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Università degli Studi Roma Tre

Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture


Straniere

Corso di Laurea Triennale in

Lingue e Culture Straniere

Tesi di Laurea in

Letteratura tedesca

A Nord di quale Sud?

Le antinomie geografiche in opere scelte di Thomas Mann

Relatrice: Candidata:

Prof.ssa Ute Christiane Weidenhiller Enrica Di Santo

Anno Accademico 2018/2019


Indice
Introduzione..................................................................................................1

1. Thomas Mann, uno scrittore in cerca di una patria...................................3

1.1 Perdersi per ritrovarsi, Thomas Mann in Italia....................................3

1.2 L’esilio.................................................................................................8

2. Nord e Sud nelle opere di Thomas Mann................................................15

2.1 Tonio Kröger......................................................................................17

2.2 Der Tod in Venedig e Buddenbrooks: analisi tra il fascino decadente


dell’Italia e l’esotico bavarese..................................................................21

3. Lubecca come forma di vita spirituale: “il borghese sviato” torna a casa
.....................................................................................................................25

Conclusioni..................................................................................................30

Bibliografia e sitografia...............................................................................31

Ringraziamenti............................................................................................32
Introduzione

L’obiettivo che questo studio si è prefissato è l’analisi di un aspetto peculiare delle


opere di Thomas Mann, ovvero quello dell’utilizzo delle antinomie che vedono
contrapporsi opposti inconciliabili. In particolare questo elaborato si concentra sulle
antinomie geografiche, il Nord in contrapposizione con il Sud, e di conseguenza anche
l’antinomia razziale.

«Thomas Mann è un realista di rara fedeltà alla realtà, anzi di rara devozione ad essa» 1,
per dirlo con le parole di György Lukács (Thomas Mann e la tragedia dell’arte
moderna), e si è sempre ispirato ad eventi vissuti in prima persona per la creazione delle
sue opere. In questo studio, infatti, non viene tralasciato l’aspetto autobiografico dello
scrittore tedesco, della sua personale relazione con i luoghi cardine nella sua vita, che
hanno poi permesso la creazione di tali contrapposizioni geografiche, che sono una delle
tante manifestazioni del simbolismo manniano.

Questo lavoro si è proposto di intraprendere un percorso a tappe. Il primo capitolo si


incentra sulle esperienze di Thomas Mann fuori dalla Germania, si apre con un
paragrafo concernente l’esperienza italiana del ventenne Mann. Un momento cruciale
per il giovane scrittore, un momento in cui era alla ricerca di conferme e di una strada
da percorrere. Quale fosse il suo posto nel mondo, non lo sapeva. Il Meridione, che
ricordava l’essenza materna, o il Settentrione freddo e industrioso, patria paterna?
Questo viaggio fu molto determinante. Thomas Mann, in Italia, ebbe la conferma di
essere un artista, ma anche che il Nord fosse il suo elemento. Nel secondo paragrafo
viene preso in esame il periodo dell’esilio, durante il quale più che mai viene esplicitato
l’amore di Mann per la Germania, una Germania culturale, la sua patria è la cultura
tedesca, difesa strenuamente dalla barbarie nazista.

Con le premesse del primo capitolo, si passa al secondo, imperniato sull’analisi delle
antinomie geografiche e razziali nelle opere di Thomas Mann antecedenti la Prima
Guerra Mondiale. L’attenzione viene posta maggiormente sul romanzo breve Tonio
Kröger, l’opera in cui tali antinomie giocano un ruolo fondamentale nell’intero corso
1
György Lukács, Thomas Mann e la tragedia dell’arte moderna, a cura di Andrea Casalegno, trad. ita. di
Giorgio Dolfini, Milano 2005, p. 15.

1
della narrazione. Tuttavia, non è il solo romanzo ad avere questa contrapposizione come
Leitmotiv. Anche il romanzo dei Buddenbrooks ha, in maniera più sottile e meno
determinante, la presenza dell’esotico, incarnata dal personaggio del bavarese
Permaneder, secondo marito di Tony Buddenbrook. Viene presa, infine, in esame la
novella Der Tod in Venedig, in cui la città viene assurta a simbolo dell’arte dionisiaca,
della trasgressione, il luogo in cui il protagonista Gustav von Aschenbach, campione di
ascesi e autodisciplina, si lascia andare in balia dei sensi, per poi pagare questa scelta
con la vita.

Il terzo capitolo è volto a chiudere il cerchio di questo metaforico e spirituale viaggio di


Thomas Mann. Viene preso in esame il saggio Lubecca come forma di vita spirituale,
trasposizione scritta di un discorso di Thomas Mann a Lubecca e ai suoi concittadini, in
occasione del settimo centenario della fondazione della città anseatica. Questo discorso
segna, metaforicamente, il ritorno a casa di un artista che non ha mai rinunciato al suo
essere borghese, ma che, all'opposto, ha fatto della borghesia il suo principio etico ed
estetico. In un tono di confessione e di sincerità, lo scrittore ha affrontato tutte le tappe
di un rapporto tumultuoso con i suoi concittadini, difendendosi dalle accuse mosse e
ribadendo a gran voce la sua “lubecchesità”2.

2
Fabrizio Cambi, “Lubecca”, in Atlante della letteratura tedesca, a cura di Francesco Fiorentino e
Giovanni Sampaolo, Macerata 2009, p. 113.

2
1. Thomas Mann, uno scrittore in cerca di una patria

1.1 Perdersi per ritrovarsi, Thomas Mann in Italia

Le antinomie sono un tratto distintivo delle opere di Thomas Mann, le più ricorrenti
sono quelle che vedono contrapposti arte e vita, spirito e arte, artista e borghese, Nord e
Sud, Oriente e Occidente, salute e malattia. Questa tendenza a creare polarizzazioni
viene direttamente dalla sua esperienza autobiografica. Thomas Mann era figlio di un
facoltoso commerciante di granaglie e senatore lubecchese, dunque un perfetto
borghese, e di una bellissima donna creola, presenza esotica nella famiglia, incline
all’arte, che non si ambientò mai del tutto al freddo ambiente anseatico. Thomas Mann
sentì da sempre un’irresistibile attrazione verso l’arte, che dovette reprimere sotto
l’influenza del padre, uomo dalla personalità pragmatica e operosa. Fu alla morte di
quest’ultimo, che Thomas Mann «avvertì una tragica e provvidenziale liberazione da
una condizione sociale e professionale a lui intimamente estranea» 3. Tuttavia, tale senso
di liberazione fu solo parziale, poiché questa dilacerazione interiore tra vita artistica e
vita borghese gravò sul suo animo per molto tempo, se non per tutta la sua vita:

In realtà Thomas Mann transfuga della borghesia mercantile, latitante della rispettabilità
borghese, trasgressore del codice etico della classe media produttiva tedesca, evaso
dalla gabbia d’acciaio della disciplina e della morale luterana, rimase sempre
affascinato da quel mondo, da quei valori etici e più che un fuggiasco della borghesia
nordica e piuttosto che un pentito della Weltanschauung paleo-capitalistica, fu un
borghese in terra infidelium, fu un disciplinato operatore culturale, una sorta
d’impiegato delle belle lettere, un funzionario delle arti 4.

Il processo non fu così veloce e indolore: il giovane Thomas Mann, infatti, per scoprire
sé stesso e la sua vocazione decise di lasciare per la prima volta la Germania, puntando
al Sud. Un posto completamente diverso dalla Germania settentrionale, un posto che
richiamava l’anima materna. Soggiornò con il fratello Heinrich a Roma nel 1895,
3
Marino Freschi, Thomas Mann, Bologna 2005, p. 9.
4
Ibidem.

3
trascorrendo i mesi estivi a Palestrina, tornando a Monaco in autunno, per poi
intraprendere un secondo viaggio alla volta dell’Italia esattamente un anno dopo, dove
visitò Venezia, Ancona e Napoli, trascorrendovi un mese da solo. Dopodiché tornò a
Roma, ma questa volta in un appartamento indipendente dal fratello, a via del Pantheon
575. A Roma scrisse alcune novelle, quali Enttäuschung, Der Bajazzo, Tobias
Mindernickel, Luischen, e iniziò a lavorare al suo primo grande romanzo
Buddenbrooks. Verfall einer Familie. Quest’opera tedesca venne generata in un Sud
così estraneo al suo autore, ma fu proprio questa estraneità a rafforzare l’identità di
Thomas Mann, come sottolinea Marino Freschi:

Mann a Roma, nell’estraniante ambiente meridionale, intuisce a contatto con la diversità


mediterranea la propria identità nordica, baltica. Certo, è una diversità che comunque
dialoga in profondo con una parte della sua origine, quel ramo materno portoghese, che
accentua alcuni connotati meridionali del suo aspetto così come quel coacervo misto di
trasgressione ordine caos, ma anche di rigore geometrico. La dialettica, anche dolorosa,
tra le due anime, le due eredità, affiora completamente nel Meridione, a Roma e ancor
più nella scrittura che quell’esperienza esige: una pretesa in cui Mann, per la prima
volta con modalità assai vaste, può confrontarsi con l’arte quale processo di conoscenza,
di autoanalisi, di ampliamento della cognizione del proprio essere profondo,
storicamente incardinato nelle radici intime della personalità 6.

