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a cura di Alain Corbin

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del tempo libero
1850-1960
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Un viaggio storico attraverso i mille usi del tempo libero.


Dalle escursioni in montagna alle vacanze al mare, dal tennis
dell'alta società inglese al calcio di massa del Novecento, dal café
chantant parigino di fni e secolo al turismo popolare organizza­
to dal fascismo, dal giardinaggio al bricolage, dalla lettura al
cznema.
.

Un libro pieno di stimoli e sorprese sulle trasformazioni della


nostra mentalità e dei nostri gusti.


.

ISBN 88-420-5048-2

l 11 1111
9 788842 050483
In sovraccoperta: George Seurat, c La grande )atte>
(parr.), 1884-1886. Chicago Art lnstitute.
Alain Corbin, dell'Uruversità di Parigi
I. Per i nostri tipi ha già pubblicato
Ull villaggio di camzibali uella Franda
de/1'800 (1991) e ha curato La viole1zza
sessuale tlell(t storia (19932).

Julia Csergo, deU'EHESS, Parigi.

Jean-Ciaude Farcy, dell'Uruversità


di Parigi X.

Roy Porter, del Wellcome Instirute


for History of Medicine, Londra.

André Rauch, dell'Uruversità


di Sn-asburgo Il.

Jean-Ciaude R ichez, dell'Uruversità


di Metz.

Léon Strauss, dell'Uruversità


di Scrasburgo ID.

Anne-Marie T hiesse, del CNRS,


Parigi.

Gabriella Turnaturi, dell'Uruversità


cLa Sapienza> di Roma.

Georges Vigarello, dell'Uruversità


di Parigi V.

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Grandi opere
© 1996, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari e Aubier, Paris

Traduzioni di Annalisa e Giampiero Cara, Luca Falaschi, Marco Galeazzi,


Daniele Germinario, Claudia Giobbio e Paolo Piccolini, Carla Patanè, Gabriella Vernole.

È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata,


compresa la fotocopia, anche ad uso interno o didattico.
Per la legge italiana la fotocopia è lecita solo per uso personale purché
non danneggi l'autore. Quindi ogni fotocopia che eviti l'acquisto di un
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Chi fotocopia un libro, chi mette a disposizione i mezzi per fotocopiare,
chi comunque favorisce questa pratica commette un furto e opera ai
danni della cultura.
Alain Corbin Julia Csergo Jean-Claude Farc y
Roy Porter André Rauch Jean-Claude Richez
Léon Strauss Anne-Marie Thiesse
Gabriella Turnaturi Georges Vigarello

L'invenzione
del tempo libero
1850-1960
a cura di Alain Corbin

Editori Laterza 1996


Proprietà letteraria riservata
Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari

Finito di stampare nell'ottobre 1996


Poligrafico Dehoniano - Stabilimento di Bari
per conto della Gius. Laterza & Figli Spa
CL 20-5048-X
ISBN 88-420-5048-2
L'invenzione del tempo libero
1850-1960
L'invenzione del tempo libero
di Alain Corbin ,.,

Dove s'incrociano i desiderz; le attese e i rimpianti

L'accentuarsi della pressione temporale sul nostro quotidiano, la


continua sensazione di non avere tempo a sufficienza, e dunque l' as­
sillo lancinante di risparmiarlo, ci hanno suggerito il progetto di que­
sto libro. Il nuovo bisogno di previsione, l'intolleranza crescente nei
confronti di tutto ciò che ci disturba, nel lavoro come nello svago, l'e­
sigenza, sempre più pressante, della puntualità hanno avuto l'effetto
inverso di rafforzare sempre di più il desiderio di un tempo libero,
aperto alla spontaneità. Nel corso dei decenni, si è imposta la neces­
sità di elaborare nuove logiche degli impieghi del tempo e nuovi si­
stemi di calcolo della sua dispersione.
Tutto questo contribuisce a collocare il tempo libero al centro del
fascio dei desideri, delle attese e dei rimpianti. È venuto il momento
di riflettere su una periodizzazione della storia basata sull'individua­
zione delle tappe che, da più di un secolo, hanno scandito quest' av­
vento di nuovi riferimenti temporali; di tentare una storia che metta
in primo piano non la lotta per conquistare del tempo disponibile,
bensì l'invenzione dei modi in cui utilizzarlo.
n nostro progetto consiste dunque nel seguire l'invenzione delle
maniere di rappresentarsi, di usare o semplicemente di vivere una
gamma di tempi disponibili, inseriti a poco a poco all'interno della
struttura temporale delle società occidentali, fra il 1850 e il 1 960. Per
condurlo in porto, dobbiamo cercare di evitare l'anacronismo. È im­
possibile, infatti, fare la storia del tempo libero senza conoscere, an-

* Traduzione dal francese di Carla Patanè.


4 I:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

che sommariamente, il modo in cui, in precedenza, i tempi sociali era­


no percepiti, rappresentati, simboleggiati e utilizzati; senza distin­
guere la maniera in cui si elaboravano le strategie e si sostenevano le
lotte allo scopo di misurarli, controllarli e padroneggiarli. È impor­
tante, infine, fare attenzione a non confondere ingenuamente tempo
di non lavoro e tempo libero, tenuto conto della molteplicità dei tem­
pi obbligati o preventivamente impegnati.
All'alba del diciannovesimo secolo, il tempo del contadino, quel­
lo dell'artigiano e quello dell'operaio erano discontinui, pieni di im­
previsti, casuali, soggetti a interruzioni fortuite o ricreative. Questo
tempo relativamente lento, flessibile, malleabile, occupato da attività
spesso imprecisate è stato a poco a poco sostituito dal tempo calco­
lato, previsto, ordinato, affrettato dell'efficienza e della produttività;
tempo lineare, strettamente misurato, che può essere perso, spreca­
to, recuperato, guadagnato. È questo che ha suscitato la rivendica­
zione di un tempo per sé, di cui il poltrire a letto o la pesca con la len­
za costituiscono sequenze emblematiche.
Ma il desiderio di questo tempo vuoto, insidiosamente minaccia­
to dalla noia, ha paradossalmente prodotto un altro tempo di tregua
e di distrazione, a sua volta previsto, organizzato, riempito, agitato,
fondato su nuovi valori; tempo-merce dei primi club di vacanze, che
si differenzia dal tempo iniziale della modernità solo per l'assenza di
lavoro. Seguiremo questo doppio processo, senza dimenticare le re­
sistenze che gli sono state opposte, senza tacere ciò che si riferisce al
disordine del tempo e al tempo del disordine; ciò che rimanda alla fe­
sta, all'inversione, all'orgia, all'eccesso, alla libera espressione delle
pulsioni dionisiache; a quel tempo che si riallaccia al non-tempo, al
trascendente, al primordiale; tempo della tragedia, della corrida o
della catastrofe.

Industria del divertimento e morale del piacere

Questo libro prende le mosse dalla metà del diciannovesimo se­


colo. La riorganizzazione dei ritmi di lavoro, legata alla rivoluzione
industriale, comincia allora a imporre una nuova distribuzione dei
tempi sociali. Una serie di rivendicazioni stanno a dimostrare, in par­
ticolare in Gran Bretagna, la percezione del cambiamento. In questo
paese si possono cogliere, praticamente nello stesso momento, la con­
quista di un nuovo tempo, il desiderio del suo inserimento nello spa­
zio e la volontà di tracciarne il modello.
A. Corbin L'invenzione del tempo libero 5

In Inghilterra, come negli Stati Uniti, nascono un'industria e una


cultura popolare del divertimento cittadino. Nel 1 85 2 , Charles Mor­
ton apre il primo music-hall londinese. Negli anni intorno al 185 0,
vengono progettati il Bois de Boulogne e Centrai Park. Subito, il de­
siderio di utilizzare il tempo libero stimola la riflessione. «Molta de­
pravazione, credo, potrebbe essere evitata grazie al cricket o al foot­
ball», si legge nel rapporto Chadwick, già nel 1 842 .
La rivoluzione dei trasporti determina un nuovo rapporto con lo
spazio. Thomas Cook organizza il suo primo viaggio nel 184 1 . La se­
rie delle grandi esposizioni universali s'inaugura a Londra nel 1 85 1 e
contribuisce a creare l'immagine di uno svago collettivo fino a quel
momento sconosciuto. Nello stesso momento, negli Stati Uniti, nasce
lo sport-spettacolo. È allora che vengono creati i primi circoli sporti­
vi e Barnum inventa l'industria del divertimento di massa.
La fine della Seconda guerra mondiale costituisce una rottura al­
trettanto evidente. All'indomani della vittoria degli Alleati, trionfa un
tempo libero inteso come merce e avvertito, prima di tutto, come un
tempo disponibile per il consumo. La diffusione nei diversi strati so­
ciali delle ferie pagate, quindi delle vacanze, permette questa brusca
mutazione delle forme e degli usi del tempo libero. Nasce una mora­
lità del piacere (/un morality), che esprime il profondo cambiamento
dei valori e dei riferimenti.
In quel momento, i professionisti americani del divertimento, la
cui azione si basa su una riflessione teorica elaborata all'inizio degli
anni trenta e messa temporaneamente da parte a causa della crisi eco­
nomica e poi della guerra, impongono i loro modelli a tutta l'Europa
occidentale. Quello immediatamente successivo alla Seconda guerra
mondiale è un periodo di forte tensione fra l'ideologia dell'uso ra­
zionale del tempo libero elaborata nel diciannovesimo secolo, onni­
potente in seno agli organismi internazionali dell'epoca fra le due
guerre (BIT, IICI1), e il desiderio di distrazione (play, recreation) che si
manifesta attraverso lo sviluppo del divertimento di massa, legato al­
la nuova potenza degli industriali delle vacanze.
Durante la seconda metà del diciannovesimo secolo si delineano
alcuni caratteri comuni a tutti i paesi. In Inghilterra, in Francia, in
Germania, così come negli Stati Uniti, i protagonisti principali della
storia di cui ci stiamo occupando sono stati personaggi indipendenti
dal potere centrale: filantropi, umanisti (Stati Uniti) , riformisti pro­
testanti (Gran Bretagna soprattutto), intellettuali (Francia) . Dapper­
tutto la loro azione ha preceduto l'indagine scientifica dedicata alle
modalità dell'impiego del tempo libero. Ciò perché si avvertiva l'esi-
6 I:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

genza, prima di tutto, di sorvegliare, controllare, moralizzare e pro­


muovere.
In tutti i paesi occidentali, si afferma nel diciannovesimo secolo la
distinzione tra passatempi considerati fruttuosi, che appartengono
alla sfera del dilettantismo, e distrazioni considerate poco rispettabi­
li, sterili o troppo legate al professionismo. Questa tensione, di ordi­
ne etico, fra la ricerca dello svago «razionale» e quella del diverti­
mento senza finalità morali caratterizza ben presto il dibattito così co­
me si svolge oltremanica, mentre l'ideologia che esalta il lavoro rag­
giunge il massimo della diffusione. L'azione, in questo campo, finisce
rapidamente per ricalcare il modello della lotta per la temperanza, a
cui si trova naturalmente collegata. Così si sviluppa precocemente, in
Gran Bretagna, un'attività multiforme che mira a controllare, a re­
primere le distrazioni considerate anarchiche e a incoraggiare quelle
'razionali'. li Regno Unito si distingue per una coscienza premonitri­
ce della diversità degli usi sociali del tempo e per un intenso sforzo di
organizzazione e di contenimento del divertimento popolare.
La regolamentazione delle piazze, dei parchi e degli altri spazi
pubblici, il divieto dei combattimenti di animali, la sorveglianza eser­
citata sulla boxe e sulle rivendite di bevande concordano, allora, con
la volontà di moltiplicare i campi di gioco destinati a moralizzare le
bande giovanili. In questi ambienti, si esprimono, contemporanea­
mente, una severa condanna dell'ozio e un forte desiderio di model­
lare il tempo libero dell'altro, visto come un inferiore, naturalmente
soggetto all'immoralità, al disordine degli istinti, alla pulsione imme­
diata e al rischio della miseria.
Anche in Francia, il tempo libero è stato percepito e analizzato in
una prospettiva moralizzatrice, ma più tardi, con uno scarto tempo­
rale che riflette quello della rivoluzione industriale. Paradossalmen­
te, l'attenzione riservata a questo tema si è concentrata, più di quan­
to non sia accaduto in Gran Bretagna, sui suoi rapporti con la condi­
zione e il lavoro degli operai: esso dunque non ha acquistato un rilie­
vo autonomo. In Francia, la questione del tempo libero è rimasta a
lungo associata alle lotte proletarie. Ha continuato a essere monopo­
lio di militanti colti, quelli che si chiamano comunemente intellet­
tuali, alla fine del secolo. La riflessione dedicata al tempo libero si è
trovata, qui, strettamente legata a quanto atteneva, contemporanea­
mente, all'ordine sociale e al generalizzarsi dell'istruzione. Quest'al­
leanza ha cominciato a sciogliersi solo all'indomani della Seconda
guerra mondiale, quando il tempo libero è diventato oggetto auto­
nomo di riflessione.
A. Corbin I.:invenzione del tempo libero 7

Come risultato di tutto questo, tra il punto di vista delle élite e le


abitudini popolari, fra le rappresentazioni di un riposo operaio e la
realtà delle distrazioni di una popolazione rimasta in maggioranza
estranea al mondo delle fabbriche, si è scavato un fossato ben più
profondo che nei paesi anglosassoni.
Gli Stati Uniti costituiscono il principale laboratorio dello svago
di massa contemporaneo. All'interno dell'Unione, quest'ultimo è sta­
to ben presto preso in considerazione nella sua specificità. C'è un
evento che assume un valore simbolico: la riunione del primo Play
Congress a Chicago, nel 1907 . Certo, anche al di là dell'Atlantico, si
è lottato a lungo contro l'uso distorto del tempo libero, contro le mi­
nacce di perversione che racchiudeva. Per molto tempo, si sono im­
poste la ricerca dello svago onesto e l'esaltazione delle sue virtù pre­
ventive e terapeutiche. Ma, qui, due nozioni originali e forti hanno
strutturato l'azione e il dibattito. La prima appartiene al campo di ciò
che si riassume sotto il termine di play (gioco) e di play movement. Gli
americani hanno rovesciato l'antica ossessione della perdita. Hanno
visto nel tempo libero un tempo guadagnato, risparmiato sul lavoro;
una ricchezza la cui acquisizione rientrava nella gamma delle sfide
lanciate dalla società americana; un risultato benefico della civiltà de­
gli Stati Uniti, dell'originalità delle forme della loro democrazia, del­
la qualità della loro conoscenza tecnica. Ben presto, il tempo libero è
stato percepito non tanto come un mezzo d'istruzione, ma come la
via per raggiungere un certo grado di felicità. Nella stessa pro­
spettiva, il termine recreation, l'altra nozione forte che struttura que­
sto campo, non riveste esattamente il significato che è proprio della
tradizione europea, cioè la ri-creazione della forza lavoro. Richiama
subito alla mente, più intensamente, l'aspetto Iudica del piacere pro­
curato dal tempo libero e la sua istituzionalizzazione sotto forma di
giOCO.
L'esaltazione della libertà, della spontaneità che quest'ultimo sug­
gerisce, emerge prestissimo oltreoceano. Si è visto in esso uno stru­
mento di educazione, un mezzo per sviluppare le potenzialità del­
l'individuo, una via per nobilitarsi e acquistare padronanza di sé. In
questa prospettiva, invece di contrapporsi radicalmente, lavoro e gio­
co si sono trovati legati dallo stesso spirito d'avventura. Le attività lu­
diche permesse dal tempo libero e la cultura fisica che queste im­
pongono sono state avvertite, sin dalla fine del diciannovesimo se­
colo, come ricche componenti della civiltà e dell'ideale democratico
amencano.
8 !.:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

La ridistribuzione dei tempi sociali

All 'inizio del diciannovesimo secolo, il tempo di lavoro rimane di­


scontinuo. Pur svolgendo il suo compito, l'operaio o l'artigiano re­
nano beve, fuma, conversa. n lavoratore edile parigino va regolar­
mente a bersi la sua bottiglia. Il fabbricante di porcellana di Limoges
manda il suo aiutante a prendere vino e vettovaglie. n minatore di
Carmaux, più avanti nel secolo, abbandona le gallerie, quando lo ri­
tiene opportuno, per andare a tagliare il fieno o a raccogliere i pro­
dotti della sua terra. In Francia, smettere di lavorare il lunedì - il gior­
no di «San Lunedì» - costituisce un'abitudine saldamente radicata.
In Inghilterra, il rispetto del Saint Monday, tradizionale giorno di
mercato, cessa solo con l'istituzione della mezza giornata di vacanza
del sabato.
Fra il tempo di lavoro e quello di non-lavoro non c'è, allora, una
netta separazione; le due categorie interagiscono. All'interno del pub
inglese, la fatica quotidiana tende a monopolizzare le conversazioni
che accompagnano le bevute. Alla fine dell'epoca della prima indu­
strializzazione, l'importanza del lavoro a domicilio rende difficile di­
stinguere fra attività lavorativa, vita familiare e attività domestiche.
In seguito, la distribuzione dei tempi sociali si modifica profon­
damente. Il lavoro a cottimo cede il passo a poco a poco a quello de­
finito dal tempo che occupa. Il fossato che separa l'interno del foco­
lare domestico dal luogo di lavoro si approfondisce. La settimana si
divide, sempre più consapevolmente, fra il tempo per sé e il tempo
destinato al padrone. In breve, una ripartizione del giorno in se­
quenze specifiche arriva a spezzare l'armonia dei ritmi precedenti.
Parallelamente, s'impongono nuove esigenze di puntualità. Il pro­
cesso oltrepassa ampiamente il campo della manifattura e del labora­
torio. Nel corso dei decenni, l'intera società occidentale viene a esse­
re soggetta al tempo misurato dall'orologio, prima quello del campa­
nile, poi quello da tasca o da polso.
All'interno delle fabbriche, in maniera diversa a seconda dei set­
tori di attività, del sesso e della condizione sociale, s'instaura lenta­
mente la disciplina dell'orario. Nelle gallerie delle miniere di Car­
maux, gli ingegneri della Compagnia dovranno far valere la loro au­
torità su diverse generazioni consecutive di lavoratori, prima di riu­
scire a far trionfare le loro nuove esigenze. In quest'epoca di espan­
sione della manifattura a spese del laboratorio familiare, l'imposizio­
ne di un tempo cronometrato suscita, tra l'altro, molte resistenze.
L'interiorizzazione dell'orario è accompagnata dal trionfo di una
A. Corbin L:invenzione del tempo libero 9

lettura monotona del tempo, che impedisce la disponibilità per atti­


vità diverse. All'eliminazione delle pause si aggiunge un bisogno cre­
scente di puntualità. Il diciannovesimo secolo ubbidisce a un'accele­
razione dei ritmi simboleggiata dall'aumento della velocità dei veico­
li. Contemporaneamente, si modificano gli atteggiamenti nei con­
fronti della mancanza di puntualità e della lentezza dell'altro. Men­
tre subisce queste nuove intolleranze, il lavoratore disimpara a pro­
durre il proprio tempo.
Lavoro e tempo libero formano un sistema; ogni cambiamento
dell'uno si ripercuote sull'altro. n tempo libero dell'operaio o dell'a­
gricoltore ha continuato a lungo a essere pensato sul modello della
semplice ricreazione delle energie lavorative, risultato dell'estender­
si di quel tempo mercantile, di cui J acques Le Goff ha sottolineato
l'emergere all'interno della società medievale. n tempo di non-lavo­
ro continuava a essere sentito più come un tempo di riposo, un 'tem­
po morto', che come una sequenza di autentico svago. Appariva an­
che come un tempo consacrato all'adempimento del dovere rituale.
Religione, festa, gioco e rigenerazione della forza lavoro seguitavano
a essere strettamente legati. La pratica religiosa provoca un sottile sta­
to di eccitazione, l'immersione in un elemento fatto d'irrealtà e di
poesia, e quindi una distensione che, soprattutto nelle società rurali,
facilitava la ricreazione.
Tuttavia, le nuove modalità del tempo di lavoro hanno a poco a
poco modellato quelle del tempo libero e determinato la natura del­
le rivendicazioni che ne hanno facilitato la comparsa. In particolare,
hanno contribuito a imporre la nozione di riempimento del tempo di­
sponibile, a ripristinare il timore del vuoto, a far pesare sul tempo li­
bero l'obbligo della previsione; sottile trasposizione della condanna
morale che in precedenza colpiva l'inattività. Alla fine del periodo
preso in esame, cioè all'indomani della Seconda guerra mondiale, una
stessa etica del forcing è arrivata a governare, insieme, il lavoro e il
tempo libero.
L'aumento del tempo disponibile, la scarsa considerazione in cui
sono tenute le abilità artigianali, la diminuzione delle pratiche ritua­
li e, più in generale, le trasformazioni della struttura temporale delle
società occidentali hanno, infatti, rafforzato la paura del vuoto del
tempo non occupato dal lavoro e aggravato l'incapacità dell'indivi­
duo a produrre del tempo per sé. Così, si è paradossalmente accen­
tuato il rischio di una sofferenza provocata da un tempo libero «che
trascorre nella passività, si perde nell'inesistenza, [di un] tempo gra­
voso carico di noia, [di un] tempo da ammazzare»2, da un'esistenza
10 I:invenzione del tempo libero. 1850-1960

oziosa senza un reale presente; situazione che assomiglia all'anarchia


temporale, inadatta alla produzione di tempi personali, vissuta dal di­
soccupato.
Queste discordanze ricordano che produrre del tempo non equi­
vale a liberarne l'uso. L'essenziale, in questa prospettiva, sarebbe non
che il lavoro occupasse meno tempo, ma che occupasse meno le men­
ti. È possibile questo? Oppure dobbiamo pensare che, nonostante il
declino storico del lavoro, le sollecitazioni tipiche del tempo lavora­
tivo non cessino di trasparsi nel tempo disponibile e di determinar­
ne i contenuti? Dobbiamo quindi ammettere che, anche all'interno
del tempo libero, sia opportuno innanzitutto dimostrare, con una dif­
ferenza esibita, sbandierata, la propria disponibilità nei confronti del
lavoro produttivo? Ciò significherebbe fare di quest'ultimo il riferi­
mento essenziale.

La rivendicazione di un tempo per sé

Simili interrogativi impongono di sottolineare l'importanza di un


modo di impiego del tempo un po' trascurato da una storia che ob­
bedisce alla sociologia del lavoro operaio: l'ozio coltivato (otium cum
dignitate)3 ereditato dall'Antichità e periodicamente rimesso in auge.
Lo studieremo più dettagliatamente; ma è bene collocarlo fin d'ora
nell'ambito di questa rapida riflessione dedicata alla genealogia degli
usi sociali del tempo. La pratica dell'ozio coltivato rappresenta tal­
volta il punto di arrivo di una carriera; può essere semplice inter­
mezzo inserito nell'esercizio di una professione liberale o di una ca­
rica pubblica; comunque sia, va tenuta accuratamente distinta da tut­
te le tattiche che appartengono al campo di quello spreco ostentato
del tempo analizzato da Paul Lafargue, poi da Thorstein Veblen a
proposito della società americana.
Il tempo per sé, il cui desiderio risale all'indomani della Seconda
guerra mondiale, deve molto all'antica figura dell'ozio coltivato.
Questo tempo, governato dal piacere, è quello del godimento procu­
rato dall'espressione e dalla realizzazione di sé nella spontaneità, sod­
disfazione temporale che comporta che si dimentichi il tempo per
crearne e padroneggiarne uno proprio. In questa prospettiva, l'inat­
tività, nutrita di attese e progetti elaborati a misura dell'orizzonte
temporale dell'individuo che li formula, è innanzitutto un prendere
le distanze, quindi un «modo di espressione più completa di sé at­
traverso il corpo, i sensi, i sentimenti, l'immaginazione, la mente»4•
A. Corbin I:invenzione del tempo libero 11

Questa nuova immagine del tempo libero si riallaccia alle invetti­


ve di Nietzsche contro l'ozio obbligato e i mercanti di piacere. Costi­
tuisce il prolungamento della sua esortazione a inventare uno stile di
vita adatto all'individuo, a elaborare un tempo di ri-creazione non più
della forza lavoro, ma di sé. Comporta una disponibilità al desiderio,
all'avventura, a forme inedite di costruzione dell'identità. Suggerisce
nuovi rapporti sensibili con la natura e gli oggetti.
Questa nozione di tempo personale permette un lettura com­
prensiva della conquista autonoma di certe abilità (autodidaxie) e di
alcuni degli elementi della 'cultura del povero'; lo vedremo a propo­
sito della pesca con la lenza, del giardinaggio e del fai da te. Lo svi­
luppo del tempo per sé ha contribuito, in questi ambienti, alla crea­
zione di nuove relazioni sociali.
Questa rivoluzione degli impieghi del tempo suggerisce il proget­
to di una genealogia delle forme che assumono i diversi desideri di ri­
poso, di tranquillità, di silenzio, di distrazione, di evasione, di avven­
tura; di una storia che smetta di giudicare negativa qualsiasi forma di
passività e positiva qualsiasi forma di attività, anche la più insignifi­
cante; di una storia che si preoccupi meno dell'improduttività del
tempo, dell'ozio, della noia e più dell'autonomia delle forme di in­
venzione di sé.

La crisi degli anni trenta e l'ondata di disoccupazione che ha pro­


vocato al di là dell'Atlantico ha sospeso, per tutto il decennio, la ri­
flessione sul tempo libero. Fino allo scoppio della guerra, l' attenzio­
ne rivolta agli usi sociali del tempo si è concentrata sul dibattito che
vedeva schierati i fautori della diminuzione del tempo di lavoro con­
tro quelli della suddivisione del tempo di lavoro. Ciò nondimeno, la
crisi ha portato a contrapporre il tempo libero alla disoccupazione,
vista come un flagello sociale, associata all'ozio e causa di delinquen­
za e di criminalità. Sarebbe spiacevole se il notevole aumento della di­
soccupazione avesse come conseguenza, ai giorni nostri, di far venir
meno ancora una volta la riflessione sui valori di cui il tempo libero
è portatore.
Questo libro, col suo progetto genealogico, mi sembra venire tan­
to più a proposito in quanto in questi ultimi anni abbiamo visto svol­
gersi un vivace dibattito a proposito dell'apprezzamento della 'cultu­
ra di massa', nozione elaborata negli Stati Uniti verso la metà di que­
sto secolo, sulla base dell'analisi di certe abitudini, alcune delle qua­
li hanno le loro radici nelle grandi città europee del diciannovesimo
secolo. Per alcuni, questa 'cultura di massa' si caratterizza negativa-
12 L'invenzione del tempo libero. 1 850-1960

mente rispetto ai modelli tradizionali di una 'cultura popolare' che si


sperava di fondare sull'educazione, sulla promozione intellettuale e
sulla moralizzazione dei lavoratori. Questi critici rimproverano alla
cultura di massa la sua standardizzazione, il suo carattere mercantile,
la sua forza conquistatrice, considerata in grado di ridurre gli indivi­
dui in uno stato di abbrutimento. La vedono come la riproduzione
dei giochi dell'antica arena. La considerano uno strumento di steri­
lizzazione del pensiero e della riflessione, una forma di asservimento
ai professionisti del tempo libero, un mezzo di dominio simbolico.
Altri pensano che questa critica così severa pecchi di parzialità.
Denunciano il carattere sistematico di simili analisi, che, a loro awi­
so, si basano su sentenze e giudizi di valore risalenti al secolo scorso.
n desiderio dichiarato di far accedere l'insieme della popolazione a
un certo livello di cultura, l'ossessione dei ritardi e delle disugua­
glianze in questo campo avrebbero il vero obiettivo di alimentare e
perpetuare una cultura troppo solenne, élitaria, sorda ai desideri e ai
piaceri dell'altro. Una simile sordità porterebbe a sottovalutare la re­
sistenza opposta ai messaggi dei media, a dimenticare il distacco con­
sentito dall'ironia, a trascurare le attese specifiche di ogni gruppo so­
ciale, a negare le disparità, il dinamismo e la creatività delle tante cul­
ture che sono all'opera in ciascuna delle società occidentali.
Il nostro proposito non è di tentare di risolvere qui un simile di­
battito, e neppure di esplicitarlo maggiormente, ma, semplicemente,
di chiarirne le attuali implicazioni attraverso una riflessione storica
dedicata all'awento del tempo libero.

Note

1 BIT: Bureau lnternational du Travail. IICI: lnstitut international de Coopération in­

tellectuelle.
2 W. Grossin, Les Temps de la vie quotidienne, Mouton, Paris-Den Haag 1974, p. 3 8 1 .
J H o preferito usare il termine 'coltivato' anziché 'colto', perché, a parte il fatto che

l'associazione fra due parole così brevi come 'ozio' e 'colto' avrebbe spezzato il ritmo del­
le frasi, mi è sembrato che il primo esprimesse meglio il senso dell'intenzionalità e anche
dell'attività che paradossalmente comporta questo genere di ozio, che, come si vedrà, è
cercato, apprezzato, usato e considerato produttivo [N. d. n.
4 Cfr. J. Dumazedier, A. Ripert, Le Loisir et la ville, Seuil, Paris 1966, t. I, pp. 4 1 -6 e J.
Dumazedier, Révolution culturelle du temps libre, 1968-1988, Klincksieck, Paris 1988, pp.
47-50.
A. Corbin I:invenzione del tempo libero 13

Indicazioni bibliografiche

Le opere fondamentali che hanno guidato la nostra riflessione sono le


seguenti:
Per quanto riguarda la definizione dell'oggetto, G. Gurvitch, La Voca­
tion actuelle de la sociologie, PUF, Paris 1963, t. Il, cap. XIII: La multiplicité
des temps sociaux [trad. it. La vocazione attuale della sociologia, Il Mulino,
Bologna 1965] . Dumazedier, Révolution culture/le cit.; Dumasedier, Ripert,
Le Loisir et la ville cit.; N. Samuel, M. Saumer, Le Temps fibre: un temps so­
eia!, Librairie des Méridiens, Paris 1984; Grossin, op.cit.; R.H. Lauer, Tem­
poral Man. The Meaning and Uses o/ Social Time, Praeger, New York 1981;
C. Lalive d'Epinay, M. Bassand, E. Christe, D. Gros, Temps fibre, culture de
masse et cultures de classes aujourd'hui, Pierre-Marcel Favre, Lausanne
1982; M.-F. Lanfant, Les Théories du loisir, PuF, Paris 1972; D. Mercure, A.
Wollemack, Temps sociaux, atti del simposio di Lovanio, De Boeck-We­
smael, Bruxelles 1988; R. Sue, Temps et ordre social, PUF, Paris 1994.
Sullo svago, i passatempi, il tempo libero come categoria storica, dob­
biamo molto (in particolare per quanto riguarda gli Stati Uniti) all'ottimo
libro di G. Pronovost, Temps, culture et société. Essai sur le processus du loi­
sir et des sciences du loisir dans les sociétés occidentales, Presses de l'Univer­
sité de Québec, Sainte-Foy 1983 .
Per una riflessione critica, C. Busch, La Sociologie du temps fibre exis­
te-t-elle?, Mouton, Paris-Den Haag 1975 .
Alcune opere riguardano singoli aspetti del tema, ]. Baudrillard, La So­
ciété de consommation, Gallimard, Paris 1974 [trad. it. La società dei consu­
mi. I suoi miti e le sue strutture, Il Mulino, Bologna 1980]; D. Riesman, La
Faule solitaire, Arthaud, Paris 1964 [trad. it. La /alla solitaria, ll Mulino, Bo­
logna 1986]; il complesso dell'opera di M. Maffesoli, H.-P. Jeudy, Le Désir
de catastrophe, Aubier, Paris 1990.
Sulla storia della misura e dei ritmi del tempo, i libri di D.S. Landes, so­
prattutto Revolution in time: clocks and the making o/ the modern world,
The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge (Mass.), Lon­
don 1983 [trad. it. Storia del tempo. !:orologio e la nascita del mondo mo­
derno, Mondadori, Milano 1984] , come pure il complesso delle attività del­
l'Istituto L'Homme et le Temps di La Chaux-de-Fonds; C. Studeny, Le Ver­
tige de la vitesse. I.:accélération de la France (1830-1940), tesi EHESS, 1990;
J. Le Goff, Temps et société chrétienne au Moyen Age, «Temps libre», n. 3,
atti del simposio «Temps et Société», 17- 19 marzo 1980, 198 1 , pp. 1 1 1-6.
Sul tempo religioso e la sociologia del tempo, E. Durkheim, Les Formes
élémentaires de la vie religieuse. Le système totémique en Australie, Alcan,
Paris 1937 [trad. it. Le forme elementari della vita religiosa, Edizioni di Co­
munità, Milano 1982], e Les Cultures et le temps, Payot/Unesco, Paris 1975,
con la prefazione di Paul Ricoeur.
14 I.:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

Sul lavoro industriale, G. Friedmann, Où va le travail humain?, Galli­


mard, Paris 1950, e Le Travail en miettes, Gallimard, Paris 1956; G. Noiriel,
Les Ouvriers dans la société /rançaise, XIX-XXe siècle, Editions du Seuil, Pa­
ris 1986.
Sulla nozione di 'ozio coltivato', oltre i libri già citati di G. Gurvitch e di
M.-F. Lanfant, è bene sottolineare l'importanza del complesso dell'opera di
S. de Grazia. Per quanto riguarda la sua importanza nella genealogia della
villeggiatura balneare, A. Corbin, Le territoire du vide.I:Occident et le désir
du rivage. 1750-1840, Aubier, Paris 1988, Flammarion, Paris 1990 [trad. it.
I:invenzione del mare. I:Occidente e il fascino della spiaggia (1750-1840),
Marsilio, Venezia 1990].
Sulle ricerche e le sintesi legate alla nozione di svago e di cultura di mas­
sa, R. Lynd, H.M. Lynd, Middletown: A Study in American Culture, New
York 1929 [trad. it. Middletown, Edizioni di Comunità, Milano 1970]; C.
Jones, The Social Survey o/ Merseyside, Liverpool and London University
Press, Liverpool-London 1934; E. Larrabee, R. Meyersohn, Mass Leisure,
T he Free Press, Glencoe 1958; S. Parker, The Sociology o/ Leisure, George
Allen, London-Boston 1976; V. Schwartz, The Public Taste /or Reality: Early
Mass-Culture in Fin-de-Siècle Paris, tesi, Berkeley 1993.
Sulla storia delle forme dello svago in Gran Bretagna, R. Mac Kibbin,
Work and Hobbies in Britain, 1850-1950, in J. Winter (a cura di), The
Working Class in Modern Britain, Cambridge 1983; P. Bailey, Leisure and
Class in Victorian England, Routledge and Kegan Paul, London 1978;].
Clarke, C. Critcher, The Devi! makes Work: Leisure in Capitalist Britain,
London 1985; J. Walvin, Leisure and Society, 1830-1850, Longman, Lon­
don-New York 1978; H. Cunningham, Leisure in the Industria! Revolution,
1780-1880, Croom Helrn, London 1980; H.E. Meller, Leisure and the Chan­
ging City, 1870-1914, Routledge and Kegan Paul, London 1976; ancora più
vicini al nostro tema, J.K. Walton,]. Walvin (a cura di), Leisure in Britain,
1780-1939, Manchester University Press, Manchester-Dover (NH) 1983, e,
recentemente, l'articolo Leisure in P. Stearns (a cura di), Encyclopedia o/ So­
eia! History, Garland, New York 1994.
Sugli esempi ricordati, L. Abrams, Worker's Culture in Imperia! Ger­
many, Routledge and Kegan Paul, London 1992; R. Trempé, Les mineurs de
Carmaux (1848-1914), Editions ouvrières, Paris 1971; A. Corbin, Archaisme
et modernité en Limousin au XIXe siècle, Rivière, Paris 1975.
E, ovviamente, tre classici: P. Lafargue, Le Droit à la paresse, Arnis de
Spartacus, Paris 1987, ed. or. 1880 [trad. it. Il diritto all'ozio, Feltrinelli, Mi­
lano 1971]; T. Veblen, The Theory o/ the Leisure Class, Macmillan, New
York 1899 [trad. it. Teoria della classe agiata, Einaudi, Torino 1971]; R. Hog­
gart, The Uses o/ Literacy, Chatto and Windus, London 1957 [trad. it. Pro­
letariato e industria culturale, Officina Edizioni, Roma 1970].
Le altre opere utilizzate saranno citate nell'ambito dei singoli capitoli.
Il tempo libero è stato immediatamente considerato dai filantropi, dagli
A. Corbin I.:invenzione del tempo libero 15

umanitaristi e dagli intellettuali di ogni tendenza, e ciò ancora prima del­


l'awento dei professionisti del divertimento, un tempo da riempire secon­
do schemi elaborati all'interno del loro ambiente; di fatto sono loro che han­
no prodotto le opere utilizzate dagli storici. Questi ultimi, quindi, rischiano
fortemente di soprawalutare la diffusione dei comportamenti che corri­
spondono alle speranze- o alla più viva esecrazione-, di sottovalutare quel­
li che vengono elaborati in modo troppo autonomo e di trascurare comple­
tamente quelli che si sviluppano, in maniera giudicata troppo anodina o ri­
dicola, fuori dal catalogo degli svaghi ritenuti degni di attirare l'attenzione.
È così che interi scaffali di biblioteche sono stati dedicati alle università po­
polari, che riguardano solamente poche centinaia di individui, mentre qua­
si nulla è stato detto sulla pesca con la lenza che ha appassionato migliaia di
lavoratori. Sarà bene tener conto di questa asimmetria.
Capitolo primo'<

Gli studi che riguardano la storia del tempo libero sono stati, mol­
to spesso, suggeriti o realizzati da sociologi. Di conseguenza, molti
autori hanno trascurato la profondità temporale, non si sono preoc­
cupati di risalire alle radici dei comportamenti, hanno soprawaluta­
to l'innovazione. Lo studio storico conduce, al contrario, a sottoli­
neare l'antichità delle radici.
Il Regno Unito, in particolare, costituisce il luogo in cui sono
emersi i desideri di disponibilità e di distrazione, il laboratorio in cui
sono stati inventati i nuovi impieghi del tempo. Roy Porter mette qui
in evidenza questa precocità dei processi e dei meccanismi attraver­
so i quali si manifestano le nuove esigenze espresse oltremanica, pro­
ponendoci in questo modo una sorta di fondale.
Dimostra innanzitutto l'importanza dei modelli georgiani. il tem­
po libero vissuto in campagna, all'interno della proprietà familiare, il
complesso rituale della mondanità cittadina che si svolge nel West
End londinese o in alcune città di provincia, il nuovo prestigio della
villeggiatura, poi il suo trasferirsi dalle stazioni termali dell'interno a
quelle in riva al mare, lo sviluppo della consuetudine del Grand Tour
e, più modestamente, dell'escursione. Essi coesistono durante quel
lungo diciottesimo secolo che va dalla firma del trattato di Ryswick
( 1697) all'awento della regina Vittoria (183 7 ) . All ' epoca della pro­
toindustrializzazione, poi degli esordi della rivoluzione industriale,
l'aristocrazia e la gentry dettano legge. Circondate dalle loro cliente­
le, si awalgono del prestigio riservato ai membri della famiglia reale.
Roy Porter sottolinea le funzioni sociali di questi nuovi impieghi
del tempo che entrano a far parte dei procedimenti di dominio sim­
bolico e riflettono il peso della preoccupazione terapeutica sui com­
portamenti.

'' Traduzione dal francese di Carla Patanè.


18 I:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

A partire dagli anni intorno al 1840 una serie di processi, innesca­


ti dalla rivoluzione industriale, trasforma o riorganizza l'antico bino­
mio che opponeva l' otium alla recreatio. La ferrovia e il piroscafo per­
mettono l'industrializzazione del tempo libero e ne facilitano la de­
mocratizzazione. Ma quest'ultima non è solo il risultato della storia
delle tecniche. Il modello di desideri e di impieghi che si è costituito
all'interno della middle class svolge, qui, la funzione di mediatore e
contribuisce all'elaborazione di uno svago dj massa che le classi do­
minanti tentano di guidare e di temperare. E allora che cominciano
ad apparire i primi esempi di parchi di divertimenti e di ferie pagate.
Nello stesso tempo, l'invenzione dello scoutismo e la diffusione del
campeggio sottolineano l'emergere di un nuovo rapporto con la na­
tura.
Mentre gli impieghi del tempo libero assumono un carattere de­
mocratico, si forma una «classe agiata», di cui Roy Porter propone,
qui, un'immagine sfumata. L'ansia di distinguersi e l'ostentazione ac­
compagnano o determinano l'estensione geografica delle abitudini e
il venir meno, in quest'ambiente, dello scopo terapeutico. Ormai, gla­
mour, fashion e play tendono a riassumere i piaceri dell'ozio.
Una semplice scorsa alla storia britannica è sufficiente a dimo­
strare la complessità dei procedimenti che accompagnano la creazio­
ne del tempo libero nelle società occidentali.
A.C.
Gli inglesi e il tempo libero
di Roy Porter'�

Introduzione

Questo capitolo esplorerà i cambiamenti nel modo di trascorrere


il tempo libero degli inglesi. Idealmente, gli studi sui cambiamenti so­
ciali dovrebbero avere carattere interculturale e multinazionale, ma
esiste un motivo particolare per concentrarsi su ciò che è awenuto in
Gran Bretagna: fu il Regno Unito a sperimentare per primo, su scala
molto vasta, i problemi di lavoro e di tempo libero creati dalla rivo­
luzione industriale e dall'urbanizzazione senza precedenti che ne
conseguì; pertanto, la Gran Bretagna ha svolto un ruolo di primo pia­
no nell'aprire la strada a certe soluzioni «industriali» classiche a que­
sti problemi.
Secondo l'opinione comune le classi elevate si crogiolavano nel
tempo libero, mentre i ceti inferiori venivano corrotti dall'ozio. L'al­
ta società giudicava i suoi svaghi attraverso un sistema di valori tra­
mandato dall'educazione classica: il tempo libero era privilegio di
una nascita nobile, nonché segno d'eminenza personale. La mancan­
za di tempo libero era un sintomo di povertà, oppure tradiva lo spre­
gevole spirito mercenario del commerciante meschino, ossessionato
dal sordido guadagno. Il giogo della continua fatica era indizio di di­
pendenza, mentre il tempo libero, al contrario, permetteva di colti­
vare la mente e il corpo e favoriva la libertà e la grandezza d'animo
care ad Aristotele.
I portavoce dell'aristocrazia georgiana e della piccola nobiltà non
disprezzavano affatto il negotium. Essi erano, dopotutto, i compo­
nenti di un'élite estremamente attiva, efficiente, impegnati a consoli-

* Traduzione dall'inglese di Annalisa e Giampiero Cara.


