
solo al ginocchio. Queste donne areliane sono tutte così innaturalmente
basse.»
«Se lo dite voi, mia signora» ribatté Ashe. Lui sapeva bene quanto lei che
le donne areliane non erano così basse; perfino a Teod Sarene era stata più
alta di una testa rispetto alla maggior parte delle altre donne. Suo padre da
bambina l’aveva chiamata Palo di Leky, prendendo a prestito il nome
dall’alto palo sottile che contrassegnava la linea della meta nel suo sport
preferito. Perfino dopo essersi riempita durante l’adolescenza, Sarene era
ancora innegabilmente allampanata.
«Mia signora» disse Ashe, interrompendo la sua meditazione.
«Sì, Ashe?»
«Vostro padre è impaziente di parlare con voi. Penso che abbiate delle
notizie che merita di udire.»
Sarene annuì, trattenendo un sospiro, e Ashe iniziò a pulsare
intensamente. Un momento più tardi, la palla di luce che formava la sua
essenza si fuse in una testa splendente simile a un busto. Il re Eventeo di
Teod.
«’Ene?» chiese suo padre, le labbra della testa luminosa che si
muovevano. Era un uomo robusto, con un grosso volto ovale e un mento
spesso.
«Sì, padre. Sono qui.» Suo padre si trovava accanto a un Seon simile –
probabilmente Deo – che era cambiato per assomigliare a
un’approssimazione lucente della testa di Sarene.
«Sei nervosa per il matrimonio?» chiese Eventeo con apprensione.
«Be’, riguardo il matrimonio…» disse lei lentamente. «Probabilmente
vorrai cancellare i tuoi progetti di venire la prossima settimana. Per te non ci
sarà molto da vedere.»
«Cosa?»
Ashe aveva avuto ragione: suo padre non rise quando udì che Raoden era
morto. Invece la sua voce assunse un tono di netta preoccupazione, la faccia

34
lucente turbata. La sua preoccupazione crebbe quando Sarene spiegò come la
morte era vincolante come un matrimonio vero e proprio.
«Oh, ’Ene, mi dispiace» disse suo padre. «So quanto ti aspettavi da
questo matrimonio.»
«Sciocchezze, padre.» Eventeo la conosceva fin troppo bene. «Non ho
nemmeno incontrato quell’uomo: come avrei potuto avere qualche
aspettativa?»
«Non l’avevi incontrato, ma avevi parlato con lui tramite Seon, e avevi
scritto tutte quelle lettere. Ti conosco, ’Ene: sei una romantica. Non avresti
mai deciso di andare avanti con questo se non ti fossi convinta appieno di
poter amare Raoden.»
Quelle parole risuonarono vere e all’improvviso la solitudine di Sarene
ritornò. Aveva trascorso il viaggio per il mare di Fjorden in uno stato di
incredulo nervosismo, al contempo eccitata e timorosa alla prospettiva di
incontrare l’uomo che sarebbe diventato suo marito. Più eccitata che
timorosa, però.
Era stata lontana da Teod molte volte, ma era sempre andata con altri
compatrioti. Stavolta era venuta per conto suo, viaggiando prima del resto
della comitiva del matrimonio per sorprendere Raoden. Aveva letto e riletto
le lettere del principe così tante volte che aveva iniziato ad avere la
sensazione di conoscerlo, e la persona che aveva messo assieme da quei fogli
di carta era un uomo complesso e compassionevole che lei era stata molto
ansiosa di incontrare.
E ora non l’avrebbe mai fatto. Si sentiva più che sola: si sentiva
respinta… di nuovo. Non voluta. Aveva atteso tutti quegli anni, sopportata da
un padre paziente che non sapeva come gli uomini della sua patria la
evitavano, come erano spaventati dalla sua personalità schietta, arrogante
perfino. Finalmente Sarene aveva trovato un uomo disposto ad averla, e
Domi gliel’aveva portato via all’ultimo momento.
Sarene finalmente iniziò a permettersi di provare parte delle emozioni che
aveva tenuto bene nascoste fin da quando era scesa dalla nave. Era lieta che il
Seon trasmettesse solo le sue fattezze, poiché sarebbe stata mortificata se suo
padre avesse visto la lacrima che le colava lungo la guancia.
«Questo è sciocco, padre» disse. «Si trattava di un semplice matrimonio
politico e lo sapevamo tutti. Ora i nostri paesi hanno qualcosa di più in
comune oltre alla lingua: le nostre dinastie reali sono collegate.»
«Oh, tesoro…» suo padre sussurrò. «Mia piccola Sarene. Avevo tanto
sperato che questo avrebbe funzionato: non sai quanto tua madre e io

35
pregavamo che avresti trovato la felicità qui. Idos Domi! Non saremmo
dovuti andare fino in fondo con questo.»
«Io ti ci avrei costretto, padre» disse Sarene. «Abbiamo troppo bisogno
del trattato con Arelon. La nostra flotta non terrà lontano Fjorden dalle nostre
coste ancora per molto: l’intera marina militare svordica è sotto il comando
del Wyrn.»
«Piccola Sarene, come sei cresciuta» disse suo padre attraverso il
collegamento del Seon.
«Cresciuta e pienamente capace di sposarmi con un cadavere.» Sarene
rise debolmente. «Probabilmente è la cosa migliore. Non penso che il
principe Raoden si sarebbe rivelato come me l’ero immaginato: dovresti
conoscere suo padre.»
«Ho sentito delle storie. Speravo che non fossero vere.»
«Oh, lo sono» disse Sarene, lasciando che la sua insoddisfazione verso il
monarca areliano bruciasse via la sua tristezza. «Re Iadon dev’essere proprio
l’uomo più sgradevole che io abbia mai incontrato. Mi ha rivolto a malapena
la parola prima di mandarmi via a, per dirla con le sue parole, ‘sferruzzare e
qualunque altra cosa fate voi donne’. Se Raoden assomigliava a suo padre
solo un poco, allora sto molto meglio così.»
Ci fu una pausa momentanea prima che suo padre rispondesse. «Sarene,
vuoi tornare a casa? Posso annullare il contratto se voglio, a prescindere da
quello che dicono le leggi.»
L’offerta era allettante… più allettante di quanto lei avrebbe mai
ammesso. Esitò. «No, padre» disse infine con una scrollata inconscia della
testa. «Devo restare. Questa è stata una mia idea, la morte di Raoden non
cambia il fatto che abbiamo bisogno di questa alleanza. Inoltre, ritornare a
casa romperebbe la tradizione: sappiamo entrambi che Iadon è mio padre
adesso. Sarebbe inopportuno che tu mi riprendessi nella tua casa.»
«Io sarò sempre tuo padre, ’Ene. Domi maledica le tradizioni: Teod ti
accoglierà sempre a braccia aperte.»
«Grazie, padre» disse Sarene piano. «Avevo bisogno di sentirlo. Ma
penso ancora che dovrei restare. Per adesso, almeno. Inoltre potrebbe essere
interessante. Ho una corte completamente nuova, piena di persone con cui
giocare.»
«’Ene…» disse suo padre con apprensione. «Conosco quel tono. Cos’hai
in mente?»
«Nulla» disse lei. «Ci sono solo alcune cose in cui voglio ficcare il naso
prima di desistere completamente con questo matrimonio.»

36
Ci fu una pausa, poi suo padre ridacchiò. «Che Domi li protegga: non
sanno cosa gli abbiamo mandato. Vacci piano con loro, Palo di Leky. Non
voglio ricevere tra un mese un messaggio dal ministro Naolen che mi
informa che re Iadon se l’è filata per unirsi a un monastero korathi e la gente
di Arelon ha nominato te al suo posto.»
«D’accordo» disse Sarene con un debole sorriso. «Aspetterò almeno due
mesi, allora.»
Suo padre proruppe in un altro scoppio della sua caratteristica risata, un
suono che le fece bene più di qualunque dei suoi consigli o delle sue parole
di conforto. «Aspetta un minuto, ’Ene» disse dopo che la risata si placò.
«Lasciami andare a prendere tua madre: vorrà parlare con te.» Poi, dopo un
momento, ridacchiò e continuò: «Stramazzerà al suolo quando le dirò che hai
già ucciso il povero Raoden.»
«Padre!» esclamò Sarene… ma lui se n’era già andato.

37
CAPITOLO
3

Nessuno della popolazione di Arelon diede il benvenuto al loro salvatore


quando arrivò. Era un affronto, naturalmente, ma non inatteso. La gente di
Arelon – in particolare coloro che vivevano vicino alla famigerata città di
Elantris – era nota per le sue usanze atee, quasi eretiche. Hrathen era venuto
per cambiare tutto ciò. Aveva tre mesi per convertire l’intero regno di Arelon;
altrimenti il Sacro Jaddeth, signore dell’intera creazione, l’avrebbe distrutto.
Finalmente era giunto il momento che Arelon accettasse le verità della
religione derethi.
Hrathen scese lungo la passerella. Oltre i moli, con il loro continuo viavai
di carico e scarico, si estendeva la città di Kae. A poca distanza al di là di Kae,
Hrathen poteva vedere un muro di pietra torreggiante: la vecchia città di
Elantris. Dall’altro lato di Kae, alla sinistra di Hrathen, la terra si inclinava in
modo ripido, sollevandosi fino a un’alta collina, le pendici di quelle che
sarebbero diventate le montagne Dathreki. Dietro di lui c’era l’oceano.
Nel complesso, Hrathen non era impressionato. In epoche passate,
quattro piccole città avevano circondato Elantris, ma solo Kae – la nuova
capitale di Arelon – era ancora abitata. Kae era troppo disorganizzata, troppo
sparpagliata per essere difendibile, e la sua unica fortificazione sembrava
essere una piccola cinta di mura in pietra alta cinque piedi… più un confine
che altro.
La ritirata dentro Elantris sarebbe stata difficile e solo marginalmente
efficace. Gli edifici di Kae avrebbero fornito un’eccellente copertura per una
forza di invasione, e alcune delle strutture più periferiche di Kae parevano
costruite quasi contro le mura di Elantris. Quella non era una nazione abituata
alla guerra. Eppure, di tutti i regni del continente di Sycla – la terra chiamata
Opelon dagli Areliani – solo Arelon stessa aveva evitato il dominio

38
dell’impero di Fjorden. Naturalmente anche quello era qualcosa che Hrathen
avrebbe cambiato presto.
Hrathen si allontanò a grandi passi dalla nave e la sua presenza causò una
certa agitazione tra la gente. Gli operai interruppero il loro lavoro mentre lui
passava, fissandolo con stupore impressionato. Le conversazioni morivano
quando gli occhi cadevano su di lui. Hrathen non rallentava per nessuno, ma
non aveva importanza, poiché la gente si toglieva rapidamente dalla sua
strada. Forse si trattava dei suoi occhi, ma più probabilmente era la sua
armatura. Rosso sangue e scintillante nella luce del sole, l’armatura a piastre
di un alto sacerdote imperiale derethi era una vista imponente perfino per chi
ci era abituato.
Stava cominciando a pensare che avrebbe dovuto trovare da solo la
strada per la cappella derethi della città quando notò una macchia rossa farsi
strada a zig zag tra la folla. La macchia presto si condensò in una figura tozza
e dalla calvizie incipiente avvolta nel rosso delle vesti derethi. «Mio signore
Hrathen!» chiamò l’uomo.
Hrathen si fermò, permettendo a Fjon – il capo arteth derethi di Kae – di
avvicinarsi. Fjon sbuffò e si asciugò la fronte con un fazzoletto di seta.
«Sono terribilmente spiacente, eminenza. Il registro prevedeva che arrivaste
su una nave differente. Ho scoperto che eravate a bordo solo quando erano
quasi a metà delle operazioni di scarico. Ho dovuto lasciare indietro la
carrozza: non riuscivo a farla passare attraverso la folla.»
Hrathen strinse gli occhi dal disappunto, ma non disse nulla. Fjon
continuò a blaterare per un momento prima di decidere finalmente di guidare
Hrathen alla cappella derethi, scusandosi ancora per la mancanza di un mezzo
di trasporto. Hrathen seguì la sua guida grassottella con una falcata misurata,
insoddisfatto. Fjon avanzava trotterellando con un sorriso sulle labbra, di
tanto in tanto facendo cenni a dei passanti per le strade, urlando convenevoli.
Le persone rispondevano in modo simile… perlomeno finché non vedevano
Hrathen, con il mantello rosso sangue che sventolava alle sue spalle e la
prorompente armatura tagliata con angoli netti e linee severe. Allora
tacevano, i saluti morivano sulle labbra, gli occhi seguivano Hrathen finché
lui non passava. Era così che doveva essere.
La cappella era un’alta struttura di pietra, completa di tendaggi color
rosso vivo e guglie torreggianti. Qui, almeno, Hrathen trovò qualcosa della
maestosità a cui era abituato. All’interno, però, si trovò davanti una vista
inquietante: una folla di persone coinvolte in qualche specie di attività
sociale. Quelle persone si muovevano in giro disordinatamente, ignorando la

39
sacra struttura in cui si trovavano, ridendo e scherzando. Era troppo. Hrathen
aveva sentito i rapporti e vi aveva creduto. Ora ne aveva la conferma.
«Arteth Fjon, raduna i tuoi sacerdoti» disse Hrathen… le prime parole che
aveva pronunciato dal suo arrivo sul suolo areliano.
L’arteth sobbalzò, come sorpreso di udire finalmente dei suoni provenire
dal suo illustre ospite. «Sì, mio signore» disse, facendo dei cenni per
terminare il raduno.
Ci volle un tempo tanto lungo da essere frustrante, ma Hrathen tollerò il
processo con un’espressione piatta. Quando la gente se ne fu andata, lui si
avvicinò ai sacerdoti, i suoi piedi in armatura che schioccavano contro il
pavimento di pietra della cappella. Quando finalmente parlò, le sue parole
erano dirette a Fjon.
«Arteth,» disse, usando il titolo derethi dell’uomo «la nave che mi ha
portato qui partirà per Fjorden tra un’ora. Tu dovrai essere a bordo.»
La mascella di Fjon si spalancò dall’agitazione. «Cos…»
«Parla fjordell, uomo!» sbottò Hrathen. «Di sicuro tre anni tra i pagani di
Arelon non ti hanno corrotto fino al punto di aver dimenticato la tua lingua
natale?»
«No, no, eminenza» replicò Fjon, passando dall’aonico al fjordell. «Ma
io…»
«Basta» Hrathen lo interruppe di nuovo. «Ho ordini dal Wyrn in persona.
Hai trascorso fin troppo tempo tra la cultura areliana: hai dimenticato la tua
sacra vocazione e sei incapace di provvedere al progresso dell’impero di
Jaddeth. Queste persone non hanno bisogno di un amico: hanno bisogno di
un sacerdote. Un sacerdote derethi. Osservandoti fraternizzare, chiunque
penserebbe che tu sia Korathi. Non siamo qui per amare le persone: siamo
qui per aiutarle. Tu te ne andrai.»
Fjon si afflosciò all’indietro contro uno dei pilastri della sala, i suoi occhi
strabuzzati e gli arti che perdevano la loro forza. «Ma chi sarà capo arteth
della cappella in mia assenza, mio signore? Gli altri arteth sono così
inesperti.»
«Questi sono tempi cruciali, arteth» disse Hrathen. «Io rimarrò ad Arelon
per dirigere personalmente il lavoro. Che Jaddeth mi conceda il successo.»

Aveva sperato in un ufficio con una vista migliore, ma la cappella, per


quanto maestosa, non aveva un primo piano. Per fortuna i terreni erano ben
tenuti e il suo ufficio – la vecchia stanza di Fjon – dava su siepi ben potate e
aiuole di fiori disposte in maniera attenta.

40
Ora che aveva sgombrato le pareti dai dipinti – per la maggior parte
paesaggi naturali agresti – e aveva gettato fuori i numerosi effetti personali di
Fjon, la camera si stava avvicinando a un livello di ordine dignitoso e
appropriato per un gyorn derethi. Tutto quello di cui aveva bisogno erano
alcuni tendaggi e forse uno scudo o due.
Annuendo tra sé, Hrathen rivolse la sua attenzione di nuovo alla
pergamena sulla scrivania. I suoi ordini. Osava a malapena tenerli tra le sue
mani profane. Rilesse le parole più e più volte nella sua mente,
imprimendone sia la forma fisica sia il significato teologico nella sua anima.
«Mio signore… eminenza?» chiese una voce sommessa in fjordell.
Hrathen alzò lo sguardo. Fjon entrò nella stanza, poi si accucciò in una
servile posa rannicchiata sul pavimento, la fronte che toccava terra. Hrathen
si concesse di sorridere, sapendo che l’arteth penitente non poteva vedere la
sua faccia. Forse c’era ancora speranza per Fjon.
«Parla» disse Hrathen.
«Io ho sbagliato, mio signore. Ho agito in modo contrario ai piani del
nostro signore Jaddeth.»
«Il tuo peccato è stato la compiacenza, arteth. L’appagamento ha distrutto
più nazioni di qualunque esercito e ha rivendicato più anime di quanto
abbiano fatto perfino le eresie elantriane.»
«Sì, mio signore.»
«Devi comunque andartene, arteth» disse Hrathen.
Le spalle dell’uomo si afflosciarono un poco. «Allora non c’è alcuna
speranza per me, mio signore?»
«A parlare è la stupidità areliana, arteth, non orgoglio fjordell.» Hrathen
protese una mano verso il basso, afferrando la spalla dell’uomo. «Alzati,
fratello mio!» ordinò.
Fjon sollevò lo sguardo, la speranza che tornava nei suoi occhi.
«La tua mente può essere stata corrotta da pensieri areliani, ma la tua
anima è ancora fjordell. Tu fai parte dei prescelti di Jaddeth: tutti i fjordell
hanno un posto al servizio nel Suo impero. Ritorna nella nostra patria,
unisciti a un monastero per rientrare in contatto con quelle cose che hai
dimenticato e ti sarà concesso un altro modo per servire l’impero.»
«Sì, mio signore.»
La stretta di Hrathen divenne più forte. «Comprendi questo prima di
partire, arteth. Il mio arrivo è una benedizione più di quanto tu possa mai
capire. Non tutti i piani di Jaddeth ti sono resi noti; non cercare di indovinare
i voleri del nostro Dio.» Fece una pausa, meditando sulla sua prossima

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mossa. Dopo un attimo decise: quell’uomo aveva ancora un valore. Hrathen
aveva un’opportunità unica di ribaltare buona parte della perversione di
Arelon sull’anima di Fjon in un colpo solo. «Guarda qui sul tavolo, arteth.
Leggi quella pergamena.»
Fjon guardò verso la scrivania, gli occhi che trovavano la pergamena
posata lì sopra. Hrathen lasciò andare la spalla dell’uomo, permettendogli di
girare attorno alla scrivania e leggere.
«Questo è il sigillo ufficiale del Wyrn in persona!» disse Fjon, prendendo
in mano la pergamena.
«Non solo il sigillo, arteth» disse Hrathen. «Sua è anche la firma. Il
documento che tieni in mano è stato vergato da Sua santità in persona. Quella
non è solo una lettera: è un testo sacro.»
Fjon sgranò gli occhi e le sue dita iniziarono a tremolare. «Il Wyrn in
persona?» Poi, rendendosi conto appieno di quello che stava tenendo nella
sua mano indegna, lasciò cadere la pergamena sulla scrivania con un uggiolio
sommesso. I suoi occhi non si staccarono dalla lettera, però. Erano ammaliati
e leggevano le parole con la stessa voracità con cui un uomo affamato
divorava un arrosto di manzo. Poche persone avevano avuto una reale
opportunità di leggere parole scritte dalla mano del profeta di Jaddeth e Sacro
Imperatore.
Hrathen diede al sacerdote tempo per leggere la pergamena, poi rileggerla
una volta e un’altra volta ancora. Quando finalmente Fjon alzò lo sguardo,
sul suo volto c’era comprensione… e gratitudine. L’uomo era abbastanza
intelligente. Sapeva cosa gli avrebbero richiesto gli ordini, se fosse rimasto in
carica a Kae.
«Grazie» borbottò Fjon.
Hrathen annuì cortesemente. «Avresti potuto farlo? Avresti potuto
eseguire gli ordini del Wyrn?»
Fjon scosse il capo, gli occhi che dardeggiavano di nuovo verso la
pergamena. «No, eminenza. Non avrei potuto… Non sarei riuscito ad agire –
non sarei nemmeno riuscito a pensarci – con quello sulla mia coscienza. Non
invidio la vostra posizione, mio signore. Non più.»
«Torna a Fjorden con la mia benedizione, fratello» disse Hrathen,
prendendo una piccola busta da una borsa sul tavolo. «Da’ questo ai
sacerdoti lì. È una lettera da parte mia che li informa che hai accettato la tua
riassegnazione con il contegno appropriato per un servitore di Jaddeth.
Faranno in modo che tu sia assegnato a un monastero. Forse un giorno ti sarà

42
concesso nuovamente di guidare una cappella, una ben all’interno dei confini
di Fjorden.»
«Sì, mio signore. Grazie, mio signore.»
Fjon si ritirò, chiudendo la porta dietro di sé. Hrathen si diresse alla
scrivania e fece scivolare un’altra busta – identica a quella che aveva dato a
Fjon – fuori dalla sua borsa delle lettere. La tenne in mano per qualche
momento, poi la girò verso una delle candele della scrivania. Le parole che
conteneva – che condannavano l’arteth Fjon come un traditore e un apostata
– non sarebbero mai state lette, e il povero, affabile arteth non avrebbe mai
saputo in quale pericolo si era trovato.

«Con il vostro permesso, mio signore gyorn» disse il sacerdote inchinato,


un dorven minore che aveva servito sotto Fjon per oltre un decennio.
Hrathen agitò la mano, facendo cenno all’uomo di andare. La porta si chiuse
silenziosamente quando il sacerdote uscì dalla stanza.
Fjon aveva causato seri danni ai suoi sottoposti. Perfino una piccola
debolezza avrebbe creato enormi difetti in due decenni, e i problemi di Fjon
erano tutto tranne che piccoli. L’uomo era stato indulgente fino all’ovvietà.
Aveva gestito una cappella senza ordine, inchinandosi davanti alla cultura
areliana piuttosto che portare alla gente forza e disciplina. Metà dei sacerdoti
che servivano a Kae erano corrotti oltre ogni speranza… inclusi uomini
arrivati in città da soli sei mesi. Entro le poche settimane seguenti, Hrathen
avrebbe rimandato una vera e propria flotta di sacerdoti a Fjorden. Avrebbe
dovuto scegliere un nuovo capo arteth tra quelli che fossero rimasti, per
quanto pochi.
Qualcuno bussò alla porta. «Avanti» disse Hrathen. Aveva convocato i
sacerdoti uno alla volta, per tastare la misura della loro contaminazione. Fino
a quel momento non era rimasto impressionato spesso.
«Arteth Dilaf» disse il sacerdote, presentandosi nell’entrare.
Hrathen alzò lo sguardo. Il nome e le parole erano fjordell, ma l’accento
era lievemente sbagliato. Suonava quasi… «Sei Areliano?» disse Hrathen
sorpreso.
Il sacerdote si inchinò con l’adeguata dose di sottomissione; i suoi occhi,
però, avevano un’aria di sfida.
«Come sei diventato un sacerdote derethi?» chiese Hrathen.
«Volevo servire l’impero» rispose l’uomo, la sua voce sommessamente
intensa. «Jaddeth forniva un modo.»

43
No, si rese conto Hrathen. Non è sfida quella che c’è negli occhi di
quest’uomo… è fervore religioso.
Non si trovavano spesso zeloti nella religione derethi; persone del genere
erano attirate più spesso verso l’anarchia dei Misteri jeskerici che
dall’organizzazione militaristica di Shu-Dereth. Il volto di quell’uomo, però,
ardeva di passione fanatica. Non era un male; mentre Hrathen stesso
disprezzava tale mancanza di controllo, aveva spesso trovato che gli zeloti
costituivano degli strumenti utili.
«Jaddeth fornisce sempre un modo, arteth» disse Hrathen con attenzione.
«Sii più specifico.»
«Incontrai un arteth derethi a Duladel dodici anni fa. Ascoltai la sua
predica e credetti. Mi diede copie del Do-Keseg e del Do-Dereth e li lessi
entrambi in una sola notte. Il sacro arteth mi rimandò ad Arelon per aiutare a
convertire quelli nel mio Paese natale e io mi stabilii a Rain. Insegnai lì per
sette anni, fino al giorno in cui udii che una cappella derethi stava venendo
costruita nella stessa Kae. Superai il mio disprezzo per gli Elantriani, sapendo
che il Santo Jaddeth li aveva stroncati con una punizione eterna, e venni a
unirmi ai miei fratelli fjordell.
«Portai con me i miei conversi: l’intera metà dei credenti a Kae è venuta
con me da Rain. Fjon rimase colpito dalla mia diligenza. Mi concesse il titolo
di arteth e mi permise di continuare a insegnare.»
Hrathen si sfregò il mento, pensieroso, osservando il sacerdote areliano.
«Sai che ciò che l’arteth Fjon ha fatto era sbagliato.»
«Sì, mio signore. Un arteth non può nominarne un altro per la sua stessa
posizione. Quando parlo alla gente, non mi riferisco a me stesso come un
sacerdote di Shu-Dereth, ma solo come un insegnante.»
Un ottimo insegnante, sottintendeva il tono di Dilaf. «Cosa pensavi
dell’arteth Fjon?» chiese Hrathen.
«Era uno stolto indisciplinato, mio signore. Il suo lassismo ha impedito al
regno di Jaddeth di crescere ad Arelon e si è fatto beffe della nostra
religione.»
Hrathen sorrise: Dilaf, anche se non era della razza prescelta, era
ovviamente un uomo che comprendeva la dottrina e la cultura della sua
religione. Comunque, il suo ardore poteva essere pericoloso. La selvaggia
intensità negli occhi di Dilaf era a stento sotto controllo. Era necessario
sorvegliarlo molto attentamente oppure sbarazzarsi di lui.
«Pare che l’arteth Fjon abbia fatto un’unica cosa giusta, anche se non ne
aveva l’autorità vera e propria» disse Hrathen. Gli occhi di Dilaf arsero

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ancora più vividi a quella dichiarazione. «Io ti nomino arteth completo,
Dilaf.»
Dilaf si inchinò, toccando terra con la testa. Il suo atteggiamento era
perfettamente fjordell, e Hrathen non aveva mai udito uno straniero parlare
così bene la Lingua Sacra. Quell’uomo poteva rivelarsi davvero utile;
dopotutto una lamentela diffusa contro Shu-Dereth era che favorisse i
Fjordell. Un sacerdote areliano poteva aiutare a dimostrare che tutti erano i
benvenuti nell’impero di Jaddeth… anche se i Fjordell erano i più graditi.
Hrathen si congratulò con sé stesso per aver creato uno strumento tanto
utile, completamente soddisfatto fino al momento in cui Dilaf alzò lo sguardo
dal suo inchino. La passione era ancora lì negli occhi di Dilaf, ma c’era anche
qualcos’altro. Ambizione. Hrathen si accigliò un poco, domandandosi se
fosse stato appena manipolato o meno.
C’era solo una cosa da fare. «Arteth, sei votato come odiv di qualcuno?»
Sorpresa. Gli occhi di Dilaf si sgranarono quando alzò lo sguardo su
Hrathen, un’incertezza che guizzava al loro interno. «No, mio signore.»
«Bene. Allora ti renderò mio odiv.»
«Mio signore… sono, ovviamente, il vostro umile servitore.»
«Sarai più di quello, arteth,» disse Hrathen «se sarai il mio odiv e io il tuo
hroden. Sarai mio, cuore e anima. Se segui Jaddeth, Lo seguirai tramite me.
Se servi l’impero, lo farai sotto di me. Qualunque cosa tu pensi, faccia o dica
sarà per mie istruzioni. Sono stato chiaro?»
Fuoco bruciò negli occhi di Dilaf. «Sì» sibilò. Il fervore dell’uomo non
gli avrebbe permesso di rifiutare un’offerta del genere. Anche se il suo basso
rango di arteth sarebbe rimasto invariato, essere odiv per un gyorn avrebbe
accresciuto enormemente il potere e la rispettabilità di Dilaf. Lui sarebbe
stato lo schiavo di Hrathen se quella schiavitù lo avesse portato più in alto.
Era una cosa molto fjordell da fare: l’ambizione era l’unica emozione che
Jaddeth avrebbe accettato con la stessa prontezza della devozione.
«Bene» disse Hrathen. «Allora il tuo primo ordine è di seguire il sacerdote
Fjon. Dovrebbe star salendo a bordo della nave per Fjorden proprio in
questo momento. Voglio che ti accerti che lo faccia. Se Fjon dovesse
scendere dalla nave per qualunque motivo, uccidilo.»
«Sì, mio gyorn.» Dilaf si precipitò fuori dalla stanza. Finalmente aveva
uno sfogo per il suo entusiasmo. Tutto quello che Hrathen doveva fare
adesso era mantenere quell’entusiasmo focalizzato nella giusta direzione.
Hrathen rimase immobile per un momento dopo che l’Areliano se ne fu
andato, poi scosse il capo e si voltò di nuovo verso la scrivania. La

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pergamena giaceva ancora dove era caduta dalle dita indegne di Fjon;
Hrathen la raccolse con un sorriso, il suo tocco reverente. Non era un uomo
che traeva piacere dal possedere delle cose: il suo sguardo era rivolto a
conseguimenti molto più insigni che non l’accumulo di inutili gingilli.
Comunque, di tanto in tanto si imbatteva in un oggetto che era così unico.
Hrathen si crogiolava nella semplice consapevolezza che apparteneva a lui.
Una persona non possedeva una cosa del genere per la sua utilità o per la sua
capacità di impressionare altri, ma perché era un privilegio possederla. La
pergamena era un oggetto del genere.
Era stata vergata di fronte a Hrathen dalla mano stessa del Wyrn. Era una
rivelazione che proveniva direttamente da Jaddeth: testo sacro inteso per un
solo uomo. Poche persone incontravano l’eletto di Jaddeth, e perfino tra i
gyorn le udienze private erano rare. Ricevere ordini direttamente dalla mano
del Wyrn… quella era la più mirabile delle esperienze.
Hrathen fece scorrere gli occhi di nuovo sulle sacre parole, anche se già
da parecchio aveva memorizzato ogni loro dettaglio.

Mira le parole di Jaddeth, attraverso il Suo servitore Wyrn Wulfden


Quarto, imperatore e re.
Sommo Sacerdote e Figlio, la tua richiesta è stata accolta. Recati dalle
genti pagane dell’Ovest ed enuncia loro il mio monito finale, poiché mentre il
mio Impero è eterno, la mia pazienza terminerà presto. Non sonnecchierò
ancora a lungo dentro una tomba di roccia. Il Giorno dell’Impero è alle porte,
e presto la mia gloria risplenderà come un secondo sole che brilla da Fjorden.
Le nazioni pagane di Arelon e Teod sono macchie annerite sulla mia terra
ormai da troppo tempo. Per trecento anni i miei sacerdoti hanno servito tra
coloro corrotti da Elantris, e pochi hanno prestato orecchio alla loro
chiamata. Sappi questo, Sommo Sacerdote: i miei fedeli guerrieri sono pronti
e aspettano solo la parola del mio Wyrn. Hai tre mesi per annunciare la
profezia alla gente di Arelon. Al termine di tale tempo, i sacri soldati di
Fjorden caleranno sulla nazione come predatori in caccia, strappando e
lacerando la vita indegna da coloro che non danno ascolto alle mie parole.
Solo tre mesi passeranno prima della distruzione di tutti coloro che si
oppongono al mio Impero.
Il tempo per la mia ascensione si avvicina, figlio mio. Sii fedele e
diligente.
Parole di Jaddeth, Signore di tutta la Creazione, attraverso il suo servitore
Wyrn Wulfden Quarto, imperatore di Fjorden, profeta di Shu-Dereth,

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governatore del sacro regno di Jaddeth e reggente della Creazione tutta.

Il tempo era finalmente giunto. Solo due nazioni resistevano. Fjorden


aveva riguadagnato la sua gloria precedente, gloria perduta centinaia di anni
addietro quando il Primo Impero era crollato. Ancora una volta Arelon e
Teod erano gli unici due regni che resistevano al dominio di Fjorden.
Stavolta, con il potere della sacra chiamata di Jaddeth a spalleggiarla, Fjorden
avrebbe prevalso. Poi, con tutta l’umanità unita sotto il dominio del Wyrn,
Jaddeth sarebbe potuto ascendere dal Suo trono sotto la terra e regnare in
gloriosa maestosità.
E Hrathen sarebbe stato l’unico responsabile per quello. La conversione
di Arelon e Teod era suo compito urgente. Aveva tre mesi per cambiare
l’indole religiosa di un’intera cultura; era un compito monumentale, ma era
indispensabile che ci riuscisse. Se così non fosse stato, gli eserciti di Fjorden
avrebbero distrutto ogni essere vivente ad Arelon, e Teod l’avrebbe seguita
presto; le due nazioni, seppur separate dall’acqua, erano la stessa cosa come
razza, religione e ostinazione.
La gente poteva non saperlo ancora, ma Hrathen era l’unica cosa che si
frapponeva tra loro e l’annichilimento totale. Avevano resistito a Jaddeth e al
Suo popolo in arrogante atteggiamento di sfida per troppo tempo. Hrathen
era la loro ultima possibilità.
Un giorno l’avrebbero chiamato loro salvatore.

47
CAPITOLO
4

La donna urlò fino allo sfinimento, implorando aiuto, pietà, Domi. Graffiò
l’ampio cancello e le sue unghie lasciarono segni nella pellicola di melma.
Alla fine si accasciò al suolo in un mucchio silenzioso, tremando di tanto in
tanto a causa dei singhiozzi. Vedere la sua agonia ricordò a Raoden il proprio
dolore: la fitta lancinante all’alluce, la perdita della sua vita al di fuori.
«Non aspetteranno ancora molto» sussurrò Galladon, posando la mano
con fermezza sul braccio di Raoden e tenendo indietro il principe.
Alla fine la donna si rimise in piedi barcollando, con aria frastornata,
come se si fosse dimenticata dov’era. Fece un unico passo incerto alla sua
sinistra, il palmo appoggiato al muro come se fosse un conforto: una
connessione con il mondo esterno, piuttosto che la barriera che la separava
da esso.
«È fatta» disse Galladon.
«Semplicemente così?» domandò Raoden.
Galladon annuì. «Ha scelto bene… o meglio che poteva. Osserva.»
Delle ombre si mossero in un vicolo esattamente dalla parte opposta del
cortile; Raoden e Galladon osservavano dall’interno di uno sgangherato
edificio in pietra, uno dei molti che fiancheggiavano il cortile d’ingresso a
Elantris. Le ombre si materializzarono in un gruppo di uomini che si
avvicinarono alla donna con passi misurati e determinati, circondandola. Uno
allungò una mano e le prese il canestro delle offerte. Alla donna non
rimanevano le forze per opporre resistenza; crollò semplicemente a terra di
nuovo. Raoden sentì le dita di Galladon conficcarsi dentro la sua spalla
mentre avanzava involontariamente, desiderando di precipitarsi ad affrontare
i ladri.
«Non è una buona idea. Kolo?» sussurrò Galladon. «Risparmia il
coraggio per te stesso. Se sbattere l’alluce ti ha quasi fatto perdere i sensi,

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pensa a cosa proveresti se uno di quei randelli ti fracassasse quella
coraggiosa testolina.»
Raoden annuì, rilassandosi. La donna era stata derubata, ma non pareva
che si trovasse in ulteriore pericolo. Però faceva male guardarla. Non era una
fanciulla giovane: la sua era la figura robusta di una donna abituata al parto e
ai lavori domestici. Una madre, non una damigella. Le linee forti del volto
della donna parlavano di coraggio e di una saggezza ottenuta a caro prezzo, e
in qualche modo questo rendeva ancora più difficile osservarla. Se una
donna del genere poteva essere sconfitta da Elantris, che speranza c’era per
Raoden?
«Ti ho detto che ha scelto bene» proseguì Galladon. «Potrà avere qualche
libbra di cibo in meno, ma non ha alcuna ferita. Ora, se avesse svoltato a
destra – come hai fatto tu, sule – si sarebbe ritrovata alla dubbia mercé degli
uomini di Shaor. Se fosse andata dritto, allora sarebbe stato Aanden ad avere
diritto alle sue offerte. Svoltare a sinistra è decisamente la cosa migliore: gli
uomini di Karata prendono il tuo cibo, ma raramente ti fanno del male.
Meglio essere affamati che passare qualche anno successivo con un braccio
rotto.»
«Qualche anno successivo?» chiese Raoden, voltandosi dal cortile per
osservare il suo compagno alto e dalla carnagione scura. «Pensavo avessi
detto che le nostre ferite sarebbero durate un’eternità.»
«Supponiamo solo che lo faranno, sule. Mostrami un Elantriano che sia
riuscito a mantenere il senno fino alla fine dell’eternità e forse lui sarà in
grado di dimostrare la teoria.»
«Di solito quanto dura la gente qua dentro?»
«Un anno, forse due» disse Galladon.
«Cosa?»
«Pensavi che fossimo immortali, vero? Che solo perché non
invecchiamo, durassimo per sempre?»
«Non lo so» disse Raoden. «Pensavo avessi detto che non potevamo
morire.»
«Non possiamo» disse Galladon. «Ma i tagli, i lividi, gli alluci sbattuti…
si accumulano. Una persona può sopportare solo fino a un certo punto.»
«Si uccidono?» chiese Raoden piano.
«Quella non è un’opzione. No, molti di loro giacciono in giro
borbottando o urlando. Poveri rulo.»
«Tu da quanto tempo sei qui, allora?»
«Alcuni mesi.»

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Quella rivelazione fu un altro colpo che andò a impilarsi su un cumulo
già traballante. Raoden aveva presunto che Galladon fosse un Elantriano da
almeno qualche anno. Il Dula parlava della sua vita a Elantris come se fosse
stata la sua casa per decenni, ed era straordinariamente esperto nell’orientarsi
per l’enorme città.
Raoden tornò a guardare il cortile, ma la donna se n’era già andata.
Poteva essere stata una domestica nel palazzo di suo padre, la ricca sposa di
un mercante oppure una semplice casalinga. Lo Shaod non si faceva scrupoli
verso nessuna classe: prendeva da tutte quante allo stesso modo. Adesso lei
se n’era andata ed era entrata nella fossa spalancata che era Elantris. Raoden
avrebbe dovuto essere in grado di aiutarla.
«Tutto questo per un’unica pagnotta e qualche ortaggio molle» borbottò
Raoden.
«Può non sembrare molto ora, ma aspetta solo qualche giorno. L’unico
cibo che entra in questo posto giunge stretto tra le braccia dei nuovi arrivati.
Aspetta, sule, e anche tu proverai il desiderio. Ci vuole un uomo forte per
resistere quando la fame chiama.»
«Tu ci riesci» disse Raoden.
«Non molto bene… e io sono qui solo da pochi mesi. Non si può dire
cosa la fame mi costringerà a fare di qui a un anno.»
Raoden sbuffò. «Almeno aspetta finché i miei trenta giorni non saranno
passati prima di trasformarti in una bestia primitiva, per favore. Detesterei
avere la sensazione di non aver ottenuto da te il tuo valore in manzo.»
Galladon esitò per un momento, poi rise. «Non ti spaventa nulla, sule?»
«In realtà, quasi tutto qui dentro lo fa… sono solo bravo a ignorare il
fatto che sono terrorizzato. Se mi dovessi mai rendere conto di quanto sono
terrorizzato, probabilmente mi troverai a cercare di nascondermi sotto quelle
pietre del selciato laggiù. Ora, dimmi di più su queste bande.»
Galladon scrollò le spalle, allontanandosi dalla porta rotta e tirando via
una sedia dalla parete. Ne esaminò le gambe con occhio critico, poi vi si
sedette con cautela. Si mosse con rapidità tale da essere di nuovo in piedi
quando le gambe scricchiolarono. Gettò via la sedia con disgusto e si
accomodò per terra.
«Ci sono tre settori di Elantris, sule, e tre bande. Il settore del mercato è
dominato da Shaor; hai incontrato alcuni membri della sua corte ieri, anche
se erano troppo occupati a leccar via la melma dalle tue offerte per
presentarsi. Nel settore del palazzo troverai Karata: lei è quella che ha

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alleggerito così cortesemente quella donna del suo cibo oggi. L’ultimo è
Aanden. Trascorre buona parte del suo tempo nel settore dell’università.»
«Un uomo istruito?»
«No, un opportunista. È stato il primo a rendersi conto che molti dei testi
più antichi erano scritti su cartapecora. I classici di ieri sono diventati il cibo
di domani. Kolo?»
«Idos Domi!» imprecò Raoden. «Questo è atroce! Si pensa che le vecchie
pergamene di Elantris contengano innumerevoli opere originali. Sono
inestimabili!»
Galladon gli rivolse un’occhiata sofferente. «Sule, devo ripetere quello
che ti ho detto sulla fame? A che serve la letteratura quando il tuo stomaco ti
fa tanto male da farti lacrimare gli occhi?»
«Questa è una pessima argomentazione. Pergamene di pelle di pecora
vecchia di duecento anni non possono avere un sapore così buono.»
Galladon scrollò le spalle. «Meglio della melma. Comunque, a quanto
pare Aanden ha terminato le pergamene qualche mese fa. Hanno cercato di
bollire i libri, ma quello non ha funzionato molto bene.»
«Sono sorpreso che non abbiano cercato di bollirsi tra loro.»
«Oh, è stato tentato» disse Galladon. «Per fortuna, ci accade qualcosa
durante lo Shaod: a quanto pare, la carne di un uomo morto non ha un
sapore troppo buono. Kolo? In effetti, è così prepotentemente amara che
nessuno riesce a mandarla giù.»
«È bello vedere che il cannibalismo è stato escluso in maniera così logica
come opzione» disse Raoden in tono asciutto.
«Te l’ho detto, sule. La fame induce gli uomini a fare cose strane.»
«E questo rende tutto giusto?»
Saggiamente, Galladon non rispose.
Raoden continuò. «Parli di fame e dolore come se si trattasse di forze a
cui non si può resistere. Qualunque cosa è accettabile, sempre che sia stata la
fame a indurti a farla: togli i nostri agi e diventiamo animali.»
Galladon scosse il capo. «Sono spiacente, sule, ma è semplicemente il
modo in cui funzionano le cose.»
«Non dev’essere necessariamente così.»

Dieci anni non erano un tempo abbastanza lungo. Perfino nella densa
umidità di Arelon, ci sarebbe voluto di più perché la città si deteriorasse così
tanto. Elantris aveva l’aria di essere stata abbandonata da secoli. Il suo legno
stava marcendo, intonaco e mattoni si stavano disintegrando… perfino gli

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edifici di pietra stavano iniziando a sgretolarsi. E a ricoprire tutto c’era
l’onnipresente pellicola di melma marrone.
Raoden stava finalmente abituandosi a camminare sulle pietre sconnesse
e scivolose del selciato. Cercava di mantenersi pulito dalla melma, ma il
compito si rivelava impossibile. Ogni parete che sfiorava e ogni davanzale
che afferrava lasciavano il loro marchio su di lui.
I due uomini camminavano lentamente lungo una strada ampia; quella
arteria principale era molto più larga di qualunque altra via del genere a Kae.
Elantris era stata costruita su una scala enorme e, mentre dall’esterno le
dimensioni erano sembrate tali da intimidire, Raoden stava cominciando ad
afferrare solo ora quanto fosse immensa la città. Lui e Galladon avevano
camminato per ore e l’uomo diceva che erano ancora a una moderata
distanza dalla loro destinazione.
I due non andavano di fretta, però. Quella era una delle prime cose che
Galladon gli aveva insegnato: a Elantris, ognuno se la prendeva comoda.
Tutto quello che il Dula faceva veniva eseguito con un’aria di precisione, i
suoi movimenti attenti e rilassati. Il minimo graffio, per quanto insignificante,
andava a contribuire al dolore di un Elantriano. Quanto più qualcuno stava
attento, tanto più sarebbe rimasto sano di mente. Così Raoden lo seguiva,
cercando di imitare l’andatura cauta di Galladon. Ogni volta che Raoden
iniziava ad avere l’impressione che quella cautela fosse eccessiva, tutto quello
che doveva fare era guardare una delle numerose forme che giacevano
rannicchiate nei canali di scolo e agli angoli delle strade e la sua
determinazione ritornava.
Gli Hoed, li chiamava Galladon: quegli Elantriani che si erano arresi al
dolore. Le loro menti erano perdute, le loro vite erano piene di una tortura
continua e implacabile. Si muovevano di rado, anche se alcuni avevano
abbastanza istinto selvaggio da rimanere rannicchiati nelle ombre. Molti di
essi erano silenziosi, anche se pochi lo erano del tutto. Mentre passava,
Raoden poteva udire i loro borbottii, singhiozzi e piagnucolii. Molti
sembravano ripetere parole e frasi a sé stessi, una cantilena per
accompagnare la loro sofferenza.
«Domi, Domi, Domi…»
«Così bella, una volta ero così bella…»
«Smetti, smetti, smetti. Fatelo smettere…»
Raoden si costrinse a chiudere le orecchie a quelle parole. Il suo petto
stava cominciando a stringersi, come se lui stesse soffrendo assieme a quei

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poveri derelitti senza volto. Se avesse prestato loro troppa attenzione, sarebbe
impazzito molto prima che fosse il dolore a prenderlo.
Comunque, se lasciava vagare la propria mente, quella tornava
invariabilmente alla vita nel mondo esterno. I suoi amici avrebbero
continuato i loro incontri clandestini? Kiin e Roial sarebbero stati in grado di
tenere assieme il gruppo? E il suo migliore amico, Lukel? Raoden aveva fatto
a malapena conoscenza con la nuova moglie di Lukel; ora non avrebbe mai
visto il loro primo figlio.
Ancora peggio erano i pensieri del suo stesso matrimonio. Lui non aveva
mai incontrato la donna che avrebbe dovuto sposare, anche se le aveva
parlato via Seon in molte occasioni. Era davvero così arguta e interessante
come era sembrata? Raoden non l’avrebbe mai saputo. Iadon probabilmente
aveva occultato la sua trasformazione, fingendo che suo figlio fosse morto.
Sarene non sarebbe mai venuta ad Arelon adesso: una volta udita la notizia,
sarebbe rimasta a Teod e avrebbe cercato un altro marito.
Se soltanto avessi potuto incontrarla, anche una sola volta. Ma tali
pensieri erano inutili. Adesso lui era un Elantriano.
Invece si concentrò sulla città stessa. Era difficile credere che un tempo
Elantris fosse stata la città più bella di Opelon, probabilmente del mondo
intero. La melma era quello che vedeva… il marciume e l’erosione. Però,
sotto la sporcizia c’erano i resti della precedente grandiosità di Elantris. Una
guglia, le vestigia di un delicato bassorilievo su una parete, cappelle sontuose
e ville imponenti, pilastri e archi. Dieci anni prima quella città aveva brillato
con il proprio splendore mistico, una città di bianco puro e oro.
Nessuno sapeva cosa avesse causato il Reod. C’erano quelli che
teorizzavano – molti di loro sacerdoti derethi – che la caduta di Elantris fosse
stata causata da Dio. Gli Elantriani pre-Reod avevano vissuto come dèi,
permettendo altre religioni ad Arelon, ma tollerandole allo stesso modo di un
padrone che lascia che il suo cane lecchi da terra del cibo caduto. La bellezza
di Elantris, i poteri che i suoi abitanti maneggiavano, avevano impedito che la
popolazione generale si convertisse a Shu-Keseg. Perché cercare una divinità
invisibile quando avevi degli dèi che vivevano davanti ai tuoi occhi?
Era giunto come una tempesta: perfino Raoden se lo ricordava. La terra
stessa si era fratturata, un enorme abisso era apparso al sud e tutta Arelon
aveva tremato. Con la distruzione, Elantris aveva perso la sua gloria. Gli
Elantriani erano cambiati, da esseri dai capelli bianco brillante a creature con
pelle a chiazze e teste pelate, come se soffrissero di qualche terribile malattia

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o fossero in stadio avanzato di decomposizione. Elantris aveva smesso di
risplendere ed era diventata buia.
Ed era accaduto solo dieci anni prima. Dieci anni non erano sufficienti.
La pietra non si sarebbe dovuta sgretolare dopo un decennio di trascuratezza.
Il sudiciume non si sarebbe dovuto accumulare così rapidamente… non con
così pochi abitanti, molti dei quali senza forze. Era come se Elantris fosse
intenzionata a morire, una città che commetteva suicidio.

«Il settore del mercato di Elantris» disse Galladon. «Questo posto un


tempo era una delle piazze del mercato più magnifiche al mondo: venivano
commercianti da tutta Opelon per vendere le loro mercanzie esotiche agli
Elantriani. Un uomo poteva venire qui anche per comprare le più sfarzose
magie elantriane. Non elargivano tutto gratis. Kolo?»
Erano in cima a un edificio dal tetto piatto; a quanto pareva, alcuni
Elantriani avevano preferito tetti piatti invece di spioventi o cupole, poiché
quelle sezioni piatte consentivano di avere dei giardini pensili. Davanti a loro
si stendeva un settore della città che assomigliava molto al resto di Elantris:
buio e diroccato. Raoden riusciva a immaginare che un tempo le sue strade
fossero state decorate con teloni colorati di venditori ambulanti, ma gli unici
resti di tutto erano alcuni stracci occasionali coperti di sporco.
«Non possiamo avvicinarci di più?» chiese Raoden, sporgendosi oltre il
cornicione per guardare giù verso il settore del mercato.
«Se vuoi puoi farlo, sule» disse Galladon a titolo di ipotesi. «Ma io resto
qui. Agli uomini di Shaor piace dare la caccia alla gente; probabilmente è uno
dei pochi piaceri che gli rimangono.»
«Parlami di Shaor stesso, allora.»
Galladon scrollò le spalle. «In un posto come questo, molti cercano delle
guide, qualcuno che tenga a bada un poco il caos. Come in qualunque
società, i più forti spesso finiscono al comando. Shaor è uno che trova
piacere nel controllare gli altri e, per qualche motivo, gli Elantriani più
selvaggi e moralmente corrotti giungono da lui.»
«E lui può prendere le offerte di un terzo dei nuovi arrivati?» chiese
Raoden.
«Be’, Shaor in persona di rado si cura di cose del genere… ma sì, i suoi
seguaci ottengono la priorità su un terzo delle offerte.»
«Perché il compromesso?» chiese Raoden. «Se gli uomini di Shaor sono
così incontrollabili come lasci intendere, cosa li ha convinti a osservare un
accordo così arbitrario?»

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«Le altre bande sono grandi quanto quella di Shaor, sule» spiegò
Galladon. «All’esterno, la gente tende a essere convinta della propria
immortalità. Noi siamo più realistici. Di rado si vince una battaglia senza
almeno qualche ferita, e qui perfino un paio di tagli possono essere più
devastanti e più atroci di una rapida decapitazione. Gli uomini di Shaor sono
selvaggi, ma non sono dei completi idioti. Non combatteranno a meno che le
probabilità non siano decisamente a loro favore oppure la ricompensa non
sia promettente. Pensi che sia stato il tuo fisico a impedire che quell’uomo ti
attaccasse ieri?»
«Non ero sicuro» ammise Raoden.
«Perfino il minimo accenno che tu possa contrattaccare è sufficiente a
indurre questi uomini a scappare, sule» disse Galladon. «Il piacere di
torturarti non vale affatto l’azzardo che tu possa assestare un colpo
fortunato.»
Raoden rabbrividì al pensiero. «Mostrami dove vivono le altre bande.»

L’università e il palazzo erano confinanti. Stando a Galladon, Karata e


Aanden avevano una tregua molto instabile e di solito degli uomini venivano
appostati su entrambi i lati per montare la guardia. Ancora una volta, il
compagno di Raoden lo guidò fino a un edificio dal tetto piatto, con
un’infida rampa di scale che portava fino in cima.
Comunque, dopo essere salito su per le scale – ed essere quasi caduto
quando uno dei gradini aveva scricchiolato sotto di lui – Raoden dovette
ammettere che la vista valeva quello sforzo. Il palazzo di Elantris era tanto
grande da essere magnifico malgrado l’evidente decadimento. Cinque cupole
sormontavano cinque ali, ciascuna con una guglia maestosa. Solo una delle
guglie – quella di mezzo – era ancora intatta, ma svettava nel cielo, di gran
lunga la struttura più alta che Raoden avesse mai visto.
«Si dice che sia il centro esatto di Elantris» disse Galladon, annuendo
verso la guglia. «Una volta potevi salire quei gradini che giravano tutt’attorno
a essa e far spaziare lo sguardo sull’intera città. Oggigiorno, io non mi fiderei
a farlo. Kolo?»
L’università era vasta, ma meno magnifica. Era costituita da cinque o sei
lunghi edifici piatti e parecchio spazio aperto, terreno che probabilmente un
tempo aveva contenuto erba o giardini, entrambe cose che dovevano essere
state mangiate fino alle radici molto tempo prima dagli abitanti affamati di
Elantris.

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«Karata è allo stesso tempo la più severa e la più clemente tra i
capibanda» disse Galladon, guardando giù verso l’università. C’era qualcosa
di strano nei suoi occhi, come se riuscisse a vedere cose che Raoden non
poteva. La descrizione continuò nel suo caratteristico tono farneticante, come
se la bocca non fosse al corrente che la mente era concentrata altrove.
«Lei non lascia entrare spesso nuovi membri nella sua banda, ed è
estremamente territoriale. Gli uomini di Shaor potrebbero darti la caccia per
un po’ se ti aggiri per il suo territorio, ma solo se ne hanno voglia. Karata non
tollera intrusi. Però, se tu lasci stare Karata, lei lascia stare te, e di rado fa del
male ai nuovi arrivati quando prende il loro cibo. L’hai vista oggi stesso: lei
prende sempre il cibo personalmente. Forse non si fida abbastanza dei suoi
scagnozzi da lasciarglielo maneggiare.»
«Forse» disse Raoden. «Cos’altro sai su di lei?»
«Non molto: i capi di violente bande di ladri non sono tipi da trascorrere i
loro pomeriggi a chiacchierare.»
«Adesso chi è che sta prendendo le cose con leggerezza?» disse Raoden
con un sorriso.
«Sei una cattiva influenza, sule. La gente morta non dovrebbe essere
allegra. Comunque, l’unica cosa che posso dire su Karata è che non le piace
affatto stare a Elantris.»
Raoden si accigliò. «E a chi piace?»
«Lo odiamo tutti, sule, ma pochi di noi hanno il coraggio di cercare di
scappare. Karata è stata fermata a Kae già tre volte, sempre in prossimità del
palazzo del re. Un’altra volta ancora e i sacerdoti la bruceranno.»
«Cosa vuole fare nel palazzo?»
«Non è stata tanto gentile da spiegarmelo» replicò Galladon. «Molti
pensano che intenda assassinare re Iadon.»
«Il re?» disse Raoden. «E cosa otterrebbe?»
«Vendetta, discordia, sete di sangue. Tutte ottime ragioni quando sei già
condannato. Kolo?»
Raoden si accigliò. Forse vivere con suo padre – che era assolutamente
paranoico sulla prospettiva di essere assassinato – lo aveva desensibilizzato,
ma uccidere il re non gli sembrava proprio un obiettivo plausibile. «E
riguardo l’altro capobanda?»
«Aanden?» domandò Galladon, tornando a far spaziare lo sguardo sulla
città. «Afferma di essere stato qualche tipo di nobile prima di essere gettato
qui dentro… un barone, penso. Ha cercato di stabilirsi come un monarca di
Elantris ed è incredibilmente irritato che Karata detenga il controllo del

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palazzo. Riunisce la sua corte, afferma che nutrirà quelli che si uniscono a lui
– anche se tutto quello che hanno ottenuto finora è qualche libro bollito – e
prepara piani per attaccare Kae.»
«Cosa?» chiese Raoden sorpreso. «Attaccare?»
«Non fa sul serio» disse Galladon. «Ma è davvero bravo con la
propaganda. Afferma di avere un piano per liberare Elantris e questo gli ha
fruttato un ampio seguito. Però è anche brutale. Karata fa del male solo a
quelli che cercano di intrufolarsi nel palazzo; Aanden è famigerato per
dispensare giudizi secondo il suo capriccio. Personalmente, sule, non credo
che sia del tutto sano di mente.»
Raoden si accigliò. Se questo Aanden era stato davvero un barone, allora
Raoden avrebbe dovuto conoscerlo. Però il nome non gli diceva nulla. O
Aanden aveva mentito sul suo passato, oppure aveva scelto un nuovo nome
dopo essere entrato a Elantris.
Raoden esaminò l’area tra l’università e il palazzo. Un certo oggetto aveva
catturato la sua attenzione. Qualcosa di così ordinario che non l’avrebbe
degnato di una seconda occhiata, se non fosse stato il primo del suo genere in
tutta Elantris.
«Quello è un pozzo?» chiese in tono incerto.
Galladon annuì. «L’unico nella città.»
«Com’è possibile?»
«Tubature interne, sule, grazie alla magia dell’AonDor. I pozzi non erano
necessari.»
«Allora perché costruire quello?»
«Penso che fosse usato in cerimonie religiose. Diversi servizi di culto
elantriani richiedevano acqua che fosse stata appena raccolta da un fiume in
movimento.»
«Allora il fiume Aredel scorre davvero sotto la città» disse Raoden.
«Ma certo. Dove altro andrebbe. Kolo?»
Raoden strinse gli occhi pensieroso, ma non fornì alcuna informazione.
Da dove si trovava a osservare la città notò una piccola sfera di luce che
fluttuava per una delle strade sottostanti. Il Seon vagava come senza meta, di
tanto in tanto fluttuando in cerchi. Era troppo distante perché Raoden potesse
distinguere l’Aon al suo centro.
Galladon si accorse del suo interesse. «Un Seon» fece notare il Dula.
«Non sono insoliti nella città.»
«È vero, allora?» domandò Raoden.

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Galladon annuì. «Quando il padrone di un Seon viene preso dallo Shaod,
il Seon stesso impazzisce. Ce ne sono parecchi che fluttuano per la città. Non
parlano, ma si limitano ad aleggiare in giro alla cieca.»
Raoden distolse lo sguardo. Da quando era stato gettato dentro Elantris,
aveva evitato di pensare al proprio Seon, Ien. Raoden aveva sentito cosa
accadeva ai Seon quando i loro padroni diventavano Elantriani.
Galladon lanciò un’occhiata in alto. «Presto pioverà.»
Raoden sollevò un sopracciglio verso il cielo limpido. «Se lo dici tu.»
«Fidati di me. Dovremmo entrare in un edificio, a meno che tu non
voglia trascorrere i prossimi giorni con i vestiti bagnati. È difficile accendere
fuochi a Elantris: il legno è troppo fradicio o troppo marcio per bruciare.»
«Dove dovremmo andare?»
Galladon scrollò le spalle. «Scegli una casa, sule. È probabile che non sia
occupata.»
Avevano trascorso la notte precedente dormendo in una casa
abbandonata… ma ora a Raoden venne in mente una cosa. «Dove vivi tu,
Galladon?»
«A Duladel» rispose Galladon immediatamente.
«Intendo al momento.»
Galladon ci pensò per un attimo, scrutando Raoden con incertezza. Poi,
con una scrollata di spalle, fece cenno a Raoden di seguirlo giù per le scale
instabili. «Vieni.»

«Libri!» esclamò Raoden con eccitazione.


«Non avrei mai dovuto portarti qui» borbottò Galladon. «Ora non mi
sbarazzerò più di te.»
Galladon aveva condotto Raoden in quella che pareva una cantina per
vini deserta, ma si era rivelata qualcosa di completamente diverso. Qui l’aria
era più asciutta – anche se era sottoterra – e anche più fresca. Come
rimangiandosi le sue precedenti cautele sul fuoco, Galladon aveva preso una
lanterna da una nicchia nascosta e l’aveva accesa con acciarino e pietra
focaia. Quello che la luce aveva rivelato era davvero stupefacente.
Sembrava lo studio di un uomo istruito. C’erano Aon – i mistici caratteri
antichi alla base della lingua aonica – dipinti su tutte le pareti, e c’erano
diversi scaffali di libri.
«Come hai fatto a trovare questo posto?» domandò Raoden con
entusiasmo.
«Per caso» disse Galladon con una scrollata di spalle.

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«Tutti questi libri» disse Raoden, prendendone uno dal suo scaffale. Era
un po’ ammuffito, ma ancora leggibile. «Forse questi potrebbero insegnarci il
segreto alla base degli Aon, Galladon! Ci hai mai pensato?»
«Agli Aon?»
«Alla magia di Elantris» disse Raoden. «Dicono che, prima del Reod, gli
Elantriani potessero creare potenti magie semplicemente disegnando degli
Aon.»
«Oh, intendi così?» chiese l’omone dalla carnagione scura, sollevando la
mano. Tracciò un simbolo nell’aria, l’Aon Deo, e il dito lasciò una linea
bianca lucente dietro di esso.
Raoden sgranò gli occhi e il libro cadde dalle sue dita sbalordite. Gli Aon.
Storicamente, solo gli Elantriani erano stati in grado di invocare il potere
rinchiuso dentro di essi. Si credeva che quel potere fosse scomparso; si
diceva che fosse venuto meno quando Elantris era caduta.
Galladon gli sorrise attraverso il simbolo lucente che aleggiava nell’aria
tra loro.

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CAPITOLO
5

«Domi misericordioso,» chiese Sarene sorpresa «da dove è venuto costui?»


Il gyorn avanzò nella sala del trono del re con l’arroganza tipica della sua
razza. Indossava la scintillante armatura rosso sangue di un sommo sacerdote
derethi e uno stravagante mantello cremisi che svolazzava dietro di lui, anche
se non portava nessuna arma. Era un costume fatto per impressionare e,
malgrado quello che Sarene pensava dei gyorn stessi, doveva ammettere che
il loro abbigliamento era efficace. Naturalmente, era perlopiù per esibizione.
Perfino nella società marziale di Fjorden, poche persone potevano
camminare con la stessa facilità di quel gyorn indossando un’armatura a
piastre completa. Il metallo era probabilmente così sottile e leggero che
sarebbe stato inutile in battaglia.
Il gyorn la superò marciando senza degnarla di una seconda occhiata, il
suo sguardo concentrato direttamente sul re. Era giovane per un gyorn,
probabilmente sulla quarantina, e tra i suoi capelli neri corti e ben acconciati
c’era solo una traccia di grigio.
«Sapevate che c’era una presenza derethi a Elantris, mia signora» disse
Ashe, fluttuando accanto a lei come al solito, uno dei soli due Seon nella
stanza. «Perché mai dovrebbe sorprendervi vedere un sacerdote fjordell?»
«Quello è un gyorn, Ashe. Ce ne sono solo venti in tutto l’impero di
Fjorden. Può darsi che ci sia qualche fedele derethi a Kae, ma non abbastanza
da giustificare una visita da parte di un sommo sacerdote. I gyorn sono
estremamente avari con il loro tempo.»
Sarene osservò il Fjordell incedere attraverso la sala, tagliando i gruppi di
persone come un uccello che passa tra un nugolo di moscerini. «Andiamo»
sussurrò ad Ashe, facendosi strada attraverso la folla ai margini verso la parte
anteriore della stanza. Non voleva perdersi quello che avrebbe detto il gyorn.

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Non avrebbe dovuto preoccuparsi. Quando l’uomo parlò, la sua voce
riecheggiò per la sala del trono. «Re Iadon» disse, con solo un minimo cenno
del capo al posto di un inchino. «Io, gyorn Hrathen, vi reco un messaggio da
parte del Wyrn Wulfden Quarto. Egli pensa che sia il momento che le nostre
due nazioni condividano più di un confine comune.» Parlava con l’accento
marcato e melodico di un nativo di Fjorden.
Iadon alzò lo sguardo dai suoi registri con un cipiglio a malapena
mascherato. «Cos’altro vuole il Wyrn? Abbiamo già un trattato commerciale
con Fjorden.»
«Sua santità teme per le anime della vostra gente, Vostra maestà» disse
Hrathen.
«Bene, dunque, che li converta. Ho sempre concesso ai vostri sacerdoti
completa libertà di predicare ad Arelon.»
«La gente risponde in maniera troppo lenta, Vostra maestà. Hanno
bisogno di una spinta… un segno, se volete. Il Wyrn pensa che sia tempo che
voi stesso vi convertiate a Shu-Dereth.»
Stavolta Iadon non si curò nemmeno di mascherare l’irritazione nel suo
tono. «Io già credo in Shu-Korath, sacerdote. Serviamo lo stesso Dio.»
«Derethi è l’unica vera forma di Shu-Keseg» disse Hrathen in tono cupo.
Iadon agitò una mano in un gesto sprezzante. «Non m’importa nulla dei
battibecchi tra le due sette, prete. Va’ a convertire qualcuno che non crede: ci
sono Areliani in abbondanza che si aggrappano alla vecchia religione.»
«Non dovreste rifiutare l’offerta del Wyrn con tanta noncuranza» lo
ammonì il gyorn.
«Sinceramente, prete, dobbiamo proprio continuare con questa tiritera?
Le tue minacce non hanno peso: sono secoli che Fjorden non detiene alcuna
vera influenza. Pensi seriamente di intimidirmi dicendo quanto eravate
potenti un tempo?»
Gli occhi di Hrathen si fecero pericolosi. «Fjorden è più potente ora di
quanto non lo sia mai stata.»
«Davvero?» chiese Iadon. «Dov’è il vostro vasto impero? Dove sono i
vostri eserciti? Quante nazioni avete conquistato nell’ultimo secolo? Forse un
giorno vi accorgerete che il vostro impero è crollato trecento anni fa.»
Hrathen esitò per un momento; quindi ripeté il cenno col capo del suo
ingresso e si voltò, con il mantello che sventolava in maniera drammatica
mentre si dirigeva a grandi passi verso la porta. Le preghiere di Sarene non
vennero ascoltate, però: lui non lo calpestò e non vi inciampò. Proprio
mentre Hrathen se ne andava, si voltò per scoccare un’ultima occhiata delusa

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alla sala del trono. Il suo sguardo, però, trovò Sarene invece del re. I loro
occhi si incontrarono per un momento e lei poté vedere un accenno di
confusione mentre il gyorn studiava la sua statura insolita e i capelli biondi
tipici di Teod. Poi se ne andò e la sala scoppiò in un cicaleccio di cento
conversazioni.
Re Iadon sbuffò e si voltò di nuovo verso i suoi registri.
«Lui non capisce» sussurrò Sarene. «Non capisce.»
«Non capisce cosa, mia signora?» chiese Ashe.
«Quanto è pericoloso quel gyorn.»
«Sua maestà è un mercante, mia signora, non un vero politico. Non vede
le cose come le vedete voi.»
«Ciononostante,» disse Sarene, parlando abbastanza piano perché solo
Ashe potesse sentire «re Iadon dovrebbe essere abbastanza esperto da
riconoscere che quello che Hrathen ha detto – perlomeno su Fjorden – era
del tutto vero. I Wyrn sono più potenti adesso di quanto lo erano secoli fa,
perfino all’apice del potere del Vecchio Impero.»
«È difficile guardare oltre la potenza militare, in particolare da parte di un
monarca relativamente nuovo» disse Ashe. «Re Iadon non riesce a concepire
come l’esercito di sacerdoti di Fjorden possa essere più determinante di
quanto lo siano mai stati i suoi guerrieri.»
Sarene si picchiettò la guancia per un momento, pensierosa. «Bene, Ashe,
almeno ora non devi preoccuparti che io causi troppa agitazione tra la nobiltà
di Kae.»
«Ne dubito seriamente, mia signora. In che altro modo trascorrereste il
vostro tempo?»
«Oh, Ashe» disse lei dolcemente. «Perché dovrei preoccuparmi di un
mucchio di incompetenti aspiranti nobili quando posso fare a gara di
intelligenza con un vero e proprio gyorn?» Poi, più seriamente, continuò: «Il
Wyrn sceglie bene i suoi sommi sacerdoti. Se Iadon non sorveglia
quell’uomo – e sembra improbabile che lo farà – Hrathen gli convertirà
questa città sotto il naso. A cosa servirà per Teod il mio matrimonio
sacrificale se Arelon si consegna ai nostri nemici?»
«Forse la vostra reazione è esagerata, mia signora» disse Ashe con una
pulsazione. Le parole erano familiari: sembrava che Ashe spesso provasse il
bisogno di dirgliele.
Sarene scosse il capo. «Non questa volta. Quella di oggi era una prova,
Ashe. Ora Hrathen si sentirà giustificato nell’intraprendere azioni contro il re:
si è convinto che Arelon sia davvero governata da un blasfemo. Cercherà di

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trovare un modo per rovesciare Iadon dal suo trono e il governo di Arelon
cadrà per la seconda volta in dieci anni. Stavolta non sarà la classe mercantile
a riempire il vuoto di potere: sarà il clero derethi.»
«Dunque avete intenzione di aiutare Iadon?» disse Ashe con un tono
divertito.
«Lui è il mio re sovrano.»
«Malgrado la vostra opinione che sia insopportabile?»
«Qualunque cosa è meglio che essere governati da Fjorden. Inoltre, forse
ero in errore su Iadon.» Le cose non erano andate troppo male tra loro due
fin da quel primo incontro imbarazzante. Iadon l’aveva praticamente ignorata
al funerale di Raoden, cosa che a Sarene era andata benissimo: lei era stata
troppo occupata a osservare la cerimonia in cerca di discrepanze. Purtroppo
l’evento aveva avuto luogo in modo tanto ortodosso da essere deludente, e
nessun nobile di spicco si era tradito non presenziando o apparendo troppo
colpevole durante i riti.
«Sì…» disse lei. «Forse Iadon e io possiamo andare d’accordo
semplicemente ignorandoci a vicenda.»
«Nel nome dell’Ardente Domi, cosa ci fai di nuovo nella mia corte,
ragazza?» la apostrofò il re da dietro.
Sarene alzò gli occhi al cielo con un’espressione rassegnata e Ashe pulsò
in una sommessa risata mentre lei si voltava per fronteggiare re Iadon.
«Cosa?» domandò Sarene, facendo del suo meglio per suonare innocente.
«Tu!» sbraitò Iadon, indicandola. Era comprensibilmente di cattivo
umore… certo, da quello che lei aveva sentito, di rado Iadon era di buon
umore. «Non capisci che le donne non devono venire nella mia corte a meno
che non siano state invitate?»
Sarene sbatté le palpebre dalla confusione. «Nessuno me l’aveva detto,
Vostra maestà» rispose lei, cercando intenzionalmente di dare l’impressione
di non avere nemmeno un po’ di sale in zucca.
Iadon borbottò qualcosa sulle donne stolte, scuotendo il capo per la sua
evidente mancanza di intelligenza.
«Volevo solo vedere i quadri» disse Sarene, mettendo un tremito nella
voce come se fosse sull’orlo delle lacrime.
Iadon tenne la mano protesa a palmo avanti come per prevenire ulteriori
scempiaggini da parte di Sarene, voltandosi di nuovo verso i suoi registri.
Sarene riuscì a stento a trattenersi dal sorridere mentre si asciugava gli occhi
e fingeva di esaminare il dipinto alle sue spalle.
«Questo era inatteso» disse Ashe piano.

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«Farò i conti con Iadon più tardi» borbottò Sarene. «Ho qualcuno di più
importante di cui preoccuparmi ora.»
«È solo che non avevo mai pensato che avrei visto il giorno in cui
proprio voi, tra tutte le donne, avreste ceduto allo stereotipo femminile…
anche se era solo una recita.»
«Cosa?» domandò Sarene, battendo rapidamente le palpebre. «Io,
recitare?»
Ashe sbuffò.
«Sai, non sono mai stata in grado di capire come voi Seon riusciate a
emettere suoni del genere» disse Sarene. «Non avete naso… come fate a
sbuffare?»
«Anni di esercizio, mia signora» replicò Ashe. «Dovrò veramente
sopportare il vostro piagnucolio ogni volta che parlerete con il re?»
Sarene scrollò le spalle. «Lui si aspetta che le donne siano delle sciocche,
perciò sarò sciocca. È molto più facile manipolare la gente quando ritiene che
tu non abbia abbastanza cervello da ricordare il tuo stesso nome.»
«’Ene?» tuonò all’improvviso una voce. «Sei tu?» La voce profonda e
roca era stranamente familiare. Era come se chi aveva parlato avesse mal di
gola, anche se lei non aveva mai sentito qualcuno col mal di gola urlare così
forte.
Sarene si voltò con esitazione. Un uomo enorme – più alto, più largo di
spalle, più panciuto e più muscoloso di quanto sembrava possibile – si fece
strada a spintoni tra la folla verso di lei. Era vestito con un ampio farsetto di
seta blu – lei rabbrividì al pensiero di quanti bachi avevano faticato per farlo
– e indossava i pantaloni con risvolti pieghettati di un cortigiano di Arelon.
«Sei tu!» esclamò l’uomo. «Pensavamo che non saresti arrivata prima di
un’altra settimana!»
«Ashe,» borbottò Sarene «chi è questo pazzo e cosa vuole da me?»
«Sembra familiare, mia signora. Sono spiacente, la mia memoria non è
più quella di un tempo.»
«Ah!» disse l’omone, sollevandola da terra in un forte abbraccio. Era una
strana sensazione: la sua metà inferiore strusciava contro quella pancia
abbondante mentre la sua faccia veniva schiacciata da quel petto duro e
muscoloso. Sarene resistette all’impulso di gemere, attendendo e sperando
che l’uomo la lasciasse andare prima che lei svenisse. Ashe probabilmente
sarebbe andato a chiamare aiuto se il suo volto avesse cominciato a cambiare
colore.

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Per fortuna, l’uomo la lasciò andare molto prima che soffocasse,
tenendola invece per le spalle con le braccia protese. «Sei cambiata. L’ultima
volta che ti ho vista, mi arrivavi solo al ginocchio.» Poi rimirò la sua alta
figura. «Be’, dubito che tu sia mai stata alta solo fino al ginocchio, ma di
sicuro non mi arrivavi fino in vita. Tua madre aveva sempre detto che saresti
stata una spilungona!»
Sarene scosse il capo. La voce era lievemente familiare, ma lei non
riusciva a riconoscere le sue fattezze. Di solito aveva un’ottima memoria per
le facce… A meno che…
«Cio Kay?» chiese lei in tono esitante. «Misericordioso Domi! Cos’è
successo alla tua barba?»
«I nobili areliani non portano la barba, piccolina. Sono anni che non ce
l’ho più.»
Era proprio lui. La voce era diversa, il volto sbarbato non le era familiare,
ma gli occhi erano gli stessi. Si ricordava di quando guardava in alto verso
quei grandi occhi castani, sempre pieni di allegria. «Cio Kay» borbottò lei
distrattamente. «Dov’è il mio regalo?»
Suo zio Kiin rise, la sua peculiare voce raspante che la faceva suonare più
come un rantolo che come una risatina. Quelle erano sempre state le sue
prime parole ogni volta che lui veniva a farle visita: suo zio le portava i doni
più esotici, delizie tanto stravaganti da essere straordinarie anche per la figlia
di un re.
«Temo di aver dimenticato il regalo questa volta, piccolina.»
Sarene arrossì. Ma, prima di poter squittire delle scuse, zietto Kay avvolse
un grosso braccio attorno alla sua spalla e iniziò a trascinarla via dalla sala del
trono.
«Vieni, devi incontrare mia moglie.»
«Moglie?» chiese Sarene con voce sbigottita. Era passato oltre un
decennio da quando aveva visto Kiin, ma si ricordava piuttosto chiaramente
un fatto: suo zio era stato uno scapolo impenitente e un furfante
incorreggibile. «Cio Kay è sposato?»
«Non sei l’unica a essere cresciuta negli ultimi dieci anni» disse Kiin con
voce roca.
«Oh, e per quanto sia carino sentire che mi chiami ‘Cio Kay’,
probabilmente vorrai chiamarmi zio Kiin ora.»
Sarene arrossì di nuovo. ‘Cio Kay’ era stata la creazione di una bambina
incapace di pronunciare il nome di suo zio.

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«Allora, come sta tuo padre?» chiese l’omone. «Si comporta in modo
adeguatamente regale, suppongo.»
«Sta bene, zio» rispose lei. «Anche se sono certa che sarebbe sorpreso di
scoprire che vivi nella corte di Arelon.»
«Lo sa.»
«No, pensa che tu sia partito per uno dei tuoi viaggi e ti sia sistemato su
un’isola lontana.»
«Sarene, se sei arguta come donna quanto lo eri da ragazza, allora ormai
dovresti aver imparato a separare la verità dalle storie.»
Quella constatazione giunse come un secchio d’acqua gelata. Si ricordava
vagamente di aver osservato un giorno la nave di suo zio salpare e di aver
chiesto a suo padre quando Cio Kay sarebbe tornato. Il volto di Eventeo era
stato cupo quando aveva risposto che stavolta Cio Kay avrebbe intrapreso un
lungo, lunghissimo viaggio.
«Ma perché?» chiese lei. «Tutto questo tempo hai vissuto solo a pochi
giorni di viaggio da casa e non sei mai venuto a far visita?»
«Storie per un altro giorno, piccolina» disse Kiin con una scrollata del
capo. «Adesso devi incontrare il mostro di donna che è finalmente riuscita a
catturare tuo zio.»
La moglie di Kiin era tutt’altro che un mostro. In effetti era una delle più
belle donne di mezz’età che Sarene avesse mai visto. Daora aveva un viso
forte, con fattezze nette e statuarie, e una chioma ben acconciata di capelli
castano ramati. Non era la persona che Sarene avrebbe mai visto assieme a
suo zio… certo, i suoi ricordi più recenti di Kiin erano vecchi di oltre dieci
anni.
La grande villa di Kiin, simile a un castello, non fu una sorpresa. Sarene
rammentava che suo zio era stato una specie di mercante e i suoi ricordi
erano corroborati da doni costosi e dall’abbigliamento esotico di Kiin. Non
era stato soltanto il figlio più giovane di un re, ma anche un uomo d’affari
estremamente di successo. Qualcosa che era ancora, a quanto pareva. Era
stato fuori città per affari fino a quella mattina, motivo per cui lei non l’aveva
visto al funerale.
La sorpresa più grande furono i bambini. Malgrado il fatto che Sarene
sapesse che era sposato, non riusciva proprio a conciliare i suoi ricordi del
ribelle Cio Kay con il concetto di paternità. I suoi preconcetti andarono in
mille pezzi nel momento in cui Kiin e Daora aprirono la porta della sala da
pranzo della villa.
«Papà è a casa!» chiamò la voce di una ragazzina.

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«Sì, papà è a casa» disse Kiin con voce sofferente. «E no, non ti ho
portato nulla. Sono stato via solo pochi minuti.»
«Non m’interessa cosa mi hai o non mi hai portato. Voglio solo
mangiare.» A parlare era una ragazzina di circa dieci anni. Aveva una voce
molto seria, quasi da adulta. Indossava un vestito rosa legato con del nastro
bianco e aveva in testa una zazzera di capelli biondissimi.
«E quando non vuoi mangiare, Kaise?» chiese un ragazzino, che
sembrava quasi identico alla bambina, con espressione aspra.
«Bambini, non bisticciate» disse Daora con fermezza. «Abbiamo
un’ospite.»
«Sarene,» annunciò Kiin «questi sono i tuoi cugini, Kaise e Daorn. Le
due più grandi emicranie nella vita del tuo povero zio.»
«Su, padre, sai che saresti impazzito di noia molto tempo fa senza di loro»
disse un uomo dalla porta più lontana. Il nuovo arrivato era di statura media
areliana, il che voleva dire che era di un pollice o due più basso di Sarene,
con una corporatura snella e un volto aquilino decisamente bello. I suoi
capelli erano divisi al centro e gli ricadevano da entrambi i lati del volto. Una
donna dai capelli neri si trovava al suo fianco, le labbra lievemente increspate
mentre esaminava Sarene.
L’uomo rivolse un piccolo inchino a Sarene. «Vostra altezza» disse con
solo un accenno di sorriso sulle labbra.
«Mio figlio Lukel» spiegò Kiin.
«Tuo figlio?» chiese Sarene sorpresa. Dei bambini piccoli poteva
accettarli, ma Lukel era di qualche anno più grande di lei. Questo voleva
dire…
«No» disse Kiin scrollando il capo. «Lukel è nato dal precedente
matrimonio di Daora.»
«Non che questo mi renda meno figlio suo» disse Lukel con un ampio
sorriso. «Non puoi sfuggire alla responsabilità verso di me così facilmente.»
«Domi stesso non oserebbe prendersi la responsabilità per te» disse Kiin.
«Comunque, quella accanto a lui è Jalla.»
«Tua figlia?» chiese Sarene mentre Jalla faceva la riverenza.
«Sua nuora» spiegò la donna dai capelli scuri con una voce dall’accento
marcato.
«Sei Fjordell?» chiese Sarene. I capelli erano stati un indizio, ma il nome
e l’accento erano una prova.
«Svordica» corresse Jalla… non che fosse molto diverso. Il piccolo regno
di Svorden era a tutti gli effetti una provincia di Fjorden.

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«Jalla e io studiavamo assieme all’accademia di Svorden» spiegò Lukel.
«Ci siamo sposati il mese scorso.»
«Congratulazioni» disse Sarene. «È bello sapere che non sono l’unica
sposina novella nella stanza.» Sarene intendeva fare quel commento a cuor
leggero, ma fu incapace di impedire all’amarezza di trasparire dalla sua voce.
Avvertì la grossa mano di Kiin stringerle la spalla.
«Sono spiacente, ’Ene» disse lui piano. «Non avevo intenzione di
menzionare l’argomento, ma… tu meritavi di meglio: sei sempre stata una
bambina così felice.»
«Non è stata una perdita per me» disse Sarene con un’indifferenza che
non provava. «Non è che lo conoscessi, zio.»
«Ciononostante,» disse Daora «dev’essere stato traumatico.»
«Puoi dirlo forte» concordò Sarene.
«Se può essere d’aiuto,» disse Kiin «il principe Raoden era un
brav’uomo. Uno dei migliori che io abbia mai conosciuto. Se conoscessi un
po’ di più sulla politica areliana, capiresti che non uso queste parole alla
leggera quando mi riferisco a un membro della corte di Iadon.»
Sarene annuì lievemente. Parte di lei era lieta di sentire che non aveva
mal giudicato Raoden dalle sue lettere; l’altra metà pensava che sarebbe stato
più semplice continuare a ritenere che lui fosse come suo padre.
«Ora basta parlare di principi morti!» decise una vocina insistente dal
tavolo. «Se non mangiamo presto, papà dovrà smettere di lamentarsi di me
perché io sarò morta.»
«Sì, Kiin,» acconsentì Daora «probabilmente dovresti andare in cucina e
assicurarti che il tuo banchetto non stia bruciando.»
Kiin sbuffò. «Ho messo ogni piatto a cucinare secondo un programma
preciso. Sarebbe impossibile che uno…» L’omone si interruppe, annusando
l’aria. Poi imprecò e si precipitò fuori dalla stanza.
«Zio Kiin sta cucinando la cena?» chiese Sarene meravigliata.
«Tuo zio è uno dei migliori cuochi di questa città, cara» disse Daora.
«Zio Kiin?» ripeté Sarene. «Un cuoco?»
Daora annuì, come se si trattasse di un fatto di tutti i giorni. «Kiin ha
visitato più posti in questo mondo di chiunque ad Arelon e ha portato
indietro ricette da ciascuno. Credo che stasera stia preparando qualcosa che
ha imparato a Jindo.»
«Questo significa che mangeremo?» domandò Kaise in tono mirato.
«Io odio il cibo jindoese» si lamentò Daorn, la sua voce quasi
indistinguibile da quella di sua sorella. «È troppo speziato.»

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«A te non piace nulla a meno che non ci sia mischiata dentro una
manciata di zucchero» lo canzonò Lukel, scompigliando i capelli del suo
fratellastro.
«Daorn, corri a prendere Adien.»
«Un altro?» chiese Sarene.
Daora annuì. «L’ultimo. Il fratello di Lukel.»
«Probabilmente sta dormendo» disse Kaise. «Adien dorme sempre. Penso
che sia perché la sua mente è solo mezza sveglia.»
«Kaise, le ragazzine che dicono certe cose sui loro fratelli spesso
finiscono a letto senza cena» la ammonì Daora. «Daorn, muoviti.»

«Tu non sembri una principessa» disse Kaise. La ragazzina sedeva


compita sulla sua sedia accanto a Sarene. La sala da pranzo aveva un’aria
accogliente, simile a uno studio, piena di pannellature in legno scuro e cimeli
dai tempi che Kiin aveva trascorso a viaggiare.
«Cosa intendi?» chiese Sarene, cercando di capire come usare le
particolari posate jindoesi. Ce n’erano due, una con un’estremità dalla punta
aguzza e l’altra che terminava in una spatola piatta. Tutti gli altri le usavano
per mangiare come se per loro fosse un’abitudine, e Sarene era decisa a non
dire nulla. Avrebbe capito da sola come funzionavano oppure non avrebbe
mangiato molto. L’ultima possibilità si stava rivelando la più probabile.
«Be’, tanto per cominciare sei troppo alta» disse Kaise.
«Kaise» la ammonì sua madre in tono minaccioso.
«Be’, è vero. Tutti i libri dicono che le principesse sono minute. Non
sono del tutto sicura di cosa voglia dire ‘minute’, ma non penso che lei lo
sia.»
«Io sono Teodeti» disse Sarene, riuscendo a infilzare qualcosa che
assomigliava a un pezzo di gamberetto marinato. «Siamo tutti alti così.»
«Anche papà è Teodeti, Kaise» disse Daorn. «E tu sai quanto è alto.»
«Ma papà è grasso» fece notare Kaise. «Perché non sei grassa anche tu,
Sarene?»
Kiin, che era appena comparso dalla porta della cucina, diede
distrattamente un colpetto a sua figlia col fondo di un vassoio mentre
passava. «Proprio come pensavo» borbottò ascoltando il suono riecheggiante
causato dal piatto di metallo. «Hai la testa completamente vuota. Immagino
che questo spieghi parecchio.»
Kaise si sfregò la testa con aria stizzita prima di tornare a rivolgersi verso
il suo pasto, borbottando: «Penso ancora che le principesse dovrebbero

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essere più piccole. Inoltre si suppone che le principesse si sappiano
comportare bene a tavola, mentre la cugina Sarene ha fatto cadere metà del
suo cibo sul pavimento. Chi ha mai sentito di una principessa che non
sapesse come usare i bastoncini MaiPon?»
Sarene arrossì, abbassando lo sguardo verso le posate straniere.
«Non darle ascolto, ’Ene.» Kiin rise, posando sul tavolo un altro piatto
dall’aroma succulento. «Questo è cibo jindoese: è fatto con così tanto grasso
che se non ne finisce la metà sul pavimento, allora c’è qualcosa che non va.
Capirai come funzionano quei bastoncini, prima o poi.»
«Puoi usare un cucchiaio, se vuoi» disse Daorn in tono disponibile.
«Adien lo fa sempre.»
Gli occhi di Sarene furono attratti immediatamente verso il quarto figlio.
Adien era un ragazzo dal volto sottile quasi al termine dell’adolescenza.
Aveva una carnagione bianco pallido e un’aria strana e inquietante. Mangiava
in modo goffo, i movimenti rigidi e incontrollati. Mentre mangiava,
borbottava tra sé… ripetendo numeri, per quanto riusciva a capire Sarene.
Sarene aveva incontrato persone come lui in precedenza, bambini le cui
menti non erano completamente integre.
«Padre, il pasto è delizioso» disse Lukel, distogliendo l’attenzione da suo
fratello. «Non credo che tu abbia mai preparato questo piatto a base di
gamberetti prima.»
«Si chiama HaiKo» disse Kiin nella sua voce roca. «L’ho imparato da un
mercante itinerante mentre tu stavi studiando a Svorden lo scorso anno.»
«Sedicimilioniquattrocentomilasettecentosettantadue» borbottò Adien.
«Ecco quanti passi dista Svorden da qui.»
Sarene rimase un attimo interdetta per il conteggio di Adien, ma il resto
della famiglia non gli prestò attenzione, così lei fece lo stesso. «È davvero
ottimo. Zio,» disse Sarene «non avrei mai immaginato che tu fossi un
cuoco.»
«Mi è sempre piaciuto» spiegò Kiin, accomodandosi sulla sua sedia. «Ti
avrei preparato alcune cosucce quando ero in visita a Teod, ma la capocuoca
di tua madre aveva questa sciocca idea che la cucina non fosse un posto per
dei membri della famiglia reale. Ho cercato di spiegarle che, in un certo
senso, le cucine erano in parte di mia proprietà, ma lei non ha mai voluto
comunque lasciarmi mettere piede dentro per preparare un pasto.»
«Be’, ha reso a tutti noi un cattivo servizio» disse Sarene. «Tu non cucini
tutto quanto, vero?»

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Kiin scosse il capo. «Fortunatamente no. Anche Daora è un’ottima
cuoca.»
Sarene sbatté le palpebre dalla sorpresa. «Intendi dire che non avete un
cuoco che vi prepara i pasti?»
Kiin e Daora scossero il capo all’unisono.
«Papà è il nostro cuoco» disse Kaise.
«E nemmeno maggiordomi o servitori?» chiese Sarene. Aveva presunto
che la mancanza di servitori fosse dovuta a un peculiare desiderio da parte di
Kiin di mantenere quel particolare pasto personale.
«Nemmeno uno» disse Kiin.
«Ma perché?»
Kiin guardò sua moglie, poi tornò a fissare Sarene. «Sarene, sai cos’è
successo qui dieci anni fa?»
«Il Reod?» chiese Sarene. «La Punizione?»
«Sì, ma sai cosa significa?»
Sarene ci pensò su per un momento, poi diede una lieve scrollata di
spalle. «La fine degli Elantriani.»
Kiin annuì. «Probabilmente non hai mai incontrato un Elantriano: eri
ancora giovane quando il Reod colpì. È difficile spiegare quanto sia cambiato
questo Paese quando giunse il disastro. Elantris un tempo era stata la città più
bella del mondo… fidati di me, sono stato in ogni altro posto. Era un
monumento di pietra lucente e metallo lucido, e i suoi abitanti parevano
essere stati cesellati dagli stessi materiali. Poi… caddero.»
«Sì, l’ho studiato in precedenza» disse Sarene annuendo. «La loro pelle
divenne scura con macchie nere e i capelli iniziarono a cadergli dalla testa…»
«Puoi dirlo con la conoscenza dei libri,» disse Kiin «ma non eri qui
quando successe. Non puoi sapere l’orrore che deriva dal vedere delle
divinità diventare orrende e disgustose. La loro caduta distrusse il governo
areliano, gettando il Paese nel caos più totale.»
Si interruppe per un momento, poi proseguì: «Furono i servitori a dare
inizio alla rivoluzione, Sarene. Il giorno stesso in cui i padroni caddero, i
servi si rivoltarono contro di loro. Alcuni – perlopiù l’attuale nobiltà del
Paese – dicono che sia stato perché la classe inferiore a Elantris veniva
trattata troppo bene, che le loro nature viziate li indussero a deporre i
governanti precedenti al primo segno di debolezza. Io penso che sia stata
semplicemente paura… la paura ignorante che gli Elantriani avessero una
orrenda malattia, mista al terrore che proviene dal vedere qualcuno che avevi
adorato caderne preda davanti a te.

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«A ogni modo, i servitori furono quelli che provocarono i danni
maggiori. All’inizio a piccoli gruppi, poi in una rivolta incredibilmente
distruttiva, uccidendo ogni Elantriano che riuscivano a trovare. Le prime
vittime furono gli Elantriani più potenti, ma le uccisioni si propagarono
anche ai più deboli.
«Non si fermò nemmeno con gli Elantriani: la gente attaccò famiglie,
amici e perfino quelli che erano stati nominati in posizioni di privilegio dagli
Elantriani. Daora e io osservammo tutto quanto, terrorizzati e grati che non ci
fosse nessun Elantriano in famiglia. Per via di quella notte, non siamo mai
stati in grado di convincerci ad assumere dei servitori.»
«Non che ne abbiamo realmente bisogno» disse Daora. «Rimarresti
sorpresa da quanto si può riuscire a fare per conto proprio.»
«In particolare quando hai un paio di bambini per fare i lavori sporchi»
disse Kiin con un sorriso scaltro.
«È tutto quello a cui serviamo, padre?» disse Lukel con una risata.
«Pulire i pavimenti?»
«È l’unico motivo che io ho trovato per avere dei figli» disse Kiin. «Tua
madre e io abbiamo avuto Daorn solo perché abbiamo deciso che ci
servivano un altro paio di mani per lavare vasi da notte.»
«Papà, per favore» disse Kaise. «Sto cercando di mangiare.»
«Domi misericordioso, aiuta l’uomo che interrompe la cena di Kaise»
disse Lukel con una risatina.
«Principessa Kaise» lo corresse la ragazzina.
«Oh, dunque la mia bambina è una principessa ora?» domandò Kiin in
tono divertito.
«Se può esserlo Sarene, allora posso esserlo anch’io. Dopotutto tu sei suo
zio, e questo dovrebbe renderti un principe. Giusto, papà?»
«Tecnicamente sì» disse Kiin. «Anche se ufficialmente non penso di avere
più un titolo.»
«Probabilmente ti hanno cacciato via perché hai parlato di vasi da notte
durante la cena» disse Kaise. «I principi non possono fare quel genere di
cose, sai. È maleducazione a tavola.»
«Ma certo» disse Kiin con un sorriso affettuoso. «Mi domando perché
non me ne sia mai reso conto prima.»
«Dunque» continuò Kaise. «Se tu sei un principe, allora tua figlia è una
principessa.»
«Temo che non funzioni a quel modo, Kaise» disse Lukel. «Tuo padre
non è re, perciò i suoi figli sarebbero baroni o conti, non principi.»

72
«È vero?» chiese Kaise in tono deluso.
«Temo di sì» disse Kiin. «Ma fidati di me. Chiunque affermi che tu non
sei una principessa, Kaise, non ti ha mai ascoltato lamentarti al momento di
andare a letto.»
La ragazzina ci pensò su per un momento, poi, all’apparenza incerta su
come prendere il commento, tornò semplicemente alla sua cena. Sarene non
stava prestando molta attenzione: la sua mente si era bloccata alla parte in cui
suo zio aveva detto: ‘Ufficialmente non penso di avere più un titolo.’
Odorava di politica. Sarene pensava di conoscere ogni evento importante che
fosse accaduto alla corte di Teod durante gli ultimi cinquant’anni, e non
sapeva nulla sul fatto che Kiin potesse essere stato privato ufficialmente del
suo titolo.
Prima che potesse riflettere maggiormente su quella incongruenza, Ashe
fluttuò dentro attraverso una finestra. Nell’eccitazione della cena, Sarene si
era quasi dimenticata che lo aveva mandato a seguire il gyorn Hrathen.
La palla di luce si fermò con esitazione a mezz’aria vicino alla finestra.
«Mia signora, sto interrompendo qualcosa?»
«No, Ashe, vieni dentro a incontrare la mia famiglia.»
«Hai un Seon!» esclamò Daorn meravigliato. Per una volta, sua sorella
parve troppo stupita per parlare.
«Questo è Ashe» spiegò Sarene. «È al servizio della mia casata da oltre
due secoli ed è il Seon più saggio che io abbia mai conosciuto.»
«Mia signora, voi esagerate» disse Ashe con modestia, eppure allo stesso
tempo lei notò che stava brillando un po’ più vivido.
«Un Seon…» disse Kaise piena di sommessa meraviglia, la sua cena
dimenticata.
«Sono sempre stati rari,» disse Kiin «ora più che mai.»
«Dove l’hai preso?» domandò Kaise.
«Da mia madre» disse Sarene. «Passò Ashe a me quando nacqui.» Il
Passaggio di un Seon era il dono più prezioso che una persona potesse
ricevere. Un giorno, Sarene avrebbe passato Ashe, scegliendo un nuovo
pupillo su cui lui avrebbe vegliato e di cui si sarebbe preso cura. Aveva
progettato che sarebbe stato uno dei suoi figli, o forse un nipote. Però era
sempre più improbabile che uno di loro sarebbe mai esistito…
«Un Seon» disse Kaise colma di meraviglia. Si voltò verso Sarene, con gli
occhi che brillavano di eccitazione. «Posso giocare con lui dopo cena?»
«Giocare con me?» chiese Ashe in tono incerto.
«Per favore, posso, cugina Sarene?» supplicò Kaise.

73
«Non lo so» disse Sarene con un sorriso. «Mi pare di ricordare certi
commenti sulla mia altezza.» L’espressione di delusione mortificata della
ragazzina fu fonte di grande divertimento per tutti quanti. Fu in quel
momento, tra le loro risate, che Sarene iniziò a percepire la tensione allentarsi
per la prima volta da quando aveva lasciato la sua patria una settimana prima.

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CAPITOLO
6

«Non c’è speranza per il re, temo.» Hrathen incrociò le braccia sopra il
pettorale con aria pensierosa mentre tornava a guardare la sala del trono.
«Eminenza?» chiese Dilaf.
«Re Iadon» spiegò Hrathen. «Avevo sperato di salvarlo… anche se non
mi ero mai aspettato che la nobiltà mi seguisse senza combattere. Sono
troppo radicati nelle loro usanze. Forse se fossimo venuti da loro appena
dopo il Reod. Naturalmente non eravamo certi che qualunque malattia avesse
colpito gli Elantriani non avrebbe influenzato anche noi.»
«Jaddeth ha abbattuto gli Elantriani» disse Dilaf con fervore.
«Sì» disse Hrathen, non curandosi di guardare l’uomo più basso. «Ma
spesse volte Jaddeth usa dei processi naturali per portare a compimento la
Sua volontà. Una pestilenza ucciderebbe i Fjordell così come gli Areliani.»
«Jaddeth proteggerebbe i suoi prescelti.»
«Ma certo» disse Hrathen in tono distratto, scoccando un’altra occhiata
insoddisfatta lungo il corridoio verso la sala del trono. Aveva fatto
quell’offerta per senso del dovere, sapendo che il modo più semplice per
salvare Arelon sarebbe stato convertire il suo regnante, ma non si era
aspettato che Iadon rispondesse favorevolmente. Se solo il re avesse saputo
quanta sofferenza avrebbe potuto evitare con una semplice professione di
fede.
Adesso era troppo tardi: Iadon aveva formalmente respinto Jaddeth.
Sarebbe dovuto diventare un esempio. Ma Hrathen avrebbe dovuto esercitare
cautela. Ricordi della rivoluzione duladiana erano ancora vividi nella sua
mente: la morte, il sangue, il caos. Un tale cataclisma doveva essere evitato.
Hrathen era un uomo severo e determinato, ma non era certo un amante dei
massacri.

75
Naturalmente, con soli tre mesi di tempo poteva non avere altra scelta.
Per riuscire nel suo intento, avrebbe potuto dover incitare una rivolta. Altre
morti e altro caos: cose terribili da gettare addosso a una nazione che non si
era ancora ristabilita dalla sua ultima rivoluzione violenta. Però l’impero di
Jaddeth non se ne sarebbe stato in disparte ad aspettare perché alcuni nobili
ignoranti rifiutavano di accettare la verità.
«Suppongo che mi aspettassi troppo da loro» borbottò Hrathen.
«Dopotutto sono solo Areliani.»
Dilaf non fornì alcuna replica a quel commento.
«Ho notato qualcuno di strano nella sala del trono, arteth» disse Hrathen
mentre si voltavano e si dirigevano fuori dal palazzo, superando sculture e
servitori senza degnarli di uno sguardo. «Forse puoi aiutarmi a identificarla.
Era Aonica, ma era più alta della maggior parte degli Areliani, e i suoi capelli
erano più chiari del normale castano della gente di Arelon. Pareva fuori
posto.»
«Cosa indossava, Vostra santità?» chiese Dilaf.
«Aveva un abito nero. Tutto nero con una fusciacca gialla.»
«La nuova principessa, eminenza» sibilò Dilaf, la sua voce
improvvisamente carica d’odio.
«Nuova principessa?»
«È arrivata ieri, proprio come voi. Avrebbe dovuto sposarsi con il figlio
di Iadon, Raoden.»
Hrathen annuì. Non aveva presenziato al funerale del principe, ma aveva
sentito di quell’evento. E non aveva saputo del matrimonio imminente. Il
fidanzamento doveva essere avvenuto di recente. «E lei è ancora qui» chiese
«pure se il principe è morto?»
Dilaf annuì. «Purtroppo per lei, il contratto di fidanzamento reale l’ha
resa sua moglie nel momento in cui lui è morto.»
«Ah» disse Hrathen. «Da dove viene?»
«Teod, eminenza» rispose Dilaf.
Hrathen annuì, comprendendo l’odio nella voce di Dilaf. Arelon,
malgrado la blasfema città di Elantris, mostrava almeno qualche possibilità di
redenzione. Teod, però, era la patria di Shu-Korath, una setta degenerata di
Shu-Keseg, la religione originaria di Shu-Dereth. Il giorno in cui Teod fosse
caduta sotto la gloria di Fjorden sarebbe stato un giorno davvero gioioso.
«Una principessa teodeti potrebbe essere un problema» rifletté Hrathen.
«Nulla può ostacolare l’impero di Jaddeth.»

