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Storia contemporanea

Lezione 1 - 15/02/2021
Iniziamo il corso parlando del rapporto dell’umanità con la riflessione storica. Prendiamo un esempio legato
all’attualità: di fronte ad un evento inaspettato come la pandemia, si è fatto ricorso alla storia, evocando il ricordo della
spagnola. Quando ci si presenta qualcosa di inatteso, si tende a metterlo in relazione con eventi del passato. La spagnola
fece molti più morti della IGM (I Guerra Mondiale), e anche nell'Italia del 1918 si vedevano mascherine, osterie chiuse,
zone di separazione. Da che mondo e mondo, quando ci sono le epidemie, la prima misura riguarda la sfera sociale.
La mobilità si è ridotta a condizioni medievali: non poter uscire dal proprio comune. Il ricorso al passato ci ha aiutato a
mettere a fuoco questa esperienza.
Storia contemporanea: in che senso? Parlare di “storia contemporanea” sembra una contraddizione in termini. È una
questione che ha implicazioni filosofiche di vario tipo; nemmeno noi siamo propriamente contemporanei. Tutti noi
individui siamo compresenti in un momento del tempo e dello spazio ma non siamo propriamente contemporanei
perché abbiamo età diverse, con diversi modi di vedere la storia. Quindi la compresenza non ci rende esattamente
contemporanei: viviamo le esperienze in modo diverse, con diverso bagaglio e diversa prospettiva.
La periodizzazione adottata in questo corso è utilizzata perché raccontiamo la storia di un cambiamento radicale nelle
condizioni materiali, culturali e psicologiche di gran parte del genere umano, con l'introduzione di innovazioni totali,
non solo cambiamenti all'interno dello stesso percorso (una di queste, ad esempio, è la possibilità di comunicare in
remoto). L'età contemporanea comincia quando iniziano certi fenomeni generali che continuano ancora oggi. Quando
questi finiranno o muteranno natura, dovremo adottare una diversa periodizzazione. Ecco perché andiamo indietro fino
a gli inizi di quei cambiamenti, in tutti i campi. Si noti comunque che i cambiamenti culturali sono quelli che devono
vincere maggiori resistenze da parte della società. Ad esempio, nel 1967 i Rolling Stones andarono negli USA per una
tournée e parteciparono ad un programma TV in prima serata. Il conduttore chiese di cambiare titolo e testo di una loro
canzone perché troppo esplicita (da “let's spend the night together” a “let's spend some time together”), nonostante
quello fosse uno dei Paesi più avanzati dal punto di vista dei costumi sessuali! Eppure il mondo, tecnologicamente, era
già cambiato: solo un anno dopo abbiamo avuto lo sbarco sulla Luna, ma in TV non si può cantare di argomenti
attinenti alla sfera sessuale! Questo ci fa capire che i cambiamenti materiali sono più “veloci” e pervasivi di quelli
culturali, che devono vincere un’inerzia maggiore.

Il primo cambiamento “materiale” a cui facciamo riferimento per la nostra periodizzazione riguarda la quantità di
popolazione presente sulla Terra e l'aspettativa media di vita. In Italia, all'inizio del 1900 l'aspettativa media di vita
era poco superiore a 40 anni, perché la mortalità infantile era molto alta; oggi passa gli 80 anni. È una rivoluzione
biologica; lo vediamo anche dalle foto, un sessantenne d'inizio '900 non appare come un sessantenne di oggi! Si
invecchia meglio, almeno nei Paesi sviluppati.
Nel 1750 la popolazione mondiale contava circa 800 milioni di persone, soprattutto in Asia. 50 anni dopo siamo già a 1
miliardo, più del 20%. Rivoluzione demografica. Ritmo di aumento che rimane fino ad oggi; si rompe un ciclo
demografico che andava ad onde → popolazione aumenta  carestia → epidemia → popolazione scende, non si ha mai
un aumento costante. La crescita rallenta solo durante la IIGM, ma neanche più di tanto. La popolazione non aumenta
perché aumenta il tasso di natalità, bensì perché diminuisce il tasso di mortalità, specialmente quello infantile
(addirittura, il tasso di natalità tende a dimunire perché, diminuendo la mortalità
infantile, si ha la tendenza a fare meno figli, visto che la loro aspettativa di vita è
maggiore).
Molto esplicativo è il grafico di Halley (scopritore dell'onomima cometa, si veda
immagine a sx). Halley era un matematico e lavorò sulle statistiche attuariali per
le assicurazioni (es, calcoli sulla vita media). Halley condusse un lavoro statistico
prendendo a modello la città di Breslavia alla fine del '600. Nonostante Breslavia
fosse una città in cui si stava abbastanza bene, a 10 anni era già morto il 49% dei
bambini. A 40 anni arrivava il 36% dei bambini. Solo il 3% arrivava ad 80 anni!!

Non c'è una causa determinante alla base di questa svolta demografica, ma una serie di concause, come ad esempio
fattori climatici (si parla in quel periodo di piccola era glaciale). Dobbiamo comunque tenere sempre ben presente che,
nella mentalità dell’epoca, la morte era una componente della vita di tutti giorni come tante altre, mentre oggi l'abbiamo
rimossa (si pensi che i cimiteri siti fuori dalle città sono un'invenzione di Napoleone).
L’epoca di questa svolta demografica è anche quella in cui Malthus, preoccupato dalla crescente sovrappopolazione,
espone le sue teorie sul controllo delle nascite. La sovrappopolazione è talmente sentita come problema che intellettuali
dell’epoca ne parlano ampiamente: si pensi all’inglese Jonathan Swift, il quale propose ironicamente di risolvere il
problema della sovrappopolazione e la questione irlandese invitando a mangiare bambini irlandesi.
Un fattore importante alla base della crescita demografica riguardò in realtà una modifica delle tecniche agricole e dei
metodi di produzione (si noti che il numero di persone che lavorano nei campi è un indice di sviluppo tecnologico: se i
contadini sono pochi, il paese è più sviluppato) e di altre innovazioni: ad esempio, risale a quell’epoca la semina del
maggese a trifoglio ed erba medica, piante che non impoveriscono il terreno e sono usati come fieno molto nutriente per
gli animali, determinando un amuento della produzione di latte e concime. Si innesca quindi un circolo virtuoso che si
mette in moto e aumenta la produttività economica. Abbiamo inoltre aratri che scavano più in profondità, nuove
tecniche di piantagione sulle piante da frutto (si pensi anche alle viti: il vino è fondamentale perché l’alcool dà calorie,
sia nutriente che per riscaldarsi). In generale, quindi, si osserva una gestione più attenta delle campagne e delle risorse
idriche. Dal mondo agricolo iniziano perciò ad arrivare lenti segnali di cambiamento ed aumento della produzione, che
possono sostenere, almeno in parte, l'aumento della popolazione.
Lezione 2 – 16/02/2021
Le innovazioni che caratterizzano l’età contemporanea sono anche tecnologiche, si pensi all’esempio di Liebig,
inventore del dado da brodo. Produrre alimenti concentrati (es. dado da brodo) e facilmente trasportabili e conservabili
serviva agli eserciti (non è che il Prof. Liebig volesse agevolare il lavoro delle casalinghe tedesche). Una importante
quota di innovazioni tecnologiche è spinta da bisogni militari: tendiamo a dimenticarcelo perché la sfera militare è
ormai distante dalla sfera civile. Pensiamo anche ai satelliti in orbita, che servono anche per la TV, ma in realtà hanno
chiarissime finalità militare (fotografia aerea, controllo del territorio). Il nesso tra guerra e tecnologie è un nesso
fortissimo e non può essere omesso. Solo quando entra in campo la chimica in agricoltura si verificano trasformazioni
produttive decisive, assieme ad una diversa gestione delle proprietà. Molto a lungo (ancora oggi esistono forme
residuali) sono esistite forme di proprietà collettive o di uso collettivo (es. beni demaniali, beni comunali); es. in Italia
meridionale era molto comune che alcuni boschi fossero aperti all'uso collettivo. A quel livello di vita materiale, poter
raccogliere frutti o legna, cacciare qualche animale, poteva voler dire la differenza tra la vita e la morte, o es. far
pascolare qualche pecora se non si possedeva della terra. Nel mondo agricolo, però, si assiste invece a processi di
crescente privatizzazione, molto visibile ad esempio in Inghilterra, dove pian piano i proprietari iniziano a recintare i
loro possedimenti. Quello che era un bene comune viene a un certo punto diviso fra quelli che se lo potevano permettere
(i proprietari più forti, generalmente). Se un bosco dove potevano andare tutti diventa proprietà di pochi, si hanno
processi di espulsione dalle campagne (soprattutto in Inghilterra); gente che riusciva appena a sopravvivere
appoggiandosi sui beni comuni se ne va dalla campagna verso i centri urbani. Questa sarà una delle principali fonti di
manodopera nelle nascenti manifatture. Un esempio, sebbene più tardivo, di questo fenomeno si ha anche in Italia:
quando in tutta la penisola verranno estese le leggi piemontesi si assisterà ad una privatizzazione delle proprietà comuni
al meridione, dove i beni comuni (usi civici) erano molto comuni. Oggi l'uso civico è una forma di proprietà ancora
diffusa in montagna, ma ha carattere assolutamente marginale.
Al sud, in Sicilia, era diffusissimo il latifondo, grande proprietà terriera gestita dai padroni tramite forme d'affitto come
il bracciantato (contadini che lavoravano alla giornata); si noti però che in agricoltura i tempi del lavoro sono molto
divisi, sono essenzialmente stagionali, quindi la condizione dei braccianti non era particolarmente stabile. Questa
gestione delle grandi proprietà terriere scoraggiava la presenza fisica sul territorio dei contadini: questo fenomeno ha
avuto conseguenze ancora visibili sul territorio e se viaggiamo al Sud vedremo che esistono grandi paesoni,
generalmente in cima ad una collina per ragioni militari e di igiene (malaria), ma poche case coloniche. In Toscana, al
contrario, vedremo molte case coloniche isolate; questo riflette un diverso sistema di gestione della proprietà, molto
diffuso in tutta Europa, la cosiddetta mezzadria. Il padrone (sempre un grande proprietario), divideva le sue terre in
poderi: su ogni podere costruiva una casa e dava in affitto la casa e il terreno ai contadini, per un tempo molto lungo
(anche novant'anni). Il contadino lavorava e dava metà del prodotto al padrone (da cui mezzadria, anche se in realtà era
molto di più). Alla famiglia contadina veniva data una lunga garanzia, quindi questa famiglia può fare investimenti a
lungo termine, es, piantare una vigna, che ci mette qualche anno per diventare redditizia, non è come il grano che va a
frutto in una stagione. La mezzadria consentiva quindi una gestione del territorio più equilibrata: il contadino aveva
interesse ad una gestione della campagna più differenziata e specializzata, es. alberati; questo permetteva anche un
impegno invernale (es. orto d'inverno) e non solo stagionale come nell’esempio dei braccianti meridionali.
Quale produttività aveva il sistema della mezzadria? Sicuramente per un lungo periodo di tempo ha assicurato una certa
stabilità sociale (anche se il mezzadro era trattato molto male, es. per far sposare un figlio doveva chiedere il permesso
al padrone, perché si perdeva forza lavoro). Quindi, un mezzadro toscano dell'800 se la passava molto meglio di un
bracciante lucano coevo (che, oltretutto, si doveva spostare per andare a lavorare nei campi). Esempio: Ne Il giorno
della civetta, ambientato nel II dopoguerra, un personaggio fa il potatore che per recarsi al lavoro doveva camminare
per più di un'ora. Il fenomeno del bracciantato, quindi, fu molto resistente. Al nord prevaleva invece il grande affitto (es.
Pianura Padana); i proprietari, che vivevano in città affittavano ad imprenditori che subappaltavano i territori a
braccianti. Si trattava qui di agricoltura intensiva e allevamenti, grazie alla ricchezza d'acqua che permetteva una
maggiore produttività del terreno; era inoltre un’agricoltura di tipo capitalistico, ben collegata ai mercati europei (si
pensi anche che Lombardia e Veneto erano amministrate dall'Impero Asburgico, dopo il Congresso di Vienna).

All'inizio dell'età contemporanea in europa, la gente comune vive sulla soglia della miseria; esiste ancora la fame
letterale. Si pensi alla grande carestia del 1840 in Irlanda! Queste condizioni innescavano inoltre imponenti processi
migratori (si pensi all'Irlanda, appunto, o al meridione italiano). I processi migratori non sono un'eccezione, sono la
regola nella storia umana; la stabilità è diventata una caratteristica dell'età contemporanea in quanto lo sviluppo
economico poteva sostenerla.
Abbiamo quindi parlato di mutamenti tecnologici in agricoltura e nella natura/gestione della proprietà che favoriscono
una maggior concentrazione della proprietà in mani private. Ovviamente, questo spinge verso la ricerca di una maggior
resa della proprietà (se una terra è mia, la voglio far rendere). Gli storici parlano di rivoluzione agricola, ma è
abbastanza graduale come processo; la vera trasformazione, che caratterizza ancora la nostra esistenza, è quella della
prima rivoluzione industriale. Noi ancora viviamo in un periodo di sviluppo tecnologico: il mutamento iniziato a fine
'700 è ancora in corso, è un processo che ancora caratterizza pesantemente la nostra vita.
La produzione manifatturiera esisteva già da molto tempo (le fabbriche di lana erano comuni, ad esempio, già nella
Firenze del '300); l'esperienza della fabbrica era già sperimentata, seppur minoritaria. Prevaleva però un decentramento
del lavoro (processo ancora non esaurito: soprattutto nel settore tessile, ancora molti lavorano da casa per questa o
quell’azienda), che serviva spesso a sostenere i redditi delle famiglie contadine (lavoro soprattutto appannaggio delle
donne, che tessevano e filavano). La novità assoluta introdotta con la rivoluzione industriale è l'uso di fonti di energia
artificiali, che costituiscono il vero elemento di rottura con il passato. Da sempre, e fino a quel momento, gli esseri
umani avevano potuto contare su fonti di energia naturali (navi: a vento o a remi; mulini: acqua, vento; la trazione
animale: buoi per l'aratro, cavalli per gli spostamenti; fuoco per la lavorazione dei metalli). Si pensi che un grande
storico francese, Braudel, provò a calcolare le calorie disponibili per un indiano, un francese e un inglese nel 1750 e nel
1850. Nel 1750 erano pari: la tecnologia navale occidentale era migliore, ma in generale non c'era un vero e proprio
scarto di potenza; 100 anni dopo la differenza è già impressionante → a quell’epoca, gli europei erano già padroni della
tecnologia della macchina a vapore. La macchina a vapore, tecnologicamente, non è un sistema complesso: l'acqua
bolle, il vapore produce un movimento ascensionale spingendo un pistone; una biella trasforma il movimento verticale
in movimento rotatorio… ed è così che otteniamo il treno a vapore!
La fonte di energia moderna è quindi quantitativamente più importante delle fonti precedentemente utilizzate.
Si iniziano inoltre ad osservare importanti fenomeni di dislocazione della produzione: per gestire il vapore serve
l'acqua, inoltre perché i trasporti fino ad allora erano basati sull'acqua. Da sempre, per spostare grandi pesi si utilizzavno
le navi; si pensi che in Italia settentrionale i canali erano diffusissimo. Si poteva andare anche in salita, facendo
trascinare una chiatta da degli animali; la discesa ovviamente era gratis dal punto di vista energetico. Il controllo dei
mari è strategico per la gran parte della storia umana; l'aria diventerà strategico durante la IIGM e in seguito lo spazio,
ma il mare continua a contare molto, soprattutto a livello di commercio, che è ancora prevalentemente marittimo.

Il termine “rivoluzione industriale” fu usato abbastanza presto per descrivere questo fenomeno, in parallelo all'uso
politico del termine rivoluzione, sia in USA che in Francia. L'etimologia della parola “rivoluzione” è astronomica,
anche se poi ha assunto un significato diverso (non si torna al punto di partenza, come nel moto degli astri). Con la
rivoluzione industriale si tende a sostituire al lavoro umano il lavoro delle macchine. Le macchine hanno lo svantaggio
di rompersi, ma non si stancano e possono lavorare ad un ritmo predefinito. Sostituzione di energie inanimate a quelle
animate. I motori usano il calore per produrre movimento e lavoro: in prospettiva aprono la strada ad un lavoro e quindi
ad una produzione continua.
Utilizzo di nuove materie prime: molto a lungo la materia prima dominante di questo processo è stato il carbone. Ad
oggi siamo nell'era del petrolio, che sta cominciando a finire. La localizzazione delle materie prime favoriva o
svantaggiava le regioni geografiche che ne erano provviste (es. nel '700 il petrolio non era importante!). In Inghilterra e
in Europa centrale c'era grande disponibilità di carbone, pertanto queste regioni godettero di una posizione di vantaggio.
Il cambiamento del sistema produttivo in questa direzione produce un'altra conseguenza generale di grande importanza:
come accennavamo nella scorsa lezione, la crescita demografica andava a cicli, ma con la rivoluzione industriale si ha
uno sviluppo demografico che al massimo poteva conoscere temporanee crisi. Questo senso di “possibilità non limitata”
del miglioramento è alla base dell'idea del progresso che trionferà nell'800.
Abbiamo ceti nuovi, capaci di intraprendere e rischiare, che non sempre vengono dall'élite della società (che, avendo
una posizione già garantita non sentiva il bisogno di rischiare per migliorare: un Lord inglese non aveva grandi velleità
imprenditoriali, perché si trovava già in una posizione agiata!). Si aprono spazi d'azione per ceti che esistono già
(speculatori finanziari, commercianti, persone istruite che capiscono il potenziale di questi nuovi processi), che
applicano le loro conoscenze all'impresa.
Nel mondo pre-industriale (la prima rivoluzione industriale riguarda il settore tessile e siderurgico) il lavoro era
decentrato; nel mondo industriale sono invece le persone che devono andare a lavorare là dove ci sono le macchine:
nasce quindi il sistema di fabbrica, che rappresenta quindi una novità. Centinaia di persone si devono spostare e andare
a vivere vicino alle fabbriche, rispettare i loro orari. Se per la prima volta nella storia migliaia di persone si trovano
insieme a fare nello stesso tempo lo stesso lavoro (la schiavitù non era proprio la stessa cosa), gli stessi gesti, nasce
qualcosa di nuovo: la classe operaia, così come fu chiamata dai critici socialisti, che condivide l’ambiente, la vita, gli
obiettivi. Nasce quindi un nuovo senso di appartenenza, quello di classe. La presenza di problemi sociali nuovi
determina subito adattamenti lì dove questi problemi si presentano. Ad esempio, negli anni '20 in Inghilterra sono
autorizzate già le prime forze di sindacato e si radicano nuove forme di protesta (lo sciopero) e di contrattazione (si
pensi che a fine '800 gli scioperi contadini in Italia vengono ancora repressi nel sangue!) → collettivizzazione dei
contratti, perché a bisogni comuni corrispondono risposte comuni (il contratto del mezzadro col padrone era, invece,
individuale!). Nelle aree di primo radicamento della rivoluzione industriale (Inghilterra e una piccola parte dell’Europa
centro-settentrionale) si innescano quindi rivoluzioni sociali molto rapide; altri Paesi, sia europei che non, ci arriveranno
molto più tardi.
Si produce quindi uno scarto politico sociale tra Inghilterra e una piccola parte dell'Europa centro-settentrionale e le
aree meno industrializzate. La storia della Gran Bretagna non risponde alle grandi periodizzazioni politiche della storia
europea: nel 1848, anno delle rivoluzioni europee, non succede assolutamente niente, perché le concessioni richieste dai
ribelli al popolo inglese erano già state fatte. La prima rivoluzione industriale induce molte trasformazioni materiali:una
siderurgia di livello più sviluppato facilità anche l'industria degli armamenti. Si pensi all'istituzione del premio Nobel:
Nobel era diventato ricchissimo per l'invenzione della dinamite negli anni '60 dell'800, il cui uso prevalente era bellico.
Perché questo sviluppo è avvenuto in Inghilterra?
A parte il fatto che Watt era inglese, la GB aveva un sistema finanziario abbastanza moderno. Era quindi possibile
ottenere prestiti: il sistema di credito consentiva ad un imprenditore di avviare un'impresa. Senza credito non si fa
niente! Inoltre c'era una buona formazione scientifica (scienza basata sull'empirismo), una relativa libertà d'opinione,
senza troppi vincoli religiosi; una buona rete di comunicazioni; risorse materiali come il carbone. Condizioni non molto
diverse esistevano comunque anche in Germania (e infatti alcune zone partirono prima); questo però non basta a
spiegare il perché la rivoluzione industriale si sia avuta in Inghilterra.
Fatto sta che il XIX secolo è segnato da un'egemonia economica (commerciale, finanziaria, industriale) e politico-
militare della GB, che rivolge le sue attenzioni soprattutto al mondo extra-europeo.
Una precisazione legata al settore tessile: il cotone ebbe un’importanza fondamentale anche nel sostegno alla svolta
demografica. Infatti, il calo di mortalità infantile fu legato anche al cambio delle condizioni di igiene: bastava poco
perché si superasse una soglia di miglioramento. Uno dei fattori che sembra essere stato determinante è proprio
l'impiego del cotone. Prima la lana era il tessuto più importante, ma si asciuga male, è più caro, è soggetta a infestazione
di parassiti; il cotone invece è più facilmente lavabile, si asciuga alla svelta e diventa sostanzialmente meno caro grazie
alla produzione industriale → di fatto la gente comincia a cambiarsi d'abito quando va a letto!! Sono cambiamenti
minimi e graduali ma molto importanti. Il cotone diventerà poi una materia prima importantissima nel XIX secolo, si
pensi alla guerra di secessione americana, le cui cause sono anche da ricercare nelle questioni economiche riguardanti la
produzione del cotone.
Terza rivoluzione: la rivoluzione politica
I grandi mutamenti politici si avviano alla fine del ‘700. Oggi, 2021, gli USA sono ancora la potenza egemone (più o
meno) a livello mondiale, e nascono però nel 1776 da una rivoluzione politica: confermiamo quindi la motivazione alla
base della periodizzazione che abbiamo adottato in questo corso, ossia la nascita di fenomeni ancora in corso ad oggi, e
l’esperienza politica americana è uno di questi (gli altri grandi imperi precedenti, come quello spagnolo, hanno ormai
perso la loro posizione egemonica). Altra grande rivoluzione politica di quegli anni è ovviamente la rivoluzione
francese, che ha prodotto esiti che ci accompagnano ancora.
L’esempio americano ci può fornire una serie di spunti di riflessione notevoli. L’esempio delle colonie americane è
importante per tanti aspetti. Le colonie inglesi sono raggruppate sulla costa est degli USA, e originariamente non erano
neanche tutte inglesi: New York, del resto, era olandese (si chiamava Nuova Amsterdam), e Wall Street ha questo nome
perché là si trovava il “muro” (o meglio, una palizzata) in cui finiva la città. Sulla costa atlantica nordamericana si
insediarono coloni provenienti principalmente da GB ed Europa del Nord per motivi economici (cercavano fortuna),
religiosi (i pellegrini del Mayflower erano di una setta protestante mal tollerata nell’Inghilterra anglicana, e cercavano
una maggior libertà religiosa; la presenza di forme di radicalismo religioso negli USA è ancor oggi un fenomeno
caratteristico e vivo, es. Amish)… e queste poplazioni si raggruppano in colonie abbastanza omogenee per popolazione
e religione. Ad esempio, nella colonia del Maryland risiedono soprattutto cattolici; in Virginia, la prima colonia, vanno
gli anglicani, che la chiamano così in onore di Elisabetta I, la regina vergine; la Pennsylvania ospitava molte sette
religiose strane, etc.
Giuridicamente, le colonie sono di tre tipi: 1) regie, dove il re nomina direttamente il governatore, 2) proprietarie, cioè
territorie venduti dal re ad un possidente, che nomina il governatore (es. Pennsylvania, venduta a tale signor Penn), 3)
corporate, le cui autorità politiche sono elette dal basso e costituiscono esperienze di democrazie religiosa. Tutte le
colonie saranno coinvolte nella Guerra dei Sette Anni (1757-1763), che oppone GB e F sia in Nordamerica che in India.
Questa guerra, armando i coloni, mette in moto meccanismi che poi sfuggiranno al controllo della madrepatria: si pensi
che uno dei comandanti dell’esercito inglese in America era niente meno che George Washington, grande proprietario di
schiavi virginiano e che poi userà il sapere militare acquisito durante la guerra per combattere proprio gli Inglesi! Alla
fine della guerra, vinta dagli Inglesi, la GB si trova in serio disavanzo monetario (la guerra è un’operazione costosa); si
pensa così di dare sollievo alle casse dell’erario tassando pesantemente proprio le colonie e imponendo ai coloni di
acquistare solo merci britanniche / esportare solo nei territori della corona. I coloni non accettano queste condizioni (ad
esempio, commerciavano proficuamente, sebbene di contrabbando, con i possedimenti americani spagnoli); oltretutto,
in Inghilterra le tasse vengono votate da un Parlamento. I contribuenti inglesi sono quindi, almeno parzialmente,
rappresentati nell’assemblea parlamentare, ma i coloni americani non eleggevano rappresentanti al Parlamento di
Londra, e la loro richiesta nei confronti della corona, quindi, in risposta alla pesante tassazione, fu “No taxation without
representation”. Era una richiesta ragionevole: i coloni erano anche disposti a pagare le tasse, ma esigevano almeno una
certa rappresentanza in Parlamento! Era una richiesta così ragionevole che molti politici inglesi, in realtà, ne sostennero
le istanze, ma Re Giorgio III (che aveva una personalità un po’ particolare), non volle sentire ragioni nei confronti delle
proteste dei coloni (alcune delle quali molto pittoresche, come il famoso Boston Tea Party). Il Re dichiara quindi i
coloni “ribelli”, dando inizio ad una vera e propria guerra. Nel 1774 i coloni si riuniscono in congresso a Philadelphia
(da cui il nome attuale del Parlamento americano, ossia il Congresso) e fanno richieste moderatissime: non chiedono
subito l’indipendenza, non vogliono separarsi. Di fronte alle resistenze invincibili del Re d’Inghilterra, però, il 4 Luglio
del 1776 si presenta e si vota la Dichiarazione d'indipendenza scritta di Thomas Jefferson, documento utopistico di
grande bellezza. Osserviamo il manoscritto: un passo sembra proprio scritto di getto, senza essere stata aggiunta o
corretta. I diritti fondamentali della tradizione liberale (si pensi a John Locke) sono: la vita dei singoli, la libertà, la
proprietà. Jefferson, nel suo manoscritto, li cambia, aggiungendo the pursuit of happiness (non c'è un diritto alla felicità,
ma alla sua ricerca sì!). C'è uno sfondo utopico, una carica ideologica che rimane profondamente radicata nella storia
americana: la consapevolezza di stare iniziando un eseprimento politico completamente diverso da quello che si era
visto finora nella storia. L'America è figlia dell'Europa, ma se ne stacca per contribuire ad un esperimento totalmente
nuovo.
In conclusione, a motivare la periodizzazione adottata in questo corso è l’osservazione delle seguenti trasformazioni:
1) demografica
2) economica
3) politica
4) culturale
Lezione 3 – 18/02/2021
Nel 1776, prima che si proclami l'indipendenza, Thomas Payne (giornalista inglese) scrive Common sense, in difesa
delle rivendicazione dei coloni; questo libro ebbe un'enorme fortuna editoriale e vendette in poche settimane più di
100.000 copie, un numero incredibile: questo ci dice che nelle colonie americane molte persone sapevano almeno
leggere. Si pensi, invece, che nell'età pre-contemporanea molte persone sapevano leggere ma non scrivere; del resto, le
due abilità richiedono tecniche ben diverse, es. imparare a tenere la penna d'oca ferma, era una vera e propria tecnica
fisica. Si noti anche che molta gente, soprattutto di formazione protestante, sapeva leggere perché per i protestanti è
dovere leggere personalmente le sacre scritture, mentre i cattolici se le fanno spiegare dal sacerdote. Anche molte donne
degli ambienti protestanti sapevano leggere! Nel mondo cattolico l'analfabetismo era assai più diffuso (80% tasso di
analfabetismo in Italia).
Payne scrive “possiamo ricominciare il mondo”, si parla di un nuovo mondo, una nuova razza di uomini: questo non
rimase pura retorica. Parliamo spesso di manifest destiny quando si parla di politica americana, ma non è solo retorica, il
senso di rottura con la tradizione precedente è molto forte – non si trattava solo di chiedere una maggior
rappresentazione al Parlamento di Londra. È un radicalismo molto presente anche nella Dichiarazione d'Indipendenza.

Nella Dichiarazione d'Indipendenza si parla di 1) diritto alla secessione; 2) tutti gli uomini sono creati uguali →
attenzione, però: nella costruzione concreta dell'esperimento politico americano ci sono due pesanti eccezioni: il
rapporto con i nativi Americani e la presenza degli schiavi; 3) tutti gli uomini hanno diritto alla vita, alla libertà, la
ricerca della felicità; 4) per assicurare questi diritti i governi sono stabiliti dagli uomini derivando i loro poteri dal
consenso dei popoli. Si ha il rovesciamento della concezione tradizionale del potere per grazia divina.
Non a caso, il potere si trasmetteva ancora per linea di sangue nelle dinastie europee. La rivoluzione americana è tale
anche perché per la prima volta, il potere non scende dall’alto (da Dio), bensì sale dal basso: il consenso dei governati è
fondamentale per stabilire un governo. Quando i governanti perdono tale consenso, secondo la Dichiarazione
d’Indipendenza, è diritto dei governanti destituire il governo (alter or abolish → si teorizza anche un diritto
all'insurrezione). Si ha quindi una concezione della natura della sovranità radicalmente differente (si pensi alla poesia di
Belli del 1831 “Li soprani der monno vecchio”).
La legittimità di sangue, concetto naturale in Europa fino alla fine del XIX secolo, a noi sembra un concetto obsoleto,
ma in realtà non è completamente sparita dalle nostre vite quotidiane, si pensi alle eredità che percepiamo dai nostri
parenti defunti. Semplicemente, una volta questo principio valeva in generale, anche per il governo della cosa pubblica.