Nelle Betrachtungen eines Unpolitischen Thomas Mann rievoca a vent’anni di distanza


il soggiorno a Roma narrando di un episodio svoltosi a piazza Colonna:

Ma per quel giovane di allora che a casa sua non si sentiva a casa e che viveva senza
gioia in una specie di esilio volontario, questo mondo dell’arte rappresentava alla lettera
la patria della sua anima. Parata di carrozze, concerto al Pincio... In mezzo alla calca
dell’eleganza internazionale tutta presa nel suo gaudio, quel giovane dall’aria un po’
misera e trasandata se ne stava sotto al palco della musica, sotto un cielo di massiccio
turchino che non cessava di pesargli su tutti i nervi, sotto alle palme che disprezzava; e

5
Cfr. Elisabeth Galvan, “Thomas Mann in Italia. Thomas Mann, Gabriele d’Annunzio e Giuseppe
Verdi”, in Thomas Mann nella storia del suo tempo, di Arnaldo Benini et alii, a cura di Arnaldo Benini e
Arno Schneider, Firenze 2007, pp. 135-136.
6
M. Freschi, Thomas Mann, op. cit., p. 46.

4
intanto accoglieva in sé, con le ginocchia fiaccate dall’emozione, i romantici messaggi
del preludio del Lohengrin. Si rammentò forse di quelle ore venti anni più tardi, quando
scoppiò la guerra fra lo spirito del preludio del Lohengrin e quel mondo dell’eleganza
internazionale? Hanno forse contribuito tali ricordi a fargli prendere la sua posizione
comunque antiletteraria in questa guerra? – Tempesta wagneriana a piazza Colonna!
[...] Lo straniero ventenne – straniero come quella musica, con quella musica – stava
pigiato in mezzo alla folla sul selciato della piazza. Non gridava con gli altri, aveva la
gola serrata. Il suo volto che guardava il palco preso d’assalto dai forsennati
italianissimi e difeso dai suonatori che brandivano i loro strumenti, il suo volto proteso
verso l’alto, rideva sentendosi pallido, e il suo cuore batteva di orgoglio impetuoso in
una giovanile morbosità di sensazioni... Orgoglioso di che? Innamorato di cosa? Solo di
un contrastato gusto artistico? È ben possibile che pensasse a piazza Colonna, venti anni
più tardi, nell’agosto del ’14, e alle sue nervose lacrime che allora, dopo la vittoria del
tema di Nothung. Sgorgando d’un tratto dai suoi occhi, gli avevano inondato il viso
freddo e che non aveva potuto asciugare perché una massa di gente straniera gli
impediva di alzare la mano. [...] Mettiamo pure che quanto provò sul momento per
quell’arte divenisse poi, nel giovane, sorgente di patriottici sensi: era un’esperienza che
io avevo in comune con l’Europa intellettuale, come l’aveva avuta Thomas
Buddenbrook7.

Benché per Thomas Mann l’Italia rappresentasse un nascondiglio, in attesa di trovare un


posto in patria e, quando sentiva parlare tedesco, avesse preso la fuga 8, fu proprio nella
differenziazione da ciò che gli era estraneo che si affermò il suo senso di appartenenza
ad una sfera spirituale diversa da quella con cui era in contatto al tempo. Thomas Mann
a Roma capì che era il Nord a cui il suo spirito tendeva:

Nella differenziazione dall’altro l’identità propria acquista contorni più chiari. Che poi
dentro l’altro possa anche celarsi qualcosa di proprio e, anzi, di pericolosamente simile,
si manifesta nel binomio Italia/sud [...]9.

7
T. Mann, Considerazioni di un impolitico, ed. italiana a cura di Marianello Marianelli e Marlis
Ingenmey, Milano 1997, pp. 97-98.
8
Cfr. T. Mann, “Saggio autobiografico”, in Nobiltà dello spirito e altri saggi, ed. italiana a cura di
Andrea Landolfi, Milano 1997, p. 1453.
9
E. Galvan, Thomas Mann in Italia. Thomas Mann, Gabriele d’Annunzio e Giuseppe Verdi, op. cit. p.
134.

5
Non era l’Italia o il Sud che Mann cercava a Roma, anche se dal Sud si aspettava una
conferma, la conferma di essere un artista, si legge in una lettera a Otto Grautoff: «Parto
dopodomani e per essere più preciso vado in – Italia. [...] Se non riesco a ideare in
questo paese almeno una dozzina di novelle, allora non sono un artista!» 10. Durante la
sua permanenza scrisse spesso a casa e ai suoi concittadini per avere informazioni sui
rapporti di parentela, sui menù consumati in famiglia e riferimenti topografici 11. Nacque
così un’opera tedesca:

Non immaginavo nemmeno che questo merito potesse consistere nel fatto che in tal
modo io avevo dato anche un pezzo di storia dell’anima borghese tedesca in genere. E
ancor meno, poi, sognavo una terza cosa: che l’interesse, professionale e spirituale, per
questo libro potesse estendersi oltre la Germania, che la borghesia straniera potesse
sentirsi toccata, colpita da questa storia della «Decadenza di una famiglia» e
riconoscervi se stessa; insomma che io, nell’offrire un libro spiccatamente tedesco per
forma e contenuto, avessi potuto offrire al tempo stesso un libro più che tedesco, di
dimensioni europee, un pezzo di storia dell’anima borghese europea in genere. 12

La latitanza fu proficua, il Sud gli diede le conferme che cercava e così sentì di poter
fare ritorno a Monaco, portandosi dietro «un manoscritto ormai paurosamente
ingrossato»13. Secondo Marino Freschi:

La latitanza equivale per Mann alla vocazione; nel disagio, nel disordine, nel peccato
originale del borghese che non segue la tradizione dei padri, Mann trova la via alla
redenzione, intuisce la sua scrittura, la sua reale e sincera questione, la sua apertura
all’universale.14

10
T. Mann, Briefe an Otto Grautoff 1894-1901 und an Ida Boy-Ed 1903-1928, Frankfurt a.M. 1975, cit.
in Elena Alessiato, “Thomas Mann fra mare e montagna”,
https://www.academia.edu/9697316/Thomas_Mann_tra_mare_e_montagna, consultato nel maggio 2019.
11
Cfr. M. Freschi, Thomas Mann, op. cit., p. 35.
12
T. Mann, “Lubecca come forma di vita spirituale”, in Nobiltà dello spirito, op. cit., p. 1430.
13
T. Mann, “Saggio autobiografico”, in Nobiltà dello spirito, op. cit., p. 1455.
14
M. Freschi, Thomas Mann, op. cit., p. 40.

6
Dopo la pubblicazione dei Buddenbrooks arrivò la consacrazione, il successo, «era la
gloria»15 e Thomas Mann «diventa, per così dire, l’impiegato della poesia, con orario
fisso, ogni mattina chiuso in studio e senza andare mai in pensione»16.

Avvenne così una sorta di conciliazione tra le due anime coesistenti in Thomas Mann, il
quale accettò la sua natura di artista, rendendola il più borghese possibile. Nondimeno,
il pensiero fisso della mancata accettazione paterna lo seguiva ancora anni dopo, tanto
che:

L’ottuagenario scrittore ricoperto di onori confessò nella sala consiliare dell’antico


municipio, di nutrire l’irreale e naturalmente assurdo desiderio che suo padre, il
senatore che in quello stesso municipio soleva aggirarsi e deliberare, potesse ora vedere
il figlio e riconoscere che, nonostante tutto, era diventato un “figlio degno”... 17

15
T. Mann, “Saggio autobiografico”, in Nobiltà dello spirito, op. cit., p. 1464.
16
M. Freschi, Thomas Mann, op. cit., p. 40.
17
Hans Mayer, “Passione e grandezza di Thomas Mann”, in Da Lessing a Brecht, 1968, cit in T. Mann,
Tonio Kröger, trad. ita. di Anna Rosa Azzone Zweifel, Milano 2017.

7
1.2 L’esilio

Dove sono io, là è la cultura tedesca.18

Il giovane che un tempo non sentiva di avere un posto a casa, negli anni divenne una
personalità autorevole nel panorama culturale tedesco e internazionale, «e infatti il
decennio del suo impegno per la repubblica di Weimar lo conduce a diventare una sorta
di ambasciatore della Germania, un ruolo quasi ufficiale con lunghi viaggi e contatti non
solo letterari, ma anche politici».19 Tuttavia, gli avvenimenti storici e politici misero
Thomas Mann nella condizione di prendere una posizione netta nel dibattito politico, di
assumere una funzione di più alta rappresentanza, insomma l’impolitico Mann «assunse
una supplenza storica, una funzione vicaria nella politica, proclamandosi rappresentante
della nazione tedesca, della sua secolare cultura umanistica»20.

