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LUCIANO DI SAMOSATA

Aderì al movimento pseudo-filosofico della seconda sofistica (I-II d.C.).

Chiamata anche deutero sofistica o neo sofistica o seconda sofistica.

La prima sofistica era quella di gorgia e protagora e aveva dato insegnamenti riguardo la retorica e la
filosofia.

Invece la seconda si basava su un canone formale ed esteriore (ars gratis artis).

Le opere della seconda sofistica erano dei Ludi, degli scherzi (definiti pagnia).

La retorica si svuota del contenuto sociale.

Ci sono epimeletai, cioè esercitazioni scritte secondo uno stile esuberante e barocco.

A parte questi esercizi retorici abbiamo anche le prolaliai o dialecseis, le cosiddette chiacchierate, cioè uno
scambio tra personaggi per lo più fantastici su questioni di poco conto e che non avevano nulla a che
vedere con i contenuti del mondo classico.

C’erano anche gli istoi logoi (controversie).

VEDIAMO COME LUCIANO SI APPROCCIA ALLA FILOSOFIA

Scrisse l’elogio della mosca, oppure il tribunale delle vocali, in un primo momento aderí alla seconda
sofistica che non è nulla che vuole dare insegnamenti. È un approccio retorico e di rielaborazione dei fatti,
quindi ha una veste soltanto formale. La prima sofistica non solo curava la retorica ma si occupava pure
della filosofia, invece la seconda sofistica si occupava solo della retorica ma nella sua dimensione svuotata
dalle sue implicazioni civiche, politiche e sociali.

A circa 40 anni Luciano scrive un’opera che fa da spartiacque tra la prima fase della sua vita in cui aderí alla
seconda sofistica e la seconda fase in cui invece se ne discosta.

L’opera si chiama Dis accusatus e in quest’opera Luciano vuole passare ad un approccio filosofico alla vita.

Quest’opera parla di un’accusa che Luciano riceve due volte, da Retorica perché si sente abbandonata da
Luciano, e dal Dialogo Platonico, per averlo stravolto.

Come si difende Luciano ? Rispondendo che è vero che ha abbandonato la retorica della seconda sofistica è
diventata come una donnetta che non è più per bene ma si imbelletta e ormai si concede a chiunque, e non
è più la vecchia signora che in età classica era andata in sposa a demostene.

Con questo capiamo che Luciano disdegna la nuova retorica della seconda sofistica e quindi decide di
divorziare da questa donna che ha perso tutti i propri valori e dignità.

Per quanto riguarda poi la filosofia, egli dice che innanzitutto la filosofia non riguarda più la seconda
sofistica perché quest’ultima si occupa solo della retorica svilita dei suoi contenuti, e dice che per lui
diventa impossibile aderire a quelle che sono istanze filosofiche, in quanto si rende conto che non c’è
alcuna filosofia che riesca a risolvere i dubbi dell’umanità, anzi i veri approcci filosofici mettono in testa
all’uomo ulteriori dubbi, e quindi ogni volta che egli ha cercato di aderire ad un movimento filosofico è
andato a finire che si è trovato in un vero e proprio labirinto ideologico da cui non ha potuto fare a meno di
fuggire abbandonando quindi ogni scuola e ogni credo filosofico.

3 OPERE (da sapere trama):

1. Il precettore dei retori

2. Le vite di incanto

3. Il pescatore

Per quanto riguarda il dialogo platonico, da cui egli viene accusato nel DIS ACCUSATUS, egli sostiene che sia
la retorica che il dialogo ormai non sanno far altro che portare encomi e celebrare principi e tiranni. Quindi
il dialogo platonico che era nato per stimolare le idee (maieutica socratica) e per farle venir fuori, adesso
non fa altro che diventare uno sterile encomio. E quindi anche il dialogo così come la retorica hanno perso il
loro valore. La retorica è diventata una donna di facili costumi, il dialogo invece in un cumulo di chiassate.

Quando Luciano si stacca dalla seconda sofistica, non riesce più ad accostarsi ad alcun credo filosofico,
infatti egli sosteneva che la filosofia ormai era passata in secondo ordine, mentre inizialmente essa riusciva
a conferire proprio delle indicazioni, delle prassi di vita. In realtà egli dice che non riesce più, però, ad
andare avanti e seguire i precetti astratti e dogmatici di cui si connota la filosofia. Egli sostiene che filosofia
e religione in questo periodo così vuoto dal punto di vista dei valori non riescano più ad aiutare l’essere
umano.