La guerra con la GB (1776-1783) viene quindi vinta dagli USA con l'aiuto della Francia (Pace di Parigi); le 13 colonie
devono mettersi d'accordo per scrivere la Costituzione, la cui elaborazione è molto lunga (molte questioni rimangono
aperte, come vedremo in seguito). Tra il 1812 e il 1814, attaccando dal Canada, gli inglesi provano a riconquistare gli
USA, arrivando a prendere Washington; tuttavia, gli Inglesi lasciano presto perdere gli USA. La Costituzione è frutto di
un compromesso: su alcuni punti di discordia la Costituzione non decide. Ciò che è compreso nella Costituzione
riguarda tutti gli Stati, e gli argomenti della quale essa non parla rimandano alle leggi dei singoli Stati: per questo
motivo in alcuni Stati la schiavitù era legale e in altri no. Sarà Lincoln che, con il 13 esimo emendamento, proibirà la
schiavitù a livello federale. Stesso discorso vale per la pena di morte, che vale in alcuni Stati e in altri no. Natura
federale degli USA  ogni Stato ha delle sue particolari giurisdizioni: lo vediamo anche in varie serie poliziesche, in
cui il criminale cerca di passare il confine dove un particolare fatto non è reato. L'autonomia dei singoli Stati e delle
relative giurisdizioni è difesa con molta forza; sempre nelle serie poliziesche possiamo osservare tensioni tra polizia
locale e FBI (che indaga però sui soli reati federali). Questa ostinata difesa dell'autonomia dei singoli Stati è tuttora,
quindi, molto visibile. Il sistema politico americano è interessante perché è uno di quelli in cui la separazione dei poteri
liberali è più rigida. Il potere legislativo è nelle mani del Parlamento; il potere esecutivo è detenuto dal Governo; il
potere giudiziario decide sulle violazioni delle leggi da parte dei cittadini e dei pubblici poteri. Negli USA da subito è
vietato a chiunque di far parte di più di un potere contemporaneamente. Nel nuovo governo italiano alcuni ministri sono
anche deputati: negli USA questo sarebbe vietato! In Italia abbiamo avuto perfino magistrati che si mettevano in
aspettativa per fare i deputati e in seguito i ministri! Inoltre, negli USA la figura del Capo dello Stato e la figura del
Capo del Governo coincidono, in Italia no. Il Presidente degli USA è eletto direttamente dal popolo: ha pertanto la
stessa legittimazione del Parlamento; in Italia il Presidente della Repubblica viene eletto dal Parlamento. Infatti, quella
americana è una repubblica presidenziale; il potere del Presidente americano è limitato dalle due camere e da
un'istituzione che alla sua nascita esisteva solo negli USA: la Corte suprema (un analogo in Italia potrebbe essere la
Corte costituzionale), composta di pochissimi magistrati, nominati a vita (in Italia il mandato dura 7 anni), che possono
giudicare a tutti i livelli, anche sulla costituzionalità della legge (es. durante la presidenza di Roosevelt la Corte
Suprema intervenne a correggere molte decisioni del Presidente perché ritenute non conformi alla Costituzione).
Normalmente, nella storia USA, i presidenti hanno avuto la capacità di superare la loro storia di parte (Capo di
Governo) per essere percepiti come “il presidente di tutti” (Capo di Stato).
Dove si manifesta la natura federale degli USA? All'interno del Parlamento, composto da Camera e Senato. Il Senato
americano è molto diverso da quello italiano, eletto grosso modo con le stesse modalità della Camera. In USA è diverso:
se il Senato fosse eletto su semplice base demografica, ci sarebbe un grosso svantaggio per gli stati più piccoli e poco
popolati. Ogni Stato, indipendentemente dalla popolazione, manda al Senato due senatori (sono quindi in totale 100
senatori). Il Senato, proprio perché rappresenta gli Stati, ha grandi attribuzioni, soprattutto in politica estera, per evitare
decisioni non condivise da parte del Presidente USA. È capitato che il Senato abbia votato contro l'operato del
Presidente in politica estera; ci sono condizioni strette (es. maggioranza qualificata) ma comunque è possibile. Gli USA
sono quindi una democrazia molto articolata, nella quale i principi della democrazia (la separazione dei poteri e loro
diversa funzione, traduzione in istituzioni della sovranità popolare) sono estremamente radicati (es. l'esercizio della vita
democratica è molto più capillare, es. alcuni magistrati sono eletti, il capo dei vigili urbani, etc).
Comincia quindi un processo di progressiva democratizzazione che poi interesserà l'età contemporanea: non a caso la
Costituzione più antica del mondo è quella degli USA. La GB è il Paese con le istituzioni liberali più antiche del
mondo: ma si pensi che essa non possiede una Costituzione scritta (da cui la confusione generata in seguito alla Brexit,
in mancanza di principi da seguire)! La GB ha un sistema di leggi consuetudinarie. La Camera dei Comuni era elettiva e
quella dei Lord era ereditaria o a nomina regia. In Europa, però, la pioniera della democrazia è stata la Francia.

L'ultima grande modificazione che accompagna la storia dell'età contemporanea è quella della mentalità e dei costumi,
molto più lenta delle altre tre (si pensi che nella GB del XIX secolo l'omosessualità era reato; negli anni '60 il libro
L'amante di Lady Chatterley subì un processo per oscenità!). La mentalità delle persone cambia molto lentamente di
fronte al modificarsi di condizioni materiali. A questo proposito, citiamo un aneddoto riportato in La ricchezza e la
povertà delle nazioni, di David Landes: l’aneddoto riguarda Nathan Rothschild, l'uomo più ricco del mondo dell'epoca,
che nel 1836 muore per una semplice carie. Uno storico tedesco, Reinhart Koselleck, ha provato in un saggio a definire
questo passaggio usando una coppia concettuale: ambito di esperienza / orizzonte di aspettativa. L'ambito di
esperienza è quello che ci capita, l'insieme di attività che fanno parte della nostra esperienza; l'orizzonte di aspettativa è
quello che noi, razionalmente, pensiamo che ci possa capitare. Nel nostro orizzonte di aspettativa, es. può esserci l'idea
di cenare a Londra e tornare a casa il giorno dopo. Nathan Rothschild, pur essendo l'uomo più ricco del mondo del suo
tempo, non poteva neanche immaginarsi una cosa del genere. Tipico dell'età contemporanea è stato un addensarsi e
arricchirsi dell'ambito di esperienza e dell'orizzonte di aspettativa. L'esistenza degli esseri umani, precedentemente, si
svolgeva in ambiti limitatissimi, così come il loro orizzonte di aspettativa; in primis l'aspettativa di vita. La grande
trasformazione è questa: che anche a livelli sociali medio-bassi possiamo fare cose che l'uomo più ricco del mondo di
secoli fa non poteva neanche immaginare. Il mondo si arricchisce e si complica; la gestione di un mondo più complicato
è ovviamente ben diverso. Es. amministrare uno stato assoluto è ben diverso dall'amministrare uno stato moderno, in cui
l'opinione pubblica ha comunque un peso, in una società di massa. Le funzioni materiali della vita si sono complicate,
es. nel '700 non esisteva un sistema scolastico pubblico.
Nell'età contemporanea la storia politica rappresenta un buon contenitore; le scelte politiche sono state anche
determinanti nella vita di molte persone. Nell'800 è stato determinante l'affermazione degli stati nazionali, che sono stati
gli attori primcipali della storia, così come il sentimento nazionale ne è stato il motore.
Se prendiamo come riferimento la politica, in questo ambito i simboli contano molto a livello identitario. Noi leghiamo
la nostra appartenenza a un'identità politica; il nostro Stato ci chiede di essere il primo punto di riferimento
dell'obbligazione politica → in primo luogo dovremmo essere italiani, e le altre identità dovrebbero essere subordinate a
quella nazionale. Es. nel '900 i cittadini italiani sono stati chiamati nel corso di varie guerre a morire per la Patria:
l'identità nazionale ha richiesto il sacrificio della vita. È interessante analizzare i simboli attraverso cui le comunità
nazionale si autorappresentano: ad esempio, abbiamo le bandiere, che sono relativamente recenti (una volta le bandiere
erano appannaggio delle dinastie e non delle identità nazionali), gli inni nazionali che sintetizzano l'identità primaria
della nazione. God save the king è l'inno più antico ('600), è un inno dinastico. L'inno USA viene composto invece
durante la guerra anglo-americana ed ha una valenza estremamente militare (diventa inno americano solo nel XX
secolo): esso è connotato da elementi di autorappresentazione della nazione americana come terra dei liberi e casa dei
coraggiosi.
Lezione 4 – 22/02/2021
Ritorniamo ancora su ambito di esperienza e orizzonte di aspettativa. L’ambito di esperienza e orizzonte di aspettativa
di un contadino toscano nel '400 e nel '700 non erano granché diversi: già nel XIX secolo la questione iniziava ad essere
abbastanza diversa, fino ad una vera e propria rivoluzione a cavallo tra XIX e XX secolo. Questo rende la vita degli
esseri umani più ricca, densa, ma anche più varia e più difficilmente semplificabile. Si ampliano quindi in modo enorme
sia ambito di esperienza che orizzonte di aspettative: soprattutto le generazioni nate a fine ‘800 hanno visto il mondo
cambiare sotto i loro occhi, erano nati in un mondo in cui nelle case non c’era la corrente e prima di morire hanno visto
l’uomo andare sulla luna! È una formula per riassumere dei cambiamenti che in maniera crescente hanno riguardato una
larga fascia di umanità, non solo gli strati sociali più alti, anche se con intensità diversa: la nascita di un modo di vita
legato sia all'aumento delle risorse materiali, economiche e tecnologiche che a un mutamento che riguarda
l'allentamento di certi vincoli della vita sociale. Certi interdetti della vita sociale sono durati a lungo, ma indubbiamente
durante l'età contemporanea si è assistito a una graduale liberalizzazione dei costumi. Nelle case dell'alta borghesia
dell'Europa centrale del XIX secolo si mettevano dei pantaloni alle zampe dei pianoforti perché ricordavano troppo
delle gambe nude.
Introduciamo adesso alcuni temi che nascono con la Rivoluzione Francese, che proviamo ad analizzare leggendo il testo
dell’inno francese, “La Marsigliese”. Il testo risale al 1792, anni in cui si combattono le guerre rivoluzionarie contro
l’Europa monarchica. Il titolo originale era “Canto di guerra dell’armata del Reno”; il brano avrà un enorme successo –
venne poi chiamato “La Marsigliese” perché veniva cantato dai volontari marsigliesi. Nel 1795 La Marsigliese diventò
l'inno nazionale della Francia, poi fu proibito da Napoleone, e questo inno rimase proibito fino al 1831. Torna in voga,
come semplice canzone, negli anni ’50 del XIX secolo, ma quando Napoleone III diventa imperatore, proibisce
nuovamente questo canto. La Marsigliese diviene definitivamente inno nazionale durante la Terza Repubblica, alla fine
degli anni ’70 dell’800. I tedeschi lo vieteranno nuovamente quando occuperanno la Francia. Analizzando il testo,
notiamo che presenta caratteristiche molto diverse da quelle dell'inno nazionale americano. Il primo punto da
sottolineare è l'estrema durezza verbale - i nemici muggiscono, non sono nemmeno esseri umani; vogliono “venire a
sgozzare i nostri figli e le nostre compagne”. Questo è indice dell'enorme forza della passione rivoluzionaria e
nazionale: la storia è fatta anche di questo del resto. La Rivoluzione Francese ebbe infatti una componente emotiva
fortissima, il nemico ha un “sangue impuro” che deve “inzuppare la nostra terra”. L'inno comincia, inoltre, con “Avanti,
figli della Patria”: nel mondo tradizionale i sudditi non sono figli della Patria, sono solo sottoposti del sovrano. La
parola “figli” designa una relazione ben diversi; “Patria” è una parola usata dagli antichi Romani, ma durante la
Rivoluzione francese inizia ad assumere un significato diverso. Le parole coprono nel corso del tempo significati
diversi: un greco antico intenderebbe la parola “democrazia” in modo molto diverso dal senso che le diamo oggi, così
come se dicessimo “patria” ad un antico romano!! “Figli della Patria”, detto in quel contesto, è una locuzione
ricchissima di significati.
È interessante notare che, ad inizio '800, della Patria si dà una raffigurazione visiva al femminile: la Patria è la madre.
Tipica dell'Italia è una testa di donna che porta una corona che assomiglia a delle mura medievali. Esiste un quadro
famosissimo, che riguarda la Rivoluzione francese del 1830, “La libertà che guida il popolo”, di Delacroix, che
rappresenta Marianna, la Francia che guida i suoi figli alla rivoluzione per l'affermazione della libertà; la Grecia che si
ribella contro i Turchi è rappresentata come una donna da Delacroix; Italia e Germania di Overbeck sono rappresentate
come nazioni sorelle che ancora non hanno uno Stato.
L'iconografia è importante, perché configura l'immaginario, soprattutto in un mondo dove la popolazione non sapeva
leggere. “Citoyens” → cittadini, che riconoscono la Patria in quanto entità che garantisce loro dei diritti (eredità
dell'illuminismo e della rivoluzione americana); non si combatte comunque solo in nome della nazione ma anche in
nome della libertà, pertanto, potenzialmente, i nostri interlocutori sono anche altrove, i popoli oppressi da sovrani
(“Liberté, liberté chérie”): la Marsigliese ha un carattere nazionalista ma non è esclusivamente nazionalista.
L'ambiguità dell'età rivoluzionaria e napoleonica è tutta qui:è un esperimento di modernizzazione del sistema politico e
allargamento delle libertà che però coincide con un'espansione nazionale, quindi quando al potere va Napoleone la
Francia persegue una politica di conquista. Nei Paesi conquistati la Francia porta istituzioni più moderne, ma è anche
conquistatrice, esportando così un rapporto ambiguo tra liberatore e conquistatore. Per reazione, la conquista francese,
che pure modernizza e che pure porta libertà, sollecita in alcune aree culturali e politiche (Italia, Germania) la ripresa di
sentimenti nazionali, opposti al conquistatore francese (in Italia la situazione è ancora più complicata, visto che
Napoleone era còrso di famiglia italiana!). In altri contesti, invece, Bonaparte era anche visto come un liberatore sotto la
cui egida portare avanti un discorso di liberazione nazionale, come ad esempio in Italia (in questo caso, anche
l’italianità di Napoleone giocò un ruolo importante). La modernizzazione politica e amministrativa portata avanti da
Napoleone viene comunque esportata in tutta Europa: il codice civile di Napoleone era di straordinaria modernità, e si
pensi all'esportazione del sistema metrico decimale: cambia il modo di misurare la realtà, è difficile tornare indietro da
conquiste del genere e simili rotture con il passato! Ricordiamo quindi questo carattere ambiguo della Rivoluzione
francese, che consente una grande modernizzazione politico-amministrativa e un esteso allargamento delle libertà, ma
ha anche un forte carattere di espansione nazionale, soprattutto durante gli anni di Napoleone, che persegue una politica
di conquista e destrutturazione del sistema politico europeo. Un testo chiave, ad opera di Fichte, “Discorsi alla nazione
tedesca”, pronunciati dopo la sconfitta inflitta alla Prussia da Napoleone, è uno dei manifesti della concezione di
nazione, soprattutto in area germanica, tipico del XIX secolo → richiamo alla dimensione nazionale.

Quando Napoleone è sconfitto nel 1812 durante la Campagna di Russia e, soprattutto, dopo la sconfitta di Lipsia del
1813, si pone il problema di una riorganizzazione dell’Europa. Contro di lui avevano combattuto le grandi potenze
europee: Impero Asburgico, GB, Prussia e Russia. Decisiva, sul mare, fu la GB, che con il suo blocco navale impedì i
commerci francesi e a Trafalgar, sotto la guida di Nelson, inferse una sconfitta bruciante alla flotta francese. F e GB, per
tutto il corso del XIX secolo, non ebbero rapporti propriamente amichevoli, anzi, si osservarono anche episodi di
particolare tensione fra le due potenze.
Napoleone, sconfitto dopo Lipsia, abdica, è costretto a lasciare il trono, e dalla fine del 1814 all'estate del 1815 si svolge
il Congresso di Vienna (da qui in poi CdV). Dal punto di vista della storia delle relazioni internazionale, il CdV è una
cosa nuova, perché gli sconvolgimenti erano stati così grandi che i principali responsabili della politica europea
ritennero necessario un incontro al vertice che trattasse tutte le questioni aperte europee e tentasse di gestire le crisi
politiche internazionali coinvolgendo tutti gli attori. Ovviamente questo principio fu atteso solo in parte in quanto solo
le grandi potenze (Austria, GB, Russia e Prussia) guidarono la discussione: a queste si unì la Francia, perché il CdV era
inteso non contro la F come Stato, bensì contro la F rivoluzionaria! Una volta ristabilito in F il Re legittimo, Luigi
XVIII (fratello di Luigi XVI; Luigi XVII, il giovane figlio del Re decapitato, fu anch’esso ucciso dai rivoluzionari), la F
può essere nuovamente ammessa nel circolo delle grandi potenze, come “vittima della Rivoluzione”, grazie anche
all'operato dell’abile ministro degli Esteri Talleyrand. Altri attori secondari, la Spagna, la Svezia, lo Stato Pontificio, il
Regno di Sardegna etc. sono coinvolti molto più marginalmente (è più una conferenza al vertice che una conferenza
generale). Si noti comunque che Luigi XVII, memore della lezione rivoluzionaria, per cercare di rilegittimare la
monarchia in maniera più morbida concesse una Costituzione che, pur molto conservatrice, ma stabiliva alcuni diritti
(libertà di associazione, di stampa), un Parlamento → la Francia restaurata mantiene un elemento liberale che le altre
potenze europee non avevano. Anche se F e GB non sono legate da rapporti di alleanza, l'Europa si divide in un
Occidente blandamente liberale e Oriente con monarchie fortemente conservatrici.
Per tentare una simile riorganizzazione dell'assetto politico occorreva darsi dei principi: il principio di equilibrio e il
principio di legittimità.
Il primo consiste nella creazione di un sistema di rapporti tra potenze che impedisse a una sola di esse di diventare
molto più potente delle altre. Si aveva quindi la necessità di creare Stati cuscinetto – zone di interposizione tra le grandi
potenze – e stabilire la necessità di consultazioni internazionali prima del verificarsi di crisi aperte.
Il principio di legittimità, invece, avrebbe dovuto prevedere il ritorno sul trono delle dinastie spodestate da Napoleone
e dalla Rivoluzione: questo principio, però non viene applicato nella sua totalità. Ad esempio, inizialmente il CdV lascia
il Regno di Napoli a Gioacchino Murat (nonostante avesse partecipato alla Campagna di Russia con l’esercito
napoleonico), che aveva acquisito la sovranità sul territorio continentale del regno, mentre ai Borboni restava la Sicilia,
dov'erano protetti dalla flotta inglese. In Svezia non viene ripristinata la dinastia originaria, fatto da cui deduciamo che
il principio di legittimità viene usato a seconda delle convenienze. Si noti, inoltre, che prima della Rivoluzione francese
c'erano due Repubbliche: quella di Venezia e quella di Genova, ma un congresso di Re non può aver simpatie per le
istanze repubblicane, e le repubbliche non vengono quindi ripristinate.
Viene inoltre costituita una nuova entità: il Deutscher Bund, o Confederazione germanica. Prima di Napoleone, in
quella stessa zona, esisteva il Sacro Romano Impero Germanico, che non viene ripristinato. Dentro il Sacro Romano
Impero c'erano centinaia di piccole sovranità territoriali (ducati, principati, città-stato), che vengono drasticamente
ridimensionate, arrivando fino a 39 entità sovrane (in barba al principio di legittimità). Il problema della
Confederazione Germanica, è che la sua presidenza è data per diritto all'Imperatore d'Austria, dapprima titolare del
Sacro Romano Impero, e questo non sta bene al grande regno di Prussia. La storia tedesca dei decenni successivi si
riassume attorno a questa polarità: i Prussiani vorrebbero avere la presidenza e poi espellere l'Austria (ci riusciranno nel
1866 con una guerra). Questo avveniva per varie ragioni strutturali: la prima è di carattere culturale e religioso.
Germania del Sud e Austria sono cattoliche, la Germania del Nord è protestante (la dinastia prussiana è calvinista) –
quello è ancora un mondo in cui l'identità religiosa assume un carattere importante; l'altra è di carattere economico, la
Germania del Nord è più sviluppato e industriale, il Sud agricolo e più arretrato. Inoltre, una buona parte dell'Impero
d'Austria era al di fuori della Confederazione Germanica, pertanto l'Imperatore d'Austria non veniva visto come un
interlocutore affidabile per garantire il sostegno alla questione nazionale tedesca (Impero d'Austria → impero
multietnico e sovranazionale).
Il CdV lascia le questioni della Germania e l'Italia aperte, e queste saranno i due grandi problemi dell'Ottocento in
Europa, si costituisce un notevole asse di instabilità. Almeno la Confederazione Germanica, però, non ha il problema
dell'indipendenza, ha solo il problema della frammentazione, mentre in Italia c'è un grosso problema di sovranità
straniera.
Il CdV organizza l'Italia secondo le seguenti direttive: viene ingrandito il Regno di Sardegna con la cessione della
Liguria (l'annessione al Regno savoiardo fu vissuta male da Genova, data la sua grande tradizione repubblicana:
Mazzini, non a caso, era genovese!) come ringraziamento per la sua attività antinapoleonica. Si creò quindi uno stato
abbastanza grande. A Nordest si unisce l'austriaco ducato di Milano ai territori della Repubblica di Venezia creando il
viceregno del Lombardo-Veneto. Stato importante economicamente e politicamente, con due capitali: Milano e Venezia.
L'amministrazione asburgica era molto autoritaria, burocratica e conservatrice, ma in alcuni settori era molto moderna
(es. gestione finanziaria, sistema scolastico); in Veneto la questione era diversa, perché la popolazione di quei territori
era stata abituata, prima dell’avvento di Napoleone, al sistema politico repubblicano (Repubblica di Venezia), pertanto
la presenza degli austriaci era mal sopportata. Si ha inoltre una riorganizzazione dei cosiddetti “ducati padani” (Parma,
Modena…); il Granducato di Toscana, formalmente indipendente, era legato all’Impero asburgico in quanto la famiglia
regnante era legata alla casa d’Austria. Pietro Leopoldo, quando morì il fratello maggiore (Giuseppe II, Imperatore
d’Austria), salì nientemeno che sul trono d’Asburgo a Vienna! Possiamo quindi dire che l’indipendenza della Toscana
era piuttosto relativa. Abbiamo poi lo Stato della Chiesa, che andava da Bologna al Lazio, passando per la Romagna e le
Marche, amministrato dal Papa, che veniva eletto formalmente dai cardinali; tuttavia, dato che l’Austria era una potenza
cattolica, difficilmente avrebbe tollerato un Papa anti-austriaco. Si noti anche che, sebbene la F fosse un paese cattolico,
i Papi furono “trattati molto male” da Napoleone (sebbene a un certo punto lo stesso imperatore avesse stretto un
concordato con la Chiesa). Nella cartina vediamo inoltre il Regno delle Due Sicilie, che assume questa denominazione,
però, solo nel 1816. Infatti, il Regno era inizialmente diviso tra regno di Murat nel continente (Napoli) e i Borbone nelle
isole (Sicilia). Murat, ex comandante della cavalleria di Napoleone poi si schiera con il suo vecchio comandante una
volta che questi fugge dall'esilio elbano e, per questo, perde il trono di Napoli. Murat sbarcherà in Calabria nel tentativo
di riprendersi il trono, ma verrà catturato e fucilato. I Borboni acquisiscono così il controllo dell’intero meridione
italiano. I Borbone sono anch’essi molto legati alla Corte di Vienna, spesso anche per via dinastica; i matrimoni
avevano un grande peso nelle relazioni internazionali! Molte regine di Napoli furono austriache; l’ultima regina di
Napoli era addirittura la sorella di Sissi, l’Imperatrice Elisabeth d’Asburgo! Da questo quadro si capisce che l’unica
forza politica veramente indipendente della penisola italiana era il Regno di Savoia, che infatti guideranno il processo di
indipendenza e unificazione italiana. Tuttavia, né in Germania né in Italia, che pure sono entrambe nazioni linguistiche
e culturali, hanno quindi una dimensione statale che riconosca tale principio di nazionalità; in più, a differenza della
Germania, l’Italia vede anche la presenza sul suo territorio di sovrani non italiani o dinasticamente legati ad altre
potenze. Al CdV Metternich definì l'Italia una “espressione geografica” e non politica.

Iniziamo a notare che, in Europa occidentale abbiamo perlopiù stati nazionali: la Francia, per esempio, è sempre stata
uno stato nazionale, dove l’espansione dell’ambito linguistico e della tradizione dinastica coincidono, così come, con le
dovute eccezioni, la Spagna e il Portogallo. La GB è un Regno Unito: nasce nel 1707 con l'unione delle corone inglese e
scozzese. Ad Oriente, invece, abbiamo una prevalenza di imperi sovranazionali: l’Impero Asburgico, l’Impero russo
(che comprendeva anche il Regno di Polonia e la Bessarabia). Altro grande incomodo nell’Europa Balcanica era Impero
Ottomano, che era impero islamico; il fatto che un impero islamico detenga ancora metà Balcani è un grande problema
per l'Europa cristiana e lo sarà per tutto il corso del XX secolo! Nell’Europa orientale la forma politica che prevale è
quindi l’impero multietnico, multilinguistico e sovranazionale. Tra questi due poli, al centro, abbiamo le due nazioni
senza stato: Germania e Italia, che sarano protagoniste dei movimenti per conquistare un’identità unitaria tra stato e
nazione.

Il CdV introdusse anche altre specificazioni. Pur non occupandosi in maniera sistematica di questioni esterne all'Europa,
ad esempio, prese una posizione favorevole all'abolizione del traffico degli schiavi. Questa è una di quelle questioni che
cominciano ad emergere nell'Europa dell'800, in America la tratta dall’Africa era già stata vietata nel 1808. Si dette
parecchio da fare, in tal senso, Papa Pio VII. Si ha poi anche la cessione dell'Isola d'Elba a Napoleone (che ne era a tutti
gli effetti sovrano).
Accanto alle decisioni del CdV si ha però anche la stipulazione di un singolare documento, costitutivo della cosiddetta
Santa Alleanza, contratta dal Re di Prussia, lo Zar di Russia e l'Imperatore d'Austria, rappresentanti delle grandi
confessioni cristiane, le quali cercano di darsi un'unità di azione politica impegnandosi a mantenere l'ordine dei popoli
cristiani, intervenendo anche a difesa dell'ordine internazionale. Il testo è particolarmente conservatore, e si apre nel
nome della santissima e indivisibile trinità, presentando i Prìncipi come “buoni pastori dei loro popoli”: è chiaro che
questa non è un'immagine democratica, il gregge è la massa indistinta dei sudditi che ha bisogno della guida del
sovrano; ci si appella alla Divina Provvidenza. Il documento fissa i principi di un ordine del tutto tradizionale; i popoli
sono soggetti ai loro sovrani, che si comportano come pater familias, riconoscendo i principi della religione come unici
principi guida della comunità politica. Non tutti aderirono: la GB ne rimase fuori e Castlereagh la definì come una
sublime sciocchezza; perfino a Metternich il testo parve una nullità altisonante. Il Papa non aderì in quanto non
concordava con la presenza di protestanti e ortodossi nell'alleanza. Il documento, tutto sommato, esprimeva una visione
della sovranità diametralmente opposta a quella espressa nella dichiarazione d'indipendenza degli USA, che si apre con
il soggetto “We, the people of the USA”.
Alla Santa Alleanza si aggiunsero delle integrazioni politiche, come la Quadruplice Alleanza (nella quale entra anche la
GB) e delle decisioni che stabilirono un altro principio, il cosiddetto principio d'intervento: in pratica, là dove si
manifestano crisi dell'ordine internazionale che mettono in discussione l’ordine legittimo, le potenze terze intervengono
per ripristinarlo, anche se i propri affari interni non sono coinvolti direttamente. Questo si verifica sia con i moti europei
del 1820-21, sia con il grande movimento che tra il 1808 e il 1830 porterà all’indipendenza delle colonie spagnole in
America Latina, al crollo dell'impero coloniale spagnolo e alla nascita degli stati indipendenti dell'America Latina, che
fa emergere una grande frammentazione politica: anche questo è un portato dell'età napoleonica.
Lezione 5 – 23/02/2021

La liberazione dell'America Latina dal colonialismo non ha prodotto gli stessi effetti che nell'America Settentrionale: in
America Latina si ha un processo di frammentazione politica, mentre la rivoluzione americana del 1776 ha portato alla
costituzione di un unico soggetto statale, ossia gli USA (per quanto entità federale).
In generale, la storia dell'America Latina sfugge alle periodizzazioni generali. Alla fine del '700, fatto salvo alcune zone
di colonie inglesi e francesi, l'America Latina è divisa in quattro viceregni spagnoli e un viceregno portoghese.
Abbiamo la Nuova Spagna, corrispondente a 2/3 degli attuali USA (attenzione: al nord la colonizzazione spagnola era
però meno intensiva che al sud; si consideri che la presenza ispanofona in alcuni stati degli USA è proprio dovuta
all'antica presenza coloniale spagnola, es. New Mexico), Nuova Granada, Plata e Perù.
Spagnoli e Portoghesi sono in America dal XVI secolo e hanno avuto molto tempo per strutturare la propria presenza (è
la colonizzazione più lunga della storia mondiale, molto più lunga di quella inglese negli USA); è una colonizzazione
crudele (si pensi alla distruzione delle civiltà precolombiana anche a causa delle malattie portate dagli europei) e
sfruttatrice, ma è caratterizzata anche da esperimenti sociali molto complessi. In questi viceregni si sono formate
aristocrazie di origine europee, creole, a tutti gli effetti autoctone, che sopportavano malvolentieri il rapporto di
dipendenza con la madrepatria che si esplicava nella figura del viceré e della burocrazia di Madrid o Lisbona.