La posizione politica presa dall’autore, in netto contrasto con le ideologie


nazionalsocialiste che stavano prendendo piede in Germania, lo rese un personaggio
scomodo. Mann, che nel 1933 si trovava ad Arosa in vacanza dopo un giro di
conferenze di portata europea, senza saperlo, diede inizio al suo esilio21.

Da questo momento iniziò un percorso impervio e doloroso, come lui stesso affermò
nella lettera di Capodanno del 1937:

In questi quattro anni di un esilio, che sarebbe eufemia chiamare volontario, poiché se
fossi rimasto in Germania o vi fossi tornato non sarei probabilmente più in vita, lo
strano sbaglio di destino verificatosi nella mia situazione non ha cessato di darmi da
pensare. Io non mi ero mai sognato, non avrei mai creduto di dover passare i giorni
della mia età avanzata come emigrante, espropriato e messo al bando dalla mia patria, in
un atteggiamento di protesta politica profondamente necessaria. Da quando ero entrato
nella vita dello spirito, mi ero sempre sentito in felice armonia con l’anima della mia
nazione, a mio agio e sicuro nelle sue tradizioni spirituali. Io sono nato molto più per
18
T. Mann e Heinrich Mann, Briefwechsel 1900-1945, Frankfurt a.M. 1968, cit. in M. Freschi, Thomas
Mann, op. cit., p. 12.
19
M. Freschi, Thomas Mann, op. cit., p. 18
20
Ivi, p. 9.
21
Cfr. Thomas Sprecher, “I passaporti di Thomas Mann”, Cultura tedesca n.5, Roma 1996, p. 117.

8
essere un rappresentante che un martire, molto più per portare un po’ di serenità
superiore nel mondo, che per alimentare la lotta e l’odio. Qualcosa di ben sbagliato
dovette accadere perché la mia vita prendesse un atteggiamento così falso, così contro
natura. Io cercai di impedire con le mie deboli forze questo orribile sbaglio – e appunto
con ciò mi preparai la sorte che ora debbo imparare ad accordare con la mia natura così
estranea ad essa.22

Come dice lo stesso Mann, non fu un esilio volontario. Durante il suo soggiorno ad
Arosa nel febbraio del 1933, essendo stato il suo passaporto in scadenza, Thomas Mann
cercò di ottenere un prolungamento della validità del documento, come attesta Thomas
Sprecher nel suo discorso:

La richiesta venne respinta e Thomas Mann fu invitato a recarsi personalmente in


Germania per inoltrare domanda di rinnovo. Fu il timore di cadere in trappola a indurlo
a non dar seguito alla cosa. Fortunatamente, perché la trappola era stata realmente
predisposta! Sulla domanda fatta da Mann il 20 marzo 1933 le autorità tedesche
avevano annotato: «All’atto del ritiro del passaporto il richiedente va condotto alla sesta
divisione» e la sesta divisione altro non era che la polizia politica bavarese. L’insistenza
sul fatto che Mann ritirasse di persona il passaporto aveva dunque come unico scopo
quello di catturare un personaggio malvisto.23

Seguirono altri tentativi di avere dei documenti validi senza dover tornare in Germania,
nelle grinfie dei nazisti, ma fallirono tutti o si trattò solo di documenti temporanei.

Una svolta si ebbe nel 1935, quando Heinrich Mann, dopo essere stato privato della
cittadinanza tedesca dai nazisti, diventò cittadino cecoslovacco. Nello stesso anno
Thomas Mann entrò in contatto con la persona che aveva fatto ottenere la cittadinanza
cecoslovacca al fratello, Rudolf Fleischmann, e così iniziarono le pratiche per la
naturalizzazione24. Ancora dalla stesura del discorso di Thomas Sprecher, si legge:

22
T. Mann, Lettere, Milano 1986, cit. in M. Freschi, Thomas Mann, op. cit., pp. 11-12.
23
T. Sprecher, “I passaporti di Thomas Mann”, Cultura tedesca n.5 rivista cit., p. 117-118.
24
Cfr. ivi, p. 122.

9
Dopo il 3 febbraio 1936, giorno della sua presa di distanza dal nazionalsocialismo dalle
colonne della «Neue Zürcher Zeitung», considerò la prospettiva in modo diverso: la
privazione della cittadinanza tedesca era ormai probabile, era solo questione di tempo. 25

Nell’agosto 1936 Thomas Mann era un cittadino cecoslovacco. Il possesso di un’altra


cittadinanza simboleggiava un distacco pressoché totale con lo Stato tedesco, ma fare
questo passo non fu una cosa facile per Thomas Mann, che fu attanagliato da timori e
sensi di colpa.26

Il 2 dicembre 1936 non tardò ad arrivare il decreto di espulsione, così Thomas Mann,
con la moglie e i figli, vennero privati della cittadinanza tedesca. In seguito a questo
provvedimento, vennero messi al bando i libri di Thomas Mann in Germania.27

Ma quando la brutta notizia giunse, ebbe un «grave choc», nonostante avesse potuto
chiarire l’aspetto legale della cosa. Malgrado Thomas Mann se ne fosse di fatto già
privato accettando di diventare cecoslovacco, la perdita della cittadinanza tedesca
significava qualcosa di orribile, un attacco a ciò che vi era in lui di più vitale e
personale. Parlò di «messa al bando», di «scomunica», pose sempre tra virgolette il
termine «espulsione», come prima aveva fatto con il termine «esilio», come se non
volesse accettarlo completamente, ma piuttosto negarlo, allontanarlo anche solo
attraverso l’interpunzione.28

Nel marzo 1938 i coniugi Mann erano in viaggio negli Stati Uniti, quando appresero la
notizia dell’annessione dell’Austria da parte delle truppe del Reich, in seguito a tale
avvenimento, decisero di stabilirsi in America, divenendone cittadini. Il processo di
naturalizzazione non fu immediato e si concluse soltanto nel 1944, dopo aver sostenuto
l’esame.29 «L’«interrogatorio» ebbe esito positivo, Thomas Mann superò l’esame,
probabilmente anche grazie al fatto che egli diede alla esaminatrice un esemplare dei
Buddenbrook con dedica e al giudice una dedica improvvisata su un foglio di carta.»30.

25
Ibidem.
26
Cfr. ibidem.
27
Cfr. ivi, p. 124.
28
Ivi, p. 125.
29
Cfr. ivi, p. 127.
30
Ivi, p. 128.

10
La residenza negli Stati Uniti fu la tappa più lunga e stabile durante l’esilio di Thomas
Mann, ma questo non portò affatto ad un processo di assimilazione culturale:

[E] Nell’esilio egli voleva soprattutto e prima di tutto far questo: mantenere in vita la
cultura tedesca. Partenza peggiore per una felice assimilazione non è immaginabile e
nella misura in cui fu necessariamente inglobato nel nuovo ambiente, in lui si
svilupparono forze contrarie: certo anche gratitudine e lealtà verso i paesi che lo
avevano accolto – ma, allo stesso tempo, il tentativo di «mantenere le caratteristiche
specifiche della nostra tradizione». Tutto dunque concorse così a creare quello che egli
stesso definiva il «ruolo di intermediario», che doveva assolvere al compito «che lo
spirito affida all’emigrazione europea». In quanto emigrante dunque non riesce a
liberarsi dall’Europa e, anche quando sembra staccarsene, subito dopo appare ancor più
legato.31

Di nuovo Thomas Mann si ritrovò nella condizione di straniero, tanto nella sua nuova
patria che in quella vecchia. Mann anche da lontano cercò di custodire e di proteggere la
Germania, quella spirituale, non solo per sé stesso o per i suoi connazionali, ma agli
occhi di tutto il mondo, come riporta Helmut Koopmann nel suo saggio L’esilio come
forma esistenziale:

Nel 1938, in occasione della fondazione della American Guild for German Cultural
Freedom, in un discorso aveva indicato il compito della fondazione, e quindi suo, nel
«mantenere viva quella cultura tedesca che è cara agli altri popoli e il cui mantenimento
è importante per tutta l’umanità e proiettarla, al di là di un periodo di tenebre, verso il
futuro in cui ritroverà una sede anche in patria» 32. L’esilio dunque come necessaria fase
di passaggio, «riportare a casa, dopo le tenebre, la cultura tedesca» un’esigenza di vita,
anche se qualche anno dopo non sarà più tanto sicuro che la cultura tedesca fosse
davvero tanto cara agli altri popoli e che veramente l’umanità ci tenesse al suo
mantenimento.33

31
Helmut Koopmann, “L’esilio come forma esistenziale. Tracce nascoste dell’esperienza
dell’emigrazione”, Cultura tedesca n.1, Roma 1994, p. 82.
32
T. Mann, Gesammelte Werke in dreizehn Bänden, 1974, cit. in Cultura tedesca, n.1, p. 83.
33
H. Koopmann, “L’esilio come forma esistenziale. Tracce nascoste dell’esperienza dell’emigrazione in
Thomas Mann”, Cultura tedesca n.1, rivista cit., p. 83.