76
«Se nulla potesse ostacolarlo, arteth, allora ricomprenderebbe già l’intero
pianeta. Jaddeth prova piacere nel permettere ai Suoi servitori di servirLo, e
ci concede gloria nel piegare gli sciocchi davanti alla nostra volontà. E di tutti
gli sciocchi del mondo, quelli teodeti sono i più pericolosi.»
«Come potrebbe una donna essere un pericolo per voi, Vostra santità?»
«Be’, tanto per cominciare, il suo matrimonio significa che Teod e Arelon
hanno un legame di sangue formale. Se non stiamo attenti, dovremo
combatterle entrambe allo stesso tempo. È più probabile che un uomo si
ritenga un eroe quando ha un alleato a sostenerlo.»
«Capisco, eminenza.»
Hrathen annuì, uscendo di gran carriera alla luce del sole. «Presta
attenzione, arteth, e ti insegnerò una lezione molto importante… una che
poche persone conoscono e ancor meno possono usare a dovere.»
«Di che lezione si tratta?» chiese Dilaf, seguendolo da vicino.
Hrathen mostrò un lieve sorriso. «Ti mostrerò il modo per distruggere
una nazione, i mezzi tramite i quali un fedele di Jaddeth può rovesciare regni
e prendere il controllo delle anime della gente.»
«Sono… impaziente di imparare, eminenza.»
«Bene» disse Hrathen, facendo spaziare lo sguardo oltre Kae, verso le
enormi mura di Elantris. Si ergeva sopra la città come una montagna.
«Portami lassù. Desidero vedere i signori caduti di Arelon.»

Non appena Hrathen era giunto alla Città Esterna di Kae, aveva notato
quanto era indifendibile. In quel momento, in piedi in cima alle mura di
Elantris, Hrathen poteva vedere che in realtà aveva sottovalutato quanto
fossero patetiche le fortificazioni di Kae. Bellissimi gradoni terrazzati
correvano su per l’esterno delle mura di Elantris, fornendo un accesso alla
sommità da fuori. Erano solide costruzioni in pietra; sarebbe stato impossibile
distruggerle in caso di emergenza. Se gli abitanti di Kae si fossero ritirati
dentro Elantris, sarebbero stati in trappola, non al riparo.
Non c’erano arcieri. I membri della Guardia Cittadina di Elantris
portavano grosse lance poco maneggevoli che sembravano troppo pesanti da
scagliare. Avevano un portamento orgoglioso, indossavano uniformi gialle e
brune senza armatura ed era evidente che si consideravano molto al di sopra
della normale milizia cittadina. Da quello che Hrathen aveva sentito, però, la
Guardia non era davvero necessaria per tenere dentro gli Elantriani. Quelle
creature di rado cercavano di scappare e le mura cittadine erano troppo estese
perché la Guardia potesse pattugliarle in maniera capillare. Quella forza era

77
più un’operazione di pubbliche relazioni che non militare; la gente di Kae si
sentiva molto più a suo agio a vivere accanto a Elantris sapendo che una
truppa di soldati sorvegliava la città. Hrathen però sospettava che in una
guerra i membri della Guardia avrebbero avuto difficoltà a difendere sé
stessi, e a maggior ragione a proteggere la popolazione di Kae.
Arelon era un gioiello pronto per essere saccheggiato. Hrathen aveva
udito dei giorni di caos subito dopo la caduta di Elantris e degli incalcolabili
tesori che erano stati depredati dalla magnifica città. Quei preziosi adesso
erano concentrati a Kae, dove la nuova nobiltà viveva praticamente indifesa.
Aveva anche sentito che, malgrado le ruberie, una vasta percentuale della
ricchezza di Elantris – opere d’arte troppo grosse per essere spostate
facilmente oppure oggetti più piccoli che non erano stati saccheggiati prima
che Iadon iniziasse a imporre l’isolamento della città – rimaneva rinchiusa
all’interno delle mura proibite.
Solo la superstizione e l’inaccessibilità impedivano che Elantris e Kae
venissero razziate dagli invasori. Le bande di ladri più piccole erano ancora
troppo spaventate dalla reputazione di Elantris. Quelle più grandi erano o
sotto il controllo di Fjorden – perciò non avrebbero attaccato finché non
fosse stato ordinato loro di farlo – oppure erano state corrotte dai nobili di
Kae perché si tenessero alla larga. Entrambe le situazioni erano di natura
estremamente temporanea.
E quello era il motivo fondamentale per cui Hrathen si sentiva giustificato
nell’intraprendere azioni estreme per portare Arelon sotto il controllo – e la
protezione – di Fjorden. Quella nazione era come un uovo in bilico sulla
vetta di una montagna, che attendeva solo che la prima brezza lo facesse
precipitare giù verso il terreno duro. Se Fjorden non avesse conquistato
Arelon presto, il regno sarebbe sicuramente crollato sotto il peso di una
dozzina di problemi diversi. Oltre all’inettitudine dei suoi governanti, Arelon
soffriva di una classe operaia tartassata, incertezza religiosa e risorse che
andavano scarseggiando. Tutti questi fattori gareggiavano per assestare il
colpo di grazia.
I suoi pensieri vennero interrotti dal suono di un respiro affannoso dietro
di lui. Dilaf si trovava dall’altro lato del camminamento delle mura, il suo
sguardo che spaziava su Elantris. Aveva gli occhi strabuzzati, come un uomo
che avesse ricevuto un pugno in pancia, e i suoi denti erano serrati. Hrathen
quasi si aspettava che iniziasse a schiumare dalla bocca.
«Li odio» mormorò Dilaf con voce roca, quasi incomprensibile.

78
Hrathen attraversò il camminamento per mettersi accanto a Dilaf. Dal
momento che quelle mura non erano state costruite per scopi militari, non
c’erano merlature. Ma entrambi i lati avevano parapetti rialzati per motivi di
sicurezza. Hrathen si appoggiò contro uno di questi, facendo spaziare lo
sguardo per esaminare Elantris.
Non c’era molto da vedere; Hrathen era stato in bassifondi più
promettenti di Elantris. Gli edifici erano così rovinati che era un miracolo che
alcuni di essi avessero ancora dei tetti e la puzza era nauseante. Sulle prime
dubitò che potesse esserci qualcosa di vivo all’interno della città; poi, però,
vide delle forme correre furtive lungo il lato di un palazzo. Erano accucciate
con le mani protese, come pronte a cadere a quattro zampe. Uno si soffermò
a guardare verso l’alto e Hrathen vide il suo primo Elantriano.
Era calvo e, sulle prime, Hrathen pensò che avesse la pelle scura, come
quella di un membro della casta nobile di Jindo. Però riuscì a notare anche
chiazze di grigio chiaro sulla pelle della creatura… grandi macchie pallide
irregolari, come licheni su una roccia. Strinse gli occhi, sporgendosi in avanti
contro il parapetto. Non riusciva a distinguere gli occhi dell’Elantriano, ma in
qualche modo Hrathen sapeva che sarebbero stati selvaggi e ferini, che
dardeggiavano attorno come quelli di un animale trepidante.
La creatura si allontanò con i suoi compagni… il suo branco. Perciò è
questo che ha fatto il Reod, meditò Hrathen tra sé. Ha tramutato delle divinità
in bestie.
Jaddeth aveva semplicemente preso quello che c’era nei loro cuori e lo
aveva messo in mostra davanti a tutto il mondo. Stando alla filosofia derethi,
l’unica cosa che separava gli uomini dagli animali era la religione. Gli uomini
potevano servire l’impero di Jaddeth; le bestie potevano servire solo i loro
istinti. Gli Elantriani rappresentavano l’imperfezione definitiva dell’arroganza
umana: si erano spacciati per dèi. Si erano meritati quel destino per via della
loro protervia. In un’altra situazione, Hrathen sarebbe stato lieto di lasciarli
alla loro punizione.
Però in questo caso aveva bisogno di loro.
Hrathen si voltò verso Dilaf. «Il primo passo per prendere il controllo di
una nazione, arteth, è il più semplice. Trovi qualcuno da odiare.»

«Parlami di loro, arteth» richiese Hrathen, entrando nella sua stanza


all’interno della cappella. «Voglio sapere tutto ciò che sai tu.»
«Sono creature vili, ripugnanti» sibilò Dilaf, entrando dietro Hrathen.
«Pensare a esse dà la nausea al mio cuore e mi dà l’impressione che la mia

79
mente sia contaminata. Prego ogni giorno per la loro distruzione.»
Hrathen chiuse la porta della sua stanza, insoddisfatto. Era possibile per
un uomo essere troppo passionale. «Arteth, comprendo che tu nutra
emozioni forti» disse Hrathen in tono severo «ma se devi essere il mio odiv
avrai bisogno di superare i tuoi pregiudizi. Jaddeth ha posto questi Elantriani
davanti a noi con uno scopo in mente, e io non posso scoprire quello scopo
se tu rifiuti di dirmi qualunque cosa possa essere utile.»
Dilaf sbatté le palpebre, sconcertato. Poi, per la prima volta dalla loro
visita a Elantris, una certa dose di assennatezza balenò nei suoi occhi. «Sì,
eminenza.»
Hrathen annuì. «Hai visto Elantris prima della sua caduta?»
«Sì.»
«Era bellissima come dice la gente?»
Dilaf annuì imbronciato. «Immacolata, mantenuta bianca dalle mani degli
schiavi.»
«Schiavi?»
«Tutta la gente di Arelon era schiava degli Elantriani, eminenza. Erano
falsi dèi, che davano promesse di salvezza in cambio di sudore e fatica.»
«E i loro poteri leggendari?»
«Menzogne, come la loro presunta divinità. Una truffa sapientemente
elaborata per far ottenere loro rispetto e paura.»
«Dopo il Reod ci fu il caos, giusto?»
«Caos, uccisioni, rivolte e panico, eminenza. Poi i mercanti presero il
potere.»
«E gli Elantriani?» domandò Hrathen, dirigendosi alla sua scrivania per
mettersi a sedere.
«Ne rimanevano pochi» disse Dilaf. «Molti erano stati uccisi nelle rivolte.
Quelli rimasti vennero confinati a Elantris, così come tutti gli uomini presi
dallo Shaod da quel giorno in poi. Sembravano molto simili a come li avete
visti, squallidi e disumani. Avevano la pelle chiazzata di cicatrici nere, come
se qualcuno avesse strappato via la carne e avesse rivelato l’oscurità
sottostante.»
«E le trasformazioni? Cessarono dopo il Reod?» chiese Hrathen.
«Continuano, eminenza. Continuano ad accadere in tutta Arelon.»
«Perché li odi così tanto, arteth?»
La domanda giunse all’improvviso e Dilaf esitò. «Perché sono empi.»
«E?»

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«Ci hanno mentito, eminenza. Hanno fatto promesse di eternità, ma non
sono riusciti a mantenere nemmeno la loro stessa divinità. Abbiamo dato loro
ascolto per secoli e siamo stati ricompensati con gruppi di storpi impotenti e
disgustosi.»
«Li odi perché ti hanno deluso» disse Hrathen.
«Non me. Il mio popolo. Ero un seguace di Shu-Dereth anni prima del
Reod.»
Hrathen si accigliò. «Allora sei convinto che non ci sia nulla di
sovrannaturale negli Elantriani a parte il fatto che Jaddeth li ha maledetti?»
«Sì, eminenza. Come ho detto, gli Elantriani hanno creato molte falsità
per rafforzare la loro divinità.»
Hrathen scosse il capo, poi si alzò e cominciò a togliersi l’armatura. Dilaf
fece per andare ad aiutarlo, ma Hrathen lo tenne a distanza con un gesto.
«Allora come spieghi l’improvvisa trasformazione di persone normali in
Elantriani, arteth?»
Dilaf non aveva una risposta.
«L’odio ha indebolito la tua capacità di vedere, arteth» disse Hrathen,
appendendo il pettorale alla parete accanto alla scrivania e sorridendo. Aveva
appena sperimentato un guizzo di genialità: una parte del piano
all’improvviso era andata al suo posto. «Tu presumi che, dal momento che
Jaddeth non ha dato loro dei poteri, essi non ne abbiano nessuno.»
Il volto di Dilaf impallidì. «Quello che dite è…»
«Non blasfemia, arteth. Dottrina. C’è un’altra forza sovrannaturale oltre al
nostro Dio.»
«Gli Svrakiss» mormorò Dilaf.
«Sì.» Svrakiss. Le anime degli uomini morti che odiavano Jaddeth, gli
antagonisti di tutto ciò che era sacro. Stando a Shu-Dereth, non c’era nulla di
più amareggiato di un’anima che aveva avuto la sua opportunità e l’aveva
gettata via.
«Pensate che gli Elantriani siano Svrakiss?» domandò Dilaf.
«È dottrina accettata che gli Svrakiss possano controllare i corpi dei
malvagi» disse Hrathen, slacciandosi i gambali dell’armatura. «È così difficile
credere che abbiano controllato i corpi degli Elantriani tutto questo tempo,
facendoli apparire come dèi per raggirare i sempliciotti e la gente priva di
spiritualità?»
Ci fu una luce negli occhi di Dilaf: quel concetto non era nuovo all’arteth,
si rese conto Hrathen. All’improvviso il suo guizzo di ispirazione non gli
sembrò poi così brillante.

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Dilaf scrutò Hrathen per un momento, poi parlò. «Non ci credete sul
serio, vero?» chiese, la sua voce a disagio per il tono accusatorio con cui si
rivolgeva al suo hroden.
Hrathen stette attento a non lasciar trasparire il fastidio. «Non ha
importanza, arteth. Il collegamento è logico: le persone lo seguiranno. In
questo momento tutto ciò che vedono sono i resti abietti di quelli che un
tempo erano aristocratici: gli uomini non li detestano, bensì li compatiscono.
I demoni, però, sono qualcosa che tutti possono odiare. Se denunciamo gli
Elantriani come diavoli, avremo successo. Tu odi già gli Elantriani: questo va
bene. Per far sì che altri si uniscano a te, però, dovrai dar loro una ragione
migliore di ‘ci hanno deluso’.»
«Sì, eminenza.»
«Noi siamo uomini religiosi, arteth, e dobbiamo avere nemici religiosi.
Gli Elantriani sono i nostri Svrakiss, non importa se possiedono le anime di
uomini malvagi morti da lungo tempo o di uomini malvagi ancora in vita.»
«Certamente, Vostra santità. Allora li distruggeremo?» C’era entusiasmo
sul volto di Dilaf.
«Alla fine. Per ora li useremo. Troverai che l’odio può unificare le
persone in modo più rapido e incondizionato di quanto possa farlo la
devozione.»

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CAPITOLO
7

Raoden conficcò il dito nell’aria. L’aria stillò luce. La punta del dito lasciò
una traccia bianca lucente dietro di sé mentre lui muoveva il braccio, come se
stesse scrivendo con della vernice su un muro… tranne che non c’era la
vernice e non c’era neanche il muro. Si mosse con cautela, attento a non
lasciar tremolare il dito. Tracciò una linea lunga circa una spanna da sinistra a
destra, poi spostò il dito verso il basso a una lieve angolazione, tracciando
una linea curva all’ingiù. Infine lo sollevò dalla tela invisibile e lo riappoggiò
per disegnare un punto al centro. Quei tre segni – due linee e un punto –
erano l’inizio di ogni Aon.
Continuò, tracciando lo stesso motivo a tre linee con angolazioni
differenti, poi aggiunse diverse linee diagonali. Il disegno finito pareva
assomigliare a una clessidra, o forse due casse messe l’una sopra l’altra,
rastremate leggermente al centro. Quello era l’Aon Ashe, l’antico simbolo per
luce. Il carattere si illuminò momentaneamente, sembrando pulsare di vita;
poi scintillò debolmente come un uomo che prendeva il suo ultimo respiro.
L’Aon scomparve, la sua luce che diminuiva da vivida, a fioca, a nulla.
«Sei molto più bravo di me in questo, sule» disse Galladon. «Di solito io
faccio una linea troppo grossa, o la inclino un po’ troppo, e l’intera cosa
svanisce prima che abbia finito.»
«Non dovrebbe essere così» si lamentò Raoden. Era passato un giorno da
quando Galladon gli aveva mostrato come disegnare gli Aon, e da allora lui
aveva trascorso quasi ogni momento a esercitarsi. Ogni Aon che aveva
terminato nella maniera giusta si era comportato allo stesso modo,
scomparendo senza produrre nessun effetto visibile. Il suo primo approccio
con la leggendaria magia degli Elantriani era stato decisamente una delusione.
La cosa più sorprendente era la sua semplicità. Nella sua ignoranza, aveva
presunto che l’AonDor, la magia degli Aon, avrebbe richiesto qualche specie

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di incantamento o rituale. Un decennio senza AonDor aveva generato una
moltitudine di dicerie: alcune persone, perlopiù sacerdoti derethi,
affermavano che la magia era stata un trucco, mentre altri, anch’essi perlopiù
sacerdoti derethi, avevano denunciato quell’arte come riti blasfemi che
implicavano il potere del male. La verità era che nessuno, nemmeno i
sacerdoti derethi, sapeva con esattezza cos’era stato l’AonDor. Tutti coloro
che lo praticavano erano caduti vittima del Reod.
Eppure Galladon affermava che l’AonDor non richiedeva nulla più che
una mano ferma e una profonda conoscenza degli Aon. Dal momento che
solo gli Elantriani erano in grado di disegnare i caratteri nella luce, solo loro
potevano praticare l’AonDor e a nessuno fuori da Elantris era stato permesso
di sapere quanto era semplice. Niente incantamenti, niente sacrifici, niente
pozioni o ingredienti speciali: chiunque fosse stato preso dallo Shaod poteva
eseguire l’AonDor… sempre, ovviamente, che conoscesse i caratteri.
Tranne che non funzionava. Si supponeva che gli Aon facessero
qualcosa… perlomeno qualcosa di più di scintillare debolmente e
scomparire. Raoden riusciva a ricordare immagini di Elantris da bambino,
visioni di uomini che volavano, incredibili imprese di potere e pietose
guarigioni. Una volta si era rotto la gamba e, anche se suo padre aveva
obiettato, sua madre lo aveva portato a Elantris per essere guarito. Una figura
dai capelli splendenti aveva saldato nuovamente le ossa di Raoden soltanto
con un gesto della mano. Aveva disegnato un Aon, proprio come stava
facendo lui, ma la runa aveva rilasciato una potente vampata di magia arcana.
«Dovrebbero fare qualcosa» rimarcò Raoden, stavolta ad alta voce.
«Un tempo lo facevano, sule, ma non da dopo il Reod. Qualunque cosa
abbia sottratto la vita a Elantris, ha rubato anche il potere dell’AonDor. Ora
tutto quello che possiamo fare è dipingere caratteri graziosi nell’aria.»
Raoden annuì disegnando il proprio Aon. L’Aon Rao. Quattro cerchi con
un grosso quadrato al centro, tutti e cinque collegati da linee. L’Aon reagì
come avevano fatto tutti gli altri, crescendo come se fosse sul punto di
rilasciare potere, poi morendo con un gemito.
«Deludente. Kolo?»
«Molto» ammise Raoden, tirando a sé una sedia e accomodandosi. Erano
ancora nello studiolo sotterraneo di Galladon. «Sarò sincero con te,
Galladon. Quando ho visto quel primo Aon fluttuare nell’aria di fronte a te,
ho dimenticato tutto: il sudiciume, la depressione, perfino il mio alluce.»
Galladon sorrise. «Se l’AonDor funzionasse, gli Elantriani
governerebbero ancora ad Arelon… Reod o no.»

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«Lo so. Mi domando solo cosa sia successo. Cos’è cambiato?»
«Il mondo se lo domanda con te, sule» disse Galladon con una scrollata
di spalle.
«Devono essere collegati» meditò Raoden. «Il cambiamento in Elantris, il
modo in cui lo Shaod ha cominciato a rendere le persone demoni invece di
dèi, l’inefficacia dell’AonDor…»
«Non sei la prima persona a notarlo. Però è improbabile che qualcuno
trovi la risposta: i potenti di Arelon sono troppo a proprio agio con Elantris
nel modo in cui è.»
«Fidati di me, lo so» disse Raoden. «Se il segreto dev’essere trovato,
dovrà provenire da noi.» Raoden si guardò in giro per il piccolo laboratorio.
Incredibilmente pulita e libera dalla melma che ricopriva il resto di Elantris,
la stanza dava una sensazione quasi accogliente… come il soggiorno o lo
studio di una grande villa.
«Forse la risposta è qui dentro, Galladon» disse Raoden. «In quei libri, da
qualche parte.»
«Forse» disse Galladon in tono noncurante.
«Perché eri così riluttante a portarmi qui?»
«Perché è un posto speciale, sule… di sicuro riesci a capirlo. Se il segreto
trapela, io non sarò più in grado di andarmene per paura che venga
saccheggiato mentre sono via.»
Raoden si alzò in piedi, annuendo mentre camminava in giro per la
stanza. «Allora perché portare me?»
Galladon scrollò le spalle, come se non fosse completamente sicuro lui
stesso. Alla fine rispose. «Non sei il primo a pensare che la risposta possa
essere in quei libri. Due uomini possono leggere più rapidamente di uno.»
«Al doppio della velocità, ipotizzo» convenne Raoden con un sorriso.
«Perché tieni così buio qua dentro?»
«Siamo a Elantris, sule. Non possiamo certo andare a comprare l’olio al
negozio ogni volta che lo terminiamo.»
«Lo so, ma di certo ce n’è abbastanza. Elantris deve aver avuto scorte di
olio prima del Reod.»
«Ah, sule» disse Galladon scuotendo la testa. «Ancora non capisci, vero?
Questa è Elantris, la città degli dèi. Che bisogno avevano gli dèi di cose tanto
ordinarie come lampade e olio? Guarda la parete accanto a te.»
Raoden si voltò. C’era una piastra metallica appesa al muro accanto a lui.
Anche se era ossidata dal tempo, Raoden poteva ancora distinguere la forma

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incisa sulla superficie: l’Aon Ashe, il carattere che aveva disegnato solo pochi
momenti prima.
«Quelle piastre erano solite brillare in modo più luminoso e costante di
qualunque lampada, sule» spiegò Galladon. «Gli Elantriani potevano
spegnerle sfiorandole semplicemente con le dita. Elantris non aveva bisogno
di olio: aveva una fonte di luce molto più affidabile. Per lo stesso motivo,
non troverai carbone – e nemmeno fornaci – a Elantris, né ci sono molti
pozzi, poiché l’acqua fuoriusciva da tubi come fiumi intrappolati nelle pareti.
Senza l’AonDor, questa città è a malapena abitabile.»
Raoden sfregò il dito contro la piastra, tastando le linee dell’Aon Ashe.
Doveva essere successo qualcosa di catastrofico, un evento perduto in dieci
brevi anni di tempo. Qualcosa di così terribile che aveva mandato in frantumi
la terra e aveva fatto cadere gli dèi. Però, senza capire come aveva funzionato
l’AonDor, non poteva nemmeno cominciare a immaginare cosa l’avesse fatto
smettere di funzionare. Distolse lo sguardo dalla piastra ed esaminò i due
tozzi scaffali. Era improbabile che qualcuno dei libri contenesse spiegazioni
dirette dell’AonDor. Però, se erano stati scritti dagli Elantriani, forse
avrebbero incluso dei riferimenti alla magia. Riferimenti che potevano
condurre il lettore attento a una comprensione del funzionamento
dell’AonDor. Forse.
I suoi pensieri vennero interrotti da un dolore proveniente dallo stomaco.
Non era come la fame che aveva sperimentato all’esterno. Il suo stomaco non
brontolò. Eppure il dolore era lì… in qualche modo ancora più esigente.
Ormai erano tre giorni che non toccava cibo e la fame stava cominciando a
farsi insistente. Raoden iniziava a capire solo ora perché quello e gli altri
dolori fossero sufficienti a ridurre gli uomini alle bestie che lo avevano
aggredito il primo giorno.
«Vieni» disse a Galladon. «C’è qualcosa che dobbiamo fare.»

La piazza era molto simile al giorno prima: sudiciume, sventurati gementi,


alti cancelli spietati. Il sole era quasi arrivato a tre quarti del suo viaggio nel
cielo. Era il momento che nuovi coscritti venissero gettati dentro Elantris.
Raoden studiò la piazza, osservandola dalla cima di un edificio accanto a
Galladon. Mentre guardava, si rese conto che qualcosa era diverso. C’era una
piccola folla radunata in cima alle mura.
«Chi è quello?» chiese Raoden con interesse, indicando un’alta figura in
piedi sulle mura sopra i cancelli di Elantris. Le braccia dell’uomo erano
aperte e il suo mantello rosso sangue stava sbattendo al vento. Le sue parole

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si riuscivano a udire a malapena da quella distanza, ma era evidente che stava
urlando.
Galladon grugnì dalla sorpresa. «Un gyorn derethi. Non sapevo che ce ne
fosse uno qui ad Arelon.»
«Un gyorn? Ovvero un sommo sacerdote?» Raoden strinse gli occhi,
cercando di distinguere i dettagli della figura molto sopra di loro.
«Sono sorpreso che uno sia venuto così a est» disse Galladon. «Odiavano
Arelon perfino prima del Reod.»
«Per via degli Elantriani?»
Galladon annuì. «Anche se non tanto per via dell’adorazione degli
Elantriani, non importa quello che sostengono. I Derethi hanno un disprezzo
particolare per il vostro Paese perché i loro eserciti non sono mai riusciti a
trovare un modo per superare quelle montagne e attaccarvi.»
«Cosa supponi che stia facendo lassù?» chiese Raoden.
«Predicando. Cos’altro potrebbe fare un prete? Probabilmente ha deciso
di denunciare Elantris come qualche sorta di giudizio da parte del suo Dio.
Sono sorpreso che ci abbiano messo così tanto.»
«La gente lo va mormorando da anni,» disse Raoden «ma nessuno ha mai
avuto il coraggio di insegnare davvero cose del genere. Hanno segretamente
paura che gli Elantriani li stiano solo mettendo alla prova… che un giorno
torneranno alla loro gloria precedente e puniranno tutti i miscredenti.»
«Ancora?» chiese Galladon. «Pensavo che tali credenze fossero
scomparse dopo dieci anni.»
Raoden scosse il capo. «Tuttavia ci sono molti che pregano per il ritorno
degli Elantriani o lo temono. La città era forte, Galladon. Non puoi sapere
quanto era bella un tempo.»
«Lo so, sule» disse Galladon. «Non ho trascorso tutta la mia vita a
Duladel.»
Il sacerdote alzò la voce in un crescendo e lanciò un’ultima ondata di urla
prima di voltarsi e scomparire dalla vista. Perfino da lontano, Raoden poteva
sentire l’odio e la rabbia nella voce del gyorn. Galladon aveva ragione: le
parole di quell’uomo non erano state affatto una benedizione.
Raoden scosse il capo, spostando lo sguardo dalle mura ai cancelli.
«Galladon,» chiese «quali sono le probabilità che qualcuno venga gettato qui
dentro oggi?»
Galladon scrollò le spalle. «Difficile a dirsi, sule. A volte possono
trascorrere settimane senza nessun nuovo Elantriano, ma ne ho visti fino a
cinque gettati dentro in una volta sola. Tu sei arrivato due giorni fa, quella

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donna ieri… chissà, forse Elantris avrà carne nuova per il terzo giorno
consecutivo. Kolo?»
Raoden annuì, osservando il cancello con trepidazione.
«Sule, cosa intendi fare?» chiese Galladon a disagio.
«Intendo aspettare.»

Il nuovo arrivato era un uomo più vecchio, forse sulla quarantina


avanzata, con un volto smunto e occhi nervosi. Mentre il cancello si chiudeva
con uno schianto, Raoden scese dal tetto, soffermandosi appena all’interno
del cortile. Galladon lo seguì con un’espressione preoccupata in volto. Era
evidente che pensava che Raoden potesse fare qualcosa di sciocco.
Aveva ragione.
Il povero nuovo arrivato rimase a fissare il cancello con aria cupa.
Raoden attese che facesse un passo, per prendere l’inconsapevole decisione
che avrebbe determinato chi avrebbe ottenuto il privilegio di derubarlo.
L’uomo rimase dov’era, osservando il cortile con occhi nervosi, la sua
corporatura esile rannicchiata dentro le vesti come se stesse cercando di
nascondersi dentro di esse. Dopo pochi minuti d’attesa, fece infine il suo
primo passo esitante… verso destra, la stessa direzione che aveva scelto
Raoden.
«Andiamo» dichiarò Raoden, uscendo a grandi passi dal vicolo. Galladon
mugugnò, borbottando qualcosa in Duladiano.
«Teoren?» chiamò Raoden, scegliendo un nome aonico piuttosto comune.
L’esile nuovo arrivato alzò lo sguardo dalla sorpresa, poi si lanciò
un’occhiata sopra la spalla in preda alla confusione.
«Teoren, sei proprio tu!» disse Raoden, avvolgendo la mano attorno alla
spalla dell’uomo. Poi, a voce più bassa, continuò: «In questo momento hai
due scelte, amico. O fai quello che ti dico, oppure lasci che quegli uomini
nelle ombre laggiù ti inseguano e ti tramortiscano a furia di botte.»
L’uomo si voltò per scrutare le ombre con occhi colmi di apprensione.
Per fortuna, proprio in quel momento gli uomini di Shaor decisero di
muoversi: le loro forme in ombra emersero nella luce e i loro occhi carnali
fissarono l’uomo con fame. Era tutto l’incoraggiamento di cui il nuovo
arrivato aveva bisogno.
«Cosa faccio?» chiese l’uomo con voce tremante.
«Corri!» ordinò Raoden, poi partì di scatto verso uno dei vicoli.
All’uomo non servì farselo dire due volte: schizzò così rapidamente che
Raoden temette che avrebbe sbandato lungo una stradina laterale e si sarebbe

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perso. Ci fu un urlo smorzato di sorpresa da dietro quando Galladon si rese
conto di cosa stava facendo Raoden. Il grosso Dula ovviamente non avrebbe
avuto alcun problema a tenere il passo; pur considerando il tempo che aveva
trascorso a Elantris, Galladon era in una forma di gran lunga migliore rispetto
a Raoden.
«Nel nome del Doloken, cosa pensi di fare, idiota?» gli inveì contro
Galladon.
«Te lo dirò tra un momento» rispose Raoden, conservando le forze
mentre correva. Di nuovo, notò che non rimaneva senza fiato, anche se il suo
corpo iniziava a stancarsi. Una sorda sensazione di fatica cominciò a crescere
dentro di lui e, di tutti e tre, Raoden presto si dimostrò il corridore più lento.
Comunque era l’unico a sapere dove stavano andando.
«Destra!» urlò a Galladon e al nuovo arrivato, poi si infilò in una stradina
laterale. I due uomini lo seguirono, così come fece il gruppo di teppisti, che
stavano guadagnando rapidamente terreno. Per fortuna, la destinazione di
Raoden non era lontana.
«Rulo» imprecò Galladon, rendendosi conto di dove stavano andando.
Era una delle case che aveva mostrato a Raoden il giorno prima, quella con la
rampa di scale instabile. Raoden schizzò attraverso la porta e su per le scale,
quasi cadendo due volte quando i gradini cedettero sotto di lui. Una volta sul
tetto, usò tutte le sue forze rimanenti per spingere una pila di mattoni – i resti
di quello che una volta era stato un grosso vaso – facendo ruzzolare la pila di
argilla che si andava sgretolando nel pozzo delle scale proprio mentre
Galladon e il nuovo arrivato raggiungevano la cima. I gradini indeboliti non
iniziarono nemmeno a reggere il peso, crollando al suolo con uno schianto
furibondo.
Galladon si accostò e guardò attraverso il foro con occhio critico. Gli
uomini di Shaor si radunarono attorno agli scalini crollati lì sotto, la loro
energia selvaggia attenuata un poco dalla comprensione.
Galladon sollevò un sopracciglio. «E adesso, genio?»
Raoden si avvicinò al nuovo arrivato, che era crollato dopo essersi
precipitato su per le scale. Raoden prese con cautela ciascuna delle offerte di
cibo dell’uomo e, dopo essersene infilata una in particolare nella cintura,
gettò il resto agli uomini simili a segugi in attesa lì sotto. Dal basso
provennero suoni di battaglia mentre quelli combattevano per il cibo.
Raoden indietreggiò dal buco. «Speriamo solo che si rendano conto che
non otterranno altro da noi e decidano di andarsene.»
«E se non lo fanno?» domandò Galladon con enfasi.

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Raoden scrollò le spalle. «Possiamo vivere per sempre senza cibo o
acqua, giusto?»
«Sì, ma preferirei non passare il resto dell’eternità in cima a questo
edificio.» Poi, scoccando un’occhiata al nuovo arrivato, Galladon trascinò
Raoden da una parte e domandò a voce bassa: «Sule, qual era lo scopo di
tutto questo? Avresti semplicemente potuto gettar loro il cibo quando
eravamo nel cortile. In effetti, perché ‘salvarlo’? Per quanto ne sappiamo, gli
uomini di Shaor magari non gli avrebbero fatto alcun male.»
«Questo non lo sappiamo. Inoltre, in questo modo lui pensa di dovermi
la vita.»
Galladon sbuffò. «Così ora abbiamo un altro seguace… al modico prezzo
dell’odio di un intero terzo della popolazione criminale di Elantris.»
«E questo è solo l’inizio» disse Raoden con un sorriso. Comunque,
malgrado le parole audaci, lui non era così sicuro di sé stesso. Era ancora
stupito da quanto gli faceva male l’alluce, e si era graffiato le mani mentre
spingeva i mattoni. Per quanto non facessero male come l’alluce, anche i
graffi continuavano a dolergli, minacciando di distogliere l’attenzione di
Raoden dai suoi piani.
Devo continuare a muovermi, ripeté a sé stesso. Continuare a lavorare.
Non lasciare che il dolore prenda il controllo.

«Sono un gioielliere» spiegò l’uomo. «Mi chiamo Mareshe.»


«Un gioielliere» disse Raoden con insoddisfazione, le braccia conserte
mentre osservava Mareshe. «Non sarà di grande utilità. Cos’altro sai fare?»
Mareshe lo guardò con indignazione, come se avesse dimenticato che,
solo pochi momenti prima, era rannicchiato a tremare di paura. «Fabbricare
gioielli è un’arte estremamente utile, signore.»
«Non a Elantris» disse Galladon, sbirciando attraverso il buco per vedere
se i teppisti avevano deciso di andarsene. A quanto pareva non l’avevano
fatto, a giudicare dall’occhiata fulminante che scoccò a Raoden.
Ignorando di proposito il Dula, Raoden tornò a voltarsi verso Mareshe.
«Cos’altro sai fare?»
«Qualunque cosa.»
«Questo è un po’ vago, amico» disse Raoden. «Potresti essere un po’ più
specifico?»
Mareshe sollevò la mano accanto alla testa con un gesto drammatico.
«Sono un artigiano. Posso fare qualunque cosa, poiché Domi in persona mi
ha concesso l’anima di un artista.»

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Galladon sbuffò da dove era seduto accanto al pozzo delle scale.
«Anche delle scarpe?» chiese Raoden.
«Scarpe?» replicò Mareshe con tono lievemente offeso.
«Sì, scarpe.»
«Suppongo che potrei,» disse Mareshe «anche se questo non richiede
certo la capacità di un uomo che è un perfetto artigiano.»
«E un perfetto id…» iniziò Galladon prima che Raoden lo zittisse.
«Artigiano Mareshe» continuò Raoden nel suo tono più diplomatico. «Gli
Elantriani vengono gettati dentro la città con indosso soltanto un sudario
funebre areliano. Un uomo in grado di fare delle scarpe sarebbe davvero
molto prezioso.»
«Che genere di scarpe?» chiese Mareshe.
«Scarpe di cuoio» disse Raoden. «Non sarà un compito facile, Mareshe.
Vedi, gli Elantriani non hanno il lusso di poter fare tentativi sbagliati: se il
primo paio di scarpe non calza, provocheranno vesciche. Vesciche che non se
ne andranno mai.»
«Che vuoi dire, non se ne andranno mai?» domandò Mareshe a disagio.
«Noi siamo Elantriani ora, Mareshe» spiegò Raoden. «Le nostre ferite non
guariscono più.»
«Non guariscono più…?»
«Ti piacerebbe un esempio, artigiano?» chiese Galladon in tono
disponibile. «Posso predisporne uno piuttosto facilmente. Kolo?»
Il volto di Mareshe impallidì e lui tornò a guardare Raoden. «Pare che
non gli piaccia molto» disse piano.
«Sciocchezze» replicò Raoden, mettendo il braccio attorno alla spalla di
Mareshe e facendolo voltare dalla faccia sogghignante di Galladon. «È così
che lui mostra il suo affetto.»
«Se lo dici tu, mastro…»
Raoden esitò. «Chiamami semplicemente Spirito» decise, usando la
traduzione dell’Aon Rao.
«Mastro Spirito.» Poi gli occhi di Mareshe si strinsero. «Hai un’aria
familiare, per qualche motivo.»
«Non mi hai mai visto prima in vita tua. Ora, riguardo quelle scarpe…»
«Devono calzare perfettamente, senza scalfire o sfregare minimamente i
piedi?» chiese Mareshe.
«So che suona difficile. Se va oltre le tue capacità…»
«Nulla va oltre le mie capacità» disse Mareshe. «Lo farò, mastro Spirito.»
«Eccellente.»

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«Non se ne vanno» disse Galladon alle loro spalle.
Raoden si voltò per osservare il grosso Dula. «Che importa? Non è che
abbiamo nulla di impellente da fare. In effetti è piuttosto piacevole quassù:
dovresti semplicemente sederti e godertela.»
Un fragore sinistro provenne dalle nuvole sopra di loro e Raoden avvertì
una goccia umida spiaccicarsi contro la sua testa.
«Fantastico» mugugnò Galladon. «Me la sto già godendo.»

92
CAPITOLO
8

Sarene decise di non accettare l’offerta di suo zio di restare da lui. Per quanto
fosse allettante l’idea di trasferirsi con la sua famiglia, temeva di perdere il
terreno che aveva guadagnato nel palazzo. La corte era un flusso continuo di
informazioni e la nobiltà areliana era una fonte inesauribile di pettegolezzi e
intrighi. Se doveva scontrarsi con Hrathen, avrebbe avuto bisogno di tenersi
aggiornata.
Fu così che il giorno dopo il suo incontro con Kiin, Sarene si procurò
cavalletto e colori e li posizionò proprio nel mezzo della sala del trono di
Iadon.
«Nel nome di Domi, cosa stai facendo, ragazza?» esclamò il re entrando
nella sala quella mattina, con un gruppo di attendenti nervosi al suo fianco.
Sarene alzò lo sguardo dalla tela con finta sorpresa. «Sto dipingendo,
padre» disse, sollevando gentilmente il pennello… un’azione che schizzò
goccioline di pittura rossa sulla faccia del cancelliere della difesa.
Iadon sospirò. «Riesco a vedere che stai dipingendo. Intendo dire, perché
lo stai facendo qui?»
«Oh» disse Sarene in tono innocente. «Sto dipingendo i vostri quadri,
padre. Mi piacciono così tanto.»
«Stai dipingendo i miei…» chiese Iadon con un’espressione esterrefatta.
«Ma…»
Sarene voltò la tela con un sorriso orgoglioso, mostrando al re un dipinto
che assomigliava solo vagamente a un quadro con alcuni fiori.
«Oh, per grazia di Domi» tuonò Iadon. «Dipingi se proprio devi, ragazza.
Solo non farlo nel mezzo della mia sala del trono!»
Sarene sgranò gli occhi, sbatté le palpebre alcune volte, poi tirò sedia e
cavalletto da un lato della stanza vicino a uno dei pilastri, si mise a sedere e
continuò a dipingere.

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Iadon mugugnò. «Volevo dire… Bah, che Domi ti fulmini! Non vali
nemmeno lo sforzo.» Detto questo, il re si voltò e si diresse verso il trono,
poi ordinò al suo segretario di annunciare il primo punto all’ordine del
giorno, una lite tra due nobili minori per alcuni possedimenti.
Ashe fluttuò giù accanto alla tela di Sarene, parlandole piano. «Pensavo
che vi avrebbe espulso per sempre, mia signora.»
Sarene scosse il capo, un sorriso di autocompiacimento sulle labbra.
«Iadon è lesto all’ira e si innervosisce facilmente. Più lo convinco di essere
una scervellata, meno ordini mi darà. Sa che lo fraintenderò e basta e finirà
per innervosirsi ancora di più.»
«Sto cominciando a chiedermi come abbia fatto uno come lui a ottenere il
trono» puntualizzò Ashe.
«Una buona osservazione» ammise Sarene, tamburellandosi la guancia
pensierosa. «Anche se forse non gli stiamo riconoscendo abbastanza merito.
Può non essere un re molto capace, ma a quanto pare era un ottimo uomo
d’affari. Per lui, io sono una risorsa consumata: ha il suo trattato.
Semplicemente non merito ulteriore interesse.»
«Non ne sono convinto, mia signora» osservò Ashe. «Sembra troppo
poco lungimirante per rimanere re a lungo.»
«Motivo per cui probabilmente perderà il trono» disse Sarene. «Sospetto
che sia quella la ragione per cui il gyorn è qui.»
«Una buona osservazione, mia signora» fece notare Ashe con la sua voce
profonda. Fluttuò di fronte al dipinto per un momento, studiando le sue
chiazze irregolari e le linee non proprio dritte. «State migliorando, mia
signora.»
«Non trattarmi con condiscendenza.»
«No, davvero, Vostra altezza. Quando avete cominciato a dipingere
cinque anni fa, non riuscivo mai a capire cosa stavate cercando di
rappresentare.»
«E questo dipinto rappresenta…»
Ashe esitò. «Una ciotola di frutta?» domandò speranzoso.
Sarene sospirò dalla frustrazione. Di solito era brava in ogni cosa in cui si
cimentava, ma i segreti della pittura le sfuggivano del tutto. Sulle prime era
rimasta sbalordita dalla sua mancanza di talento e aveva perseverato,
determinata a dar prova di sé. La tecnica artistica, però, si era completamente
rifiutata di inchinarsi alla sua volontà regale. Sarene era un’esperta di politica,
aveva incontestabili doti di comando e poteva afferrare perfino la matematica

94
jindoese con facilità. Ma era anche una pessima pittrice. Non che permettesse
a ciò di fermarla: era anche innegabilmente testarda.
«Uno di questi giorni, Ashe, qualcosa scatterà e io capirò come fare in
modo che le immagini nella mia testa appaiano sulla tela.»
«Ma certo, mia signora.»
Sarene sorrise. «Fino ad allora, limitiamoci a fingere che io sia stata
addestrata da qualche scuola svordica di astrattismo estremo.»
«Ah, sì. La scuola dello sviamento creativo. Ottimo, mia signora.»
Due uomini entrarono nella sala del trono per presentare il loro caso al re.
C’era poco che li distingueva: entrambi indossavano farsetti alla moda sopra
variopinte camicie imbottite e ampi pantaloni dai risvolti larghi. Molto più
interessante per Sarene era un terzo uomo, uno che venne portato nella sala
da una guardia di palazzo. Era un individuo ordinario con i capelli chiari, di
sangue aonico, vestito con un semplice grembiule marrone. Era evidente che
era terribilmente malnutrito e nei suoi occhi c’era uno sguardo di completa
disperazione che Sarene trovò ossessionante.
La disputa riguardava il contadino. A quanto pareva, era fuggito da uno
dei nobili circa tre anni prima, ma era stato catturato dal secondo. Invece di
restituire l’uomo, il secondo nobile l’aveva preso e messo al lavoro. La
disputa non riguardava il contadino stesso, però, ma i suoi bambini. Lui si
era sposato circa due anni prima e aveva generato due figli durante la sua
permanenza col secondo nobile. Entrambi i nobili rivendicavano il possesso
dei bambini.
«Pensavo che la schiavitù fosse illegale ad Arelon» disse Sarene piano.
«Lo è, mia signora» ribatté Ashe con voce confusa. «Non capisco.»
«Parlano di possesso figurativo, cugina» disse una voce di fronte a lei.
Sarene sbirciò sorpresa dal lato della sua tela. Lukel, il figlio più grande
di Kiin, era lì sorridente accanto al cavalletto.
«Lukel! Cosa ci fai qui?»
«Sono uno dei mercanti più affermati della città, cugina» spiegò, girando
attorno alla tela per osservare il dipinto con un sopracciglio sollevato. «Ho un
invito sempre valido a corte. Sono sorpreso che tu non mi abbia visto
quando sei entrata.»
«Eri lì?»
Lukel annuì. «Ero sul fondo, a riprendere i contatti con alcuni vecchi
conoscenti. Sono stato fuori città per un po’ di tempo.»
«Perché non hai detto nulla?»

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«Ero troppo interessato a quello che stavi facendo» disse con un sorriso.
«Non credo che nessuno abbia mai deciso di requisire la parte centrale della
sala del trono di Iadon per usarla come uno studio artistico.»
Sarene si sentì arrossire. «Ha funzionato, vero?»
«Meravigliosamente… che è più di quanto possa dire per il dipinto.» Si
interruppe per un momento. «È un cavallo, giusto?»
Sarene si accigliò.
«Una casa?» chiese lui.
«Non è nemmeno una ciotola di frutta, mio signore» disse Ashe. «Ci ho
già provato io.»
«Be’, lei ha detto che era uno dei quadri in questa stanza» disse Lukel.
«Tutto quello che dobbiamo fare è continuare a tirare a indovinare finché
non troviamo quello giusto.»
«Brillante deduzione, mastro Lukel» disse Ashe.
«Ora basta, voi due» bofonchiò Sarene. «È quello proprio di fronte a noi.
Quello che avevo davanti mentre dipingevo.»
«Quello?» domandò Lukel. «Ma è un dipinto di fiori.»
«E?»
«Cos’è quella macchia scura nel mezzo del tuo dipinto?»
«Fiori» rispose Sarene sulla difensiva.
«Oh.» Lukel guardò ancora una volta il dipinto di Sarene, poi alzò ancora
gli occhi sul suo modello. «Se lo dici tu, cugina.»
«Forse potresti spiegarmi il caso legale di Iadon prima che io diventi
violenta, cugino» disse Sarene con minacciosa dolcezza.
«Giusto. Cosa vuoi sapere?»
«I nostri studi ci dicono che la schiavitù è illegale ad Arelon. Ma quegli
uomini continuano a riferirsi al contadino come loro proprietà.»
Lukel si accigliò, voltando gli occhi verso i due nobili che discutevano.
«La schiavitù è illegale, ma probabilmente non lo sarà a lungo. Dieci anni fa
non c’era alcun nobile o contadino ad Arelon: solo gli Elantriani e tutti gli
altri. Nel corso del decennio passato, i cittadini comuni sono passati
dall’essere famiglie che possedevano la loro stessa terra a contadini
sottomessi a signori feudali, a servitori vincolati, fino a qualcosa che ricorda
più gli antichi servi fjordell. Non passerà molto tempo prima che diventino
nulla più che proprietà.»
Sarene si accigliò. Il semplice fatto che il re ascoltasse un caso del genere
– che prendesse anche solo in considerazione di togliere a un uomo i suoi
figli per salvare l’onore di qualche nobile – era atroce. Si supponeva che la

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società fosse progredita oltre tale punto. Il contadino osservava il
procedimento giudiziario con occhi spenti, occhi da cui la luce era stata
sottratta a forza, in modo sistematico e intenzionale.
«Questo è peggio di quanto avessi temuto» disse Sarene.
Al suo fianco, Lukel annuì. «La prima cosa che Iadon fece quando prese
il trono fu eliminare i diritti individuali di possesso terriero. Arelon non
aveva un esercito degno di questo nome, ma Iadon poteva permettersi di
assoldare dei mercenari, costringendo la gente all’obbedienza. Dichiarò che
tutta la terra apparteneva alla Corona e poi ricompensò quei mercanti che
avevano appoggiato la sua ascesa al trono con titoli e tenute. Solo pochi
uomini, come mio padre, avevano abbastanza terra e denaro da indurre Iadon
a non osare prendere la loro proprietà.»
Sarene sentì il disgusto per il suo nuovo padre crescere. Una volta Arelon
aveva vantato la società più felice e avanzata al mondo. Iadon aveva distrutto
quella società, trasformandola in un sistema che nemmeno Fjorden usava
più.
Sarene lanciò un’occhiata a Iadon, poi si voltò verso Lukel. «Vieni»
disse, tirando suo cugino verso il lato della stanza, dove potevano parlare un
po’ più apertamente. Erano abbastanza vicini da tenere d’occhio Iadon, ma
abbastanza lontani da altri gruppi di persone da impedire che una
conversazione sommessa venisse captata.
«Ashe e io stavamo discutendo di questo, prima» disse lei. «Com’è mai
possibile che quell’uomo sia riuscito a ottenere il trono?»
Lukel scrollò le spalle. «Iadon è… un uomo complesso, cugina. È
incredibilmente miope in alcuni ambiti, ma può essere estremamente
ingegnoso quando tratta con la gente: questo è parte di ciò che lo rende un
buon commerciante. Era a capo della locale gilda dei mercanti prima del
Reod, cosa che probabilmente lo rese l’uomo più potente della zona che non
fosse connesso direttamente agli Elantriani.
«La gilda dei mercanti era un’organizzazione autonoma, e molti dei suoi
membri non andavano molto d’accordo con gli Elantriani. Vedi, Elantris
forniva cibo gratis a tutti nella zona, una cosa che rendeva felice la
popolazione ma era pessimo per i mercanti.»
«Perché non si limitavano a importare altre cose?» domandò Sarene.
«Qualcosa oltre il cibo?»
«Gli Elantriani potevano creare quasi qualunque cosa, cugina» disse
Lukel. «E anche se non davano via tutto gratis, potevano fornire molti
materiali a prezzi di gran lunga più convenienti di quelli dei mercanti… in

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particolare se consideri i costi di trasporto. Alla fine, la gilda dei mercanti
fece un patto con Elantris, inducendo gli Elantriani a promettere che
avrebbero fornito gratuitamente alla popolazione solo beni ‘basilari’. Questo
permetteva alla gilda dei mercanti di importare gli oggetti di lusso più costosi,
soddisfacendo le fasce più ricche della zona… che, ironia della sorte,
tendevano a essere altri membri della gilda dei mercanti.»
«E poi il Reod colpì» disse Sarene, cominciando a capire.
Lukel annuì. «Elantris cadde e la gilda dei mercanti – di cui Iadon era
presidente – era l’organizzazione più potente e numerosa nelle quattro Città
Esterne. I suoi membri erano facoltosi e conoscevano molto bene le altre
persone ricche della zona. Il fatto che la gilda avesse un passato di disaccordo
con Elantris non fece che rafforzare la sua reputazione agli occhi della gente.
Iadon era la persona naturalmente più adatta per essere re. Questo non
significa che sia un monarca particolarmente capace, però.»
Sarene annuì. Seduto sul trono, Iadon finalmente prese la sua decisione
riguardo al caso. Dichiarò ad alta voce che il contadino fuggitivo apparteneva
effettivamente al primo nobile, ma i suoi figli sarebbero rimasti col secondo.
«Poiché» fece notare Iadon «i bambini sono stati nutriti per tutto questo
tempo dal loro attuale padrone.»
Il contadino non protestò per quella decisione: abbassò semplicemente lo
sguardo verso terra, e Sarene provò una punta di tristezza. Quando l’uomo
alzò gli occhi, però, in essi c’era qualcosa… qualcosa celato sotto quel
servilismo imposto. Odio. In lui rimaneva ancora abbastanza animo per
quell’emozione potentissima.
«Questo non andrà avanti ancora per molto» disse lei piano. «La gente
non lo tollererà.»
«La classe contadina ha vissuto per secoli sotto il sistema feudale
fjordell» fece notare Lukel. «Ed erano trattati peggio di animali da fattoria.»
«Sì, ma venivano allevati così» disse Sarene. «La gente nell’antica
Fjorden non conosceva nulla di meglio: per loro il sistema feudale era l’unico
sistema. Queste persone sono differenti. Dieci anni non sono poi un tempo
così lungo: i contadini areliani riescono a ricordare un tempo in cui gli
uomini che ora chiamano padroni erano semplici bottegai e commercianti.
Sanno che esiste una vita migliore. Cosa più importante, sanno che un
governo può cadere, trasformando in padroni quelli che una volta erano
servi. Iadon ha imposto loro troppo e troppo in fretta.»
Lukel sorrise. «Parli come il principe Raoden.»
Sarene esitò. «Lo conoscevi bene?»

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«Era il mio migliore amico» disse Lukel con un cenno del capo colmo di
tristezza. «Il più grand’uomo che abbia mai conosciuto.»
«Parlami di lui, Lukel» gli chiese Sarene con voce morbida.
Lukel ci pensò per un momento, poi parlò con una voce carica di ricordi.
«Raoden rendeva felice la gente. La tua giornata poteva essere stata aspra
come l’inverno, poi arrivava il principe con il suo ottimismo e, con qualche
parola gentile, ti faceva capire quanto ti stavi comportando da sciocco. Era
anche brillante: conosceva ogni Aon e sapeva disegnarli alla perfezione, ed
escogitava sempre delle bizzarre nuove filosofie che non riusciva a capire
nessuno tranne mio padre. Perfino con il mio addestramento a Svorden, non
riuscivo comunque a seguire la metà delle sue teorie.»
«Lo fai sembrare perfetto.»
Lukel sorrise. «In tutto tranne che a carte. Perdeva sempre quando
giocavamo a tooledoo, perfino se dopo riusciva a convincermi a pagare la
cena. Sarebbe stato un pessimo mercante: non gli importava davvero del
denaro. Avrebbe perso una partita di tooledoo semplicemente perché sapeva
che fremito mi dava la vittoria. Non l’ho mai visto triste o arrabbiato…
tranne quando si recava a una delle piantagioni esterne. Lo faceva spesso; poi
tornava a corte ed esprimeva le sue opinioni sull’argomento in modo
piuttosto diretto.»
«Scommetto che al re questo non piaceva molto» disse Sarene con un
lieve sorriso.
«Lo odiava» disse Lukel. «Iadon tentava di tutto tranne esiliarlo per farlo
star zitto, ma non funzionava nulla. Il principe trovava un modo di insinuare
la sua opinione in ciascuna sentenza reale. Era il principe ereditario, pertanto
le leggi della corte – scritte da Iadon in persona – davano a Raoden
un’opportunità di dire la sua in ogni questione portata di fronte al re. E lascia
che te lo dica, principessa, non sai cosa sia una ramanzina finché non ne hai
ricevuta una da Raoden. Quell’uomo poteva essere così severo che perfino le
pareti di pietra si accartocciavano sotto la sua lingua.»
Sarene si rilassò, godendosi l’immagine di Iadon stigmatizzato dal suo
stesso figlio davanti all’intera corte.
«Mi manca» disse Lukel piano. «Questo Paese aveva bisogno di Raoden.
Stava cominciando davvero a fare la differenza; aveva radunato un seguito
ragguardevole tra i nobili. Ora, senza la sua guida, il gruppo si sta
frammentando. Mio padre e io stiamo tentando di tenerli assieme, ma io sono
stato via così a lungo che ho perso i contatti. E, naturalmente, pochi di loro si
fidano di mio padre.»

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«Cosa? Perché no?»
«Ha una certa reputazione di essere un furfante. Inoltre non ha un titolo.
Ha rifiutato tutti quelli che il re ha cercato di dargli.»
La fronte di Sarene si increspò. «Aspetta un momento… pensavo che zio
Kiin si opponesse al re. Perché mai Iadon proverebbe a dargli un titolo?»
Lukel sorrise. «Iadon non può farci nulla. L’intero governo del re è
costruito sull’idea che il successo monetario è una giustificazione del potere.
Mio padre è una persona di successo e la legge dice che il denaro è pari alla
nobiltà. Vedi, il re è stato tanto sciocco da pensare che ogni ricco avrebbe
pensato come lui, perciò non avrebbe avuto alcuna opposizione fintantoché
avesse elargito titoli a qualunque persona facoltosa. Il rifiuto di mio padre di
accettare un titolo in realtà costituisce un modo per indebolire la sovranità di
Iadon, e il re lo sa. Finché esiste un uomo ricco che tecnicamente non è un
nobile, il sistema aristocratico areliano è fallato. Al vecchio Iadon viene quasi
un colpo ogni volta che mio padre appare a corte.»
«Dovrebbe venire più spesso, allora» disse Sarene in tono malizioso.
«Mio padre trova parecchie opportunità per mostrare la sua faccia. Lui e
Raoden si incontravano quasi ogni pomeriggio qui a corte per giocare una
partita di ShinDa. Era un’interminabile fonte di fastidio per Iadon che
scegliessero di farlo nella sua stessa sala del trono, ma ancora una volta le sue
stesse leggi proclamavano che la corte era aperta a chiunque suo figlio
invitasse, perciò non poteva buttarli fuori.»
«Pare che il principe avesse un certo talento per usare le stesse leggi del re
contro di lui.»
«Era una delle sue doti più irresistibili» disse Lukel con un sorriso. «In
qualche modo Raoden distorceva ogni nuovo decreto di Iadon, ribaltandolo
e usandolo come uno schiaffo in faccia al re. Iadon ha trascorso quasi ogni
momento degli ultimi cinque anni a cercare di trovare un modo per
diseredare Raoden. A quanto pare, alla fine Domi ha risolto quel problema
per lui.»
O Domi, pensò Sarene con crescente sospetto, oppure uno degli assassini
personali di Iadon… «E adesso chi erediterà?» chiese.
«Questo non è del tutto certo» disse Lukel. «Iadon probabilmente
progetta di avere un altro figlio: Eshen è abbastanza giovane. Uno dei duchi
più potenti sarebbe probabilmente il prossimo nella linea di successione.
Lord Telrii o lord Roial.»
«Sono qui?» chiese Sarene, esaminando la folla.

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«Roial no,» disse Lukel «ma quello laggiù è il duca Telrii.» Lukel annuì
verso un uomo dall’aria pomposa in piedi vicino alla parete opposta. Snello e
dalla postura forte, sarebbe potuto essere bello se non avesse mostrato segni
di evidente indulgenza ai lussi. I suoi abiti scintillavano per le gemme cucite e
le sue dita sbrilluccicavano di oro e argento. Quando si voltò, Sarene riuscì a
vedere che il lato sinistro della sua faccia era segnato da una massiccia voglia
violacea.
«Speriamo che il trono non capiti mai a lui» disse Lukel. «Iadon è
antipatico, ma almeno è fiscalmente responsabile: è un taccagno. Telrii,
invece, è uno spendaccione. Gli piace il denaro e gli piacciono quelli che
glielo danno. Probabilmente sarebbe l’uomo più ricco di Arelon se non
spendesse così tanto in lussi: attualmente è a un misero terzo posto, dietro il
re e il duca Roial.»
Sarene si accigliò. «Il re avrebbe diseredato Raoden, lasciando il Paese
senza nessun erede apparente? Non sa nulla sulle guerre di successione?»
Lukel scrollò le spalle. «A quanto pare, avrebbe preferito non avere alcun
erede che rischiare di lasciare Raoden al comando.»
«Non avrebbe potuto permettere che cose come libertà e compassione
rovinassero la sua perfetta, piccola monarchia» disse Sarene.
«Esattamente.»
«Questi uomini che seguivano Raoden. Si incontrano mai?»
«No» disse Lukel accigliandosi. «Hanno troppa paura di continuare senza
la protezione del principe. Abbiamo convinto alcuni dei più motivati a
riunirsi un’ultima volta domani, ma dubito che ne verrà fuori qualcosa.»
«Voglio esserci» disse Sarene.
«A questi uomini non piacciono i nuovi arrivati, cugina» la avvisò Lukel.
«Sono diventati molto tesi: sanno che i loro incontri potrebbero essere
considerati tradimento.»
«È comunque l’ultima volta che intendono riunirsi. Cosa faranno se mi
presento? Si rifiuteranno di tornare?»
Lukel esitò, poi sorrise. «D’accordo, lo dirò a mio padre e lui troverà un
modo per farti partecipare.»
«Possiamo dirglielo entrambi a pranzo» disse Sarene, dando un’ultima
occhiata insoddisfatta alla tela, poi accingendosi a mettere via i pennelli.
«Allora verrai a pranzo dopotutto?»
«Be’, zio Kiin ha promesso che avrebbe preparato il revertiss fjordell.
Inoltre, dopo quello che ho appreso oggi, non penso di potermene stare

101
seduta qui ad ascoltare le sentenze di Iadon ancora a lungo. Probabilmente mi
metterei a lanciare i colori se mi facesse arrabbiare ancora un po’.»
Lukel rise. «Quella probabilmente non sarebbe una buona idea,
principessa o no. Andiamo. Kaise sarà entusiasta che ci sia anche tu. Mio
padre prepara sempre cibo migliore quando abbiamo ospiti.»

Lukel aveva ragione.


«Lei è qui!» dichiarò Kaise con un urletto entusiastico quando vide
Sarene entrare. «Papà, devi preparare il pranzo.»
Jalla comparve da una porta vicina per accogliere suo marito con un
abbraccio e un rapido bacio. La donna svordica sussurrò qualcosa a Lukel in
Fjordell e lui sorrise, sfregandole la spalla con affetto. Sarene osservò con
invidia, poi si fece forza stringendo i denti. Era una principessa reale teodeti:
non stava a lei lamentarsi delle necessità di matrimoni di stato. Se Domi
aveva preso suo marito prima ancora che lei lo incontrasse, evidentemente
Egli voleva che la sua mente fosse sgombra da altre preoccupazioni.
Zio Kiin comparve dalla cucina, ficcò un libro nel suo grembiule, poi
diede a Sarene uno dei suoi abbracci stritolanti. «Allora non sei riuscita a
starci lontano, dopotutto. Il richiamo della magica cucina di Kiin è stato
troppo per te, eh?»
«No, papà, è soltanto affamata» annunciò Kaise.
«Oh, ma davvero? Be’, mettiti seduta, Sarene. Il pranzo sarà pronto tra
pochi minuti.»
Il pasto procedette in modo molto simile alla cena della sera prima, con
Kaise che si lamentava della lentezza, Daorn che cercava di comportarsi in
modo più maturo di sua sorella e Lukel che li canzonava entrambi senza
pietà, com’era solenne dovere di qualunque fratello maggiore. Adien fece la
sua comparsa tardi, sembrando distratto mentre borbottava piano dei numeri
fra sé. Kiin portò diversi vassoi di cibo fumante, scusandosi per l’assenza di
sua moglie a causa di un impegno precedente.
Il pasto fu delizioso: il cibo squisito, la conversazione gradevole. O
meglio, fin quando Lukel non si assunse il compito di informare la famiglia
delle doti artistiche di Sarene.
«Era occupata con qualche specie di nuovo astrattismo» proclamò suo
cugino con voce completamente seria.
«Ma davvero?» chiese Kiin.
«Sì» disse Lukel. «Anche se non riesco proprio a capire che cosa stesse
cercando di dire dipingendo un mazzo di fiori con una macchia marrone che

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assomigliava solo vagamente a un cavallo.»
Sarene arrossì mentre tutta la tavolata rideva. Ma non era finita: anche
Ashe scelse quel momento per tradirla.
«Lei la chiama scuola di sviamento creativo» spiegò il Seon in tono
solenne con quella sua voce profonda. «Credo che la principessa si senta
valorizzata nel dar forma a un’arte che confonde totalmente la capacità di una
persona di distinguere quale possa essere il soggetto.»
Questo fu davvero troppo per Kiin, che quasi crollò a terra dal ridere.
Presto il tormento di Sarene ebbe fine, però, quando l’argomento della
conversazione cambiò un poco, e questo destò qualche interesse per la
principessa.
«Non esiste nessuna scuola dello sviamento creativo» li informò Kaise.
«Ah no?» domandò suo padre.
«No. C’è la scuola impressionista, la scuola neorappresentativa, la scuola
derivazionale astratta e la scuola rivivazionista. E basta.»
«Ah, ma davvero?» chiese Lukel divertito.
«Sì» affermò Kaise. «C’era il movimento realista, ma è la stessa cosa della
scuola neorappresentativa. Hanno solo cambiato nome per suonare più
importanti.»
«Smettila di cercare di pavoneggiarti per la principessa» borbottò Daorn.
«Non mi sto pavoneggiando» sbuffò Kaise. «Sono solo istruita.»
«Ti stai pavoneggiando» disse Daorn. «Inoltre, la scuola realista non è la
stessa cosa della scuola neorappresentativa.»
«Daorn, smettila di brontolare contro tua sorella» ordinò Kiin. «Kaise,
smettila di pavoneggiarti.»
Kaise si accigliò, poi si appoggiò contro lo schienale con un’espressione
imbronciata in volto e iniziò a borbottare suoni incoerenti.
«Cosa sta facendo?» domandò Sarene confusa.
«Oh, sta imprecando contro di noi in Jindoese» disse Daorn con
noncuranza. «Lo fa sempre quando ha la peggio in una discussione.»
«Pensa di poter salvare la faccia parlando in altre lingue» disse Lukel.
«Come se questo dimostrasse che lei è realmente più intelligente del resto del
mondo.»
A quelle parole, il torrente di parole proveniente dalla bocca della
ragazzina bionda cambiò registro. Con un sussulto, Sarene si rese conto che
Kaise era passata a borbottare in Fjordell. Kaise non aveva finito, però:
concluse la sua invettiva con una breve ma mordace accusa in quello che
sembrava Duladiano.

103
«Quante lingue parla?» chiese Sarene stupefatta.
«Oh, quattro o cinque, a meno che non ne abbia imparata una nuova
mentre non stavo guardando» rispose Lukel. «Anche se dovrà fermarsi
presto. Gli scienziati Svordici affermano che la mente umana può gestire solo
sei lingue prima di cominciare a confonderle.»
«Dimostrare che si sbagliano è una delle piccole imprese che Kaise è
intenzionata a portare a termine» spiegò Kiin con la sua voce roca e
profonda. «Quello e mangiare ogni boccone di cibo che si può trovare in
tutta Arelon.»
Kaise protese il mento verso suo padre tirando su col naso in modo
sprezzante, poi ritornò al suo pasto.
«Sono entrambi così… ben informati» disse Sarene colma di sorpresa.
«Non essere troppo impressionata» disse Lukel. «I loro tutori hanno
spiegato storia dell’arte di recente, e tutti e due hanno lavorato sodo per
dimostrare di essere migliori rispetto all’altro.»
«Lo sono comunque» disse Sarene.
Kaise, ancora contrariata per essere stata sconfitta, borbottò qualcosa con
la bocca piena. «Cos’era quello?» domandò Kiin in tono deciso.
«Ho detto: ‘Se il principe fosse qui, lui mi avrebbe dato ascolto’.
Prendeva sempre le mie parti.»
«Dava solo l’impressione di essere d’accordo con te» disse Daorn. «Si
chiama sarcasmo, Kaise.»
Kaise fece la linguaccia a suo fratello. «Lui pensava che io fossi
bellissima e mi amava. Stava aspettando che crescessi in modo da potermi
sposare. Allora sarei stata regina e vi avrei gettato tutti quanti nelle segrete
finché non aveste ammesso che avevo ragione.»
«Non ti avrebbe sposato, stupida» disse Daorn accigliato. «Ha sposato
Sarene.»
Kiin doveva aver notato il modo in cui l’espressione di Sarene si era
rabbuiata al sentir nominare il principe, poiché si affrettò a zittire i due
ragazzini con delle occhiatacce. Però il danno era stato fatto. Più apprendeva
su di lui, più Sarene si ricordava della voce dolce e incoraggiante del
principe, che viaggiava per centinaia di miglia attraverso il Seon per parlare
con lei. Pensò al modo incoerente in cui le sue lettere le parlavano della vita
ad Arelon, spiegando come stava preparando un posto per lei. Sarene era
stata così eccitata di incontrarlo che aveva deciso di lasciare Teod una
settimana prima. Non abbastanza presto, a quanto pareva. Forse avrebbe
dovuto dare ascolto a suo padre. Lui aveva esitato ad acconsentire al

104
matrimonio, anche se sapeva che Teod aveva bisogno di un’alleanza solida
con il nuovo governo areliano. Anche se i due paesi discendevano dallo
stesso retaggio razziale e culturale, c’erano stati pochi contatti tra Teod e
Arelon durante l’ultimo decennio. Le sollevazioni dopo il Reod
minacciavano chiunque fosse associato agli Elantriani… e quello di sicuro
includeva la dinastia reale teodeti. Ma con Fjorden che stava spingendo
nuovamente i confini della propria influenza – stavolta istigando il crollo
della repubblica duladiana – era diventato evidente che Teod aveva bisogno
di riavvicinarsi al suo antico alleato oppure avrebbe affrontato le orde del
Wyrn da sola.
E così Sarene aveva proposto il matrimonio. Sulle prime suo padre aveva
obiettato, ma poi si era chinato di fronte al suo totale pragmatismo. Non c’era
nessun legame più forte di quello di sangue, in particolare quando il
matrimonio coinvolgeva un principe ereditario. Non aveva importanza che
un contratto per un matrimonio reale stabilisse che Sarene non si sarebbe
potuta risposare mai più: Raoden era giovane e forte. Tutti avevano presunto
che sarebbe vissuto per decenni.
Kiin le stava parlando. «Cos’hai detto, zio?» chiese lei.
«Volevo solo sapere se c’è qualcosa che vorresti vedere a Kae. Sei qui da
un paio di giorni; probabilmente è ora che qualcuno ti porti a fare un giro.
Sono certo che Lukel sarebbe lieto di mostrarti i luoghi più interessanti.»
L’uomo magro sollevò le mani. «Spiacente, padre. Mi piacerebbe portare
in giro per la città la nostra bella cugina, ma Jalla e io dobbiamo andare a
discutere l’acquisto di certa seta da inviare a Teod.»
«Entrambi?» domandò Sarene sorpresa.
«Ma certo» rispose Lukel lasciando cadere il suo tovagliolo sul tavolo e
alzandosi. «Jalla contratta in modo agguerrito.»
«Quella è l’unica ragione per cui mi ha sposato» confessò la donna
Svordica col suo accento marcato e un sorriso accennato. «Lukel è un
mercante. Profitto in tutto quanto, perfino nel matrimonio.»
«Proprio così» disse Lukel con una risata, prendendo la mano di sua
moglie mentre lei si alzava. «Il fatto che sia intelligente e bella non è stato
nemmeno preso in considerazione. Grazie per il pranzo, padre. Era delizioso.
Buona giornata a tutti.»
Detto questo, i due se ne andarono fissandosi negli occhi mentre si
allontanavano. La loro uscita fu seguita da una serie di suoni strozzati da
parte di Daorn. «Ugh. Papà, dovresti parlare a quei due. Hanno gli occhi
tanto dolci che rendono difficile mangiare.»

105
«Al nostro caro fratello è andato il cervello in pappa» convenne Kaise.
«Siate pazienti, bambini» disse Kiin. «Lukel è sposato solo da un mese.
Dategli un po’ di tempo e tornerà normale.»
«Lo spero proprio» disse Kaise. «Mi fa venire il voltastomaco.»
Naturalmente a Sarene non sembrava che lei avesse il voltastomaco: stava
ancora ingozzandosi di cibo in modo energico.
Accanto a Sarene, Adien continuava a borbottare come suo solito. Non
pareva dire molto, tranne citare numeri… quello, e l’occasionale parola che
suonava molto simile a ‘Elantris’.
«Mi piacerebbe vedere la città, zio» disse Sarene; i commenti dei ragazzi
le ricordavano qualcosa. «In particolare Elantris: voglio sapere il perché di
tutto questo scalpore.»
Kiin si sfregò il mento. «Be’,» disse «suppongo che i gemelli possano
mostrartela. Sanno come arrivare a Elantris, e questo me li leverà di torno per
un po’.»
«Gemelli?»
Kiin sorrise. «È il nomignolo che ha affibbiato loro Lukel.»
«Uno che odiamo» disse Daorn. «Non siamo gemelli… non ci
assomigliamo neppure.»
Sarene esaminò i due bambini, con le loro zazzere simili di capelli biondi
e le loro identiche espressioni determinate, e sorrise. «Niente affatto»
concordò.

Le mura di Elantris si ergevano sopra Kae come una sentinella colma di


disapprovazione. Camminando ai loro piedi, Sarene si rese conto di quanto
fossero formidabili. Una volta aveva visitato Fjorden ed era rimasta
impressionata da molte città fortificate di quella nazione… ma nemmeno
quelle potevano competere con Elantris. Le mura erano così alte, i lati così
lisci, che era evidente che non erano state costruite da semplici mani umane.
Nei lati erano intagliati enormi Aon complessi; Sarene non riuscì a
riconoscere molti di essi, e le piaceva considerarsi una persona istruita.
I bambini la condussero a una enorme rampa di scale di pietra che
correva su per il lato esterno delle mura. Intagliate in modo magnifico, con
arcate e frequenti pianerottoli di osservazione, le scale stesse erano scolpite
con una certa regalità. C’era anche un senso di… arroganza in quella
scalinata a livelli. Era ovviamente parte del progetto originale della città di
Elantris, e dimostrava che le enormi mura non erano state costruite come un
mezzo di difesa, bensì come separazione. Solo persone che nutrivano una

106
grande fiducia in sé avrebbero potuto costruire una fortificazione
stupefacente come quella, e poi piazzare una larga rampa di scale all’esterno,
che portava fino in cima.
Quella fiducia si era rivelata ingiustificata, poiché Elantris era caduta.
Eppure, ricordò a sé stessa Sarene, non erano stati degli invasori a
impadronirsi della città, ma qualcos’altro. Qualcosa che non era ancora stato
compreso. Il Reod.
Sarene si soffermò lungo una ringhiera di pietra a circa metà della salita
fino alla sommità delle mura, rimirando la città di Kae. La cittadina più
piccola era come un fratellino piccolo rispetto alla grandiosa Elantris: si
sforzava così tanto di dimostrare la propria importanza, ma accanto
all’imponente città non poteva fare a meno di sembrare inferiore. I suoi
edifici altrove sarebbero potuti essere impressionanti, ma paragonati alla
maestosità di Elantris sembravano minuscoli… meschini, perfino.
Meschina o no, si disse Sarene, sarà su Kae che mi dovrò concentrare. I
giorni di Elantris sono passati.
Diverse piccole bolle di luce fluttuavano lungo l’esterno del muro: erano i
primi Seon che Sarene vedeva nella zona. Sulle prime fu eccitata, ma poi si
ricordò le storie. Una volta, i Seon non erano stati influenzati dallo Shaod,
ma quello era cambiato con la caduta di Elantris. Ora, quando una persona
veniva presa dallo Shaod, il suo Seon – se ne aveva uno – raggiungeva una
specie di follia. I Seon accanto al muro fluttuavano senza meta, come bimbi
sperduti. Sarene sapeva senza chiederlo che la città era il luogo in cui tali
Seon impazziti si radunavano, una volta che i loro padroni erano caduti.
Distolse lo sguardo dai Seon, annuì ai bambini e continuò la sua
arrampicata su per l’enorme rampa di scale. Si sarebbe concentrata su Kae,
vero, ma voleva comunque vedere Elantris. C’era qualcosa in essa – le sue
dimensioni, i suoi Aon, la sua reputazione – che doveva sperimentare con i
propri occhi.
Mentre camminava, fu in grado di protendere una mano e sfregarla
contro la scanalatura di un Aon intagliato nel lato delle mura cittadine. La
linea era larga come la sua mano. Non c’erano interstizi dove pietra
incontrava pietra. Era come Sarene aveva letto: l’intero muro era un pezzo di
roccia ininterrotto.
Tranne che non era più perfetto. Pezzi dell’enorme monolito si stavano
crepando e sgretolando, in particolare vicino alla sommità. Mentre si
avvicinavano al termine della loro scalata, c’erano posti dove grossi pezzi di
muro erano stati strappati via, lasciando nella pietra ferite frastagliate che

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ricordavano segni di morsi. Tuttavia il muro era impressionante, in
particolare quando ci si stava in cima, guardando giù verso il terreno
sottostante.
«Oh cielo» disse Sarene, sentendosi cogliere da un capogiro.
Daorn le strattonò il dorso del vestito con urgenza. «Non avvicinarti
troppo, Sarene.»
«Sto bene» disse lei con voce intontita. Però lasciò che lui la tirasse
indietro.
Ashe fluttuò accanto a lei, risplendendo di preoccupazione. «Forse questa
non è stata una buona idea, mia signora. Sapete che effetto vi fanno le
altezze.»
«Idiozie» disse Sarene, ristabilendosi. Poi notò per la prima volta il
grosso raduno in cima alle mura a poca distanza. C’era una voce penetrante
che si levava sopra il gruppo, una che non riusciva del tutto a distinguere.
«Quello cos’è?»
I gemelli, confusi, si scambiarono delle scrollate di spalle. «Non lo so»
disse Daorn.
«Di solito questo posto è vuoto, tranne per le guardie» aggiunse Kaise.
«Diamo un’occhiata» disse Sarene. Non era certa, ma pensava di
riconoscere l’accento della voce. Mentre si avvicinavano alla folla, Sarene
confermò il suo sospetto.
«È il gyorn!» disse Kaise eccitata. «Volevo vederlo.» Detto questo
scomparve, schizzando in mezzo alla folla. Sarene riuscì a sentire urla
ovattate di sorpresa e irritazione mentre la ragazzina si faceva strada a
spintoni all’interno del gruppo. Daorn scoccò a sua sorella un’occhiata piena
di desiderio e fece un passo avanti, poi però si guardò indietro verso Sarene
e decise invece di rimanere accanto a lei come una guida diligente.
Daorn non avrebbe dovuto preoccuparsi di vedere il gyorn, però. Sarene
era un po’ più riservata del suo cuginetto, ma era altrettanto decisa ad
avvicinarsi abbastanza da udire Hrathen. Così, con la sua piccola guardia al
fianco, Sarene si fece strada tra la folla cortesemente – ma risoluta – fino a
trovarsi davanti.
Hrathen era in piedi su un piccolo punto panoramico costruito sulle mura
di Elantris. Dava le spalle alla folla, ma era orientato in modo tale da
permettere alle sue parole di raggiungerli. Il suo discorso era ovviamente
inteso per le loro orecchie e non per quelli laggiù. Sarene degnò Elantris
stessa a malapena di un’occhiata: l’avrebbe esaminata più tardi.

108
«Guardateli!» ordinò Hrathen, gesticolando verso Elantris. «Hanno perso
il loro diritto a essere uomini. Sono animali, senza alcuna volontà o desiderio
di servire lord Jaddeth. Non conoscono alcun Dio e possono solo seguire i
loro istinti.»
Sarene si accigliò. Shu-Dereth insegnava che l’unica differenza tra uomini
e animali era la capacità dell’umanità di adorare Dio, o ‘Jaddeth’ in Fjordell.
La dottrina non era una novità per Sarene: suo padre si era assicurato di
includere un’approfondita conoscenza di Shu-Dereth nella sua istruzione.
Quello che non riusciva a comprendere era perché un gyorn vero e proprio
avrebbe sprecato il suo tempo con gli Elantriani. Cosa mai poteva ottenere
nel denunciare un gruppo che era già stato abbattuto così profondamente?
Una cosa era chiara, però: se il gyorn aveva una motivazione per
predicare contro Elantris, allora era suo dovere proteggerla. Era possibile
ostacolare i piani del nemico prima che lei li capisse del tutto.
«… Come tutti sanno, gli animali sono di molto inferiori agli uomini agli
occhi di lord Jaddeth» stava dicendo Hrathen, mentre il discorso si avviava
verso la conclusione.
Sarene vide un’opportunità e la colse. Sgranò gli occhi, assunse una tonta
espressione confusa e – con la sua voce più acuta e innocente – pronunciò
una singola parola.
«Perché?»
Hrathen si fermò. Sarene aveva scelto per la sua domanda il momento
adatto perché cadesse nel momento imbarazzato tra due delle frasi del gyorn.
L’uomo esitò a quella richiesta penetrante, ovviamente cercando di riprendere
il suo slancio. Però Sarene l’aveva posizionata proprio al punto giusto e il
momento passò. Lui si voltò attorno con occhi severi per cercare chi fosse
stato così sciocco da interromperlo. Tutto quello che trovò fu una modesta,
perplessa Sarene.
«Perché cosa?» domandò Hrathen.
«Perché gli animali sono inferiori agli umani agli occhi del signor
Jaddeth?» chiese lei.
Il gyorn digrignò i denti al sentirla usare l’espressione ‘signor Jaddeth’.
«Perché, a differenza degli uomini, gli animali non possono far altro che
seguire i loro istinti.»
La normale domanda successiva a una tale affermazione sarebbe stata:
«Ma anche gli uomini seguono i loro istinti» cosa che avrebbe dato a Hrathen
un’opportunità di spiegare la differenza tra un uomo di Dio e un uomo
carnale, peccatore. Sarene non gli fece quel favore.

109
«Ma io ho sentito che il signor Jaddeth ricompensava l’arroganza» disse
Sarene in tono confuso.
Gli occhi del gyorn divennero sospettosi. La domanda era un po’ troppo
ben piazzata per provenire da una sempliciotta come Sarene stava fingendo di
essere. Hrathen sapeva, o almeno sospettava, che lei stesse giocando con lui.
Però, doveva comunque rispondere alla domanda… se non per lei, per il
resto della folla.
«Lord Jaddeth ricompensa l’ambizione, non l’arroganza» disse in tono
cauto.
«Non capisco» ribatté Sarene. «L’ambizione non è servire i nostri stessi
istinti? Perché il signor Jaddeth ricompensa questo?»
Hrathen stava perdendo il suo uditorio, e lo sapeva. La domanda di
Sarene era un’argomentazione teologica vecchia di secoli contro Shu-Dereth,
ma la folla non sapeva nulla di antiche dispute o confutazioni accademiche.
Tutto quello che sapevano era che qualcuno stava ponendo a Hrathen delle
domande a cui lui non riusciva a rispondere in modo abbastanza rapido o
interessante per mantenere la loro attenzione.
«L’arroganza è diversa dalla carnalità» dichiarò Hrathen con voce stizzita,
avvalendosi della sua posizione dominante per prendere il controllo della
conversazione. «Il servizio della gente dell’impero di Jaddeth viene
ricompensato in modo rapido sia qui che nell’aldilà.»
Fu un tentativo magistrale: riuscì non solo a cambiare argomento, ma ad
attirare l’attenzione della folla verso un’altra idea. Tutti trovavano le
ricompense affascinanti. Purtroppo per lui, Sarene non aveva ancora finito.
«Perciò se serviamo Jaddeth, i nostri istinti vengono appagati?»
«Nessuno serve Jaddeth tranne il Wyrn» disse Hrathen in tono sbrigativo
mentre rifletteva sul modo migliore per replicare alle sue obiezioni.
Sarene sorrise: aveva sperato che lui commettesse quell’errore. Era un
precetto basilare di Shu-Dereth che solo un uomo potesse servire Jaddeth
direttamente; la religione era molto irreggimentata e la sua struttura ricordava
il governo feudale che un tempo aveva dominato a Fjorden. Ognuno serviva
quelli sopra di sé, ciascuno dei quali serviva a sua volta quelli sopra di sé, e
così via fino ad arrivare al Wyrn, che serviva Jaddeth direttamente. Tutti
servivano l’impero di Jaddeth, ma solo un uomo era abbastanza santo da
servire Dio direttamente. C’era molta confusione su quella distinzione, e per
il clero derethi era frequente correggere come Hrathen aveva appena fatto.
Sfortunatamente, nel far questo aveva appena dato a Sarene un’altra
opportunità.

110
«Nessuno può servire Jaddeth?» chiese lei in tono confuso. «Nemmeno
voi?»
Era un’argomentazione sciocca, un fraintendimento della considerazione
di Hrathen, non un vero attacco a Shu-Dereth. In un dibattito di puro valore
religioso, Sarene non sarebbe mai stata in grado di opporsi a un gyorn
pienamente addestrato. Sarene, però, non stava cercando di confutare gli
insegnamenti di Hrathen… solo di rovinare il suo discorso.
Hrathen alzò lo sguardo al suo commento, rendendosi immediatamente
conto del proprio errore. Tutti i suoi precedenti piani e riflessioni adesso
erano inutili, e la folla si stava interrogando su questa nuova domanda.
Nobilmente, il gyorn cercò di coprire il suo errore, tentando di riportare
la conversazione su un terreno più familiare, ma adesso la folla era tutta di
Sarene, e lei la teneva stretta in una morsa come solo una donna sull’orlo
dell’isteria poteva riuscire a fare.
«Cosa possiamo fare?» chiese con una scrollata del capo. «Temo che
queste cose dei preti siano oltre la portata della gente comune come me.»
E così terminò. Le persone cominciarono a parlare tra loro e ad
allontanarsi. Molti di loro stavano ridendo per le eccentricità dei sacerdoti e
l’astrusità dei ragionamenti teologici. Sarene notò che molti di loro erano
nobili: il gyorn doveva essersi sforzato parecchio per condurli tutti lassù sulle
mura di Elantris. Si ritrovò a sorridere in modo caustico per avergli fatto
sprecare tutti quei piani e quelle blandizie.
Hrathen osservò il suo raduno così attentamente organizzato disperdersi
alla spicciolata. Non cercò di parlare di nuovo: probabilmente sapeva che, se
avesse urlato o fosse andato su tutte le furie, non avrebbe fatto altro che
peggiorare la situazione.
Cosa sorprendente, il gyorn voltò le spalle alla gente che si sparpagliava e
rivolse un cenno di apprezzamento col capo a Sarene. Non era un inchino,
ma era il gesto più rispettoso che lei avesse mai ricevuto da un sacerdote
derethi. Era un riconoscimento di una battaglia ben vinta, una concessione
resa a un degno avversario.
«State giocando a un gioco pericoloso, principessa» disse piano nella sua
voce dall’accento lieve.
«Scoprirete che sono molto brava nei giochi, gyorn» replicò lei.
«Alla prossima ripresa, allora» disse lui, facendo cenno a un prete più
basso e con i capelli chiari di seguirlo mentre scendeva dalle mura. Negli
occhi dell’altro uomo non c’era alcun accenno di rispetto o nemmeno di
tolleranza. Ardevano d’odio, e Sarene rabbrividì quando li fissò su di lei. I

111
denti dell’uomo erano serrati stretti, e Sarene ebbe l’impressione che non ci
fosse molto a trattenere l’uomo dall’afferrarla per il collo e gettarla giù. Le
girò la testa al solo pensiero.
«Quello mi preoccupa» osservò Ashe al suo fianco. «Ho visto uomini del
genere in precedenza e la mia esperienza non è stata favorevole. Una diga
costruita così male alla fine deve crollare.»
Sarene annuì. «Era Aonico, non Fjordell. Sembra un paggio o un
attendente di Hrathen.»
«Be’, speriamo che il gyorn sia in grado di tenere il suo animaletto sotto
controllo, mia signora.»
Lei annuì, ma la sua risposta venne interrotta da un improvviso scroscio
di risate accanto a lei. Guardò verso il basso e trovò Kaise che si rotolava per
terra piena di ilarità; a quanto pareva, era riuscita a contenere il suo scoppio
finché il gyorn non era stato fuori vista.
«Sarene,» disse lei tra un respiro affannoso e l’altro «è stato stupendo!
Eri così stupida! E la sua faccia… È diventata più rossa perfino di quella di
papà quando scopre che ho mangiato tutti i suoi dolci. Si intonava quasi alla
sua armatura!»
«A me non piaceva affatto» disse Daorn in tono solenne dal fianco di
Sarene. Si trovava vicino a una parte aperta del parapetto, lo sguardo in
basso verso Hrathen mentre l’uomo scendeva per l’enorme rampa di scale
fino alla città. «Era troppo… duro. Non sapeva che stavi solo recitando la
parte della stupida?»
«Probabilmente» disse Sarene, facendo cenno a Kaise di rialzarsi e poi
dando una ripulita all’abito rosa della ragazzina. «Ma non aveva modo di
dimostrarlo, perciò ha dovuto fingere che io facessi sul serio.»
«Papà dice che il gyorn è qui per convertirci tutti a Shu-Dereth» disse
Daorn.
«Ma davvero?» chiese Sarene.
Daorn annuì. «Dice anche che teme che Hrathen avrà successo. Dice che i
raccolti non sono andati bene lo scorso anno. E parecchie persone non hanno
cibo. Se la semina questo mese non va bene, il prossimo inverno potrebbe
essere ancora più duro, e i tempi duri rendono la gente più disponibile ad
accettare un uomo che predica il cambiamento.»
«Tuo padre è un uomo saggio, Daorn» disse Sarene. Il suo confronto con
Hrathen era stato poco più di un passatempo; le menti delle persone erano
incostanti e presto si sarebbero dimenticate del dibattito di quel giorno.
Qualunque cosa Hrathen stava facendo lì era solo parte di qualcosa di più

112
grande – qualcosa che aveva a che fare con Elantris – e a Sarene occorreva
scoprire quali fossero le sue intenzioni. Ricordandosi infine la sua ragione
originaria per la visita alle mura, Sarene diede la sua prima bella occhiata alla
città sottostante.
Una volta era stata bellissima. La sensazione della città, il modo in cui gli
edifici coesistevano, come le strade si intersecavano: l’intero insieme era…
intenzionale. Arte su grande scala. Molti degli archi erano crollati, molti dei
tetti a cupola erano caduti, e perfino alcuni dei muri sembravano avere
ancora poco tempo a disposizione. Tuttavia, lei riusciva a capire una cosa.
Elantris era stata bellissima, un tempo.
«Sono così tristi» disse Kaise accanto a lei, in punta di piedi in modo da
poter vedere oltre il parapetto di pietra.
«Chi?»
«Loro» disse Kaise, indicando verso le strade lì sotto.
C’erano persone laggiù, forme rannicchiate che si muovevano a
malapena. Erano nascoste nelle strade buie. Sarene non riusciva a udire i loro
gemiti, ma poteva percepirli.
«Nessuno si prende cura di loro» disse Kaise.
«Come mangiano?» chiese Sarene. «Qualcuno deve nutrirli.» Non
riusciva a distinguere molti dettagli sulle persone lì sotto, soltanto che erano
umani. O, perlomeno, avevano la forma di umani; lei aveva letto molte cose
poco chiare sugli Elantriani.
«Nessuno» disse Daorn dall’altro lato. «Nessuno li nutre. Dovrebbero
essere tutti morti: non hanno nulla da mangiare.»
«Devono procurarselo da qualche parte» obiettò Sarene.
Kaise scosse il capo. «Sono morti, Sarene. Non hanno bisogno di
mangiare.»
«Possono non muoversi molto,» disse Sarene in tono sbrigativo «ma è
evidente che non sono morti. Guarda, quelli laggiù sono in piedi.»
«No, Sarene. Sono anche morti. Non hanno bisogno di mangiare, non
hanno bisogno di dormire e non invecchiano. Sono tutti morti.» La voce di
Kaise era insolitamente solenne.
«Come sai così tanto al riguardo?» disse Sarene, cercando di minimizzare
quelle parole come un prodotto dell’immaginazione infantile. Purtroppo,
questi bambini si erano dimostrati notevolmente ben informati.
«Lo so e basta» disse Kaise. «Fidati di me. Sono morti.»
Sarene avvertì i peli sulle sue braccia rizzarsi e disse severamente a sé
stessa di non cedere al misticismo. Gli Elantriani erano bizzarri, vero, ma non

113
erano morti. Doveva esserci un’altra spiegazione.
Esaminò la città ancora una volta, cercando di scacciare dalla sua mente i
commenti inquietanti di Kaise. Mentre lo faceva, il suo sguardo cadde su una
particolare coppia di figure che non sembravano miserabili come le altre.
Strinse gli occhi per vederle meglio. Erano Elantriani, ma uno sembrava
avere la pelle più scura dell’altro. Erano accucciati in cima a un edificio e
parevano muoversi, a differenza di molti degli altri Elantriani che lei aveva
visto. C’era qualcosa di… diverso in quei due.
«Mia signora?» la voce preoccupata di Ashe risuonò nel suo orecchio e
lei si rese conto che aveva cominciato a sporgersi oltre il parapetto di pietra.
Con un sussulto, guardò giù, accorgendosi di quanto si trovavano in alto.
I suoi occhi andarono fuori fuoco e Sarene iniziò a perdere l’equilibrio,
ammaliata dal terreno ondulato lì sotto…
«Mia signora!» giunse di nuovo la voce di Ashe, riscuotendola dal suo
stupore.
Sarene indietreggiò barcollando dal parapetto, accovacciandosi e
avvolgendo le braccia attorno alle ginocchia. Inspirò a fondo per un
momento «Starò bene, Ashe.»
«Lasceremo questo posto non appena avrete riacquistato l’equilibrio»
ordinò il Seon, la sua voce ferma.
Sarene annuì distrattamente.
Kaise sbuffò. «Sai, considerando la sua statura, penseresti che sia abituata
alle altezze.»

114
CAPITOLO
9

Se Dilaf fosse stato un cane, in quel momento avrebbe ringhiato.


Probabilmente avrebbe anche schiumato dalla bocca, stabilì Hrathen. L’arteth
era ancora peggio del solito dopo la visita alle mura di Elantris. Hrathen si
voltò per tornare a guardare la città. Avevano quasi raggiunto la cappella, ma
le enormi mura che circondavano Elantris erano ancora visibili dietro di loro.
Lì in cima da qualche parte c’era l’esasperante giovane donna che in qualche
modo oggi l’aveva sconfitto.
«È stata magnifica» disse Hrathen malgrado tutto. Come chiunque dei
suoi, aveva un pregiudizio indiscusso quando si trattava dei Teodeti. Teod
aveva bandito i sacerdoti derethi dal Paese cinquant’anni prima a seguito di
una piccola incomprensione e non aveva più consentito loro di rientrare. Il re
teodeti era arrivato quasi a esiliare anche gli ambasciatori di Fjorden. Non
c’era un singolo membro conosciuto di Shu-Dereth che fosse Teodeti, e la
casata reale di Teod era famigerata per le sue mordaci denunce di tutto ciò
che era Derethi.
Tuttavia, era rinfrescante incontrare una persona che poteva contrastare
tanto facilmente uno dei suoi sermoni. Hrathen aveva predicato Shu-Dereth
per così tanto, aveva reso una tale arte manipolare le menti del suo uditorio
che quasi non vi trovava più alcuna sfida. Il suo successo a Duladel mezzo
anno prima aveva dimostrato che una persona poteva perfino far crollare
nazioni, se era abbastanza capace.
Purtroppo, a Duladel c’era stata poca opposizione. I Dula stessi erano
troppo aperti, troppo arrendevoli per rappresentare una vera sfida. Alla fine,
con lo sfascio di un governo morto ai suoi piedi, Hrathen si era ritrovato
deluso. Era stato quasi troppo facile.
«Sì, è impressionante» disse.

115
«È maledetta più di tutti gli altri» sibilò Dilaf. «È parte dell’unica razza
odiata da lord Jaddeth.»
Allora era questo ciò che lo stava infastidendo. Molti Fjordell
supponevano che non ci fosse speranza per i Teodeti. Erano idiozie,
naturalmente: una semplice giustificazione che infondeva nei nemici storici di
Fjorden un odio teologico. Tuttavia, molte persone ci credevano… e, a
quanto pareva, Dilaf era tra loro.
«Jaddeth non odia nessuno tranne coloro che odiano Lui» disse Hrathen.
«Loro Lo odiano.»
«Molti di loro non hanno mai sentito predicare il Suo nome, arteth» disse
Hrathen. «Il loro re sì: molto probabilmente è maledetto per la sua
ingiunzione contro i sacerdoti derethi. Però, alla gente non è nemmeno stata
data una possibilità. Una volta che Arelon sarà caduta davanti a lord Jaddeth,
potremo preoccuparci di penetrare a Teod. Quel Paese non durerà a lungo col
resto del mondo schierato contro di esso.»
«Sarà distrutto» profetizzò Dilaf con occhi irosi. «Jaddeth non attenderà
mentre i nostri arteth predicano il Suo nome contro le rigide mura dei cuori
teodeti.»
«Lord Jaddeth può giungere solo quando tutti gli uomini sono uniti sotto
il dominio di Fjorden, arteth» disse Hrathen, distogliendosi dalla sua
contemplazione di Elantris e muovendosi per entrare nella cappella. «Ciò
include la gente di Teod.»
La risposta di Dilaf venne pronunciata a voce bassa, ma ogni parola
risuonò con forza nelle orecchie di Hrathen. «Forse» sussurrò il sacerdote
areliano. «Ma c’è un altro modo. Lord Jaddeth sorgerà quando ogni anima
vivente sarà unita: i Teodeti non saranno un ostacolo se li distruggiamo.
Quando l’ultimo Teodeti emetterà il suo ultimo respiro, quando gli Elantriani
saranno stati bruciati via dalla faccia di Sycla, allora tutti gli uomini
seguiranno il Wyrn. Allora Jaddeth verrà.»
Quelle parole erano inquietanti. Hrathen era venuto per salvare Arelon,
non per darla alle fiamme. Poteva essere necessario indebolire la monarchia e
forse avrebbe dovuto versare del sangue nobile, ma il risultato finale sarebbe
stato la redenzione di una nazione intera. Per Hrathen unire tutta l’umanità
significava convertirli a Shu-Dereth, non trucidare quelli che non credevano.
Tranne che forse il suo modo era sbagliato. La pazienza del Wyrn
sembrava solo di poco superiore a quella di Dilaf: la scadenza di tre mesi lo
dimostrava. All’improvviso Hrathen provò una sensazione di estrema

116
urgenza. Il Wyrn faceva sul serio: a meno che Hrathen non avesse convertito
Arelon, quel Paese sarebbe stato distrutto.
«Grande Jaddeth delle Profondità…» mormorò Hrathen, invocando il
nome della sua divinità, un’azione che riservava solo per i momenti più sacri.
Giusto o sbagliato, non voleva il sangue di un intero regno – nemmeno uno
eretico – sulle sue mani. Doveva riuscirci.