La crisi comincia con un avvenimento esterno: l'invasione di Napoleone della Spagna e del Portogallo, che interrompe
momentaneamente il controllo sulle colonie. Il re del Portogallo fugge in Brasile; in Spagna si organizza una forte
resistenza (immortalata nel famoso quadro Fucilazione del 3 Maggio, di Goya); approfittando del venir meno del
controllo centrale, nei viceregni dell'AL si avviano processi di indipendenza a partire dal Messico. Questi processi
producono guerre civili. Una parte dei ceti dirigenti e della popolazione è favorevole all'indipendenza, un'altra no (in
Brasile la situazione è un po' diversa: il nuovo re dello stato indipendente è il figlio del Re del Portogallo quindi la
transizione sarà più “morbida”). Il processo inizia negli anni '10 e si protrae fino agli anni '20.
Il protagonista più noto di questa vicenda è il liberatore della parte settentrionale dell'America Latina è Simon Bolivar,
esponente del ceto militare (i ceti dirigenti delle colonie sono burocratici, militari, latifondisti, grande presenza anche
della Chiesa); il liberatore dell'America meridionale, invece, è San Martin; essi sono i leader militari del processo
d'indipendenza delle colonie spagnole.
La storia del Brasile è diversa perché, quando Napoleone lascia la penisola iberica, il Re del Portogallo torna nella
madrepatria e lascia in Brasile il figlio. Di fatto, il Brasile resta legato alla corona portoghese e avrà una forma di
governo imperiale fino agli anni '80, in cui diventerà una repubblica, senza andare incontro al processo di
frammentazione che interessa l'America spagnola. Bolivar e San Martin erano a conoscenza degli avvenimenti che
avevano portato alla formazione ed indipendenza degli USA e, nel 1826, durante un congresso, tentarono di promuovere
un analogo esperimento di federazione, affinché le nuove entità statali dell’America Latina fossero unite da legami più
strutturati. Ciononostante il tentativo è fallimentare. Perché avviene questo?
L'America Latina era ricchissima di risorse naturali, quindi non è la scarsita di risorse ad aver determinato un diverso
destino rispetto agli USA; l'esito diverso del processo d'indipendenza rispetto agli USA è dovuto anche ai differenti
processi politici e al retroterra socio-culturale della nuova società coloniale. Le colonie USA non erano burocratizzate,
erano affidate alla libera iniziativa di impresari, contadini, cacciatori, non esisteva una vera e propria aristocrazia, le
strutture sociali erano fluide, al contrario delle strutture rigide dell'America Latina, dove esistono élite il cui status
giuridico è diverso rispetto a quello del popolo. Le élite, dall’alto della propria posizione agiata, erano generalmente più
refrattarie ai cambiamenti, e avrebbero avuto molto più da rischiare in caso di investimento in un processo federale,
mentre invece i coloni USA erano culturalmente e socialmente più pronti all'innovazione politica. L'élite
latinoamericana tende quindi a proteggere i propri privilegi. Si noti che il ruolo dei militari in America Latina è stato ed
è ancora fondamentale. L'Argentina, fino a pochi decenni fa, era guidata da una dittatura militare: è il retaggio delle
antiche élite militari che guidavano una struttura sociale ben stratificatasi nei secoli.

Nella scorsa lezione abbiamo parlato del principio d’intervento, nato in margine alla Santa Alleanza e alla Quadruplice
Alleanza. Il caso dell’America Latina è un clamoroso esempio d’infrazione dell’ordine legittimo: abbiamo rivolte
armate contro il legittimo potere del Re di Spagna, non è una cosa che si possa lasciar correre così! Difatti, le potenze
europee pensano di intervenire. Va considerato che le potenze europee stanno già intervenendo contro i moti europei del
1820-21, si tratta di casi di ribellioni ancora legati alla vicenda delle vecchie aristocrazie napoleoniche (ad esempio, in
Italia). In particolare, i moti del ’20 rivestono grande importanza in Spagna. A Cadice i soldati che il Re di Spagna
voleva mandare in America Latina per riconquistare le colonie si ribellano al potere regio e chiedono la concessione di
una costituzione. Questa vicenda si intreccia, quindi con le vicende dell’America Latina. Fra l’ottobre del ’20 e il
gennaio 1821 si tengono congressi volti a definire soluzioni contro questi moti, ad esempio, contro i moti costituzionali
nel Regno di Napoli; nell’ottobre 1822 nel Congresso di Verona, la Francia si impegna ad intervenire con un suo
esercito in Spagna per riportare l’ordine. Alla fine di agosto 1823 Cadice cade e il moto costituzionale spagnolo viene
represso nel sangue. Nel frattempo, però, si era portata avanti l’idea di un intervento della Santa Alleanza in appoggio
alla Spagna per riportare l’ordine anche nelle colonie americane. L’intervento si sarebbe potuto basare anche su fatto
che all’epoca l’Alaska era di proprietà dello zar di Russia (verrà venduta agli USA nel 1867), che poteva essere sfruttata
per un passaggio degli eserciti europei diretti verso l’America Latina. La GB si oppone a questi progetti, ma, siccome
gli inglesi non si volevano esporre troppo in tal senso, coinvolgono il Presidente USA Monroe. Monroe pronuncia una
famosa dichiarazione, che rimarrà un pilastro della politica estera americana per molto tempo e che ancor oggi ci
sorprende per la “sfrontatezza” dei toni usati (gli USA ancora non erano certo una potenza militare e difficilmente
avrebbero potuto opporsi militarmente agli eserciti europei). Per Monroe, “noi USA ci opponiamo a qualsiasi intervento
europeo sul continente americano” (attenzione, parla a nome di tutto il continente americano e non dei soli USA!). In
cambio, gli USA avrebbero rinunciato a qualsiasi ingerenza negli affari europei. La formula con cui si riassume il punto
di vista di Monroe è “l’America agli Americani”. Ovviamente, Monroe è confidente dell’appoggio inglese, altrimenti
non si sarebbe azzardato a fare dichiarazioni tanto “baldanzose”, considerati i rapporti di forza dell’epoca. Questa
dichiarazione ha un grande peso sull’autorappresentazione politica degli USA nei confronti del mondo e di sé stessi. La
visione politica degli USA rispetto all’Europa è pessima, per gli USA l’Europa è un posto arretrato e arcaico,
autoritario, corrotto, gli USA si considerano invece "il mondo nuovo". Si pensi che il primo presidente degli USA che si
reca in Europa durante il mandato presidenziale sarà solo Wilson nel 1918! LA prima grande missione di poltiica estera
degli USA sarà quella del Commodoro Perry in Giappone: lo sguardo degli USA è maggiormente rivolto verso il
Pacifico, anziché verso l’Atlantico.

Tra il 1821 e il 1823 si esaurisce la fase attiva della politica d’intervento della Santa Alleanza. In seguito, non si ha più
questa applicazione del principio d’intervento. Si ha un primo allentamento delle politiche decise a Vienna. C’è un
ulteriore riflessione da fare: l’idea di tornare completamente indietro era difficile da attuare sul piano politico, ma era
ancora più difficile sul piano sociale  la rivoluzione industriale ha già preso corpo, nel 1830 nasce la prima ferrovia
Liverpool-Manchester (la locomotiva doveva essere un vero e proprio shock culturale). In un mondo che cambia così
visibilmente, come si può tornare indietro? Negli anni ’30 si sperimenta il telegrafo: mandando segnali elettrici su un
filo di rame, e inventandosi un alfabeto apposito (l’alfabeto Morse) si riusciva a trasferire a grande distanza e molto
rapidamente la parola! Prima per trasmettere un ordine c’erano solo messaggeri su cavalli che portavano missive, e che
ovviamente impiegavano giorni per consegnare queste direttive. In un impero come quello britannico le comunicazioni
erano lentissime (es. da Londra ai possedimenti in India), ecco perché i governanti locali (i cosiddetti man on the spot)
avevano un grande peso politico, c’era bisogno di decisioni rapide sul posto!!

Difatti, molte norme del codice civile napoleonico rimasero in vigore (magari cambiandone il titolo), così come altre
modifiche portate dalla Rivoluzione Francese; nei primi anni del XIX secolo in Francia e in Prussia nascono i sistemi
scolastici moderni, e questi vengono mantenuti, riconosciutane l’utilità: ipotizzare una piena Restaurazione era quindi
insensato, e non ci si riesce nemmeno sul piano politico. Non a caso, solo 14 anni dopo il Congresso di Vienna, in
Europa nasce uno stato nuovo: la Grecia (con la pace di Adrianopoli, 1929).

Il Congresso di Vienna non era intervenuto sugli affari ottomani, pur affidando agli Inglesi due isole alle quali essi
tenevano molto, nel Mediterraneo orientale, le Isole Ionie (agli Inglesi le isole servivano perché un sistema economico e
militare che si basa un una flotta, all’inizio del XIX secolo ha bisogno di molti punti d’appoggio per questioni di
logistica, approvvigionamenti, etc.). A parte questo, quindi, l’Impero Ottomano non aveva subito grandi conseguenze
legate al Congresso di Vienna. Comincia la Serbia, che nel 1817 ottiene una parziale autonomia dall’Impero Ottomano.
Il problema dell’Impero Ottomano, che ancora, nominalmente, si estende su tutto il Nordafrica, anche se
sostanzialmente il khedivé dell’Egitto era indipendente e conduceva politiche per conto suo, era un Impero islamico,
multietnico (i turchi non sono arabi!), unificato dall’elemento religioso e culturale, ma che ha presenti al proprio interno
grose minoranze religiose, come comunità cristiano-ortodosse nei Balcani e nel Medio Oriente, ebraiche, etc. L’Impero
aveva quindi il problema di dover gestire questo diverso insieme di culture e religioni: con le religioni monoteistiche,
l’Impero aveva trovato una soluzione. Non c’era una vera e propria libertà religiosa, ma comunque le grandi religioni
monoteistiche sono tutte religioni del libro, pertanto, nel mondo islamico le comunità ebraiche e cristiane avevano una
certa libertà di culto, se questo era praticato in luoghi stabiliti e a fronte del pagamento di una tassa (anche se,
storicamente, alcune persecuzioni, ci saranno). La presenza di comunità non islamiche consentiva alle potenze cristiane
e occidentali di esercitare una certa pressione sull’Impero Ottomano: la Russia, ad esempio, grande potenza ortodossa,
si dichiarava protettrice degli ortodossi presenti nell’Impero Ottomano. La Francia, nazione cattolica, proteggeva la
comunità cristiana maronita (più vicina ai cattolici) nel piccolo Libano, dove essa aveva interessi politici e commerciali.
Questo è un elemento che troveremo ache in conflitti successivi come la guerra di Crimea. Anche la Grecia, da secoli,
faceva parte dell’Impero Ottomano. Le vicende dell’indipendenza greca sono molto interessanti perché per la prima
volta si registra un movimento politico culturale europeo, detto filellenismo, prodotto della cultura romantica,
favorevole a una causa nazionale. La rivolta greca comincia nel Marzo 1821, e la repressione turca è particolarmente
sanguinosa: molti poeti romantici scrissero poesie su questi scontri, così come molti artisti ne rappresentarono le
vicende (es. Delacroix, che calca la mano su temi come lo stupro etnico, una pratica abbastanza diffuso nei conflitti
balcanici). A fronte di queste violenze efferate, le potenze occidentali cominciano a pensare al da farsi. Nel frattempo,
un flusso di volontari impregnati di cultura romantica va a combattere al fianco dei greci: perdono la vita molti patrioti
italiani dei moti del ’20-21 che credevano in questa causa, ma soprattutto Lord Byron, grande poeta inglese che parte
per impegno politico (non aveva certo interessi economici là, anche perché aveva uno status piuttosto agiato). È chiaro
come la mentalità degli uomini di quel tempo avesse anche una componente molto importante di idealismo, che li
spingeva a mettere a rischio la propria vita per un’idea. Il peso del movente ideale è importantissimo, nonché di un
diverso rapporto con la propria vita fisica e con la morte, rispetto a oggi. Il sentire comune, diffuso nei ceti medio-alti
della popolazione (e non solo), permetteva di mettere a rischio la propria vita per un ideale. Questa è un’età di passioni
forti e bisogna tenerne conto, altrimenti alcuni comportamenti individuali ci sfuggono. È anche un momento di grande
cambiamento nell’espressione dei sentimenti: il XIX secolo è il secolo della - lenta - affermazione del matrimonio come
libera scelta del compagno/a, iniziano piano piano ad emergere motivazioni sentimentali che supportano i legami civili.
John Stuart Milne avvierà una relazione con Harriet Taylor, donna sposata: devono andare via dalla Gran Bretagna
perché vengono considerati degli intoccabili e per questo si trasferiranno in Francia  è un esempio di vittoria delle
passioni sopra la razionalità. In questo mondo di passioni, anche le passioni politiche sono importanti. I garibaldini
erano volontari e andavano a combattere dappertutto, es. anche per l’indipendenza della Polonia, era una presenza che
implicava mettere in gioco la vita. Il volontarismo è uno dei grandi fenomeni psicologici dell’800 e in Grecia si
manifesta chiaramente, perché la Grecia è la madre dell’Europa (si ha infatti anche una riscoperta della cultura greca).
L’indipendenza della Grecia, quindi, assume un grande valore culturale e simbolico. La proclamazione
dell’indipendenza greca avverrà nel gennaio 1822 al Congresso di Epidauro.

Di fronte alla terrificante repressione turca, quindi, GB e F decidono di intervenire: per la GB è complicato, perché
storicamente GB ha sempre appoggiato l’Impero Ottomano in funzione anti-russa per prevenirne l’espansione sul
Mediterraneo e nei Balcani. Tuttavia, nel momento in cui si ride. Questa volta fanno un’eccezione, e nel 1827 una flotta
anglo-francese sconfigge la flotta turco-egiziana a Navarino: è quasi una replica della battaglia di Lepanto, la storica,
grande battaglia vinta dai cristiani nel 1571 che ferma l’espansione dell’Impero Ottomano verso il Mediterraneo. Questa
vittoria apre a GB e F nuove possibilità di presenza nel Mediterraneo orientale, verso Cipro, le coste del mondo arabo,
una zona che da allora comincia ad essere al centro di grandi tensioni. L’Impero Ottomano è quindi costretto a firmare
nel 1929 il Trattato di Adrianopoli, che non riguarda solo la Grecia. Acquistano autonomia nell’impero Ottomano due
regioni, la Moldavia e la Valacchia, corrispondenti alla metà orientale dell’attuale Romania. Sul confine con la Russia,
quindi, comincia a muoversi qualcosa. Si rafforza l’autonomia della Serbia; inoltre, viene costituito uno stato Greco. La
Grecia che diventa indipendente nel 1829 è una piccola Grecia: per arrivare ai confini Greci di oggi bisognerà aspettare
'la fine della IGM! Un’ulteriore considerazione di carattere geopolitico. I Russi, come unico sbocco ai mari caldi,
avevano il Mar Nero, dal quale potevano uscire solo attraverso l’angusto stretto dei Dardanelli. È una zona molto
“calda” dal punto di vista geopolitico (ancora oggi), perché è un nodo focale di rotte commerciali.

La neonata Grecia è uno Stato nuovo, con una posizione nello scacchiere internazionale tutta da definire. Si decide per
un sistema monarchico (l’Europa monarchica non avrebbe tollerato un orientamento repubblicano): viene inviato sul
trono di Grecia un re tedesco, Ottone di Wittelsbach. Il dialetto neogreco diventa una lingua scritta e nazionale.
Tuttavia, l’importanza del caso greco sta nel fatto che finalmente si afferma il principio per cui in Europa possono
nascere nuovi Stati, nonostante il sistema di Vienna! Poco dopo nascerà il Belgio, e dopo ancora il Regno d’Italia! Il
primo precedente, quindi è proprio quello greco.
Il movimento filellenico è particolarmente sentito in GB (ma anche in Italia!). La GB, dopo il Congresso di Vienna,
conosce un periodo di particolare sviluppo economico, ma anche sociale e istituzionale. Si parte da una situazione di
squilibrio politico: facciamo però un piccolo passo indietro, tornando alla sconfitta, umiliante, inferta dai coloni
americani. Il Re Giorgio III era clinicamente matto e verrà sostituito nel 1811 dal figlio Giorgio IV, abbastanza debole.
Quando in un sistema politico la monarchia è debole, si rafforza il Parlamento (non può esistere un vuoto di potere!).
Negli anni ’20 del XIX secolo, infatti, tende ad affermarsi il principio del governo di gabinetto. Questo è un principio
pratico: la GB non ha una Costituzione (nemmeno adesso, se è per questo), pertanto ci si deve basare su precdenti e
consuetudine politica. In GB abbiamo la Camera dei Lord, ereditaria o a nomina regia e la Camera dei Comuni elettiva
(con suffragio assai ristretto). Non è una forma di bicameralismo perfetto. Mentre in Italia, oggi, abbiamo un sistema a
bicameralismo perfetto (ossia Camera e Senato hanno esattamente lo stesso peso politico), la GB all’inizio del XIX
secolo aveva risolto questo nodo: la Camera dei Comuni promulga le leggi e quella dei Lord o le approva o le respinge
in toto (era un potere molto forte, quello della camera dei Lord!). Era un sistema legislativo, quindi, abbastanza efficace.
Rimaneva però il problema di un suffragio tutto sommato limitato, e la composizione dei collegi elettorali. Quando si
eleggono dei rappresentanti, lo si fa su base territoriale, e bisogna decidere he ogni tot abitanti o ogni tot km2, si elegge
un deputato. A seconda di come si designano i collegi, si ha un effetto diverso sull’esito del voto! Ad esempio, un
collegio che comprenderà pochi abitanti, grandi proprietari terrieri etc… favorirà più facilmente i candidati che
sostengono le istanze dell’aristocrazia terriera. In GB i collegi favorivano appunto quest’ultima fazione: i collegi di
campagna eleggevano molti deputati, mentre quelli di città molto pochi, pertanto la composizione della camera dei
comuni rispecchiava gli orientamenti dell’aristocrazia terriera.

La prima grande riforma elettorale del 1832, che portò a un incremento di oltre il 50% del diritto di voto (un
cittadino maschio su 5): attenzione, quando parliamo di suffragio universale, per tutto il XIX secolo si parlerà solo di
voto maschile! Uno degli argomenti più “divertenti” di quel dibattito era che, se le donne avessero avuto il diritto di
voto, avrebbero deciso due volte, perché avrebbero deciso anche per il marito! Ad ogni modo, era un suffragio
abbastanza esteso. Si rimodellano, inoltre, i collegi, favorendo più le città: la struttura politica della GB in quegli anni è
quindi molto più democratica (in Italia, trent’anni dopo, il suffragio era limitato al 2% della popolazione maschile!),
anche grazie allo sviluppo industriale. Del resto, una nuova classe sociale “di massa”, come quella operaia, era sorta, e
bisognava farci i conti a livello politico. Le condizioni di vita e di lavoro della prima generazione che ha vissuto la
rivoluzione industriale sono spaventose; il sistema, però, in modo relativamente rapido, migliora  si introducono
forme di assistenza, limitazioni dell’orario di lavoro… già nel 1824 in GB si abolisce la legge che vietava le
associazioni operaie e nel 1825, seppur con molti limiti, viene riconosciuta una sorta di diritto di sciopero. Prima in GB
i cattolici erano discriminati (es. non potevano studiare nelle anglicane Oxford e Cambridge): negli anni ’20 nascono
leggi di emancipazione religiosa. Cambia il codice penale: se prima per chi cacciava di frodo nei possedimenti di un
nobile c’era la pena di morte, adesso le pene diventano meno severe. La società inglese, quindi, comincia a modificarsi:
la riforma elettorale del 1832 è solo il punto più alto di questo cambiamento. Nel 1833 gli inglesi abioliscono la
schiavitù nelle colonie, mettendo in difficoltà gli USA. Inoltre, si introduce il Factory Act, che regolamenta il lavoro
nelle fabbriche, fino ad arrivare nel 1847 alla limitazione dell’orario di lavoro a 10 ore al giorno. È importante tenere
conto dei grandi progressi osservati in GB in questi anni, che ci fa capire perché nel 1848, anno di grandi moti in tutta
l’Europa continentale, in GB non fosse successo praticamente niente; del resto, molte rivendicazioni del ’48 in GB non
avevano motivo d’essere! L’alterità della storia britannica si è proiettata fino ai giorni nostri (pensiamo anche al difficile
rapporto che hanno avuto con l’integrazione europea). Nel 1837 diventa regina Vittoria, che rimarrà sul trono fino al
1901: un regno lunghissimo, che darà il nome alla cosiddetta Età Vittoriana, l’età di massimo splendore dell’Impero
Britannico.
Lezione 6 – 25/02/2021
Dal 1830 in poi comincia un periodo di maggior distacco dall'ordine di Vienna, che ormai è in crisi aperta. La GB è già
socialmente e politicamente florida quindi fa storia a sé. La scintilla iniziale si ha in Francia. In Francia c'è una
costituzione, concessa dal Re Luigi XVIII, quindi “dall'alto”. Quando Luigi XVIII muore, gli succede Carlo X, suo
fratello minore. Carlo X (1824-1830) è un personaggio molto diverso: ha un orientamento molto più conservatore, non
ha aderito con grande convinzione al sistema costituzionale. Inoltre, era stato colpito da una singolare vicenda dinastica
(successione molto complicata, e infatti poi il nuovo re che gli succederà verrà da un ramo cadetto). Nel 1820 l'erede al
trono, il figlio di Carlo X (il duca di Berry), era stato assassinato, con gravi conseguenze: quando Carlo X sale sul trono
cerca di “tornare indietro” e risuscitare antiche tradizioni monarchiche (es. ripristina il rito della consacrazione del re
nella Cattedrale di Reims) e conduce una politica di progressiva restrizione dei margini d’azione parlamentari.
Carlo X avvia nel 1830 una delle imprese che cambieranno la storia della Francia: la colonizzazione dell'Algeria;
tuttavia, nel luglio del 1830 fu travolto da una rivoluzione che si scatena perché viene sospesa la costituzione in seguito
alle elezioni di giugno. Carlo X abdica, cerca di proporre come erede il “figlio postumo” del Duca di Berry, ma gli
succede Luigi Filippo d'Orléans, un re costituzionale, perché insediato dopo una rivoluzione. Luigi Filippo era
discendente di una grande famiglia nobile, partecipe degli avvenimenti della rivoluzione, e fu insediato a cavallo di una
tensione: la rivoluzione “fa fuori” Carlo X, ma esclude anche la scelta repubblicana (nel 1830 i rivoluzionari non fanno
il passo che faranno invece nel 1848). I rivoluzionari non hanno il coraggio di instaurare la repubblica: all'inizio
dell'800 il termine “repubblica” non era assolutamente neutro come potrebbe esserlo oggi! Rimandava alla rivoluzione
americana (e quindi a una guerra; si pensi che alla proclamazione della repubblica americana molti coloni inglesi se ne
vanno in Canada perché non si sentivano sufficientemente tutelati), per non parlare poi dell’esperienza di repubblica
vissuta con la rivoluzione francese. Si opta quindi per un nuovo monarca, più incline a rispettare un orientamento
liberale (e Luigi Filippo, in quanto insediatosi grazie alla rivoluzione, per un po' effettivamente lo sarà). Luigi Filippo sa
che il suo regno è il frutto di una mediazione politica e si comporta di conseguenza.

La rivoluzione del 1830 ha anche altre ripercussioni: marginali in Italia, molto importanti in Polonia (rivolta anti-russa
che nessuno andrà ad aiutare, salvo casi sporadici es. volontari garibaldini: manca la solidarietà internazionale che
invece aveva contraddistinto la guerra d’indipendenza greca). Altre conseguenze molto importanti si ebbero inoltre per
quanto riguarda il territorio dell'attuale Belgio. I belgi si ribellano all'autorità olandese: la Francia avrebbe voluto
acquisire le province ribelli, ma GB è contraria a questo squilibrio di potere. Nel 1831 si svolge una conferenza
internazionale che porta sul trono, come in Grecia, un principe tedesco della famiglia di Sassonia-Coburgo. Con la
nascita di questo nuovo Stato, il Belgio, gli inglesi impongono alle altre potenze di stabilire per il Belgio uno stato di
neutralità. Il Belgio non deve quindi entrare in uno stato di alleanza, essendo uno Stato cuscinetto tra Francia e
Confederazione Germanica; la GB si fa garante della neutralità mondiale (si noti che durante la IGM questo fornisce il
pretesto ufficiale per l'entrata in guerra della GB).
In Europa sono quindi nati due stati nuovi dalla conferenza di Adrianopoli in poi: è un chiaro segnale che l'equilibrio di
Vienna si sta incrinando, in quanto diventa chiaro che gli assetti territoriali fissati nel 1815 sono modificabili, se il
contesto internazionale è favorevole. Ci sono dinamiche politiche, quindi, che non sono più comprimibili all'interno
delle regole di Vienna.

Il regime orléanista francese funge da modello per i movimenti liberali del continente europeo: non quello della Gran
Bretagna, benché più prestigioso (ma mancante di una costituzione, e quindi retto sulla base di tradizioni e consuetudini
politiche), né quello americano, troppo democratico. Caratteri tipici di questo regime sono una certa libertà economica,
una discreta libertà culturale per gli standard dell'epoca, riassumibili nella formula “progresso nell'ordine”, almeno nella
prima fase del regime. Di questa fase è testimone l'uso dei termini “destra” e “sinistra” in Parlamento. L'aula del
Parlamento francese era fatta a semicerchio: a sinistra siedevano i deputati più favorevoli all'allargamento del suffragio
(pertanto più disposti alle riforme costituzionali). Se guardiamo, invece, il Parlamento britannico, vedremo che è un
rettangolo che comprende i banchi del governo, di fronte i banchi dell'opposizione e al centro parlano gli speaker a un
tavolo molto largo, abbastanza, secondo la tradizione, per evitare che un oratore potesse essere ucciso con un colpo di
spada da chi gli stava davanti. Questo è quindi il momento in cui nasce la politica moderna.

Se la Francia, quindi, è il modello per i liberalismi, la Russia, invece, è un modello di autoritarismo. Nell’impero di
zarista, fino agli anni ’60 del XIX secolo, esisteva ancora la servitù della gleba. Al centro tra questi due poli c’erano
invece aree in via di sviluppo, le cui vicende si intrecciano. Abbiamo, in queste aree due distinti ordini di problemi: un
problema nazionale e uno costituzionale.
Qual è l’origine delle nazioni?
Alcuni hanno detto che esiste in effetti una lunga e lontana origine etnico- territoriale delle nazioni. Secondo questi
studiosi, popoli insediatisi nelle stesse aree pian piano acquisicono un’autonoma consapevolezza: alla radice delle
nazioni moderne ci sarebbero quindi delle realtà materiali. Secondo un’altra posizione, intermedia, ci sono elementi
etnici, tradizionali, materiali, ma soprattutto linguistici, ma poi le nazioni moderne sono anche il frutto dell’opera
politica degli Stati. In questa posizione intermedia, la nazione è il portato di due diverse spinte, una etnico-linguistica e
una dal vertice, cioè politica: es. un principe che ingrandisce il suo regno cerca di plasmare tutti i suoi territori, in
origine diversi, in una nuova unità. Si pone quindi il quesito: viene prima lo Stato e poi la nazione, o viceversa?
Una terza posizione, sostiene che sia il potere politico a plasmare le nazioni moderne, sulla base di imperativi
economici, militari, ordinamento giuridico-civile, etc. In questo, la nazione moderna sarebbe il frutto del mercato e
dello Stato, che plasma il sentimento nazionale con strumenti come il sistema scolastico, militare, etc. La anzione è
creata quindi con un’operazione culturale che alcuni storici hanno definito “invenzione della nazione” (cfr. “Comunità
immaginate”). Una comunità in senso stretto è composta da persone che condividono la stessa esperienza, e da questo
punto di vista la comunità non può allargarsi troppo. Affinché si possa creare una comunità su scala nazionale, bisogna
che l’esperienza comune sia virtuale: ci sono elementi che fanno pensare a una costruzione della nazione in questo
senso. Quando nascerà il Regno d’Italia una buona parte degli Italiani era appena in grado di comprendersi fra loro, per
via dei diversi dialetti usati, ma non c’era un’idea materiale di nazione. In quegli anni ha un grandissimo successo il
libro “Il Bel Paese”, dell’abate Stoppani, che descrive le varie zone dell’Italia. Letto nelle scuole siciliane poteva far
immaginare ai ragazzi il Monte Bianco, e letto nelle scuole valdostane faceva immaginare l’Etna ai ragazzi aostani:
esisteva quindi una descrizione comune su cui poteva fondarsi un senso di comunità.