20 I:invenzione del tempo libero. 1850-1960

dare la loro influenza politica a Westminster e nelle contee, nonché a


coltivare i propri interessi economici di capitalisti agrari rampanti e
a esercitare la propria influenza come magistrati e magari come capi
militari. Ma tenevano anche in altissima considerazione l' otium. Non
nutrivano alcun disprezzo puritano per il piacere, aderivano ai mo­
delli oraziani e palladiani di vita felice e, cosa non meno importante,
in quanto convertiti ai valori dell'Illuminismo, riconoscevano che il
perdurare della loro influenza doveva basarsi non sulla semplice for­
za delle armi, bensì su un'egemonia culturale, su un vistoso sfoggio
di bella vita, nonché sulla capacità di suscitare invidia e desiderio di
emulazione. In questo senso rappresentavano una «classe agiata», se­
condo la definizione di Veblen, ossia un'élite dedita al vistoso consu­
mo di risorse altrimenti scarse ed al perseguimento dello sperpero,
per dimostrare la propria fortuna attraverso il fatto di avere molto più
del necessario.
Dunque per la classe dominante inglese gli affari ed il piacere era­
no strettamente connessi. Se non era fine a se stesso, il tempo libero
rappresentava quantomeno una condizione necessaria per mantene­
re un rango e una dignità patrizie. L'ardente desiderio, da parte del­
la borghesia composta da professionisti, commercianti e industriali,
di comprarsi terra e tempo libero e di accedere all'Alta Società ed ai
suoi riti stagionali (estate in campagna, inverno in città) , anche a ri­
schio di rovinarsi finanziariamente, attesta il formidabile successo di
questa strategia. L'Inghilterra aveva una «classe agiata più vasta e più
ricca di quella che qualsiasi altro paese, antico o moderno, abbia mai
potuto vantare», secondo il giudizio espresso nel 1 868 dal romanzie­
re Anthony Trollope.
Come qualsiasi altra società europea, anche la Gran Bretagna pre­
industriale presentava modi tradizionali profondamente consolidati
di trascorrere il tempo libero. Essi ruotavano intorno alle festività cri­
stiane (benché ridotte in seguito alla Riforma Protestante) , ai ritmi
della vita agraria, nonché al calendario politico. I possidenti del pe­
riodo georgiano e del primo periodo vittoriano si godevano il tempo
libero nelle loro proprietà, emblematicamente attraverso l'esercizio
del diritto di cacciare e di sparare, ossia di dedicarsi a sport cruenti
quasi religiosamente protetti da leggi sempre più spietate contro chi
le trasgrediva. Attraverso le Game Laws, ossia le leggi sulla caccia che
prescrivevano l'imprigionamento, la deportazione o persino la mor­
te per i bracconieri affamati che osavano contrawenire a questa sin­
golare preferenza nel modo di trascorrere il tempo libero delle classi
elevate inglesi, la sovranità del Parlamento proteggeva i piaceri esclu-
R. Porter Gli inglesi e il tempo libero 21

sivi dell'élite. Grandi e sontuose residenze come Holkham, Hough­


ton, Blenheim e via dicendo, con i loro dipinti e la loro mobilia, con
le loro stanze per gli ospiti, le loro biblioteche e le loro stanze per i
giochi e per la musica, nonché le loro sale da pranzo riccamente ar­
redate, le loro ampie cucine e cantine, tutte curate da eserciti di lac­
chè, cementavano il tradizionale legame tra proprietà immobiliari in
campagna e modi aristocratici di trascorrere il tempo libero, fornen­
do contemporaneamente un posto dove trascorrere il tempo libero ai
congiunti ed ai leccapiedi dei personaggi più eminenti. Con la note­
vole eccezione del viaggio in Europa continentale denominato Grand
Tour, un inevitabile rite de passage adolescenziale, di solito i piaceri
patrizi erano decisamente casalinghi, organizzati all'interno delle
proprietà terriere di famiglia.
Tuttavia, sotto il dominio della casa di Hannover, la società titola­
ta trovò sempre più opportuno avere un quartier generale urbano per
il tempo libero; l'ideale era una residenza nell'elegante West End di
Londra, ma, per la piccola nobiltà, poteva andar bene anche una ba­
se in una distinta città di provincia come York. Se nei secoli sedicesi­
mo e diciassettesimo la città inglese era servita soprattutto come cen­
tro per il commercio e per le industrie manifatturiere imperniate sul­
le gilde, nell'epoca georgiana essa divenne sempre più un luogo per
lo sperpero piacevole, dove i ricchi potevano mettersi in mostra a tea­
tro, nella sala per la cura delle acque, in occasione di assemblee e bal­
li, nonché tra gli eleganti negozi della via principale. Nasceva così la
città per il tempo libero.
Per contro, poiché implicava lo sviluppo di uno stile di vita dedi­
to al tempo libero, questo tipo di svaghi non veniva ritenuto confa­
cente ai poveri che faticavano per guadagnarsi da vivere. Ma ciò non
vuol dire che i ceti inferiori non si divertissero in alcun modo. La so­
cietà tradizionale consentiva loro di distrarsi sporadicamente da una
vita di duro lavoro per mezzo di sport, feste, fiere e sagre di bevande
alcoliche all'interno dei vill aggi, in relazione a particolari attività (per
esempio, i riti di apprendistato) , oppure al calendario rurale (il Mar­
tedì Grasso, la notte dell'Epifania, ecc.). Naturalmente, con lo svi­
luppo di forme capitalistiche di produzione e con la diffusione di ve­
re e proprie campagne per la «rispettabilità», venne ampiamente
espressa l'ostilità, da parte di predicatori, datori di lavoro e magi­
strati, nei confronti dell' «ozio» dei poveri e del «disordine» dei loro
accessi orgiastici di dissolutezza, accompagnati da ubriachezza e cri­
mini, che davano luogo poi alla nascita di bastardi. N el tentativo di
«riformare la cultura popolare», durante i secoli diciottesimo e di-
22 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

ciannovesimo furono allestite delle campagne per controllare o sop­


primere sport tradizionali di natura plebea come i combattimenti dei
cani contro un orso incatenato e il bull-running, una spietata «caccia
al toro» collettiva. E sebbene certi svaghi come la corsa dei cavalli e
il pugilato siano rimasti popolari presso tutte le classi sociali, esisto­
no abbondanti prove del fatto che agli inizi dell'era vittoriana le atti­
vità di svago si definivano in maniera sempre più esclusiva e più spe­
cifica in base alle classi sociali presso cui si diffondevano.
All'inizio dell'epoca georgiana William Hogart tracciò la contrap­
posizione tra l'apprendista industrioso e quello ozioso; il primo di­
venne sindaco di Londra, mentre il secondo finì impiccato a Tyburn.
Messaggi di questo tipo venivano incessantemente inculcati nelle
masse: ai poveri che lavoravano bisognava dare princìpi morali e re­
gole, per abituarli alla fatica e alla disciplina del lavoro e degli orari
richiesta dal nuovo sistema in uso presso le fabbriche. Josiah
Wedgwood, uno dei primi fabbricanti di ceramica e per di più intel­
lettuale, dimostrò di aver capito chiaramente cosa richiedeva il capi­
talismo industriale alla sua forza lavoro dichiarando il suo intento di
trasformare gli operai in «macchine incapaci di sbagliare». Chiara­
mente gli sport popolari e la dissolutezza ostacolavano il raggiungi­
mento di questo traguardo, e allora Wedgwood, come altri datori di
lavoro, condannò pubblicamente l'ubriachezza, la mancanza di pun­
tualità, l'irresponsabilità e la «preferenza per il tempo libero», non­
ché la supposta abitudine, da parte dei lavoratori, di spendere piut­
tosto che risparmiare, di sprecar tempo invece di lavorare. Nel corso
di tutto il diciannovesimo secolo l'opinione pubblica rispettabile de­
nunciò incessantemente l'abitudine a bere, la promiscuità e la ten­
denza allo sperpero tipiche della classe operaia; e molti ripetevano le
opinioni di Daniel Defoe, J ohn Wesley ed altri moralisti del passato,
sostenendo che la moralità e la disciplina delle masse potevano esse­
re garantite soltanto ammaestrando queste ultime all'industriosità e
costringendole a lunghe ore di lavoro costante e regolare, nonché pu­
nendo l'indolenza e l'accattonaggio.
Col tempo, però, si fece sentire anche un'opinione contraria. Na­
turalmente le classi operaie dovevano imparare la lezione della disci­
plina e della sobrietà; tuttavia, come notarono anche i commentatori
del diciannovesimo secolo, all'epoca gli operai lavoravano molte più
ore rispetto al passato, svolgendo occupazioni più faticose e abbru­
tenti. L'economia pre-industriale lasciava inevitabilmente uno spazio
considerevole all'ozio stagionale; il lavoro indipendente aveva per­
messo agli artigiani di festeggiare il loro «San Lunedì». La fabbrica
R. Porter Gli inglesi e il tempo libero 23

alimentata a vapore, invece, richiedeva per sei giorni a settimana e per


tutto l'anno la presenza dei suoi schiavi salariati (la domenica, natu­
ralmente, era intoccabile). La giornata lavorativa di dodici ore era co­
mune in fabbrica o giù in miniera; molti operai avevano addirittura
orari più lunghi. Nella fiorente economia industriale, in fase di co­
stante accelerazione, il lavoro si faceva più intenso, più frenetico, e le
tradizionali feste si riducevano. Alla metà del diciottesimo secolo, per
esempio, la Banca d'Inghilterra chiudeva ogni anno per 47 giorni di
festa, che nel 1808 si erano ridotti a 44, a 40 nel 1825 e a 18 nel 183 0;
nel 1834 ne erano rimasti appena quattro: Venerdì Santo, Natale, Pri­
mo Maggio e Ognissanti. Charles Dickens e Thomas Carlyle si fece­
ro portavoce dell'opinione pubblica deplorando un sistema basato
esclusivamente sul denaro che condannava non solo gli operai ma an­
che gli impiegati curvi sui calamai a sgobbare al servizio di Mammo­
na; intanto una nuova linea di pensiero utilitarista illuminato comin­
ciava a suggerire che l' occasionale liberazione dal lavoro opprimente
poteva effettivamente far aumentare il rendimento e la produttività
dei lavoratori, nonché intensificare, invece che diminuire, la produ­
zione. In ogni caso, col tempo il puritanesimo evangelico divenne me­
no severo. Nell'opera The Church and the Stage ( 1 886) , W.H. Hud­
son espresse l'opinione secondo cui «il concetto generale dell'essen­
ziale peccaminosità di tutti i piaceri è già stato abbandonato».
Di conseguenza vennero lanciate campagne per concedere mag­
gior tempo libero agli operai, sia adulti sia bambini: la mezza giorna­
ta di sabato, la regolamentazione degli orari in fabbrica, le feste rico­
nosciute a tutti e, a tempo debito, il diritto a un certo numero di gior­
ni di «vacanze estive» all'anno. Nel 1870 Sir John Lubbock riuscì a
far passare in Parlamento una legge che determinò l'istituzione della
«bank holiday», con cui si garantiva a tutta la nazione un giorno di
vacanza dal lavoro prescritto dalla legge, e precisamente un lunedì di
agosto; si trattava, in effetti, di una normalizzazione simbolica della
vecchia usanza del «San Lunedì». Imprenditori scaltri o filantropici
(quelli che costruivano villaggi modello e fornivano istruzione ai lo­
ro operai bambini) cominciarono a ridurre la settimana lavorativa
rispetto alle sessanta ore abituali. Alla fine della Prima guerra mon­
diale era assai diffusa la giornata lavorativa di nove ore, mentre quel­
la di otto ore si instaurò negli anni successivi alla Seconda guerra
mondiale.
I datori di lavoro più illuminati introdussero anche l'usanza di
concedere ai loro impiegati una vacanza annuale, generalmente di
una settimana. Nell'ultimo terzo del diciannovesimo secolo questa
24 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

«wakes week» divenne comune nei centri tessili del Nord dell'In­
ghilterra, in cui le grandi fabbriche chiudevano tutte contempora­
neamente, permettendo così a intere famiglie di fare vacanza insieme_
La regolare chiusura annuale dell'edificio in cui si trovava la fabbri­
ca aveva un senso, dal punto di vista economico, anche per i suoi pro­
prietari, poiché dava loro l'opportunità di eseguire gli indispensabili
lavori di manutenzione e di riparazione. Negli anni novanta del se­
colo scorso, grandi ditte come la Lever Bros. e la Royal Dockyards
avevano tutte riconosciuto il diritto a una settimana di lavoro retri­
buita. Nel 1 897 l'Amalgamated Society of Railway Servants riuscì ad
ottenere, dopo una serie di trattative, una settimana di ferie pagate
per gli impiegati in servizio da più di cinque anni. Ma la svolta giun­
se con il maggior potere contrattuale acquisito dalla forza lavoro du­
rante la Grande Guerra. I contratti stipulati all'inizio degli anni ven­
ti riguardavano, secondo le stime, un milione di lavoratori manuali.
Nel 1934 si valutò che circa la metà della forza lavoro prendeva re­
golarmente una settimana di ferie, un aumento sostanziale dai tempi
della Grande Guerra. Nell'aprile del 193 8 circa 3 milioni di lavora­
tori manuali avevano contratti che contemplavano dei giorni di ferie
pagate e, nel 1945 , non meno di 14 milioni di lavoratori, ovvero cir­
ca 1'80% della forza lavoro britannica, ebbero riconosciuto lo stesso
diritto. Nei prosperi anni cinquanta il diritto alle ferie si ampliò a due
settimane. Le ferie, comunque, non erano tra le rivendicazioni prin­
cipali avanzate dai sindacati: al primo posto c'erano la sicurezza del
lavoro e l'aumento dei salari. I leader sindacali temevano che le ferie
potessero rivelarsi una forma mascherata di interruzione del rappor­
to di lavoro, e insistevano nel sostenere che non erano auspicabili, a
meno che non venissero pagate come normali giorni lavorativi.
Nell'arco di tempo coperto da questo capitolo, un vecchio modo
di trascorrere il tempo libero lasciò il posto a uno nuovo. Sotto il
«vecchio ordine» i proprietari terrieri si erano ostentatamente dedi­
cati, sulle loro terre o nelle loro case di città, a uno stile di vita in cui
il tempo libero e il lavoro erano due facce della stessa medaglia so­
ciale; mentre, dal canto suo, la popolazione che lavorava duramente
aveva strappato un po' di tempo al lavoro ogni volta che se ne era pre­
sentata l'opportunità. In stridente contrasto con il precedente, stava
per emergere un «nuovo ordine» del tempo libero, a beneficio del nu­
mero sempre più vasto di rappresentanti della borghesia impiegatizia
e di operai riuniti in organizzazioni sindacali da cui era dominato. Si
trattava di quei ranghi della società industriale che risultavano abba­
stanza facoltosi da partecipare ad attività per il tempo libero ma che,
R. Porter Gli inglesi e il tempo libero 25

poiché vivevano di solito in città sovraffollate, non disponevano del­


le strutture, possedute invece dalla piccola nobiltà terriera, per go­
dersi il tempo libero nel loro ambiente, all'interno della loro pro­
prietà. Si dovevano inventare nuove macchine per il tempo libero e
per la ricreazione (di alcune di esse si parlerà nel presente saggio,
mentre di altre si tratterà altrove in questo stesso volume) per con­
sentire alla classe dei lavoratori stipendiati e al proletariato più bene­
stante di emulare, sia pure a debita distanza, i privilegi esercitati nel
tempo libero dai ricchi. I contemporanei notavano, spesso con un po'
di disgusto, che la borghesia stava entrando nella sfera del tempo li­
bero fino ad allora riservata alle classi superiori.
Vennero inventati il tempo libero all 'ingrosso e in particolare le va­
canze di massa, che trovarono posto nell'economia della società in­
dustriale. Ciò fu reso possibile dalle tecnologie caratteristiche del­
l'industrialismo, e soprattutto dall'avvento della ferrovia. Non meno
di quelle tessili, del ferro e dell'acciaio, anche l'industria del tempo
libero stava per generare i suoi capitani d'industria.

Dall'ozio antico alle ferie moderne: il ruolo della ferrovia

Nel diciannovesimo secolo, il più grande motore del cambiamen­


to sociale fu la ferrovia, e non può sussistere dubbio alcuno sul fatto
che il suo avvento abbia rivoluzionato i vari modi di impiegare il tem­
po libero. Insieme ad altre innovazioni verificatesi nell'ambito dei
trasporti, essa creò e confermò la teoria secondo cui le ferie erano
un'istituzione sociale che implicava uno spostamento: viaggiare di­
venne pertanto un elemento integrante della vacanza, forse persino la
sua essenza, sul piano sia concreto sia simbolico.
Naturalmente non esisteva nulla di inequivocabilmente nuovo
nell'associazione tra il tempo libero e il viaggiare. n pellegrinaggio co­
stituiva l'archetipo delle ferie, i medici avevano sempre consigliato di
fare un viaggio per riacquistare la salute, e il Grand Tour, il viaggio in
Europa fatto da ogni vero mi'lord anglais per completare la propria
istruzione, integrato dal culto del pittoresco, aveva coronato i piace­
ri del turismo. Nel secolo diciottesimo i viaggi su strada smisero di es­
sere pericolosi, noiosi e scomodi per il continuo sballottamento gra­
zie ai notevoli miglioramenti verificatisi nella struttura delle carroz­
ze, nella qualità delle locande e delle scuderie, nonché nell'organiz­
zazione dei cavalli di posta e, cosa non meno importante, nell'affida­
bilità del sistema stradale, con l'aumento delle strade a pedaggio e i
26 I.;invenzione del tempo libero. 1850-1960

progressi tecnologici compiuti da ingegneri civili quali }.L. McAdam


e Thomas Terford, il «Colosso delle strade». Non a caso le strade a
pedaggio che portavano dalla metropoli ai luoghi di villeggiatura co­
me Bath e Brigthon divennero ben presto tra le più belle del Paese,
essendo le più usate e quindi le più redditizie. Nel 1835 , immediata­
mente prima della rivoluzione provocata dalla ferrovia, circa 1 17 .000
persone percorsero la strada di Brighton verso la costa meridionale.
Tuttavia c'erano dei limiti a ciò che anche la diligenza e il sistema di
trasporto con carrozze più avanzati riuscivano a fare. Negli anni ven­
ti del secolo scorso, per percorrere le sessanta miglia che dividono
Londra da Brighton accorrevano ancora sei ore, e anche un misero
posto a sedere all'esterno della carrozza costava almeno dodici scel­
lini. La ferrovia cambiò tutta questa situazione, quasi da un giorno al­
l'altro. I treni arrivarono fino a Brighton nel 1 84 1 . Nel 1850 ben
73 .000 passeggeri in una sola settimana scesero alla stazione ferro­
viaria di Brighton; il Lunedì di Pasqua del 1862 si riversarono nella
città in un unico giorno 132.000 visitatori; la durata del viaggio si era
ridotta drasticamente a due sole ore, mentre il prezzo del biglietto era
sceso ad appena tre scellini.
Le ferrovie non furono inventate per risolvere la questione del
traffico durante le ferie, bensì soprattutto per il trasporto delle mer­
ci. Ma le compagnie ferroviarie, con notevole prontezza, e certo pri­
ma che le loro potenzialità di soddisfare le esigenze quotidiane dei
pendolari venissero comprese a pieno, avevano cominciato a offrire
tariffe speciali per le gite durante i periodi di vacanza. Dagli inizi del­
l' epoca vittoriana, un gran numero di circoli e di gruppi volontari
concepì la gita come un modo di offrire ai propri membri viaggi po­
co costosi en masse in occasione di eventi di qualsiasi tipo. Nell'ago­
sto del 1838, meno di dieci anni dopo l'inaugurazione della prima fer­
rovia in assoluto per il trasporto passeggeri da Manchester a Liver­
pool, la ferrovia Whitby-Pickering nello Yorkshire offriva sconti per
gite in occasione delle vendite di beneficenza ecclesiastiche. Lo stes­
so anno venne noleggiato un treno speciale da Wadebridge in Cor­
novaglia fino alla vicina Bodmin per consentire agli abitanti di assi­
stere a un'esecuzione capitale presso la Corte d'Assise di Bodmin: op­
portunamente il patibolo era stato eretto nel piazzale della stazione.
In questo modo i viaggi a prezzi d'occasione offrivano prospettive il­
limitate alla libera iniziativa.
Ulteriori possibilità di viaggi di gruppo a poco prezzo si aprirono
grazie ai circoli di operai, soprattutto nel Nord industriale dell'In­
ghilterra. Nel 1840 il Leeds Mechanics' lnstitute organizzò una gita
R. Porter Gli inglesi e il tempo libero 27

in treno fino a York, comprensiva di «high tea», l'abbondante tè del­


le cinque, a metà del biglietto normale. Nel settembre del 1842 , 2.364
tra alunni e insegnanti di una scuola domenicale di istruzione reli­
giosa lasciarono Preston per un viaggio fino a Fleetwood, sulla costa
del Lancashire, in un treno dalla lunghezza straordinaria di ventiset­
te carrozze: secondo un resoconto dell'epoca, «l'intera moltitudine
era impegnata a cantare inni». Un paio di anni dopo un treno di tren­
totto carrozze lasciò Preston con 1 .700 passeggeri «appartenenti so­
prattutto alla classe operaia», per fare una gita nello stesso luogo di
villeggiatura, il che indusse il «Preston Chronicle» a scrivere che «i
viaggi e le gite di piacere a basso costo sono ormai inarrestabili». Gra­
zie alla ferrovia fu possibile portare grandi quantità di persone a dei
convegni o al mare per una sola giornata, evitando in questo modo le
spese di alloggio. Dagli anni quaranta del secolo scorso i filantropi pa­
ternalistici, desiderosi di gratificare i loro lavoratori o i bambini po­
veri con un viaggio salutare lontano dal fumo e dai quartieri poveri
della città, disponevano ormai della tecnologia adatta allo scopo. Per­
ciò nel 1846, per festeggiare l'abrogazione delle Corn Laws, il pro­
prietario di una fabbrica, Richard Cobden, organizzò una gita per
1.000 suoi impiegati. Quell'anno la prima gita da Swinton alla sta­
zione ferroviaria da poco inaugurata di Blackpool costò uno scellino
per il viaggio, più un penny per la banda; i lavoratori furono sveglia­
ti per il viaggio da due soldati che percorsero la città alle tre della mat­
tina suonando il tamburo e il piffero.
Prima dell'awento della ferrovia i viaggi risultavano costosi, lenti,
dolorosi e persino pericolosi. Viaggiare in massa sulle strade era im­
possibile. Pertanto, gli svaghi che dipendevano dai viaggi su lunghe
distanze erano sempre stati, da tempo immemorabile, prerogativa de­
gli agiati. Un unico treno, al contrario, era in grado di portare migliaia
di persone; la ferrovia perciò offrì alle masse la possibilità di viaggia­
re. L'effetto di ciò sui luoghi di villeggiatura fu sbalorditivo. Riflet­
tendo sui recenti cambiamenti, i redattori del censimento nazionale
del 185 1 osservarono che «le stazioni balneari hanno fatto registrare
un'espansione molto più rapida rispetto a qualsiasi altro gruppo di
città». Brighton, con più di 65 .000 abitanti, era di gran lunga quella
che presentava la popolazione più vasta, ma altri centri (come Ha­
stings, Ramsgate e Margate nel Sud, Scarborough, Whitby, South­
port e Blackpool nel Nord) stavano tutti attraversando un periodo di
rapido sviluppo. File di abitazioni private, raggruppandosi intorno
alla stazione ferroviaria, si propagarono lungo la costa, alberghi e
pensioni private spuntarono nelle zone centrali, e il lungomare ven-
28 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

ne gradualmente ampliato da frangiflutti e da promenades che, a loro


volta, fecero spazio a strutture per trascorrere il tempo libero e pas­
seggiare. Per merito in gran parte della ferrovia le stazioni balneari
divennero dei modelli di città caratteristici e fiorenti.
I pessimisti profetizzarono che l'avvento della ferrovia avrebbe si­
gnificato la fine dei divertimenti e dei passatempi tradizionali, ma for­
se si può dire che fu vero il contrario. La ferrovia diede loro nuovo im­
pulso, rinforzando i modelli sociali dei ceti inglesi più elevati. Quan­
do una linea ferroviaria s'insinuava nella campagna, non soltanto sa­
livano i prezzi degli affitti, ma anche l'ospitalità nelle case di campa­
gna veniva rivitalizzata dai servizi ferroviari. Spesso i centri rurali ot­
tennero delle stazioni o almeno delle piccole fermate. Uomini e cavalli
potevano raggiungere battute di caccia e concorsi ippici lontani, e il
cacciatore londinese poteva, per esempio, viaggiare fino al Leicester­
shire con i suoi cavalli e poi tornare nella capitale in tempo per l'ora
di cena. Anthony Trollope prendeva regolarmente il treno da Londra
al semplice scopo di seguire le battute di caccia. In effetti le ferrovie
ampliarono la partecipazione alle cacce alla volpe, estendendo la ba­
se sociale di questo sport. Grazie soprattutto all'espandersi dell'inte­
resse per la caccia alla volpe tra l'élite cittadina, si verificò, in partico­
lare, un aumento degli «abbonamenti» rispetto ai biglietti acquistati
in blocco privatamente da un datore di lavoro aristocratico. Un ele­
mento caratteristico del materiale rotabile della ferrovia era la carroz­
za per il trasporto dei cavalli da corsa e degli staffieri; in seguito, sem­
pre nel secolo scorso, le ceste contenenti piccioni viaggiatori da com­
petizione, vera e propria «passione» del proletariato cittadino, si sa­
rebbero viste sempre più spesso.
I treni rappresentavano la forma più rivoluzionaria dei nuovi mez­
zi di trasporto, ma non furono gli unici ad offrire nuove opportunità
di svago. Ebbe un ruolo importante anche la nave a vapore, le cui ba­
si tecnologiche erano state poste già un'intera generazione prima del­
la ferrovia. Molto prima che luoghi di villeggiatura come Margate fos­
sero collegati a Londra dalla ferrovia, i viaggiatori metropolitani ci ar­
rivavano col battello a vapore. Quando, nel 1832, vennero redatti dei
progetti per realizzare una nuova stazione climatica (che avrebbe
avuto il significativo nome di New Brighton) dall'altra parte del fiu­
me rispetto al caotico porto di Liverpool, si ritenne essenziale «isti­
tuire un collegamento con il postale a vapore tra quel luogo e Liver­
pool». Analogamente, i piroscafi contribuirono all'espansione della
vicina Birkenhead, che secondo il «Liverpool Mercury» nel 1828,
«potrebbe divenire, in non molto tempo, una località di notevole im-
R. Porter Gli inglesi e il tempo libero 29

portanza, se non come stazione balneare, almeno come uno dei luo­
ghi di soggiorno preferiti dai mercanti di Liverpool».
A partire dagli anni trenta del secolo scorso fece notevole impres­
sione il fatto che a divenire uno dei principali luoghi di villeggiatura
fu l'isola di Man, che dipendeva enormemente dai regolari servizi di
battello a vapore da Liverpool. Nel giro di cinquant'anni essa giunse
a ricevere ben 250.000 visitatori l'anno, provenienti in massima par­
te dai porti del Lancashire; per usare le parole di Baedecker, si trat­
tava «in pratica di un grande luogo di villeggiatura per gli operai del
Lancashire e dello Yorkshire». Cose analoghe si potrebbero dire ri­
guardo all'isola di Wight, in cui sorsero fiorenti centri per le vacanze
estive come Ventnor, Ryde, Shanklin e Cowes. A metà del secolo il
battello a vapore o il piroscafo a ruota erano ormai onnipresenti; ogni
stazione balneare organizzava le proprie escursioni intorno alla baia.
Divennero popolari anche le gite da una parte all'altra del canale
della Manica. Negli anni sessanta del secolo scorso le compagnie fer­
roviarie reclamizzavano gite di un giorno agli scali francesi per 7 scel­
lini e 6 penny in seconda classe e per 10 scellini in prima. Si trattava
di tariffe troppo costose per molti, naturalmente, ma erano somme
che equivalevano a poco più della metà di quanto costava, una gene­
razione prima, un viaggio su una diligenza da Londra a Brighton.
L'avvento dei battelli a vapore, i miglioramenti verificatisi nelle strut­
ture portuali e la messa a punto di coincidenze di orari fra treni e na­
vi aprirono le porte del continente a orde di turisti inglesi.
I piroscafi cambiarono l'industria inglese del tempo libero in un
altro modo, ossia favorendo l'arrivo di visitatori dall'estero. Le nuo­
ve navi che trasportavano gli emigranti dall'Europa a una nuova vita
negli Stati Uniti riattraversavano poi l'Atlantico con a bordo i visita­
tori americani, alla ricerca di sfoghi per la loro ricchezza e allettati
dalla sempre maggiore rapidità delle traversate. Mentre nel 1820 sol­
tanto 1.926 americani visitarono la Gran Bretagna, nel 1838 ce ne fu­
rono 6.245 e, negli anni ottanta, ne giungevano oltre 50.000 ogni an­
no. Il commercio continuava a espandersi. Un secolo dopo i turisti
stranieri spendevano ogni anno circa due miliardi di sterline in Gran
Bretagna, e il Paese acquisì una popolarità paragonabile a quella di
Venezia.
La rivoluzione del tempo libero implicò numerosi elementi: non
soltanto nuove tecnologie nell'ambito dei trasporti, ma anche libera
iniziativa e capacità manageriali. Le audaci tecnologie dell'età indu­
striale (per la produzione del ferro, dell'acciaio, del carbone e dei ma­
teriali tessili) avevano tutte i loro imprenditori. Il Josiah Wedgwood
30 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

o il Matthew Boulton dell'industria turistica fu Thomas Cook ( 1 820-


1890) , un attivista di confessione battista nato nel Derbyshire; cosa
piuttosto sorprendente, la prima grande impresa di viaggi e vacanze
nacque grazie al fatto che un abitante delle Midlands orientali ab­
bracciò la causa della temperanza.
Cook fu uno dei primi entusiasti della ferrovia. Un giorno, men­
tre si trovava in viaggio sulla sua linea locale, gli balenò in mente un
pensiero: «Sarebbe meraviglioso se i nascenti poteri delle ferrovie e
della locomozione potessero servire a promuovere la temperanza ! ».
Questa esperienza trasformò la vita di Cook. Egli programmò il suo
primo viaggio organizzato con la cura che in seguito lo rese famoso.
Esso ebbe luogo nel luglio del 1 84 1 , quando 570 persone, che viag­
giavano in carrozze scoperte di terza classe, giunsero a Loughbo­
rough per un «Gran Galà della Temperanza» e per un tè con sand­
wich al prosciutto, pagando appena uno scellino per un biglietto di
andata e ritorno. Per molti anni alla base dell'impresa di viaggi di
Cook ci fu proprio la causa della temperanza.
Durante gli anni quaranta del secolo scorso Cook diffuse il turi­
smo ferroviario, ma la sua grande occasione giunse grazie alla Gran­
de Esposizione del 1 85 1 , che lo trasformò in una celebrità nazionale.
Dei sei milioni di persone che visitarono il Crystal Palace a Hyde
Park, Cook ne trasportò 165.000 in quella «galassia di splendore che
è esplosa sul mondo». Grazie soprattutto alla diffusione delle gite a
basso costo, la Grande Esposizione si rivelò un trionfo strepitoso, e
a sua volta diede grande e quanto mai tempestivo impulso all'idea di
gita. «Trent'anni fa», dichiarò il «Times», «neppure un contadino su
cento aveva mai visto la metropoli. Adesso probabilmente non ce n'è
uno tra cento che non vi abbia trascorso almeno una giornata». Le
percentuali riportate dal quotidiano non erano esatte, ma il concetto
espresso, in linea di massima, risultava veritiero. Cook avrebbe svol­
to un ruolo importantissimo nella trasformazione della gita da straor­
dinaria novità a elemento abituale della vita nell'epoca vittoriana.
Nacque la concorrenza. Henry Gaze realizzò dei viaggi organizzati in
Francia, con cui portava i suoi clienti sul battello a vapore lungo il Ta­
migi fino a Boulogne, per poi arrivare a Parigi in diligenza. Ben pre­
sto Gaze offrì anche gite a Bruxelles e sul campo della battaglia di
Waterloo, e in seguito dei viaggi fino ad Oberammergau, in Germa­
nia, per la sacra rappresentazione della Passione. Gaze fu il primo a
qualificarsi come «agente di turismo».
Tuttavia Cook rimase il principale artefice della commercializza­
zione dei viaggi all'estero della borghesia. Egli partì con l'idea di di-
R. Porter Gli inglesi e il tempo libero 31

ventare un organizzatore di viaggi in tutto il mondo, ed era perfetto


per questo lavoro, poiché univa la capacità di fare affari alla nobiltà
dei suoi princìpi e ideali morali, nonché all'impegno profuso per il
miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Agli occhi
di Cook il turismo offriva una possibilità di sviluppo personale, e l'o­
peratore turistico si considerava alla stregua di precettore dei suoi
viaggiatori. In un'epoca di libertà e di democrazia Cook era convin­
to che il libero spostamento di popolazioni nazionali avrebbe favori­
to la pace e la comprensione a livello internazionale.
Sembrò appropriato che, come il suo primo importante successo
in patria, il primo viaggio continentale di Cook risultasse collegato a
una delle grandi esposizioni caratteristiche dell'epoca. Egli organizzò
una gita da Leicester fino all'Esposizione di Parigi del 1855, con una
tariffa di andata e ritorno per Calais di soli 3 1 scellini. L'impresa di
Cook consistette nel rendere abituali i viaggi all'estero a livello com­
merciale, cosa che egli fece con grande successo, grazie alla sua infi­
nita capacità di impegnarsi con la stessa facilità con cui prendeva il
treno, nonché alla sua acuta sensibilità nei confronti delle esigenze
dei suoi clienti; tale sensibilità risultò palese, per esempio, nella scel­
ta di pubblicare delle guide di supporto ai suoi viaggi. Cook com­
prese la mentalità diJohn Bull, ossia l'inglese medio, all'estero, e sep­
pe dargli ciò che voleva. Si piccava di scegliere «sistemazioni di pri­
ma classe» nei luoghi turistici del continente, convincendo con de­
terminazione gli alberghi ad adeguare la loro cucina ai gusti di «un
perfetto inglese abituato a mangiare roast-beef e pudding».
I viaggi in Francia costituirono la base dei trionfi di Cook all'este­
ro, anche se poi le visite in Italia, che cominciarono ad aver luogo nel
1863 , li fecero scendere a un rispettabile secondo posto. I suoi affari
in Francia furono incrementati dalla seconda Esposizione parigina
del 1867 . Quell'anno passarono attraverso la sua organizzazione più
di 20.000 visitatori diretti a Parigi, circa la metà dei quali venne ospi­
tata in alberghi provvisori da lui stesso edificati nella capitale france­
se per i gitanti troppo poveri per permettersi di soggiornare nei nor­
mali alberghi. Quattro giorni a Parigi, tutto compreso, inclusi la si­
stemazione in albergo e il biglietto andata e ritorno da Londra, si po­
tevano ottenere da Cook per soli 36 scellini, ossia meno di quanto, in
proporzione, potrebbe costare un viaggio analogo ai giorni nostri.
Facendo tesoro delle esperienze compiute nel 1 867, Cook superò
se stesso quando riuscì a portare ben 75 .000 visitatori all'Esposizio­
ne di Parigi del 1878. Fece partire 324 treni speciali da tutte le parti
del Regno Unito, nonché un servizio diretto di navi a poco prezzo via
32 L:invenzione del tempo libero. 1850-1960

Dover e Calais; la tariffa Newhaven-Dieppe era di una ghinea per un


biglietto di andata e ritorno da Londra a Parigi. Circa 20.000 perso­
ne presero parte ai viaggi che Cook organizzò a Parigi e dintorni, ed
egli, da maggio ad ottobre, predispose la sistemazione in albergo di
circa 450 persone a notte.
Altri ampliarono ciò che Cook aveva cominciato. Verso la metà del
secolo la mania per i treni s'impossessò dell'Europa. All 'inizio si de­
siderava poter trasportare rapidamente una gran massa di persone,
poi alla velocità si aggiunse il lusso. In questo senso il precursore fu
Pullman in America, emulato in Europa dalla società Wagon-Lits,
fondata negli anni settanta del secolo scorso da George Nagel­
mackers, figlio del banchiere di re Leopoldo del Belgio, il quale in­
trodusse la prima carrozza letto e il primo vagone ristorante, un'in­
novazione, quest'ultima, che fu particolarmente ben accolta, perché
i luoghi di ristoro presso le stazioni lasciavano molto a desiderare. La
Wagon-Lits Company era molto orgogliosa dei suoi arredi opulenti,
visto che Nagelmackers forniva praticamente dei palazzi su ruote, più
lussuosi di qualsiasi cosa Pullman avesse mai costruito. Con il patro­
cinio della famiglia reale egli diffuse le sue carrozze, nonché i suoi va­
goni letto e ristorante, in tutta Europa. Negli anni venti di questo se­
colo la Wagon-Lits Company trasportava più di due milioni di pas­
seggeri l'anno, ospitandone alcuni nei suoi splendidi hotel.
Come per l'industrializzazione in generale, attività turistiche ana­
loghe a quella di Cook assunsero dimensioni mondiali. L'impresa più
spettacolare di quest'ultimo fu una crociera intorno al mondo, per la
quale vennero utilizzate navi come la Franconia, un'imbarcazione di
tipo Cunard di 20.000 tonnellate, costruita per essere «la più magni­
fica e lussuosa di tutte le navi da crociera». Quest'imbarcazione di li­
nea trasportava quasi 400 passeggeri, per la maggior parte americani,
anziani e ricchi; tutti viaggiavano in prima classe e indossavano abiti
da sera per la cena; a bordo venivano offerti divertimenti di lusso.
Anche questa si rivelò una scelta giusta dal punto di vista com­
merciale perché, come Wedgwood, Cook era dotato di una straordi­
naria capacità di comprendere la psicologia del consumatore. Dal mo­
mento che si rivolgeva soprattutto alla borghesia che faceva le ferie
con un budget limitato, Cook ne sfruttava la propensione allo snobi­
smo rendendo pubblici i nomi dei suoi ricchi e famosi mecenati. Tra
i suoi clienti Cook vantava «undicimila nomi di prestigio», molti dei
quali erano esposti nel suo ufficio in una «Lista di personalità reali e
di personaggi illustri che hanno viaggiato con l'organizzazione di
Thomas Cook & Figlio», in testa alla quale figuravano l'imperatore
R. Porter Gli inglesi e il tempo libero 33

del Brasile e il nipote della regina Vittoria, il principe Heinrich, e che


comprendeva anche lo scià di Persia, la regina di Danimarca, l'impe­
ratrice Eugénie di Francia, l'arcivescovo di Canterbury e il viceré del­
l'India, il generale Gordon, Mr. Gladstone e Lord Randolph Chur­
chill. li prestigio dei grandi servì a catturare una clientela molto vasta.

Dalla stazione termale alla località balneare

Originariamente, i giorni di festa (holiday) erano sacri (holy) e, sin


dai tempi del medioevo, i viaggi, quando non avevano carattere com­
merciale, venivano intrapresi in gran parte per motivi religiosi. Col
tempo la fede cedette il posto alla salute come motivo socialmente ac­
cettato per fare un viaggio, e le principali località di villeggiatura del­
l'Europa agli inizi dell'era moderna dovevano la loro fama ad acque
che si riteneva avessero particolari proprietà terapeutiche, in virtù del
loro contenuto di sostanze minerali o del loro calore naturale. L' abi­
tudine degli antichi romani di fare cure di acque termali per la salu­
te e per il piacere perdurò ininterrottamente, in alcuni luoghi, per tut­
to il medioevo, e le origini di molte località termali, soprattutto in Ita­
lia, risalivano all'antichità. Nel sedicesimo secolo la reputazione di
questi centri termali cominciò a guastarsi, poiché venivano associati
alla dissolutezza in campo sessuale ed ai crescenti timori di contrar­
re la sifilide.
Ciononostante, per tutto il diciassettesimo e il diciottesimo seco­
lo, bastò un collegamento con un luogo sacro o con la famiglia reale
a garantire il perdurare delle fortune di stazioni climatiche rispetta­
bili come Bourbon e Vichy. Ma il culmine del successo della stazione
termale come centro per trascorrere il tempo libero e per spendere il
denaro in eccesso si raggiunse in Inghilterra. Le terme più importan­
ti erano quelle di Bath, ma anche Tunbridge Wells, Scarborough,
Buxton, Cheltenham e decine di stazioni climatiche meno importan­
ti ebbero il loro momento di gloria e la loro clientela abituale.
Pur essendosi sviluppata a partire dall'epoca Tudor, la stazione
termale inglese conobbe il suo periodo di maggior fioritura nel di­
ciottesimo secolo. Rese celebri dapprima dalla famiglia reale e poi
dalla professione medica, le stazioni termali offrivano agli aristocra­
tici e alla piccola nobiltà tutte le raffinatezze degli svaghi caratteristi­
ci delle classi elevate: concerti, balli, soirées, giochi d'azzardo, spetta­
coli e convegni. La loro fama si diffuse e la loro popolarità raggiunse
anche i gradini inferiori della scala sociale. Verso la metà del diciot-
34 I.:invenzione del tempo libero. 1850-1960

tesimo secolo, per il bon ton divenne sconveniente il fatto che i nou­
veaux riches affollassero Bath o Scarborough in cerca di piacere e di
svago. «Ogni villano rifatto, imbrigliato nei segni esteriori della mo­
da, si presenta a Bath», brontolava Squire Bramble, un personaggio
del romanzo di Tobias Smollett intitolato Humphry Clinker:

Impiegati e commissionari provenienti dalle Indie Orientali, carichi del


bottino ricavato dal saccheggio delle province; coloni, vetturini negri e ven­
ditori ambulanti giunti dalle piantagioni americane, arricchiti che neanche
loro sanno come; rappresentanti, delegati ed imprenditori, che si sono in­
grassati, grazie a due guerre consecutive, col sangue della nazione; usurai,
prestatori su pegno e speculatori d'ogni sorta, individui di umili natali e pri­
vi di qualsiasi istruzione, si sono ritrovati in uno stato di prosperità scono­
sciuto alle epoche precedenti E tutti corrono a Bath, perché qui, senza ul­
. . .

teriori requisiti, possono mescolarsi ai prìncipi e ai nobili del paese.