Per fortuna, la sua sconfitta da parte della ragazza teodeti non era stata
completa come lei probabilmente presumeva. Quando Hrathen arrivò al
luogo d’incontro – un grande salotto in una delle migliori locande di Kae –
molti dei nobili che aveva invitato erano lì ad aspettarlo. Il discorso sulle
mura di Elantris era stato solo una parte del suo piano per convertire quegli
uomini.
«Salute, signori» disse Hrathen con un cenno del capo.
«Non fingete che tutto vada bene tra noi, prete» disse Idan, uno dei nobili
più giovani e più espliciti. «Avete promesso che le vostre parole avrebbero
portato potere. Pare che l’unica cosa che hanno prodotto sia una potente
confusione.»
Hrathen agitò la mano in un gesto sbrigativo. «Il mio discorso ha lasciato
perplessa una giovane sempliciotta. Si dice che la bella principessa abbia
problemi a ricordare qual è la mano destra e quale la sinistra. Non mi
aspettavo certo che lei capisse il mio discorso… non ditemi che voi, lord
Idan, vi siete perso come lei.»
Idan arrossì. «Certo che no, mio signore. È solo che non sono riuscito a
capire come la conversione potesse portarci potere.»
«Il potere, mio signore, proviene dalla percezione del tuo nemico.»
Hrathen passeggiò per la stanza, con l’onnipresente Dilaf al suo fianco, e
scelse una sedia. Alcuni gyorn preferivano stare in piedi come forma di
intimidazione, ma Hrathen trovava più utile sedersi. Molto più spesso, sedersi
metteva a disagio i suoi ascoltatori… in particolare quelli che stavano in
piedi. Una persona sembrava avere maggiormente il controllo quando poteva
catturare un uditorio senza torreggiare su di loro.
Come previsto, Idan e gli altri si misero presto a sedere a loro volta.
Hrathen posò i gomiti sui braccioli, poi serrò le mani e osservò il suo
pubblico in silenzio. La sua fronte si increspò un poco mentre i suoi occhi si
posavano su una faccia verso il fondo della stanza. L’uomo era più vecchio,
forse sulla quarantina inoltrata, e indossava abiti ricchi. La parte più

117
significativa dell’aspetto dell’uomo era la grossa voglia violacea sul lato
sinistro di collo e faccia.
Hrathen non aveva invitato il duca Telrii all’incontro. Il duca era uno
degli uomini più potenti ad Arelon e Hrathen aveva circoscritto i suoi inviti ai
nobili più giovani. Aveva presunto di avere poche probabilità di convincere
uomini potenti a seguirlo: giovani impazienti di risalire rapidamente la scala
dell’aristocrazia di solito erano più facili da manipolare. Hrathen avrebbe
dovuto essere cauto con le parole quella sera: la sua ricompensa poteva
essere una potente alleanza.
«Ebbene?» chiese infine Idan, irrequieto sotto lo sguardo di Hrathen.
«Chi sono loro, dunque? Chi è che voi vedete come nostro nemico?»
«Gli Elantriani» disse Hrathen semplicemente. Poté avvertire Dilaf farsi
teso al suo fianco quando pronunciò quella parola.
Il disagio di Idan scomparve quando lui ridacchiò, scoccando occhiate a
diversi dei suoi compagni. «Gli Elantriani sono morti da un decennio,
Fjordell. Non sono certo una minaccia.»
«No, mio giovane signore» disse Hrathen. «La loro minaccia è ancora
viva.»
«Se si può definirla a quel modo.»
«Non mi riferisco a quelle pietose creature dentro la città» disse Hrathen.
«Intendo gli Elantriani che vivono nelle menti delle persone. Ditemi, Idan.
Avete mai incontrato un uomo che pensasse che gli Elantriani un giorno
sarebbero tornati?»
Le risatine di Idan si affievolirono mentre rifletteva sulla domanda.
«Il dominio di Iadon è tutt’altro che assoluto» disse Hrathen. «È più un
reggente che un re. Le persone non si aspettano davvero che sia il loro
monarca per molto: attendono il ritorno dei loro benedetti Elantriani. Molti
sostengono che il Reod sia falso, una specie di ‘prova’ per vedere chi rimarrà
fedele alla vecchia religione pagana. Avete sentito tutti come la gente parla di
Elantris sussurrando.»
Le parole di Hrathen avevano un certo peso. Era a Kae solo da alcuni
giorni, ma aveva ascoltato e si era informato per bene durante quel tempo.
Stava esagerando quell’opinione, ma sapeva che esisteva.
«Iadon non vede il pericolo» continuò Hrathen piano. «Non vede che il
suo governo viene sopportato, piuttosto che accettato. Finché la gente ha
qualcosa di fisico a ricordarle la potenza di Elantris, avrà timore… e
fintantoché quel timore supera quello che provano per il loro re, nessuno di

118
voi avrà potere. I vostri titoli derivano dal re; il vostro potere è collegato al
suo. Se lui è impotente, lo siete anche voi.»
Adesso stavano ascoltando. Nel cuore di ogni nobiluomo c’era
un’insicurezza incurabile. Hrathen non aveva ancora incontrato un
aristocratico che non fosse convinto almeno in parte che i contadini non gli
ridessero alle spalle.
«Shu-Korath non riconosce il pericolo» continuò Hrathen. «I Korathi non
fanno nulla per denunciare gli Elantriani, perpetuando così la speranza
diffusa. Per quanto possa essere irrazionale, la gente vuole credere che
Elantris sarà ripristinata. Immagino quanto era maestosa un tempo, i loro
ricordi esaltati da un decennio di storie: fa parte della natura umana credere
che altri posti e altri tempi siano meglio di qui e ora. Se vorrete mai detenere
il vero dominio su Arelon, miei cari amici nobili, allora dovete eliminare le
sciocche credenze della vostra gente. Dovete trovare un modo per liberarli
dalla morsa di Elantris.»
Il giovane Idan annuì con entusiasmo. Hrathen increspò le labbra
insoddisfatto: il giovane nobile si era fatto persuadere troppo facilmente.
Come spesso accadeva, l’uomo che aveva meno peli sulla lingua era anche il
meno perspicace. Hrathen valutò le espressioni degli altri. Erano pensierosi,
ma non convinti. Il più maturo Telrii sedeva in silenzio sul fondo, sfregando
il grosso rubino di uno dei suoi anelli e osservando Hrathen con
un’espressione meditabonda.
La loro incertezza era una buona cosa. Gli uomini incostanti come Idan
non gli erano di nessuna utilità: quelli che si lasciavano convincere così
facilmente erano quelli che venivano persi con altrettanta rapidità. «Ditemi,
uomini di Arelon,» disse Hrathen, cambiando argomento con sottigliezza
«avete mai visitato i paesi dell’Est?»
Ci furono diversi cenni di assenso. Durante gli ultimi anni, l’Est aveva
visto un enorme flusso di visitatori da Arelon fare il giro per il vecchio
impero fjordell. Hrathen aveva il forte sospetto che la nuova aristocrazia di
Arelon, perfino più insicura di parecchi nobili, coltivasse un desiderio di
dimostrare il proprio livello di raffinatezza culturale collegandosi con regni
come Svorden, l’epicentro culturale dell’Est.
«Se avete visitato i potenti paesi dell’Est, amici miei, allora sapete
dell’influenza disponibile per coloro che si schierano con il clero derethi.»
‘Influenza’ forse era un eufemismo. Nessun re governava a est dei Monti
Dathreki a meno che non professasse la sua fedeltà a Shu-Dereth, e le

119
posizioni di governo più ambite e redditizie venivano attribuite a coloro che
erano diligenti nella loro adorazione di Jaddeth.
Nelle parole di Hrathen c’era un’implicita promessa e – di qualunque altra
cosa avessero parlato quella notte, qualunque altro argomento Hrathen avesse
messo sul tappeto – questo era ciò che gli avrebbe fatto ottenere il loro
appoggio. Non era un segreto che i sacerdoti derethi sviluppassero un forte
interesse per la politica; e molte persone sapevano che ottenere
l’approvazione della Chiesa di solito era il modo per assicurarsi la vittoria
politica. Quella era la promessa che i nobili si aspettavano di sentire ed era il
motivo per cui le lamentele della ragazza teodeti non li avevano influenzati. A
quegli uomini non interessavano le dispute teologiche: Shu-Dereth o Shu-
Korath, per loro aveva poca importanza. Tutto quello di cui avevano bisogno
era una rassicurazione che un improvviso sfogo di devozione da parte loro
sarebbe stato ricompensato con benedizioni secolari, molto concrete e
spendibili.
«Basta giocare con le parole, prete» disse Ramear, uno dei nobili più
giovani. Era il secondogenito dal volto aquilino di un barone di poca
importanza, un uomo con un appuntito naso aonico e noto per la sua
schiettezza… una notorietà che all’apparenza meritava. «Voglio promesse.
State dicendo che se ci convertiamo a Derethi, voi ci concederete tenute più
grandi?»
«Jaddeth ricompensa i suoi seguaci» disse Hrathen in tono evasivo.
«E come ricompenserà noi?» domandò Ramear. «Shu-Dereth non detiene
alcun potere in questo regno, prete.»
«Lord Jaddeth detiene potere ovunque, amico» disse Hrathen. Poi, per
prevenire ulteriori domande, continuò: «È vero che al momento Egli ha
pochi seguaci ad Arelon. Il mondo, però, è dinamico e poche cose possono
opporsi all’impero di Jaddeth. Ricordate Duladel, amici miei. Arelon è
rimasta inalterata per così tanto tempo perché non ci siamo presi la briga di
dedicarvi lo sforzo necessario a convertirla.» Una menzogna, ma solo di
poco. «Il primo problema è Elantris. Toglietela dalla mente delle persone e
graviteranno verso Shu-Dereth: Shu-Korath è troppo tranquillo, troppo
indolente. Jaddeth crescerà nella consapevolezza delle persone, e quando Egli
lo farà, quelli cercheranno i loro modelli tra le file dell’aristocrazia, uomini
che si attengono ai loro stessi ideali.»
«E allora saremo ricompensati?» domandò Ramear in tono mirato.
«La gente non tollererà mai dei governanti che non condividono le loro
credenze. Come la storia recente ha mostrato, amici miei, re e monarchie

120
sono tutt’altro che eterni.»
Ramear fece una pausa per contemplare le parole del sacerdote. Hrathen
doveva essere ancora cauto: c’era la netta possibilità che solo pochi di quegli
uomini avrebbero finito per appoggiarlo, e non voleva dare agli altri prove
contro di lui. Per quanto potesse essere indulgente nei confronti delle
religioni, re Iadon non avrebbe tollerato a lungo la predicazione di Hrathen se
avesse incitato al tradimento.
In seguito, una volta che Hrathen avesse percepito una ferma convinzione
da parte dei suoi giovani nobili, avrebbe fatto loro promesse più concrete. E,
nonostante tutto quello che i suoi oppositori potevano dire, le promesse di
Hrathen erano affidabili: per quanto poco gli piacesse lavorare con uomini la
cui fedeltà poteva essere comprata, era un saldo precetto di Shu-Dereth che
l’ambizione dovesse essere ricompensata. Inoltre, era positivo avere la
reputazione di essere onesti, anche solo per il fatto di poter mentire nei
momenti cruciali.
«Ci vorrà tempo per spodestare un’intera religione e metterne una nuova
al suo posto» meditò Waren, un uomo magro con una testa di capelli biondi
quasi bianchi. Waren era noto per la sua devozione rigida; Hrathen era stato
piuttosto sorpreso quando aveva accompagnato suo cugino Idan a questo
incontro. Pareva che la famosa fede di Waren non fosse tanto una questione
di fervore religioso quanto di vantaggio politico. Conquistare lui e la sua
reputazione sarebbe stato un grosso aiuto per la causa di Hrathen.
«Rimarreste sorpreso, giovane lord Waren» disse Hrathen. «Fino a
pochissimo tempo fa, Duladel era la sede di una delle più vecchie religioni
del mondo. Ora, a quanto risulta agli storici di Fjorden, quella religione è
stata completamente spazzata via… almeno nella sua forma pura.»
«Sì,» disse Waren «ma il crollo della religione jeskerica e della repubblica
duladiana sono avvenimenti che si sono andati sviluppando per anni, forse
secoli.»
«Ma non potete negare che, quando avvenne il cambio al potere, giunse
rapidamente» disse Hrathen.
Waren esitò. «Vero.»
«La caduta degli Elantriani è stata altrettanto rapida» disse Hrathen. «Il
cambiamento può giungere con una velocità fenomenale, lord Waren… ma
quelli che vi sono preparati possono trarne considerevole beneficio. Voi dite
che la caduta di Jesker si è andata sviluppando per anni… be’, vi faccio
notare che la religione korathi è in declino da un simile lasso di tempo. Prima

121
aveva molta influenza nell’Est. Ora la sua influenza è stata relegata solo a
Teod e Arelon.»
Waren esitò, pensieroso. Pareva essere un uomo furbo e intelligente, e
sembrava persuaso dalla logica di Hrathen. Era possibile che Hrathen avesse
giudicato male la nobiltà areliana. Molti di loro erano senza speranza come il
loro re, ma altri, un numero sorprendente, sembravano promettenti. Forse si
rendevano conto di quanto erano precarie le loro posizioni: la gente pativa la
fame, l’aristocrazia era inesperta e l’intera attenzione dell’impero di Fjorden
era concentrata su di loro. Quando la tempesta avesse colpito Arelon,
sarebbero rimasti sorpresi come roditori storditi da una luce abbagliante.
Questi pochi nobili, però, forse valevano la pena di essere salvati.
«Miei lord, spero che riconsidererete le mie offerte con più saggezza del
vostro re» disse Hrathen. «Questi sono tempi difficili, e coloro che non
hanno il sostegno della Chiesa si troveranno ad avere una vita ardua nei mesi
a venire. Ricordate chi e cosa rappresento.»
«Ricordate Elantris» sibilò una voce, quella di Dilaf, accanto a Hrathen.
«Non dimenticate il pozzo di dissacrazione che contamina la nostra terra.
Dormono e attendono, scaltri come sempre. Aspettano di catturarvi – tutti
quanti – e trascinarvi nel loro abbraccio. Dovete liberare il mondo da loro
prima che loro lo liberino da voi.»
Ci fu un imbarazzante momento di silenzio. Alla fine – dato che
l’improvvisa affermazione dell’arteth aveva rovinato il suo ritmo – Hrathen si
appoggiò contro lo schienale della sedia, incrociando le dita davanti a sé per
mostrare che l’incontro era terminato. I nobili se ne andarono e i volti
preoccupati mostravano che avevano compreso la decisione difficile che
Hrathen aveva posto davanti a loro. Hrathen li squadrò, decidendo quali
sarebbe stato sicuro contattare di nuovo. Idan era suo, e con lui sarebbero
venuti inevitabilmente diversi dei suoi seguaci. Hrathen probabilmente aveva
anche Ramear, sempre che si incontrasse in privato con quell’uomo e gli
offrisse una seria promessa di appoggio. C’erano un paio d’altri come
Ramear, e poi c’era Waren, i cui occhi avevano una sfumatura di quello che
sembrava rispetto. Sì, poteva fare grandi cose con lui.
Erano una marmaglia politicamente debole e relativamente trascurabile,
ma erano un inizio. Man mano che Shu-Dereth avesse ottenuto seguaci,
nobili sempre più importanti avrebbero sostenuto Hrathen con la loro forza.
Poi, quando infine il Paese fosse crollato sotto il peso del malcontento
politico, dell’incertezza economica e delle minacce militari, Hrathen avrebbe
ricompensato i suoi seguaci con posizioni nel nuovo governo.

122
La chiave per raggiungere il successo si trovava ancora seduta in fondo al
salotto, che osservava in silenzio. L’aria del duca Telrii era solenne, il suo
volto calmo, ma la sua reputazione di persona stravagante lasciava intendere
un grande potenziale.
«Mio signore Telrii, un momento, per favore» richiese Hrathen, alzandosi.
«Ho una proposta speciale che potrebbe interessarvi.»

123
CAPITOLO
10

«Sule, non penso che questa sia una buona idea.» Il sussurro di Galladon era
privo di entusiasmo, accucciato lì accanto a Raoden.
«Zitto» ordinò Raoden, sbirciando da dietro l’angolo verso il cortile. Le
bande avevano sentito che Raoden aveva reclutato Mareshe ed erano
convinte che avesse intenzione di iniziare una propria banda. Quando
Raoden e Galladon erano giunti il giorno prima per cercare nuovi arrivati,
avevano trovato un gruppo degli uomini di Aanden ad aspettarli.
L’accoglienza non era stata piacevole. Per fortuna erano fuggiti senza ossa
rotte o dita dei piedi sbattute, ma stavolta Raoden intendeva essere un po’ più
sottile.
«E se ci stessero aspettando di nuovo?» chiese Galladon.
«Probabilmente lo stanno facendo» disse Raoden. «Motivo per cui
dovresti tenere la voce bassa. Andiamo.»
Raoden svoltò l’angolo di soppiatto ed entrò in un vicolo. L’alluce gli
faceva male mentre camminava, la fame lo chiamava, una passione fantasma
che gli veniva da dentro.
Galladon sospirò. «Non sono così annoiato dalla morte da volerla
abbandonare in favore di un’esistenza di puro dolore. Kolo?»
Raoden si voltò indietro con occhi tolleranti. «Galladon, un giorno
supererai questo tuo risoluto pessimismo e tutta Elantris crollerà dallo
stupore.»
«Pessimismo?» domandò Galladon mentre Raoden sgattaiolava lungo il
vicolo. «Pessimista? Io? I Dula sono le persone più spensierate e
accomodanti di tutta Opelon! Guardiamo ogni giorno con… Sule? Non osare
allontanarti quando mi sto difendendo!»
Raoden ignorò il grosso Dula. Cercò anche di ignorare i suoi dolori, per
quanto acuti. Le nuove scarpe di cuoio erano di enorme aiuto: malgrado le

124
riserve di Galladon, Mareshe aveva creato un prodotto degno della sua
notevole vanagloria. Le scarpe erano resistenti, con una suola forte e
protettiva, ma il cuoio morbido – preso dalle copertine dei libri di Galladon –
calzava alla perfezione e non sfregava.
Sbirciando con cautela attorno all’angolo, Raoden esaminò il cortile. Gli
uomini di Shaor non erano visibili, ma probabilmente erano nascosti nei
paraggi. Raoden si fece forza nel vedere il cancello cittadino aprirsi. Il giorno
aveva portato un nuovo arrivo. Però fu sorpreso quando la Guardia Cittadina
di Elantris spinse dentro non una, ma tre diverse forme ammantate di bianco.
«Tre?» disse Raoden.
«Lo Shaod è imprevedibile, sule» disse Galladon, avvicinandosi furtivo
dietro di lui.
«Questo cambia tutto» disse Raoden con irritazione.
«Bene. Andiamo… gli altri possono prendersi le offerte di oggi. Kolo?»
«Cosa? E perdere un’opportunità tanto sensazionale? Galladon, mi
deludi.»
Il Dula bofonchiò qualcosa che Raoden non riuscì ad afferrare e Raoden
allungò una mano dietro di sé per dare all’omone una rassicurante pacca sulla
spalla. «Non preoccuparti: ho un piano.»
«Già?»
«Dobbiamo muoverci rapidamente: uno di quei tre potrebbe fare un
passo in qualunque momento, e allora la nostra opportunità sarà svanita.»
«Doloken» borbottò Galladon. «Cos’hai intenzione di fare?»
«Nulla. Tu, invece, ti farai una bella passeggiata là fuori nel cortile.»
«Cosa?» domandò Galladon. «Sule, sei diventato di nuovo kayana. Se
vado là fuori, le bande mi vedranno!»
«Esattamente» disse Raoden con un sorriso. «Solo assicurati di correre
molto veloce, amico mio. Non vogliamo che ti prendano.»
«Stai dicendo sul serio» ribatté Galladon con apprensione crescente.
«Purtroppo. Ora muoviti: portali via sulla sinistra e io farò il resto. Ci
incontreremo dove abbiamo lasciato Mareshe.»
Galladon sbuffò qualcosa sul ‘non valere tutta la carne essiccata del
mondo’ ma lasciò che Raoden lo spingesse nel cortile. Un momento più tardi
una serie di brontolii stupiti provenne dall’edificio dove gli uomini di Shaor
si nascondevano di solito. Quegli uomini bestiali balzarono fuori,
dimenticando i tre nuovi arrivati nel loro odio per l’uomo che li aveva offesi
solo pochi giorni prima.

125
Galladon scoccò un’ultima occhiata fulminante in direzione di Raoden,
poi partì con uno scatto, scegliendo una strada a caso e guidando via gli
uomini di Shaor. Raoden gli diede un momento, poi corse nel mezzo del
cortile, fingendo con particolare enfasi di avere il fiato corto, come se fosse
esausto.
«Da quale parte è andato?» domandò bruscamente ai tre nuovi arrivati
confusi.
«Chi?» azzardò infine uno di loro.
«Il grosso Dula! Presto, amico, da che parte è andato? Ha la cura!»
«La cura?» chiese l’uomo, sorpreso.
«Ma certo. È molto rara, ma dovrebbe essercene abbastanza per tutti noi,
se mi dite da quale parte è andato. Non volete andarvene da qui?»
Il nuovo arrivato sollevò una mano tremolante e indicò la via che
Galladon aveva preso.
«Andiamo!» li spronò Raoden. «Se non ci muoviamo rapidamente, lo
perderemo per sempre!» Detto questo, iniziò a correre.
I tre nuovi arrivati rimasero immobili per un momento; poi, sopraffatti
dal senso di urgenza di Raoden, lo seguirono. I primi passi di tutti e tre,
pertanto, furono verso nord: la direzione che li avrebbe resi proprietà degli
uomini di Shaor. Le altre due bande non poterono far altro che osservare
frustrate mentre tutti e tre correvano via.

«Cosa sapete fare?» chiese Raoden.


La donna scrollò le spalle. «Il mio nome è Maare, mio signore. Ero una
semplice casalinga, non ho nessuna capacità speciale degna di nota.»
Raoden sbuffò. «Se sei come qualunque altra casalinga, probabilmente
sei molto più capace di chiunque altro qui. Sai tessere?»
«Ma certo, mio signore.»
Raoden annuì pensieroso. «E tu?» chiese all’uomo successivo.
«Riil, un operaio, mio signore. Ho passato la maggior parte del mio
tempo a costruire sulla piantagione del mio padrone.»
«Trasportando mattoni?»
«All’inizio, mio signore» disse l’uomo. Aveva le mani grandi e la faccia
ingenua di un operaio, ma i suoi occhi erano acuti e intelligenti. «Ho passato
anni a imparare con gli operai specializzati. Speravo che il mio padrone mi
avrebbe mandato a svolgere un apprendistato.»
«Sei molto vecchio per essere un apprendista» osservò Raoden.

126
«Lo so, mio signore, ma era una speranza. Non molti dei contadini
conservano ancora delle speranze, perfino quelle così semplici.»
Raoden annuì di nuovo. L’uomo non parlava come un contadino, ma
questo valeva per molte persone ad Arelon. Dieci anni prima, Arelon era
stata una terra di opportunità e molti dei suoi abitanti avevano avuto almeno
un’infarinatura di istruzione. Molti degli uomini nella corte di suo padre si
lamentavano che l’apprendimento aveva rovinato i contadini non facendoli
più lavorare bene, dimenticandosi appositamente che loro stessi erano stati
parte di quegli stessi ‘contadini’ un decennio prima.
«D’accordo, e tu?» domandò Raoden all’uomo successivo.
Il terzo nuovo arrivato, un uomo muscoloso con un naso che pareva
essere stato rotto almeno una dozzina di volte, scrutò Raoden con occhi
esitanti. «Prima di rispondere, voglio sapere soltanto perché dovrei darti
ascolto.»
«Perché ti ho appena salvato la vita» disse Raoden.
«Non capisco. Cos’è accaduto a quell’altro uomo?»
«Dovrebbe comparire tra qualche minuto.»
«Ma…»
«Non lo stavamo realmente inseguendo» disse Raoden. «Stavamo
portando voi tre via dal pericolo. Mareshe, per favore, spiega.»
L’artigiano colse la palla al balzo. Con ampi gesti spiegò come era fuggito
per un pelo due giorni prima, facendo sembrare di essere stato sul punto di
morire prima che Raoden comparisse e lo aiutasse a mettersi in salvo.
Raoden sorrise: Mareshe aveva un debole per il drammatico. La voce
dell’artigiano si alzava e si abbassava come una sinfonia ben scritta.
Ascoltando il racconto dell’uomo, perfino Raoden credeva quasi di aver fatto
qualcosa di incredibilmente nobile.
Mareshe terminò proclamando che Raoden era una persona affidabile e li
incoraggiò tutti a dargli ascolto. Alla fine, perfino il corpulento uomo dal
naso aquilino era ricettivo.
«Mi chiamo Saolin, lord Spirito» disse l’uomo «ed ero un soldato nella
legione personale del conte Eondel.»
«Conosco Eondel» disse Raoden annuendo. «È un brav’uomo, un
soldato lui stesso prima che gli venisse concesso un titolo. Probabilmente sei
stato addestrato bene.»
«Siamo i migliori soldati del Paese, signore» disse Saolin con orgoglio.
Raoden sorrise. «Non è difficile essere migliori di buona parte dei soldati
nel nostro povero Paese, Saolin. Comunque, metterei a confronto la legione

127
di Eondel contro soldati di qualunque nazione: li ho sempre reputati uomini
d’onore, disciplina e capacità. Proprio come il loro condottiero. Dare a
Eondel un titolo è una delle poche cose intelligenti che Iadon ha fatto di
recente.»
«Da quanto ne so, mio signore, il re non aveva molta scelta» disse Saolin
con un sorriso, mostrando una bocca a cui mancavano un paio di denti.
«Eondel ha ammassato una fortuna piuttosto vasta noleggiando le sue forze
personali alla Corona.»
«È proprio vero» disse Raoden con una risata. «Bene, Saolin, sono lieto
di averti con noi. Un soldato professionista delle tue capacità di sicuro ci farà
sentire molto più al sicuro da queste parti.»
«Qualunque cosa di cui Vostra eccellenza abbia bisogno» disse Saolin, il
suo volto che assumeva un’espressione seria. «Voto a te la mia spada. So
poco di religione a parte dire le mie preghiere, e non capisco davvero cosa
sta accadendo qui, ma un uomo che parla bene di lord Eondel ai miei occhi è
un brav’uomo.»
Raoden serrò la mano sulla spalla di Saolin, ignorando il fatto che il
soldato brizzolato non aveva più una spada da votargli. «Apprezzo e accetto
la tua protezione, amico. Ma ti avverto, non è un compito facile quello che ti
assumi. Sto rapidamente accumulando nemici qua dentro, e ci vorrà
parecchia vigilanza per essere sicuri di non farci sorprendere da un attacco.»
«Capisco, mio signore» disse Saolin con fervore. «Ma, per Domi, non ti
deluderò.»
«E noi, mio signore?» chiese Riil il costruttore.
«Ho un progetto grandioso anche per voi due» disse Raoden. «Alzate lo
sguardo e ditemi cosa vedete.»
Riil sollevò gli occhi al cielo, l’espressione confusa. «Non vedo nulla,
mio signore. Dovrei?»
Raoden rise. «Proprio nulla, Riil. È quello il problema: il tetto di questo
edificio dev’essere crollato anni fa. Malgrado ciò, è uno degli edifici più
grandi e meno deteriorati che ho trovato. Suppongo che il tuo addestramento
non includesse costruire tetti.»
Riil sorrise. «Certo che sì, mio signore. Hai i materiali?»
«Quella sarà la parte insidiosa, Riil. Tutto il legno a Elantris è rotto o
marcio.»
«Questo è un problema» riconobbe Riil. «Forse se asciugassimo il legno,
poi lo mischiassimo con argilla…»
«Non è un compito semplice, Riil, Maare» disse Raoden.

128
«Faremo del nostro meglio, mio signore» lo rassicurò Maare.
«Bene» disse Raoden con un cenno del capo come approvazione. Il suo
portamento, coniugato con la loro insicurezza, li rendeva rapidi ad ascoltare.
Non era lealtà, non ancora. C’era da sperare che il tempo gli avrebbe fruttato
la loro fiducia così come le loro parole.
«Ora. Mareshe,» continuò Raoden «per favore, spiega ai nostri nuovi
amici cosa significa essere un Elantriano. Non voglio che Riil cada dalla cima
di un edificio prima di rendersi conto che rompersi il collo non vorrebbe dire
necessariamente porre un termine al dolore.»
«Sì, mio signore» disse Mareshe, fissando il cibo dei nuovi arrivati, che
era appoggiato su una parte relativamente pulita del pavimento. La fame lo
stava già influenzando.
Raoden scelse con attenzione alcune delle offerte, poi annuì verso il resto.
«Dividete questo tra voi e mangiatelo. Tenerlo da parte non servirà a nulla: la
fame inizierà immediatamente e tanto vale mangiare questo prima che abbia il
tempo di rendervi avidi.»
I quattro annuirono e Mareshe iniziò a spiegare le limitazioni della vita a
Elantris mentre decideva come dividere il cibo. Raoden osservò per un
momento, poi si voltò per pensare.
«Sule, mia mamma ti amerebbe. Si lamentava sempre che non faccio
abbastanza esercizio.» Raoden alzò lo sguardo quando Galladon entrò nella
stanza.
«Bentornato, amico mio» disse Raoden con un sorriso. «Stavo
cominciando a preoccuparmi.»
Galladon sbuffò. «Non ti ho visto preoccuparti quando mi hai spintonato
fuori in quel cortile. Ho visto vermi su ami trattati con più gentilezza. Kolo?»
«Ah, ma tu eri un’esca tanto fantastica» disse Raoden. «Inoltre ha
funzionato. Abbiamo preso i nuovi arrivati e tu sembri notevolmente privo di
lividi.»
«Una condizione che molto probabilmente è fonte di grande disappunto
per i cani di Shaor.»
«Come hai fatto a sfuggirgli?» chiese Raoden, porgendo a Galladon la
pagnotta che aveva preso per il Dula. Galladon la osservò, poi la strappò a
metà e offrì una parte a Raoden, che tenne in alto la mano per bloccarlo.
Galladon scrollò le spalle come a dire ‘d’accordo, soffri la fame se
preferisci’ e iniziò a rosicchiare la pagnotta. «Sono corso dentro un edificio
con una rampa di scale crollate, poi sono uscito dalla porta sul retro» spiegò
tra un boccone e l’altro. «Ho gettato delle pietre su verso il tetto quando gli

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uomini di Shaor sono entrati. Dopo quello che gli hai fatto l’altro giorno,
loro hanno semplicemente presunto che fossi lassù. Probabilmente sono
ancora seduti là ad aspettarmi.»
«Scaltro» disse Raoden.
«Qualcuno non mi ha lasciato molta scelta.»
Galladon continuò a mangiare in silenzio, ascoltando i nuovi arrivati
discutere dei loro vari ‘compiti importanti’.
«Hai intenzione di dire questo a tutti loro?» chiese in tono sommesso.
«Dire cosa?»
«I nuovi arrivati, sule. Hai fatto pensare a tutti loro di essere di
importanza vitale, proprio come Mareshe. Le scarpe sono una buona cosa,
ma non sono una questione di vita o di morte.»
Raoden scrollò le spalle. «La gente fa un lavoro migliore quando pensa di
essere importante.»
Galladon rimase in silenzio per un altro breve momento prima di parlare
di nuovo. «Hanno ragione.»
«Chi?»
«Le altre bande. Stai dando vita a una tua banda.»
Raoden scosse il capo. «Galladon, questa è solo una minuscola parte di
tutto quanto. Nessuno realizza nulla a Elantris: sono tutti troppo occupati a
bisticciare per il cibo o a rimuginare sulla propria miseria. La città ha bisogno
di un senso, di uno scopo.»
«Siamo morti, sule» disse Galladon. «Che scopo possiamo avere a parte
soffrire?»
«È esattamente questo il problema. Tutti sono convinti che le loro vite
siano terminate solo perché i loro cuori hanno smesso di battere.»
«Di solito questo è un indicatore piuttosto buono, sule» disse Galladon in
tono asciutto.
«Non nel nostro caso, amico mio. Dobbiamo convincerci che possiamo
andare avanti. Non è lo Shaod a causare tutto il dolore qui: ho visto anche
gente all’esterno perdere la speranza, e le loro anime finiscono per essere
emaciate come quei poveri derelitti nella piazza. Se riusciamo a ripristinare
anche solo un barlume di speranza in queste persone, le loro vite
miglioreranno in modo drastico.» Enfatizzò la parola ‘vite’, guardando
Galladon dritto negli occhi.
«Le altre bande non se ne staranno semplicemente sedute a guardarti
rubare tutte le loro offerte, sule» disse Galladon. «Si stancheranno di te molto
in fretta.»

130
«Allora non dovrò far altro che essere pronto per loro.» Raoden fece un
cenno col capo verso il grosso edificio attorno a loro. «Questa diventerà una
base operativa piuttosto efficiente, non diresti? Ha questa stanza aperta al
centro, con tutte quelle più piccole sul retro.»
Galladon strinse gli occhi all’insù. «Avresti potuto scegliere un edificio
con un tetto.»
«Sì, lo so» replicò Raoden. «Ma questo è adatto al mio scopo. Mi
domando cosa fosse un tempo.»
«Una chiesa» disse Galladon. «Korathi.»
«Come lo sai?» chiese Raoden sorpreso.
«Dà quella sensazione, sule.»
«Perché mai ci sarebbe una chiesa korathi a Elantris?» obiettò Raoden.
«Gli Elantriani stessi erano dèi.»
«Ma erano dèi molto tolleranti. Si dice che ci fosse una magnifica
cappella korathi qui a Elantris, la più bella nel suo genere. Era stata costruita
come un’offerta di amicizia verso la gente di Teod.»
«Sembra così strano» disse Raoden scuotendo il capo. «Dèi di una
religione che costruiscono un monumento a Domi.»
«Come ho detto, gli Elantriani erano dèi molto permissivi. Per loro non
aveva molta importanza se la gente li adorava: erano sicuri della propria
divinità. Finché non giunse il Reod. Kolo?»
«Sembri saperne un bel po’, Galladon» osservò Raoden.
«E da quando questo è un peccato?» replicò Galladon con uno sbuffo.
«Hai vissuto a Kae per tutta la tua vita, sule. Forse invece di chiedere come
mai so queste cose, dovresti domandarti perché tu non le sai.»
«Obiezione accolta» disse Raoden, lanciando un’occhiata da un lato.
Mareshe era ancora molto impegnato nella sua spiegazione di come la vita di
un Elantriano fosse piena di pericoli. «Ne avrà ancora per un bel po’.
Andiamo, c’è qualcosa che voglio fare.»
«Riguarda correre?» chiese Galladon con voce sofferente.
«Solo se ci beccano.»

Raoden riconobbe Aanden. Era difficile da vedere – lo Shaod aveva


portato cambiamenti profondi – ma Raoden aveva un talento per le facce. Il
cosiddetto barone di Elantris era un uomo basso con una pancia
considerevole e lunghi baffi cascanti che erano ovviamente finti. Aanden non
sembrava nobile; certo, pochi nobili che Raoden conosceva avevano un’aria
molto aristocratica.

131
A ogni modo, Aanden non era un barone. L’uomo davanti a Raoden,
seduto su un trono dorato e che presiedeva una corte di Elantriani
dall’aspetto malaticcio, un tempo si chiamava Taan. Era stato uno dei migliori
scultori di Kae, prima che lo Shaod lo prendesse, ma non aveva sangue
nobile. Certo, lo stesso padre di Raoden non era stato nulla più che un
semplice commerciante prima che il caso l’avesse fatto re. A Elantris, pareva
che Taan avesse approfittato di un’opportunità simile.
Gli anni a Elantris non erano stati gentili con Taan. L’uomo stava
farneticando in modo incoerente rivolto alla sua corte di reietti.
«È pazzo?» chiese Raoden, accucciato fuori dalla finestra da cui stavano
spiando la corte di Aanden.
«Ognuno di noi ha il proprio modo di affrontare la morte, sule» sussurrò
Galladon. «Le voci dicono che la pazzia di Aanden sia stata una decisione
consapevole. Dicono che, dopo essere stato gettato dentro Elantris, si guardò
attorno e disse: ‘Non esiste alcun modo in cui possa affrontare tutto questo
rimanendo sano di mente’. Dopodiché si dichiarò barone Aanden di Elantris
e cominciò a dare ordini.»
«E la gente lo segue?»
«Alcuni sì» mormorò Galladon con una scrollata di spalle. «Può essere
matto, ma lo è anche il resto del mondo… almeno agli occhi di uno che è
stato gettato qui dentro. Kolo? Aanden è una fonte di autorità. Inoltre, forse
fuori era davvero un barone.»
«Non lo era. Era uno scultore.»
«Lo conoscevi?»
«L’ho incontrato una volta» disse Raoden annuendo. Poi tornò a guardare
Galladon con occhi interrogativi. «Dove hai sentito le voci su di lui?»
«Prima possiamo spostarci indietro, sule?» domandò Galladon.
«Preferirei non finire a far parte di uno dei processi e delle esecuzioni farsa
di Aanden.»
«Farsa?»
«Tutto è una farsa tranne l’ascia.»
«Ah. Buona idea… ho visto tutto quello che mi serviva.»
I due uomini si spostarono all’indietro e, non appena furono ad alcune
strade di distanza dall’accademia, Galladon rispose alla domanda di Raoden.
«Io parlo con la gente, sule; ecco dove ottengo le mie informazioni. Certo, la
maggioranza delle persone in città sono Hoed, ma ce ne sono abbastanza
ancora consapevoli in giro con cui parlare. Certo, la mia bocca è stata quella
che mi ha messo nei guai con te. Forse se l’avessi tenuta chiusa sarei ancora

132
seduto su quei gradini a divertirmi, invece che star qui a spiare uno degli
uomini più pericolosi della città.»
«Forse» disse Raoden. «Ma non ti divertiresti la metà di quanto stai
facendo ora. Saresti incatenato alla tua noia.»
«Sono così lieto che tu mi abbia liberato, sule.»
«Quando vuoi.»
Raoden pensò mentre camminavano, cercando di stabilire un piano
d’azione nel caso in cui Aanden fosse venuto a cercarlo. Raoden non ci
aveva messo molto ad abituarsi a camminare sulle strade sconnesse e coperte
di melma di Elantris; il suo alluce ancora dolorante faceva miracoli nel
motivarlo. In effetti stava iniziando a considerare i muri dai colori smorti e il
sudiciume come normali, cosa che lo turbava più di quanto avesse mai fatto
la sporcizia della città.
«Sule,» chiese infine Galladon «perché volevi vedere Aanden? Non
avrebbe potuto sapere che tu l’avresti riconosciuto.»
Raoden scosse il capo. «Se Aanden fosse stato un barone proveniente
dall’esterno, io l’avrei riconosciuto quasi immediatamente.»
«Ne sei certo?»
Raoden annuì distrattamente.
Galladon rimase in silenzio per qualche altra strada, poi parlò,
comprendendo all’improvviso. «Ehi, sule, non sono molto bravo con questi
Aon che voi Areliani tenete in così grande considerazione, ma, se non mi
sbaglio, l’Aon per ‘spirito’ è Rao.»
«Sì» disse Raoden in tono esitante.
«E il re di Arelon non ha un figlio di nome Raoden?»
«Ce l’aveva.»
«Ed eccoti qua, sule, che affermi di conoscere tutti i baroni di Arelon. Sei
ovviamente un uomo con una buona istruzione e hai facilità nel dare ordini.»
«Questo è vero» disse Raoden.
«Poi, come se non bastasse, ti fai chiamare ‘Spirito’. Piuttosto sospetto.
Kolo?»
Raoden sospirò. «Avrei dovuto scegliere un nome diverso, eh?»
«Per il Doloken, ragazzo! Mi stai dicendo che sei il principe ereditario di
Arelon?»
«Io ero il principe ereditario di Arelon, Galladon» lo corresse Raoden.
«Ho perso il titolo quando sono morto.»
«Non c’è da meravigliarsi che tu sia così irritante. Ho passato la mia intera
vita a cercare di evitare i reali, ed eccomi qui con un principe. Folgorato

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Doloken!»
«Oh, calmati» disse Raoden. «Non è che sia davvero un reale: lo siamo
da meno di una generazione.»
«È un tempo sufficiente» disse Galladon con aria imbronciata.
«Se può essere d’aiuto, mio padre non pensava che io fossi adatto a
governare. Ha cercato di fare di tutto per impedirmi di prendere il trono.»
Galladon sbuffò. «Avrei paura di un uomo che Iadon trovasse adatto a
governare. Tuo padre è un idiota… senza offesa.»
«Nessuna offesa» replicò Raoden. «E confido che manterrai segreta la
mia identità.»
Galladon sospirò. «Se desideri.»
«Lo desidero. Se devo fare del bene a Elantris, dovrò procurarmi dei
seguaci a cui piaccia quello che faccio, non perché sentono un obbligo
patriottico.»
Galladon annuì. «Avresti potuto dirlo almeno a me, sule.»
«Hai detto che non avremmo dovuto parlare del nostro passato.»
«Vero.»
Raoden esitò. «Ovviamente, sai cosa significa questo.»
Galladon lo scrutò con aria sospettosa. «Cosa?»
«Ora che sai chi ero, devi dirmi chi eri tu. È equo.»
La risposta di Galladon tardò ad arrivare. Erano quasi giunti alla chiesa
quando lui parlò. Raoden rallentò il passo, non volendo interrompere il
racconto del suo amico arrivando a destinazione. Non avrebbe dovuto
preoccuparsi: la dichiarazione di Galladon fu breve e mirata.
«Ero un contadino» disse bruscamente.
«Un contadino?» Raoden si era aspettato qualcosa di più.
«E mi occupavo di frutteti. Vendetti i miei campi e comprai un meleto
perché immaginavo che sarebbe stato più semplice: non devi piantare
nuovamente gli alberi ogni anno.»
«Davvero?» chiese Raoden. «È stato davvero più semplice, intendo?»
Galladon scrollò le spalle. «Pensavo che lo fosse, anche se conosco un
paio di coltivatori di grano che discuterebbero con me fino al tramonto.
Kolo?» L’uomo più grosso guardò Raoden con occhi penetranti. «Tu non
pensi che ti stia dicendo la verità sul mio passato, vero?»
Raoden sorrise, allargando le mani davanti a sé. «Sono spiacente,
Galladon, ma non mi sembri proprio il tipo del contadino. Hai la corporatura
giusta, ma sembri troppo…»

134
«Intelligente?» chiese Galladon. «Sule, ho visto contadini dall’intelligenza
così affilata che avresti potuto usare la loro testa per falciare il grano.»
«Non ne dubito» disse Raoden. «Ma, intelligenti o no, quei tipi tendono
comunque a non essere istruiti. Tu sei un uomo istruito, Galladon.»
«I libri sono una cosa meravigliosa, sule. Un contadino saggio ha tempo
per studiare, sempre che viva in un Paese come Duladel, dove gli uomini
sono liberi.»
Raoden sollevò un sopracciglio. «Allora hai intenzione di attenerti a
questa storia del contadino?»
«È la verità, sule» disse Galladon. «Prima di diventare un Elantriano, ero
un contadino.»
Raoden scrollò le spalle. Forse Galladon era stato in grado di predire la
pioggia, così come un buon numero di altre cose altamente pratiche. Eppure
sembrava che ci fosse qualcosa di più, qualcosa che lui non era ancora
pronto a condividere.
«D’accordo» disse Raoden con aria riconoscente. «Ti credo.»
Galladon annuì bruscamente, con un’espressione che lasciava intendere
che era lieto che la faccenda fosse risolta. Qualunque cosa stesse
nascondendo, non sarebbe venuta fuori quel giorno. Perciò, invece, Raoden
colse l’opportunità per porre una domanda che lo aveva assillato dal giorno
del suo arrivo a Elantris.
«Galladon,» chiese «dove sono i bambini?»
«Bambini, sule?»
«Sì: se lo Shaod colpisce a caso, dovrebbe colpire i bambini così come gli
adulti.»
Galladon annuì. «Lo fa. Ho visto bambini a malapena abbastanza grandi
per camminare essere gettati dentro da quei cancelli.»
«Allora dove sono? Io vedo solo adulti.»
«Elantris è un luogo duro, sule» disse Galladon piano mentre varcavano
le porte della chiesa fatiscente di Raoden. «I bambini non durano molto a
lungo qui.»
«Sì, ma…» Raoden si interruppe quando vide qualcosa baluginare con la
coda dell’occhio. Si voltò dalla sorpresa.
«Un Seon» disse Galladon, notando la palla lucente.
«Sì» disse Raoden, osservando il Seon fluttuare lentamente attraverso il
soffitto aperto e ruotare in un pigro cerchio attorno ai due uomini. «È così
triste che vaghino per la città a questo modo. Io…» si interruppe, stringendo

135
un poco gli occhi, cercando di distinguere quale Aon brillava al centro dello
strano Seon silenzioso.
«Sule?» chiese Galladon.
«Idos Domi» mormorò Raoden. «È Ien.»
«Il Seon? Lo riconosci?»
Raoden annuì, protendendo la mano con il palmo all’insù. Il Seon levitò
verso di essa e si posò sul palmo proteso per un momento; poi iniziò a
fluttuare via, svolazzando per la stanza come una farfalla spensierata.
«Ien era il mio Seon» disse Raoden. «Prima di essere gettato qui dentro.»
Poteva vedere l’Aon nel centro di Ien ora. Il carattere sembrava… debole, in
qualche modo. Brillava in maniera irregolare, con delle parti molto fioche,
come…
Come le chiazze sulla pelle di un Elantriano, si rese conto Raoden,
osservando Ien fluttuare via. Il Seon si diresse verso il muro della chiesa,
proseguendo finché non andò a rimbalzare contro di esso. Il piccolo globo di
luce aleggiò per un momento, contemplando il muro, poi ruotò per fluttuare
in una direzione diversa. C’era una goffaggine nei movimenti del Seon…
come se Ien riuscisse a stento a tenersi dritto in aria. Ogni tanto sobbalzava e
si muoveva costantemente in anelli lenti ed ebbri.
A Raoden venne il voltastomaco mentre osservava quello che restava del
suo amico. Aveva evitato di pensare troppo a Ien durante i suoi giorni a
Elantris; sapeva cosa succedeva ai Seon quando i loro padroni venivano presi
dallo Shaod. Aveva presunto – forse sperato – che Ien fosse stato distrutto
dallo Shaod, come accadeva a volte.
Raoden scosse il capo. «Ien è sempre stato così saggio. Non ho mai
conosciuto una creatura, Seon o uomo, più profonda di lui.»
«Sono… spiacente, sule» disse Galladon in tono solenne.
Raoden protese di nuovo la mano e il Seon si avvicinò deferente, come
un tempo aveva fatto per il giovane Raoden, un ragazzo che non aveva
ancora imparato che i Seon erano più preziosi come amici che come servitori.
Mi riconosce?, si domandò Raoden, osservando il Seon sobbalzare un
poco nell’aria davanti a lui. Oppure è proprio il gesto familiare che lui
riconosce?
Probabilmente Raoden non l’avrebbe mai saputo. Dopo aver levitato
sopra il palmo per un secondo, il Seon perse interesse e fluttuò via di nuovo.
«Oh, mio caro amico» sussurrò Raoden. «E io che pensavo che lo Shaod
fosse stato duro con me.»

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137
CAPITOLO
11

Solo cinque uomini risposero alla richiesta di Kiin. Lukel si accigliò per quel
magro risultato. «Raoden faceva venire fino a trenta uomini ai suoi incontri
prima di morire» spiegò l’attraente mercante. «Non mi aspettavo che
venissero tutti di corsa, ma cinque? Non vale quasi la pena di perdere il
nostro tempo.»
«È abbastanza, figlio» disse Kiin pensieroso, sbirciando attraverso la
porta della cucina. «Possono essere pochi come numero, ma abbiamo i
migliori del gruppo. Quelli sono cinque tra gli uomini più potenti della
nazione, senza contare che sono cinque dei più intelligenti. Raoden aveva una
capacità di attirare al suo fianco uomini svegli.»
«Kiin, vecchio orso» chiamò uno degli uomini dalla sala da pranzo. Era
un individuo solenne con linee ingrigite di capelli argentei e indosso una
ordinata uniforme marziale. «Hai intenzione di nutrirci o no? Domi sa se
sono venuto solo perché ho sentito che ci avresti preparato un po’ del tuo
arrosto ketathum.»
«Il maiale sta rosolando mentre parliamo, Eondel» gli gridò a sua volta
Kiin. «E mi sono accertato di preparare una porzione doppia per te. Tieni
sotto controllo il tuo stomaco ancora per un altro po’.»
L’uomo rise di cuore, dandosi delle pacche sulla pancia… che, a quanto
Sarene poteva vedere, era piatta e dura come quella di un uomo di parecchi
anni più giovane. «Chi è quello?» chiese.
«Il conte della piantagione Eon» disse Kiin. «Lukel, va’ a controllare il
maiale mentre tua cugina e io chiacchieriamo dei nostri ospiti.»
«Sì, padre» disse Lukel, prendendo l’attizzatoio e dirigendosi verso il
vano con la buca per il fuoco sul fondo della cucina.
«Eondel è l’unico uomo a parte Raoden che io abbia mai visto opporsi
apertamente al re e farla franca» spiegò Kiin. «È un genio militare e possiede

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un piccolo esercito personale. È composto solo da un paio di centinaia di
uomini, ma sono estremamente ben addestrati.»
Poi Kiin indicò attraverso la porta socchiusa un uomo con pelle marrone
scuro e fattezze delicate. «Quell’uomo accanto a Eondel è il barone Shuden.»
«Jindoese?» domandò Sarene.
Suo zio annuì. «La sua famiglia ha preso residenza ad Arelon circa un
secolo fa e hanno accumulato una fortuna dirigendo le rotte commerciali
jindoesi per il Paese. Quando Iadon giunse al potere, gli offrì una baronia per
far continuare a muovere le sue carovane. Il padre di Shuden è scomparso
circa cinque anni fa, e il figlio è molto più tradizionalista di quanto il padre
sia mai stato. Pensa che il metodo di governo di Iadon contraddica lo spirito
di Shu-Keseg, motivo per cui è disposto a incontrarsi con noi.»
Sarene si picchiettò la guancia, pensierosa, esaminando Shuden. «Se il
suo cuore è jindoese quanto la sua pelle, zio, potrebbe essere davvero un
potente alleato.»
«È quello che pensava tuo marito» disse Kiin.
Sarene increspò le labbra. «Perché continui a riferirti a Raoden come ‘tuo
marito’? So di essere sposata. Non occorre continuare a rimarcarlo.»
«Lo sai,» disse Kiin con la sua profonda voce roca «ma non ci credi
ancora.»
O Kiin non vide la domanda sulla sua faccia, oppure la ignorò
semplicemente, poiché continuò con le sue spiegazioni come se non avesse
appena emesso un giudizio ingiusto ed esasperante.
«Quello accanto a Shuden è il duca Roial della piantagione Ial» disse
Kiin, annuendo verso l’uomo più vecchio della stanza. «Le sue tenute
includono il porto di Iald, una città seconda soltanto a Kae per ricchezza. È
l’uomo più potente della stanza, e probabilmente anche il più saggio. È stato
riluttante a intraprendere azioni contro il re, però. Roial e Iadon sono amici
fin da prima del Reod.»
Sarene sollevò un sopracciglio. «Perché viene, allora?»
«Roial è un brav’uomo» spiegò Kiin. «Amicizia o no, sa che il governo di
Iadon è stato terribile per questa nazione. Oltre a quello, sospetto che venga
anche per via della noia.»
«Partecipa a conciliaboli di traditori semplicemente perché è annoiato?»
chiese Sarene incredula.
Suo zio scrollò le spalle. «Quando sei in giro da tanto tempo come Roial,
hai problemi a trovare cose che mantengano vivo il tuo interesse. La politica
è così instillata nel duca che probabilmente la notte non riesce a dormire se

139
non è coinvolto in almeno cinque complotti assurdi: era governatore di Iald
prima del Reod, ed è stato l’unico funzionario nominato da Elantris a restare
al potere dopo le sollevazioni. È incredibilmente ricco: l’unico modo in cui
Iadon conserva il primato è includere gli introiti delle tasse nazionali tra i suoi
stessi guadagni.»
Sarene esaminò il duca mentre il gruppo di uomini rideva a uno dei
commenti di Roial. Pareva diverso da altri anziani statisti che lei aveva
incontrato: Roial era chiassoso invece che riservato, quasi più malizioso che
distinto. Nonostante la corporatura minuta del duca, dominava la
conversazione, le sue ciocche sottili di capelli bianco polvere che
sobbalzavano mentre rideva. Un uomo, però, non pareva affascinato dalla
compagnia del duca.
«Chi è quello seduto accanto al duca Roial?»
«L’uomo corpulento?»
«Corpulento?» disse Sarene sollevando un sopracciglio. L’uomo era così
sovrappeso che il suo stomaco debordava dai lati della sedia.
«È il modo in cui gli uomini grassi si descrivono a vicenda» disse Kiin
con un sorriso.
«Ma, zio» disse Sarene con un dolce sorrisetto. «Tu non sei grasso. Sei…
robusto.»
Kiin rise con un raspante suono di gola. «D’accordo, allora. Il gentiluomo
‘robusto’ accanto a Roial è il conte Ahan. A guardarli non si direbbe, ma lui e
il duca sono ottimi amici. O quello, oppure sono atavici nemici, non riesco
mai a ricordare quale delle due.»
«Le due cose sono piuttosto diverse, zio» fece notare Sarene.
«Non proprio. Quei due litigano e bisticciano da così tanto tempo che
nessuno saprebbe cosa fare senza l’altro. Avresti dovuto vedere le loro facce
quando si sono resi conto di essere dalla stessa parte in questa particolare
faccenda: Raoden ha riso per giorni dopo quel primo incontro. A quanto
pare, era andato da ciascuno di loro separatamente e aveva ottenuto il loro
appoggio, ed entrambi vennero a quel primo incontro credendo di aver
surclassato l’altro.»
«Allora perché continuano a venire?»
«Be’, sembrano essere d’accordo entrambi con il nostro punto di vista…
per non parlare del fatto che a ciascuno piace davvero la compagnia
dell’altro. O quello oppure vogliono tenersi d’occhio a vicenda.» Kiin scrollò
le spalle. «A ogni modo ci aiutano, perciò non ci lamentiamo.»

140
«E l’ultimo uomo?» chiese Sarene, esaminando l’ultimo occupante del
tavolo. Era magro, con un’incipiente calvizie e un paio di occhi molto
sfuggenti. Gli altri non lasciavano trasparire il loro nervosismo; ridevano e
parlavano assieme come se si fossero incontrati per parlare di osservare gli
uccelli invece che di tradimento. Quell’ultimo uomo, però, si contorceva
sulla sedia a disagio, i suoi occhi in costante movimento… come se stesse
cercando di stabilire la via di fuga più facile.
«Edan» disse Kiin, incurvando le labbra verso il basso. «Barone della
piantagione Tii, a sud. Non mi è mai piaciuto, ma probabilmente è uno dei
nostri sostenitori più forti.»
«Perché è così nervoso?»
«Il sistema di governo di Iadon si presta bene alla cupidigia: quanto
meglio si comporta un nobile a livello finanziario, tanto è più probabile che
gli sia concesso un titolo migliore. Così i nobili minori bisticciano come
bambini, ciascuno che cerca di trovare nuovi modi per mungere i suoi sudditi
e aumentare le sue tenute.
«Il sistema incoraggia azzardi finanziari. La fortuna di Edan non è mai
stata molto vasta: le sue tenute confinano con l’Abisso e le terre circostanti
non sono molto fertili. In un tentativo di ottenere un po’ più di prestigio,
Edan ha effettuato degli investimenti rischiosi… ma li ha persi. Ora non ha la
ricchezza per suffragare la sua nobiltà.»
«Potrebbe perdere il titolo?»
«Non ‘potrebbe’: lo perderà non appena giungerà la nuova scadenza
fiscale e Iadon si renderà conto di quanto il barone è diventato povero. Edan
ha circa tre mesi per scoprire una miniera d’oro nel suo cortile oppure per
rovesciare il sistema con cui Iadon alloca titoli nobiliari.» Kiin si grattò la
faccia, come cercando dei peli da tirare mentre pensava. Sarene sorrise:
potevano essere passati dieci anni da quando il volto dell’uomo corpulento
era stato barbuto, ma le vecchie abitudini erano dure a morire.
«Edan è disperato» continuò Kiin «e la gente disperata fa cose che non le
si addicono del tutto. Non mi fido di lui, ma, di tutti gli uomini in quella
stanza, lui probabilmente è quello più trepidante per il nostro successo.»
«Il che vorrebbe dire…?» chiese Sarene. «Cosa si aspettano di ottenere
esattamente questi uomini?»
Kiin scrollò le spalle. «Faranno praticamente qualunque cosa per
sbarazzarsi di questo stupido sistema che richiede loro di dimostrare la loro
ricchezza. I nobili sono sempre nobili, ’Ene. Si preoccupano di mantenere il
loro posto nella società.»

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Ulteriori discussioni vennero interrotte quando una voce chiamò dalla
sala da pranzo. «Kiin,» osservò caustico il duca Roial «avremmo potuto
allevare i nostri maiali e farli macellare nel tempo che ci stai mettendo.»
«Le buone pietanze richiedono tempo, Roial» sbuffò Kiin, facendo
capolino dalla porta della cucina. «Se pensi di poter far meglio, prego, vieni a
cucinarlo per conto tuo.»
Il duca lo rassicurò che non sarebbe stato necessario. Per fortuna, non
dovette attendere molto a lungo. Presto Kiin proclamò che il maiale era cotto
alla perfezione e ordinò a Lukel di iniziare a tagliarlo. Il resto del pasto seguì
rapidamente, un banchetto così sostanzioso che avrebbe soddisfatto perfino
Kaise, se suo padre non avesse ordinato a lei e agli altri figli di andare a far
visita alla loro zia per la serata.
«Sei ancora decisa a unirti a noi?» chiese Kiin a Sarene nel rientrare in
cucina per prendere l’ultima pietanza.
«Sì» disse Sarene con decisione.
«Questa non è Teod, Sarene» disse Kiin. «Gli uomini qui sono molto
più… tradizionalisti. Non ritengono che sia appropriato per una donna essere
coinvolta nella politica.»
«Questo detto da un uomo che si occupa di cucinare per la serata?»
chiese Sarene.
Kiin sorrise. «Giusta osservazione» osservò con la sua voce roca. Un
giorno lei avrebbe dovuto scoprire cosa gli era successo alla gola.
«Posso cavarmela, zio» disse Sarene. «Roial non è l’unico a cui piace una
bella sfida.»
«D’accordo, allora» disse Kiin, prendendo una grossa pietanza di fagioli
fumanti. «Andiamo.» Kiin fece strada attraverso le porte della cucina e poi,
dopo aver posato il vassoio, fece un gesto verso Sarene. «Sono sicuro che
tutti voi avete incontrato mia nipote, Sarene, principessa del nostro regno.»
Sarene fece la riverenza al duca Roial, poi rivolse un cenno col capo agli
altri prima di occupare il suo posto. «Mi stavo domandando per chi fosse
quella sedia in più» borbottò l’attempato Roial. «Nipote, Kiin? Hai legami col
trono teodeti?»
«Oh, su, andiamo!» Il corpulento Ahan rise allegramente. «Non dirmi che
non sapevi che Kiin è il fratello del vecchio Eventeo? Le mie spie me l’hanno
riferito anni fa.»
«Mi stavo solo comportando in modo cortese, Ahan» disse Roial. «Non è
buona creanza guastare la sorpresa di un uomo solo perché le tue spie sono
efficienti.»

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«Be’, è anche cattiva creanza portare un estraneo a un incontro di questa
natura» fece notare Ahan. La sua voce era ancora allegra, ma i suoi occhi
erano piuttosto seri.
Tutte le facce si voltarono verso Kiin, ma fu Sarene a rispondere. «Si
potrebbe pensare che dopo una diminuzione così drastica del vostro numero,
mio signore, dovreste apprezzare un sostegno aggiuntivo… per quanto possa
essere nuovo… o femminile.»
Alle sue parole, sulla tavolata calò il silenzio, dieci occhi la esaminavano
attraverso il vapore che si sollevava dai diversi capolavori di Kiin. Sarene
sentì aumentare la propria tensione sotto il loro sguardo dubbioso. Quegli
uomini sapevano quanto rapidamente un singolo errore poteva portare la
distruzione sulle loro case. Una persona non si dilettava a cuor leggero con il
tradimento in un Paese dove la sollevazione civile era un ricordo recente.
Infine il duca Roial rise e quel suono riecheggiò delicatamente dalla sua
corporatura esile. «Lo sapevo!» affermò. «Mia cara, nessuna persona
potrebbe mai essere stupida quanto vi spacciavate voi: nemmeno la regina in
persona è tanto scervellata.»
Sarene si appiccicò un sorriso in faccia per nascondere il suo nervosismo.
«Credo che siate in errore sulla regina Eshen, Vostra grazia. Lei è
semplicemente… energica.»
Ahan sbuffò. «Se è così che volete definirla.» Poi, dato che sembrava che
nessun altro avesse intenzione di cominciare, scrollò le spalle e cominciò a
servirsi il cibo. Roial, però, non seguì l’esempio del suo rivale: l’ilarità non
aveva cancellato le sue preoccupazioni. Incrociò le mani davanti a sé e
squadrò Sarene con uno sguardo molto allenato.
«Potete essere un’ottima attrice, mia cara,» disse il duca mentre Ahan gli
passava davanti per afferrare un canestro di panini «ma non vedo alcun
motivo per cui dovreste partecipare a questa cena. Anche se non è colpa
vostra, siete giovane e inesperta. Le cose che diremo stanotte saranno molto
pericolose da sentire e ancora più pericolose da ricordare. Un paio di
orecchie non necessarie – per quanto possa essere graziosa la testa a cui sono
attaccate – non saranno d’aiuto.»
Sarene strinse gli occhi, cercando di decidere se il duca stava tentando di
provocarla o no. Roial era un uomo più difficile da interpretare di qualunque
altro lei avesse mai incontrato. «Troverete che sono tutt’altro che inesperta,
mio signore. A Teod non mettiamo al riparo le nostre donne dietro una tenda
di cucito e ricamo. Ho trascorso anni a lavorare come diplomatica.»

143
«Vero,» disse Roial «ma non avete certo familiarità con la delicata
situazione politica qui ad Arelon.»
Sarene sollevò un sopracciglio. «Ho riscontrato spesso, mio signore, che
un’opinione nuova e spassionata è uno strumento prezioso in qualunque
discussione.»
«Non siate sciocca, ragazza» proruppe l’ancora nervoso Edan mentre si
riempiva il piatto. «Non ho intenzione di mettere a repentaglio la mia
sicurezza perché volete affermare la vostra natura emancipata.»
Una dozzina di repliche beffarde balzarono alle labbra di Sarene. Però,
mentre stava decidendo quale fosse la più sarcastica, una nuova voce si unì al
dibattito.
«Vi supplico, miei lord» disse il giovane Jindoese, Shuden. Parlò in tono
molto basso, ma comunque chiaro. «Rispondete a una domanda. ‘Ragazza’ è
il titolo appropriato per una persona che, se le cose fossero andate in maniera
un po’ diversa, sarebbe potuta essere la nostra regina?»
Le forchette si fermarono a metà strada dalle bocche e, ancora una volta,
Sarene si ritrovò al centro dell’attenzione della stanza. Stavolta, però, gli
sguardi erano un po’ più di apprezzamento. Kiin annuì e Lukel le rivolse un
sorriso incoraggiante.
«Vi avverto, miei lord,» continuò Shuden «allontanatela o accettatela,
come volete, ma non trattatela in maniera irrispettosa. Il suo titolo areliano
non è più forte né più inconsistente del nostro. Se ignoriamo uno, dobbiamo
ignorare tutti gli altri.»
Sarene arrossì furiosamente dentro di sé, rimproverandosi. Aveva
sottovalutato la sua risorsa più preziosa: il suo matrimonio con Raoden. Era
stata una principessa teodeti per tutta la sua vita: quella posizione costituiva il
cardine di ciò che lei era. Purtroppo, quella sua visione di sé era sorpassata.
Non era più soltanto Sarene, figlia di Teod: era anche Sarene, moglie del
principe ereditario di Arelon.
«Plaudo alla vostra cautela, miei lord» disse lei. «Avete buoni motivi per
essere accorti: avete perso il vostro patrono, l’unica persona che avrebbe
potuto fornirvi una certa protezione. Ricordate, però, che io sono sua moglie.
Non sono un rimpiazzo per il principe, ma sono comunque una connessione
al trono. Non solo questo trono, ma anche altri.»
«Tutto questo va benissimo, Sarene,» disse Roial «ma le ‘connessioni’ e
le promesse ci saranno di poca utilità di fronte all’ira del re.»
«Poca utilità non è la stessa cosa di nessuna utilità, mio lord» ribatté
Sarene. Poi, in un tono più morbido e meno polemico, continuò: «Mio lord

144
duca, io non conoscerò mai l’uomo che ora chiamo mio marito. Voi tutti
rispettavate e, se devo credere a mio zio, amavate Raoden… ma io che avrei
dovuto arrivare ad amarlo più di tutti non potrò mai nemmeno incontrarlo.
Questo lavoro in cui siete coinvolti era la sua passione. Io voglio esserne
parte. Se non posso conoscere Raoden, almeno lasciatemi condividere i suoi
sogni.»
Roial la osservò per un secondo e lei seppe che stava valutando la sua
sincerità. Il duca non era un uomo che si lasciasse ingannare da finti
sentimentalismi. Alla fine annuì e iniziò a tagliarsi un pezzo di maiale. «Per
me non è un problema che lei rimanga.»
«Nemmeno per me» disse Shuden.
Sarene guardò gli altri. Lukel stava sorridendo apertamente per il suo
discorso, e il solenne mercenario lord Eondel era quasi in lacrime. «Do il mio
assenso alla lady.»
«Bene, se Roial la vuole qui, allora devo obiettare per principio» disse
Ahan con una risata. «Ma, per fortuna, pare che io sia in minoranza.» Le fece
l’occhiolino con un ampio sorriso. «E comunque sono stanco di guardare le
stesse facce burbere.»
«Allora lei rimane?» chiese Edan sorpreso.
«Lei rimane» disse Kiin. Suo zio non aveva ancora toccato il suo pasto.
Non era l’unico: nemmeno Shuden ed Eondel avevano cominciato a
mangiare il loro. Non appena il dibattito terminò, Shuden chinò il capo in
una breve preghiera, poi si dedicò a mangiare. Eondel, però, attese finché
Kiin non ebbe preso il primo boccone, un fatto che Sarene notò con
interesse. Malgrado il rango più alto di Roial, l’incontro si teneva in casa di
Kiin. Stando alle tradizioni più antiche, sarebbe dovuto essere suo privilegio
mangiare per primo. Solo Eondel, però, aveva aspettato. Gli altri
probabilmente erano così abituati a essere la persona più importante al
rispettivo tavolo che non pensavano affatto a quando avrebbero dovuto
mangiare.
Dopo l’intensità del dibattito riguardo al ruolo di Sarene, o la sua assenza,
i lord furono rapidi a rivolgere i loro pensieri verso un argomento meno
controverso.
«Kiin,» dichiarò Roial «questo è di gran lunga il miglior pasto che abbia
mangiato da decenni.»
«Tu mi confondi, Roial» disse Kiin. A quanto pareva, evitava di chiamare
gli altri con i loro titoli… ma, stranamente, a nessuno di loro pareva
importare.

145
«Sono d’accordo con lord Roial, Kiin» disse Eondel. «Nessun cuoco in
questo Paese può superarti.»
«Arelon è molto vasta, Eondel» disse Kiin. «Stai attento a non
incoraggiarmi troppo, nel caso trovassi qualcuno di meglio e rimanessi
deluso da me.»
«Sciocchezze» disse Eondel.
«Non posso credere che tu abbia preparato tutto questo per conto tuo»
disse Ahan con una scrollata della sua grossa testa tonda. «Sono
assolutamente certo che tu abbia uno stuolo di cuochi Jaadoriani nascosti
sotto uno di quei ripiani là dietro.»
Roial sbuffò. «Solo perché ci vuole un esercito di uomini per mantenerti
sazio, Ahan, non significa che un unico cuoco non possa soddisfare il resto
di noi.» Poi, rivolto a Kiin, continuò: «Tuttavia, Kiin, è molto strano che tu
insista a fare tutto questo per conto tuo. Non potresti almeno assumere un
assistente?»
«Mi piace, Roial. Perché mai dovrei lasciare che qualcun altro rubi il mio
piacere?»
«Inoltre, mio lord,» aggiunse Lukel «fa venire al re dei dolori al petto
ogni volta che un uomo ricco come mio padre fa qualcosa di ordinario come
cucinare.»
«Piuttosto scaltro» convenne Ahan. «Dissidenza tramite servilismo.»
Kiin sollevò in alto le mani con aria innocente. «Tutto quello che so, miei
lord, è che un uomo può prendersi cura di sé stesso e della sua famiglia
piuttosto facilmente senza alcuna assistenza, nonostante sia apparentemente
molto ricco.»
«Apparentemente, amico mio?» Eondel rise. «Quel poco che ci lasci
vedere è sufficiente per farti ottenere almeno una baronia. Chissà, forse se
dicessi a qualcuno quanto vali davvero, non dovremmo preoccuparci di
Iadon: tu saresti re.»
«Le tue supposizioni sono un po’ esagerate, Eondel» disse Kiin. «Sono
solo un uomo semplice a cui piace cucinare.»
Roial sorrise. «Un uomo semplice a cui piace cucinare… e il cui fratello è
re di Teod, la cui nipote è ora la figlia di due re, e la cui moglie è una
nobildonna di alto rango nella nostra stessa corte.»
«Non posso farci niente se sono imparentato con gente importante» disse
Kiin. «Il misericordioso Domi pone davanti a ciascuno di noi diverse prove.»
«Parlando di prove» disse Eondel, voltando gli occhi su Sarene. «Vostra
eccellenza ha già deciso cosa fare per la sua Prova?»

146
Sarene increspò la fronte dalla confusione. «Prova, mio signore?»
«Sì, ehm, la vostra…» L’uomo dignitoso guardò da una parte, un po’
imbarazzato.
«Sta parlando della vostra Prova di Vedova» spiegò Roial.
Kiin scosse il capo. «Non dirmi che ti aspetti che esegua una Prova,
Roial? Non ha mai nemmeno incontrato Raoden: è ridicolo aspettarsi che lei
osservi il lutto, tantomeno una Prova.»
Sarene si sentì sempre più irritata. Non aveva importanza quanto lei
affermasse di apprezzare le sorprese: non le piaceva la piega che stava
prendendo quella conversazione. «Qualcuno di voi potrebbe gentilmente
spiegarmi con esattezza cos’è questa Prova?» domandò con voce ferma.
«Quando una nobildonna areliana rimane vedova, mia signora,» spiegò
Shuden «ci si aspetta che si sottoponga a una Prova.»
«Dunque cos’è che dovrei fare?» chiese Sarene accigliandosi. Non le
piaceva proprio avere compiti non mantenuti che pendevano sopra di lei.
«Oh, dare cibo o coperte ai poveri» disse Ahan con un gesto sbrigativo
della mano. «Nessuno si aspetta che abbiate un reale interesse nel
procedimento. È solo una delle tradizioni che Iadon ha deciso di mantenere
dai vecchi tempi: gli Elantriani erano soliti fare qualcosa di simile quando
uno della loro specie moriva. È un’usanza che a me non è mai piaciuta.
Credo che non dovremmo incoraggiare la gente ad attendere con impazienza
la nostra morte: non è bene che la popolarità di un aristocratico raggiunga il
suo massimo appena dopo il suo decesso.»
«Io penso che sia un’ottima tradizione, lord Ahan» disse Eondel.
Ahan ridacchiò. «È proprio da te, Eondel. Sei così conservatore che
perfino i tuoi calzini sono più tradizionalisti del resto di noi.»
«Non riesco a credere che nessuno me ne abbia parlato» disse Sarene,
ancora irritata.
«Be’,» disse Ahan «forse qualcuno ve l’avrebbe menzionato se non
aveste trascorso tutto il vostro tempo rintanata nel palazzo o in casa di Kiin.»
«Cos’altro dovrei fare?»
«Arelon ha un’ottima corte, principessa» disse Eondel. «Credo che ci
siano stati due ricevimenti dal vostro arrivo, e ce n’è un altro in corso
proprio mentre parliamo.»
«Be’, perché nessuno mi ha invitato?» chiese lei.
«Perché siete in lutto» spiegò Roial. «Inoltre, gli inviti vengono recapitati
solo agli uomini, che a loro volta portano le loro sorelle e mogli.»
Sarene si accigliò. «Siete proprio un popolo arretrato.»

147
«Non arretrato, Vostra altezza» disse Ahan. «Solo tradizionalista. Se
volete, potremmo fare in modo di farvi invitare da uno degli uomini.»
«E quello non sembrerebbe sconveniente?» chiese Sarene. «Io, vedova da
neanche una settimana, che accompagno qualche giovane scapolo a un
ricevimento?»
«Buona osservazione» fece notare Kiin.
«Perché non mi portate tutti voi?» chiese Sarene.
«Noi?» domandò Roial.
«Sì, voi» disse Sarene. «Le Vostre eccellenze sono abbastanza vecchie che
la gente non parlerà troppo: non farete altro che introdurre una giovane
amica alle gioie della vita di corte.»
«Molti di questi uomini sono sposati, Vostra eccellenza» disse Shuden.
Sarene sorrise. «Che combinazione. Anch’io.»
«Non preoccuparti del nostro onore, Shuden» disse Roial. «Metterò in
chiaro le intenzioni della principessa e, fintantoché non andrà con qualcuno
di noi troppo spesso, nessuno ci troverà troppi sottintesi.»
«Allora è deciso» stabilì Sarene con un sorriso. «Mi aspetterò di ricevere
notizie da ciascuno di voi, miei lord. È essenziale che io partecipi a questi
ricevimenti: se devo trovare il mio ruolo ad Arelon, avrò bisogno di
conoscere l’aristocrazia.»
Ci fu un generale consenso e la conversazione si rivolse ad altri
argomenti, come l’imminente eclissi lunare. Mentre parlavano, Sarene si rese
conto che la sua domanda sulla misteriosa ‘Prova’ non le aveva fornito molte
informazioni. Avrebbe dovuto torchiare Kiin più tardi.
Solo un uomo non si stava godendo la conversazione o, a quanto pareva,
la cena. Lord Edan aveva riempito il suo piatto, ma aveva a malapena preso
qualche boccone. Invece punzecchiava il suo cibo con aria insoddisfatta,
mischiando le differenti pietanze in una poltiglia indistinta che ricordava solo
vagamente le delicatezze che Kiin aveva preparato.
«Pensavo che avessimo deciso di non incontrarci più» proruppe
finalmente Edan, il commento che si faceva strada a forza nella
conversazione come un alce che vagava nel mezzo di un branco di lupi. Gli
altri si interruppero e si voltarono verso Edan.
«Avevamo deciso di non incontrarci per un po’, lord Edan» disse Eondel.
«Non abbiamo mai avuto intenzione di interrompere del tutto i raduni.»
«Dovresti essere felice, Edan» disse Ahan, agitando una forchetta con in
cima un pezzo di maiale. «Proprio tu dovresti essere entusiasta che questi
incontri continuino. Quanto manca prima della prossima tassazione?»

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«Credo che sia il primo giorno di Eostek, lord Ahan» disse Eondel in
tono servizievole. «Il che significa che mancano meno di tre mesi.»
Ahan sorrise. «Grazie, Eondel: è proprio utile averti nei paraggi. Sai
sempre quello che è appropriato e cose del genere. Comunque… tre mesi,
Edan. Come vanno i forzieri? Sai quanto sono puntigliosi gli esattori del
re…»
Edan si contorse ancora di più sotto la brutale derisione del conte. Pareva
che fosse piuttosto conscio di quanto poco tempo mancasse… eppure, allo
stesso tempo, pareva che stesse cercando di dimenticare i suoi guai nella
speranza che sarebbero scomparsi. Il conflitto era visibile sul suo volto, e
Ahan parve trarre grande piacere dall’osservarlo.
«Gentiluomini,» disse Kiin «non siamo qui per bisticciare. Ricordate che
abbiamo tutti molto da ottenere da una riforma, incluse stabilità per il nostro
Paese e libertà per la nostra gente.»
«Il buon barone solleva una preoccupazione valida, però» disse il duca
Roial, accomodandosi contro lo schienale della sua sedia. «Malgrado la
promessa d’aiuto di questa giovane lady, senza Raoden siamo completamente
esposti. La gente amava il principe: perfino se Iadon avesse scoperto i nostri
incontri, non avrebbe mai potuto agire contro Raoden.»
Ahan annuì. «Non abbiamo più il potere di opporci al re. Stavamo
guadagnando forza prima: probabilmente non sarebbe passato molto prima
che avessimo dalla nostra parte abbastanza nobiltà da uscire allo scoperto.
Ora, però, non abbiamo nulla.»
«Avete ancora un sogno, mio lord» disse Sarene piano. «Questo è
tutt’altro che nulla.»
«Un sogno?» disse Ahan con una risata. «Il sogno era di Raoden, mia
signora. Noi lo seguivamo per vedere dove ci avrebbe portato.»
«Non riesco a crederci, lord Ahan» disse Sarene accigliata.
«Forse Vostra eccellenza vorrebbe dirci di che sogno si tratta?» domandò
Shuden; il suo tono era interrogativo ma non polemico.
«Miei cari lord, siete uomini intelligenti» replicò Sarene. «Avete il
cervello e l’esperienza per sapere che un Paese non può sopportare la
tensione a cui Iadon lo sta sottoponendo. Arelon non è un’impresa da gestire
col pugno di ferro: è qualcosa di più della sua produzione meno i suoi costi.
Il sogno, miei lord, è una Arelon il cui popolo lavora assieme al suo re,
invece che contro di lui.»
«Un’ottima osservazione, principessa» disse Roial. Il suo tono, però, era
sprezzante. Si voltò verso gli altri e loro continuarono a parlare, ciascuno che

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ignorava educatamente Sarene. L’avevano ammessa all’incontro, ma era
evidente che non intendevano lasciare che si unisse alla discussione. Si
appoggiò contro lo schienale, colma di irritazione.
«… Avere un obiettivo non è la stessa cosa di avere i mezzi per
realizzarlo» stava dicendo Roial. «Credo che dovremmo aspettare… per
lasciare che il mio vecchio amico si metta in un angolo prima di farci avanti
per aiutare.»
«Ma Iadon distruggerà Arelon nel farlo, Vostra grazia» obiettò Lukel.
«Più tempo gli diamo, più difficile sarà recuperare.»
«Non vedo alternative» disse Roial con le mani sollevate. «Non possiamo
continuare a muovere contro il re nel modo di prima.»
Edan ebbe un lieve sobbalzo a quell’affermazione e del sudore gli
imperlò la fronte. Stava finalmente cominciando a capire che, pericoloso o
no, continuare a incontrarsi era una scelta di gran lunga migliore che lasciare
che Iadon lo privasse del suo rango.
«Quello che dici ha un senso, Roial» ammise Ahan con riluttanza. «Il
piano originario del principe ora non funzionerà mai. Non saremo in grado di
fare pressione sul re a meno di non avere almeno metà dei nobili – e le loro
fortune – dalla nostra parte.»
«C’è un altro modo, miei lord» disse Eondel con voce esitante.
«Quale sarebbe, Eondel?» chiese il duca.
«Mi occorrerebbero meno di due settimane per radunare la legione dai
loro punti di ronda lungo le strade della nazione. La forza monetaria non è
l’unico tipo di potere.»
«L’esercito di Iadon può essere piccolo, paragonato a quello di alcuni
regni, ma è molto più numeroso delle tue poche centinaia di uomini… in
particolare se il re chiama a raccolta la Guardia Cittadina di Elantris.»
«Sì, lord Ahan, hai ragione» concordò Eondel. «Comunque, se colpiamo
rapidamente – mentre Iadon è ancora all’oscuro delle nostre intenzioni –
potremmo introdurre la mia legione nel palazzo e prendere il re come
ostaggio.»
«I tuoi uomini dovrebbero arrivare combattendo fino agli alloggi del re»
disse Shuden. «Il tuo nuovo governo nascerebbe dal sangue del vecchio,
proprio come quello di Iadon è nato dalla morte di Elantris. Prepareresti il
ciclo per una nuova caduta, lord Eondel. Non appena una rivoluzione ottiene
il suo scopo, un’altra comincia a complottare. Sangue, morte e colpi di stato
condurranno solo a ulteriore caos. Dev’esserci un modo per convincere
Iadon senza fare ricorso all’anarchia.»

150
«Esiste» disse Sarene. Occhi irritati si voltarono nella sua direzione.
Presumevano ancora che lei fosse semplicemente lì ad ascoltare. Avrebbero
dovuto capire che così non era.
«Sono d’accordo» disse Roial, distogliendo lo sguardo da Sarene «e quel
modo è aspettare.»
«No, mio lord» controbatté Sarene. «Sono spiacente, ma non è quella la
risposta. Ho visto la gente di Arelon e, per quanto ci sia ancora speranza nei
loro occhi, sta diventando debole. Date tempo a Iadon e creerà i popolani
scoraggiati che lui desidera.»
La bocca di Roial si incurvò all’ingiù. Probabilmente aveva avuto
intenzione di assumere il controllo, adesso che Raoden non c’era più. Sarene
nascose il suo sorriso soddisfatto: Roial era stato il primo ad ammetterla,
pertanto avrebbe dovuto lasciarla parlare. Rifiutarsi di ascoltare ora avrebbe
mostrato che aveva commesso un errore a concederle il suo appoggio.
«Parlate, principessa» disse l’anziano senza riserve.
«Miei lord,» disse Sarene con voce franca «avete cercato di trovare un
modo per rovesciare il sistema di governo di Iadon, un sistema che identifica
la ricchezza con la capacità di comandare. Affermate che è ingestibile e
ingiusto… che la sua insensatezza è una tortura per la gente di Arelon.»
«Sì» disse Roial bruscamente. «E?»
«Be’, se il sistema di Iadon è così sbagliato, perché preoccuparsi di
rovesciarlo? Perché non lasciare che il sistema si rovesci da sé?»
«Cosa intendete, lady Sarene?» chiese Eondel con interesse.
«Rivoltate la stessa creazione di Iadon contro di lui e costringetelo a
riconoscerne i difetti. Poi, se tutto va bene, potrete escogitare un sistema che
sia più stabile e soddisfacente.»
«Interessante, ma impossibile» disse Ahan con una scrollata della sua
faccia dai molti menti. «Forse Raoden avrebbe potuto riuscirci, ma noi siamo
troppo pochi.»
«No, siete perfetti» disse Sarene, alzandosi dalla sedia e passeggiando
attorno al tavolo. «Quello che vogliamo fare è rendere gli altri aristocratici
gelosi. Questo non funzionerà se ne abbiamo troppi dalla nostra parte.»
«Continuate» disse Eondel.
«Qual è il più grosso problema con il sistema di Iadon?» chiese Sarene.
«Incoraggia i lord a trattare con brutalità la loro gente» disse Eondel. «Re
Iadon minaccia i nobili, revocando i titoli di coloro che non producono.
Così, a loro volta, i lord diventano disperati ed esigono sforzi maggiori dalla
loro gente.»

151
«È un accordo senza scrupoli,» convenne Shuden «uno che si basa sulla
cupidigia e la paura, piuttosto che sulla lealtà.»
Sarene continuò a passeggiare attorno al tavolo. «Qualcuno di voi ha dato
un’occhiata alle tabelle di produzione di Arelon nel corso degli ultimi dieci
anni?»
«Esiste una cosa del genere?» chiese Ahan.
Sarene annuì. «A Teod le teniamo. Miei lord, sareste sorpresi nello
scoprire che il livello di produzione di Arelon è crollato a picco da quando
Iadon ha assunto il controllo?»
«Niente affatto» disse Ahan. «Abbiamo avuto proprio un decennio di
sventure.»
«I re creano le loro stesse sventure, lord Ahan» disse Sarene con un
movimento tagliente della mano. «La cosa più triste del sistema di Iadon non
è quello che fa alla gente, né che distrugge la moralità della nazione. No, più
spregevole è il fatto che ottiene entrambe queste cose senza rendere più ricca
la nobiltà.
«A Teod non abbiamo schiavi, miei lord, e ce la caviamo piuttosto bene.
In effetti, nemmeno Fjorden usa più un sistema basato sulla servitù. Hanno
trovato qualcosa di meglio: hanno scoperto che un uomo lavora in modo
molto più produttivo quando lo fa per sé stesso.»
Sarene lasciò aleggiare le parole per un momento. I lord sedettero
pensierosi. «Continuate» disse infine Roial.
«La stagione della semina è ormai prossima, miei lord» disse Sarene.
«Voglio che dividiate la vostra terra tra i vostri contadini. Date a ciascuno una
parte di campo e dite loro che possono tenere il dieci per cento di tutto quello
che tale terra produce. Dite loro che permetterete perfino che comprino le
loro case e il terreno che occupano.»
«Questa sarebbe una cosa molto difficile da fare, giovane principessa»
disse Roial.
«Non ho ancora terminato» disse Sarene. «Voglio che nutriate a dovere la
vostra gente, miei lord. Date loro vestiti e provviste.»
«Non siamo bestie, Sarene» la ammonì Ahan. «Alcuni lord trattano male i
loro contadini, ma noi non accetteremmo mai persone del genere nella nostra
compagnia. La gente nelle nostre terre ha cibo da mangiare e vestiti con cui
stare al caldo.»
«Questo può essere vero, mio lord,» continuò Sarene «ma le persone
devono avere la sensazione che voi le amiate. Non barattatele con altri nobili
o litigate per loro. Fate in modo che i contadini sappiano che vi importa, e

152
loro vi daranno i loro cuori e il loro sudore. La prosperità non dev’essere
limitata a una piccola percentuale della popolazione.»
Sarene raggiunse la sua sedia e rimase in piedi dietro di essa. I lord
stavano pensando – quello era un bene – ma erano anche spaventati.
«Sarà rischioso» azzardò Shuden.
«Rischioso quanto attaccare Iadon con l’esercito di lord Eondel?»
domandò Sarene. «Se questo non funziona, perderete un po’ di soldi e di
orgoglio. Se il piano dell’onorevole generale non funziona, perderete le
vostre teste.»
«Quello che dice ha un senso» concordò Ahan.
«Decisamente» disse Eondel. C’era sollievo nei suoi occhi: soldato o no,
non voleva attaccare i suoi compatrioti. «Io lo farò.»
«Facile a dirsi per te, Eondel» disse Edan, contorcendosi sulla sua sedia.
«Puoi sempre ordinare alla tua legione di lavorare alle fattorie quando i
contadini fanno gli sfaticati.»
«I miei uomini stanno pattugliando le strade del nostro Paese, lord Edan»
sbuffò Eondel. «I loro servizi lì sono impagabili.»
«E tu vieni ricompensato profumatamente per questo» ribatté Edan. «Io
non ho introiti tranne quelli delle mie fattorie… e anche se le mie terre
sembrano grandi, ho quella maledetta crepa che ci corre proprio in mezzo.
Non posso permettermi nessuna pigrizia. Se le mie patate non vengono
piantate, tenute libere dalle erbacce e raccolte, io perderò il mio titolo.»
«Probabilmente lo perderai comunque» disse Ahan con un sorriso
servizievole.
«Basta, Ahan» ordinò Roial. «L’osservazione di Edan è giusta. Come
possiamo essere certi che i contadini produrranno di più se diamo loro così
tanta libertà?»
Edan annuì. «Ho scoperto che i contadini areliani sono una marmaglia
pigra e improduttiva. L’unico modo in cui ottengo abbastanza lavoro da loro
è con la forza.»
«Non sono pigri, mio lord» disse Sarene. «Sono arrabbiati. Dieci anni
non sono un tempo così lungo e queste persone ricordano com’era essere
padroni di sé stessi. Date loro la promessa di autonomia e lavoreranno sodo
per ottenerla. Rimarrete sorpresi da quanto è più redditizio un uomo
indipendente rispetto a uno schiavo che non pensa a nulla tranne che al suo
prossimo pasto. Dopotutto, quale situazione renderebbe voi più propensi a
essere produttivi?»
I nobili meditarono sulle sue parole.

153
«Molto di quello che dite ha senso» osservò Shuden.
«Ma le prove di lady Sarene sono vaghe» disse Roial. «I tempi erano
diversi prima del Reod. Gli Elantriani fornivano cibo e la terra poteva
sopravvivere senza una classe di contadini. Non abbiamo più quel lusso.»
«Allora aiutatemi a trovare le prove, mio lord» disse Sarene. «Datemi
alcuni mesi e creeremo le nostre stesse prove.»
«Noi… considereremo le vostre parole» disse Roial.
«No, lord Roial, voi prenderete una decisione» disse Sarene. «Sotto tutta
la vostra scorza, credo che siate un patriota. Sapete cos’è giusto, e questo lo
è. Non ditemi che non avete mai provato alcun senso di colpa per quello che
avete fatto a questo Paese.»
Sarene fissò Roial con apprensione. L’anziano duca l’aveva
impressionata, ma per Sarene non c’era modo di essere sicura che lui si
sentisse in colpa per Arelon. Doveva fare affidamento sulla sua impressione
che il cuore del duca fosse buono e che nella sua lunga vita avesse visto e
compreso quanto in basso era caduto il suo Paese. Il crollo di Elantris era
stato un catalizzatore, ma l’avidità dei nobili era stata il vero fattore che aveva
distrutto quella nazione un tempo grande.
«Siamo stati tutti accecati, chi prima chi dopo, dalle promesse di ricchezza
di Iadon» disse Shuden con la sua voce saggia e sommessa. «Farò come
chiede Sua altezza.» Poi l’uomo dalla carnagione bruna voltò i suoi occhi su
Roial e annuì. Il fatto che lui avesse accettato aveva dato al duca
un’opportunità di acconsentire senza perdere troppo la faccia.
«D’accordo» disse l’anziano duca con un sospiro. «Sei un uomo saggio,
lord Shuden. Se ritieni che questo piano sia valido, allora lo seguirò
anch’io.»
«Suppongo che non abbiamo scelta» disse Edan.
«È meglio che aspettare, lord Edan» osservò Eondel.
«Vero. Sono d’accordo anch’io.»
«Resto solo io» disse Ahan accorgendosene all’improvviso. «Oh, cielo.
Cosa devo fare?»
«Lord Roial ha acconsentito solo di malavoglia, mio lord» disse Sarene.
«Non ditemi che avete intenzione di fare lo stesso?»
Ahan proruppe in una risata, quasi sbellicandosi. «Che ragazza deliziosa
siete! Bene, allora, suppongo di dover accettare con entusiasmo, col monito
che sapevo fin dall’inizio che lei aveva ragione. Ora, Kiin, per favore, dimmi
che non ti sei dimenticato il dolce. Ho sentito cose stupende su quelli che
prepari tu.»

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«Dimenticarmi il dolce?» disse suo zio con voce roca. «Ahan, tu mi
ferisci.» Sorrise mentre si alzava dalla sedia e si dirigeva verso la cucina.

«È davvero brava in questo, Kiin… forse meglio di me.» Era la voce del
duca Roial. Sarene si immobilizzò. Era andata a cercare il bagno dopo essersi
congedata da tutti quanti, e si era aspettata che oramai se ne fossero andati.
«È una giovane donna molto speciale» convenne Kiin. Le loro voci
provenivano dalla cucina. In silenzio, Sarene scivolò in avanti e si mise a
origliare.
«Mi ha sottratto il controllo abilmente e ancora non so dove ho sbagliato.
Avresti dovuto avvertirmi.»
«E lasciarti scappare, Roial?» disse Kiin con una risata. «È passato molto
tempo da quando qualcuno, incluso Ahan, ha avuto la meglio su di te. È
bene per un uomo rendersi conto che può essere ancora colto alla sprovvista,
una volta ogni tanto.»
«Però l’ha quasi perso verso la fine» disse Roial. «Non mi piace essere
costretto all’angolo, Kiin.»
«Era un rischio calcolato, mio lord» disse Sarene, aprendo la porta con
una spinta ed entrando.
La sua comparsa non fece esitare il duca nemmeno per un momento.
«Non mi hai minimamente minacciato, Sarene. Non è quello il modo per
farsi un alleato… in particolare un vecchio irritabile come me.» Il duca e Kiin
stavano condividendo una bottiglia di vino fjordell al tavolo della cucina, e il
loro comportamento era ancora più rilassato che a cena. «Pochi giorni non
avrebbero nuociuto alla nostra posizione, e di sicuro ti avrei dato il mio
sostegno. Ho scoperto che un impegno attentamente meditato è più
produttivo di una superficiale dichiarazione.»
Sarene annuì, facendo scivolare un bicchiere da uno degli scaffali di Kiin
e versandosi del vino prima di sedersi. «Capisco, Roial.» Se lui poteva
abbandonare le formalità, lei poteva fare lo stesso. «Ma gli altri guardano a
te. Si fidano del tuo giudizio. Mi serviva più del tuo sostegno – che, a
proposito, sapevo che mi avresti dato – mi serviva il tuo sostegno esplicito.
Gli altri dovevano vederti accettare il piano prima di acconsentire. Non
avrebbe avuto lo stesso impatto qualche giorno più tardi.»
«Forse» disse Roial. «Una cosa è certa, Sarene: tu ci stai ridando
speranza. Raoden era ciò che ci univa prima: ora tu prenderai il suo posto.
Kiin o io non potevamo farlo. Kiin ha rifiutato un titolo nobiliare per troppo
tempo: qualunque cosa dica, la gente vuole comunque un governante con un

155
titolo. E io… tutti sanno che ho aiutato Iadon a cominciare questa
mostruosità che ha lentamente ucciso il nostro Paese.»
«Quello era molto tempo fa, Roial» disse Kiin, serrando la mano sulla
spalla dell’anziano duca.
«No» disse Roial scrollando il capo. «Come ha detto la bella principessa,
dieci anni non sono molto nel ciclo di vita delle nazioni. Sono colpevole di
un gravissimo errore.»
«Noi lo correggeremo, Roial» disse Kiin. «Questo piano è buono… forse
perfino meglio di quello di Raoden.»
Roial sorrise. «Sarebbe stata un’ottima moglie per lui, Kiin.»
Kiin annuì. «Ottima davvero… e una regina ancora migliore. Domi agisce
in modi che a volte risultano strani per le nostre menti mortali.»
«Non sono convinta che sia stata la volontà di Domi a portarcelo via, zio»
disse Sarene sopra il suo vino. «Uno di voi due si è mai domandato se, forse,
possa esserci stato qualcuno dietro la morte del principe?»
«La risposta a quella domanda confina col tradimento, Sarene» la
ammonì Kiin.
«Più delle altre cose che abbiamo detto stasera?»
«Stavamo solo accusando il re di cupidigia, Sarene» disse Roial.
«L’omicidio del suo stesso figlio è una questione del tutto diversa.»
«Pensateci, però» disse Sarene, agitando la mano in un ampio gesto e
quasi versando il suo vino. «Il principe ha preso una posizione contraria a
qualunque cosa suo padre faceva: ridicolizzava Iadon davanti alla corte,
complottava alle spalle del re e aveva l’amore del popolo. Cosa più
importante, tutto quello che diceva su Iadon era vero. È il genere di persona
che un monarca possa permettersi di lasciar andare in giro liberamente?»
«Sì, ma il suo stesso figlio?» disse Roial scrollando la testa con aria
incredula.
«Non sarebbe la prima volta che succede una cosa del genere» disse Kiin.
«Vero» replicò Roial. «Ma non so se per Iadon il principe fosse un
problema così grosso come pensi tu. Raoden non era tanto ribelle quanto
critico. Non ha mai detto che Iadon non doveva essere re: affermava
semplicemente che il governo di Arelon era nei guai… come in effetti è.»
«Nessuno di voi ha mai avuto nemmeno un minimo sospetto quando
avete sentito che il principe era morto?» chiese Sarene, sorseggiando il suo
vino con aria meditabonda. «È successo in un momento così opportuno.
Iadon ha il vantaggio di un’alleanza con Teod, ma ora non deve preoccuparsi
che Raoden generi un erede.»

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Roial guardò Kiin, il quale scrollò le spalle. «Penso che dobbiamo
almeno considerare la possibilità, Roial.»
Roial annuì rammaricato. «Dunque cosa facciamo? Cerchiamo di trovare
delle prove che Iadon abbia giustiziato suo figlio?»
«La conoscenza porterà forza» disse Sarene semplicemente.
«D’accordo» disse Kiin. «Tu, però, sei l’unica di noi con libero accesso al
palazzo.»
«Ficcherò il naso in giro e vedrò cosa riesco a scoprire.»
«È possibile che non sia morto?» chiese Roial. «Sarebbe stato piuttosto
semplice trovare un sosia per la bara: i brividi squassanti sono una malattia
che deturpa parecchio.»
«È possibile» disse Sarene dubbiosa.
«Ma tu non ci credi.»
Lei scosse il capo. «Quando un monarca decide di distruggere un rivale,
di solito si assicura di farlo in modo permanente. Ci sono fin troppe storie su
eredi perduti che ricompaiono dopo vent’anni nelle regioni selvagge per
rivendicare il loro legittimo trono.»
«D’altra parte, forse Iadon non è così brutale come ritieni tu» disse Roial.
«Era un uomo migliore, un tempo… mai quello che definirei un brav’uomo,
ma nemmeno uno cattivo. Solo avido. Gli è successo qualcosa in questi
ultimi anni, qualcosa che l’ha… cambiato. Tuttavia, penso che dentro Iadon
rimanga ancora abbastanza compassione da impedirgli di assassinare il suo
stesso figlio.»
«D’accordo» disse Sarene. «Manderò Ashe a cercare nelle segrete reali. È
così meticoloso che scoprirà il nome di ogni ratto di quel posto prima di
essere soddisfatto.»
«Il tuo Seon?» si rese conto Roial. «Dov’è?»
«L’ho mandato a Elantris.»
«Elantris?» chiese Kiin.
«Quel gyorn fjordell è interessato a Elantris per qualche motivo» spiegò
Sarene. «E mi assumo sempre il compito di non ignorare mai quello che un
gyorn trova interessante.»
«Sembri essere piuttosto preoccupata per un solo sacerdote, ’Ene» disse
Kiin.
«Non un sacerdote, zio» lo corresse Sarene. «Un gyorn completo.»
«Comunque un solo uomo. Quanti danni può fare?»
«Chiedilo alla repubblica duladiana» disse Sarene. «Penso che sia lo
stesso gyorn implicato in quel disastro.»

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«Non c’è alcuna prova certa che ci fosse Fjorden dietro quel collasso»
osservò Roial.
«C’è a Teod, ma nessun altro ci crederebbe. Credetemi e basta quando vi
dico che questo singolo gyorn potrebbe essere più pericoloso di Iadon.»
Quel commento causò una pausa nella conversazione. Il tempo passò in
silenzio, con i tre nobili che bevevano il loro vino meditabondi fin quando
Lukel non entrò, essendo andato a riprendere sua madre e i suoi fratelli.
Annuì a Sarene e si inchinò al duca prima di versarsi una coppa di vino.
«Ma guardati» disse Lukel a Sarene nel mettersi a sedere. «Un membro
baldanzoso del circolo dei ragazzi.»
«In realtà è più simile a un capo» osservò Roial.
«Tua madre?» chiese Kiin.
«Sta arrivando» disse Lukel. «Non avevano finito, e sai com’è mia
madre. Tutto deve essere fatto come si deve, senza fretta.»
Kiin annuì e tracannò quello che restava del suo vino. «Allora tu e io
dovremmo metterci a pulire prima che torni. Non vogliamo che veda in che
condizioni hanno lasciato la sala da pranzo i nostri nobili amici qui riuniti.»
Lukel sospirò, lanciando a Sarene un’occhiata che lasciava intendere
come a volte lui desiderasse vivere in una casa tradizionale: una con dei
servitori, o almeno delle donne, a occuparsi di certi compiti. Kiin si stava già
muovendo, però, e suo figlio non ebbe altra scelta che seguirlo.
«Famiglia interessante» disse Roial, osservandoli allontanarsi.
«Sì. Un po’ bizzarra perfino per i canoni teodeti.»
«Kiin ha vissuto a lungo per conto suo» osservò il duca. «È abituato a
fare le cose da sé. Ho sentito che una volta aveva assunto una cuoca, ma i
metodi della donna lo frustravano. Mi pare di ricordare che lei se ne andò
prima che lui avesse il cuore di licenziarla: affermava di non riuscire a
lavorare in un ambiente così esigente.»
Sarene rise. «Sembra credibile.»
Roial sorrise, ma proseguì in un tono più serio. «Sarene, siamo proprio
fortunati. Tu potresti essere davvero la nostra ultima possibilità per salvare
Arelon.»
«Grazie» disse Sarene, arrossendo senza volere.
«Questo Paese non durerà ancora a lungo. Qualche mese, forse, mezzo
anno se siamo fortunati.»
Sarene corrucciò la fronte. «Ma… pensavo che volessi aspettare. Almeno,
è quello che hai detto agli altri.»

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Roial fece un gesto sbrigativo. «Mi sono convinto che ci sia poco da
ottenere dal loro aiuto: Edan e Ahan sono troppo contrari, e Shuden ed
Eondel sono entrambi troppo inesperti. Volevo rabbonirli mentre Kiin e io
decidevamo cosa fare. Temo che i nostri piani possano essere stati incentrati
su metodi più… pericolosi.
«Ora, però, c’è un’altra opportunità. Se il tuo piano funziona – anche se
non sono ancora convinto che sarà così – potremmo essere in grado di
bloccare il tracollo ancora per un poco. Non sono sicuro: dieci anni di
governo di Iadon hanno dato parecchio slancio. Sarà difficile cambiarlo solo
in pochi mesi.»
«Penso che possiamo farcela, Roial» disse Sarene.
«Accertati solo di non anticipare troppo le cose, mia giovane lady» disse
Roial, squadrandola. «Non scattare se hai solo la forza per camminare e non
sprecare il tuo tempo a spingere contro muri che non cederanno. Cosa più
importante, non spintonare dove sarebbe sufficiente un buffetto. Oggi mi hai
messo in un angolo. Sono ancora un vecchio orgoglioso. Se Shuden non mi
avesse salvato, in tutta sincerità non posso dire se sarei stato abbastanza
umile da riconoscere di aver sbagliato di fronte a tutti quegli uomini.»
«Mi spiace» disse Sarene, ora arrossendo per un altro motivo. C’era
qualcosa in questo duca, così potente eppure così paterno che all’improvviso
la spronò a ottenere il suo rispetto.
«Fai semplicemente attenzione» disse Roial. «Se questo gyorn è
pericoloso come affermi, allora ci sono forze molto potenti che si muovono
per Kae. Non lasciare che Arelon rimanga schiacciata in mezzo.»
Sarene annuì e il duca si rilassò, versando quello che rimaneva del vino
nella sua coppa.