In questo, però, egli si discosta da Apuleio perché quest’ultimo fa emergere la misericordia delle divinità e
quindi quasi si avvisa ad una mentalità cristiana, invece Luciano che è uno spirito molto più autonomo e
creativo, in realtà sostiene che i filosofi e l’ambiente religioso (sia pagana che Cristiana) e tutti i personaggi
che si illudono di avere ricette e certezze per vivere al meglio in realtà non sono altro che ciarlatani perché
nessuno in realtà può avere certezze tali da darle anche al resto dell’umanità. E quindi Luciano in questo
modo cerca di scardinare tutto l’impianto filosofico a lui contemporaneo e diciamo che questo suo
sarcasmo viene visto da qualcuno come più vicino all’approccio cinico e dello scetticismo. Nonostante ciò
egli sostiene che quello che gli interessa non è fare teoria ma è la pragmaticitá e dice che le dottrine
filosofiche sono troppo astratte e vogliono dare una visione univoca.

Luciano ad un certo punto riprende ciò che dice Aristotele, e Aristotele sostiene che la filosofia sostiene che
la ....??

Ma in realtà dice lo stesso Aristotele la filosofia dal punto di vista pratico non ci da niente di effettivamente
utile e concreto perché è tutto a livello mentale ed ideologico, però Aristotele dice che comunque la
filosofia ha ragione d’essere perché stimola il pensiero. Luciano invece sostiene che la filosofia non serve a
nulla, nemmeno per una pressi ideologica. Quindi Luciano contrastava Aristotele in quanto diceva è vero
che stimola il pensiero ma comunque non serve a nulla perché l’intelletto dell’essere umano è per natura
limitato quindi è inutile che ci sia questa prassi filosofica che ci possa guidare verso orizzonti sconfinati.
Quindi a causa di questa naturale debolezza della ragione umana, Luciano dice è completamente inutile
approcciare alle cose in maniera fuggente, estremante astratta, perché l’uomo non può andare oltre.

In pratica quindi Luciano si pone in maniera distruttiva nei confronti della filosofia e dice che tutti i dubbi
che vengono posti dalla filosofia non possono trovare spiegazione e quindi la filosofia non fa altre che
aggiungere dubbi ed incertezze.

DESTINO

Luciano quindi rifiuta filosofia, religione e anche il concetto di destino. Infatti ci parla della τύχη e dice che il
destino non fa altro che giocare con gli uomini, infatti conferisce potere, bellezza, ricchezza, ma allo stesso
tempo gioca come in un lusus e quindi priva l’uomo di tutte le cose di cui magari l’ha dotato e quindi non
crede nemmeno nel percorso della τύχη, perché è qualcosa del tutto irrazionale.

DIVINITÀ

Fa notare che il ruolo di tutte le divinità, a partire da Zeus, in realtà è inutile e Zeus nella vita umana può
esserci ma può anche non esserci.

Per tutte queste cose, Luciano vuole fare una vera e propria separazione rispetto alla tradizione e alla
cultura del passato, soprattutto quando arriva a confutare le divinità, cosa che nessun altro autore si era
permesso di fare perché sarebbe stato accusato di ευσέβεια cioè di empietà.

L’unica cosa che rimane a Luciano del passato è una vena comica per il suo sarcasmo, infatti prende in giro
tutti, addirittura la divinità, quindi si avvicina per certi versi alla commedia αρχαία di Aristofane.