Questo resoconto delle spiacevoli conseguenze del mercantilismo


era destinato a ripetersi in ogni città termale o in ogni località di vil­
leggiatura, man mano che la vita esclusiva e alla moda dei nobili ve­
niva inesorabilmente svilita dall'afflusso di visitatori appartenenti a
ceti inferiori. Le località di villeggiatura avevano difficoltà a far fron­
te al successo. Ciononostante, per quanto commercializzata, la sta­
zione termale nell'entroterra rimaneva sempre appannaggio dei ric­
chi, poiché non cercava mai né si conquistava una clientela compo­
sta dal proletariato cittadino; e la sua atmosfera sociale, quale si può
ricavare dai romanzi di J ane Austen, rimase sempre di prim'ordine.
Il fenomenale successo delle località termali inglesi è facilmente
spiegabile. Di proprietà non della Corona ma di privati o di corpora­
zioni, le stazioni e le sorgenti termali inglesi erano pronte per essere
intensamente sfruttate dal punto di vista commerciale da imprendi­
tori locali, mentre l'impazienza, da parte della borghesia inglese, di
tuffarsi nel consumismo forniva una clientela già disponibile per sag­
giare la varietà di piaceri che il denaro era in grado di procurare. L'ab­
bondanza di visitatori spinse gli imprenditori locali a creare struttu­
re balneari, alberghi, camere in affitto, ristoranti, negozi, reti di co­
municazione, nonché un'atmosfera allegra sorretta da una brillante
pubblicità. Verso la fine del diciottesimo secolo Bath, una città la cui
ragion d'essere consisteva nel ristabilire la buona salute ma la cui rea­
le funzione era quella di fornire svaghi commercializzati sempre di­
sponibili in quantità illimitata, aveva raggiunto un risultato sbalordi­
tivo: era diventata la settima città di tutto il Regno Unito.
R. Porter Gli inglesi e il tempo libero 35

Bath continuò a prosperare, ma alla morte di Giorgio III aveva or­


mai superato il suo momento di massimo splendore, trasformandosi
gradualmente nel primo grande ritiro per persone ricche, una sorta
di prototipo nel diciannovesimo secolo di Phoenix, in Arizona. Ven­
nero alla ribalta nuove città termali, soprattutto Cheltenham, proget­
tata secondo un maestoso stile reggenza e caratterizzata dall'intento
di coltivare un tono assai élitario, per acuire il contrasto con lo svi­
lente imborghesimento che si stava impossessando di Bath. Per gli
ammalati gravi sorgevano e poi declinavano altri centri, come Mal­
vern nel Worcestershire, che vantavano acque termali superiori o re­
gimi più scientifici per guarire. Nei primi decenni dell'epoca vitto­
riana, all'ombra delle bellissime Malvern Hills, il celebrato dottor
Gully, il più rigido ma sincero tra tutti gli idropati, curò una serie di
pazienti di notevole importanza (tra cui Charles Darwin, perenne­
mente afflitto da dispepsia, emicrania e vomito) prima che lo scan­
dalo creato da un omicidio e da un adulterio gli rovinassero la car­
riera. Per gli abitanti del Nord dell'Inghilterra la stazione termale di
Matlock, nel Derbyshire, assunse la duplice funzione di centro di bel­
lezza e stazione climatica.
Lo scopo principale delle stazioni climatiche situate nell' entroter­
ra era terapeutico. Quindi non può sorprendere il fatto che, quando
cominciarono a sfidarne la popolarità, anche altri centri dovettero
vantare virtù terapeutiche. E soprattutto, grazie al vertiginoso au­
mento della sua popolarità negli ultimi trent'anni del diciottesimo se­
colo, la stazione balneare divenne il grande luogo di ritrovo dell' epo­
ca vittoriana. Si trattò di una trasformazione molto importante, dal
momento che, fino ad allora, la spiaggia e il mare non avevano mai
esercitato alcuna attrattiva sul viaggiatore o sul villeggiante tradizio­
nali.
I luoghi di villeggiatura sulla costa vantavano una grande salu­
brità. Alcuni di coloro che all'epoca li propagandavano, come il dot­
tor Richard Russell, avevano raccomandato addirittura di bere l' ac­
qua di mare; tutti esortavano a fare il bagno nell'oceano, e i medici,
preoccupati per l'epidemia di tubercolosi, sostenevano che l'aria e
l'atmosfera delle località di villeggiatura sulla costa riconosciute fos­
sero corroboranti, soprattutto quelle dei luoghi che si trovavano pro­
prio di fronte all'oceano, magari vicino a scogliere a picco. «L'aria di
mare», affermava solennemente un'autorità medica nel 1 860, «pos­
siede in abbondanza quelle proprietà che tendono a stimolare la cir­
colazione sanguigna e a rendere sano il sangue e, attraverso di esso
[ . . ] , l'intero sistema corporeo». Punti di vista di questo tipo erano al-
.
36 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

lora profondamente consolidati. Uno dei romanzi lasciati incompiu­


ti da Jane Austen, Sanditon, era incentrato sul tentativo di promuo­
vere un'immaginaria località di villeggiatura sulla costa meridionale
dell'Inghilterra per le sue presunte qualità terapeutiche. Il protago­
nista del romanzo, il signor Parker, proprietario di vari negozi e pen­
sioni a Sanditon, viene fatto oggetto di satira per la sua continua esal­
tazione delle virtù terapeutiche del mare. Egli ritiene certo

che nessuno potrebbe stare dawero bene, che nessuno (per quanto mante­
nuto al momento in una parvenza di salute con l'ausilio fortuito dell'eserci­
zio fisico e del buon wnore) potrebbe effettivamente trovarsi in uno stato
di buona salute sicuro e permanente senza trascorrere ogni anno almeno sei
settimane in riva al mare. L'aria di mare e il bagno in mare, messi assieme,
erano quasi infallibili, essendo l'una o l'altro un rimedio per ogni disturbo
dello stomaco, dei polmoni o del sangue; erano contro gli spasmi, contro i
disturbi polmonari, contro le infezioni, contro la bile e contro i reumatismi.
Nessuno poteva prendere un'infreddatura al mare, nessuno mancava di ap­
petito al mare, nessuno era di cattivo umore, nessuno mancava di forza. L'a­
ria e l'acqua di mare guarivano, lenivano, rilassavano, fortificavano e corro­
boravano, apparentemente proprio come ognuno desiderava, una volta l'u­
na e una volta l'altra cosa. Se la brezza di mare falliva, allora il bagno in ma­
re rappresentava il correttivo sicuro; e quando il bagno in mare non si con­
faceva, la brezza di mare, da sola, era stata evidentemente designata dalla
natura come cura.

Senza dubbio i problemi di salute svolsero un ruolo importante


nel periodo in cui presero piede le località di mare. Effettivamente è
degno di nota il fatto che la cittadina di Scarborough, nello York­
shire, doveva la sua popolarità iniziale alle sue acque minerali, ma di­
venne ancor più famosa nel diciannovesimo secolo per le sue sco­
gliere, per i suoi frangenti e per la sua spiaggia (risale del resto al di­
ciannovesimo secolo, come ha osservato Alain Corbin, l'invenzione
della spiaggia attrezzata) . Oltre alla salubrità, anche la presenza dei
reali contribuì a promuovere alcune località di villeggiatura sul mare.
Giorgio III frequentava Weymouth e Lyme Regis nel Dorset (mentre
le località di villeggiatura nel Devon si sarebbero sviluppate per lo più
in seguito) e suo figlio, principe reggente, diffuse la conoscenza di
Brighton, in parte grazie allo stravagante Pavillion edificatovi per sua
volontà in stile indiano. Ma anche la vicinanza a Londra era di fon­
damentale importanza. Inizialmente le località di villeggiatura più
frequentate erano i villaggi nell'Essex, nel Kent e nel Sussex, come
Rye e Broadstairs, facilmente raggiungibili dalla capitale.
R. Porter Gli inglesi e il tempo libero 37

Pur avendo cominciato in piccolo, le città di mare si svilupparono


fino a diventare vere e proprie rivali delle stazioni termali, imitando,
negli svaghi che offrivano, nei loro edifici e nelle loro pratiche quoti­
diane, le caratteristiche più attraenti delle stazioni termali dell'entro­
terra. Con la protezione del principe reggente, Brighton eclissò Bath
come centro di vacanze estive alla moda. Ma se la località balneare
preferita dalla reggenza aveva un'aria piuttosto vistosa e patrizia, es­
sendo un po' risqué, i treni, come già accennato, cambiarono rapida­
mente questa situazione: aiutate in questo senso dalle ferrovie, le lo­
calità di villeggiatura in riva al mare si svilupparono, a partire dagli
anni quaranta del secolo scorso, fino a diventare importanti centri
dell'industria delle vacanze, in grado di soddisfare le esigenze dei la­
voratori provenienti dalle città industriali.
Le località di villeggiatura speravano di attrarre una clientela bor­
ghese, che prendesse in affitto delle camere o soggiornasse in alber­
go, gente rispettabile con un sacco di soldi. Ma con l'avvento delle
ferrovie non fu più possibile tenere lontani i visitatori appartenenti a
classi inferiori. In effetti in molte località di villeggiatura era sempre
stato presente un elemento proletario, anche se soltanto per gite di
una sola giornata. Già nel 1813 ci si accorse che Blackpool, all 'epoca
un piccolo villaggio, risultava il posto preferito dai lavoratori più po­
veri, che vi si riversavano dalle città industriali del Lancashire:

folle di poveri provenienti dalle città industriali, che hanno un'elevata opi­
nione dell'efficacia dei bagni di mare, poiché sostengono che, nei mesi di
agosto e settembre, il mare contiene una medicina dalle proprietà presso­
ché universali, in grado di combinare tutte le virtù di tutti i medicinali che
si trovano nelle farmacie e, naturalmente, di curare qualsiasi varietà di ma­
lattie.

Le ferrovie trasformarono questo rivelo di gente comune in una


vera e propria inondazione e, poiché gli affari sono affari, le località
di villeggiatura dovettero afferrare al volo l'occasione. Quindi, per
trarre profitto dal turismo su catena di montaggio, le località di vil­
leggiatura in riva al mare svilupparono nuove tecnologie di tipo ur­
bano adatte all'epoca industriale. Per esempio, le località in rapido
sviluppo, collegate alle maggiori città da linee ferroviarie, furono pre­
sto dotate di moli, grandiosi monumenti all 'età del ferro vittoriana
che servivano allo scopo eminentemente pratico di consentire ai
grandi battelli a vapore di fare scalo presso località che non dispone­
vano di un porto. li primo molo di questo tipo fu, nel 1 823 , il Chain
38 I.:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

Pier di Brighton che, poco dopo la sua apertura, riceveva già postali
a vapore. Essendo priva di un porto, anche Southend, con la sua lun­
ga e piatta distesa di sabbia e fango nei periodi di bassa marea, com­
prese le virtù economiche di un molo. TI suo esempio si diffuse: tra il
1875 ed il 1 9 1 0 vennero costruiti altri 33 nuovi moli, ma fecero la lo­
ro apparizione anche cabine, indovini, luoghi di ristoro e teatri,
creando vere e proprie terre del piacere che si affacciavano pittore­
scamente sul mare.
Ben presto i moli si affermarono come grandi attrazioni a sé stan­
ti, ed alla metà del secolo scorso non c'era località turistica degna di
tal nome che potesse permettersi di non averne uno. Per quanto fos­
sero molto costosi (il North Pier di Blackpool costò 1 3 .500 sterline
nel 1 863 ; quello di Southend, la bellezza di 42 .000 sterline) il loro ri­
chiamo, dal punto di vista commerciale, era tale che le società o le
aziende municipali non avevano grosse difficoltà a raccogliere il ca­
pitale necessario. In effetti i moli si dimostrarono investimenti reddi­
tizi dalla popolarità durevole, soprattutto presso i bambini, per i qua­
li le località di villeggiatura scoprirono di dover prendere provvedi­
menti particolari. Nel periodo di massima affluenza il West Pier di
Brighton attirava 10.000 persone al giorno.
Oltre ai moli fiorirono altri tipi di intrattenimento. In località tu­
ristiche di �lto livello come Bexhill, Eastbourne e Bournemouth ven­
nero creati ristoranti all'aperto, viali per il passeggio e negozi; nei luo­
ghi di villeggiatura per la classe operaia ci si concentrò, invece, sulle
gallerie dei divertimenti e sulle possibilità commerciali offerte dalla
spiaggia ste � sa (vendita di dolciumi e di gelati, affitto di sedie a sdraio,
passeggiate/a dorso d'asino) . Presso le località turistiche più grandi,
otto volanti, trenini in miniatura, fiere, piste di pattinaggio e altre in­
novazioni si \aggiunsero ai soliti svaghi per bambini come la passeg­
giata a dorso d'asino. Nel 1 876 la cittadina di Rhyl nel Galles setten­
trionale, formatasi interamente grazie all'avvento della ferrovia e di­
pendente dallìaffluenza degli operai delle fabbriche del Lancashire,
aprì i suoi Winter Gardens (Giardini d'Inverno) , che comprendeva­
no un teatro, uno zoo, una fossa degli orsi, un laghetto popolato di
foche e una pista di pattinaggio. Nel 1 902 arrivò il Queen's Palace,
con la sua sala da ballo in grado di contenere ben duemila coppie,
nonché un'imitazione sotterranea di Venezia con tanto di gondole,
oltre ai tradizionali parchi divertimenti.
Ma fu Blackpool a divenire sinonimo di divertimento balneare.
Oltre ai Winter Gardens, costruiti nel 1 878, e l'onnipresente Alham­
bra, nel 1 894 venne aperta la famosa Torre di Blackpool, poco dopo
R. Porter Gli inglesi e il tempo libero 39

la Torre Eiffel. La torre fu presto seguita da una «ruota gigante». Ver­


so la fine dell'epoca vittoriana la gente amava i divertimenti di tipo
meccanico, meraviglie rese possibili dai progressi compiuti nei cam­
pi ingegneristico e tecnologico: le montagne russe furono portate dal­
le industrie americane per il tempo libero, che avevano grande suc­
cesso, e nelle principali località di villeggiatura arrivarono anche i lu­
na-park mossi da macchine e motori, o le giostre con illuminazione
elettrica. Blackpool e Southend richiamavano visitatori anche duran­
te l'autunno con le loro celebri luminarie, qualcosa di simile alle qua­
li si poteva ammirare soltanto nel West End londinese.
Con i suoi colori accesi, la sua musica, il suo chiasso e la sua at­
mosfera festosa, nonché il suo impegno per garantire il divertimento
ai bambini e a tutta la famiglia, la tipica località turistica balneare rap­
presentava uno dei pochi posti dell'Inghilterra vittoriana in cui una
persona potesse lasciarsi andare e liberarsi dalla cupa sobrietà richie­
sta dal posto di lavoro o dal quartiere di residenza. La distanza fisica
ed emozionale stimolava un'atmosfera carnevalesca, paragonabile a
quella dell'odierna Las Vegas.
La vistosità di Brighton nel periodo della reggenza si trasformò
nello sfrenato cattivo gusto della Blackpool vittoriana, con i suoi pier­
rot, i suoi spettacoli di burattini e i suoi cantanti truccati da negri sul
molo. L'unicità del richiamo esercitato da Blackpool sui visitatori ap­
partenenti alla classe operaia era determinata dalla sua bonaria sem­
plicità, nonché dall'assenza di «modi affettati» e di limitazioni al di­
vertimento del pubblico. Cosa non meno importante, Blackpool di­
sponeva di un gran numero di pub. Poteva soddisfare facilmente le
esigenze della sua clientela proletaria perché, a differenza di East­
bourne o Bexhill per esempio, non c'era nessun proprietario terriero
locale a imporre restrizioni allo sviluppo commerciale.
Ciononostante, i limiti della licenza carnevalesca rimasero ogget­
to di discordia. Sembra che le prime località di villeggiatura sul ma­
re, pur facendo uso di cabine balneari su ruote, permettessero alla
gente di fare il bagno nuda in luoghi isolati. n concetto di decenza
avrebbe ristretto i suoi confini durante l'epoca vittoriana. Gradual­
mente si cominciò a consentire a uomini e donne di fare il bagno a
mare insieme e, nel 1 90 l , Bexhill fu tra le prime; ma all'epoca i co­
stumi da bagno erano diventati de rigueur per entrambi i sessi, e quel­
li femminili continuavano ad essere ideati in base ai condizionamen­
ti del pudore. In alcune fotografie scattate sulla spiaggia, i bagnanti
dell'epoca vittoriana appaiono completamente vestiti, col loro abito
della domenica, senza fare alcuna concessione all'ambiente e certo
40 I:invenzione del tempo libero. 1850-1960

senza esporre il proprio corpo al sole. I bagni di sole hanno rappre­


sentato un'innovazione del ventesimo secolo.
La località turistica balneare fu una straordinaria invenzione vit­
toriana che non cambiò praticamente mai la sua formula né perse il
suo fascino fino alla seconda metà del ventesimo secolo: costituiva un
nuovo esperimento urbano. Sfruttando il fascino profondamente ra­
dicato esercitato sugli inglesi dal mare e dalle barche, coltivando
un'atmosfera piuttosto esotica e fornendo strutture economiche ed
efficienti per il divertimento di massa, località balneari come Brigh­
ton, Blackpool e Southend trasformarono le vacanze di massa in
realtà.
Nel frattempo le stazioni termali dell'entroterra non subirono un
declino totale. C'era una piccola minoranza di villeggianti, per lo più
anziani e quasi sempre danarosi, per i quali la vita tranquilla e i di­
vertimenti pacati, con o senza cure termali, conservavano il loro fa­
scino. La maggior parte delle stazioni termali aveva una collocazione
assai congeniale e presentava il vantaggio di consentire l'alloggio in
hotel e pensioni davvero eccellenti, nonché di pregiarsi di riferimen­
ti storici e culturali. Si continuavano ad investire capitali nello svi­
luppo di queste stazioni termali: a Tunbridge Wells venne costruita
nel 1877 una sala per la cura delle acque, mentre, negli anni ottanta
del secolo scorso, la Bath Corporation spese più di 25 .000 sterline per
opere di miglioria, al fine di ribadire l'opinione secondo cui la città
possedeva il miglior stabilimento idro-terapeutico del mondo. Nel
187 1 ad Harrogate, per 3 0.000 sterline, l'azienda municipale costruì
i Victoria Baths, cui si aggiunsero nel 1897 i Royal Baths, dotati di un
Giardino d'Inverno oltre che di moderne attrezzature mediche; nel
1 903 la stessa azienda municipale investì quasi 70.000 sterline in un
kursaal. A Bath, mentre diminuiva il totale dei residenti, i villeggian­
ti ammontavano a più di 45.000 nel 1873 -74, a 67 .500 nel 1 882-83 e
a 104.000 nel 1 889-90. Nel 1900, pur avendo una popolazione di re­
sidenti non superiore alle 10.000 unità, Buxton triplicava le proprie
dimensioni durante i periodi di alta stagione.

Viaggiare per la salute

Dunque la località turistica balneare s'ispirò al modello di centro


sanitario caratteristico delle stazioni termali dell'entroterra e lo seco­
larizzò, trasformandolo in un luogo essenzialmente edonistico. Ma
se, nell'epoca vittoriana, il mare forniva uno sbocco per il diverti-
R. Porter Gli inglesi e il tempo libero 41

mento soprattutto dei bambini, per molti la vacanza doveva essere


considerata e giustificata come un'opportunità di recuperare la salu­
te fisica e di ritemprare l'animo. Gli inglesi dell'epoca vittoriana te­
nevano molto all'utilità del tempo libero, ossia prediligevano un mo­
do razionale di trascorrerlo, ripromettendosi di fare qualcosa di buo­
no. Poiché i piaceri effimeri, il semplice godimento del sole, del ma­
re o del paesaggio, generavano dei sospetti nella suscettibilità vitto­
riana, veniva di gran lunga preferito un modo più impegnativo di
combinare salute e vacanze, per così dire, portando il piacere ad as­
somigliare al duro lavoro e facendogli assumere un carattere serio.
Gli inglesi, inoltre, erano stati profondamente rosi dal tarlo del ro­
manticismo. La montagna acquistò un fascino straordinario, poiché
sembrava più vicina al cielo. Persino la collinosa Bath impallidiva di
fronte alle altissime vette del Galles e della Scozia, e una generazione
ispirata da Wordsworth e da altri poeti romantici si accalcò nelle par­
ti più selvagge e più desolate delle Isole Britanniche. Ma persino il
Lake District e i picchi gallesi e scozzesi non erano nulla in confron­
to alla grandezza del continente, con le sue Alpi e gli Appennini. Per
la classe borghese del diciannovesimo secolo, il fascino dell'Europa
venne intensificato dagli strani e raccapriccianti eventi rappresentati
dalla rivoluzione francese e dalle guerre napoleoniche, con i conse­
guenti blocchi navali e altri sfaceli.
Per quasi un'intera generazione tali fatti resero la maggior parte
dell'Europa territorio proibito per i visitatori inglesi. Quando, nel
1802, venne firmata la pace di Amiens, la diga si ruppe e una folla
straordinaria di visitatori inglesi attraversò il canale della Manica. Di
lì a poco la guerra ricominciò, ma allora la Francia si era già profon­
damente impressa nell'immaginario collettivo come un posto ecci­
tante da visitare, poiché le sue attrattive erano state intensificate, du­
rante la guerra, dal culto napoleonico e dai legami creatisi tra il po­
polo inglese e gli emigrés francesi.
Dopo il 1815 il numero sempre crescente di visitatori diretti ver­
so l'Europa continentale non era più composto soprattutto di aristo­
cratici. Grazie all'awento delle ferrovie, John Bull, l'inglese medio,
prese posto accanto ai mi'lord anglais. La trasformazione si può con­
statare nelle cifre: rispetto ai forse centomila passeggeri che attraver­
sarono il canale della Manica in entrambe le direzioni verso la fine de­
gli anni trenta del secolo scorso, nel 1882 se ne registrarono più di
cinquecentomila; ed alla fine del secolo il totale superò di molto il mi­
lione. Ma era in corso anche un cambiamento di tono. Se gli aristo­
cratici georgiani si erano recati in viaggio nel continente soprattutto
42 I.:invenzione del tempo libero. 1850-1960

per saggiare i piaceri della carne, i vittoriani cercavano in Europa dei


luoghi dove le vacanze potessero esser combinate con la ricerca del­
l'istruzione, del miglioramento di sé, della salute e della forma, dal
punto di vista sia fisico sia spirituale. Infiammati dal romanticismo,
gli inglesi realizzavano la vacanza dei loro sogni in Svizzera, una na­
zione che, in ogni caso, come aveva sottolineato Gibbon scegliendo
di stabilirsi a Losanna, aveva il vantaggio morale e politico di una lun­
ga tradizione di libertà «inglese» e che sembrava, contrariamente a
gran parte dell'Europa continentale, straordinariamente pulita. L'im­
portanza sempre maggiore acquisita dalle località turistiche svizzere
è in gran parte conseguenza dell'epoca della ferrovia; ma contarono
anche dei fattori culturali e ideologici. Uno di essi era l'ardente pas­
sione per le montagne, che si è dimostrata forse l'eredità più durevo­
le lasciata dal movimento romantico; l'altro era rappresentato, inve­
ce, dal godimento dell'attività fisica fine a se stessa, che aveva molto
a che fare con la fedeltà alla Chiesa evangelica, con la cristianità più
sanguigna e con quella ricerca della forma fisica che, sulla scia di
Darwin, divenne quasi un'ossessione.
La passione per le montagne assunse una qualità morale, mistica,
letteraria e persino religiosa. «li Monte Bianco e lo Jungfrau», riflet­
teva Leslie Stephen, fervente ammiratore delle Alpi, «sono diventati
di moda, insieme alla rinnovata ammirazione per Shakespeare, per
l'architettura gotica e per la corrente romantica nell'arte e nella let­
teratura, nonché insieme a tutto l'attuale spirito rivoluzionario, che
non siamo ancora in una posizione tale da poter giudicare». Ma l'am­
mirazione per le Alpi si sviluppò molto tempo prima del desiderio di
scalarle. Nella prima metà del diciannovesimo secolo le principali lo­
calità turistiche svizzere erano città e laghi, e oggetto principale di ve­
nerazione estetica erano le valli e i pendii montuosi più bassi. I turi­
sti (nel 1 840 a Chamonix c'erano circa tremila visitatori, per lo più in­
glesi) venivano ad ammirare i picchi da lontano. Scalarli allora era
considerata una cosa eccentrica; secondo la Murray's Guide del 1 85 1 ,
molti di coloro che si erano arrampicati sul Monte Bianco non erano
sani di mente.
Le cose cambiarono nel 1 857 con la formazione dell'Alpine Club,
che inaugurò l'epoca d'oro dell'alpinismo: i ventotto membri fonda­
tori erano diventati cinquecento nel 1890, nel 1 862 ne fu istituito l'e­
quivalente austriaco, e l'anno seguente venne fondato anche il Club
Alpino Svizzero. Quindi, nel luglio del 1 865, ci furono la conquista
del Cervino da parte di una squadra di sette uomini guidata da
Edward Whymper, nonché l'incidente in cui, durante la discesa,
R. Porter Gli inglesi e il tempo libero 43

quattro scalatori persero la vita. La tragedia e le conseguenti recrimi­


nazioni si ripercossero in tutta Europa e resero famoso l'alpinismo.
Per gli agnostici vittoriani come Leslie Stephen, l'alpinismo fungeva
da surrogato della religione, mentre gli scienziati come Edward Por­
bes e John Tyndall consideravano questa disciplina un serio sforzo
scientifico.
Le camminate e le scalate soddisfacevano il fervore vittoriano per
lo strenuo esercizio fisico, per la forma fisica e per la necessità di met­
tere alla prova il proprio valore morale. Ma le Alpi svizzere offrivano
anche la prospettiva di benefici più diretti e tangibili dal punto di vi­
sta della salute.
Medici alla moda pubblicizzarono la Svizzera sulla base della pro­
messa di una «cura dell'aria di montagna», a cui poi subentrò la vera
e propria vacanza invernale. Verso la metà del diciannovesimo seco­
lo i medici cominciarono a raccomandare l'aria di montagna ai mala­
ti di tubercolosi, un suggerimento che, come la scoperta del potere
curativo dei bagni di mare, risultò assai promettente, e alla fine fece
sì che la stagione di vacanze in Svizzera durasse tutto l'anno. Uno dei
pionieri della «cura delle altitudini elevate» fu il dottor George Bod­
dington, un medico del Warwickshire, che nel 1 840 pubblicò un sag­
gio sui benefici dell'aria secca e gelida, abbinata all'esercizio fisico;
ma il movimento in questione era guidato da un medico tedesco, il
dottor Brehmer. La prima stazione invernale per la cura dell'aria di
montagna a beneficio dei malati di tubercolosi venne aperta da que­
sti nella Alta Slesia, ma la «cura Gorbersdorf» fu diffusa da medici
inglesi, i primi a pubblicizzare la Svizzera come centro per i malati di
tubercolosi. A partire dagli anni sessanta del secolo scorso, un nu­
mero sempre maggiore di tisici e di malati provenienti dall'Inghilter­
ra cominciò a recarsi, durante l'inverno, nei villaggi svizzeri di mon­
tagna. Il corso assunto dagli eventi nella generazione successiva ha
qualcosa di familiare: la trasformazione di un regime terapeutico, at­
traverso la commercializzazione e lo sport, in un'attività economica
basata sul piacere.
I primi visitatori invernali furono pazienti che venivano per recu­
perare la salute. Presto li seguirono altri visitatori che non avevano al­
cun bisogno della cura dell'aria di montagna, ma erano attratti dalla
bellezza delle montagne d'inverno, dalle qualità corroboranti del cli­
ma, dal fascino della vita sociale e dai piaceri degli sport invernali.
Nel 1 869 a Davos, la più popolare stazione climatica invernale, c'e­
rano stati soltanto una settantina di visitatori, e una decina d'anni do­
po questa cittadina poteva essere ancora descritta come «una primi-
44 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

tiva stazione climatica, frequentata quasi esclusivamente da svizzeri».


Leslie Stephen scrisse di valli appartate situate a poche ore di distan­
za da uno dei percorsi più frequentati d'Europa, in cui i contadini
svizzeri rifiutavano denaro in cambio della loro ospitalità ! Le cose
cambiarono: nel 1 890, ogni anno circa 1 .700 persone visitavano Da­
vos; anche Wiesen, Arosa e Andermatt divennero località turistiche
invernali, e St. Moritz cominciò ad essere frequentata non solo d'e­
state ma anche d'inverno. Negli anni ottanta del secolo scorso, spar­
se per le Alpi c'erano varie colonie invernali di infermi, in cui risul­
tava considerevole la rappresentanza inglese. Nel 1882 John Ad­
dington Symonds avvertì che su Davos incombeva la nemesi che sem­
pre si accompagna alla prosperità improvvisa, e che probabilmente la
rovina di questa stazione climatica sarebbe stata altrettanto rapida
quanto la sua ascesa. Symonds sosteneva che sulla valle aleggiava una
nuvola di fumo, che gli faceva pensare al «fiato di molte centinaia di
malati di tubercolosi raccolti in quartieri vicini». Egli rivelava che lo
spurgo era ignobile: l'albergo più grande frequentato dagli inglesi
aveva un pozzo nero proprio sotto le finestre, e un altro frequentato
da tedeschi era contaminato dalla febbre. C'erano troppi raduni so­
ciali, spettacoli teatrali, balli, concerti e bazaar, che costringevano i
turisti ad accalcarsi in stanze surriscaldate. Come spesso accade nel­
la storia delle vacanze, una località turistica era stata «rovinata» dal­
l'arrivo di altre persone.
Non tutti i visitatori erano così ostili. Nel 1880 lo scrittore scoz­
zese Robert Louis Stevenson si fece convincere a trascorrere l'inver­
no a Davos, dove gli venne prescritta una dieta a base di latte, carne
rossa, vino della regione e tre ore di lavoto al giorno. Il tipico «sana­
torio» alpino, secondo Stevenson, era un ibrido anglo-tedesco. I te­
deschi portavano la musica e le orchestre, i britannici il biliardo e il
whist. Gli alberghi avevano stufe per i tedeschi e caminetti per gli in­
glesi. Divenne popolare il pattinaggio all'aperto, per quanto fosse
«strano, e forse pericoloso, per i malati pattinare sotto un sole co­
cente e tornare sudati all'albergo, attraverso lunghi tratti di forte lu­
ce e passaggi di gelida ombra». C'era anche la possibilità di andare in
toboga, «una delle più esilaranti follie del mondo».
Così la Svizzera divenne un grande centro turistico. Negli ultimi
decenni del diciannovesimo secolo 3 0.000 viaggiatori di tutte le na­
zionalità transitavano ogni anno per Ginevra. A Interlaken due terzi
dei visitatori estivi provenivano dall'Inghilterra, ed erano abbastanza
da consentire il mantenimento di un sacerdote inglese ivi residente.
Secondo la Murray's Guide nessun paese europeo era meglio attrez-
R. Porter Gli inglesi e il tempo libero 45

zato della Svizzera per soddisfare le esigenze dei turisti inglesi, dato
che risultava facilmente accessibile per via ferroviaria. A questi van­
taggi materiali si aggiungevano le qualità terapeutiche del clima e l'e­
saltazione spirituale procurata dalla sublimità dello scenario natura­
le: cosa poteva desiderare di più un viaggiatore?
Insieme agli infermi e ai turisti arrivarono anche gli sportivi acca­
niti, soprattutto quelli associati all'Alpine Club. Negli anni ottanta
del secolo scorso, St. Moritz era in grado di soddisfare le esigenze di
chi desiderava pattinare, andare in toboga, giocare a hockey su ghiac­
cio o a curling. C'era una pista di bob ed erano già in funzione le pi­
ste di Cresta e di Lake. D pattinaggio e il curling erano antichi; come
sport, il toboga risaliva agli anni settanta del secolo scorso, quando
veniva praticato a Davos, mentre il toboga su piste artificiali si svi­
luppò nel decennio successivo a St. Moritz. Ma il futuro degli sport
invernali era rappresentato dallo sci, importato dalla Norvegia. Gli
appassionati inglesi degli sport praticabili sulle montagne svizzere
(come Arnold Lunn, che non a caso era il figlio del precursore degli
agenti turistici) svolsero un ruolo notevole nella diffusione dello sci,
poiché lo consideravano non soltanto uno sport, ma anche un eserci­
zio spirituale che produceva un'incredibile esaltazione mentale e fisi­
ca. La formazione, nel 1 903 , del Davos English Ski Club e dello Ski
Club of Great Britain rappresentò un punto cruciale nella storia del­
le località turistiche svizzere, paragonabile per importanza alla for­
mazione dell'Alpine Club di quasi cinquant'anni prima.

Luoghi di villeggiatura per i ricchi

Abbiamo finora esaminato vari aspetti della commercializzazione


delle vacanze e dello sviluppo dell'industria turistica nel diciannove­
simo secolo, ognuno dei quali è stato alimentato dalle capacità tec­
nologiche e organizzative tipiche della rivoluzione industriale: la na­
scita delle vacanze al mare, prima per la borghesia e poi per le mas­
se, e, parallelamente, la moda un po' più romantica di viaggiare all'e­
stero, per motivi di salute o per ampliare la mente. Entrambi questi
aspetti ebbero origine e dipesero dalle precedenti tradizioni aristo­
cratiche relative al modo di trascorrere il tempo libero, e in partico­
lare dalla certezza che l' otium fosse, in fondo, più desiderabile del ne­
gotium. Eppure entrambi questi sviluppi minacciarono anche il mo­
do aristocratico di passare il tempo libero, poiché costituivano un pe­
ricolo per la sua esclusività; infatti nelle stazioni termali e, in seguito,
46 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

in quelle balneari, l'ostentato godimento di piaceri caratteristico dei


nobili risultò attenuato dall'avvento delle grandi masse. Fu una cosa
quanto mai fastidiosa perché negli ultimi trent'anni del diciannovesi­
mo secolo la grande aristocrazia inglese si sentì minacciata su tutti i
fronti; l'ondata democratica ne stava sfidando l'autorità politica. La
crisi dell'agricoltura e i cambiamenti verificatisi nel sistema fiscale e
nelle leggi relative alla successione ne stavano minando la posizione
economica e la base di potere legata alle proprietà terriere. L' aristo­
crazia inglese, sentendo minacciate le proprie disponibilità e la pro­
pria supremazia, reagì abbandonandosi a una nuova, frenetica ricer­
ca di modi appariscenti di trascorrere il tempo libero, appositamen­
te ideati per fare scalpore, per riaffermare la diversità, per proclama­
re una sdegnosa indifferenza alla cattiva sorte e, forse, per lanciare un
gesto di sfida. Mentre la sua autorità e le sue funzioni pratiche e po­
litiche cominciavano a sgretolarsi, la nobiltà reagì pavoneggiandosi di
fronte al mondo come classe dedita completamente ai piaceri.
Il modo di impiegare il tempo libero caratteristico dei nobili as­
sunse nuove forme. A partire dagli ultimi decenni del diciannovesi­
mo secolo, si formò una nuova alleanza dei /ruges consumere nati di
tutte le nazioni, un'aristocrazia internazionale, cosmopolita delle
classi dedite ai piaceri, che trovava diletto in una filosofia libertina, in
uno stravagante edonismo. I simboli principali della nuova decaden­
za all'insegna dei piaceri erano lo yacht o la nave, le isole artificiali
sull'oceano, tutti lussi tanto vistosi quanto inaccessibili alle masse.
Una nuova tecnologia navale era giunta al culmine. La prima traver­
sata del Canale della Manica da parte di un battello a vapore avven­
ne nel 1816; il primo servizio regolare di battelli ebbe inizio nel 1820.
Negli anni trenta alcuni intraprendenti proprietari di navi pubbliciz­
zavano viaggi in Grecia, a San Pietroburgo, in Egitto e in Terra San­
ta. Nel 1835 fu reclamizzato un viaggio a Costantinopoli, che offriva,
tra l'altro, assistenza medica e musicisti a bordo. A tutto questo
avrebbero fatto seguito le navi di linea di lusso. Ma il nuovo piacere,
più fastoso di tutti, consisteva nel possedere uno yacht da crociera. I
nobili che risiedevano regolarmente nel Mediterraneo, come Lord
Rosebery e Lord Carnarvon, passavano molto tempo a navigare tra le
isole dell'Egeo; alcuni eminenti personaggi addirittura gareggiavano
con i loro yacht, come Lord Dunraven, che vinse tre Queen's Cup a
Cowes e che, per ben due volte, concorse alla America's Cup, il più
prestigioso di tutti i trofei sportivi.
In patria Bath e Brighton vennero disertate dai personaggi di spic­
co; in questo senso è significativo che la famiglia reale abbia abban-
R. Porter Gli inglesi e il tempo libero 47

donato Brighton (per tradizione la «regina delle città di mare») quan­


do, nel 184 1 , vi giunsero i treni. E fecero appena in tempo. Il primo
treno speciale per gitanti giunse a Brighton da Londra nella Pasqua
del 1 844; negli anni sessanta del secolo scorso ne arrivavano 30.000
il lunedì di Pentecoste e, nel primo decennio del novecento, Brigh­
ton attirava trecentomila turisti l'anno. Questi luoghi erano divenuti
intollerabilmente plebei. Pertanto l'alta società fu costretta a fuggire
verso le località di villeggiatura europee concepite per soddisfare le
esigenze dei ricchi appartenenti al jet-set internazionale, che offriva­
no bel mondo, moda, prestigio e gioco d'azzardo. A partire dalla
metà del secolo fiorirono le stazioni termali come Baden- Baden e si
stabilirono luoghi di villeggiatura ancor più a sud: in Occidente, Biar­
ritz, il Lido di Venezia (l'ambigua ambientazione di Morte a Venezia
di Thomas Mann), e le stazioni climatiche della riviera francese e ita­
liana. Località più lontane, come le Azzorre, le Canarie, Casablanca,
Tangeri, Algeri e l'Egitto, erano le preferite dai nobili come residen­
ze invernali e come luoghi di scalo durante le crociere di piacere. La
trasformazione delle coste da Genova alla Spagna in un grande luo­
go di villeggiatura per gli inglesi all'estero si verificò in concomitan­
za con l'epoca della ferrovia. Fu allora che gli aristocratici e i pluto­
crati inglesi si affollarono nei centri del Mediterraneo: erano luoghi
insoliti, esotici, dal clima temperato, in grado di soddisfare il nuovo
spirito di evasione. Giocare d'azzardo a Nizza appagava la nuova in­
dole temeraria.
L'ascesa di Nizza fu spettacolare. Questa città si era già affermata
nel 1800 come residenza invernale per i malati, gli anziani e gli agia­
ti, eppure negli anni cinquanta del secolo scorso era ancora un luogo
semi-rurale. Grazie all'arrivo della ferrovia negli anni ottanta era di­
venuta una grande città di 80.000 abitanti; e contemporaneamente
erano cresciute sia Cannes, il fior fiore dei luoghi di villeggiatura sul­
la costa francese, sia Mentone. Sul versante italiano prosperarono
Alassio, Genova, Portofino, Bordighera e Sanremo, tutte con i loro
affezionati turisti inglesi.
Tali centri di divertimento soddisfacevano le nuove esigenze psi­
cologiche delle classi agiate. Il loro antico, sicuro predominio si sta­
va sgretolando. A Londra e nelle contee inglesi la vita sociale diven­
ne più frenetica. In un'atmosfera nomade, le solide, stabili tradizioni
dei piaceri domestici non risultavano più soddisfacenti. I passatempi
rispettabili vennero sostituiti da svaghi indulgenti, la vecchia manie­
ra di trascorrere il tempo libero stava cedendo il posto alla confusa
ricerca del piacere. Come ha dimostrato David Cannadine, questo
48 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

passaggio dal senso di responsabilità all 'indulgenza si può cogliere


negli stili di vita opposti del primo e del secondo duca di Westmin­
ster. Il primo duca, nominato da Gladstone nel 1 874, rappresentava
il beau ideal del gentiluomo vittoriano. Devoto e morigerato, crede­
va nella sacralità della vita domestica ed era un proprietario terriero
coscienzioso, rinomato per il suo senso di carità. Deputato della re­
gione di Chester dal 1846, era luogotenente del Cheshire e anche di
Londra e sobborghi, mentre i suoi cavalli vinsero il derby ben cinque
volte. Quando morì, nel 1899, venne pianto come un uomo che «po­
teva passare dalle corse dei cavalli all'incontro missionario senza in­
correre nella censura dei più rigorosi».
Suo nipote Bend Or, il secondo duca, fu un uomo completamen­
te diverso. Indifferente alla filantropia, era anche una nullità sul pia­
no politico e, nel 1 920, fu costretto a rinunciare alla luogotenenza del
Cheshire perché sia lui sia la sua seconda moglie erano divorziati (si
sposò quattro volte) . Essendo una sorta di playboy patrizio, amava le
corse di motoscafi, l'automobilismo e l'aviazione, e visitò spesso Afri­
ca e America. Affittava ville a Montecarlo e Cannes, pur mantenen­
do una casa vicino a Biarritz per la caccia al cinghiale e un'altra in
Normandia, vicino ai casinò di Le Touquet e di Deauville. Uno dei
suoi yacht, il Flying Cloud, era arredato nello stile di una casa di cam­
pagna inglese; l'altro, il Cutty Sark, era un cacciatorpediniere con­
vertito in yacht che richiedeva un equipaggio di ben 43 persone. Era
un'anima inquieta, alla continua ricerca di distrazioni e del modo di
dilapidare.
C'era un abisso sempre più grande tra la ricerca dei frivoli svaghi
aristocratici all'estero e le realtà concrete in patria. La nobiltà, per­
dendo le sue funzioni peculiari, si ridusse a giocare, a buttar via il
tempo a Parigi o a Roma, a Nizza o a Cannes, o a bordo di yacht sul
Mediterraneo, rivelando un passaggio dalla stabilità all'irrequietezza,
dalla funzione pubblica al divertimento. Il periodo di maggior fulgo­
re dell'impero britannico offrì ulteriori possibilità di evasione; in un
momento in cui tutto, in patria, si stava sgretolando, ciò consentì ai
nobili di viaggiare e di esplorare, di cacciare e di sparare, in ambien­
ti sempre più esotici, specialmente in India.
L'India offriva magnifici panorami, sia naturali sia costruiti dal­
l'uomo; dalla caccia al cinghiale a quella della tigre, i divertimenti era­
no variati ed abbondanti. Quando, intorno al 1900, il Raj raggiunse
l'apice della sua magnificenza, la caccia ritualizzata divenne parte in­
tegrante dell'itinerario patrizio. Nel dicembre del 1882 , accompa­
gnato da 72 elefanti, il duca di Portland partì con i suoi amici Lord
R. Porter Gli inglesi e il tempo libero 49

de Grey, figlio del viceré, Lord Ripon, Lord Charles Beresford e Lord
Wenlock per una caccia grossa in Nepal. Tre anni dopo, Lord Ran­
dolph Churchill seguì le loro orme, gustandosi la sua prima uccisio­
ne di una tigre: «questo è certo il punto culminante dello sport», si
vantava. Il vecchio Grand Tour era rimasto confinato all'Europa.
Adesso gli aristocratici sentivano di dover girare il mondo, come fe­
cero letteralmente Lord Porchester, Lord Randolph Churchill, l'o­
norevole Edward Stanley e Lord Spencer. Nel 1904 l'onorevole
Edward Wood decise di prepararsi alla vita pubblica compiendo un
vero e proprio giro del mondo. Cominciò visitando il Sudafrica, pro­
seguì fino in India e intraprese «il solito giro turistico di Delhi, Agra,
Benares, Kanpur, Rawalpindi, Peshawar, il passo Kotal-Khaibar»; da
lì, procedette, passando per Ceylon, alla volta dell'Australia e della
Nuova Zelanda, per tornare infine in patria, dopo aver compiuto una
seconda visita in Sudafrica. Egli spiegò che era importante, per un
aspirante politico, che «le visite alle [. . ] colonie» prendessero il po­
.

sto delle «visite ai paesi europei più importanti dal punto di vista po­
litico ed artistico».
Occasionalmente i piaceri esotici potevano assumere almeno una
parvenza di scopo. Alcuni patrizi rimasero tanto affascinati da quel
che videro dell'antica civiltà dell'Egitto da trasformarsi in archeologi
dilettanti. Il più importante tra questi fu il quinto Lord Carnarvon, il
quale, nel 1906, diede inizio agli scavi di Tebe che, proseguendo poi
fino alla Valle dei Re, condussero nel 1 922 alla sensazionale scoperta
della tomba del faraone Tutankhamon.

