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LA MORTE DELL’EROE

Il processo storico conosce vincitori e vinti. Quando si accetta che esso sia un processo crescente di
progresso o anche soltanto che una condizione futura più elevata sostituirà l’attuale. Ciò significa
uno svantaggio per chi è vissuto prima. L’ottimismo del progresso supera l’individuo; l’affanno dei
padri trova consolazione nella felicità dei nipoti. Ma cosa giova questa consolazione a coloro che
ormai sono ridotti al silenzio e dimenticati? Dobbiamo essere disposti a cedere la nostra parte di
felicità per costruire una totalità migliore domani? Il grido dei martiri non risuona più debole perché
essi “sono profondamente nel cuore della classe lavoratrice” (Schiller). Si apre così una ferita nella
fede nel futuro, in tutta la teleologica perfezione del mondo.
Un motivo per cui i farisei introdussero la fede nelle risurrezione, di origine non biblica, fu anche
questo: perché devono contemplare il regno messianico solo coloro che casualmente hanno la
fortuna di vivere contemporaneamente al messia, mentre tutte le generazioni precedenti, gli uomini
più benemeriti dei tempi passati non possono averne parte alcuna? La loro risurrezione è un
postulato etico di cui la giustizia è loro debitrice. In altre parole, il banchetto messianico è sia un
banchetto di gioia che di lutto, perché viene tanto tardi, perché i morti sono da esso esclusi.
Nel suo grande sfogo contro l’armonia del mondo così dice ancora Ivan Karamazov: “Io ho creduto,
dunque voglio pure vedere con i miei occhi e se in quell’ora sarò già morto mi si deve far risorgere
perché proprio sarebbe fin troppo offensivo per me se tutto dovesse accadere senza di me. Voglio
però non aver sofferto per concimare con i miei crimini e le mie sofferenze l’armonia futura per
qualcun altro. Io voglio vedere con i miei occhi come il capriolo riposa ingenuamente accanto al
leone e come colui che è stato assassinato si leva per abbracciare il suo assassino”.
Nel romanzo di Samjatin ‘Noi’, dopo la rivoluzione russa del 1905, in forma pienamente secolare,
si dice: “devo forse lasciarmi impiccare affinché i lavoratori del trentaduesimo secolo non
manchino più di nulla, né di cibo, né di piaceri?”. Egli non vuole più essere solo un discendente,
non vuole che una generazione venga bruciata a vantaggio del futuro, si ribella e diventa seguace
della filosofia epicurea.
Michael Landmann ‘Malinconia della perfezione’ Concilium 1974/5, pag. 50-51

IL SACRIFICIO DELLA VITA ESPRESSIONE DI FEDE IN DIO.


Non c’è amore più grande di chi dona la vita per gli altri.
Le affermazioni sulla realtà, nel nostro linguaggio quotidiano, sono di natura temporale (vengono
collocate al presente, al futuro o al passato). Ma nell’affermazione della realtà un peso particolare è
dato al tempo presente, (il passato non è più, il futuro non è ancora, solo del presente possiamo
affermare che è) il passato e il futuro non hanno lo stesso valore di realtà del presente.
Una considerazione a parte riguarda le frasi al futuro anteriore (in futuro io sarò stato felice .. avrò
sofferto..). si deve notare che le frasi al futuro anteriore si possono dire vere soltanto se al presente è
vera una frase corrispondente, o è stata vera in precedenza (sarò stato felice perché ora posso dire
di essere felice.. oppure perché ora posso affermare di essere stato felice). Questa implicazione vale
anche in senso inverso: soltanto ciò che dopo sarà stato, ora è. Il futuro anteriore implica il presente.
Affermare al futuro anteriore che qualcosa non sarà stato corrisponde all’affermazione che anche
ora non è. L’affermazione cancella, per così dire, ontologicamente il presente togliendogli una
dimensione indispensabile per la sua autocostituzione. Non possiamo accantonare la grammatica
senza cancellare noi stessi.
Ma a questo punto si pone la questione sullo status ontologico di questo ‘essere stato’, quando ne
sarà cancellato ogni ricordo e ogni traccia. Che senso ha dire: quando sarà sparita ogni vita
cosciente nel cosmo resta pur tuttavia il fatto che un tempo è stata provata una profonda gioia o un
bambino è stato torturato a morte? Cosa dobbiamo intendere con questo ‘resta’? ma, all’inverso,
cosa potrebbe significare dire che un tempo entrambe queste cose non saranno più state?
L’affermazione non ha senso, perché il futuro anteriore appartiene costitutivamente al presente, e la
sua negazione finisce in uno svuotamento del presente. Possiamo accettare questo svuotamento e lo
svuotamento della personalità come realtà della soggettività. Dobbiamo accettarlo, se vogliamo
tenere lontano dal pensare il pensiero di Dio. Infatti, affermare un essere-stato che sia indipendente
da ogni coscienza di persone finite può solo affermare l’esistenza di Dio. Se rinunciamo
all’affermazione di un definitivo essere-contenuto di ogni evento del mondo in un seno divino,
dobbiamo svuotare la realtà. Dovremmo accettare l’assurdo pensiero che ciò che ora è, un giorno
non sarà più stato. Cosa che però significa che non è affatto reale. Un pensiero che solo il buddismo
in realtà tende a sostenere. La conseguenza del buddismo e la delegazione della vita. 
….Se però,
esperienza del mondo, come di uno spazio aperto a una realtà che manifesta se stessa, si può avere
solo a prezzo dell’affermazione dell’esistenza di Dio, allora questo, per coloro che in avvenire
vorranno concepirsi come esseri liberi e capaci di verità, è l’argomento più convincente per
l’esistenza di Dio: un argumentum ad hominem.
Robert Spaemann “La diceria immortale”, Ed. Cantagalli 2008, pag. 46-49