Probabilmente nessuna delle tre teorie è vera di per sé, la realtà è molto più complessa, dipende anche dai casi: in Italia,
Paese che è stata oggetto di una serie continua di invasioni, parlare di etnia è poco verosimile (contrariamente a quanto
sostenuto dal fascismo, che affermava che esistesse una “razza italiana”). Sicuramente, in età contemporanea, il ruolo
dei poteri politici ed economici nel plasmare il sentimento nazionale (sistemi e programmi scolastici, la composizione
degli eserciti, la leva → es. in Italia, soldati settentrionali venivano mandati al sud e viceversa), pertanto dello Stato, è
sicuramente molto forte, ma non basta a spiegare nella totalità l'emergere del sentimento nazionale nell'800. Lo vediamo
in Italia, in Germania, ma soprattutto nell'Europa orientale, dove il problema nazionale è estremamente evidente: molte
nazionalità sono comprese tra tre imperi sovranazionali. Affinché una nazione possa dirsi tale deve avere una lingua
scritta; questa è l’epoca della grande ricerca di radici e rivendicazione d'identità che si appoggia a due strumenti: la
lingua e la storia. La cultura storica è stata così importante nel XIX secolo perché è stato l'argomento usato per
rivendicare antichi diritti (es. Italia). Es. in Italia si riscopre Dante, che per secoli non era stato considerato il principale
poeta italiano (era un ruolo che era spettato, prima di allora, a Petrarca!); nel XIX secolo diventa il profeta dell'italianità
e anche della laicità (Dante manda i papi all'inferno, e all'epoca la Chiesa era di ostacolo all'unificazione italiana)!

La ricerca di una coincidenza tra Stato e Nazione sarà fondamentale nella storia del XIX secolo: in Europa occidentale
questa coincidenza era molto più forte che non in Europa orientale. Nei grandi imperi multietnici le popolazioni erano
mescolate, e la creazione di nuovi Stati comportò molto spesso la presenza di forti minoranze etniche e linguistiche. Il
caso italiano in questo senso è molto importante: la storia d'Italia ha avuto un'importanza globale durante quello che
chiamiamo Risorgimento, soprattutto come esempio, come modello per altri Paesi in cerca di emancipazione (l'altro
momento in cui l'Italia è stata molto rilevante nello scacchiere internazionale è stato durante il Fascismo, che a tutti gli
effetti abbiamo inventato). Anche i riformatori cinesi di fine '800 venivano in Italia per trarre ispirazione dai
protagonisti del Risorgimento italiano. Per l'Italia gli anni '30 segnano l'inizio di una svolta. I moti del 1820-21 erano
stati post-napoleonici, di dimensione settaria; durante gli anni '30 le cose cambiano, anche grazie all'opera di
propaganda di Mazzini. Mazzini ha passato quasi tutta la vita da esule, ricercato dalla polizia di mezza Europa (perfino
Cavour lo condanna a morte!); Mazzini voleva la repubblica italiana. Tutti i protagonisti del Risorgimento hanno avuto
una fase mazziniana, anche coloro che poi lo combatteranno: Mazzini fu un grande agitatore e personaggio carismatico,
mosso da motivazioni ideali molto complesse. Mazzini gioca un ruolo chiave nell'elaborazione del sentimento nazionale
(e infatti comincia scrivendo di Dante!) e, pur di arrivare all'Unità, era disposto a transigere sulla repubblica, almeno
transitoriamente (arrivando perfino a scrivere a Pio IX; Mazzini era uomo di grande religiosità ma profondamente
anticlericale). L'etica mazziniana era quella che si ritrova nel libro “Cuore”, pur banalizzata, e caratterizzata da
interclassismo, sacrificio, etc. Un chiaro esempio di questo codice morale è l’episodio in cui Bottini, figlio d'ingegnere,
invita il figlio del muratore a giocare. Il padre di Bottini rimprovera il figlio per aver umiliato l’amico spolverando il
divano su cui si era seduto, dicendogli “Ricorda che il lavoro non sporca mai”. La predicazione di Mazzini non è solo
italiana: egli è un pensatore della nazione, ma dopo la Giovine Italia fonderà la Giovine Europa, ed era favorevole ai
movimenti di emancipazione nazionali es. ungherese, ma non in chiave nazionalistica, bensì in chiave di coesione e
collaborazione delle nazioni.

In inglese, il termine nationalism copre l'arco semantico che in Italia è coperto da nazionalità (che non ha alcuna
connotazione antagonistica o di superiorità) e da nazionalismo (che invece ha questa componente). Nel XIX secolo,
almeno nei decenni iniziali e centrali la nazionalità prevale sul nazionalismo, come evidente dall'opera di Mazzini,
mentre verso la fine del XIX secolo ha più peso la componente nazionalistica.
In Italia abbiamo comunque un grande fermento di pensiero, nelle varie declinazioni: costituzionale, democratico,
monarchico...
Inoltre, in Italia esiste un problema che in Germania non c'è: quello dell'indipendenza (i 39 Stati tedeschi erano tutti
dominati da principi tedeschi). Il primo problema dell'Italia quindi non è quello dell'unità, bensì quello
dell'indipendenza! Su questo punto concordano tutti i patrioti italiani; in seguito però si pongono altri problemi, relativi
alla forma di governo da darsi → mantenere molte monarchie assolute o costituzionali senza unificare il paese,
costituire un repubblica... ci sono molte opinioni diverse dentro il movimento nazionale. L'ultimo punto è quello della
forma di stato, su cui convergevano due coppie: monarchia VS repubblica, unità VS federazione. Si poteva quindi
volere una monarchia unitaria o una serie di monarchie unite in una federazione italiana; lo stesso in termini
repubblicani. Ognuna di queste soluzioni è stata sostenuta da grandi pensatori e politici del tempo, ovviamente data per
scontata l'indipendenza.
La monarchia unitaria è ad esempio sostenuta da Manzoni, personaggio centralissimo in questa storia, che ha avuto un
impatto enorme (si pensi alla poesia Marzo 1821 e all’immagine delle acque degli affluenti del Po, che una volta
sfociate nel fiume sono indistinguibili); Mazzini è invece un unitario repubblicano. I federalisti erano invece in
maggioranza: esistevano i federalisti monarchici, come Vincenzo Gioberti, che pubblicò nel 1843 Del primato morale e
civile degli Italiani, sostenendo una federazione di monarchie con a capo il Papa (era un prete). Carlo Cattaneo era
invece un federalista repubblicano. Le opzioni sono tutte sul campo: nel 1861 è una di queste (unitaria monarchica) che
vince, ma non era assolutamente detto! La storia d'Italia, dalla caduta dell'Impero Romano in poi, era una storia di
divisione, pertanto il federalismo poteva essere una scelta del tutto razionale.

L'Europa e il mondo a metà del XIX secolo


All'inizio dell'800 Napoleone cederà – in modo formale - agli Stati Uniti l'enorme territorio sotto controllo francese
della Louisiana. Si profila quindi l'avvio dell'espansione verso Ovest. Per essere ammessi come Stato negli Stati Uniti
bisognava darsi una costituzione compatibile con quella degli USA: i territori erano invece quelle regioni che
nominalmente erano americane ma che non disponevano di una amministrazione tale da garantirne il controllo. In
questa espansione verso Ovest gli USA incontrano dapprima le tribù native e in seguito i messicani.
I nativi non furono compresi nella costituzione americana, erano considerati nazioni straniere: erano considerati
stranieri ma non organizzati a sufficienza per poter costituire degli Stati, pertanto non era dovuto loro lo stesso rispetto
che si doveva verso gli altri Stati appartenenti alla comunità internazionale. Alla fine degli anni'20 inizia una forte
spinta, soprattutto sotto la presidenza Jackson, all'espansione verso Ovest → nel 1830 la Camera degli USA approva,
pur a stretta maggioranza, l'Indian Removal Act, e per i nativi è l'inizio della fine: sono quelli gli anni del Trail of tears,
ossia le migrazioni forzate dei nativi verso ovest.
In America esisteva il problema costituzionale della schiavitù. A differenza della posizione dei nativi, gli schiavi neri
nella legislazione americana erano contemplati. Infatti, per definire i collegi elettorali bisognava calcolare la
popolazione, e nel calcolo della popolazione si dovevano contare anche i neri (ovviamente non in senso paritario: 5 neri
contavano quanto 3 bianchi). Soprattutto, c'erano stati schiavisti e stati non schiavisti → va definendosi il Compromesso
del Missouri: sotto la linea verde potevano esserci stati schiavisti, sopra no.

Nel 1820 (v. cartina lez. 7) in realtà gli USA finivano molto più a est → c'era una progettualità di acquisizione dei
territori a Ovest.
Lezione 7 – 01/03/2021
Nella lezione scorsa ci eravamo soffermati sulla espansione ad Ovest degli USA, accennando al problema dello
spostamento e della profonda alterazione che la società dei nativi conobbe, e accennando ai contrasti con il Messico,
che produsse due guerre, molto importanti per chiarire alcune prospettive di fondo della politica USA e la percezione
che di sé aveva quella nuova nazione. Nacquero dibattiti molto interessanti che meritano di essere approfonditi.

Questa è una carta della situazione continentale a metà degli anni’30. In rosa abbiamo gli Stati e riconosciuti come tali,
che adesso sono di più rispetto al 1776, i Territori, non ancora organizzati come Stati, e infine abbiamo la Repubblica
del Texas.

Come mai abbiamo una repubblica indipendente del Texas? Il Texas faceva parte dei territori messicani. Il Messico
aveva infatti un’enorme espansione territoriale, ma non era molto ricco. A partire dalla metà degli anni ’20 la
Repubblica Messicana cominciò a offrire terre a prezzi molto vantaggiosi ai coloni americani, a patto che non vi
introducessero la schiavitù, cui il Messico era fortemente contrario. Comincia così una colonizzazione del Texas molto
caotica, e il governo messicano non è in grado effettivamente di controllare che i nuovi proprietari non portino gli
schiavi (e infatti ce li portano); si forma quindi una società in cui la presenza dei coloni era molto forte.

Nel 1830 il Messico blocca l’emigrazione degli americani in Texas; questo è il periodo in cui Davy Crockett, divenuto
poi un personaggio leggendario, guida un movimento di coloni che si scontra con i messicani, che ebbe il suo culmine
nell’assedio del 1835 di Fort Alamo (fortezza in cui si erano raccolti i coloni), dove i coloni vengono sconfitti. Nel 1836
la guerra riprende, con appoggi dagli USA, i messicani vengono sconfitti e il generale Santana viene preso prigioniero,
e si proclama così l’indipendenza della Repubblica del Texas, che nel 1836 non fa ancora parte degli USA, ma non fa
più nemmeno parte del Messico. Il Texas rimane indipendente per una decina d’anni, contribuendo a quella particolare
percezione di autonomia che tuttora si ha nello stato della “stella solitaria” (The One Star State, lo vediamo anche nella
bandiera!) .

Comincia a presentarsi un problema serio, ovvero: come regolarsi con gli schiavi neri, i nativi e con la popolazione
messicana, etnicamente, linguisticamente e religiosamente diversa da quella degli USA (si pensi che il primo presidente
cattolico degli USA sarà Kennedy nel 1960; Biden è solo il secondo)? Nasce quindi una discussione intensa che
riguarda le prospettive di espansione e integrazione di popolazioni molto diverse, nell’ambito del progetto di
costruzione dell’America.
Questo è il momento in cui si sviluppa il famoso dibattito sul cosiddetto “Manifest Destiny”, ossia la missione politica
degli USA, i quali avrebbero un destino manifesto, chiaro, di acquisire il controllo del continente e di proiettare il loro
esperimento politico verso l’esterno. Il “problema” è che questo destino deve affrontare la presenza di minoranze non
integrabili. Si forma in quegli anni, seppur molto lentamente, il pensiero politico del futuro presidente Abraham
Lincoln, protagonista della politica americana di metà ‘800. L’abolizione della schiavitù nell’impero GB nel 1834 mette
in difficoltà gli USA, sebbene al momento prevalgano i problemi territoriali: che fare col Texas e con l’Oregon? La
questione dell’ Oregon è risolta in modo relativamente semplice tramite una trattativa con GB; per quanto riguarda il
Texas si deve risolvere la questione dell’annessione territoriale, prevedendo quindi uno scontro con il Texas.
L’annessione del Texas viene votata a limitata maggioranza, sia alla Camera che al Senato: nel 1846 inizia così una
guerra contro il Messico. È una guerra complicata e abbastanza lunga che però gli USA vincono, giungendo a occupare,
nel settembre 1847, Città del Messico, controllando di fatto tutto il Messico. Nasce allora una disputa complicata: cosa
fare del Messico? Una parte dell’opinione pubblica era favorevole all’annessione integrale di quei territori, ma un’altra
parte era contraria, non per ragioni umanitarie o pacifista, bensì perché ritenevano le popolazioni messicane non
assimilabili dalla società USA, come non lo erano gli schiavi neri o i nativi.
Protagonista di questi dibattiti fu un politico democratico importante fu Calhoun, che fu anche un vicepresidente
democratico degli USA e che sarà uno dei teorici della secessione, anche se morirà prima del 1861; egli si oppose
duramente all’annessione del Messico (del resto, si era opposto anche alla guerra), in quanto non voleva integrare la
popolazione messicana nella federazione. Per Calhoun non tutti i popoli sono capaci di autogoverno; egli ritiene che la
missione degli USA sia diffondere la libertà civile e religiosa su tutto il continente, ma solo i popoli avanzati a livello
civile e morale possono mantenere questa forma di governo libero. Fra questi non sono molti i popoli capaci di darsi
una Costituzione. Per Calhoun la popolazione messicana non è integrabile nel processo politico americano: il confine
sul Rio Grande (più o meno equivalente a quello Odierno) venne stabilito su base etnica. La linea di confine fu chiamata
“Colored Line”: il muro con il Messico è quindi un problema che si pone fin dagli anni ’40 del XIX secolo. Questo
problema riguarda le precondizioni civili e culturali della democrazia!
La situazione territoriale degli USA dopo la guerra con il Messico diventerà la seguente (v. figura).

Al 1848 gli USA controllano più o meno direttamente l’intero territorio continentale, con dei singolari compromessi,
legati al problema della schiavitù, es. in Texas viene ammessa, ma in California verrà vietata per “riequilibrare la
situazione”.
Che cosa doveva essere riequilibrato? Nel Senato degli USA ogni stato ha due rappresentanti. Se il numero degli Stati
schiavisti fosse aumentato eccessivamente, c’era la possibilità di avere un Senato filoschiavista che avrebbe
condizionato gli Stati non schiavisti. Al contrario, se al Senato si fosse creata una situazione contraria, prima o poi la
schiavitù sarebbe stata abolita, o almeno questa era la percezione degli Stati schiavisti. Questa era una posizione su cui
non poteva esserci un compromesso (nonostante il compromesso del Missouri): lo stesso Lincoln disse che “ non ci può
essere un Paese per metà libero e metà schiavo”.

Nel 1853-54 gli USA manderanno una loro squadra navale, (partita dai porti dell’Atlantico e che doppia Capo Horn), a
imporre con la forza l’apertura dei porti giapponesi al loro commercio: questa è una dimostrazione del fatto che gli USA
si impegnavano in politica estera (si era già visto con il Messico), solo che le direttive principali erano verso al Pacifico,
anziché all’Atlantico. Anche se la civiltà USA è di origine europea, non è detto che abbiano volto principalmente lo
sguardo verso l’Europa. Negli USA si comincia quindi a pensare in grande in termini di politica estera, facendo leva sul
loro punto di forza: una flotta sempre più potente (che li mette in contraposizione con la GB, in realtà).

Il 1848 in Europa
Torniamo all’Europa, in cui il famigerato biennio 1848-49 vede importanti sconvolgimenti (in rosso, sulla cartina, i
moti).
GB e Impero Russo non sono toccati dai moti, per ragioni opposte: rispetto alle rivendicazioni del ’48 (di natura
costituzionale e nazionale), la GB è già molto più progredita (abbiamo addirittura associazioni sindacali); l’Impero
Russo, al contrario, non ha forze sociali in grado di sostenere quelle richieste, si pensi che è ancora in vigore la servitù
della gleba (che sarà abolita solo negli anni ’60 del XIX secolo). In Europa continentale, invece, è ormai abbastanza
diffusa la prima rivoluzione industriale (addirittura, in Germania si affermano già i caratteri della seconda rivoluzione
industriale); tale sviluppo sociale ed economico determina lo sviluppo di rivendicazioni e ideologie nuove. Nel gennaio
del 1848 viene, non a caso, pubblicato il Manifesto del Partito Comunista da Marx e Engels. Esso non ebbe un impatto
diretto sui moti del ’48, ma sicuramente testimonia l’affermarsi di determinate tendenze socio-politiche. È un testo
molto scorrevole di cui possiamo immaginare il fascino che esercitava all’epoca.

Francia, area tedesca, Impero Asburgico e area italiana sono le aree che vedono lo scoppiare di questi moti, con
andamenti politici diversi, ma profondamente interdipendenti. Le notizie delle varie rivoluzioni che si diffondono
incidono molto su quello che avviene nei vari Paesi, sebbene le richieste siano diverse, si ha una forte suggestione
all’azione sull’esempio degli altri Paesi. Tuttavia, appunto, le richieste sono diverse, non è lo stesso movimento a livello
transeuropeo. Es. in F la rivendicazione nazionale non ha motivo di essere, perché la F è già uno stato nazionale.
Considerazioni generali sui motivi delle rivolte:
 Spinte economiche: recessione, un paio di annate agricole sfavorevoli, particolarmente determinanti nella
società dell’epoca  problemi di approvvigionamento del cibo di base, che stimolano il malcontento della
popolazione. Su questa crisi economica di tipo tradizionale si innesta un tipo di crisi economica moderna,
industriale, relativo alla sovrapproduzione: la grande quantità di merce prodotta non viene assorbita dal
mercato, con consistenti perdite per gli industriali  licenziamenti. Congiuntura, quindi, di eventi economici
tradizionali e moderni.
 Spinte politiche, di tipo prevalentemente costituzionale e nazionale che spingono a una certa irrequietezza
politica.
Vediamo ora invece le vicende del 1848 nelle varie aree d’Europa:
1. Francia
La vicenda francese ha motivazioni autonome, perché non esiste il problema nazionale e, tutto sommato, neanche un
problema costituzionale. Dal 1830 c’è anche un sovrano, Luigi Filippo d’Orléans, di carattere liberale, andato al trono
con una rivoluzione. In realtà, però, il carattere liberale della monarchia di Luglio fu intaccato da una serie di gravi
scandali (economici, finanziari, corruzione) e da una progressiva chiusura dell’atteggiamento del Re e del Governo
(ministro Guizot) alle rivendicazioni politiche di tipo liberal-democratiche. Es. si oppongono all’allargamento del diritto
di voto, anche in modo molto sarcastico (venne risposto, alle ripetute istanze che sostenevano l’allargamento del
suffragio: “Volete votare? Arricchitevi”, considerando che il diritto di voto veniva elargito sulla base delle tasse pagate
e del censo). A fronte della crescente mobilitazione dell’opinione pubblica a favore dell’allargamento del diritto di voto,
la reazione del governo diventò quindi sempre più chiusa. Una minoranza molto attiva decide di lanciare una campagna
a favore del diritto di voto usando uno strumento singolare, già presente nella Rivoluzione Francese: i banchetti. I
banchetti erano pranzi popolari alla fine dei quali si parlava di politica, erano manifestazioni a tutti gli effetti: il primo
banchetto a Parigi nel ’47 arrivò a contare 1200 persone. A questi banchetti parlano anche deputati, nonché attivisti
politici radicali. Alla fine del ’47 i banchetti vengono proibiti dal Re, che il 28/12 si dichiara contrario a una riforma
elettorale. Il movimento dei banchetti tenta di rilanciarli, convocandone uno a febbraio che viene vietato dalla Polizia.
Ne viene convocato un altro, gli organzizzatori lo sospendono, ma l’iniziativa popolare lo mette in campo lo stesso. Gli
studenti protestavano, ad esempio, perché il governo Guizot aveva vietato lo svolgimento dei corsi di Storia della
Rivoluzione Francese tenuti al Collège de France da Michelet, che era stato addirittura l’assistente di Guizot! Alla
protesta dei liberali per la riforma elettorale si aggiunge quindi quella degli studenti a difesa della libertà
d’insegnamento, diritto abbastanza consolidato in Francia. Il 22/02 si ha quindi questa manifestazione: ci sono incidenti,
il giorno dopo vengono erette barricate e, soprattutto, la Guardia Nazionale, schierata per mantenere l’ordine, si unisce
ai rivoltosi. Qui succede quello che succederà anche in altre rivoluzioni: il Re, se non può più disperre di un organo
armato, è in grande difficoltà! La situazione precipita: i manifestanti danno l’assalto al palazzo delle Tuileries e Luigi
Filippo d’Orléans si spaventa; abdica per evitare di fare una brutta fine e scappa in GB. Luigi Filippo d’Orléans sarà
quindi l’ultimo Re di Francia: la monarchia in Francia cade nel gennaio del 1848. Questo non è il primo moto del 1848,
che cronologicamente inizia a Palermo, con la ribellione dei siciliani contro il Regno di Napoli; tuttavia il moto francese
produce conseguenze enormi (la caduta del Re) che hanno quindi una grande valenza simbolica in termini di opinione
pubblica. Il movimento inizialmente è urbano, concentrato essenzialmente a Parigi.

Nasce un governo provvisorio, diviso su alcuni aspetti, in primis sulla forma che lo stato dovrà assumere: si decide per
la Repubblica, a patto che nasca dopo l’elezione di un’assemblea costituente, pertanto la Seconda Repubblica sarà
provvisoria. Il concetto di Repubblica, a quell’epoca, era connotato da un’accezione molto pericolosa e radicale, del
resto l‘esperienza della Prima Repubblica, quella rivoluzionaria, era ancora vivida. Non viene invece accettata la
proposta della parte più estrema del movimenti, di sostituire il tricolore francese con una banidera rossa  segno
dell’importanza crescente della frangia socialista all’interno del movimento. Nel governo provvisorio, molto composito
e a maggioranza liberale, sono presenti anche personaggi di orientamento socialista che spingono per la proclamazione
di nuovi diritti. Un altro elemento, quindi, che emerge con forza in margine alla Prima Rivoluzione Industriale e
all’emergere dei primi movimenti socialisti, è la rivendicazione del diritto al lavoro. La rivendicazione tipica dei
movimenti socialisti è quindi “dare un lavoro”, mentre i diritti della tradizione liberale erano vita, libertà e proprietà. Il
governo provvisorio francese adotta qualche provvedimento in tal senso, istituendo atéliers nationaux (lavori pubblici),
che cercano di dare lavori pubblici ai disoccupati (tecnica che ancora oggi è utilizzata e che all’epoca era assolutamente
innovativa). Furono percepiti come un esperimento rivoluzionario, per la prima volta le istituzioni pubbliche
intrattenevano rapporti di lavoro con i cittadini. Si abolì la pena di morte, si dette la libertà di stampa e, all’inizio di
marzo, si proclamò il suffragio universale maschile: si passa da un corpo elettorale stimato in ca. 300.000 elettori a 9
milioni! Queste misure erano sostenute dalla convinzione tipica del pensiero democratico, ossia che, se fosse stata
allargata la base elettorale anche ai ceti più bassi, le forze democratiche avrebbero vinto le elezioni. Fu un errore
clamoroso, perché ebbero diritto di voto tutti coloro che appartenevano al mondo delle campagne, legato ai proprietari
terrieri (che condizionava i contadini) e il clero, lontano dalle istanze socialiste. L’Assemblea Costituente viene quindi
votata in elezioni che vedono un’ampia vittoria dei partiti moderati, conservatori, monarchici: emerge in particolare
Luigi Napoleone Bonaparte, pronipote di Napoleone Bonaparte, il quale viene eletto membro dell’Assemblea
Costituente. Molto spesso, quindi, poteri autoritari hanno goduto di largo consenso popolare (si pensi a Hitler!). Il
consenso popolare, quindi, può orientarsi anche verso forme di potere non necessariamente progressiste.

La nuova assemblea abolisce subito gli atéliers nationaux (non vogliono che lo Stato si ingerisca eccessivamente nel
mercato economico) e i repubblicani radicali protestano. Prime proteste e manifestazioni si hanno in maggio, ma
soprattutto, una vera e grande insurrezione contro il governo liberale-moderato si avrà il 23 giugno; questa insurrezione
incontrerà una violentissima repressione, condotta dal generale Cavaignac. Parigi allora era molto diversa: era
circondata da muri doganali, e le sue stradine erano strette e tortuose: fu proprio dopo il 1848 che le strade vennero
trasformate in viali, in modo da impedire le barricate e consentire le manovre della cavalleria della polizia. Gli scontri
produrranno circa 10.000 morti, un’enormità se si considerano le armi di allora (ci furono anche molte esecuzioni
sommarie). Sulla base di questo “successo”, il generale Cavaignac diventa capo del governo. Una rivoluzione
cominciata in modo democratico, quindi, porta al governo un militare (anche se rimane la forma politica della
Repubblica). L’Assemblea costituente finisce di preparare la costituzione e, a fine 1848, si vota per l’elezione del
Presidente della Repubblica. Il candidato favorito è lo stesso Cavaignac, il poeta Lamartine, e Luigi Napoleone
Bonaparte. Si pensava che l’esito delle elezioni sarebbe stato più incerto, invece Bonaparte stravince, prendendo il 75%
dei voti! I francesi, chiamati a votare a suffragio universale maschile per il presidente della Repubblica votano il
discendente di Napoleone! Questo ci spiega quanto i francesi fossero ancora attaccati all’esperienza napoleonica (Luigi
Napoleone usava molto il nome del prozio, attirandosi anche strali beffardi della satira). La Francia è un Paese cattolico,
e Luigi Napoleone sa di dover rassicurare sia i cattolici che le grandi potenze europee, preoccupate all’idea di un
Bonaparte che ritorna al governo francese  significa che l’equilibrio di Vienna, stabilito contro Napoleone I, era stato
messo in discussione. Luigi Napoleone, infatti, in seguito, lavorerà molto per modificare l’equilibrio di Vienna,
soprattutto in senso anti-austriaco (arriverà ad aiutare gli Italiani contro l’Austria ai tempi di Cavour).

La prima conseguenza del 1848 francese è l’instaurazione di una repubblica, che diventa rapidamente una repubblica
conservatrice, e l’ascesa di un nuovo Bonaparte. Il Presidente della Repubblica francese aveva un mandato di 4 anni, e
questa limitazione stava stretta a Bonaparte, che pretese di vederlo allungato, o almeno di potersi ricandidare. Bonaparte
propone quindi una riforma costituzionale in questo senso, che viene votata dall’Assemblea, ma senza ottenere la
maggioranza dei 2/3 necessari a procedere alla modifica della costituzione. Bonaparte, capendo comuqnue che la
maggioranza dell’Assemblea è dalla sua parte, il 2 dicembre 1851, fa un colpo di stato militare, e sceglie la data
dell’anniversario della Battaglia di Austerlitz, la più grande vittoria militare di Napoleone I e quindi francese, per
attirarsi le simpatie del popolo. Ci saranno assedi, arresti, resistenze, morti, esiliati.. è un colpo di stato a tutti gli effetti.
Luigi Napoleone, però, il 22 dicembre organizza un referendum per chiedere ai Francesi se sono d’accordo con la sua
mossa, e lo stravince, ottenendo 7,5 milioni di voti a favore. Questo ci spinge a un’ulteriore riflessione sul fatto che
spesso i poteri autoritari godono del consenso popolare: è il paradosso della democrazia, di cui i contemporanei si
accorgono subito, che iniziano a parlare di una forma di potere nuova, che non era il conservatorismo monarchico e
tradizionale. Del resto, il potere di Luigi Napoleone, per quanto autoritario, derivava dal consenso popolare. Per cercare
un’analogia storica, si cominciò a pagare di cesarismo, ossia di un potere fortemente legato al prestigio militare, ma che
ottiene il consenso dei seguaci (nel XX secolo si parlerà di potere carismatico). Fatto il colpo di stato e ottenuto il
referendum, Napoleone nel 1852 fa rieleggere l’Assemblea nazionale con una grande maggioranza; il 21-22 novembre
1852 si tiene un nuovo referendum nel quale si chiede il parere del popolo relativamente alla restaurazione dell’impero,
ottenendo una grande maggioranza di “Sì” e il 2 dicembre 1852 Luigi Napoleone Bonaparte viene proclamato
Imperatore con il titolo di Napoleone III (Napoleone II sarebbe stato il figlio di Napoleone I, morto giovanissimo in
esilio in Austria). Dal 1848 al 1852 l’evoluzione politica della Francia è stato rapidissimo e convulso: da repubblica
quasi socialista, a repubblica conservatrice, a impero autoritario.

Napoleone III è protagonista assoluto della politica europea nella fase centrale del XIX secolo, e rimase al potere (Se
consideriamo anche la Presidenza della Repubblica) dal 1848 al 1870: 22 anni in cui gli equilibri europei cambiarono
completamente. La Francia ha avuto, quindi, un andamento storico autonomo dal 1848 in poi (se si eccettua la politica
estera): non c’era un problema nazionale e il problema costituzionale non era grave come nel resto d’Europa (una
costituzione, infatti, c’era).