La democratizzazione del ventesimo secolo

Secondo un'eloquente statistica, nel 1923 arrivò in Italia col treno


più di mezzo milione di turisti, il 28 per cento dei quali viaggiava in
prima classe. Sei anni dopo, il totale dei passeggeri ferroviari era au­
mentato nettamente fino a raggiungere la cifra di 976.800, mentre la
percentuale delle prenotazioni in prima classe era scesa al 15 per cen­
to. In tutte le attività legate al tempo libero l'epoca dell'élite stava ce­
dendo il passo a quella delle masse, i luoghi di villeggiatura un tem­
po esclusivi si andavano riempiendo di gente comune, e i leader del­
l'industria turistica si stavano rendendo conto che era più vantaggio­
so lavorare per molti che per pochi. Nel ventesimo secolo si è assisti­
to ad un relativo declino dell'importanza di un'élite agiata e a un no­
tevole aumento dell'importanza di masse abbienti, anche se le stelle
50 I:invenzione del tempo libero. 1850-1960

del cinema e della musica pop, ovvero gli pseudoaristocratici del ven­
tesimo secolo, continuano a brillare.
La democratizzazione del piacere non ha rappresentato nulla di
nuovo. È cominciata, come abbiamo visto, con le ferrovie. Già nella
settimana di Pentecoste del 1850, più di 200.000 persone lasciarono
Manchester in treno. «A meno che non si prendano provvedimenti
immediati», avvertiva il «Preston Pilot» nel 185 1 , «Blackpool come
località per turisti rispettabili andrà in rovina [ . ] . A meno che non
..

vengano sospesi i viaggi in treno economici o che non vengano con­


cepite norme efficaci per gestire le migliaia di persone che visitano il
posto, le proprietà di Blackpool verranno deprezzate al di là di qual­
siasi possibilità di recupero». I viaggi di massa provocarono un ab­
bassamento di tono: pare che Ramsgate attirasse visitatori che «sem­
bravano non avere maggior senso della decenza di molti abitanti del­
le isole dei mari del Sud». E invece, come abbiamo visto, gli uomini
d'affari di Blackpool erano contenti di guadagnare di più grazie al­
l' afflusso di turisti in massa.
Grazie anche al Bank Holiday Act del 1870, la vacanza cominciò
a essere considerata un diritto fondamentale. Il generale William
Booth, fondatore dell'Esercito di Salvezza, approvava. «Nonostante
i prezzi più bassi e le frequenti escursioni, ci sono moltitudini di po­
veri che, anno dopo anno, non riescono mai ad allontanarsi dal­
l'affollata città», spiegava il generale, suggerendo l'istituzione di un
«Whitechapel sul mare» per i poveri della città. A York, verso il 1900,
Seebohm Rowntree aveva scoperto che un viaggio verso la costa era
comune persino tra i meno abbienti: «Durante la settimana di Bank
Holiday, nel mese di agosto, i lavoratori di York si riversano in mas­
sa a Scarborough, e molti di coloro che non possono prendersi una
vacanza così lunga approfittano delle economiche escursioni di un
giorno o di un giorno e mezzo organizzate dalla North East Com­
pany». A Londra qualcuno disse al sociologo Charles Booth che «si
parla delle vacanze come 'uno dei cambiamenti d'abitudine più
straordinari degli ultimi dieci anni', e questa affermazione vale per
tutte le classi sociali».
Le Bank Holidays si rivelarono immensamente popolari. Il quoti­
diano «The Times» riferiva che

ciclisti di entrambi i sessi affollavano le strade. I piroscafi fluviali e le im­


barcazioni da diporto portavano migliaia di persone a Kew e nei tratti navi­
gabili più settentrionali del Tamigi. I parchi di Londra erano affollati. I giar­
dini botanici e quelli zoologici costituivano delle grandi attrazioni, ed i fio-
R. Porter Gli inglesi e il tempo Libero 51

ri di Battersea Park attiravano grandi folle per tutto il giorno. La mostra sul­
l'India e su Ceylon è stata visitata da una folla enorme.

Le Bank Holidays prepararono il terreno all'ampliamento in sen­


so democratico delle vacanze estive verificatosi all'inizio del ventesi­
mo secolo, nello stesso periodo in cui si assistette all'emergere di at­
tività di svago autenticamente populiste, in molti casi organizzate dal
basso, ossia dalle classi operaie per le classi operaie. Il Cyclists' Tou­
ring Club organizzò il suo primo giro continentale nel 1879, e nel
1887 pubblicò un Continental Road Book (Guida stradale d'Europa) .
Negli anni novanta del secolo scorso i giri ciclistici erano molto po­
polari e, nel 1899, si tenne a Londra il primo incontro di un Interna­
tiana! Touring Congress. n ciclismo era un'attività di svago econo­
mica e indipendente: aprì la strada al campeggio, alle passeggiate, al­
le escursioni e agli ostelli per i giovani, attività incoraggiate da movi­
menti come i Boy Scouts e altre organizzazioni giovanili. n Camping
Club britannico venne fondato nel 1 901; la Youth Hostels Associa­
tion aprì il suo primo ostello permanente a Winchester (un posto let­
to costava uno scellino a notte) , e nel 1 93 9 contava duecentonovan­
tasette ostelli, con ben 83 .4 18 iscritti, quando vennero prenotate più
di mezzo milione di «notti». La Ramblers' Association rispondeva al
nuovo entusiasmo per le escursioni e le passeggiate.
Blackpool raggiunse il suo apogeo alla fine degli anni trenta, quan­
do superò il totale di sette milioni di pernottamenti all'anno. In oc­
casione del Bank Holyday Monday dell'agosto del 193 7 arrivarono
più di mezzo milione di visitatori su 700 treni e 50.000 motoveicoli.
Ma località turistiche del genere raggiunsero un punto di saturazio­
ne; i piaceri che offrivano assunsero un'aria datata e fuori moda, e al­
cuni finirono per annoiarsi delle camere ammobiliate che fornivano
solo un letto e la prima colazione, e della tradizionale padrona di ca­
sa. Un'altra sfida si levò negli anni trenta, con l'invenzione di una
nuova forma democratica di trascorrere il tempo libero: il villaggio
turistico, che forniva vacanze «tutto compreso», con chalet e struttu­
re moderne per la ristorazione e il tempo libero. Nel 1 937 Billy But­
lin, sudafricano di nascita ma canadese di formazione, istituì il primo
villaggio turistico commerciale a Skegness. Il successo immediato
dell'iniziativa condusse all'istituzione di nuovi villaggi a Clacton-on­
Sea, a Filey, vicino a Scarborough, e a Pwllheli, nel Galles settentrio­
nale, al servizio degli abitanti di Liverpool. Quello di Butlin divenne
presto un nome famoso, e anche prima della guerra i villaggi turisti­
ci potevano ospitare più di mezzo milione di persone. Essendo poco
52 I.:invenzione del tempo libero. 1850-1960

costoso eppure in grado di fornire divertimenti e strutture per i ba­


gnanti, il villaggio turistico si dimostrò la principale forma di vacan­
ze di massa nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale.
Anche gli anni del dopoguerra determinarono molti sviluppi il cui
pieno significato si sarebbe avvertito soltanto in un periodo successi­
vo a quello prefissoci. In patria, il motore a combustione interna si
diffuse sempre di più. Torpedoni e pullman sfidarono le ferrovie, e le
automobili private permisero prima ai villeggianti borghesi e, dopo
la guerra, a quelli appartenenti alla classe operaia, di allontanarsi dal­
le località turistiche di massa e di esplorare la campagna e le regioni
più pittoresche e fuori mano. Tutto ciò condusse ancora una volta al­
la paura che le vacanze di massa risultassero nefaste dal punto di vi­
sta sociale e ambientale e stravolgessero le economie locali.
Anche le vacanze all'estero divennero più popolari, ma non arri­
varono a essere una moda di massa prima del sopraggiungere della
prosperità degli anni sessanta e della diffusione dei voli charter e dei
viaggi organizzati in particolari località turistiche della Spagna, delle
Baleari, poi di altre parti del Mediterraneo. Nel 1930 più di un mi­
lione di cittadini britannici, per lo più provenienti dai settori più ric­
chi della società, andarono in vacanza nell'Europa continentale. Ra­
pidi treni espressi ed efficienti servizi di piroscafi offrivano l'oppor­
tunità di una rapida «fuga» nel continente, e sorsero numerose nuo­
ve compagnie di viaggi in grado di offrire giri turistici in pullman. La
Francia costituiva ancora la destinazione più popolare, e la sua parte
meridionale attraeva soprattutto i benestanti.
Grazie al commercio di massa, l'industria delle vacanze e, più in
generale, il turismo assunsero un ruolo davvero significativo in cam­
po economico. Nel 193 1 , tra le 105 città inglesi la cui popolazione su­
perava i 50.000 abitanti, figuravano otto località che erano soprattut­
to di vacanza: Brighton (147.000 abitanti) era in testa, anche senza
considerare la vicina Hove (54.000) , seguita da Southend (120.000) ,
Bournemouth (1 16.000), Blackpool (101 .000), Southport (78.000) ,
Hastings (65 .000) ed Eastbourne (57.000) . Dai tempi della guerra
l'industria del turismo ha cercato di soddisfare sempre di più i turisti
provenienti dall'estero; di conseguenza, queste località di villeggiatu­
ra tradizionali hanno fatto registrare un declino (nessuno straniero è
mai venuto in vacanza presso una località costiera inglese) , rimpiaz­
zate da centri «tradizionali» come Londra, Stratford, York ed Edim­
burgo, famosi per le loro connotazioni storiche e culturali.
R. Porter Gli inglesi e il tempo libero 53

Conclusione

Questo capitolo ha messo in luce lo svolgimento di due processi


fondamentali per comprendere l'evoluzione non solo del tempo li­
bero, ma anche della più generale brama economica di commercia­
lizzazione e di consumismo. Da una parte, l'industrializzazione e la
burocratizzazione della società di massa nell'era industriale, nonché
la conseguente invenzione di modi di intendere il tempo libero im­
prontati alla catena di montaggio e quindi tendenti inevitabilmente
all'uniformità; dall'altra, il principio della differenziazione che, come
ha sottolineato Bourdieu, rappresenta il modo, o l'apparenza, attra­
verso cui viene mantenuta la distinzione élitaria. Così come si è evo­
luto in Inghilterra, l'ideale della vacanza, o più in generale del modo
di trascorrere il tempo libero, comprendeva il desiderio di combina­
re elementi di entrambe le cose. Nella società industriale i consuma­
tori potevano essere condizionati a volere, e a godersi, vacanze basa­
te sui «viaggi organizzati», che (come nel caso di grandi scuole, di so­
cietà, di ospedali e di altre istituzioni) costituiscono l'unico modo di
garantire servizi a tutti. In una società in cui il lavoro è spesso alie­
nante e le singole abitazioni risultano separate, il carattere sociale, o
addirittura di uniformità, della vacanza è bene accetto. Tuttavia le va­
canze vengono considerate anche un modo per fuggire, per ritrovare
se stessi, per fare qualcosa di diverso, per essere qualcosa di diverso,
anche soltanto per un giorno o per un paio di settimane. Pertanto la
storia dell'uso che è stato fatto del tempo libero da una parte riflette
le linee principali dello sviluppo della società industriale e dall'altra
ne evidenzia, come in uno specchio, alcuni dei paradossi.

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54 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

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Capitolo secondo*

Nella Francia del diciannovesimo secolo il modello dell'ozio col­


tivato si perpetua e addirittura si diffonde, spesso in forma parziale o
attenuata. Al vertice di una società, frettolosamente definita borghe­
se, essere padroni del proprio tempo rappresenta un'esigenza fonda­
mentale, che gli storici hanno tardato a sottolineare. Più precisamen­
te, una relativa indipendenza nei confronti del lavoro imposto, o me­
glio l'assenza di una pressione temporale diversa da quella che deri­
va dalla posizione o da attività liberamente scelte, costituisce un ele­
mento determinante della condizione sociale.
Ma, nel corso della seconda metà del secolo, questo tipo di ozio,
ereditato dall'antico otium eum dignitate, che associa disponibilità e
attività consentita, entra in concorrenza con un'attività basata sull'o­
stentazione; quella, in particolare, che si può osservare nei grandi al­
berghi, sui treni di lusso e sui piroscafi. La storia di quest'ultima ci
aiuterà a comprendere il modo in cui si sono formati questi nuovi im­
pieghi del tempo.
A.C.

* Traduzione dal francese di Carla Patanè.


Dall'ozio coltivato alla classe oziosa
di Alain Corbin'''

I paradossi dell'ozio soddisfatto

Chi tenta di studiare il tempo libero delle classi dominanti nel se­
colo scorso è colpito, immediatamente, dalla sottigliezza e dall'ambi­
guità dell'apprezzamento. Ci limiteremo, per sottolineare questa dif­
ficoltà, all'esempio francese. All'epoca, l'inoperosità è apertamente
disprezzata, dal vertice fino alla base della piramide sociale. La Chie­
sa la condanna con veemenza. La pigrizia rappresenta, ai suoi occhi,
uno dei sette peccati capitali. L'inattività, e più ancora le fantastiche­
rie che essa provoca, suscitano la tentazione, favoriscono le imprese
del demonio. La depravazione sembra a tutti figlia dell'ozio. L'occu­
pazione permanente costituisce una necessità, anche per chi è pa­
drone del proprio tempo. Psichiatri e moralisti sottolineano, inoltre,
i rischi della noia, i danni dello spleen. Patissier, che traduce Ramaz­
zini nel 1822, dedica un capitolo del suo libro alle «malattie dei be­
nestanti»; giacché «tale è il triste destino degli uomini, che trovano la
rovina nel riposo, che è l'oggetto dei loro desideri e che conquistano
con innumerevoli fatiche sopportate per tanti anni»1 • Quasi un seco­
lo dopo, il dottor F. Lagrange osserva che l'inattività e la noia costi­
tuiscono due grandi cause di affaticamento cerebrale.
Il pensiero dei Lumi ha imposto la valorizzazione dell'attività, l'e­
saltazione del lavoro produttivo e quindi il disprezzo dell'ozio, che
diventa oggetto d'ironia, quando non di ostilità. Dalla fine del di­
ciottesimo secolo, si annuncia la progressiva scomparsa degli oziosi.
La lenta ascesa del merito a spese della nascita e della raccomanda­
zione, spinge l'individuo a dare il meglio di sé2. Ormai ciascuno de-

* Traduzione dal francese di Carla Patanè.


A. Corbin Dall'ozio coltivato alla classe oziosa 57

ve dimostrare che cosa sa fare, lanciarsi risolutamente nella mischia


sociale, agire, tentare di modellare il proprio avvenire e quello della
propria famiglia. Insomma, l'ozio, sempre più spesso, preannuncia e
sancisce il fallimento. L'inutilità diventa sofferenza. L'inattività forza­
ta provoca amarezza. La capacità inutilizzata3 assume l'aspetto del­
l'infelicità. Si tratta ormai di un ozio triste, simboleggiato dall'e­
spressione ironica che ha come bersaglio l'uomo d'azione obbligato
a tornare ai suoi «cari studi».
C'è molta verità negli stereotipi che ho appena elencato; ma essi
sono ben lontani dall'esaurire la realtà. Nel Vangelo, Maria, intenta
ad ascoltare le parole del Cristo, gode di maggior considerazione ri­
spetto a Marta, la laboriosa4• Certo, i membri dell'aristocrazia si con­
vertono a poco a poco alla scelta di un mestiere, o almeno di una car­
riera. Certo, regrediscono, in questo ambiente, il disimpegno e il di­
lettantismo di prima. Ciononostante si continua molto spesso a fin­
gere di disprezzare il guadagno, e a pensare che il mestiere o la car­
riera non possano, da soli, riempire una vita. Le concezioni aristo­
cratiche di un tempo pesano sempre sull'immaginario sociale. «La
classe delle persone oziose» - l'espressione è usata da Stendhal fin dal
1827 - conserva, agli occhi di molti, uno status privilegiato5.
La falsa apparenza di molte pretese attività complica il quadro. Al­
l'epoca, molte professioni liberali sono solo una facciata. Paterne
vantare una costituisce un titolo di merito, attesta certe qualità. Que­
sta valorizzazione non presuppone un esercizio assiduo del mestiere.
Sono molti, allora, gli avvocati senza cause, i medici senza una gran­
de clientela, i magistrati che godono di lunghi periodi di riposo, i mi­
litari che hanno rapidamente deposto le armi, gli industriali che dan­
no in gestione le loro fabbriche, gli 'agricoltori' che affidano le loro
proprietà a un amministratore. Molti piccoli commercianti dispon­
gono di molto tempo libero. Accade frequentemente che si abban­
doni prematuramente il mestiere per vivere di rendita. Persino tra i
governatori della Banca di Francia si nota questa tendenza all' otium6•
In seno alle élite, il tempo libero, cioè la disponibilità, è conside­
rata da molti indispensabile al pieno sviluppo dell'individuo, alla co­
struzione armoniosa della personalità. È questo il motivo che porta a
una nuova interpretazione dell'antico otium cum dignitate. «Servono
tempo libero e una posizione indipendente, scrive Hippolyte Taine
nel 1 863 , per rendere completi un uomo e una donna»7• Ciò spiega
la paradossale frequenza dell'ozio soddisfatto all'interno di una so­
cietà che esalta l'attività. È proprio questo che, fino a non molto tem­
po fa, ha tratto in inganno molti storici. L'ozio non è, allora, «la con-
58 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

dizione necessaria della disponibilità, senza la quale lo scambio delle


idee, il compimento di servizi non remunerati e la vita di società sa­
rebbero difficili, per non dire impossibili, di una disponibilità che è
forse la condizione di ogni riflessione, di ogni progresso materiale e
morale»?8 L'ozio libera l'iniziativa, permette la creazione e le gioie
che questa procura. Per molti la disponibilità è la giustificazione del­
l' esistenza.
Di conseguenza, l'attività legata a certe professioni non può esse­
re, in quel caso, assimilata a un lavoro. Le alte cariche pubbliche, le
responsabilità locali, perfino certe professioni liberali, quando erano
esercitate con l'indipendenza consentita dalla disponibilità del tem­
po, conferivano, molto spesso, vantaggi paragonabili a quelli di una
vita libera da impegni9.
Simili considerazioni lasciano intravedere la complessità della no­
zione di tempo libero, qui intesa come libertà degli impieghi del tem­
po e non come sequenza temporale di non-lavoro. Tenuto conto del­
l'influenza della cultura classica, l'essenziale dipende allora dalla tra­
sposizione della nozione di ozio coltivato (otium). Dopo aver eserci­
tato «cariche prestigiose» - si pensi alle antiche magistrature -, l'ari­
stocratico o il borghese considera senza rimpianto l'idea di un ripo­
so che gli permette di perfezionare la sua cultura, di godere delle sue
collezioni e di praticare l'arte della conversazione. Il che impone allo
storico di distinguere attentamente il tempo libero dovuto alla situa­
zione - quello dei giovani non ancora sistemati, delle ragazze da ma­
rito, dei vecchi . . . - da quest'ozio coltivato dell'individuo attivo che
dispone come vuole del proprio tempo.
Nonostante il ritratto tracciato qualche tempo fa da Werner Som­
bart10, l'impressione dominante è che in seno alle élite del dicianno­
vesimo secolo il fatto di non lavorare sia considerato un valore. Il bor­
ghese appare «diffusamente come l'uomo del tempo libero»u . Il che
non vuol dire che si tratti di un ozioso; tutt'altro. Egli cerca, come i
suoi contemporanei, di evitare il vuoto delle ore. È costretto, anche
lui, a impiegare il suo tempo12; e deve trovare, attraverso l'occupa­
zione, una ragione per vivere. Ma le attività a cui si dedica rispondo­
no imperativamente a tre requisiti: devono essere volontarie, onorifi­
che e disinteressate13. È bene che «non intacchino [né la sua] indi­
pendenza né [la sua] capacità di disporre liberamente del suo tem­
po»14. Una volta soddisfatte queste condizioni, accade spesso che gli
oziosi si costruiscano una vita piena di doveri e di impegnil5•
La disponibilità, che quindi non è sinonimo di inutilità e che, tut­
tavia, viene spesso associata alla spesa voluttuaria, è, inoltre, un di-
A. Corbin Dall'ozio coltivato alla classe oziosa 59

stintivo sociale. È alla base del prestigio dell'uomo che vive del pro­
prio reddito; che peraltro non va identificato, prima dell'ultimo quar­
to di secolo, con i membri della «classe oziosa» soggetti allo sperpe­
ro a scopo di ostentazione e alla necessità di dimostrare l'improdut­
tività del loro tempo16. Ci si può chiedere se, lungi dall'essere osses­
sionata dal profitto, come si ripete troppo spesso, la società borghe­
se del diciannovesimo secolo non aspirasse a essere prima di tutto una
«società oziosa». I membri delle classi medie che accedono al potere
all'indomani del trionfo della Repubblica 1880- 1914 vengono
- -

considerati, localmente, dei piccoli notabili proprio perché appaiono


in grado di disporre del loro tempo17•
Ciò detto, la varietà delle situazioni e delle attitudini alla disponi­
bilità è comunque molto grande in questi ambienti. A questo propo­
sito, le donne si trovano in una posizione diversa, ma altrettanto am­
bigua di quella degli uomini. Sono costrette a vivere in sottile equili­
brio fra la necessità di dimostrare che non lavorano e quella di sfug­
gire al vuoto delle ore. n loro abbigliamento, l'impedimento che co­
stituisce, il fatto che deve servire da insegna dell'uomo18 intralciano
l'attività. Lo stesso può dirsi della gamma degli atteggiamenti indot­
ti da una cultura somatica che valorizza la donna languida, dal corpo
pieno, preservato e sottilmente offerto. Le arti coltivate per diletto,
che si contrappongono al lavoro produttivo in quanto indirizzate uni­
camente alla fabbricazione delle «mille cose da nulla» destinate alle
vendite di beneficenza o alla decorazione della casa19, e l'importanza
della servitù confortano, in questi ambienti, la rappresentazione del­
l'inutilità del tempo femminile; contribuiscono a tracciare l'immagi­
ne di una donna chiusa nella sfera domestica, immobile nell'attesa
dell'uomo, protetta dalle asprezze della competizione sociale20. L'in­
sieme di questi stereotipi, che concordano col naturalismo della don­
na, tende a sopravvalutare l'ozio femminile.
Ma, nello stesso tempo, s'impone alla donna la necessità dell'atti­
vità. Deve governare la sfera domestica, dirigere la casa o il palazzo
signorile, programmare il tempo dei servitori e, contemporaneamen­
te, controllare il proprio21 . Ha il dovere di esercitare la carità o la fi­
lantropia22 e di sorvegliare l'educazione dei figli più piccoli. Deve su­
bire le estenuanti relazioni mondane. Bisogna che abbia il «suo» gior­
no di ricevimento, che si sottometta ai riti della visita e della passeg­
giata in città, che frequenti i teatri e i saloni di pittura. Fino a una cer­
ta età, coltiva il piano e il canto. Dedica in media due ore al giorno al­
la corrispondenza; per non parlare del diario intimo la cui redazione
cessa molto spesso col matrimonio23 .
60 I:invenzione del tempo libero. 1850-1960

Il significato e gli impieghi del tempo variano, inoltre, a seconda


dei luoghi. Lo svago del provinciale suscita il compatimento - quan­
do non il disprezzo - dei parigini. Questi ultimi ci vedono solo rug­
gine e muffa; per dirla tutta, lo considerano una forma particolar­
mente pesante di noia24. Sta al provinciale dimostrare la qualità dei
suoi passatempi. Alcuni ci provano. Le loro opere fanno parte di
quell'abbondante letteratura che ha la funzione, oltre che di riempi­
re le ore, di giustificare una posizione che viene presentata come de­
liberatamente scelta e particolarmente idilliaca. «Il mio libro ha lo
scopo di dimostrare 'come so impiegare il mio tempo libero'», av­
verte dunque Jules Pizzetta nel suo Loisirs d'un campagnard ( 1 889)25 .
Stando a quello che dice, solo la sua situazione offre la possibilità di
praticare insieme il giardinaggio, la caccia e la pesca, di unire ai pia­
ceri della botanica e dell'entomologia quelli della meditazione, della
lettura e del collezionismo. L'autore continua così la tradizione della
letteratura prodotta in precedenza nell'ambito delle accademie di
provincia. Si fa implicitamente portavoce dei membri di quelle so­
cietà erudite il cui apogeo, come quello della monografia locale pa­
zientemente composta da uomini che coltivano l'ozio26, si colloca
precisamente alla fine del diciannovesimo secolo, mentre, nelle capi­
tali, i membri della 'classe oziosa' perfezionano le loro abitudini
ostentatorie.
L'associazione obbligata fra disponibilità e attività scelta risveglia,
in alcuni membri delle classi dominanti, il desiderio di un reale tem­
po per sé che, grazie alla solitudine, permetta di sottrarsi all'impera­
tivo di agire e agli impegni della vita sociale. All'alba del diciannove­
simo secolo, Joubert27 ha fortemente awertito e sottolineato la qua­
lità particolare del godimento che nasce dalla totale libertà del tem­
po. Ha esaltato l'esperienza del vuoto temporale, stato di passività del
corpo e della mente, in cui vede la condizione della rinascita dell'io,
del ristabilimento di rapporti dimenticati con la natura e del fermen­
to suscitato da una poetica del possibile. «Poche menti, dice, sono
spaziose; altrettanto poche hanno un posto vuoto e presentano qual­
che punto vacante». Questa esaltazione del vuoto, che ritroviamo nei
romantici, si armonizza con molti nostri desideri.
Simili considerazioni portano a sottolineare nuovamente due pro­
cessi importanti, in atto durante il diciannovesimo secolo. Il loisir,
scrive Littré nel 1 869, è il «tempo che resta 'disponibile' dopo le 'oc­
cupazioni'». Secondo il dizionario di Augé, sessantun anni dopo, è
l'insieme delle «' distrazioni', occupazioni a cui ci si dedica di propria
volontà, durante il tempo che non è impegnato dal 'lavoro abitua-
A. Corbz'n Dall'ozzò coltivato alla classe oziosa 61

le'»28. Fra queste due date si è operato uno slittamento di senso dal­
la disponibilità temporale alla gamma delle distrazioni o, se si prefe­
risce, dall'ozio agli svaghi. Quest'oscillazione è decisiva, per quanto
ci riguarda. Nello stesso tempo, molte attività consentite all'uomo
colto dalla disponibilità del suo tempo sono state progressivamente
assimilate al lavoro. È così che l' otium litteratum e, più particolar­
mente, la creazione letteraria sono diventati «lavoro intellettuale» e
hanno, contemporaneamente, abbandonato la sfera del tempo libe­
ro. Si potrebbe dire altrettanto di molte occupazioni caritatevoli che
appartengono ormai al campo del «lavoro sociale» o la preparazione
di certe forme di svago collettivo oggi considerata «lavoro di anima­
zione». Sono questi slittamenti di senso, tardivi, che hanno permes­
so ai sociologi del nostro secolo, primo fra tutti Thorstein Veblen, di
identificare l'ozio o il tempo libero col tempo di non-lavoro e, con­
temporaneamente, di restringerne notevolmente il campo.
In realtà, fa notare giustamente la storica Adeline Daumard a pro­
posito del diciannovesimo secolo: «Ci si può chiedere se coloro che
hanno la fortuna di realizzare la loro vocazione nell'esercizio della lo­
ro professione si trovino in una situazione molto diversa da quella de­
gli uomini oziosi soddisfatti della loro condizione. Se fosse vera que­
sta ipotesi, l'antagonismo sarebbe non tanto fra lavoro e tempo libe­
ro, attività e ozio, quanto fra sterilità e creazione, soddisfazione del
compito portato a termine e amarezza quando lo sforzo sembra va­
no»29.
Rimane il fatto che, alla fine del secolo, prende forma una «classe
oziosa» internazionale, che fa rientrare il consumo improduttivo e
ostentato del tempo nel campo della prodezza e dell'impresa degna
di nota. Per affrontare l'analisi dei nuovi impieghi del tempo che ap­
paiono in questo ambiente, scegliamo una via di accesso: lo studio del
piroscafo.

Il piroscafo o il vuoto dello spazio e del tempo

Il periodo che abbiamo deciso di studiare in questo libro è, infat­


ti, quello in cui si sviluppano i grandi alberghi30, i treni di lusso e i pi­
roscafi. Ed è anche quello della loro massima influenza sull'immagi­
nario. Questa fortuna effimera accompagna e simboleggia quella che
si è convenuto di chiamare la 'rivoluzione dei trasporti', la scoperta
del pianeta - cioè il successo delle grandi esplorazioni -, nonché l'e­
mergere delle figure dell' awentura indotte dalla colonizzazione, il
62 L:invenzione del tempo libero. 1850-1960

soggiorno esotico, il richiamo del deserto, il prestigio dell'Estremo


Oriente. L'invenzione di nuove modalità di spostamento da un luogo
all'altro, una teatralità sociale inedita, basata sullo spreco a scopo di
ostentazione, la nascita di nuove forme di relazioni associate a un co­
mune sistema di apprezzamento della natura contribuiscono a riuni­
re, al di là delle frontiere, individui che fino a quel momento si igno­
ravano. Una stessa pretesa di influenzare il sogno collettivo, una raf­
finatezza delle tattiche di distinzione, una configurazione ridisegnata
del pubblico e del privato, in breve, obiettivi e abitudini costitutivi
dell'identità della classe oziosa hanno trovato nel grande albergo e nel
piroscafo dei laboratori privilegiati. Questi ultimi hanno favorito so­
prattutto l'elaborazione di un nuovo modello di impiego di un tem­
po disponibile. n fatto che il periodo a cui è consacrato questo libro
coincida con l'ascesa e col declino di questi luoghi prestigiosi contri­
buisce fortemente a garantirne la pertinenza.
L'importanza del piroscafo e quella del grande albergo sono state
a tal punto riconosciute che la bibliografia che li riguarda si rivela ine­
sauribile. Non tenteremo quindi di proporre uno studio di questi la­
boratori della modernità che pretenda di costituire un'istruttoria
esaustiva della questione. Più modestamente, concentreremo l' atten­
zione su ciò che fornisce la prova dell'elaborazione di nuovi usi del
tempo.
Il piroscafo, assicurano John Maleom Brinnin e Kenneth Gaulin
che gli hanno dedicato pagine stupende3 1, simboleggia «uno dei mo­
menti più brevi e più felici della storia culturale». Deriva dal deside­
rio effimero, unico nella storia umana, di trasportare ampi 'spazi vuo­
ti'. L'immensità di questo vuoto è sicuramente più importante del gi­
gantismo in movimento che ha tanto colpito le immaginazioni. La
classe oziosa - adottiamo quest'espressione, benché molti passeggeri
siano rimasti oziosi solo per il tempo della traversata - è riuscita a im­
porre questo vuoto che considerava indispensabile alla disponibilità
del suo tempo nel corso dei suoi spostamenti (prima classe del piro­
scafo e del treno di lusso) e in occasione dei suoi soggiorni (il grande
albergo) .
Durante questo breve periodo, il piroscafo è teatro di un mecca­
nismo complesso che coinvolge la relazione sociale, la mondanità, l'e­
leganza e la disponibilità del tempo simboleggiate dalla cabina e dal­
la sedia a sdraio, come pure da tutto quanto, sulla nave, invita alla cu­
ra di sé. Una contiguità originale fra pubblico e privato impone, qui,
un'economia inedita della noia e della distrazione, un equilibrio da
A. Corbin Dall'ozio coltivato alla classe oziosa 63

trovare fra il vuoto e il pieno delle ore, nel corso di una traversata che
sembra collocare chi la compie al di fuori dello spazio e del tempo.
È allora che viene inventata la crociera, nel senso contemporaneo
del termine, e dunque cresce, all'interno del piroscafo, un fascio di
desideri, di progetti e di sogni che sono parte integrante delle «va­
canze», ulteriormente codificate dagli imprenditori del tempo libero.
I grandi alberghi tendono a scomparire. Molti di essi oggi sono divi­
si in appartamenti o sono stati ridisegnati per ospitare dei club. I vec­
chi piroscafi, quando non sono stati distrutti, sono diventati spesso
navi da crociera all'interno delle quali si affollano i «vacanzieri».
Questa cancellazione rafforza la curiosità nei confronti delle navi di
un tempo.
Fra gli anni intorno al 1860 e la metà del ventesimo secolo, il pi­
roscafo ha subito profondi cambiamenti. La sua storia accelerata è
quella della metamorfosi della sofferenza in piacere; come dimostra
chiaramente il progressivo emergere della crociera in quanto attività
autonoma. L'attenzione prestata alla rapidità, alla sicurezza, a un mi­
nimo di comodità da un passeggero ansioso, in attesa del sollievo e
delle emozioni dell'arrivo, cede il passo, un po' per volta, al senso del­
l'avventura, al desiderio dell'idillio e ai divertimenti della festa vissu­
ta nella teatralità della relazione mondana. È questo che conferisce
gradualmente all'imbarco il carattere di un avvenimento fondamen­
tale nella configurazione della cultura di massa. Alla vigilia della Se­
conda guerra mondiale, migliaia di persone assistevano ai preparati­
vi per la partenza del Normandie32• Questo mutamento degli atteg­
giamenti, questa diminuzione delle ansie sono stati, certo, permessi
dalla bravura degli ingegneri, dall'installazione del telefono, poi del­
la radio, che attenua la sensazione d'isolamento, dalla riduzione dei
cattivi odori dovuta ai progressi della refrigerazione, dalla maggiore
stabilità delle navi. Ma derivano anche da una profonda trasforma­
zione degli impieghi del tempo della traversata.
A dire il vero, il numero dei passeggeri direttamente interessati da
ciò di cui stiamo parlando è rimasto sempre limitato. Le navi di linea
che collegavano l'Europa al porto di New York hanno trasportato
55 . 160 'passeggeri di camera', nel 1 885 , e 12 1 .829 'passeggeri di ca­
bina' nel 1 893 ; in quell'anno 3 1 8.256 immigranti avevano viaggiato
nell'interponte degli stessi piroscafP3 . Sommando tutte le linee,
327.259 passeggeri 'di prima classe e cabine' hanno attraversato l'A­
tlantico nel 1 926 - su un totale di 946.266. Nel 1 938, sono ormai so­
lo 132 . 137, su un totale di 567 .94V4• Si tratta, per la maggior parte,
di americani venuti a visitare l'Europa.
64 ];invenzione del tempo libero. 1850-1960

La preistoria del piroscafo è oggi ben conosciuta. I lussuosi gothic


steamers del Mississippi e dell'Hudson, i battelli costieri che collega­
vano New Orleans a Savannah o New York a Fall River sono serviti
a lungo da modelli, più spesso impliciti. I salotti «di pesante velluto
rosso bordato d'oro», l'arredamento intimo delle cabine, «gli angoli
tappezzati come palchi di un teatro dell'opera», le passeggiate serali
lungo «gallerie ovali»35, i servitori in giacca bianca che vegliavano sul
benessere dei passeggeri hanno ispirato i futuri progettisti di transa­
tlantici più dell'arredamento rudimentale dei packet-boats che, dopo
il 1 8 16, effettuavano la traversata della Manica o dell'interno dei pri­
mi steamers che collegavano Boston o New York a Liverpool. I primi
facevano pensare alle lussuose case di tolleranza della Louisiana, gli
altri alla sgradevolezza di un interminabile mal di mare.
ll Savannah, dopo il 1813, due steamers inglesi, il Sirius e il Great
Western, a partire dal 1 838, poi il Britannia, nel 1840, e il Great Bri­
tain nel 1843 assicurano dunque la traversata dell'oceano36• Nel
1850, la Collins Line americana vara l'Atlantic, il cui lusso annuncia
i tempi nuovi; pochi anni dopo, il Great Eastern, terminato nel 1858
ma vittima quasi subito di un disastro commerciale, fa sognare Jules
Verne, che compie, su questo piroscafo, la traversata dell'Atlantico.
Fra questa data e gli anni intorno al 1880, gli armatori rivali intra­
prendono la costruzione in serie di piroscafi. A partire dal 1860, per
esempio, la Compagnie générale transatlantique vara l'Impératrice
Eugénie, il France (1), il Nouveau Monde, il Panama, il Saint-Laurent,
poi il Napoléon III - ribattezzato Invasion III, poi Ville du Havre do­
po il 187037.
Durante la traversata dell'Atlantico, che allora durava circa due
settimane, i 'passeggeri di cabina' sono avidi prima di tutto di como­
dità. Gli architetti si sforzano di ricostruire, per loro, l'atmosfera fa­
miliare della casa borghese e l'ambiente del club38. Il dining-room e il
salotto rimangono a lungo riuniti nello stesso locale. I passeggeri
prendono i pasti a una tavola comune, la cui rigidità - i sedili non so­
no girevoli - ricorda quella di una sala da banchetti. Un pianoforte, si­
stemato in un angolo, permette, eventualmente, di rallegrare il dopo­
cena. Per il resto del tempo, i sessi sono separati. Il salottino delle si­
gnore, accuratamente imbottito, accoglie le conversazioni, i giochi e i
lavori femminili. Gli uomini si ritrovano nell'intimità del fumoir del
«ruf» (roo/) , protetto da sguardi indiscreti grazie a vetri smerigliati,
all'interno del quale possono gustare liberamente sigari e porto.
Si trascorre la maggior parte del tempo sul sofà di una cabina an­
gusta, con servizi igienici ridotti39 e dall'aria viziata. All'epoca, il re-
A. Corbin Dall'ozio coltivato alla classe oziosa 65

golamento di bordo è molto severo. Il timore di incendi impone la


prudenza e l'osservanza degli orari. È di regola il coprifuoco. Alle un­
dici bisogna spegnere le lampade a olio sospese al soffitto. L'illumi­
nazione a gas è introdotta sui piroscafi solo dopo il 1 872. È proibito
fumare nei salotti e nelle cabine. Oltre che della sicurezza, ci si preoc­
cupa della moralità. Su molte navi, il regolamento vieta i giochi d'az­
zardo e il rilascio di biglietti di prima classe alle prostitute40.
La vita a bordo ubbidisce a un rigido rituale d'ispirazione britan­
nica. Certo, è possibile abbordare i compagni di viaggio, ma è meglio
rivolgersi al commissario di bordo. Questi s'incarica di accogliere i
passeggeri e si occupa delle presentazioni. La prima sera, il coman­
dante riceve gli ospiti alla sua tavola, come farebbe una padrona di
casa41 .
Il p'asseggero ricerca la distrazione. Subito dopo l'imbarco, visita
la nave quasi che si trattasse per lui di prenderne simbolicamente pos­
sesso42, come il viaggiatore approdato su un'isola fa il giro del suo
nuovo territorio. Costantemente insidiato dal mal di mare, costretto
a passare lunghe ore in una cabina dove l'oblò viene tenuto chiuso
per timore dei cavalloni, non vede l'ora di respirare all'aria aperta.
Appena può, rimane sul ponte. Per ingannare la noia, passeggia e per­
corre la nave; visita di nuovo il locale caldaie, la sala macchine, la ti­
monena.
Le distrazioni sono molte, ma povere: iljacquet'n , il whist, gli scac­
chi per gli uomini, la lettura, il disegno e il ricamo per le signore, sen­
za dimenticare il threading the needle, gioco che consiste nell'infilare
l'ago il più rapidamente possibile. I francesi, ci dicono44, apprezzano
il domino, gli ispano-americani preferiscono le carte, altri il tric-trac,
più rumoroso. Sul ponte, che offre uno spazio limitato, si gioca a mo­
scacieca, al lancio di piastrelle, allo shuffle-board (la campana ingle­
se). Tuttavia, la maggioranza dei passeggeri si accontenta di conver­
sare e di fumare, «distesi sulle loro sedie a sdraio». Si dedicano a ciò
che allora si chiama il 'dolce far niente', la cui storia è ancora tutta da
scrivere. A bordo di alcuni piroscafi è consentita una lotteria. Certe
sere, il commissario di bordo organizza un ballo mascherato nel sa­
lone. Se, per una fortunata coincidenza, uno dei passeggeri si rivela
un buon pianista, gli si richiede un'esibizione. Come sottolinea il ca­
pitano Bérard, imbarcato nel 1 87 6, allora la traversata dell'Atlantico
aweniva sotto il segno dell'inquietudine, dell'irritazione, e di un at­
teggiamento provocatorio che derivava dall'inattività e dall'essere co­
stretti in uno spazio ristretto.
66 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