11
Oltre a una mancata assimilazione interiore al paese ospite, Thomas Mann e gli altri
emigranti americani costituivano una ristretta cerchia poco propensa ad aprirsi ai
personaggi autoctoni. In una lettera di Thomas Mann si legge:

Trascorriamo tra le nostre palme e lemon trees il nostro giorno d’attesa – divenuto
abituale ormai da tempo, in un giro sociale con i Frank, i Dieterle, i Neumann, sempre
gli stessi visi e se capita qualcosa di americano è sempre qualcosa di così
straordinariamente vuoto e affettivamente stereotipato che ci basta per un bel po’ di
tempo.34

L’unico modo per Thomas Mann di sopportare questa condizione di emigrante, fu


quello di rifugiarsi nella scrittura, continuando a scrivere la tetralogia biblica Joseph
und seine Brüder. Per Mann, che considerava la lingua tedesca come la sua vera patria,
la scrittura era il solo elemento per poter garantire una continuità alla sua vita.35

Con il suo caratteristico piglio polemico, Thomas Mann ha lasciato una testimonianza
delle sue considerazioni sulla sua nuova patria, che proprio non riusciva a tollerare «con
la sua caccia al dollaro e il suo bigottismo, la mania del successo e una colossale
mediocrità, ma soprattutto per la mancanza di atmosfera storica»36, si legge ancora:

Le città americane – he didn’t care for them. Sono state fondate ieri e con la stessa
facilità domani possono essere eliminate. Quelle piccole sono dei buchi paludosi, tutte
con lo stesso aspetto, mentre le grandi sono mostri pompati e orribili con musei di beni
culturali acquistati nel continente. Acquistati sarebbe meglio che rubati, ma non molto
meglio.37

All’insorgere delle tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica e con il clima sospettoso
instaurato da McCarthy, Thomas Mann iniziò a sentire ulteriormente estranea la nazione
americana. Thomas Mann non si espresse a favore di nessuno dei due schieramenti,

34
Lettera a Bruno Walter del 6 maggio 1943, in T. Mann, Briefe 1937-1947, 1963, cit. in Cultura
tedesca, n.1, p.84.
35
Cfr. H. Koopmann, “L’esilio come forma esistenziale”, Cultura tedesca n.1, rivista cit., p. 88.
36
T. Mann, Gesammelte Werke, VIII, cit. in Cultura tedesca, n.1, p.97.
37
Ibidem.

12
tanto da rivolgersi al popolo tedesco tutto, in occasione di un discorso pubblico tenutosi
per il bicentenario goethiano:

Io non conosco zone. La mia visita è rivolta per la Germania, la Germania come un
tutto, e non per questa o quella zona di occupazione. Chi meglio potrebbe garantire e
rappresentare l’unità della Germania se non uno scrittore indipendente, la cui vera
patria, come ho detto, è la libera lingua tedesca che non conosce occupazioni?
Concedano, miei uditori, all’ospite dalla California questa rappresentanza, e gli lascino
liberamente anticipare il momento che il Faust di Goethe chiama il suo ultimo e più
alto: il momento in cui l’uomo, anche il tedesco, starà «in una terra libera fra un popolo
libero!»38.

Nel 1951 Mann iniziò a provare il desiderio di un ritorno in Europa e, così, si informò
tramite degli amici riguardo ad un eventuale trasferimento in Svizzera. Si mise in
contatto con il direttore del dipartimento confederale per la finanza e la dogana, il quale
si adoperò in prima persona per facilitare l’iter burocratico di Thomas Mann.
Nell’autunno dello stesso anno i Mann si erano stabiliti a Erlenbach, sul lago di Zurigo,
ricevendo un permesso nel quale gli veniva revocato l’obbligo di permanenza
ininterrotta della durata di dieci anni conformemente alle regole vigenti. Ricevette
inoltre un permesso, il più favorevole concesso dall’ufficio stranieri, il quale dava
massima sicurezza agli stranieri e li poneva alla pari degli svizzeri nelle questioni di
maggiore importanza. La motivazione apposta al permesso fu la seguente: «trascorrere
la sera della vita e svolgere attività di scrittore» e Thomas Mann ne rimase molto
affascinato, commentando: «Attività letteraria e non starsene seduti davanti a casa nella
luce della sera della vita semplicemente girandosi i pollici è dunque un ordine»39.

Nel 1954 Thomas Mann vagliò la possibilità di diventare cittadino svizzero per poi
arrivare ad affermare che ottenere la cittadinanza era il suo massimo desiderio, il
miglior regalo che potesse ricevere per il suo ottantesimo compleanno. Ma questo
desiderio non si realizzò mai e Thomas Mann morì in Svizzera, come cittadino
statunitense40.

38
T. Mann, “Discorso per il bicentenario goethiano”, in Nobiltà dello spirito, op. cit., pp. 393-394.
39
Cfr. T. Sprecher, “I passaporti di Thomas Mann”, Cultura tedesca n. 5, rivista cit., p. 129.
40
Cfr ivi, p. 130.

13
14
2. Nord e Sud nelle opere di Thomas Mann

Nel caustico articolo Bilse und ich, pubblicato la prima volta in due parti in «Münchner
Neueste Nachrichten», Thomas Mann, con l’intento di difendersi dalle accuse di
diffamazione che gli erano state mosse per i Buddenbrooks, definì una volta per tutte il
principio creativo proprio dei poeti. Il principio secondo cui l’abilità del poeta non è
tanto quella di inventare situazioni e personaggi, ma quella di reinventare situazioni e
personaggi esistenti o esistiti:

Sembra indubbio che il dono dell’invenzione, se pure è un dono poetico, non possa
assolutamente essere assunto come criterio per comprovare o meno la vocazione alla
poesia. Dico di più: pare quasi che sia una facoltà di second’ordine, che gli scrittori
migliori considerarono spesso con un certo disprezzo e della quale, in tutti i casi, hanno
fatto a meno senza rimpianti. 41

Il poeta si serve della realtà effettuale per trasporre eventi e personaggi in mondi altri, in
un’altra dimensione temporale, che rende dunque il dato cui si è ispirato completamente
estraneo alla vicenda narrata nell’opera42. Si legge ancora, in Bilse und ich:

L’animazione... eccola, finalmente, questa bella parola. Non è già il dono


dell’invenzione, ma quello dell’animazione, della vivificazione trasfiguratrice che fa il
poeta. Che poi egli investa del suo afflato e della sua personalità un antico racconto o un
pezzo di realtà concreta, è solo l’animazione, la compenetrazione della materia con ciò
che gli è più squisitamente proprio che trasforma la materia in una cosa sua, sulla quale,
secondo la sua intima convinzione, nessuno ha diritto di mettere le mani. [...] Ma la
realtà sopravvaluta il grado in cui essa rimane tale per l’artista che se ne impossessa, e
tanto più se egli ne è diviso dal tempo e dallo spazio. Parlo del caso mio... Quando
cominciai a scrivere I Buddenbrook abitavo a Roma [...]. Mi si può credere se dico che
la mia città natale non aveva per me, in quei giorni, molta consistenza reale: dubitavo
addirittura che esistesse. Lubecca, in sostanza, con tutti i suoi abitanti, non era per me
41
T. Mann, “Bilse e io”, in Nobiltà dello spirito, op. cit., p. 1412.
42
Cfr. M. Freschi, Thomas Mann, op. cit., p. 26.

15
molto più che un sogno, dignitoso e ridicolo insieme, sognato tempo addietro, ma
sognato da me e perciò mio, nel più peculiare e personale dei modi. Per tre anni lavorai,
con laboriosa fedeltà, intorno a quel libro. E rimasi poi profondamente sorpreso quando
venni a sapere che esso provocava, a Lubecca, scalpore e arrabbiature. Che aveva mai in
comune la Lubecca odierna con l’opera da me costruita in tre anni di lavoro?
Sciocchezze... Se io ho trasformato un fatto in una frase, che cosa ha più da spartire quel
fatto con quella frase? Puro filisteismo...43

Mann si scrollò di dosso, così, le banali accuse che gli vennero mosse e, infine, concluse
l’arroventata invettiva rassicurando i lettori, dicendo: «Non di voi io parlo, mai e poi
mai, statene pur certi, ma di me, di me solo».44

43
T. Mann, “Bilse e io”, in Nobiltà dello spirito, op. cit., pp. 1413-1414.
44
Ivi, p. 1420.

16
2.1 Tonio Kröger

Tenendo presente quanto venne teorizzato da Mann nell’articolo Bilse und ich, si può
avere una visione più nitida dei suoi lavori letterari. L’opera più esemplificativa della
dicotomia tra artista e borghese, come anche delle antinomie geografiche e razziali, è
sicuramente Tonio Kröger, una storia fortemente autobiografica. Il protagonista è un
ragazzo proveniente da un’illustre famiglia borghese di Lubecca, che si distingue sin da
piccolo per una propensione alla poesia e alla musica, come si legge nel racconto:

La fontana, il vecchio noce, il suo violino e, lontano, il mare, il Baltico, di cui, nelle
vacanze, poteva spiare i sogni estivi, erano queste le cose che Tonio amava, delle quali,
per così dire, si circondava e tra le quali si svolgeva la sua vita interiore; cose il cui
nome può essere messo in versi con bell’effetto e il cui suono ritornava infatti costante
in quelli che Tonio Kröger qualche volta componeva.