Lezione 8 – 02/03/2021
Torniamo in Europa centrale, dove i problemi sono diversi. In Francia abbiamo un'evoluzione istituzionale particolare,
ma il problema nazionale non sussisteva. La questione nazionale si presenta invece, seppure in modo ben diverso,
nell'area italiana, nell’area tedesca e Impero Asburgico.
Partiamo sempre dagli inni per capire come le nazioni si autorappresentano: il testo dell'Inno tedesco è del 1841 (la
musica è più antica, composta da Haydn), l'inno di Mameli è del 1848, rispondono quindi a esigenze simili, ma danno
del carattere nazionale una visione molto diversa.
 Inno tedesco
Si noti che la musica dell'inno tedesco fu a lungo quella dell'Impero Austriaco; dopo la caduta dell'Impero Austriaco
diventa la musica dell'inno tedesco, utilizzato anche dalla Repubblica di Weimar. Rimane formalmente l’inno tedesco
anche durante il nazismo (anche se a Hitler non piaceva molto!), in seguito, dopo la sconfitta della Germania nella
IIGM fu vietato, ma fu poi ripreso, a patto che se ne cantasse solo la terza strofa, in quanto le strofe precedenti avevano
caratteri quantomeno ambigui.
Il testo dell'inno tedesco è molto complesso: nella terza strofa si parla di Einigkeit (unità), in un momento in cui esiste
ancora la Confederazione Germanica (l’inno è appunto scritto nel 1841). La seconda strofa ha un fondo etnografico, la
condivisione di un modo di vita che sta alla base dell'essere tedesco: non c'è un richiamo storico, come nell'Inno di
Mameli (che è integralmente basato su riferimenti storici). La prima strofa invece ha una dimensione geografica: la
traduzione più corretta è “Germania sopra tutto” (visione comune nell'800: per un buon tedesco la propria nazione è una
priorità, è un rapporto fra me e la mia nazione), e non “Germania sopra tutti” (visione nazionalista: Germania contro le
altre nazioni, lotta per la supremazia → strofa ambigua). Il vero motivo, però, per cui non si canta, è perché la
dimensione geografica a cui si fa riferimento è molto più vasta: per l'inno la Germania finisce con l'Adige e la Mosa!!
Al contrario dell'Italia, la Germania ha un problema di confini naturali.
 Inni italiani
L'Inno del Regno sardo era cantato in sardo; è interessante perché i colori nazionali del Piemonte erano diversi (azzurro
era il colore del Re, mantenuto nella maglia nazionale delle competizioni sportive). Nel testo è molto simile a “God
Save the King”. In seguito verrà adottata la Marcia Reale dal Regno d'Italia, fino alla proclamazione della repubblica
(anche se il fascismo aveva un suo inno non ufficiale, “Giovinezza, giovinezza”). Il testo dell'Inno di Mameli, invece,
richiama tanti aspetti della storia italiana.
Goffredo Mameli era un giovane democratico che morì nella difesa di Roma nel 1849. Era un inno repubblicano, tanto
che veniva cantato anche dai repubblichini di Salò. Per la Costituzione Italiana l'Inno di Mameli era solo un inno
provvisorio. Scipio è Scipione l'Africano, è colui che sconfigge i Cartaginesi → questo pone un problema preciso.
Roma e la tradizione dell'Impero Romano fanno parte della storia nazionale oppure no? Nel XIX secolo l'opinione degli
intellettuali era divisa: per i moderati e i romantici la storia d'Italia cominciava con la fine dell'Impero romano e la
mescolanza dei popoli (per gli storici tedeschi le invasioni barbariche sono chiamate “migrazioni dei popoli”), lo stesso
Alessandro Manzoni, nell'Adelchi, insiste sul fatto che la Storia d'Italia sia cominciata nell'Alto Medioevo. La
tradizione repubblicana, invece, considerava Roma italiana per i valori della repubblica! (risbobina qui). Dio ha deciso
che la vittoria è schiava di Roma. Vediamo un richiamo alla storia antica anche nell'invito a schierarsi a coorte. Nella
seconda strofa si ha il richiamo all'unità, come nell'inno tedesco. Nella terza strofa si vuole liberare il suolo natio nel
nome di Dio. Quarta strofa: richiamo a Legnano, la sconfitta di Barbarossa, momento fondativo dell'identità nazionale.
Ferruccio era un condottiero della Repubblica di Firenze; Balilla è l'iniziatore della rivolta di Genova contro gli
Austriaci; i Vespri sono i Vespri siciliani, rivolta nel '200 contro i Francesi → rivendicazione nazionale come motivo
fondante della nazione. Non ci si richiama a usi e costumi come nell'inno tedesco, bensì alla storia nazionale. Sono due
modi diversissimi di rappresentarsi una nazione che si deve ancora costruire e trovare la sua forma di Stato.
2. Italia
Il problema italiano, come del resto anche in Ungheria, riguarda non solo l'unità nazionale, ma anche l'indipendenza. Ci
sono sovrani stranieri e costruzioni statuali italiane mal tollerate dal popolo, come ad esempio il Regno Borbonico (che
vede infatti il primo moto del 1848 a livello europeo: i siciliani vorrebbero tornare alla costituzione del 1812, quando la
corte borbonica era a Palermo).
In Italia c'era stata una premessa da considerare. Nel 1843 Gioberti, un prete, pubblicò il suo Primato morale e civile
degli Italiani: Italia è descritta come la madre della civiltà, e pertanto ha diritto ad acquisire una sua autonomia. Il libro
ebbe grande successo perché proponeva di trovare un accordo con l’Austria e di creare una soluzione federale
monarchica con a capo il Papa. Questo indicava all'opinione pubblica moderata e conservatrice la possibilità di una
soluzione del problema nazionale italiano non traumatica, ma moderata e non rivoluzionaria, che mantenesse tutto
sommato l’equilibrio esistente con alcune concessioni liberali. Essere dipendenti da un potere politico esterno vuol dire
che tutta la vita di quel Paese è condizionata. Ad esempio, il Lombardo-Veneto era sotto controllo austriaco: i suoi
funzionari direttivi erano di nomina imperiale e spesso non italiani (a detrimento dell'élite italiana), e facevano
ovviamente gli interessi dell'Austria! L'indipendenza non è solo un valore nobile e ideale, ma è legata anche ad
importanti ragioni legati ad interessi economici, pragmatici: le cariche civili, militari, burocratiche erano scelte da un
governo straniero!

La soluzione di Gioberti è interessante perché orienta quindi verso la questione dell'indipendenza nazionale ceti che non
erano certo rivoluzionari, allargando il consenso intorno alla prospettiva dell'indipendenza nazionale. L’ipotesi del Papa
a capo della confederazione sembrava una stravaganza, ma nel 1846 venne eletto Papa il cardinale Giovanni Mastai
Ferretti, che prende il nome di Pio IX. Egli non era un uomo di curia, era un vescovo, con esperienza
nell’amministrazione della cura d’anime: aveva fama di persona moderata, benevola. Intorno a Pio IX per alcuni anni si
creò un vero e proprio mito e alimentò speranze (che poi si rivelò infondata). Fu il pontificato documentato più lungo
della storia (32 anni) e fu l’ultimo Papa sovrano temporale, dovette quindi gestire una complessa transizione storica. Pio
IX fu capace, con alcuni singoli atti di governo orientati alla moderazione, di far pensare che potesse essere lui il Papa
immaginato da Gioberti. Appena diventa Papa concede un’amnistia per i reati politici, concesse una limitatissima
libertà di stampa, fece entrare nella consulta di governo dei laici per la prima volta…erano piccoli segni d’innovazione,
che crearono intorno a questa figura un’aspettativa enorme, perfino Mazzini scrisse una lettera a Pio IX in toni
esaltatori: praticamente, ci cascarono tutti! Solo pochi lo criticarono (es. Michele Amari), seppur aspramente. La
fascinazione per il nuovo Papa spinse gli alti ceti degli altri Stati italiani a fare pressione sui propri governanti:
d’altronde, se perfino il Papa (il sovrano più conservatore per antonomasia!) faceva delle riforme, a maggior ragione
avrebbero douto farlo anche gli altri sovrani!

In questo contesto di aspettativa che si è creata agiscono le condizioni generali cui abbiamo precedentemente accennato:
malcontento generale, le notizie della crisi parigina, etc. La situazione è quindi in movimento, e gli equilibri si rompono
quando il 12 gennaio 1848 si assiste alla rivolta di Palermo. Dopo 12 giorni, il comitato rivoluzionario di Palermo
dichiara decaduta la monarchia borbonica: anche a Napoli e Salerno scoppiano dei moti costituzionali contro i Borbone,
e l’11 Febbraio il Re di Napoli Ferdinando II, noto come il “Re Bomba” per la sua tendenza a ricorrere alla forza,
concede la Costituzione. La data è indicativa: questo succede prima della rivolta di Parigi! Il primo moto costituzionale
italiano non dipende dagli eventi di Parigi; quasi tutti i sovrani della penisola italiana concedono la Costituzione prima
che scoppi la rivoluzione in Francia. L’ultimo a concerderla sarà il Re di Sardegna, Carlo Alberto, dopo la rivolta di
Parigi, ma è da sottolineare che l’aveva comunque promessa prima. Il 17 febbraio si ha la concessione della
Costituzione in Toscana; Pio IX concede uno Statuto fondamentale per lo Stato Pontificio. Lo Statuto Albertino, invece,
è un documento molto importante, perché sarà poi la costituzione del Regno d’Italia, estendendosi a tutto il territorio
italiano, e lo resterà fino al 1948. È l’unica costituzione italiana che dopo la sconfitta dei moti rivoluzionari del 1848-49
verrà mantenuta in Italia, mentre, ad esempio, in Toscana sarà formalmente abrogata, il Re di Napoli non la attua più.

Analizziamo più nel dettaglio lo Statuto Albertino: si apre comunque con un richiamo all’origine divina del potere
monarchico (“per grazia di Dio”); il Re concede ai suoi sudditi delle garanzie, non è lo stesso contesto in cui è nata la
Costituzione degli USA, ad esempio! Altre caratteristiche su cui dobbiamo riflettere: è una Costituzione non rigida,
ossia, il suo contenuto può essere modificato con delle leggi ordinarie. Oggi, ad esempio, per modificare la Costituzione
Italiana, servono doppia lettura di Camera e Senato e, se non si raggiunge una maggioranza di 2/3, serve un referendum
costituzionali. Inoltre, lo Statuto Albertino garantiva il mantenimento di gran parte dei poteri nelle mani del Re,
soprattutto in politica estera. Il sistema parlamentare prevedeva due camere (Camera e Senato): il Senato era di nomina
regia, non era elettivo, come la Camera, limitando così la democrazia nel Regno. Il diritto di voto era molto limitato, ma
soprattutto, quello era un sistema costituzionale puro, ossia, il governo del Re manteneva il potere esecutivo; il Re
esercita questo potere attraverso i suoi ministri. Il Re nomina quindi il Capo del Governo e dei Ministri per
rappresentarlo nel Consiglio dei Ministri, al quale poteva partecipare in prima persona. Il governo del Re non dipendeva
dal voto del Parlamente, a differenza dei sistemi parlamentari di oggi: oggi, se il Parlamento italiano vuole sfiduciare il
governo, può votare la sfiducia e, in quel caso, il governo deve dimettersi. In un sistema come quello fissato dallo
Statuto Albertino no: il Re nomina e revoca i suoi mnistri, se un governo non aveva la maggioranza parlamentare poteva
essere comunque essere mantenuto al potere dal Re. Quando re Vittorio Emanuele III dette a Mussolini l’incarico di
formare il governo, il Partito Nazionale Fascista aveva 35 deputati, su 600, non aveva assolutamente la maggioranza
parlamentare, ma il Re non era tenuto a rispettare la maggioranza parlamentare! I Re di Sardegna e, successivamente, i
Re d’Italia, usarono generalmente questo potere con molto scrupolo, preferendo che i governi avessero una
maggioranza parlamentare, capendo che era difficile imporre al Parlamento un governo ad esso inviso, ma in teoria
potevano farlo e, in alcuni casi, lo fecero. Lo Statuto Albertino garantiva inoltre i tradizionali diritti liberali: libertà
d’associazione, di stampa (pur con un’attività di censura non preventiva); il governo del Re manteneva un forte potere
nella vita sociale ma, per i tempi, il quadro dello Statuto era sostanzialmente d’impronta liberale.

In Marzo 1848 arrivano in Italia le notizie delle rivolte di Berlino e, soprattutto, Vienna: se il governo austriaco va in
crisi (e va in crisi sul serio: il 13 Marzo l’Imperatore licenzia Metternich e concede l’elezione di un’assemblea
costituzionale, il governo è costretto a lasciare Vienna per via di una rivolta; l’Imperatore abdica e viene sostituito, nel
dicembre 1848, dal giovanissimo Francesco Giuseppe, che regnerà fino al 1916), il Lombardo-Veneto ne approfitta . Il
17 Marzo ci sarà la rivolta di Venezia, e a Venezia viene proclamata la Repubblica (ripristinando così la tradizione
repubblicana di quei territori), a capo della quale sale Daniele Manin, che veniva dall’antica aristocrazia repubblicana di
Venezia. Daniele Manin è tuttora un personaggio quasi leggendario, a Venezia, tanta fu la rilevanza della sua esperienza.
Tuttavia, il fatto che fosse stata proclamata la Repubblica avrebbe potuto alienare le simpatie dei regni circostanti: ad
esempio, un Re di Sardegna difficilmente poteva essere invogliato a prestare soccorso ad una Repubblica! Il 18 Marzo
cominciano le V Giornate di Milano, episodio più importnate del ’48 italiano: a Milano vengono cacciate via le truppe
imperiali austriache comandate dal Maresciallo Radetzky (cui fu intitolata la famosa marcia di Capodanno), il nemico
per antonomasia dei patrioti italiani. Radetzky si ritira da Milano, perché capisce che una battaglia in città sarebbe
troppo rischiosa: si ritira quindi nelle fortezze di Verona e del quadrilatero, in attesa che gli eventi evolvano. Anche a
Milano si proclama un governo provvisorio, che include moderati ma anche democratici e repubblicani “pericolosi”, tra
cui Carlo Cattaneo, una delle guide delle insurrezioni meneghine. A quel punto il Regno di Sardegna deve decidere cosa
fare e Carlo Alberto, il 23 Marzo, dichiara guerra all’Impero Asburgico. È un atto al limite dell’irresponsabilità, perché
il Regno di Sardegna, per quanto ben organizzato, non può sostenere una guerra contro un Impero. La decisione di
Carlo Alberto è dettata dal fatto che si vuole sfruttare la crisi politica in cui, in quel momento, versa l’Impero Asburgico,
sperando inoltre di ricevere sostegno da altri monarchi italiani. Entrando in guerra, inoltre, Carlo Alberto compie un
gesto simbolico: cambia bandiera. Non entra in guerra con la bandiera piemontese azzurra con la croce in campo
bianco, ma adotta il tricolore del 1796-97 (inserevndovi lo stemma dei Savoia), la prima bandiera nazionale italiana,
adottata negli anni della presenza giacobina, che poi rimarrà la bandiera italiana fino alla caduta della Monarchia nel
1946. È un chiaro segnale: il programma politico di Carlo Alberto riguarda obiettivi che vanno ben oltre gli interessi
dinastici dei Savoia, non si vuole limitare alla conquista della Lombardia. La guerra all’inizio è favorevole ai
piemontesi, ma soprattutto perché gli austriaci sono in difficoltà: l’Impero deve ora affrontare anche le rivolte della
Boemia e della Moravia. Tuttavia, appena l’esercito austriaco è in grado di mobilitarsi le cose cambiano.

Alcuni Stati italiani, come la Toscana, madano truppe in soccorso al Piemonte, così come il Re di Napoli. In Toscana ci
fu anche il famoso episodio del battaglione unviersitario composto da studenti e professori delle Università di Pisa e
Siena, esempio di quella larga partecipazione giovanile a questi moti, di cui abbiamo già parlato (es. battaglie di
Curtatone e Montanara , maggio 1848). Anche il Papa inizialmente aderisce al movimento nazionale. Nel frattempo, la
Sicilia si proclama indipendente, e rimarrà tale fino al maggio 1849. Il problema piscologico e culturale, però , è quello
del Papa. Pio IX, il 29 Aprile, pronuncia una famosa allocuzione, nella quale annuncia il ritiro delle truppe regolari
inviate contro l’Austria. Questo non ci deve sorprendere: generalmente le guerre non sono “affari da Papi”, men che
mai se rivolte contro Imperi cattolici come quello Asburgico, che era il garante del cattolicesimo nell’Europa centrale. È
in questo momento che cadono le illusioni generate dalla figura di Pio IX: un Papa non può guidare un movimento
nazionale, che si sarebbe potuto scontrare con altre potenze cattoliche! Nel 1848, però, cadono un sacco di opzioni per il
progetto independentista italiano, come quella neoguelfa sostenuta da Gioberti: è lo stesso Papa che si chiama fuori da
questo scenario. Anche altre previsioni si rivelano fallaci: uno dei motti tipici, sia in campo moderato che democratico
era “L’Italia farà da sé”, sostenendo che l’Italia avrebbe potuto liberarsi con le sue proprie forze. La lezione del ’48-’49
dimostrerà che questa previsione era sbagliata: l’Italia non ce la fa né con le sue forze ufficiali (gli stati), né
rivoluzionarie (es. Mazzini). Chi capì meglio di tutti questa lezione fu Camillo Benso, conte di Cavour. Nel 1848 non
riveste ancora un ruolo politico importante, era un nobile cadetto che, alla fine del ’47, aveva fondato con i suoi soldi un
giornale politico che si chiamava “Il Risorgimento”, dando così nome a un’epoca storica. All’epoca, Cavour è un
osservatore, e molto acuto: la lezione che trarrà dalle sconfitte del 1848-49 è che l’Italia ha bisogno dell’appoggio
internazionale per portare avanti la questione nazionale. Infatti, quando gli Austriaci cominciano a liberarsi delle rivolte
in Boemia e Moravia (per la rivolta d’Ungheria ci vorrà molto più tempo), la situazione evolve in modo drammatico
per la compagine piemontese. Intanto, il 15 maggio del 1848, il Re di Napoli scioglie il Parlamento e manda le truppe
svizzere a ripristinare l’ordine con la forza: a Napoli il movimento costituzionale finisce. La Costituzione non viene
cancellata, ma non viene più attuata. Ancora a Maggio i piemontesi continuano a vincere contro gli austriaci, ma la
svolta si ha a fine Luglio con la battaglia di Custoza, pesantemente vinta dagli austriaci, che riprendono Milano. Carlo
Alberto si ritira e si firma un armistizio il 9 Agosto: gli austriaci hanno ripreso il controllo dei territori persi fra marzo e
agosto. In questa fase, l’iniziativa passa, negli stati italiani, ai democratici. In Toscana si forma un governo democratico
(Giuseppe Montanelli), poco efficace del resto; molto seria, invece, è la vicenda romana. A Roma, a metà novembre del
1848 viene ucciso il ministro di Pio IX, Pellegrino Rossi (che era anche liberale, tra l’altro), il Papa scappa e si rifugia a
Gaeta dal Re di Napoli, e Mazzini proclama la Repubblica Romana. Questo è un episodio molto importante del ’48-’49
italiano: si elabora una carta costituzionale democratica (che influenzerà anche quella del 1948), e a Roma si riunisce la
crème de la crème della democrazia italiana. Infatti, il capo militare della neonata repubblica è Giuseppe Garibaldi,
all’epoca già un personaggio leggendario, abilissimo militare. La Repubblica Romana verrà repressa da un’altra
Repubblica, quella Francese! Il presidente Luigi Napoleone, infatti, manda a Roma, nell’Aprile 1849, un gorsso
contignente militare che assedia la città. Perché una Repubblica, nata come repubblica rivoluzionaria, va a reprimere
un’altra repubblica? Luigi Napoleone ha bisogno di legittimarsi nello scenario internazionale, di porsi come protettore
del cattolicesimo e uomo d’ordine. Garibaldi si difenderà molto bene, ma lo squilibrio di forze è enorme, e il 4 Luglio
del ’49 la Repubblica Romana cade. Pochi giorni dopo si arrende la Repubblica di Venezia, assediata dagli austriaci e
funestata da un’epidemia di colera. L’Italia è stata quindi riportata sotto controllo austriaco. Carlo Alberto , nella
primavera del 1849, prova a riprendere la guerra contro l’Austria, ma viene sconfitto disastrosamente a Novara. Abdica,
lascia il trono e fugge in Portogallo, dove morirà poco dopo, probabilmente di crepacuore. Il figlio che gli succede,
Vittorio Emanuele II otterrrà dagli Austriaci di mantenere la Costituzione; manterrà inoltre il tricolore del padre, come
promessa delle future aspettative piemontesi.

Alla fine del 1849 rimane un solo stato costituzionale: il regno di Sardegna, dove si rifugeranno (in parte anche in
Toscana) molti patrioti italiani compromessi e condannati nei loro stati d’origine, profughi ed esiliati. In Piemonte si
organizza quindi un embrione di classe dirigente nazionale, perché ci sono esponenti di ogni regione italiana, sono tutti
personaggi che avranno ruoli di primo piano nel futuro Regno d’Italia.

L’ipotesi neoguelfa è quindi caduta; l’ipotesi repubblicana mazziniana ha fallito vistosamente (come si è visto a Roma
e a Venezia), la questione nazionale non può essere sostenuta esclusivamente dal basso. Rimane solo il Piemonte, una
monarchia con un esercito abbastanza organizzato, un sistema politico che garantisce alcune libertà, da cui poter
ripartire. Anche in Europa la rivoluzione sarà sconfitta, come vedremo. Anche in Europa però, questi moti, sgombrano
il campo da una serie di equivoci relativi a scenari politici possibili, come vedremo (es. ipotesi piccolo-tedesca VS
grande-tedesca). È vero, quindi, che i moti rivoluzionari sono sconfitti, ma è anche vero che la cosiddetta “Seconda
Restaurazione” (si pensi che in Toscana viene ripristinata la pena di morte; a Napoli la repressione è durissima….) non
sarà totale. Ormai si sono messe in moto forze e si sono chiarite opzioni politiche che renderanno impossibile un
ritorno al passato.

Lezione 9 – 04/03/2021

3.Impero Asburgico.
Anche nell’Impero Asburgico (d’ora in poi, IA) esistono serie questioni di indipendenza nazionale. L’IA si era messa in
piedi molto gradualmente, come del resto tutti i grandi imperi, derivanti da una storia remota conglomeratasi in un
processo di varie acquisizioni dinastiche progressive. L’IA era un agglomerato di territori e nazionalità piuttosto
complesso, si veda la sottostante cartina del 1914 come riferimento. C’è una grande componente dinastica ungherese: la
corona d’Ungheria era enorme, e comprendeva anche la Croazia: si pensi che Fiume era il porto dell’Ungheria, mentre
Trieste era un porto austriaco. C’erano regioni linguistiche tedesche, slave, Boemia e Moravia. L’IA era un’entità molto
complicata, all’internod ella quale c’era una maggioranza linguistica e sociale germanofona, una grande componente
ungherese, una grande componente slava e una discreta componente italiana (nel ’48 c’è ancora il Lombardo-Veneto).
Esistevano quindi quattro grandi gruppi nazionali soggetti all’egemonia austriaca.

Era abbastanza chiaro che potessero emergere importanti moti, in questo contesto: la rivolta d’Ungheria fu una vera e
propria guerra, in cui l’Austria, per vincere, ebbe bisogno di coinvolgere l’Impero Russo. Nel ’48 e ’49 furono concesse
due Costituzioni; come abbiamo già anticipato, fu licenziato Metternich e l’imperatore abdicò. Furono questi eventi di
grande portata e di rottura con l’ordine precedente; succede all’Imperatore il giovane Francesco Giuseppe (aveva 18
anni). Si ha una rivolta a Praga, che viene sedata facilmente; la famiglia reale fugge a Innsbruck, meno esposta alle
pressioni dell’est. La svolta della situazione si ebbe quando l’Austria, richiamandosi alla Santa Alleanza, chiede
l’intervento della Russia contro gli Ungheresi. Lo squilibrio di forze era troppo marcato, gli Ungheresi non furono in
grado di resistere, ma quella rivoluzione ebbe comunque alcune particolarità: si osservò una forte unione nazionale tra
l’alta aristocrazia ungherese e il popolo, fu quindi una guerra con forte partecipazione popolare, al contrario, ad
esempio, della I guerra d’indipendenza italiana che non vede tutta questa partecipazione popolare. Quella d’Ungheria è
una vera e propria mobilitazione nazionale. Nel Settembre del 1849 centinaia di esponenti dell’aristocrazia e
dell’esercito ungherese vennero impiccati: la repressione fu durissima e causò una rottura insanabile fra Austriaci e
Ungheresi (che apre la strada all’autonomia ungherese di venti anni dopo). Gli Austriaci repressero la rivolta ungherese
in modo molto più duro che non quella italiana, forse perché avevano avvertito la maggior pericolosità dell’evento. Il
problema ungherese, dopo il 1848, rimane aperto: assieme al problema italiano, questo sarà un fattore di debolezza per
l’Impero. È chiaro che, a quelle condizioni, gli Ungheresi non sono sudditi affidabili!
Francesco Giuseppe come imperatore fu molto prudente, ma non totalmente chiuso alle riforme. Alcune riforme interne
all’Impero vennero portate avanti, anche se, probabilmente, le fece troppo tardi affinché potessero avere qualche effetto.
Era un grande conservatore, ma non era un cieco reazionario. Ebbe una vita molto travagliata, (si consideri, ad esempio,
la fine tragica che fece il figlio, Rodolfo d’Asburgo). L’Impero Asburgico, quindi, esce formalmente vincitrice dai moti
del 1848, ma, in realtà, ne esce più frammentato che mai. Il ’48-‘49 segna quindi l’avvio di una crisi profonda,
nell’Impero Asburgico.
4. Confederazione Germanica
Anche in Prussia si concede una nuova Costituzione, dopo le rivolte berlinesi del 15 Marzo. Questa è una Costituzione
abbastanza strana: il Parlamento prussiano è diviso in due camere, una eletta a suffragio universale maschile
(ovviamente molto limitato) e l’altra di nomina regia. La composizione della camera eletta è molto particolare: votano
tutti, ma il voto non pesa nello stesso modo. A diverse categorie sono riservati una certa quota di seggi, condizionando
in modo significativo la possibilità di accedere alla qualifica di deputato a seconda della categoria d’appartenenza. Il
risultato è che, di fatto, i 2/3 del Parlamento venivano eletti dal 15% degli elettori; il rimanente 1/3 dall’85% degli
elettori. Questa fu una delle tante risposte date al problema del suffragio universale: tutti votano, ma il voto pesa in
modo diverso, un margine di sovranità ce l’hanno tutti, ma in modo diverso. Questa caratteristica rimane anche nel
Parlamento della futura Germania Unita. Il Parlamento prussiano era sicuramente rappresentativo ma non era
propriamente democratico come es. quello della Francia del ’48 (suffragio universale maschile).
Per discutere dei problemi della Germania si riunirà, dal 18 Maggio del 1848, l’Assemblea nazionale di Francoforte
(Nationalversammlung, che vediamo in una stampa dell’epoca): questa non è un Parlamento perché comprende anche
membri delegati dei vari governi, una riunione nazionale che deve discutere sul futuro della Germania.

Un poeta tedesco satirico commentò la composizione di questa Assemblea, caratterizzata dall’eccessiva presenza di
intellettuali, ritenendoli troppo poco “pratici”: Hundertzwanzig Professoren, Vaterland du bist verloren (“120
Professori, Patria mia, tu sei perduta!”). Questo la dice lunga anche sul tipo di mobilitazione evocata da questi moti.
Notiamo un particolare nella stampa: le bandiere appese sopra il seggio della Presidenze sono le bandiere dell’attuale
Germania! È la bandiera della tradizione liberale tedesca. La bandiera prussiana, invece, è diversa: è nera-bianco-rossa.
Intorno a questa articolazione cromatica si è giocata una partita importante: i colori prussiani saranno poi quelli della
bandiera del nazionalsocialismo (rossa e bianca con svastica nera), che non a caso riprende i colori prussiani! I simboli
rivestono un grande ruolo.
L’assemblea di Francoforte in realtà non è appoggiata né dalla Prussia né dall’Austria: discutono di tutto, ma in
particolare del futuro della Germania: qual è lo scenario verso cui progredire, qual è l’assetto territoriale per la
Germania unita, la Piccola Germania o la Grande Germania? I piccolo-tedeschi sostengono l’ipotesi di una Germania
che non comprenda le zone germanofone dell’Impero Asburgico, che si concentra attorno alla Prussia. È una Germania
centro-settentrionale, in una zona a forte sviluppo economico e con una maggioranza di protestanti. I grandi-tedeschi
vorrebbero invece includere anche le zone germanofone dell’Imepro Asburgico, inquadrando nel nuovo stato anche
zone a sviluppo industriale più limitate e prevalentemente agricole, nonché popolazioni cattoliche (presenti soprattutto
nel sud della Germania). Sono due opzioni molto diverse, ma ancora oggi, andando in Germania, ci rendiamo conto che
la Germania del Sud e la Germania del Nord sono molto diverse fra loro! Alla fine di queste complicate discussioni,
molto combattute, poco chiare, prevale la linea piccolo-tedesca. L’Assemblea Nazionale offre quindi al re di Prussia,
Federico Guglielmo IV, la corona imperiale di Germania. Il Re di Prussia ovviamente rifiuta: egli è Re per grazia
divina, non può accettare una corona offertagli da un Parlamento di borghesi, sarebbe quantomai delegittimante! Inoltre,
manda l’esercito prussiano a sciogliere l’Assemblea! Però, anche in questo caso, quello che sembra un fallimento del
mvimento quarantottesco, produce delle conseguenze abbastanza chiare: ormai per la classe dirigente prussiana (più che
al Re, che era mezzo matto e che verrà sostituito di lì a poco dal fratello, Guglielmo I) è chiaro che, se agli Stati tedeschi
verrà data la scelta, essi si schiereranno con la Prussia, che all’epoca era la seconda potenza della Confederazione (l’IA
era la prima), ma sentita più “interna” allo spazio propriamente tedesco. Questa sarà una lezione che nell’immediato
futuro frutterà molto.
L’equilibrio raggiunto alla fine di questi moti dura pochissimo, se pensiamo che il Regno d’Italia nasce nel 1861 e
l’Impero Tedesco nel 1871, sconfiggendo l’IA nel 1866: è una partita che verrà riaperta a breve.