Fra l'inizio del decennio 1 880 - 1 890 e i primi anni del novecento
l'atmosfera si trasforma profondamente. n traffico attraverso l'ocea­
no si sviluppa. La clientela si modifica45. Ai diplomatici, agli uomini
politici, agli 'avventurieri' di una volta, si aggiungono, sempre più nu­
merosi, industriali, commercianti, finanzieri attirati dalla City, artisti,
scrittori, collezionisti, reporter, studenti americani partiti per visitare
le città d'arte italiane, frequentare la Parigi degli intellettuali o abbe­
verarsi alle fonti della scienza nelle università tedesche; senza dimen­
ticare gli invalids desiderosi di rimettersi in salute nelle città termali
europee. In certi circoli newyorkesi, aver visitato l'Europa è diventa­
to ormai un obbligo.
n modello degli architetti di navi non è più, a questo punto, la ric­
ca casa borghese, ma il palazzo privato. Un nuovo legame si stabili­
sce, inoltre, fra il piroscafo e l'albergo di lusso. Alla fine di questo pe­
riodo, lo «stile piroscafo» esercita la sua influenza anche sui grandi
alberghi dei porti; ispira l'Atlantic di Amburgo ( 1 909) come l'A­
delphi di Liverpool ( 1 9 14 )46•
La nuova serie delle quattro province della Compagnie générale
transatlantique: La Champagne, La Bretagne, La Bourgogne e La Ga­
scogne sono una prova di questa evoluzione47. All 'interno della nave
le comodità sono aumentate. I passeggeri dispongono ormai di acqua
a volontà, e gli appartamenti di lusso sono dotati di stanza da bagno.
Tutti i locali abitati sono provvisti di riscaldamento e di elettricità. A
partire dal 1905 , sulle navi vengono installati degli ascensori. n pon­
te di passeggiata acquista nuove dimensioni. La gamma dei luoghi si
allarga: il piroscafo ospita una biblioteca e una sala d'armi. I salotti,
più grandi, sono separati dalla sala da pranzo. Le poltrone girevoli
permettono di guadagnare spazio.
Domina l'arredamento «fine ottocento». n mogano dei mobili del
salotto, l'ottone cesellato, l'abbondanza degli intarsi si accordano con
la profusione delle tappezzerie, delle frange, delle nappe e delle pas­
samanerie. Nel salotto regna il raso, nella sala da pranzo l'argenteria
e i cristalli. Nel 1 9 12, il France (II) , di cui riparleremo, ha un bar al­
l'americana, un caffè all'aperto e un giardino d'inverno.
Ma, fondamentalmente, la magnificenza è tedesca48• L'architetto
Johannes Georg Poppe progetta dei bastimenti in cui esplode la
grandiosità e regna l'eccesso di decorazione. La nuova opulenza, che
definisce il luxus in mare, trionfa dunque sul Lahn che costituisce
-

per molto tempo il modello di questo stile -, poi sul Kaiser Wilhelm
der Cosse. L'architettura delle ville e quella dei palazzi privati si com­
binano con un'ispirazione più tradizionale, derivata dagli steamers
A. Corbin Dall'ozio coltivato alla classe oziosa 67

del Mississippi. Dentro questa cornice, a cui è stato dato il nome di


«barocco domestico», la traversata si trasforma in evento mondano.
A partire dal 1 905 , awiene, parallelamente, un'altra rivoluzione.
L'architetto Albert Ballin, insieme al decoratore Charles Mewès,
inaugura una nuova forma di scambio fra il grande albergo e il piro­
scafo. Si ispira agli hotel più raffinati, dal Savoy di Londra al Ritz di
Parigi, per progettare le sue navi della serie dell'Imperator, fra cui il
Bismarck e il Vaterland varati alla vigilia della guerra. Trionfa così l'ho­
telisme. Un'infilata di giardini d'inverno - come minimo un giardino
di palme - costituisce il centro dello spazio di relazione. Questa pro­
fusione di piante rimane indispensabile sui piroscafi, almeno fino a
quando l'aria condizionata non renderà meno attraente l'impressio­
ne di frescura che si sprigiona dalle masse di verde. Una serie di sale
di lettura, di corrispondenza, di conversazione e un salone da ballo
contribuiscono a identificare la nave con l'hotel di lusso.
La nuova architettura riflette il desiderio di passare quanto più in­
sensibilmente è possibile dalla terra al mare, senza che gli spazi in cui
si svolgono i rituali della mondanità sembrino essersi modificati. Lo
scopo che si propongono gli architetti e i decoratori tedeschi, come
anche i progettisti del Lusitania e del Mauretania della Cunard o del­
la serie dell'Olympia della White Star - fra cui il Titanic -, è il soddi­
sfacimento dei desideri della nuova classe oziosa. Avida di aweni­
menti mondani, questa si rivela ansiosa di ostentazione e insieme di
riservatezza, desiderosa di esibire la propria esistenza lussuosa, ma
anche di evitare il contatto dei 'nuovi ricchi' e di coltivare i rapporti
al suo interno. Si fanno poche conoscenze a bordo di queste navi. Al
bisogno, il modo stesso di sistemare la poltrona in salotto basta ad al­
lontanare l'importuno49• Alla grande tavola comune, si preferiscono
piccoli tavoli separati. È anche possibile prendere i pasti in una sa­
letta privata e all'ora desiderata.
A questi passeggeri di prima classe, che navigano durante la 'sta­
gione', la moda del piroscafo impone la previsione. Questa mette al
riparo dalla promiscuità imbarazzante. È importante ormai prenota­
re il posto in sala da pranzo parecchi mesi prima della partenza. Co­
me il grande albergo, la nave è diventata una cosa ben diversa da un
semplice luogo di soggiorno. Permette il rafforzamento di un senso
di appartenenza. È il teatro privilegiato di un modo di riconoscersi.
Contribuisce a modellare il comportamento degli individui che com­
pongono un'alta società internazionale costretta, permanentemente
o per il tempo di una traversata, a un vuoto del tempo che accoglie e
presenta come una libertà da ostentare.
68 L:invenzione del tempo ùbero. 1 850-1960

Il piroscafo, un tempo regno del malessere, si muta in luogo tera­


peutico, in tempio della cura del corpo. I celebri bagni dell'Impera­
tar, progettati sul modello di quelli di Contrexéville, simboleggiano
la nuova alleanza fra il transatlantico e la città termale. N eli' alta so­
cietà, la scelta della compagnia marittima, della nave e del suo capi­
tano, come quella della stazione frequentata e dell'hotel di lusso do­
ve si soggiorna regolarmente costituisce un elemento di distinzione.
Dalla metà degli anni venti all'inizio degli anni sessanta, il piro­
scafo è diventato «l'estasi suprema del mondo moderno»50. I miglio­
ramenti tecnici apportati alla nave sono, ancora una volta, notevoli.
L'efficacia della refrigerazione, l'ampiezza degli spazi dotati di aria
condizionata, l'orgia di elettricità, il moltiplicarsi dei bagni privati
modificano, in profondità, le condizioni della traversata. La clientela
si evolve. La classe oziosa dell'anteguerra comincia a sfaldarsi. I ri­
tuali della mondanità di un tempo si sfumano. Già i transatlantici del­
la Cunard varati prima della guerra, il Lusitania e il Mauretania, assi­
cura John Malcom Brinnin, avevano indotto una mentalità edoardia­
na, che metteva fine al rigore vittoriano. Per gli aristocratici, era ve­
nuto il momento di accettare la vita pubblica legata al loro status so­
ciale, di lasciarsi osservare e di acconsentire a mescolarsi con le cele­
brità5 1 .
Comunque sia, la High Society internazionale del dopoguerra si ri­
vela composita: i re, i prìncipi, i maragià, gli uomini politici, gli alti
dignitari della Chiesa imbarcati sulle navi accettano di incontrarvi, o
quanto meno di avervi accanto, i mostri sacri del cinema, i divi del
music-hall e le indossatrici52. Alla fine degli anni trenta tutta questa
gente si ritrova alla tavola del comandante del Normandie o dell'Ile­
de-France (Il). A proposito di quest'ultimo, Michel Mohrt scrive:
«Era l'Europa di Locarno e di Paul Morand, l'Orient-Express, la sca­
la di Mistinguett, l'ambasciata di Maurice Chevalier [ma . . ] era anche
.

il grande albergo di Balbec»53 .


Dunque, l' hotelisme è finito. La traversata di prima classe svolge
altre funzioni. Si trasforma in una festa itinerante che sembra im­
mersa nell'irrealtà. Così, i passeggeri del Normandie hanno l'impres­
sione di vivere la settimana più importante della loro vita54. La tra­
versata provoca una 'sopravvalutazione del tempo' che contrasta con
la noia ansiosa e il malessere di un passato non troppo lontano. Sera­
te di gala, feste di beneficenza, balli mascherati e tombole si succe­
dono e fanno dimenticare il mare. «Vent'anni fa, scrive allora Henry
Bordeaux, non senza un po' di esagerazione, a bordo si poteva me-
A. Corbin Dall'ozio coltivato alla classe oziosa 69

ditare, condurre una vita contemplativa dimenticando la terra; oggi


dimentichiamo il mare e la terra ci perseguita»55•
Sulle navi della Compagnie générale transatlantique, che da quel
momento diventa un modello da imitare, trionfa l'eleganza parigina.
Lo spazio che dalla 'grande rampa' di accesso conduce al tavolo del
comandante, allora tanto ambito, attira tutti gli sguardi. Il commis­
sario di bordo è diventato un personaggio adulato: come i suoi pre­
decessori, fa le presentazioni; inoltre anima le feste; soprattutto,
manda gli inviti. Svolge le funzioni di maestro di cerimonie e, al bi­
sogno, di confidente.
Ciò che conta ormai non è più la superiorità, l'appartenenza all'a­
ristocrazia, ma la 'celebrità', distinta dalla notorietà56. È venuto il
tempo, all'interno della nave, dell'esibizione dei divi. Comincia allo­
ra il regno dell'aneddoto, del capriccio della star. La mediatizzazione
dei nostri festival attuali, i bizzarri commenti televisivi di un Frédéric
Mitterrand danno la misura dell'importanza di questo momento del­
la storia del tempo libero nell'elaborazione dei sogni che animano la
cultura di massa. Federico Fellini non si è sbagliato.
Più che mai, il piroscafo si allea con l' esposizione57• Per circa quin­
dici anni ( 1 925-1940) , permette di prendere confidenza con l'arre­
damento della modernità. Le navi della Transat, ispirate dal trionfo
dell'Art-Déco, costringono l'occhio del passeggero ad abituarsi alle
forme semplici, alle superfici lisce, agli angoli vivi. Contribuiscono al­
la moda della madreperla, della tartaruga, dell'avorio; e, ancora di
più, a quella dell'ebanisteria dei legni esotici. Allora si inneggia allo
'stile transatlantico' di cui è simbolo, fra il 1 935 e il 1939, la sala da
pranzo del Normandie, e che l'uso del pipistrello, dei pantaloni da
golf, della giacca Norfolk e, soprattutto, del berretto da steamer ri­
flette nel campo dell'abbigliamento maschile58•
Ci si è interrogati a lungo sul significato di questa improvvisa esal­
tazione senza riuscire a trovare una risposta soddisfacente. Alcuni
hanno voluto vedervi un bisogno d'illusione, rafforzato dalla coscien­
za di star vivendo la vigilia di una tragedia. Il che vuoi dire adottare
un procedimento teleologico che subordina l'analisi alla conoscenza
del futuro avvenuto. Comunque sia, il trionfo della French Line negli
anni immediatamente precedenti alla guerra potrebbe far riflettere
quanti hanno fretta di individuare una decadenza francese alla vigilia
degli 'anni neri'.
Durante questo periodo, esiste un altro trionfatore dei mari: il
Rex, italiano, varato nel 1 934. Questa nave profetica sembra una sta­
zione balneare galleggiante. La vastità del suo ponte esposto al sole,
70 L'invenzione del tempo libero. 1 850-1960

libero da impedimenti per quanto è possibile, permette di praticare


il tennis, la pallavolo, il bowling, il ping-pong, il minigolf, il gioco de­
gli anelli e il salto con la corda. Dovremo tornarci sopra. Il Rex entra
nella genealogia della crociera in piroscafo, distinta, beninteso, dalla
pratica dello yachting.
Il termine crociera (cruise) non viene ancora usato nel senso che
gli diamo oggi, quando nel 1 844 la Peninsular and Orientai organiz­
za, accogliendo un'idea dei suoi fondatori Willcox e Anderson, i pri­
mi 'circuiti' turistici nel Mediterraneo59. La compagnia sancisce e co­
difica, in tal modo, la prassi precedente del giro del Mediterraneo
compiuto da molti viaggiatori60.
Inizialmente, queste crociere turistiche riguardano le rotte del­
l'Oriente. Sono espressione dell'influenza della cultura classica, del­
la moda dell'orientalismo, quindi dell'attrazione esercitata dal deser­
to e dalla caccia grossa. I porti del Maghreb, dell'Egitto, della Siria e,
più tardi, quelli dell'India, della Cina e dell'Oceania affascinano i
viaggiatori. Maurice Dekobra, Claude Farrère, Paul Morand, prima
ancora di Joseph Kessel, fanno balenare le magie di queste rotte eso­
tiche davanti agli occhi dei lettori francesi. Le compagnie organizza­
no dei 'viaggi circolari'. Nel 1 889, il Duc de Bragance, partito da Saint­
Nazaire, raggiunge Marsiglia, poi fa tappa a Oporto, a Lisbona, a Ca­
sablanca, prima di tornare nel Mediterraneo verso Orano e Algeri.
Guérin de Litteau ha lasciato una relazione dettagliata di questo
Voyage circulaire à bard d'un transatlantique. Ecco un altro esempio,
posteriore: a Pasqua del 1907 , l'Ile-de-France (l) della Compagnie
générale transatlantique, riattata espressamente per la navigazione da
diporto, si prepara a partire per i grandi siti archeologici della Gre­
cia. La presenza di Augustin Bernard, professore alla Sorbona, con­
ferisce all'impresa una garanzia di scientificità61 .
Ciò nondimeno, questa consuetudine diventa sistematica solo nel
periodo compreso fra le due guerré2. Durante la stagione morta, le
compagnie usano alcune delle loro navi per portare in giro i passeg­
geri63 . Nel 1 925 - 1 926, il Carinthia, il Laconia e il Franconia della Cu­
nard effettuano delle crociere intorno al mondo; l'ultima di queste
navi è stata costruita appositamente per questo scopo. Nello stesso
periodo, lo Scythia, il Samaria e persino il Mauretania incrociano nel
Mediterraneo durante la stagione morta. Nel corso dell'inverno
1 927 - 1 928, il France ( Il) compie tre crociere nelle stesse acque. Du­
rante l'estate del 1927, la Hamburg-Amerika manda il Reliance e il
Resolute nei fiordi della Norvegia. Dieci anni dopo, anche il Nor­
mandie effettua delle crociere nella stagione morta. Il comandante
A. Corbin Dall'ozio coltivato alla classe oziosa 71

Thoreux h a scritto una relazione di quella capitanata d a lui in dire­


zione delle Antille e del porto di Rio. Il successo è stato notevole. I
viaggiatori venivano, con treni speciali, a visitare il piroscafo all'an­
cora nel porto brasiliano64.
Nel 1 930, una Guide-Bleu è destinata espressamente a questa
clientela; la sua uscita è una prova della diffusione e del successo del­
le crociere organizzate nel Mediterraneo orientale. L'autore dedica
interi capitoli ai principali scali. Descrive le coste, le «isole che si of­
frono alla vista di chi sta sulla nave»; annota le «caratteristiche dei fa­
ri che col loro bagliore attireranno l'attenzione [del viaggiatore] du­
rante le belle notti d'Oriente»65.
Le crociere comportano una serie di escursioni, che vengono or­
ganizzate dalle grandi agenzie di viaggio. Possono essere effettuate,
secondo una vecchia consuetudine, «fra una nave e l'altra»; ma, per
la maggior parte, sono ormai inserite nel circuito. Così i passeggeri la­
sciano la nave per recarsi a Tebe, nell'Alto Egitto, o a Palmira, al cen­
tro della Siria. Queste crociere durano, in media, dalle cinque alle sei
settimane e si svolgono d'inverno, salvo quelle cosiddette 'di vacan­
za' , organizzate d'estate.

Vite in formato ridotto

Ma torniamo a ciò che collega il piroscafo con gli impieghi del


tempo. La cosa più evidente, in questo campo, è l'attrazione eserci­
tata dal progressivo aumento delle velocità, durante gli ultimi
trent'anni del diciannovesimo secolo. Il piroscafo ha fretta, osserva
già il viceammiraglio Pàris che viaggia sul Péreire nel 1865 : «È spin­
to dall'importanza dei dispacci che trasmette e dall'impazienza dei
passeggeri stanchi del mare fin da poche ore dopo la partenza»66.
Questi imparano rapidamente, a bordo, a calcolare le velocità. Ogni
giorno, si aprono le scommesse sul numero di miglia percorse dal
giorno precedenté7. L'imperativo della celerità spinge a migliorare le
prestazioni. Sulla Black Ball Line, inaugurata nel 18 16, accorrevano
dai venti ai venticinque giorni all'andata e dai quaranta ai quaranta­
cinque al ritorno per collegare New York a Liverpool. Allora gli stea­
mers erano molto più lenti dei clippers68• Invece, nel 1865 , il Péreire
compie la traversata in nove giorni e dodici ore.
Da quel momento, i piroscafi puntano alla regolarità. «Partono
tutti all'ora stabilita, scrive Maurice Demoulin nel 1887, e arrivano,
quasi sempre, all'ora stabilita. Il tempo che impiegano ad attraversa-
72 L:invenzione del tempo libero. 1850-1960

re l'Atlantico è anzi così ben calcolato che le traversate si misurano in


giorni, ore e minuti, come il percorso di un convoglio ferroviario. So­
lo le tempeste e i venti contrari aumentano di qualche ora la durata
di un viaggio»69.
La lotta fra le compagnie assume un carattere particolarmente ac­
canito fra il 1 879 e il 1 88470• Ancora nel 1895, una sorta di «attrazio­
ne irresistibile è esercitata sul passeggero dall'idea della velocità». Per
attraversare l'Atlantico, «il pubblico che viaggia [ . . . ] dà la preferen­
za alla nave più veloce»71 • Sulle linee dell'Estremo Oriente e del­
l' Australia, i passeggeri non prestano altrettanta attenzione alla cele­
rità. Bisogna dire che qui ci sono pochi americani e che l'ossessione
del tempo guadagnato appartiene a una modernità che non riguarda
affatto gli amanti dell'Oriente. Inoltre, rispetto a quanti percorrono
l'Atlantico, sono di meno qui quelli che possono permettersi la velo­
cità. Nel periodo fra le due guerre, la corsa al nastro azzurro conser­
va, naturalmente, la sua importanza. Nel 1 938, il Queen Mary effet­
tua la traversata in quattro giorni e un'ora. Ma, per la maggioranza
dei passeggeri di prima classe, non è questo che conta. Il «fascino»
dell'Ile-de-France dipende anzi, in parte, dal fatto che la nave non ha
mai partecipato alla gara72•
La crescente regolarità della traversata ben si accorda con l'insie­
me di quelle regolarità che organizzano la vita di bordo. La precisio­
ne sempre maggiore degli orari e la programmazione del tempo co­
stituiscono dei processi che occupano tutto il corso del diciannovesi­
mo secolo73 • Niente di strano, dunque, che si debba constatarne gli
effetti sulle navi; tanto più che qui la regolarità viene a essere simbo­
licamente confortata da quella delle macchine. Sappiamo bene qua­
le fosse in quel momento la pregnanza di questa metafora su tutte le
attività della vita, sebbene essa tenda a diminuire alla fine del secolo.
A dire il vero, l'orario di bordo si modifica nel corso delle tappe
che abbiamo individuato. Fino agli anni immediatamente successivi
al 1 880, è tanto più rigido in quanto l'ora del coprifuoco chiude im­
perativamente la giornata. Tenuto conto della composizione della
clientela, è anche soggetto agli usi e alle regole degli anglosassoni. Sul­
le navi della Peninsular and OrientaF4, un tè con biscotti è offerto al­
le sei e mezza del mattino. Alle otto, il passeggero si vede proporre
del prosciutto accompagnato da un'altra tazza di tè o da chiaretto
ghiacciato. A mezzogiorno, si serve il famoso ti/fin, composto di bi­
scotti, carne fredda e frutta innaffiati da vino e da cherry. La cena è
alle quattro. Durante tutti i pasti, i passeggeri possono consumare a
volontà il tradizionale rice and curry. Alle sette viene offerta un'ulti-
A. Corbin Dall'ozio coltivato alla classe oziosa 73

ma tazza di tè. Ogni pasto servito è annunciato da un marinaio per


mezzo di una cornetta. Sui piroscafi francesi, ci si piega agli orari bri­
tannici, vagamente adattati agli usi del continente75•
Molto diverso, come si può ben immaginare, appare l'orario a cui
è soggetto un passeggero imbarcato sull'Ile-de-France o sul Norman­
die nel periodo tra le due guerre. A titolo di esempio, consideriamo
quello che è stabilito sulla prima di queste navi, nel 192T6. Al matti­
no, la prima colazione è servita in cabina. Il letto del passeggero si ab­
bassa e si solleva, avanti e indietro e da sinistra a destra. n primo pa­
sto si compone di succo d'arancia o di «grappe-fruit» (sic), di brio­
che, fette di pane tostato imburrate e croissant accompagnati da tè al
limone. Il giornale della nave, l' «Atlantic» (sic) , è posato sul vassoio.
A partire dalle nove, il passeggero può prendere possesso della sua
sedia a sdraio sul ponte di passeggiata. Alle undici gli steward gli por­
tano del consommé caldo, mentre «i giovani mozzi [gli] avvolgono
delle coperte intorno ai piedi con estrema premura». Alle undici e
mezza, chi lo desidera può recarsi nella sala di «meccanoterapia». n
pranzo è servito a mezzogiorno e mezzo nell'apposita sala, e il caffè
alle due nel bel salotto di Ruhlmann. Nel primo pomeriggio, è possi­
bile assistere alla proiezione di un film nella sala da pranzo e a una
rappresentazione del teatro di burattini nella sala da gioco dei bam­
bini. Alle cinque, viene servito un tè accompagnato da sandwich e ge­
lati. La cena inizia alle otto, cioè molto più tardi di quanto si usasse
in precedenza77• Alle nove, si va nel fumoir a scommettere sulle mi­
glia percorse oppure al concerto che si tiene nella sala di conversa­
zione. In seguito, inizia la serata danzante al suono di una jazz-band.
Sul Normandie, la gamma delle attività a disposizione del passeggero
è ancora più ampia. La sera, nel salone, viene proposto un dramma
teatrale o uno «spettacolo». Alle due del mattino, l'orchestra sale al
grill per rallegrare lo spuntino. È facile vedere l'importanza che as­
sume un simile impiego del tempo nella genealogia delle crociere e
dei club di vacanze di questa fine del ventesimo secolo.
La regolarità dell'orario implica l'incrinatura iniziale, quella costi­
tuita dall'imbarco che inaugura la lunga sequenza di vuoto delle ore.
A differenza della crociera, che esprime la volontà evidente d'inter­
rompere il corso normale dei giorni, la traversata impone una forma
di riposo e dispensa dal coraggio della rottura. «Non era necessario,
scrive Miche! Mohrt, prendere la decisione tanto difficile di spezza­
re il ritmo della vita quotidiana. Era quella la virtù dei viaggi maritti­
mi: ti costringevano all'inerzia, ti imponevano una sosta»78. n piro­
scafo è allora il solo luogo, aggiunge, in cui è possibile «non fare as-
74 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

solutamente nulla» senza provare alcun rimorso. L'indulgenza forza­


ta nei confronti della propria inattività permette una qualità partico­
lare del godimento procurato dal trascorrere del tempo. «Ne traevo,
ricorda ancora, una soddisfazione, una coscienza tranquilla, un ripo­
so senza uguali»79• Le navi non sono città galleggianti, nonostante il
titolo del romanzo di Jules Verne; sono, al contrario, spazi vuoti al­
l'interno dei quali è possibile sfuggire alla città e dimenticare quel­
l'accentuarsi della pressione temporale che costituisce la modernità.
I passeggeri di prima classe sono «liberati dalle seccature [ . . . ] , [dal­
le] distanze, [dal] telefono, [dalla] posta eccessiva»80• A parte gli im­
pazienti - gli uomini d'affari in particolare -, la prima classe del pi­
roscafo consente «il riposo intellettuale per mezzo del vuoto».
Maurice Chevalier, di cui non si dirà mai abbastanza quanto, nel
periodo fra le due guerre, abbia rappresentato il tipico passeggero di
transatlantico e l'ambasciatore di una certa cultura francese, espri­
meva, molti anni dopo, la sua nostalgia delle traversate sull'Ile-de­
France: «Una settimana tranquilla - senza telefono, all'aria aperta non
inquinata - a scegliere le amicizie di viaggio [ . . . ] , la siesta - la vita al
rallentatore - la lettura - la riflessione ... »81 •
Certi individui, è vero, tentano talvolta di procurare al passegge­
ro un ingannevole contatto con la vita a terra. C'erano per esempio
degli amanti, o anche dei mariti, premurosi o prudenti, che, a quan­
to si dice, scrivevano in anticipo tante lettere quanti erano i giorni del­
la traversata. Quindi le affidavano allo steward con l'incarico di por­
tare ogni mattina all'essere amato la lettera prevista, accompagnata
da un delicato mazzo di fiori. Il suo amico Bobby Sands usa una si­
mile delicatezza nei confronti di Gertrude Vanderbilt imbarcata, nel
1 890, a bordo dell' Umbria. La passeggera, sistemata in un apparta­
mento di lusso in compagnia dei suoi domestici, intende staccarsi il
meno possibile dal suo ambiente abituale. All a vigilia della partenza,
alcuni servitori vengono a preparare la messinscena. L'indomani, la
signora scopre «i suoi oggetti personali sparsi nella suite. Nella stan­
za da bagno [ . . . ] , ritrova gli accessori da toeletta al loro solito posto,
persino gli asciugamani su cui sono ricamate le sue iniziali. Gli ultimi
romanzi e riviste, nonché i suoi libri preferiti sono disposti sul tavo­
lino da notte; nella scrivania è stata messa la sua carta da lettere»82•
La freschezza dei fiori e della frutta, accuratamente conservata, con­
corre all'illusione.
Non restava che riempire le ore, scandite dai pasti e dalle distra­
zioni collettive, progressivamente arricchite. Il dolce far niente, il pet­
tegolezzo, la confidenza, l'intrigo senza importanza occupano un
A. Corbin Dall'ozio coltivato alla classe oziosa 75

grande spazio durante la traversata. Il piroscafo, autentico microco­


smo, propone al passeggero delle vite in formato ridotto. È questo
che ne fa, allora, il luogo privilegiato dell'avventura sentimentale, del­
la rivelazione e del godimento effimero dell'affinità elettiva. Questo
tema appare precocemente nei racconti di viaggi per mare. Già nel
1864 , Mr. F.H. Kendall, un personaggio importante della Peninsular
and Orientai, si lamenta dei flirt sulle navi83 . Nel 1875 , Mme Durand­
Fardel sottolinea l'importanza che vi assume «l'amoreggiamento».
L'anno successivo, il capitano Bérard descrive la traversata come una
maniera «di passare il tempo e di flirtare, cioè di fare un po' di cor­
te»84. Albert Seigneurie, che viaggia in prima classe a bordo del pi­
roscafo La Bretagne nel 1 887, osserva che «le giovani miss americane,
[che] passeggiano sul ponte con aria sentimentale con i loro adora­
tori di passaggio, accettano tranquillamente da loro un bicchiere di
porto o di champagne»85. Fabienne Rosaz86, acuta storica del flirt,
sottolinea l'importanza del piroscafo nell'elaborazione e poi nell'a­
scesa di questa consuetudine culturale chiamata a organizzare, per
più di mezzo secolo, le tattiche di seduzione, il piacere della sensua­
lità privo di rischi, l'immagine della donna e le regole della morale
sessuale. La giovane americana pronta all'avventura senza conse­
guenze, disinvolta e sportiva, rapidamente dimentica dei piaceri del­
l'Europa, poco attenta alle sottigliezze del linguaggio della passione,
diventa, sul finire del secolo, un personaggio che invade la letteratu­
ra sentimentale. Il racconto della traversata accompagna la progres­
siva erotizzazione del tempo libero, allora evidente lungo le rive.
La traversata crea i suoi propri avvenimenti, che il passeggero si
affretta a dimenticare appena mette piede a terra. Il capitano Bérard
li elenca, già nel 1876: «una vela che passa», «uno steamer in vista»,
«la decisione di lanciare il solcometro, il calcolo della distanza per­
corsa effettuato ogni giorno a mezzogiorno» attirano l'attenzione, ali­
mentano le conversazioni. Simmetricamente all'intrigo effimero, al­
l' avvenimento senza importanza, la traversata permette il ripiega­
mento su di sé, la riflessione, la fantasticheria del passeggero appog­
giato al parapetto, perso nella contemplazione dell'orizzonte; e, na­
turalmente, la lettura, la scrittura di lettere e quella del diario intimo.
Malgrado la scomodità, si scrivono molte lettere sui piroscafi, so­
prattutto nelle prime ore della traversata. Il battello pilota, che guida
la nave all'uscita dal porto, s'incarica di portare indietro quest'ab­
bondante corrispondenza. In seguito, le missive depositate nelle bu­
che delle lettere vengono smistate a bordo; cosa che permette di gua­
dagnare tempo all'arrivo. Henry Adams, che effettua la traversata
76 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

dell'Atlantico nel 1 892 e che frequenta la writing room, si lamenta


della «voracità con cui la femmina americana fa sparire la carta [. . . ]
di piccolo formato»87.
Anche la passeggiata sul ponte, sicuramente più banale, serve a oc­
cupare le ore, e non è sempre resa piccante da un progetto di sedu­
zione. Essa fa parte di una prassi ritualizzata la cui storia resta anco­
ra da fare. Permette di «tracciare il cerchio tribale, di tessere dei le­
gami [iniziali] che isolano i fortunati eletti»88; così si configura, se­
condo John Malcom Brinnin, l'importanza delle «riunioni sul ponte
di passeggiata» che hanno luogo fin dalle prime ore.
Al centro di questa disponibilità del tempo, si afferma progressi­
vamente la cura del corpo. Fino agli anni immediatamente successivi
al 1880, la scomodità, il terribile mal di mare, l'ansia provocata dalla
mancanza di sicurezza compongono la traversata in tempi di males­
sere; il riposo sembra allora l'unico modo di prendersi cura di sé. In
seguito, si diffondono l'esercizio fisico e l'abitudine del bagno. Du­
rante il periodo fra le due guerre, la cura del corpo tende a monopo­
lizzare il tempo: alla siesta, al riposo si aggiunge ormai la pratica di
molti sport. L'allegria che regna nella piscina mista trasforma i 'bagni
terapeutici' di poc'anzi in gioiosa palestra di tuffi. n solarium instal­
lato sul ponte fa sì che la nave esprima, esasperi e trasformi in mito la
nuova preoccupazione del corpo che è la prova dell'edonismo cre­
scente.
Sull'Ile-de-France, nel 192789, l'ospite di prima classe si vede pro­
porre «meccanoterapia, massaggio, bicicletta, punching-ball» e di­
versi attrezzi da ginnastica nella palestra. Sul Normandie, è possibile
praticare il deck-tennis, il golf, lo shuffle-board. Ma è il Rex che sim­
boleggia la modernità degli atteggiamenti nei confronti del corpo.
Quello che viene battezzato il piroscafo del sole, la nave-spiaggia, la
stazione balneare galleggiante, costituisce allora un laboratorio dove
s'inventano nuovi modi di vivere le vacanze sull'acqua. L'innovazio­
ne è permessa dall'itinerario scelto. n Rex segue la rotta del Sud, più
soleggiata, resa meno pericolosa dalla relativa assenza di nebbie e di
iceberg. Quest'opzione consente i grandi ponti scoperti. n passegge­
ro riesce a vivere all'aria aperta su una rotta atlantica, sul bordo di
una piscina circondata da ombrelloni multicolori. Sul ponte del Rex
s'inaugura «il tempo dei bagni di sole e dei cocktail centellinati in un
ambiente stile Riviera»90. Per gli americani abituati all'Atlantico del
Nord, la traversata diventa rivelazione di una 'dolce vita'.
Esiste un altro legame fra il piroscafo e le rappresentazioni, se non
gli usi, del tempo. A partire dagli anni intorno al 1880, esso comincia
A. Corbin Dall'ozio coltivato alla classe oziosa 77

a diventare un museo nazionale galleggiante. Il riferimento storico,


invade, da allora, tutto lo spazio della vita sociale. Questo proposito
culmina alla vigilia della Prima guerra mondiale. Il France (Il), vara­
to dalla Compagnie générale transatlantique nel 1912, è un esempio
di quest'evoluzione. La nave meriterebbe di essere inserita nel cata­
logo dei luoghi di memoria redatto da Pierre Nora. Il salone è in sti­
le Luigi XIV; la scala monumentale, una copia in miniatura di quella
della Biblioteca nazionale (diciannovesimo secolo) . Nella sala da
pranzo, l'architetto ha ricostruito la rampa disegnata da Robert de
Cotte per il palazzo del conte di Tolosa. Il salotto moresco, dove i pas­
seggeri sono serviti da steward vestiti da zuavi, vuol essere un inno al­
la grandezza dell'Impero coloniale francese. Le copie di Boucher, le
sedie rivestite di tappezzerie d'Aubusson, i velluti di Genova, i da­
maschi color porpora, le colonne di marmo rosa, il tal camino ispira­
to al Louvre, i tappeti della Savonnerie, gli oggetti in ferro battuto,
tutto concorre a quest'effetto. Quest'ossessione del riferimento, que­
st'eclettismo deliberato procurano al passeggero una sensazione di
doppio estraniamento, temporale e spaziale. Gli si propone di vivere
sul mare in ambienti dei tempi passati, riassunti per la gloria di una
nazione e di un regime di cui il piroscafo ha il compito di esaltare il
prestigio e le ambizioni.
«Questo frammento di territorio francese in movimento»91, non
costituisce un esperimento isolato. La serie inaugurata dall'Imperatar
( 1 912-1914) proclama la potenza del Reich tedesco. "LAquitania, va­
rato nel 1914, sembra a qualcuno un pastiche del British Museum92,
in cui lo stile elisabettiano e il «barocco signorile» si mescolano alla
citazione palladiana. Per questo motivo, è stato a lungo apprezzato
dall'aristocrazia britannica. Per chi voglia comprendere fino in fon­
do il modo in cui viene trattato il riferimento storico in un'epoca in
cui esso impregna fortemente l'immaginario politico, è importante
prendere in esame l'architettura, l'arredamento e il servizio dei piro­
scafi.
All 'indomani della Prima guerra mondiale, gli obiettivi si modifi­
cano. Certe navi, come il Winchester Castle col suo interno olandese
o il Victory o/ India, nel cui fumoir sono ricostruiti alcuni elementi di
un castello scozzese93 , continuano a riflettere i propositi di prima. Ma
ormai i piroscafi più importanti tendono a farsi vetrine della moder­
nità, ambasciatori dei mari, «emissari di una cultura». Il Normandie
è un magnifico esempio di questi luoghi comuni. È, in sé, un'opera
d'arte. Ma svolge anche la funzione di esposizione galleggiante di tut­
te le arti decorative francesi. Su questa nave, non c'è più traccia del-
78 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

la volontà di estraniamento temporale. La rievocazione del passato


normanno fatta da Dunand all'interno non è che un semplice riferi­
mento simbolico integrato nell'arredamento moderno.
Se dovessimo, per terminare, proporre lo studio di un oggetto che
ricordi, meglio di qualsiasi altro, queste escursioni marittime com­
piute fuori dal tempo, questi percorsi effimeri oggi aboliti, dovrem­
mo sicuramente indicare i voluminosi bauli dei viaggi transatlantici
con le loro grandi etichette. Essi collegano il piroscafo agli alberghi
di lusso. I tweed dei gentlemen, le flanelle delle signore, i completi da
uomo e i vestiti di seta per il pranzo, i velluti per il pomeriggio, gli
smocking da sera e, soprattutto, gli innumerevoli cappelli94, stanno a
dimostrare quanto minutamente s'intreccino sul mare il vuoto impo­
sto delle ore e la preoccupazione di prevedere le molte apparizioni
che scandiscono la giornata.
Ma accorrerebbero, evidentemente, molte altre pagine per fare
qualcosa di più di una descrizione sommaria del modo in cui quei vei­
coli iniziatici che sono i piroscafi sono stati, insieme, luoghi di elabo­
razione di nuovi impieghi del tempo libero e laboratori di un nuovo
immaginario del mare.

Note
1
P. Patissier, Traité des maladies des artisans de Ramazzini, Baillière, Paris 1822, p. 420;
e F. Lagrange, F. de Grandmaison, La Fatigue et le repos, Alcan, Paris 1912, p. 1 12.
2 A titolo d'esempio C. Charle, Les Hauts Fonctionnaires en France au XIX• siècle, Gal­
limard-Juillard, Paris 1980.
3 A. Daumard, J;oisiveté aristocratique et bourgeoise en France au XIX• siècle, in Id. (a
cura di), Oisiveté et loisirs dans les sociétés occidentales au XIX• siècle, Paillart, Abbeville
1983 , p. 129.
4 lvi, Introduzione, p. 10.
5 Ibid.
6 A. Plessis, Régents et gouverneurs de la Banque de France sous le Second Empire, Droz,
Genève 1985, e, dello stesso autore, Tentation de la vie rentière, in A. Burguière, J. Revel
(a cura di), Histoire de la France. Les formes de la culture, Editions du Seuil, Paris 1993,
pp. 248-50.
7 Citato in Daumard, op. cit. , p. 130. Passo da Carnets de voyage, Notes sur la provin-

ce, 1863-1865, p. 1 89.