159
CAPITOLO
12

All’inizio della sua carriera, Hrathen aveva trovato difficile accettare altri
idiomi. Il Fjordell era la lingua prescelta dallo stesso Jaddeth: era sacra,
mentre le altre erano profane. Allora come poteva una persona convertire
coloro che non parlavano Fjordell? Usava la loro stessa lingua oppure
costringeva tutti i veri supplicanti a studiare il Fjordell, prima? Sembrava
sciocco che a un’intera nazione fosse richiesto di imparare una nuova lingua
prima che ai suoi abitanti venisse permesso di sentir parlare dell’impero di
Jaddeth.
Perciò, quando venne costretto a prendere la decisione tra empietà e un
differimento indefinito, Hrathen scelse l’empietà. Aveva imparato a parlare
Aonico e Duladiano, e masticava perfino un po’ di Jindoese. Quando
predicava, insegnava alla gente nella loro lingua… anche se doveva
ammettere che la cosa lo infastidiva. E se non avessero mai imparato? E se le
sue azioni avessero indotto la gente a pensare di non aver bisogno del
Fjordell, dato che potevano apprendere di Jaddeth nella loro madrelingua?
Questi pensieri, e molti altri come questi, passavano per la testa di
Hrathen mentre predicava alla gente di Kae. Non che gli mancassero
concentrazione o dedizione: aveva semplicemente tenuto gli stessi discorsi
così tante volte che erano diventati una ripetizione meccanica. Parlava quasi
inconsciamente, alzando e abbassando la voce al ritmo del sermone,
eseguendo l’antica arte che era una discendenza ibrida di preghiera e teatro.
Quando esortava, loro rispondevano con esultanza. Quando condannava,
si guardavano a vicenda con espressioni di vergogna. Quando alzava la voce,
focalizzavano la loro attenzione, e quando l’abbassava a un sussurro erano
ancora più affascinati. Era come se controllasse le onde stesse dell’oceano,
l’emozione che si riversava tra la folla come marosi ricoperti di schiuma.

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Terminò con un sensazionale monito a servire nel regno di Jaddeth, a
votarsi come odiv o krondet a uno dei sacerdoti a Kae, e così facendo
diventare parte della catena che li collegava direttamente a lord Jaddeth. La
gente comune serviva i ragnat, i ragnat servivano i gyorn, i gyorn servivano il
Wyrn e il Wyrn serviva Jaddeth. Solo i gragdet – quelli che erano a capo dei
monasteri – non erano direttamente in quella catena. Era un sistema
organizzato in modo eccellente. Tutti sapevano chi dovevano servire: i più
non dovevano preoccuparsi dei comandi di Jaddeth, che spesso erano oltre la
loro comprensione. Tutto quello che dovevano fare era seguire il loro arteth,
servirlo meglio che potevano, e Jaddeth sarebbe stato compiaciuto di loro.
Hrathen scese dal podio, soddisfatto. Era a Kae a predicare solo da pochi
giorni ma la cappella era già così gremita che la gente doveva stare in piedi in
fondo quando i posti a sedere erano pieni. Solo alcuni dei nuovi arrivati
erano realmente interessati alla conversione; molti venivano perché Hrathen
stesso era una novità. Ma sarebbero tornati. Potevano dire a sé stessi che
erano solo curiosi – che il loro interesse non aveva nulla a che fare con la
religione – ma sarebbero tornati.
Man mano che la popolarità di Shu-Dereth fosse cresciuta a Kae, la gente
a quei primi incontri si sarebbe ritrovata importante per associazione. Si
sarebbero vantati di aver scoperto Shu-Dereth molto prima dei loro vicini e,
come conseguenza, avrebbero continuato a partecipare. Il loro orgoglio,
unito ai potenti sermoni di Hrathen, avrebbe sovrastato i dubbi e presto si
sarebbero trovati a giurare di servire uno degli arteth.
Presto Hrathen avrebbe dovuto nominare un nuovo arteth in capo. Aveva
rimandato la decisione per un po’, attendendo di vedere come i sacerdoti
rimasti nella cappella affrontavano i loro compiti. Il tempo si assottigliava,
però, e presto i membri locali sarebbero stati troppi perché Hrathen potesse
tenerne il conto e organizzarli da solo, in particolare considerando tutti i
progetti e la predicazione che doveva fare.
La gente in fondo stava cominciando a sfilare fuori dalla cappella. Però
un suono improvviso li fece fermare. Hrathen alzò lo sguardo verso il podio
dalla sorpresa. L’incontro sarebbe dovuto terminare dopo il suo sermone, ma
qualcuno la pensava diversamente. Dilaf aveva deciso di parlare.
Il basso Areliano urlò le sue parole con vigore energico. In pochissimi
secondi la folla si azzittì e molte persone tornarono a sedersi. Avevano visto
Dilaf seguire Hrathen e parecchi di loro probabilmente sapevano che era un
arteth, ma Dilaf non si era mai rivolto a loro in precedenza. In quel momento,
però, fece in modo che fosse impossibile ignorarlo.

161
Disobbediva a tutte le regole dei discorsi in pubblico. Non variava
l’intensità della sua voce, né guardava il pubblico negli occhi. Non
manteneva una postura solenne, diritta, per far sembrare di avere il controllo;
invece saltellava avanti e indietro per il podio in modo energico, gesticolando
all’impazzata. Il suo volto era coperto di sudore, gli occhi sgranati e
tormentati.
E loro ascoltavano.
Ascoltavano con più attenzione di quanta ne avevano dedicata a Hrathen.
Seguivano i folli balzi di Dilaf con gli occhi, ammaliati da ogni suo
movimento non ortodosso. Il discorso di Dilaf verteva su un unico tema:
l’odio per Elantris. Hrathen poteva percepire il fervore della folla crescere. La
passione di Dilaf funzionava come un catalizzatore, come della muffa che si
diffondeva incontrollata una volta trovato un posto umido dove crescere.
Presto l’intero uditorio condivideva il suo disprezzo e urlava assieme alle sue
denunce.
Hrathen osservava con preoccupazione e, dovette ammetterlo, gelosia. A
differenza di Hrathen, Dilaf non era stato addestrato nelle più grandi scuole
nell’Est. Ma il basso sacerdote aveva qualcosa che a Hrathen mancava:
passione.
Hrathen era sempre stato un calcolatore. Era organizzato, cauto e attento
ai dettagli. Erano state simili cose in Shu-Dereth – il suo metodo uniforme e
ordinato di governare assieme alla sua filosofia logica – i primi motivi che lo
avevano attirato verso il sacerdozio. Non aveva mai dubitato della Chiesa.
Una cosa organizzata in modo così perfetto non poteva che essere giusta.
Malgrado quella lealtà, Hrathen non aveva mai provato quello che Dilaf
esprimeva ora. Hrathen non nutriva odi così profondi da farlo piangere, non
aveva amori così intensi da rischiare tutto nel loro nome. Aveva sempre
creduto di essere il seguace perfetto di Jaddeth, che il suo Dio necessitasse di
gente con la testa sulle spalle piuttosto che di un incontenibile ardore. In quel
momento, però, si interrogò.
Dilaf faceva più presa sull’uditorio di quanto avesse mai fatto Hrathen.
L’odio di Dilaf per Elantris non era logico – era selvaggio e irrazionale – ma a
loro non importava. Hrathen avrebbe potuto trascorrere anni a spiegare loro i
benefici di Shu-Dereth e non avrebbe mai ottenuto la reazione che adesso
esprimevano. Parte di lui era sprezzante, cercando di convincere sé stesso che
il potere delle parole di Dilaf non sarebbe durato, che la passione del
momento sarebbe andata perduta nella mondanità della vita… ma un’altra
parte più sincera di lui era semplicemente invidiosa. Cosa c’era che non

162
andava in Hrathen tanto che, in trent’anni passati a servire il regno di
Jaddeth, non si era mai sentito come Dilaf pareva sentirsi in ogni momento?
Alla fine, l’arteth smise di parlare. La stanza rimase completamente in
silenzio per un lungo momento dopo il discorso di Dilaf. Poi esplosero in
una discussione, eccitati, parlando mentre iniziavano a uscire dalla cappella.
Dilaf scese barcollando dal podio e crollò su uno dei banchi vicino alla parte
anteriore della stanza.
«Ben fatto» osservò una voce accanto a Hrathen. Il duca Telrii osservava i
sermoni da un’alcova privata a lato della cappella. «Far parlare l’uomo basso
dopo di voi è stata una mossa stupenda, Hrathen. Mi ero preoccupato quando
ho visto la gente annoiarsi. Il giovane sacerdote ha catturato di nuovo
l’attenzione di tutti.»
Hrathen nascose la sua irritazione per il fatto che Telrii aveva usato il suo
nome e non il suo titolo; in seguito ci sarebbe stato tempo per cambiare una
tale mancanza di rispetto. Si trattenne anche dal fare un commento sulla
presunta noia dell’uditorio durante il suo sermone.
«Dilaf è un giovane come pochi» disse invece Hrathen. «Ci sono due
aspetti in ogni questione, lord Telrii: quello logico e quello passionale.
Dobbiamo portare il nostro attacco da entrambe le direzioni se vogliamo
essere vittoriosi.»
Telrii annuì.
«Dunque, mio signore, avete considerato la mia proposta?»
Telrii esitò per un momento, poi annuì di nuovo. «È allettante, Hrathen.
Molto allettante. Non penso che ci sia nessun uomo ad Arelon che potrebbe
rifiutarla, tantomeno io.»
«Bene. Contatterò Fjorden. Dovremmo essere in grado di cominciare
entro la settimana.»
Telrii annuì, la voglia sul suo collo che assomigliava a un grosso livido
nelle ombre. Poi, facendo un cenno ai suoi numerosi attendenti, il duca si
avviò fuori dalla porta laterale della cappella, scomparendo nel crepuscolo.
Hrathen osservò la porta chiudersi, poi si diresse da Dilaf, che era ancora
stravaccato sul banco.
«Questo è stato inatteso, arteth» disse. «Avresti dovuto parlarne con me
prima.»
«Non era programmato, mio signore» spiegò Dilaf. «All’improvviso ho
avvertito il bisogno di parlare. È stato fatto solo come servizio a voi, mio
hroden.»

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«Naturalmente» disse Hrathen, insoddisfatto. Telrii aveva ragione:
l’aggiunta di Dilaf era stata preziosa. Per quanto Hrathen volesse
rimproverare l’arteth, non poteva farlo. Sarebbe stato negligente nel suo
servizio al Wyrn se non avesse utilizzato ogni strumento sotto il suo comando
per convertire la gente di Arelon, e Dilaf si era rivelato uno strumento molto
utile.
A Hrathen sarebbe servito che l’arteth parlasse nel corso di altri incontri.
Ancora una volta, Dilaf l’aveva lasciato senza molte scelte.
«Bene, è fatta» disse Hrathen in un tono volutamente sbrigativo. «E pare
che a loro sia piaciuto. Forse ti farò parlare ancora, qualche volta. Però devi
ricordarti qual è il tuo posto, arteth. Tu sei il mio odiv: non agisci finché non
te lo dico a chiare lettere. Capito?»
«Perfettamente, mio lord Hrathen.»

Hrathen chiuse piano la porta delle sue stanze personali. Dilaf non era lì;
Hrathen non gli avrebbe mai permesso di vedere quello che stava per
succedere. In quello Hrathen poteva ancora sentirsi superiore al giovane
sacerdote areliano. Dilaf non sarebbe mai assurto agli alti ranghi del clero,
poiché non avrebbe mai potuto fare quello che Hrathen stava per fare
adesso… qualcosa che era noto solo ai gyorn e al Wyrn.
Hrathen sedette sulla sua sedia in silenzio, preparandosi. Solo dopo
mezz’ora di meditazione si sentì abbastanza controllato da agire. Prendendo
un respiro misurato, Hrathen si alzò e si diresse al grosso baule nell’angolo
della stanza. In cima c’era una pila di tende piegate, drappeggiate
attentamente per celarlo. Hrathen spostò le tende con reverenza, poi allungò
una mano sotto la camicia per tirar fuori la catena d’oro che portava attorno
al collo. Alla fine della catena c’era una piccola chiave. La usò per aprire il
baule, rivelandone il contenuto: una scatoletta di metallo.
La scatoletta era all’incirca delle dimensioni di quattro libri impilati e il
suo peso poggiava gravoso sulle mani di Hrathen mentre la sollevava dal
baule. I lati erano stati costruiti col miglior acciaio e sul davanti c’era un
piccolo quadrante e diverse leve delicate. Quel meccanismo era stato
progettato dai migliori fabbri di Svorden. Solo Hrathen e il Wyrn
conoscevano il giusto modo di ruotare e azionare che avrebbe aperto la
scatola.
Hrathen girò il quadrante e ruotò le leve in uno schema che aveva
memorizzato poco dopo essere stato nominato gyorn. La combinazione non
era mai stata messa per iscritto. Sarebbe stata una fonte di estremo imbarazzo

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per Shu-Dereth se chiunque a eccezione del clero interno avesse scoperto
cosa c’era dentro la scatola.
La serratura scattò e Hrathen aprì il coperchio con mano ferma.
All’interno era posata pazientemente una palla luminosa.
«Avete bisogno di me, mio signore?» chiese il Seon in una bassa voce
femminile.
«Fai silenzio!» ordinò Hrathen. «Sai che non devi parlare.»
La palla di luce ondeggiò in modo sottomesso. Erano passati mesi
dall’ultima volta che Hrathen aveva aperto la scatola, ma il Seon non
mostrava segni di ribellione. Le creature – o qualunque cosa fossero –
parevano essere immancabilmente obbedienti.
I Seon erano stati il più grande sconcerto di Hrathen quando era stato
nominato gyorn. Non che fosse rimasto sorpreso nello scoprire che le
creature erano reali: anche se molti nell’Est minimizzavano i Seon come miti
aonici, a Hrathen per allora era stato insegnato che erano… cose nel mondo
che non erano comprese dalla gente normale. I ricordi dei suoi primi giorni a
Dakhor lo facevano ancora rabbrividire.
No, la sorpresa di Hrathen era derivata dallo scoprire che il Wyrn
consentiva di usare magia pagana per portare avanti l’impero di Jaddeth. Il
Wyrn stesso aveva spiegato la necessità di usare dei Seon, ma a Hrathen
c’erano voluti anni per accettare l’idea. Alla fine, la logica lo aveva convinto.
Proprio come era necessario parlare in lingue pagane per predicare l’impero
di Jaddeth, c’erano casi in cui le arti del nemico si rivelavano preziose.
Naturalmente, solo coloro che erano dotati di grandissimo autocontrollo e
santità potevano usare i Seon senza esserne corrotti. I gyorn li utilizzavano
per contattare il Wyrn quando erano in un Paese lontano, e non lo facevano
di frequente. La comunicazione istantanea lungo tali distanze era una risorsa
che valeva il suo prezzo.
«Mettimi in contatto col Wyrn» ordinò Hrathen. Il Seon obbedì,
librandosi un poco in alto, protendendosi con le sue capacità in cerca del
Seon nascosto dello stesso Wyrn, uno che veniva controllato in ogni
momento da un servitore muto, il cui unico dovere sacro era badare alla
creatura.
Hrathen squadrò il Seon mentre aspettava. Il Seon si librava
pazientemente. Sembrava sempre obbediente; in realtà, gli altri gyorn non
parevano nemmeno mettere in dubbio la lealtà delle creature. Affermavano
che fosse parte della magia dei Seon essere fedeli ai loro padroni, perfino se
quei padroni li detestavano.

165
Hrathen non ne era altrettanto certo. I Seon potevano contattare altri della
loro specie e, a quanto pareva, non avevano bisogno di dormire nemmeno la
metà degli uomini. Cosa facevano i Seon mentre i loro padroni dormivano?
Di quali segreti discutevano? A un certo punto, buona parte della nobiltà a
Duladel, Arelon, Teod e perfino Jindo aveva tenuto dei Seon. Durante quei
giorni, quanti segreti di stato erano stati osservati e forse scambiati da quelle
sfere fluttuanti che non davano nell’occhio?
Scosse il capo. Era un bene che quei giorni fossero passati. Ormai privi di
favore per via del loro legame con la caduta Elantris, senza più possibilità di
riprodursi a causa della perdita della magia elantriana, i Seon diventavano
sempre più rari. Una volta che Fjorden avesse conquistato l’Ovest, Hrathen
dubitava che si sarebbero visti mai più dei Seon fluttuare in giro liberi.
Il suo Seon iniziò a gocciolare come acqua e poi si condensò nel volto
orgoglioso del Wyrn. Fattezze nobili e squadrate fissarono Hrathen.
«Sono qui, figlio mio.» La voce del Wyrn fluttuava attraverso il Seon.
«Oh, eccelso signore e padrone, prescelto di Jaddeth e imperatore nella
luce del Suo favore» disse Hrathen, chinando il capo.
«Parla, mio odiv.»
«Ho una proposta che riguarda uno dei lord di Arelon, eccelso…»

166
CAPITOLO
13

«Ci siamo» esclamò Raoden. «Galladon, vieni qui!»


Il grosso Dula posò il proprio libro e sollevò le sopracciglia, poi si alzò
con il suo caratteristico stile rilassato e si diresse da Raoden. «Cos’hai
trovato, sule?»
Raoden indicò il libro senza copertina che aveva davanti. Sedeva nell’ex
chiesa korathi che era diventata il loro centro di operazioni. Galladon, ancora
determinato a tenere segreto il suo studiolo pieno di libri, aveva insistito che
trasportassero i volumi necessari su nella cappella piuttosto che lasciare che
qualcun altro entrasse nel suo santuario.
«Sule. Non so leggere quello» protestò Galladon, abbassando lo sguardo
verso il libro. «È scritto completamente in Aon.»
«È questo che mi ha reso sospettoso» disse Raoden.
«Tu sai leggerlo?» chiese Galladon.
«No» disse Raoden con un sorriso. «Ma ho questo.» Abbassò la mano e
tirò fuori un altro volume simile privo di copertina, le pagine esterne
macchiate del sudiciume di Elantris. «Un dizionario degli Aon.»
Galladon esaminò il primo libro con occhio critico. «Sule, non riconosco
nemmeno un decimo degli Aon su questa pagina. Hai qualche idea di quanto
tempo ti ci vorrà per tradurlo?»
Raoden scrollò le spalle. «Meglio che cercare indizi in quegli altri libri.
Galladon, se dovrò leggere un’altra parola sul paesaggio di Fjorden, mi verrà
la nausea.»
Galladon grugnì in assenso. Chiunque avesse posseduto i libri prima del
Reod doveva essere stato uno studioso di geografia, dato che almeno la metà
dei volumi riguardavano quell’argomento.
«Sei sicuro che questo sia quello che vogliamo?» chiese Galladon.

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«Sono stato istruito un po’ a leggere testi in puri Aon, amico mio» disse
Raoden, indicando un Aon su una pagina vicino all’inizio del libro. «Questo
dice AonDor.»
Galladon annuì. «D’accordo, sule. Non invidio il tuo compito, però. La
vita sarebbe molto più semplice se la tua gente non ci avesse messo così tanto
a inventare un alfabeto. Kolo?»
«Gli Aon erano un alfabeto» disse Raoden. «Solo uno incredibilmente
complesso. Non ci metterò così tanto tempo come pensi: quello che ho
imparato dovrebbe iniziare a tornarmi in mente dopo un poco.»
«Sule, a volte sei così ottimista che mi viene da vomitare. Suppongo che
dovremmo trasportare di nuovo questi altri libri dove li abbiamo presi?»
C’era una certa dose di apprensione nella voce di Galladon. Per lui i libri
erano preziosi; a Raoden era servito discutere un’ora per convincere il Dula a
lasciargli togliere le copertine, e poteva vedere quanto era preoccupato che i
libri fossero esposti alla melma e allo sporco di Elantris.
«Dovrebbe andar bene» disse Raoden. Nessuno degli altri libri riguardava
l’AonDor, e mentre alcuni erano diari o altre registrazioni che potevano
contenere indizi, Raoden sospettava che nessuno di essi sarebbe stato utile
quanto quello che aveva di fronte a sé. Sempre che fosse riuscito a tradurlo a
dovere.
Galladon annuì e iniziò a raccogliere i libri; poi guardò all’insù con
apprensione nel sentire un suono raschiante dal soffitto. Galladon era
convinto che prima o poi l’intero assembramento sarebbe crollato e,
inevitabilmente, sarebbe caduto sulla sua lucente testa scura.
«Non preoccuparti così tanto, Galladon» disse Raoden. «Maare e Riil
sanno quello che fanno.»
Galladon si accigliò. «No, non lo sanno, sule. Mi pare di ricordare che
nessuno di loro avesse idea di cosa fare prima che tu insistessi che lo
facessero.»
«Intendevo che sono competenti.» Raoden alzò lo sguardo con
soddisfazione. In sei giorni di lavoro avevano completato una vasta porzione
del tetto. Mareshe aveva escogitato una combinazione simile ad argilla di
frammenti di legno, terra e l’onnipresente fanghiglia di Elantris. Quella
mistura, quando era stata aggiunta alle travi di supporto cadute e a qualche
sezione di tela meno marcia, aveva fornito materiali per fare un soffitto che
era, se non migliore, almeno adeguato.
Raoden sorrise. Il dolore e la fame erano sempre lì, ma le cose stavano
andando così bene che riusciva quasi a dimenticare la sofferenza della sua

168
mezza dozzina di urti e tagli. Attraverso la finestra alla sua destra poteva
vedere il membro più recente della sua banda, Loren. L’uomo lavorava nella
vasta area accanto alla chiesa che probabilmente un tempo era stata un
giardino. Seguendo gli ordini di Raoden ed equipaggiato con un paio di
guanti di cuoio appena fatti, Loren spostava rocce e sgombrava la zona dai
rifiuti, rivelando la terra morbida al di sotto.
«A cosa servirà?» chiese Galladon, seguendo lo sguardo di Raoden fuori
dalla finestra.
«Vedrai» disse Raoden con un sorriso misterioso.
Galladon sbuffò nel prendere sottobraccio una pila di libri e lasciare la
cappella. Il Dula aveva avuto ragione su una cosa: non potevano contare su
nuovi Elantriani che venissero gettati nella città con lo stesso ritmo che
Raoden aveva previsto all’inizio. Prima dell’arrivo di Loren il giorno
precedente, erano passati cinque interi giorni senza nemmeno un tremito dai
cancelli cittadini. Raoden era stato molto fortunato nel trovare Mareshe e gli
altri in un lasso di tempo tanto breve.
«Lord Spirito?» chiese una voce esitante.
Raoden alzò lo sguardo verso la porta della cappella e trovò un uomo che
non conosceva, in attesa di essere notato. Era magro, con una forma
ingobbita e un’aria di esercitato servilismo. Raoden non riusciva a capire con
esattezza che età avesse: lo Shaod tendeva a far sembrare chiunque molto più
vecchio di quanto fosse in realtà. Però aveva la sensazione che l’età di
quell’uomo non fosse un’illusione. Se avesse avuto dei capelli sulla testa,
sarebbero stati bianchi, e la sua pelle era stata rugosa da molto prima che lo
Shaod lo colpisse.
«Mio signore…» esordì l’uomo.
«Vai avanti» lo pungolò Raoden.
«Ebbene, Vostra signoria, ho appena udito delle cose e mi stavo
chiedendo se potessi unirmi a voi.»
Raoden sorrise, alzandosi e dirigendosi verso l’uomo. «Certo, puoi unirti
a noi. Cos’hai sentito?»
«Be’…» L’attempato Elantriano giocherellò nervosamente con le dita.
«Alcune persone sulle strade dicono che quelli che vi seguono non sono
affamati. Dicono che avete un segreto che fa andar via il dolore. Sono a
Elantris da quasi un anno ormai, mio signore, e le mie ferite sono troppe. Ho
pensato che avrei potuto darvi un’opportunità oppure andare a trovarmi un
canaletto di scolo e unirmi agli Hoed.»

169
Raoden annuì, serrando la mano sulla spalla dell’uomo. Poteva sentire
l’alluce bruciare: si stava abituando al dolore, ma era ancora lì. Era
accompagnato da crampi allo stomaco. «Sono lieto che tu sia venuto. Come ti
chiami?»
«Kahar, mio signore.»
«D’accordo allora, Kahar, cosa facevi prima che lo Shaod ti prendesse?»
Gli occhi di Kahar andarono fuori fuoco, come se la sua mente stesse
viaggiando a ritroso fino a un tempo non lontano. «Ero una specie di
pulitore, mio lord. Penso che lavassi le strade.»
«Perfetto! Aspettavo proprio uno con le tue particolari capacità. Mareshe,
sei lì dietro?»
«Sì, mio signore» rispose il gracile artigiano da una delle stanze sul retro.
Fece capolino un momento dopo.
«Per caso quelle trappole che hai messo hanno preso un po’ della pioggia
della scorsa notte?»
«Certamente, mio signore» disse Mareshe in tono indignato.
«Bene. Mostra a Kahar qui dove si trova l’acqua.»
«Certamente.» Mareshe fece cenno a Kahar di seguirlo.
«Cosa devo fare con l’acqua, mio signore?» chiese Kahar.
«È ora che smettiamo di vivere nel sudiciume, Kahar» disse Raoden.
«Questa melma che ricopre Elantris può essere lavata via: ho visto un posto
dove è stato fatto. Prenditi il tuo tempo e non sforzarti, ma ripulisci questo
edificio dentro e fuori. Raschia via ogni pezzo di melma e lava via ogni
traccia di sporco.»
«Poi mi mostrerete il segreto?» chiese Kahar speranzoso.
«Fidati di me.»
Kahar annuì, seguendo Mareshe fuori dalla stanza. Il sorriso di Raoden
svanì mentre l’uomo se ne andava. Stava scoprendo che la parte più difficile
nel comandare a Elantris era mantenere l’atteggiamento di ottimismo per cui
Galladon lo prendeva in giro. Queste persone, perfino i nuovi arrivati, erano
pericolosamente vicine a perdere la speranza. Pensavano di essere dannate e
presumevano che nulla potesse salvare le loro anime dal marcire come
Elantris stessa. Raoden doveva superare anni di condizionamento affiancati
alle onnipresenti forze di dolore e fame.
Non si era mai considerato una persona estremamente allegra. A Elantris,
però, Raoden, si ritrovò a reagire all’aria di disperazione con ribelle
ottimismo. Quanto più le cose andavano peggio, tanto più lui era determinato
ad affrontarle senza lamentarsi. Ma quell’allegria forzata esigeva il suo

170
prezzo. Poteva percepire gli altri, perfino Galladon, affidarsi a lui. Di tutte le
persone di Elantris, solo Raoden non poteva lasciar trasparire la propria
sofferenza. La fame gli mordeva il petto come un’orda di insetti che cercasse
di scappare dall’interno, e il dolore di diverse ferite martellava la sua
risolutezza con spietata determinazione.
Non sapeva quanto avrebbe potuto resistere. Dopo neanche una settimana
e mezzo a Elantris, soffriva già così tanto che a volte era difficile
concentrarsi. Quanto sarebbe passato prima di non riuscire più a far nulla?
Oppure quanto prima che venisse ridotto al livello subumano degli uomini di
Shaor? Una domanda era più spaventosa di tutte quante. Quando fosse
caduto, quante persone sarebbero cadute con lui?
Tuttavia doveva portare quel peso. Se lui non avesse accettato la
responsabilità, nessun altro l’avrebbe fatto, e queste persone sarebbero
diventate schiave o della loro stessa agonia o dei prepotenti per le strade.
Elantris aveva bisogno di lui. E se lo avesse consumato, pazienza.
«Lord Spirito!» chiamò una voce frenetica.
Raoden guardò un Saolin preoccupato precipitarsi nella stanza. Il
mercenario dal naso aquilino aveva foggiato una lancia da un pezzo di legno
mezzo marcio e una pietra affilata, e si era assunto il compito di pattugliare la
zona attorno alla cappella. Il volto elantriano sfregiato dell’uomo era
raggrinzito dalla preoccupazione.
«Cosa c’è, Saolin?» chiese Raoden allarmato. L’uomo era un guerriero
esperto e non si lasciava turbare facilmente.
«Un gruppo di uomini armati diretto da questa parte, mio signore. Ne ho
contati dodici, e portano armi di acciaio.»
«Acciaio?» disse Raoden. «A Elantris? Non ero al corrente che ce ne
fosse in giro.»
«Stanno arrivando rapidamente, mio signore» disse Saolin. «Cosa
facciamo… sono quasi qui.»
«Sono qui» disse Raoden quando un gruppo di uomini fece irruzione
attraverso la porta aperta della cappella. Saolin aveva ragione: diversi
portavano armi d’acciaio, anche se le lame erano scheggiate e arrugginite. Il
gruppo era una marmaglia sgradevole e dagli occhi scuri, e a capeggiarli c’era
una figura familiare… o, perlomeno, familiare da lontano.
«Karata» disse Raoden. Loren doveva essere suo l’altro giorno, ma
Raoden l’aveva rubato. A quanto pareva, lei era venuta per lamentarsene. Era
stata solo questione di tempo.

171
Raoden lanciò un’occhiata verso Saolin, che stava venendo avanti a poco
a poco, come impaziente di provare la sua lancia improvvisata. «Mantieni la
posizione, Saolin» ordinò Raoden.
Karata era completamente calva, un dono da parte dello Shaod, ed era in
città da un tempo sufficiente perché la sua pelle stesse cominciando a
raggrinzirsi. Comunque manteneva un portamento dal volto orgoglioso e
dagli occhi determinati: gli occhi di una persona che non aveva ceduto al
dolore e che non l’avrebbe fatto di lì a poco. Indossava un completo scuro
fatto di pelle lacera: per Elantris, era di buona fattura.
Karata ruotò la testa in giro per la cappella, esaminando il nuovo soffitto,
poi i componenti della banda di Raoden, che si erano radunati fuori dalla
finestra per guardare con apprensione. Mareshe e Kahar se ne stavano
immobili sul fondo della stanza. Infine, Karata voltò il suo sguardo su
Raoden.
Ci fu una pausa carica di tensione. Alla fine, Karata si girò verso uno dei
suoi uomini. «Distruggete l’edificio, cacciateli fuori e rompete qualche osso.»
Si voltò per andarsene.
«Posso farti entrare nel palazzo di Iadon» disse Raoden con calma.
Karata rimase immobile.
«È quello che vuoi, non è vero?» chiese Raoden. «La Guardia Cittadina
di Elantris ti ha catturato a Kae. Non ti tollereranno per sempre: bruciano gli
Elantriani che scappano troppo spesso. Se davvero vuoi entrare nel palazzo,
io ti ci posso portare.»
«Non usciremo mai dalla città» disse Karata, voltando di nuovo verso di
lui gli occhi scettici. «Hanno raddoppiato le guardie di recente: qualcosa a che
fare con le buone apparenze per un matrimonio reale. È addirittura un mese
che non riesco a uscire.»
«Posso farti uscire anche dalla città» promise Raoden.
Gli occhi di Karata si strinsero dal sospetto. Non si era parlato di prezzo.
Entrambi sapevano che Raoden poteva pretendere solo una cosa: essere
lasciato in pace. «Sei disperato» concluse infine lei.
«Vero. Ma sono anche un opportunista.»
Karata annuì lentamente. «Tornerò all’imbrunire. Farai quello che hai
promesso, oppure i miei uomini romperanno gli arti di ogni persona qui e li
lasceranno a marcire nella loro agonia.»
«Capito.»

«Sule, io…»

172
«Tu non pensi che sia una buona idea» lo interruppe Raoden con un
sorrisetto. «Sì, Galladon, lo so.»
«Elantris è una grossa città» disse Galladon. «Ci sono posti in abbondanza
per nasconderci dove nemmeno Karata potrebbe trovarci. Non può spiegare
troppo le sue forze, altrimenti Shaor e Aanden l’attaccheranno. Kolo?»
«Sì, ma poi cosa succederà?» chiese Raoden, saggiando la forza di una
corda che Mareshe aveva ottenuto da alcuni stracci. Pareva che avrebbe retto
il suo peso. «Karata non sarebbe in grado di trovarci, ma nemmeno gli altri.
La gente sta finalmente cominciando a rendersi conto che siamo qui. Se ci
spostiamo ora, non cresceremo mai.»
Galladon parve afflitto. «Sule, dobbiamo per forza crescere? Devi proprio
dare inizio a un’altra banda? Tre capibanda non sono sufficienti?»
Raoden si fermò, alzando uno sguardo carico di preoccupazione verso il
grosso Dula. «Galladon, è davvero questo che pensi che stia facendo?»
«Non lo so, sule.»
«Io non desidero il potere, Galladon» disse Raoden in tono piatto. «Sono
preoccupato per la vita. Non solo per la sopravvivenza, Galladon, per la vita.
Queste persone sono morte perché si sono arrese, non perché i loro cuori
non battono più. Ho intenzione di cambiare questo.»
«Sule, è impossibile.»
«Così com’è impossibile far entrare Karata nel palazzo di Iadon» disse
Raoden, arrotolandosi la corda attorno al braccio. «Ci rivedremo quando
sarò tornato.»

«Cos’è questo?» chiese Karata, sospettosa.


«È il pozzo cittadino» spiegò Raoden, sbirciando oltre il bordo di pietra.
Il pozzo arrivava in profondità, ma lui poteva udire l’acqua muoversi
nell’oscurità sottostante. «Ti aspetti che nuotiamo fuori?»
«No» disse Raoden, legando la corda di Mareshe a una verga di ferro
arrugginita che sporgeva dal lato del pozzo. «Ci lasceremo semplicemente
trascinare dalla corrente. È più simile a galleggiare che a nuotare.»
«Questa è una follia: quel fiume scorre sottoterra. Affogheremo.»
«Non possiamo affogare» disse Raoden. «Come piace dire al mio amico
Galladon: ‘Già morti. Kolo?’»
Karata non pareva convinta.
«Il fiume Aredel scorre direttamente sotto Elantris, poi continua fino a
Kae» spiegò Raoden. «Scorre attorno alla città e oltre il palazzo. Tutto quello
che dobbiamo fare è lasciarci trascinare. Ho già provato a trattenere il fiato:

173
sono stato così per un’intera mezz’ora e i miei polmoni non hanno nemmeno
iniziato a bruciare. Il nostro sangue non circola più, perciò l’unica ragione
per cui abbiamo bisogno di aria è parlare.»
«Questo potrebbe distruggerci entrambi» ammonì Karata.
Raoden scrollò le spalle. «La fame ci prenderebbe comunque entro pochi
mesi.»
Karata sorrise lievemente. «D’accordo, Spirito. Vai tu per primo.»
«Ne sarò lieto» disse Raoden, non sentendosi affatto lieto per quello.
Tuttavia era una sua idea. Con una mesta scrollata del capo, Raoden
volteggiò oltre l’orlo del pozzo e iniziò a calarsi. La corda terminò prima che
lui toccasse l’acqua e così, prendendo un respiro profondo ma inefficace, si
lasciò andare.
Cadde tra gli schizzi in un fiume sorprendentemente freddo. La corrente
minacciò di trascinarlo via, ma lui si affrettò ad aggrapparsi a una roccia e a
tenersi forte, aspettando Karata. Presto la sua voce risuonò nell’oscurità lì
sopra.
«Spirito?»
«Sono qui. Sei a circa dieci piedi sopra il fiume: dovrai lasciarti cadere
per il resto della distanza.»
«E poi?»
«Poi il fiume continua sottoterra: posso sentirlo risucchiarmi verso il
basso proprio ora. Dovremo solo sperare che sia abbastanza ampio per
l’intera distanza. Altrimenti finiremo per diventare degli eterni tappi
sotterranei.»
«Avresti potuto menzionarlo prima che io scendessi quaggiù» disse
Karata in tono nervoso. Ma presto risuonò un tuffo, seguito da un sommesso
mugugno che terminò in un gorgoglio quando qualcosa di grosso venne
risucchiato oltre Raoden nella corrente.
Borbottando una preghiera al Misericordioso Domi, Raoden lasciò andare
la roccia e permise al fiume di trascinarlo sotto la sua superficie invisibile.

Raoden dovette davvero nuotare. Il trucco era mantenersi nel mezzo del
fiume, per evitare di essere sbattuti contro le pareti di roccia del tunnel. Fece
del suo meglio mentre si muoveva nell’oscurità, usando braccia distese per
posizionarsi. Per fortuna, il tempo aveva levigato le rocce a un punto tale che
lasciavano lividi e non tagli.
Passò un’eternità in quel silenzioso mondo sotterraneo. Era come se lui
galleggiasse nell’oscurità stessa, incapace di parlare, completamente solo.

174
Forse era questo ciò che avrebbe portato la morte, facendo vagare la sua
anima in un interminabile vuoto senza luce.
La corrente cambiò, trascinandolo verso l’alto. Raoden mosse le braccia
per reggersi contro il soffitto di pietra, ma quelle non incontrarono alcuna
resistenza. Un breve momento più tardi, la sua testa emerse all’aria aperta, il
volto bagnato freddo nel vento passeggero. Sbatté le palpebre incerto mentre
il mondo tornava a fuoco, con la luce delle stelle e l’occasionale lanterna di
strada che fornivano solo una fioca illuminazione. Fu sufficiente a fargli
riacquistare l’orientamento e, forse, la sanità mentale.
Galleggiò pigramente: il fiume si allargò dopo essere riaffiorato in
superficie e la corrente rallentò notevolmente. Percepì una forma avvicinarsi
nell’acqua e cercò di parlare, ma i suoi polmoni erano pieni. Riuscì soltanto a
tirar fuori una fragorosa, incontrollabile fitta di tosse.
Una mano si serrò attorno alla sua bocca, interrompendo la tosse con un
gorgoglio. «Zitto, sciocco!» sibilò Karata.
Raoden annuì, sforzandosi di controllare la sua fitta. Forse si sarebbe
dovuto concentrare di meno sulle metafore teologiche del viaggio e più sul
mantenere la bocca chiusa.
Karata gli lasciò andare la bocca, ma continuò a reggersi alla sua spalla,
mentre venivano trasportati per la città di Kae. I negozi erano chiusi per la
notte, ma ogni tanto una guardia pattugliava le strade. I due continuarono a
galleggiare in silenzio finché non raggiunsero il limite settentrionale della
città, dove il palazzo di Iadon, simile a un castello, si elevava nella notte. Poi,
ancora senza parlare, nuotarono fino alla riva accanto al palazzo.
Il palazzo era un edificio cupo e tetro, una manifestazione dell’unica
insicurezza di Iadon. Il padre di Raoden non si faceva spaventare spesso; in
effetti, era spesso belligerante quando avrebbe dovuto essere saggiamente
apprensivo. Quella caratteristica gli aveva fruttato ricchezze come uomo
d’affari che commerciava con i Fjordell, ma come re aveva portato al suo
fallimento. Solo in una cosa Iadon era paranoico: il sonno. Il re era
terrorizzato che degli assassini in qualche modo si sarebbero intrufolati e
l’avrebbero ucciso mentre dormiva. Raoden ricordava bene il borbottio
irrazionale di suo padre sulla faccenda ogni notte prima di ritirarsi. Le
preoccupazioni del regno non avevano fatto altro che peggiorare quella sua
paranoia, dotando la sua casa già simile a una fortezza di un battaglione di
guardie. I soldati vivevano vicini agli appartamenti dello stesso Iadon, per
facilitare una reazione rapida.

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«D’accordo,» sussurrò Karata, osservando con incertezza mentre le
guardie facevano il giro delle merlature «ci hai fatto uscire. Ora facci
entrare.»
Raoden annuì, cercando di prosciugare i suoi polmoni fradici il più
silenziosamente possibile, cosa che richiese un bel po’ di conati ovattati.
«Cerca di non tossire così tanto» gli consigliò Karata. «Ti irriterai la gola e
ti verrà male al petto, e poi trascorrerai l’eternità con l’impressione di avere
un raffreddore.»
Raoden grugnì, tirandosi in piedi con una spinta. «Dobbiamo recarci nella
zona ovest» disse, la sua voce un gracidio.
Karata annuì. Camminava in silenzio e rapidamente – molto più di quanto
Raoden potesse riuscire a fare – come una persona bene avvezza al pericolo.
Diverse volte tirò indietro la mano come monito, interrompendo i loro
progressi appena prima che una squadra di guardie apparisse dall’oscurità. La
sua abilità permise loro di arrivare al lato occidentale del palazzo di Iadon
senza contrattempi, malgrado la mancanza di capacità di Raoden.
«E adesso?» chiese lei piano.
Raoden esitò. Si trovò di fronte una domanda. Perché Karata voleva
l’accesso al palazzo? Da quello che Raoden aveva sentito di lei, non
sembrava il tipo da pretendere vendetta. Era brutale, ma non rancorosa. Ma
se si fosse sbagliato? E se lei avesse voluto il sangue di Iadon?
«Ebbene?» chiese Karata.
Non le permetterò di uccidere mio padre, decise lui. Non importa che re
pessimo è, io non glielo lascerò fare. «Prima devi rispondere a una domanda
per me.»
«Ora?» domandò lei con irritazione.
Raoden annuì. «Mi occorre sapere perché vuoi entrare nel palazzo.»
Lei si accigliò nell’oscurità. «Non sei nella posizione di fare richieste.»
«Né tu sei nella posizione di rifiutarle» disse Raoden. «Tutto ciò che devo
fare è dare l’allarme ed entrambi saremo presi dalle guardie.»
Karata attese in silenzio nell’oscurità, evidentemente chiedendosi dentro
di sé se lui l’avrebbe fatto o meno.
«Ascolta» disse Raoden. «Dimmi una sola cosa. Hai intenzione di fare del
male al re?»
Karata incontrò i suoi occhi, poi scosse il capo. «La mia disputa non è
con lui.»
Le credo oppure no?, pensò Raoden. Ho una scelta?

176
Allungò una mano, scostando una chiazza di cespugli che poggiavano
contro il muro; poi scagliò il proprio peso contro una delle rocce. La roccia
affondò nel muro con un sommesso rumore raschiante e una sezione del
terreno precipitò davanti a loro.
Karata sollevò un sopracciglio. «Un passaggio segreto? Com’è
pittoresco.»
«Iadon è paranoico riguardo al sonno» spiegò Raoden, strisciando per il
piccolo spazio tra la terra e la parete. «Si è fatto costruire questo passaggio
per avere un’ultima via di fuga nel caso in cui qualcuno avesse attaccato il
suo palazzo.»
Karata sbuffò mentre lo seguiva attraverso il foro. «Pensavo che cose
come questa esistessero solo nelle storie per bambini.»
«A Iadon quelle storie piacciono un bel po’» disse Raoden.
Dopo una dozzina di piedi, il passaggio si allargò e Raoden tastò lungo la
parete finché non trovò una lanterna, con tanto di pietra focaia e acciarino.
Iadon manteneva le imposte perlopiù chiuse, lasciando entrare solo una lama
di luce, ma era sufficiente a rivelare lo stretto passaggio pieno di polvere.
«Pare che tu abbia una conoscenza piuttosto vasta del palazzo» osservò
Karata.
Raoden non rispose, incapace di pensare a una risposta che non rivelasse
troppo. Suo padre aveva mostrato quel passaggio a Raoden quando era a
malapena un adolescente, e Raoden e i suoi amici l’avevano trovato
un’immediata e irresistibile attrazione. Ignorando gli avvertimenti che il
passaggio fosse solo per le emergenze, Raoden e Lukel avevano passato ore a
giocare lì dentro.
Il passaggio sembrava più piccolo ora, naturalmente. C’era a stento
abbastanza spazio di manovra per Raoden e Karata. «Vieni» disse lui,
tenendo in alto la lanterna e procedendo a piccoli passi di lato attraverso il
passaggio. Il viaggio fino alle stanze di Iadon richiese meno tempo di quanto
lui si ricordasse; in effetti non era un granché come corridoio, malgrado
quello che la sua immaginazione aveva creato. Si inclinava verso l’alto fino al
primo piano, con un angolo ripido, diretto proprio nella stanza di Iadon.
«Ci siamo» disse Raoden mentre raggiungevano la fine. «A quest’ora
Iadon dovrebbe essere a letto e, malgrado la sua paranoia, è uno che ha il
sonno profondo. Forse una cosa provoca l’altra.» Fece scivolare la porta, che
era nascosta dietro un tendaggio nella camera da letto reale. L’enorme letto di
Iadon era scuro e silenzioso, anche se la finestra aperta forniva abbastanza
luce per vedere che il re era in effetti presente.

177
Raoden si fece teso, squadrando Karata. La donna, però, tenne fede alla
propria parola: degnò il re addormentato a malapena di un’occhiata
passeggera mentre si muoveva per la stanza e nel corridoio esterno. Raoden
sospirò in un sollievo sommesso, seguendola con un’andatura furtiva meno
esperta della sua.
Il corridoio esterno buio collegava le stanze di Iadon con quelle delle sue
guardie. La diramazione di destra conduceva verso le caserme, quella di
sinistra a un posto di guardia, poi al resto del palazzo. Karata lasciò perdere
quella opzione, continuando lungo il corridoio di destra verso le caserme
annesse, senza che i piedi nudi emettessero alcun suono sul pavimento di
pietra.
Raoden la seguì dentro le caserme, il suo nervosismo che ritornava.
Karata aveva deciso di non uccidere suo padre, ma ora si stava intrufolando
nella parte più pericolosa del palazzo. Un unico suono fuori posto avrebbe
svegliato dozzine di soldati.
Per fortuna, muoversi furtivi lungo un corridoio di pietra non richiedeva
molta abilità. Karata aprì piano qualunque porta sul loro tragitto, lasciandole
socchiuse quel tanto che bastava affinché Raoden potesse scivolarvi
attraverso senza nemmeno muoverle.
Il corridoio scuro si unì a un altro, quest’ultimo fiancheggiato da porte:
gli alloggi degli ufficiali minori, così come di quelle guardie a cui veniva
concesso spazio per metter su famiglia. Karata scelse una porta. All’interno
c’era la stanza singola assegnata alla famiglia di una guardia sposata; la luce
delle stelle illuminava un letto presso una parete e un comò accanto all’altra.
Raoden divenne irrequieto, domandandosi se tutto ciò avesse avuto lo
scopo che Karata si procurasse le armi di una guardia addormentata. Se era
così, era pazza. Naturalmente, intrufolarsi nel palazzo di un re paranoico non
era esattamente un segno di stabilità mentale.
Mentre Karata si muoveva nella stanza, Raoden si rese conto che non
poteva essere venuta per rubare l’equipaggiamento del soldato: lui non era lì.
Il letto era vuoto, le sue lenzuola stazzonate e che lasciavano intendere che
qualcuno vi aveva dormito. Karata si chinò accanto a qualcosa che Raoden
sulle prime non aveva notato: un materasso sul pavimento, occupato da un
monticello che poteva solo essere un bambino addormentato, le sue fattezze e
il suo sesso invisibili a Raoden nell’oscurità. Karata si inginocchiò accanto al
bambino per un momento silenzioso.
Quando ebbe terminato, fece cenno a Raoden di uscire dalla stanza e
chiuse la porta dietro di sé. Raoden sollevò le sopracciglia con aria

178
interrogativa e Karata annuì. Erano pronti ad andare.
La fuga fu realizzata in ordine inverso rispetto all’incursione. Raoden
andò per primo, scivolando attraverso le porte ancora aperte, e Karata lo
seguì, chiudendosele alle spalle. Tutto sommato, Raoden era sollevato per
quanto la nottata stava andando liscia… o almeno fu sollevato fino al
momento in cui scivolò attraverso l’uscio per quell’ultimo corridoio fuori
dalla camera di Iadon.
Dall’altro lato della porta c’era un uomo, la sua mano immobilizzata
nell’atto di protendersi verso il pomello. Li osservò con un’espressione
spaventata.
Karata superò Raoden con una spinta e avvolse il braccio attorno al collo
dell’uomo, chiudendogli la bocca con la mano in un movimento fluido, poi
gli afferrò il polso mentre lui tentava di prendere la spada che aveva al
fianco. L’uomo, però, era più grosso e forte dell’indebolita forma elantriana
di Karata, e riuscì a infrangere la sua stretta, bloccandole la gamba con la
propria mentre lei tentava di fargli lo sgambetto.
«Fermo!» proruppe Raoden piano, la mano tesa davanti a sé con aria
minacciosa.
Entrambi fecero guizzare verso di lui i loro occhi, irritati, ma poi smisero
di lottare quando videro cosa stava facendo.
Il dito di Raoden si muoveva nell’aria e una linea illuminata appariva
dietro di esso. Raoden continuò a scrivere, curvando e tracciando fin quando
non ebbe terminato un unico carattere, l’Aon Sheo, il simbolo della morte.
«Se ti muovi,» disse Raoden piano «morirai.»
La guardia sgranò gli occhi dall’orrore. L’Aon lucente era posato sopra il
suo petto, proiettando una luce dura sulla stanza altrimenti caliginosa,
gettando ombre sulle pareti. Il carattere brillò come facevano sempre, poi
scomparve. Comunque, la luce era stata sufficiente per illuminare il volto
elantriano macchiato di nero di Raoden.
«Tu sai quello che siamo.»
«Misericordioso Domi» sussurrò l’uomo.
«Quell’Aon resterà per la prossima ora» mentì Raoden. «Rimarrà sospeso
dove l’ho disegnato, invisibile, attendendo che tu faccia anche solo un
fremito. Se lo farai, ti distruggerà. Hai capito?»
L’uomo non si mosse e il suo volto terrorizzato si imperlò di sudore.
Raoden allungò una mano verso il basso e slacciò la cintura portaspada
dell’uomo, poi legò l’arma attorno alla propria vita.
«Andiamo» disse Raoden a Karata.

179
La donna era ancora accovacciata accanto alla parete dove la guardia
l’aveva spinta, osservando Raoden con uno sguardo indecifrabile.
«Andiamo» ripeté Raoden in tono un po’ più urgente.
Karata annuì, riacquistando la sua compostezza. Aprì la porta delle stanze
del re e i due scomparvero per la strada da cui erano venuti.

«Non mi ha riconosciuto» disse Karata tra sé, la sua voce divertita eppure
triste.
«Chi?» domandò Raoden. I due si acquattarono nell’ingresso di una
bottega vicino alla parte mediana di Kae, riposando per un momento prima di
continuare il loro viaggio di ritorno a Elantris.
«Quella guardia. Era mio marito, in un’altra vita.»
«Tuo marito?»
Karata annuì. «Abbiamo vissuto assieme per dodici anni, e ora mi ha
dimenticato.»
Raoden fece alcuni rapidi collegamenti tra gli eventi. «Questo significa
che la stanza in cui siamo entrati…»
«Quella era mia figlia» disse Karata. «Dubito che qualcuno le abbia mai
detto cosa mi è successo. Io… volevo solo che lo sapesse.»
«Le hai lasciato un biglietto?»
«Un biglietto e un ricordo» spiegò Karata con voce triste, anche se
nessuna lacrima poteva cadere dai suoi occhi elantriani. «La mia collana.
Sono riuscita a fare in modo che i sacerdoti non la trovassero, un anno fa.
Volevo che l’avesse lei: ho sempre avuto intenzione di dargliela. Mi hanno
preso così in fretta… non le ho mai detto addio.»
«Lo so» disse Raoden cingendo la donna col braccio per confortarla. «Lo
so.»
«Ci porta via tutti quanti. Ci porta via ogni cosa e ci lascia senza niente.»
La sua voce era carica di veemenza.
«Come vuole Domi.»
«Come puoi dire una cosa del genere?» domandò lei in tono aspro.
«Come puoi invocare il Suo nome dopo tutto quello che Egli ha fatto a noi?»
«Non lo so» confessò Raoden, sentendosi inadeguato. «So solo che
dobbiamo continuare ad andare avanti, come fa chiunque. Perlomeno tu sei
riuscita a rivederla.»
«Sì» disse Karata. «Grazie. Mi hai reso un grande servizio stanotte, mio
principe.»
Raoden si immobilizzò.

180
«Sì, ti conosco. Ho vissuto a palazzo per anni, con mio marito,
proteggendo tuo padre e la tua famiglia. Ti ho osservato fin da quando eri
piccolo, principe Raoden.»
«L’hai saputo per tutto questo tempo?»
«Non per tutto il tempo» disse Karata. «Ma per un tempo sufficiente. Una
volta che l’ho capito, non riuscivo a decidere se odiarti per essere
imparentato con Iadon o essere soddisfatta che la giustizia avesse preso anche
te.»
«E la tua decisione?»
«Non ha importanza» disse Karata, asciugandosi gli occhi già asciutti di
riflesso. «Hai onorato la tua parte dell’accordo in modo ammirevole. La mia
gente ti lascerà in pace.»
«Questo non è sufficiente, Karata» disse Raoden, alzandosi in piedi.
«Esigeresti di più del nostro accordo?»
«Io non esigo nulla, Karata» disse Raoden, offrendole la mano per
aiutarla ad alzarsi in piedi. «Ma tu sai chi sono e puoi indovinare quello che
sto cercando di fare.»
«Tu sei come Aanden» disse Karata. «Pensi di governare su Elantris come
tuo padre governa sul resto di questa terra maledetta.»
«Di sicuro le persone fanno in fretta a giudicarmi oggi» disse Raoden con
un sorriso beffardo. «No, Karata. Io non voglio ‘governare’ su Elantris. Ma
voglio aiutarla. Vedo una città piena di gente che si piange addosso, un
popolo rassegnato a vedere sé stesso come lo vede il resto del mondo.
Elantris non deve essere la fossa che è.»
«Come puoi cambiarlo?» domandò Karata. «Finché il cibo scarseggia, la
gente combatterà e distruggerà per placare la propria fame.»
«Allora dovremo semplicemente saziarli.»
Karata sbuffò.
Raoden infilò una mano in una tasca che aveva formato nei suoi abiti
laceri. «Riconosci questo, Karata?» chiese, mostrandole un piccolo borsello
di stoffa. Era vuoto, ma lui lo teneva come promemoria del suo scopo.
Gli occhi di Karata avvamparono di desiderio. «Conteneva cibo.»
«Di che tipo?»
«È uno dei borselli di grano che è parte del sacrificio associato a un
nuovo Elantriano» disse Karata.
«Non solo grano, Karata» disse Raoden sollevando un dito. «Grano da
semina. Parte della cerimonia richiede che un’offerta di grano sia
seminabile.»

181
«Grano da semina?» sussurrò Karata.
«Lo sto raccogliendo dai nuovi arrivati» spiegò Raoden. «Il resto delle
offerte non mi interessa… solo il grano. Possiamo piantarlo, Karata. Non ci
sono così tante persone a Elantris: non sarà difficile nutrirle tutte. Solo il
cielo sa se abbiamo abbastanza tempo libero per lavorare a un orto o due.»
Gli occhi di Karata erano sgranati dallo stupore. «Nessuno l’ha mai
tentato prima» disse, esterrefatta.
«L’avevo immaginato. Richiede lungimiranza, e la gente di Elantris è
troppo concentrata sulla sua fame immediata per preoccuparsi del domani. Io
intendo cambiare questo.»
Karata alzò lo sguardo dal piccolo borsello alla faccia di Raoden.
«Strabiliante» borbottò.
«Andiamo» disse Raoden, mettendo via il borsello, poi nascondendo la
spada rubata sotto i suoi stracci. «Siamo quasi al cancello.»
«Come hai intenzione di farci rientrare?»
«Stai a vedere.»
Mentre camminavano, Karata si fermò accanto a una casa buia.
«Cosa c’è?» domandò Raoden.
Karata indicò. Alla finestra, dentro il vetro, c’era una pagnotta.
All’improvviso Raoden avvertì la propria fame pungolargli in modo
acuto le interiora. Non poteva farne una colpa a Karata: perfino a palazzo, lui
stesso si era guardato in giro in cerca di qualcosa da sgraffignare.
«Non possiamo correre quel rischio, Karata» disse Raoden.
Karata sospirò. «Lo so. È solo che… siamo così vicini.»
«Tutti i negozi sono chiusi, le case sigillate» disse Raoden. «Non
troveremo nulla.»
Karata annuì, muovendosi di nuovo in maniera apatica. Svoltarono un
angolo e si avvicinarono all’ampio cancello per Elantris. Un tozzo edificio
sorgeva accanto, e la luce si riversava dalle finestre. Diverse guardie oziavano
lì dentro; le loro uniformi marrone e giallo della Guardia Cittadina di Elantris
erano vivide nella luce delle lampade. Raoden si avvicinò all’edificio e bussò
a una finestra col dorso del pugno.
«Scusate,» disse educatamente «ma vi spiacerebbe aprire i cancelli, per
cortesia?»
Le guardie, che stavano giocando a carte, gettarono indietro allarmate le
loro sedie, urlando e imprecando nel riconoscere le sue fattezze elantriane. «E
fate in fretta» disse Raoden con disinvoltura. «Mi sto stancando.»

182
«Cosa ci fate qua fuori?» domandò una delle guardie – un ufficiale, a
giudicare dalle apparenze – mentre i suoi uomini si ammassavano fuori
dall’edificio. Diversi di loro puntarono le lance acuminate verso il petto di
Raoden.
«Stiamo cercando di rientrare» disse Raoden con impazienza.
Una delle guardie sollevò la sua lancia.
«Io non lo farei, se fossi in te» disse Raoden. «Sempre che tu non voglia
spiegare come sei riuscito a uccidere un Elantriano fuori dai cancelli. Voi
dovreste tenerci dentro: sarebbe piuttosto imbarazzante se la gente scoprisse
che stavamo scappando sotto il vostro naso.»
«Come siete fuggiti?» chiese l’ufficiale.
«Te lo dirò più tardi» disse Raoden. «In questo momento, probabilmente
ci dovreste rimettere nella città prima che svegliamo l’intero quartiere e
diffondiamo il panico. Oh, e io non mi avvicinerei troppo. Dopotutto lo
Shaod è altamente contagioso.»
Le guardie indietreggiarono alle sue parole. Sorvegliare Elantris era una
cosa: trovarsi davanti un cadavere che parlava era un’altra. L’ufficiale,
incerto sul da farsi, ordinò che venissero aperti i cancelli.
«Grazie, buon uomo» disse Raoden con un sorriso. «Stai facendo un
ottimo lavoro. Dovremo vedere se riusciamo a farti dare un aumento.» Detto
questo, Raoden porse il braccio a Karata e attraversò tranquillamente i
cancelli per Elantris come se i soldati fossero i suoi maggiordomi personali e
non guardie carcerarie.
Karata non riuscì a fare a meno di ridacchiare quando il cancello si chiuse
dietro di loro. «L’hai fatto sembrare come se volessimo essere qui dentro.
Come se fosse un privilegio.»
«E questo è esattamente il modo in cui dovremmo sentirci. Dopotutto, se
dobbiamo essere confinati a Elantris, tanto vale comportarsi come se fosse il
posto più stupendo al mondo.»
Karata sorrise. «Hai una certa dose di ribellione in te, mio principe. Mi
piace.»
«Non è solo per nascita che una persona è nobile, ma anche nel
portamento. Se ci comportiamo come se vivere qui sia una benedizione,
allora forse inizieremo a dimenticare quanto pensiamo di essere patetici. Ora,
Karata, voglio che tu faccia alcune cose per me.»
Lei sollevò un sopracciglio.
«Non dire a nessuno chi sono. Qui a Elantris voglio lealtà basata sul
rispetto, non sul mio titolo.»

183
«D’accordo.»
«Secondo, non dire a nessuno del passaggio per la città attraverso il
fiume.»
«Perché no?»
«È troppo pericoloso» disse Raoden. «Conosco mio padre. Se le guardie
cominciano a trovare troppi Elantriani nella città, verrà a distruggerci. L’unico
modo in cui Elantris potrà progredire è diventando autosufficiente. Non
possiamo rischiare di intrufolarci nella città per sostentarci.»
Karata ascoltò, poi annuì in assenso. «D’accordo.» Poi si soffermò un
attimo a pensare. «Principe Raoden, c’è qualcosa che voglio mostrarti.»

I bambini erano felici. Anche se molti dormivano, alcuni erano svegli, e


ridacchiavano e giocavano tra loro. Erano tutti calvi, naturalmente, e
portavano i segni dello Shaod. A loro non sembrava importare.
«Dunque è qui che vanno tutti quanti» disse Raoden con interesse.
Karata lo condusse più avanti nella stanza, che era sepolta in profondità
all’interno del palazzo di Elantris. Una volta, questo edificio aveva ospitato i
capi eletti dagli anziani di Elantris. Ora celava una stanza di gioco per
bambini.
Diversi uomini montavano un’attenta guardia sui bambini, squadrando
Raoden con sospetto. Karata si voltò verso di lui. «Quando giunsi a Elantris,
vidi i bambini rannicchiati nelle ombre, spaventati da ogni cosa che passava,
e pensai alla mia piccola Opais. Qualcosa dentro il mio cuore guarì quando
iniziai ad aiutarli: li radunai, mostrai loro un poco d’amore e loro si
attaccarono a me. Ciascuno degli uomini e delle donne che vedi qui ha
lasciato un bambino piccolo all’esterno.»
Karata fece una pausa, strofinando con affetto la mano sulla testa di un
bambino elantriano.
«I bambini ci uniscono, ci impediscono di arrenderci al dolore. Il cibo
che raccogliamo è per loro. In qualche modo, riusciamo a sopportare la fame
un po’ meglio se sappiamo che in parte deriva dal fatto che ciò che avevamo
l’abbiamo dato ai bambini.»
«Non avrei pensato…» iniziò Raoden in tono sommesso, osservando un
paio di ragazzine che giocavano a battere le mani assieme.
«Che fossero felici?» terminò Karata. Fece cenno a Raoden di seguirla ed
entrambi indietreggiarono, fuori dalla portata d’udito dei bambini. «Non lo
comprendiamo nemmeno noi, mio principe. Sembra che siano più capaci di
affrontare la fame del resto di noi.»

184
«La mente di un bambino è qualcosa di sorprendentemente resistente»
disse Raoden.
«Sembrano anche in grado di sopportare una certa dose di dolore,»
continuò Karata «urti, lividi e simili. Comunque, alla fine si spezzano,
proprio come chiunque altro. Un momento un bimbo è felice e giocoso. Poi
cade a terra o si taglia una volta di troppo e la sua mente cede. Ho un’altra
stanza, tenuta lontano da questi piccolini, piena di dozzine di bimbi che non
fanno altro che piagnucolare tutto il giorno.»
Raoden annuì. Poi, dopo un momento, chiese: «Perché mi stai mostrando
questo?»
Karata esitò. «Perché voglio unirmi a te. Un tempo servivo tuo padre,
malgrado ciò che pensavo di lui. Ora servirò suo figlio per via di ciò che
penso di lui. Accetterai la mia lealtà?»
«Con onore, Karata.»
Lei annuì, voltandosi di nuovo verso i bambini con un sospiro. «Non ho
più molto per sostenermi, lord Raoden» sussurrò lei. «Ero preoccupata di
quello che sarebbe successo ai miei bambini se mi fossi perduta. Questo
sogno che hai, quest’idea folle di una Elantris dove facciamo crescere il cibo
e ignoriamo il nostro dolore… voglio vederti crearla. Non penso che tu possa
farcela, ma penso che nel tentare trarrai qualcosa di meglio da noi.»
«Grazie» disse Raoden, rendendosi conto che aveva appena accettato una
responsabilità monumentale. Karata aveva vissuto per oltre un anno sotto il
fardello che lui ora stava iniziando appena a percepire. Era stanca: poteva
vederlo nei suoi occhi. Ora, se fosse giunto il momento, si sarebbe potuta
riposare. Avrebbe trasferito il suo peso a lui.
«Grazie» disse Karata, guardando i bambini.
«Dimmi, Karata» riprese Raoden dopo averci pensato su un momento.
«Avresti davvero rotto gli arti della mia gente?»
Sulle prime Karata non rispose. «Dimmi tu, mio principe. Cosa avresti
fatto se avessi tentato di uccidere tuo padre stanotte?»
«È meglio che entrambe le domande rimangano senza una risposta.»
Karata annuì e una saggezza calma scese nei suoi occhi stanchi.

Raoden sorrise nel riconoscere la grossa figura in piedi fuori della


cappella, in attesa del suo ritorno. Il volto preoccupato di Galladon era
illuminato dalla minuscola fiamma della sua lanterna.
«Una luce per guidarmi a casa, amico mio?» chiese Raoden dall’oscurità
mentre si avvicinava.

185
«Sule!» gridò Galladon. «Per il Doloken, non sei morto?»
«Certo che lo sono» disse Raoden con una risata, dando al suo amico una
pacca sulla spalla. «Lo siamo tutti… almeno, questo è ciò che sembri amare
ripetermi.»
Galladon sogghignò. «Dov’è la donna?»
«L’ho accompagnata a casa, come avrebbe fatto qualunque gentiluomo»
disse Raoden, entrando nella cappella. All’interno, Mareshe e gli altri si
stavano svegliando.
«Lord Spirito è tornato!» disse Saolin con entusiasmo.
«Ecco, Saolin, un regalo» disse Raoden, tirando fuori la spada da sotto i
suoi stracci e gettandola al soldato.
«Che cos’è, mio signore?» chiese Saolin.
«Quella lancia è straordinaria, considerando quello con cui hai dovuto
lavorare,» disse Raoden «ma penso che dovresti avere qualcosa di un po’ più
resistente se intendi combattere sul serio.»
Saolin estrasse la lama dal fodero. La spada, nulla di speciale dal di fuori,
era una meravigliosa opera d’arte dentro i confini di Elantris. «Non ha
nemmeno una macchia di ruggine» disse Saolin stupefatto. «E c’è inciso il
simbolo della guardia personale di Iadon!»
«Allora il re è morto?» chiese Mareshe con entusiasmo.
«Nulla del genere» disse Raoden in tono sbrigativo. «La nostra è stata una
missione di natura personale, Mareshe, e non abbiamo ucciso nessuno…
anche se la guardia che possedeva quella spada probabilmente è piuttosto
arrabbiata.»
«Ci scommetto» disse Galladon con uno sbuffo. «Allora non dobbiamo
più preoccuparci di Karata?»
«No» disse Raoden con un sorriso. «In effetti, la sua banda si unirà a
noi.»
Ci furono alcuni borbottii di sorpresa a quell’annuncio, e Raoden fece
una pausa prima di continuare. «Domani visiteremo il settore del palazzo. Lì
Karata ha qualcosa che voglio vediate tutti… qualcosa che ognuno a Elantris
dovrebbe vedere.»
«Di che si tratta, sule?» chiese Galladon.
«La prova che la fame può essere sconfitta.»

186
CAPITOLO
14

Sarene aveva tanto talento per il ricamo quanto ne aveva per la pittura. Non
che ciò le impedisse di provare: per quanto si adoperasse per diventare abile
in quelle che erano tradizionalmente considerate attività maschili, Sarene
provava un bisogno intenso di dimostrare che poteva essere femminile e
aggraziata come chiunque altro. Non era colpa sua che non fosse affatto
brava a farlo.
Sollevò il suo tombolo da ricamo. Avrebbe dovuto rappresentare una
sorellina cremisi posata su un ramo, il becco aperto nel cantare. Purtroppo
era stata lei stessa a disegnare il modello, il che voleva dire che fin dall’inizio
non era mai stato un granché. Quello, unito alla sua sorprendente incapacità
di seguire le linee, aveva prodotto qualcosa che assomigliava più a un
pomodoro spiaccicato che a un uccello.
«Molto bello, cara» disse Eshen. Solo quella regina incurabilmente
spumeggiante poteva fare un complimento del genere senza sarcasmo.
Sarene sospirò, lasciandosi cadere il tombolo in grembo e prendendo del
filo marrone per il ramo.
«Non preoccuparti, Sarene» disse Daora. «Domi dà a ciascuno diversi
livelli di talento, ma ricompensa sempre la diligenza. Continua a esercitarti e
migliorerai.»
Lo dici con tale facilità, pensò Sarene, accigliandosi dentro di sé.
Il tombolo di Daora era ricoperto da un dettagliato capolavoro di ricamata
perfezione. Aveva interi stormi di uccelli, ciascuno minuscolo eppure
intricato, che fluttuavano e roteavano tra i rami di un’imponente quercia. La
moglie di Kiin era l’incarnazione della virtù aristocratica.
Daora non camminava: scivolava, e ogni sua azione era fluida e
aggraziata. Il suo trucco era mozzafiato – le labbra rosso vivido e gli occhi
misteriosi – ma era stato applicato con magistrale finezza. In breve, era il tipo

187
di donna che di norma Sarene avrebbe odiato… se non fosse stata anche la
donna più gentile e intelligente a corte.
Dopo qualche momento di quiete, Eshen cominciò a parlare, come al
solito. La regina pareva spaventata dal silenzio, e parlava di continuo o
esortava gli altri a farlo. Le altre donne del gruppo erano liete di lasciare che
fosse lei a capo… non che qualcuno avrebbe voluto tentare di sottrarre il
controllo di una conversazione a Eshen.
Il gruppo di ricamo della regina consisteva di circa dieci donne. Sulle
prime, Sarene aveva evitato i loro incontri, concentrando invece la sua
attenzione sulla corte politica. Ma presto si era resa conto che le donne erano
importanti quanto chiunque in materia civile: pettegolezzi e oziose
chiacchiere diffondevano notizie che non potevano essere discusse in un
ambiente formale. Sarene non poteva permettersi di essere fuori dal giro;
desiderava solo non dover rivelare la sua inettitudine per prendervi parte.
«Ho sentito che lord Waren, figlio del barone della Piantagione Kie, ha
avuto una vera e propria folgorazione religiosa» disse Eshen. «Conoscevo
sua madre: una donna davvero rispettabile. Piuttosto esperta nel cucito.
L’anno prossimo, quando torneranno i maglioni, costringerò Iadon a
indossarne uno: non è appropriato che un re non sembri curarsi della moda.
Ha i capelli un po’ troppo lunghi.»
Daora tirò un punto. «Ho sentito delle voci sul giovane Waren. Mi sembra
strano che ora, dopo anni in cui è stato un devoto korathi, si sia
improvvisamente convertito a Shu-Dereth.»
«Sono praticamente la stessa religione comunque» disse Atara in tono
sbrigativo. La moglie del duca Telrii era una donna minuta – perfino per
un’Areliana – con riccioli ramati che le arrivavano fino alle spalle. Il suo
abbigliamento e i suoi gioielli erano di gran lunga i più ricchi nella stanza, un
omaggio alla stravaganza di suo marito, e gli schemi dei suoi punti erano
sempre tradizionali e privi di immaginazione.
«Non dire cose del genere quando ci sono in giro i sacerdoti» la ammonì
Seaden, la moglie del conte Ahan. Era la donna più grossa nella stanza, con la
pancia che faceva quasi il paio con quella di suo marito. «Si comportano
come se la tua anima dipenda dal chiamare Dio ‘Domi’ o ‘Jaddeth’.»
«I due hanno alcune differenze davvero impressionanti» disse Sarene,
cercando di celare il suo ricamo abborracciato dagli occhi delle compagne.
«Forse se sei un sacerdote» disse Atara con una sommessa risata
cinguettante. «Ma quelle cose non fanno poi gran differenza per noi.»

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«Ma certo» disse Sarene. «Dopotutto siamo solo donne.» Alzò lo sguardo
discretamente dal ricamo, sorridendo per la reazione suscitata dalla sua
affermazione. Forse le donne di Arelon non erano poi così sottomesse come i
loro uomini presumevano.
Il silenzio continuò solo per pochi istanti prima che Eshen parlasse di
nuovo. «Sarene, cosa fanno le donne a Teod per passare il tempo?»
Sarene sollevò un sopracciglio dalla sorpresa: non aveva mai sentito la
regina porre una domanda tanto diretta. «Cosa intendete, Vostra maestà?»
«Cosa fanno?» ripeté Eshen. «Ho sentito delle cose, capisci… come ho
sentito che a Fjorden in inverno fa così freddo che a volte gli alberi gelano ed
esplodono. Un modo semplice per fare schegge di legno, suppongo. Mi
domando se possano farlo accadere a comando.»
Sarene sorrise. «Troviamo cose da fare, Vostra maestà. Ad alcune donne
piace ricamare, anche se altre di noi trovano diverse occupazioni.»
«Per esempio?» domandò Torena, la figlia non sposata di lord Ahan…
anche se Sarene trovava ancora difficile credere che una persona dalla
corporatura così esile potesse discendere da una coppia corpulenta come
Ahan e Seaden. Di solito Torena rimaneva in silenzio durante quei raduni,
osservando i lavori con grandi occhi bruni nei quali una scintilla suggeriva
un’intelligenza nascosta.
«Be’, tanto per cominciare, le corti del re sono aperte a tutti» disse Sarene
con noncuranza. Il suo cuore esultò, però: quello era il genere di opportunità
che aveva atteso con trepidazione.
«Andate ad assistere alle udienze?» chiese Torena, la sua voce sommessa
e acuta che diventava sempre più interessata.
«Io ci vado spesso» disse Sarene. «Poi ne parlo con le mie amiche.»
«Vi battete tra voi con le spade?» chiese la corpulenta Seaden, il suo volto
entusiasta.
Sarene esitò, colta un po’ alla sprovvista. Alzò lo sguardo e scoprì che
quasi ogni testa nella stanza la stava fissando. «Cosa ti porta a chiederlo?»
«È quello che dicono delle donne di Teod, cara» disse Daora con calma,
l’unica donna che stesse ancora lavorando al suo ricamo.
«Sì» disse Seaden. «L’abbiamo sempre sentito: dicono che le donne a
Teod si uccidono a vicenda per il divertimento degli uomini.»
Sarene sollevò un sopracciglio. «Noi la chiamiamo scherma, lady Seaden.
Lo facciamo per il nostro stesso divertimento, non quello dei nostri uomini…
e di sicuro non ci uccidiamo a vicenda. Usiamo spade, ma le punte hanno in

189
cima dei pomelli, e indossiamo abiti spessi. Non ho mai sentito di nessuna
che abbia subito una ferita più grave di una storta alla caviglia.»
«Allora è vero?» mormorò la piccola Torena con stupore. «Usate
veramente delle spade.»
«Alcune di noi» disse Sarene. «Devo dire che mi piaceva, in effetti. La
scherma era il mio sport preferito.» Gli occhi delle donne brillavano con uno
spaventoso grado di sete di sangue… come gli occhi di mastini che fossero
stati rinchiusi troppo a lungo in una stanza molto piccola. Sarene aveva
sperato di inculcare una dose di interesse politico in queste donne, di
incoraggiarle a prendere un ruolo attivo nella gestione del Paese. Ma a quanto
pareva quello era un approccio troppo sottile. Avevano bisogno di qualcosa
di più diretto.
«Potrei insegnarvi, se volete» propose Sarene.
«A combattere?» chiese Atara, sbigottita.
«Ma certo» disse Sarene. «Non è così difficile. E per favore, lady Atara,
noi la chiamiamo scherma. Perfino gli uomini più comprensivi sono un po’ a
disagio quando pensano a delle donne che ‘combattono’.»
«Noi non potremmo…» cominciò Eshen.
«Perché no?» chiese Sarene.
«Il re non vede di buon occhio la scherma, cara» spiegò Daora.
«Probabilmente hai notato che nessuno dei nobili qui porta una spada.»
Sarene si accigliò. «Avevo intenzione di chiederlo.»
«Iadon lo considera troppo dozzinale» disse Eshen. «Definisce il
combattere come il lavoro dei popolani. Li ha studiati parecchio: è un buon
governante, sai, e un buon governante deve conoscere parecchie cose. Per
esempio, può dirti com’è il tempo a Svorden in qualunque momento
dell’anno. Le sue navi sono le più veloci e resistenti che ci siano.»
«Perciò nessuno degli uomini sa combattere?» domandò Sarene stupita.
«Nessuno tranne lord Eondel e forse lord Shuden.» disse Torena, con il
viso che assumeva un’espressione sognante al menzionare il nome di
Shuden. Il giovane nobiluomo dalla carnagione scura era uno dei preferiti tra
le donne di corte: le sue fattezze delicate e le sue maniere impeccabili
catturavano perfino il più incrollabile dei cuori.
«Non dimenticatevi del principe Raoden» aggiunse Atara. «Penso che si
sia fatto insegnare a combattere da Eondel solo per ripicca verso suo padre.
Faceva sempre cose del genere.»
«Be’, tanto meglio» disse Sarene. «Se nessuno degli uomini combatte, re
Iadon non può davvero obiettare al fatto che noi impariamo.»

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«Cosa intendi?» chiese Torena.
«Be’, lui dice di essere superiore a questo» spiegò Sarene. «Se è vero,
allora dovrebbe essere perfetto per noi. Dopotutto, siamo solo donne.»
Sarene sorrise in modo malizioso, un’espressione che si diffuse per molte
delle facce nella stanza.

«Ashe, dove ho messo la mia spada?» disse Sarene, in ginocchio accanto


al suo letto, cercando a tentoni sotto di esso.
«La vostra spada, mia signora?» chiese Ashe.
«Non importa. La troverò più tardi. Cos’hai scoperto?»
Ashe pulsò piano, come domandandosi in quale genere di guai lei si stava
cacciando, prima di parlare. «Temo di non avere molto da riferire, mia
signora. Elantris è un argomento molto delicato e io sono riuscito ad
apprendere pochissimo.»
«Qualunque cosa sarà d’aiuto» disse Sarene, voltandosi verso il
guardaroba. Doveva partecipare a un ricevimento quella sera.
«Be’, mia signora, molta della gente di Kae non vuole parlare della città. I
Seon di Kae non sanno molto e i Seon impazziti dentro Elantris sembrano
incapaci di pensare quanto basta per rispondere alle mie domande. Ho
perfino tentato di avvicinare gli Elantriani stessi, ma parecchi sono sembrati
spaventati da me e gli altri mi hanno solo chiesto del cibo… come se io
potessi portarglielo. Alla fine, la miglior fonte di informazioni che ho trovato
sono stati i soldati che sorvegliano le mura cittadine.»
«Ne ho sentito parlare» disse Sarene, passando in rassegna i vestiti.
«Dovrebbero essere il gruppo più scelto di combattenti di Arelon.»
«E si affrettano sempre a rimarcarlo, mia signora» disse Ashe. «Dubito
che molti di loro saprebbero cosa fare in una battaglia, anche se sembrano
molto esperti a bere e giocare a carte. Tendono a mantenere le loro uniformi
ben stirate, però.»
«Tipico di una guardia cerimoniale» disse Sarene, scegliendo tra la fila di
indumenti neri, la pelle che fremeva al pensiero di indossare un’altra di
quelle mostruosità piatte e prive di colore. Per quanto rispettasse la memoria
di Raoden, non poteva davvero indossare ancora il nero.
Ashe ballonzolò nell’aria al suo commento. «Temo, mia signora, che il
gruppo militare più ‘scelto’ di Arelon non dia al suo Paese molto lustro.
Tuttavia, sono gli esperti più informati della città riguardo Elantris.»
«E cosa avevano da dire?»

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Ashe fluttuò verso l’armadio, osservandola mentre frugava tra le sue
scelte. «Non molto. La gente ad Arelon non è propensa a parlare ai Seon
come faceva una volta. Mi ricordo a malapena di un tempo in cui la
popolazione ci amava. Ora sono… riservati, quasi spaventati.»
«Vi associano a Elantris» disse Sarene, lanciando uno sguardo bramoso
verso gli abiti che aveva portato con sé da Teod.
«Lo so, mia signora» disse Ashe. «Ma noi non abbiamo avuto nulla a che
fare con la caduta della città. Non c’è nulla da temere da un Seon. Vorrei…
Ma, be’, questo è irrilevante. Malgrado la loro reticenza, sono riuscito a
ottenere qualche informazione. Pare che gli Elantriani perdano più del loro
aspetto umano quando lo Shaod li prende. Le guardie sembrano pensare che
l’individuo dimentichi completamente chi era, diventando qualcosa di più
simile a un animale che a un uomo. E questo mi hanno detto anche i Seon
elantriani con cui ho parlato.»
Sarene rabbrividì. «Ma gli Elantriani possono parlare… alcuni ti hanno
chiesto del cibo.»
«Proprio così» disse Ashe. «Le povere anime non sembravano affatto
animali: molti di loro stavano piangendo o borbottando in qualche modo.
Sono incline a ritenere che avessero perso la testa.»
«Dunque lo Shaod è tanto mentale quanto fisico» disse Sarene facendo
congetture.
«A quanto pare, mia signora. Le guardie hanno anche parlato di diversi
despoti che governano la città. Il cibo è così prezioso che gli Elantriani
attaccano con veemenza chiunque lo porti con sé.»
Sarene si accigliò. «Come vengono nutriti gli Elantriani?»
«Non vengono nutriti, a quanto ne so.»
«Allora come vivono?» chiese Sarene.
«Non lo so, mia signora. È possibile che la città esista in uno stato
selvaggio con i forti che vivono alle spalle dei deboli.»
«Nessuna società potrebbe sopravvivere in tal modo.»
«Non credo che abbiano una società, mia signora» disse Ashe. «Sono un
gruppo di individui maledetti e miserabili che il vostro Dio pare aver
dimenticato… e il resto del Paese sta cercando con tutte le forze di seguire il
Suo esempio.»
Sarene annuì pensierosa. Poi, determinata, si tolse il vestito nero e frugò
tra gli abiti sul fondo dell’armadio. Pochi minuti dopo si presentò ad Ashe
per farsi guardare.

192
«Cosa ne pensi?» chiese, facendo una piroetta. L’abito era fatto di uno
spesso materiale dorato che era quasi metallico nella sua brillantezza. Era
ricoperto di merletto nero e aveva un alto colletto aperto, come quello di un
uomo. Il colletto era fatto di un materiale rigido, proprio come quello dei
polsini. Le maniche erano molto ampie, proprio come il corpo del vestito,
che si gonfiava verso l’esterno e continuava giù fino al pavimento,
nascondendole i piedi. Era il tipo di abito che faceva sentire una persona
regale. Perfino a una principessa serviva che le fosse ricordato, ogni tanto.
«Non è nero, mia signora» fece notare Ashe.
«Questa parte sì» obiettò Sarene, indicando la lunga cappa sulla schiena.
La cappa era effettivamente parte del vestito, intrecciata in collo e spalle in
modo talmente attento che pareva crescere dal merletto.
«Non penso che la cappa sia sufficiente a renderlo un abito da vedova,
mia signora.»
«Dovrà bastare» disse Sarene, esaminandosi allo specchio. «Se indosso
ancora uno di quei vestiti che mi ha dato Eshen, dovrai gettare me dentro
Elantris per essere impazzita.»
«Siete certa che il davanti sia… appropriato?»
«Cosa?»
«È piuttosto scollato, mia signora.»
«Ho visto molto peggio, perfino qui ad Arelon.»
«Sì, mia signora, ma quelle erano tutte donne non sposate.»
Sarene sorrise. Ashe era sempre così suscettibile… in particolare riguardo
a lei. «Devo indossarlo almeno una volta: non ne ho mai avuto la possibilità.
L’ho preso da Duladel la settimana prima di lasciare Teod.»
«Se lo dite voi, mia signora» disse Ashe, pulsando lievemente. «C’è
qualcos’altro che vorreste che cercassi di scoprire?»
«Hai visitato le segrete?»
«L’ho fatto» disse Ashe. «Sono spiacente, mia signora: non ho trovato
nessuna nicchia segreta che celasse principi mezzi morti di fame. Se Iadon ha
rinchiuso suo figlio, non è stato tanto sciocco da farlo nel suo stesso
palazzo.»
«Be’, valeva la pena dare un’occhiata» disse Sarene con un sospiro. «Non
pensavo che avresti trovato nulla; probabilmente dovremmo cercare invece
l’assassino che ha vibrato il coltello.»
«Vero» disse Ashe. «Forse potreste cercare di indurre la regina a fornirvi
delle informazioni? Se davvero il principe è stato ucciso da un intruso, lei
potrebbe sapere qualcosa.»

193
«Ho tentato, ma Eshen è… be’, non è difficile ottenere informazioni da
lei. Farla restare in argomento, però… Sinceramente, non riesco proprio a
capire come abbia fatto una donna del genere a finire sposata con Iadon.»
«Sospetto, mia signora,» disse Ashe «che l’accordo sia stato più
finanziario che sociale. Buona parte dei fondi originari per il governo di
Iadon sono venuti dal padre di Eshen.»
«Questo ha senso» disse Sarene, sorridendo lievemente e domandandosi
cosa ne pensasse ora Iadon di quell’affare. Aveva ottenuto il denaro, vero,
ma aveva finito anche per trascorrere diversi decenni ad ascoltare il
cicaleccio di Eshen. Forse era quello il motivo per cui sembrava così
esasperato dalle donne in generale.
«A ogni modo,» disse Sarene «non penso che la regina sappia nulla su
Raoden… ma continuerò a provare.»
Ashe ballonzolò. «E io cosa devo fare?»
Sarene esitò. «Be’, ho pensato allo zio Kiin di recente. Mio padre non lo
menziona più. Mi stavo domandando… sai se Kiin sia stato mai ufficialmente
diseredato?»
«Non lo so, mia signora» disse Ashe. «Deo potrebbe saperlo: lavora
molto più a contatto con vostro padre.»
«Vedi se riesci a portare alla luce qualcosa: potrebbero esserci delle voci
qui ad Arelon su quello che è accaduto. Dopotutto, Kiin è una delle persone
più influenti di Kae.»
«Sì, mia signora. Qualcos’altro?»
«Sì» decise Sarene, arricciando il naso. «Trova qualcuno per portar via
questi vestiti neri: ho deciso che non ne avrò più bisogno.»
«Certamente, mia signora» disse Ashe in tono sofferente.

Sarene guardò fuori dal finestrino della carrozza mentre si avvicinava alla
villa del duca Telrii. I rapporti dicevano che Telrii era molto prodigo con gli
inviti ai balli, e il numero di carrozze per strada quella sera pareva
confermare quell’informazione. Delle torce fiancheggiavano il vialetto e i
terreni della villa erano illuminati in modo vivido con una combinazione di
lanterne, torce e strane fiamme colorate.
«Il duca non ha badato a spese» osservò Shuden.
«Cosa sono quelle, lord Shuden?» chiese Sarene, annuendo verso una
delle fiamme vivide, che ardeva in cima a un alto palo di metallo.
«Rocce speciali importate dal Sud.»
«Rocce che bruciano? Come carbone?»

194
«Bruciano molto più velocemente del carbone» spiegò il giovane lord
jindoese. «E sono estremamente costose. Illuminare questo vialetto
dev’essere costato una fortuna a Telrii.» Shuden si accigliò. «Questo sembra
stravagante, perfino per lui.»
«Lukel ha ricordato che il duca era un po’ spendaccione» disse Sarene,
ricordando la sua conversazione nella sala del trono di Iadon.
Shuden annuì. «Ma è molto più astuto di quanto molti gli riconoscono. Il
duca spende con facilità il suo denaro, ma di solito c’è uno scopo dietro la
sua frivolezza.» Sarene poteva vedere la mente del giovane barone al lavoro
mentre la carrozza si fermava, come se cercasse di discernere l’esatta natura
del suddetto ‘scopo’.
La villa stessa brulicava di persone. Donne in vestiti sgargianti
accompagnavano uomini nei completi con le giacche dritte che costituivano
l’attuale moda maschile. Gli ospiti erano solo di poco più numerosi dei servi
biancovestiti che andavano avanti e indietro tra la folla, portando cibo e
bevande o cambiando lanterne. Shuden aiutò Sarene a scendere dalla
carrozza, poi la condusse nella sala da ballo principale con un’andatura
allenata per passare tra la gente.
«Non avete idea di quanto sia felice che vi siate offerta di venire con me»
le confidò Shuden mentre entravano nella stanza. Una banda numerosa
suonava a un’estremità della sala e le coppie piroettavano al centro della
stanza danzando oppure stavano nell’ampio margine a conversare. La stanza
era splendente di luci colorate, con le rocce viste fuori che ardevano
intensamente in cima alle aste o sulle balaustre dove erano poste. C’erano
perfino catene di minuscole candele avvolte attorno a diversi pilastri, aggeggi
che probabilmente dovevano essere riempiti ogni mezz’ora.
«Perché mai, mio signore?» chiese Sarene, fissando la scena colorata.
Anche se aveva vissuto da principessa, non aveva mai visto tanta bellezza e
opulenza. Luce, suono e colore si mischiavano in maniera inebriante.
Shuden seguì il suo sguardo, non sentendo davvero la sua domanda.
«Nessuno direbbe che questo Paese sta danzando sull’orlo della distruzione»
borbottò.
Quell’affermazione colpì come un solenne rintocco funebre. C’era un
motivo per cui Sarene non aveva mai visto tale fastosità: pur essendo
meravigliosa, era anche incredibilmente dispendiosa. Suo padre era un
governante prudente: non avrebbe mai permesso un tale sperpero.
«Ma è com’è sempre stato, giusto?» chiese Shuden. «Quelli che meno
possono permettersi la stravaganza sembrano essere i più determinati a

195
spendere ciò che gli rimane.»
«Siete un uomo saggio, lord Shuden» disse Sarene.
«No, solo un uomo che cerca di vedere il cuore delle cose» disse,
guidandola verso una galleria laterale dove potevano trovare da bere.
«Cos’era che stavate dicendo prima?»
«Cosa?» domandò Shuden. «Oh, stavo spiegando come mi salverete da
un certo disagio stasera.»
«Come mai?» domandò lei mentre Shuden le porgeva una coppa di vino.
Shuden accennò un sorriso, prendendo un sorso. «Ci sono alcune donne
che, per un motivo o per l’altro, mi considerano un… buon partito. Molte di
loro non si renderanno conto di chi siete e staranno alla larga, cercando di
valutare la nuova concorrente. Potrei addirittura avere un po’ di tempo per
divertirmi stasera.»
Sarene sollevò un sopracciglio. «È davvero tanto terribile?»
«Di solito devo cacciarle via con un bastone» replicò Shuden,
protendendo il braccio verso di lei.
«Si potrebbe pensare che non intendiate sposarvi mai, mio signore» disse
Sarene con un sorriso, accettando il braccio che le veniva offerto.
Shuden rise. «No, non è nulla del genere, mia signora. Permettetemi di
rassicurarvi. Sono piuttosto interessato al concetto… o almeno alla teoria che
si trova alla base. Ma trovare una donna in questa corte la cui cinguettante
idiozia non mi faccia rivoltare lo stomaco, questo è tutto un altro paio di
maniche. Venite. Se ho ragione, dovremmo essere in grado di trovare un
luogo molto più interessante della sala da ballo principale.»
Shuden la condusse attraverso le folle di invitati. Malgrado i suoi
commenti precedenti, fu molto cortese – perfino piacevole – nei confronti
delle donne che sbucarono dalla folla per salutarlo. Shuden conosceva
ciascuna per nome, cosa che di per sé era un’impresa di diplomazia o di
buona educazione.
Il rispetto di Sarene per Shuden crebbe mentre osservava le reazioni di
coloro che incontrava. Nessuna faccia si rabbuiava quando lui si avvicinava,
e pochi gli riservavano le occhiate altezzose che erano così comuni in quegli
ambienti cosiddetti signorili. Shuden era apprezzato, anche se era un uomo
tutt’altro che vivace. Sarene percepì che la sua popolarità non derivava dalla
sua capacità di intrattenere, ma dalla sua tonificante onestà. Quando Shuden
parlava, era sempre educato e premuroso, ma completamente franco. Le sue
origini esotiche gli davano il permesso di dire cose che altri non potevano.

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Alla fine arrivarono a una stanzetta in cima a una rampa di scale. «Eccoci
qua» disse Shuden con soddisfazione, guidandola attraverso la porta.
All’interno trovarono dei musicisti meno numerosi ma più esperti che
suonavano strumenti a corda. Le decorazioni in quella stanza erano più
sobrie, ma i servitori tenevano in mano piatti di cibo che parevano ancora più
esotici di quelli da basso. Sarene riconobbe molte delle facce della corte,
inclusa quella più importante.
«Il re» disse, notando Iadon in piedi vicino all’angolo opposto. Eshen era
al suo fianco in un esile abito verde.
Shuden annuì. «Iadon non si perderebbe un ricevimento come questo,
perfino se a darlo è lord Telrii.»
«Non vanno d’accordo?»
«Vanno molto d’accordo. È solo che sono nello stesso ramo d’affari.
Iadon gestisce una flotta mercantile: le sue navi viaggiano per il mare di
Fjorden, e così quelle di Telrii. Questo li rende concorrenti.»
«Penso comunque che sia strano che lui sia qui» disse Sarene. «Mio
padre non va mai a questo genere di ritrovi.»
«Questo perché lui è cresciuto, lady Sarene. Iadon è ancora infatuato del
suo potere e coglie qualunque opportunità per goderselo.» Shuden si guardò
attorno con occhi acuti. «Prendete questa stanza, per esempio.»
«Questa stanza?»
Shuden annuì. «Ogni volta che Iadon viene a un ricevimento, sceglie una
stanza separata da quella principale e lascia che la gente importante graviti
verso di lui. I nobili ci sono abituati. L’uomo che dà il ricevimento di solito
ingaggia una seconda banda musicale e sa di organizzare una seconda festa
più esclusiva lontano dal ballo principale. Iadon ha reso noto che non vuole
frequentare persone troppo inferiori al suo rango: questo raduno è solo per
duchi e conti molto in vista.»
«Ma voi siete un barone» puntualizzò Sarene mentre i due entravano nella
stanza.
Shuden sorrise, sorseggiando il suo vino. «Io sono un caso speciale. La
mia famiglia ha costretto Iadon a darci il nostro titolo, mentre altri hanno
ottenuto il loro rango tramite ricchezza e suppliche. Io posso prendermi certe
libertà che nessun altro barone si assumerebbe, poiché Iadon e io sappiamo
entrambi che una volta ho avuto la meglio su di lui. Di solito posso
trascorrere solo breve tempo qui nella stanza interna… un’ora al massimo.
Altrimenti metto alla prova la pazienza del re. Ovviamente, questo non vale
stasera.»

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«Perché mai?»
«Perché ho voi» disse Shuden. «Non dimenticate, lady Sarene. Il vostro
rango supera quello di chiunque altro in questa stanza tranne della coppia
reale stessa.»
Sarene annuì. Mentre era piuttosto abituata all’idea di essere importante –
dopotutto era la figlia di un re – non era abituata alla propensione degli
Areliani di far valere il rango.
«La presenza di Iadon cambia le cose» disse piano, mentre il re si
accorgeva di lei. I suoi occhi indugiarono sul suo vestito, notando che non
era nero, e il suo volto si rabbuiò.
Forse il vestito non è stata una grande idea, ammise Sarene tra sé.
Ma presto qualcos’altro catturò la sua attenzione. «Cosa ci fa lui qui?»
sussurrò nel notare una forma sgargiante che risaltava come una cicatrice
rossa nel mezzo degli invitati.
Shuden seguì i suoi occhi. «Il gyorn? Partecipa ai balli di corte fin dal
giorno in cui è arrivato qui. Si è presentato al primo senza un invito e ha
mantenuto un’aria di presunzione tale che nessuno ha osato negargli un
invito da allora.»
Hrathen parlava con un gruppetto di uomini, il pettorale e la cappa rosso
brillante in netto contrasto con i colori più chiari dei nobili. Il gyorn era più
alto di chiunque altro nella stanza almeno di una testa e i suoi spallacci si
estendevano per un piede da ciascun lato. Tutto sommato, era davvero
difficile da non notare.
Shuden sorrise. «Nonostante ciò che penso di quell’uomo, sono
impressionato dalla sua fiducia in sé stesso. Quella prima notte è
semplicemente entrato nella festa privata del re e ha cominciato a parlare con
uno dei duchi; quasi non ha rivolto nemmeno un cenno del capo al re. A
quanto pare, Hrathen considera il titolo di gyorn al pari di qualunque altro in
questa stanza.»
«I re si inchinano ai gyorn nell’Est» disse Sarene. «Praticamente
strisciano quando il Wyrn li va a visitare.»
«Ed è tutto derivato da un anziano Jindoese» osservò Shuden,
soffermandosi a riempire nuovamente di vino le loro coppe da un servitore
di passaggio. Era un’annata decisamente migliore. «Mi interessa sempre
vedere quello che voi avete fatto con gli insegnamenti di Keseg.»
«‘Voi’?» chiese Sarene. «Io sono Korathi: non accomunatemi al gyorn.»
Shuden sollevò una mano. «Mi scuso. Non intendevo essere offensivo.»

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Sarene esitò. Shuden parlava Aonico come un madrelingua e viveva ad
Arelon, perciò lei aveva presunto che fosse Korathi. Aveva frainteso. Shuden
era comunque Jindoese: la sua famiglia doveva credere in Shu-Keseg, la
religione da cui erano discese sia Korath sia Dereth. «Ma» disse lei, pensando
ad alta voce «Jindo è Derethi ora.»
Il volto di Shuden si rabbuiò un poco, fissando il gyorn. «Mi domando
cosa pensò il grande maestro quando i suoi due studenti, Korath e Dereth, se
ne andarono per predicare nelle terre a nord. Keseg insegnava l’unità. Ma
cosa intendeva? Unità di mente, come presume il mio popolo? Unità di
amore, come affermano i vostri sacerdoti? Oppure è l’unità dell’obbedienza,
come credono i Derethi? Alla fine, non mi rimane che meditare su come
l’umanità sia riuscita a complicare un concetto così semplice.»
Shuden fece una pausa, poi scosse il capo. «Comunque, sì, mia signora,
Jindo è Derethi ora. La mia gente permette al Wyrn di ritenere che Jindo sia
stata convertita perché è meglio che combattere. Molti ora stanno mettendo in
discussione quella decisione, però. Gli arteth si fanno sempre più
pretenziosi.»
Sarene annuì. «Concordo. Shu-Dereth dev’essere fermato: è una
perversione della verità.»
Shuden esitò. «Io non ho detto questo, lady Sarene. L’anima di Shu-
Keseg è accettazione. C’è spazio per tutti gli insegnamenti. I Derethi pensano
di essere nel giusto in quello che fanno.» Shuden si interruppe, guardando
Hrathen prima di continuare. «Quello, però, è pericoloso.»
«Perché lui e non altri?»
«Ho partecipato a uno dei sermoni di Hrathen» disse Shuden. «Non
predica dal suo cuore, lady Sarene, predica dalla sua mente. Cerca numeri
nelle sue conversioni, non prestando attenzione alla fede dei suoi seguaci.
Questo è pericoloso.»
Shuden passò in rassegna i compagni di Hrathen. «Anche quello mi
turba» disse, indicando un uomo i cui capelli erano così biondi da essere
quasi bianchi.
«Chi è?» chiese Sarene con interesse.
«Waren, primo figlio del barone Diolen» disse Shuden. «Non dovrebbe
essere qui in questa stanza, ma a quanto pare sta usando la sua stretta
vicinanza al gyorn come un invito. Waren un tempo era un Korathi
estremamente pio, ma afferma di aver avuto una visione di Jaddeth che gli
ordinava di convertirsi a Shu-Dereth.»

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«Le signore stavano parlando di questo prima» disse Sarene, scrutando
Waren. «Voi non gli credete?»
«Ho sempre sospettato che la religiosità di Waren fosse solo una
messinscena. È un opportunista, e la sua estrema devozione gli ha fruttato
notorietà.»
Sarene esaminò l’uomo dai capelli bianchi, preoccupata. Era molto
giovane, ma aveva il portamento di un uomo realizzato e controllato. La sua
conversione era un segno pericoloso. Quante più persone del genere Hrathen
radunava, tanto più sarebbe stato difficile da fermare.
«Non avrei dovuto aspettare così tanto» disse lei.
«Per cosa?»
«Per venire a questi ricevimenti. Hrathen ha una settimana di vantaggio su
di me.»
«Vi comportate come se fosse una contesa personale tra voi due» osservò
Shuden con un sorriso.
Sarene non prese quel commento alla leggera. «Una contesa personale
con i destini di nazioni in gioco.»
«Shuden!» esclamò una voce. «Vedo che siete senza il vostro abituale
circolo di ammiratrici.»
«Buonasera, lord Roial» disse Shuden, inchinandosi lievemente
all’avvicinarsi dell’uomo. «Sì, grazie alla mia compagnia, sono stato in grado
di evitare buona parte di tutto ciò stasera.»
«Ah, l’adorabile principessa Sarene» disse Roial, baciandole la mano. «A
quanto pare, la vostra propensione per il nero è svanita.»
«Non è mai stata così forte fin dall’inizio, mio signore» disse lei con una
riverenza.
«Posso immaginare» disse Roial con un sorriso. Poi si voltò di nuovo
verso Shuden. «Avevo sperato che non vi sareste reso conto della vostra
buona sorte, Shuden. Avrei potuto rubarvi la principessa e tenere a bada io
stesso alcune delle sanguisughe.»
Sarene fissò l’anziano con aria sorpresa.
Shuden ridacchiò. «Lord Roial è forse l’unico scapolo ad Arelon la cui
compagnia è più ricercata della mia. Non che io sia geloso. Sua signoria
distrae parte dell’attenzione da me.»
«Voi?» chiese Sarene, guardando quel gracile anziano. «Le donne
vogliono sposare voi?» Poi, ricordandosi le buone maniere, aggiunse un
tardivo ‘mio signore’, arrossendo furiosamente per la sconvenienza delle sue
parole.