La notizia che avesse un quaderno in cui scriveva versi si era diffusa per sua colpa e
l’aveva messo in cattiva luce agli occhi dei compagni non meno che a quelli degli
insegnanti.45

Anch’egli, come il suo autore, è figlio di padre tedesco, anseatico e commerciante, e di


madre meridionale. In seguito alla morte del capofamiglia, si dirige al Sud, in Italia,
dove fa esperienze di vario tipo, per poi stabilirsi a Monaco di Baviera, dove inizia la
sua carriera di scrittore. La sua vita prosegue interiormente travagliata, si sente perso e
nauseato dalla conoscenza46. Avverte, così, il bisogno di fare un viaggio a Nord, di
passare per la sua città natale e proseguire poi in Danimarca. Tale bisogno scaturisce
dall’incontro-scontro con il Sud, che apre gli occhi di Tonio, mostrandogli quale sia la
sua intima propensione. A riguardo scrive Marino Freschi:

Il Sud diventa indispensabile per Mann per comprendere la propria anima settentrionale;
anche Tonio Kröger oscilla (ripercorrendo l’autobiografia manniana) fra la città
anseatica e la Monaco vivace e meridionale, ma la decisione che lo condurrà

45
T. Mann, Tonio Kröger, trad. ita. Anna Rosa Azzone Zweifel, Milano 2017, pp. 65-67.
46
Cfr. ivi, p. 125.

17
all’esperienza cruciale della conoscenza di sé si manifesta nella scelta di un viaggio – di
un ritorno, dunque – verso il Settentrione.47

Nonostante l’inclinazione artistica, che sembra provenire dall’influenza materna, la sua


sentita ammirazione è sempre andata al padre, campione dell’ethos borghese e luterano
anseatico, si legge nel testo:

Tonio amava quella madre bruna e focosa che suonava così bene il pianoforte e il
mandolino ed era lieto che essa non si rammaricasse della posizione così strana che egli
occupava tra gli uomini. D’altra parte sentiva che l’indignazione del padre era ben più
degna di stima e di rispetto e in fondo, anche se ne veniva rimproverato, era pienamente
d’accordo con lui, mentre trovava un po’ superficiale l’allegra indifferenza della
madre.48

Se anche Tonio era un artista, perché allora non accettava pienamente la madre o
disprezzava così tanto l’Italia, che di arte ne ha molta? Attraverso Tonio Kröger ed il
suo percorso di formazione e di presa di coscienza, Thomas Mann si impegna a definire
un altro tipo di artista, un asceta, un uomo che in nome dell’arte non rinunci alla morale.
In un discorso pubblico Thomas Mann affermò che:

Il fattore morale, infatti, in contrasto con quello meramente estetico, con la


contemplazione edonistica della bellezza, anche col nichilismo e col vagabondaggio
all’insegna della morte, è propriamente un sentirsi borghesi, ossia cittadini della vita, è
la sensibilità per determinati doveri vitali, senza cui manca addirittura la spinta ad agire,
a recare un apporto produttivo alla vita e al suo sviluppo; è ciò che impone all’artista di
non concepire l’arte come una dispensa assoluta dalle responsabilità umane, di fondare
una casa, una famiglia, di dare una base solida, decorosa, non trovo altra parola,
borghese alla sua vita spirituale, per avventurosa che essa sia. 49

47
M. Freschi, Thomas Mann, op. cit., p. 50.
48
T. Mann, Tonio Kröger, op. cit., p. 67.
49
T. Mann, “Lubecca come forma di vita spirituale”, in Nobiltà dello spirito, op. cit., p. 1434.

18
Il Sud non è certo il posto che nell’immaginario di Mann corrisponde all’ascesi e al
pragmatismo borghese, evoca, invece, la sfera d’influenza meridionale materna. E il
contrasto tra le due discendenze e tendenze prosegue incessante nel romanzo, non solo
attraverso i riferimenti geografici. “Tonio Kröger”, il nome rimanda già all’esotismo del
Sud, ma viene subito eliminato dal cognome tipicamente nordico 50. Thomas Mann
carica di significato simbolico i tratti somatici e i luoghi geografici, si legge in un passo
di Marino Freschi:

Il contrasto fra Nord e Sud si arricchisce di un’ulteriore differenziazione, quella


razziale, i biondi dagli occhi celesti così normali e sani di fronte a Tonio, lo scuro,
l’artista, il trasgressivo, così nostalgicamente amante di normalità da essere classificato
dall’amica pittrice Lisaveta come «borghese su falsa strada, [...] un borghese sviato». 51

Il capitolo centrale è quello portante dell’intera opera, che racchiude il nucleo della
questione posta da Mann attraverso la storia di Tonio. Qui il protagonista discute con la
sua amica pittrice Lisaweta sull’arte, sui problemi estetici ed anche su questioni etiche.
Tonio si fa, dunque, portavoce dell’autore nella polemica con il tipo d’artista bohémien,
si vede ancora in Marino Freschi:

Lui è un diverso tra i diversi, è diverso perché lui ama i normali, coloro che si recano al
lavoro quotidianamente e la sera tornano in famiglia da moglie e figli, coloro che amano
l’aria libera di primavera non il chiuso dei caffè e dei locali alternativi di Schwabing.
Tonio (con Thomas) è proprio un borghese smarrito, che però si sta costruendo con una
volontà eroica la sua via, la sua onorabilità artistico-borghese, che scava nelle
contraddizioni del proprio tempo e in quelle sue interne e le sviscera in metafore sempre
nuove, come quella geografica.52

50
Cfr. M. Freschi, Thomas Mann, op. cit., p. 56.
51
Ivi, p. 57.
52
Ivi, p. 58.

19
In questo susseguirsi di antinomie e contrapposizioni, Mann cerca di conciliare
l’inconciliabile53. Per Tonio «il ritorno al Nord è il riconoscimento di un’armonia
ricostruita, ancorché sempre precaria»54.

Con un artificio letterario, Thomas Mann fa rincontrare il suo protagonista con i suoi
amici, un tempo amati, Hans Hansen e Ingeborg Holm, questo incontro dà la conferma a
Tonio che le rispettive sfere spirituali sono incompatibili. Il racconto si chiude con una
riflessione che viene reiterata nel corso della narrazione, a conferma dell’impossibile
conciliazione:

Ma il mio amore più profondo e più nascosto va ai biondi, a quelli dagli occhi azzurri, ai
luminosamente vivi, ai felici, agli amabili e ordinari.

Non biasimi questo amore, Lisaweta; è buono ed è fecondo. C’è nostalgia, dentro, e
malinconica invidia, appena un po’ di disprezzo e una grande, casta felicità. 55

53
Cfr. ivi, p. 59.
54
Ivi, p. 55.
55
T. Mann, Tonio Kröger, op. cit., p. 209.

20
2.2 Der Tod in Venedig e Buddenbrooks: analisi tra il fascino decadente dell’Italia e
l’esotico bavarese

Si è data la precedenza al Tonio Kröger poiché è l’opera in cui le antinomie geografiche


giocano un ruolo molto importante, tuttavia non è l’unica opera di Thomas Mann in cui
esse sono presenti.