Precettore dei retori (indirizzata fittiziamente ad un giovane) egli inscena una sarcastica descrizione
dell’istruzione retorica; nello Pseudosofista invece egli fa una dura tirata contro un sofista che si vanta di
saper riconoscere gli errori linguistici ma che, messo alla prova, fallisce miseramente. Occorre però prestare
attenzione a non farsi trarre in inganno: il rigetto della Retorica in Luciano non si traduce in un’automatica
"conversione" alla Filosofia, nei confronti della quale egli è anzi sempre un severo critico (riconoscendole
più difetti che pregi); è piuttosto corretto affermare che l’irrequietezza che percorre lo spirito di Luciano lo
porta a cercare nella Filosofia ciò che non era stato in grado di rinvenire nella Retorica: ma anche la
Filosofia delude le attese di Luciano, tant’è che egli non appoggerà mai nessuna Scuola (pur provando di
volta in volta simpatie e aperture verso certe scuole di pensiero - in primis l’Epicureismo e la scuola cinica -
e una costante insofferenza per lo Stoicismo) né abbraccerà alcun credo filosofico. Originariamente deluso
dal vuoto e capzioso verbalismo fine a se stesso di una Retorica incapace di risolvere i problemi concreti in
cui l’uomo si trova impigliato, Luciano non tarderà a restare parimenti deluso dalla Filosofia, la quale, pur
proponendosi (e qui sta il reale discrimine rispetto alla Retorica) di risolvere problemi concreti, finisce poi
per tradursi in un desolante universo di sistemi contrastanti tra loro e uno più astratto dell’altro, tradendo
in tal maniera i propri propositi. Essa, anziché offrire certezze in grado di diradare i dubbi martellanti che
albergano nell’animo umano, finisce per destarne di nuovi: ciò è innanzitutto provato dal pullulare di teorie
e sistemi che affollano lo scenario filosofico e che, in perpetuo contrasto fra loro, pongono l’uomo in un
labirinto da cui egli è poi impossibilitato ad uscire. L’avvicinamento di Luciano alla filosofia avviene, oltrechè
in virtù dello scontento in lui prodotto dalla Retorica, grazie all’incontro a Roma col platonico Nigrino, che
verrà posto al centro di un dialogo (il Nigrino appunto) in cui Roma, ormai devastata dalla corruzione e
dall’opulenza, è contrapposta ad un’Atene ideale ed eterna. Luciano affida la propria produzione a opuscoli
irriverenti, a dialoghi esilaranti, a romanzi fantastici (anticipando, in ciò, Cyrano de Bergerac), da cui sempre
traspare la stretta relazione intrattenuta con la satira e con la sofisticai: così, nell’Ermotimo (che degli
opuscoli a carattere filosofico è il meno insolente) Luciano si fa portavoce di quella profonda insofferenza
per il dogmatismo rigoristico degli Stoici che lo accompagnerà per tutta la vita.

Nelle Vite d’incanto si immagina che Zeus venda al miglior offerente le diverse vite filosofiche, quali quella
epicurea, quella scettica, quella peripatetica, quella pitagorica, ecc.

Nel Pescatore Luciano – sotto lo pseudonimo di Parresiade (la parrhsia era la "libertà d’espressione" di cui
faceva professione il cinico Diogene di Sinope) – viene raggiunto dai filosofi da lui dileggiati nelle Vite
d’incanto, ai quali Zeus ha concesso di far ritorno per un giorno sulla terra: viene pertanto istituito un
processo al cospetto della Filosofia, ma Luciano viene assolto perché dimostra che era sua intenzione
smascherare i ciarlatani che hanno continuato, a fin di lucro, l’insegnamento degli antichi maestri. Per
questa via, proprio il Dialogo, che con Platone aveva fatto raggiungere al pensiero greco i suoi momenti più
intensi ed elevati, diventa ora tra le mani dell’irriverente Luciano uno strumento agile e brioso – oltrechè
gradevole e divertente – non già per condurre argomentazioni sull’immortalità dell’anima o sulla giustizia
ideale, bensì per liquidare i principi filosofici e le sette filosofiche che ad essi fanno capo, tutte accusate di
essersi intorpidite in pesanti e rigidi apparati concettuali che mal si attagliano ad una realtà babelica e
spaesante – lungi dall’essere ordinata e teleologica, come la supponevano Aristotele e Platone – quale la
intende Luciano. Gli dei stessi – che in quanto uomini all’ennesima potenza presentano gli stessi difetti
dell’uomo, ma all’ennesima potenza - divengono il bersaglio dei dissacranti dialoghi di Luciano.

l’Apologia, un discorso di genere giudiziario redatto poco prima che Luciano accettasse l’incarico in Egitto:
essa si configura come una palinodia dell’opuscolo scritto parecchi anni prima Su coloro che vengono
assunti per mercede, in cui l’autore tentava di dissuadere gli intellettuali greci dall’accettare incarichi
umilianti, anche se ben retribuiti, presso le case romane. Nell’Apologia, ora che Luciano sente la necessità
di giustificarsi poiché è lui in prima persona a non disdegnare un ben remunerato ufficio al soldo di Roma, si
difende sofisticamente (e in maniera davvero poco persuasiva) distinguendo fra chi si umilia al servizio di
una casa privata e chi, come lui, si presta ad un servizio pubblico, nell’espletamento del quale può
certamente essere utile a città e popoli. Gli interessi di Luciano orbitano anche intorno alla storia e,
soprattutto, intorno al modo di scriverla: sotto forma di breve trattato, egli compone una lettera su Come si
deve scrivere la storia, in cui si schiera contro coloro che si attribuiscono la qualifica di storici senza
realmente essere tali; il vero storico, dal canto suo, è tenuto ad essere obiettivo e fedele nella narrazione
degli accadimenti storici, senza far trasparire le proprie opinioni.

Luciano utilizza l’ironia, Apuleio è serioso.

Apuleio mette in evidenza la misericordia delle divinità, Luciano si discosta alla religione, retorica, filosofia.