200
Roial rise. «Non preoccupatevi di offendermi, giovane Sarene. Nessun
uomo della mia età è un granché da guardare. La mia cara Eoldess è morta
ormai da vent’anni e io non ho alcun figlio. La mia fortuna deve passare a
qualcuno, e ogni ragazza non sposata nel regno se ne rende conto. Dovrebbe
soltanto assecondarmi per qualche anno, seppellirmi, poi trovare un giovane
amante vigoroso che la aiuti a spendere il mio denaro.»
«Il mio signore è troppo cinico» osservò Shuden.
«Il mio signore è troppo realistico» disse Roial con uno sbuffo. «Anche
se ammetto che l’idea di costringere una di quelle giovani smorfiose a entrare
nel mio letto mi attira. So che pensano tutte che io sia troppo vecchio per far
eseguire i loro doveri di mogli, ma si sbagliano. Se avessi intenzione di
lasciare che rubassero la mia fortuna, almeno le farei lavorare per averla.»
Shuden arrossì a quel commento, ma Sarene si limitò a ridere. «Lo
sapevo. Non siete nient’altro che un vecchio sporcaccione.»
«Sono io il primo a dirlo» convenne Roial con un sorriso. Poi, guardando
verso Hrathen, continuò. «Come va il nostro amico troppo corazzato?»
«Mi infastidisce con la sua semplice, nociva presenza, mio signore»
replicò Sarene.
«Osservatelo, Sarene» disse Roial. «Ho sentito che l’improvvisa buona
sorte del nostro caro lord Telrii non è una questione di pura fortuna.»
Gli occhi di Shuden divennero sospettosi. «Il duca Telrii non ha
dichiarato alcuna fedeltà a Shu-Dereth.»
«Non apertamente, no» assentì Roial. «Ma le mie fonti dicono che c’è
qualcosa tra quei due. Una cosa è certa: di rado c’è stato un ricevimento
come questo a Kae, e non c’è nessun motivo evidente per cui il duca lo sta
tenendo. Ci si comincia a domandare cosa stia professando Telrii e perché
voglia che sappiamo quanto è ricco.»
«Un pensiero interessante, mio signore» disse Sarene.
«Sarene?» chiamò la voce di Eshen dall’altro lato della stanza. «Cara,
vuoi venire qui?»
«Oh no» disse Sarene, guardando verso la regina, che le stava facendo
cenno di avvicinarsi. «Di cosa pensate che si tratti?»
«Sono curioso di scoprirlo» disse Roial con uno scintillio negli occhi.
Sarene mostrò di essersi accorta del gesto della regina, avvicinandosi alla
coppia reale ed eseguendo una cortese riverenza. Shuden e Roial seguirono
in modo più discreto, andandosi a mettere a distanza d’udito.
Eshen sorrise mentre Sarene si avvicinava. «Cara, stavo giusto spiegando
a mio marito l’idea che abbiamo avuto stamane. Sai, quella sull’esercitarci?»

201
Eshen rivolse un cenno entusiastico col capo verso il re.
«Cos’è questa sciocchezza, Sarene?» domandò il re. «Donne che giocano
con le spade?»
«Sua maestà non vorrebbe che ingrassassimo, vero?» chiese Sarene in
tono innocente.
«No, certo che no» disse il re. «Ma potreste semplicemente mangiare di
meno.»
«Ma a me piace così tanto esercitarmi, Vostra maestà.»
Iadon trasse un respiro profondo e sofferente. «Ma non esiste qualche
altra forma di esercizio che voi donne potreste fare?»
Sarene sbatté le palpebre, cercando di suggerire che poteva essere
prossima alle lacrime. «Ma, Vostra maestà, lo faccio fin da quando ero una
bambina. Di sicuro il re non può avere nulla contro uno sciocco passatempo
femminile.»
Il re si fermò, fissandola. «Bah, fa’ quello che ti pare, donna. Non voglio
che mi rovini la serata.»
«Il re è molto saggio» disse Sarene, facendo una riverenza e
indietreggiando.
«Mi ero dimenticato di questo» le sussurrò Shuden quando Sarene si
riunì a lui. «Mantenere la recita dev’essere un fardello notevole.»
«È utile, a volte» disse Sarene. Stavano per ritirarsi quando Sarene notò
un messaggero avvicinarsi al re. Mise una mano sul braccio di Shuden,
indicando che voleva aspettare un momento in un punto da cui potesse
ancora udire Iadon. Il messaggero sussurrò qualcosa all’orecchio di Iadon e
gli occhi del re si sgranarono dalla frustrazione. «Cosa!»
L’uomo si mosse per sussurrare di nuovo e il re lo spinse all’indietro.
«Dillo e basta. Non sopporto tutto questo bisbigliare.»
«È successo proprio questa settimana, Vostra maestà» spiegò l’uomo.
Sarene si sporse più vicino.
«Che strano.» Una voce dal lieve accento all’improvviso vagò nella loro
direzione. Hrathen si trovava a poca distanza. Non li stava osservando, ma in
qualche modo stava dirigendo la sua voce verso il re… come se stesse
permettendo di proposito che le sue parole venissero udite. «Non avrei
pensato che il re discutesse importanti questioni dove gli ottusi possono
udire. Tali persone tendono a essere così confuse dagli eventi che è un
disservizio concedere loro tale opportunità.»
Molte delle persone attorno a lei non sembravano nemmeno aver sentito
il commento del gyorn. Il re, però l’aveva udito. Iadon fissò Sarene per un

202
momento, poi afferrò il suo messaggero per il braccio e uscì rapidamente
dalla stanza, lasciandosi alle spalle una sconcertata Eshen. Mentre Sarene
osservava il re andar via, gli occhi di Hrathen incontrarono i suoi e lui sorrise
lievemente prima di tornare a voltarsi verso i suoi compagni.
«Riuscite a crederci?» disse Sarene, furiosa. «L’ha fatto di proposito!»
Shuden annuì. «Spesso, mia signora, i nostri stessi inganni si rivoltano
contro di noi.»
«Il gyorn è abile» disse Roial. «È sempre un colpo magistrale quando
riesci a volgere l’apparenza di qualcuno a tuo vantaggio.»
«Ho notato spesso che, a prescindere dalla circostanza, è più utile essere
sé stessi» disse Shuden. «Più facce cerchiamo di indossare, più confuse
diventano.»
Roial annuì lievemente, sorridendo. «Vero. Noioso, forse, ma vero.»
Sarene stava ascoltando a malapena. Aveva presunto di essere l’unica a
effettuare la manipolazione; non si era mai resa conto dello svantaggio che le
dava. «Quella facciata è problematica» ammise. Poi sospirò, voltandosi di
nuovo verso Shuden. «Ma sono costretta a mantenerla, almeno con il re.
Sinceramente, però, dubito che mi avrebbe considerato in qualche altro
modo, comunque mi fossi comportata.»
«Probabilmente avete ragione» disse Shuden. «Il re è piuttosto miope
quando si tratta di donne.»
Il re tornò qualche momento più tardi, il volto cupo, il suo umore
evidentemente rovinato dalle notizie che aveva ricevuto, qualunque fossero.
Il messaggero fuggì con aria sollevata e, mentre se ne andava, Sarene notò
una nuova figura entrare nella stanza. Il duca Telrii era pomposo come al
solito in rosso vivido e oro, le sue dita punteggiate di anelli. Sarene lo
osservò attentamente, ma lui non si unì al gyorn Hrathen, né mostrò di averlo
notato. In effetti, pareva ignorare ostinatamente il sacerdote, occupandosi
invece di fare gli opportuni approcci in qualità di ospite, facendo visita a
ciascun gruppo di invitati a turno.
«Avete ragione, lord Roial» disse infine Sarene.
Roial, che stava conversando con Shuden, alzò lo sguardo. «Eh?»
«Il duca Telrii» disse Sarene, annuendo verso l’uomo. «C’è qualcosa tra
lui e il gyorn.»
«Telrii è un tipo problematico» disse Roial. «Non sono mai stato del tutto
in grado di capire le sue motivazioni. A volte, sembra che non voglia altro
che soldi con cui imbottire i suoi forzieri. Altre volte…»

203
Roial si interruppe quando Telrii, come notando che lo stavano fissando,
si voltò verso il gruppo di Sarene. Sorrise e si diresse dalla loro parte, con
Atara al suo fianco. «Lord Roial» disse con una voce melliflua, quasi
noncurante. «Benvenuto. E, Vostra altezza. Non credo che siamo stati
presentati come si deve.»
Roial fece gli onori. Sarene si profuse in una riverenza mentre Telrii
sorseggiava il suo vino e scambiava convenevoli con Roial. C’era uno
sconcertante livello di… disinvoltura in lui. Mentre pochi nobili si curavano
davvero degli argomenti di cui discutevano, parecchi avevano almeno la
decenza di apparire interessati. Telrii non faceva concessioni del genere. Il
suo tono era irriverente, anche se non a un livello tale da essere un insulto, e
il suo atteggiamento privo di interesse. Oltre all’iniziale presentazione, ignorò
completamente Sarene, evidentemente soddisfatto che lei non fosse
percettibilmente significativa.
Alla fine, il duca si allontanò e Sarene lo osservò andarsene irritata. Se
c’era una cosa che detestava era essere ignorata. Finalmente sospirò e si voltò
verso il suo compagno. «D’accordo, lord Shuden, voglio socializzare.
Hrathen ha una settimana di vantaggio, ma che Domi sia maledetto se lo
lascerò rimanere in testa.»

Era tardi. Shuden se n’era voluto andare ore prima, ma Sarene era stata
determinata a continuare, procedendo tra centinaia di persone e creandosi
contatti come una pazza. Costrinse Shuden a presentarla a chiunque lui
conoscesse, e presto i nomi e le facce erano diventati qualcosa di indistinto.
Comunque la ripetizione avrebbe portato con sé la familiarità.
Alla fine, lasciò che Shuden la riportasse a palazzo, soddisfatta per gli
eventi della giornata. Shuden la lasciò andare e le augurò stancamente
buonanotte, affermando che era lieto che fosse Ahan il prossimo ad
accompagnarla a un ricevimento. «La vostra compagnia è stata deliziosa,»
spiegò «ma non riesco a tenere il vostro passo!»
A volte Sarene trovava difficile mantenere il passo con sé stessa. Rientrò
con andatura decisamente malferma nel palazzo, così fiacca per la fatica e per
il vino che riusciva a stento a tenere gli occhi aperti.
Delle urla riecheggiarono per il corridoio.
Sarene si accigliò, svoltando un angolo e trovando delle guardie reali che
si muovevano in giro; si urlavano a vicenda e in generale si rendevano molto
fastidiosi.
«Cosa sta succedendo?» chiese lei, tenendosi il capo.

204
«Qualcuno è penetrato nel palazzo la notte scorsa» spiegò una guardia.
«Si è intrufolato passando per le stanze da letto del re.»
«Qualcuno è rimasto ferito?» chiese Sarene, tornando improvvisamente
vigile. Iadon ed Eshen avevano lasciato la festa ore prima di lei e Shuden.
«Grazie a Domi, no» disse la guardia. Poi si voltò verso due soldati.
«Portate la principessa alle sue stanze e montate la guardia alla porta» ordinò.
«Buonanotte, Vostra altezza. Non preoccupatevi, se ne sono andati ora.»
Sarene sospirò, notando le grida e il clamore delle guardie, le loro armi e
armature che sferragliavano mentre correvano ogni tanto per i corridoi.
Dubitava che sarebbe riuscita a trascorrere una buona nottata con un tale
putiferio, nonostante fosse molto stanca.

205
CAPITOLO
15

Di notte, quando tutto si fondeva in un nero uniforme, Hrathen riusciva quasi


a vedere la grandiosità di Elantris. Stagliandosi contro il cielo pieno di stelle,
gli edifici caduti si toglievano il loro manto di disperazione e diventavano
ricordi: ricordi di una città costruita con perizia e cura, una città dove ogni
pietra era un’opera d’arte funzionale; ricordi di torri che si tendevano verso il
cielo – dita che solleticavano le stelle – e cupole che si spandevano come
venerabili colline.
Ed era stata un’illusione. Sotto la grandiosità c’era stato il marcio, una
sudicia piaga ora esposta. Quanto era stato facile non vedere eresie dipinte
d’oro. Quanto era stato semplice ritenere che la forza esteriore indicasse
rettitudine interiore.
«Continua a sognare, Elantris» sussurrò Hrathen, voltandosi per
passeggiare lungo la sommità delle enormi mura che racchiudevano la città.
«Ricorda quello che eri e cerca di nascondere i tuoi peccati sotto quella
coperta di oscurità. Domani il sole sorgerà e tutto verrà rivelato di nuovo.»
«Mio signore? Avete detto qualcosa?»
Hrathen si voltò. Aveva notato a malapena la guardia che gli passava
accanto sulle mura; l’uomo aveva la lancia pesante appoggiata sulla spalla e la
sua torcia fioca era quasi estinta. «No, stavo solo sussurrando tra me.»
La guardia annuì, continuando la sua ronda. Si stavano abituando a
Hrathen che aveva visitato Elantris quasi ogni notte quella settimana,
camminando avanti e indietro per le mura perso nei suoi pensieri. Anche se
questa volta in particolare c’era uno scopo aggiuntivo dietro la sua visita,
molte notti veniva semplicemente per stare da solo e pensare. Non era certo
di cosa lo attirasse verso quella città. In parte era curiosità. Non aveva mai
ammirato Elantris nel suo potere e non riusciva a capire come qualcosa –

206
perfino una città tanto magnifica – avesse ripetutamente resistito alla potenza
di Fjorden, prima militare, poi teologica.
Provava anche una responsabilità verso le persone – o qualunque cosa
fossero – che vivevano dentro Elantris. Lui li stava usando, spacciandoli
come un nemico per unire i suoi seguaci. Si sentiva in colpa: gli Elantriani
che aveva visto non erano demoni, ma derelitti colpiti da una terribile
malattia. Meritavano pietà, non condanna. Tuttavia sarebbero diventati i suoi
demoni, poiché sapeva che questo era il modo più semplice e innocuo per
unificare Arelon. Se avesse rivoltato la popolazione contro il suo governo,
come aveva fatto a Duladel, ci sarebbe stata morte. Anche questo modo
avrebbe condotto a spargimenti di sangue, ma sperava molti di meno.
Oh, quali fardelli dobbiamo accettare nel servire il Vostro impero, lord
Jaddeth, pensò tra sé Hrathen.
Non aveva importanza che avesse agito nel nome della Chiesa o che
avesse salvato migliaia e migliaia di anime. La distruzione che Hrathen aveva
causato a Duladel raschiava contro la sua anima come una mola. La gente che
si era fidata di lui era morta e un’intera società era stata gettata nel caos.
Ma Jaddeth richiedeva sacrifici. Cos’era la coscienza di un uomo
paragonata alla gloria del Suo dominio? Cos’era un po’ di colpa quando una
nazione adesso era unificata sotto l’occhio attento di Jaddeth? Hrathen
avrebbe sempre portato le cicatrici di quello che aveva fatto, ma era meglio
che un uomo solo soffrisse piuttosto che un’intera nazione perseverasse
nell’eresia.
Hrathen voltò le spalle a Elantris, guardando invece verso le luci
scintillanti di Kae. Jaddeth gli aveva dato un’altra opportunità. Stavolta
avrebbe fatto le cose in maniera differente. Non ci sarebbe stata nessuna
pericolosa rivoluzione, nessun bagno di sangue causato da una classe che si
rivoltava contro un’altra. Hrathen avrebbe applicato pressione con cautela
finché Iadon non si fosse fatto da parte e un uomo più accomodante non
avesse preso il suo posto. L’aristocrazia di Arelon si sarebbe convertita
facilmente, allora. Gli unici che avrebbero davvero sofferto, i capri espiatori
in questa strategia, erano gli Elantriani.
Era un buon piano. Hrathen era certo di poter schiacciare la monarchia
areliana senza grande sforzo, dal momento che era già debole e incrinata. La
gente di Arelon era così oppressa che lui avrebbe potuto costituire un nuovo
governo rapidamente, prima ancora che ricevesse notizia della caduta di
Iadon. Nessuna rivoluzione. Tutto sarebbe stato pulito.

207
A meno che lui non avesse commesso un errore. Aveva visitato le fattorie
e le città attorno a Kae; sapeva che la gente non poteva più piegarsi sotto il
giogo, tanto era stremata. Se avesse dato loro l’opportunità, si sarebbero
rivoltati e avrebbero massacrato l’intera classe nobiliare. Quella possibilità lo
rendeva nervoso… soprattutto perché sapeva che, se si fosse realizzata, lui
l’avrebbe sfruttata. Il gyorn logico dentro di lui avrebbe cavalcato la
distruzione come se fosse uno stallone purosangue, usandola per trasformare
un’intera nazione in seguaci derethi.
Hrathen sospirò, voltandosi e continuando la passeggiata. Il
camminamento delle mura lì era mantenuto pulito dalle guardie, ma se si
fosse avventurato troppo oltre, avrebbe raggiunto un posto coperto da una
sporcizia scura e oleosa. Non era certo di cosa l’avesse causata, ma pareva
rivestire completamente il muro, una volta che ci si allontanava dalla zona del
cancello centrale.
Prima di raggiungere il sudiciume, però, notò il gruppo di uomini in piedi
lungo il camminamento. Portavano dei mantelli, anche se la notte non era
tanto fredda da richiederlo. Forse pensavano che quegli indumenti li
rendessero ordinari. Comunque, se era quella la loro intenzione, forse il duca
Telrii avrebbe dovuto scegliere di indossare qualcosa di diverso da un ricco
mantello lavanda decorato con un ricamo argento.
Hrathen scosse il capo per quel materialismo. Con che uomini dobbiamo
lavorare per realizzare gli obiettivi di Jaddeth…
Il duca Telrii non abbassò il cappuccio, né si inchinò nel modo
opportuno quando Hrathen si avvicinò… anche se, naturalmente, Hrathen
non si era davvero aspettato che facesse nessuna delle due cose. Il duca però
fece un cenno col capo alle sue guardie, che indietreggiarono per lasciar loro
un po’ di riservatezza. Hrathen si avvicinò per mettersi accanto al duca Telrii,
appoggiandosi contro il parapetto delle mura e volgendo lo sguardo verso la
città di Kae. Le luci scintillavano; in città abitavano così tante persone ricche
che olio di lampada e candele abbondavano. Hrathen aveva visitato alcune
grandi città che diventavano buie quanto Elantris quando calava la notte.
«Non avete intenzione di domandare perché abbia voluto incontrarmi con
voi?» chiese Telrii.
«Avete dei ripensamenti sul nostro piano» disse Hrathen semplicemente.
Telrii esitò, all’apparenza sorpreso che Hrathen fosse stato così lesto a
comprenderlo. «Sì, bene. Se lo sapete già, forse anche voi avete dei
ripensamenti.»

208
«Niente affatto» disse Hrathen. «È stato il vostro atteggiamento – il modo
furtivo con cui avete voluto quest’incontro – a tradirvi.»
Telrii si accigliò. Era un uomo abituato a dominare qualunque
conversazione. Era quello il motivo per cui stava tentennando? Hrathen
l’aveva offeso? No, esaminando gli occhi di Telrii, Hrathen poteva capire che
non si trattava di quello. Telrii sulle prime era stato impaziente di stipulare il
patto con Fjorden, e di sicuro sembrava soddisfatto di aver dato il
ricevimento quella sera. Cos’era cambiato?
Non posso permettermi di perdere questa opportunità, pensò Hrathen.
Se solo avesse avuto più tempo. Restavano meno di ottanta giorni alla sua
scadenza di tre mesi. Se gli fosse stato dato un anno, avrebbe potuto lavorare
con più delicatezza e precisione. Purtroppo non disponeva di un tale lusso e
un attacco diretto usando Telrii era la sua migliore opzione per un
cambiamento indolore al comando.
«Perché non mi dite cosa vi turba?» chiese Hrathen.
«Sì, ebbene» rispose Telrii con cautela. «È solo che non sono certo di
voler lavorare con Fjorden.»
Hrathen sollevò un sopracciglio. «Non avevate quest’incertezza prima.»
Telrii squadrò Hrathen da sotto il suo cappuccio. Alla fioca luce della
luna, la sua voglia sembrava semplicemente un prolungamento delle ombre e
dava alle sue fattezze un aspetto sinistro… o almeno lo avrebbe fatto se il suo
costume stravagante non avesse rovinato l’effetto.
Telrii si limitò ad accigliarsi. «Ho udito alcune cose interessanti al
ricevimento stasera, gyorn. Siete stato davvero voi a essere assegnato a
Duladel prima del suo tracollo?»
Ah, dunque è di questo che si tratta, pensò Hrathen. «Ero lì.»
«E adesso siete qui» disse Telrii. «Vi domandate perché un nobile venga
messo a disagio da quelle notizie? L’intera classe repubblicana, quella che a
Duladel deteneva il potere, è stata massacrata in quella rivoluzione! E le mie
fonti affermano che voi avete avuto parecchio a che fare con tutto ciò.»
Forse quell’uomo non era sciocco quanto Hrathen pensava. Quella di
Telrii era una preoccupazione valida; Hrathen avrebbe dovuto parlare con
delicatezza. Annuì verso le guardie di Telrii, che erano in piedi a poca
distanza lungo il camminamento. «Dove avete preso quei soldati, mio
signore?»
Telrii esitò. «E questo cos’ha a che fare col resto?»
«Assecondatemi» disse Hrathen.

209
Telrii si voltò, lanciando un’occhiata ai soldati. «Li ho reclutati dalla
Guardia Cittadina di Elantris. Li ho ingaggiati perché fossero le mie guardie
del corpo.»
Hrathen annuì. «E quante guardie del genere avete al vostro servizio?»
«Quindici» disse Telrii.
«Come giudichereste le loro capacità?»
Telrii scrollò le spalle. «Piuttosto buone, suppongo. Non li ho mai visti
combattere.»
«Questo probabilmente perché non hanno mai combattuto» disse
Hrathen. «Nessuno dei soldati qui ad Arelon ha mai visto una battaglia.»
«A cosa volete arrivare, gyorn?» chiese Telrii irritato.
Hrathen si voltò, annuendo verso la postazione della Guardia Cittadina di
Elantris, illuminata in lontananza da torce ai piedi delle mura. «La Guardia
ammonta a… quanto… cinquecento unità? Forse settecento? Se includiamo
le forze di polizia locali e le guardie personali come le vostre, ci sono forse
un migliaio di soldati nella città di Kae. Aggiunti alla legione di lord Eondel,
avete ancora molto meno di millecinquecento soldati professionisti nelle
vicinanze.»
«E?» chiese Telrii.
Hrathen si voltò. «Pensate davvero che il Wyrn abbia bisogno di una
rivoluzione per prendere il controllo di Arelon?»
«Il Wyrn non ha un esercito» disse Telrii. «Fjorden dispone solo di una
minima forza di difesa.»
«Non ho parlato di Fjorden» disse Hrathen. «Ho parlato del Wyrn.
Reggente di tutta la Creazione, capo di Shu-Dereth. Suvvia, lord Telrii, siamo
franchi. Quanti soldati ci sono a Hrovell? A Jaador? A Svorden? Nelle altre
nazioni dell’Est? Queste sono persone che si sono votate a Derethi. Non
pensate che si solleverebbero a un ordine del Wyrn?»
Telrii esitò.
Hrathen annuì nel vedere la comprensione crescere negli occhi del duca.
L’uomo non capiva nemmeno la metà dell’intera situazione. La verità era che
il Wyrn non aveva nemmeno bisogno di un esercito di stranieri per
conquistare Arelon. Pochi al di fuori dell’alto clero comprendevano la
seconda, più potente forza che il Wyrn aveva a sua disposizione: i monasteri.
Per secoli, il clero derethi aveva addestrato i suoi monaci nella guerra,
nell’assassinio e in… altre arti. Le difese di Arelon erano così deboli che i
componenti di un singolo monastero probabilmente sarebbero stati in grado
di conquistare il Paese.

210
Hrathen rabbrividì al pensiero dei… monaci addestrati all’interno del
Monastero Dakhor che ottenevano accesso all’inerme Arelon. Abbassò lo
sguardo verso il proprio braccio, verso il punto dove – sotto la sua armatura
di piastre – portava i segni del suo tempo lì. Quelle non erano cose che
potevano essere spiegate a Telrii, però.
«Mio signore,» disse Hrathen con franchezza «mi trovo qui ad Arelon
perché il Wyrn vuole concedere alla gente un’opportunità di conversione
pacifica. Se volesse schiacciare il Paese, potrebbe farlo. Invece ha mandato
me. La mia unica intenzione è trovare un modo per convertire la popolazione
di Arelon.»
Telrii annuì lentamente.
«Il primo passo per convertire questo Paese» disse Hrathen «è assicurarsi
che il governo sia favorevole alla causa derethi. Questo richiederebbe un
cambiamento al vertice… richiederebbe mettere un nuovo sovrano sul
trono.»
«Ho la vostra parola, allora?» disse Telrii.
«Avrete il trono» disse Hrathen.
Telrii annuì: evidentemente era questo che stava aspettando. Prima le
promesse di Hrathen erano state vaghe, ma ora lui non poteva più permettersi
di non impegnarsi. Le sue promesse davano a Telrii una prova verbale che
Hrathen stava cercando di destabilizzare il trono… un rischio calcolato, ma
Hrathen era molto bravo in tali calcoli.
«Ci saranno quelli che si opporranno a voi» lo avvisò Telrii.
«Per esempio?»
«La donna, Sarene» disse Telrii. «La sua presunta stoltezza è una recita
evidente. I miei informatori riferiscono che ha assunto un malsano interesse
per le vostre attività, e stava chiedendo di voi al mio ricevimento stasera.»
L’astuzia di Telrii sorprese Hrathen. L’uomo sembrava così pretenzioso,
così sfacciato… eppure in lui c’era evidentemente una certa dose di
competenza. Quello poteva essere un vantaggio o uno svantaggio.
«Non preoccupatevi della ragazza» disse Hrathen. «Limitatevi a prendere
il denaro che abbiamo fornito e ad aspettare. La vostra opportunità arriverà
presto. Avete sentito le notizie che il re ha ricevuto stasera?»
Telrii esitò, poi annuì.
«Le cose stanno procedendo come promesso» disse Hrathen. «Ora
dobbiamo solo essere pazienti.»
«Molto bene» disse Telrii. Aveva ancora le sue riserve, ma era evidente
che la logica di Hrathen – unita all’esplicita promessa del trono – era stata

211
sufficiente a convincerlo. Il duca annuì a Hrathen con insolito rispetto. Poi
fece cenno alle sue guardie, accingendosi ad allontanarsi.
«Duca Telrii» disse Hrathen, pensando all’improvviso una cosa.
Telrii si soffermò e si voltò.
«I vostri soldati hanno ancora amici nella Guardia Cittadina di Elantris?»
chiese Hrathen.
Telrii scrollò le spalle. «Suppongo di sì.»
«Raddoppiate la paga dei vostri uomini» disse Hrathen, troppo piano
perché le guardie del corpo di Telrii potessero udire. «Parlate loro bene della
Guardia Cittadina di Elantris e date loro del tempo libero da passare con i
loro ex commilitoni. Potrebbe essere… positivo per il vostro futuro che tra la
Guardia si sappia che siete un uomo che ricompensa coloro che gli mostrano
fedeltà.»
«Fornirete voi i fondi per pagare il supplemento ai miei uomini?»
domandò Telrii con cautela.
Hrathen roteò gli occhi. «D’accordo.»
Telrii annuì, poi si allontanò per unirsi alle sue guardie.
Hrathen si voltò, appoggiandosi contro il muro, tornando a guardare Kae.
Avrebbe dovuto aspettare un poco prima di tornare alle scale e scendere.
Telrii era ancora preoccupato dal proclamare la propria fedeltà a Shu-Dereth
e non aveva voluto essere visto incontrarsi apertamente con Hrathen. L’uomo
era estremamente preoccupato, ma forse era meglio che al momento
apparisse un conservatore sul piano religioso.
Hrathen era turbato dal fatto che Telrii avesse menzionato Sarene. Per
qualche motivo, l’impertinente principessa teodeti aveva deciso di opporsi a
Hrathen anche se lui non le aveva dato nessuna esplicita ragione per farlo.
Era ironico, in un certo senso; lei non lo sapeva, ma Hrathen era il suo
maggior alleato, non il suo acerrimo nemico. Quel popolo si sarebbe
convertito, in un modo o nell’altro. O avrebbe risposto alle compassionevoli
esortazioni di Hrathen, oppure sarebbe stato schiacciato sotto gli eserciti di
Fjorden.
Hrathen dubitava che sarebbe mai stato in grado di convincerla di quella
verità. Vedeva la sfiducia nei suoi occhi: lei avrebbe presunto
immediatamente che qualunque cosa lui dicesse fosse una menzogna. Sarene
lo odiava con il disprezzo irrazionale di una persona che sapeva a livello
inconscio che la propria fede era inferiore. Gli insegnamenti korathi si erano
indeboliti in ogni grande nazione dell’Est, proprio come avrebbero fatto ad
Arelon e Teod. Shu-Korath era troppo debole: mancava di virilità. Shu-

212
Dereth era forte e potente. Come due piante che competevano per lo stesso
terreno, Shu-Dereth avrebbe strangolato Shu-Korath.
Hrathen scosse il capo, attese un adeguato periodo di tempo, infine si
voltò per dirigersi di nuovo lungo le mura verso le scale che scendevano a
Kae. Mentre arrivava, udì un tonfo riecheggiare dal basso e rimase immobile
dalla sorpresa. Sembrava come se i cancelli cittadini fossero appena stati
chiusi.
«Cos’era quello?» chiese Hrathen, avvicinando diverse guardie che
stavano in un anello formato dalla sfavillante luce delle torce.
Le guardie scrollarono le spalle, anche se una indicò due forme che
attraversavano il cortile buio sottostante. «Devono aver preso qualcuno che
stava cercando di scappare.»
Hrathen corrugò la fronte. «Accade spesso?»
La guardia scosse il capo. «Molti di loro sono troppo stupidi per cercare
di scappare. Ogni tanto, uno cerca di sgattaiolare via. Ma li prendiamo
sempre.»
«Grazie» disse Hrathen, lasciandosi alle spalle le guardie mentre iniziava
la lunga discesa verso la città sottostante. Ai piedi delle scale trovò il corpo di
guardia principale. Il capitano era dentro, i suoi occhi assonnati come se si
fosse appena svegliato.
«Problemi, capitano?» chiese Hrathen.
Il capitano si voltò dalla sorpresa. «Oh, siete voi, gyorn. No, nessun
problema. Solo uno dei miei tenenti che ha fatto qualcosa che non avrebbe
dovuto.»
«Lasciar rientrare alcuni Elantriani nella città?» domandò Hrathen.
Il capitano si accigliò, ma annuì. Hrathen aveva incontrato quell’uomo
diverse volte, e a ogni incontro aveva incoraggiato la cupidigia del capitano
con qualche moneta. Quell’uomo era quasi suo.
«La prossima volta, capitano,» disse Hrathen, allungando una mano alla
sua cintura e tirando fuori un borsellino «posso fornirvi un’alternativa.»
Gli occhi del capitano scintillarono mentre Hrathen iniziava a tirar fuori
dal borsellino dei wyrning d’oro, con impressa la testa del Wyrn Wulfden.
«È da tempo che voglio studiare da vicino uno di questi Elantriani, per
motivi teologici» spiegò Hrathen, posando sul tavolo una pila di monete.
«Apprezzerei se il prossimo Elantriano catturato facesse una deviazione per la
mia cappella prima di essere gettato di nuovo dentro la città.»
«Questo probabilmente si può organizzare, mio signore» disse il capitano,
facendo scivolare le monete giù dal tavolo con mano impaziente.

213
«Nessuno dovrà saperlo, naturalmente» disse Hrathen.
«Ma certo, mio signore.»

214
CAPITOLO
16

Raoden una volta aveva cercato di liberare Ien. Era un ragazzino allora, dalla
mente semplice e dalle intenzioni pure. Uno dei suoi tutori gli aveva parlato
della schiavitù e in qualche modo lui s’era messo in testa che i Seon
venivano trattenuti contro la loro volontà. Quel giorno era andato da Ien in
lacrime, pretendendo che il Seon accettasse la sua libertà.
«Ma io sono libero, padroncino» aveva risposto Ien al bambino che
piangeva.
«No, non lo sei» aveva obiettato Raoden. «Sei uno schiavo: fai
qualunque cosa la gente ti dice.»
«Lo faccio perché lo voglio, Raoden.»
«Perché? Non vuoi essere libero?»
«Io voglio servire, padroncino» aveva spiegato Ien, pulsando in modo
rassicurato. «La mia libertà è essere qui, con voi.»
«Non capisco.»
«Voi guardate alle cose come un uomo, padroncino» aveva detto Ien con
la sua voce saggia e indulgente. «Vedete rango e distinzione; cercate di
ordinare il mondo in modo tale che ogni cosa abbia un posto o sopra o sotto
di voi. Per un Seon, non c’è sopra o sotto, ci sono solo coloro che amiamo. E
noi serviamo coloro che amiamo.»
«Ma non venite nemmeno pagati!» era stata la risposta indignata di
Raoden.
«Ma io vengo pagato, padroncino. Il mio pagamento è l’orgoglio di un
padre e l’amore di una madre. I miei salari provengono dalla soddisfazione di
vedervi crescere.»
Erano passati molti anni prima che Raoden capisse quelle parole, ma
erano sempre rimaste nella sua mente. Mentre cresceva e imparava,
ascoltando innumerevoli sermoni korathi sul potere unificante dell’amore,

215
Raoden era giunto a vedere i Seon sotto una nuova luce. Non come servitori
o nemmeno come amici, ma come qualcosa di molto più profondo e potente.
Era come se i Seon fossero un’espressione di Domi stesso, riflessi dell’amore
di Dio per il suo popolo. Tramite il loro servizio, erano molto più vicini al
cielo di quanto i loro presunti padroni avrebbero mai potuto credere.
«Sei finalmente libero, amico mio» disse Raoden con un debole sorriso
mentre osservava Ien fluttuare e ballonzolare. Ancora non era stato in grado
di ottenere nemmeno un guizzo di riconoscimento dal Seon, anche se Ien
pareva restare più o meno in prossimità di Raoden. Qualunque cosa avesse
fatto lo Sheod a Ien, gli aveva portato via più della semplice voce. Gli aveva
spezzato la mente.
«Penso di sapere cos’ha che non va» disse Raoden a Galladon, che
sedeva all’ombra a poca distanza. Erano su un tetto a pochi edifici dalla
cappella, allontanati dal loro abituale luogo di studio da un Kahar che non
aveva smesso di scusarsi. L’anziano non aveva fatto che pulire furiosamente
da quando era arrivato, ed era finalmente giunto il momento per l’ultima
lucidatura. Quella mattina presto, in modo contrito ma insistente, li aveva
cacciati tutti fuori così da poter terminare.
Galladon alzò lo sguardo dal suo libro. «Chi? Il Seon?»
Raoden annuì, disteso prono vicino al limitare di quello che un tempo era
il muretto di un giardino, ancora osservando Ien. «Il suo Aon non è
completo.»
«Ien» disse Galladon pensieroso. «Vuol dire guarigione. Kolo?»
«Esatto. Però il suo Aon non è più completo: ci sono minuscole
interruzioni nelle linee e chiazze di debolezza nel colore.»
Galladon grugnì, ma non disse altro; non era interessato agli Aon o ai
Seon quanto Raoden. Raoden osservò Ien per qualche altro momento prima
di tornare al suo studio del libro dell’AonDor. Non andò molto avanti, però,
poiché Galladon tirò fuori un proprio argomento.
«Cos’è che ti manca di più, sule?» chiese il Dula in tono contemplativo.
«Che mi manca di più? Dell’esterno?»
«Kolo» disse Galladon. «Se potessi portare una cosa qui a Elantris, cosa
sceglieresti?»
«Non lo so» disse Raoden. «Ci dovrei pensare. E tu?»
«Casa mia» disse Galladon in tono nostalgico. «L’ho costruita con le mie
mani, sule. Ho abbattuto ogni albero, lavorato ogni asse e martellato ogni
chiodo. Era bellissima: nessuna villa o palazzo può competere con il lavoro
delle proprie mani.»

216
Raoden annuì, immaginandosi la casetta nella sua mente. Cosa gli
mancava maggiormente di quello che aveva posseduto? Era stato il figlio di
un re, perciò aveva avuto molte cose. La risposta che gli venne in mente,
però, lo sorprese.
«Lettere» disse. «Porterei una pila di lettere.»
«Lettere, sule?» Evidentemente non era la risposta che si era aspettato.
«Da parte di chi?»
«Una ragazza.»
Galladon rise. «Una donna, sule? Non avevo mai immaginato che fossi
un tipo romantico.»
«Solo perché non mi struggo drammaticamente come un personaggio di
uno dei tuoi romanzetti amorosi duladiani, non significa che non pensi a
certe cose.»
Galladon sollevò le mani come per difendersi. «Non mi diventare
DeluseDoo, sule. Sono solo sorpreso. Chi era questa ragazza?»
«Stavo per sposarla» spiegò Raoden.
«Doveva essere una gran donna.»
«Ne sono certo» concordò Raoden. «Vorrei averla potuta incontrare.»
«Non l’hai mai incontrata?»
Raoden scosse il capo. «Da cui le lettere, amico mio. Lei viveva a Teod:
era la figlia del re, in effetti. Iniziò a inviarmi lettere circa un anno fa. Era una
scrittrice favolosa, le sue parole intrecciate con una tale arguzia che non potei
fare a meno di rispondere. Continuammo a scriverci per quasi cinque mesi;
poi lei mi propose di sposarla.»
«Lei lo ha proposto a te?» chiese Galladon.
«In modo sfacciato» disse Raoden con un sorriso. «Ovviamente c’era una
motivazione politica. Sarene voleva un’unione solida fra Teod e Arelon.»
«E tu hai accettato?»
«Era una buona opportunità» spiegò Raoden. «Fin dal Reod, Teod ha
mantenuto le proprie distanze da Arelon. Inoltre, quelle lettere erano
inebrianti. Quest’ultimo anno è stato… difficile. Mio padre sembra
determinato a portare Arelon alla rovina, e non è un uomo che tollera il
dissenso con pazienza. Ma, ogni volta che pareva che i miei fardelli fossero
troppo pesanti, ricevevo una lettera da Sarene. Anche lei aveva un Seon, e
dopo che il fidanzamento fu formalizzato, cominciammo a parlare con
regolarità. Lei chiamava di sera e la sua voce giungeva da Ien ad ammaliarmi.
A volte lasciavamo il collegamento aperto per ore.»

217
«Cosa avevi detto sul non struggerti come un personaggio di un
romanzetto d’amore?» disse Galladon con un sorriso.
Raoden sbuffò, voltandosi di nuovo verso il suo libro. «È la risposta che
volevi. Se potessi avere qualunque cosa, vorrei quelle lettere. Ero davvero
eccitato per il matrimonio anche se l’unione era soltanto una reazione
all’invasione derethi di Duladel.»
Ci fu silenzio.
«Cos’è che hai appena detto, Raoden?» chiese infine Galladon a voce
bassa.
«Cosa? Oh, sulle lettere?»
«No. Su Duladel.»
Raoden indugiò. Galladon aveva affermato di essere entrato a Elantris
‘pochi mesi fa’, ma era noto che i Dula tendevano a minimizzare. La
repubblica duladiana era caduta poco più di sei mesi prima…
«Presumevo lo sapessi» disse Raoden.
«Cosa, sule?» domandò Galladon. «Presumevi che io sapessi cosa?»
«Sono spiacente, Galladon» disse Raoden in tono solidale, voltandosi e
mettendosi a sedere dritto. «La repubblica duladiana è caduta.»
«No» mormorò Galladon, gli occhi sgranati.
Raoden annuì. «C’è stata una rivoluzione come quella ad Arelon dieci
anni fa, ma ancora più violenta. La classe repubblicana è stata completamente
distrutta ed è stata istituita una monarchia.»
«Impossibile… La repubblica era solida. Ci credevamo tutti con forza.»
«Le cose cambiano, amico mio» disse Raoden, alzandosi in piedi e
avvicinandosi a Galladon per mettergli una mano sulla spalla.
«Non la repubblica, sule» disse Galladon, i suoi occhi fuori fuoco. «Tutti
noi sceglievamo chi governava, sule. Perché rivoltarci contro questo?»
Raoden scosse il capo. «Non so: non sono filtrate molte informazioni. È
stato un periodo caotico a Duladel, ragion per cui i sacerdoti fjordell sono
stati in grado di intromettersi e prendere il potere.»
Galladon alzò lo sguardo. «Questo significa che Arelon è nei guai. Noi
eravamo sempre lì a tenere i Derethi lontano dai vostri confini.»
«Me ne rendo conto.»
«Cos’è successo a Jesker?» chiese. «La mia religione… cosa le è
successo?»
Raoden si limitò a scuotere il capo.
«Tu devi sapere qualcosa!»

218
«Shu-Dereth è la religione di stato a Duladel ora» disse Raoden piano.
«Sono spiacente.»
Galladon si rabbuiò. «Allora è scomparsa.»
«Ci sono ancora i Misteri» lo informò Raoden debolmente.
Galladon si accigliò, i suoi occhi duri. «I Misteri non sono la stessa cosa
di Jesker, sule. Sono un insulto a tutto ciò che è sacro. Una perversione. Solo
i forestieri – quelli senza alcuna vera comprensione del Dor – praticano i
Misteri.»
Raoden lasciò la mano sulla spalla dell’uomo sofferente, incerto su come
confortarlo. «Pensavo lo sapessi» disse di nuovo, sentendosi inerme.
Galladon si limitò a mugugnare, gli occhi tetri fissi in uno sguardo
assente.

Raoden lasciò Galladon sul tetto: il grosso Dula voleva restare da solo
con il suo dolore. Incerto su cos’altro fare, Raoden tornò alla cappella,
distratto dai suoi pensieri. Non rimase distratto a lungo.
«Kahar, è bellissimo» esclamò Raoden, guardandosi attorno meravigliato.
Il vecchio alzò lo sguardo dall’angolo che aveva pulito per ultimo. C’era
un’espressione di profondo orgoglio sulla sua faccia. La cappella era priva di
melma; tutto quello che rimaneva era marmo pulito color grigio biancastro.
Luce solare si riversava dalle finestre a ovest, riflettendosi sul pavimento
lucente e illuminando l’intera cappella con una brillantezza quasi divina.
Bassorilievi coprivano quasi ogni superficie. Profonde solo mezzo pollice, le
sculture minuziose erano state perdute nella melma. Raoden fece scorrere le
dita lungo uno dei piccoli capolavori, le espressioni sulle facce della gente
così particolareggiate da essere realistiche.
«Sono stupefacenti» sussurrò.
«Non sapevo nemmeno che fossero lì, mio signore» disse Kahar,
andando a mettersi con andatura zoppicante accanto a Raoden. «Non li ho
visti finché non ho cominciato a pulire, e poi sono rimasti perduti nelle
ombre finché non ho finito col pavimento. Il marmo è così liscio che
potrebbe essere uno specchio e le finestre sono posizionate proprio per
ricevere la luce.»
«E i bassorilievi corrono attorno a tutta la stanza?»
«Sì, mio signore. In realtà, questo non è l’unico edificio ad averli. Di
tanto in tanto potete imbattervi in un pezzo di mobilio con degli intagli.
Probabilmente erano comuni a Elantris prima del Reod.»
Raoden annuì. «Era la città degli dèi, Kahar.»

219
L’anziano sorrise. Le sue mani erano nere di sudiciume e dalla fusciacca
pendeva una mezza dozzina di stracci laceri. Ma era felice.
«Adesso cosa, mio signore?» chiese con entusiasmo.
Raoden indugiò, pensando rapidamente. Kahar aveva assalito il
sudiciume della cappella con la stessa sacra indignazione che un sacerdote
usava per distruggere il peccato. Per la prima volta da mesi, forse anni, Kahar
era stato indispensabile.
«La nostra gente ha cominciato a vivere negli edifici vicini, Kahar» disse
Raoden. «A cosa servirà tutta la tua pulizia qui se trascinano dentro melma
ogni volta che ci incontriamo?»
Kahar annuì pensieroso. «L’acciottolato è un problema» borbottò.
«Questo è un grosso progetto, mio signore.» I suoi occhi, però, non erano
scoraggiati.
«Lo so» convenne Raoden. «Ma è un piano urgentissimo. Una persona
che vive nella sporcizia si sentirà come sporcizia: per poterci elevare sopra le
opinioni di noi stessi, avremo bisogno di essere puliti. Puoi farlo?»
«Sì, mio signore.»
«Bene. Ti assegnerò alcuni lavoratori per accelerare le cose.» La banda di
Raoden era cresciuta a dismisura nel corso degli ultimi giorni man mano che
la gente di Elantris aveva sentito dell’unione di Karata con lui. Molti degli
anonimi Elantriani che vagavano da soli per le strade simili a spettri avevano
cominciato a farsi strada fino alla banda di Raoden, cercando compagnia
come un ultimo, disperato tentativo di evitare la follia.
Kahar si voltò per andarsene, ma prima la sua faccia rugosa guardò in
giro per la cappella un’ultima volta, ammirandola con soddisfazione.
«Kahar» chiamò Raoden.
«Sì, mio signore?»
«Sai di cosa si tratta? Il segreto, intendo?»
Kahar sorrise. «Non sono affamato da giorni, mio signore. È la
sensazione più stupefacente al mondo… ormai non sento neanche più il
dolore.»
Raoden annuì e Kahar se ne andò. L’uomo era venuto cercando una
soluzione magica per i suoi patimenti, ma aveva trovato una risposta molto
più semplice. Il dolore perdeva il suo potere quando altre cose diventavano
più importanti. A Kahar non serviva una pozione o un Aon per salvarlo: gli
serviva solo qualcosa da fare.
Raoden camminò per la stanza scintillante, ammirando le diverse sculture.
Però si fermò quando raggiunse la fine di un particolare bassorilievo. La

220
pietra era spoglia per un breve pezzo, la superficie bianca lucidata dalla mano
attenta di Kahar. In effetti, era così pulita che Raoden poteva vedere il suo
riflesso.
Era stupito. La faccia che lo fissava dal marmo gli era sconosciuta. Si era
domandato perché così poche persone lo riconoscessero; era stato principe di
Arelon, il suo volto noto perfino in molte delle piantagioni esterne. Aveva
presunto che gli Elantriani semplicemente non si aspettassero di trovare un
principe a Elantris, perciò non pensavano di associare ‘Spirito’ con Raoden.
Comunque, ora che vedeva i cambiamenti sul suo volto, si rese conto che
c’era un altro motivo per cui la gente non lo riconosceva.
C’erano accenni nelle sue fattezze, indizi di ciò che era stato. I
cambiamenti, però, erano drastici. Erano passate solo due settimane, ma gli
erano già caduti quasi tutti i capelli. Aveva le solite macchie di Elantris sulla
pelle, ma perfino le parti che erano state di carnagione normale poche
settimane prima erano diventate di un grigio piatto. La sua pelle si stava
raggrinzendo lievemente, in particolare attorno alle labbra, e gli occhi stavano
iniziando ad assumere un’espressione infossata.
Una volta, prima della sua stessa trasformazione, si era figurato gli
Elantriani come cadaveri viventi, la loro carne marcia e lacera. Non era
quello il caso; gli Elantriani mantenevano la loro carne e buona parte della
loro figura, anche se la pelle si scuriva e raggrinziva. Erano più gusci avvizziti
che cadaveri in decomposizione. Eppure, perfino se la trasformazione non
era così drastica come una volta aveva ritenuto, era comunque un trauma
vederla su sé stesso.
«Siamo un popolo misero, vero?» chiese Galladon dalla porta.
Raoden alzò lo sguardo, sorridendo con aria incoraggiante. «Non siamo
poi così male, amico mio. Posso abituarmi ai cambiamenti.»
Galladon grugnì, entrando nella cappella. «Il tuo uomo delle pulizie ha
fatto un buon lavoro, sule. Questo posto sembra quasi libero dal Reod.»
«La cosa più bella, amico mio, è che così facendo ha liberato sé stesso.»
Galladon annuì, unendosi a Raoden accanto al muro, guardando fuori
verso la vasta folla di persone che stavano ripulendo l’orto della cappella.
«Arrivano a frotte, vero, sule?»
«Sentono che offriamo qualcosa di più di una vita in un vicolo. Non
dobbiamo nemmeno più piantonare i cancelli: Karata ci porta tutti quelli che
riesce a salvare.»
«Come hai intenzione di tenerli tutti occupati?» chiese Galladon.
«Quell’orto è grande, ed è quasi del tutto ripulito.»

221
«Elantris è una città molto grande, amico mio. Troveremo cose per tenerli
occupati.»
Galladon osservò la gente lavorare, i suoi occhi indecifrabili. Pareva aver
superato la sua sofferenza, per il momento.
«Parlando di lavori,» esordì Raoden «ho qualcosa che ho bisogno tu
faccia.»
«Qualcosa per distogliere la mia mente dal dolore, sule?»
«Puoi pensarla così. Comunque, questo progetto è un po’ più importante
di ripulire melma.» Raoden fece cenno a Galladon di seguirlo mentre tornava
nell’angolo sul fondo della stanza e scalzava una pietra allentata dalla parete.
Allungò una mano dentro e tirò fuori una dozzina di borselli di grano.
«Come agricoltore, come giudicheresti la qualità di questi semi?»
Galladon prese un chicco con interesse, rigirandoselo nella mano alcune
volte, saggiandone colore e durezza. «Non male» disse. «Non i migliori che
abbia mai visto, ma non male.»
«La stagione della semina è quasi arrivata, giusto?»
«Considerando il caldo che ha fatto di recente, direi che è già qui.»
«Bene» disse Raoden. «Questo grano non durerà a lungo in questo buco,
e non mi fido a lasciarlo fuori all’aperto.»
Galladon scosse il capo. «Non funzionerà, sule. Coltivare richiede tempo
prima di dare i suoi frutti: queste persone non ce la faranno e mangeranno i
primi germogli che vedranno.»
«Io non lo penso» disse Raoden, spingendo alcuni chicchi di grano in
giro per il suo palmo. «Le loro menti stanno cambiando, Galladon. Riescono
a capire che non devono più vivere come animali.»
«Non c’è abbastanza spazio per un raccolto decente» obiettò Galladon. «È
solo un orticello.»
«C’è abbastanza spazio per seminare questi pochi semi. L’anno prossimo
avremo più grano e poi potremo preoccuparci dello spazio. A quanto ho
sentito, i giardini del palazzo erano piuttosto vasti: probabilmente potremmo
usare quelli.»
Galladon scosse il capo. «Il problema in questa affermazione, sule, è la
parte riguardante ‘l’anno prossimo’. Non ci sarà un ‘anno prossimo’. Kolo?
La gente a Elantris non dura così a lungo.»
«Elantris cambierà» disse Raoden. «Altrimenti vorrà dire che quelli che
verranno qui dopo di noi semineranno la prossima stagione.»
«Dubito ancora che funzionerà.»

222
«Tu dubiteresti del sorgere del sole se non venissi smentito ogni singolo
giorno» disse Raoden con un sorriso. «Fai un tentativo.»
«D’accordo, sule» disse Galladon con un sorriso. «Suppongo che i tuoi
trenta giorni non siano ancora scaduti.»
Raoden sorrise, dando il grano al suo amico e mettendo la mano sulla
spalla del Dula. «Ricorda, il nostro passato non deve diventare anche il
nostro futuro.»
Galladon annuì, rimettendo il grano nel suo nascondiglio. «Non avremo
bisogno di questo per qualche altro giorno: dovrò escogitare un modo per
dissodare quell’orto.»
«Lord Spirito!» chiamò la voce di Saolin da sopra, dove si era costruito
una torre di vedetta improvvisata. «Sta arrivando qualcuno.»
Raoden si alzò in piedi e Galladon si affrettò a rimettere la pietra al suo
posto. Un momento dopo uno degli uomini di Karata irruppe nella stanza.
«Mio signore» disse l’uomo. «Lady Karata richiede la vostra presenza
immediatamente!»

«Sei un idiota, Dashe!» sbottò Karata.


Dashe – il gigantesco omone muscoloso che era il suo secondo in
comando – continuò semplicemente a fissare le cinghie delle armi.
Raoden e Galladon erano in piedi confusi sulla soglia del palazzo.
Almeno dieci degli uomini all’ingresso – circa due terzi dei seguaci di Karata
– sembravano essere in procinto di prepararsi alla battaglia.
«Tu puoi continuare a sognare con il tuo nuovo amico, Karata,» ribatté
Dashe in tono scontroso «ma io non aspetterò più… in particolare non finché
quell’uomo minaccia i bambini.»
Raoden si avvicinò piano alla conversazione, soffermandosi accanto a un
uomo ansioso ed esile di nome Horen. Horen era il tipo che evitava i conflitti,
e Raoden suppose che in quella discussione si sarebbe mantenuto neutrale.
«Cosa sta succedendo?» chiese Raoden piano.
«Uno degli esploratori di Dashe ha udito per caso Aanden pianificare un
attacco al nostro palazzo stanotte» sussurrò Horen, osservando attentamente i
suoi capi discutere. «Ormai sono mesi che Dashe vuole attaccare Aanden, e
questa è proprio la scusa che gli serviva.»
«Stai guidando questi uomini in qualcosa di molto peggiore della morte,
Dashe» lo ammonì Karata. «Aanden ha più uomini di te.»
«Non ha armi» replicò Dashe, facendo scivolare una spada arrugginita nel
fodero con uno scatto. «Tutto ciò che quell’accademia conteneva erano libri,

223
e quelli li ha già mangiati.»
«Pensa a cosa stai facendo» disse Karata.
Dashe si voltò, la sua faccia rigida completamente franca. «Ci ho pensato,
Karata. Aanden è un folle: non possiamo riposare mentre lui condivide il
nostro confine. Se colpiamo quando non se l’aspetta, possiamo fermarlo per
sempre. Solo allora i bambini saranno al sicuro.»
Detto questo, Dashe si girò verso la sua banda torva di aspiranti soldati e
annuì. Il gruppo uscì dalla porta a passo determinato.
Karata si voltò verso Raoden; il suo viso era un misto di frustrazione e
sofferenza per il tradimento. «Questo è peggio del suicidio, Spirito.»
«Lo so» disse Raoden. «Siamo così pochi che non possiamo permetterci
di perdere un solo uomo… nemmeno quelli che seguono Aanden. Dobbiamo
fermare tutto questo.»
«È già andato» disse Karata, appoggiandosi con la schiena contro la
parete. «Conosco bene Dashe. Ora non c’è modo di fermarlo.»
«Io mi rifiuto di accettarlo, Karata.»

«Sule, se non ti dispiace che te lo chieda, cosa stai progettando, per il


Doloken?»
Raoden camminava ad ampie falcate accanto a Galladon e Karata,
riuscendo a stento a tenere il loro passo. «Non ne ho idea» confessò. «Sto
ancora lavorando su quella parte.»
«L’avevo immaginato» borbottò Galladon.
«Karata,» chiese Raoden «che strada prenderà Dashe?»
«C’è un edificio che costeggia l’accademia» rispose lei. «Il muro esterno è
crollato un po’ di tempo fa, e alcune delle pietre hanno aperto un foro nella
parete dell’accademia con cui confina. Sono certa che Dashe cercherà di
entrare da lì: suppone che Aanden non sappia della breccia.»
«Portaci lì» disse Raoden. «Ma prendi una strada diversa. Non voglio
imbattermi in Dashe.»
Karata annuì, guidandoli lungo una strada laterale. L’edificio che aveva
menzionato era una bassa struttura a un piano. Uno dei muri era stato
costruito così vicino all’accademia che Raoden non riusciva proprio a capire
cosa avesse avuto in mente l’architetto. L’edificio non se l’era passata bene
nel corso degli anni: anche se aveva ancora il tetto – che era terribilmente
afflosciato – l’intera struttura pareva prossima a crollare.
Si avvicinarono con apprensione, facendo capolino attraverso una soglia.
L’edificio all’interno era aperto. Si trovavano vicino al centro della struttura

224
rettangolare, con il muro crollato a poca distanza alla loro sinistra e un’altra
porta poco lontano alla loro destra.
Galladon imprecò piano. «Non mi fido di questo.»
«Nemmeno io» disse Raoden.
«No, è più di questo. Guarda, sule.» Galladon indicò verso le travi di
supporto all’interno dell’edificio. Osservando più attentamente, Raoden
riconobbe i segni di tagli recenti nel legno già indebolito. «Questo intero
posto è stato manipolato per crollare.»
Raoden annuì. «Pare che Aanden sia meglio informato di quanto Dashe
riteneva. Forse Dashe noterà il pericolo e userà un ingresso diverso.»
Karata scosse immediatamente il capo. «Dashe è un brav’uomo, ma molto
determinato. Passerà per questo edificio a passo di marcia senza curarsi di
guardare in alto.»
Raoden imprecò, inginocchiandosi accanto all’intelaiatura della porta per
pensare. Di lì a poco, però, udì delle voci avvicinarsi. Un momento dopo
Dashe comparve sulla porta dal lato opposto, alla destra di Raoden.
Raoden – a metà strada tra Dashe e il muro crollato – trasse un profondo
respiro e chiamò: «Dashe, fermati! È una trappola: l’edificio è stato
manomesso per cadere!»
Dashe si fermò, metà dei suoi uomini già nell’edificio. Ci fu un grido
d’allarme dal lato della stanza che costeggiava l’accademia, e un gruppo di
uomini comparve dietro le macerie. Uno, con il familiare volto baffuto di
Aanden, teneva tra le mani un’accetta consumata. Aanden balzò nella stanza
con un urlo di sfida, l’accetta sollevata verso il pilastro di supporto.
«Taan, fermati!» gridò Raoden.
Aanden fermò la sua accetta a metà del colpo, sconcertato al sentire il
suono del suo vero nome. Metà dei suoi baffi finti pendevano flosci,
minacciando di cadere.
«Non cercare di ragionare con lui!» lo ammonì Dashe, ritirando i suoi
uomini dalla stanza. «È pazzo.»
«No, non penso che lo sia» disse Raoden, studiando gli occhi di Aanden.
«Quest’uomo non è pazzo… solo confuso.»
Aanden sbatté le palpebre alcune volte, le sue mani che si facevano tese
sul manico dell’accetta. Raoden cercò disperatamente una soluzione e i suoi
occhi caddero sui resti di un grosso tavolo di pietra vicino al centro della
stanza. Digrignando i denti e borbottando una preghiera silenziosa a Domi,
Raoden si alzò ed entrò nell’edificio.

225
Karata annaspò dietro di lui e Galladon imprecò. Il tetto gemette in modo
sinistro.
Raoden guardò Aanden, che se ne stava pronto a vibrare l’accetta. I suoi
occhi seguirono Raoden al centro della stanza.
«Ho ragione, vero? Non sei pazzo. Ti ho sentito farneticare cose senza
senso alla tua corte, ma chiunque può farneticare. Un pazzo non pensa a
bollire della pergamena come cibo e non ha la lungimiranza per architettare
una trappola.»
«Io non sono Taan» disse infine Aanden. «Sono Aanden, barone di
Elantris!»
«Se desideri» disse Raoden, prendendo i resti della sua manica e
strofinandola sulla superficie del tavolo caduto. «Anche se non riesco a
immaginare perché preferiresti Aanden a Taan. Dopotutto questa è Elantris.»
«Questo lo so!» proruppe Aanden. Nonostante tutto quello che Raoden
aveva detto, quell’uomo non era completamente stabile. L’accetta poteva
calare da un momento all’altro.
«Davvero?» chiese Raoden. «Tu capisci davvero cosa significa vivere a
Elantris, la città degli dèi?» Si voltò verso il tavolo, sfregando ancora, dando
le spalle ad Aanden. «Elantris, città di bellezza, città d’arte… e città di
scultura.» Fece un passo indietro, rivelando la superficie del tavolo ora
pulita. Era ricoperta di intarsi intricati, proprio come le pareti della cappella.
Aanden sgranò gli occhi e l’accetta gli sfuggì di mano.
«Questa città è il sogno di un tagliapietre, Taan» disse Raoden. «Quanti
artisti all’esterno hai sentito lamentarsi della bellezza perduta di Elantris?
Questi edifici sono monumenti straordinari all’arte della scultura. Voglio
sapere chi, messo di fronte a una tale opportunità, sceglierebbe di essere
Aanden il barone invece di Taan lo scultore.»
L’accetta sferragliò al suolo. Il volto di Aanden era sbalordito.
«Guarda la parete accanto a te, Taan» disse Raoden piano.
L’uomo si voltò, le sue dita che sfioravano un bassorilievo nascosto nella
melma. La sua manica si sollevò e il braccio tremolò mentre sfregava via il
sudiciume. «Domi misericordioso» sussurrò. «È bellissimo.»
«Pensa all’opportunità, Taan» disse Raoden. «Solo tu, di tutti gli scultori
del mondo, puoi vedere Elantris. Solo tu puoi sperimentarne la bellezza e
imparare dai suoi maestri. Tu sei l’uomo più fortunato di Opelon.»
Una mano tremante strappò via i baffi. «E io l’avrei distrutto» borbottò.
«L’avrei fatto crollare…»

226
Detto questo, Aanden chinò il capo e si rannicchiò piangendo. Raoden
espirò colmo di gratitudine… poi notò che il pericolo non era terminato. La
squadra di uomini di Aanden era armata con pietre e verghe d’acciaio. Dashe
e i suoi rientrarono nella stanza, convinti che non sarebbe crollata su di loro a
breve.
Raoden si mise esattamente tra i due gruppi. «Fermi!» ordinò, sollevando
un braccio verso ciascuno. Quelli si fermarono, ma cauti.
«Cosa state facendo?» domandò Raoden. «La constatazione di Taan non
vi ha insegnato nulla?»
«Fatti da parte, Spirito…» lo avvisò Dashe, sollevando la sua spada.
«Non lo farò» disse Raoden. «Vi ho fatto una domanda: non avete
imparato nulla da quello che è appena accaduto?»
«Noi non siamo scultori» disse Dashe.
«Questo non ha importanza» replicò Raoden. «Non capite l’opportunità
che avete nel vivere a Elantris? Qui abbiamo una possibilità che nessuno
fuori potrà mai ottenere: siamo liberi.»
«Liberi?» schernì qualcuno dal gruppo di Aanden.
«Sì, liberi» disse Raoden. «Per l’eternità l’uomo ha faticato solo per
riempirsi la bocca. Il cibo è la disperata ricerca della vita di ognuno, il primo
e l’ultimo pensiero di menti carnali. Prima che una persona possa sognare,
deve mangiare, e prima di poter amare, deve riempirsi lo stomaco. Ma noi
siamo diversi. Al prezzo di un po’ di fame, possiamo essere svincolati dai
legami che hanno costretto ogni cosa vivente fin dall’inizio del tempo.»
Le armi si abbassarono un poco, anche se Raoden non poteva ancora
essere certo che stessero riflettendo sulle sue parole oppure fossero
semplicemente confusi da esse.
«Perché combattere?» chiese Raoden. «Perché preoccuparsi di uccidere?
Fuori combattono per la ricchezza… ricchezza che in definitiva viene usata
per comprare cibo. Combattono per la terra… terra per far crescere cibo.
Mangiare è la fonte di ogni contesa. Ma noi non abbiamo esigenze. I nostri
corpi sono freddi – quasi non abbiamo bisogno di abiti o di ripari per
riscaldarci – e continuano a funzionare perfino quando non mangiamo. È
magnifico!»
I gruppi si fissavano ancora con cautela. Il dibattito filosofico non poteva
competere con la vista dei loro nemici.
«Quelle armi che avete in mano» disse Raoden. «Quelle appartengono al
mondo esterno. Non hanno alcuno scopo a Elantris. Titoli e classi, quelle
sono idee per un altro luogo.

227
«Ascoltatemi! Siamo così in pochi che non possiamo permetterci di
perdere nemmeno uno di voi. Ne vale davvero la pena? Un’eternità di dolore
in cambio di pochi momenti di odio sfrenato?»
Le parole di Raoden riecheggiarono per la stanza silenziosa. Infine una
voce ruppe la tensione.
«Io mi unirò a te» disse Taan, alzandosi in piedi. La sua voce tremolava
un poco, ma il suo volto era risoluto. «Pensavo di dover essere pazzo per
vivere a Elantris, ma la pazzia era quello che mi impediva di vedere la
bellezza. Mettete giù le vostre armi, uomini.»
Quelli titubarono all’ordine.
«Ho detto di metterle giù.» La voce di Taan divenne ferma, la sua bassa
sagoma dall’ampio ventre improvvisamente imperiosa. «Sono ancora io al
comando qui.»
«Il barone Aanden ci governava» disse uno degli uomini.
«Aanden era un pazzo» disse Taan con un sospiro «e così chiunque lo
seguiva. Ascoltate quest’uomo: c’è molta più regalità nella sua
argomentazione di quanta ce ne sia mai stata nella mia messinscena di corte.»
«Abbandonate la vostra rabbia» li implorò Raoden. «E datemi invece la
vostra speranza.»
Un clangore risuonò dietro di lui: la spada di Dashe che cadeva sulle
pietre. «Non posso uccidere oggi» decise, voltandosi per andarsene. I suoi
uomini fissarono il gruppo di Aanden per un momento, poi si unirono al loro
capo. La spada se ne stava abbandonata nel centro della stanza.
Aanden – Taan – sorrise a Raoden. «Chiunque tu sia, grazie.»
«Vieni con me, Taan» disse Raoden. «C’è un edificio che dovresti
vedere.»

228
CAPITOLO
17

Sarene entrò a grandi passi nella sala da ballo del palazzo con una lunga
borsa nera in spalla. Diverse delle donne lì dentro annasparono.
«Cosa c’è?» domandò lei.
«Sono i tuoi vestiti, cara» rispose infine Daora. «Queste donne non sono
abituate a cose del genere.»
«Sembrano abiti da uomo!» esclamò Seaden, il doppio mento che
ridacchiava con indignazione.
Sarene abbassò lo sguardo dalla sorpresa verso la sua tuta grigia, poi lo
rialzò verso le donne lì riunite. «Be’, non vi aspettavate certo che
combattessimo in abito lungo, vero?» Però, dopo aver esaminato i volti delle
donne, si rese conto che era esattamente quello che si erano aspettate.
«Avrai molto da lavorare qui, cugina» la avvisò Lukel piano, entrando
dietro di lei e mettendosi a sedere al lato opposto della stanza.
«Lukel?» chiese Sarene. «Cosa ci fai qui?»
«Ho la netta sensazione che questa sarà l’esperienza più divertente della
settimana» disse, reclinandosi sulla sedia e mettendosi le mani dietro la testa.
«Non me la perderei per tutto l’oro nei forzieri del Wyrn.»
«Anch’io» affermò la voce di Kaise. La ragazzina si fece strada a spintoni
oltre Sarene e si precipitò verso le sedie. Daorn, però, schizzò dentro da un
lato e balzò sulla sedia che aveva scelto Kaise. Kaise batté il piede con stizza,
poi, rendendosi conto che ogni sedia lungo la parete era esattamente uguale,
ne scelse un’altra.
«Mi dispiace» disse Lukel con una scrollata di spalle imbarazzata. «Sono
stato costretto a portarli con me.»
«Sii bravo con i tuoi fratelli, caro» lo rimproverò Daora.
«Sì, madre» rispose immediatamente Lukel.

229
Un po’ imbarazzata dall’improvviso pubblico, Sarene si voltò verso le sue
potenziali studentesse. Era venuta ogni donna del circolo del ricamo, perfino
la solenne Daora e l’egualmente bislacca regina Eshen. Gli abiti e le azioni di
Sarene potevano averle mortificate, ma la loro fame di indipendenza
superava la loro indignazione.
Sarene fece scivolare la borsa giù dalla spalla tra le mani. Un lato si aprì
con alcuni schiocchi e lei mise una mano all’interno per tirar fuori una delle
sue spade da allenamento. La lunga lama sottile emise un lieve raschiare
metallico mentre lei la sfoderava, e le donne lì riunite indietreggiarono.
«Questo è un syre» disse Sarene, tagliando alcune volte l’aria. «È
chiamato anche kmeer o jedaver, a seconda del Paese in cui siete. Le prime
spade furono forgiate a Jaador come armi leggere per gli esploratori, ma
caddero in disuso solo dopo alcuni decenni. Poi però le spade vennero
adottate dalla nobiltà Jaadoriana, che le preferiva per la loro grazia e
delicatezza. A Jaador i duelli sono comuni e lo stile rapido e armonioso della
scherma col syre richiede una grossa dose di abilità.»
Sottolineò le sue frasi con alcuni affondi e spazzate, perlopiù mosse che
lei non avrebbe mai usato in un vero combattimento, ma che comunque
erano di un certo effetto. Le donne erano ammaliate.
«I Dula furono i primi a trasformare la scherma in uno sport, piuttosto
che un mezzo per uccidere l’uomo che aveva deciso di corteggiare la tua
stessa donna» continuò Sarene. «Mettevano questo piccolo pomello sulla
punta e smussavano il filo della lama. Lo sport presto divenne piuttosto
popolare tra i repubblicani: la neutralità duladiana di solito manteneva il
Paese fuori dalla guerra e così una forma di combattimento senza
applicazioni belliche li affascinava. Assieme al filo smussato e al pomello
sulla punta, aggiunsero regole che proibivano di colpire certe parti del corpo.
«La scherma non attecchì ad Arelon, dove gli Elantriani non vedevano di
buon occhio nulla che assomigliasse al combattimento, ma fu accolta molto
bene a Teod… con un cambiamento degno di nota. Divenne uno sport
femminile. Gli uomini teodeti preferivano competizioni più fisiche come
giostrare o combattere con spade larghe. Per una donna, però, il syre è
perfetto. La lama leggera ci consente di utilizzare appieno la nostra destrezza
e» aggiunse fissando Lukel con un sorriso «ci permette di trarre vantaggio
dalla nostra intelligenza superiore.»
Detto questo, Sarene tirò fuori la seconda lama e la gettò alla giovane
Torena, che stava in piedi davanti al gruppo. La ragazza dalla chioma
rossastro-dorata prese la spada con uno sguardo confuso.

230
«Difenditi» la mise in guardia Sarene, sollevando la lama e mettendosi in
posizione d’attacco.
Torena alzò goffamente il syre, cercando di imitare la postura di Sarene.
Non appena Sarene attaccò, Torena abbandonò la posizione con un guaito di
sorpresa, vibrando il suo syre in spazzate a due mani. Sarene sbatté via con
facilità la spada della ragazza e piazzò un affondo dritto tra i suoi seni.
«Sei morta» la informò Sarene. «La scherma non dipende dalla forza:
richiede abilità e precisione. Usa solo una mano: avrai un controllo e un
allungo migliori a quel modo. Gira il tuo corpo un poco di lato. Ti permette
una maggior distanza di affondo e ti rende più difficile da colpire.»
Mentre parlava, Sarene tirò fuori un involto di bastoni sottili che aveva
fatto prima. Erano ovviamente delle misere imitazioni di una spada vera, ma
sarebbero andati bene finché l’armaiolo non avesse terminato i syre da
allenamento. Dopo che ogni donna ebbe ricevuto un’arma, Sarene iniziò a
insegnare loro l’affondo.
Era un lavoro difficile, molto più di quanto Sarene si fosse aspettata. Si
considerava una spadaccina discreta, ma non le era mai venuto in mente che
possedere la conoscenza era del tutto diverso dallo spiegarla ad altri. Le
donne parevano trovare modi per impugnare le loro armi che Sarene avrebbe
ritenuto fisicamente impossibili. Colpivano alla cieca, erano spaventate da
lame in arrivo e inciampavano sui loro vestiti.
Alla fine Sarene le lasciò a esercitarsi con gli affondi – non si sarebbe
fidata a lasciarle esercitare tra loro finché non avessero avuto adeguati
indumenti e protezioni facciali – e si sedette accanto a Lukel con un sospiro.
«Lavoro estenuante, cugina?» chiese, ovviamente divertito nel vedere sua
madre che cercava di brandire una spada in abito lungo.
«Non ne hai idea» disse Sarene, asciugandosi la fronte. «Sei sicuro di non
volerci provare?»
Lukel sollevò le mani. «Posso essere esuberante a volte, cugina, ma non
sono stupido. Re Iadon metterebbe sulla sua lista nera qualunque uomo
prendesse parte a un’attività ritenuta tanto degradante. Per certe persone
come Eondel non è un problema non essere nelle grazie del re, ma io sono
solo un semplice mercante. Non posso permettermi il disappunto del re.»
«Ne sono certa» disse Sarene, osservando le donne cercare di dominare i
loro polmoni. «Non penso di avere insegnato loro molto bene.»
«Meglio di quanto avrei potuto fare io» disse Lukel con una scrollata di
spalle.

231
«Io avrei potuto fare meglio» dichiarò Kaise dalla sua sedia. Era evidente
che la ragazzina si stava annoiando per quelle mosse ripetitive.
«Ah, davvero?» chiese Lukel in tono asciutto.
«Ma certo. Non ha insegnato loro nemmeno la Forma Corretta o come
rispondere, e non si è preoccupata nemmeno di spiegare le regole da torneo.»
Sarene sollevò un sopracciglio. «Conosci la scherma?»
«Ho letto un libro sull’argomento» disse Kaise con disinvoltura. Poi
allungò una mano per schiaffeggiare quella di Daorn, che la stava
pungolando con un bastone che aveva preso dalla pila di Sarene.
«La cosa triste è che probabilmente l’ha fatto» disse Lukel con un sospiro
«solo per poter provare a fare colpo su di te.»
«Penso che Kaise possa essere la ragazzina più intelligente che abbia mai
incontrato» confessò Sarene.
Lukel scrollò le spalle. «È sveglia, ma non lasciare che ti impressioni
troppo: è ancora solo una bambina. Può capire come una donna, ma reagisce
ancora come una ragazzina.»
«Penso comunque che sia stupefacente» disse Sarene, osservando i due
bambini giocare.
«Oh, lo è» concordò Lukel. «A Kaise servono solo poche ore per
divorare un libro e la sua capacità di apprendere le lingue è incredibile. A
volte sono spiacente per Daorn. Lui fa del suo meglio, ma penso che si senta
semplicemente inadeguato: Kaise tende a essere prepotente, se non l’hai
notato. Ma, svegli o no, sono comunque bambini, ed è sempre difficile
occuparsi di loro.»
Sarene osservò i bambini giocare. Kaise, che aveva rubato il bastone a
suo fratello, stava inseguendolo per la stanza, con fendenti e affondi che
erano parodie dei metodi che Sarene aveva insegnato. Mentre Sarene
osservava, i suoi occhi caddero sulla porta. Era aperta, e due figure
guardavano le donne esercitarsi.
Le signore rimasero immobili quando lord Eondel e lord Shuden,
accorgendosi di essere stati notati, scivolarono nella stanza. I due uomini, pur
molto diversi per età, erano noti per aver stretto una buona amicizia.
Entrambi erano qualcosa di estraneo ad Arelon: Shuden era uno straniero
con la pelle scura ed Eondel un ex soldato la cui stessa presenza pareva
un’offesa.
Se la presenza di Eondel era sgradevole per le donne, però, Shuden la
compensava ampiamente. Una decisa ondata di rossore si diffuse per le
schermitrici quando si resero conto che l’attraente lord jindoese era stato lì a

232
osservarle. Diverse delle ragazze più giovani strinsero le braccia delle amiche
come sostegno, sussurrando eccitate. Shuden stesso arrossì per
quell’attenzione.
Eondel, però, ignorò le reazioni delle donne. Passò in mezzo alle aspiranti
schermitrici, i suoi occhi riflessivi. Alla fine raccolse un pezzo di legno di
riserva, si mise in una posa da scherma e iniziò una serie di spazzate e
affondi. Dopo aver provato l’arma, annuì tra sé, la mise da parte, poi si
mosse verso una delle donne.
«Tenete il bastone in questo modo» le ordinò, posizionandole le dita. «Lo
stavate afferrando in modo così stretto che avete perso flessibilità. Ora,
mettete il pollice lungo la parte superiore dell’elsa per tenerlo puntato nella
giusta direzione, fate un passo indietro e poi l’affondo.»
La donna, Atara, obbedì, agitata poiché Eondel aveva osato toccarle il
polso. Il suo affondo, cosa sorprendente, fu diritto e ben mirato, un fatto che
stupì prima di tutto Atara stessa.
Eondel si mosse in mezzo al gruppo, correggendo attentamente postura,
presa e posizione. Prese ogni donna a turno, dando consigli per i loro
numerosi problemi individuali. Dopo solo brevi minuti di istruzioni, gli
attacchi delle donne erano più mirati e precisi di quanto Sarene avrebbe
ritenuto possibile.
Eondel indietreggiò dalle donne con uno sguardo soddisfatto. «Spero che
la mia intrusione non vi abbia offeso, Vostra altezza.»
«Niente affatto, mio signore» lo rassicurò Sarene… anche se provò una
punta di gelosia. Doveva essere abbastanza donna da riconoscere capacità
superiori quando le vedeva, si disse.
«È evidente che avete talento» disse l’uomo più anziano. «Ma sembra che
abbiate avuto poca esperienza nell’addestrare altri.»
Sarene annuì. Eondel era un comandante militare: probabilmente aveva
passato decenni a istruire reclute nelle basi del combattimento. «Ne sapete un
bel po’ sulla scherma, mio signore.»
«Mi interessa» disse Eondel «e ho visitato Duladel in numerose occasioni.
I Dula rifiutano di riconoscere le capacità di combattimento di un uomo a
meno che non sappia tirare di scherma. Non importa quante battaglie abbia
vinto.»
Sarene si alzò, allungando una mano ed estraendo i suoi syre da
allenamento. «Un combattimento di prova, mio signore?» chiese in tono
sbrigativo, saggiando una delle lame che aveva in mano.

233
Eondel parve sorpreso. «Io… io non ho mai combattuto con una donna
prima, Vostra altezza. Non penso che sarebbe appropriato.»
«Sciocchezze» disse lei, gettandogli una spada. «Difendetevi.»
Poi, senza concedergli un’altra opportunità per obiettare, attaccò. Sulle
prime Eondel barcollò, colto alla sprovvista dal suo assalto improvviso.
Presto però l’addestramento da guerriero prese il controllo e iniziò a parare
gli attacchi di Sarene con abilità sorprendente. Da quello che lui aveva detto,
Sarene aveva presunto che la sua conoscenza della scherma fosse
superficiale. Si sbagliava.
Eondel si gettò nel combattimento con determinazione. La sua lama
sferzava l’aria così velocemente che era impossibile da seguire, e solo anni di
addestramento ed esercizio dicevano a Sarene dove parare. La stanza
risuonava del suono di metallo contro metallo, e le donne si soffermarono a
guardare a bocca aperta mentre i loro due istruttori si spostavano lì in giro,
impegnati in un’intensa battaglia.
Sarene non era abituata a esercitarsi con qualcuno bravo come Eondel.
Non solo lui era alto quanto lei – negandole qualunque vantaggio in termini
di allungo – ma aveva i riflessi e l’addestramento di un uomo che aveva
trascorso la vita intera a combattere. I due si spingevano tra la folla, usando
donne, sedie e altri oggetti a caso per ostacolare l’attacco dell’avversario. Le
loro spade schioccavano e sferzavano, allungandosi in affondi e poi
scattando di nuovo indietro per parare.
Eondel era troppo abile per lei. Poteva trattenerlo, ma era così impegnata
a difendersi che non aveva tempo per attaccare. Col sudore che le colava
lungo la faccia, Sarene ebbe la netta consapevolezza che tutti quanti nella
stanza la stavano osservando.
In quel momento, in Eondel cambiò qualcosa. La sua postura si indebolì
un poco e Sarene colpì di riflesso. La lama dalla punta arrotondata scivolò
oltre le sue difese e arrivò contro il suo collo. Eondel sorrise un poco.
«Non ho altra scelta tranne arrendermi, mia signora» disse Eondel.
All’improvviso Sarene provò molta vergogna per aver messo Eondel in
una situazione in cui lui l’aveva evidentemente lasciata vincere, così da non
farle fare una brutta figura davanti alle altre. Eondel si inchinò e Sarene
rimase lì, sentendosi una sciocca.
Tornarono verso il lato della stanza, accettando delle tazze da Lukel, che
si complimentò con loro per l’esibizione. Mentre Sarene beveva, qualcosa la
colpì. Aveva trattato il suo tempo qui ad Arelon come una competizione,

234
come faceva con buona parte delle sue contese politiche: un gioco
complesso, tuttavia divertente.
Arelon era diversa. Eondel l’aveva lasciata vincere perché voleva
proteggere la sua immagine. Per lui non era un gioco. Arelon era la sua
nazione, il suo popolo, e avrebbe fatto qualunque sacrificio per proteggerli.
Stavolta è diverso, Sarene. Se fallirai, non perderai un contratto
commerciale o dei diritti di costruzione. Perderai vite. Le vite di persone
vere. Quel pensiero la fece riflettere.
Eondel osservò la sua tazza, le sopracciglia sollevate con espressione
scettica. «È solo acqua?» chiese, voltandosi verso Sarene.
«L’acqua vi fa bene, mio signore.»
«Non ne sono certo» disse Eondel. «Dove l’avete presa?»
«L’ho fatta bollire e poi versare tra due secchi perché riacquistasse il suo
sapore» disse Sarene. «Non volevo che le donne inciampassero l’una
sull’altra in preda all’ebbrezza mentre cercavano di esercitarsi.»
«Il vino areliano non è così forte, cugina» fece notare Lukel.
«È forte abbastanza» replicò Sarene. «Bevete, lord Eondel. Non vogliamo
che vi disidratiate.»
Sarene si voltò di nuovo verso le sue studentesse, intenzionata a ordinar
loro di continuare a esercitarsi… la sua attenzione, però, era stata catturata da
qualcos’altro. Lord Shuden era in piedi vicino al fondo della stanza. I suoi
occhi erano chiusi e stava eseguendo lentamente una delicata serie di
movimenti. I suoi muscoli tesi guizzavano mentre le mani roteavano in anelli
misurati, il corpo che fluiva in risposta. Anche se le sue movenze erano lente
e precise, del sudore gli scintillava sulla pelle.
Era come una danza. Shuden faceva lunghi passi, le gambe che si
sollevavano alte in aria, le dita dei piedi protese prima di posarle sul
pavimento. Le sue braccia erano in continuo movimento, i muscoli molto
tesi, come se stesse lottando contro qualche forza invisibile. Lentamente,
Shuden accelerò. Come se stesse accumulando tensione, Shuden andò
sempre più veloce, i passi che diventavano balzi, le braccia sferzanti.
Le donne osservavano in silenzio, gli occhi sgranati, più di una mascella
spalancata. Gli unici suoni provenivano dal vento delle mosse di Shuden e
dai tonfi dei suoi piedi.
Lui si fermò all’improvviso, atterrando in un ultimo salto; i piedi urtarono
contro il terreno all’unisono, le braccia distese, le mani piatte. Piegò le
braccia verso l’interno come due pesanti cancelli che si chiudevano. Poi
chinò il capo ed espirò a fondo.

235
Sarene lasciò perdurare il momento prima di borbottare: «Domi
misericordioso. Ora non riuscirò mai a farle concentrare.»
Eondel ridacchiò piano. «Shuden è un ragazzo interessante. Continua a
lamentarsi del modo in cui le donne gli danno la caccia, ma non riesce a
resistere all’impulso di mettersi in mostra. Malgrado tutto, è comunque un
uomo ed è ancora piuttosto giovane.»
Sarene annuì mentre Shuden completava il suo rituale, voltandosi poi
goffamente nell’accorgersi quanta attenzione aveva attirato. Si fece strada
rapidamente attraverso le donne con gli occhi bassi, unendosi a Sarene ed
Eondel.
«Questo è stato… inatteso» disse Sarene mentre Shuden accettava una
tazza d’acqua da Lukel.
«Le mie scuse, lady Sarene» replicò lui tra un sorso e l’altro. «Vedervi
combattere mi ha messo voglia di esercitarmi. Pensavo che tutte sarebbero
state così occupate a esercitarsi che non avrebbero badato a me.»
«Le donne vi notano sempre, amico mio» disse Eondel scrollando la testa
striata di grigio. «La prossima volta che vi lamenterete di essere strapazzato
da donne adoranti, vi ricorderò questo piccolo insuccesso.»
Shuden chinò il capo in segno di accettazione, arrossendo di nuovo.
«Cos’era quell’esercizio?» domandò Sarene incuriosita. «Non ho mai
visto nulla del genere.»
«Noi lo chiamiamo ChayShan» spiegò Shuden. «È una specie di
riscaldamento, un modo per concentrare mente e corpo quando ci si prepara
per una battaglia.»
«È impressionante» disse Lukel.
«Sono solo un dilettante,» disse Shuden, con il capo umilmente chino
«privo di velocità e concentrazione: ci sono uomini a Jindo in grado di
muoversi talmente rapidi che guardarli fa girare la testa.»
«D’accordo, signore» dichiarò Sarene, voltandosi verso le donne, molte
delle quali stavano ancora fissando Shuden. «Ringrazierete più tardi lord
Shuden per la sua esibizione. In questo momento, abbiamo degli affondi su
cui esercitarci: non pensate che vi lascerò andar via dopo solo pochi minuti
di lavoro!»
Ci furono diversi gemiti lamentosi quando Sarene raccolse il suo syre e
ricominciò da capo la sessione di allenamento.

«Saranno tutte terribilmente doloranti domani» disse Sarene con un


sorriso.

236
«Lo dite con tale passione, mia signora, che si potrebbe essere inclini a
pensare che la prospettiva vi piaccia.» Ashe pulsò lievemente mentre parlava.
«Gli farà bene» disse Sarene. «Molte di quelle donne sono così viziate che
non hanno mai provato nulla di più serio della puntura di un ago da cucito.»
«Mi dispiace essermi perso l’allenamento» disse Ashe. «Sono decenni che
non vedo un ChayShan.»
«Ne hai visto uno prima?»
«Ho visto molte cose, mia signora» rispose Ashe. «La vita di un Seon è
molto lunga.»
Sarene annuì. Camminavano lungo una strada di Kae, le enormi mura di
Elantris che incombevano sullo sfondo. Dozzine di ambulanti offrivano con
entusiasmo le loro mercanzie mentre lei passava, riconoscendo dal suo abito
che faceva parte della corte. Kae esisteva per sostentare la nobiltà areliana e
soddisfare gusti molto sfarzosi. Coppe placcate d’oro, spezie esotiche e abiti
stravaganti si contendevano la sua attenzione… anche se molto di tutto ciò
non faceva che darle la nausea.
Da quello che capiva, quei mercanti erano l’unica classe media rimasta ad
Arelon. A Kae competevano per il favore di re Iadon e, magari, un titolo… di
solito a spese dei loro concorrenti, di alcuni popolani e della loro dignità.
Arelon stava rapidamente diventando una nazione di affarismo fervente,
terrorizzato perfino. Il successo non portava più solo ricchezza e il fallimento
non portava più solo povertà: il reddito determinava quanto una persona era
vicina all’essere venduta praticamente in schiavitù.
Sarene gesticolò per scacciare i mercanti, anche se i suoi sforzi fecero
poco per scoraggiarli. Fu sollevata nello svoltare un angolo e vedere la
cappella korathi. Resistette all’impulso di correre per la distanza rimanente,
mantenendo il passo costante finché non raggiunse le porte dell’ampio
edificio e scivolò dentro.
Lasciò cadere qualche moneta – quasi le ultime che aveva portato con sé
da Teod – nella cassetta delle offerte, poi andò in cerca del sacerdote. La
cappella metteva Sarene a suo agio. A differenza di quelle derethi – che erano
austere e formali, con le pareti decorate con scudi, lance e l’occasionale
tendaggio – le cappelle korathi erano più rilassate. Pochi arazzi pendevano
dai muri – probabilmente donazioni di anziani mecenati – e sotto di essi
erano allineati fiori e piante, con le gemme che facevano capolino nel clima
primaverile. Il soffitto era basso e privo di volta, ma le finestre erano ampie
abbastanza da impedire che l’edificio sembrasse angusto.

237
«Salute, bambina» disse una voce dal lato della sala. Omin, il sacerdote,
era in piedi accanto a una delle finestre più lontane, guardando la città là
fuori.
«Salute, padre Omin» disse Sarene con una riverenza. «Vi disturbo?»
«Certo che no, bambina» disse Omin, facendole cenno di avvicinarsi.
«Dimmi, come stai? Mi sei mancata al sermone ieri sera.»
«Sono spiacente, padre Omin» disse Sarene arrossendo un poco. «C’era
un ricevimento a cui dovevo partecipare.»
«Ah, non sentirti in colpa, bambina. Socializzare non va sottovalutato, in
particolare quando una persona è nuova in città.»
Sarene sorrise, camminando tra una serie di panche per unirsi al basso
sacerdote accanto alla finestra. La sua bassa statura di solito non si notava
così tanto: Omin aveva costruito un podio sulla parte anteriore della cappella
adatto alle sue dimensioni, così, mentre teneva i sermoni, era difficile
distinguere la sua altezza. In piedi accanto all’uomo, però, Sarene non poté
fare a meno di avere la sensazione che stava torreggiando su di lui. Era
terribilmente basso perfino per un Areliano, con la cima della testa che le
raggiungeva a malapena il petto.
«Sei turbata da qualcosa, bambina?» chiese Omin. Era quasi del tutto
calvo e indossava una veste legata in vita con una fusciacca bianca. A parte
gli affascinanti occhi azzurri, l’unico colore sul suo corpo era un pendente di
giada korathi al collo, intagliato nella forma dell’Aon Omi.
Era un brav’uomo, cosa che Sarene non poteva dire di chiunque,
nemmeno quando si trattava di sacerdoti. Ce n’erano diversi a Teod che la
facevano proprio infuriare. Omin, però, era premuroso e paterno, anche se
aveva l’irritante abitudine di far vagare i suoi pensieri. A volte si distraeva
così tanto che passavano dei minuti senza che si rendesse conto che qualcuno
aspettava che lui parlasse.
«Non ero sicura a chi altro chiederlo, padre» disse Sarene. «Devo
affrontare una Prova di Vedova, ma nessuno vuole spiegarmi di cosa si
tratta.»
«Ah» disse Omin annuendo con la lucente testa calva. «Questo può trarre
in confusione una persona che non sia di queste parti.»
«Perché nessuno vuole spiegarmelo?»
«È una cerimonia semireligiosa, un residuo dei giorni in cui gli Elantriani
governavano» spiegò Omin. «Tutto quello che riguarda la città è un
argomento proibito ad Arelon, in particolare per i Fedeli.»

238
«Bene, allora in che modo posso apprendere quello che ci si aspetta da
me?» chiese Sarene con esasperazione.
«Non scoraggiarti, bambina» disse Omin in tono rassicurante. «È
proibito, ma solo dall’usanza, non dalla dottrina. Non penso che Domi
avrebbe alcuna obiezione se io soddisfacessi la tua curiosità.»
«Grazie, padre» disse Sarene con un sospiro di sollievo.
«Da quando tuo marito è morto,» spiegò Omin «ci si aspetta che tu mostri
apertamente la tua sofferenza, altrimenti la gente penserà che non lo amavi.»
«Ma io non lo amavo… non davvero. Non lo conoscevo nemmeno.»
«Ciononostante, sarebbe opportuno che ti sottoponessi a una Prova. La
severità di una Prova di Vedova è un’espressione di quanta importanza lei
attribuiva alla sua unione e quanto rispettava suo marito. Non sottoporsi alla
Prova, perfino per una forestiera, potrebbe essere un cattivo segno.»
«Ma non era un rituale pagano?»
«Non proprio» disse Omin scrollando il capo. «Gli Elantriani vi diedero
inizio, ma non aveva nulla a che fare con la loro religione. Era semplicemente
un atto di gentilezza che si sviluppò in una tradizione degna e benevola.»
Sarene sollevò le sopracciglia. «A essere sincera, sono sorpresa di sentirvi
parlare in questo modo degli Elantriani, padre.»
Gli occhi di Omin scintillarono. «Solo perché gli arteth derethi odiavano
gli Elantriani, non significa che lo facesse anche Domi, bambina. Non credo
che fossero dèi, e molti di loro avevano opinioni esagerate della propria
maestosità, ma io avevo un po’ di amici tra loro. Lo Shaod prese sia uomini
buoni che cattivi, sia egoisti che altruisti. Alcuni degli uomini più nobili che
conoscevo vivevano in quella città: fui molto dispiaciuto nel vedere cosa
accadde loro.»
Sarene esitò. «È stato Domi, padre? Li ha maledetti come dicono?»
«Tutto accade secondo la volontà di Domi, bambina» rispose Omin.
«Comunque, non credo che ‘maledizione’ sia la parola giusta. A volte, Domi
ritiene opportuno mandare dei disastri sul mondo; altre volte dà al più
innocente dei bambini una malattia mortale. Queste non sono maledizioni più
di quello che è successo a Elantris: è semplicemente così che funziona il
mondo. Tutte le cose devono progredire, e il progresso non è sempre un
pendio costante. A volte dobbiamo cadere, altre volte ci alziamo; alcuni
devono patire mentre altri hanno fortuna, poiché questo è l’unico modo in
cui possiamo imparare ad affidarci gli uni agli altri. Quando un individuo è
benedetto, è suo privilegio aiutare coloro le cui vite non sono altrettanto
facili. L’unità proviene dal conflitto, bambina.»

239
Sarene esitò. «Dunque non pensate che gli Elantriani – quello che resta di
loro – siano diavoli?»
«Svrakiss, come li chiamano i Fjordell?» chiese Omin divertito. «No,
anche se ho sentito che è ciò che il nuovo gyorn insegna. Temo che i suoi
pronunciamenti porteranno soltanto odio.»
Sarene si picchiettò la guancia, pensierosa. «Potrebbe essere proprio
quello che vuole.»
«E cosa otterrebbe?»
«Non lo so» ammise Sarene.
Omin scosse di nuovo il capo. «Non riesco a credere che qualsiasi
seguace di Dio, addirittura un gyorn, farebbe una cosa del genere.» Assunse
un’espressione assente mentre considerava quella prospettiva, un lieve
cipiglio sul suo volto.
«Padre?» chiese Sarene. «Padre?»
Alla seconda incitazione, Omin scosse il capo, come stupito nel rendersi
conto che lei era ancora lì. «Sono spiacente, bambina. Di cosa stavamo
discutendo?»
«Non avete finito di dirmi cos’è una Prova di Vedova» gli ricordò. Le
divagazioni erano fin troppo frequenti quando si parlava con quel sacerdote
minuto.
«Ah, sì. La Prova di Vedova. Per metterla in maniera semplice, bambina,
ci si aspetta che tu faccia qualche favore al Paese: quanto più amavi tuo
marito e quanto più è alto il tuo rango, tanto più stravagante dovrebbe essere
la tua Prova. Molte donne danno cibo o vestiti ai contadini. Quanto più è
personale il tuo coinvolgimento, tanto migliore sarà l’impressione che darai.
La Prova è un modo di servire: un mezzo per portare umiltà agli altolocati.»
«Ma dove prenderò il denaro?» Sarene non aveva ancora deciso come
andare a chiedere una rendita al suo nuovo padre.
«Denaro?» domandò Omin sorpreso. «Ma… tu sei una delle persone più
ricche di Arelon. Non lo sapevi?»
«Cosa?»
«Hai ereditato il patrimonio del principe Raoden, bambina» spiegò Omin.
«Era un uomo molto ricco: suo padre aveva fatto in modo che lo fosse. Sotto
il governo di re Iadon, non sarebbe stato bene che il principe ereditario fosse
meno ricco di un duca. Per lo stesso motivo, per lui sarebbe una fonte di
estremo imbarazzo se sua nuora non fosse favolosamente ricca. Tutto quello
che devi fare è parlare con il tesoriere reale e sono certo che lui si occuperà
di te.»

240
«Grazie, padre» disse Sarene, dando all’ometto un abbraccio affettuoso.
«Ho del lavoro da fare.»
«La tua visita è stata gradita, bambina» disse Omin, tornando a guardare
la città con occhi contemplativi. «Questo è il motivo per cui sono qui.»
Sarene però riuscì a capire che, non appena fatto quel commento, lui si era
già dimenticato della sua presenza, viaggiando ancora una volta per le lunghe
strade dentro la sua mente.

Ashe la attendeva fuori, levitando accanto alla porta con la sua solita
pazienza.
«Non capisco perché sei così preoccupato» gli disse Sarene. «A Omin
piaceva Elantris: non avrebbe avuto nulla in contrario che tu entrassi nella
sua cappella.»
Ashe pulsò piano. Non era entrato in una cappella korathi fin dal giorno
di molti anni prima quando Seinalan, il patriarca di Shu-Korath, l’aveva
gettato fuori da una di esse.
«È tutto a posto, mia signora» disse Ashe. «Ho l’impressione che,
nonostante quello che i sacerdoti possono dire, entrambi saremo più felici
non vedendoci.»
«Non sono d’accordo,» disse Sarene «ma non voglio discuterne. Hai
sentito nulla della nostra conversazione?»
«I Seon hanno ottime orecchie, mia signora.»
«Voi non avete affatto orecchie» fece notare lei. «Che ne pensi?»
«Sembra un buon modo con cui la mia signora possa ottenere un po’ di
fama in città.»
«Anch’io la penso così.»
«Un’altra cosa, mia signora. Voi due avete parlato del gyorn derethi e di
Elantris. L’altra notte, mentre stavo perlustrando la città, ho notato il gyorn
Hrathen camminare sulle mura cittadine di Elantris. Sono tornato diverse
notti e l’ho trovato lì in un paio di occasioni. Pare che sia piuttosto amico del
capitano della Guardia Cittadina di Elantris.»
«Cosa sta cercando di fare con quella città?» disse Sarene, frustrata.
«La cosa lascia perplesso anche me, mia signora.»
Sarene si accigliò, cercando di mettere insieme quello che sapeva delle
azioni del gyorn e di Elantris. Non riusciva a effettuare nessun collegamento.
Però, nel pensare, le venne in mente qualcos’altro. Forse poteva risolvere un
altro dei suoi problemi e creare disturbo al gyorn allo stesso tempo.
«Forse non mi serve sapere cosa sta facendo per bloccarlo» disse lei.

241
«Di certo aiuterebbe, mia signora.»
«Non ho quel lusso. Ma sappiamo questo: se il gyorn vuole che la gente
odi gli Elantriani, allora il mio compito è fare in modo che accada il
contrario.»
Ashe tentennò. «Cosa avete in mente, mia signora?»
«Vedrai» disse lei con un sorriso. «Per prima cosa, torniamo alle mie
stanze. È già da un po’ di tempo che voglio parlare con mio padre.»

«’Ene? Sono lieto che tu abbia chiamato. Ero preoccupato per te.» La
testa luccicante di Eventeo fluttuava davanti a lei.
«Avresti potuto mandarmi a chiamare in ogni momento, padre» disse
Sarene.
«Non volevo intromettermi, tesoro. So quanto tieni alla tua
indipendenza.»
«In questo momento l’indipendenza è seconda al dovere, padre» disse
Sarene. «Le nazioni stanno crollando: non abbiamo tempo per preoccuparci
dei reciproci sentimenti.»
«Hai ragione tu» disse suo padre con una risatina.
«Cosa sta succedendo a Teod, padre?»
«Nulla di buono» la avvisò Eventeo, e la sua voce si fece cupa, cosa che
non era da lui. «Questi sono tempi pericolosi. Ho dovuto reprimere un altro
culto misterico di Jesker. Sembrano spuntare sempre quando si avvicina
un’eclissi.»
Sarene rabbrividì. I cultisti dei Misteri erano uno strano gruppo, uno con
cui a suo padre non piaceva avere a che fare. C’era riserva nella sua voce,
però: qualcos’altro lo stava turbando. «C’è altro, vero?»
«Temo di sì, ’Ene» ammise suo padre. «Qualcosa di peggio.»
«Cosa?»
«Conosci Ashgress, l’ambasciatore fjordell?»
«Sì» disse Sarene accigliandosi. «Cos’ha fatto? Ti ha accusato in
pubblico?»
«No, qualcosa di peggio.» Il volto di suo padre pareva turbato. «Se n’è
andato.»
«Andato? Ha lasciato il Paese? Dopo tutto il disturbo che Fjorden s’è
presa per rimandare dei rappresentanti?»
«Proprio così, ’Ene» disse Eventeo. «Ha preso il suo intero seguito, ha
fatto un ultimo discorso al porto e se n’è andato. In tutto ciò c’era una
preoccupante aria di irrevocabilità.»