Nella novella Der Tod in Venedig, come si evince dal titolo, è di nuovo l’Italia a fare da
rappresentante per il Sud, che è poi «la metafora della diversità, dell’arte, e di una
larvata tendenza omoerotica [...]»56. Il protagonista è Gustav von Aschenbach, uno
scrittore molto affermato, contraddistinto per la sua ferrea autodisciplina, che della sua
arte ne ha fatto un mestiere degno di nota e di stima. In preda ad un improvviso
desiderio di viaggiare, Aschenbach decide di seguire l’istinto e partire per la costa
adriatica dell’Istria, per poi spostarsi a Venezia. Qui, di nuovo l’Italia diventa sinonimo
di arte, dunque di trasgressione, di ebbrezza, e Aschenbach viene pervaso da forze
dionisiache dopo l’incontro con un bellissimo fanciullo di cui si invaghisce. Si legge in
un estratto di Marino Freschi:

Il Sud, l’atmosfera permissiva dell’alta società del Lido consentono il sogno e la


registrazione perfetta di un sacrificio stupendo in pagine, rare in Mann, vibranti di
desiderio, di brama ardente, di straziante, struggente nostalgia erotica, di fantasie
lussuriose e orgiastiche, di amore perfino, per l’irragiungibile fanciullo, efebo solare ed
ermetico, che si trasfigura in un simbolo, in un messaggio e messaggero degli dei, in
Apollo ed Ermes.57

Venezia, la città della decadenza, sospesa sull’acqua, con la sua caratteristica


commistione di elementi d’Oriente e d’Occidente, ma che per Mann è anche Meridione,
è lo scenario perfetto di questa storia di decadenza e di apertura totale e senza ritrosia
alcuna all’arte. Dove persino uno scrittore così severo e ascetico come Aschenbach
riesce a far cadere le sue resistenze, riconoscendo la propria diversità così
rigorosamente repressa per tutta la vita.58
56
M. Freschi, Thomas Mann, op. cit., p. 59.
57
Ivi., p. 61.
58
Cfr. ivi., p. 64.

21
Nei Buddenbrooks la tematica geografica subentra con toni più leggeri e non occupa
una posizione estremamente rilevante, tuttavia non è trascurabile. L’esotico qui viene
incarnato dal signor Permaneder, un commerciate di luppolo bavarese, nonché secondo
marito di Tony Buddenbrook. Questi viene caratterizzato come pigro, solito a passare le
serate in birreria a «gingillarsi, come dicono al Sud...»59, non è ambizioso e, anzi,
preferisce «la comodità»60 a tal punto da approfittare della somma ricevuta dal
matrimonio, per investire il capitale e lasciare il lavoro, giustificandosi in questo modo:

Ho sempre tirato la carretta e adesso voglio starmene in pace, sacramento. Affittiamo il


pianterreno e il secondo piano, così ci resta un bell’appartamento e possiamo mangiare
zampetto di maiale e non occorre che facciamo sempre tanto sfoggio di eleganza... e la
sera andrò in birreria. Non sono un pallone gonfiato e non voglio star lì ad accumulare
denaro; amo le comodità!61.

Il personaggio di Alois Permaneder, oltre ad essere il campione di questa essenza


meridionale, descrive egli stesso gli usi e costumi tipici dei suoi conterranei. Durante un
pasto nella Mengstraße di Lubecca, il futuro marito di Tony, parlando di affari con
Thomas Buddenbrook, dice: «Monaco non è una città d’affari... vogliono starsene tutti
in pace con il loro boccale di birra in mano... E non si leggono telegrammi a tavola, mai.
Voi quassù avete un’altra foga, sacramento...»62.

Tony diventa la mediatrice tra le due città, e dunque tra i due poli opposti. Nel carteggio
con la famiglia dà testimonianza delle differenze culturali e somatiche, in una lettera
scrive:

E se io dico “polpette”, lei non capisce perché qui le chiamano “crocchette”; e se lei
dice “broccolo”, non è facile trovare un cristiano in grado di capire che parla di
cavolfiore; e se io dico “patate al forno” lei grida “cosa!”, finché non le dico “patate
arrostite”, poiché è così che le chiamano in questo posto, e quando dice “cosa?” intende
dire “come ha detto, prego?”. Ed è già la seconda, la prima, che si chiamava Kathi, mi

59
T. Mann., I Buddenbrook, trad. ita. di Silvia Bortoli., Milano 2007, p. 318.
60
Ibid., p. 318.
61
Ivi, p. 343.
62
Ivi, p. 310.

22
sono permessa di buttarla fuori di casa perché era una gran villana; o almeno così mi
sembrava, potrei anche essermi sbagliata, me ne rendo conto solo adesso; qui infatti non
si capisce mai bene se la gente parla in tono sfacciato o cordiale. Del resto quella di
adesso, che si chiama Babette e si pronuncia Bàbett, ha un extérieur molto gradevole e
un aspetto decisamente meridionale come qui si vede spesso, capelli neri e occhi neri e
denti da fare invidia.63

Mann sembra collegare la promiscuità sessuale, la depravazione morale e la


degenerazione al luogo, così come alla razza. L’infedeltà di Permaneder ha offerto la
scusa a Tony Buddenbrook di lasciare un posto in cui non si è mai sentita a casa64, come
si legge in un passo del romanzo:

Tony non si era integrata profondamente nella vita e nel fare della città, e tuttavia l’aria
di Monaco la circondava, l’aria di una metropoli, piena di artisti e di borghesi che non
facevano nulla, un’aria un po’ corrotta che spesso il suo stato d’animo le impediva di
respirare con umorismo.65

Attraverso una riflessione di Helmut Koopmann si può osservare cosa significhi il


viaggio, l’allontanamento dei personaggi manniani dalla propria terra d’origine:

Il viaggio è sempre un’avventura rischiosa per chi abbandona il proprio paese, la casa,
la famiglia, l’origine e il proprio ambiente – ce lo insegnano i Buddenbrook e i primi
racconti di Thomas Mann. Chi è felice rimane a casa – chi abbandona la casa cade in
disgrazia: l’eredità borghese che lega all’Origine, al luogo della nascita ha un ruolo
importantissimo nel mondo narrativo di Thomas Mann. Si spingono verso luoghi
lontani i figli mal riusciti, falliti, [...]. Chi si reca lontano corre il rischio di morire, –
oppure di traviarsi, come dimostrano i viaggi di Christian a Londra e in Sudamerica. [...]
Aschenbach rifiuta di tornare indietro e paga il suo gesto con la vita. 66

63
Ivi, p. 342.
64
Cfr. Kontje, Todd, “Exotic Heimat: Province, Nation, and Empire in Thomas Mann’s Buddenbrooks”,
German Studies Review, vol. 29, n. 3, Baltimora 2006, pp. 495-514.
65
T. Mann, I Buddenbrook, op. cit., p. 345.
66
H. Koopmann, In viaggio con Thomas Mann. Fra Europa e America, Salerno 2013, pp. 27-28-29.

23
3. Lubecca come forma di vita spirituale: “il borghese sviato” torna a
casa

E Tonio Kröger partì per il nord. Viaggiò comodamente (poiché era solito dire che chi
ha una vita interiore tanto più difficile degli altri ha pieno diritto a un po’ di conforto
esteriore) e non si fermò finché non vide delinearsi nell’aria grigia le torri della città
dalle cui raccolte mura era partito il suo cammino. 67

Come Tonio, Thomas Mann fece ritorno a Lubecca in veste di affermato scrittore e
letterato. In occasione del settimo centenario della fondazione della città anseatica,
Mann tenne un discorso pubblico il 5 giugno 1926 dal titolo Lubecca come forma di
vita spirituale. Nel saggio lo scrittore si confessò apertamente ai suoi concittadini,
ripercorrendo le varie tappe di un rapporto tumultuoso, pieno di incomprensioni e, a
volte, di malcelato e vivo risentimento.

Come si è già detto nei capitoli antecedenti, negli anni italiani e monacensi, Thomas
Mann aveva compreso attraverso il confronto con altre culture e attraverso l’autoanalisi
compiuta tramite la scrittura, che altro non aspettava se non di ricongiungersi
spiritualmente con la sua Lubecca. Ebbene, il momento era quello giusto, quale
occasione migliore per riconciliarsi con i suoi conterranei?

Partendo dal ricordo di un poeta lubecchese molto amato dai cittadini anseatici, Mann
prese le mosse per dimostrare la difficoltà incontrata ad avere lo stesso consenso dai
suoi concittadini68, si legge, infatti, nel saggio:

Ebbene, se dico che come artista sono rimasto lubecchese, intendo dire, e ne ho perfetta
coscienza, che oggi io rappresento, dal punto di vista poetico e letterario, in senso
nadleriano (e non solo attraverso il romanzo lubecchese dei Buddenbrook), l’elemento
civico-patrizio che contraddistingue la gente di Lubecca, o quello generalmente
anseatico: un fatto che spiega anche troppo bene perché i miei concittadini, per molto
tempo, si siano rifiutati di riconoscere questa mia rappresentanza e abbiano avuto

67
T. Mann, Tonio Kröger, op. cit., p. 139.
68
Cfr. F. Cambi, “Lubecca”, in Atlante della letteratura tedesca, op. cit., pp. 111-112.