8 Daumard, op. cit. , Introduzione, p. 1 1 .
9 lvi, p. 12
10 W. Sombart, Le Bourgeois, contribution à l'histoire morale et intellectuelle de l'horn­

me économique moderne, Paris 1926, ed. or. tedesca 1913 [trad. it. Il Borghese. Lo svilup­
po e le fonti dello spirito capitalistico, Guanda, Parma 1994 ] .
1 1 J. P. Chaline, Loisirs et élites sociales: u n exemple normand, in Oisiveté et loisirs. . .
-

cit., p. 186.
12 Cfr. il saggio di J. Csergo, in questo stesso volume.
1 3 Chaline, op. cit. , p. 1 9 1 .
1 4 Ibid.
A. Corbin Dall'ozio coltivato alla classe oziosa 79

15 Daumard, op. cit., Introduzione, p. 14.


1 6 Cfr. T. Veblen, The Theory of the Leisure Class, Macmillan, New York 1899 [trad.
it. Teoria della classe agiata, Einaudi, Torino 1 97 1 ] .
1 7 Daumard, op. cit. , p. 15. 1n poche parole, nell'ambito di un a storia delle élite nel di­
ciannovesimo secolo, questo otium cum dignitate fa parte di ciò che altri storici hanno de­
finito il modello dei notabili. Cfr. A.-J. Tudesq, Les Grands Notables en France (1840-
1849), étude historique d'une psychologie sociale, PUF, Paris 1964, e, in un'ottica compara­
tiva con le élite della fine del secolo, C. Charle, Les Elites de la République, Fayard, Paris
198 1 .
18 P. Perrot, Les Dessus et !es dessous de la bourgeoisie. Une histoire du vetement au
XJXe siècle, Fayard, Paris 1981.
19 A. Martin-Fugier, La Bourgeoise. Femme au temps de Pau! Bourget, Grasset, Paris
1983 .
2 0 Su tutti questi punti, P. Ariès, G. Duby (a cura di), Histoire de la vie privée, t. IV, De
la Révolution à la Grande Guerre, Editions du Seuil, Paris 1987 [trad. it. La vita privata,
vol. IV, I.:Ottocento, Laterza, Roma-Bari 19902] .
21 A. Martin-Fugier, La Place des bonnes. La domesticitéféminine à Paris en 1900, Gras­
set, Paris 1979. Bibliografia critica su questo argomento in A. Corbin, Le Temps, le désir
et l'horreur, Aubier, Paris 1 99 1 , I.:archéologie de la ménagère et !es /antasmes bourgeois, pp.
81 -90.
22 C. Duprat, Le Temps des philantropes. La philantropie parisienne des Lumières à la
monarchie de ]uillet, tesi, Paris-1, 1991.
23 Cfr. Histoire de la vie privée cit., pp. 457-60 [trad. it. cit., pp. 3 63 -5 ] .
2 4 A . Corbin, Paris-province, in P. Nora (a cura di), Les Lieux de mémoire, t . III, Les
Frances, vol. l, pp. 777-823.
25 J. Pizzetta, Les Loisirs d'un campagnard, Hennuyer, Paris 1889.
2 6 V. in particolare, di Jean-Pierre Chaline, l'opera dedicata alle società colte, in corso
di pubblicazione.
27 Prendiamo in prestito quest'esempio daJ. Holman, Le role de l'air libre dans l'espa­
ce poétique, in Oisiveté et loisirs cit., pp. 63 sg. La citazione di Joubert è a p. 67. A questo
proposito, M. Khan, Etre en jachère, examen d'un aspect particulier du loisir, «Revue de
l'Are», 1977.
28 Citato in A. Kremer-Marietti, Les avatars du concept de loisir au XJXe siècle dans la
société industrielle et dans la philosophie sociale, in Oisiveté et loisirs cit., p. 3 1 .
29 Daumard, op. cit. , p . 12.
3 0 La più recente riflessione storica sull'albergo di lusso è J.-M. Lesur, I.:Hotellerie pa­
risienne aux XJXe et xxe siècles, tesi EHESS, Paris 1 994.
31 J.M. Brinnin, K. Gaulin, Transatlantiques. Style et luxe en mer, Laffont, Paris 1989,
p. 4 .
32 Sul prestigio della nave, v. comandante P.-L. Thoreux, ]'ai commandé le <<Norman­
die», Presses de la Cité, Paris 1963, passim.
33 «Les Paquebots français à grande vitesse», Paris 1895 (Bibl. Nationale, go V Pièce
10473), p. 16.
34 H. Cangardel, De ].-B. Colbert au paquebot <<Normandie». Etudes et souvenirs mari­
times, Nouvelles éditions latines, Paris 1957, p. 220.
35 Brinnin, Gaulin, Transatlantiques cit., p. 3 .
3 6 J . Hazard, M . Coquin, Atlantique-Nord, dix mètres sous la ligne de /lottaison, Louis
Soulanges, Paris 1969, pp. 2 1-4 1 ; J.-J. Antier, Au temps des premiers paquebots à vapeur,
France-Empire, Paris 1982; illustrazioni interessanti in M. Maddocks, Le Règne du pa­
quebot, «Time life», 1979. Tutte queste opere di volgarizzazione danno un importante con­
tributo per le raccolte di documenti che contengono.
37 Descrizione molto precisa del piroscafo Napoléon III in «L'illustration». V. Les
Grands Dossiers de <<I.:Illustration»: !es paquebots, histoire d'un siècle, 1843-1944, Le Livre
de Paris, Paris 1987, p. 30.
38 M. Barbance, Histoire de la Compagnie générale transatlantique. Un siècle d'exploi-
80 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

tation maritime, CGT, Paris 1955, p. 35 1 . La grande qualità di quest'opera merita di esse­
re sottolineata.
39 n passeggero ha a disposizione solo dieci litri d'acqua.
4° Cfr. R. Carour, La vie à bard. Sur !es routes de la mer avec !es messageries maritimes,
Paris 1968, pp. 123-53 .
41 Barbance, op. cit., p. 35 1 .
4 2 S u tutti questi punti, capitano Bérard, Notes sur !es Etats Unis, «L'lliustration», l o
aprile 1876.
43 Gioco con dadi e pedine [N.d. T].
44 lvi, pp. 40-3 . Ma, con ogni evidenza, l'autore qui è influenzato dalla letteratura del­
le 'Fisiologie' e dalla necessità di organizzare la sua descrizione secondo una successione
di 'tipi'.
45 Barbance, op. cit. , p. 353 , e G. Rambourg, La Vie des Américains à bard de la pre­
mière classe des paquebots transatlantiques (1890-1914), maitrise Paris-I, 1993 , pp. 27-3 1 .
46 Brinnin, Gaulin, Transatlantiques cit., p. 3 .
4 7 C . Noel, Les Nouveaux Paquebots de la Compagnie générale transatlantique, Paris
1886. V. anche la descrizione del Bourgogne in Barbance, op. cit. , pp. 353-4.
48 Per quanto segue, v. Brinnin, Gaulin, op. cit. , in particolare la prima parte, Une in­
vention allemande, le 'luxus' en mer. V. anche la raccolta di documenti costituita da P.-H.
Marin, Les Paquebots, ambassadeurs des mers, Gallimard, Paris 1989.
49 Su tutti questi punti, Brinnin, Gaulin, op. cit.
5o Maddocks, op. cit. , p. 6.
5 ! Brinnin, Gaulin, op. cit. , p. 4 1 .
5 2 ] . Borgé, N . Viasnoff, Les Transatlantiques, Balland, Paris 1977, p. 166.
53 M. Mohrt, Paquebots, le temps des traversées, EMOM, Paris 1980, p. 25. V. anche, co-
mandante Thoreux, op. cit.
54 Settimana abbreviata, poiché la traversata si effettua in quattro giorni e qualche ora.
55 Citato in Marin, op. cit. , p. 88.
56 Brinnin, Gaulin, op. cit. , p. 228 (e per l'insieme di questo periodo, pp. 109-228).
57 Cfr. osservazioni critiche, a questo proposito, da parte di Cangardel, op. cit. , pp.
260-2.
58 Brinnin, Gaulin, op. cit. , p. v.
59 Cfr. L. Peillard, Sur !es chemins de l'Océan. Paquebots, 1830-1972, Hachette, Paris
1972, p. 57.
6° Come il romanziere W. Thackeray in questo stesso anno 1844 (cfr. From Cornhill to
grand Cairo, in The Works o/ William Thackeray, 1 883 - 1 886, t. XII). C. Dickens, che ha
navigato sul Britannia nel 1842, si è ispirato a quest'esperienza per descrivere una traver­
sata in Vita e avventure di Martin Chuzzlewit.
61
Les Grands Dossiers de «I.:Illustration»: !es paquebots cit., p. 7 1 .
62 Cfr. supra, R. Porter, p. 32.
63 Per tutte le precisazioni che seguono, cfr. la tesi di R. Fabre, Les Grandes Lignes de
paquebots nord-atlantiques. La concurrence entre !es pavillons sur la ligne de New York, Pier­
re Bossuet, Paris 1928, pp. 67-8.
64 Thoreux, op. cit., pp. 2 1 6-7 .
65 Méditerranée orientale. Guide du passager sur !es itinéraires des croisières, Hachette,
Paris 1930, Prefazione. Si tratta della prima Guide-Bleu dedicata a quest'attività.
66 Viceammiraglio F-E. Paris, Impressions d'une traversée à bord du paquebot transa­
tlantique le Péreire, Paul Dupont, Paris 1866, p. 4.
67 Cfr. L. Tillier, P. Bonnetain, Histoire d'un paquebot, Quantin, Paris 1890, p. 179.
68 M. Demoulin, Les Paquebots à grande vitesse et les navires à vapeur, Hachette, Paris
1887, pp. 8-9. n clipper Dreadnought collegava Queenstown a Sandy Hook in nove gior­
ni e dieci ore.
69 lvi, pp. 7-8.
70
lvi, p. 15.
71
Les Paquebots /rançais à grande vitesse cit., pp. 11 e 15.
A. Corbin Dall'ozio coltivato alla classe oziosa 81

72 Per un a descrizione dell'Ile-de-France, v. D. Stanford, Il était u n grand navire !'<<Ile-


de-France», Plon, Paris.
73 Corbin, I.:arithmétique desjours, in Le temps, le désir et l'horreur cit., pp. 9-22.
74 Peillard, Sur !es chemins de l'Océan cit. , pp. 53 sgg.
75 Tillier, Bonnetain, Histoire d'un paquebot cit., pp. 53 sgg.
76 L. Vaillat, La première traversée de l'«Ile-de-France», in Les Grands Dossiers de <<I.:Il­
lustration»: !es paquebots cit., pp. 1 10-1.
7 7 Evoluzione che, ovviamente, va messa in relazione con quella che riguarda gli usi e
la sensibilità alimentare nel complesso della società. Cfr. J.-P. Aron, Le mangeur du XIX<
siècle, Laffont, Paris 1973 [trad. it. La Francia a tavola dall'Ottocento alla Belle Epoque, Ei­
naudi, Torino 1978].
78 Mohrt, Paquebots cit., p. 39.
79 lvi, p. 29.
BO
lvi, p. 30.
81 Citato in Peillard, op. cit. , p. 191 (intervista del 9 novembre 1970).
82 Luxurious days at sea, «Harper's Bazar», l O marzo 1900, citato in Rambourg, op. cit. ,
p. 89.
83 Peillard, op. cit. , p. 55.
84 Capitano Bérard, art. cit., p. 43 .
85 A. Seigneurie, Le Tour du monde d'un épicier. . . 17 novembre 1886-27 aout 1887, Pa­
ris 1 889, citato in I. Renner, Contribution à une histoire des /ormes de sociabilité au XIX<
siècle: le Paquebot. Passagers de première classe sur la ligne Le Havre-New York de 1864 à
1906, maitrise Paris-1, 1992.
86 F. Rosaz, Le Flirt: pratiques et représentations en France à la /in du XIX< siècle, mai-
trise Paris-I, 1993 .
87 Citato in Rambourg, op. cit. , p. 86.
88 Brinnin, Gaulin, op. cit., p. 59.
89 Vaillat, art. cit.
90 D. Hillion, I.:Atlantique à toute vapeur, Rennes 1993 , p. 7 1 .
91 Brinnin, Gaulin, op. cit. , p . 96.
92 lvi, p. 7 1 .
93 Marin, op. cit.
94 A. Gregory, I.:Age d'or du voyage, 1880-1939, Editions du Chene, Paris 1 990, p. 19.
Capitolo terzo'�

Roy Porter ce l'ha ricordato: quello che per noi è «il tempo delle
vacanze» ha radici in un lontano passato. È una combinazione di
viaggio e di villeggiatura. È, a suo modo, l'erede del desiderio del­
l'altrove suscitato, all'alba dei Tempi moderni, dalla malinconia e dal­
lo spleen. La migrazione dei vacanzieri riproduce e amplifica, tardi­
vamente, la febbre di mobilità che, nel diciottesimo secolo, accom­
pagna, all'interno delle élite, l'esaltazione dello spostamento.
Questa genealogia non appartiene unicamente al campo della sto­
ricità delle consuetudini. Anche quella delle modalità della fantasti­
cheria geografica, associata a quella dei sistemi di valutazione degli
spazi naturali, ha influito sul modo di atteggiarsi delle forme del viag­
gio e della villeggiatura, antenati delle vacanze. La campagna, la mon­
tagna e il mare, la foresta e il deserto sono stati sottoposti, simulta­
neamente o successivamente, allo sguardo panoramico e dominatore
dello stratega e del cartografo reale, alla sete di sapere dello studioso
di geologia, alla curiosità dell'archeologo, all'ammirazione del pae­
saggista, all'attesa e al sogno del viaggiatore romantico in cerca di se
stesso.
Questi modi di apprezzamento intrecciati hanno preparato le for­
me contemporanee del diletto.
n periodo che ci riguarda è quello della brusca trasformazione del
viaggiatore in turista (nel senso che noi diamo a questo termine). La
massificazione delle abitudini è stata accompagnata da una sistema­
zione degli spazi. Meglio ancora, l'economia turistica è riuscita a crea­
re una nuova spazialità. Quest'amplificazione e questo rimodella­
mento hanno imposto una codificazione degli usi e dei comporta­
menti. I professionisti del turismo hanno saputo registrare, stimolare

* Traduzione dal francese di Carla Patanè.


84 I:invenzione del tempo libero. 1850-1960

e diffondere a loro vantaggio il desiderio di evasione e di estrania­


mento.
Non riapriremo, qui, il dibattito relativo al meccanismo delle an­
teriorità. Sembra tuttavia abbastanza chiaro che il desiderio - quello
della scoperta dell'altrove e della liberazione dalle pressioni tempo­
rali - abbia preceduto il lavoro degli industriali. Ciò nondimeno, que­
sti hanno saputo sfruttare, regolare, lavorare, in qualche modo, que­
sta materia prima e modellare le forme contemporanee degli usi turi­
stici della natura.
Così façendo, hanno contribuito all'invenzione di una temporalità
specifica. E questa temporalità che costituisce il centro del discorso
di André Rauch. Le vacanze hanno fatto apparire un nuovo tempo
sociale. Questo continua a essere soggetto al ciclo cosmico. L'attuale
'stagione' turistica è il prolungamento di q uella dell'antica villeggia­
tura; con la differenza che le attrattive dell'autunno e della primave­
ra si sono a poco a poco cancellate a vantaggio del primato dell'esta­
te, quindi del desiderio in ascesa dell'inverno.
Il tempo delle vacanze, nella misura in cui la massificazione delle
abitudini l'ha sempre più nettamente contrapposto al tempo del la­
voro, è diventato quello della felicità attesa e, in certo qual modo, ob­
bligata; tempo monopolizzatore che riesce, a poco a poco, a polariz­
zare la totalità dei giorni. Il tempo delle vacanze, che si vuole libera­
to dalle costrizioni e dalle pressioni, accentua, ci dice André Rauch,
la densità e la positività del quotidiano. Questo tempo inventato, che
sanziona il desiderio di disponibilità, permette l' �ttenzione a sé, l'e­
sperienza di sé, quando non la rivelazione di sé. E quello durante il
quale il corpo ritrova un'esistenza dimenticata. Il tempo delle vacan­
ze è diventato, un po' alla volta, un elemento determinante della co­
struzione delle identità. In tal modo, si è collocato al centro della sto­
ria sociale.
A.C.
Le vacanze e la rivisitazione della natura
(1830-1939)
di André Rauch *

Le vacanze e la vita privata

La stazione balneare Nel diciottesimo secolo Bath, cittadina inglese


nei pressi di Bristol, inventa la stazione termale. Si verifica un fatto
nuovo: la nobiltà britannica non tarda a trasformare l'obbligo della
cura medica nel piacere della villeggiatura. A priori, colui che si sot­
topone al trattamento termale non gode di molta libertà: il medico
non gli ha forse prescritto la stagione, l'ora e la durata della cura, non­
ché stabilito il luogo e il numero dei bagni da prendere durante la sua
permanenza? Questo soggiorno sanitario misura i tempi, le cure,
combina la durata del trattamento con l'attesa della guarigione. Ma
l'ambiente «all'antica» di Bath è concepito anche in funzione dell'o­
tium: la sostituzione dell'albergo al bagno termale, le passeggiate im­
mersi in una natura deliziosa, gli spazi di divertimento stilizzati, an­
corché sottomessi a regole di orario e di etichetta, favoriscono le
«buone abitudini» dell'esibizione di se stessi. Tra i due modi di uso
del tempo - quello della cura e quello del relax si crea una tensio­
-

ne che stravolge il senso e le modalità del soggiorno.


D modello inglese fa scuola: Spa è la prima città del continente a
imitare Bath. Le Baden della Renania o della Boemia, Carlsbad, Ma­
rienbad, si rifanno allo stesso principio, e anche Montecatini o Sal­
somaggiore non possono più non farvi riferimento. La Guida Joanne
così descrive il soggiorno nel Baden: «È l'Eden che migliaia di turisti
francesi si apprestano a visitare [ ] In un piccolo spazio, ecco rac­
. . .

colti tutti i piaceri del mondo e della natura. Qui begli alberghi, ville
stupende, magnifici saloni lussuosamente arredati, le emozioni del

* Traduzione dal francese di Daniele Germinario.


86 I.:invenzione del tempo libero. 1850-1960

gioco, le gioie e le seccature dell'abbigliamento, i lussi della civette­


ria, i piaceri della buona tavola, l'ebbrezza della musica e della dan­
za, il movimento, lo sfolgorio, il rumore della folla; là, a solo qualche
passo di distanza, una vegetazione meravigliosa, passeggiate agevoli
e varie, laghi e cascate all'interno di foreste pressoché vergini, vecchi
castelli in rovina»1• Il ritorno ai paradisi perduti alimenta due sogni:
l'evocazione di una estetica di vita ai margini della natura che si pre­
sti all'ammirazione e l'invito a fantasticare. L'enunciato della Guida
moltiplica le attrattive e, variando le occasioni di piacere da cui è ban­
dita ogni immagine inerente al lavoro, si valorizzano le vestigia del
passato: il ricordo del panorama, dell'aspetto paesistico, induce la no­
stalgia della feudalità. Una società dai modi raffinati «ferma l'oriz­
zonte», proteggendo il gruppo che questi segni di distinzione hanno,
per così dire, cristallizzato. L'equivalenza fra la rappresentazione dei
prati inquadrati da una siepe a bocagel e i piaceri che la stessa società
si concede nel suo stile di vita si fa evidente: essa fa scaturire il desi­
derio di soggiornarvi.
In Francia, Vichy e Aix-les-Bains fanno la loro comparsa alla fine
del diciottesimo secolo; l'inizio dello sfruttamento delle acque mine­
rali risale al Primo Impero (nel 1 809 c'erano ad Aix-les-Bains 1 .200
frequentatori dei bagni termaliP .
Il grande sviluppo delle città idrotermali francesi risale però al Se­
condo Impero, quando vengono registrate le grandi concessioni: Vi­
chy ( 1853 ) , Vittel ( 1 854), Contrexéville ( 1 865 ) , les Eaux-Bonnes,
Plombières, Saint-Sauveur, ecc. Nel 1870, il paesaggio della Francia
termale presenta le stesse caratteristiche che avrebbe avuto all'inizio
della Prima guerra mondiale. Dal 1 850 al 1870 la clientela delle sta­
zioni termali si triplica, approssimandosi infine alla cifra di trecento­
mila persone, comprendente sia coloro che si sottopongono diretta­
mente al trattamento sia il loro entourage.
Per quanto riguarda la vacanza al mare, il suo sviluppo appare più
precoce in Germania che in Francia: Travemiinde, presso Lubecca,
viene fondata nel 1 802; nel 1822, viene edificato su una sporgenza
della spiaggia un palazzo a colonne che ospita dei bagni caldi; due­
cento passi più indietro sorge un albergo con il suo caffè adorno di
gallerie, e il tutto è circondato da un giardino all'inglese. Riigenwald,
nella Pomerania prussiana, risale al 1815, Putbus al 1816, e tanto
Zoppot (presso Danzica) quanto Swinemiinde (sul Baltico) al 1 82 1 .
Nel 1827 vi sono accolti 2.500 bagnanti, la maggior parte dei quali al­
loggia in case private. Uno stabilimento balneare, un salone da musi-
A. Rauch Le vacanze e la rivisitazione della natura (1 830-1939) 87

ca e una sala da concerto completano i servizi a disposizione. In Olan­


da, Scheveningen si rifà allo stesso modello.
Le stazioni balneari francesi si sviluppano durante la Restaurazio­
ne: dapprima Boulogne e Dieppe, poi Les Sables-d'Olonne, Biarritz
e San Sebastian. La moda della spiaggia si basa sul principio della sfi­
da: godere del mare, neutralizzare il timore che esso incute, tutto ciò
presuppone la possibilità di essere protetti dal furore degli elementi
senza privarsi del loro spettacolo. Da qui l'accortezza di erigere gli
stabilimenti balneari su una diga dominante l'oceano scatenato; in
questo punto di contatto fra gli elementi, il frequentatore dello sta­
bilimento termale si attende protezione dalla qualità dell'aria e dagli
spruzzi sollevati dal mare, entrambi espressioni della natura pri­
mitiva.
Il conte di Brancas, sottoprefetto di Dieppe, fonda un primo sta­
bilimento balneare nel 1822, e vi invita la duchessa di Berry4. Ogni
anno, alla metà di luglio, la corte si trasferisce a Dieppe. Nel 1830,
l'aristocrazia del faubourg Saint-Germain adotta nuove abitudini. La
stazione balneare viene pianificata in modo razionale, e attorno ad es­
sa ne ruotano numerose altre. All'inizio meno chic, Trouville (sulla
costa normanna) diventa una spiaggia alla moda sin dalla fine della
monarchia di Luglio. Le località di distinzione cambiano: nel 1 835 si
comincia a decantare la spiaggia di Biarritz, che nel Secondo Impero
diventerà la stazione preferita dall'imperatrice Eugenia. Vi affluisco­
no frequentatori da Parigi, da Bordeaux, da Lione, cui si aggiungono
i rifugiati della guerra civile in Spagna: pur non conoscendo lo svi­
luppo delle stazioni balneari inglesi, Biarritz diventa il luogo di sog­
giorno dei duchi castigliani, dei lords inglesi e dei conti francesi.
«Sulla costa atlantica, la 'città d'inverno' Arcachon è un esempio
estremo di questo congiungersi delle preoccupazioni mediche col tu­
rismo. Costruita di sana pianta durante il Secondo Impero come sta­
zione di cura per la tubercolosi, essa aveva tuttavia un casinò»5. Il lus­
so dell'edificio, la sistemazione dei luoghi di passeggio, della ristora­
zione e delle strutture alberghiere non hanno come unico risultato
quello di richiamare la clientela sul luogo di cura, ma riescono a con­
centrare l'attenzione del cliente sugli specifici desideri che vivacizza­
no la sua giornata. Nella cura del proprio corpo si combinano tanto
la prescrizione medica quanto l'attenzione verso se stessi.
In questi luoghi di naturale bellezza, il clima e la temperatura di­
ventano oggetto di conversazione, capaci di determinare gli eventi
della giornata. La qualità dell'aria e del vento viene esaminata di gior­
no in giorno, alla mattina e alla sera, con grande precisione e diletto,
88 L'invenzione del tempo libero. 1 850-1 960

a seconda degli effetti che producono sui sensi e sull 'umore di cia­
scuno. Ogni conversazione sulla nebbia o sulle nuvole si colora di una
tinta affettiva. I tempi sono scanditi dal sorgere e dal calar del sole.
La situazione del mare viene ugualmente presa in considerazione:
l'alta marea e la brezza da cui è accompagnata danno alla giornata il
suo ritmo e alla conversazione il suo oggetto. Analogo è l'impiego che
si fa del tempo: la passeggiata non viene considerata secondo le di­
stanze percorse bensì sulla base delle lancette dell'orologio.
Inventando il fascino dei promontori, i romantici hanno arricchi­
to il piacere di passeggiare lungo le rive, che affina le impressioni cor­
poree. Trasformatosi in turista, il frequentatore di stazioni termali
sperimenta la fusione con gli elementi: l'aria, l'acqua, la sabbia. La sa­
lute si confonde con la loro armonia: il mare diventa sostanza origi­
naria, il luogo in cui l'individuo può uscire dal proprio tempo per ri­
trovare la perduta condizione dell'Eden. La riva del mare è assog­
gettata ai ritmi dell'universo; insensibile alle rivoluzioni della storia,
l'oceano impone la sua eterna presenza: anteriore a ogni creazione,
esso può ricreare la salute degli esseri. In questo luogo aperto sul­
l'infinito il frequentatore di stazioni termali si trova faccia a faccia con
i suoi valori fondamentali.
Quando negli anni venti New Brighton viene «lanciata» da James
Atherton, questi costruisce gli edifici proprio di fronte al mare. In
questo periodo la teoria medica si è già orientata e vanta gli effetti be­
nefici esercitati dal mare sulla salute dei bambini. Mentre si accresce
l'attenzione rivolta all'infanzia da parte della cultura borghese, la pre­
senza del bambino sulla riva del mare si accorda con l'educazione im­
partita dalla famiglia in materia di svaghi e di tempo libero. La prati­
ca del nuoto, nuova dimensione del bagno di mare, valorizza l'inte­
resse ludico offerto dalla padronanza tecnica del corpo. Al cerimo­
niale dell'istruttore che «inzuppa» il proprio allievo immergendolo
nell'acqua si sostituisce l'immagine di una folla di bambini che fanno
del bagno, più che una cura di salute, una cura di giovinezza. Il tuffo,
il salto nel mare, non hanno niente a che vedere con l'emozione pro­
dotta dall'immersione: i piaceri dell'imparare a nuotare vanno al di là
del semplice irrobustimento. I progressi tecnici inserivano allora il
tempo del bagno entro ritmi progressivi. S'instaura un tempo cumu­
lativo, scandito dai progressi realizzati.
Tale evoluzione esprime il ruolo esercitato dalla famiglia sulle at­
tività di svago. È nel suo seno che si acquisisce il diritto ad avere una
vita privata. Durante gli anni dell'adolescenza, fratelli e sorelle fre­
quentano le «spiagge per famiglie» in cui tutti si conoscono e i geni-
Primo viaggio dd Normandie, ingresso nd porto di New York,
di Raoul du Gardier (1935). Musée de la Poste, Amboise.
L a sala da pranzo delle
prime classi del Kaiser
Wilhelm II (1912).

Il salone delle prime classi del


Carihia ( 1 932 ) .
Gérard Demay, Veduta della spiaggia dei bagni di mare nei dintorni di Trouville (1844). Louvre des Antiquai­
res, Parigi.
Frana sulla linea ferroviaria tra Dawlish e Teignmouth, nel Sud del Devon (1852), di F. Jones e W. Sproat.
Charles Cundall, «Bank Holiday» a
Brighton ( 1933). Tate Gallery, Londra.

Southsea nell'ultimo decennio dell'ottocento.


Bagni a Issy-les-Moulineaux.

Gaston Balande, Déjeuner en plein air


(1914). Petit Palais, Musée de Genève.

Il ristorante «Moulin-Rose» a Boulogne-Billancourt.


Manifesto pubblicitario della stazione termale di Harrogate, nello Yorkshire.
50UTH Eft5TERN & CHftTHilM
.......
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.,

(ONDUCTED
I viaggi organizzati dall'agenzia Cook.

' W.l-4....,......
' 5WITZERLAND
GERMANY
THE RHINE
HOLLAND
BE.LGIUM
AUSTRIA
SALZKAMMERGUT
OOLOMITES
CARPATHIANS
BAVARIA
ARD ENN E S
SCANDINAVIA

Turisti davanti al Ramesseo, a Tebe.


Veduta della Mer de giace.

Maurice e Bianche Boissieux durante un'escursione.


A. Rauch Le vacanze e la rivisitazione della natura (1830-1 939) 89

tori lasciano i propri figli liberi di stare assieme. Le cerchie familiari


si mescolano dando vita a una rete di rapporti: giovani e ragazze pos­
sono circolare senza pericolo, p iù liberamente di quanto non avven­
ga a Parigi6• D bagno e il nuoto introducono divertimenti che costi­
tuiscono l'attrattiva di un soggiorno sul litorale.
Gli spazi lungo la costa si razionalizzano. A Touquette dopo il
1 903 , a La Baule a partire dal 1 923 , gli imprenditori concepiscono
stazioni balneari ispirate a regole urbanistiche e architettoniche che
prevedono la conservazione di aree boscose, servizi commerciali e
luoghi di divertimento. L'esemp io più perfetto resta quello di Deau­
ville, ove possiamo trovare i primi elementi della «stazione integra­
ta»: terreni comunali (duecentoquaranta ettari di paludi e dune) ven­
duti all' imprenditore, una società immobiliare che raccoglie ban­
chieri e uomini d'affari, lavori preliminari di bonifica, un piano di svi­
luppo e di lottizzazione che associa gli spazi di svago in riva al mare
e gli edifici retrostanti. Comincia a formarsi una normativa legislati­
va: dapprima la legge sulla tassa di soggiorno dell'l l aprile 1 9 1 0, este­
sa a tutte le stazioni termali, climatiche e turistiche il 24 settembre
1919, e in seguito la legge concernente il «piano di ampliamento e ra­
zionalizzazione delle città» del 14 marzo 1 9 1 97, vero e proprio arse­
nale legislativo la cui applicazione compete congiuntamente all'ONT
e al Consiglio superiore di igiene pubblica, sotto la tutela del mini­
stero del Lavori Pubblici.
La villeggiatura rivela un nuovo uso del tempo ritmato secondo le
stagioni. Nate di recente, N izza o Hyères erano inizialmente luoghi
preferiti per passarvi l'inverno; dopo l'annessione della contea di
Nizza alla Francia nel 1 860, tale città diventa sempre più alla moda:
nel 1861 -62 essa accoglie 1 . 850 famiglie e 5 . 000 nel 1 874-75 , mentre
ben 22.000 persone vi trascorreranno parecchi mesi nel 1887 . C i van­
no inglesi, russi, austriaci e tedeschi appartenenti alle famiglie della
grande nobiltà. Accanto al turismo estivo in montagna e nelle città di
mare si era così creato un turismo invernale lungo le coste del Medi­
terraneo, raccomandato sia per la dolcezza del clima che per la rigo­
gliosa vegetazione, ricca di fiori. Inoltre, il cambiamento d'aria di­
venta una medicina alla moda per tentare di prevenire o curare la tu­
bercolosi. Altre località sorgono a Cannes e a Mentone. La riviera
chiamata Costa Azzurra da S. Liegeard ( 1 877) si estenderà così da
Hyères a Viareggio.
La storia della scuola esercita la sua influenza sui ritmi stagionali.
Fino al diciannovesimo secolo, le scuole sospendevano le lezioni in
due circostanze: durante le feste religiose che punteggiavano l'anno
90 I.:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

e nei periodi in cui il lavoro dei campi obbligava gli studenti a nu­
merose assenze. Alla fine del secolo, ferie e vacanze si emancipano dal
calendario ecclesiastico e dai vincoli della vita rurale, assumendo co­
me unica funzione quella di assicurare agli alunni periodi di tempo li­
bero e prolungandosi notevolmente, soprattutto durante la Terza Re­
pubblica: lo spostamento delle vacanze verso l'estate dà la sua im­
pronta al calendario e modifica la concezione stessa delle vacanze
scolastiche.

Un tempo per il corpo La riva dell'oceano doveva curare varie forme


di debolezza, stress, ecc. Attraverso l'immersione in mare, in cui si
mescolano tanto il piacere quanto il brivido del contatto con l'acqua
fredda, si sviluppa un modo nuovo di mettere alla prova il proprio
corpo. L'esaltazione di questa nuova «intimità di vita» dà ai bagni di
mare il senso di una periodica rigenerazione, espressione di nuova
energia, e questa palingenesi permette all'individuo di rimettersi in
forma. Nella società industriale, i rituali di vacanza connessi al corpo
accompagnano le attenzioni rivolte a se stessi. Nella sapiente combi­
nazione di abbigliamento e nudità, nell'abile associazione di gusto e
di nonchalance sono contenuti i valori originari delle vacanze: l'esibi­
zione del corpo, la messa in scena di se stessi, divengono essenziali
per tratteggiare una figura, dare inizio a una gestualità, sviluppare un
giudizio di gusto, giocare a mettersi in mostra e a riaffermare la pro­
pria sensibilità personale. La parentesi della cura, e poi delle vacan­
ze, si apre su un periodo di tempo in cui si coniugano tanto i piaceri
quanto la loro ostentazione.
Dalla fine del diciannovesimo secolo, le spiagge sassose e le fred­
de acque della Manica o dell'Atlantico subiscono la concorrenza
esercitata dalla scoperta della morbidezza carnale della sabbia fine e
la liquida sensualità dei mari caldi. Dopo aver vantato per decenni i
benefici dei bagni freddi, si «inventa l'acqua calda». La sabbia dora­
ta e il calore dell'acqua offrono una nuova immagine degli elementi
naturali. La scoperta della sensazione di benessere connessa al calo­
re estivo assume certamente un forte valore di rottura: all'immersio­
ne curativa si sostituisce la nonchalance dei corpi immersi e bagnati
di luce. Il tempo si dilata ma, simultaneamente, il suo impiego si li­
bera, sfuggendo ai ritmi della cura e alle distrazioni tradizionalmen­
te connesse.
La scoperta del calore della sabbia si accompagna a quella del so­
le, complemento indispensabile dell'acqua, fonte di salute e di ritro­
vato appetito per il bambino rachitico; in seguito, quando i corpi sof-
A. Rauch Le vacanze e la rivisitazione della natura (1830- 1 939) 91

ferenti si saranno fatti da parte e la bellezza dei corpi in ozio avrà pre­
so il soprawento, si affermerà la ricerca dell'abbronzatura8; la carna­
gione scura, la pelle liscia e soda diventano un binomio inscindibile,
una sorta di abbigliamento. Si prova piacere nel mostrare il proprio
corpo: ogni tappa di questo progressivo denudamento provoca ini­
zialmente scandalo, ma poi finisce con l'affermarsi. Mostrare il gi­
nocchio o scoprire le braccia o le spalle non è più una cosa indecen­
te. li corpo non è più soltanto guarito o riabilitato, ora si offre allo
sguardo. Si desidera fortificarlo mediante il nuoto e lo sport, e ben
presto anche conferirgli una tinta dorata per «metterlo in scena» in
occasione di raffinati divertimenti; il modo di presentarsi si modella
in funzione delle immagini sociali del corpo. Si compie così una ri­
voluzione: quando si elabora una messa in scena dell'apparenza, la vi­
ta privata diventa oggetto di un sistema di convenienze. Fra le altre
cose, essa favorisce il gioco erotico. La trasgressione delle sue regole
può ormai compromettere un incontro amoroso.
Il rinnovamento delle forme di sociabilità che ne deriva esprime
bene le abitudini del soggiorno stagionale sulle rive del mare. Men­
tre, inizialmente, la chiusura fisica dei padiglioni eretti sulla spiaggia
arresta gli sguardi e rende impossibile ogni infrazione alla regola, il
costume valorizza l'eleganza e codifica i comportamenti. Gli uomini
adottano i costumi della scuola parigina di nuoto di Pont-Neuf: un
paio di mutandoni o pantaloni, un camiciotto di flanella di lana ta­
gliato in un solo pezzo e privo di maniche. Tutto si svolge come se gli
impulsi, fin qui proscritti dalla chiusura delle tende, fossero ormai
sotto controllo grazie all'artificio dell'abbigliamento. La sensibilità si
accontenta di queste nudità codificate dai dettami della moda. Le di­
visioni trattengono gli sguardi, i costumi li attirano. Grazie all'esteti­
ca, l'interiorizzazione della norma morale trattiene le pulsioni. Non
si tratta soltanto di uno sviluppo progressivo del pudore, ma soprat­
tutto di una riformalizzazione dei rapporti in sé. All ' epoca dei sog­
giorni sulle rive del mare, la cura perde il proprio rigore ascetico. Il
flirt, nuovo gioco seduttivo, si diffonde in questi luoghi privilegiati,
le stazioni balneari e i loro casinò, ave il pudore e gli imperativi del
desiderio trovano la loro conciliazione. Qui, la donna lascia intuire la
propria sensualità. Il nuovo erotismo impone delicatezza, implica
forme raffinate e scandisce la misura del tempo. A causa del suo cha r­
me e della sua grazia, il flirt diventa un atteggiamento di transizione
indispensabile alla seduzione9. Esso crea un codice della «distanza»
interindividuale, che prelude all'incontro: la carezza di uno sguardo
92 I.:invenzione del tempo libero. 1850-1960

apre un tempo fatto di connivenze e di complicità. Sfiorarsi imper­


cettibilmente abbozza i preliminari dei giochi d'amore.
Simultaneamente, il corpo diventa il luogo visibile di una identità.
Più che delle appartenenze sociali, maschere e ruoli fittizi, e ancor più
delle idee o delle convinzioni, fragili e influenzabili, il corpo diventa
la realtà dell'individuo privato, e attira o respinge il desiderio dell'al­
tro. Al di là del lavoro, degli affari, della politica e della religione, «li­
berato nella sua pienezza» esso apre la strada a un'altra vita. Accede­
re alla propria immagine ravviva il sentimento della propria impor­
tanza e diffonde il desiderio di contatto sociale. Sulla stampa e nelle
riviste, il cui numero si accresce costantemente, giornalisti e fotogra­
fi lusingano l'ego, valorizzano lo sviluppo personale teatralizzando gli
atteggiamenti, i gesti, le espressioni del corpo e la mimica del viso.
In questo rapporto dell'individuo con se stesso la famiglia gioca
un ruolo non trascurabile, come testimonia la scelta della casa per tra­
scorrervi le vacanze.

La casa della felicità L'evoluzione del tempo libero nella famiglia in­
fluisce su quella che diventerà la seconda casa. Con l'abolizione del­
le Corn Laws (1846), la gentry inglese aveva trasformato i propri pos­
sessi fondiari, la cui redditività era andata declinando, in un luogo di
piacere: il parco. I suoi membri si ritrovano in campagna per prati­
care una vita in cui il tempo libero e lo svago esercitano una parte p re­
ponderante. La proprietà fondiaria attraverso la quale il privato si
fa notare dilata la propria immagine. Per quanto riguarda la villeg­
giatura,

in Francia, all'inizio dell'ottocento, la pratica solo un'élite relativamente ri­


stretta. Negli anni 1870 la parola è ancora registrata come un neologismo.
il Larousse du XIXe siècle la definisce come il «soggiorno che si fa in cam­
pagna per ricrearsi». L'aristocrazia e, in genere, i ricchi che, vivendo di ren­
dita, non sono trattenuti dagli affari a Parigi e nelle grandi città, d'estate van­
no a stare nei loro castelli, sulle loro terre, in campagna, e tornano in città
solo a ottobre, o persino a novembre, dopo aver profittato della stagione
della caccia. L'anno, quindi, si divide in due: la stagione mondana, inverno
e primavera, e la villeggiatura, estate e parte dell' autunno10.

Durante il soggiorno, il pranzo e la cena giocano un ruolo simbo­


lico in relazione alla qualità delle vacanze in famiglia. La padrona di
casa, riunendo i familiari intorno alla tavola, regola il ritmo del tem­
po privato, imprimendogli il proprio stile.
A. Rauch Le vacanze e la rivisitazione della natura (1830-1939) 93

Un po' all a volta la borghesia si è messa a imitare il modello aristocrati­


co. Auguste Villemot, nella sua cronaca del «Figaro», il 1 5 maggio 1 856, ci
scherza su. Perché, dice, se per una donna è divertente giocare alla «sem­
plicità campagnola» andando dal mese di maggio a stabilirsi in campagna,
alle porte di Parigi, questa caricatura della vita al castello è semplicemente
infernale per un uomo che ha i suoi affari a Parigi. li giornalista si diverte.
È vero tuttavia che le famiglie borghesi, con la buona stagione, lasciavano
volentieri la città per i suoi dintorni. «Un borghese di Grenoble non è con­
siderato se non in quanto ha dei possessi», scrive Stendhal [ . . . ] La maggior
parte dei borghesi di Rouen possedevano una residenza di campagna poco
lontana dalla città e vi passavano parecchi mesi dell'anno, invitandovi pa­
renti e amici. Ne profittavano, d'altra parte, per sorvegliare le fattorie che
avevano nei dintorni11.

A Strasburgo (come in gran parte dell'area germanica12), durante


i calori dell'estate la borghesia pratica la Sommer/rische a Robertsau,
sobborgo ricco di orti, oppure sui Vosgi, a Hohwald, e ritorna in città
soltanto all'inizio dell'autunno, tranne nei casi in cui aspetta la rac­
colta degli ultimi frutti prima di terminare il soggiorno estivo.
Esiste una differenza tra la borghesia di provincia e quella di Pa­
rigi o delle grandi metropoli: «la prima soggiorna in campagna nelle
sue proprietà, la seconda ha poche proprietà: non sarebbe in grado
di sorvegliarne lo sfruttamento. Prende in affitto, dunque, per le va­
canze, delle case in campagna o si stabilisce in un albergo. L'uso di
prendere in affitto permetteva di andare in vacanza in luoghi di­
versi»13.
In questi luoghi di vita familiare, il quotidiano e il banale possono
acquisire una valenza simbolica se i tanti piccoli «niente» di cui sono
fatti si caricano di un significato sentimentale. Nel romanzo della
contessa di Ségur Le vacanze ( 1 859), la famiglia si riunisce durante
l'estate; le figlie attendono l'arrivo dei cugini. Preparando l' acco­
glienza esse assorbono pienamente il proprio ruolo femminile. La lo­
ro emozione, l'effusione dei sentimenti danno colore all ' avvenimen­
to. Nello spazio borghese la ripetizione non si trasforma in routine
ma assume un ruolo rituale: il valore affettivo di ogni momento si di­
lata: prima lo si attende, ci si prepara ad esso; poi lo si commenta, vi
si ritorna con il pensiero. Il piacere si annida in questi momenti che
sottolineano lo scambio delle informazioni e la comunicazione degli
stati d'animo. Il valore dell'evento avrà il suo posto nella raccolta dei
ricordi.
Il fascino dei luoghi gioca un ruolo determinante. Il tendone pri­
vato all'aperto si contrappone alla residenza estiva in montagna, al
94 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

mare o in campagna (si pensi al desiderio di frescura connesso alla


Sommer/rische14) . La sua ombra proiettata sulle aiuole fiorite tempe­
ra il fuoco dei raggi solari e conferisce alla residenza la sua qualità di
vita: il benessere appartiene a uno spazio privato, ed è riservato a co­
lui che ne ha il godimento. Ciò testimonia un senso estetico della vi­
ta; nel tendone, intorno alla vasca d'acqua, si entra nella civiltà del
piacere. Una dolcezza meritata e attenta legittima l'immagine di sé ri­
flessa nello specchio acquatico15•
Se la casa delle vacanze costituisce un'idea nuova, la stessa cosa va­
le per il giardino che la circonda. Nel diciannovesimo secolo questo
diventa un elemento capitale della vita borghese. La natura addome­
sticata assicura la tranquillità dello spazio privato e offre alla vita fa­
miliare un quadro ideale. Dopo le vincolanti incombenze della città,
gli uomini tagliano gli alberi e le siepi che crescono lungo i confini
della proprietà. Le donne si prendono invece cura dei fiori, naturale
combinazione di dolcezza e di delicatezza profumata. A fortiori, la
scampagnata viene ad abbellire i piaceri della villeggiatura. Il pic-nic
fissa così tradizioni alimentari e usanze: l'assenza di mobilio e la sco­
modità nello star seduti entrano a far parte dell'arte di vivere e di
comportarsi in società. Queste raffinate occasioni di ritorno alla sem­
plicità comportano delle attenzioni verso se stessi ormai dimenticate.
L'abbigliamento, l'equipaggiamento, i cibi costituiscono un insieme
attraverso il quale la scampagnata invita a rivisitare la natura secon­
do stili di vita codificati, e che le numerose rappresentazioni di pic­
nic della pittura inglese o francese contribuiranno a stilizzare in oc­
casione del rinnovamento operato dall'impressionismo.
In realtà, ciò vale tuttavia solo per le classi dominanti. Fra le due
guerre, l'importanza del «ritorno alla campagna» presso gli operai e
gli impiegati ha più il significato di un ritorno alle fonti e alle origini
della famiglia che di una scoperta della natura. Tornarvi significa
riannodare i legami con la terra, il villaggio, la famiglia e i parenti. Ri­
trovare la casa ove si è nati, ma anche gustare a sazietà i frutti e i cibi
che in città non si trovano sempre in quantità necessaria. Il ritorno ai
lavori campestri, il raccolto, la mietitura, il giardinaggio, ecc., sedu­
cono operai e piccoli impiegati. Piantare, annaffiare, raccogliere so­
no gesti che hanno in sé il desiderio del riposo e della libertà. Nel suo
campo il contadino non sembra forse padrone del suo tempo, men­
tre l'operaio e l'impiegato sono costantemente costretti a piegarsi agli
orari e alla gerarchia?
La domenica si frequentano bar e caffè, soprattutto alla fine della
passeggiata. In questo giorno ci si restituisce alla famiglia lungo le ri-
A. Rauch Le vacanze e la rivisitazione della natura (1830-1939) 95

ve, ai margini della foresta, ci si ritrova nelle locande che possiedono


un giardino, giochi per i bambini, un'altalena per dondolarsi; talvol­
ta, uno o due animali in gabbia esprimono un semplice esotismo. Al­
l'interno si balla, è «il paradiso del valzer a due tempi, l'Eldorado del
proletario». Tutt'intorno giochi di birilli, balli di gruppo in cui ci si
tiene per mano, padiglioni per il tiro a segno, corse di cavalli; una gi­
ta in barca per concedersi il piacere di remare o di pescare completa
la festività domenicale. Quando la stagione è bella e il sole picchia, le
gioie del bagno caratterizzano i giorni d'estate. La passeggiata o l'e­
scursione festeggiano il ritorno alla natura dell'operaio, che ne era
stato scacciato dall'esodo rurale. Il bagno e la danza celebrano il rein­
contro dell'operaio con il proprio corpo; egli ritrova qui i diritti che
gli sono negati quando indossa la tenuta da lavoro.
La festa paesana costituisce l'occasione per riannodare i legami
con la collettività d'origine. Vi si celebra il «nido» ove si è vissuta la
propria infanzia e che si è dovuto abbandonare a malincuore per tra­
sferirsi in città, e dove «l'esiliato» ha lasciato ricordo di sé a una co­
munità invitata a non dimenticarlo. Nella società industriale ognuno
diventa per così dire anonimo. Tornare al paese vuoi dire essere chia­
mati quotidianamente per nome: significa ritrovare per qualche gior­
no l'identità perduta. Divenuto adulto, l'operaio riscopre qui le gioie
di un'infanzia di cui continua a vagheggiare la felicità.
Se oggi il fango non ci dice più nulla, mentre è sempre presente in
ogni foto risalente al periodo fra le due guerre, sempre pronto a rie­
spandersi con le prime piogge, è perché la fertile campagna ha cessa­
to di essere la realtà in cui radicano i propri sogni i cittadini ancora
impregnati di cultura contadina. Dalla fine del secondo conflitto
mondiale gli si preferisce la calda sabbia di una spiaggia. Si tratta di
realtà dimenticate che qualificano il modo di vita di una società ur­
banizzata e industrializzata. La nuova generazione ha rotto i legami
familiari della fattoria e del vill aggio per riprodurre al loro posto gli
svaghi d'una borghesia il cui stile domina ormai l'uso del tempo li­
bero.