242
«Questo non è bene» concordò Sarene. Fjorden era stata dogmatica sul
mantenere una presenza a Teod. Se Ashgress se n’era andato, lo aveva fatto
in risposta a un ordine personale del Wyrn. Aveva tutta l’aria che avessero
abbandonato Teod per sempre.
«Sono spaventato, ’Ene.» Quelle parole la raggelarono più di ogni altra
cosa: suo padre era l’uomo più forte che lei conoscesse.
«Non dovresti dire certe cose.»
«Solo a te, ’Ene» disse Eventeo. «Voglio che tu capisca quanto è seria la
situazione.»
«Lo so» disse Sarene. «Lo capisco. C’è un gyorn qui a Kae.»
Suo padre borbottò alcune imprecazioni che lei non gli aveva mai sentito
pronunciare prima.
«Penso di poterlo gestire, padre» si affrettò a dire Sarene. «Ci stiamo
tenendo d’occhio.»
«Come si chiama?»
«Hrathen.»
Suo padre imprecò di nuovo, stavolta con maggior veemenza. «Idos
Domi, Sarene! Sai chi è quello? Hrathen era il gyorn assegnato a Duladel i sei
mesi prima della sua caduta.»
«Immaginavo che fosse lui.»
«Ti voglio via da lì, Sarene» disse Eventeo. «Quell’uomo è pericoloso.
Sai quante persone sono morte nella rivoluzione duladiana? Ci sono state
decine di migliaia di vittime.»
«Lo so, padre.»
«Manderò una nave a prenderti: resisteremo qui, dove nessun gyorn è il
benvenuto.»
«Io non me ne andrò, padre» disse Sarene con determinazione.
«Sarene, sii logica.» La voce di Eventeo assunse il tono calmo e
incoraggiante di quando voleva che lei facesse qualcosa. Di solito ci riusciva:
era uno dei pochi che sapevano come convincerla. «Tutti sanno che il
governo areliano è allo sfascio. Se questo gyorn ha rovesciato Duladel, non
avrà problemi a fare lo stesso con Arelon. Non puoi sperare di fermarlo
quando l’intera nazione è contro di te.»
«Io devo rimanere, padre, qualunque sia la situazione.»
«Che lealtà devi a loro, Sarene?» replicò Eventeo. «Un marito che non hai
mai conosciuto? Un popolo che non è il tuo?»
«Sono la figlia del loro re.»

243
«Sei la figlia di un re anche qui. Qual è la differenza? Qui la gente ti
conosce e ti rispetta.»
«Mi conoscono, padre, ma il rispetto…» Sarene si appoggiò contro lo
schienale, iniziando a provare un senso di nausea. I vecchi sentimenti
stavano tornando… quei sentimenti che per primi le avevano messo voglia di
lasciare la sua patria, abbandonando tutto ciò che conosceva in favore di una
terra straniera.
«Non capisco, ’Ene.» La voce di suo padre era addolorata.
Sarene sospirò e chiuse gli occhi. «Oh, padre, non sei mai riuscito a
vederlo. Per te io ero un diletto: la tua bellissima, intelligente figlia. Nessuno
avrebbe osato dirti cosa pensavano davvero di me.»
«Di cosa stai parlando?» domandò lui.
«Padre,» disse Sarene «ho venticinque anni e sono brusca, subdola e
spesso offensiva. Devi aver notato che nessun uomo ha mai chiesto la mia
mano.»
Suo padre non rispose per un momento. «Ci ho pensato» ammise infine.
«Ero la figlia zitella del re, una bisbetica che nessuno voleva toccare»
disse Sarene, cercando – senza successo – di non lasciar trasparire l’amarezza
dalla sua voce. «Gli uomini ridevano di me alle mie spalle. Nessuno osava
avvicinarmi con intenzioni romantiche, poiché era ben noto che chiunque
l’avesse fatto sarebbe stato schernito dai suoi pari.»
«Pensavo solo che tu fossi indipendente… che non considerassi nessuno
di loro degno del tuo tempo.»
Sarene rise in tono beffardo. «Tu mi ami, padre: nessun genitore vuole
ammettere che sua figlia non è attraente. La verità di tutta questa faccenda è
che nessun uomo vuole una moglie intelligente.»
«Questo non è vero» obiettò suo padre immediatamente. «Tua madre è
brillante.»
«Tu sei un’eccezione, padre, motivo per cui non riesci a vederlo. Una
donna forte non è una risorsa in questo mondo… nemmeno a Teod, che io
affermo sempre essere molto più avanzata del continente. Non è davvero così
diversa, padre. Dicono di dare alle loro donne più libertà, ma c’è ancora
l’impressione che siano loro le prime a dover ‘dare’ la libertà.
«A Teod ero una donna non sposata. Qui ad Arelon sono una moglie
vedova. È una distinzione enorme. Per quanto ami Teod, dovrei vivere con la
costante consapevolezza che nessuno mi vuole. Qui, almeno, posso tentare di
convincermi che qualcuno era disposto ad avermi… perfino se era per motivi
politici.»

244
«Possiamo trovare qualcun altro.»
«Non penso proprio, padre» disse Sarene scuotendo il capo e
appoggiandosi contro lo schienale della sedia. «Adesso che Teorn ha dei figli,
nessuno che mi sposasse finirebbe sul trono, ovvero l’unico motivo per cui
chiunque a Teod considererebbe di sposarmi. Nessuno sotto il controllo
derethi considererà il matrimonio con una Teodeti. Rimane solo Arelon, dove
la mia promessa di matrimonio mi impedisce di sposarmi di nuovo. No, non
c’è nessuno per me ora, padre. Il meglio che posso fare è approfittare della
mia situazione qui. Almeno posso esigere una certa dose di rispetto ad Arelon
senza dovermi preoccupare di come le mie azioni influenzeranno le mie
future prospettive di matrimonio.»
«Capisco» disse suo padre. Sarene poteva sentire il disappunto nella sua
voce.
«Padre, c’è bisogno che ti ricordi di non preoccuparti per me?» chiese.
«Abbiamo problemi molto più seri da affrontare.»
«Non posso fare a meno di preoccuparmi per te, Palo di Leky. Sei la mia
unica figlia.»
Sarene scosse il capo, decisa a cambiare argomento prima di cominciare a
piangere. Tutt’a un tratto provò una profonda vergogna per aver distrutto la
visione idilliaca che suo padre aveva di lei. Cercò qualcosa da poter dire per
deviare la conversazione. «Zio Kiin è qui a Kae.»
Funzionò. Udì suo padre prendere fiato dall’altra parte del legame del
Seon. «Non nominarmelo, ’Ene.»
«Ma…»
«No.»
Sarene sospirò. «D’accordo, allora dimmi di Fjorden. Cosa pensi stia
progettando il Wyrn?»
«Questa volta non ne ho davvero idea» disse Eventeo, lasciandosi
distogliere dall’altro argomento. «Dev’essere qualcosa di enorme. Stanno
chiudendo i confini ai mercanti teodeti a nord e a sud, e i nostri ambasciatori
cominciano a scomparire. Sono molto vicino al richiamarli in patria.»
«E le tue spie?»
«Stanno scomparendo quasi altrettanto rapidamente» disse suo padre.
«Non sono stato in grado di far entrare nessuno nel Veldin da oltre un mese,
e solo Domi sa cosa stanno tramando il Wyrn e i gyorn lì dentro. Mandare
spie a Fjorden di questi tempi è quasi lo stesso che mandarli a morire.»
«Ma tu lo fai comunque» disse Sarene piano, comprendendo la fonte del
dolore nella voce di suo padre.

245
«Devo. Quello che troviamo potrebbe finire per salvare migliaia di vite,
anche se non lo rende più facile. Vorrei solo poter introdurre qualcuno
dentro Dakhor.»
«Il monastero?»
«Sì» disse Eventeo. «Sappiamo quello che fanno gli altri monasteri:
Rathbore addestra assassini, Fjeldor spie e molti degli altri semplici guerrieri.
Dakhor mi turba, però. Ho sentito storie terribili su quel monastero… e non
riesco a immaginare perché qualcuno, perfino i Derethi, farebbe cose del
genere.»
«Pare che Fjorden si stia preparando per la guerra.»
«Non riesco a capirlo… non sembra, ma chi lo sa. Il Wyrn potrebbe
mandare un esercito formato da molte nazioni nella nostra direzione quasi
senza preavviso. Una piccola consolazione è che non penso sappia che ne
siamo al corrente. Purtroppo, questa consapevolezza mi mette in una
posizione difficile.»
«Cosa intendi?»
La voce di suo padre era esitante. «Se il Wyrn dichiara una guerra santa
contro di noi, questo vorrà dire la fine di Teod. Non possiamo resistere
contro la forza unita dei paesi dell’Est. ’Ene, io non me ne starò seduto a
guardare il mio popolo che viene massacrato.»
«Prenderesti in considerazione la resa?» chiese Sarene oltraggiata.
«Il dovere di un re è proteggere il suo popolo. Se mi trovassi di fronte a
una scelta tra conversione o lasciare che il mio popolo sia distrutto, penso
che dovrei scegliere la conversione.»
«Saresti rammollito come i Jindoesi» disse Sarene.
«I Jindoesi sono un popolo saggio, Sarene» disse suo padre, la sua voce
sempre più ferma. «Hanno fatto quello che era necessario per sopravvivere.»
«Ma quello vorrebbe dire arrendersi!»
«Vorrebbe dire fare quello che dobbiamo fare» disse suo padre. «Non
farò ancora nulla. Fintantoché rimangono due nazioni, abbiamo speranza.
Però, se Arelon dovesse cadere, sarò costretto ad arrendermi. Non possiamo
combattere contro il mondo intero, ’Ene, non più di quanto un granello di
sabbia possa combattere contro un intero oceano.»
«Ma…» La voce di Sarene si spense. Riusciva a vedere la difficoltà della
situazione di suo padre. Combattere Fjorden in campo aperto sarebbe stato
qualcosa di completamente futile. Convertirsi o morire: entrambe le opzioni
erano nauseanti, ma la conversione era la scelta più logica. Comunque, una

246
voce sommessa dentro di lei obiettava che morire valeva la pena, se la morte
avesse dimostrato che la verità era più potente della forza bruta.
Doveva assicurarsi che a suo padre non venisse mai data quella scelta. Se
fosse stata in grado di fermare Hrathen, allora avrebbe potuto fermare il
Wyrn. Per un poco, almeno.
«Io resterò, padre» dichiarò.
«Lo so, ’Ene. Sarà pericoloso.»
«Lo capisco. Però, se Arelon dovesse cadere, probabilmente preferirei
essere morta che guardare quello che accadrà a Teod.»
«Stai attenta e tieni d’occhio quel gyorn. Oh, a proposito… se scopri
perché il Wyrn sta affondando le navi di Iadon, riferiscimelo.»
«Cosa?» chiese Sarene stupita.
«Non lo sapevi?»
«Sapevo cosa?» domandò Sarene.
«Re Iadon ha perso quasi l’intera flotta mercantile. I rapporti ufficiali
affermano che gli affondamenti sono opera di pirati, qualche residuo della
flotta di Dreok Sfondagola. Comunque, le mie fonti collegano gli
affondamenti a Fjorden.»
«Allora è questo di cui si trattava?» chiese Sarene.
«Cosa?»
«Quattro giorni fa ero a un ricevimento» spiegò Sarene. «Un servitore ha
recapitato un messaggio al re e, di qualunque cosa si trattasse, lo ha turbato
parecchio.»
«Sembrerebbe più o meno il periodo giusto» disse suo padre. «Io stesso
l’ho scoperto due giorni fa.»
«Perché mai il Wyrn affonderebbe innocenti vascelli mercantili?» si
domandò Sarene. «A meno che… Idos Domi! Se il re perdesse i suoi introiti,
rischierebbe di perdere il trono!»
«Allora tutte quelle sciocchezze sul rango legato al denaro sono vere?»
«Follemente vere» disse Sarene. «Iadon toglie il titolo a una famiglia se
quella non riesce a mantenere il proprio reddito. Se perdesse la propria fonte
di ricchezza, questo distruggerebbe le fondamenta del suo governo. Hrathen
potrebbe rimpiazzarlo con qualcun altro – un uomo più disponibile ad
accettare Shu-Dereth – senza nemmeno preoccuparsi di iniziare una
rivoluzione.»
«Suona plausibile. Iadon si è cacciato in una situazione del genere
creando una base instabile per il suo regno.»

247
«Probabilmente si tratta di Telrii» disse Sarene. «Ecco perché ha speso
così tanto per quel ricevimento: il duca vuole mostrare di essere
finanziariamente solido. Sarei molto sorpresa se non ci fosse una montagna
di oro fjordell dietro le sue spese.»
«Cos’hai intenzione di fare?»
«Fermarlo» disse Sarene. «Anche se non vorrei. Iadon non mi piace
affatto, padre.»
«Purtroppo, pare che Hrathen abbia scelto i nostri alleati per noi.»
Sarene annuì. «Ha messo me con Elantris e Iadon… non una posizione
molto invidiabile.»
«Facciamo tutto il meglio che possiamo con quello che Domi ci ha dato.»
«Parli come un sacerdote.»
«Ho trovato motivo di essere molto religioso, di recente.»
Sarene ci pensò per un momento prima di rispondere, picchiettandosi la
guancia mentre rifletteva sulle parole di suo padre. «Una scelta saggia, padre.
Se Domi dovesse mai aiutarci, sarebbe ora. La fine di Teod significa la fine di
Shu-Korath.»
«Per un po’, forse» disse suo padre. «La verità non può mai essere
sconfitta, Sarene. Anche se ogni tanto la gente se ne dimentica.»

Sarene era a letto, le luci spente. Ashe fluttuava dal lato opposto della
stanza, la sua luminosità affievolita così tanto che era a malapena un
contorno dell’Aon Ashe contro il muro.
La conversazione con suo padre era terminata un’ora prima, ma le sue
implicazioni probabilmente l’avrebbero tormentata per mesi. Non aveva mai
considerato la resa come un’opzione, ma ora sembrava quasi inevitabile.
Quella prospettiva la turbava. Sapeva che era improbabile che il Wyrn
avrebbe lasciato che suo padre continuasse a governare, anche se si fosse
convertito. Sapeva anche che Eventeo sarebbe stato disposto a dare la vita
per risparmiare il suo popolo.
Sarene pensava anche alla propria vita e ai ricordi di Teod. Il regno
conteneva le cose che amava di più: suo padre, suo fratello e sua madre. Le
foreste attorno alla città portuale di Teoin, la capitale, erano un altro ricordo
che amava. Rammentava il modo in cui la neve si posava sul paesaggio. Una
mattina si era svegliata e aveva trovato tutto quanto fuori ammantato in una
bellissima pellicola di ghiaccio: le piante erano sembrate gemme luccicanti
nella luce del mattino invernale.

248
Eppure, Teod le ricordava anche dolore e solitudine. Rappresentava la
sua esclusione dalla società e la sua umiliazione davanti agli uomini. Sarene
aveva stabilito molto presto nel corso della sua vita di avere una mente molto
rapida e una lingua che lo era ancora di più. Entrambe le cose l’avevano
tenuta separata dalle altre donne… non che alcune di loro non fossero
intelligenti: era solo che avevano la saggezza di nasconderlo finché non erano
sposate.
Non tutti gli uomini volevano una moglie stupida… ma non c’erano
nemmeno molti uomini che si sentissero a proprio agio attorno a una donna
che presumevano fosse superiore a loro intellettualmente. Quando Sarene si
era resa conto di cosa stava facendo a sé stessa, aveva scoperto che i pochi
uomini che avrebbero potuto accettarla erano già sposati. Disperata, era
andata a scovare l’opinione che gli uomini della corte avevano di lei ed era
rimasta mortificata nello scoprire quanto la schernivano. Dopodiché le cose
non avevano fatto che peggiorare… e lei non aveva fatto altro che
invecchiare. In una terra dove ogni donna era almeno fidanzata prima dei
diciott’anni, a venticinque lei era una vecchia zitella. Una vecchia zitella
spilungona e polemica.
La sua autocommiserazione fu interrotta da un rumore. Non proveniva
dal corridoio o dalla finestra, però, ma dall’interno della sua stanza. Si mise a
sedere con un sussulto, il respiro che le si mozzava in gola mentre si
preparava a balzare via. Solo allora si rese conto che non proveniva
esattamente dalla sua stanza, ma dalla parete accanto. Si accigliò confusa.
Non c’erano stanze dall’altra parte: si trovava all’estremità stessa del palazzo:
aveva una finestra che dava sulla città.
Il rumore non si ripeté e, determinata a dormire un poco malgrado le sue
inquietudini, si disse che era stato semplicemente l’edificio che si stava
assestando.

249
CAPITOLO
18

Dilaf varcò la porta con aria un po’ distratta. Poi vide l’Elantriano che
occupava la sedia di fronte alla scrivania di Hrathen.
La sorpresa per poco non lo uccise.
Hrathen sorrise, osservando Dilaf mentre il fiato gli si mozzava
udibilmente in gola, gli occhi larghi come scudi e il suo volto trasformato in
una tonalità non molto diversa dal colore dell’armatura di Hrathen.
«Hruggath Jar» uggiolò Dilaf dalla sorpresa, quell’imprecazione fjordell che
gli saliva rapidamente alle labbra.
Hrathen sollevò le sopracciglia a quelle parole, non tanto perché lo
offendevano, ma perché era sorpreso che fossero uscite così facilmente da
Dilaf. L’arteth si era immerso davvero profondamente nella cultura fjordell.
«Saluta Diren, arteth» disse Hrathen, facendo un gesto verso l’Elantriano
dal volto grigio e nero. «E, gentilmente, astieniti dall’usare il nome di lord
Jaddeth come un’imprecazione. È un’abitudine fjordell che avrei preferito
non avessi assunto.»
«Un Elantriano!»
«Sì» disse Hrathen. «Molto bene, arteth. E no, non puoi dargli fuoco.»
Hrathen si appoggiò lentamente contro lo schienale della sedia,
sorridendo mentre Dilaf guardava torvo l’Elantriano. Hrathen aveva
convocato Dilaf nella stanza sapendo alla perfezione quale reazione avrebbe
ottenuto, e si sentiva un po’ meschino per quella mossa. Quello, però, non gli
impedì di godersi il momento.
Alla fine Dilaf scoccò a Hrathen un’occhiata carica d’odio… anche se la
mascherò rapidamente con una di sottomissione appena controllata. «Cosa
sta facendo lui qui, mio hroden?»
«Pensavo che sarebbe stato un bene conoscere il volto del nostro nemico,
arteth» disse Hrathen, alzandosi e dirigendosi verso l’Elantriano spaventato. I

250
due sacerdoti, naturalmente, stavano conversando in Fjordell. Negli occhi
dell’Elantriano c’era confusione, assieme a un tipo selvaggio di paura.
Hrathen si accovacciò accanto all’uomo, studiando il suo demone. «Sono
tutti calvi, Dilaf?» chiese con interesse.
«Non sulle prime» rispose l’arteth imbronciato. «Di solito hanno tutti i
capelli quando i cani korathi li preparano per la città. Anche la loro pelle è
più pallida.»
Hrathen allungò una mano, tastando la guancia dell’uomo. La pelle era
dura e coriacea. L’Elantriano lo osservò con occhi spaventati. «Queste
macchie nere… sono queste ciò che distingue un Elantriano?»
«È il primo segno, mio hroden» disse Dilaf, sottomesso. O si stava
abituando all’Elantriano, oppure aveva semplicemente superato il suo iniziale
impeto d’odio ed era passato a una forma più paziente di disgusto che covava
sotto la superficie. «Di solito accade nella notte. Quando la persona maledetta
si sveglia, si ritrova chiazze nere su tutto il corpo. Il resto della pelle nel
tempo si trasforma in un bruno grigiastro, come questo.»
«Come la pelle di un cadavere imbalsamato» osservò Hrathen. Aveva
visitato l’accademia a Svorden in alcune occasioni e conosceva i corpi che
tenevano lì per essere studiati.
«Molto simile» convenne Dilaf in tono sommesso. «La pelle non è l’unico
segno, mio hroden. Anche le loro interiora sono marce.»
«Come li si può distinguere?»
«I loro cuori non battono» disse Dilaf. «E le loro menti non funzionano.
Ci sono storie dai primi giorni dieci anni fa, prima che fossero tutti rinchiusi
in quella città. Entro pochi mesi assumono uno stato comatoso, a stento sono
capaci di muoversi, tranne che per gemere a causa del dolore.»
«Dolore?»
«Il dolore della loro anima che viene arsa dal fuoco di lord Jaddeth»
spiegò Dilaf. «Cresce dentro di loro fino a consumarne la coscienza. È la loro
punizione.»
Hrathen annuì, voltandosi dall’Elantriano.
«Non avreste dovuto toccarlo, mio hroden» disse Dilaf.
«Pensavo dicessi che lord Jaddeth protegge i suoi fedeli» disse Hrathen.
«Che bisogno ho di temere?»
«Avete invitato il male nella cappella, mio hroden.»
Hrathen sbuffò. «Non c’è nulla di sacro in questo edificio, Dilaf, come
sai. Non si può consacrare nessun terreno in un Paese che non si sia alleato
con Shu-Dereth.»

251
«Naturalmente» disse Dilaf. I suoi occhi stavano diventando impazienti
per qualche motivo.
Quello sguardo mise a disagio Hrathen. Forse sarebbe stato meglio
ridurre al minimo il tempo che l’arteth trascorreva nella stessa stanza
dell’Elantriano.
«Ti ho convocato perché mi servirà che tu faccia i preparativi per il
sermone serale» disse Hrathen. «Non posso farli da me: voglio trascorrere un
po’ di tempo a interrogare questo Elantriano.»
«Come comandate, mio hroden» disse Dilaf, ancora squadrando
l’Elantriano.
«Sei congedato, arteth» disse Hrathen con fermezza.
Dilaf bofonchiò piano, poi uscì rapidamente dalla stanza per andare a
eseguire gli ordini di Hrathen.
Hrathen si voltò di nuovo verso l’Elantriano. Non sembrava che la mente
della creatura non funzionasse, per dirla con le parole di Dilaf. Il capitano
della Guardia che aveva portato l’Elantriano aveva perfino menzionato il
nome della creatura; quello implicava che era in grado di parlare.
«Riesci a capirmi, Elantriano?» chiese Hrathen in Aonico.
Diren esitò, poi annuì.
«Interessante» disse Hrathen meditabondo.
«Cosa vuoi da me?» chiese l’Elantriano.
«Solo farti alcune domande» rispose Hrathen, tornando dietro la scrivania
e mettendosi a sedere. Continuò a studiare la creatura incuriosito. Mai in tutti
i suoi diversi viaggi aveva visto una malattia come quella.
«Hai… del cibo?» chiese l’Elantriano. Ci fu una lieve punta di furia nei
suoi occhi nel pronunciare la parola ‘cibo’.
«Se rispondi alle mie domande, prometto di rimandarti a Elantris con un
canestro pieno di pane e formaggio.»
Quello catturò l’attenzione della creatura. Annuì vigorosamente.
Così affamato, pensò Hrathen incuriosito.
E cos’era che aveva detto Dilaf? Che il loro cuore non batteva? Forse la
malattia causava qualcosa al metabolismo, facendo battere il cuore tanto
rapidamente che era difficile da percepire, aumentando l’appetito in qualche
modo?
«Cos’eri prima di essere gettato nella città, Diren?» chiese Hrathen.
«Un contadino, mio signore. Lavoravo nei campi della Piantagione Aor.»
«E da quanto tempo sei un Elantriano?»

252
«Sono stato gettato dentro durante l’autunno» disse Diren. «Sette mesi?
Otto? Ho perso il conto…»
Perciò l’altra affermazione di Dilaf, che gli Elantriani cadevano in uno
stato ‘comatoso’ entro pochi mesi, era errata. Hrathen sedette pensieroso,
cercando di decidere di che tipo di informazioni a lui utili questa creatura
poteva disporre.
«Com’è la situazione a Elantris?» chiese Hrathen.
«È terribile, mio signore» disse Diren, abbassando lo sguardo. «Ci sono
le bande. Se vai nel posto sbagliato, ti danno la caccia o ti fanno del male.
Nessuno dice nulla ai nuovi arrivati, perciò se non stai attento finisci nel
mercato… Non è bene. E c’è una nuova banda ora… così dicono alcuni
Elantriani. Una quarta banda, più potente delle altre.»
Bande. Ciò implicava un livello base di società, perlomeno. Hrathen si
accigliò tra sé. Se le bande erano violente come lasciava intendere Diren,
forse lui poteva usarle come un esempio di Svrakiss per i suoi seguaci.
Comunque, parlando con il compiacente Diren, Hrathen stava cominciando a
pensare che forse avrebbe dovuto continuare a proclamare le sue condanne
da una certa distanza. Se una parte degli Elantriani erano innocui come
quest’uomo, la gente di Kae probabilmente sarebbe rimasta delusa dagli
Elantriani come ‘demoni’.
Col procedere dell’interrogatorio, Hrathen si rese conto che Diren non
sapeva molto altro che fosse di qualche utilità. L’Elantriano non riusciva a
spiegare cosa fosse lo Shaod: lo aveva colpito mentre lui stava dormendo.
Lui affermava di essere ‘morto’, qualunque cosa volesse dire, e che le sue
ferite non guarivano più. Mostrò perfino a Hrathen un taglio sulla sua pelle.
La ferita non stava sanguinando, però, quindi Hrathen si limitò a sospettare
che i pezzi di pelle non si fossero saldati a dovere nel guarire.
Diren non sapeva nulla della ‘magia’ elantriana. Affermava di aver visto
altri fare disegni magici nell’aria, ma Diren stesso non sapeva come farlo.
Sapeva di essere affamato… molto affamato. Reiterò l’idea diverse volte,
così come menzionò altre due volte che era spaventato dalle bande.
Soddisfatto per aver saputo quello che aveva voluto scoprire – che
Elantris era un posto brutale, ma piuttosto umano nei suoi metodi di brutalità
– Hrathen mandò a chiamare il capitano della Guardia che aveva portato
Diren.
Il capitano della Guardia Cittadina di Elantris entrò con fare ossequioso.
Indossava guanti spessi, e pungolò l’Elantriano via dalla sedia con un lungo
bastone. Il capitano accettò con entusiasmo una borsa di monete da Hrathen,

253
poi annuì quando il gyorn gli fece promettere di comprare a Diren un
canestro di cibo. Mentre il capitano costringeva il prigioniero a uscire dalla
stanza, Dilaf comparve sulla soglia di Hrathen. L’arteth osservò la sua preda
andarsene con un’espressione di disappunto.
«Tutto pronto?» chiese Hrathen.
«Sì, mio hroden» disse Dilaf. «La gente sta già cominciando ad arrivare
per la funzione.»
«Bene» disse Hrathen, reclinandosi sulla sedia e intrecciando le dita
pensieroso.
«Qualcosa vi turba, mio hroden?»
Hrathen scosse il capo. «Stavo solo pianificando il sermone serale. Credo
che per noi sia giunto il momento di passare alla fase successiva dei nostri
piani.»
«La fase successiva, mio hroden?»
Hrathen annuì. «Penso che abbiamo stabilito con successo la nostra
posizione contro Elantris. Le masse sono sempre rapide a trovare diavoli che
li circondano, fintantoché dai loro un’adeguata motivazione.»
«Sì, mio hroden.»
«Non dimenticare, arteth,» disse Hrathen «che c’è uno scopo per il nostro
odio.»
«Unifica i nostri seguaci: dà loro un nemico comune.»
«Corretto» disse Hrathen, appoggiando le braccia sulla scrivania. «C’è un
altro scopo, però. Uno altrettanto importante. Ora che abbiamo dato alla
gente qualcuno da odiare, dobbiamo creare una correlazione tra Elantris e i
nostri rivali.»
«Shu-Korath» disse Dilaf con un sorriso sinistro.
«Corretto di nuovo. I sacerdoti korathi sono quelli che preparano i nuovi
Elantriani: sono la motivazione dietro la pietà che questo Paese mostra ai suoi
dèi caduti. Se lasciamo intendere che la tolleranza korathi rende i suoi
sacerdoti dei simpatizzanti, il disprezzo della gente verso Elantris si sposterà
invece verso Shu-Korath. Ai loro sacerdoti si presenteranno due opzioni: o
accettare la nostra incriminazione, o schierarsi con noi contro Elantris. Se
scelgono la prima opzione, la gente si rivolterà contro di loro. Se scelgono la
seconda, li metterà sotto il nostro controllo teologico. Dopodiché, qualche
semplice imbarazzo li farà apparire impotenti e irrilevanti.»
«È perfetto» disse Dilaf. «Ma accadrà abbastanza rapidamente? C’è così
poco tempo.»

254
Hrathen trasalì, squadrando l’arteth ancora sorridente. Come aveva fatto
quell’uomo a sapere della sua scadenza? Non poteva… doveva aver tirato a
indovinare.
«Funzionerà» disse Hrathen. «Con la loro monarchia instabile e la loro
religione che vacilla, la gente cercherà una nuova guida. Shu-Dereth sarà
come una roccia tra le sabbie mobili.»
«Un’ottima analogia, mio hroden.»
Hrathen non riusciva mai a capire se con quelle affermazioni Dilaf lo
prendeva in giro o no. «Ho un compito per te, arteth. Voglio che sia tu a
effettuare il collegamento nel tuo sermone di stasera: rivolta la gente contro
Shu-Korath.»
«Il mio hroden non vuole farlo da sé?»
«Io parlerò per secondo, e il mio discorso offrirà logica. Tu, però, sei più
passionale… e il disgusto per Shu-Korath deve venire in primo luogo dai
loro cuori.»
Dilaf annuì, chinando il capo per mostrare che accettava l’ordine. Hrathen
agitò la mano, indicando che la conversazione era terminata, e l’arteth si
allontanò, chiudendo la porta dietro di sé.

Dilaf parlava col suo caratteristico zelo. Era in piedi fuori dalla cappella,
su un podio che Hrathen aveva commissionato quando le folle erano
diventate troppo vaste per entrare nell’edificio. Le miti serate primaverili
contribuivano a tali incontri e la mezza luce del tramonto, combinata con le
torce, dava il giusto miscuglio di visibilità e ombra.
La gente osservava Dilaf rapita, anche se molto di quello che diceva era
ripetitivo. Hrathen passava ore a preparare i suoi sermoni, attento a
combinare ripetizioni come rinforzo e originalità per fornire eccitazione. Dilaf
parlava e basta. Non aveva importanza che blaterasse le stesse denunce di
Elantris e le stesse ridondanti lodi all’impero di Jaddeth; la gente ascoltava
comunque. Dopo una settimana ad ascoltare l’arteth parlare, Hrathen aveva
imparato a ignorare la propria invidia… fino a un certo punto, almeno. La
sostituiva con l’orgoglio.
Mentre ascoltava, Hrathen si congratulò con sé stesso per l’efficacia
dell’arteth. Dilaf faceva come Hrathen aveva ordinato, iniziando con le sue
normali farneticazioni su Elantris, poi spostandosi con audacia in una
completa accusa di Shu-Korath. La folla si muoveva con lui, lasciando che le
sue emozioni venissero indirizzate. Era come Hrathen aveva pianificato: non
c’era motivo che fosse geloso di Dilaf. La rabbia di quell’uomo era come un

255
fiume che Hrathen stesso aveva deviato verso la folla. Dilaf poteva avere il
talento grezzo, ma Hrathen era il maestro dietro di esso.
Si disse quello fino al momento in cui Dilaf lo sorprese. Il sermone
progrediva bene: la furia di Dilaf investiva la folla con un disprezzo per tutto
ciò che era Korathi. Ma poi la marea mutò quando Dilaf tornò a rivolgere la
sua attenzione su Elantris. Hrathen sulle prime non ci pensò: Dilaf aveva una
tendenza incorreggibile a farneticare durante i suoi sermoni.
«E ora osservate!» ordinò all’improvviso Dilaf. «Osservate lo Svrakiss!
Guardate nei suoi occhi e trovate forma per il vostro odio! Alimentate
l’oltraggio di Jaddeth che brucia dentro voi tutti!»
Hrathen si sentì raggelare. Dilaf fece un gesto verso il lato del palco, dove
un paio di torce si accesero all’improvviso. Legato a un palo c’era Diren
l’Elantriano, il capo chino. Sul suo volto c’erano dei tagli che non c’erano
stati prima.
«Osservate il nemico!» urlò Dilaf. «Guardate, vedete! Non sanguina! Non
scorre sangue nelle sue vene e il cuore non batte nel suo petto. Il filosofo
Grondkest non ha forse detto che si può giudicare l’uguaglianza di tutti gli
uomini dal modo in cui il sangue li unisce? Ma qualcuno che non ha sangue?
Come lo chiameremo?»
«Demone!» urlò un membro della folla.
«Diavolo!»
«Svrakiss!» gridò Dilaf.
La folla si infuriò e ciascun membro urlava le proprie accuse verso il
miserabile bersaglio. L’Elantriano stesso gridava con passione selvaggia,
ferale. Qualcosa era cambiato dentro quell’uomo. Quando Hrathen aveva
parlato con lui, le risposte dell’Elantriano erano state prive di entusiasmo ma
lucide. Ora nei suoi occhi non c’era nulla di assennato… solo dolore. Il
suono della voce della creatura raggiunse Hrathen, sovrastando perfino la
furia del raduno.
«Distruggetemi!» implorò l’Elantriano. «Ponete fine al dolore!
Distruggetemi!»
La voce riscosse Hrathen dallo stupore. Si rese immediatamente conto di
una cosa: che a Dilaf non poteva essere consentito assassinare questo
Elantriano in pubblico. Visioni della folla di Dilaf che diventava assetata di
sangue e bruciava l’Elantriano in un impeto di passione collettiva guizzarono
per la mente di Hrathen. Avrebbe distrutto tutto quanto: Iadon non avrebbe
mai tollerato qualcosa di così violento come un’esecuzione pubblica, perfino

256
se la vittima era un Elantriano. Puzzava troppo di caos vecchio di dieci anni,
caos che aveva sovvertito un governo.
Hrathen era a un lato del podio rialzato, in mezzo a un gruppo di
sacerdoti. C’era una folla che premeva raggruppata contro il davanti del
podio, e Dilaf si trovava proprio lì di fronte, le mani distese mentre parlava.
«Devono essere distrutti!» urlò Dilaf. «Tutti quanti! Purificati dal sacro
fuoco!»
Hrathen balzò su sul podio. «E lo saranno!» urlò, interrompendo l’arteth.
Dilaf fece solo una breve pausa. Si voltò di lato, annuendo verso un
sacerdote minore che teneva in mano una torcia accesa. Dilaf probabilmente
riteneva che non ci fosse nulla che Hrathen poteva fare per fermare
l’esecuzione… perlomeno nulla che potesse fare senza indebolire la sua
stessa credibilità con la folla.
Non stavolta, arteth, pensò Hrathen. Non ti lascerò fare quello che vuoi.
Non poteva contraddire Dilaf, non senza far sembrare che esistesse una
divisione tra le file derethi.
Poteva, però, distorcere quello che Dilaf aveva detto. Quel particolare
talento vocale era una delle specialità di Hrathen.
«Ma che utilità avrebbe?» gridò Hrathen, sforzandosi di sovrastare la folla
urlante con la sua voce. Si stavano gettando in avanti, trepidanti per
l’esecuzione, scagliando maledizioni verso l’Elantriano.
Hrathen digrignò i denti, spingendosi oltre Dilaf e afferrando la torcia
dalla mano dell’altro sacerdote. Hrathen udì Dilaf sibilare dall’irritazione, ma
ignorò l’arteth. Se non avesse preso il controllo della folla, quelli si sarebbero
semplicemente spinti avanti e avrebbero assalito l’Elantriano per conto loro.
Hrathen tenne in alto la torcia, vibrandola ripetutamente verso l’alto,
facendo urlare la folla di piacere, suscitando una sorta di ritmo cantilenante.
E, tra i battiti del ritmo, c’era silenzio.
«Ve lo chiedo di nuovo, gente!» gridò Hrathen mentre la folla taceva,
preparandosi a un altro urlo.
Quelli indugiarono.
«Che utilità avrebbe uccidere questa creatura?» domandò Hrathen.
«È un demone!» gridò uno degli uomini.
«Sì!» disse Hrathen. «Ma è già tormentato. Jaddeth stesso ha dato a
questo demone la sua maledizione. Ascoltatelo implorare la morte! È questo
che vogliamo fare? Dare alla creatura ciò che vuole?»
Hrathen attese, teso. Mentre alcuni dei membri della folla urlarono «Sì!»
per abitudine, altri tentennarono. Serpeggiò la confusione e un po’ della

257
tensione si sgonfiò.
«Gli Svrakiss sono nostri nemici» disse Hrathen, parlando in tono più
controllato ora, la sua voce era più ferma che passionale. Le sue parole
calmarono la gente ancora di più. «Comunque non sta a noi punirli. È un
piacere riservato a Jaddeth! Noi abbiamo un altro compito.
«Questa creatura, questo demone, questa è la cosa che i sacerdoti korathi
vogliono che voi compatiate! Vi siete mai domandati perché Arelon è povera
paragonata alle nazioni dell’Est? È perché tollerate l’idiozia korathi. Ecco
perché vi mancano le ricchezze e le benedizioni che si trovano in nazioni
come Jindo e Svorden. I Korathi sono troppo indulgenti. Può non essere
nostro compito distruggere queste creatura, ma non lo è nemmeno prenderci
cura di loro! Di sicuro non dovremmo compatirli o tollerare che vivano in
una città ricca e sontuosa come Elantris.»
Hrathen estinse la torcia, poi fece cenno a un sacerdote di andare a fare lo
stesso con le luci che illuminavano il povero Elantriano. Quando quelle torce
vennero spente, l’Elantriano scomparve dalla vista e la folla cominciò a
calmarsi.
«Ricordate» disse Hrathen. «I Korathi sono quelli che si prendono cura
degli Elantriani. Perfino ora, sono elusivi quando viene loro chiesto se gli
Elantriani sono demoni. I Korathi hanno paura che la città tornerà alla sua
gloria, ma noi sappiamo che non è così. Sappiamo che Jaddeth ha
pronunciato la Sua maledizione. Non c’è pietà per i dannati!
«Shu-Korath è la causa dei vostri dolori. È ciò che sostiene e protegge
Elantris. Non vi sbarazzerete mai della maledizione elantriana fintantoché i
sacerdoti korathi manterranno il dominio su Arelon. Perciò io vi dico:
andate! Raccontate ai vostri amici quello che avete appreso e spronateli a
rifiutare le eresie korathi!»
Ci fu silenzio. Poi la gente cominciò a urlare il proprio assenso: la loro
insoddisfazione era stata dirottata con successo. Hrathen li osservò
attentamente mentre gridavano di approvazione, poi finalmente iniziarono a
disperdersi. Il loro odio vendicativo per buona parte si era dissipato. Hrathen
sospirò di sollievo: non ci sarebbero state aggressioni notturne a sacerdoti o
templi korathi. Il discorso di Dilaf era stato troppo rapido, troppo passeggero
per aver causato danni permanenti. Il disastro era stato sventato.
Hrathen si voltò, squadrando Dilaf. L’arteth aveva lasciato il palco dopo
che Hrathen aveva preso il controllo e ora se ne stava a osservare la sua folla
con rabbia stizzita.

258
Li avrebbe trasformati tutti in accanite repliche di sé stesso, pensò
Hrathen. Tranne che la loro passione si sarebbe estinta rapidamente una volta
passato il momento. Avevano bisogno di altro. Avevano bisogno di
conoscenza, non solo di isteria.
«Arteth» disse Hrathen in tono severo, catturando l’attenzione di Dilaf.
«Dobbiamo parlare.»
L’arteth trattenne un’occhiataccia, poi annuì. L’Elantriano stava ancora
urlando di essere ucciso. Hrathen si voltò verso un altro paio di arteth,
facendo cenno verso l’Elantriano. «Prendete la creatura e incontratevi con me
nei giardini.»
Hrathen si voltò verso Dilaf, annuendo bruscamente verso il cancello sul
fondo della cappella derethi. Dilaf fece come ordinato, muovendosi verso i
giardini. Hrathen lo seguì, incrociando sul cammino il confuso capitano della
Guardia Cittadina di Elantris.
«Mio signore?» chiese l’uomo. «Il giovane sacerdote mi ha intercettato
prima che tornassi alla città. Ha detto che rivolevate la creatura. Ho fatto
qualcosa di sbagliato?»
«Va tutto bene» tagliò corto Hrathen. «Torna al tuo posto; ce la vedremo
noi con l’Elantriano.»

L’Elantriano parve accogliere di buon grado le fiamme, malgrado il


terribile dolore che dovevano aver causato.
Dilaf si rannicchiò da un lato, guardando entusiasta, anche se era stata la
mano di Hrathen – non quella di Dilaf – a lasciar cadere la torcia
sull’Elantriano inzuppato d’olio. Hrathen osservò la povera creatura mentre
bruciava, le sue urla di dolore finalmente messe a tacere dal fuoco ruggente.
Il corpo della creatura pareva bruciare facilmente – troppo facilmente – tra le
fiamme che lo lambivano.
Hrathen provò una punta di colpevolezza per aver tradito Diren, anche se
quell’emozione era sciocca: l’Elantriano poteva non essere stato un vero
diavolo, ma di sicuro era una creatura che Jaddeth aveva maledetto. Hrathen
non doveva nulla all’Elantriano.
Tuttavia, rimpiangeva di aver dovuto bruciare la creatura. Purtroppo i
tagli di Dilaf avevano evidentemente fatto impazzire l’Elantriano e non c’era
modo di rimandarlo nella città nel suo stato attuale. Le fiamme erano state
l’unica opzione.
Hrathen osservò gli occhi di quell’uomo patetico finché le fiamme non lo
consumarono del tutto.

259
«E il fuoco ardente dello scontento di Jaddeth li purificherà» sussurrò
Dilaf, citando il Do-Dereth.
«Il giudizio appartiene al solo Jaddeth, e viene eseguito dal suo unico
servitore, il Wyrn» citò Hrathen usando un passaggio differente dallo stesso
libro. «Non avresti dovuto costringermi a uccidere questa creatura.»
«Era inevitabile» disse Dilaf. «Alla fine tutte le cose devono inchinarsi
davanti alla volontà di Jaddeth… ed è la sua volontà che tutto di Elantris
bruci. Stavo semplicemente seguendo il destino.»
«Hai quasi perso il controllo di quella folla con le tue farneticazioni,
arteth» sbottò Hrathen. «Una rivolta dev’essere pianificata ed eseguita con
molta cautela, altrimenti è altrettanto probabile che si rivolti contro i suoi
creatori così come contro i loro nemici.»
«Io… mi sono fatto trasportare» disse Dilaf. «Ma uccidere un Elantriano
non li avrebbe fatti rivoltare.»
«Questo non lo sai. E per quanto riguarda Iadon?»
«Come avrebbe potuto obiettare?» disse Dilaf. «È stato lui stesso a
ordinare che gli Elantriani che fuggono possono essere bruciati. Non
prenderebbe mai posizione a favore di Elantris.»
«Ma potrebbe prendere posizione contro di noi!» disse Hrathen. «Hai
commesso un errore nel portare questa creatura all’incontro.»
«La gente meritava di vedere quello che deve odiare.»
«La gente non è ancora pronta per questo» disse Hrathen in tono severo.
«Vogliamo mantenere il loro odio informe. Se iniziano a fare a pezzi la città,
Iadon metterà fine alla nostra predicazione.»
Gli occhi di Dilaf si strinsero. «Pare che stiate cercando di evitare
l’inevitabile, mio hroden. Avete incoraggiato questo odio: siete riluttante ad
accettare la responsabilità per le morti che questo causerà? Odio e disprezzo
non possono rimanere ‘informi’ a lungo: troveranno uno sfogo.»
«Ma quello sfogo arriverà quando lo deciderò io» disse Hrathen
freddamente. «Sono al corrente della mia responsabilità, arteth, anche se
dubito che tu la comprenda. Mi hai appena detto che uccidere questo
Elantriano era il volere di Jaddeth… che stavi semplicemente seguendo il
volere di Jaddeth forzandomi la mano. Quale delle due? Le morti che
provoco nella mia rivolta sarebbero causa mia o semplicemente la volontà di
Dio? Come puoi tu essere un servitore innocente mentre io devo accettare
piena responsabilità per la gente di questa città?»
Dilaf esalò bruscamente. Però sapeva quando era sconfitto. Gli rivolse un
rapido inchino, poi si voltò ed entrò nella cappella.

260
Hrathen osservò l’arteth andar via, covando la sua rabbia in silenzio. Le
azioni di Dilaf di quella notte erano state sciocche e impulsive. Stava
cercando di indebolire l’autorità di Hrathen oppure stava semplicemente
dando sfogo al suo fervore religioso? Se si trattava del secondo caso, la
scampata rivolta era colpa dello stesso Hrathen. Dopotutto era stato così
orgoglioso di sé stesso per aver usato Dilaf come uno strumento efficace.
Hrathen scosse il capo, rilasciando un respiro teso. Aveva sconfitto Dilaf
quella sera, ma la tensione tra loro stava crescendo. Non potevano
permettersi di farsi vedere a discutere. Voci di dissenso tra i ranghi derethi
avrebbero eroso la loro credibilità.
Dovrò fare qualcosa per quell’arteth, decise Hrathen con rassegnazione:
Dilaf stava diventando un vero ostacolo.
Presa la sua decisione, Hrathen si voltò per andarsene. Mentre lo faceva,
però, i suoi occhi caddero di nuovo sui resti carbonizzati dell’Elantriano e,
senza volere, rabbrividì. L’ostinazione dell’uomo nell’accettare il supplizio
riportò dei ricordi alla mente di Hrathen… ricordi che aveva cercato di
bandire a lungo. Immagini di dolore, di sacrificio e di morte.
Ricordi di Dakhor.
Voltò le spalle alle ossa carbonizzate, dirigendosi verso la cappella. Aveva
ancora un altro compito da portare a termine quella sera.

Il Seon fluttuò libero dalla sua scatola, rispondendo al comando di


Hrathen. Mentalmente, Hrathen si rimproverò: quella era la seconda volta in
una settimana che usava la creatura. Affidarsi ai Seon era qualcosa da evitare.
Però Hrathen non riusciva a pensare a nessun altro modo per realizzare il suo
obiettivo. Dilaf aveva ragione: il tempo scarseggiava. Erano già trascorsi
quattordici giorni dal suo arrivo ad Arelon e prima ancora aveva passato una
settimana in viaggio. Restavano solo settanta giorni dei novanta che gli erano
stati concessi e, malgrado le dimensioni del raduno di quella notte, Hrathen
aveva convertito solo una minima porzione di Arelon.
Solo un fatto gli dava speranza: la nobiltà di Arelon era concentrata a
Kae. Essere lontani dalla corte di Iadon era un suicidio politico: il re si
ostinava a concedere e togliere titoli, ed era necessario un alto profilo per
assicurarsi un posto fisso nell’aristocrazia. Al Wyrn non importava se
Hrathen avesse convertito o meno le masse: fintantoché la nobiltà si fosse
inchinata, il Paese sarebbe stato considerato derethi.
Così Hrathen aveva una possibilità, ma aveva ancora molto da fare. Una
parte importante risiedeva nell’uomo che Hrathen stava per chiamare. Il suo

261
contatto non era un gyorn, cosa che rendeva il suo uso del Seon non molto
ortodosso. Comunque, il Wyrn non gli aveva mai ordinato direttamente di
non chiamare altre persone con il suo Seon, perciò Hrathen era in grado di
razionalizzare l’utilizzo.
Il Seon reagì prontamente e presto la faccia di Forton, simile a un topo e
dalle grosse orecchie, comparve nella sua luce.
«Chi è?» chiese lui nel marcato dialetto Fjordell parlato nella provincia di
Hrovell.
«Sono io, Forton.»
«Mio lord Hrathen?» chiese Forton sorpreso. «Mio signore, è passato
molto tempo.»
«Lo so, Forton. Confido che tu stia bene.»
L’uomo rise allegramente, anche se quella risata si trasformò presto in un
rantolo. Forton aveva una tosse cronica, una malattia che Hrathen era certo
fosse stata causata dal fatto che all’uomo piaceva tanto fumare.
«Ma certo, mio signore» disse Forton tra un colpo di tosse e l’altro.
«Quando non sto bene?» Forton era un uomo del tutto appagato della sua
vita, una condizione derivante anche dalle varie sostanze che amava fumare.
«Cosa posso fare per voi?»
«Ho bisogno di uno dei tuoi elisir, Forton» disse Hrathen.
«Ma certo, ma certo. Cosa deve fare?»
Hrathen sorrise. Forton era un genio senza pari, motivo per cui Hrathen
tollerava le sue eccentricità. L’uomo non solo teneva un Seon, ma era un
devoto seguace dei Misteri, una forma degenerata della religione jeskerica
comune nelle aree rurali. Anche se Hrovell era ufficialmente una nazione
derethi, gran parte di essa era una campagna primitiva e scarsamente
popolata, difficile da sorvegliare. Molti dei contadini partecipavano alle
funzioni derethi con devozione, poi prendevano parte alle cerimonie
misteriche notturne con uguale devozione. Forton stesso era considerato una
sorta di mistico nella sua cittadina, anche se quando parlava con Hrathen si
fingeva sempre un Derethi ortodosso.
Hrathen spiegò quello che voleva e Forton glielo ripeté. Anche se Forton
era spesso drogato, era molto esperto nel miscelare pozioni, veleni ed elisir.
Hrathen non aveva mai incontrato nessuno a Sycla che potesse eguagliare le
capacità di Forton. Uno degli intrugli di quell’uomo eccentrico aveva rimesso
in sesto Hrathen dopo che era stato avvelenato da un avversario politico. Si
diceva che per quella sostanza ad azione lenta non esistesse alcun antidoto.

262
«Questo non sarà un problema, mio signore» promise Forton a Hrathen
nel suo dialetto marcato. Perfino dopo anni a trattare con gli Hroven, Hrathen
aveva problemi a comprenderli. Era certo che molti di loro non sapessero
nemmeno che esisteva una forma pura e corretta della loro lingua a Fjorden.
«Bene» disse Hrathen.
«Sì, tutto quello di cui avrò bisogno sarà combinare due formule che ho
già» disse Forton. «Quanto ne volete?»
«Almeno due dosi. Ti pagherò il prezzo normale.»
«Il mio vero pagamento è la consapevolezza di aver servito lord Jaddeth»
disse l’uomo con deferenza.
Hrathen resistette all’impulso di ridere. Sapeva che presa avevano i
Misteri sulla gente di Hrovell. Era una sgradevole forma di adorazione, una
combinazione sincretica di una dozzina di fedi differenti, con alcune
aberrazioni – come sacrifici rituali e cerimonie della fertilità – aggiunte per
renderla più allettante. Hrovell, però, era un compito che poteva aspettare. La
gente faceva ciò che il Wyrn comandava, ed erano troppo insignificanti per
generare preoccupazione a Fjorden. Naturalmente le loro anime erano in
serio pericolo: Jaddeth non era noto per la sua indulgenza verso gli ignoranti.
Un altro giorno, si disse Hrathen. Un altro giorno.
«Quand’è che il mio signore avrà bisogno di questa pozione?» chiese
l’uomo.
«Questo è il problema, Forton. Mi serve immediatamente.»
«Dove siete?»
«Ad Arelon» disse Hrathen.
«Ah, bene» disse Forton. «Il mio signore ha finalmente deciso di
convertire quei pagani.»
«Sì» disse Hrathen con un lieve sorriso. «Noi Derethi siamo stati pazienti
fin troppo a lungo con gli Areliani.»
«Be’, Vostra signoria non avrebbe potuto scegliere un posto più lontano»
disse Forton. «Perfino se terminassi la pozione stanotte e la inviassi
domattina, ci metterebbe almeno due settimane ad arrivare.»
Hrathen era irritato per il ritardo, ma non c’era altra possibilità. «Allora
fallo, Forton. Ti compenserò per aver lavorato con così poco preavviso.»
«Un vero seguace di Jaddeth farà qualunque cosa per l’avvento del Suo
impero, mio signore.»
Be’, almeno conosce la dottrina derethi, pensò Hrathen, facendo spallucce
mentalmente.
«C’è qualcos’altro, mio signore?» chiese Forton tossendo un poco.

263
«No. Mettiti al lavoro e manda le pozioni il più velocemente possibile.»
«Sì, mio signore. Inizierò immediatamente. Pregate pure per contattarmi
ogni volta che volete.»
Hrathen si accigliò: si era dimenticato di quella inesattezza. Forse il
dominio di Forton della dottrina derethi dopotutto non era poi così solido.
Forton non sapeva che Hrathen aveva un Seon: riteneva semplicemente che
un gyorn potesse pregare Jaddeth e che Dio avrebbe indirizzato le sue parole
attraverso i Seon. Come se lord Jaddeth fosse un membro della posta.
«Buonanotte, Forton» disse Hrathen, trattenendo il disappunto dalla
propria voce. Forton era un drogato, un eretico e un ipocrita… ma era
comunque una risorsa inestimabile. Hrathen aveva deciso molto tempo fa che
se Jaddeth tollerava che i suoi gyorn comunicassero usando i Seon, di sicuro
Egli avrebbe permesso a Hrathen di usare uomini come Forton.
Dopotutto, Jaddeth aveva creato tutti gli uomini… perfino gli eretici.

264
CAPITOLO
19

La città di Elantris risplendeva scintillante. Le pietre stesse brillavano, come


se ciascuna contenesse un fuoco. Le cupole in pezzi erano state restaurate, le
superfici lisce simili a uova sbocciavano per il paesaggio. Guglie sottili
pugnalavano l’aria come raggi di luce. Le mura non erano più una barriera,
poiché i loro cancelli erano lasciati costantemente aperti: esistevano non per
proteggere, ma per coesione. Le mura erano parte della città in qualche
modo, un elemento essenziale del tutto, senza cui Elantris non sarebbe stata
completa.
E in mezzo alla bellezza e alla gloria c’erano gli Elantriani. I loro corpi
parevano brillare con la stessa luce interiore della città, la loro pelle di un
luminoso argento pallido. Non metallico, solo… puro. I loro capelli erano
bianchi, ma non del logoro grigio smorto o giallo degli anziani. Era il bianco
abbacinante di acciaio riscaldato a un’altissima temperatura: un colore privo
di impurità, un potente bianco concentrato.
Il loro portamento era egualmente impressionante. Gli Elantriani si
muovevano per la città con un’aria di completo controllo. Gli uomini erano
attraenti e alti, perfino quelli bassi, e le donne erano innegabilmente
bellissime, perfino quelle ordinarie. Non avevano fretta: passeggiavano
invece di camminare, e salutavano tutti coloro che incontravano. In essi c’era
un potere, però. Si irradiava dai loro occhi ed era alla base di tutti i loro
movimenti. Era facile capire perché quegli esseri venivano adorati come dèi.
Ugualmente inconfondibili erano gli Aon. Gli antichi glifi ricoprivano la
città: erano incisi nelle pareti, dipinti sulle porte e scritti sui cartelli. Molti di
essi erano inerti: semplici marchi, non rune con scopi arcani. Altri, però,
contenevano evidentemente dell’energia. Per tutta la città c’erano grosse
placche metalliche con inciso l’Aon Tia e, di tanto in tanto, un Elantriano si
avvicinava e metteva la mano al centro del carattere. Il corpo dell’Elantriano

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scintillava e poi spariva in uno scoppio di luce circolare, il suo corpo
istantaneamente trasportato in un’altra parte della città.
Tra quella gloria c’era una piccola famiglia di cittadini di Kae. I loro abiti
erano ricchi ed eleganti, il loro eloquio colto, ma la loro pelle non splendeva.
C’erano altre persone normali in città… non tanti come gli Elantriani, ma
comunque un buon numero. Quello confortava il ragazzo, dandogli un
riferimento familiare.
Il padre portava suo figlio stretto a sé, guardandosi attorno con
diffidenza. Non tutti adoravano gli Elantriani; alcuni erano sospettosi. La
madre del ragazzo stringeva il braccio del marito con dita tese. Non era mai
stata a Elantris, anche se aveva vissuto a Kae per oltre un decennio. A
differenza del padre del ragazzo, lei era più nervosa che diffidente. Era
preoccupata per la ferita di suo figlio, ansiosa come qualunque madre il cui
figlio fosse vicino alla morte.
All’improvviso il ragazzo avvertì il dolore alla gamba. Era atroce e
intenso, originato dalla ferita in suppurazione e dall’osso frantumato nella
coscia. Era caduto da qualche posto alto e la gamba si era spezzata in modo
così netto che l’osso rotto aveva squarciato la pelle ed era spuntato fuori.
Suo padre aveva ingaggiato i migliori chirurghi e dottori, ma non erano
stati in grado di fermare l’infezione. L’osso era stato composto nel modo
migliore possibile, considerando che era stato fratturato in almeno dodici
punti. Perfino senza l’infezione, il ragazzo avrebbe zoppicato per il resto dei
suoi giorni. Con l’infezione… l’amputazione pareva l’unica possibilità.
Dentro di sé, i dottori temevano che fosse troppo tardi perfino per quella
soluzione; la ferita era situata in alto sulla gamba e probabilmente l’infezione
si era diffusa al torso. Il padre aveva preteso la verità. Sapeva che suo figlio
stava morendo. E così era venuto a Elantris, malgrado la sua inveterata
diffidenza verso quegli dèi.
Portarono il ragazzo a un edificio a cupola. Lui si dimenticò quasi del
dolore quando la porta si aprì da sola, scivolando verso l’interno con un
suono. Suo padre si arrestò all’improvviso davanti alla porta, come se stesse
riconsiderando le sue azioni, ma sua madre strattonò con insistenza il braccio
dell’uomo. Suo padre annuì, chinando il capo ed entrando nell’edificio.
Luce brillava da Aon splendenti alle pareti. Una donna si avvicinò, i suoi
capelli bianchi lunghi e folti, il volto argenteo con un sorriso incoraggiante.
Ignorò la diffidenza del padre e i suoi occhi erano solidali mentre prendeva il
ragazzo dalle braccia esitanti. Lo appoggiò con cautela su un tappeto soffice,

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poi sollevò le mani nell’aria sopra di lui, il lungo indice sottile che non
puntava verso nulla.
L’Elantriana mosse lentamente la mano e l’aria cominciò a risplendere.
Una scia di luce seguì il suo dito. Era una frattura nell’aria, una linea che
irradiava con profonda intensità. Era come se un fiume di luce stesse
cercando di riversarsi attraverso quel piccolo varco. Il ragazzo poteva
percepire il potere, poteva avvertirlo nella sua furia di essere libero, ma solo
a pochissimo di esso fu consentito di fuoriuscire. Perfino quel poco fu così
abbagliante che la luce gli permetteva a malapena di vedere.
La donna tracciò il simbolo con cautela, completando l’Aon Ien… ma
non era solo l’Aon Ien: era più complesso. Il nucleo era il familiare Aon della
guarigione, ma c’erano dozzine di linee e curve ai lati. La fronte del ragazzo si
corrucciò: i suoi tutori gli avevano insegnato gli Aon, e pareva strano che la
donna lo cambiasse in modo così drastico.
La bellissima Elantriana tracciò un ultimo segno sul lato della sua
complessa costruzione e l’Aon iniziò a brillare con intensità ancora maggiore.
Il ragazzo avvertì un bruciore alla gamba che poi si diffuse su per il torso.
Iniziò a urlare, ma la luce scomparve all’improvviso. Il ragazzo aprì gli occhi
sorpreso; l’immagine residua dell’Aon Ien bruciava ancora nella sua vista.
Sbatté le palpebre, abbassando lo sguardo. La ferita era scomparsa. Non
rimaneva nemmeno una cicatrice.
Ma poteva ancora percepire il dolore. Lo bruciava, lo tagliava, gli faceva
tremare l’anima. Sarebbe dovuto scomparire, ma non era così.
«Ora riposa, piccolo» disse l’Elantriana con voce calorosa, spingendolo
all’indietro.
Sua madre stava piangendo di gioia e perfino suo padre pareva
soddisfatto. Il ragazzo voleva urlare loro contro, gridare che qualcosa non
andava. La sua gamba non era stata guarita. Il dolore rimaneva ancora.
No! C’è qualcosa di sbagliato! Cercò di dirlo, ma non ci riuscì. Non
poteva parlare…

«No!» urlò Raoden, sedendosi dritto con un movimento improvviso.


Sbatté le palpebre alcune volte, disorientato nell’oscurità. Alla fine prese
alcuni respiri profondi, portandosi la mano alla testa. Il dolore rimaneva;
stava diventando così forte che alterava perfino i suoi sogni. Aveva dozzine
di minuscoli lividi e ferite ora, anche se era a Elantris da solo tre settimane.
Poteva percepire ciascuna distintamente e assieme formavano un fronte unito
che assaliva la sua sanità mentale.

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Raoden gemette, piegandosi in avanti e afferrandosi le gambe nel
combattere il dolore. Il suo corpo non riusciva più a sudare, ma poteva
percepirlo tremare. Serrò forte i denti, digrignandoli contro la scarica di
agonia. Lentamente, faticosamente, riacquistò il controllo. Rifiutò il dolore,
placando il suo corpo torturato fin quando, finalmente, lasciò andare le
gambe e si alzò in piedi.
La situazione stava peggiorando. Sapeva che non sarebbe dovuta essere
ancora a questo punto: non era a Elantris da nemmeno un mese. Sapeva
anche che il dolore sarebbe dovuto essere costante, o così tutti dicevano, ma
per lui pareva arrivare a ondate. Era sempre lì, sempre pronto ad avventarsi
su di lui in un momento di debolezza.
Con un sospiro, Raoden aprì con una spinta la porta per le sue stanze.
Trovava ancora strano che gli Elantriani dovessero dormire. I loro cuori non
battevano più e non avevano più bisogno di respirare. Perché avevano
bisogno di dormire? Gli altri, però, non sapevano dargli risposte. Gli unici
veri esperti erano morti dieci anni prima.
Così Raoden dormiva, e con quel sonno giungevano i sogni. Aveva avuto
otto anni quando si era rotto la gamba. Suo padre era stato riluttante a
portarlo nella città; anche prima del Reod, Iadon era stato diffidente nei
confronti di Elantris. La madre di Raoden, morta ormai da circa dodici anni,
aveva insistito.
Il bambino Raoden non aveva capito quanto era arrivato vicino alla
morte. Aveva avvertito il dolore, però, e la stupenda pace della sua
rimozione. Ricordava la bellezza sia della città che dei suoi occupanti. Iadon
aveva parlato con severità di Elantris mentre se ne andavano, e Raoden aveva
contraddetto quelle parole con veemenza. Era la prima volta che Raoden
riusciva a ricordare di aver preso una posizione contro suo padre. Dopo
quella volta ce n’erano state molte altre.
Mentre entrava nella cappella principale, Saolin lasciò la sua posizione di
guardia accanto alla camera di Raoden, mettendosi al passo al suo fianco. Nel
corso dell’ultima settimana, il soldato aveva radunato un gruppo di uomini
disponibili e li aveva organizzati in una squadra di guardie.
«Sai che sono lusingato dalla tua premura, Saolin» disse Raoden. «Ma è
davvero necessario?»
«Un lord ha bisogno di una scorta, lord Spirito» spiegò Saolin. «Non
sarebbe appropriato che andaste in giro da solo.»
«Non sono un lord, Saolin» disse Raoden. «Sono solo un capo: non ci
sarà nessuna nobiltà a Elantris.»

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«Capisco, mio lord» disse Saolin con un cenno di assenso, ovviamente
non vedendo il paradosso nelle sue stesse parole. «Comunque, la città rimane
un posto pericoloso.»
«Come desideri, Saolin» disse Raoden. «Come va la semina?»
«Galladon ha finito con l’aratura» disse Saolin. «Ha già organizzato le
squadre per la semina.»
«Non avrei dovuto dormire così tanto» disse Raoden, guardando fuori
dalla finestra della cappella e notando quanto era salito in alto il sole. Lasciò
l’edificio, con Saolin alle spalle, e fece il giro su un acciottolato ben curato
fino agli orti. Kahar e la sua squadra avevano ripulito le pietre, e poi Dahad –
uno dei seguaci di Taan – aveva usato le sue capacità di tagliapietre per
regolarle.
La semina era già in corso. Galladon sovrintendeva al lavoro con occhio
attento, la sua lingua burbera lesta a sottolineare qualunque errore.
Comunque nel Dula c’era un senso di pace. Alcuni uomini erano contadini
perché non avevano altra scelta, ma sembrava che Galladon traesse vero
piacere da quell’attività.
Raoden ricordava chiaramente quel primo giorno, quando aveva tentato
Galladon con il pezzo di carne secca. Il dolore del suo amico era stato a
malapena sotto controllo allora: Raoden aveva avuto paura del Dula diverse
volte durante quei primi giorni. Ora non rimaneva nulla di tutto ciò. Raoden
poteva vederlo negli occhi di Galladon e nella sua postura: lui aveva trovato
il ‘segreto’, per usare le parole di Kahar. Galladon aveva di nuovo il
controllo. Ora l’unico che Raoden doveva temere era sé stesso.
Le sue teorie stavano funzionando meglio di quanto perfino lui si fosse
mai aspettato, ma solo su tutti gli altri. Aveva portato pace e scopo alle
dozzine di Elantriani che lo seguivano, ma non riusciva a fare lo stesso per
sé. Il dolore lo bruciava ancora. Lo minacciava ogni mattina quando si
svegliava e restava con lui in ogni momento in cui era cosciente. Era più
risoluto di chiunque altro ed era il più determinato a far sì che Elantris
riuscisse. Riempiva i suoi giorni, non lasciando alcun momento vuoto per
contemplare la propria sofferenza. Nulla funzionava. Il dolore continuava a
crescere.
«Mio lord, attento!» urlò Saolin.
Raoden saltò, voltandosi mentre un ringhiante Elantriano a torso nudo
caricava da un vicolo buio, correndo verso di lui. Raoden ebbe appena il
tempo di fare un passo indietro mentre il forsennato sollevava una sbarra di
ferro arrugginita e la vibrava direttamente contro la faccia di Raoden.

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Dal nulla guizzò nudo acciaio e la lama di Saolin parò il colpo. Il bestiale
nuovo arrivato si fermò, riorientandosi davanti a un nuovo nemico. Si
muoveva troppo lentamente. La mano esperta di Saolin mise a segno un
affondo che trapassò l’addome del folle. Poi, sapendo che un colpo del
genere non avrebbe fermato un Elantriano, Saolin gli assestò un poderoso
fendente di rovescio, separando la testa del pazzo dal corpo. Non ci fu
sangue.
Il cadavere ruzzolò a terra e Saolin rivolse a Raoden il saluto con la lama,
scoccandogli un sorriso rassicurante a cui mancavano diversi denti. Poi si
girò per fronteggiare un gruppo di folli che caricavano lungo una vicina
strada verso di loro.
Sbalordito, Raoden barcollò all’indietro. «Saolin, no! Sono troppi!»
Per fortuna gli uomini di Saolin avevano udito il trambusto. Entro pochi
secondi ce ne furono cinque – Saolin, Dashe e altri tre soldati – ad affrontare
l’attacco. Combattevano in una fila efficiente, impedendo ai nemici di farsi
strada negli orti e cooperando con la coordinazione di soldati addestrati.
Gli uomini di Shaor erano più numerosi, ma la loro rabbia non poteva
competere con l’efficienza militare. Attaccavano in maniera solitaria e il loro
fervore li rendeva stupidi. In pochi momenti la battaglia terminò e i pochi
aggressori rimasti schizzarono via in ritirata.
Saolin ripulì la lama con efficienza, poi si voltò con gli altri. Rivolsero il
saluto a Raoden all’unisono.
L’intera battaglia era avvenuta quasi più rapidamente di quanto Raoden
riuscisse a seguirla. «Buon lavoro» riuscì a dire infine.
Un grugnito provenne da un lato, dove Galladon era inginocchiato
accanto al corpo decapitato del primo assalitore. «Devono aver sentito che
avevamo del grano qui» borbottò il Dula. «Poveri rulo.»
Raoden annuì con solennità, osservando i folli caduti. Quattro di loro
erano stesi a terra, stringendosi varie ferite, tutte fatali se non fossero stati
Elantriani. Allo stato attuale, potevano solo gemere dall’agonia. Raoden
provò una punta di familiarità. Sapeva com’era provare dolore.
«Questo non può continuare» disse piano.
«Non vedo come puoi fermarlo, sule» replicò Galladon al suo fianco.
«Questi sono uomini di Shaor; nemmeno lui ha molto controllo su di loro.»
Raoden scosse il capo. «Non salverò la gente di Elantris solo per lasciarla
a combattere ogni giorno per la propria vita. Non costruirò una società sulla
morte. I seguaci di Shaor possono aver dimenticato che sono uomini, ma io
no.»

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Galladon si accigliò. «Karata e Aanden erano delle possibilità, seppure
distanti. Shaor è tutta un’altra storia, sule. In questi uomini non rimane
alcuna traccia di umanità: non puoi ragionare con loro.»
«Allora dovrò ridar loro la ragione» disse Raoden.
«E come intendi farlo, sule?»
«Troverò un modo.»
Raoden si inginocchiò accanto al folle caduto. Un prurito in fondo alla
sua mente lo avvisò che riconosceva quell’uomo da un’esperienza recente.
Raoden non poteva esserne certo, ma pensava che l’uomo fosse stato uno dei
seguaci di Taan, uno degli uomini con cui Raoden si era confrontato durante
la tentata scorreria di Dashe.
Allora è vero, pensò Raoden con un crampo allo stomaco.
Molti dei seguaci di Taan erano venuti a unirsi a Raoden, ma la maggior
parte no. Si sussurrava che molti di quelli si fossero diretti fino al settore del
mercato di Elantris, aggregandosi ai folli di Shaor. Non era così improbabile,
supponeva Raoden: dopotutto quegli uomini erano stati disposti a seguire
Aanden, una persona evidentemente squilibrata. La banda di Shaor era solo a
un piccolo passo dal divenirlo.
«Lord Spirito?» chiese Saolin esitante. «Cosa dovremmo fare con loro?»
Raoden rivolse occhi compassionevoli sui caduti. «Non sono un pericolo
per noi ora, Saolin. Mettiamoli con gli altri.»

Poco dopo il suo successo con la banda di Aanden e la crescita del


numero dei componenti della banda che ne era seguita, Raoden aveva fatto
qualcosa che aveva voluto fin dall’inizio: aveva iniziato a radunare i caduti di
Elantris.
Li portava via dalle strade e fuori dai canali di scolo, li cercava in edifici
distrutti e ancora in piedi, tentando di trovare ogni uomo, donna e bambino a
Elantris che non avesse ceduto al dolore. La città era vasta e gli uomini a
disposizione di Raoden erano limitati, ma finora avevano radunato centinaia
di persone. Aveva ordinato che venissero messi nel secondo edificio che
Kahar aveva ripulito, una grande struttura aperta che in origine aveva avuto
intenzione di usare come luogo di ritrovo. Gli Hoed avrebbero comunque
sofferto, ma almeno potevano farlo con un po’ di decenza.
E non avrebbero dovuto farlo da soli. Raoden aveva chiesto alla gente
della sua banda di far visita agli Hoed. Di solito c’erano un paio di Elantriani
che camminavano tra loro, parlando in tono tranquillizzante e cercando di
metterli più a loro agio possibile considerando le circostanze. Non era molto

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– e nessuno riusciva a tollerare troppo tempo tra gli Hoed – ma Raoden si era
convinto che era d’aiuto. Seguiva il suo stesso consiglio, visitando la Sala dei
Caduti almeno una volta al giorno, e gli pareva che stessero migliorando. Gli
Hoed continuavano a gemere, borbottare e fissare il vuoto, ma quelli che più
si facevano sentire sembravano più silenziosi. La Sala che un tempo era stata
un luogo di urla ed echi spaventosi, adesso era un regno smorzato di
borbottii sommessi e disperazione.
Raoden si mosse in mezzo a loro con aria grave, aiutando a portare uno
dei folli caduti. Ce n’erano solo quattro da lasciare lì: aveva ordinato che il
quinto uomo, quello che Saolin aveva decapitato, venisse seppellito. Per
quello che si riusciva a capire, un Elantriano moriva quando veniva
completamente decapitato: perlomeno i suoi occhi non si muovevano né le
sue labbra cercavano di parlare, se la testa veniva separata del tutto dal corpo.
Mentre camminava tra gli Hoed, Raoden ascoltò i loro bassi mormorii.
«Bellissima, una volta ero davvero bellissima…»
«Vita, vita, vita, vita, vita…»
«Oh, Domi, dove sei? Quando finirà? Oh, Domi…»
Di solito doveva smettere di ascoltare quelle parole dopo un po’, per
impedire che lo facessero impazzire, o peggio che risvegliassero il dolore
dentro il suo stesso corpo. Ien era lì, fluttuando attorno a teste che non lo
vedevano e zigzagando tra corpi caduti. Il Seon trascorreva molto tempo
nella stanza. Era stranamente appropriato.
Lasciarono la Sala come un gruppo solenne, silenziosi e contenti di essere
persi nei propri pensieri. Raoden parlò solo quando notò lo strappo nelle
vesti di Saolin.
«Sei ferito!» disse Raoden sorpreso.
«Non è nulla, mio lord» disse Saolin con indifferenza.
«Quel genere di modestia va bene all’esterno, Saolin, ma non qui. Devi
accettare le mie scuse.»
«Mio lord» disse Saolin seriamente. «Essere un Elantriano non fa che
rendermi più orgoglioso di avere questa ferita. L’ho ricevuta proteggendo la
nostra gente.»
Raoden voltò uno sguardo tormentato indietro verso la Sala. «Ti porta
solo un passo più vicino…»
«No, mio lord, non penso. Quelle persone si sono arrese al loro dolore
perché non sono riuscite a trovare uno scopo: la loro tortura era priva di
senso, e quando non si riesce a trovare un motivo nella vita, si ha la tendenza

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a cedere. Questa ferita farà male, ma ogni staffilata di dolore mi ricorderà
l’onore con cui l’ho ottenuta. Questa non è una cosa tanto brutta, ritengo.»
Raoden squadrò il vecchio soldato con uno sguardo di rispetto.
All’esterno probabilmente sarebbe stato vicino alla pensione. A Elantris, con
lo Shaod a rendere tutti uguali, sembrava simile a chiunque altro. Non si
poteva capire l’età dall’aspetto, ma forse ci si poteva riuscire dalla saggezza.
«Parli in modo assennato, amico mio» disse Raoden. «Accetto il tuo
sacrificio con umiltà.»
La conversazione fu interrotta da uno schiocco di piedi sul selciato. Un
momento dopo, Karata comparve alla vista, i suoi piedi ricoperti di melma
fresca fuori dalla zona della cappella. Kahar sarebbe stato furioso: si era
dimenticata di pulirsi i piedi e ora stava colando fanghiglia sul suo
acciottolato lindo.
Era evidente che a Karata non importava della melma al momento.
Esaminò il gruppo rapidamente, accertandosi che non mancasse nessuno.
«Ho sentito che Shaor ha attaccato. Ci sono state vittime?»
«Cinque. Tutte dalla loro parte» disse Raoden.
«Sarei dovuta essere qui» disse lei con un’imprecazione. Durante gli
ultimi giorni, quella donna determinata aveva sovrinteso al trasferimento dei
suoi uomini alla zona della cappella: era stata d’accordo che un gruppo
centrale e unificato sarebbe stato più efficiente, e la zona della cappella era
più pulita. Cosa piuttosto strana, l’idea di pulire il palazzo non le era mai
venuta in mente. Per molti Elantriani, la melma era accettata come una parte
imprescindibile della vita.
«Hai cose importanti da fare» disse Raoden. «Non potevi prevedere che
Shaor avrebbe attaccato.»
A Karata non piacque quella risposta, ma si mise al passo accanto a lui
senza ulteriori lamentele.
«Guardalo, sule» disse Galladon con un sorrisetto accanto a lui. «Non
l’avrei mai ritenuto possibile.»
Raoden alzò lo sguardo, seguendo quello del Dula. Taan era
inginocchiato accanto alla strada, esaminando le incisioni su un muretto con
la meraviglia di un bambino. L’ex barone dal corpo tozzo aveva trascorso
l’intera settimana a catalogare ogni intaglio, scultura o rilievo nella zona della
cappella. Aveva già scoperto, per usare le sue parole, ‘almeno una dozzina di
nuove tecniche’. I cambiamenti in Taan erano notevoli, così come la sua
improvvisa mancanza di interesse nel comando. Karata manteneva ancora
una certa dose di influenza nel gruppo, accettando Raoden come voce ultima

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ma conservando buona parte della sua autorità. Taan invece non si curava di
dare ordini: era troppo occupato con i suoi studi.
Alla sua gente – quelli che avevano deciso di unirsi a Raoden – non
sembrava importare. Taan ora stimava che circa il trenta per cento della sua
‘corte’ avesse trovato la strada fino alla banda di Raoden, arrivando alla
spicciolata. Raoden sperava che molti degli altri avessero scelto invece la
solitudine: trovava molto inquietante l’idea che il settanta per cento della
numerosa banda di Taan si fosse unito a Shaor. Raoden aveva tutta la gente
di Karata, ma la banda della donna era sempre stata la più piccola – seppure
la più efficiente – delle tre. Quella di Shaor era sempre stata la più numerosa:
ai suoi membri erano solo mancate la coesione e la motivazione per attaccare
le altre bande. Gli occasionali nuovi arrivati che erano stati dati agli uomini di
Shaor avevano saziato la loro brama di sangue.
Non più. Raoden non avrebbe dato nessuna tregua a quei folli, non
avrebbe permesso loro di tormentare nuovi arrivati innocenti. Karata e Saolin
ora recuperavano tutti quelli che venivano gettati nella città, portandoli al
sicuro fino alla banda di Raoden. Finora la reazione da parte degli uomini di
Shaor non era stata buona, e Raoden temeva che non avrebbe fatto altro che
peggiorare.
Dovrò fare qualcosa al riguardo, pensò.
Quello, però, era un problema per un altro giorno. Aveva degli studi a cui
tornare al momento.
Una volta che ebbero raggiunto la cappella, Galladon tornò alla sua
semina, gli uomini di Saolin si sparpagliarono di pattuglia e Karata decise –
nonostante le proteste precedenti – che per lei sarebbe stato meglio tornare al
palazzo. Presto rimasero solo Raoden e Saolin.
Avendo dormito fino a tardi dopo la battaglia, oltre metà della luce della
giornata era andata sprecata e Raoden si concentrò sui suoi studi con
determinazione. Mentre Galladon seminava e Karata evacuava il palazzo, il
compito che Raoden aveva dato a sé stesso era decifrare quanto più poteva
dell’AonDor. Si stava convincendo sempre più che l’antica magia dei
caratteri contenesse il segreto della caduta di Elantris.
Allungò la mano attraverso una delle finestre della cappella e tirò fuori lo
spesso volume dell’AonDor posato su un tavolo all’interno. Finora non era
stato utile come aveva sperato. Non era un manuale di istruzioni, ma una
serie di studi analitici che spiegavano eventi bizzarri o interessanti che
circondavano l’AonDor. Sfortunatamente era molto avanzato. Buona parte
del libro forniva esempi di cosa non sarebbe dovuto accadere, così Raoden

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aveva bisogno di usare il ragionamento inverso per decifrare la logica
dell’AonDor.
Finora era stato in grado di determinare molto poco. Stava diventando
evidente che gli Aon erano solo un punto di inizio, le figure più basilari che
una persona poteva disegnare per produrre un effetto. Proprio come l’Aon di
guarigione estesa del suo sogno, l’AonDor avanzato consisteva nel disegnare
un Aon di base al centro e poi procedere a disegnare altre figure – a volte
solo punti e linee – attorno a esso. Con un attento disegno, per esempio, un
guaritore poteva specificare quale arto andava guarito, cosa andava fatto
esattamente con esso e come un’infezione doveva essere ripulita.
Più Raoden leggeva, meno vedeva gli Aon come simboli mistici.
Assomigliavano più a computazioni matematiche. Sebbene quasi qualunque
Elantriano potesse disegnare gli Aon – bastava disporre di una mano ferma e
di una conoscenza basilare di come scrivere i caratteri – i maestri
dell’AonDor erano coloro che potevano delineare in maniera rapida e
accurata dozzine di modifiche più piccole attorno all’Aon centrale.
Purtroppo, il libro presumeva che il suo lettore avesse una conoscenza
dettagliata dell’AonDor e sorvolava su molti dei princìpi di base. Le poche
illustrazioni incluse erano così incredibilmente complesse che Raoden di
solito non riusciva nemmeno a capire quale carattere fosse l’Aon di base
senza fare riferimento al testo.
«Se solo spiegasse cosa significa ‘incanalare il Dor’!» esclamò Raoden,
rileggendo un passaggio particolarmente irritante che continuava a usare
quella frase.
«Dor, sule?» chiese Galladon, voltandosi dalla semina. «Sembra un
termine duladiano.»
Raoden si mise a sedere dritto. Il carattere usato nel libro per
rappresentare ‘Dor’ era insolito… non un vero e proprio Aon, ma
semplicemente una rappresentazione fonetica. Come se la parola fosse stata
traslitterata da una lingua diversa.
«Galladon, hai ragione!» disse Raoden. «Non è affatto Aonico.»
«Certo che no. Non può essere Aonico: ha solo una vocale.»
«È un modo semplicistico di mettere la cosa, amico mio.»
«Ma è vero. Kolo?»
«Sì, suppongo che lo sia» disse Raoden. «Questo non ha importanza
ora… quello che importa è Dor. Sai cosa significa?»
«Be’, se è la stessa parola, allora si riferisce a qualcosa in Jeskerico.»
«Cos’hanno a che fare i Misteri con questo?» chiese Raoden con sospetto.

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«Doloken, sule!» imprecò Galladon. «Te l’ho detto, Jesker e i Misteri non
sono la stessa cosa! Quello che Opelon chiama i ‘Misteri jeskerici’ non è
collegato alla religione di Duladel più di quanto lo sia a Shu-Keseg.»
«D’accordo» disse Raoden, sollevando le mani. «Ora parlami del Dor.»
«È difficile da spiegare, sule» disse Galladon, appoggiandosi su una
zappa improvvisata che aveva costruito con un palo e alcune rocce. «Dor è il
potere invisibile: è in tutto quanto, ma non può essere toccato. Non influenza
nulla, eppure controlla tutto. Perché i fiumi scorrono?»
«Perché l’acqua viene tirata verso il basso, proprio come qualunque altra
cosa. Il ghiaccio si scioglie sulle montagne e deve avere un posto dove
andare.»
«Corretto» disse Galladon. «Ora, una domanda diversa. Cosa fa in modo
che l’acqua voglia scorrere?»
«Non ero al corrente che dovesse averne voglia.»
«Ce l’ha, e il Dor è la sua motivazione» disse Galladon. «Jesker insegna
che solo gli umani hanno la capacità – o la maledizione – di essere
inconsapevoli del Dor. Sapevi che se porti via un uccellino ai suoi genitori e
lo allevi nella tua casa, imparerà comunque a volare?»
Raoden scrollò le spalle.
«Come l’ha imparato, sule? Chi gli ha insegnato a volare?»
«Il Dor?» chiese Raoden in tono esitante.
«Corretto.»
Raoden sorrise: la spiegazione suonava troppo religiosamente misteriosa
per essere utile. Ma poi pensò al suo sogno, i suoi ricordi di quello che era
accaduto così tanto tempo fa. Quando la guaritrice elantriana aveva disegnato
l’Aon, era sembrato come se uno strappo fosse apparso nell’aria dietro il suo
dito. Raoden poteva ancora percepire quel potere caotico imperversare dietro
quello strappo, l’incommensurabile forza che spingeva per farsi strada
attraverso l’Aon fino a lui. Cercava di sopraffarlo, di sbaragliarlo finché lui
non fosse diventato parte di esso. Comunque, l’Aon, così attentamente
costruito dalla guaritrice, aveva incanalato il potere in una forma utilizzabile e
aveva sanato la gamba di Raoden invece di distruggerlo.
Quella forza, qualunque cosa fosse stata, era reale. Era dietro gli Aon che
lui disegnava, per quanto fossero deboli. «Deve trattarsi di questo…
Galladon, è il motivo per cui siamo ancora vivi!»
«Cosa stai farneticando, sule?» disse Galladon, alzando lo sguardo dal
suo lavoro con indulgenza.

276
«Questo è il motivo per cui continuiamo a vivere, anche se i nostri corpi
non funzionano più!» disse Raoden eccitato. «Non capisci? Non mangiamo,
eppure otteniamo l’energia per continuare a muoverci. Dev’esserci qualche
collegamento tra gli Elantriani e il Dor: nutre i nostri corpi, fornendoci
l’energia di cui abbiamo bisogno per sopravvivere.»
«Allora perché non ce ne dà abbastanza per far continuare a muovere i
nostri cuori e impedire alla nostra pelle di ingrigire?» chiese Galladon, non
convinto.
«Perché è a malapena sufficiente» spiegò Raoden. «L’AonDor non
funziona più: il potere che una volta alimentava la città è ridotto a un
semplice rivoletto. La cosa importante è che non è svanito. Possiamo ancora
disegnare gli Aon, anche se sono deboli e non fanno nulla, e le nostre menti
continuano a vivere, anche se i nostri corpi hanno ceduto. Dobbiamo solo
trovare un modo per ripristinarlo al suo pieno potere.»
«Oh, tutto qua?» chiese Galladon. «Intendi che dobbiamo aggiustare
quello che è rotto?»
«Suppongo di sì» disse Raoden. «La cosa importante è essersi resi conto
che c’è un collegamento tra noi e il Dor, Galladon. Non solo quello:
dev’esserci anche una specie di collegamento tra questa terra e il Dor.»
Galladon si accigliò. «Perché dici questo?»
«Perché l’AonDor è stato sviluppato ad Arelon e da nessun’altra parte»
disse Raoden. «Il testo dice che quanto più lontano una persona viaggiava da
Elantris, tanto più deboli diventavano i poteri dell’AonDor. Inoltre, solo le
persone di Arelon vengono colpite dallo Shaod. Può colpire dei Teodeti, ma
solo se al momento vivono ad Arelon. Oh, e colpisce anche qualche Dula
ogni tanto.»
«Non l’avevo notato.»
«C’è qualche collegamento tra questa terra, gli Areliani e il Dor,
Galladon» disse Raoden. «Non ho mai sentito di un Fjordell colpito dallo
Shaod, per quanto tempo possa aver vissuto ad Arelon. I Dula sono un
popolo misto: metà Jindoesi, metà Aonici. Dov’era la tua fattoria a Duladel?»
Galladon si accigliò. «Nel nord, sule.»
«La parte che confina con Arelon» disse Raoden con aria di trionfo. «Ha
qualcosa a che fare con la terra e con le nostre discendenze aoniche.»
Galladon scrollò le spalle. «Pare che abbia senso, sule, ma io sono solo
un semplice contadino… cosa ne so di faccende del genere?»
Raoden sbuffò, non prendendosi la briga di rispondere a quel commento.
«Ma perché? Qual è il legame? Forse i Fjordell hanno ragione… forse Arelon

277
è maledetta.»
«Continua pure a ipotizzare, sule» disse Galladon, tornando a voltarsi
verso il suo lavoro. «Io non ci vedo molto di empirico, però.»
«D’accordo. Bene, smetterò di teorizzare non appena mi dirai dove un
semplice contadino ha imparato la parola ‘empirico’.»
Galladon non rispose, ma a Raoden parve di aver sentito il Dula
ridacchiare piano.

278
CAPITOLO
20

«Fatemi capire se vi ho compreso bene, cara principessa» disse Ahan,


tenendo alzato un dito paffuto. «Volete che aiutiamo Iadon? Quanto sono
stupido… pensavamo che quel tipo non ci piacesse.»
«Non ci piace» concordò Sarene. «Aiutare il re finanziariamente non ha
nulla a che fare con i nostri sentimenti personali.»
«Temo di dover essere d’accordo con Ahan, principessa» disse Roial con
le mani spiegate. «Perché questo improvviso cambiamento? A cosa servirà
aiutare il re ora?»
Sarene digrignò i denti dall’irritazione. Poi, però, colse uno scintillio nello
sguardo dell’anziano duca. Lui era al corrente. A quanto ne sapeva, il duca
aveva una rete di spie estesa quanto quella di molti re: aveva capito cosa
stava cercando di fare Hrathen. Aveva posto la domanda non per provocarla,
ma per darle l’opportunità di spiegare. Sarene espirò lentamente, grata per il
tatto del duca.
«Qualcuno sta affondando le navi del re» disse Sarene. «Il buonsenso
conferma quello che dicono le spie di mio padre. Le flotte di Dreok
Sfondagola non potrebbero affondare quei vascelli: parecchie delle navi di
Dreok furono distrutte quindici anni fa quando cercò di impadronirsi del
trono di Teod, e qualunque nave rimasta è scomparsa da molto tempo.
Dev’esserci il Wyrn dietro gli affondamenti.»
«D’accordo, questo lo accettiamo» disse Ahan.
«Fjorden sta anche fornendo supporto finanziario al duca Telrii» continuò
Sarene.
«Non avete nessuna prova di questo, Vostra altezza» fece notare Eondel.
«No, non ce l’ho» ammise Sarene, camminando su e giù tra le sedie degli
uomini; il terreno era soffice di nuova erba primaverile. Finalmente avevano
deciso di tenere questo incontro nei giardini della cappella korathi di Kae,

279
perciò lei non doveva girare attorno a nessun tavolo. Sarene era riuscita a
restare seduta durante la prima parte dell’incontro, ma alla fine si era alzata.
Trovava più semplice rivolgersi agli altri quando era in piedi… una specie di
abitudine nervosa, si rese conto, ma sapeva anche che la sua statura le
conferiva un’aria di autorità.
«Però ho delle congetture logiche» disse. Eondel avrebbe reagito bene a
qualunque cosa fosse venuta dopo la parola ‘logiche’. «Abbiamo tutti
partecipato al ricevimento di Telrii una settimana fa. Deve aver speso più per
quella festa di quanto molti uomini guadagnano in un anno.»
«La stravaganza non è sempre un segno di ricchezza» fece notare Shuden.
«Ho visto uomini poveri come un contadino inscenare uno spettacolo
abbagliante per mantenere un’illusione di sicurezza di fronte al collasso.» Le
parole di Shuden suonavano vere: un uomo lì presente, il barone Edan, stava
facendo proprio quello che Shuden descriveva.
Sarene si accigliò. «Ho fatto un po’ di ricerche in giro: ho avuto parecchio
tempo libero quest’ultima settimana, dal momento che nessuno di voi è
riuscito a organizzare questo incontro, nonostante la sua urgenza.» Nessuno
dei nobili voleva incontrare i suoi occhi dopo quel momento. Era stata lei a
radunarli, alla fine. Ma, purtroppo, Kiin e Lukel non erano stati in grado di
partecipare a causa di un impegno precedente. «Comunque, le voci dicono
che i conti di Telrii sono aumentati in modo drastico durante le ultime due
settimane, e le sue spedizioni verso Fjorden fruttano profitti favolosi,
qualunque cosa scelga di mandare, che siano ottime spezie o sterco di vacca.»
«Rimane il fatto che il duca non si è allineato con Shu-Dereth» fece
notare Eondel. «Partecipa ancora devotamente ai suoi incontri korathi.»
Sarene incrociò le braccia, picchiettandosi la guancia pensierosa. «Se
Telrii si allineasse apertamente con Fjorden, i suoi guadagni sarebbero
sospetti. Hrathen è fin troppo astuto per essere così esplicito. Sarebbe molto
più furbo per Fjorden restare separata dal duca, permettendo a Telrii di
apparire come un devoto conservatore. Nonostante i recenti progressi di
Hrathen, sarebbe molto più facile usurpare il trono per un Korathi
tradizionalista che per un Derethi.»
«Lui prenderà il trono, poi onorerà il suo patto con il Wyrn» convenne
Roial.
«Motivo per cui dobbiamo assicurarci che Iadon ricominci a guadagnare
denaro molto presto» disse Sarene. «La nazione si sta prosciugando: è
possibilissimo che Telrii guadagnerà più di Iadon nel prossimo periodo
contabile, perfino includendo le tasse. Dubito che il re abdicherebbe. Però, se

280
Telrii dovesse organizzare un colpo di stato, gli altri nobili potrebbero
spalleggiarlo.»
«Che ne dite di questo, Edan?» chiese Ahan, indirizzando una grassa
risata all’apprensivo barone. «Potreste non essere l’unico a perdere il titolo
entro pochi mesi: il vecchio Iadon in persona potrebbe unirsi a voi.»
«Se permettete, conte Ahan,» disse Sarene «è nostro dovere assicurarci
che questo non accada.»
«Cosa volete che facciamo?» chiese Edan nervosamente. «Che mandiamo
dei doni al re? Io non ho denaro che mi avanza.»
«Nessuno di noi ne ha, Edan» rispose Ahan, le mani posate sulla grossa
pancia. «Se ‘avanzasse’ non potremmo ritirarlo, giusto?»
«Sapete cosa intende, Ahan» lo rimproverò Roial. «E dubito che dei doni
siano quello che aveva in mente la principessa.»
«In effetti sono aperta ai suggerimenti, gentiluomini» disse Sarene,
allargando le mani. «Sono una politica, non una mercante. Confesso di essere
una dilettante nel far soldi.»
«Dei doni non funzionerebbero» disse Shuden, le mani intrecciate con
aria meditabonda davanti al mento. «Il re è un uomo orgoglioso che si è
guadagnato la sua fortuna con sudore, lavoro e complotti. Non accetterebbe
mai dei regali, nemmeno per salvare il suo trono. Inoltre è risaputo che i
mercanti diffidano dei doni.»
«Potremmo andare da lui con la verità» propose Sarene. «Forse allora
accetterebbe il nostro aiuto.»
«Non ci crederebbe» disse Roial scrollando la sua testa attempata. «Il re è
un uomo molto concreto, Sarene… ancora di più del nostro caro lord
Eondel. I generali devono pensare in astratto per prevedere le mosse dei loro
avversari, ma Iadon… dubito seriamente che abbia mai avuto un pensiero
astratto in tutta la sua vita. Il re accetta le cose come appaiono, in particolare
se sono nel modo in cui lui pensa dovrebbero essere.»
«Motivo per cui lady Sarene ha raggirato il re con la sua apparente
mancanza di intelligenza» concordò Shuden. «Sua maestà si aspettava che lei
fosse una sciocca, e quando è apparsa adattarsi alle sue aspettative l’ha
accantonata… anche se quella recita era terribilmente esagerata.»
Sarene scelse di non ribattere a quella osservazione.
«I pirati sono qualcosa che Iadon capisce» disse Roial. «Hanno senso nel
mondo delle spedizioni marittime… in un certo senso, ogni mercante
considera sé stesso un pirata. Comunque, i governi sono diversi. Agli occhi
del re, non avrebbe senso per un regno affondare navi cariche di merci

281
preziose. Il re non attaccherebbe mai dei mercanti, per quanto potesse essere
tesa la guerra. E, per quello che ne sa, Arelon e Fjorden sono buoni amici. È
stato lui il primo ad ammettere sacerdoti derethi a Kae e ha dato al gyorn
Hrathen ogni libertà di far visita ai nobili. Dubito seriamente che potremmo
convincerlo che il Wyrn stia tentando di deporlo.»
«Potremmo cercare di incastrare Fjorden» suggerì Eondel. «Rendere
evidente che gli affondamenti sono opera del Wyrn.»
«Ci vorrebbe troppo tempo, Eondel» disse Ahan, scuotendo le mascelle.
«Inoltre a Iadon non rimangono molte navi: dubito che le rischierebbe di
nuovo in quelle stesse acque.»
Sarene annuì. «Sarebbe anche molto difficile per noi stabilire una
connessione con il Wyrn. Probabilmente sta usando navi da guerra Svordiche
per quel compito: Fjorden stessa non ha una gran flotta.»
«Dreok Sfondagola era Svordico?» chiese Eondel accigliato.
«Ho sentito che era Fjordell» disse Ahan.
«No» disse Roial. «Penso che dovesse essere Aonico, giusto?»
«Comunque,» disse Sarene con impazienza, cercando di mantenere
l’incontro come da programma mentre camminava avanti e indietro per il
suolo argilloso del giardino «Lord Ahan ha detto che lui non avrebbe
rischiato nuovamente le sue navi in quelle acque, ma è evidente che il re deve
continuare a inviarle da qualche parte.»
Ahan annuì in assenso. «Non può permettersi di fermarsi ora: la
primavera è una delle stagioni migliori per gli acquisti. La gente è rimasta
rintanata tutto l’inverno tra colori smorti e parenti ancora più smorti. Non
appena le nevi si scioglieranno, saranno pronti a scialacquare un poco.
Questo è il momento in cui costose sete colorate si vendono a ottimi prezzi, e
quello è uno dei prodotti migliori di Iadon.
«Questi affondamenti sono un disastro. Non solo Iadon ha perso le navi
stesse, ma ha anche perso il profitto che avrebbe ottenuto con tutte quelle
sete, per non menzionare l’altro carico. Molti mercanti vanno quasi in
bancarotta in questo periodo dell’anno accumulando beni che sanno di poter
vendere prima o poi.»
«Sua maestà è diventato avido» disse Shuden. «Ha comprato sempre più
navi e le ha riempite con tutta la seta che si poteva permettere.»
«Siamo tutti avidi, Shuden» disse Ahan. «Non dimenticate che la vostra
famiglia si è guadagnata la propria fortuna organizzando la via delle spezie da
Jindo. Non avete mai spedito nulla: avete semplicemente costruito le strade e
avete fatto pagare i mercanti per usarle.»

282
«Lasciatemi riformulare, lord Ahan» disse Shuden. «Il re ha lasciato che
la sua avidità lo rendesse sciocco. I disastri sono qualcosa a cui ogni bravo
mercante dovrebbe essere preparato. Non inviare mai quello che non puoi
permetterti di perdere.»
«Ben detto» convenne Ahan.
«A ogni modo,» disse Sarene «se al re rimangono solo un paio di navi,
devono fruttargli un solido profitto.»
«‘Solido’ non è la parola esatta, mia cara» disse Ahan. «Provate
‘incredibile’. A Iadon servirà un miracolo per rientrare da questa piccola
catastrofe… in particolare prima che Telrii lo umili irreparabilmente.»
«E se lui avesse un accordo con Teod?» chiese Sarene. «Un contratto
estremamente lucroso per la seta?»
«Forse» disse Ahan con una scrollata di spalle. «È ingegnoso.»
«Ma impossibile» disse il duca Roial.
«Perché?» domandò Sarene. «Teod se lo può permettere.»
«Perché» spiegò il duca «Iadon non accetterebbe mai un contratto del
genere. È un mercante troppo esperto per fare un accordo che sembra troppo
favoloso per essere realistico.»
«D’accordo» disse Shuden con un cenno del capo. «Il re non sarebbe
contrario a realizzare un enorme profitto a scapito di Teod, ma solo se
pensasse che vi sta imbrogliando.»
Gli altri annuirono all’affermazione di Shuden. Anche se il Jindoese era il
più giovane del gruppo, Shuden si stava rapidamente dimostrando scaltro
quanto Roial, forse di più. Quella capacità, mista alla sua meritata reputazione
di uomo onesto, gli fruttava un rispetto che andava oltre i suoi anni. Era
davvero un uomo potente colui che riusciva a unire integrità e buonsenso.
«Dovremo riflettere su questo un po’ di più» disse Roial. «Ma non troppo
a lungo. Dobbiamo risolvere il problema entro il periodo contabile, altrimenti
ci ritroveremo a trattare con Telrii e non con Iadon. Per quanto il mio
vecchio amico sia sgradevole, so che avremmo molta meno fortuna con
Telrii… in particolare se è spalleggiato da Fjorden.»
«Tutti stanno facendo come ho chiesto con le loro piantagioni?» chiese
Sarene mentre i nobili si preparavano ad andarsene.
«Non è stato facile» ammise Ahan. «Tutti i miei sovrintendenti e nobili
minori hanno obiettato all’idea.»
«Ma l’avete fatto.»
«L’ho fatto» disse Ahan.
«E anch’io» disse Roial.