24
l’impressione che io fossi piuttosto un degenere e un traditore che un figlio legittimo e
fedele. Erano abituati a tutt’altro. Il monumento del loro rappresentante era sulla piazza
qui vicino (a Lubecca è tutto «qui vicino»): il poeta troneggiante, ai cui piedi si
appoggia il genio neoclassico con l’ala spezzata, la statua di colui che aveva cantato [...]
– aveva cantato, dicevo, nel tono pomposo in cui oggi non canta più nessuno. 69

Mann proseguì il discorso affrontando la spinosa questione dei Buddenbrooks,


chiarendo le differenze stilistiche con il poeta sopracitato, Emanuel von Geibel, e
mostrando le reali intenzioni che vi erano alla base del suo primo romanzo, ma che
vennero fraintese, scatenando indignazione e ripulsa. Mann sostenne, dunque, quanto
segue:

Soprattutto non era più lirica, non erano più elevati sensi resi in forma sonora, ma era
prosa psicologica, era un romanzo naturalistico la cui veste letteraria mostrava una forte
impronta internazionale, e in luogo di quel sacerdotale idealismo estetico che aveva così
acconciamente celebrato la buona vecchia Trave, esso raccontava, in tono ora comico
ora cupo, vari casi della vita, descriveva nascite, battesimi, nozze e amari decessi,
mescolava una metafisica pessimista a una caratterizzazione satirica che al primo
momento, e non solo al primo, doveva sembrare il contrario dell’amore, della simpatia,
della devozione, talmente il contrario che qui a Lubecca ben pochi osarono contraddire
la ripetutissima frase circa l’uccello che imbratta il proprio nido. 70

Seguì una professione di fede nella borghesia e nell’ethos proprio della Germania
settentrionale e di Lubecca. Un’aperta ammissione dell’accettazione di un compromesso
raggiunto tra l’occupazione borghese e quella artistica. Thomas Mann dichiarò ai suoi
concittadini la sua “lubecchesità”71 con le seguenti parole:

Vennero il giorno e l’ora in cui mi resi conto che la mela non cade mai lontana
dall’albero; che, come artista, ero molto più «genuino», ero molto più una mela
dell’albero di Lubecca di quanto non avessi mai pensato; che coloro i quali, offesi da

69
T. Mann, “Lubecca come forma di vita spirituale”, in Nobiltà dello spirito, op. cit., pp. 1424-1425.
70
Ibid., p. 1425.
71
F. Cambi, “Lubecca”, in Atlante della letteratura tedesca, op. cit., p. 113.

25
talune punte critiche del libro, avevano voluto vedere in me un apostata e un traditore,
un uomo estraniato dalla sua patria, avevano avuto realmente torto, e che non solo in
quel primo libro, ma anche in tutti gli altri, in ogni mia creazione artistica, nella mia
produzione intera, per importante o trascurabile che fosse, si esprimeva non già un
qualunque virtuosismo bohémien senza radici, ma una precisa forma di vita, appunto
Lubecca come forma di vita spirituale.

La vocazione artistica, signore e signori, è qualcosa di simbolico. È la nuova


realizzazione, su un altro piano, di una forma di vita che abbiamo ereditata col sangue. 72

Thomas Mann concluse la parentesi dedicata al significato spirituale di Lubecca


designando questo suo essere borghese come diretto frutto dell’eredità paterna, che
tanto lo aveva influenzato, nonostante la sua professione poco consueta per quel ceto. Si
legge in un passo del saggio:

Quante volte nella vita non ho constatato, non mi sono, per così dire, sorpreso sul fatto
che è la personalità di mio padre, da gran tempo defunto, a determinare come modello
segreto le mie azioni e le mie omissioni. [...] Noi fratelli, il più anziano e io, sappiamo
bene quanto il nostro carattere debba a nostra madre e alla sua «gaia indole»
meridionale; ma anche noi abbiamo ereditato dal padre «la severa condotta di vita»,
l’istanza morale, che coincide così in alto grado con l’elemento borghese. [...] Se vissi e
operai secondo questo stile, è fuor di dubbio che l’esempio di mio padre influì in modo
determinante [...].73

L’attenzione si pose, in seguito, sulla descrizione paesaggistica nelle opere di Thomas


Mann, cui venne rimproverato di non dilungarsi troppo dettagliatamente sull’ambiente
esterno. Ma «Lubecca o meglio la “lubecchesità”, come «paesaggio, lingua,
architettura» è rivendicata da Mann nella sua goticità e nella sua «cornice naturale»
come sfondo del conflitto fra la sobria e brumosa patria del Nord e il mondo dell’arte
calato nel Sud»74, la contrapposizione del «Nord con le sue gotiche verticalità
architettoniche e l’orizzontalità spaziosa dei cieli del Sud»75.
72
T. Mann, “Lubecca come forma di vita spirituale”, in Nobiltà dello spirito, op. cit., p. 1432.
73
Ivi., pp. 1433-1434.
74
F. Cambi, “Lubecca”, in Atlante della letteratura tedesca, op. cit., p. 113.
75
M. Freschi. Thomas Mann, op. cit., p. 56.

26
Thomas Mann concluse il suo discorso con una profonda riflessione sul germanesimo e
sulla borghesia, sottolineando quanto questi due concetti siano inscindibili, arrivando
poi ad analizzare la situazione socioculturale dell’epoca. Una difesa, insomma,
instancabile di quella borghesia alla base della Germania culturale e spirituale, la sua
patria di sempre e per sempre. Si legge, infine, in Lubecca come forma di vita spirituale:

[È] L’idea della medietà. La quale è un’idea tedesca. È anzi l’idea tedesca per
eccellenza, perché la natura tedesca cos’altro è se non il mezzo, la posizione intermedia
e mediatrice? E l’uomo tedesco non è l’uomo medio in grande stile? Sì, chi dice
germanesimo dice medietà, ma chi dice medietà dice spirito borghese, e nel dirlo – lo
vogliamo affermare e sostenere –dice una cosa altrettanto immortale che se dicesse
germanesimo. [...] La rivoluzione mondiale è un fatto. [...] Ma altro è riconoscere la
rivoluzione mondiale e altro pensare che essa condanni e distrugga realmente la forma
di vita rappresentata dallo spirito borghese tedesco. Tale forma di vita è legata troppo
strettamente all’idea dell’umanità, dell’umanesimo e di ogni umana cultura perché la si
possa mai sentire estranea, se ne possa mai fare a meno in un qualsiasi mondo umano.
[...] Lo spirito è una cosa molto pura, e chi mantiene una forma di vita centrata sullo
spirito bada a mantenerla pura, la difende contro ogni degenerazione e fossilizzazione
che potrebbe subire a contatto col reale. [...] Qui è lo stesso germanesimo che si chiama
borghesia, borghesia in grandissimo stile, cosmopolitismo, centro del mondo intero,
coscienza e consapevolezza del mondo, la quale non si lascia trascinare da nessuna
parte e sostiene criticamente l’idea umanistica [...]. [...] E, per tornare in una sfera più
modesta, a Lubecca come forma di vita: ebbene, oggi vi ha parlato un narratore
borghese che in fondo non ha raccontato, in tutta la sua esistenza, che una sola storia: la
storia del distacco dall’elemento borghese, e non già per trasformarsi in bourgeois o in
marxista, ma per innalzarsi ad artista, all’ironia e alla libertà dell’arte, sempre pronta a
volare in alto e oltre ogni confine. Un’umanità borghese che afferma se stessa,
ironicamente, nella sfera artistica che non conosce classi, è incapace di renitenza contro
la vita che vuole rinnovarsi. Ma è altrettanto incapace di rinnegare, per viltà e smania di
accodarsi al nuovo, la sua origine e le sue radici, la sua tradizione millenaria, la sua
patria borghese. [...] Noi celebriamo la festa della nostra città natale, una festa
commemorativa di carattere civico-borghese. Ed ecco che si presentano anche gli artisti
disseminati per il mondo. Poiché tutto è andato in rovina nel mondo, si rifugiano entro

27
le mura della città dei padri, sette volte turrita, per godere la pace insieme ai loro
concittadini.76

In questa parte conclusiva del discorso di Lubecca si racchiude tanto la concezione etica
di Thomas Mann, tanto quella estetica. Lubecca per lo scrittore non è che sinonimo di
borghesia, dunque si può parlare di «”borghesia” come forma di vita, come principio
creativo»77. Invero, come Mann stesso ha affermato nel saggio, nella sua opera vi è
costantemente traccia della consapevolezza del «distacco dall’elemento borghese»78,
come sottolinea anche Claudio Magris: «Forse questa disciplina borghese applicata al
lavoro artistico è il più solido filo conduttore che collega l’opera manniana e le
conferisce unità»79.

L’artista viene designato quale nuova manifestazione del borghese, il borghese che ha
resistito e non è mutato in bourgeois, ma si è reinventato. Questo nuovo modello è
Thomas Buddenbrook, come attesta György Lukács nel suo libro: «Il “contegno” di
Thomas Buddenbrook diventa un’estetica e una morale, la filosofia di un nuovo spirito
borghese.»80, proprio come Thomas Mann e la sua «disciplina del lavoro trasferita nel
disciplinatissimo lavoro artistico, l’appassionato rispetto del limite che è amore per la
vita [...]»81.