Questi decenni sono anni di grandi trasformazioni materiali: nasce il telegrafo (i cavi telegrafici vengono messi sotto
l’oceano!), la nave a vapore…si assiste a una velocizzazione delle comunicazioni e quindi a un rimpicciolimento del
mondo. Comincia quel grande cambiamento nella percezione del tempo e dello spazio che sarà drammatico nel ‘900. A
fine ‘800 Giulio Verne scrisse “Il giro del mondo in 80 giorni”, che sembrava una cosa incredibile: oggi lo possiamo
fare in un solo giorno! Il tempo diventa molto più pieno di esperienze. Si riduce lo spazio, comincia a prendere corpo la
Seconda Rivoluzione Industriale, che si applica a contesti produttivi più complessi di quelli della prima
(prevalentemente tessile e siderurgica) e impatta molto di più la vita quotidiana delle persone. Entra in campo la
chimica: fertilizzanti, esplosivi, le prime materie di sintesi; e l’elettricità, che era conosciuta fin da fine ‘700.
L’elettricità nel ‘700 era usata prevalentemente a scopo ricreativo perché non si sapeva come condensarla e trasportarla:
ma con le pile e i cavi di rame si può: è così nel XIX secolo l’elettricità acquista una grande importanza. La svolta
dell’elettricità, del resto, continua ancora. Chimica ed elettricità, quindi, permettono trasformazioni di grande intensità:
sono tecnologie che diventano rapidamente disponibili per fasce più larghe della popolazione  metropolitana a
Londra, illuminazione pubblica, trasporto dell’acqua.
Cosa comporta questo?
Innanzitutto l’organizzazione di una rete di servizi pubblici più complessa: si ha necessità di nuovi saperi, nuove
professioni. Si dà un grande impulso all’istruzione pubblica: le nuove industrie richiedono manodopera altamente
qualificata (es. industria chimica: per lavorarci servono competenze ben precise). Si creano nuovi rami di
amministrazione pubblica: es. per amministrare l’illuminazione pubblica  svolta anche politica. L’industria chimica è
all’origine anche del’impulso alla medicina.
Il mondo si sta complicando, e i poteri politici che sostengono l’equilibrio vanno contro la direzione in cui sta andando
il mondo. Le vecchie formule politiche non funzionano più: i nuovi conservatorismi novecenteschi non sono quelli
dell’equilibrio di Vienna, es. Mussolini non era un principe, sostenitore della monarchia assoluta, veniva da una
famiglia abbastanza povera! Il mondo è cambiato.
La Seconda Rivoluzione Industriale ha quindi un fortissimo carico di tecnologia pratica, e i suoi centri sono la
Germania, che ha al tempo il miglior sistema scolastico e universitario del mondo, e gli Stati Uniti, dove l’impianto
epistemologico è più empirico e meno scientifico. Gli USA danno il nome dell’inventore all’oggetto: es. fucile a
ripetizione Winchester, la pistola Colt, lo pneumatico Dunlop, la macchina da cucire Singer… è tecnologia che entra
nella vita di tutti i giorni (Prima Rivoluzione Industriale  locomotiva, dimensione meno quotidiana e meno “di
massa”). Nel 1876 (circa) si brevetta il primo motore a scoppio: ci vorrà un po’ prima di avere la prima automobile, ma
la svolta è ormai segnata. A cavallo della seconda metà del secolo si ha un enorme progresso materiale, che rende molto
più difficile il mantenimento dello status quo, che è anche un elemento della spinta di Europa e America alla conquista
del mondo e la rende possibile, per via del vantaggio tecnologico (effimero, ma consistente).
L’Impero Britannico

L’Impero Britannico (IB), in questo periodo, non ha ancora raggiunto la massima espansione, ma è già caratterizzato da
notevoli dimensioni. L’IB si basa sul dominio assoluto dei mari; le isolette in suo possesso servono a sostenere
logisticamente la marina. Il controllo è concentrato sugli snodi di comunicazione critici: stretti, canali e capi. Questo
enorme impero consente agli inglesi di raccogliere e trasformare materie prime: es. il caso del cotone è un esempio
classico di fenomeno di globalizzazione. Oggi la tecnologia ha reso particolarmente pervasivi i fenomeni di
globalizzazione, ma è un processo che dura almeno dall’800. La catena commerciale del cotone coinvolge, ad esempio,
ampie zone politiche ed economiche del mondo (raccolta materia prima, lavorazione e smercio del prodotto).

Storicamente il primo orientamento del mercato europeo si è rivolto verso oriente, ad esempio il commercio via terra
era attestato da secoli; alla fine del ‘400 viene trovata la via marittima per l’Oriente, circumnavigando l’Africa. In Asia
abbiamo quindi le colonizzazioni portoghese, olandese (Indonesia), spagnola (Filippine), e in seguito anche inglese e
francese. È una colonizzazione commerciale, quella dell’età moderna, non è una colonizzazione di conquista (gli
europei sarebbero stati in grande inferiorità numerica); le merci europee arrivano verso l’Asia secondo le rotte del
commercio triangolare, e le merci asiatiche verso l’Europa. L’Impero Cinese era strutturato in modo molto organizzato
da secoli e non avrebbe permesso una colonizzazione di conquista, con insediamento territoriale. Abbiamo quindi un
colonialismo commerciale, che prevede grandi margini di rischio: se una nave carica di spezie affondava, l’armatore
perdeva tutto! (è proprio in questo periodo, per ammortizzare il rischio, che nascono le Società per Azioni!).
Nella seconda emtà del ‘700 le cose cominciano a cambiare, soprattutto con la Guerra dei Sette Anni, che vedrà in India
una forte affermazione inglese a scapito della presenza francese. In India rimangono poteri locali, forme monarchiche
legate all’induismo o all’Islam, non abbiamo a quell’epoca un vero e proprio dominio politico inglese, ma in India
agisce la Compagnia delle Indie Orientali, società semiprivata con partecipazioni della Corona, che gestisce tutta la rete
del commercio, che ha grandissimi utili, e che con quei soldi paga le navi e i mercenari (generalmente indiani) e riesce a
stabilire un largo controllo sul territorio indiano. I Francesi non vengono del tutto eliminati dall’India (es. si pensi alla
città di Pondichéry), ma si concentrano soprattutto nell’Indocina (negli attuali Vietnam, Laos e Cambogia).

Gli Inglesi, quindi, stabiliscono basi in India, e da lì organizzano vaste reti commerciali. La Cina, grande Paese e quindi
potenziale grande mercato, però, non commercia di buon grado con gli occidentali, ritenendoli (e a buon titolo)
pericolosi per la propria indipendenza e tradizione. La Cina riserva un grande porto, quello di Canton, ai commerci con
gli occidentali. I commercianti inglesi acquistano merci orientali pregiate, che hanno grande mercato in Europa, ma –
semplificando molto – per riequilibrare la bilancia commerciale, cominciano, a un certo punto, a pagare le merci cinesi
ai commercianti cinesi con droga: l’oppio, prodotto abbondantemente nelle zone controllate dagli Inglesi (Afghanistan,
Pakistan…). L’oppio era stato vietato in Cina, ma il suo consumo diventa un fenomeno di grande portata, con
conseguenze assai funeste.
Diminuiscono così le riserve d’argento della Cina (perché le merci cinesi vengono pagate con oppio e non con valuta!),
mentre aumentano i fenomeni di tossicodipendenza. L’imperatore cinese, preoccupato dalla situazione, manda un
commissario cinese a Canton, che fa distruggere oltre mille tonnellate di oppio stipate nei magazzini della Cina
meridionale per interrompere questo commercio. I commercianti inglesi hanno una reazione molto aggressiva:
interviene addirittura la flotta britannica: si noti che non è più la sola Compagnia delle Indie ad essere coinvolta! Tra il
1839 e il 1842 si combatte la cosiddetta Prima Guerra dell’Oppio, in una zona particolare, davanti al porto di Canton,
là dove c’è anche Hong Kong, che verrà acquisita dalla GB alla fine della guerra.
La guerra dura tre anni; per terra i cinesi si difendono bene (con addirittura alcune vittorie), tuttavia per mare la
superiorità britannica è significativa. Nel 1842 si arriverà quindi al Trattato di Nanchino, il primo “trattato ineguale”,
che stabilisce che si aprano altri porti al traffico commerciale con gli occidentali, non solo Canton, il libero accesso
delle merci inglesi a questi porti, la cessione di Hong Kong e un’altra caratteristica che forse al momento non colpì
immediatamente ma che fu gravida di conseguenze. Infatti, nel caso di un reato commesso da un inglese nei porti aperti,
tale reato fosse giudicato secondo la legge inglese e dal consolato inglese  fenomeni di extraterritorialità giuridica
che esistono ancora in alcune realtà particolari (si pensi anche alla strage del Cermis). Di fatto, questo voleva dire creare
sistemi di impunità. La guerra dell’oppio destabilizzò profondamente l’impero cinese, dando l’avvio anche a
esperimenti sociopolitici particolari come la rivolta dei Taiping, e fu seguita da una seconda guerra dell’oppio, che
vide anche l’intervento francese e l’ingresso degli occidentali a Pechino.

La Cina non fu quindi una colonia, ma fu interessata da cessioni di sovranità molto importanti. Gli storici cinesi parlano
proprio di “regime semicoloniale”. Quello che gli inglesi fanno in Cina, gli americani lo fecero in Giappone.

Il Giappone era ancora più chiuso della Cina ai contatti con l‘Occidente: permetteva l’arrivo di una sola nave olandese
all’anno in un porto di fronte a Nagasaki. Gli americani cercavano di aggirare questo divieto già dal ‘700 mandando
navi battenti bandiera olandese e avevano a più riprese tentato di forzare la mano. Nel 1852 l’ammiraglio Matthew
Perry parte con la sua flotta dalla Virginia, doppia Capo Horn e arriva in Giappone (un anno dopo); la sua flotta è
composta di navi modernissime, le cosiddette “navi nere”, che terrorizzano i giapponesi. I giapponesi erano consapevoli
di com’erano andate le cose in Cina, quindi questo terrore era ben giustificato. Si dice che Perry fece salire a bordo delle
sue navi alcune delegazioni giapponesi mostrando loro alcuni “gadget” tecnologici per impressionarle e pressandole per
ottenere la firma di un trattato, la Convenzione di Kanagawa del 1854, che riproduce più o meno le condizioni dei
trattati ineguali cinesi.
Si determina così un impatto drammatico in Giappone: i cinesi hanno provato a fare una guerra e l’hanno persa, i
giapponesi non tentano la via della guerra, arrivano subito a un trattato e provano a gestirlo. Il tentativo di gestire questo
trattato produce una guerra civile interna al Giappone. In quel momento il potere all’interno della società giapponese era
gestito secondo uno schema grosso modo feudale; lo shogunato, ereditario, riassumeva le massime cariche giuridiche e
militari, le cui colonne portanti erano i samurai, guerrieri e amministratori di terre. Questa struttura viene messa in crisi
dall’impatto con gli occidentali, che sfocia in una guerra in cui l’Occidente si insinua armando tutte le fazioni. La
questione principale riguarda la modernizzazione e l’apertura agli stranieri (ci furono anche vere e proprie persecuzioni
degli stranieri), nonché superamento della struttura basata sullo shogunato/samurai e la restituzione del potere
all’Imperatore. Questo periodo di transizione viene definito “bakumatsu”; questo conflitto tra innovatori e tradizionalisti
si conclude con l’intervento inglese e la vittoria dell’imperatore, che nel 1867 rimuove lo shogun, il quale risiedeva a
Kyoto. È una svolta che nella storiografia prende il nome di rivoluzione Meiji, e che si traduce in una spinta rapida alla
modernizzazione interna del Giappone. C’è una forte apertura ai costumi esterni (l’imperatore si veste all’occidentale),
ossia alle forme politiche e produttive dell’Occidente: i giapponesi mandano delegazioni in giro per il mondo già negli
anni ’60-70 del XIX secolo per imparare, dotandosi così in modo rapidissimo di un’imponente struttura produttiva. Il
Giappone si darà perfino una, seppur prudente, Costituzione (con diritto di voto molto limitato). Tuttavia, il
cambiamento non riguarda l’essenza più profonda della mentalità e della cultura giapponese. Mentre la dinastia
imperiale cinese “resiste all’occidente” chiudendosi, il Giappone “resiste” aprendosi invece all’Occidente e “mettendosi
alla pari” con questo dal punto di vista dello sviluppo tecnologico: il Giappone, in poco tempo, diventerà una potenza
mondiale, al punto di vincere l’esercito zarista nella guerra del 1905!

Per quanto riguarda l’India, la situazione era estremamente complessa. Si aveva una notevole frammentazione
territoriale: potentati islamici, indù, protettorati stranieri… Gli storici indiani parlano oggi di prima guerra
d’indipendenza indiana, ma in realtà il carattere nazionale è meno evidente. Un evento molto rilevante di questa
vicenda è la cosiddetta rivolta dei sepoy: i sepoy erano le truppe coloniali, ammutinamento militare molto grave, che
sfociò in violenze, saccheggi contro gli occidentali, che ha cause complesse, tra cui anche religiose. A seguito di questa
rivolta, che fu repressa nel sangue) l’India divenne amministrata direttamente dalla corona (l’India diventa un
viceregno).
Lezione 10 - 08/03/2021
Dopo il 1848
Il vero protagonista del periodo post-’48 è il vincitore del ’48 francese, Luigi Napoleone, diventato nel 1852 imperatore
dei francesi; egli riprende una politica di egemonia francese in Europa, che lo porta inevitabilmente a scontrarsi con
l’Impero Asburgico, nonostante tutti i tentativi diplomatici intrapresi; egli pensa che una destabilizzazione del potere
imperiale austriaco, soprattutto in Italia, avrebbe potuto favorire la Francia. Il risultato finale di tutte le trame del
post’48, però, sono il risultato anche di una certa quota di casualità; le circostanze hanno come sempre un grande peso.

Lo scenario italiano
Il Regno di Sardegna è l’unico stato a mantenere una Costituzione e accogli i patrioti italiani in fuga dal Lombardo-
Veneto e dal Regno di Napoli; il giovane re, Vittorio Emanuele II, deve gestire la sconfitta e difficoltà nella gestione del
trattato di pace. Il Parlamento a maggioranza liberal-radicale non è molto d’accordo sul Trattato di Pace e il Re scioglie
le camere, indice nuove elezioni, da cui otterrà una maggioranza più moderata e più disponibile a seguire la sua politica.
Il Re poteva sciogliere le camere e comunque indice nuove elezioni, rendendo così la parola agli elettori, esortandoli a
votare una maggironaza disposta a sostenere il governo (quindi non è totale assenza di democrazia!). Capo del governo
fu Massimo d’Azeglio: scrittore, pittore, intellettuale, che aveva sposato in prime nozze una figlia di Manzoni, nobile
legato agli ambienti liberali, che deve affrontare una serie di riforme necessarie per modernizzare lo Stato Piemontese.
Tra questo, è molto forte l’intervento su alcuni privilegi del clero: la Chiesa cattolica, infatti, godeva di privilegi antichi,
il foro ecclesiastico, enormi proprietà terriere accumuate nel tempo grazie ad elemosine e testamenti. Le leggi Siccardi
della primavera del 1850 agirono fortemente su questi privilegi. Apriamo una parentesi per far luce una questione di
lungo periodo, a partire dalla Rivoluzione Francese, ma soprattutto dopo il 1848, la Chiesa Cattolica si allontana sempre
più radicalmente dalle tendenze della modernità che emergono a tutti i livelli della società; tendenza, questa, che troverà
il suo punto più alto nella promulgazione di un’enciclica, la Quanta cura (1864), che allegava il Sillabo degli errori
moderni. Questo documento raccoglie uan serie di frasi, proposizioni, che la Chiesa condanna, che ci fa capire che la
Chiesa condannava radicalmente qualsiasi ideologia liberale, negando ad esempio la libertà di coscienza (o si sta nella
vera fede o si sta nell’errore). La Chiesa assume quindi posizioni sempre più chiuse e lo farà avviando nuovi culti che
avrebbero dovuto rinforzare la fedeltà dei fedeli: è interessante a questo proposito la grande ripresa del culto mariano,
che trovò nel 1854, la sanzione in un dogma, quello della Immacolata Concezione, che riguarda il fatto che Maria non
era macchiata dal peccato originale alla nascita perché destinata a dare vita a Gesù. È una fortissima scommessa sul
culto mariano, che è un culto popolare e largamente femminile, per assicurarsi fedeltà alla Chiesa. Quattro anni dopo,
nel 1858, ci sono le apparizioni della Madonna a Lourdes, uno degli eventi di fede popolare più clamorosi della storia
contemporanea. Il rapporto tra i due eventi è chiaro.

A fronte di una Chiesa che si chiude sempre di più gli Stati moderni hanno due scelte: collaborarci (come farà l’Impero
Asburgico che vi stipulerà un concordato nel 1855) o prenderne le distanze limitando i privilegi della Chiesa stessa. In
Piemonte, qualche anno dopo, venne arrestato nienetemno che l’Arcivescovo di Torino perché si opponeva a una
riforma del parlamento torinese (era già capo del Governo Cavour). Lo scontro fra i poteri secolari fu davvero molto
duro. In questo dibattito sulle leggi Siccardi emerge per la prima volta la figura di Cavour, che tiene un grandissimo
discorso. Cavour era stato eletto deputato nel 1848 ma in quella crisi non giocò un grande ruolo. La sua figura comincia
ad emergere quindi all’inizio del 1850. Era nato nel 1810 da una grande famiglia nobile, era il secondogenito quindi un
figlio cadetto (il primogenito, Gustavo, era un grande reazionario); aveva scarsa tolleranza verso l’autorità, tanto che,
quando il padre (che lo costringe anche a fare studi militari) lo piazza fra i paggi di corte, come usava per i figli dei
nobili, dell’epoca, il giovane Cavour fa scenate, rifiuta la “livrea da gambero” dei paggi e si fa espellere, tanto che il
Principe di Carignano (il futuro Carlo Alberto) lo vorrebbe perfino far espellere dall’esercito. Per capire meglio la sua
figura, leggiamo una sua lettera del 1860, mentre viaggia con il Re verso il Meridione: si racconta un aneddoto in cui
Cavour mandò addirittura a quel paese il Re, cose che allora non erano neanche pensabili! In altre occasioni, un
iratissimo Cavour arriva a dare del tu al Re. Era un uomo di fortissima volontà, dalla vita privata disordinata, era un
godereccio, e il padre lo manda in giro per l’Europa, soprattutto ad amministrare i beni di famiglia, a gestire la proprietà
terriera. Cavour nei suoi viaggi, appartenendo all’alta nobiltà, stringe una elevatissima rete internazionale, frequentando
le corti di tutta Europa: Cavour conosce quindi molto emglio l’Europa dell’Italia (la madre era svizzera), soprattutto
conoscerà l’Europa moderna, industriale, commerciale, e lui stesso ha una cultura tecnica, è lontanissimo dalla
tradizionale cultura letterario.giuridico degli intellettuali italiani. È un uomo estremamente moderno e poco italiano,
poco appassionato a quella tradizione retorica, dei miti nazionali, che emerge dalla lettura dell’inno di Mameli; Cavour
ha in mente un’Italia moderna, sviluppata, agganciata all’Europa centro-settentrionale (l’Italia avrebbe anche potuto
fare altre scelte, come ad esempio porsi alla guida di un autonomo spazio mediterraneo!), guarda a Nord. È un uomo
pratico e competente di economia e un liberale in senso proprio: per quanto sarà accusato di usare molta
spregiudicatezza nell’azione politica, anche verso gli amici, è un vero liberale e ha un vero rispetto per il parlamento e
le dinamiche della politica parlamentare, per le prerogative e i diritti costituzionali dei cittadini, forse il maggiore tra i
liberali italiani. Quest’uomo così moderno, quindi, nell’Ottobre 1850 diventa Ministro dell’Agricoltura e del
Commercio, e lavora molto attivamente alla modernizzazione del Piemonte. Si concentra soprattutto sulle ferrovie
(viene realizzato il traforo del Fréjus, la ferrovia da Torino a Genova), sui collegamenti, sul commercio, realizza canali,
riforme dell’agricoltura… Nel 1852, approfittando di una crisi parlamentare in parte provocata da lui, perché si allea
con la sinistra moderata e uscendo quindi in parte dallo schieramento liberale, fa cadere il governo D’Azeglio,
diventando egli stesso il nuovo primo ministro. Continua la sua politicia di riforme, la accentua soprattutto sul terreno
del riordino finanziario e della lotta ai privilegi ecclesiastici. Nel 1855 ci sarà la crisi più grave: sopprime gli ordini
religiosi (frati e monache) solo contemplativi, lasciando solo gli ordini religiosi che svolgono qualche funzione sociale
(quelli che insegnano e prestano assistenza), incamerandone i beni Questo suscita grandissime proteste da parte del
clero torinese, e il Re è terrorizzato da questa situazione: nel giro di qualche settimana gli muoiono il fratello, la madre e
la moglia, pensando che fosse una punizione divina. Di fronte alla opposizione del Re, quindi, Cavour si dimette
(ricordiamoci che è il Re che mantiene al governo un determinato Capo di Governo), il re cerca di formare un nuovo
governo ma non ci riesce, nessun capo di governo ha la maggioranza, pertanto è costretto a richiamare Cavour. In
questo momento, quindi, la posizione di Cavour si consolida moltissimo perché ha fatto capire al Re di essere
indispensabile affinché questi possa avere una maggioranza parlamentare. È il momento in cui il Piemonte si trasforma
nella sostanza (ma non nella forma!) da Stato Costituzionale puro (in cui il governo dipende dal Re) a monarchia
parlamentare (in cui il Parlamento sostiene il governo, sebbene una riforma in tal senso non venne operata). C’è
ovviamente da sottolineare la lealtà al Parlamento dimostrata dal Re, che, non trovando una maggioranza parlamentare,
avrebbe potuto benissimo mettere al governo un suo generale infischiandosene che questi non fosse sotenuto dal
Parlamento. Tuttavia, quando il re si rende conto che il Parlamento avrebbe appoggiato solo Cavour, egli riconosce che
per il buon funzionamento dello Stato occorre un accordo tra Corona e Parlamento (cosa che anche Cavour aveva capito
benissimo, proprio per questo si dimise, anticipando che il Re l’avrebbe richiamato!). C’è anche da considerare, però,
che il Re richiama Cavour perché in quel momento, come vedremo, è impegnato in una guerra e non era quindi il
momento migliore per restare senza governo!

Si apre in quegli anni un conflitto molto importante per la Storia delle Relazioni Internazionali, la guerra di Crimea.
La motivazione ufficiale della guerra di Crimea era legata a contenziosi religiosi. L’impero russo, infatti, voleva il
controllo sui luoghi santi della cristianità nell’Impero Ottomano (Gerusalemme), perché i cristiani ortodossi erano la
confessione cristiana maggiormente presente in quei territori. La Francia, dal canto suo, rivendicava il suo ruolo di
tutela sui cristiani di Palestina. È chiaro che dietro questo pretesto c’era una complessa rivalità politica e commerciale,
che vedeva GB e F molto preoccupati da un’eventuale espansione russa nel Mediterraneo, e quindi si trovavano inclini a
favorire l’Impero Ottomano in funzione anti-russa (sebbene questo fosse un’Impero, e per di più islamico!). Il vero
motivo è quindi stabilire chi eserciti la maggiore influenza sui territori ottomani (anche perché poi la guerra si combatte
molto lontano dai luoghi santi oggetto della disputa!). La guerra inizia nel 1853 e si conclude nel 1856, e vede opposti
Russi e il fronte GB- F- Impero Ottomano. È la prima volta che si ha una guerra tra gli Stati firmatari dell’accordo di
Vienna; per questo si ritiene che la guerra di Crimea metta definitivamente fine al sistema di Vienna. C’è un problema
internazionale, che è quello della posizione austriaca. L’IA rimane incerta fino alla fine sul da farsi. Il problema riguarda
anche il Piemonte: Cavour intravede in questa crisi europea la possibilità per il Regno di Sardegna di giocare un ruolo
internazionale. Del resto, Cavour aveva capito nel 1848 che “l’Italia non poteva fare da sé”: era importante creare un
contesto internazionale favorevole alla questione italiana. Con molte esitazioni (il Piemonte fu quasi costretto da GB e F
a entrare in guerra, in modo quasi umiliante, addirittura la GB si offre di pagare le spese) il Piemonte entrò in guerra nel
1855, mentre l’Austria fa l’errore di non decidere con chi schierarsi. In questi casi, chi rimane fuori scontenta tutti: la
Russia si aspettava dall’Austria un aiuto, perché pochi anni prima avevano aiutato l’Austria con gli Ungheresi, si
sarebbero aspettati un po’ di solidarietà. D’altro canto, non entrando in guerra, l’Austria scontenta anche GB e F! Di
conseguenza, quando poi l’Austria si troverà in guerra contro il Piemonte (la cosiddetta Seconda guerra d’indipendenza
italiana), nessuno le correrà in soccorso e rimarrà isolata! Il Piemonte manda molti uomini in Crimea e partecipa
attivamente alla guerra: sarà, come potenza vincitrice, invitato alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1856.

Anche su questa Conferenza di Pace è molto frequente una lettura agiografica cavouriana, ma al Congresso di Parigi la
questione italiana viene trattata molto marginalmente: non si parla esplicitamente dell’Italia durante il congresso, bensì
in una sessione aggiuntiva, senza voti, etc. ma già il fatto di parlarne fu un grande risultato. Cavour riuscì a far capire
alle diplomazie internazionali che il Piemonte era una forza affidabile, e che, investendo sul Piemonte, si poteva dare
una soluzione alla questione italiana. L’importanza di questa seduta aggiuntiva del Congresso di Parigi sta in questo: il
Piemonte non ottiene alcuna cessione territoriale, non ci sono voti, ma il Ministro degli Esteri inglese attacca
duratamente il Regno di Napoli e lo Stato della Chiesa (la GB era in urto con il regno di Napoli già da un po’) e il
problema italiano viene ripreso apertamente per la prima volta dopo il Congresso di Vienna dalle grandi potenze. La tesi
di Cavour, in poche parole, fu la seguente: “O appoggiate il Piemonte, e allora la situazione italiana verrà gestita in
modo equilibrato, o darete sapzio ai democratici in Italia, rendendola, anziché un elemento di stabilità, un focolaio di
rivoluzione”. I mazziniani, infatti, non avevano cessato la loro attività dopo il 1848 (avevano tentato di roganizzare
moti, poi repressi, a Milano, Mantova….). Poco dopo il Congresso di Parigi un’iniziativa mazziniana-democratica,
sembra dare ragione a Cavour: nel giugno del 1857, Carlo Pisacane, un socialista che era stato legato a Mazzini, mise
insieme alcuni volntari, si imbarca a Genova, si ferma all’isola di Ponza dove libera dei detenuti e sbarca a Sapri, a sud
di Salerno. Il suo obiettivo era muovere le masse contadine meridionale alla rivolta in nome della democrazia, della
libertà e dell’Italia (è la stessa cosa che Garibaldi farà solo tre anni dopo). Pisacane invece fallisce in modo drammatico
le sue previsioni: la sua iniziativa non riscuote alcun consenso tra le masse, anzi, i contadini li prendono per delinquenti
(effettivamente tra le fila dei volontari c’erano gli ergastolani liberati a Ponza), li circondano, li aggrediscono e
consegnano i superstiti ai gendarmi borbonici. Anche a Genova ci fu un tentativo di iniziativa democratica, che fece
infuriare Cavour. Una nuova iniziativa democratica, quindi, proponeva l’Italia come scenario di disordini; poco dopo,
inoltre, all’inizio del 1858, un altro mazziniano, Felice Orsini, tenta un attentato contro Napoleone III, al Teatro
dell’Opera di Parigi. I democratici italiani si propongono quindi come terroristi! Felice Orsini fu processato, catturato e
condannato a morte e, prima dell’esecuzione, Orsini scrisse una lettera molto ispirata a Napoleone III dichiarando la
propria colpevolezza, ma facendo notare che era stato spinto dall’amore di Patria a fare questo gesto. Cavour fece
pubblicare queste lettere, usandole in modo strumentale, producendo, quindi, l’avvio di un contatto informale con
Napoleone III. Cavour era Capo del Governo, quindi aveva i suoi ambasciatori. Tuttavia, egli non si limitava ad
affidarsi esclusivamente ai canali ufficiali, ma ricorreva anche a emissari meno ufficiali, e si era creata accanto a lui
un’organizzazione, la Società Nazionale, voluta soprattutto da Daniele Manin, costituita da democratici che ritenevano
di dover appoggiare la politica piemontese monarchica pur di portare avanti le rivendicazioni dell’interesse nazionale
(importantissima sarà l’adesione del democratico Garibaldi!). Ci sono aneddoti che suggeriscono che Cavour mandasse
perfino donne a Napoleone III! Il 20-21 Luglio 1858 ci fu un incontro segreto a Plombières, in Savoia, che avvenne tra
Napoleone III e Cavour, scavalcando completamente la diplomazia ufficiale. Di questo incontro ci sono solo
testimonianze indirette, proprio perché non parteciparono gli ambasciatori. Le ragioni del perché il Piemonte cerchi
l’appoggio della Francia sono chiare: l’obiettivo è preparare la guerra contro l’Austria, per perseguire, se non una causa
nazionale (unificazione dell’Italia), almeno dinastica (ingrandimento del Regno di Sardegna). Ma perché la Francia
appoggia il Piemonte? La Francia è interessata a indebolire la potenza austriaca impegnandola sul fronte italiano, per
acquisire un peso egemonico maggiore sullo scenario europeo. Si gioca anche una partita più complicata: Cavour,
grazie a Garibaldi cerca di prendere contatto con gli Ungheresi per indebolire ulteriormente l’Austria.