283
«Non ho avuto scelta» borbottò Edan.
Shuden ed Eondel annuirono entrambi in silenzio.
«Abbiamo iniziato la semina la scorsa settimana» disse Edan. «Quanto
passerà prima di vedere i risultati?»
«Se tutto va bene entro i prossimi tre mesi, per il vostro bene, mio
signore» disse Sarene.
«Questo solitamente è un tempo sufficiente per ottenere una stima di
quanto andrà bene un raccolto» disse Shuden.
«Ancora non capisco cosa importa se la gente pensa di essere libera o no»
disse Ahan. «Vengono piantati gli stessi semi, perciò dovrebbero crescere gli
stessi raccolti.»
«Ne resterete sorpreso, mio signore» promise Sarene.
«Possiamo andare ora?» chiese Edan di proposito. Era ancora irritato
all’idea che Sarene gestisse quegli incontri.
«Un’altra domanda, miei lord. Ho riflettuto sulla mia Prova di Vedova, e
mi piacerebbe sapere cosa ne pensate.»
Gli uomini iniziarono ad agitarsi a disagio a quell’affermazione,
guardandosi a vicenda con difficoltà.
«Oh, suvvia,» disse Sarene con un cipiglio contrariato «siete uomini
cresciuti. Superate la vostra infantile paura di Elantris.»
«È un argomento molto delicato ad Arelon, Sarene» disse Shuden.
«Be’, pare che Hrathen non sia preoccupato di questo» disse lei. «Sapete
tutti cos’ha cominciato a fare.»
«Sta tracciando un parallelo tra Shu-Korath ed Elantris» disse Roial
annuendo.
«Sta cercando di far rivoltare la gente contro i sacerdoti korathi.»
«E ci riuscirà se noi non lo fermiamo,» disse Sarene «cosa per cui è
necessario che superiate la vostra riottosità e smettiate di fingere che Elantris
non esista. La città costituisce una parte importante nei piani del gyorn.»
Gli uomini si scoccarono a vicenda delle occhiate di intesa nel folto
giardino korathi. Pensavano che lei prestasse eccessiva attenzione al gyorn;
vedevano il governo di Iadon come un problema serio, ma la religione non
pareva una minaccia tangibile. Non capivano che a Fjorden, perlomeno,
religione e guerra erano quasi la stessa cosa.
«Dovrete semplicemente fidarvi di me, miei lord» disse Sarene. «I piani
di Hrathen sono importanti. Avete detto che il re vede le cose in modo
concreto: be’, questo Hrathen è l’opposto. Considera ogni cosa secondo il

284
suo potenziale, e il suo scopo è rendere Arelon un altro protettorato fjordell.
Se sta usando Elantris contro di noi, dobbiamo reagire.»
«Basta fare in modo che quel basso sacerdote korathi sia d’accordo con
lui» propose Ahan. «Metterli dalla stessa parte, così nessuno potrà usare la
città contro nessun altro.»
«Omin non lo farà, mio signore» disse Sarene con una scrollata del capo.
«Non nutre alcuna ostilità verso gli Elantriani e non acconsentirebbe a
etichettarli come diavoli.»
«Non potrebbe semplicemente…» disse Ahan.
«Domi misericordioso, Ahan» disse Roial. «Non partecipate mai ai suoi
sermoni? Quell’uomo non lo farebbe mai.»
«Ci vado» disse Ahan con indignazione. «Pensavo solo che potesse
essere disposto a servire il suo regno. Potremmo ricompensarlo.»
«No, mio signore» disse Sarene con insistenza. «Omin è un uomo della
Chiesa… buono e sincero, in effetti. Per lui, la verità non è argomento di
dibattito… né di prezzo. Temo che non abbiamo scelta. Dobbiamo schierarci
con Elantris.»
Diverse facce, incluse quelle di Eondel e di Edan, sbiancarono a
quell’affermazione.
«Potrebbe essere una proposta non semplice da portare avanti, Sarene» la
ammonì Roial. «Può darsi che ci riteniate infantili, ma questi quattro sono tra
gli uomini più intelligenti e di larghe vedute ad Arelon. Se vi sembrano
nervosi riguardo a Elantris, scoprirete che il resto di Arelon lo è ancora di
più.»
«Dobbiamo cambiare quel sentimento, mio signore» disse Sarene. «E la
mia Prova di Vedova è la nostra opportunità. Andrò a portare cibo agli
Elantriani.»
Stavolta Sarene riuscì a ottenere una reazione perfino da Shuden e Roial.
«Ho sentito bene, mia cara?» domandò Ahan con voce tremante. «Avete
intenzione di andare dentro Elantris?»
«Sì» disse Sarene.
«Ho bisogno di qualcosa da bere» decise Ahan, stappando la sua fiasca di
vino.
«Il re non lo permetterà mai» disse Edan. «Non permette nemmeno alla
Guardia Cittadina di Elantris di andare dentro.»
«Ha ragione» convenne Shuden. «Non varcherete mai quei cancelli,
Vostra altezza.»
«Lasciate che me la veda io col re» disse Sarene.

285
«Il vostro stratagemma non funzionerà questa volta, Sarene» la avvertì
Roial. «Non avrà importanza quanto apparirete stupida: il re non si lascerà
convincere a lasciarvi entrare nella città.»
«Escogiterò qualcosa» disse Sarene, cercando di apparire più sicura di
quanto fosse. «Non è una vostra preoccupazione, mio signore. Voglio solo la
vostra parola che mi aiuterete.»
«Aiutarvi?» chiese Ahan in tono esitante.
«Aiutarmi a distribuire cibo a Elantris» disse Sarene.
Ahan strabuzzò gli occhi. «Aiutarvi?» ripeté. «Lì dentro?»
«Il mio obiettivo è demistificare la città» spiegò Sarene. «Per farlo, avrò
bisogno di convincere la nobiltà ad andare lì dentro e a vedere con i propri
occhi che non c’è nulla di spaventoso negli Elantriani.»
«Mi spiace se sembro contraddirvi» esordì Eondel. «Ma, lady Sarene, e se
ci fosse? Se tutto quello che dicono degli Elantriani fosse vero?»
Sarene esitò. «Non penso che siano pericolosi, lord Eondel. Ho fatto una
breve visita alla città e alla sua gente. Non c’è nulla di spaventoso in
Elantris… be’, nulla a parte il modo in cui la sua gente viene trattata. Non
credo alle storie su mostri o sul cannibalismo elantriano. Ho visto solo un
insieme di uomini e donne che sono stati maltrattati e mal giudicati.»
Eondel non pareva convinto, e nemmeno gli altri.
«Ascoltate, andrò io per prima e farò un tentativo» disse Sarene. «Voglio
che voi lord vi uniate a me dopo i primi giorni.»
«Perché noi?» disse Edan con un grugnito.
«Perché devo cominciare da qualche parte» spiegò Sarene. «Se voi lord
affrontate la città, gli altri si sentiranno sciocchi a obiettare. Gli aristocratici
hanno una mentalità di gruppo; se riuscirò a prendere un po’ di slancio,
probabilmente potrò convincere molti di loro a venire dentro con me almeno
una volta. Allora vedranno che non c’è nulla di orribile in Elantris, che gli
Elantriani sono solo poveri derelitti che vogliono mangiare. Possiamo
sconfiggere Hrathen con la semplice verità. È difficile demonizzare un uomo
dopo che hai visto lacrime nei suoi occhi mentre ti ringrazia per averlo
nutrito.»
«Tutto questo è comunque inutile» disse Edan, la sua mano che si
contraeva in uno spasmo al pensiero di entrare a Elantris. «Il re non la lascerà
mai entrare.»
«E se lo facesse?» si affrettò a chiedere Sarene. «Allora andrete, Edan?»
Il barone sbatté le palpebre dalla sorpresa, accorgendosi di essere stato
incastrato. Sarene attese che replicasse, ma lui si rifiutò ostinatamente di

286
rispondere alla domanda.
«Io lo farò» dichiarò Shuden.
Sarene sorrise al Jindoese. Quella era la seconda volta in cui era stato il
primo a offrirle il suo sostegno.
«Se Shuden lo farà, dubito che il resto di noi avrà il coraggio di dire di
no» disse Roial. «Ottenete il vostro permesso, Sarene, poi discuteremo
ulteriormente di questo.»

«Forse sono stata un po’ troppo ottimista» ammise Sarene, in piedi fuori
dallo studio di Iadon. Un paio di guardie si trovavano a poca distanza,
osservandola con sospetto.
«Sapete cosa state per fare, mia signora?» chiese Ashe. Il Seon aveva
trascorso l’incontro fluttuando appena fuori dalle mura della cappella – be’,
entro la sua portata d’udito – accertandosi che nessun altro stesse origliando
la loro riunione.
Sarene scosse il capo. Aveva mostrato spavalderia nell’affrontare Ahan e
gli altri, ma ora si rendeva conto di quanto quel sentimento era stato fuori
luogo. Sarene non aveva idea di come avrebbe fatto a convincere Iadon a
lasciarla entrare a Elantris… tantomeno ad accettare il loro aiuto.
«Hai parlato con mio padre?» chiese lei.
«L’ho fatto, mia signora» replicò Ashe. «Ha detto che vi avrebbe dato
qualunque aiuto finanziario di cui aveste avuto bisogno.»
«D’accordo» disse Sarene. «Andiamo.» Trasse un profondo respiro e
avanzò verso i soldati. «Voglio parlare con mio padre» annunciò.
Le guardie si scambiarono un’occhiata. «Mmm, ci è stato detto di non…»
«Questo non si applica ai familiari, soldato» disse Sarene con insistenza.
«Se la regina venisse per parlare con suo marito, la rimandereste indietro?»
Le guardie si accigliarono per la confusione; probabilmente Eshen non
veniva mai a far visita. Sarene aveva notato che la spumeggiante regina
tendeva a mantenere le sue distanze da Iadon. Perfino le donne sciocche non
gradivano essere descritte a quel modo apertamente.
«Apri la porta e basta, soldato» disse Sarene. «Se il re non vuole parlare
con me, mi caccerà fuori e la prossima volta saprai che non devi lasciarmi
entrare.»
Le guardie esitarono e Sarene si limitò a farsi strada con uno spintone tra
loro e ad aprire la porta da sola. Le guardie, evidentemente abituate a trattare
con donne ostinate – in particolare nella famiglia reale – la lasciarono
semplicemente passare.

287
Iadon alzò lo sguardo dalla scrivania, con un paio di occhiali che lei non
gli aveva mai visto indossare prima in equilibrio sulla punta del naso. Lui se
li tolse rapidamente e si alzò in piedi, sbattendo le mani contro la superficie
della scrivania per l’irritazione, disturbando diverse pile di fatture nel farlo.
«Non sei contenta di irritarmi in pubblico, perciò devi seguirmi anche
fino al mio studio?» domandò. «Se avessi saputo che ragazza gracile e
sciocca eri, non avrei mai firmato quel trattato. Vattene, donna, e lasciami
lavorare!»
«Lasciate che vi dica una cosa, padre» esordì Sarene con franchezza. «Mi
fingerò un essere umano intelligente capace di una conversazione
parzialmente lucida, e voi farete lo stesso.»
Iadon sgranò gli occhi a quel commento e il suo volto divenne paonazzo.
«Domi cencioso» imprecò, usando un’espressione così spregevole che
Sarene l’aveva udita solo due volte. «Mi hai ingannato, donna. Potrei farti
decapitare per avermi fatto fare la figura dello sciocco.»
«Iniziate a decapitare i vostri figli, padre, e la gente comincerà a fare
domande.» Sarene osservò attentamente la sua reazione, sperando di carpire
qualcosa sulla sparizione di Raoden, ma rimase delusa. Iadon scacciò il
commento degnandolo a malapena di attenzione.
«Dovrei rimandarti da Eventeo in questo stesso momento» disse lui.
«Bene. Sarei felice di andare» mentì lei. «Comunque, rendetevi conto
che, se dovessi andar via, perderete il vostro trattato commerciale con Teod.
Questo potrebbe essere un problema, considerando la fortuna che avete
avuto nello smerciare le vostre sete a Fjorden di recente.»
Iadon digrignò i denti a quel commento.
«Attenta, mia signora» sussurrò Ashe. «Non lo irritate troppo. Spesso gli
uomini mettono l’orgoglio davanti alla ragione.»
Sarene annuì. «Posso darvi una via d’uscita, padre. Sono venuta a
offrirvi un patto.»
«Che ragione ho di accettare un’offerta da te, donna?» sbottò lui. «Sei qui
da quasi un mese e ora scopro che mi hai ingannato per tutto il tempo.»
«Voi vi fiderete di me, padre. Perché avete perso il settantacinque per
cento della vostra flotta a causa dei pirati. Entro pochi mesi potreste perdere
il trono, a meno che non mi diate ascolto.»
Iadon mostrò sorpresa per il fatto che lei ne fosse al corrente. «Come sai
queste cose?»
«Tutti lo sanno, padre» disse Sarene con leggerezza. «Sono notizie che
girano per la corte: si aspettano che cadiate alla prossima scadenza delle

288
tasse.»
«Lo sapevo!» esclamò Iadon, con gli occhi sgranati dalla rabbia.
Cominciò a sudare e a imprecare contro i cortigiani, inveendo contro la loro
determinazione di vederlo privato del trono.
Sarene sbatté le palpebre dalla sorpresa. Aveva fatto quel commento in
modo passeggero, per cogliere alla sprovvista Iadon, ma non si era aspettata
una reazione tanto forte. È paranoico, pensò. Perché nessuno se n’è accorto
prima?
Comunque, la velocità con cui Iadon si riprese le fornì un indizio: era
paranoico, ma lo teneva ben nascosto. Il modo in cui lei aveva strattonato le
sue emozioni doveva aver indebolito il suo controllo.
«Proponi un patto?» chiese il re.
«Proprio così» disse Sarene. «La seta si vende a un ottimo prezzo a Teod
in questo momento, padre. Una persona potrebbe ottenere un discreto
profitto vendendola al re. E, considerando certi legami familiari, potreste
essere in grado di convincere Eventeo a concedervi diritti mercantili esclusivi
nel suo Paese.»
Iadon divenne sospettoso, la sua rabbia che si raffreddava mentre
percepiva un affare. Però il mercante dentro di lui iniziò immediatamente a
fiutare problemi. Sarene digrignò i denti dalla frustrazione: era come gli altri
le avevano detto. Iadon non avrebbe mai accettato la sua offerta: puzzava
troppo di inganno.
«Una proposta interessante» ammise lui. «Ma temo di dover…»
«Naturalmente richiederei qualcosa in cambio» lo interruppe Sarene,
pensando rapidamente. «Chiamatela una tariffa per sistemare l’accordo tra
Eventeo e voi.»
Iadon esitò. «Di che tipo di tariffa stiamo parlando?» chiese con cautela.
Uno scambio era diverso da un dono: poteva essere soppesato, misurato e,
fino a un certo punto, di quello ci si poteva fidare.
«Voglio andare dentro Elantris» dichiarò Sarene.
«Cosa?»
«Devo eseguire una Prova di Vedova» disse Sarene. «Così ho intenzione
di portare cibo agli Elantriani.»
«Quale possibile motivazione avresti per farlo, donna?»
«Ragioni religiose, padre» spiegò Sarene. «Shu-Korath ci insegna ad
aiutare i miseri e io vi sfido a trovare qualcuno più misero degli Elantriani.»
«È fuori questione» disse Iadon. «L’ingresso a Elantris è proibito dalla
legge.»

289
«Una legge che voi avete stabilito, padre» disse Sarene in tono mirato. «E,
pertanto, potete fare eccezioni. Pensate attentamente: la vostra fortuna e il
vostro trono potrebbero pesare sulla vostra risposta.»
Iadon digrignò i denti rumorosamente mentre rifletteva sullo scambio.
«Vuoi entrare a Elantris con del cibo? Per quanto tempo?»
«Finché non sarò convinta che il mio dovere come moglie del principe
Raoden è stato adempiuto» disse Sarene.
«Andresti da sola?»
«Porterei chiunque fosse disposto ad accompagnarmi.»
Iadon sbuffò. «Avrai problemi a trovare qualcuno che soddisfi quel
requisito.»
«Un mio problema, non vostro.»
«Prima quel diavolo Fjordell comincia a fomentare la mia gente aizzando
folle inferocite, ora tu vuoi fare lo stesso» borbottò il re.
«No, padre» lo corresse Sarene. «Voglio proprio il contrario: il caos non
farebbe altro che avvantaggiare il Wyrn. Credete quello che volete, ma la mia
unica preoccupazione è assicurare stabilità ad Arelon.»
Iadon continuò a pensare per un momento. «Non più di dieci alla volta,
escluse le guardie» disse infine. «Non voglio pellegrinaggi di massa dentro
Elantris. Entrerai un’ora prima di mezzogiorno e te ne andrai un’ora dopo
mezzogiorno. Nessuna eccezione.»
«Andata» acconsentì Sarene. «Potete usare il mio Seon per chiamare re
Eventeo e stabilire i dettagli dell’accordo.»

«Devo ammettere, mia signora, che è stato piuttosto scaltro.» Ashe


ondeggiava accanto a lei nel corridoio verso le sue stanze.
Sarene era rimasta mentre Iadon parlava con Eventeo, mediando mentre i
due definivano l’accordo. La voce di suo padre aveva contenuto una sana
dose di ‘Spero che tu sappia cosa stai facendo, ’Ene’. Eventeo era gentile e
un buon re, ma era un uomo d’affari assolutamente pessimo: manteneva uno
stuolo di contabili per gestire le finanze reali. Una volta che Iadon aveva
percepito l’incapacità di suo padre, aveva colpito con l’entusiasmo di un
predatore inferocito, e solo la presenza di Sarene aveva impedito che Iadon
prosciugasse l’intero introito delle tasse di Iadon in una frenesia di fervore
commerciale. Già così, Iadon era riuscito a convincerli a comprare le sue sete
per quattro volte il loro vero valore. Il re era stato così raggiante quando
Sarene era uscita che pareva quasi averla perdonata per il raggiro.

290
«Scaltra?» chiese Sarene in tono innocente in risposta al commento di
Ashe. «Io?»
Il Seon ballonzolò, ridacchiando piano. «C’è qualcuno che non riuscite a
manipolare, mia signora?»
«Mio padre» disse Sarene. «Sai che ha la meglio su di me tre volte su
cinque.»
«Lui dice lo stesso di voi, mia signora» osservò Ashe.
Sarene sorrise, aprendo la porta della sua stanza per prepararsi ad andare
a letto. «In realtà non è stato davvero così scaltro, Ashe. Avremmo dovuto
renderci conto che i nostri problemi per la verità erano soluzioni vicendevoli:
una, un’offerta senza inganni, l’altra, una richiesta senza edulcoranti.»
Ashe emise suoni di disappunto mentre fluttuava per la stanza, offeso per
com’era in disordine.
«Cosa c’è?» domandò Sarene, slacciando il nastro nero legato attorno al
braccio, l’unico segno che rimaneva del suo lutto.
«La stanza non è stata pulita di nuovo, mia signora» spiegò Ashe.
«Be’, non è che l’abbia lasciata poi così in disordine» disse Sarene con
uno sbuffo.
«No, Vostra altezza è una donna molto ordinata» concordò Ashe.
«Comunque, le cameriere di palazzo sono state trascurate nei loro doveri.
Una principessa merita adeguata considerazione: se permettete loro di
trascurare il lavoro, non passerà molto tempo prima che smettano di
rispettarvi.»
«Penso che tu stia attribuendo troppi significati alla cosa, Ashe» disse
Sarene con una scrollata del capo, togliendosi il vestito e preparando la
camicia da notte. «Dovrei essere io quella sospettosa, ricordi?»
«Questa è una faccenda di servitori, non di lord, mia signora» disse Ashe.
«Voi siete una donna brillante e un’ottima politica, ma tradite una debolezza
comune per la vostra classe: ignorate le opinioni dei servitori.»
«Ashe!» obiettò Sarene. «Ho sempre trattato i servitori di mio padre con
rispetto e gentilezza.»
«Forse dovrei riformulare la frase, mia signora» disse Ashe. «Sì, vi
mancano scortesi pregiudizi. Però non prestate attenzione a quello che i
servitori pensano di voi… non nello stesso modo in cui siete sempre
consapevole di quello che pensa l’aristocrazia.»
Sarene si infilò la camicia da notte sopra la testa, rifiutando di mostrare
anche solo un accenno di petulanza. «Ho sempre cercato di essere giusta.»

291
«Sì, mia signora, ma voi siete un rampollo della nobiltà, allevata per
ignorare quelli che lavorano attorno a voi. Suggerisco solo di ricordarvi che,
se le cameriere non vi rispettano, potrebbe essere dannoso come se fossero i
lord a non rispettarvi.»
«D’accordo» disse Sarene con un sospiro. «Giusta osservazione. Vammi a
chiamare Meala; le chiederò se sa cos’è successo.»
«Sì, mia signora.»
Ashe fluttuò verso la finestra. Però, prima che se ne andasse, Sarene fece
un ultimo commento.
«Ashe?» chiese. «La gente amava Raoden, vero?»
«Assolutamente, mia signora. Era noto per prestare un’attenzione molto
personale alle loro esigenze e opinioni.»
«Era un principe migliore di quanto lo sono io come principessa, vero?»
chiese, la sua voce che si smorzava.
«Io non direi questo, mia signora» disse Ashe. «Voi siete una donna
molto generosa e trattate sempre bene le vostre cameriere. Non paragonatevi
a Raoden: è importante ricordare che voi non vi stavate preparando a gestire
un Paese e la vostra popolarità con la gente non era in questione. Il principe
Raoden era l’erede al trono ed era vitale che comprendesse i sentimenti dei
suoi sudditi.»
«Dicono che dava speranza alle persone» disse Sarene meditabonda.
«Che i contadini tolleravano gli oltraggiosi fardelli di Iadon perché sapevano
che prima o poi Raoden avrebbe preso il trono. Questo Paese sarebbe andato
allo sfascio anni fa se il principe non fosse andato in mezzo a loro,
incoraggiandoli e riaccendendo il loro spirito.»
«E ora non c’è più» disse Ashe piano.
«Sì, non c’è più» concordò Sarene, la sua voce distaccata. «Dobbiamo
sbrigarci, Ashe. Continuo ad avere la sensazione di non star facendo nulla di
buono… che il Paese è diretto verso il disastro, qualunque cosa io faccia. È
come se mi trovassi ai piedi di una collina, a guardare un enorme macigno
che rotola verso di me, e gli tirassi contro dei ciottoli per cercare di deviarlo.»
«Siate forte, mia signora» disse Ashe nella sua voce profonda e solenne.
«Il vostro Dio non se ne starà seduto a guardare mentre Arelon e Teod si
sbriciolano sotto il tallone del Wyrn.»
«Spero che anche il principe stia guardando» disse Sarene. «Sarebbe fiero
di me, Ashe?»
«Molto fiero, mia signora.»

292
«Voglio solo che mi accettino» spiegò lei, accorgendosi di quanto doveva
sembrare sciocca. Aveva trascorso quasi tre decenni amando un Paese senza
aver mai provato la sensazione di essere amata a sua volta. Teod l’aveva
rispettata, ma lei era stanca del rispetto. Voleva qualcosa di diverso da
Arelon.
«Lo faranno, Sarene» promise Ashe. «Date loro tempo. Lo faranno.»
«Grazie, Ashe» disse Sarene con un sospiro sommesso. «Grazie perché
sopporti le lagne di una sciocca ragazza.»
«Possiamo essere forti davanti a re e sacerdoti, mia signora,» replicò
Ashe «ma vivere significa avere preoccupazioni e incertezze. Tenetele dentro
e vi distruggeranno di sicuro, lasciandosi alle spalle una persona così
insensibile che le emozioni non potranno trovare radici nel suo cuore.»
Detto questo, il Seon uscì dalla finestra in cerca della cameriera Meala.

Quando Meala arrivò, Sarene si era ricomposta. Non c’erano state


lacrime, solo tempo passato a meditare. A volte era troppo per lei e la sua
insicurezza doveva semplicemente traboccare. Ashe e suo padre erano stati
sempre lì a sostenerla durante quei momenti.
«Oh cielo» disse Meala, osservando lo stato della stanza. Era magra e
piuttosto giovane… decisamente non quello che Sarene si aspettava quando
si era trasferita nel palazzo. Meala assomigliava più a uno dei contabili di suo
padre che a una capocameriera.
«Sono spiacente, mia signora» si scusò Meala, offrendo a Sarene un
mesto sorriso. «Non ci ho nemmeno pensato. Abbiamo perso un’altra ragazza
questo pomeriggio e non mi è neanche venuto in mente che la vostra stanza
era sulla sua lista di mansioni.»
«‘Perso’, Meala?» chiese Sarene preoccupata.
«Una fuggitiva, mia signora» spiegò Meala. «Non dovrebbero andarsene:
abbiamo un vincolo come il resto dei contadini. Per qualche motivo, però,
abbiamo problemi a mantenere le cameriere nel palazzo. Solo Domi sa
perché: nessun servitore in tutto il Paese è trattato meglio di quelli che sono
qui.»
«Quante ne avete perse?» chiese Sarene con curiosità.
«Lei era la quarta quest’anno» disse Meala. «Manderò su qualcuno
immediatamente…»
«No, non preoccuparti per stasera. Solo assicurati che non accada di
nuovo.»
«Naturalmente, mia signora» disse Meala con una riverenza.

293
«Grazie.»

«Eccolo di nuovo!» disse Sarene con eccitazione, balzando fuori dal letto.
Ashe eruppe all’istante a piena illuminazione, fluttuando incerto accanto
alla parete. «Mia signora?»
«Zitto» ordinò Sarene, premendo l’orecchio contro il muro di pietra sotto
la finestra, ascoltando il suono raschiante. «Cosa pensi?»
«Penso che, qualunque cosa abbia mangiato la mia signora per cena,
quella non vada d’accordo con lei» la informò Ashe in tono brusco.
«C’era decisamente un rumore qui» disse Sarene, ignorando il commento
caustico. Anche se Ashe era sempre sveglio alla mattina quando lei si alzava,
non gli piaceva essere disturbato dopo che si era addormentato.
Sarene allungò una mano verso il suo comodino e prese un pezzo di
pergamena. Fece un segno su di esso con un carboncino sottile, non volendo
disturbarsi a prendere penna e inchiostro.
«Guarda» dichiarò, tenendo in alto il foglio perché Ashe lo vedesse. «Il
suono giunge sempre gli stessi giorni della settimana: MaeDal e OpeDal.»
Ashe fluttuò da lei e guardò il foglio, con l’Aon splendente come unica
illuminazione della stanza a parte la luce delle stelle. «L’avete sentito due
volte di MaeDal e due volte di OpeDal, quattro volte in totale» disse lui in
tono scettico. «Ci sono a malapena le basi per stabilire che ‘giunge sempre gli
stessi giorni’, mia signora.»
«Oh, tu pensi che me lo stia immaginando comunque» disse Sarene,
lasciando cadere la pergamena di nuovo sul tavolino. «Pensavo che i Seon
dovessero avere un udito eccellente.»
«Non quando stiamo dormendo, mia signora» disse Ashe, sottintendendo
che era esattamente quello che avrebbe dovuto fare al momento.
«Dev’esserci un passaggio qui» decise Sarene, tamburellando invano
contro il muro di pietra.
«Se lo dite voi, mia signora.»
«Lo dico» insistette lei, alzandosi ed esaminando la finestra. «Guarda
quanto è spessa la pietra attorno a questa finestra, Ashe.» Si appoggiò contro
la parete e mise il braccio fuori dalla finestra. Le punte delle sue dita
riuscivano a stento a ripiegarsi attorno al davanzale esterno. «Il muro
dev’essere davvero così largo?»
«Fornisce molta protezione, mia signora.»
«Fornisce anche spazio per un passaggio.»
«Uno molto stretto» replicò Ashe.

294
«Vero» meditò Sarene, inginocchiandosi per osservare il margine
inferiore della finestra a livello dell’occhio. «È inclinato verso l’alto. Il
passaggio è stato costruito per essere inclinato all’insù, passando tra le parti
inferiori delle finestre di questo livello e del primo piano.»
«Ma l’unica cosa in quella direzione…»
«Sono le stanze del re» terminò Sarene. «Dove altro condurrebbe un
passaggio?»
«Intendete forse che il re fa delle uscite segrete due volte a settimana nel
mezzo della notte, mia signora?»
«Alle undici precise» disse Sarene, fissando il grosso orologio a pendolo
nell’angolo della sua stanza. «È sempre la stessa ora.»
«Che ragione avrebbe per fare una cosa del genere?»
«Non lo so» disse Sarene, picchiettandosi la guancia, persa nei suoi
pensieri.
«Oh cielo» borbottò Ashe. «La mia signora sta architettando qualcosa,
vero?»
«Sempre» disse Sarene in tono dolce, rimettendosi a letto. «Abbassa la
tua luce: alcuni di noi vogliono dormire.»

295
CAPITOLO
21

Hrathen si accomodò sulla sua sedia, indossando una veste rossa derethi
invece della sua armatura, come faceva spesso quando era nelle sue stanze.
Il bussare alla sua porta era atteso. «Avanti» disse.
L’arteth Thered entrò. Uomo di buona razza fjordell, Thered aveva una
corporatura alta e forte, capelli scuri e fattezze squadrate. Era ancora molto
muscoloso dai giorni del suo addestramento al monastero.
«Eminenza» disse l’uomo, inchinandosi e mettendosi in ginocchio con
un’adeguata manifestazione di rispetto.
«Arteth» disse Hrathen, intrecciando le dita di fronte a sé. «Durante la mia
permanenza qui, ho osservato i sacerdoti locali. Sono rimasto impressionato
dal tuo servizio per il regno di Jaddeth e ho deciso di offrirti la posizione di
arteth in capo di questa cappella.»
Thered alzò gli occhi dalla sorpresa. «Eminenza?»
«Avevo pensato che avrei dovuto aspettare a nominare un nuovo capo
arteth finché non fosse arrivata una nuova infornata di sacerdoti da Fjorden»
disse Hrathen. «Ma, come ho detto, tu mi hai impressionato. Ho deciso di
offrire a te la posizione.»
E naturalmente, aggiunse tra sé, non ho tempo di aspettare. Ho bisogno di
qualcuno che amministri la cappella ora, in modo da potermi concentrare su
altri compiti.
«Mio signore…» disse l’arteth, evidentemente sopraffatto. «Non posso
accettare questa posizione.»
Hrathen gelò. «Cosa?» Nessun sacerdote derethi avrebbe rifiutato una
posizione di tale potere.
«Sono spiacente, mio signore» ripeté l’uomo abbassando gli occhi.
«Che motivo hai per questa decisione, arteth?» pretese di sapere Hrathen.

296
«Non posso darvene nessuno, eminenza. È solo che… non sarebbe giusto
che io assumessi quella carica. Posso ritirarmi?»
Hrathen agitò la mano, turbato. L’ambizione era un requisito
fondamentale tra i Fjordell: come aveva fatto un uomo come Thered a
perdere il suo orgoglio tanto rapidamente? Fjon aveva davvero indebolito i
sacerdoti a Kae a tal punto?
Oppure… c’era qualcos’altro dietro il rifiuto di quest’uomo? Una voce
che ronzava dentro Hrathen gli sussurrava che la colpa non andava attribuita
all’esiliato Fjon. Dilaf… Dilaf aveva qualcosa a che fare con il rifiuto di
Thered.
Quel pensiero probabilmente era solo paranoia, ma spronò Hrathen a
passare al compito successivo. Doveva occuparsi di Dilaf: nonostante la sua
trovata con l’Elantriano, l’arteth stava guadagnando sempre più influenza
presso gli altri sacerdoti. Hrathen allungò una mano dentro il cassetto della
scrivania, tirando fuori una piccola busta. Aveva commesso un errore con
Dilaf. Per quanto fosse possibile incanalare l’ardore di uno zelota, al
momento Hrathen non aveva né il tempo né l’energia per farlo. Il futuro di
un intero regno dipendeva dalla capacità di Hrathen di concentrarsi, e non si
era reso conto di quanta attenzione avrebbe richiesto Dilaf.
Non poteva continuare. Il mondo di Hrathen era fatto di controllo e
prevedibilità, la sua religione un esercizio logico. Dilaf era come una pentola
d’acqua bollente versata sul ghiaccio di Hrathen. Prima o poi sarebbero finiti
entrambi indeboliti e dissipati, come sbuffi di vapore al vento. E dopo che
fossero scomparsi, Arelon sarebbe morta.
Hrathen si mise addosso l’armatura e lasciò la stanza, entrando nella
cappella. Diversi supplicanti erano inginocchiati in un silenzio di preghiera e i
sacerdoti si muovevano attorno indaffarati. I soffitti a volta della cappella e
l’architettura elevata erano familiari: quello era il luogo dove si sarebbe
dovuto trovare più a suo agio. Troppo spesso, però, Hrathen si ritrovava a
fuggire sulle mura di Elantris. Anche se si diceva che andava sulle mura
semplicemente perché la loro altezza gli dava un ottimo punto di
osservazione sopra Kae, sapeva che c’era un altro motivo. Ci andava, in
parte, perché sapeva che Elantris era un posto dove Dilaf non si sarebbe mai
recato volontariamente.
La stanza di Dilaf era una piccola cella molto simile a quella che Hrathen
stesso aveva occupato come arteth molti anni prima. Dilaf alzò lo sguardo
dalla scrivania quando Hrathen aprì il semplice uscio di legno della camera.

297
«Mio hroden?» disse l’arteth, alzandosi dalla sorpresa. Hrathen faceva
visita di rado alle sue stanze.
«Ho un compito importante per te, arteth» disse Hrathen. «Uno che non
posso affidare a nessun altro.»
«Ma certo, mio hroden» disse Dilaf in tono sottomesso, chinando il capo.
Comunque, i suoi occhi si strinsero per il sospetto. «Io servo con devozione,
sapendo che sono parte della catena collegata a lord Jaddeth stesso.»
«Sì» disse Hrathen in tono sbrigativo. «Arteth, ho bisogno che consegni
una lettera.»
«Una lettera?» Dilaf alzò lo sguardo, confuso.
«Sì» rispose Hrathen in tono piatto. «È vitale che il Wyrn sappia dei nostri
progressi qui. Gli ho scritto un rapporto, ma le faccende discusse all’interno
sono molto delicate. Se dovesse essere perduto, potrebbe derivarne un danno
irreparabile. Ho scelto te, mio odiv, per consegnarlo di persona.»
«Questo richiederà settimane, mio hroden!»
«Lo so. Dovrò fare a meno dei tuoi servigi per un po’, ma sarò confortato
sapendo che sei impegnato in una missione vitale.»
Dilaf abbassò gli occhi, appoggiando lievemente le mani in cima al
tavolo. «Andrò come il mio hroden comanda.»
Hrathen esitò, accigliandosi lievemente. Per Dilaf era impossibile
scappare: la relazione hroden-odiv era irrevocabilmente vincolante. Quando
uno comandava, l’altro obbediva. Nondimeno, Hrathen si era aspettato di più
da Dilaf. Uno stratagemma di qualche tipo. Un tentativo di divincolarsi da
quell’assegnazione.
Dilaf accettò la lettera con apparente servilismo. Forse era quello che
voleva fin dall’inizio, si rese conto Hrathen. Un modo per andare a Fjorden.
La sua posizione come odiv di un gyorn gli avrebbe conferito potere e
rispetto nell’Est. Forse l’unico scopo di Dilaf nell’inimicarsi Hrathen era stato
andarsene da Arelon.
Hrathen si voltò e tornò fino alla cavernosa sala dei sermoni della
cappella. Tutto quello era stato più indolore di quanto aveva sperato.
Trattenne un sospiro di sollievo, camminando con un po’ più di fiducia
mentre si dirigeva verso le sue stanze.
Una voce risuonò da dietro. La voce di Dilaf, che parlava piano… eppure
proiettandola abbastanza da farsi sentire. «Manda dei messaggeri» ordinò
l’arteth a uno dei dorven. «Partiamo per Fjorden domattina.»
Hrathen fece per riprendere a camminare. Quasi non gli importava quello
che Dilaf stava pianificando o quello che faceva, sempre che se ne andasse.

298
Comunque, Hrathen aveva passato troppo tempo in condizioni di comando –
troppo tempo come un animale politico – per lasciar passare un’affermazione
del genere. In particolare da Dilaf.
Poi Hrathen si girò. «Noi? L’ho ordinato solo a te, arteth.»
«Sì, mio signore» disse Dilaf. «Comunque di sicuro non vi aspettate che
parta lasciando indietro i miei odiv.»
«I tuoi odiv?» chiese Hrathen. Come membro ufficiale del clero derethi,
Dilaf era in grado di far votare a sé degli odiv proprio come aveva fatto
Hrathen, continuando la catena che collegava tutti gli uomini a Jaddeth.
Hrathen non aveva nemmeno preso in considerazione, però, che quell’uomo
potesse scegliere dei propri odiv. Quando aveva trovato il tempo?
«Chi, Dilaf?» chiese Hrathen bruscamente. «Chi hai reso tuoi odiv?»
«Diverse persone, mio hroden» rispose Dilaf in maniera evasiva.
«Nomi, arteth.»
E lui iniziò a nominarli. Molti sacerdoti sceglievano uno o due odiv,
diversi dei gyorn ne avevano fino a dieci. Dilaf ne aveva oltre trenta. Hrathen
rimase sempre più stupito mentre ascoltava. Stupito e arrabbiato. In qualche
modo, Dilaf aveva reso odiv tutti i sostenitori più utili di Hrathen, incluso
Waren e molti degli altri aristocratici.
Dilaf terminò la sua lista, voltando occhi ingannevolmente umili verso il
pavimento.
«Una lista interessante» disse Hrathen lentamente. «E chi intendi portare
con te, arteth?»
«Be’, tutti quanti, mio signore» disse Dilaf in tono innocente. «Se la
lettera è così importante come il mio signore lascia intendere, devo darle
adeguata protezione.»
Hrathen chiuse gli occhi. Se Dilaf avesse preso tutte le persone che aveva
menzionato, avrebbe lasciato Hrathen privo di sostenitori… ossia, sempre
che se ne fossero andati. La scelta di diventare odiv era qualcosa di molto
esigente: molti normali credenti derethi, perfino molti sacerdoti, si votavano
alla posizione meno restrittiva di krondet. Un krondet ascoltava i consigli del
suo hroden, ma non era moralmente vincolato a quello che gli veniva detto.
Era assolutamente nei poteri di Dilaf costringere i suoi odiv ad
accompagnarlo a Fjorden. Hrathen non poteva avere alcun controllo su
quello che l’arteth faceva con i suoi seguaci giurati: sarebbe stata una grave
infrazione del protocollo ordinare a Dilaf di lasciarli indietro. Comunque, se
Dilaf avesse davvero tentato di prenderli, senza dubbio sarebbe stato un
disastro. Questi uomini erano nuovi a Shu-Dereth: non sapevano quanto

299
potere avevano dato a Dilaf. Se l’arteth avesse cercato di trascinarli a
Fjorden, era improbabile che l’avrebbero seguito.
E, se questo fosse accaduto, Hrathen sarebbe stato costretto a
scomunicarli tutti, fino all’ultimo. Shu-Dereth ad Arelon sarebbe stato
rovinato.
Dilaf continuò i suoi preparativi come se non avesse notato il conflitto
interiore di Hrathen. Non che fosse un granché come conflitto: Hrathen
sapeva cosa doveva fare. Dilaf era instabile.
Era possibile che stesse fingendo, ma era ugualmente probabile che
avrebbe distrutto gli sforzi di Hrathen per una rancorosa vendetta.
Hrathen digrignò i denti finché la mascella non prese a pulsargli. Hrathen
poteva aver fermato il tentativo di Dilaf di bruciare l’Elantriano, ma era
evidente che l’arteth si era reso conto di quale sarebbe stata la sua prossima
mossa. No, Dilaf non voleva andare a Fjorden. Poteva essere instabile, ma
era anche molto meglio preparato di quanto Hrathen aveva presunto.
«Aspetta» ordinò Hrathen mentre il messaggero di Dilaf si voltava per
andarsene. Se quell’uomo avesse lasciato la cappella, tutto sarebbe stato
rovinato. «Arteth, ho cambiato idea.»
«Mio hroden?» chiese Dilaf, facendo capolino dalla sua stanza.
«Non andrai a Fjorden, Dilaf.»
«Ma, mio signore…»
«No, non posso farcela senza di te.» Quella menzogna fece serrare forte
lo stomaco di Hrathen. «Trova qualcun altro che possa consegnare il
messaggio.»
Detto questo, Hrathen si voltò e si diresse verso le sue stanze.
«Sono l’umile servitore del mio hroden, come sempre» sussurrò Dilaf,
con l’acustica della stanza che portava quelle parole direttamente alle orecchie
di Hrathen.

Hrathen fuggiva di nuovo.


Aveva bisogno di pensare, di schiarirsi la mente. Aveva passato diverse
ore a ribollire nel suo ufficio, arrabbiato sia verso Dilaf che verso sé stesso.
Alla fine non era più riuscito a sopportarlo ed era scappato nelle strade
notturne di Kae.
Come al solito, diresse i passi verso le mura di Elantris. Cercò l’altezza,
come se elevarsi sopra le dimore degli uomini potesse dargli una prospettiva
migliore sulla vita.
«Avete qualche moneta, signore?» implorò una voce.

300
Hrathen si fermò per la sorpresa; era stato così distratto che non aveva
notato il mendicante vestito di stracci ai suoi piedi. L’uomo era vecchio ed
evidentemente ci vedeva poco, poiché stava stringendo gli occhi verso
Hrathen nell’oscurità. Hrathen si accigliò, rendendosi conto per la prima volta
che non aveva mai visto un mendicante a Kae.
Un giovane, vestito con abiti che non erano migliori di quelli del vecchio,
svoltò l’angolo zoppicando. Il ragazzo si immobilizzò, sbiancando
completamente. «Non lui, vecchio sciocco!» sibilò. Poi, rivolto a Hrathen, si
affrettò a dire: «Sono spiacente, mio signore. Mio padre a volte perde la testa
e pensa di essere un mendicante. Vi prego di perdonarci.» Si accinse ad
afferrare il braccio del vecchio.
Hrathen sollevò la mano in un gesto imperioso e il giovane si fermò,
diventando ancora più pallido. Hrathen si inginocchiò accanto all’anziano,
che stava sorridendo con uno stupore quasi senile. «Dimmi, vecchio,» chiese
Hrathen «perché vedo così pochi mendicanti in città?»
«Il re vieta di mendicare nella sua città, mio buon signore» gracidò
l’uomo. «Non è un segno di prosperità che siamo per le sue strade. Se ci
trova, ci rimanda alle fattorie.»
«Tu parli troppo» lo ammonì il giovane, la sua faccia spaventata indicava
quanto fosse prossimo ad abbandonare il vecchio e a schizzare via.
L’anziano mendicante non aveva finito. «Sì, mio buon signore, non
dobbiamo lasciare che ci prenda. Ci nascondiamo fuori dalla città, sì.»
«Fuori dalla città?» lo incalzò Hrathen.
«Kae non è l’unica città qui, sapete. Un tempo ce n’erano quattro, tutte
che circondavano Elantris, ma le altre si sono svuotate. Non c’è abbastanza
cibo per così tante persone in un’area tanto piccola, dicevano. Noi ci
nascondiamo nelle rovine.»
«Siete in molti?» chiese Hrathen.
«No, non molti. Solo quelli che hanno il coraggio di scappar via dalle
fattorie.» Gli occhi dell’uomo assunsero un’espressione sognante. «Non sono
sempre stato un mendicante, mio buon signore. Un tempo lavoravo a
Elantris: ero un carpentiere, uno dei migliori. Non me la cavavo molto bene
come contadino, però. Il re aveva torto in questo, mio buon signore: mi ha
mandato nei campi, ma io ero troppo vecchio per lavorarci, così sono
scappato. Sono venuto qui. I mercanti in città, loro ci danno dei soldi, a
volte. Ma possiamo mendicare solo dopo che è scesa la notte, e mai dagli alti
nobili. No, signore, quelli lo direbbero al re.»

301
Il vecchio alzò lo sguardo e strinse gli occhi verso Hrathen… come
rendendosi conto per la prima volta del perché il ragazzo era così in ansia.
«Voi non assomigliate molto a un mercante, mio buon signore» disse in tono
esitante.
«Non lo sono» rispose Hrathen, lasciando cadere una borsa di monete
nella mano dell’uomo. «Questo è per te.» Poi ne lasciò cadere una seconda
accanto alla prima. «Questo è per gli altri. Buona notte, vecchio.»
«Grazie, mio buon signore!» disse l’uomo piangendo.
«Ringrazia Jaddeth» disse Hrathen.
«Chi è Jaddeth, mio buon signore?»
Hrathen chinò il capo. «Lo scoprirai molto presto, vecchio. In un modo o
nell’altro lo scoprirai.»

La brezza giungeva a forti raffiche in cima alle mura di Elantris e sferzava


con gioia la cappa di Hrathen. Era un freddo vento oceanico, che portava
l’odore salmastro di acqua salata e vita marina. Hrathen era in piedi tra due
torce ardenti, appoggiato contro il basso parapetto, con lo sguardo rivolto su
Kae.
La città non era molto grande, non se paragonata alla pura e semplice
massa di Elantris, ma sarebbe potuta essere fortificata molto meglio. Hrathen
avvertì la sua vecchia insoddisfazione tornare. Odiava essere in un posto che
non era in grado di difendersi. Forse quello era il motivo di parte della
tensione che provava per quell’incarico.
Luci scintillavano per tutta Kae, perlopiù dai lampioni, inclusa una serie
di essi che correva lungo le basse mura che contrassegnavano il confine
formale della città. Quelle mura descrivevano un cerchio perfetto… così
perfetto, in verità, che sarebbe risaltato agli occhi di Hrathen se si fosse
trovato in qualunque altra città. Qui era solo un altro vestigio della gloria
caduta di Elantris. Kae si era estesa oltre quelle mura interne, ma il vecchio
confine rimaneva: un anello di fiamma che correva attorno al centro della
città.
«Era molto più bello, una volta» disse una voce dietro di lui.
Hrathen si voltò dalla sorpresa. Aveva sentito i passi avvicinarsi, ma
aveva semplicemente ritenuto che si trattasse di una delle guardie in giro per
le sue ronde. Invece trovò un Areliano basso e calvo con una semplice veste
grigia. Omin, il capo della religione korathi lì a Kae.
Omin si avvicinò al bordo, soffermandosi accanto a Hrathen ed
esaminando la città. «Ovviamente lo era allora, quando gli Elantriani ancora

302
governavano. La caduta della città probabilmente fu un bene per le nostre
anime. Tuttavia, non riesco a fare a meno di ricordare quei giorni con
meraviglia. Ti rendi conto che nessuno in tutta Arelon era mai senza cibo? Gli
Elantriani potevano trasformare la pietra in grano e la terra in bistecche. Di
fronte a quei ricordi, mi ritrovo a interrogarmi. Potevano dei diavoli fare così
tanto bene in questo mondo? Avrebbero voluto?»
Hrathen non rispose. Rimase semplicemente lì, appoggiato con le braccia
incrociate sopra il parapetto, il vento che gli scompigliava i capelli. Omin
tacque.
«Come mi hai trovato?» chiese infine Hrathen.
«È risaputo che trascorri le tue notti quassù» spiegò il sacerdote tarchiato.
Riusciva a stento ad appoggiare le braccia sul parapetto. Hrathen considerava
basso Dilaf, ma quest’uomo faceva sembrare l’arteth un gigante. «I tuoi
sostenitori dicono che vieni qui e pianifichi come sconfiggere gli immondi
Elantriani» continuò Omin «e i tuoi avversari dicono che vieni perché ti senti
in colpa nel condannare un popolo che è già stato maledetto.»
Hrathen si voltò, abbassando lo sguardo verso gli occhi dell’ometto. «E tu
cosa dici?»
«Io non dico nulla» rispose Omin. «Per me non ha importanza il motivo
per cui sali queste scale, Hrathen. Mi domando, invece, perché predichi
l’odio nei confronti degli Elantriani quando tu stesso semplicemente li
commiseri.»
Hrathen non rispose immediatamente, picchiettando il suo dito guantato
di maglia contro il parapetto di pietra con piccoli schiocchi ripetuti. «Non è
così difficile, una volta che ci si è abituati» disse infine. «Un uomo può
costringersi a odiare, se desidera, in particolare se si convince che è per un
bene superiore.»
«L’oppressione di pochi porta salvezza a molti?» chiese Omin, con un
sorriso accennato in volto, come se trovasse quel concetto ridicolo.
«Faresti meglio a non schernire, Areliano» lo ammonì Hrathen. «Hai
poche alternative, e sappiamo entrambi che la meno dolorosa ti richiederà di
fare quello che faccio io.»
«Professare odio anche se non ne nutro? Non lo farò mai, Hrathen.»
«Allora diventerai irrilevante» disse semplicemente Hrathen.
«È così che dev’essere, allora?»
«Shu-Korath è docile e senza pretese, prete» disse Hrathen. «Shu-Dereth
è vibrante e dinamico. Ti spazzerà via come una piena ruggente che si riversa
su una pozza stagnante.»

303
Omin sorrise di nuovo. «Ti comporti come se la verità fosse qualcosa di
influenzabile dall’insistenza, Hrathen.»
«Non sto parlando di verità o falsità; mi sto semplicemente riferendo a
un’ineluttabilità fisica. Non puoi opporti a Fjorden… e dove Fjorden
governa, Shu-Dereth insegna.»
«Non si può separare la verità dalle azioni, Hrathen» disse Omin
scrollando la testa calva. «Fisicamente ineluttabili o no, la verità è superiore a
tutte le cose. È indipendente da chi ha il miglior esercito, da chi sa
pronunciare il sermone più lungo o perfino da chi ha più sacerdoti. Può
essere repressa, ma riaffiorerà sempre. La verità è l’unica cosa che non si può
mai intimidire.»
«E se Shu-Dereth fosse la verità?» domandò Hrathen.
«Allora prevarrà» disse Omin. «Ma non sono venuto per discutere con
te.»
«Ah no?» disse Hrathen sollevando le sopracciglia.
«No» rispose Omin. «Sono venuto per farti una domanda.»
«Allora chiedi, prete, e lasciami ai miei pensieri.»
«Voglio sapere cos’è successo» esordì Omin in tono interrogativo. «Cos’è
successo, Hrathen? Cos’è successo alla tua fede?»
«Alla mia fede?» chiese Hrathen sconcertato.
«Sì» disse Omin, le sue parole sommesse, quasi farneticanti. «A un certo
punto devi aver creduto, altrimenti non ti saresti impegnato nel clero tanto a
lungo da diventare un gyorn. L’hai perduta da qualche parte, però. Ho
ascoltato i tuoi sermoni. Sento logica e comprensione totale, per non parlare
della determinazione. Ma non sento nessuna fede, e mi domando cosa le sia
accaduto.»
Hrathen sibilò lentamente dentro di sé, prendendo un fiato profondo tra i
denti. «Vattene» ordinò infine, non curandosi nemmeno di abbassare lo
sguardo verso il sacerdote.
Omin non rispose e Hrathen si voltò. L’Areliano se n’era già andato,
allontanandosi lungo le mura con passo noncurante, come se si fosse
dimenticato che Hrathen era lì.
Hrathen rimase lì sulle mura a lungo, quella notte.

304
CAPITOLO
22

Raoden avanzò piano, facendo lentamente capolino da dietro l’angolo.


Avrebbe dovuto sudare; in effetti, continuava a sollevare la mano per
asciugarsi la fronte, anche se quel movimento non faceva altro che spargere
melma nera di Elantris tra le sopracciglia. Le ginocchia gli tremolarono un
poco mentre si rannicchiava contro lo steccato di legno marcio, esaminando
con apprensione la strada al di là in cerca di pericoli.
«Sule, dietro di te!»
Raoden si voltò sorpreso all’avvertimento di Galladon, scivolando sul
selciato viscido e cadendo a terra. Fu la caduta a salvarlo. Mentre brancolava
in cerca di un appiglio, Raoden sentì qualcosa sibilare nell’aria sopra di lui. Il
folle che stava saltando lanciò un urlo di frustrazione mentre lo mancava e si
schiantava contro lo steccato, facendo schizzare per aria pezzi di legno
marcio.
Raoden barcollò in piedi. Il folle si muoveva fin troppo velocemente.
Calvo e quasi nudo, l’uomo ululò nel farsi strada squarciando il resto dello
steccato, ringhiando e strappando via il legno come un mastino inferocito.
L’asse di Galladon colpì l’uomo dritto in faccia. Poi, mentre quello era
stordito, Galladon afferrò una pietra del selciato e la vibrò contro il lato della
testa dell’uomo. Il folle crollò a terra e non si rialzò.
Galladon si raddrizzò. «In qualche modo stanno diventando più forti,
sule» disse, lasciando cadere la pietra. «Sembrano quasi incuranti del dolore.
Kolo?»
Raoden annuì, calmando i nervi. «Non sono stati in grado di catturare
nessun nuovo arrivato per settimane. Stanno diventando disperati,
piombando sempre più nel loro stato bestiale. Ho sentito di guerrieri così
inferociti durante il combattimento che ignorano perfino ferite mortali.»

305
Raoden si interruppe mentre Galladon pungolava il corpo dell’assalitore con
un bastone per assicurarsi che non stesse fingendo.
«Forse hanno trovato il segreto definitivo per fermare il dolore» disse
Raoden piano.
«Tutto quello che devono fare è abbandonare la loro umanità» disse
Galladon, scuotendo il capo mentre continuavano a procedere furtivi per
quello che era stato il mercato di Elantris. Superarono pile di metallo
arrugginito e ceramiche in pezzi decorate con Aon. Una volta quei cocci
avevano prodotto effetti meravigliosi e le loro potenti magie costavano un
occhio della testa. Adesso erano poco più che ostacoli che Raoden doveva
evitare, in modo che non scrocchiassero rumorosamente sotto i suoi piedi.
«Avremmo dovuto portare Saolin» disse Galladon piano.
Raoden scosse il capo. «Saolin è un soldato eccellente e un brav’uomo,
ma è del tutto carente in quanto a furtività. Perfino io riesco a sentirlo
avvicinarsi. Inoltre avrebbe insistito per portare un drappello delle sue
guardie. Si rifiuta di credere che io sappia proteggermi da solo.»
Galladon lanciò un’occhiata al folle a terra, poi di nuovo a Raoden con
occhi sardonici. «Se lo dici tu, sule.»
Raoden sorrise appena. «D’accordo,» ammise «forse sarebbe stato utile.
Comunque, i suoi uomini avrebbero insistito per viziarmi. Sinceramente,
pensavo di essermi lasciato alle spalle quel genere di cose nel palazzo di mio
padre.»
«Gli uomini proteggono ciò che reputano importante» disse Galladon con
una scrollata di spalle. «Se non sei d’accordo, non ti saresti dovuto rendere
così insostituibile. Kolo?»
«Giusto» disse Raoden con un sospiro. «Andiamo.»
Tacquero mentre continuavano la loro infiltrazione. Galladon aveva
protestato per ore quando Raoden aveva spiegato il suo piano di intrufolarsi
e affrontare Shaor. Il Dula l’aveva definito avventato, inutile, pericoloso e
semplicemente stupido. Però non era stato disposto a lasciar andare Raoden
da solo.
Raoden sapeva che il piano probabilmente era avventato, inutile e tutte le
altre cose che Galladon aveva detto. Gli uomini di Shaor li avrebbero fatti a
pezzi senza pensarci due volte… probabilmente senza pensarci nemmeno
una, considerando il loro stato mentale. Però, durante la scorsa settimana, gli
uomini di Shaor avevano tentato di catturare l’orto altre tre volte. Le guardie
di Saolin stavano subendo sempre più ferite, mentre pareva che gli uomini di
Shaor diventassero sempre più selvaggi e feroci.

306
Raoden scosse il capo. Sebbene la sua banda stesse crescendo, molti dei
suoi seguaci erano fisicamente deboli. Gli uomini di Shaor, però, erano
spaventosamente forti… e ciascuno di loro era un guerriero. La loro rabbia
gli conferiva forza, e i seguaci di Raoden non avrebbero potuto resistere
ancora per molto.
Raoden doveva scovare Shaor. Se solo fosse riuscito a parlare con
quell’uomo, era certo di poter trovare un compromesso. Si diceva che Shaor
in persona non partecipasse mai alle scorrerie. Tutti si riferivano alla banda
come ‘gli uomini di Shaor’, ma nessuno riusciva mai a ricordare di aver visto
Shaor in persona. Era assolutamente possibile che fosse semplicemente un
altro folle indistinguibile dal resto. Era anche possibile che l’uomo Shaor si
fosse unito agli Hoed ormai da molto tempo e il gruppo avesse continuato
senza un capo.
Eppure qualcosa gli diceva che Shaor era vivo. O forse Raoden
semplicemente voleva crederlo. Aveva bisogno di un avversario con cui
potersi confrontare; i folli erano troppo sparpagliati per essere sconfitti con
successo, ed erano in numero di gran lunga superiore ai soldati di Raoden.
Se Shaor non esisteva, se Shaor non poteva essere convinto e se Shaor non
era in grado di controllare i suoi uomini, la banda di Raoden era in guai seri.
«Manca poco ora» sussurrò Galladon mentre si avvicinavano all’ultima
strada. C’era del movimento da un lato, e attesero carichi di tensione finché
non parve essere passato.
«La banca» disse Galladon, annuendo verso una grossa struttura dall’altro
lato della strada. Era grande e squadrata, i suoi muri ancora più scuri di
quanto normalmente fosse dovuto alla melma. «Gli Elantriani gestivano quel
posto in modo che i mercanti del luogo potessero depositarvi la loro
ricchezza. Una banca all’interno di Elantris era considerata molto più sicura di
una a Kae.»
Raoden annuì. Alcuni mercanti, come suo padre, non si erano fidati degli
Elantriani. La loro insistenza nel conservare le loro fortune fuori dalla città
alla fine si era rivelata saggia. «Pensi che Shaor sia lì dentro?» chiese.
Galladon scrollò le spalle. «Se io dovessi scegliere una base, sarebbe
quella. Grande, difendibile, imponente. Perfetta per un signore della guerra.»
Raoden annuì. «Andiamo, allora.»
La banca era decisamente occupata. La melma attorno alla porta
principale era smossa da un frequente passaggio di piedi e potevano udire
voci provenienti dal retro della struttura. Galladon guardò Raoden con aria
interrogativa e questi annuì. Entrarono.

307
L’interno era scialbo quanto l’esterno – grigio e andato a male, perfino
per la disastrata Elantris. La porta per la camera blindata – un grosso cerchio
istoriato con uno spesso Aon Edo – era aperta, e dall’interno giungevano
delle voci. Raoden prese un respiro profondo, pronto al confronto con
l’ultimo capobanda.
«Portatemi cibo!» strillò una vocetta acuta.
Raoden si immobilizzò. Allungò il collo da un lato, sbirciando nella
camera blindata, poi trasalì dalla sorpresa. Sul fondo della stanza, seduta su
una pila di quelli che sembravano essere lingotti d’oro, c’era una ragazzina in
un vestito rosa lindo e immacolato. Aveva lunghi capelli biondi aonici, ma la
pelle era nera e grigia come quella di qualunque altro Elantriano. Otto uomini
in abiti laceri erano inginocchiati davanti a lei, le braccia protese in
adorazione.
«Portatemi cibo!» ripeté la ragazzina con voce pretenziosa.
«Che io sia decapitato e finisca nel Doloken» imprecò Galladon dietro di
lui. «E questo cos’è?»
«Shaor» disse Raoden stupefatto. Poi rimise a fuoco la visuale e si rese
conto che la ragazzina lo stava osservando.
«Uccideteli!» urlò Shaor.
«Idos Domi!» uggiolò, girandosi e schizzando verso la porta.

«Se tu non fossi già morto, sule, ti ucciderei io» disse Galladon.
Raoden annuì, appoggiandosi contro un muro, spossato. Si stava
indebolendo. Galladon l’aveva avvertito che sarebbe successo: i muscoli
degli Elantriani si atrofizzavano al massimo verso la fine del primo mese.
L’esercizio fisico non poteva impedirlo. Anche se la mente funzionava ancora
e la carne non si decomponeva, il corpo era convinto di essere morto.
I vecchi trucchi erano quelli che funzionavano meglio: erano riusciti a far
perdere le tracce agli uomini di Shaor arrampicandosi su per il lato di un
muro spezzato e nascondendosi su un tetto. Quei folli potevano comportarsi
come segugi, ma di certo non avevano acquisito l’olfatto di un cane. Erano
passati davanti al nascondiglio di Raoden e Galladon mezza dozzina di volte e
non avevano mai pensato di alzare lo sguardo. Erano fanatici, ma non molto
intelligenti.
«Shaor è una ragazzina» disse Raoden, ancora sconcertato.
Galladon scrollò le spalle. «Nemmeno io lo capisco, sule.»
«Oh, io lo capisco… solo non riesco a crederci. Non li hai visti
inginocchiati davanti a lei? Quella ragazzina, Shaor, è la loro divinità: un

308
idolo vivente. Sono regrediti a un modo di vita più primitivo e, allo stesso
modo, hanno adottato una religione primitiva.»
«Fai attenzione, sule» lo ammonì Galladon. «Molte persone definivano
Jesker una religione ‘primitiva’.»
«D’accordo» disse Raoden, facendo cenno che era il momento di
ricominciare a muoversi. «Forse avrei dovuto dire ‘semplicistica’. Hanno
trovato qualcosa di straordinario – una bambina con lunghi capelli dorati – e
hanno deciso che doveva essere adorata. L’hanno messa su un altare e quella
esige che soddisfino le sue richieste. La ragazzina vuole cibo, così loro glielo
procurano. Poi, a quanto pare, lei li benedice.»
«E quei capelli?»
«È una parrucca» disse Raoden. «L’ho riconosciuta. Era la figlia di uno
dei duchi più ricchi di Arelon. È sempre stata calva, perciò suo padre le fece
fare una parrucca. Suppongo che i sacerdoti non abbiano pensato a
togliergliela prima di gettarla qui dentro.»
«Quando è stata presa dallo Shaod?»
«Oltre due anni fa» disse Raoden. «Suo padre, il duca Telrii, cercò di far
passare la faccenda sotto silenzio. Ha sempre sostenuto che fosse morta di
dionia, ma circolarono parecchie voci.»
«A quanto pare erano tutte vere.»
«A quanto pare» disse Raoden scrollando la testa. «La incontrai solo
poche volte. Non riesco nemmeno a ricordare il suo nome… era basato
sull’Aon Soi. Soine o qualcosa del genere… ricordo solo che era la bambina
più viziata e insopportabile che avessi mai conosciuto.»
«Allora probabilmente è una dea perfetta» disse Galladon con una
smorfia sarcastica.
«Be’, su una cosa avevi ragione» disse Raoden. «Parlare con Shaor non
funzionerà. Là fuori era irragionevole: probabilmente ora sarà dieci volte
peggio. Tutto quello che sa è che ha molta fame e che quegli uomini le
portano il cibo.»
«Buona sera, mio signore» disse una sentinella mentre svoltavano un
angolo e si avvicinavano alla loro parte di Elantris, o Nuova Elantris, come la
gente stava iniziando a chiamarla. L’uomo, un giovane robusto di nome
Dion, si erse dritto mentre Raoden si avvicinava, con una lancia improvvisata
impugnata con decisione al suo fianco. «Il capitano Saolin si è agitato
parecchio per la vostra scomparsa.»
Raoden annuì. «Farò in modo di scusarmi con lui, Dion.»

309
Raoden e Galladon si tolsero le scarpe e le misero lungo la parete accanto
a diverse altre paia sporche, poi indossarono quelle pulite che erano state
lasciate apposta. C’era anche un secchio d’acqua, che usarono per lavar via
quanta più melma riuscivano. I loro vestiti erano comunque sporchi, ma non
c’era altro che potevano fare: la stoffa era merce rara, malgrado i numerosi
gruppi di ricerca che Raoden aveva organizzato.
Era incredibile quanto recuperavano. Certo, buona parte delle cose erano
arrugginite o marce, ma Elantris era enorme. Con un po’ di organizzazione –
e un po’ di motivazione – avevano scoperto un gran numero di oggetti utili,
da punte di lancia in metallo a mobili che potevano ancora sostenere del
peso.
Con l’aiuto di Saolin, Raoden aveva delimitato una sezione di città
sufficientemente difendibile perché fosse Nuova Elantris. Solo undici strade
portavano dentro quella zona e c’era perfino un muretto di pietra – il cui
scopo originario li lasciava perplessi – che correva attorno a metà del
perimetro. Raoden aveva piazzato delle sentinelle all’imboccatura di ogni
strada, in allerta contro qualunque saccheggiatore tentasse di avvicinarsi.
Quel sistema impediva loro di essere sopraffatti. Per fortuna, gli uomini
di Shaor avevano la tendenza ad attaccare in piccole bande. Fintantoché le
guardie di Raoden riuscivano a essere avvisate con sufficiente anticipo,
potevano radunarsi e sconfiggere qualunque gruppo. Ma se Shaor avesse mai
organizzato un assalto da più direzioni, il risultato sarebbe stato disastroso. La
banda di Raoden, composta da donne, bambini e uomini indeboliti, non
avrebbe potuto resistere contro quelle creature selvagge. Saolin aveva
cominciato a insegnare delle semplici tecniche di combattimento a coloro che
avevano i requisiti, ma poteva usare solo i metodi di addestramento più sicuri
ed elementari, per evitare che le ferite da allenamento dei contendenti si
rivelassero più pericolose degli attacchi di Shaor.
Quelle persone, però, non si aspettavano che il combattimento sarebbe
mai arrivato fino a tanto. Raoden udiva quello che dicevano di lui.
Presumevano che il ‘lord Spirito’ avrebbe trovato una qualche maniera per
portare Shaor dalla loro parte, proprio come aveva fatto con Aanden e
Karata.
Raoden iniziò a provare nausea mentre si dirigevano verso la cappella,
con i dolori sempre più lancinanti di varie dozzine di lividi e graffi che
all’improvviso gravavano su di lui con una pressione soffocante. Era come
se il suo corpo fosse avviluppato in un fuoco ardente, come se carne, ossa e
anima fossero consumate in quel calore.

310
«Li ho delusi» disse piano.
Galladon scosse il capo. «Non possiamo sempre ottenere quello che
vogliamo al primo tentativo. Kolo? Troverai un modo: non avrei mai pensato
che saresti arrivato fino a questo punto.»
Sono stato fortunato. Uno sciocco fortunato, pensò Raoden mentre il
dolore martellava contro di lui.
«Sule?» chiese Galladon, guardando all’improvviso Raoden con
espressione preoccupata. «Stai bene?»
Devo essere forte. Loro hanno bisogno che io sia forte. Con un grugnito
interiore di sfida, Raoden si fece largo tra quella foschia di dolore e riuscì a
rivolgergli un debole sorriso. «Sto bene.»
«Non ti ho mai visto così, sule.»
Raoden scosse il capo, appoggiandosi contro la parete di pietra di un
edificio vicino. «Starò bene. Mi stavo solo domandando cosa faremo con
Shaor. Non possiamo ragionare con lei e non possiamo sconfiggere i suoi
uomini con la forza…»
«Ti verrà in mente qualcosa» disse Galladon, il suo normale pessimismo
scavalcato da un evidente desiderio di incoraggiare il suo amico.
Oppure moriremo tutti, pensò Raoden, le mani sempre più tese
nell’afferrare l’angolo di pietra della parete. Stavolta per davvero.
Con un sospiro, Raoden si spinse via dal muro, con la pietra che si
sgretolava sotto le sue dita. Si voltò e guardò la parete con sorpresa. Era stata
pulita di recente da Kahar e il suo marmo bianco scintillava al sole… tranne
dove le dita di Raoden l’avevano frantumata.
«Più forte di quanto pensassi?» chiese Galladon con un sorrisetto.
Raoden sollevò le sopracciglia, sfiorando la pietra rotta. Si sgretolò.
«Questa pietra è morbida come pomice!»
«Elantris» disse Galladon. «Le cose si decompongono rapidamente qui.»
«Sì, ma anche il marmo?»
«Tutto. Anche le persone.»
Raoden colpì il pezzo di roccia rotto con un’altra pietra: granelli e pezzetti
caddero a terra a quell’impatto. «È tutto connesso in qualche modo.
Galladon, il Dor è collegato a Elantris, proprio com’è collegato alla stessa
Arelon.»
«Ma perché il Dor farebbe questo, sule?» chiese Galladon scrollando la
testa. «Perché distruggere la città?»
«Forse non è il Dor» disse Raoden. «Forse è l’improvvisa assenza del
Dor. La magia – il Dor – era parte integrante di questa città. Ogni pietra

311
ardeva di luce propria. Quando quel potere è stato rimosso, la città è rimasta
vuota. Come l’involucro abbandonato da un gambero di fiume cresciuto
troppo per la sua pelle. Le pietre sono vuote.»
«Come può una pietra essere vuota?» chiese Galladon in tono scettico.
Raoden staccò un altro pezzo di marmo, sgretolandolo tra le dita. «Così,
amico mio. La roccia è stata infusa di Dor per così tanto tempo che il Reod
l’ha indebolita irreparabilmente. La città è a tutti gli effetti un cadavere: il suo
spirito è svanito.»
La discussione fu interrotta quando un esausto Mareshe si avvicinò. «Mio
lord Spirito!» disse in tono urgente nel venire avanti.
«Cosa c’è?» chiese Raoden con apprensione. «Un altro attacco?»
Mareshe scosse il capo, lo sguardo confuso. «No. Qualcosa di diverso,
mio signore. Non sappiamo come comportarci. È in corso un’invasione.»
«Da parte di chi?»
Mareshe mostrò un mezzo sorriso, poi scrollò le spalle. «Pare sia una
principessa.»

Raoden era accucciato sul tetto, con Galladon al suo fianco.


Quell’edificio era stato trasformato in una zona di osservazione per tenere
sotto controllo i cancelli in caso di nuovi arrivi. Da quel punto elevato,
Raoden poteva godere di un’ottima visuale su ciò che stava accadendo nel
cortile.
In cima alle mura cittadine di Elantris si era radunata una folla. Il cancello
era aperto. Già quel fatto era stupefacente: di solito, dopo che i nuovi arrivati
erano stati gettati dentro, veniva richiuso immediatamente, come se le guardie
avessero paura di lasciarlo aperto anche solo per un istante.
Comunque, di fronte al cancello aperto, c’era qualcosa di ancora più
sconvolgente. Un grosso carro trainato da cavalli si trovava nel mezzo del
cortile, affiancato da un capannello di uomini ben vestiti. Solo una persona
non pareva spaventata da ciò che vedeva davanti a sé: una donna alta con
lunghi capelli biondi. Indossava un abito lungo liscio e marrone, con una
sciarpa nera legata attorno al braccio destro, e lo teneva alzato sul collo di
uno dei cavalli, dando delle pacche all’animale innervosito. Nel suo volto
acuto scintillavano un paio di occhi esperti, ed esaminava il sudicio cortile
disseminato di fanghiglia con espressione calcolatrice.
Raoden espirò. «L’ho vista solo tramite Seon» borbottò. «Non mi ero
reso conto che fosse così bella.»
«La riconosci, sule?» chiese Galladon sorpreso.

312
«Penso… di essere sposato con lei. Quella può essere soltanto Sarene, la
figlia di re Eventeo di Teod.»
«Cosa ci fa qui?» domandò Galladon.
«Cosa più importante,» disse Raoden «cosa ci fa qui con una dozzina dei
nobili più influenti di Arelon? L’uomo anziano verso il fondo è il duca Roial;
alcuni dicono che sia il secondo uomo più potente del regno.»
Galladon annuì. «E suppongo che il giovane Jindoese sia Shuden, il
barone della piantagione Kaa?»
Raoden sorrise. «Pensavo che fossi un semplice contadino.»
«L’itinerario delle carovane di Shuden passa proprio attraverso il centro
di Duladel, sule. Non esiste al mondo nessun Dula che non conosca il suo
nome.»
«Ah» disse Raoden. «Ci sono anche il conte Ahan e il conte Eondel. Cosa
sta architettando quella donna, nel nome di Domi?»
Come in risposta alla domanda di Raoden, la principessa Sarene terminò
di contemplare Elantris. Si voltò e tornò al carretto, scacciando i nobiluomini
in apprensione con un gesto insofferente. Poi sollevò una mano e tirò via il
telo dal retro del carro, rivelandone il contenuto.
Il carro era colmo di cibo.
«Idos Domi!» imprecò Raoden. «Galladon, siamo nei guai.»
Galladon lo osservò accigliato. C’era fame nei suoi occhi. «Per il
Doloken, cosa vai blaterando, sule? Quello è cibo, e il mio intuito mi dice
che ha intenzione di darcelo. Cosa potrebbe esserci di sbagliato in quello?»
«Deve trattarsi della sua Prova di Vedova» disse Raoden. «Solo a una
straniera verrebbe in mente di entrare a Elantris.»
«Sule,» disse immediatamente Galladon «dimmi cosa stai pensando.»
«Il tempismo è sbagliato, Galladon» spiegò Raoden. «La nostra gente sta
appena iniziando a ottenere un senso di indipendenza: stanno cominciando a
concentrarsi sul futuro e a dimenticare il loro dolore. Se qualcuno dà loro del
cibo adesso, dimenticheranno tutto il resto. Per breve tempo saranno nutriti,
ma le Prove di Vedova durano solo poche settimane. Dopodiché torneranno
il dolore, la fame e l’autocommiserazione. La mia principessa là fuori
potrebbe distruggere tutto quello per cui stiamo lavorando.»
«Hai ragione» si rese conto Galladon. «Mi ero quasi dimenticato quanto
ero affamato finché non ho visto quel cibo.»
Raoden gemette.
«Cosa c’è?»

313
«Cosa accadrà quando Shaor verrà a sapere di questo? I suoi uomini
attaccheranno quel carro come un branco di lupi. Se uno di loro uccidesse un
conte o un barone, nessuno può dire quale genere di danni ciò
provocherebbe. Mio padre tollera Elantris soltanto perché non deve pensarci.
Se un Elantriano uccidesse uno dei suoi nobili, però, potrebbe plausibilmente
decidere di sterminarci tutti quanti.»
Nei vicoli attorno al cortile stavano apparendo delle persone. Nessuno
sembrava far parte degli uomini di Shaor: erano le forme stanche e
sventurate di quegli Elantriani che vivevano ancora per conto loro,
vagabondando come ombre per la città. Si erano uniti a Raoden sempre più
numerosi… ma adesso, con del cibo disponibile liberamente, non avrebbe
mai ottenuto gli altri. Avrebbero continuato a esistere senza pensieri o scopi,
persi nel loro dolore e nella dannazione.
«Oh, mia adorabile principessa» sussurrò Raoden. «Probabilmente le tue
intenzioni sono buone, ma dare cibo a queste persone è la cosa peggiore che
tu possa fare loro.»

Mareshe attendeva in fondo alle scale. «L’avete vista?» domandò con


apprensione.
«Sì» disse Raoden.
«Cosa vuole?»
Prima che Raoden potesse rispondere, una voce femminile e decisa
provenne dal cortile. «Voglio parlare con i tiranni di questa città: quelli che si
fanno chiamare Aanden, Karata e Shaor. Presentatevi a me.»
«Dove…?» chiese Raoden sorpreso.
«Decisamente ben informata, vero?» osservò Mareshe.
«Informazioni un po’ superate, però» aggiunse Galladon.
Raoden digrignò i denti, riflettendo rapidamente. «Mareshe, manda un
messaggero da Karata. Dille di incontrarsi con noi all’università.»
«Sì, mio signore» disse l’uomo, facendo cenno a un giovane messaggero
di avvicinarsi.
«Ah,» aggiunse Raoden «e riferisci a Saolin che ci raggiunga lì con metà
dei soldati. Dovrà tenere d’occhio gli uomini di Shaor.»
«Potrei andare a prenderli io stesso, se il mio signore desidera» si offrì
Mareshe, sempre in cerca di opportunità per dare una buona impressione di
sé.
«No» disse Raoden. «Tu devi esercitarti a essere Aanden.»

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315
CAPITOLO
23

Eondel e Shuden insistettero entrambi per andare con lei. Eondel teneva una
mano sulla spada – di solito la portava con sé a prescindere da quello che il
decoro areliano prescriveva sulle armi – e osservava sia la loro guida, sia il
loro drappello di membri della Guardia Cittadina di Elantris con uguale
sospetto. Da parte loro, le guardie se la cavavano bene nel sembrare
disinvolte, come se entrare a Elantris fosse qualcosa che accadeva ogni
giorno. Ma Sarene poteva percepire la loro apprensione.
Tutti avevano obiettato sulle prime. Era impensabile che lei si lasciasse
attirare nelle viscere di Elantris per incontrarsi con dei despoti. Sarene, però,
era determinata a dimostrare che la città era innocua. Non poteva certo tirarsi
indietro di fronte a un viaggetto all’interno se voleva persuadere gli altri
nobili a varcare i cancelli.
«Ci siamo quasi» disse la guida. Era un uomo alto, più o meno della
stessa statura di Sarene con i tacchi. Le parti grigie della sua pelle erano un
po’ più chiare di quelle sugli altri Elantriani che lei aveva visto, anche se non
sapeva se volesse dire che prima era stato di carnagione pallida oppure che
aveva trascorso a Elantris meno tempo degli altri. Aveva un volto ovale che
sarebbe potuto essere attraente prima che lo Shaod lo distruggesse. Non era
un servitore: camminava con un’andatura troppo fiera. Sarene ipotizzò che,
anche se si stava comportando come un semplice messaggero, fosse uno dei
tirapiedi fidati di un capobanda elantriano.
«Come ti chiami?» domandò Sarene, attenta a mantenere il proprio tono
neutro. Lui apparteneva a uno dei tre gruppi che, stando alle fonti di Ashe,
governavano la città come signori della guerra e rendevano schiavi tutti i
nuovi arrivati.
L’uomo non rispose immediatamente. «Mi chiamano Spirito» disse infine.

316
Un nome appropriato, pensò Sarene, per quest’uomo che non è altro che
un fantasma di ciò che doveva essere stato un tempo.
Si avvicinarono a un grosso edificio e l’uomo, Spirito, la informò che un
tempo era stato l’università di Elantris. Sarene osservò il palazzo con occhio
critico. Era coperto dalla stessa melma strana e brunastra che ammantava il
resto della città, e mentre un tempo quella struttura poteva essere stata
magnifica, adesso non era che una rovina come le altre. Sarene esitò mentre
la loro guida entrava nell’edificio. Secondo la sua stima, il piano superiore
correva un serio rischio di crollare.
Scoccò un’occhiata a Eondel. L’anziano aveva un’aria di apprensione e si
sfregava il mento, meditabondo. Poi scrollò le spalle, rivolgendo a Sarene un
cenno di assenso. Siamo arrivati fin qui… pareva dire.
Così, cercando di non pensare al soffitto cadente, Sarene condusse il suo
gruppo di amici e soldati all’interno della struttura. Per fortuna non dovettero
andare lontano. Alcuni Elantriani si trovavano verso il fondo della prima
stanza, le facce dalla pelle scura a malapena visibili nella luce fioca. Due
erano in piedi su quelle che sembravano le macerie di un tavolo caduto, cosa
che rialzava le loro teste di qualche piede rispetto agli altri.
«Aanden?» chiese Sarene.
«E Karata» replicò la seconda forma… apparentemente una donna, anche
se la testa calva e la faccia grinzosa erano praticamente indistinguibili da
quelle di un uomo. «Cosa volete da noi?»
«Sono stata portata a credere che voi due foste nemici» disse Sarene in
tono sospettoso.
«Ci siamo resi conto di recente dei benefici di un’alleanza» disse Aanden.
Era un uomo basso con occhi guardinghi, il suo piccolo volto raggrinzito
come quello di un roditore. Il suo pomposo atteggiamento di alterigia era più
o meno quello che Sarene si era aspettata.
«E l’uomo noto come Shaor?» chiese Sarene.
Karata sorrise. «Uno dei suddetti benefici.»
«Morto?»
Aanden annuì. «Ora siamo noi a governare Elantris, principessa. Cosa
vuoi?»
Sarene non rispose immediatamente. Il suo piano era stato mettere i tre
diversi capibanda l’uno contro l’altro. Avrebbe dovuto presentarsi in modo
diverso di fronte a un nemico unito. «Voglio corrompervi» disse in maniera
schietta.

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La donna sollevò un sopracciglio con interesse, ma l’ometto si limitò a
sbuffare. «Che bisogno abbiamo che tu ci corrompa, donna?»
Sarene aveva partecipato a quel gioco fin troppo spesso; Aanden
mostrava la facciata indifferente di un uomo non abituato alla politica seria.
Lei aveva incontrato uomini del genere dozzine di volte mentre serviva nel
corpo diplomatico di suo padre e l’avevano davvero stancata.
«Ascoltate,» disse Sarene «siamo franchi: è evidente che non siete bravi
in questo, perciò dei negoziati prolungati sarebbero una perdita di tempo.
Voglio portare cibo alla gente di Elantris e voi avete intenzione di opporvi a
me perché pensate che questo indebolirà la vostra stretta su di loro. In questo
momento probabilmente state cercando di capire come controllare chi trarrà
beneficio dalle mie offerte e chi no.»
L’uomo si agitò a disagio e Sarene sorrise. «Ecco perché ho intenzione di
corrompervi. Cosa servirà perché permettiate alle persone di venire a
prendere il cibo liberamente?»
Aanden si tirò indietro, evidentemente incerto su come procedere. La
donna invece parlò con fermezza. «Hai uno scriba che possa annotare le
nostre richieste?»
«Certo» disse Sarene, facendo cenno a Shuden di tirar fuori carta e penna
a carboncino.
L’elenco era dettagliato – ancora più lungo di quanto Sarene si fosse
aspettata – e includeva molti oggetti strani. Lei aveva ipotizzato che
avrebbero richiesto armi, forse perfino oro. Le richieste di Karata, però,
cominciavano con stoffa, procedevano con diversi tipi di grano, alcune
lamine di metallo lavorato, pezzi di legno, paglia, e terminavano con olio. Il
messaggio era chiaro: governare su Elantris non dipendeva dalla forza o dalla
ricchezza, ma dal controllo di necessità di base.
Sarene acconsentì alle richieste in modo sbrigativo. Se si fosse trovata a
trattare soltanto con Aanden, avrebbe contrattato per meno, ma questa Karata
era una donna diretta e risoluta, del tipo che non aveva molta pazienza per
mercanteggiare.
«È tutto?» chiese Sarene mentre Shuden scribacchiava l’ultima richiesta.
«Questo andrà bene per i primi giorni» disse Karata.
Sarene strinse gli occhi. «D’accordo. Ma ho una regola che dovete
seguire. Non potete impedire a nessuno di venire nel cortile. Governate come
despoti, se volete, ma almeno lasciate che la gente soffra con la pancia
piena.»
«Hai la mia parola» disse Karata. «Non tratterrò nessuno.»

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Sarene annuì, facendo cenno che l’incontro era terminato. Karata assegnò
loro una guida perché li riportasse al cancello; stavolta non era Spirito. Lui
rimase indietro, avvicinandosi ai due tiranni della città mentre Sarene lasciava
l’edificio.

«Andava bene così, mio signore?» chiese Mareshe con impazienza.


«Mareshe, è stato perfetto» rispose Raoden, osservando con
soddisfazione la principessa mentre si allontanava.
Mareshe sorrise con modestia. «Be’, mio signore, faccio del mio meglio.
Non ho molta esperienza con la recitazione, ma credo proprio di aver
impersonato un capo adeguatamente deciso e intimidatorio.»
Raoden intercettò lo sguardo di Karata. Quella donna burbera ce la stava
mettendo tutta per non ridere. Il pomposo artigiano era stato perfetto: né
deciso, né intimidatorio. La gente fuori da Elantris considerava quella città
come un regno senza legge dominato da despoti severi e disonesti. Assieme,
Mareshe e Karata avevano rappresentato con esattezza ciò che la principessa e
i suoi compagni si erano aspettati di vedere.
«Lei sospettava qualcosa, sule» osservò Galladon, uscendo dalle ombre
sul lato della stanza.
«Sì, ma non sa cosa» disse Raoden. «Lasciamo che sospetti che ‘Aanden’
e Karata la stanno raggirando; non nuocerà.»
Galladon scosse lievemente il capo, la testa calva che scintillava nella luce
fioca. «A che scopo? Perché non portarla alla cappella, farle vedere cosa
siamo realmente?»
«Mi piacerebbe, Galladon» disse Raoden. «Ma non possiamo permetterci
di rivelare il nostro segreto. La popolazione di Arelon tollera Elantris perché
gli Elantriani sono così patetici. Se scoprissero che stiamo istituendo una
società civilizzata, le loro paure riaffiorerebbero. Una massa di derelitti
gementi è una cosa, una legione di mostruosità impossibili da uccidere è
un’altra.»
Karata annuì, non dicendo nulla. Galladon, l’eterno scettico, si limitò a
scuotere il capo, come se non fosse certo di cosa pensare.
«Be’, di sicuro è determinata. Kolo?» chiese infine, riferendosi a Sarene.
«Determinata davvero» convenne Raoden. Poi, divertito, continuò: «E
non penso di piacerle molto.»
«Pensa che tu sia il lacchè di un tiranno» fece notare Karata. «Dovresti
forse piacerle?»

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«Vero» disse Raoden. «Però penso che dovremmo aggiungere una
clausola al nostro accordo, che dica che posso presenziare a tutte le sue
distribuzioni. Voglio tenere d’occhio la nostra benevola principessa: non mi
dà l’impressione di un tipo che farebbe qualcosa senza diverse motivazioni, e
mi domando cosa le abbia fatto decidere di svolgere la sua Prova qui a
Elantris.»

«È andata bene» disse Eondel, osservando la loro guida scomparire di


nuovo dentro Elantris.
«Ve la siete cavata con poco» concordò Shuden. «Le cose che hanno
richiesto possono essere ottenute senza una spesa gravosa.»
Sarene annuì lievemente, sfregando le dita lungo il lato di legno del carro.
«È solo che odio trattare con persone del genere.»
«Forse le giudicate in modo troppo severo» disse Shuden. «Non
parevano tanto dei tiranni quanto persone che cercavano di ottenere il meglio
da una vita molto difficile.»
Sarene scosse il capo. «Dovreste sentire alcune delle storie che mi ha
raccontato Ashe, Shuden. Le guardie dicono che, quando dei nuovi
Elantriani vengono gettati nella città, le bande calano su di loro come squali.
Le poche risorse che entrano in questa città vanno ai capibanda, e loro
tengono il resto della gente in una condizione prossima alla fame.»
Shuden sollevò un sopracciglio, guardando verso gli uomini della
Guardia Cittadina di Elantris, la fonte di informazioni di Sarene. Quel gruppo
era appoggiato pigramente alle lance, osservando con occhi privi di interesse
mentre i nobili iniziavano a scaricare il carro.
«D’accordo» ammise Sarene, salendo sul carro e passando a Shuden una
cassa di ortaggi. «Forse non sono la fonte più affidabile, ma abbiamo la
prova di fronte a noi.» Agitò il braccio verso le forme emaciate che si
accalcavano nelle stradine laterali. «Guardate i loro occhi infossati e quei
passi apprensivi. Questa è una popolazione che vive nella paura, Shuden.
L’ho visto in precedenza a Fjorden, Hrovell e mezza dozzina di altri luoghi.
So che aspetto ha un popolo oppresso.»
«Vero,» ammise Shuden, prendendo la cassa da Sarene «ma i ‘capi’ a me
non sembravano stare molto meglio. Forse non sono oppressori, ma oppressi
proprio come gli altri.»
«Forse» disse Sarene.
«Mia signora,» protestò Eondel quando Sarene sollevò un’altra cassa e la
porse a Shuden «vorrei che vi faceste indietro e permetteste a noi di spostare

320
quelle casse. Non è appropriato.»
«È tutto a posto, Eondel» disse Sarene, passandogli una cassa. «C’è un
motivo per cui non ho portato servitori: voglio che tutti noi partecipiamo.
Ciò include voi, mio signore» aggiunse Sarene, annuendo verso Ahan, che
aveva trovato un posto ombreggiato dove riposare, vicino al cancello.
Ahan sospirò, poi si alzò e ciondolò alla luce del sole. Il giorno era
diventato decisamente torrido per essere solo l’inizio della primavera, e il
sole ardeva in cielo, anche se nemmeno il suo calore era riuscito ad asciugare
l’onnipresente mota elantriana.
«Spero che apprezziate il mio sacrificio, Sarene» esclamò il corpulento
Ahan. «Questa melma mi sta rovinando completamente il mantello.»
«Vi sta bene» disse Sarene, passando al conte una cassa di patate bollite.
«Vi ho detto di indossare qualcosa che non fosse costoso.»
«Io non ho nulla che non sia costoso, mia cara» replicò Ahan, accettando
la cassa con espressione imbronciata.
«Intendete dirmi che avete veramente pagato del denaro per quella veste
che indossavate al matrimonio di Neoden?» chiese Roial, avvicinandosi con
una risata. «Non ero nemmeno al corrente che esistesse quella tonalità di
arancione, Ahan.»
Il conte si accigliò, trascinando la sua cassa sul davanti del carro. Sarene
non porse una cassa a Roial, né lui fece alcunché per riceverne una. Pochi
giorni prima, nella corte aveva fatto scalpore la notizia di qualcuno che aveva
notato il duca camminare zoppicando. Circolavano voci che fosse caduto una
mattina nello scendere dal letto. L’atteggiamento energico di Roial rendeva
difficile ricordare che in effetti era un uomo molto anziano.
Sarene prese il ritmo, distribuendo casse a mani che apparivano per
prenderle, motivo per cui sulle prime non notò una nuova figura che si era
unita alle altre. Verso le ultime casse, per caso alzò lo sguardo sull’uomo che
stava accettando quel carico. Per poco non lasciò cadere la cassa dalla
sorpresa quando riconobbe il suo volto.
«Tu!» disse stupefatta.
L’Elantriano noto come Spirito sorrise, prendendo la cassa dalle sue dita
sbalordite. «Mi stavo domandando quanto ci avreste messo per accorgervi
che ero qui.»
«Da quanto…»
«Oh, circa dieci minuti ormai» replicò. «Sono arrivato appena dopo che
avete cominciato a scaricare.»

321
Spirito portò via la cassa, impilandola con le altre. Sarene rimase sul retro
del carro, intontita e ammutolita: doveva aver scambiato le sue mani scure
per quelle brune di Shuden.
Qualcuno si schiarì la gola di fronte a lei e Sarene si rese conto con un
sussulto che Eondel stava aspettando una cassa. Si affrettò a porgergliela.
«Perché lui è qui?» si domandò nel lasciar cadere la cassa tra le braccia di
Eondel.
«Afferma che il suo capo gli ha ordinato di sorvegliare la distribuzione. A
quanto pare, Aanden si fida di voi quanto voi vi fidate di lui.»
Sarene consegnò le ultime due casse, poi saltò giù dal retro del carro.
Però colpì il selciato a una angolazione sbagliata e scivolò nella fanghiglia. Si
capovolse, agitando le mani e strillando.
Per fortuna un paio di mani la afferrarono e la tirarono in piedi. «State
attenta» la ammonì Spirito. «Prima di camminare a Elantris bisogna farci un
po’ l’abitudine.»
Sarene sottrasse le braccia alla sua stretta provvidenziale. «Grazie»
borbottò con una voce molto poco da principessa.
Spirito sollevò un sopracciglio, poi si spostò per andarsi a mettere
accanto ai lord areliani. Sarene sospirò, sfregandosi il gomito dove Spirito
l’aveva afferrata. Qualcosa nel suo tocco pareva stranamente tenero. Scosse il
capo per scacciare quelle fantasie. C’erano cose più importanti che
richiedevano la sua attenzione. Gli Elantriani non si stavano avvicinando.
Adesso ce n’erano di più, forse cinquanta, assiepati esitanti e guardinghi
nelle ombre. Alcuni erano evidentemente bambini, ma molti erano della
stessa età indeterminabile; la loro pelle elantriana raggrinzita li faceva
sembrare tutti vecchi come Roial. Nessuno si avvicinava al cibo.
«Perché non stanno venendo?» chiese Sarene confusa.
«Sono spaventati» disse Spirito. «E increduli. Così tanto cibo per loro
deve sembrare un’illusione, un diabolico trucco con cui di sicuro le loro
menti li avevano ingannati centinaia di volte.» Parlò in tono sommesso,
compassionevole perfino. Le sue parole non erano quelle di un dispotico
signore della guerra.
Spirito allungò una mano e scelse una rapa da una delle casse. La tenne
delicatamente, fissandola come se lui stesso non avesse la certezza che fosse
reale. C’era una voracità nei suoi occhi, la fame di un uomo che non vedeva
un pasto decente da settimane. Con un sussulto, Sarene si rese conto che
quell’uomo era affamato come il resto di loro malgrado godesse di un rango

322
più elevato. E aveva aiutato con pazienza a scaricare dozzine di casse piene di
cibo.
Finalmente Spirito sollevò la rapa e prese un morso. L’ortaggio gli
scrocchiò in bocca e Sarene poteva solo immaginare che sapore dovesse
avere: crudo e amaro. Eppure, riflessa nei suoi occhi, quella rapa pareva un
banchetto.
Il fatto che Spirito avesse accettato il cibo parve fornire l’approvazione
agli altri, poiché la massa di persone venne avanti. I soldati della Guardia
Cittadina di Elantris finalmente si misero in azione e circondarono
rapidamente Sarene e gli altri, puntando le loro lunghe lance con aria
minacciosa.
«Lasciate uno spazio qui, davanti alle casse» ordinò Sarene.
Le guardie si separarono, permettendo a pochi Elantriani alla volta di
avvicinarsi. Sarene e i nobili rimasero dietro le casse, distribuendo il cibo ai
supplicanti stanchi. Perfino Ahan smise di lamentarsi mentre si metteva al
lavoro, dispensando il cibo in un silenzio solenne. Sarene lo vide dare un
sacco a quella che doveva essere stata una ragazzina, anche se aveva la testa
calva e le labbra increspate di grinze. La ragazzina sorrise con un’innocenza
fuori luogo, poi sgattaiolò via. Ahan si soffermò per un attimo prima di
continuare con il suo lavoro.
Sta funzionando, pensò Sarene sollevata. Se era riuscita a smuovere
Ahan, poteva fare lo stesso con il resto della corte.
Mentre lavorava, Sarene notò l’uomo chiamato Spirito in piedi vicino al
fondo della folla. Aveva la mano sollevata al mento in un’espressione
pensierosa mentre la osservava. Pareva… preoccupato. Ma perché? Cosa
aveva di cui preoccuparsi? Fu allora, fissandolo negli occhi, che Sarene
comprese la verità. Questo non era uno scagnozzo. Era il capo, e per qualche
motivo aveva sentito il bisogno di nasconderglielo.
Così Sarene fece quello che faceva sempre quando apprendeva che una
persona le stava nascondendo qualcosa. Cercare di scoprire di cosa si
trattasse.

«C’è qualcosa in lui, Ashe» disse Sarene, in piedi fuori dal palazzo a
guardare il carro che aveva trasportato il cibo, ora vuoto, mentre si
allontanava. Era difficile credere che, nonostante tutto il pomeriggio di
lavoro, avessero distribuito solo tre pasti. Tutto sarebbe finito per domani
entro mezzogiorno… sempre che non fosse già finito.

323
«Chi, mia signora?» chiese Ashe. Aveva osservato la distribuzione del
cibo dalla cima delle mura, vicino al punto dove si era trovato Iadon.
Avrebbe voluto accompagnarla, naturalmente, ma lei glielo aveva proibito. Il
Seon era la sua principale fonte di informazioni su Elantris e i suoi capi e lei
non voleva rendere evidente il collegamento tra i due.
«La guida» spiegò Sarene nel voltarsi e procedere per l’ampio ingresso
fiancheggiato da arazzi del palazzo del re. A Iadon gli arazzi piacevano un po’
troppo per i suoi gusti.
«L’uomo chiamato Spirito?»
Sarene annuì. «Fingeva di eseguire gli ordini degli altri, ma non era un
servitore. Aanden continuava a indirizzargli occhiate durante i nostri
negoziati, come se cercasse una rassicurazione. Pensi forse che i nomi dei
capi che abbiamo ottenuto fossero sbagliati?»
«È possibile, mia signora» ammise Ashe. «Però gli Elantriani con cui ho
parlato sembravano sicurissimi. Karata, Aanden e Shaor erano i nomi che ho
sentito almeno una dozzina di volte. Nessuno ha menzionato un uomo di
nome Spirito.»
«Hai parlato con queste persone di recente?» chiese Sarene.
«In realtà, ho concentrato i miei sforzi sulle Guardie» disse Ashe,
balzellando di lato mentre un corriere gli passava accanto di corsa. La gente
aveva la tendenza a ignorare i Seon con un grado di indifferenza che sarebbe
stato offensivo per qualunque attendente umano. Ashe sopportò tutto quanto
senza lamentarsi e non interrompendo quello che stava dicendo.
«Gli Elantriani sono stati riluttanti a fornire qualcosa di più dei nomi, mia
signora… le Guardie, però, sono state più disponibili con le loro opinioni.
Hanno poco da fare tutto il giorno tranne sorvegliare la città. Ho messo
assieme le loro osservazioni con i nomi che ho raccolto, ottenendo quello che
vi ho riferito.»
Sarene si soffermò per un attimo, appoggiandosi contro un pilastro di
marmo. «Sta nascondendo qualcosa.»
«Oh, cielo» borbottò Ashe. «Mia signora, non pensate di starvi
assumendo troppi impegni? Avete deciso di affrontare il gyorn, di liberare le
donne di corte dall’oppressione maschile, di salvare l’economia di Arelon e
di nutrire Elantris. Forse non dovreste sforzarvi anche di scoprire cosa sta
celando quest’uomo.»
«Hai ragione,» disse Sarene «sono troppo impegnata per occuparmi di
Spirito. Motivo per cui sarai tu a scoprire cosa sta tramando.»
Ashe sospirò.

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«Torna in città» disse Sarene. «Non dovrebbe essere necessario
addentrarsi troppo: parecchi Elantriani oziano vicino al cancello. Chiedi loro
di Spirito e vedi se riesci a scoprire qualcosa sul trattato fra Karata e
Aanden.»
«Sì, mia signora.»
«Mi chiedo se forse ci siamo fatti un’idea sbagliata di Elantris» disse
Sarene.
«Non so, mia signora» disse Ashe. «È un posto molto barbarico. Io stesso
ho assistito a parecchi atti davvero efferati e ho visto i risultati di altri. Tutti in
quella città hanno ferite di qualche tipo… e dal suono dei loro gemiti, posso
ipotizzare che molte di quelle ferite siano gravi. Gli scontri devono essere
all’ordine del giorno.»
Sarene annuì distrattamente. Comunque non riusciva a smettere di
pensare a Spirito e a come era stato tutt’altro che barbarico. Aveva messo i
lord a loro agio, conversando con loro affabilmente, come se lui non fosse
condannato e loro non fossero quelli che lo avevano segregato. Verso la fine
del pomeriggio si era ritrovata quasi ad apprezzarlo, anche se era preoccupata
che quell’uomo stesse giocando con lei.
Così era rimasta indifferente verso Spirito, fredda perfino, ricordando a
sé stessa che parecchi assassini e tiranni potevano dimostrarsi molto
amichevoli, se volevano. Il suo cuore, però, le diceva che quell’uomo era
sincero. Stava nascondendo qualcosa, come facevano tutti gli uomini, ma
voleva davvero aiutare Elantris. Per qualche motivo, sembrava
particolarmente preoccupato dell’opinione che Sarene aveva di lui.
E, uscendo dall’atrio e diretta alle sue stanze, Sarene dovette sforzarsi
parecchio prima di convincersi che non le importava quello che lui pensava
di lei.

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CAPITOLO
24

Hrathen era accaldato dentro la sua armatura rosso sangue, esposto com’era
alla brillante luce solare. La sua consolazione era quanto doveva apparire
imponente, in piedi in cima alle mura con la corazza che scintillava nella luce.
Naturalmente nessuno lo stava guardando: tutti osservavano l’alta principessa
di Teod che distribuiva il cibo.
La sua decisione di entrare a Elantris aveva sbalordito la città, e la
successiva concessione del permesso da parte del re l’aveva fatto di nuovo.
Le mura di Elantris si erano riempite presto, con nobili e mercanti assiepati
lungo il camminamento aperto là sopra. Erano giunti con espressioni
sbalordite, come uomini che osservassero un combattimento di squali
Svordico, sporgendosi oltre il parapetto per assistere meglio a quello che
molti ipotizzavano si sarebbe rivelato un disastro eccitante. Era opinione
comune che i selvaggi di Elantris avrebbero fatto a pezzi la principessa nei
primi minuti dopo il suo ingresso e poi l’avrebbero divorata.
Hrathen osservò rassegnato mentre i mostri di Elantris giungevano
placidi, rifiutandosi di mangiare una sola guardia, tantomeno la principessa. I
suoi demoni non volevano esibirsi e lui poté vedere il disappunto sulle facce
della folla. La mossa della principessa era stata magistrale, castrando i diavoli
di Hrathen con una spazzata di quella falce brutale nota come verità. Ora che
gli aristocratici vicini a Sarene avevano dimostrato il loro coraggio entrando a
Elantris, l’orgoglio avrebbe costretto gli altri a fare altrettanto. L’odio per
Elantris si sarebbe dissipato, poiché la gente non poteva temere ciò che
compativa.
Non appena divenne evidente che nessuna principessa sarebbe stata
divorata quel giorno, la gente perse interesse, sfilando giù per la lunga rampa
di scale delle mura in un flusso costante e insoddisfatto. Hrathen si unì a loro;
scese i gradini e poi si voltò verso il centro di Kae e la cappella derethi.