«Partire è un po' vivere»

Oziare in luoghi che fanno sognare diventa un ideale tanto più de­
siderabile quanto più prestigiosi sono i luoghi prescelti. Partire per le
vacanze presuppone il capovolgimento dei tempi dell'orologio che
scandiscono l'inizio e la fine del lavoro produttivo. Il cambiamento
96 L'invenzione del tempo lzbero. 1850-1960

di luogo indica allora una riconversione del rapporto con il tempo: i


luoghi sono scelti sovente in funzione della loro capacità di farci
sprofondare nel sogno; !'«esotismo» è pertanto considerato un con­
trovalore onirico della civiltà tecnica in cui il livello di vita autorizza
appunto questa forma di spaesamento.

I sogni del turista Un genere letterario ha stabilito per lungo tempo


gli itinerari, le tappe, l'estetica del viaggio. Fin dal diciassettesimo se­
colo, gli inglesi hanno chiamato Tour o Grand Tour il viaggio com­
piuto sul continente da un giovane aristocratico accompagnato dal
proprio precettore. Ci si recava nei Paesi Bassi, nelle province renane,
in Francia, in Italia: visitare la Campania permetteva di apprezzare le
coste del Tirreno. Nel diciannovesimo secolo, a tutto ciò si aggiunge
il grande viaggio iniziatico verso l' «Oriente», vale a dire la Spagna, la
Grecia, l'Egitto o il Bosforo: «niente è stato peggio definito del paese
al quale si applica questo nome», scrive Pierre Larousse nel Diction­
naire universel du XIXe siècle16• Nella sua guida pubblicata nel 1 86 1 ,
Joanne indicherà così i paesi sotto la sovranità ottomana 17.
n termine turista utilizzato da Stendhal nelle sue Memorie di un
turista ( 1 83 8) indica il viaggiatore partito per dedicare il suo tempo
alla propria cultura personale18; il Tour (o Grand Tour) indica una cir­
colarità che riconduce il suo autore al punto di partenza, mentre sul
piano etimologico la parola viaggio designa «la strada da percorrere».
Mérimée, Hugo, Dumas, Stendhal descrivono i loro itinerari. I luo­
ghi già celebri, come Roma, hanno la priorità. Altri vengono scoper­
ti a seconda della passione per il passato o per i loro paesaggi fuori
dell'ordinario (le Alpi, i laghi italiani, le montagne del Peloponneso) .
Sebbene ricco di emozioni, questo tipo di viaggio resta una gioia in­
tellettuale. n piacere di visitare un luogo memorabile o di inerpicar­
si lungo le pendici leggendarie del Vesuvio permette di ricalcare l'av­
ventura sul modello di quella degli eroi mitologici greci o romani. La
descrizione del panorama si rischiara alla luce del testo antico; i tem­
pi del viaggio diventano la commemorazione del luogo glorificato, la
celebrazione di un culto.
L'album arricchito di racconti e di schizzi, a imitazione dei voya­
ges pittoresques, i quaderni di viaggio pubblicati da vari scrittori da
Chateaubriand a Loti esprimono l'intensità di una simile esperienza.
Si tratta di una ricerca che diffonde il gusto dello sradicamento. Dal­
la scoperta di una civiltà perduta, vale a dire sconosciuta, scaturisce
una lezione ricca di attualità. I luoghi scoperti dal turista ricordano
«l'anteriorità» di altre civiltà. Entrando in contatto con esse, il viag-
A. Rauch Le vacanze e la rivisitazione della natura (1 830-1939) 97

giatore si risveglia alla storia, tanto alla propria quanto a quella del
paese che sta visitando: a Mahé, in India, Loti si imbatte in tre per­
sonaggi usciti dal sottobosco: due vecchi dalla barba bianca, vestiti
come santi in una chiesa, e una ragazza a seno nudo che porta sulla
testa un cesto di frutta: «guardandoli awicinarsi dal fondo di quel
paesaggio meraviglioso, in quello sfavillìo dorato, mi viene in mente
qualche scena del più lontano passato preistorico: è così che con l'im­
maginazione mi raffiguravo una volta la prima età del mondo, in cui
tutto era bello e tranquillo, e gli esseri e le cose risplendevano di un
fulgore che ormai non conosciamo più»19.
La scoperta di popolazioni insolite stimola il sogno e autorizza a
immaginare il passato scomparso dell'umanità. Un paesaggio favolo­
so si popola di esseri fantastici, testimoni dell'origine del mondo: la
leggenda popolare e il racconto per bambini si confondono.
Al di là della memoria storica, il viaggio presuppone il mito: da­
vanti alle civiltà scomparse e ai grandiosi paesaggi naturali, i primi tu­
risti che raggiungono Gerusalemme20 o i ghiacciai sul massiccio del
Monte Bianco scoprono luoghi segnati dalla storia, ma allo stesso
tempo dalla leggenda e dalla natura. Le narrazioni affondano instan­
cabilmente le loro radici in questi due registri. Segnati dalla mano di
un fondatore, essi testimoniano le proprie origini. I turisti scoprono
così la relatività della propria epoca e l'immensità del tempo univer­
sale. All'alternanza dei giorni e degli eventi oppure al tempo storico,
scandito dal succedersi dei vari regni, si sostituisce l'infinito della mi­
tologia.
Le emozioni suscitate dall'arrivo in questi luoghi, simile alla con­
quista dell'oggetto amato, prevalgono sulla scoperta della bellezza
del paesaggio: «Costanza è una piccola Costantinopoli», afferma
Nerval, «distesa, all'imboccatura di un lago immenso, sulle due rive
del Reno, qui ancora tranquillo . A lungo si discende verso di essa lun­
go pianure rossicce, attraverso colline coperte da queste vigne bene­
dette che ancora diffondono il suo nome nel mondo; l'orizzonte è im­
menso, e il fiume, il lago, la città assumono mille meravigliosi aspet­
ti»21; simile a quella d'una donna di cui si intuisca la presenza dello
sguardo, la maestosa posizione di Costanza offre al curioso la gioia
del paesaggio che la riveste. n turista non lascia che la propria atten­
zione si affievolisca in un itinerario compiuto; la sua curiosità aspet­
ta impazientemente la sorpresa, l'arrivo in una città desiderata ha il
sapore degli istanti che nessuna urgenza può far precipitare.
L'arrivo sui luoghi desiderati rompe la continuità temporale per il
viaggiatore che sbarca su rive sconosciute: i paesi appena lasciati ap-
98 L:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

paiono subito, per così dire, lontani, lo spazio reagisce sotto l'effetto
di una sospensione del tempo. Sbarcando in Marocco nel marzo del
1 889, Loti ne resta conquistato: «mettendo il piede a terra oggi, sul
molo di Tangeri, sotto il bel sole di mezzogiorno, provo la sensazio­
ne di tornare indietro nel tempo [ . .. ]. Qui, è come se un sudario bian­
co calasse a spegnere ogni rumore esterno, mettendo fine a ogni mo­
derno trambusto della vita»22. Nella sua ricerca di luoghi insoliti, il
viaggiatore medita sull'esistenza. Egli inventa un modo di guardare
e, conseguentemente, di vivere. n sentirsi diventare un estraneo co­
munica un sentimento di autenticità che caratterizza i momenti forti
del viaggio: meraviglia, sentimento religioso, gusto della solitudine
scatenano un'esaltata reazione «contro» il quotidiano e la sua preci­
pitazione. Un universo simbolico sconvolge le immagini del flusso
temporale.
Realtà inedita che presuppone una disponibilità o una vacanza
della coscienza del soggetto, l'esotismo dei viaggi turistici ispira una
sorta di propedeutica del gusto e della sensibilità. Nei confronti del­
le emozioni personali si afferma un'attenzione crescente: «amo i bei
paesaggi», esclama Stendhal nelle sue Memorie d'un turista, «essi tal­
volta esercitano sulla mia anima lo stesso effetto che un archetto ma­
neggiato con abilità ha su di un violino sonoro: creano delle sensa­
zioni folli»23 • Meglio di ogni altra cosa, secondo Hermann Hesse il
viaggio in Oriente sintetizza questa idea di un luogo in cui il tempo
trova il suo fondamento: «Il nostro Oriente non era», scrive l'autore,
«soltanto un paese o una nazione geografica, era la patria e la giovi­
nezza dell'anima, era dappertutto e in nessun luogo, sintesi di tutti i
tempi»24. Apogeo del viaggio, l'Oriente serve da paradigma a quello
che sarà il fine (nel senso tanto di finalità quanto di termine) del tu­
rismo, un luogo eterno e imperituro. Attraversando il tempo della
memoria e dell'immaginazione, esso diventa il luogo indimenticabile
senza il quale nessun altro esiste e dal quale ciascuno deriva la pro­
pna essenza.
Il desiderio del pittoresco assomiglia a una ricerca in cui si conci­
liano l'estasi momentanea e l'osservazione meticolosa. Essa presup­
pone un'attenzione rivolta al tempo naturale: la stagione dell'anno,
l'ora del giorno, l'età della vita diventano indispensabili forme di evo­
cazione. L'apice del turismo consiste nella scoperta dell'istante pro­
pizio per fissare l'esperienza fuggevole tramite la narrazione, il dise­
gno, e in seguito la fotografia. Rivelazione del mondo e rivelazione del
viaggiatore si confondono. La scelta del punto di vista - il luogo che
esalta lo sguardo - diventa essenziale. Di qui la ricerca insaziabile del
A. Rauch Le vacanze e la rivzsitazione della natura (1830-1939) 99

panorama privilegiato e la caccia all'istante senza eguale; la novità, l'i­


nedito, cioè lo sconosciuto nel senso del non-visitato, ispirano la co­
munione con il sacro25 _

Vestigia del passato o elementi naturali servono come sfondo a una


meditazione sulla fuga del tempo. I primi turisti si sono soffermati sui
vari modi di temere le peripezie inerenti al viaggio: essi vi calano sen­
za alcun distacco critico la propria storia personale; trascinata dal
narcisismo coltivato dall'autore della narrazione, essa può occultare
ogni altro riferimento. Per usare le parole di Stendhal, «per simpa­
tizzare un po' con le asserzioni del turista bisogna sapere con chi si
ha a che fare»26.
Di qui l'impressione di sacrilegio creata dall'apparizione dei «nuo­
vi» turisti i cui comportamenti urtano la sensibilità dei «vecchi» (che
pensano sempre di godere del privilegio di esserne stati i fondatori) .
La retorica è rivelatrice. Alla fine del diciannovesimo secolo, il viag­
gio in Oriente ha perduto il suo potere di seduzione nei confronti de­
gli spiriti raffinati. Lungi dal rispettare i ritmi di una cerimonia e il
culto del pellegrinaggio, i nuovi venuti accelerano i tempi della visi­
ta; il loro affaccendarsi altera tanto il significato del viaggio quanto il
suo sviluppo. Nascono altre forme di tempo. Pierre Loti considera i
membri di queste orde frettolose come guastafeste: «altrove», egli
scrive nel 1 892, «la traversata del Mar Nero riusciva ancora a fer­
marli; ma da due anni, con la nuova ferrovia [. .. ] è spaventosa questa
valanga di sfaccendati [ ... ] che va a curiosare dappertutto». I piaceri
dell'evocazione legittimano il pellegrinaggio volto alla ricerca delle
origini. Loti inveisce contro questa forma di trasgressione, scatenan­
dosi contro le nuove generazioni che invadono selvaggiamente i luo­
ghi consacrati dalla storia. Egli condanna in tono sprezzante il com­
portamento iconoclastico osservato nella città santa di Gerusalemme:
«ci imbattiamo ancora in due vetture, gremite dei rumorosi turisti
delle agenzie; uomini in casco di sughero, robuste donne dal copri­
capo di lontra con veli verdi [. .. ] . Oh ! Quei vestiti, quelle grida, quel­
le risa in questa santa terra dove noi arrivavamo tanto umilmente pen­
sierosi attraverso la strada dei profeti ! ».
I progressi compiuti dai mezzi di trasporto nel ventesimo secolo
accelerano il viaggio e, in un certo senso, secolarizzano gli spazi e la
venerazione per la lontananza dei luoghi. Fiumane di curiosi conti­
nuano a sopraggiungere, convinti di flirtare con la storia accostando­
si a un luogo «canonizzato». Prendono d'assalto questi luoghi consa­
crati con tutta l'impetuosità dei neofiti. Al desiderio della scoperta la
loro conquista aggiunge l'avidità di appropriarsi di oggetti insoliti.
100 L:invenzione del tempo libero 1 850-1960

Questi «eroi» si affrettano a ostentare i souvenir delle loro spedizio­


ni, come se fossero dei trofei, nel fasto di collezioni alle quali le loro
dimore servono da museo. Nella lussuosa fastosità dei luoghi di vil­
leggiatura, corna di uro e corni dell'abbondanza adagiati su tappeti
persiani permettono di appropriarsi di una esoticità lontana e di rac­
chiudere il ricordo di un passato perduto: l'esotismo è qui ostentata­
mente addomesticato. I souvenir mescolano l'awentura all'archeolo­
gia e collocano le reliquie del viaggio all'interno dei rituali familiari.

Il tempo delle guide Nel corso della prima metà del ventesimo seco­
lo fanno la loro comparsa le prime guide turistiche: Murray, Bae­
deker, Joanne, ecc., che ispireranno per più di un secolo il turismo
«colto», fissando e classificando i luoghi. Questi manuali di viaggio
modificano il turismo in profondità, imponendo le «curiosità» che
meritano di esser viste secondo le norme del buongusto. La scoperta
di un luogo obbedisce alla conoscenza di brani selezionati tratti da
questi manuali di viaggio. Louis Achette sottolinea come la loro let­
tura sia tanto piacevole quanto utile per il viaggiatore «condannato
alla passività fin dal momento in cui sale sul vagone ferroviario»27: il
loro successo librario si associa ben presto allo sviluppo dei viaggi in
ferrovia.
Le guide turistiche pubblicate durante la monarchia censitaria de­
scrivono in primo luogo i «punti di vista», poi i «panorami», e crea­
no una propedeutica dello sguardo che conforterà la scoperta dell'i­
stantanea fotografica. Ben presto gli itinerari si diversificheranno: no­
nostante la precarietà della rete alberghiera, dopo le Alpi e l'Alvernia
saranno la Normandia e la Bretagna ad attirare i visitatori. Durante
la monarchia di Luglio e il Secondo Impero, con uno sfasamento cro­
nologico ben comprensibile, le nuove abitudini si generalizzano: sul­
l' esempio dei parigini, i borghesi di provincia vanno a visitare la Sviz­
zera.
Nel diciannovesimo secolo, le rive del Reno compaiono fra i più
importanti luoghi turistici d'Europa: nel 1 837 150.000 viaggiatori vi
transitano per via fluviale; nel 1 840 se ne contano 636.000 e, nel 1 849,
più di un milione. Nel 1 83 9 J.A. Klaine descrive la crociera lungo il
Reno cantata dai romantici tedeschi; fornendo informazioni chiare e
ordinate, la guida inventa un genere: il paesaggio inquadrato nell'iti­
nerario del viaggio. Si promettono il sentimento e l'emozione ispira­
ti dal gusto della natura e dalla sua mistica28. Karl Baedeker29 pub­
blica un testo stilisticamente simile alla guida redatta nello stesso pe­
riodo da John Murray, il Manuale per i viaggiatori in Svizzera. Nel
A. Rauch Le vacanze e la rivisitazione della natura (1830-1 939) 101

184 1 compare l'opera del francese Adolphe Joanne, Itinéraire de la


Suisse. Fino alla Prima guerra mondiale, una Baedeker o una Joanne
indicheranno per antonomasia la guida di viaggio.
Ciascun volume comincia con una parte preliminare: Avvisi e con­
sigli ai viaggiatori oppure Informazioni generali; tale presentazione ri­
duce il viaggio a un itinerario, e spesso a un circuito; più che mai è il
tempo a determinare le possibilità: «l'itinerario», scrive Adolphe
Joanne, «può essere accorciato, allungato o modificato in mille modi
e mostra in modo approssimativo le principali curiosità presenti nei
dintorni di Baden e della Foresta Nera»30• Primo dovere di un turi­
sta è quello di preparare il proprio itinerario lungo il percorso da se­
guire. Si arriva a ridurre le descrizioni della guida alla narrazione dei
paesaggi osservati attraverso il finestrino del treno. In taluni momen­
ti, la visita guidata può trasformarsi in una marcia: «Un viaggio, per
essere indubbiamente piacevole, deve assomigliare più a un esercizio
laborioso che a una passeggiata comoda e ricreativa»3 1 • All'inizio del
ventesimo secolo, con la moltiplicazione delle automobili, i manuali
di viaggio si arricchiranno di carte stradali.
Per principio, è la guida a tracciare l'itinerario. Lo spazio del viag­
gio si frammenta in paragrafi da cui, al pari di lunghe, isolate paren­
tesi, emergono condensati di storia: il passato alberga in ogni luogo
su cui la guida abbia scelto di soffermarsi. Ma non si tratta di storia
sociale: mentre si evocano a lungo le guerre con i loro campi di bat­
taglia, i movimenti sociali e le manifestazioni operaie compaiono as­
sai raramente. Gli abitanti di una regione diventano un popolo (di
contadini, marinai, ecc.). L'incontro fra il turista e il montanaro non
suscita né contrapposizione né conflitto: quest'ultimo viene anzi a co­
stituire un grazioso sfondo romantico, l'essenza stessa del paese, e
conferendo la propria aura pittoresca a una società rimasta lontana
dalle rivendicazioni della società industriale diventa una sorta di cu­
riosità. n popolo della montagna, che sfugge alla rivoluzione indu­
striale, gioca così il ruolo del popolo «buono».
n piacere della montagna è ravvivato dalla presenza di tale rassi­
curante popolazione, che colloca il tempo del viaggio in una dimen­
sione atemporale. Il diletto provocato da tale spettacolo si dispiega
tanto più liberamente quanto più si confonde con la distanza che il
turista cerca di frapporre tra il proprio svago e le incombenze della
vita lavorativa. La gioiosa osservazione di questa gente lo rende «na­
turale»: i suoi ritmi e le sue celebrazioni diventano segni di una so­
cietà- né presente né passata - che idealizza la nostalgia. Esso fini­
sce con il confondersi con le espressioni della natura.
102 I:invenzione del tempo libero. 1 850-1 960

La pianificazione delle vie di approccio altera la rappresentazione


e il calcolo del tempo. Quando il Touring Club stampa le sue guide a
partire dal 1 897, e Adolphe Joanne pubblica la collana Sites et Mo­
numents de France (terminata nel 1 90 1), i tempi sono ormai cambia­
ti e si è imposto l'imperativo tecnico: «È un volume di quasi duecen­
to pagine contenente la descrizione, ettometro per ettometro, di tut­
te le strade della regione del Nord della Francia, con tanto di indica­
zioni relative alle salite e alle pendenze nonché alla lunghezza e alle
condizioni della strada (manto stradale lastricato o asfaltato, buo­
no o cattivo stato di manutenzione dei percorsi da seguire per evita­
re la pavimentazione a p avé nell'attraversamento delle grandi città,
ecc.)»32. La guida riduce il viaggio a una catena di spostamenti, do­
minati dai vincoli imposti dalla velocità del veicolo e dalle distanze
percorse. Gli spazi, che costituiscono la «sostanza» del viaggio, di­
ventano semplici distanze chilometriche che il progresso tecnico ten­
de progressivamente a relegare in secondo piano.
In seguito, la Guida Blu condensa le informazioni di viaggio: re­
stringe la quantità delle indicazioni fornite su una determinata regio­
ne, «standardizza» il pittoresco dei paesaggi e delle alte vette. La stan­
dardizzazione dello sguardo predispone all'ammirazione; quando i
panorami si offrono a una clientela di turisti in aumento, la visita del
«luogo panoramico» o del «salto del diavolo» entrano a far parte di
un rituale. Il viaggio si trasforma in una successione di visite (crono­
metrate dalla guida), e lo spazio geografico cede il posto ai monu­
menti. Il vuoto che si distende fra panorami, castelli, torri, portali, in
breve la mera «estensione priva di interesse», diventa lo spazio di una
circolazione che si oppone alle «cose da vedere».
Il turismo crea una spazialità determinata da due imperativi, di
volta in volta contrapposti o uniti da un compromesso. Da una par­
te la strada (o via d'accesso), le cui diramazioni costituiscono l' og­
getto di descrizioni topografiche e utilitarie; dall'altra la «curiosità»,
che reclama di soffermarsi e provare emozioni, e inaugura il tempo
sacro dello sguardo. Il paesaggio viene suddiviso fra tronconi di per­
corso e soste obbligate. Alla strada il compito di guadagnar tempo,
alla valle o alla montagna d'interesse turistico l'aspetto culturale. Al
turista la libertà di scegliere l'itinerario più adatto ai «suoi» gusti e al­
la sua disponibilità. La guida prescrive i tempi da dedicare agli spo­
stamenti e quelli da consacrare alle visite, allo scopo di diventare «il
migliore strumento al servizio del turismo, capace di rispondere di
volta in volta tanto alle esigenze intellettuali quanto alle necessità pra­
tiche dell'uomo di oggi». Di qui l'impiego del modo imperativo («al
A. Rauch Le vacanze e la rivisitazione della natura (1830-1939) 103

bivio girare a sinistra, poi prendere la prima a destra»), la sua appli­


cazione sia all'itinerario che alle emozioni ispirate dal succedersi dei
luoghi d'interesse (la formula «vista meravigliosa su tutta la valle» è
da intendere come propedeutica a un buon impiego del tempo, !ad­
dove la guida conferma che «con un semplice colpo d'occhio sulla
pianura, il turista frettoloso sa come utilizzare al meglio il tempo di
cui dispone»).
L'interesse turistico è proporzionale all'antichità di un luogo: le
aree più antiche hanno sempre maggior valore di quelle più recenti.
La conservazione dei luoghi è allo stesso tempo una valorizzazione
delle vestigia del passato. Un semplice «luogo» usato dal tempo in­
duce la mistica delle rovine, che schiudono alla guida uno spazio di
lettura che essa sola è in grado di mostrare al visitatore, laddove non
resta più niente di reale. Le roccaforti dei Vosgi o delle sponde del
Reno ne sono gli esempi più comuni. Un edificio del ventesimo se­
colo, per quanto originale possa essere la sua facciata, non può esse­
re paragonabile alle rovine di un'antica rocca. Alla conservazione si
oppone peraltro il degrado: la guerra di religione o la rivoluzione
rientrano nel campo della criminalità culturale, e le guide presentano
tali eventi come delle autentiche profanazioni. Rispetto alla purezza
originaria, infine, il rifacimento (del tipo alla Viollet-le-Duc, ad esem­
pio) gode di scarsa reputazione: altera infatti ciò che pretende di mi­
gliorare e priva il curioso dell'essenziale, di compiere un pellegrinag­
gio alle origini.
Attenta alle varie componenti del viaggio, la guida colloca geo­
grafia e monumenti nel passato: il visitatore è invitato ad appropriar­
si di questa temporalità come di un patrimonio. L'opera elabora un
indice delle curiosità da vedere, ma presto stabilisce al suo interno
una gerarchia attribuendo a ciascuna una o più «stelle». Tale selezio­
ne canalizza l'avventura: essa non spiega nulla di attuale, nel senso
che non lascia alcun posto al presente. La guida concepisce il viaggio
come un riconoscimento dei luoghi che vengono enumerati, in modo
che il lettore si appropria di una storia di cui vengono valorizzate le
date cruciali: il «dover guardare» mette in gioco la colpa del viaggia­
tore frettoloso che è appena venuto meno al suo dovere di visita33. La
funzione pedagogica si è ormai sostituita alla contemplazione, che
pretende la solitudine. li pittoresco acquisisce un contenuto e una
forma. La scoperta di un paese nel quadro di un processo di accu­
mulazione che spinge il turista, ormai divenuto villeggiante, ad affer­
mare di essersi «fatto le Alpi» dal momento che è in grado di elenca­
re tutti i luoghi più spesso menzionati nelle guide.
104 I;invenzione del tempo libero. 1850-1960

La scelta di una guida dipende da ciò che si cerca in un viaggio.


Non si consulta certo la stessa guida per scoprire i Vosgi o i massicci
renani attraverso la «strada dei vini», allo stesso modo in cui lo si fa­
rebbe per decifrare emblemi e blasoni ed essere così iniziati all'aral­
dica medievale. A seconda del pubblico dei lettori, alcuni editori pri­
vilegiano le informazioni culturali, altri puntano su notizie di carat­
tere pratico. Quale che sia la scelta nel periodo fra le due guerre, le
guide normalizzano i tempi del viaggio su nuove basi di pratica turi­
stica; creando nuove forme di godimento corrispondenti ai gusti de­
gli appassionati, esse stimolano tipi di «domanda» che sono, per co­
sì dire, naturalizzati.

Il tempo della sfida: l'invenzione della montagna Connessi a quelli


dell'aria, i benefici della bassa montagna animano gli intenti degli
igienisti: la Guida Ebel si propone nientemeno che «di inviare ogni
malato nel luogo in cui il grado di fluidità e di finezza dell'aria saran­
no più appropriati al suo stato fisico, quando sia possibile determi­
nare in modo adeguato tali rapporti». Le qualità dell'aria - purezza,
frescura, finezza, densità, fluidità -, così come si rivelano a una sen­
sibilità esercitata, esaltano il rapporto del clima con la costituzione
corporea. Il bisogno d'aria pura per la propria salute si ispira a una
concezione dell'armonia naturale: il contatto prolungato e diretto
con gli elementi si presenta come il polo positivo rispetto alle noci­
vità della vita moderna introdotte nello spirito dal fetore della vita cit­
tadina e dai miasmi dei quartieri dove l'aria ristagna34.
Anche la semplice passeggiata si trasforma. A partire dalla monar­
chia di Luglio si elabora una nuova esperienza, di cui ci offre testi­
monianza il viaggio in Bretagna di Gustave Flaubert. Le proprietà del­
l' aria di montagna si armonizzano con la vitalità e l'entusiasmo dell'e­
scursionista; al movimento dell'aria sulle vette corrisponde quello di
quest'ultimo, come se fosse un equivalente del suo stato d'animo. I
paesaggi acquistano di qui una grande importanza, soprattutto le vet­
te, le gole, le cascate, gli stagni e le foreste. Si accresce la disponibilità
alla sensazione e ai suoi messaggi; questo nuovo tipo di escursione im­
pegna in modo molto più diretto l'esperienza corporale.

Non si ripeterà mai abbastanza come per diventare scalatore ci si debba


preparare, salire ogni giorno un po' più in alto, abituare i polmoni alla dif­
ferenza di pressione atmosferica. Bisogna, con esercizio sufficientemente
lungo, imparare ad adeguare i propri passi alla lunghezza delle gambe e al­
la forza dei muscoli; bisogna imparare a salire sviluppando il torace finché
A. Rauch Le vacanze e la rivisitazione della natura (1830-1939) 105

si può, tenendo la testa eretta, equilibrando convenientemente il movimen­


to dei piedi, combinando adeguatamente il lavoro dei garretti [. .. ] In una
parola, bisogna che la macchina funzioni regolarmente spendendo sempre
la stessa quantità di energia, per poter funzionare a lungo senza affaticare
gli organP5.

L'aria rarefatta si iscrive in una retorica del soffio e della respira­


zione in cui la meccanica degli organi ispira le tecniche di marcia e l'i­
niziazione agli elementi naturali. Esiste una regola: in tutti i racconti
l'ascensione lascia senza fiato; la soffocazione diventa garanzia di au­
tenticità, che imprime il suo marchio all'escursione. L'alpinista soffre
perché una lotta si sviluppa all'interno di se stesso; egli aspira a rag­
giungere un luogo in cui la natura gli ricordi i suoi limiti36. Simboli
eterei si schiudono a prezzo della dura conquista del panorama. La
valorizzazione della montagna crea il mito alpestre: rigenerazione
grazie all'aria pura, slanci morali e poetici nel faccia a faccia che s'in­
staura tra lo scalatore e la vetta. L'ascensione diventa un valore che
conferisce ai suoi partecipanti un'esistenza estetica. L'immagine del­
l'altitudine e la virtù della scalata si confondono con il dominio del­
lo sguardo che accarezza il paesaggio. Ancor prima di essere cono­
scenza, il racconto dell'escursione compiuta è emozione, e allo stes­
so modo la montagna costituisce oggetto di meraviglia ben prima di
diventare oggetto di scienza. Il panorama permette l'accesso al subli­
me; l'eternità del mondo si rivela nell'immensità di un orizzonte in­
differente al tempo umano. Il desiderio di comunione con la natura,
indispensabile condizione di un viaggio riuscito, prevale su ogni pos­
sibile disgusto legato alle rozze condizioni di vita dei montanari. Man
mano che si riduce la distanza fra il turista borghese e questa gente
collocata sulla soglia di un tempo nuovo, si accresce quella che di­
stingue invece il nuovo conquistatore dello spazio dalla figura del
«mezzemaniche», nuova caricatura del cittadino sedentario.
Precetti salutari arricchiscono i racconti del turismo in montagna.
L'altitudine imprime il suo marchio a una cultura in cerca di evasio­
ne. Leggerezza dell'aria e promessa di awentura si congiungono; il
segreto delle vette, obiettivo della scalata, viene compreso nel corso
della prova superata dal viaggiatore proiettato in mezzo a questi pae­
saggi tormentati, abissali e vertiginosi. La scalata si compie con un'a­
scensione attraverso cui il viaggiatore che ha raggiunto la cima è dif­
ferente dall'uomo rimasto in basso: per lui, la storia si coagula intor­
no a un'impresa della quale è il solo a conoscere l'intensità. Nel cor­
so del diciannovesimo secolo, antichi villaggi di montagna dediti alla
106 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

pastorizia, ma ben collocati lungo le vie di transito, si specializzano


in una nuova attività economica, diventando stazioni termali (Badga­
stein in Austria, Bad-Reichenbad in Germania, Saint-Moritz in Sviz­
zera, Barèges, Cauterets, Luchon, Le Mont-Dore, Saint-Gervais in
Francia) , climatiche (Davos, Crans-Montana, Leysin in Svizzera) , al­
pinistiche (Cortina e Courmayeur in Italia, Zermatt e Grindelwald in
Svizzera, Garmisch in Germania, Chamonix in Francia) , di villeggia­
tura mondana (Kitzbiihel, Gstaad, Villars) ecc. Le località più presti­
giose della catena alpina sono le prime a essere attrezzate: le regioni
del Monte Bianco, delle Dolomiti, del Cervino, dell'Oberland ber­
nese, la valle dell'Engadina, il massiccio della Zugspitze, il Tirolo e
l'Arlberg. Si elabora una nuova esperienza, destinata ad avere gran­
de importanza nelle idee dei cittadini.
L'itinerario calmo e sereno, inframezzato da soggiorni cittadini
che inducono il viaggiatore a sentirsi sazio dell'estetica dei paesaggi e
a visitare i monumenti, cede il passo a una pratica elaborata alla fine
del diciottesimo secolo e il cui modello è stato delineato dalle escur­
sioni compiute sulle Alpi da Saussure e sui Pirenei da Ramond de
Carbonnières. Fa la sua comparsa il desiderio delle grandi «premiè­
re» realizzate dagli inglesi raccolti intorno all'Alpine Club, fondato
nel 1 85737, e che consacra le prime grandi località alpestri: Chamo­
nix, Grindelwald, Zermatt. Far vibrare il proprio sé, arricchirlo d'u­
na nuova esperienza dello spazio vissuta al di fuori del quadro abi­
tuale, diventa lo scopo essenziale. L'alpinista vuole confrontarsi con
scenari grandiosi, con i paesaggi del caos. Dominando la valle, sedu­
to in prossimità di un baratro, egli viene a «nidificare» contro i fian­
chi della montagna, a mezza strada fra le cime assolate e la calma val­
lata38. Cercando di allargare il pubblico degli appassionati, il Club al­
pino francese compie un'autentica conversione e dichiara39: «Grazie
alla montagna creare energia, innalzare l'uomo [ . ] per conseguire
..

questo scopo si è dovuta attrezzare la montagna, tracciare sentieri,


strade, vie di accesso, costruire ripari, rifugi, alberghi, elaborare una
tecnica alpina, trasmetterla a coloro che, là in alto, chiamiamo guide
esperte; ecco il nostro campo di intervento pratico»40• Secondo una
simbologia della verticalità, i percorsi che dalla città portano alla vet­
ta creano distinzioni che fanno emergere i veri appassionati. Solo las­
sù in alto si provano «le gioie dell'alta montagna, relativamente rare
e riservate a un'élite»41 . Più in basso, sulla cresta dei massicci o lun­
go i fianchi delle colline, le sezioni di escursionisti. Si cominciano a
classificare i vari «tipi» di alpinista. John Grand-Carteret suggerisce
di distinguere gli «alpinisti delle vette» dagli «alpinisti dei valichi»42.
A. Rauch Le vacanze e la rivisitazione della natura (1 830-1 939) 107

Con più humour, J. Vallot ne distingue cinque: «l'alpinista puro»,


«l'alpinista geologo, topografo, naturalista, meteorologo», «l'alpini­
sta passeggiatore», «l'alpinista da pensione» e «l'alpinista da camera,
che si accontenta di ricevere l'annuario e di pagare la sua quota, sen­
za far mai parlare di sé»43 .
n Club alpino francese trasforma l'alpinismo in un'opera nazio­
nale; secondo una formula ridondante, «la montagna diventa così per
ciascuno dei suoi ospiti il simbolo visibile di un dominio riservato al­
l' espansione della sua nazione, della sua razza e della sua religione, e
talvolta della sua lingua»44. n Club fa dell'alpinismo un'attività so­
cialmente utile, conferendogli così una legittimità da cui le organiz­
zazioni di escursionisti traggono la propria vocazione. Un'élite rac­
coglie insieme artisti e scienziati, notabili e uomini politici: ci si in­
contra intorno ad Adolphe Joanne - il geografo autore delle celebri
guide -, e tra i membri fondatori figurano Billy, ingegnere capo del­
le Miniere, Cézanne, deputato delle Hautes-Alpes e primo presiden­
te, il duca d'Aumale, Dumas figlio, Girod de l'Ain, Hachette (che
mette a disposizione i locali della sua libreria), A. e]. Lemercier, il ba­
rone di Neuflize, V. e P. Puisseux, Reclus, Sand e Viollet-le-Duc. Nel
1880, sui 330 membri della sezione di Parigi 142 esercitano una pro­
fessione borghese: 8 sono medici, 7 banchieri, 6 parlamentari, 24 av­
vocati e magistrati, 15 editori, 3 1 professori di liceo o universitari, al­
ti funzionari, ecc. 45• L'opera intende assolvere allo stesso tempo una
funzione militante e culturale, e cerca di far amare a tutti la monta­
gna: «Per meglio conoscerla, al fine di farla amare di più, abbiamo
dovuto penetrare il suo mistero»46•
Nulla di veramente nuovo: si tratta di una società di dotti, come
ne erano state fondate durante il diciannovesimo secolo. I primi
escursionisti istituiscono una forma di selezione ispirata al circolo, la
partecipazione ad esso presuppone senso civico e un certo grado di
cultura: bisogna amare lo studio, le escursioni a carattere artistico,
scientifico, ecc., e dar prova di una condotta onorevole; è necessario
del resto essere presentati da parecchi membri e sottoscrivere la pro­
pria adesione. Tali regolamenti sono ricalcati sul modello dei circoli
borghesi47, ma esiste una notevole differenza: l'origine sociale non
costituisce in alcun caso motivo di esclusione. Per realizzare i propri
obiettivi, le società di escursionisti introducono uno stile di cono­
scenza scientifica e mondana che, per esplorare una determinata re­
gione, mira a studiarne i monumenti, la storia, la flora, ecc. Una sola
escursione non basta a far nascere un escursionista: la regolarità s'im­
pone. Nel corso dell'anno, gli aderenti compiono tutti i mesi una o
108 I.;invenzione del tempo libero. 1850-1960

due escursioni sotto la guida di un responsabile; le vacanze consen­


tono poi di approfondire tale passione_
La topografia costituisce motivo di fascino e di mobilitazione. A
partire dalla sua fondazione, la sezione provenzale del CAF sistema la
cartografia del massiccio di Marseille-veyre, nonché dei calanchi da
Marsiglia a Cassis; si spinge poi fino alle montagne della Sainte-Bau­
me e della Sainte-Victoire. All'inizio del secolo viene elaborata la car­
tografia di tutto il massiccio marsigliese, e dal 1903 il Club alpino for­
nisce all'azienda di soggiorno opuscoli e guide dettagliate.
L'escursione in montagna si diffonde tra la popolazione urbana e
piccolo-borghese. Sui bollettini del Club vengono pubblicati reso­
conti delle escursioni simili a racconti di esplorazioni. La colonizza­
zione dello spazio montuoso inaugura un rapporto inedito fra città e
montagna. Sotto le bandiere delle sezioni del Club alpino francese,
del Club dei Vosgi (fondato da un magistrato tedesco, Richard Stie­
ve), della Società dei turisti del Delfinato, degli Escursionisti marsi­
gliesi, ecc., vengono codificate le tecniche di marcia e un nuovo uso
della natura, che si distingue dalle pratiche alpinistiche precedenti48•
Ai ritmi della passeggiata o alle forme della scalata si sostituiscono le
nuove norme dell'escursione. Le distanze da percorrere vengono va­
lutate in ore di marcia, il grado di difficoltà della spedizione si calco­
la in base al dislivello da coprire. Ai tempi indeterminati delle prime
esplorazioni i bollettini del Club impongono progressivamente le
proprie medie orarie, la cui conoscenza si rivela sempre utile per i vi­
sitatori che, scelta una località, prevedono un itinerario calcolato sul­
la distanza di una giornata.
Per prolungare tale distanza e spingersi più in profondità nei mas­
sicci montuosi sono necessarie determinate condizioni. Parallela­
mente alla crescita delle risorse del Club, si sviluppano grandi lavori
come la segnalazione dei sentieri, la costruzione di rifugi, la sistema­
zione di piazzole panoramiche, ma anche la formazione delle guide,
la promozione di nuove attività alpine (soprattutto lo sci). n bilancio
del CAF dopo la Grande Guerra è indicativo: 54 rifugi - 25 dei quali
sono chalet -, 250 guide diplomate di I e di II classe, nonché 150 por­
tatori. La maggior parte dei grandi itinerari attraverso le Alpi e i Pi­
renei, il Giura e i Vosgi sono segnalati e viene migliorato l'accesso ad
essi (mancorrenti, scalini, ecc.). Il CAF ha ugualmente preso parte a
lavori di grande portata: osservatori dei picchi del Midi ( 1 882), del­
l'Aigoual (1 885), del massiccio del Monte Bianco, ecc. Carte in scala
1 :20.000 o 1 :25 .000 tracciano gli itinerari. Le curve di livello indica­
no le pendenze; le zone boscose sono «ombreggiate», mentre quelle
A. Rauch Le vacanze e la rivisitazione della natura (1830-1939) 109

caratterizzate dalla presenza di acqua o le località d'interesse vengo­


no comunque messe in risalto: tali realizzazioni tecniche permettono
di trattenersi più a lungo su di un massiccio, e di godere della vita di
montagna soggiornandovi lungamente, lontani dalla società indu­
strializzata.
Trasformando la montagna in patrimonio nazionale, club e asso­
ciazioni istituiscono vere e proprie usanze. I primi alpinisti cercano
di sorprendere la montagna selvaggia, di farle rivelare i suoi segreti;
conservandone il mistero, essi danno via libera al sogno. Pianifican­
do l'occupazione del territorio montuoso queste organizzazioni in­
troducono altre forme di tempo: ogni itinerario richiede un tempo di
marcia determinato, ogni escursionista privilegia un giorno preciso
della settimana, ogni stagione offre piaceri del tutto specifici.
Le aziende di soggiorno dispiegano la propria azione su di un pia­
no d'ordine amministrativo49. Nato nelle stazioni termali e nelle città
di montagna alla fine del diciannovesimo secolo, il loro sviluppo si
diffonde in tutta la Francia. La prima viene fondata a Cauterets nel
1 884, la seconda a Grenoble nel 1 889. Si tratta di un vasto e com­
plesso movimento, in cui si delineano tre tendenze: innanzitutto i co­
mitati, aziende locali espressione dei comuni, che forniscono un pri­
mo abbozzo del mercato turistico nelle città costiere, nelle stazioni
termali, ecc., ove raggruppano commercianti e albergatori; vengono
poi le aziende del tipo presente a Grenoble e a Marsiglia, che si co­
stituiscono là dove esiste un fitto tessuto associativo; infine, le azien­
de di soggiorno fanno la loro comparsa nelle regioni rurali minaccia­
te da una crisi: Massiccio Centrale, Cevenne, Alta Provenza, ecc. La
creazione delle aziende di soggiorno segna una svolta sottolineando
un avvenuto rinnovamento nell'economia regionale, come a Nizza
(1900), Cannes ( 1907), Hyères ( 1 9 1 1), Draguignan (1902), Digne
(1907). In Francia, alla vigilia della Grande Guerra esistono 3 12
aziende di soggiorno regionali, dipartimentali o locali. Lo Stato si ri­
serva un ruolo importante. Istituito nel 1 9 1 O da Alexandre Millerand,
allora ministro dei Lavori Pubblici, l'Ufficio nazionale del turismo
prende corpo veramente soltanto dopo l'approvazione della legge del
24 settembre 1919, in base alla quale l'organizzazione delle aziende
di soggiorno diventa uno dei suoi compiti. Nel 1 9 1 8 nasce l'Ufficio
nazionale delle federazioni (Bureau national des fédérations) e poi,
nel settembre del 1919, l'Unione nazionale delle federazioni delle
aziende di soggiorno (Union nationale des fédérations de syndicats
d'iniziative).
I lO L'invenzione del tempo libero. 1 850-1960

Anche la scoperta della montagna durante la stagione invernale in­


troduce nuove abitudini. Le tecniche del corpo subiscono una diver­
sificazione: nel 1 864 Saint-Moritz si dota di piste per slitte, da bob,
da curling (e di discesa libera nel periodo 1 884-86) . I primi club scii­
stici vengono costituiti nel 1 896; nel 1 907 il CAF organizza il concor­
so del Monginevro; nel 1 924 Chamonix ospita le prime olimpiadi in­
vernali (discipline nordiche)5° e, nel 1 936, si tiene a Valloire la prima
scuola di sci. Una nuova generazione di stazioni sciistiche create di
sana pianta si sostituisce alla prima, come dimostrano gli esempi di
Megève, della Val-d'Isère e del Sestriere.