L’accordo che sembra essere stato concluso a Plombières disegna quindi il seguente scenario: un regno in alta Italia a
trazione Savoia, il mantenimento dello Stato della Chiesa, garantito dalla Francia, uno Stato dell’Italia centrale a
trazione toscana da destinare non si sa a chi, il mantenimento del Regno di Napoli ma a patto che venisse attuata la
Costituzione o insediandovi un principe Savoia, preparando così, da lontano, una successiva unificazione. A Plombières,
quindi, non c’è il progetto di unificare l’Italia (cosa che invece verrà ottenuta nel 1861). Questo ci af capire che ciò che
succede tra il ’58 e il ’61 non è la semplice attuazione di un piano di politica internazionale.

L’Accordo tra Francia e Piemonte, che ha anche delle strane complicazioni dinastiche (c’erano anche clausole
matrimoniali), era però essenzialmente un accordo difensivo: la Francia sarebbe venuta in soccorso del Piemonte solo
nel caso di un attacco diretto a quest’ultimo da parte dell’Austria.
Cavour fu abilissimo nel gestire la situazione: per provocare l’Austria fa pronunciare un discorso al Re all’inizio del
1859 in apertura dell’anno parlamentare (atto formale e tradizionale; la Regina Elisabetta, ad esempio, lo fa ancora), in
cui si ribadisce, sì, che il Piemonte vuole la pace (classica formula di rito), rispetta tutti i trattati, però non è insensibile
al grido di dolore che gli giunge da molte parti d’Italia. Diplomaticamente era una presa di posizione molto forte:
intanto attesta l’esistenza di un’Italia; inoltre, il Re di uno Stato italiano manifestava una volontà d’ingerenza negli
affari di altri Stati italiani, parlando così a nome della nazione. Cavour si fa votare un prestito di 50 milioni (le guerre
costano!) e fa istituire un corpo di volontari, guidati da Garibaldi, i Cacciatori delle Alpi. In Europa si capisce che si sta
preparando una guerra, e le grandi potenze pensano di convocare un congresso internazionale per fermarla. Cavour
vivrà molto male queste settimane, pensando perfino al suicidio (o così si dice), ma il gioco riesce: l’Austria manda,
nonostante il tentativo di indire un Congresso Internazionale, un ultimatum al Piemonte. Questo ultimatum è
aggressivo, provocatorio, che il Piemonte ha buon gioco a respingere: Metternich, ancora vivo all’epoca, aveva
scongiurato l’Imperatore di non dare ultimatum al Piemonte, aveva subodorato la “trappola” di Cavour! Una volta
rifiutato l’ultimatum (che chiedeva anche lo scioglimento del corpo di volontari garibaldini), Cavour dice alla Camera
che bisogna combattere per la libertà e l’indipendenza, e fa conferire al re pieni poteri almento per tutta la durata della
guerra. Gli Austriaci, allora, raccolgono la provocazione e attaccano il Piemonte, cominciando la guerra: l’alleanza
difensiva può essere posta in essere e la Francia può aiutare il Piemonte.

I Piemontesi si ritirano, in attesa dell’aiuto francese e a Maggio 1858 inizia la controffensiva franco-piemontese. Si
combattono battaglie molto sanguinose, combattute soprattutto in Val Padana (ricordiamo Solferino e San Martino) ma
vengono perlopiù vinte dai franco-piemontesi. Si dice che l’idea di creare la Croce Rossa Internazionale venne a due
osservatori svizzeri che assistono a questi massacri, durante la Seconda Guerra d’Indipendenza. All’improvviso, e
mentre stanno vincendo, i francesi propongono agli austriaci un armistizio: è l’11 Luglio 1859 e si firma l’armistizio di
Villafranca. L’accordo fra Napoleone III è l’Austria è fatto alle spalle di Cavour (forse anche di Vittorio Emanuele II):
Cavour si dimette da ogni incarico, perché il Re vuole trattare e lascia il governo. Il Re nomina a capo del governo il
generale Lamarmora. Finisce così la fase franco-piemontese della Seconda Guerra d’Indipendenza: la Francia si ferma
prima di aver conquistato il Veneto (che era previsto dagli accordi di Plombières!), quindi non rispetta gli impegni presi
con Cavour.

Lezione 11 - 09/03/2021
L’unificazione italiana
Cavour, dopo l’armistizio di Villafranca, vede fallire il suo progetto, ma perché Napoleone III si ferma prima di
conquistare il Veneto e venendo meno, così, agli accordi di Plombières? Riflettiamo un attimo sull’assetto territoriale
deciso dal Congresso di Vienna: il Lombardo-Veneto faceva parte dell’Impero Asburgico, ma non della Confederazione
Germanica (di cui invece faceva parte, ad esempio, Trento. In teoria, quindi, una guerra per il Lombardo-Veneto non
avrebbe riguardato l’area germanica. Tuttavia, si temeva che la componente democratica dello schieramente piemontese
(soprattutto quella guidata da Garibaldi) prendesse pericolose iniziative su Trento, o almeno questo era il timore della
Prussia. In quel caso, la Prussia e degli altri Stati tedeschi sarebbero stati legittimati a intervenire: questo scenario era
improponibile per Napoleone III, che già doveva rendere conto delle ingenti perdite sofferte nel corso della guerra. Non
era, quindi, un timore del tutto infondato. La Lombardia rimane sotto controllo piemontese e verrà ceduta al Piemonte
nella Pace di Zurigo alla fine del 1859, ma il movimento nazionale continua. Per alcuni mesi i protagonisti dei
movimenti nazionali saranno i gruppi dirigenti di alcuni Stati dell’Italia centrale (soprattutto la Toscana e Bologna) più
che il Piemonte; il Granduca lascia la Toscana, sperando di tornare, come aveva fatto nel 1848, si forma un governo
provvisorio, all’interno del quale prevale quello che sarà il successore di Cavour, Bettino Ricasoli (che, tra l’altro, ha
stilato il disciplinare del Chianti). Ricasoli era l’unico membro della classe dirigente toscana persuaso del fatto che
sarebbe stato impossibile salvaguardare l’autonomia della Toscana, che sarebbe stata troppo piccola ed esposta: l’unica
via era l’unificazione. Ottenne quindi un voto favorevole al Parlamento toscano e un voto plebiscitario favorevole
all’annessione al Piemonte. Anche i piccoli stati dell’Italia centrale si muovono su una linea analoga.
Quando si arriva alla Pace di Zurigo del 1859, le grandi potenze non hanno il coraggio di imporre il ritrono dei Lorena
in Toscana, o la ricostituzione dei regimi precedenti là dove erano tramontati, e questo determina una peculiare
situazione territoriale. Prima della Seconda Guerra d’Indipendenza, avevamo i seguenti soggetti in Italia: Regno di
Sardegna, Lombardo-Veneto, Toscana e altri Stati minori dell’Italia centrale, Stato della Chiesa, Regno delle Due
Sicilie1. Nella primavera del 1860 questa situazione si è già modificata: la Lombardia è passata al Piemonte e al centro
d’Italia, la Toscana, Bologna, Parma e Piacenza, la Romagna sono state inglobate dal Piemonte.
Cavour, tornato al governo nel gennaio 1860, conduce le trattative con la Francia per la cessione, concordata, di Nizza e
la Savoia, concessioni dolorose, perché la Savoia era la terra d’origine della casa reale, e Nizza era la città natale di
Garibaldi (che non perdonò mai Cavour per questo)!
Il processo di espansione del Piemonte avrebbe potuto anche fermarsi lì: era lo Stato più ricco e avanzato d’Italia, era
già un risultato politico non trascurabile. La frontiera tra Veneto e Lombardia era indifendibile, perché tutta in pianura.
Perché la situazione continua a muoversi? Da un lato, per iniziativa dei democratici, dall’altro perché il contesto
internazionale è variato. Nel 1860 sale al potere in GB un governo liberale, che sostituisce il governo conservatore in
carica, più freddo verso le istanze italiane. Di questo governo liberale fa parte Gladstone, un personaggio chiave nella
storia politica inglese: grande scrittore e pensatore, perse il potere perché era a favore dell’autonomia irlandese.
Gladstone aveva nel 1851 fatto un viaggio nel Regno di Napoli, pubblicando sui giornali inglesi articoli durissimi
contro il governo borbonico, definendolo “la negazione di Dio eretta a sistema di governo”. Gli Inglesi ce l’avevano
con i Borbone non solo per ragioni ideali, ma anche economiche: la GB aveva interessi fortissimi in Sicilia, soprattutto
nell’industria del vino e dello zolfo, interessi che erano stati fortemente danneggiati dai Borbone. Inoltre, nel frattempo
era morto Ferdinado II (il Re che aveva represso i moti del 1848), personaggio autoritario ma anche molto esperto: gli
era successo il figlio Francesco II, molto più inesperto e debole. Infine, i Borbone erano legati alla Casa d’Austria (la
moglie di Re Francesco era la sorella di Sissi!), altro motivo per cui erano invisi alla GB. Il nuovo governo inglese,
quindi, ragiona in termini globali: nella prima fase della seconda guerra d’indipendenza era stata la Francia la potenza
europea a guadagnare maggior influenza nella penisola italiana. Tuttavia, dopo il trattato di Villafranca, la Francia si è
defilata dallo scenario italiano, perdendo molto credito e lasciando un vuoto, in cui il governo inglese avrebbe potuto
inserirsi. L’Italia, da un punto di vista geopolitico, è molto importante per gli inglesi, essendo protesa nel Mediterraneo,
in cui la GB possiede molti interessi. La GB possiede infatti le isole ionie, Malta, controllano dal 1707 Gibilterra, (dal
Mediterraneo non si esce e non si entra se la GB non vuole!), prenderanno pochi anni dopo Cipro e nel 1859 un

1
Il Regno delle Due Sicilie prende questo nome dopo il Congresso di Vienna, quando il Meridione continentale, controllato dai
francesi di Murat, viene assegnato ai Borbone, che avevano mantenuto il controllo della Sicilia, protetta dalla flotta inglese. Dopo la
Restaurazione il Re Ferdinando IV di Napoli diventa Ferdinando I delle Due Sicilie: il nome del regno cambia anche per riconoscere
alla Sicilia una certa posizione di spicco.
ingegnere di origine italiane, con capitale francese, inizia a scavare il Canale di Suez (i cui lavori dureranno dieci anni!),
aprendo una nuova porta d’accesso al Mediterraneo. L’Italia, in mezzo al contesto mediterraneo, contava molto dal
punto di vista geopolitico. La situazione definitasi nella primavera del 1860 potrebbe essere ancora modificata, quindi;
il retropensiero del governo inglese tendeva a favorire un’Italia unificata sotto controllo piemontese, tutto sommato
debole, che debba questa sua unificazione all’appoggio inglese, piuttosto che un’Italia frammentaria, con il Regno delle
Due Sicilie, filo-russo, ancora in piedi. C’è una prova, a posteriori, di questo: quando, nel Marzo del 1861 viene
proclamato il Regno d’Italia, il primo Paese che lo riconosce immediatamente è la GB, dando quindi a quel nuovo
Stato, che ha bisogno di riconoscimento internazionale. Di fatto, l’autorevolezza della GB mette una garanzia sullo
status internazionale del nuovo Stato. Il secondo Paese che riconoscerà il Regno d’Italia è la Svizzera; del resto, il
Canton Ticino è italofono, e la Confederazione Elvetica aveva paura che il neonato Regno avanzasse delle pretese su
quei territori; il terzo Paese saranno gli USA. L’Impero Asburgico riconosce il Regno d’Italia solo sei anni dopo (sei
anni di interim in cui, in caso di un’eventuale guerra, la situazione precedente all’unità avrebbe potuto essere
ripristinata).

L’appoggio inglese è evidente anche per quanto riguarda gli eventi relativi alla spedizione di Garibaldi. In Sicilia si
verifica un’insurrezione anti-napoletana, guidata da patrioti siciliani (tra cui Francesco Crispi e Rosolino Pilo, che
morirà durante questo moto). Garibaldi, dopo molte esitazioni, decide di partire nel Maggio 1860 da Quarto con un
migliaio di volontari, in gran parte lombardi, con l’idea di andare a combattere per liberare il Sud. Affitta due grosse
navi; i volontari adottano come divisa una camicia rossa  è chiaro che la monarchia piemontese era a conoscenza
dell’intento di Garibaldi, non autorizza formalmente la spedizione (il Regno delle Due Sicilie è comunque uno stato
sovrano, in cui, tra l’altro, Francesco II ha appena riattuato la Costituzione!) ma è chiaro che la permette.
Garibaldi approda a Talamone, in Toscana (si veda la cartina sottostante), che ormai fa parte del Regno d’Italia
“provvisorio” stabilitosi nel 1860. A Talamone, si fa consegnare tutte le armi presenti nel forte; riparte e arriva a
Marsala l’11 Maggio 1860, attraversando tutto il Mar Tirreno. La flotta piemontese lo lascia fare, ma soprattutto è la
flotta inglese che non frappone alcun ostacolo alla spedizione di Garibaldi! Se avessero voluto ostacolarlo, avrebbero
potuto farlo tranquillamente. Come raccontano le cronache del tempo, anche se probabilmente in modo un po’
romanzato, quando le navi garibaldine approdano nel porto di Marsala, per puro caso vengono affiancate da due navi
mercantili inglesi: se i cannoni borbonici avessero voluto attaccare le navi garibaldine non avrebbero potuto farlo, il
rischio di colpire le navi inglesi (con tutte le conseguenze del caso) sarebbe stato troppo alto! Gli Inglesi, di fatto,
consentono a Garibaldi almeno di arrivare a Marsala (non avrebbero potuto spingersi più in là, in quanto questo avrebbe
voluto dire dichiarare guerra a uno stato sovrano).
Arrivato in Sicilia, Garibaldi è solo, e combatte le due grandi battaglie di Calatafimi (15 Maggio) e Palermo (alla fine
del mese). Calatafimi è una battaglia vera: i garibaldini si scontrano con l’esercito borbonico, composto in gran parte da
mercenari tedeschi e svizzeri. L’esercito borbonico, che combatte in modo molto “tradizionale” è sorpreso dalle
operazioni militari di Garibaldi, che si era formato militarmente in America Latina, con tecniche di guerriglia partigiana,
che trascendevano tutte le classiche norme del codice militare. L’esercito borbonico viene messo in seria difficoltà;
inoltre, i garibaldini, le cui fila sono state ingrossate anche dai patrioti siciliani, combattono con una forte motivazione e
passione ideale, nazionale. L’esercito borbonico, composto di mercenari, chiaramente non poteva contare su una simile
passione. Questo fatto emergerà chiaramente nella battaglia di Palermo, durante la quale i borbonici stavano vincendo e,
incomprensibilmente, concedono ai garibaldini una tregua. Una volta caduta Palermo, la partita è chiusa.

Ai primi di Settembre, quindi in pochissimi mesi (considerato anche che i Mille si spostavano a piedi, o a cavallo) i
garibaldini sono già a Napoli. La resistenza politica e militare del Regno di Napoli all’impresa garibaldina, si concentra
in tre luoghi: le già citate Calatafimi e Palermo, e Milazzo (prima dello stretto di Messina). Dopo, il Regno crolla, come
è dimostrato dal fatto che i garibaldini risalgono tutto il Regno in pochissimi mesi. Le classi dirigenti borboniche
capiscono che salvaguarderanno meglio il proprio ruolo entrando a far parte dell’élite italiana che non cercando di
difendere l’autonomia del regno, come narrato, del resto, ne “Il Gattopardo”. Garibaldi il 7 Settembre 1860 entra
addirittura a Napoli in carrozza: ormai è chiaro che il Regno delle Due Sicilie è una causa persa: solo Civitella del
Tronto e Gaeta verranno difese per mesi dai Borbone: erano piazzeforti ben difendibili. Le letture che oggi vanno per la
maggiore di una conquista “subita” dai meridionali non sono molto congruenti ai fatti: se i borbonici avessero voluto
veramente opporsi ai garibaldini, avrebbero avuto le forze militari per farlo. Il Regno delle Due Sicilie, però,
probabilmente era molto indebolito e non aveva più una tenuta sufficiente. Il Re di Napoli si rifugiò prima a Gaeta e
poi a Roma dal Papa. Il Re cercò di promuovere una ribellione contro i piemontesi. Del resto, un evento analogo era già
successo: nel 1799 era nata a Napoli una Repubblica partenopea che fu rovesciata da un’insurrezione popolare
capeggiata dal Cardinale Ruffo, che organizzò bande di volontari (Armate della Santa Fede, da cui il nome di
“sanfedisti”), che riconquistarono il regno, sconfiggendo i francesi, che di fatto scapparono e il governo rivoluzionario
napoletano, reprimendolo nel sangue. Probabilmente Francesco II sperava di poter recuperare il proprio regno, così
come successe 60 anni prima.

Abbiamo detto che Garibaldi avanza verso Napoli, e non lo ferma nessuno. A questo punto, però, Garibaldi non è solo
un problema per i borboni, ma anche per i piemontesi! Questo perché Garibaldi è un democratico, anticlericale
violentissimo, di simpatie socialiste (a lui si attribuisce la definizione del socialismo come “sol dell’avvenire”)…era un
personaggio radicale, circondato da personaggi altrettanto radicali. Cavour e il Re temono due cose: 1) che Garibaldi
proclami una Reppublica al Sud; 2) ipotesi ancora peggiore, che Garibaldi volesse attaccare Roma, e quindi il Papa, per
vendicarsi della sconfitta del 1849 (Garibaldi, del resto, aveva difeso la Repubblica Romana nel 1849). Questo avrebbe
comportato il rischio, altissimo, di un contrattacco dell’Austria, Paese cattolico, e della Francia, tradizionale garante
della protezione del Papa. Il Piemonte, seppur ingrandito, non avrebbe mai potuto reggere un attacco congiunto di
Francia e Austria, e le conquiste degli ultimi anni sarebbero state annullate. Cavour non nutriva un’eccessiva fiducia in
Garibaldi, e riteneva questi due scenari abbastanza plausibili: in realtà, dagli ambienti garibaldini venne fuori una
proposta tutto sommato moderata agli occhi di un osservatore moderno, ossia quella di unificare l’Italia e, una volta
raggiunto questo obiettivo, creare un’Assemblea Costituente che avrebbe, in seguito, avuto il compito di scegliere se
darsi una forma di governo monarchica o repubblicana. Ovviamente, tale proposta era molto più invisa al Re. Tuttavia,
il pericolo di un attacco a Roma era sentito come molto più concreto, e Cavour prende la situazione in mano, con
un’azione che molti storici definiscono come la più azzardata della sua vita politica. Cavour manda l’esercito
piemontese incontro a Garibaldi, al fine di ammonire i garibaldini stesso (cosa che poi sarebbe successa nel 1862,
quando Garibaldi tentò una seconda spedizione verso il sud). Per mandare l’esercito contro Garibaldi si doveva però
passare dallo Stato della Chiesa (si veda la cartina sopra): Cavour sceglie di passare il più lontano possibile da Roma,
per far capire che la spedizione non era rivolta contro il Papa: questi, tuttavia, rifiuta il transito all’esercito piemontese,
capeggiato dal Re in persona, mandandogli contro l’esercito papale, che verrà spazzato via nella battaglia di
Castelfidardo, nei pressi di Ancona. La sconfitta dell’esercito papale catalizza rivolte nelle Marche e in Umbria, che
escono dallo Stato pontificio, per entrare poi nel Regno d’Italia. Siccome Cavour non minaccia direttamente Roma,
però, Francesi e Austriaci non si muovono in difesa dello Stato Pontificio. L’esercito piemontese a questo punto entra
nel Regno delle Due Sicilie e assedia l’esercito borbonico riparatosi nel forte di Civitella del Tronto e scende verso
Napoli, andando incontro a Garibaldi. Garibaldi si trova quindi di fronte una dura scelta: imporre le proprie condizioni
al Re, per strappargli qualche concessione, o fermarsi. Qui probabilmente giocò un grande ruolo l’istintiva lealtà di
Garibaldi nei confronti del Re, e l’idea che, in fondo, l’unificazione d’Italia si fosse compiuta e che l’obiettivo
principale fosse già stato raggiunto (tutte le dinastie italiane erano state cacciate ed uno Stato unitario si era già
formato). Quando i due eserciti sono ormai vicini, si verificò il famoso incontro di Teano tra le avanguardie garibaldine 2
e quelle del Re, cui l’iconografia risorgimentale dà grande risalto. Nelle immagini d’epoca vediamo che Garibaldi, in
atto di omaggio, si toglie il cappello davanti al Re; sembra inoltre, da varie fonti, che Garibaldi abbia detto “Saluto il Re
d’Italia”, rinunciando così alla repubblica e ad ogni iniziativa su Roma, accettando il principio dei plebisciti. Anche nel
Sud, infatti, si terranno dei plebisciti per votare l’annessione al Regno d’Italia. Almeno in alcune regioni d’Italia si ebbe
il suffragio universale maschile; tuttavia, il voto non era segreto (il voto veniva dato mettendo una pallina nella cesta del
“sì” o nella cesta del “no”), pertanto è ragionevole supporre che i “no” fossero assai scoraggiati. Tutti i plebisciti,
comunque, passano a larghissima maggioranza di “sì”; Garibaldi si ritira a Caprera, vicino all’isola della Maddalena, e
chiede soltanto che i suoi ufficiali siano inquadrati nell’esercito italiano, semza avanzare altre pretese.

Dal punto di vista politico, questa è stata una straordinaria vittoria di Cavour e del Re d’Italia: è nato qualcosa che non
era nemmeno previsto dagli accordi di Plombières. Si arriva a questo risultato grazie all’impresa di Garibaldi (ma
ricordiamoci che, solo tre anni prima, Pisacane aveva avuto un’iniziativa del genere, finita in tragedia), ma anche grazie
al’atteggiamento favorevole della GB e a quello arrendevole del Regno di Napoli, senza contare che la Francia e
l’Austria non hanno voluto fermare la marcia dell’esercito piemontese verso Sud…insomma, si è avuto un quadro

2
Una delle poche cose che Garibaldi chiese al Re fu quello di inquadrare i propri ufficiali nell’esercito piemontese (che non erano ufficiali di carriera,
e per questo mal visti dagli ufficiali, spesso nobili, dell’esercito piemontese); lo stesso avvenne per alcuni ufficiali dell’esercito borbonico.
favorevole di circostanze, che per un certo periodo dettero al neonato Stato limpressione di avere forze maggiori di
quelle effettivamente a sua disposizione. Questo sarà evidente quando, sei anni dopo, l’Italia sarà impegnata in una
guerra europea (che nella storia italiana viene ricordata come Terza guerra d’indipendenza), mostrando tutte le sue
debolezze e che gli avvenimenti del 1859-61 era anche il risultato di un contesto favorevole.

Il 17 marzo 1861 viene finalmente proclamato il Regno d’Italia, retto da Vittorio Emanuele II. A questo Regno d’Italia
mancano ancora il Lazio, con Roma, il Veneto, con Venezia, per non parlare di Trento (che faceva parte della
Confederazione Germanica), dell’Istria, etc. Lazio e Veneto sono sentiti comunque come i problemi territoriali da
risolvere in modo prioritario. Il primo problema che dovettero affrontare i nuovi governanti fu quello dell’unificazione
completa, quindi: ancora una volta, sia la questione del Lazio che quella del Veneto si risolveranno, negli anni
successivi, grazie al volgere favorevole all’Italia degli eventi internazionali. Il secondo problema è quello di una forte
applicazione all’Italia intera del contesto istituzionale piemontese: la capitale rimane a Torino, anche se Cavour, con un
gesto visionario, fa votare dal Parlamento Roma Capitale d’Italia, per proclamare i suoi intenti verso Roma. Il Re non
cambia numero: Vittorio Emanuele II di Sardegna sarebbe dovuto diventare Vittorio Emanuele I d’Italia, ma è chiara la
continuità dinastica savoiarda. Sarà il figlio Umberto che si farà chiamare “Umberto I” nonostante non fosse il primo
Umberto regnante di casa Savoia. Inoltre, gran parte delle leggi piemontesi furono applicate così com’erano all’intero
Regno d’Italia. In alcuni casi fu un bene, ma in altri indussero a errori e problemi, perché si applicavano a zone in cui
quei criteri non erano applicabili. Si prenda ad esempio la Legge Casati sull’istruzione (che poi rimarrà la legge
fondamentale fino al fascismo), che prevedeva che l’istruzione elementare fosse affidata ai comuni, agli enti locali.
Questo per il Piemonte era applicabile: i comuni erano piccoli, le amministrazioni locali godevano di buona salute etc.
Questo non valeva però, ad esempio, per il meridione, dove i comuni erano territorialmente molto grandi e poveri,
spesso quindi non riuscivano a organizzare un sistema scolastico elementare capillare. In Piemonte si poteva intervenire
sui boschi fino a una quota alta, perché ci sono montagne alte fino a 4000m, al Sud no, e fissare uan quota di
disboscamento troppo alto avrebbe portato a un disboscamento totale. Si parla di problema di piemontizzazione del
regno. Inoltre, c’è da considerare che, a causa delle guerre portate avanti fino all’unificazione, le casse del Regno di
Sardegna versavano in cattivo stato; in più, il nuovo regno si caricò i debiti degli Stati pre-unitari. Doveva farlo, perché
più di 1/3 del debito pubblico italiano era collocato all’estero, e se gli investitori stranieri non avessero comprato i titoli
pubblici italiani, lo stato sarebbe fallito. Nacque così il problema di imporre un sistema fiscale particolarmente severo.
A questo quadro, piuttosto problematico, da cui nasce l’Italia, si aggiunge l’improvvisa morte di Cavour, probabilmente
anche per lo stress vissuto dal politico negli ultimi tre anni. Si apre un serissimo problema di successione politica:
Cavour era infatti l’unico leader riconosciuto come nazionale. Il resto della classe dirigente italiana era organizzato per
gruppi regionali, che spesso erano trasversali agli schieramenti politici, aumentando la frammentarietà in un contesto
politico in cui il diritto di voto era molto ristretto (la legge elettorale piemontese era molto limitativa) e quindi, la
mancanza di omogeneità di indirizzo nel ceto politico fu un grosso problema per la realizzazione delle politiche di
governo. Il successore di Cavour, come accennato, fu Bettino Ricasoli, uomo di indiscutibile statura morale ed elevato
lignaggio: proprio per questa sua rigidità, però, non fu molto amato, fino ad arrivare in contrasto col Re, cosa che rese
difficile il suo primo governo.

Lo Stato stenta, quindi, a decollare, e si dovrà confrontare subito con l’enorme problema del brigantaggio. Nel
Mezzogiorno continentale, infatti, a, partire dal 1861, prende corpo una protesta popolare armata che rispondeva a
sollecitazioni diverse: tra le loro fila c’erano, ad esempio, i borbonici, anche perché lo Stato italiano sciolse l’esercito
borbonico, in parte anche deportandone i soldati in Piemonte, in parte lasciando per strada personale ben armato e
addestrato. Si organizzarono così bande guidate da militari. Inoltre, il brigantaggio non era un fenomeno nuovo al Sud:
esistevano già bande, come ad esempio quella di Carmine Crocco, ai tempi dei Borbone. Le forze dei briganti, però,
aumentano con l’assimilazione degli sbandati dell’esercito borbonico e dei contadini.
Garibaldi si era presentato come un liberatore, nel 1860. Capitò un episodio importante, in tal senso, nella piana di
Bronte, presso Catania, si erano radunati alcuni contadini nell’attesa di Garibaldi, saccheggiando alcune case e
compiendo alcuni atti di violenza. Nino Bixio, il secondo di Garibaldi, arrivò a Bronte, ma resosi conto del degenerare
degli eventi, catturò i capi della rivolta contadina e li fece fucilare: questo fu un episodio esemplare rispetto a quanto le
richieste dei contadini furono ascoltate. Le richieste dei contadini, nella fattispecie, erano legate al mantenimento degli
usi civici e al diritto di poter continuare asvolgere attività sui terreni comuni, all’assegnazione di piccole particelle di
terra, piccoli vantaggi materiali, insomma. Tutavia, con l’adozione di un regime liberale, le amministrazioni comunali
diventano elettive (i sindaci venivano però ancora nominati dal governo); siccome pochi hanno diritto di voto, i consigli
comunali sono composti da consiglieri eletti dai proprietari terrieri. Un simile consiglio, però, non sarà certo favorevole
ad accogliere le istanze dei contadini! Ad un primo impatto, quindi, ai contadini sembrò di veder perfino peggiorata la
propria situazione: finché c’è un regime assoluto e comanda solo il Re il sindaco e l’amministratore locale da esso
mandato non dipende dal voto dei proprietari, al contrario di quanto avveniva con il neonato regime liberale. Un
esempio molto calzante di ciò è dato dal fatto che questi consigli comunali votavano tasse locali sugli asini
(generalmente posseduti dai contadini) e non sui cavalli (generalmente proprietà dei possidenti terrieri). Si ha quindi la
percezione di un ulteriore spostamento dello squilibrio sociale a favore dei proprietari terrieri; inoltre i piemontesi
cercano di far pagare le tasse, e arruolano i giovani per l’esercito di leva, togliendo braccia preziose alle famiglie di
contadini. Il clero meridionale, poi, era ferocemente e unanimemente contrario all’unificazione (al contrario dei vescovi
del Nord, generalmente favorevoli, con alcune eccezioni). Lo Stato italiano, al Sud, quindi, deve affrontare numerosi
problemi: l’ostilità del clero e dei filoborbonici, brigantaggio, disagio contadino… di fatto si profila uno scenario di
guerra civile, che provocò una reazione molto dura da parte dei piemontesi, che arrivarono a sospendere, al Sud, le
garanzie costituzionali. Fu uno scontro durissimo, che comportò perdite da entrambe le parti. Nel brigantaggio,
comunque, convergevano diverse spinte, non tutte della stessa natura, fu quindi un prodotto molto complesso. Il grande
brigantaggio venne completamente represso nel giro di 4-5 anni, nel 1865 ormai era un fenomeno morente. Tuttavia il
prezzo della repressione fu altissima: d’altra parte lo Stato italiano doveva dimostrare agli osservatori internazionali la
sua capacità di mantenere l’ordine interno, pena mancanza di credibilità sul palcoscenico della finanza internazionale.
L’Italia nasce quindi, con molte aspettative della classe dirigente, e con molte difficoltà, tra cui un diffusissimo
analfabetismo e la precaria situazione sociale dei contadini (che era tutt’altro che esclusiva del Meridione: ad esempio, i
contadini della Val Padana soffrivano endemicamente di pellagra, causata dal consumo di mais ammuffito).
Per colmare il buco di bilancio, alla fine degli anni ’60, il governo impose la micidiale tassa sul macinato. Questa tassa
si applicava alle ruote dei mulini; quando i contadini portavano le proprie granaglie al mulino per farle macinare,
dovevano pagare una tassa sul grano macinato, quindi sul pane! Ci furono rivolte armate contro questa tassa, perché
colpiva il consumo di base della popolazione. Questa tassa era così dura che nel giro di qualche anno fu abolita.