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Mentre camminava, però, una carrozza si arrestò accanto a lui. Hrathen
riconobbe l’Aon che c’era sul lato: l’Aon Rii.
La carrozza si fermò e la portiera si aprì. Hrathen rimase immobile solo
per un momento, poi entrò, sedendosi di fronte al duca Telrii.
Era evidente che il duca non era contento. «Vi avevo avvisato su quella
donna. Adesso il popolo non odierà mai Elantris… e, se non odierà Elantris,
non odierà nemmeno Shu-Korath.»
Hrathen agitò la mano. «Gli sforzi della ragazza sono irrilevanti.»
«Non riesco a capire come possa essere così.»
«Quanto può continuare a fare questo?» domandò Hrathen. «Qualche
settimana, un mese al massimo? In questo momento le sue gitarelle sono una
novità, ma ciò si esaurirà presto. Dubito che molti nobili saranno disposti ad
accompagnarla in futuro, perfino se lei provasse a rendere regolari queste
distribuzioni di cibo.»
«Il danno è fatto» disse Telrii con insistenza.
«Non proprio» replicò Hrathen. «Lord Telrii, sono passate solo poche
settimane dal mio arrivo ad Arelon. Sì, quella donna ci ha inflitto una battuta
d’arresto, ma si rivelerà un fastidio minore. Voi sapete, come so io, che i
nobili sono tipi volubili. Quanto tempo pensate che ci metteranno a
dimenticarsi le loro visite a Elantris?»
Telrii non pareva convinto.
«Inoltre,» aggiunse Hrathen, tentando un’altra tattica «il mio lavoro con
Elantris era solo una piccola parte del nostro piano. L’instabilità del trono di
Iadon – l’imbarazzo a cui sarà sottoposto nel prossimo periodo di tassazione
– è ciò su cui dovremmo concentrarci.»
«Di recente il re ha trovato dei nuovi contratti a Teod» disse Telrii.
«Non saranno sufficienti a coprire le sue perdite» disse Hrathen
liquidando la faccenda. «Le sue finanze sono compromesse. I nobili non
sosterranno mai un re che insiste perché mantengano il loro livello di
ricchezza, ma che non applica a sé stesso il medesimo parametro.
«Presto potremo cominciare a diffondere voci sulle disponibilità ridotte
del re. Molti dei nobili di alto rango sono mercanti a loro volta: hanno i mezzi
per scoprire come se la passano i loro concorrenti. Scopriranno in quali
difficoltà versa Iadon e inizieranno a lagnarsi.»
«Le lagnanze non mi metteranno sul trono» disse Telrii.
«Rimarreste sorpreso» disse Hrathen. «Inoltre, allo stesso tempo,
cominceremo a lasciar intendere che, se foste voi a prendere il trono,
portereste ad Arelon un commercio redditizio con l’Est. Posso fornirvi i

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documenti adeguati. Ci sarà abbastanza denaro per tutti… e si tratta di
qualcosa a cui Iadon non è stato in grado di provvedere. La vostra gente sa
che questo Paese è sull’orlo del tracollo finanziario. Fjorden può farvi uscire
da questa situazione.»
Telrii annuì lentamente.
Sì, Telrii, pensò Hrathen sospirando fra sé, questo è qualcosa che riesci a
capire, vero? Se non possiamo convertire la nobiltà, possiamo sempre
comprarla.
Quella tattica non era sicura come lasciava intendere Hrathen, ma per
Telrii quella spiegazione sarebbe bastata mentre Hrathen elaborava altri piani.
Una volta risaputo che il re era in bancarotta e che Telrii era ricco, certe
altre… pressioni avanzate sul governo avrebbero portato a un facile – seppur
repentino – cambio al potere.
La principessa si era opposta al piano sbagliato. Il trono di Iadon sarebbe
caduto proprio mentre lei distribuiva cibo agli Elantriani, ritenendosi furba
per aver sventato il complotto di Hrathen.
«Vi avviso, Hrathen,» disse all’improvviso Telrii «non ritenetemi una
pedina derethi. Assecondo i vostri piani perché siete stato in grado di fornire
la ricchezza che mi avete promesso. Non me ne resterò da parte a farmi
spingere nella direzione che volete voi, però.»
«Non me lo sognerei mai, Vostra signoria» disse Hrathen in tono pacato.
Telrii annuì, dicendo a gran voce al cocchiere di fermarsi. Non erano
nemmeno a metà strada per la cappella derethi.
«La mia villa è in quella direzione» disse Telrii con disinvoltura,
indicando lungo una strada laterale. «Potete proseguire a piedi da qui alla
vostra cappella.»
Hrathen si sforzò di mantenere il controllo. Un giorno quell’uomo
avrebbe dovuto imparare il rispetto adeguato per i funzionari derethi. Per il
momento, però, Hrathen si limitò a scendere dalla carrozza.
Considerando la compagnia, preferiva comunque camminare.

«Non ho mai visto questo genere di reazione ad Arelon» osservò un


sacerdote.
«Sono d’accordo» disse il suo compagno. «È più di un decennio che
servo l’impero a Kae e non abbiamo mai visto più di qualche conversione
ogni anno.»
Hrathen superò i sacerdoti mentre entrava nella cappella derethi. Erano
religiosi minori, di poco interesse per lui; li notò solo a causa di Dilaf.

328
«È passato parecchio tempo» concordò Dilaf. «Anche se ricordo un
periodo, poco dopo l’assalto a Teod da parte del pirata Dreok Sfondagola,
quando ad Arelon ci fu un’ondata di conversioni.»
Hrathen si accigliò. Qualcosa nel commento di Dilaf lo turbava. Si
costrinse a continuare a camminare, ma scoccò un’occhiata all’indietro verso
l’arteth. Dreok Sfondagola aveva attaccato Teod quindici anni prima. Era
possibile che Dilaf si ricordasse di una cosa del genere dalla sua infanzia, ma
come avrebbe fatto a sapere del tasso di conversioni ad Arelon?
Quell’arteth doveva essere più vecchio di quanto Hrathen aveva presunto.
Molto più vecchio. Hrathen sgranò gli occhi nell’esaminare il volto di Dilaf
nella propria mente. Aveva attribuito a Dilaf non più di venticinque anni, ma
ora riusciva a individuare tracce di età nella faccia dell’arteth. Solo tracce,
però: probabilmente si trattava di uno di quei rari individui che dimostravano
molti anni di meno rispetto a quelli che avevano in realtà. Il ‘giovane’
sacerdote areliano simulava mancanza di esperienza, ma i suoi piani e i suoi
complotti rivelavano un grado di maturità altrimenti nascosto. Dilaf era molto
più navigato di quanto induceva la gente a presumere.
Ma cosa voleva dire questo? Hrathen scosse il capo, aprendo la porta ed
entrando nelle sue stanze. Il potere di Dilaf sulla cappella stava crescendo
mentre Hrathen si sforzava di trovare un nuovo capo arteth appropriato e
disponibile. Quello era più che un semplice sospetto: Hrathen era certo che
Dilaf avesse qualcosa a che fare con la faccenda.
È più vecchio di quanto avevo presunto, pensò Hrathen. Ed è anche
parecchio tempo che esercita la sua influenza sui sacerdoti di Kae.
Dilaf affermava che molti dei seguaci di Shu-Dereth originari a Kae
fossero inizialmente venuti dalla sua personale cappella nell’Arelon del sud.
Quanto tempo era passato da quando era giunto a Kae? Fjon era stato capo
arteth all’arrivo di Dilaf… ma Fjon era stato al comando nella città per
parecchio tempo.
Probabilmente Dilaf era in città da anni. Probabilmente aveva
fraternizzato con gli altri sacerdoti – imparando a influenzarli e ottenendo
autorità su di loro – per tutto quel tempo. E, considerato il fervore di Dilaf
per Shu-Dereth, senza dubbio aveva scelto come propri sodali gli arteth di
Kae più conservatori ed efficienti.
E quelli erano proprio gli uomini che Hrathen aveva lasciato restare in
città quando era arrivato. Aveva mandato via gli uomini meno devoti, e
dovevano essere stati quelli che si sarebbero sentiti insultati o turbati dal

329
fervore estremo di Dilaf. Involontariamente, Hrathen aveva ridotto gli uomini
della cappella a favore di Dilaf.
Hrathen sedette alla sua scrivania: questa nuova rivelazione lo turbava.
Non c’era da meravigliarsi che avesse problemi a trovare un nuovo capo
arteth. Quelli rimasti conoscevano bene Dilaf: probabilmente avevano paura
di assumere una posizione superiore a lui oppure Dilaf li aveva corrotti
perché si facessero da parte.
Non può avere quel tipo di influenza su tutti quanti, pensò Hrathen con
fermezza. Devo semplicemente continuare a cercare. Prima o poi uno dei
sacerdoti accetterà quella posizione.
Tuttavia era preoccupato dalla stupefacente efficienza di Dilaf. L’arteth
teneva Hrathen in due strette salde. Per prima cosa, Dilaf influenzava ancora
molti dei conversi più forti di Hrathen tramite i giuramenti da odiv. Secondo,
il comando ufficioso della cappella di quell’arteth stava diventando sempre
più stabile. Senza un capo arteth, e con Hrathen che trascorreva parecchio del
suo tempo tra sermoni e incontri con la nobiltà, Dilaf aveva lentamente
sottratto potere nel corso dei lavori quotidiani della Chiesa derethi ad Arelon.
E, soprattutto, c’era un problema ancora più inquietante: qualcosa che
Hrathen non voleva affrontare, qualcosa di ancor più disarmante della Prova
di Sarene o delle manovre di Dilaf. Hrathen poteva confrontarsi con forze
esterne come le loro, e poteva uscirne vittorioso.
I suoi tentennamenti interiori, però, erano qualcosa di completamente
diverso.
Allungò la mano all’interno della scrivania, cercando un libricino. Si
ricordava di averlo messo nel cassetto quando aveva disfatto i bagagli, come
aveva fatto durante altri innumerevoli trasferimenti. Erano anni che non lo
guardava, ma possedeva pochissime cose, perciò non si era mai trovato tanto
carico da gettarlo via.
Alla fine lo individuò. Sfogliò le pagine invecchiate, trovando quella che
stava cercando.
‘Ho trovato uno scopo’ recitava il libro. ‘Prima vivevo, ma non sapevo
perché. Adesso ho un indirizzo. Infonde gloria a tutto ciò che faccio. Io servo
nell’impero di lord Jaddeth e il mio servizio è direttamente connesso a Lui.
Sono importante.’
I sacerdoti di fede derethi erano addestrati ad annotare esperienze
spirituali, ma Hrathen non era mai stato particolarmente diligente. Le sue
personali annotazioni contenevano solo poche voci, inclusa questa che aveva

330
scritto poche settimane dopo la sua decisione di unirsi al clero, molti anni
addietro. Appena prima di entrare nel monastero di Dakhor.
Cos’è successo alla tua fede, Hrathen?
Le domande di Omin assillavano i pensieri di Hrathen. Aveva sentito il
sacerdote korathi sussurrargli nella mente, pretendendo di sapere cos’era
successo alle convinzioni di Hrathen, esigendo di conoscere lo scopo dietro
la sua predicazione. Hrathen era forse diventato cinico ed eseguiva i suoi
doveri semplicemente perché erano familiari? La sua predicazione era
diventata una sfida logica e non una ricerca spirituale?
In parte sapeva che era così. Apprezzava la pianificazione, il confronto e
l’analisi necessari per convertire un’intera nazione di eretici. Seppur distratto
da Dilaf, Hrathen trovava la sfida di Arelon tonificante.
Ma il giovane Hrathen? Cosa ne era stato della fede, della passione quasi
sconsiderata che un tempo aveva provato? Riusciva a malapena a
ricordarsela. Quella parte della sua vita era trascorsa rapidamente, con la sua
fede che, da una fiamma ardente, si era trasformata in un tepore
confortevole.
Perché Hrathen voleva avere successo ad Arelon? Era per la notorietà?
L’uomo che avesse convertito Arelon sarebbe stato ricordato a lungo negli
annali della Chiesa derethi. Era un desiderio di essere obbediente? Dopotutto
aveva ricevuto un ordine diretto dal Wyrn. Era perché pensava seriamente
che la conversione avrebbe aiutato la gente? Era determinato a riuscire a
convertire Arelon senza un massacro come quello che aveva istigato a
Duladel. Ma, di nuovo, era davvero perché voleva salvare delle vite? Oppure
perché sapeva che una conquista tranquilla era più difficile e pertanto una
sfida maggiore?
Il suo cuore gli risultava oscuro come una stanza piena di fumo.
Dilaf stava acquisendo lentamente il controllo. In sé non era spaventoso
quanto lo stesso presentimento di Hrathen. E se Dilaf avesse avuto ragione a
cercare di spodestare Hrathen? E se Arelon fosse stata meglio con Dilaf al
comando? Dilaf non si sarebbe preoccupato della morte causata da una
rivoluzione sanguinosa; avrebbe avuto la certezza che, in definitiva, le
persone sarebbero state meglio con Shu-Dereth, anche se la loro conversione
iniziale avesse richiesto un massacro.
Dilaf aveva fede. Dilaf credeva in ciò che stava facendo. Cosa aveva
Hrathen?
Non nutriva più certezze.

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332
CAPITOLO
25

«Penso che forse lei abbia bisogno di questo cibo tanto quanto noi» disse
Raoden, osservando l’esile Torena con occhio scettico. La figlia di Ahan si
era tirata su i capelli biondo rossicci sotto una sciarpa protettiva e indossava
un semplice abito azzurro, qualcosa che probabilmente aveva dovuto
prendere in prestito da una delle sue domestiche, considerando quanto erano
mediamente stravaganti i guardaroba delle nobildonne areliane.
«Sii gentile con lei» ordinò Sarene, porgendo a Raoden una cassa dal
carro. «È l’unica donna abbastanza coraggiosa da venire, anche se ha
acconsentito soltanto perché gliel’ho fatto chiedere da Shuden. Se fai
scappare quella ragazza, nessuna delle altre verrà mai.»
«Sì, Vostra altezza» disse Raoden, con un piccolo inchino. Pareva che una
settimana a distribuire cibo assieme avesse in parte attenuato il suo odio per
lui, ma era ancora fredda. Rispondeva ai suoi commenti, conversava perfino
con lui, ma non permetteva che diventassero amici.
La settimana per Raoden era stata irritante in modo surreale. Aveva
trascorso il suo tempo a Elantris abituandosi a stranezze e novità. Quella
settimana, però, era stato costretto a rientrare in contatto con cose familiari.
Era peggio, in un certo senso. Poteva accettare Elantris come una fonte di
dolore. Era completamente diverso vedere i suoi amici allo stesso modo.
Perfino ora, Shuden si trovava accanto alla giovane Torena, la mano sul
suo gomito mentre la incoraggiava ad avvicinarsi alla fila per il cibo. Shuden
era stato uno dei migliori amici di Raoden: lui e il solenne Jindoese si erano
ritrovati diverse volte a discutere per ore sulle rispettive visioni dei problemi
civici di Arelon. Adesso Shuden lo notava a malapena. Era stato lo stesso con
Eondel, Kiin, Roial e perfino Lukel. Erano stati compagni dell’avvenente
principe Raoden, ma non lo sarebbero mai stati della creatura maledetta nota
come Spirito.

333
Tuttavia Raoden trovava difficile essere amareggiato. Non poteva
biasimarli se non lo riconoscevano; lui stesso ormai si riconosceva a stento,
con quella pelle rugosa e il corpo allampanato. Perfino la sua voce era
diversa. In un certo senso, il suo stesso sotterfugio gli faceva ancora più male
dell’ignoranza dei suoi amici. Non poteva dire loro chi era, poiché la notizia
della sua sopravvivenza avrebbe potuto distruggere Arelon. Raoden sapeva
molto bene che la sua popolarità superava quella di suo padre: ci sarebbero
stati alcuni che lo avrebbero seguito, Elantriano o no. La guerra civile non
sarebbe servita a nessuno e, una volta terminata, probabilmente Raoden si
sarebbe ritrovato decapitato.
No, doveva decisamente restare nascosto. Conoscere il suo destino non
avrebbe fatto altro che causare dolore e confusione nei suoi amici.
Comunque, tenere celata la sua identità richiedeva cautela. Faccia e voce
erano cambiati, ma i suoi atteggiamenti no. Era deciso a stare lontano da
chiunque l’avesse conosciuto troppo bene, cercando di essere allegro e
amichevole, ma non troppo espansivo.
Motivo per cui si ritrovò a gravitare verso Sarene. Lei non l’aveva
conosciuto prima, perciò quando le stava attorno Raoden poteva mettere da
parte la sua recita. In un certo senso, era una specie di prova. Era curioso di
vedere se sarebbero andati d’accordo come marito e moglie, senza che le loro
distinte necessità politiche si mettessero in mezzo.
I suoi sentimenti iniziali parevano essere stati esatti. Sarene gli piaceva.
Dove le lettere avevano accennato, Sarene manteneva le aspettative. Non era
come le donne a cui lui si era abituato nella corte areliana. Era forte e
determinata. Non abbassava lo sguardo quando un uomo si rivolgeva a lei,
per quanto questi potesse essere di alto rango. Impartiva ordini con facilità e
naturalezza, e non simulava mai debolezza per attirare le attenzioni di un
uomo.
Eppure i lord la seguivano. Eondel, Shuden e perfino il duca Roial si
rimettevano ai suoi giudizi e rispondevano ai suoi comandi come se fosse lei
il re. E non c’era mai un’espressione di risentimento nei loro occhi. Sarene
dava ordini in modo cortese e loro reagivano con naturalezza. Raoden non
poteva far altro che sorridere dallo stupore. A lui erano occorsi anni per
guadagnarsi la fiducia di quegli uomini. Sarene c’era riuscita nel giro di
poche settimane.
Era ragguardevole in ogni caratteristica: intelligente, bella e forte. Ora, se
solo fosse riuscito a convincerla a non odiarlo.

334
Raoden sospirò e tornò al lavoro. Tranne Shuden, tutti gli altri nobili
presenti quel giorno erano nuovi a quel procedimento. Parecchi erano nobili
minori di poca importanza, ma c’erano un paio di aggiunte notevoli. Il duca
Telrii, per esempio, se ne stava da una parte, osservando le procedure di
scarico con occhi indolenti. Non partecipava di persona, ma aveva portato un
domestico per lavorare in sua vece. Era evidente che Telrii preferiva evitare
qualunque reale sforzo fisico.
Raoden scosse il capo. Non gli era mai importato molto del duca. Una
volta Raoden si era avvicinato a Telrii, sperando di poterlo persuadere a
unirsi all’opposizione al re. Telrii si era limitato a sbadigliare e a chiedergli
quanto era disposto a pagare per il suo sostegno, poi aveva riso quando
Raoden se n’era andato. Raoden non era mai riuscito a stabilire se Telrii
l’avesse domandato per vera cupidigia oppure se avesse voluto soltanto
sapere come avrebbe reagito Raoden alla richiesta.
Raoden si voltò verso gli altri nobili. Come al solito, i nuovi arrivati se ne
stavano in un piccolo capannello ansioso attorno al carro che avevano
scaricato. Adesso era il turno di Raoden. Si avvicinò con un sorriso,
presentandosi e stringendo mani, perlopiù controvoglia da parte loro.
Comunque la tensione dei nobili iniziò a dissiparsi solo dopo qualche minuto
a socializzare. Potevano vedere che c’era almeno un Elantriano che non
aveva intenzione di mangiarli, e nessuno di quelli che avevano distribuito il
cibo era stato colpito dallo Shaod, perciò potevano mettere da parte la paura
di essere infettati.
Il capannello di persone si rilassò, cedendo alle affabili sollecitazioni di
Raoden. Acclimatare i nobili era un compito che si era assunto
personalmente. Già il secondo giorno era parso evidente che Sarene non
aveva così tanta influenza con molti aristocratici quanto con Shuden e gli altri
componenti dell’ex circolo di Raoden. Se Raoden non si fosse fatto avanti,
probabilmente quel secondo gruppo se ne sarebbe rimasto immobile attorno
al carro. Sarene non lo aveva ringraziato per i suoi sforzi, ma aveva annuito
in lieve apprezzamento. Dopodiché era stato dato per scontato che Raoden
avrebbe aiutato con ogni nuovo gruppo di nobili come aveva fatto con il
secondo.
Per lui era bizzarro partecipare all’evento che stava decisamente
distruggendo tutto ciò che aveva fatto per costruire a Elantris. Però, oltre a
creare un enorme incidente, c’era poco che poteva fare per fermare Sarene.
In aggiunta, Mareshe e Karata stavano ricevendo merci vitali per la loro
‘cooperazione’. Raoden avrebbe avuto parecchio da ricostruire dopo che la

335
Prova di Sarene fosse terminata, ma i benefici valevano quella fatica. Sempre
che, naturalmente, fosse sopravvissuto abbastanza a lungo.
Quel pensiero distratto lo rese improvvisamente consapevole dei suoi
dolori. Erano con lui come sempre, bruciandogli la carne ed erodendo la sua
determinazione. Non li contava più, anche se ciascuno aveva la propria
sensazione: un nome non del tutto formato, un senso di tormento
individuale. A quanto poteva capire, il suo dolore stava accelerando molto
più rapidamente di quello di chiunque altro. Un graffio sul braccio gli
sembrava uno squarcio che correva dalla spalla alle dita, e l’alluce che aveva
sbattuto una volta bruciava con un fuoco che gli arrivava fino al ginocchio.
Era come se fosse a Elantris da un anno, e non solo da un unico mese.
O forse non era il suo dolore a essere più forte. Forse lui era solo più
debole degli altri. A ogni modo, non sarebbe stato in grado di sopportarlo
ancora per molto. Presto sarebbe giunto un giorno, entro un mese o due,
quando non si sarebbe svegliato dal suo dolore e avrebbero dovuto deporlo
nelle Sale dei Caduti. Lì avrebbe potuto finalmente dedicarsi con tutto sé
stesso alla sua gelosa agonia.
Spinse via quei pensieri, costringendosi a iniziare a distribuire il cibo.
Cercò di lasciarsi distrarre dal lavoro e quello aiutò un poco. Ma il dolore era
ancora in agguato dentro di lui, come una fiera nascosta nelle ombre, i suoi
occhi rossi che lo osservavano con una fame intensa.
Ogni Elantriano riceveva un sacchetto pieno di diverse cibarie pronte da
mangiare. Le porzioni di quel giorno erano molto simili a ogni altra volta,
anche se, cosa sorprendente, Sarene aveva trovato dei meloni amari jindoesi.
Quei frutti rossi delle dimensioni di un pugno scintillavano nella cassetta
accanto a Raoden, sfidando il fatto che sarebbero dovuti essere fuori
stagione. Lui ne lasciava cadere uno in ogni sacchetto, seguito da mais cotto
al vapore, diversi ortaggi e una piccola pagnotta. Gli Elantriani accettavano le
offerte con gratitudine ma avidamente. Molti di loro sgattaiolavano via dal
carro non appena ricevuto il pasto, per andare a mangiarselo in solitudine.
Non riuscivano ancora a credere che qualcuno non gliel’avrebbe portato via.
Mentre Raoden lavorava, davanti a lui apparve un volto familiare.
Galladon indossava i suoi stracci elantriani, così come un mantello
sbrindellato che avevano cucito da pezzi di stoffa sporchi recuperati da
Elantris. Il Dula protese il suo sacco e Raoden lo scambiò attentamente con
uno che conteneva cinque volte la dotazione normale; era così pieno che era
difficile sollevarlo con una mano elantriana indebolita. Galladon ricevette il

336
sacco con un braccio proteso e il lato del mantello che lo celava da possibili
occhiate. Poi se ne andò, scomparendo tra la folla.
Sarebbero venuti anche Saolin, Mareshe e Karata, e ognuno di loro
avrebbe ricevuto un sacchetto come quello di Galladon. Avrebbero
conservato ciò che potevano e poi dato il resto agli Hoed. Alcuni dei caduti
sarebbero stati in grado di riconoscere il cibo, e Raoden sperava che
un’alimentazione regolare avrebbe aiutato a risanare la loro mente.
Finora non stava funzionando.

Il cancello si chiuse con un tonfo e quel suono ricordò a Raoden il suo


primo giorno a Elantris. Allora il suo dolore era stato soltanto emotivo e
proporzionalmente più lieve. Se avesse davvero capito in cosa si stava
cacciando, probabilmente si sarebbe raggomitolato e si sarebbe unito agli
Hoed in quello stesso momento.
Si voltò, dando le spalle al cancello. Mareshe e Galladon si trovavano al
centro del cortile, a osservare diverse casse che Sarene aveva lasciato
indietro: l’adempimento delle richieste più recenti di Karata.
«Per favore, ditemi che avete escogitato un modo per trasportarle» disse
Raoden, unendosi ai suoi amici. Le ultime volte avevano finito per portare le
casse a Nuova Elantris una alla volta, con i loro muscoli elantriani indeboliti
in tensione per lo sforzo.
«Ma certo» disse Mareshe con aria altezzosa. «Almeno dovrebbe
funzionare.»
L’ometto recuperò una sottile lamina di metallo da dietro una pila di
macerie. Tutti e quattro i lati erano piegati leggermente all’insù e c’erano tre
funi legate sul davanti.
«Una slitta?» chiese Galladon.
«Cosparsa di grasso sul fondo» spiegò Mareshe. «Non sono riuscito a
trovare qui a Elantris ruote che non fossero marce o arrugginite, ma questo
dovrebbe funzionare: la fanghiglia su queste strade farà da lubrificante per
tenerla in movimento.»
Galladon grugnì, ovviamente rimangiandosi qualche commento
sarcastico. Per quanto la slitta di Mareshe funzionasse male, non poteva
essere peggio di andare avanti e indietro tra il cancello e la cappella una
dozzina di volte.
In effetti, la slitta funzionava piuttosto bene. Alla fine il grasso si esaurì
per lo sfregamento e le strade diventarono troppo strette per evitare punti in
cui le pietre del selciato erano rivoltate; e naturalmente trascinarla per le

337
strade di Nuova Elantris ora ripulite dalla melma era ancora più difficile. Nel
complesso, però, perfino Galladon dovette ammettere che la slitta fece
risparmiare loro un bel po’ di tempo.
«Finalmente ha fatto qualcosa di utile» bofonchiò il Dula dopo che si
furono fermati di fronte alla cappella.
Mareshe sbuffò con indifferenza, ma Raoden poteva vedere la
soddisfazione nei suoi occhi. Galladon si rifiutava ostinatamente di
riconoscere l’ingegno dell’ometto; il Dula si lamentava di non voler gonfiare
ancora di più l’autostima di Mareshe, qualcosa che Raoden riteneva
praticamente impossibile.
«Vediamo cos’ha deciso di mandarci la principessa stavolta» disse
Raoden, aprendo la prima cassa.
«Attento ai serpenti» lo ammonì Galladon.
Raoden ridacchiò, lasciando cadere il coperchio sul selciato. La cassa
conteneva diverse balle di stoffa, tutte quante di un nauseante arancione
vivido.
Galladon aggrottò le ciglia. «Sule, quello dev’essere il colore più
disgustoso che abbia mai visto in vita mia.»
«Sono d’accordo» disse Raoden con un sorriso.
«Non sembri molto deluso.»
«Oh, sono assolutamente disgustato» disse Raoden. «È solo che mi piace
vedere i modi che lei trova per indispettirci.»
Galladon grugnì, passando alla seconda cassa mentre Raoden sollevava
un bordo della stoffa, esaminandola con occhio interrogativo. Galladon
aveva ragione: era un colore particolarmente sgargiante. Lo scambio di
richieste e beni tra Sarene e i ‘capibanda’ era diventato una specie di gioco:
Mareshe e Karata passavano ore a decidere come formulare le loro richieste,
ma Sarene pareva trovare sempre un modo per rivoltare gli ordini contro di
loro.
«Oh, questo lo adorerai» disse Galladon, sbirciando dentro la seconda
cassa con una scrollata del capo.
«Cosa?»
«È il nostro acciaio» spiegò il Dula. L’ultima volta avevano chiesto venti
lamine d’acciaio e Sarene aveva prontamente consegnato venti placche di
metallo così sottili che per poco non fluttuavano quando venivano lasciate
cadere. Stavolta avevano chiesto l’acciaio a peso.
Galladon allungò una mano dentro la cassa e tirò fuori una manciata di
chiodi. Chiodi piegati. «Devono essercene migliaia qua dentro.»

338
Raoden rise. «Be’, sono certo che possiamo trovare qualcosa da farci.»
Per fortuna, Eonic il fabbro era stato uno dei pochi Elantriani a restare fedele
a Raoden.
Galladon lasciò cadere i chiodi nuovamente nella cassa scrollando le
spalle con aria scettica. Il resto delle scorte non era così male. Il cibo era
stantio, ma Karata aveva stipulato che dovesse essere commestibile. L’olio
emetteva un odore pungente quando veniva bruciato – Raoden non aveva
idea di dove la principessa l’avesse trovato – e i coltelli erano affilati ma non
avevano manici.
«Almeno non ha capito perché chiediamo casse di legno» disse Raoden,
esaminando i contenitori stessi. La grana era buona e forte. Avrebbero potuto
smontarle e usare il legno per molteplici scopi.
«Non sarei sorpreso se ce le avesse date non smerigliate solo per ferirci
con le schegge» disse Galladon, cercando di trovare il capo di una matassa di
corda per cominciare a sbrogliarla. «Se quella donna era il tuo destino, sule,
allora il tuo Domi ti ha benedetto mandandoti in questo posto.»
«Non è così male» disse Raoden, alzandosi mentre Mareshe iniziava a
catalogare le nuove acquisizioni.
«Penso che sia bizzarro, mio signore» disse Mareshe. «Perché si darebbe
tanto da fare per complicarci la vita? Non ha paura di rovinare il nostro
accordo?»
«Penso che sospetti quanto siamo davvero impotenti, Mareshe» disse
Raoden agitando la testa. «Onora le nostre richieste perché non vuole
sottrarsi alla sua promessa, ma non sente il bisogno di mantenerci felici. Sa
che non possiamo impedire alla gente di accettare il suo cibo.»
Mareshe annuì, tornando al suo elenco.
«Andiamo, Galladon» disse Raoden, raccogliendo i sacchi di cibo per gli
Hoed. «Cerchiamo Karata.»

Nuova Elantris pareva vuota ora. Una volta, appena prima dell’arrivo di
Sarene, avevano raccolto oltre cento persone. Adesso ne restavano a
malapena venti, non contando i bambini e gli Hoed. Molti di quelli che erano
rimasti erano nuovi arrivati a Elantris, persone come Saolin e Mareshe che
Raoden aveva ‘salvato’. Non conoscevano altra vita al di là di Nuova Elantris
ed esitavano a lasciarsela alle spalle. Gli altri – quelli che erano capitati a
Nuova Elantris per conto proprio – avevano nutrito solo una debole lealtà
alla causa di Raoden. Se n’erano andati non appena Sarene aveva offerto

339
loro qualcosa di ‘meglio’; molti ora attendevano ai bordi delle strade attorno
al cancello la prossima distribuzione.
«Triste. Kolo?» Galladon osservò le case, ora pulite ma vuote.
«Sì» disse Raoden. «Aveva potenziale, anche se soltanto per una
settimana.»
«Ci arriveremo di nuovo, sule» disse Galladon.
«Abbiamo lavorato tanto per aiutarli a tornare umani e ora hanno
abbandonato quello che avevano imparato. Aspettano con le bocche aperte…
mi domando se Sarene si renda conto che i suoi sacchetti con dentro tre pasti
durano solo pochi minuti. La principessa sta cercando di fermare la fame, ma
la gente divora il suo cibo così rapidamente che finisce per sentirsi male per
qualche ora e poi continua a patire la fame per il resto della giornata. Il corpo
di un Elantriano non funziona come quello di una persona normale.»
«Sei stato tu a dirlo, sule» replicò Galladon. «La fame è psicologica. I
nostri corpi non hanno bisogno di cibo: il Dor ci sostenta.»
Raoden annuì. «Be’, almeno non li fa esplodere.» Si era preoccupato che
mangiare troppo avrebbe fatto scoppiare gli stomaci degli Elantriani. Per
fortuna, una volta che la pancia di un Elantriano era piena, il sistema
digerente cominciava a funzionare. Come i muscoli elantriani, rispondeva
ancora agli stimoli.
Continuarono a camminare, finendo per passare davanti a Kahar che
stava strofinando piacevolmente un muro con una spazzola che gli avevano
procurato con l’ultima spedizione. Il suo volto era pacifico e imperturbato;
pareva quasi non aver notato che i suoi assistenti se n’erano andati. Però alzò
lo sguardo verso Raoden e Galladon con espressione critica.
«Perché il mio signore non si è cambiato?» chiese in tono tagliente.
Raoden guardò i propri stracci elantriani. «Non ho ancora avuto tempo,
Kahar.»
«Dopo tutto il lavoro che la signora Maare ha fatto per cucirvi un abito
adeguato, mio signore?» chiese Kahar in tono polemico.
«D’accordo» disse Raoden sorridendo. «Hai visto Karata?»
«È nella Sala dei Caduti, mio signore, con gli Hoed.»

Seguendo i suggerimenti dell’anziano pulitore, Raoden e Galladon si


cambiarono prima di continuare a cercare Karata. Raoden fu subito lieto che
lo avessero fatto. Si era quasi dimenticato com’era mettersi vestiti freschi e
puliti, vestiti che non puzzassero di mota e rifiuti e che non fossero ricoperti

340
da uno strato di fanghiglia marrone. Naturalmente i colori lasciavano un po’ a
desiderare: Sarene era piuttosto scaltra con le sue scelte.
Raoden si guardò in un piccolo pezzo di acciaio lucidato. La sua camicia
era tinta di giallo a strisce blu, i pantaloni erano di un rosso vivo e il farsetto
di un verde malaticcio. Nel complesso, assomigliava a una specie di uccello
tropicale confuso. La sua unica consolazione era che, per quanto lui avesse
un aspetto sciocco, Galladon era molto peggio.
Il grosso Dula dalla carnagione scura guardò i propri abiti rosa e verde
chiaro con espressione rassegnata.
«Non essere così amareggiato, Galladon» disse Raoden con una risata.
«Voi Dula non dovreste adorare gli abiti sgargianti?»
«Quella è l’aristocrazia: i cittadini e i repubblicani. Io sono un contadino:
il rosa non è esattamente quello che considero un colore lusinghiero. Kolo?»
Poi alzò lo sguardo su Raoden con occhi stretti. «Se fai anche un solo
commento sul fatto che assomiglio a un frutto di kathari, mi toglierò questa
tunica e la userò per impiccarti.»
Raoden ridacchiò. «Un giorno troverò quello studioso che mi ha
raccontato che tutti i Dula sono flemmatici e poi lo costringerò a passare una
settimana rinchiuso in una stanza con te, amico mio.»
Galladon grugnì, rifiutandosi di rispondere.
«Andiamo» disse Raoden, facendo strada fuori dalla stanza sul retro della
cappella. Trovarono Karata seduta fuori dalla Sala dei Caduti, con ago e filo
in mano. Saolin sedeva di fronte a lei, la manica arrotolata, lasciando vedere
uno squarcio lungo e profondo che gli correva lungo l’intero braccio. Non
fuoriusciva sangue, ma la carne era scura e viscida. Karata stava ricucendo
quella lacerazione in maniera efficiente.
«Saolin!» esclamò Raoden. «Cos’è successo?»
Il soldato abbassò lo sguardo dall’imbarazzo. Non sembrava sofferente,
anche se il taglio era così profondo che un uomo normale sarebbe svenuto
già da parecchio per il dolore e la perdita di sangue. «Sono scivolato, mio
signore, e uno di loro mi ha raggiunto.»
Raoden osservò la ferita con aria insoddisfatta. I soldati di Saolin non si
erano indeboliti quanto il resto di Elantris; erano un gruppo austero, che non
abbandonava così rapidamente le ritrovate responsabilità. Comunque non
erano mai stati molto numerosi e avevano a malapena gli uomini necessari
per sorvegliare le strade che portavano dal territorio di Shaor al cortile. Ogni
giorno, mentre il resto di Elantris si satollava con le offerte di Sarene, Saolin

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e i suoi uomini erano impegnati in un’acerrima lotta per impedire alle bestie
di Shaor di invadere il cortile. A volte si potevano sentire urla in lontananza.
«Sono spiacente, Saolin» disse Raoden mentre Karata metteva i punti.
«Non preoccupatevi, mio signore» disse il soldato in tono coraggioso. La
sua ferita, però, era diversa dalle precedenti. Era sul braccio con cui
impugnava la spada.
«Mio signore…» cominciò, distogliendo lo sguardo dagli occhi di
Raoden.
«Cosa c’è?»
«Abbiamo perso un altro uomo oggi. Siamo riusciti a tenerli a bada a
malapena. Ora, senza di me… be’, ci risulterà molto difficile, mio signore. I
miei ragazzi sono bravi combattenti e sono ben equipaggiati, ma non
riusciremo a resistere ancora a lungo.»
Raoden annuì. «Escogiterò qualcosa.» L’uomo annuì speranzoso e
Raoden, provando un senso di colpa, continuò a parlare. «Saolin, come ti sei
procurato un taglio del genere? Non ho mai visto gli uomini di Shaor
impugnare nulla di diverso da bastoni e pietre.»
«Sono cambiati, mio signore» disse Saolin. «Adesso alcuni di loro hanno
delle spade, e ogni volta che i miei uomini cadono loro gli strappano via le
armi.»
Raoden sollevò le sopracciglia dalla sorpresa. «Davvero?»
«Sì, mio signore. È così importante?»
«Molto. Significa che gli uomini di Shaor non sono così animaleschi
come vorrebbero farci credere. Nelle loro menti c’è spazio sufficiente per
adattarsi. Almeno parte della loro bestialità è una recita.»
«Un Doloken di recita» disse Galladon con uno sbuffo.
«Be’, forse non una recita» replicò Raoden. «Si comportano a quel modo
perché è più facile che fare i conti con il dolore. Comunque, se diamo loro
un’altra opportunità, potrebbero accettarla.»
«Potremmo semplicemente farli arrivare al cortile, mio signore» propose
Saolin con esitazione, grugnendo un poco mentre Karata terminava con i suoi
punti. Quella donna era esperta: aveva incontrato suo marito mentre lavorava
come infermiera per una piccola banda mercenaria.
«No» disse Raoden. «Anche se non uccidessero alcuni dei nobili, la
Guardia Cittadina di Elantris li massacrerebbe.»
«Non è ciò che vogliamo, sule?» chiese Galladon con un luccichio
maligno negli occhi.

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«Decisamente no» disse Raoden. «Penso che la principessa Sarene abbia
un secondo fine dietro questa sua Prova. Porta con sé nobili diversi ogni
giorno, come se volesse acclimatarli a Elantris.»
«E a cosa servirebbe?» domandò Karata, parlando per la prima volta
mentre metteva via i suoi arnesi da cucitura.
«Non lo so» disse Raoden. «Ma per lei è importante. Se gli uomini di
Shaor attaccassero la nobiltà, ciò distruggerebbe qualunque cosa la
principessa stia tentando di realizzare. Ho cercato di avvisarla che non tutti gli
Elantriani sono docili come quelli che ha visto, ma non penso che mi creda.
Dovremo semplicemente tenere lontani gli uomini di Shaor finché Sarene
non avrà terminato.»
«Il che avverrà?» chiese Galladon.
«Solo Domi lo sa» rispose Raoden scrollando il capo. «Lei non vuole
dirmelo: diventa sospettosa ogni volta che comincio a sondarla in cerca di
informazioni.»
«Be’, sule,» disse Galladon, osservando il braccio ferito di Saolin «farai
meglio a trovare un modo per fermarla al più presto: o quello, oppure
preparala a dover fare i conti con diverse dozzine di pazzi famelici. Kolo?»
Raoden annuì.

Un puntino al centro, una linea che correva a pochi pollici sopra di esso e
un’altra linea, curva, che correva lungo il lato destro: l’Aon Aon, il punto di
partenza per ogni altro Aon. Raoden continuò a disegnare, le dita che si
muovevano in modo rapido e delicato, lasciando dietro di sé scie
luminescenti. Completò il riquadro attorno al punto centrale, poi disegnò due
cerchi più grandi attorno a esso. L’Aon Tia, il simbolo per viaggiare.
Ma Raoden non si fermò nemmeno lì. Disegnò due lunghe linee che si
stendevano dagli angoli del riquadro – una limitazione affinché l’Aon
influenzasse solo lui – poi quattro Aon più piccoli lungo il lato a delineare
l’esatta distanza a cui doveva mandarlo. Una serie di linee che intersecavano
la parte superiore ordinavano all’Aon di aspettare a fare effetto finché lui non
l’avesse picchiettato al centro, indicando che era pronto.
Tracciò ogni linea o punto con precisione: lunghezza e dimensioni erano
molto importanti per i calcoli. Era ancora un Aon relativamente semplice,
niente a che vedere gli Aon di guarigione incredibilmente complessi descritti
nel libro. Tuttavia Raoden era orgoglioso dei progressi delle sue capacità. Gli
erano occorsi giorni per perfezionare la serie di quattro Aon che indicava a
Tia di trasportarlo precisamente a dieci misure di distanza.

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Osservò il motivo luminescente con un sorriso soddisfatto finché non
lampeggiò e scomparve, del tutto inefficace.
«Stai migliorando, sule» disse Galladon, appoggiandosi al davanzale della
finestra e sbirciando dentro la cappella.
Raoden scosse il capo. «Devo migliorare ancora parecchio, Galladon.»
Il Dula scrollò le spalle. Galladon aveva smesso di provare a convincere
Raoden che esercitare l’Aon Dor era inutile. Qualunque altra cosa accadesse,
Raoden trascorreva sempre qualche ora al giorno a disegnare gli Aon. Lo
confortava: avvertiva meno il dolore quando disegnava gli Aon e si sentiva
più in pace durante quelle poche, brevi ore, di quanto non gli capitava da
parecchio tempo.
«Come va il raccolto?» chiese Raoden.
Galladon si voltò a guardare l’orto. Gli steli del grano erano ancora corti,
poco più che germogli. Raoden poteva vedere i fusti iniziare ad avvizzire.
L’ultima settimana aveva visto la sparizione di molti dei braccianti di
Galladon e adesso restava solo il Dula a lavorare a quella fattoria in
miniatura. Ogni giorno si recava più volte al pozzo per portare acqua alle sue
piante, ma non poteva portarne molta, e il secchio che Sarene aveva dato loro
perdeva.
«Vivrà» disse Galladon. «Ricorda di dire a Karata di far mandare del
fertilizzante nel prossimo ordine.»
Raoden scosse il capo. «Non possiamo farlo, amico mio. Il re non deve
scoprire che stiamo coltivando del cibo per conto nostro.»
Galladon si accigliò. «Be’, suppongo che potresti ordinare del letame,
invece.»
«Troppo ovvio.»
«Be’, chiedi del pesce, allora» disse. «Afferma che ti è venuta
un’improvvisa voglia di triglia.»
Raoden sospirò e annuì. Avrebbe dovuto pensarci un po’ di più prima di
posizionare l’orto dietro casa propria: l’odore di pesce marcio non era
qualcosa che agognava sentire.
«Hai imparato quell’Aon dal libro?» chiese Galladon, sporgendosi
attraverso la finestra con una postura rilassata. «Cosa dovrebbe fare?»
«L’Aon Tia?» domandò Raoden. «È un Aon di trasporto. Prima del Reod,
quell’Aon poteva spostare una persona da Elantris all’altro capo del mondo.
Il libro lo menziona perché era uno degli Aon più pericolosi.»
«Pericolosi?»

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«Devi essere molto preciso con la distanza a cui deve inviarti. Se gli dici
di trasportarti esattamente di dieci piedi, lo farà… e non importa cosa ci sia a
dieci piedi di distanza. Potresti materializzarti tranquillamente nel mezzo di un
muro di pietra.»
«Stai imparando molto dal libro, allora?»
Raoden scrollò le spalle. «Alcune cose. Accenni, soprattutto.» Sfogliò il
libro fino a una pagina che aveva contrassegnato. «Come questo caso. Circa
dieci anni prima del Reod, un uomo portò sua moglie a Elantris perché fosse
curata dalla paralisi. Però il guaritore elantriano disegnò l’Aon Ien di poco
sbagliato e, invece di scomparire e basta, il carattere lampeggiò e inondò la
donna di una luce rossastra. La sua pelle si riempì di macchie nere e i capelli
le divennero flosci e presto caddero. Suona familiare?»
Galladon sollevò un sopracciglio, interessato.
«Morì poco tempo dopo» disse Raoden. «Si gettò giù da un palazzo,
urlando che il dolore era troppo.»
Galladon si accigliò. «Cosa fece di sbagliato il guaritore?»
«Non fu un errore quanto un’omissione» disse Raoden. «Si dimenticò
una delle tre linee basilari. Un errore sciocco, ma non avrebbe dovuto avere
un effetto così drastico.» Raoden fece una pausa, esaminando la pagina
pensieroso. «È quasi come…»
«Come cosa, sule?»
«Be’, l’Aon non era stato completato, giusto?»
«Kolo.»
«Perciò forse la guarigione iniziò, ma non poté terminare perché le sue
istruzioni non erano complete» disse Raoden. «E se l’errore avesse creato
comunque un Aon funzionante… uno che poteva accedere al Dor ma che
non poteva fornire abbastanza energia da finire quello che aveva
cominciato?»
«Cosa vorresti insinuare, sule?»
Raoden sgranò gli occhi. «Che non siamo morti, amico mio.»
«Niente battito. Niente respiro. Niente sangue. Non potrei essere più
d’accordo con te.»
«No, davvero» disse Raoden, sempre più eccitato. «Non capisci… i nostri
corpi sono intrappolati in qualche specie di trasformazione a metà. Il
procedimento è iniziato, ma qualcosa l’ha bloccato… proprio come nella
guarigione di quella donna. Il Dor è ancora dentro di noi, in attesa
dell’indirizzo e dell’energia per finire quello che ha cominciato.»
«Non credo di seguirti, sule» disse Galladon in tono esitante.

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Raoden non stava ascoltando. «Ecco perché i nostri corpi non guariscono
mai: è come se fossero intrappolati nello stesso istante di tempo. Congelati,
come un pesce in un blocco di ghiaccio. Il dolore non se ne va perché i nostri
corpi pensano che il tempo non stia passando. Sono bloccati, in attesa della
fine della loro trasformazione. I nostri capelli cadono e non cresce nulla di
nuovo a rimpiazzarli. La nostra pelle diventa nera nei punti dove lo Shaod è
iniziato e poi si è fermato nel perdere forza.»
«Mi sembra un bel balzo, sule» disse Galladon.
«Lo è» concordò Raoden. «Ma sono certo che è così. Qualcosa sta
bloccando il Dor: posso percepirlo attraverso i miei Aon. L’energia sta
cercando di passare, ma c’è qualcosa in mezzo… come se gli schemi degli
Aon fossero male abbinati.»
Raoden alzò lo sguardo sul suo amico. «Non siamo morti, Galladon, e
non siamo condannati. Siamo solo incompleti.»
«Grandioso, sule» disse Galladon. «Ora devi soltanto scoprire perché.»
Raoden annuì. Comprendevano qualcosa di più, ma il vero mistero – il
motivo dietro la caduta di Elantris – rimaneva.
«Ma» continuò il Dula, voltandosi per accudire di nuovo le sue piante
«sono lieto che il libro sia stato d’aiuto.»
Raoden inclinò la testa di lato mentre Galladon si allontanava. «Aspetta
un attimo, Galladon.»
Il Dula si voltò con espressione interrogativa.
«Non t’importa realmente dei miei studi, vero?» chiese Raoden. «Volevi
solo sapere se il tuo libro era stato utile.»
«Perché dovrebbe importarmene?» lo sbeffeggiò Galladon.
«Non lo so» disse Raoden. «Ma sei sempre stato così protettivo con il tuo
studio. Non l’hai mostrato a nessuno e tu stesso non ci vai mai. Cosa c’è di
così sacro in quel posto e i suoi libri?»
«Nulla» disse il Dula con una scrollata di spalle. «È solo che non voglio
vederli rovinati.»
«Come hai fatto a trovare quel posto, comunque?» chiese Raoden,
dirigendosi verso la finestra e appoggiandosi contro il davanzale. «Dici di
essere a Elantris solo da pochi mesi, ma sembri sapere come muoverti per
ogni strada e vicolo. Mi hai condotto dritto alla banca di Shaor, e il mercato
non è proprio il genere di posto che avresti esplorato per caso.»
Il Dula era sempre più a disagio mentre Raoden parlava. Infine borbottò:
«Un uomo non può tenere nulla per sé, Raoden? Devi proprio estorcermi
tutto quanto?»

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Raoden si appoggiò all’indietro, sorpreso dall’improvvisa passione del
suo amico. «Mi dispiace» balbettò, accorgendosi di quanto erano suonate
accusatorie le sue parole. Galladon non aveva fatto altro che sostenerlo fin
dal suo arrivo. Imbarazzato, Raoden si voltò per lasciare solo il Dula.
«Mio padre era un Elantriano» disse Galladon in tono sommesso.
Raoden si fermò. Da un lato, poteva vedere il suo amico. Il grosso Dula
si era messo a sedere sul terreno appena irrigato e stava fissando una piccola
spiga di fronte a sé.
«Ho vissuto con lui finché non sono stato abbastanza grande per andar
via» disse Galladon. «Ho sempre pensato che fosse sbagliato per un Dula
vivere ad Arelon, lontano dalla sua gente e dalla sua famiglia. Immagino che
sia stato quello il motivo per cui il Dor ha deciso di infliggermi la stessa
maledizione.
«Dicevano sempre che Elantris era la più benedetta tra le città, ma mio
padre non fu mai felice qui. Immagino che perfino in paradiso ci siano quelli
che non si trovano a loro agio. Divenne un erudito: lo studio che ti ho
mostrato era il suo. Però non si dimenticò mai di Duladel: studiò coltivazione
e agricoltura, anche se entrambe erano inutili a Elantris. Perché coltivare
quando puoi trasformare la spazzatura in cibo?»
Galladon sospirò, allungando una mano per prendere un pizzico di terra
tra le dita. Le sfregò assieme per un momento, lasciando cadere di nuovo la
terra.
«Un giorno, quando trovò mia madre morente accanto a lui nel letto,
desiderò aver studiato la guarigione. Alcune malattie colpiscono così
rapidamente che nemmeno Elantris può fermarle. Mio padre divenne l’unico
Elantriano depresso che abbia mai conosciuto. Fu allora che capii finalmente
che non erano dèi, poiché un dio non avrebbe mai potuto provare un tale
dolore. Non poteva tornare a casa: gli antichi Elantriani erano esiliati come lo
siamo noi oggi, per quanto potessero essere belli. Le persone non possono
vivere con qualcosa di tanto superiore a sé: non riescono a sopportare un
segno tanto visibile della propria inferiorità.
«Lui fu felice quando tornai a Duladel. Mi disse di diventare un
agricoltore. Lo lasciai come un povero dio solitario in una città divina, che
non desiderava nient’altro se non la libertà di essere nuovamente un uomo
semplice. Morì circa un anno dopo la mia partenza. Sapevi che gli Elantriani
potevano morire per cause semplici come un infarto? Vivevano molto più a
lungo della gente normale, ma potevano comunque morire. In particolare se
lo volevano. Mio padre conosceva i sintomi di un infarto: sarebbe potuto

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andare a farsi guarire, ma scelse di restare nel suo studio e scomparire.
Proprio come quegli Aon che tu trascorri così tanto tempo a disegnare.»
«Dunque tu odi Elantris?» chiese Raoden, intrufolandosi silenziosamente
attraverso la finestra aperta per avvicinarsi al suo amico. Si sedette anche lui
e guardò Galladon, la piantina in mezzo a loro.
«Odiare?» domandò Galladon. «No, io non odio… non è così che si
comportano i Dula. Naturalmente crescere a Elantris con un padre
amareggiato mi ha reso un pessimo Dula. Te ne sei accorto: non riesco a
prendere le cose alla leggera come farebbe la mia gente. Vedo una macchia su
qualunque cosa. Come la melma di Elantris. La mia gente mi evitava a causa
del mio atteggiamento e sono stato quasi contento quando lo Shaod mi ha
preso: Duladel non era il posto per me, per quanto mi piacesse coltivare. Mi
merito questa città, ed essa si merita me. Kolo?»
Raoden non sapeva come rispondere. «Suppongo che un commento
ottimistico non servirebbe a molto in questo momento.»
Galladon sorrise un poco. «Decisamente no: voi ottimisti non riuscite a
capire che noi depressi non vogliamo che cerchiate di rallegrarci. Ci dà la
nausea.»
«Allora lasciami semplicemente dire qualcosa di vero, amico mio» disse
Raoden. «Io ti stimo. Non so se sia questo il tuo posto; dubito che lo sia per
chiunque di noi. Ma tengo in gran conto il tuo aiuto. Se Nuova Elantris avrà
successo, sarà perché tu sei stato lì a impedirmi di gettarmi giù da un
palazzo.»
Galladon prese un respiro profondo. Il suo volto era tutt’altro che
gioioso, eppure la sua gratitudine era evidente. Annuì un poco, poi si alzò e
offrì a Raoden una mano per fare lo stesso.

Raoden si rigirava nel sonno, agitato. Non aveva un vero e proprio letto,
solo un insieme di coperte nella stanza sul retro della cappella. Comunque
non era la scomodità a tenerlo sveglio. C’era un altro problema, una
preoccupazione in fondo alla sua mente. Gli sfuggiva qualcosa di importante.
Prima c’era andato vicino e il suo inconscio lo spronava, pretendendo che
effettuasse quel collegamento.
Ma cos’era? Quale indizio, colto a malapena, lo ossessionava? Dopo la
sua discussione con Galladon, Raoden era tornato a esercitarsi con gli Aon.
Poi era andato a dare una breve occhiata per la città. Tutto era stato
silenzioso: gli uomini di Shaor avevano smesso di attaccare Nuova Elantris,

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concentrandosi invece sul potenziale più promettente presentato dalle visite
di Sarene.
Doveva essere connesso con le sue discussioni con Galladon, stabilì.
Qualcosa a che fare con gli Aon, o forse con il padre di Galladon. Come
doveva essere stato vivere come un Elantriano allora? Un uomo poteva
essere stato davvero depresso all’interno di quelle mura stupefacenti? Chi
mai, essendo capace di prodigi meravigliosi, sarebbe stato disposto a
scambiarli per la vita semplice di un agricoltore? Allora doveva essere stato
bellissimo, davvero bellissimo…
«Domi misericordioso!» urlò Raoden, mettendosi a sedere di scatto tra le
coperte.
Pochi secondi dopo, Saolin e Mareshe – che avevano i loro letti nella
stanza principale della cappella – fecero irruzione attraverso la porta.
Galladon e Karata arrivarono poco dopo. Trovarono Raoden seduto in preda
a uno stupore attonito.
«Sule?» chiese cautamente Galladon.
Raoden si alzò e uscì dalla stanza. Lo seguì un gruppetto perplesso.
Raoden si fermò appena un istante per accendere una lanterna e l’odore
pungente dell’olio di Sarene lo lasciò imperturbato. Uscì a grandi passi nella
notte, diretto verso la Sala dei Caduti.
L’uomo era lì, ancora borbottando fra sé come facevano molti degli Hoed
perfino di notte. Era minuto e rugoso, la sua pelle piegata in così tanti punti
che sembrava avere mille anni. La sua voce sussurrava una tiritera
sommessa.
«Bellissimo» diceva con voce roca. «Davvero bellissimo allora…»
L’indizio non era arrivato affatto durante le sue discussioni con Galladon.
Era giunto durante la sua breve visita per consegnare il cibo agli Hoed.
Raoden aveva sentito i borbottii dell’uomo una dozzina di volte e non aveva
mai fatto il collegamento.
Raoden mise una mano su ciascuna delle spalle dell’uomo. «Cos’era
davvero bellissimo?»
«Bellissimo…» borbottò l’uomo.
«Vecchio» lo implorò Raoden. «Se rimane un’anima in questo tuo corpo,
anche solo un poco di pensiero razionale, ti prego di dirmelo. Di cosa stai
parlando?»
«Davvero bellissimo allora…» continuò l’uomo, gli occhi fissi al cielo.
Raoden alzò una mano e iniziò a disegnare di fronte alla faccia dell’uomo.
Aveva a malapena completato l’Aon Rao prima che l’uomo si protendesse a

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mettere la propria mano al centro del carattere con un rantolo.
«Noi eravamo davvero bellissimi, un tempo» sussurrò l’uomo. «I miei
capelli così brillanti, la pelle piena di luce. Aon che svolazzavano dalle mie
dita. Erano così belli…»
Raoden udì diverse esclamazioni sommesse di sorpresa da dietro.
«Intendi» chiese Karata avvicinandosi «che per tutto questo tempo…?»
«Dieci anni» disse Raoden, ancora sostenendo il corpo esile del vecchio.
«Quest’uomo era un Elantriano prima del Reod.»
«Impossibile» disse Mareshe. «È passato troppo tempo.»
«E dove altro sarebbero andati?» domandò Raoden. «Sappiamo che
alcuni Elantriani sopravvissero alla caduta della città e del governo. Vennero
rinchiusi a Elantris. Alcuni potrebbero essersi arsi vivi, qualcun altro
potrebbe essere fuggito, ma i restanti dovrebbero essere ancora qui. Devono
essere diventati gli Hoed, perdendo la testa e le forze dopo pochi anni…
dimenticati per le strade.»
«Dieci anni» mormorò Galladon. «Dieci anni di sofferenze.»
Raoden guardò gli occhi del vecchio. Erano segnati da rughe e crepe, e
parevano stupefatti, come se avesse subìto un forte colpo. I segreti
dell’AonDor era nascosti da qualche parte nella mente di quell’uomo.
La stretta del vecchio sul braccio di Raoden si serrò in modo quasi
impercettibile e il suo intero corpo fremette per lo sforzo. Due parole sibilate
fuoriuscirono dalle sue labbra mentre quegli occhi carichi di dolore si
mettevano a fuoco sul volto di Raoden.
«Portami. Fuori.»
«Dove?» domandò Raoden confuso. «Fuori dalla città?»
«Il. Lago.»
«Non so cosa intendi, vecchio» mormorò Raoden.
Gli occhi dell’uomo si mossero un poco, guardando la porta.
«Karata, prendi quella luce» ordinò Raoden, raccogliendo l’anziano.
«Galladon, vieni con noi. Mareshe e Saolin, restate qui. Non voglio che
qualcuno degli altri si svegli e scopra che ce ne siamo andati tutti quanti.»
«Ma…» iniziò Saolin, ma le sue parole si spensero. Riconosceva un
ordine diretto.
Era una notte luminosa, la luna piena sospesa nel cielo, e la lanterna non
era quasi necessaria. Raoden trasportava il vecchio Elantriano con cautela.
Era evidente che l’uomo non aveva più la forza per sollevare il braccio e
indicare, così Raoden doveva soffermarsi a ogni intersezione e cercare negli
occhi del vecchio qualche segno che dovessero svoltare.

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Fu un processo lento e si fece quasi mattina prima che arrivassero
all’edificio diroccato al margine stesso di Elantris. La struttura era molto
simile a qualunque altra, anche se il tetto era quasi completamente intatto.
«Qualche idea su cosa fosse questo?» chiese Raoden.
Galladon ci pensò su per un momento, scavando nella sua memoria. «In
effetti penso di sì, sule. Era una specie di casa di incontri per gli Elantriani.
Mio padre veniva qui ogni tanto, anche se non mi era mai permesso di
accompagnarlo.»
Karata scoccò uno sguardo sconcertato a Galladon al sentire quella
spiegazione, ma tenne le proprie domande per un’altra volta. Raoden portò il
vecchio Elantriano all’interno dell’edificio. Era vuoto e ordinario. Raoden
esaminò il volto dell’uomo. Stava guardando il pavimento.
Galladon si inginocchiò e spazzò via le macerie nell’ispezionare il
pavimento. «C’è un Aon qui.»
«Quale?»
«Rao, penso.»
Raoden aggrottò la fronte. Il significato dell’Aon Rao era semplice:
voleva dire ‘spirito’ o ‘energia spirituale’. Però il libro dell’AonDor non lo
menzionava di frequente e non aveva mai spiegato quali effetti magici
avrebbe dovuto produrre quell’Aon.
«Spingilo» consigliò Raoden.
«Sto tentando, sule» disse Galladon con un grugnito. «Non penso che
serva a…» Il Dula si interruppe quando la sezione di pavimento iniziò ad
abbassarsi. Lanciò un urlo e si precipitò indietro mentre il grosso blocco di
pietra scendeva con uno stridore. Karata si schiarì la gola, indicando un Aon
che lei aveva spinto sul muro. L’Aon Tae: l’antico simbolo che significava
‘aprire’.
«Ci sono dei gradini qui, sule» disse Galladon, ficcando la testa nel buco.
Iniziò a scendere e Karata lo seguì con la lanterna. Dopo aver passato loro il
vecchio Hoed, Raoden si unì a loro.
«Meccanismo astuto» osservò Galladon, studiando la serie di ingranaggi
che avevano abbassato l’enorme blocco di pietra. «Mareshe impazzirebbe se
lo vedesse. Kolo?»
«Sono più interessato a queste pareti» disse Raoden, fissando i bellissimi
affreschi. La stanza era rettangolare e bassa, il soffitto non arrivava agli otto
piedi, ma era decorata stupendamente con pareti dipinte e una doppia fila di
colonne scolpite. «Tieni in alto la lanterna.»

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Le pareti erano ricoperte da figure con i capelli bianchi e la pelle
argentata, le loro forme bidimensionali impegnate in varie attività. Alcune
erano inginocchiate davanti ad Aon enormi; altre camminavano in fila, il
capo chino. C’era un senso di formalità in quelle figure.
«Questo posto è sacro» disse Raoden. «Un santuario di qualche tipo?»
«Religione fra gli Elantriani?» chiese Karata.
«Devono aver avuto qualcosa» disse Raoden. «Forse non erano convinti
della loro stessa divinità come il resto di Arelon.» Scoccò un’occhiata
interrogativa a Galladon.
«Mio padre non ha mai parlato di religione» disse il Dula. «Ma il suo
popolo serbava molti segreti, anche alle proprie famiglie.»
«Da questa parte» disse Karata, indicando l’estremità opposta della stanza
rettangolare, dove sulla parete c’era soltanto un affresco. Raffigurava un
grosso ovale azzurro simile a uno specchio. Un Elantriano era in piedi di
fronte all’ovale, le braccia larghe e gli occhi chiusi. Pareva che stesse volando
verso il disco azzurro. Il resto del muro era nero, anche se c’era una grande
sfera bianca sull’altro lato dell’ovale.
«Lago.» La voce del vecchio Elantriano era sommessa ma insistente.
«È dipinto di sbieco» si rese conto Karata. «Vedi, sta cadendo dentro un
lago.»
Raoden annuì. L’Elantriano nel dipinto non stava volando, stava cadendo.
L’ovale era la superficie di un lago, con le linee sui lati che rappresentavano
una riva.
«È come se l’acqua fosse considerata una specie di cancello» disse
Galladon, la testa inclinata di lato.
«E lui vuole che lo gettiamo dentro» comprese Raoden. «Galladon, hai
mai visto un funerale elantriano?»
«Mai» disse il Dula scrollando il capo.
«Andiamo» disse Raoden, abbassando lo sguardo verso gli occhi
dell’uomo. Indicavano con insistenza un passaggio laterale.
Oltre la soglia, c’era una stanza ancora più stupefacente della prima.
Karata tenne in alto la lanterna con una mano tremante.
«Libri» sussurrò Raoden con eccitazione. La loro luce risplendeva su file
e file di scaffali che si estendevano nell’oscurità. I tre si addentrarono nella
stanza enorme, percependo una sensazione incredibile di antichità. Gli
scaffali erano ricoperti di polvere e i loro passi lasciavano tracce sul
pavimento.

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«Hai notato qualcosa di particolare su questo posto, sule?» chiese
Galladon piano.
«Niente melma» si rese conto Karata.
«Niente melma» confermò Galladon.
«Hai ragione» disse Raoden stupefatto. Si era così abituato alle strade
pulite di Nuova Elantris che aveva quasi dimenticato quanto lavoro ci voleva
per renderle tali.
«Non ho trovato nemmeno un posto in questa città che non fosse
ricoperto da quella melma, sule» disse Galladon. «Perfino lo studio di mio
padre ne era ammantato prima che lo ripulissi.»
«C’è qualcos’altro» disse Raoden, tornando a osservare il muro di pietra
della stanza. «Guardate lassù.»
«Una lanterna» disse Galladon sorpreso.
«Ce ne sono lungo tutte le pareti.»
«Ma perché non usare gli Aon?» chiese il Dula. «Lo facevano in ogni
altro posto.»
«Non lo so» disse Raoden. «Mi sono domandato la stessa cosa riguardo
all’ingresso. Se potevano creare Aon in grado di trasportarli istantaneamente
per tutta la città, di sicuro avrebbero potuto farne uno che abbassasse una
pietra.»
«Hai ragione» disse Galladon.
«Qui l’AonDor doveva essere stato proibito per qualche motivo» ipotizzò
Karata mentre raggiungevano il lato opposto della biblioteca.
«Niente Aon, niente melma. Coincidenza?» chiese Galladon.
«Forse» disse Raoden, controllando gli occhi del vecchio. Lui indicava
con insistenza una porticina nel muro. Vi era incisa una scena simile
all’affresco nella prima stanza.
Galladon aprì la porta, rivelando un passaggio lungo e apparentemente
senza fine intagliato nella pietra. «Dove conduce questo, per il Doloken?»
«Fuori» disse Raoden. «Quest’uomo ci ha chiesto di portarlo fuori da
Elantris.»
Karata entrò nel passaggio, facendo scorrere le dita lungo le lisce pareti
intagliate. Raoden e Galladon la seguirono. Presto il passaggio divenne ripido
e furono costretti a fare pause frequenti per riposare i loro deboli corpi
elantriani. Fecero a turno nel trasportare il vecchio mentre la pendenza si
trasformava in gradini. Ci volle oltre un’ora per raggiungere la fine del
percorso: una semplice porta di legno, priva di incisioni e ornamenti.

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Galladon la aprì con una spinta e uscì fuori nella debole luce dell’alba.
«Siamo sulla montagna» esclamò dalla sorpresa.
Raoden uscì fuori accanto al suo amico, su una corta piattaforma
intagliata nel fianco della montagna. Il pendio oltre la piattaforma era ripido,
ma Raoden riusciva a distinguere gli accenni dei tornanti che conducevano in
basso. Confinante con il pendio c’era la città di Kae, e al di là sorgeva
l’enorme monolito che era Elantris.
Non si era mai reso conto davvero di quanto fosse imponente. Faceva
sembrare Kae un villaggio. Attorno a Elantris c’erano i resti spettrali delle
altre tre Città Esterne, città che, come Kae, un tempo erano accovacciate
all’ombra della maestosa città. Ora erano tutte abbandonate. Senza la magia
di Elantris, non c’era modo per Arelon di sostentare una tale concentrazione
di persone. Gli abitanti di quelle città erano stati trasferiti a forza, diventando
gli operai e i contadini di Iadon.
«Sule, penso che il nostro amico stia diventando impaziente.»
Raoden abbassò lo sguardo verso l’Elantriano. Gli occhi dell’uomo
dardeggiavano con insistenza avanti e indietro, indicando un ampio sentiero
che dalla piattaforma conduceva verso l’alto. «Altra salita» disse Raoden con
un sospiro.
«Non molta» disse Karata dalla cima del sentiero. «Termina appena
quassù.» Raoden annuì e scarpinò per quella breve distanza, unendosi a
Karata sul costone sopra la piattaforma.
«Lago» sussurrò l’uomo con esausta soddisfazione.
Raoden si accigliò. Il ‘lago’ era profondo a malapena dieci piedi, più
simile a uno stagno. Le sue acque erano di un azzurro cristallino e Raoden
non riusciva a vedere afflussi o deflussi.
«E adesso?» chiese Galladon.
«Lo mettiamo dentro» ipotizzò Raoden, inginocchiandosi per abbassare
l’Elantriano nello stagno. L’uomo galleggiò per un momento nell’acqua color
zaffiro intenso, poi esalò un sospiro beato. Quel suono generò un desiderio
dentro Raoden, un’intensa bramosia di essere libero dai suoi dolori, sia fisici
che mentali. Il volto del vecchio Elantriano parve lisciarsi leggermente, gli
occhi di nuovo vivi.
Quegli occhi fissarono quelli di Raoden per un attimo e in essi scintillò
un ringraziamento. Poi l’uomo si dissolse.
«Doloken!» imprecò Galladon quando il vecchio Elantriano si sciolse
come zucchero in una tazza di tè di adolis. In meno di un secondo l’uomo era
scomparso e non restava alcun segno di carne, ossa o sangue.

354
«Starei attento se fossi in te, mio principe» consigliò Karata.
Raoden guardò in basso, accorgendosi di quanto era vicino al bordo dello
stagno. Il dolore urlò; il suo corpo tremò, come se sapesse quanto era
prossimo al sollievo. Tutto ciò che doveva fare era cadere…
Raoden si alzò in piedi, barcollando un poco mentre indietreggiava da
quello stagno invitante. Non era pronto. Non sarebbe stato pronto finché il
dolore non l’avesse dominato: fintantoché gli fosse rimasta la volontà,
avrebbe lottato.
Mise una mano sulla spalla di Galladon. «Quando sarò Hoed, portami
qui. Non farmi vivere nel dolore.»
«Sei ancora giovane per Elantris, sule» disse Galladon in tono di scherno.
«Durerai per anni.»
Il dolore infuriò dentro Raoden, facendogli tremare le ginocchia.
«Promettilo e basta, amico mio. Giurami che mi porterai qui.»
«Lo giuro, Raoden» disse Galladon in tono solenne, gli occhi
preoccupati.
Raoden annuì. «Andiamo, ci aspetta un lungo viaggio per tornare in
città.»

355
CAPITOLO
26

Il cancello si chiuse con uno schianto quando il carro di Sarene tornò a Kae.
«Sei certo che sia lui quello al comando?» domandò.
Ashe dondolò lievemente. «Avevate ragione, mia signora: le mie
informazioni sui capibanda erano obsolete. Chiamano questo nuovo arrivato
lord Spirito. La sua ascesa è un avvenimento recente: molti non avevano mai
sentito parlare di lui prima di un mese fa, anche se un uomo afferma che lord
Spirito e Shaor siano la stessa persona. I rapporti concordano che abbia
sconfitto sia Karata che Aanden. A quanto pare, il secondo confronto ha
comportato un’enorme battaglia di qualche tipo.»
«Allora le persone che sto incontrando sono degli impostori» disse
Sarene, picchiettandosi la guancia mentre viaggiava sul retro del carro. Non
era certo un mezzo di trasporto adatto a una principessa, ma nessuno dei
nobili di oggi le aveva offerto un passaggio sulla propria carrozza. Aveva
avuto intenzione di chiederlo a Shuden, ma lui era scomparso: la giovane
Torena gliel’aveva domandato prima di Sarene.
«A quanto pare sì, mia signora. Siete arrabbiata?» Ashe pose la domanda
con cautela. Aveva messo bene in chiaro che riteneva ancora la sua
preoccupazione per Spirito una distrazione non necessaria.
«No, non proprio. Bisogna aspettarsi una certa dose di sotterfugio in ogni
appuntamento politico.» O così si diceva. Necessità politica o no, Sarene
voleva che Spirito fosse sincero con lei. Stava effettivamente iniziando a
fidarsi di lui, e questo la preoccupava.
Lui sceglieva di confidarsi con lei per qualche motivo. Quando era con
gli altri si comportava in modo vivace e allegro, ma nessun uomo poteva
essere così unilateralmente ottimista. Quando parlava con Sarene, era più
sincero. Lei poteva vedere dolore nei suoi occhi, sofferenze e preoccupazioni
inspiegate. Quell’uomo, signore della guerra o no, ci teneva a Elantris.

356
Come tutti gli Elantriani, era più cadavere che uomo: la sua pelle era
smorta e secca, e non aveva capelli né sopracciglia. La repulsione di Sarene
diminuiva ogni giorno di più, però, nell’abituarsi alla città. Non era arrivata al
punto di vedere la bellezza negli Elantriani, ma almeno non era più
fisicamente nauseata da loro.
Tuttavia si imponeva di restare distaccata dai gesti di amicizia di Spirito.
Aveva trascorso troppo tempo in politica per consentire a sé stessa di aprirsi
emotivamente a un avversario. E lui era decisamente un avversario, per
quanto fosse affabile. Giocava con lei, presentandole falsi capibanda per
distrarla, mentre lui in persona supervisionava le distribuzioni. Sarene non
poteva nemmeno essere certa che quell’uomo stesse tenendo fede ai loro
accordi. Per quanto ne sapeva, gli unici a cui era permesso ricevere il cibo
potevano essere i seguaci di Spirito. Forse sembrava così ottimista perché lei
lo stava aiutando involontariamente a mantenere la sua supremazia sulla città.
Il carro colpì un bozzo particolarmente grosso e Sarene sbatté contro il
pianale di legno. Un paio di casse vuote ruzzolarono giù dalla pila, quasi
cadendole addosso.
«La prossima volta che vediamo Shuden» borbottò imbronciata,
sfregandosi il posteriore «ricordami di dargli un calcio.»
«Sì, mia signora» disse Ashe in tono compiaciuto.

Sarene non dovette attendere molto. Purtroppo non ebbe nemmeno


un’opportunità per dare molti calci. Probabilmente avrebbe potuto infilzare
Shuden, se avesse voluto, ma quello non l’avrebbe resa molto popolare con
le donne della corte. Era uno dei giorni che le donne avevano scelto per
esercitarsi nella scherma e Shuden presenziava all’incontro come al solito,
anche se partecipava di rado. Per fortuna si asteneva anche dal fare il suo
esercizio di ChayShan. Le donne languivano già abbastanza per lui.
«Stanno effettivamente migliorando» disse Eondel con apprezzamento,
osservando le donne allenarsi. Ciascuna aveva una spada da esercitazione in
acciaio, così come una specie di uniforme: una tuta molto simile a quella che
indossava Sarene, ma con un breve anello di stoffa che pendeva giù dalla
vita, come a imitare una gonna. Quel cerchio di stoffa era sottile e inutile, ma
metteva le donne a loro agio, perciò Sarene non diceva nulla, per quanto
ritenesse che sembrasse sciocco.
«Sembrate sorpreso, Eondel» disse Sarene. «La mia capacità di insegnare
vi aveva lasciato tanto indifferente?»
L’imponente guerriero si irrigidì. «No, Vostra altezza, non ho mai…»

357
«Vi sta prendendo in giro, mio signore» disse Lukel, dando una bottarella
sulla testa a Sarene con un pezzo di carta arrotolato mentre si avvicinava.
«Non dovreste permetterle di farla franca con cose del genere. Questo non fa
altro che incoraggiarla.»
«Cos’è questo?» disse Sarene, afferrando il foglio da Lukel.
«Le cifre degli introiti del nostro caro re» spiegò Lukel nel togliere un
melone amaro rosso vivo dalla tasca e prendendone un morso. Ancora non
aveva rivelato come era riuscito a ottenere un carico di quei frutti un mese
prima dell’inizio della stagione, un fatto che stava facendo schiumare di
gelosia il resto della comunità mercantile.
Sarene passò in rassegna le cifre. «Ce la farà?»
«A stento» disse Lukel con un sorriso. «Ma i suoi guadagni a Teod,
aggiunti agli introiti delle tasse, dovrebbero essere abbastanza rispettabili da
risparmiargli un imbarazzo. Congratulazioni, cugina, hai salvato la
monarchia.»
Sarene arrotolò di nuovo il foglio. «Be’, questa è una cosa in meno di cui
dobbiamo preoccuparci.»
«Due» la corresse Lukel, con un po’ di succo rosa che gli colava lungo la
guancia. «Il nostro caro amico Edan è fuggito dal Paese.»
«Cosa?» domandò Sarene.
«È vero, mia signora» disse Eondel. «Ho udito la notizia proprio
stamattina. Le terre del barone Edan confinano con l’Abisso nell’Arelon
meridionale, e le recenti piogge hanno provocato alcuni smottamenti che
hanno riguardato i suoi campi. Edan ha deciso di porre freno alle sue perdite
e l’ultima volta che è stato visto era diretto verso Duladel.»
«Dove presto scoprirà che la nuova monarchia è piuttosto indifferente ai
titoli areliani» aggiunse Lukel. «Penso che Edan sarà un ottimo contadino,
che ne dite?»
«Sciacquati la bocca» replicò Sarene con un’occhiata di rimprovero.
«Non è gentile prendersi gioco della sfortuna altrui.»
«La sfortuna giunge secondo la volontà di Domi» disse Lukel.
«Non ti è mai piaciuto Edan» disse Sarene.
«Era debole, arrogante e ci avrebbe tradito se mai avesse trovato il
coraggio. Cosa c’era che non dovesse piacermi?» Lukel continuò a mordere
il frutto con un sorrisetto autocompiaciuto.
«Be’, di certo qualcuno è fiero di sé questo pomeriggio» osservò Sarene.
«È sempre così dopo aver stipulato un buon accordo d’affari, Vostra
altezza» disse Eondel. «Sarà insopportabile per un’altra settimana almeno.»

358
«Ah, aspettate solo il Mercato areliano» disse Lukel. «Farò un colpaccio.
Comunque, Iadon è occupato a cercare qualcuno abbastanza ricco da
comprare la baronia di Edan, perciò non dovresti preoccuparti che ti
infastidisca almeno per un po’.»
«Vorrei poter dire lo stesso di te» ribatté Sarene, tornando a rivolgere la
sua attenzione alle studentesse che ancora si stavano affrontando. Eondel
aveva ragione: stavano migliorando. Perfino quelle più anziane parevano
scoppiare di energia. Sarene alzò la mano per attirare la loro attenzione e
quelle smisero di esercitarsi.
«State andando molto bene» disse Sarene quando il silenzio calò sulla
stanza. «Sono colpita: alcune di voi sono già meglio di molte delle donne che
conoscevo quand’ero a Teod.»
Tra le donne ci fu un’aria generale di soddisfazione mentre ascoltavano le
lodi di Sarene.
«Comunque, c’è una cosa che mi turba» disse Sarene, iniziando a
camminare avanti e indietro. «Pensavo che voi donne intendeste provare la
vostra forza, dimostrare che siete capaci di fare altro a parte l’occasionale
federa ricamata. Comunque finora solo una di voi mi ha davvero mostrato di
voler cambiare le cose ad Arelon. Torena, di’ loro cosa hai fatto oggi.»
L’esile ragazza si lasciò sfuggire un urletto quando Sarene pronunciò il
suo nome, poi guardò le compagne con aria impacciata. «Sono andata a
Elantris con voi?»
«Proprio così» disse Sarene. «Ho invitato ciascuna donna in questa stanza
diverse volte, ma solo Torena ha avuto il coraggio di accompagnarmi dentro
Elantris.»
Sarene smise di andare avanti e indietro per squadrare le donne a disagio.
Nessuna di loro voleva guardarla… nemmeno Torena, che sembrava sentirsi
in colpa per simpatia.
«Domani andrò di nuovo a Elantris, e stavolta non sarò accompagnata da
nessun uomo a parte le guardie regolari. Se volete davvero mostrare a questa
città che siete forti quanto i vostri mariti, mi accompagnerete.»
Sarene rimase ferma dov’era, osservando le donne. Le teste si
sollevarono esitanti, gli occhi si misero a fuoco su di lei. Sarebbero venute.
Erano spaventate quasi a morte, ma sarebbero venute. Sarene sorrise.
Quel sorriso, però, era genuino solo a metà. Lì in piedi davanti a loro,
come un generale di fronte alle sue truppe, si rese conto di qualcosa. Stava
succedendo di nuovo.

359
Era proprio come a Teod. Poteva vedere il rispetto nei loro occhi; perfino
la regina stessa adesso guardava a Sarene per avere consiglio. Ma, per quanto
la rispettassero, non l’avrebbero mai accettata. Quando Sarene entrava nella
stanza, calava il silenzio; quando se ne andava, le conversazioni
ricominciavano. Era come se la ritenessero al di sopra delle loro semplici
discussioni. Fungendo da modello per ciò che quelle donne volevano
diventare, Sarene si era isolata da loro.
Sarene si voltò, lasciando le donne alla loro esercitazione. Gli uomini
erano uguali. Shuden ed Eondel la rispettavano – la consideravano perfino
un’amica – ma non avrebbero mai pensato a lei in senso romantico.
Malgrado la conclamata seccatura per i giochi dei matrimoni di corte, Shuden
stava reagendo favorevolmente alle proposte di Torena, ma non aveva
guardato Sarene nemmeno una volta. Eondel era molto più vecchio di lei, ma
Sarene poteva percepire quello che provava nei suoi confronti. Rispetto,
ammirazione e una disponibilità a servire. Era come se non si rendesse
neanche conto che Sarene era una donna. Sarene sapeva di essere una donna
sposata ora e che non avrebbe dovuto pensare a certe cose, ma era difficile
considerarsi coniugata. Non c’erano state cerimonie e lei non aveva
conosciuto nessun marito. Agognava qualcosa, un segno che almeno alcuni
uomini la trovassero attraente anche se lei non avrebbe mai risposto a tali
approcci. Il punto era irrilevante: gli uomini di Arelon la temevano tanto
quanto la rispettavano.
Era cresciuta senza affetti a parte i suoi familiari e pareva che avrebbe
continuato così. Almeno aveva Kiin e la sua famiglia. Tuttavia, se era venuta
ad Arelon per cercare di essere accettata, allora aveva fallito. Si sarebbe
dovuta accontentare del rispetto.
Una voce profonda e graffiante risuonò dietro di lei, e Sarene nel voltarsi
scoprì che Kiin si era unito a Lukel ed Eondel.
«Zio?» chiese. «Cosa ci fai qui?»
«Sono tornato a casa e l’ho trovata vuota» disse Kiin. «C’è solo una
persona che oserebbe rubare l’intera famiglia di un uomo.»
«Non ci ha rubato, padre» scherzò Lukel. «Abbiamo solo sentito che
avevi intenzione di preparare di nuovo la zuppa di erba Hraggish.»
Kiin osservò il suo gioviale figlio per un attimo, sfregandosi il mento
dove una volta cresceva la barba. «Ha fatto un buon affare, dunque?»
«Un affare molto redditizio» disse Eondel.
«Domi ci protegga» borbottò Kiin, lasciando cadere il suo corpo robusto
su una sedia vicina. Sarene ne occupò un’altra accanto a lui.

360
«Hai sentito dei guadagni previsti del re, ’Ene?» chiese Kiin.
«Sì, zio.»
Kiin annuì. «Non pensavo che avrei mai visto il giorno in cui il successo
di Iadon mi avrebbe confortato. Il tuo piano di salvarlo ha funzionato e, da
quello che sento, ci si aspetta che Eondel e gli altri otterranno raccolti
floridi.»
«Allora perché hai un’aria così preoccupata?» domandò Sarene.
«Sto invecchiando, ’Ene, e gli anziani hanno la tendenza a preoccuparsi.
In tempi più recenti mi sono preoccupato delle tue gite dentro Elantris. Tuo
padre non mi avrebbe mai perdonato se ti fosse successo qualcosa lì dentro.»
«Non che abbia comunque intenzione di perdonarti a breve» disse Sarene
in modo tagliente.
Kiin mugugnò. «Questo è vero.» Poi si fermò, voltando occhi sospettosi
nella sua direzione. «E tu cosa ne sai?»
«Nulla» ammise Sarene. «Ma spero che tu correggerai la mia ignoranza.»
Kiin scosse il capo. «È meglio che certe cose rimangano non corrette. Sia
io che tuo padre eravamo parecchio più sciocchi quando eravamo più
giovani. Eventeo potrà essere un grande re, ma come fratello fa pena.
Naturalmente anch’io non vincerò a breve nessun premio per l’affetto
fraterno.»
«Ma cos’è successo?»
«Abbiamo avuto un disaccordo.»
«Che genere di disaccordo?»
Kiin proruppe nella sua risata roca e tonante. «No, ’Ene. Non sono così
facile da manipolare come quei tuoi fantocci laggiù. Dovrai continuare a
interrogarti su questo. E non mettere il broncio.»
«Non metto mai il broncio» disse Sarene, sforzandosi di impedire alla
propria voce di suonare infantile. Quando divenne evidente che suo zio non
le avrebbe fornito altre informazioni, Sarene cambiò argomento. «Zio Kiin,
esistono passaggi segreti nel palazzo di Iadon?»
«Sarei sorpreso come le Tre Vergini se non ce ne fossero» rispose lui.
«Iadon è l’uomo più paranoico che io abbia mai conosciuto. Deve avere
almeno una dozzina di vie di fuga in quella fortezza che chiama casa.»
Sarene resistette all’istinto di far notare che la casa di Kiin era una
fortezza quanto quella del re. Quando la loro conversazione languì, Kiin si
voltò per chiedere a Eondel dell’affare con i meloni amari di Lukel. Alla fine
Sarene si alzò e recuperò il suo syre, poi si diresse nell’apposita zona per

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esercitarsi. Assunse una postura e iniziò a muoversi in uno schema in
solitario.
La sua spada sferzava e schioccava, i movimenti ben allenati erano ormai
una routine, e presto la sua mente iniziò a vagare. Ashe stava bene? Sarene si
stava lasciando distrarre da Elantris e dal suo enigmatico governante? Non
poteva perdere di vista i suoi compiti più importanti: Hrathen stava
architettando qualcosa e Telrii non poteva affatto essere indifferente quanto
fingeva di essere. Aveva parecchie cose da tenere sotto controllo e sufficiente
esperienza con la politica per accorgersi di quanto era facile assumersi troppi
impegni.
Però era sempre più interessata a Spirito. Era raro trovare una persona
che fosse abbastanza capace politicamente da mantenere la sua attenzione, ma
ad Arelon ne aveva trovate due. In un certo senso, Spirito era ancora più
affascinante del gyorn. Mentre Hrathen e lei erano molto schietti sulla loro
inimicizia, Spirito in qualche modo la manipolava e la manovrava
comportandosi allo stesso tempo come un vecchio amico. Cosa ancora più
allarmante, quasi non le importava.
Invece di essere oltraggiato quando lei evadeva le sue richieste con
oggetti inutili, lui era parso colpito. Si era perfino complimentato con lei per
la sua frugalità, osservando che la stoffa che aveva mandato doveva averla
comprata scontata, dato il colore. In tutte le cose rimaneva amichevole,
indifferente al sarcasmo di Sarene.
E lei si ritrovava a reagire di conseguenza. Lì, nel centro della città
maledetta, c’era finalmente una persona che pareva disposta ad accettarla.
Sarene desiderava poter ridere ai suoi commenti arguti, concordare con le
sue osservazioni e condividere le sue preoccupazioni. Quanto più lei cercava
di essere polemica, tanto meno lui appariva minacciato. In effetti pareva
apprezzare quella sfida.
«Sarene, cara?» la voce sommessa di Daora interruppe le sue riflessioni.
Sarene effettuò un’ultima spazzata con la spada, poi si mise dritta, confusa.
Del sudore le scorreva giù per il volto, lungo l’interno del colletto. Non si era
resa conto di quanto era diventato energico il suo allenamento.
Si rilassò, poggiando la punta del syre sul pavimento. I capelli di Daora
erano raccolti in una crocchia ordinata e la sua uniforme non era macchiata
di sudore. Come al solito, quella donna faceva ogni cosa con grazia, perfino
esercitarsi.
«Vuoi parlarne, cara?» chiese Daora in tono persuasivo. Si trovavano a
un lato della stanza e i tonfi di piedi e il cozzare delle lame camuffavano la

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loro conversazione da orecchie indiscrete.
«Di cosa?» domandò Sarene confusa.
«Ho visto quell’espressione in precedenza, bambina» disse Daora in tono
rassicurante. «Lui non è per te. Ma naturalmente l’avevi capito, vero?»
Sarene impallidì. Come poteva saperlo? Quella donna era in grado di
leggere i pensieri? Poi, però, Sarene seguì lo sguardo di sua zia. Daora stava
guardando Shuden e Torena, che stavano ridendo assieme mentre la giovane
mostrava a Shuden alcuni affondi basilari.
«So che dev’essere difficile, Sarene,» disse Daora «essere bloccata in un
matrimonio senza possibilità di affetto… senza conoscere mai tuo marito o
sentire il conforto del suo amore. Forse tra qualche anno, dopo che il tuo
posto qui ad Arelon sarà più solido, potrai permetterti una relazione che sia…
segreta. Ma adesso è troppo presto per quello.»
Gli occhi di Daora si intenerirono nell’osservare Shuden che lasciava
cadere goffamente la spada. Il Jindoese solitamente riservato stava ridendo in
modo irrefrenabile per il proprio errore. «Inoltre, bambina,» continuò Daora
«questo è destinato a un’altra.»
«Pensi…?» iniziò Sarene.
Daora le mise una mano sul braccio, strizzandolo un poco e sorridendo.
«Ho visto quello sguardo nei tuoi occhi questi ultimi giorni, e ho visto anche
la frustrazione. Le due emozioni vanno a braccetto più spesso di quanto dei
cuori giovani si aspetterebbero.»
Sarene scosse il capo e rise un poco. «Te l’assicuro, zia,» disse con affetto
ma con fermezza «non nutro alcun interesse per lord Shuden.»
«Ma certo, cara» disse Daora, dandole una pacca sul braccio e poi
ritirandosi.
Sarene scosse il capo e andò a prendere qualcosa da bere. Cos’erano quei
‘segnali’ che Daora aveva affermato di vedere in lei? Quella donna
solitamente era così dotata di spirito d’osservazione; cosa l’aveva indotta a un
errore così grave in questo caso? A Sarene piaceva Shuden, naturalmente, ma
non in senso romantico. Era troppo tranquillo e, come Eondel, un po’ troppo
rigido per i suoi gusti. Sarene era consapevole che avrebbe avuto bisogno di
un uomo che sapesse quando darle spazio, ma anche che non le permettesse
di piegarlo a suo piacimento.
Con una scrollata di spalle, Sarene mise nel dimenticatoio le supposizioni
sbagliate di Daora, poi si sedette per riflettere su come avrebbe distorto
l’ultimo e più dettagliato elenco di richieste di Spirito.

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364
CAPITOLO
27

Hrathen fissò il foglio per un lungo, lunghissimo periodo di tempo. Era un


resoconto delle finanze di re Iadon, com’era stato calcolato dalle spie derethi.
In qualche modo, Iadon si era ripreso dalla perdita delle navi e del carico.
Telrii non sarebbe stato re.
Hrathen sedeva alla scrivania con indosso l’armatura che aveva quando
era entrato e aveva trovato il messaggio. Il foglio se ne stava immobile tra le
sue dita stupefatte. Forse, se non avesse dovuto far fronte ad altre
preoccupazioni, quella notizia non l’avrebbe sconcertato così tanto: aveva
fatto i conti con parecchi piani andati male nella sua vita. Sotto il foglio,
però, c’era la lista di arteth del posto. Aveva offerto la posizione di capo
arteth a ognuno di loro e avevano rifiutato tutti quanti. Restava solo un uomo
che potesse assumere quella posizione.
La ripresa di Iadon non era che un altro mattone caduto nel muro
diroccato del senso di controllo di Hrathen. Praticamente era come se Dilaf
governasse la cappella: Hrathen non veniva nemmeno informato di metà
degli incontri e dei sermoni che lui organizzava. C’era una vendicatività nel
modo in cui Dilaf stava strappando il controllo a Hrathen. Forse l’arteth era
ancora adirato per l’incidente con il prigioniero elantriano, o forse Dilaf stava
semplicemente trasferendo contro Hrathen la sua rabbia e la sua frustrazione
per l’umanizzazione degli Elantriani da parte di Sarene.
A ogni modo, Dilaf stava lentamente prendendo il potere. Era sottile, ma
sembrava inevitabile. L’ingegnoso arteth affermava che umili questioni
organizzative erano ‘troppo insignificanti per richiedere il tempo del mio lord
hroden’, un’affermazione che, fino a un certo punto, era fondata. Di rado i
gyorn avevano molto a che fare con le pratiche quotidiane delle cappelle, e
Hrathen non poteva fare tutto da solo. Dilaf si faceva avanti per colmare quei

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vuoti. Perfino se Hrathen non avesse ceduto e avesse fatto la mossa più ovvia
– nominare Dilaf capo arteth – il risultato finale sarebbe stato lo stesso.
Hrathen stava perdendo la sua stretta su Arelon. Ora i nobili andavano da
Dilaf e non da lui, e mentre le adesioni a Shu-Dereth stavano comunque
crescendo, non lo stavano facendo abbastanza in fretta. In qualche modo
Sarene aveva sventato il piano di mettere Telrii sul trono e, dopo le sue visite
alla città, la gente di Kae non considerava più gli Elantriani come demoni.
Hrathen stava fissando un pessimo precedente per le sue attività ad Arelon.
E sopra tutto questo c’era la fede vacillante di Hrathen. Non era il
momento di mettere in discussione le sue credenze. Questo Hrathen lo
capiva. Però capire – al contrario di percepire – era la radice del suo
problema. Ora che il seme dell’incertezza aveva trovato terreno nel suo
cuore, non poteva sradicarlo così facilmente.
Era troppo. All’improvviso gli parve che la stanza gli stesse cadendo
addosso. Le pareti e il soffitto si restringevano sempre più, come per
schiacciarlo sotto il loro peso. Hrathen barcollò, cercando di scappare, e
cadde sul pavimento di marmo. Nulla funzionava, nulla poteva aiutarlo.
Gemette, provando dolore quando l’armatura gli morse la pelle in strani
angoli. Rotolò in ginocchio e si mise a pregare.
Come sacerdote di Shu-Dereth, ogni settimana Hrathen trascorreva ore in
preghiera. Però quelle preghiere erano diverse, più una forma di meditazione
che di comunicazione, un metodo per organizzare i suoi pensieri. Stavolta
implorò.
Per la prima volta da anni si ritrovò a supplicare aiuto. Hrathen si protese
verso quel Dio che aveva servito così a lungo da arrivare quasi a
dimenticarLo. Il Dio che aveva allontanato in una folata di logica e
conoscenza, il Dio che aveva reso impotente nella propria vita, anche se
cercava di promuovere la Sua influenza.
Per una volta, Hrathen si sentì inadatto ad agire per conto proprio. Per
una volta ammise di aver bisogno d’aiuto.
Non seppe per quanto tempo rimase inginocchiato, pregando con fervore
per ottenere aiuto, compassione e pietà. Alla fine fu riscosso dalla sua
implorazione ipnotica quando qualcuno bussò alla porta.
«Avanti» disse distrattamente.
«Mi scuso per avervi disturbato, mio signore» disse un sacerdote minore,
socchiudendo la porta. «Ma è appena arrivato questo per voi.» Il sacerdote
spinse una piccola cassa nella stanza, poi chiuse la porta.

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Hrathen si alzò su piedi instabili. Fuori era buio, anche se aveva
cominciato le sue preghiere prima di mezzogiorno. Aveva davvero passato
tanto tempo a supplicare? Un po’ frastornato, Hrathen raccolse la cassa e la
mise sulla scrivania, forzando il coperchio con un pugnale. All’interno,
imballata nella paglia, c’era una piccola rastrelliera che conteneva quattro
fiale. E un messaggio.

Mio lord Hrathen,


ecco il veleno da voi richiesto. Tutti gli effetti sono esattamente
come li avete specificati. Il liquido dev’essere ingerito e la vittima
non mostrerà alcun sintomo fino a circa otto ore dopo.
In ogni cosa, lode a lord Jaddeth.

Forton,
farmacista e suddito leale del Wyrn

Hrathen raccolse una fiala, osservando il contenuto scuro con meraviglia.


Aveva quasi dimenticato la chiamata a Forton a notte fonda. Ricordava
vagamente di aver ipotizzato di somministrare il veleno a Dilaf. Quel piano
non avrebbe più funzionato. Gli serviva qualcosa di più spettacolare.
Hrathen rigirò il veleno nella sua fiala per un attimo, poi tolse il tappo e lo
bevette in un unico sorso.

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368
CAPITOLO
28

La parte più difficile era dove cominciare a leggere. Gli scaffali arrivavano
oltre la vista e le loro informazioni si estendevano quasi fino all’eternità.
Raoden era certo che gli indizi che gli servivano fossero contenuti da qualche
parte dentro quel vasto mare di pagine, ma trovarli pareva un compito
davvero scoraggiante.
Era stata Karata a fare quella scoperta. Aveva individuato uno scaffale
basso vicino al lato della stanza di fronte all’ingresso. C’era una serie di circa
trenta volumi posati sullo scaffale, in attesa nella loro polvere. Descrivevano
un sistema di catalogazione, con numeri relativi alle varie file e colonne della
biblioteca. Da quello, Raoden individuò con facilità i libri sull’AonDor.
Scelse il volume meno complicato che riusciva a trovare e si mise al lavoro.
Raoden limitava la conoscenza della biblioteca a sé stesso, Galladon e
Karata. Non solo temeva una ripetizione della bollitura dei libri di Aanden,
ma percepiva una sacralità in quella struttura. Non era un posto da far
invadere da visitatori le cui dita inesperte avrebbero messo in disordine i libri
e infranto la calma.
Avevano tenuto segreto anche lo stagno, fornendo a Mareshe e Saolin
una spiegazione semplificata. I desideri stessi di Raoden lo ammonivano su
quanto era pericolosa quella polla. C’era una parte di lui che voleva cercare il
suo abbraccio mortale, il ristoro della distruzione. Se la gente avesse saputo
che esisteva un modo facile e indolore per sfuggire alla sofferenza, molti
l’avrebbero scelto senza nemmeno pensarci. La città si sarebbe spopolata nel
giro di qualche mese.
Permetterglielo era un’opzione, naturalmente. Che diritto aveva lui di
negare ad altri la pace? Tuttavia Raoden aveva la sensazione che fosse troppo
presto per abbandonare Elantris al suo destino. Nelle settimane prima che
Sarene iniziasse a distribuire cibo, aveva visto che Elantris poteva

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dimenticare la sua fame e le sue sofferenze. Gli Elantriani potevano andare
oltre i loro istinti: per loro esisteva una fuga che non fosse la distruzione.
Ma non per lui. Il dolore cresceva ogni giorno di più. Traeva forza dal
Dor, portandolo più vicino a cedere con ogni suo assalto. Per fortuna aveva i
libri a distrarlo. Li studiava con fascino ipnotico, scoprendo finalmente le
semplici spiegazioni che aveva cercato per così tanto tempo.
Lesse come le complesse equazioni degli Aon funzionavano assieme.
Tracciare una linea leggermente più lunga in proporzione al resto di un Aon
poteva avere effetti drastici. Due equazioni di Aon potevano cominciare allo
stesso modo, ma – come due rocce spinte giù per una montagna lungo
sentieri lievemente diversi – potevano finire per avere effetti del tutto
differenti. E solo cambiando la lunghezza di poche linee.
Iniziava ad afferrare la teoria dell’AonDor. Il Dor era come Galladon
l’aveva descritto: un potente bacino appena oltre i sensi normali. Il suo unico
desiderio era fuggire. I libri spiegavano che il Dor esisteva in un luogo che
era pieno di pressione, perciò quell’energia cercava di spingersi attraverso
qualunque sbocco possibile, muovendosi da un’area di alta concentrazione a
una di concentrazione bassa.
Comunque, per via della sua natura, il Dor poteva entrare nel mondo
fisico solo tramite varchi di forma e dimensioni adeguate. Gli Elantriani
potevano creare delle fenditure con i loro disegni, fornendo al Dor un mezzo
per scappare, e quei disegni determinavano quale forma assumeva l’energia
quando appariva. Però, se anche soltanto una delle linee era di proporzioni
sbagliate, il Dor non sarebbe stato in grado di entrare, come un quadrato che
cercava di farsi strada a forza per un buco circolare. Alcuni teorici
descrivevano il processo usando parole strane come ‘frequenza’ e ‘durata
dell’impulso’. Raoden stava solo cominciando a capire quanto genio
scientifico era contenuto nelle pagine ammuffite della biblioteca.
Eppure, nonostante tutti i suoi studi, era deluso poiché era incapace di
scoprire cosa aveva fatto smettere all’AonDor di funzionare. Poteva solo
supporre che il Dor fosse cambiato in qualche modo. Forse ora, invece di un
quadrato, il Dor era un triangolo, e per quanti Aon di forma quadrata Raoden
disegnasse, l’energia non riusciva a passare. Quello che poteva aver portato
all’improvvisa variazione del Dor andava oltre le sue conoscenze.
«Come ha fatto quello a entrare qui dentro?» domandò Galladon,
interrompendo i pensieri di Raoden. Il Dula indicò verso il Seon Ien, che
fluttuava lungo la cima di una libreria e la cui luce proiettava ombre sui libri.
«Non lo so» disse Raoden, osservando Ien descrivere alcuni cerchi.

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«Devo ammetterlo, sule. Il tuo Seon mi dà i brividi.»
Raoden scrollò le spalle. «Tutti i Seon impazziti sono così.»
«Sì, ma gli altri in genere se ne stanno alla larga dalle persone.» Galladon
fissò Ien, rabbrividendo un poco. Il Seon, come al solito, pareva non
prestare attenzione a Galladon, anche se sembrava che a Ien piacesse stare
vicino a Raoden.
«Be’, comunque,» disse Galladon «Saolin chiede di te.»
Raoden annuì, chiudendo il libro e alzandosi dalla piccola scrivania, una
delle tante sul fondo della biblioteca. Si unì a Galladon sulla porta. Il Dula
scoccò un’ultima occhiata inquieta a Ien prima di chiudere la porta,
chiudendo il Seon nell’oscurità.

«Non lo so, Saolin» disse Raoden esitante.


«Mio signore, non abbiamo molta scelta» disse il soldato. «I miei uomini
hanno troppe ferite. Sarebbe inutile tenere a bada Shaor oggi: quei bruti non
si fermerebbero nemmeno a ridere prima di scaraventarci via dalla loro
strada.»
Raoden annuì con un sospiro. Il soldato aveva ragione: non poteva