76
T. Mann, “Lubecca come forma di vita spirituale”, in Nobiltà dello spirito, op. cit., pp. 1444-1447.
77
G. Lukács, Thomas Mann e la tragedia dell’arte moderna, op. cit., p. 16.
78
T. Mann, “Lubecca come forma di vita spirituale”, in Nobiltà dello spirito, op. cit., p. 1447.
79
Claudio Magris, “I saggi di Thomas Mann, una custodia per «I Buddenbrook»”, in Nobiltà dello
spirito, op. cit., p. XV.
80
G. Lukács, Thomas Mann e la tragedia dell’arte borghese, op. cit., p. 25.
81
C. Magris, “I saggi di Thomas Mann, una custodia per «I Buddenbrook»”, in Nobiltà dello spirito, op.
cit., p. XIV.

28
Conclusioni

Nel corso di questo allegorico viaggio si è potuto vedere come Thomas Mann abbia
imparato a plasmare la sua natura di artista, conciliandola con l’altra metà della sua
anima, quella borghese.

Questa sua concezione dell’artista quale nuova figura del borghese si rispecchia nelle
opere attraverso l’antinomia geografica, ma anche attraverso figure di artisti, come
Tonio Kröger, che scegliendo come patria spirituale il Nord, rifiutano fermamente il
Sud, che nell’accezione di Thomas Mann simboleggia la bohème, la patria degli artisti
antiborghesi, quelli che in nome dell’arte si sentono dispensati dai doveri della vita,
parafrasando lo stesso Mann. Lo scrittore, attraverso la sua creazione letteraria, formula
dunque un manifesto, porta avanti le sue idee e introduce al mondo questa nuova figura
di artista e letterato, per cui l’attività artistica non è solo una passione e un diletto, ma
un’occupazione borghese a tutti gli effetti, pari a quella dei suoi antenati commercianti
di granaglie.

Dopo anni di allontanamento dalla città natale ed esperienze in giro per il mondo,
Thomas Mann torna in patria come borghese, a testa alta, a risolvere le questioni
insolute con quanti lo avevano frainteso. Come Tonio Kröger, il “borghese sviato” la
cui bussola interiore punta sempre al Nord, Mann punterà sempre alla Germania, ma più
in particolare, a Lubecca come patria spirituale, come esempio da seguire.

E dunque, cos’è questo contrasto tra Nord e Sud, se non il riproporsi, sotto un altro
aspetto, dell’annosa questione dell’arte in contrapposizione alla vita?

29
Bibliografia e sitografia

Mann, Thomas, Nobiltà dello spirito e altri saggi, a cura di Andrea Landolfi, Milano,
1997.

Mann, Thomas, Considerazioni di un impolitico, trad. ita. di Marianello Marianelli e


Marlis Ingenmey, Milano, 1997.

Mann, Thomas, I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia, trad. ita. di Silvia Bortoli,
Milano, 2013 [I ed. ita. 1993].

Mann, Thomas, Tonio Kröger, trad. it. di Anna Rosa Azzone Zweifel, Milano, 2017 [I
ed. ita. 1977].

Alessiato, Elena, “Thomas Mann tra mare e montagna”, in


https://www.academia.edu/9697316/Thomas_Mann_tra_mare_e_montagna, consultato
nel maggio 2019.

Benini, Arnaldo et alii, Thomas Mann nella storia del suo tempo, Passigli, Firenze,
2007.

Cambi, Fabrizio, “Lubecca”, in Atlante della letteratura tedesca, a cura di Francesco


Fiorentino e Giovanni Sampaolo, Macerata, 2009, pp. 111-114.

Freschi, Marino, Thomas Mann, Bologna, 2005.

Kontje, Todd, “Exotic Heimat: Province, Nation, and Empire in Thomas Mann’s
Buddenbrooks”, German Studies Review, vol. 29, n. 3, Baltimora, 2006, pp. 495-514.

Koopmann, Helmut, “L’esilio come forma esistenziale”, Cultura tedesca. Thomas


Mann, n. 1, 1994, pp. 81-98.

Koopmann, Helmut, In viaggio con Thomas Mann. Fra Europa e America, trad. ita. di
Francesco Maione, Salerno, 2013.

Lukács, György, Thomas Mann e la tragedia dell’arte moderna, trad. ita. di Giorgio
Dolfini, a cura di Andrea Casalegno, Milano, 2005.

30
Sprecher, Thomas, “I passaporti di Thomas Mann”, Cultura tedesca. Thomas Mann II,
n. 5, 1996, pp. 117-130.

Ringraziamenti

Ringrazio, in primis, la professoressa Ute Weidenhiller, non solo per aver accettato il
ruolo di relatrice, ma anche per avermi fatto appassionare, nel corso degli anni, alla
letteratura tedesca.

Sentitamente ringrazio anche il dottor Bruno Berni, direttore della biblioteca


dell’Istituto Italiano di Studi Germanici, per la sua disponibilità e gentilezza.

Un doveroso ringraziamento va alla mia famiglia che, anche se con qualche perplessità,
ha continuato a sostenermi.

Voglio rendere omaggio a tutte le persone che negli ultimi mesi mi hanno supportato e,
soprattutto, sopportato.

A Rosy sono immensamente grata per essersi cimentata nella lettura di alcune opere di
Thomas Mann, condividendo con me questo interesse e intavolando numerose
conversazioni a riguardo. Grazie anche per aver dedicato a Mann un tavolo del tuo bar
letterario!

Malak, Giorgiana, Silvia e Ica: voi siete state una piacevole sorpresa conclusiva,
abbiamo condiviso una parte fondamentale del percorso: quella della dirittura d’arrivo.
Ci hanno accomunato una gamma di sensazioni e sentimenti tra i più disparati: dalla
determinazione alla disperazione, passando giornate a pianificare sessioni d’esami e di
laurea tra un tremore e un bruciore di stomaco. Rimpiango solamente di non avervi
trovato prima, anche se inconsapevolmente abbiamo sicuramente condiviso i banchi
innumerevoli volte. Grazie di tutto!

Un ringraziamento va anche alle storiche compagne di corso: Giulia, la prima persona


che ho conosciuto all’università, e Valeria, fidata compagna di banco alle lezioni di
letteratura tedesca.

Cecilia, grazie di aver fatto parte del team di correzione di bozze e di essere venuta con
me in esplorazione all’Istituto Italiano di Studi Germanici.

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Antonella, amica di una vita, nonché compagna di percorso, anche se in un altro ateneo,
avremmo dovuto concludere anche quest’avventura insieme, ma eccomi qui, ti ho
raggiunto, con qualche mese di ritardo. Ti ringrazio per il supporto morale non
indifferente che mi hai dato.

Facendo un salto nel passato, voglio ringraziare un’insegnante che mi ha dato tanto e
che mi ha portato ad intraprendere la strada che sto percorrendo oggi, la professoressa
G. Di Lembo, la mia ferrea docente di tedesco del liceo. Oggi mi scuso per aver
mostrato tanta ritrosia in passato per la letteratura e anche per aver sminuito Der Tod in
Venedig. Le sarò eternamente grata per come ha saputo formarmi a livello didattico e
non solo.

Ringrazio, inoltre, la professoressa T. Antonilli, che ha sempre scommesso su di me,


anche quando non lo avrei fatto io. Ora posso darle ragione, Buddenbrooks è un
romanzo che merita di essere letto sette volte.

Giulia, grazie per essere stata al mio fianco e non aver mai perso la pazienza con me,
anche quando non è stato facile. Grazie per aver ascoltato infinite volte la lettura della
tesi e le mie elucubrazioni su Thomas Mann. Grazie, inoltre, per avermi sampre
spronato e aver alleggerito, un pochino, la pesantezza che mi è propria.

Ringrazio tutte le persone che in questi ultimi mesi mi hanno “sorvegliato”,


accertandosi che mi impegnassi costantemente nello studio e nella stesura della tesi, e
quelle che in modo più o meno inconsapevole mi hanno offerto spunti di riflessione:
Emilio, Giulia, Gianluca ed Emiliano.

Ci tengo a rendere omaggio anche ad un piccolo, ma non per questo meno importante,
protagonista di tutta questa storia: Jeremy, il mio cane, subentrato pochi mesi dopo
l’inizio della carriera accademica. Voglio ringraziarlo per aver sopportato, soprattutto in
quest’ultimo periodo, le mie lunghissime sedute di lavoro al computer e non solo, e con
stoica pazienza (rara in un beagle) ha accettato la drastica diminuzione della durata e
della qualità delle uscite. Ma il ringraziamento include tutto il sostegno che mi ha dato
da quando è entrato nella mia vita, da quando è diventato il mio analista peloso.

Infine ringrazio me stessa che, nel bene e nel male, sono l’unica artefice del mio
destino.

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