Tuttavia, l’unificazione italiana svolge una grande funzione di sollecitazione all’esterno, sullo scenario globale:
pensiamo che all’inizio della guerra civile americana Lincoln offrì a Garibaldi il comando di una delle sue armate del
Nord, segno della grande consapevolezza a livello mondiale di cosa era successo in Italia. Garibaldi viene preso a
modello dai riformatori cinesi e indiani che vedevano nell’Italia oppressa dalle potenze straniere un’analogia con la
situazione dei propri Paesi; nel mondo ebraico la nascita di uno Stato in Italia era un esempio di come un antico popolo
decaduto (come quello ebraico, funestato dalla diaspora) potesse costituirsi in Stato moderno, e il risorgimento italiano
ispirò nientemeno che il sionismo (nel 1862 esce un libro intitolato Roma e Gerusalemme, che evidenza questa
analogia). La vicenda italiana, però, trova la sua massima risonanza in Prussia: la classe dirigente prussiana inizia a
riflettere sul fatto che l’Italia si è formata sconfiggendo l’Austria, ostacolo anche all’unificazione tedesca. In Germania,
negli anni ’60 dell’800 si iniziano a studiare gli avvenimenti del Risorgimento Italiano, vengono pubblicati libri su
Cavour che diventa una figura esemplare. Si è messo in moto un processo di indebolimento dell’Impero Asburgico di
cui anche la Prussia può approfittare. Nel 1862 diventa cancelliere il Principe di Bismarck, l’uomo che porterà la
Germania all’unificazione; anche se il Re di Prussia non lo amava e lo considerava troppo reazionario, Bismarck
diventa cancelliere perché il Re di Prussia voleva fare una riforma dell’esercito e il Parlamento si opponeva. Gli
investimenti sull’esercito sono ovviamente fatti in preparazione di un’eventuale guerra, necessaria per arrivare
all’unificazione. Il Re, quindi, affida l’incarico a Bismarck, uomo dalla volontà di ferro, disposto anche a scavalcare il
Parlamento per raggiungere i suoi obiettivi. L’unificazione tedesca arriverà poco tempo dopo, già nel 1871.
Lezione 12 - 11/03/2021
L’unificazione tedesca
Ci sono evidenti somiglianze tra i processi di unifcazione italiana e tedesca. In entrambi i casi, essi sono stati guidati
dall’azione di uno degli Stati appartenenti a quelle aree nazionali (Italia: Piemonte = Germania: Prussia), diventandone
poi l’elemento egemone. Un’altra analogia è costituita dal fatto che entrambi i processi passano attraverso conflitti,
condotti contro il medesimo nemico: l’Impero Asburgico. Fin qui, i due processi si assomigliano, tuttavia, da un altro
lato, semplificando molto, potremmo dire che, mentre in Italia lo stato unitario arriva un po’ all’improvviso, poco
preparato, sovrapponendosi a una società molto disomogenea, caratterizzata da forti squilibri sociali, linguistici,
economici, organizzativi, e dove è lo Stato stesso che deve catalizzare l’amalgama delle varie componenti sociali, in
Germania il processo dal basso di riavvicinamento e omologazione delle diverse componenti dell’area germanofone era
già iniziato prima dell’unificazione. Ovviamente, nel 1871 la Germania non era completamente omogenea, ma per
alcuni aspetti importanti, lo Stato tedesco era più organizzato e omogeneo di quello italiano.

Anche in questo caso, la Prussia aveva giocato un ruolo importantissimo, già dagli anni ’30 del XIX secolo. Ad
esempio, la Prussia aveva promosso un importante processo di integrazione economica, basato su principi che poi
ritroveremo anche nel Mercato Comune Europeo oltre cento anni dopo, ossia l’abolizione dei dazi doganali (Zollverein,
dalla quale l’Austria era stata tatticamente esclusa). La Prussia aveva realizzato e guidato un importante processo di
costruzione di reti ferroviarie; le infrastrutture sono essenziali per costruire e modificare un territorio! Nella storia
italiana, ad esempio, le infrastrutture si svolgono lungo un asse nord-sud, mentre l’asse est-ovest è stato molto più
trascurato! In più, la Prussia aveva sviluppato un eccellente sistema scolatsico, che era stato largamente adottato in tutti
gli Stati tedeschi: quando nel 1871 si arriverà all’unificazione, quindi, il neonato stato tedesco godrà di maggior solidità
e compattezza rispetto a quello italiano.

Dopo il 1848-49, il Regno di Prussia aveva cercato di forzare i termini dell’antica Confederazione Germanica, provando
a convocare una più piccola Confederazione di Stati tedeschi a Erfurt. L’Austria non accettò questo, e nel 1850 impose,
minacciando l’uso della forza, alla Prussia di rientrare ai vecchi patti nella Confederazione Germanica. In quel caso, il
Re di Prussia non se la sentì di andare incontro ad una crisi aperta con l’Austria (il ricordo del 1848 era ancora troppo
vicino!). Tuttavia, questa grave crisi provocò un forte senso di umiliazione nell’opnione pubblica prussiana, che non
perdonarono questa mossa all’Austria. Quando sul trono sale il fratello di Federico Guglielmo IV, Guglielmo I, egli è
deciso a riprendere in mano la questione tedesco, e lo fa proponendo al Parlamento prussiano i finanziamenti per una
riforma dell’esercito. Modernizzare un esercito, come Guglielmo I desiderava, era un’operazione costosa, e il
Parlamento si rifiutò di votare le spese militari. A quel punto Guglielmo I chiama alla guida del Governo, come
cancelliere, il Principe di Bismarck, Otto von Bismarck.

Bismarck è stato l’altro grande statista europeo del XIX secolo, assieme a Cavour. La giovinezza e la prima fase
dell’attività di politica di Bismarck furono caratterizzati da sregolatezza, a dispetto dell’immagine austera del
“Cancelliere di ferro”: da studente si dedicava a duelli, bevute e donne. Tuttavia, nel 1848, egli assume posizioni
fortemente conservatrici (a giudizio del Re, perfino in modo eccessivo!). Bismarck fu uomo di grande intelligenza
politica e grande abilità come scrittore: non era sicuramente un progressista o un democratico, ma era convinto che, se
proprio un cambiamento ci doveva essere, era meglio guidarlo che subirlo. Egli aveva ampia esperienza diplomatica, in
quanto era il rappresentante della Prussia a livello di Confederazione Germanica: grazie a questa esperienza matura una
grande conoscenza della situazione della Germania in rapporto all’Austria, cosa che fa maturare in lui un forte
sentimento antiaustriaco. Il Re di Prussia, temendo che Bismarck possa causare tensioni per il suo forte temperamento,
lo manderà poi come ambasciatore prima a San Pietroburgo e poi a Parigi, aggiungendo ulteriore esperienza
internazionale al suo curriculum. Guglielmo I aveva cercato un contatto con lui, conoscendone la determinazione e il
prestigio di cui godeva; a Bismarck viene offerto l’incarico di Primo Ministro all’inizio del 1862, ma egli rifiuta, perché
non avrebbe potuto avere pieni poteri in questioni di politica estera. Negli anni in cui fa l’ambasciatore in Francia
Bismarck causa uno scandalo internazionale avviando, da sposato, una relazione con la giovane moglie
dell’ambasciatore russo a Bruxelles. Tuttavia, nonostante queste premesse, Guglielmo I non può fare a meno di
nominarlo Capo del Governo: Bismarck è l’unico che possa piegare la resistenza del Parlamento, e effettivamente lo fa
a modo suo. Davanti al Parlamento Bismarck pronuncia un famoso discorso: “I problemi della Prussia non si
risolveranno coi vostri voti e discorsi, ma col ferro e col sangue (Eisen und Blut)”, esponendo chiaramente il suo
programma di governo. Molti storici delle relazioni internazionali si interrogano sulla natura di questa politica estera,
passata alla storia come Realpolitik (politica realistica, spregiudicata, priva di principi): è il prodotto di un progetto o
Bismarck ha saputo sfruttare bene le circostanze? Possiamo però fare le seguenti considerazioni: Bismarck non era un
uomo privo di principi, era un conservatore monarchico, ma aveva un forte sistema ideologico, valoriale, culturale. Non
ha molto senso, quindi, questo dibattito in merito all’opportunismo di Bismarck: anche se si ha un progetto politico, è
difficile attuarlo se non sussistono condizioni favorevoli. D’altro canto, se non si ha un minimo di progeto, è anche
difficile definire cosa sia una circostanza favorevole. Possiamo quindi dire che Bismarck sicuramente agiva alla luce di
una prospettiva politica, ma che era anche molto abile nel cogliere le occasioni che gli si presentavano.

La prima occasione che si presenta a Bismarck riguarda le relazioni con la Danimarca. C’era già stata, una decina
d’anni prima, una crisi con questo Stato, in merito alle province dello Schleswig e Holstein, a popolazione mista
tedesco-danese, pertanto la sovranità su questi territori era contesa tra i due Stati. Nel 1863 si apre una grave crisi con la
Danimarca, perché il Re danese voleva acquisire tali territori, garantiti da un trattato del 1852. È abbastanza chiaro che
l’idea del Re di Danimarca di intraprendere una guerra contro la Confederazione Germanica era piuttosto campata in
aria, e infatti viene sconfitto pesantemente nel 1864 da un esercito congiunto austriaco-prussiano. Come risultato di
questa guerra, i due territori contesi vengono spartiti fra Austria e Prussia. Inizia così una complicata trattativa tra
Austria e Prussia in merito alla gestione di queste province e alla riforma della Confederazione Germanica.

Questa volta però la Prussia, che nel frattempo ha fatto la riforma dell’esercito, pensa anche a una soluzione militare (al
contrario di quanto avvenuto nel 1850). L’Austria, dal canto suo, si trovava in un difficile momento per quanto riguarda
la situazione internazionale: più in dettaglio, Austria e Francia avevano mandato in Messico come Imperatore il fratello
dell’Imperatore d’Austria, Massimiliano d’Asburgo, che verrà fucilato dai messicani dopo una rivolta. Questo fatto
incrinò molto le relazioni fra Francia e Austria: questo fornì l’occasione a Bismarck di iniziare a minare lo status
dell’Impero Asburgico all’interno della Confederazione Germanica. Tuttavia, una guerra contro l’Impero Asburgico non
era così facile da intraprendere: per questo Bismarck pensa di coinvolgere l’Italia, che avrebbe potuto tenere impegnata
l’Austria sul fronte meridionale, indebolendola. L’Italia fu coinvolta in una complessa trattativa a partire dalla
Primavera del 1866: l’Italia voleva il Veneto dall’Austria, però avrebbe potuto ottenerlo anche senza una guerra (infatti,
il Veneto era il prezzo che l’Austria era disposta a pagare per la neutralità italiana). Il punto è che, secondo i canoni
politici dell’epoca, la guerra era un elemento anche legato all’onore e alla credibilità di una nazione: se il governo del
neonato stato italiano avesse accettato il Veneto senza una guerra, questo sarebbe stato considerato un atto poco
dignitoso. L’Italia, quindi, entrò in guerra contro l’Austria a fianco della Prussia. Questa guerra, come quella franco-
prussiana del 1870, ha avuto un forte peso nella storia militare, perché i tedeschi la combatterono secondo tattiche
nuove (oltre che armi molto moderne), che cercavano un unico scontro risolutivo, ossia una grande concentrazione di
forze in un tempo relativamente breve. Attenzione: anche nel 1914 si cerca la guerra breve, sbagliando, però,
clamorosamente, i calcoli.

La guerra del 1866 fu però a tutti gli effetti una guerra breve, che si risolse nel giro di poche settimane. I prussiani
sconfissero gli austriaci nella grande battaglia di Sadowa, mentre l’Italia viene sconfitta a Custoza (ancora una volta!)
nel Giugno 1866, e, ancora più drammaticamente, per mare, il 20 Luglio, davanti all’isola di Lissa, dove la flotta
italiana, tecnicamente e numericamente superiore a quella austriaca, viene annientata (episodio del famoso telegramma
“Uomini di ferro su navi di legno hanno sconfitto uomini di legno su navi di ferro”). Questo episodio fu vissuto come
un incubo dall’opinione pubblica italiana: ad ogni modo, la campagna del 1866 mise in luce tutte le debolezze del
giovane stato italiano, che nel ’59-60 non erano emerse grazie a una serie di circostanze favorevoli che avevano portato
a un buon risultato. L’Italia è impreparata militarmente e l’interpretazione che viene data di questo fatto sarà più
generale. Pasquale Villari, uno dei fondatori del meridionalismo, scrisse un famoso articolo, intitolato “Di chi è la
colpa?” in cui attribuiva la sconfitta al fatto che l’Italia era una nazione arretrata sotto molti punti di vista. Nonostante
l’esito traumatico della guerra, però, l’Italia ottiene il Veneto e Venezia, risolvendo quindi uno dei due problemi
territoriali più rilevanti rimasti aperti nel 1861 e migliorando quindi sensibilmente le condizioni del Regno.

Nel 1866 si sciolgie la Confederazione Germanica creata al Congresso di Vienna e la Prussia organizzerà la
Confederazione Germanica del Nord (v. cartina sotto), ne rimangono fuori alcuni stati tedeschi del Sud, come la
Baviera (cattolica e molto legata all’Austria), che nella guerra del 1866 aveva combattuto proprio a fianco dell’Austria.
La sconfitta dell’Austria avrà pesanti conseguenze. Bismarck, subito dopo la vittoria frena il Re di Prussia, che voleva
portare l’esercito a Vienna e umiliare l’Austria; Bismarck non vuole umiliare l’Austria bensì dirottarne le mire verso i
Balcani, distoglierla dall’area tedesca; Bismarck sa che l’Impero Asburgico è strumentale al suo progetto di egemonia
continentale.
Tra le altre conseguenze della guerra abbiamo, nel 1867, la riforma della parificazione (Ausgleich), con la quale nasce
la duplice monarchia d’Austria-Ungheria (Impero Austro-Ungarico); la componente ungherese, la più forte dal punto
di vista territoriale, ottiene così un suo Governo, un suo Parlamento e il diritto di avere ministri ungheresi nel governo
Imperiale. Questo provvedimento placa così le rivendicazione degli ungheresi, ma le altre etnie minoritarie all’interno
dell’impero sono indispettite dalla parificazione toccata agli ungheresi  emergono tensioni che poi porteranno, nel
lungo termine, alla IGM.

Con la creazione della confederazione del Nord il problema prussiano poteva considerarsi risolto; ma Bismarck non
mirava solo all’Unificazione o all’egemonia tedesca, il suo progetto era quello di guadagnare una posizione di primato
in Europa: questo programma avrebbe portato, inevitabilmente, a uno scontro con l’altra potenza continentale europea,
la Francia.
Non è certo che Bismarck avesse programmato una guerra contro la Francia, ma sfruttò molto bene un’altra crisi
europea. Nel 1868 c’è un colpo di stato in Spagna contro la regina Isabella II di Borbone: c’è una corona vacante in
Spagna e bisogna trovare un sovrano che la occupi. Fra i pretendenti al trono viene indicato un parente del Re di
Prussia, un Hohenzollern. La famiglia aveva un ramo in Prussia e un ramo, cattolico, in Germania meridionale (cosa
che rendeva il pretendente tedesco particolarmente adatto alla monarchia spagnola). Napoleone III si vede minacciato
ed accerchiato, un po’ come ai tempi di Carlo V: la Francia non può accettare un pericolo del genere. In realtà, il Re di
Prussia Guglielmo I fu molto prudente e non impose l’Hohenzollern in Spagna senza trattare con i francesi, ebbe un
atteggiamento piuttosto conciliante. Il 13 luglio, nella località termale di Bad Ems, il re incontra l’ambasciatore francese
Benedetti: fu un incontro interlocutorio, che viene raccontato a Bismarck tramite telegramma. Bismarck, ministro del
Re all’epoca, ordì un’ingegnosa trappola: passa ai giornali prussiani una copia accorciata del telegramma. Nella
versione “tagliata” da Bismarck, sembra che l’ambasciatore francese sia stato trattato malissimo dal Re di Prussia, cosa
che infiamma l’opinione pubblica francese. Due giorni dopo, Napoleone III dichiara guerra alla Prussia (l’astuzia di
Bismarck sta nel provocare lo scontro senza prendersi la responsabilità formale dell’apertura delle ostilità  per i
prussiani la guerra è ufficialmente difensiva).
I prussiani adottano contro i francesi allora la stessa tattica usata contro gli austriaci: massiccia concentrazione di truppe
a Sedan, in una battaglia che dura dal 1° al 4 Settembre 1870, l’esercito francese viene accerchiato e Napoleone III (che,
come imponeva il codice militare dell’epoca, guidava in prima persona gli eserciti) viene preso prigioniero dai
prussiani. È la sconfitta più rovinosa per i francesi nel XIX secolo, assieme a Waterloo. Si pensi che molti storici
prendono il 1870 come data d’inizio della storia contemporanea (è sicuramente una data di svolta per la storia europea);
data spartiacque.
Bismarck, del resto, aveva molto temuto un accordo tra Francia e Austria nel 1866; la Francia, all’epoca, non entrò in
guerra perché pensava di sfruttare uno scenario di “guerra lunga” che potesse logorare Austria e Prussia. Inoltre
Bismarck temeva un’eccessiva influenza della Francia sugli stati tedeschi del Sud (che infatti seguiranno la Prussia una
volta che la Francia fu significativamente ridimensionata; il Re di Baviera Ludwig II dovette essere pagato per unirsi
alla Prussia!).

Le conseguenze degli scontri del 1870 sono enormi: la prima è la caduta di Napoleone III. In Francia si proclama la III
Repubblica, che durerà fino alla IIGM. Il governo francese lascia Parigi e prova a continuare la guerra senza troppe
possibilità; gli unici che vanno ad aiutare i francesi sono i garibaldini (che saranno gli unici a sconfiggere i prussiani, a
Dijon  una delle ultime manifestazioni del volontarismo ottocentesco), per solidarietà democratica verso una
repubblica.
Il re d’Italia, che non si era dimenticato dell’appoggio francese del 1859, avrebbe voluto intervenire al loro fianco, ma
fu caldamente sconsigliato dai suoi consiglieri, tra cui Quintino Sella. L’Italia non solo non interviene, ma approfitta
della sconfitta francese per chiudere la questione territoriale, sfruttando così un’altra circostanza favorevole. Infatti, il
Papa era sotto protezione francese, ma ora che Napoleone III non c’è più, la Francia non è più in grado di difendere il
Pontefice; il governo italiano prova a trattare con il Papa, che però non vuol dare l’impressione di concordare con
l’ingresso degli italiani, lasciando solo la forza come opzione possibile. Il 20 Settembre 1870 (pochissimi giorni dopo
Sedan!) l’esercito italiano entra con la forza a Roma (Breccia di Porta Pia): fu in realtà uno scontro con pochi morti,
era soprattutto un’operazione politica del Papa per dire al mondo che il regno d’Italia stava usando violenza contro la
Chiesa. Attenzione: non sono i garibaldini, è l’esercito del Re che entra a Roma - non possiamo quindi dire che sia una
vendetta per la repressione dei moti del ’49!
Nella foto sottostante vediamo le mura aureliane, che delimitavano Roma ancora nel XIX secolo. Dentro le mura
c’erano parchi e ville principesche; il volto di Roma cambiò in modo radicale in seguito agli avvenimenti del 1870 (es.
l’Altare della Patria fu edificato sulle rovine di quartieri medievali).

Lo Stato della Chiesa, che finisce in quel momento, era lo Stato più antico d’Europa! La sua fine fu un evento
traumatico, e la Chiesa cattolica riconoscerà il Regno d’Italia solo con i Patti Lateranensi del 1929; i rapporti tra Stato e
Chiesa erano pessimi, addirittura l’insegnamento della religione a scuola non era previsto (al contrario di oggi)! I Re
d’Italia non andarono, fino alla conciliazione, all’inaugurazione di alcuna chiesa (lo fecero invece per le sinagoghe), i
preti non amministravano i sacramenti ai patrioti liberali. A Roma venne sospeso il Concilio Vaticano I, che stabilirà il
dogma dell’infallibilità pontificia quando il Papa si esprime ex cathedra.
La cessione di Roma all’Italia è uno snodo importantissimo: il Papa all’epoca stava al Quirinale, solo allora si
trasferisce in Vaticano (al Quirinale ci va il Re d’Italia!). Il Papa è anche vescovo di Roma (San Giovanni in Laterano è
la sua cattedrale). La Chiesa ovviamente vive male questo momento, ma sarà una grande occasione per rinnovarsi e
reinventarsi, rafforzando la sua dimensione universale, potenziando le missioni in tutto il mondo, ora che non è più
vincolata alla presenza di uno Stato in Italia. Non a caso, gli ultimi papi sono quasi tutti stranieri.

Terza conseguenza del 1870 è la nascita dell’Impero Tedesco: i tedeschi proclamano l’Impero Germanico nella Reggia
di Versailles, è una vera e propria provocazione anti-francese (v. immagine sotto).

Siamo nel grande salone degli specchi: tutti i partecipanti alla scena sono in uniforme militare. Anche Bismarck è in
divisa di generale. Quando nasce il regno d’Italia, in tutti gli stati italiani si tengono dei referendum (i plebisciti), pur
non essendo esempi di larghissima democrazia, la valenza simbolica è notevole. In Germania, invece, l’unificazione è
decisa da principi e militari: è un processo che viene dall’alto, senza una vera partecipazione democratica (non che lo
fosse eccezionalmente anche l’unificazione italiana, ma un po’ di più sì).
In Italia rimane solo il Re Vittorio Emanuele II: gli altri capi di Stato spariscono. Nel caso della Germania no: il Re di
Prussia diventa imperatore tedesco, ma gli altri principi e Re conservano le loro cariche, l’imperatore è un primus inter
pares; la Baviera conserverà addirittura un suo esercito (di cui farà parte Hitler nella IGM). Quello tedesco è uno strano
impero dalla fortissima componente federativa. L’imperatore è tale perché i principi e i re lo hanno deciso, e questa
caratteristica si conserva nella struttura politica dell’impero.
L’impero tedesco ha inoltre un’altra singolare caratteristica dal punto di vista istituzionale: c’è un parlamento generale,
il Reichstag, e una camera degli Stati (Reichsrat o Bundesrat). Per il Reichstag, direttamente elettivo, il diritto di voto è
a suffragio universale maschile, ma vale la norma che valeva per la Prussia: il capo del Governo non dipende dal
Parlamento, bensì dall’Imperatore (quindi Bismarck rimane capo del governo imperiale). A elementi democratici si
mescolano elementi di rappresentanza territoriale (Bundesrat) e autoritari (Capo del Governo a nomina imperiale).
Dopo l’unificazione, la Germania diventa la prima potenza europea continentale.

Altra conseguenza della guerra franco-prussiana è la nascita della Comune di Parigi: più in dettaglio, la municipalità di
Parigi aveva avuto l’ordine di resa, ma non obbedisce, e nasce un movimento, ben presto egemonizzato da socialisti e
radicali, nella primavera del 1871: la Comune di Parigi. Attenzione alla scelta dei termini: Comune richiama
l’amministrazione comunale, ma anche il comunismo! Sarà la più violenta rivolta sociale del XIX secolo.
Si noti che, nel 1864, i movimenti operai si erano dati una loro organizzazione, la cosiddetta Prima Internazionale, che
comprendeva tutte le correnti del mondo democratico (ne fanno parte perfino i mazziniani): le correnti principali sono i
socialisti marxisti e gli anarchici (il cui leader era Bakunin, che criticava Marx proprio per il suo autoritarismo),
all’epoca molto influenti. È un movimento diviso, che raccoglie per la prima volta tutte le spinte democratiche e operaie
presenti in Europa. La Comune di Parigi sorprende questo movimento; i rivoltosi fucilano l’arcivescovo di Parigi, gli
eccessi di violenza e devastazione furono traumatici. La Comune fu narrata dai mezzi di comunicazione con toni
orrorifici; fece scalpore anche la partecipazione femminile a questo movimento. La reazione del governo francese fu
terrificante (i tedeschi, ancora a Versailles, non intervengono), massacrando i rivoltosi. Al Père Lachaise c’è il muro dei
comunardi, dove l’esercito fucilava direttamente la gente (per risparmiare tempo per il trasporto). La violazione
dell’ordine era stata talmente forte da richiedere una reazione esemplare. La Comune entra nell’immaginario artistico
(es. Manet; le truppe francesi fecero una serie di fotografie ai fucilati, messi tutti a fianco nelle casse): rimane nella
mente delle classi dirigenti europee la rappresentazione della violenza popolare (prima della rivoluzione Russa quella
della Comune è la rivoluzione per eccellenza).

Gli avvenimenti della Comune generano un atteggiamento complesso nelle classi dirigenti di tutta Europa: si ha la paura
della repressione, ma anche la tendenza a cercare il compromesso per evitare una nuova rivoluzione, es. avviando
moderatissime politiche per placare le richieste dei ceti più bassi. È così che in Europa (soprattutto in Germania)
cominciano ad affermarsi tendenze politiche che vedono nell’intervento dello Stato l’assicurazione di alcune garanzie
che dovrebbero evitare esplosioni di rabbia popolare così forti. Si comincia a parlare di pensioni, di assicurazioni per gli
infortuni sul lavoro, assistenza sanitaria (1888: in Italia nascono i medici condotti: si comincia a pensare a qualche
forma minima di tutela), leggi sul lavoro delle donne e dei fanciulli  conseguenze della grande paura sociale della
rivoluzione. In una società che si complicava molto, interessata da una grande crescita demografica tra il 1860 e il 1890
e dalla mobilitazione sociale crescente, la risposta non può essere solo la repressione violenta. Bisogna pensare a una
risposta che metta in campo altre risorse.

In quegli anni il mondo ha inoltre conosciuto un altro avvenimento chiave, che pesò molto nell’immaginario popolare e
mostrò da un altro punto di vista la tremenda violenza delle guerre civili: la Guerra di Secessione americana (1861-
1865), che produsse più morti delle tre grandi guerre americane del XX secolo (I, IIGM e Vietnam). In America questo
avvenimento ha prodotto una profonda lacerazione ancora non risanata. La guerra di secessione non ha a che fare solo
con lo schiavismo; quest’ultimo è il punto di convergenza di squilibri e tensioni che riguardavano l’intera società
americana.
Tra gli stati del Nordest e del Sudest c’è una profonda differenza di struttura economica (le capitali dei due stati erano
vicinissime: Washington e Richmond). Il Nordest non era schiavista: era caratterizzato da un sistema economico che
non ne aveva bisogno, a vocazione mercantile e commerciale, cantieri navali, società molto urbanizzata e moderna; il
Sudest, al contrario, aveva un’economia basata sul latifondo, monocolture (piantagioni) e largo impiego di manodopera
servile. Il Nordest “industriale” ha bisogno di una politica economica di tipo protezionistico, es. per evitare la
concorrenza dei prodotti inglesi, meno costosi. Il Sud, esportatore, aveva invece bisogno di una politica economica
liberista, perché le merci americane non dovessero affrontare dazi sui mercati d’arrivo. Ovviamente le due istanze erano
diametralmente contrapposte e uno Stato non può sostenere due politiche economiche così distanti. Lo schiavismo,
economicamente, funzionava: all’epoca alcune produzioni agricole non erano meccanizzabili, come quella del cotone,
che andava raccolto a mano. La manodopera schiavista, o quanto meno a basso costo, era quindi fondamentale”! Il
problema giuridico legato alla schiavitù consisteva nel fatto che agli schiavi non era riconosciuto lo status giuridico di
“persona”, erano fondamentalmente cose. Ovviamente i padroni dovevano provvedere al sostentamento degli schiavi
(anche perché altrimenti non avrebbero potuto lavorare), ma erano liberi di venderli a piacimento, separando famiglie,
etc. Questa questione poneva profondi quesiti etici, nonché religiosi (il cristianesimo, ad esempio, non giustifica
moralmente la schiavitù).