Le vacanze della gioventù Figura singolare nel quadro degli svaghi


della gioventù, il patronato cattolico si era affermato, in un primo
tempo, in nome della sua opposizione al «male»; luogo di un trava­
glio morale attribuito all'infanzia e alla gioventù, e successivamente
alla classe operaia, esso propone, sul terreno stesso di ciò che è desi­
gnato come pericoloso o malsano, un'inversione delle abitudini cul­
turali51 . Ai giochi violenti e selvaggi della strada oppone i «giochi vi­
gilati» e una sorta di organizzazione dello sfogo; agli eccessi e alle tur­
pi azioni - sempre possibili - delle scampagnate, sostituisce l' escur­
sione guidata da padri responsabili. In breve, ad un tempo destinato
alle pericolose awenture degli incontri occasionali e della vicinanza
fisica, oppone un periodo di tempo pianificato in spazi controllati. Di
per sé, l'istituzione del patronato non si fonda su un codice prestabi­
lito o su nuovi valori quanto piuttosto, a partire da una deontologia
cristiana dell'ordine morale, su una riappropriazione di antichi valo­
ri nell'ambito di un rigoroso inquadramento; certi svaghi, suscettibi­
li di degenerare e di trasformarsi in riti pagani, in episodi di ribellio­
ne o di lubricità, vengono così a essere dominati. Insomma, le cor­
porazioni religiose si aprono alla natura perché, nelle pratiche popo­
lari di «natura», si nasconde un demonio da sradicare. Questo movi­
mento «d'ordine cristiano» condanna certi riti che accompagnano di
solito il calendario delle feste religiose52. Nello stesso modo, tratta an­
che il problema di un tempo (le domeniche o gli altri giorni di festa,
le vacanze o gli altri periodi di ferie scolastiche) che, pur spettando
in primo luogo a Dio, sembra divenire il bene essenziale degli uomi­
ni nella società industriale.
Non c'è da sorprendersi se, parallelamente, l'organizzazione di co­
lonie per le vacanze comporta una disciplina in molti punti analoga.
L'organizzazione delle colonie influenza non meno l'immaginazione
del bambino che la sua memoria. Alla libertà di vagare e di bighello-
A. Rauch Le vacanze e la rivisitazione della natura (1830-1939) 111

nare, sostituisce occupazioni che pungolano la curiosità e attivano il


desiderio di inserire interessi personali e inclinazioni nel tempo del­
le vacanze. Queste iniziative, riconosciute ed incoraggiate, sono defi­
nite «rimedio alla decadenza della razza», «migliore arma contro l'in­
cremento del proletariato degenerato», «prima linea di difesa contro
la tubercolosi», «autentica crociata di pace e di redenzione», «opera
patriottica e umanitaria», «opera di salute pubblica e d'interesse ge­
nerale». Che si tratti di lottare contro la mortalità infantile, l'alcoli­
smo o la tubercolosi, di affrontare la denatalità, la decadenza fisica e
morale della gioventù, la panacea, il rimedio miracoloso, è la colonia,
questa parentesi durante la quale «alla pianta già per metà appassita
si cambia il terreno». La scelta delle attività è ideata per far spuntare
nuove radici. Avendo cura della salute fisica e dell'alimentazione, la
colonia si occupa dei bisogni primari della vita; sorvegliando i giochi
dei fanciulli, essa influisce sui piaceri della loro esistenza; provvede a
ciò che è diventato essenziale: godere del paesaggio ameno e acco­
gliente, grazie alla qualità dell'aria e dello spazio, creare centri di vi­
ta dove sarà predisposto il tempo in cui star bene.
Nel 1876 un pastore di Zurigo, Wilhelm Bion, crea una prima co­
lonia di vacanze con scopi sociali ed educativi. L'iniziativa è ripresa
in Francia da Loriaux nel 1881 (l'Oeuvre des trois semaines), da Ma­
dame de Pressensé nel 1 882 (l'Oeuvre des colonies de vacances)53,
dal pastore Comte, ecc. L'impegno è portato avanti dai patronati lai­
ci, dalle scuole pubbliche, dalla Lega per l'insegnamento, dal Sou des
Écoles, ecc. Queste organizzazioni creano centri ariosi e inaugurano
giornate all'aria aperta. Colonie scolastiche vengono fondate nel 1 883
da E. Cottinet, amministratore dei fondi scolastici del IX arrondisse­
ment di ParigP4. L'ideatore dell'Opera colonie istituisce il diario sco­
lastico, nel quale, per un'ora ogni mattina, il fanciullo della colonia
descrive dettagliatamente le attività compiute nel giorno precedente.
I compiti per le vacanze si sistematizzano intorno all'impiego del tem­
po trascorso in colonia55.
I metodi di insegnamento sono attivi. Case, pensioni, colonie, cen­
tri o campi di vacanze inquadrano coloro che accolgono: più che la
partenza o la lontananza da casa, si valorizza il ritorno sui luoghi del­
la natura, nei quali il rifugio diventa un elemento dominante; regola­
rità e ordine costituiscono garanzie essenziali. Pur privilegiando il bi­
sogno d'aria (nella lotta condotta contro la tubercolosi dalla fine del
diciannovesimo secolo), d'acqua (per conoscere l'igiene e lottare con­
tro la scarsa conoscenza degli elementi naturali), di luce e di sole (per
prevenire la scrofola e il rachitismo incombenti), di terra e di campa-
1 12 /}invenzione del tempo libero. 1850-1960

gna (per lottare contro l'industrializzazione selvaggia e le «esclusio­


ni» della sua urbanistica), bisogna assicurare la regolarità del sonno,
lo spazio e la durata del riposo, il tempo della passeggiata, in una pa­
rola contare su queste tre settimane per ristabilire gli equilibri di vi­
ta. Le colonie per le vacanze non valorizzano l'allontanamento dal
proprio ambiente, ma l'inserimento nel nuovo.
Esse diventeranno parrocchiali, «municipali», più tardi sindacali
o corporative56; fino all a Prima guerra mondiale si sviluppano co­
munque senza lo Stato, o per lo meno senza un suo esplicito inter­
vento. Léon Blum, affidando a Léo Lagrange il sottosegretariato per
gli Sport e il Tempo libero e sviluppando, con Sellier, le colonie per
le vacanze, inaugura una vera e propria politica nazionale del tempo
libero: essa s'incarica di portare avanti la democratizzazione di tali
iniziative (attraverso sowenzioni alle associazioni, ecc.). Casse isti­
tuite da associazioni familiari, municipalità, ministeri, comitati d'im­
presa, mutue, associazioni senza fini di lucro, sono autorizzati a or­
ganizzare colonie e campi di vacanza sotto il controllo del potere
pubblico.
Campi e colonie non sono semplicemente dei palliativi per i catti­
vi effetti causati, sulla gioventù, dagli studi, dalla città, dalla povertà
o dalla famiglia. Essi costituiscono soprattutto un periodo educativo
nel corso del quale i giovani vivono socialmente «tra parentesi», fuo­
ri della società globale, sottratti all'autorità diretta dei genitori o dei
maestri che, nello stesso tempo, delegano i loro poteri a pedagoghi
sempre più qualificati. Questi controllano tanto le attività che si svol­
gono durante la permanenza nel campo o nella colonia, quanto la psi­
cologia dei giovani ivi ospitati. Restano tuttavia autorità scelte dalla
famiglia, mentre gli spazi in cui si muovono i giovani sono sempre più
«colonizzati» dai costumi introdotti dalle vacanze.
Nel corso del diciannovesimo secolo la marcia a piedi sulle colli­
ne, nelle foreste e attraverso le montagne diventa un'attività organiz­
zata rivolta a gruppi di giovani di città. Le UqG (Unions chrétiennes
de jeunes gens) in Francia, le Young Men's Christian Associations
- YMCA - in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, reclutano proseliti
in una classe sociale in espansione (che gli inglesi chiamano lower,
middle, and upper-middle classes). Il fondatore della Union di Lon­
dra, nel 1 844, George Williams, è impiegato in una ditta commercia­
le della City, mentre Claude Frémond, fondatore nel 1 878 dell'Al­
liance mondiale, è capocassiere di una banca ginevrina.
In stretto contatto con la scuola, le comitive scolastiche sono al­
l'ordine del giorno fin dal 1 875. Le grandi sezioni del Club alpino
A. Rauch Le vacanze e la rivisitazzòne della natura (1830-1 939) 1 13

francese organizzano regolarmente, in montagna ma anche intorno a


Parigi e ai centri urbani dove esse hanno sede, escursioni per colle­
giali e liceali. A partire dal 1 875 la sezione centrale del CAF organiz­
za, in media, una dozzina di spedizioni all'anno. Parallelamente, nel
corso degli anni novanta, si sviluppa a Steglitz, alla periferia di Berli­
no, per iniziativa questa volta di giovani studenti, il movimento del
Wandervogel (uccello migratore)57. In opposizione al comfort citta­
dino, che condannano, e alla società industriale, di cui rifiutano l'u­
tilitarismo dominante, questi giovani spiccano il volo. Sempre in Ger­
mania Richard Schirmann, istitutore ad Altena in Westfalia, crea nel
1909 il primo ostello della gioventù58. Il movimento si estende in se­
guito a una trentina di paesi, dando origine ad una rete internazio­
nale di centri di questo tipo59. Il movimento scoutistico inglese, infi­
ne, incarna l'esempio più perfetto di organizzazione. Figlio di un pa­
store londinese, professore ad Oxford, Robert Baden-Powell pubbli­
ca nel 1908, dopo le sue campagne militari, un opuscolo indirizzato
ai direttori di istituzioni per la gioventù, Aids to Scouting60•
Il successo di tutti questi «movimenti giovanili» è legato ad una
nuova attenzione nei confronti dell'infanzia e della gioventù61 • Que­
ste «organizzazioni» confessionali o politiché2 non inventano né la
natura, né il viaggiare. Trasformano invece la montagna, la campagna
e la foresta in luoghi di socializzazione. Proprio mentre si privilegia,
d'altra parte, l'accelerazione del tempo e si valorizza la velocità dei
mezzi di trasporto, la lentezza della marcia diventa il supporto peda­
gogico di queste nuove organizzazioni: muoversi nella natura con i
propri mezzi, senza l'aiuto degli «artifici» della civiltà industriale, è
importante per la formazione della gioventù. Tutto un gioco di sim­
boli, un linguaggio, i canti e i riti d'iniziazione, l'uniforme e i fazzo­
letti servono come segni di riconoscimento. Esaltare le sensazioni su­
scitate dallo sforzo dà la coscienza d'una identità. Durante le vacan­
ze, il campo o l'ostello divengono un momento importante della vita
e il luogo privilegiato per formare i responsabili del movimento. Me­
glio d'altri, il gioco consistente nel ritrovare una pista illustra questa
ricerca del tempo sacro: appassionandosi a riconoscere il terreno e al­
la ricerca del tesoro (Graal) o della cappella abbandonata, il giovane
scout rende di nuovo incantata la foresta.
Le vacanze costituiscono in tal modo una realtà educativa che con­
serva l'avventura del contatto con la natura e, nell'ambito della col­
lettività riunita, l'immaginario dei ruoli. Bisogna convincere la gio­
ventù che la gita in mezzo alla natura è indizio d'un desiderio di sco­
perta, segno di un dinamismo vittorioso e travolgente. All'interno di
1 14 I:invenzione del tempo libero. 1850-1960

queste organizzazioni, il controllo del tempo diviene un fenomeno


culturale e il peso dell'ideologia vi iscrive la sua impronta. Tra gli
scout, quando si appartenga al movimento da qualche tempo, biso­
gna essere «sempre preparati» a fronteggiare l'urgenza con metodo.
Lo scopo è l'efficienza. Liberato da un'erudizione legata ad altri luo­
ghi, lo scout vive al presente e si proietta costantemente verso l' avve­
nire. Il suo immaginario è più volto al futuro che retrospettivo. An­
che se ha acquisito il rifiuto del comfort, non va certo alla ricerca del
tempo perduto. La «frontiera» per lui è segnata dalla decisione di agi­
re, dal principio etico di non lasciarsi sfuggire un'idea valida. Il mo­
vimento giovanile aspira meno al sapere che alla cultura. Esso pro­
lunga il periodo dell'educazione al di là degli obiettivi dell'insegna­
mento, e trasforma il tempo del viaggio, del campo e della colonia, in
un'intensa iniziazione.

Tempo pubblico e privato

Nel ventesimo secolo il bisogno di vacanze si impone come una


necessaria parentesi nella vita quotidiana. Il riposo e i benefici della
natura appaiono come una contropartita ai ritmi cittadini. La novità,
come sottolinea Henri Boiraud nella sua Histoire des vacances scolai­
res, consiste nell' «inserimento di queste preoccupazioni nell' organiz­
zazione temporale delle attività umane». Le vacanze danno origine a
un controllo del tempo: la scelta di luoghi distanti da raggiungere in­
quadra uno spazio al di fuori dei processi produttivi e della vita de­
mocratica. Artisti, pittori, scrittori o «stelle» degli spettacoli parigini
rinnovano i riferimenti simbolici delle località. Durante gli anni tren­
ta, Colette s'installa a Saint-Tropez, dove André Dunoyer de Segon­
zac dipinge le sue Cotes roties; il gruppo americano di Montparnas­
se, con Florence Gould, scopreJuan-les-Pins. Personaggi celebri, og­
getto d'interesse da parte della stampa, creano modelli che le catego­
rie meno prestigiose e meno fortunate tentano di imitare. Per diveni­
re luoghi di sogno, le località di vacanza si coprono di simboli, ai qua­
li esseri prestigiosi e semi-mitici, la cui gloria nulla deve ai meccani­
smi della democrazia, conferiscono la loro aura.
Manifestandosi in modo sempre più ampio, il richiamo delle va­
canze porta a una differente ripartizione dell'anno. L'autore dell' ar­
ticolo comparso sulla «Revue Hebdomadaire» il 6 luglio 1 9 12 e inti­
tolato La questione delle vacanze dichiara: «Ci si metteva quasi in mo­
stra, cinquant'anni fa, facendo una vacanza; ai nostri giorni ci si met-
A. Rauch Le vacanze e la rivisitazione della natura (1830-1939) 1 15

te quasi in mostra se non la si fa». L'espressione è per l'epoca certa­


mente poco realistica, ma fa intuire che una categoria di lettori della
rivista sente le vacanze come un bisogno e le rivendica come un di­
ritto legittimo63 .
I ritmi collettivi che tendono ad imporsi giustificano il bisogno di
rilassarsi in vacanza per godere di un po' di riposo. A ciò sono con­
sacrati luoghi da cui sono allontanate le manifestazioni troppo visibi­
li del lavoro e della produzione. In questi deserti dove abita il sogno
s'impiantano stazioni e villaggi per le vacanze. Là, secondo formule
d'élite o di massa, si esprimeranno desideri provati individualmente
ma collettivamente riconosciuti. n tempo pubblico serve a inquadra­
re periodi di tempo privato. Le scosse che hanno cominciato a far va­
cillare o almeno a ridisegnare l'immagine della vita privata devono
molto a tali processi d'imitazioné4.
Certe tendenze, più o meno impregnate dell'aria del tempo, evi­
denziano tuttavia una crisi in cui il tempo individuale entra in con­
flitto con il tempo pubblico. A Vienna, capitale dell'Impero austro­
ungarico, nel settembre 1 895 viene fondata da un gruppo di giovani
socialdemocratici l'associazione turistica Die Naturfreunde (gli Ami­
ci della natura). Il movimento si diffonde rapidamente. Nel 1905 , 3 9
sezioni locali contano 8.647 aderenti; ne vengono intanto costituite
altre fuori del territorio austriaco, a Zurigo e a Monaco65. Le loro ra­
mificazioni raggiungono rapidamente la Francia e altri paesi d'Euro­
pa. Poiché dispongono di mezzi modesti, gli Amici della natura as­
sumono come principio quello di acquistare il minimo indispensabi­
le e di fabbricare il più possibile da soli il necessario; il movimento
prolunga in tal modo il bricolage diffuso negli ambienti di operai e
piccoli impiegati nel quadro di un'ideologia collettiva. Nel 1928, il
numero delle adesioni crolla: in Germania vengono chiuse 200 se­
zioni con l'accusa di attivismo comunista (kommunistische Tiitigkeit) .
I movimenti naturisti, la loro organizzazione e la loro concezione
della nudità, del piacere del sole e dell'acqua, segnano un profondis­
simo contrasto fra la civiltà urbana e il ritorno alla natura66. Al di fuo­
ri delle dottrine, la storia di queste organizzazioni resta comunque an­
cora da fare. La Germania e l'Austria sembrano aver giocato un ruo­
lo pionieristico67. La nudità predispone all'esposizione al sole e ai rit­
mi diffusi del suo irraggiamento, come ricordano all'unisono i ma­
nuali: Lisbeth Ankenbrand l'inserisce nelle cure di bellezza68; i pia­
ceri del bagno presuppongono un'attenzione a se stessi e una messa
fra parentesi dell'ambiente usuale, simboleggiati appunto dalla nu­
dità69. La scelta dei luoghi (il campo, la riva del fiume, la spiaggia
chiusa, ecc.), le disposizioni del corpo (la nudità, il piacere dell'ab-
1 16 I.:invenzione del tempo libero. 1850-1960

bronzatura, ecc.) impongono a questo rapporto con la natura un ca­


rattere etico: il rifiuto della civiltà industriale, la contestazione del
progresso tecnico come «bene dell'umanità»70•
In Francia, i testi di Rouhet71 , Hébert e Carton72, associano le im­
magini della rusticità campagnola a quelle della nudità: invitano a un
ritorno alla natura per promuovere la virtù contro la decadenza. Que­
sti testi polemici, stigmatizzando la mollezza e l'insulsaggine della
città, assimilano progresso e decadenza morale. n bagno o il nuoto
nel fiume acquistano un certo valore quando l'acqua si ghiaccia73 ; lo
sforzo fisico deve, nello stesso tempo, lottare contro i «pregiudizi e
gli errori, il vizio e la corruzione, la debolezza e le brutture»74• I di­
scorsi sull'aria, le terapie della luce e del sole si accordano con una vi­
sione conservatrice, secondo la quale la campagna è essenzialmente
la sede di tradizioni abbandonate. Essi tessono l'apologia delle pro­
ve più severe.
In un clima morale che si irrigidisce contro i danni arrecati dalla
città e dalla società industriale, il naturismo diventa etica di guarigio­
ne e di prevenzione. Le sue dottrine si schiudono, d'altra parte, a
un'idea della libertà che assume aspetti di permissività controllata:
contro i fattori nocivi della vita urbana, il naturismo vuole essere una
cura più morale che fisica75. Il ritorno a un'esistenza semplice, spo­
gliata di ogni artificio, valorizza i bisogni elementari portatori di sa­
lute. L'alimentazione, per esempio, diventa di per sé una ragione d' at­
tenzione e di stile di vita: una dietetica fondata sulla medicina va di
pari passo con l'esposizione agli elementi naturalF6. La natura del no­
stro corpo non è soltanto fisica, né semplicemente animata dai biso­
gni vitali, ma rivela un aspetto spirituale, un «centro di energie psi­
chiche»77. Per essere soddisfatta essa reclama l'amore degli altri uo­
mini, e addirittura della natura intera. La salute è incompatibile con
i cattivi sentimenti. Salute autentica e vita morale vanno alla pari, per­
ché per realizzarsi hanno entrambe bisogno delle stesse condizioni.
Per gli adepti dei movimenti naturisti è urgente imparare a vivere
al di fuori delle città, all'aria, al sole, poiché «là dove penetrano l'aria
e il sole, il medico non entra»78• Ispirato da questi precetti, Hébert
raccomanda vivamente «la resistenza dell'organismo al freddo, al cal­
do, al sole e alle intemperie, attraverso il lavoro all'aria aperta, con il
corpo più o meno svestito»79• Le difese dell'organismo saranno svi­
luppate dal «riawicinamento allo stato di rusticità»80. Proprio men­
tre il positivismo rifluisce, questo nuovo incontro con la natura favo­
risce nuove sensibilità. Diffidando delle scienze e della tecnica, esso
esalta un irrazionalismo rivolto al passato.
A. Rauch Le vacanze e la rivlsitazione della natura (1830- 1 939) 1 17

I seguaci del naturismo possono così affermare che un futuro con­


trario ai valori tradizionali della natura e della gente contadina non
manterrà le sue promesse: «L'amore della terra, dell'aria aperta, del
sole, dell'esercizio fisico, della vita laboriosa, il senso del dovere, il ri­
spetto per le gerarchie intellettuali e morali, la fede religiosa in un in­
definito avvenire di progresso, dovranno essere predicati a tutti i fan­
ciulli, così da rigenerare i corpi, esaltare la vitalità e innalzare il livel­
lo morale»81• In modo confuso, si dà inizio a un processo contro la
civiltà delle macchine e si contesta la società industriale. Si esaltano
le condizioni di vita primitivé2• Il macchinismo è moralmente con­
dannato come tentazione verso una vita troppo facile. Non si stig­
matizza l'alienazione, ma un godimento di beni ottenuto senza sfor­
zo. Riappaiono immagini di una campagna più ricca, più generosa di
qualsiasi industria e moralmente più sicura. La minaccia d'una esi­
stenza alienata dalla ricerca del comfort fa da contrasto. Contro i rit­
mi incalzanti della vita industriale e cittadina, i naturisti esaltano il
tempo di «una volta», senza luogo né data.
Definire le condizioni nelle quali prende forma il significato della
vacanza equivale a seguire l'evoluzione di un periodo di vita. Le scel­
te sono divenute segni d'identificazione; i loro modelli invitano a es­
sere valutati in rapporto agli altri e a operare le possibili trasforma­
zioni della gratificante immagine che si ha di se stessi sulla scena so­
ciale. La pratica delle vacanze crea un'etica: tutto quello che può ap­
parire costrizione, repressione degli istinti o dei desideri, risulta scre­
ditato. Ciò non impedisce che lo stesso individuo, perfino lo stesso
gruppo, possa sentirsi lacerato dalla tensione suscitata da due preoc­
cupazioni talvolta antagoniste: da una parte, impiegare il tempo libe­
ro, pensare a «far qualcosa» delle proprie vacanze, scegliendo i luo­
ghi per le attività da compiere; dall'altra, dichiarare ostentatamente
che questa scelta è personale, che esistono certamente altre possibi­
lità, ma che nessuna di esse raggiunge lo stesso grado di autenticità,
cioè di verità e di libertà. Questa tensione alimenta l'ossessione che
ognuno può provare di fronte alla terribile prospettiva di sciupare le
proprie vacanze. Attraverso una simile inquietudine l'individuo rive­
la che, senza tale elemento essenziale della vita privata, egli social­
mente non esiste: questo periodo di tempo è diventato per lui l'altra
faccia della propria condizione sociale83 .
1 18 I:invenzione del tempo libero. 1850-1960

Note

1 Cfr A. Joanne, Bade et Foret-Noire, itinéraire descripti/ et historique, Paris 1854, p. X.


Sull'evoluzione della frequentazione dei bagni di Baden-Baden, Wiesbaden e Karlsbad dal
1800 al 1928 cfr. K. Jager, Die volkswirtscha/tliche Bedeutung des Fremdenverkehrs, Diss.,
Niirnberg 1935, pp. 36 sgg.
2 Tipo di paesaggio rurale costituito da un insieme di campi o praterie di forma irre­
golare e di dimensioni ineguali, limitati e cintati da siepi formate di alti alberi che fian­
cheggiano strade infossate. Questo tipo di paesaggio è diffuso soprattutto nella Francia oc­
cidentale (Vandea, Normandia), ma è presente anche nei Paesi Bassi, in Gran Bretagna e
in Danimarca [N. d. T].
3 Cfr. A. Martin-Fugier, Les rites de la vie privée bourgeoise, in P. Ariès, G. Duby, Hi­
stoire de la vie privée, vol. IV, De la Révolution à la Grande Guerre, Le Seui!, Paris 1987
[trad. it. I riti nella vita privata della borghesia, in P. Ariès, G. Duby, La vita privata, vol.
IV, I: Ottocento, Laterza, Roma-Bari 1988, pp. 182-83 ] ; A. Wallon, La vie quotidienne dans
les villes d'eaux (1850-1914), Hachette, Paris 1981; ].-D. Urbain, Sur la plage, Payot, Paris
1994.
� Cfr. Martin-Fugier, op. cit. , trad. it. cit., pp. 182-83 . Cfr. anche A. Rauch, Vacances et
pratiques corporelles. La naissance de la morale du dépaysement, PUF, Paris 1988, I parte.
5 Cfr. Martin-Fugier, op. cit. , trad. it. ci t., p. 184.
6 lvi, pp. 180 sgg. Cfr. anche H.]. Knebel, Soziologische Strukturwandlungen im mo­
dernen Tourismus, F. Enke Verlag, Stuttgart 1960, pp. 18 sgg.
7 Questa legge imponeva alle città con più di diecimila abitanti di elaborare un piano
di razionalizzazione, arredo urbano ed espansione; ma a dire il vero non conobbe parti­
colare fortuna durante quegli anni.
8 Cfr. A. Rauch, Le souci du corps, PUF, Paris 1983 .
9 Cfr. A. Corbin, Le secret de l'individu, in Ariès, Duby, op. cit. , pp. 540 sgg. [trad. it.
Il segreto dell'individuo, in Ariès, Duby, op. cit. , trad. it. cit., pp. 434 sgg.]; anche A. Cor­
bin, Le territoire du vide, Aubier, Paris 1988 [trad. it. I:invenzione del mare. I:Occidente e
il/ascino della spiaggia (1750-1840), Marsilio, Venezia 1990].
1 0 Martin-Fugier, op. cit., trad. it. cit., pp. 180-81 .
1 1 lvi, p. 181.
1 2 Cfr D. Kramer, Der san/te Tourismus, Osterreichischer Bundesverlag Gesellschaft,
Wien 1984, pp. 70 sgg.
13 Martin-Fugier, op. cit. , trad. it. cit., p. 181.
14 Cfr. l'Associazione della montagna per la salute, fondata a Diisseldorf dal presiden­
te Berlepsch nel 1885. Cfr. Hauptstaatsarchiv Diisseldorf, Akten Reg. Pras., 1053 e 1055.
15 Knebel, op. cit, pp. 18 sgg.
16 È senza dubbio Lamartine a stabilire il senso romantico del concetto di «Oriente»:
cfr. i suoi Souvenirs, impressions, pensées et paysages pendant un voyage en Orient, 1 835.
17 Su questa evoluzione nella società inglese cfr. ].W. Stoye, English Travellers abroad,
their In/luence in English Society and Politics, London 1952.
18 Come scrive Martin-Fugier, op. cit. , trad. it. cit., p. 182: «l turisti non sono necessa­
riamente dei camminatori o degli itineranti. Possono scegliere di stabilirsi in una città in
riva al mare e di non muoversi più (la parola estivant [villeggiante] compare solo nel
1920)>>. Per un'analisi contemporanea del turismo in Germania durante il periodo da noi
studiato cfr. A. Bormann, Die Lehre vom Fremdenverkehr, Berlin 193 1 , pp. 10 sgg., e per
quanto riguarda l'Inghilterra F.W. Ogilvie, The Tourist Movement, London 1933, pp. 4 sgg.
19 Cfr. P. Loti, Mahé des Indes, in Voyages (1872-1913), Laffont, Paris 1991, p. 57.
20 Dal 181 1 Chateaubriand farà da precursore (Bonaparte era andato in Egitto... ).
2 1 Cfr. G. de Nerval, Introduction à un ami. Vers l'Orient, in Oeuvres, II, Garnier, Pa­
ris 1958, p. 20.
22 Cfr. P. Loti, Au Ma roe, in Voyages ci t., p. 1 7 1 .
23 Cfr. Stendhal, Mémoires d'un touriste, I , Editions Rencontre, Lausanne 1961, p. 92
A. Rauch Le vacanze e la rivisitazione della natura (1830-1939) 1 19

[trad. it. Memorie e giornali di viaggio, III, Memorie di un turista, 2 voli., Einaudi, Torino
1977].
24 Cfr. H. Hesse, Le Voyage en Orient, 1932 [trad. it. Viaggio in India, SugarCo, Mila­
no 1992 ] .
25 Cfr. Novalis, Les Disciples à Sai's, i n Oeuvres complètes, l , Gallimard, Paris 1975, p .
5 5 [trad. it. I discepoli di Sais, Tranchida, Milano 1985].
26 Cfr. Stendhal, op. cit. , p. 91.
27 Citato in D. Nordman, Les Guides-Joanne, in P. Nora (dir.), Les lieux de mémoire,
Il, La Nation, I, Gallimard, Paris 1986, p. 534.
28 Cfr. M.-C. Hook-Demarle, Le Rhin romantique, in P. Ayçoberry, M. Ferro, Une hi­
stoire du Rhin, Ramsay, Paris 198 1 , p. 177.
29 Nato nel 1801 a Essen e figlio di un editore, K. Baedeker pubblica la sua prima ope­
ra a Coblenza nel 1827: Guide de Rhénanie. Gli anni d'oro delle guide, all'epoca dei suoi
figli, vanno dal 1897 al 1906. Tra i suoi principali concorrenti in Germania figurano le Gui­
de B. Meyer e la Guide Grieben.
30 Joanne, op. cit, p. XIV.
3 1 lvi, p. Xl.
32 Cfr. «Revue mensuelle du TCF», giugno 1897.
33 Cfr. R. Barthes, Mythologies («Le Guide-Bleu»), Seuil, Paris 1957, pp. 12 1 -25 [trad.
it. Mitologie di Roland Barthes, Pratiche editrice, Parma 1987].
3 4 Cfr. A. Corbin, L e miasme e lajonquille. I.:odorat e t l'imaginaire social. XVIIIe-XIXe
siècle, Aubier, Paris 1982, p. 101 [trad. it. Storia sociale degli odori. XVIII e XIX secolo,
Mondadori, Milano 1983 ] .
3 5 Cfr. E. Viollet-le-Duc, Hygiène du voyageur dans !es contrées alpines, in Annuarie du
Club alpin /rançais, 1878, pp. 586-601.
36 Cfr. K. Giinther, Die Alpenliindlische Gesellscha/t, Jena 1930, pp. 20 sgg.
37 L'Alpine Club venne fondato a Londra nel 1856. Successivamente verranno istitui­
ti il Club alpino austriaco (a Vienna nel 1862), svizzero (aprile del 1863 ), italiano (ottobre
1863), tedesco (a Monaco nel 1869); il 1 gennaio 1874 il club austriaco e quello tedesco
o

si fusero in un unico organismo, il Deutsch-Osterreichische Alpen-Verein, che nel 1905


arriverà a contare 300 sezioni e più di 50.000 aderenti. Cfr. ]. Stradner, Der Fremden­
verkehr, pp. 30- 1 . Nel 1933 in Germania (senza l'Austria) si conteranno 300 nuove sezio­
ni e 130.000 aderenti.
3 8 Cfr. K. Giinther, Die volkswirtscha/tliche Bedeutung des Fremdenverkehrs, Diss.,
Niirnberg 1935. Sui viaggi nei Pirenei si veda anche S. Briffaud, Naissance d'un paysage.
La montagne pyrénéenne à la croisée des regards. XVIe-XIXe siècle, CIMA-CNRS, Université
Toulouse-11, Toulouse 1994.
39 I primi «CAPisti» organizzarono la professione di guida alpina istituendo diplomi,
definendo le condizioni per l'esercizio della professione stessa, elaborando piani di for­
mazione e di perfezionamento. Più tardi, la Scuola nazionale di sci e d'alpinismo di Cha­
monix rilascerà il brevetto di guida di alta montagna, valido per la zona nella quale il tito­
lare eserciti la sua professione.
4° Cfr. V. Chevillard, Le Club alpin /rançais de 1874 à 1899, in Annuaire du Club alpin
/rançais, Paris 1900, pp. 299-325. La stessa dichiarazione si trova negli statuti dell'Alpine
Club inglese o dei club alpini austriaci e tedeschi. Cfr. Kramer, Der san/te Tourismus cit.,
p. 27.
4 1 J. Bourgogne, «CAF. Bulletin de la Section de Provence», 1904.
42]. Grand-Carteret, La montagne à travers !es ages. Rolejoué par elle: /açons dont elle
a été vue, in La Montagne d'aujourd'hui, II, Grenoble et Moùtiers, 1904, pp. 320-1.
43 ] . Vallot, I.:alpinisme régénérateur, in «Bulletin du CAF vosgien», maggio-giugno
1907, pp. 33-8.
44 Cfr. la prefazione in Girardin, Compte rendu du Congrès international de l'alpinisme,
Paris 1920.
45 Cfr. D. Poupardin, I.:Administration forestière dans ses rapports avec !es associations
1880-1950, INRA-CESR, novembre 1980.
120 I.:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

4 6 Cfr. J.-L. Parisis, M. Peraldi, Le Grand square. Etat, association et loisirs de nature,
CERFISE, ministère de l'Environnement et du cadre de vie, mission des études et de la re­
cherche, dicembre 1981, p. 53.
47 Cfr. Girardin, op. cit.
4 8 Su queste associazioni locali cfr. Knebel, op. cit. , pp. 28-32.
49 Cfr. L. Auscher, G. Rozet, Urbanisme et tourisme. La /onction des syndicats d'inizia­
tive, E. Leroux, Paris 1920.
5° Cfr. P Arnaud, T. Terret, La Reve blanc. Olympisme et sports d'hiver en France. Cha­
monix 1924-Grenoble 1968, PUB, Bordeaux 1993 .
5 1 La congregazione del Très Saint Enfant Jesus (Santissimo Gesù bambino) o Oeuvre
de la jeunesse (Opera della gioventù) di Marsiglia viene fondata clandestinamente nel 1799
da J-]. Allemand, un prete miracolato: cieco, egli avrebbe riacquistato la vista dopo una
novena; assiste alla Rivoluzione, ossessionato dall'immagine del popolo sanguinario, e nei
suoi ricordi si confondono scene rivoluzionarie e scene di pellegrinaggio. Nasce così la sua
vocazione. L'Opera comincia a svilupparsi nel 1882; appoggiandosi alla borghesia dei cui
figli cura l'educazione (i muscadins, moscardini), essa intende estirpare le radici del paga­
nesrmo.
52 Sulle tematiche del cattolicesimo sociale cfr. J.-B. Duroselle, Le Débuts du catholici­
sme social en France (1829-1870), PUF, Paris 195 1 .
5 3 I fondi vengono raccolti sotto l a spinta delle organizzazioni confessionali, soprat­
tutto protestanti, e dell'establishment filantropico, con l'intento dichiarato di «allontana­
re per qualche settimana il maggior numero di bambini dall'ambiente malsano delle città».
Cfr. l'articolo di M. Brouet, in «Revue Pédagogique», gennaio 1892.
54 Nel 1865 V. Duruy presenta al Consiglio di Stato un progetto di legge che autorizza
le municipalità che abbiano stabilito la gratuità dell'istruzione a imporre una tassa straor­
dinaria. n progetto si propone di costituire presso ogni comune un fondo scolastico, e nel
1887 viene istituito il Comité parisien des colonies de vacances. n numero degli arrondis­
sements che organizzano tali colonie passa da uno a tre.
55 L'Union nationale des colonies de vacances (UNCV), fondata nel 1909 in seguito a un
congresso organizzato nel 1906 dal pastore Comte, in pratica diventa fin dal 1912 un'or­
ganizzazione confessionale dominata dai cattolici. Nello stesso anno si costituisce la Fédé­
ration nationale des colonies de vacances, d'ispirazione laica, e che diventerà nel 1924 un
comitato nazionale sul modello di quello per la lotta contro la tubercolosi, ottenendo il ri­
conoscimento della sua funzione di pubblica utilità con un decreto del 30 giugno 1926. n
4 maggio del 1934 anche l'UFCV otterrà lo stesso riconoscimento.
56 Fondata nel 1866 da ]. Macé, la Ligue française de l'enseignement costituisce nel
1934 l'UFOVAL (Union française des oeuvres de vacances lai:ques), che elabora un regola­
mento ufficiale di questo tipo di colonie. Fin dal Fronte popolare, i CEMEA (Centres d'en­
tra!nement aux méthodes d'éducation active) si occupano della formazione di quadri
(istruttori, direttori, economi) e della pubblicazione di riviste, opuscoli e libri allo scopo
di sviluppare il carattere educativo delle colonie e dei campi di vacanza.
57 Sotto la direzione di K. Fischer, studioso di sinologia, si afferma il gusto di compie­
re gite a piedi nelle foreste che sorgono presso la capitale. Parallelamente, ad opera di K.
Ahlborn viene costituita ad Amburgo la Wanderverein (Associazione degli escursionisti),
da cui nascerà il Bund Deutscher Wanderer (Federazione degli escursionisti tedeschi). Nel
1903 esistono in Germania quattrocentododici sezioni di Wandervi:igel; nel 1913 il movi­
mento conterà trentacinquemila aderenti e nel 1914 quarantacinquemila. Cfr. C. Lutkens,
Die deutsche Jugendbewegung, Frankfurt-am-Mein 1925, pp. 38 sgg. Sulle organizzazioni
giovanili tedesche di matrice socialdemocratica prima della Prima guerra mondiale cfr. T.
Herrle, Die deutsche Jugendbewegung in ihren kulturellen Zusammenhiingen, Gotha-Stutt­
gart 1924, pp. 22 sgg.
58 A partire dal 1884 si sviluppa in Germania il «Movimento degli ostelli» per liceali e
studenti: nel 1894 se ne contano 94, 165 nel 1904 e 640 nel 1913. Cfr. G. Rotter, Die deut­
sche Studenten und Schiilerherbergen 1 884 bis 1908, Hohenelbe 1909, pp. 64 sgg. Dopo la
guerra il movimento si allargherà a comprendere tutti i giovani, tanto i ragazzi quanto le
A. Rauch Le vacanze e la rivisitazione della natura (1830-1939) 121

ragazze. Il numero delle presenze sale rapidamente: 59.453 pernottamenti nel 1919,
186.226 nel 1920, più di un milione nel 1922. Nel 1929 si registrano 3 .784.000 pernotta­
menti distribuiti in 2.184 luoghi diversi. Cfr. Griinthal, Probleme der Fremdenverkehrs­
geographie, Berlin 1934, pp. 102 sgg.
59 Nel 1929 M. Sangnier, illustre esponente del «cristianesimo democratico» e pacifi­
sta del periodo fra le due guerre, istituisce nella sua proprietà di Bierville il primo ostello
della gioventù francese. Fondatore del «Sillon», egli aveva incontrato R. Schirmann nel
1926. Dal 1929 al l933 esiste solo la Lega francese per gli ostelli della gioventù (Ligue
française des auberges de jeunesse, LFAJ). Nel 1933 si contano 45 ostelli e 6.000 pernotta­
menti. Nel 1934 il Centro laico degli ostelli della gioventù (Centre lai:c des auberges de jeu­
nesse, CLAJ), ispirato dall'iniziativa della signora Grunebaum-Vallin, viene fondato da M.
Auvert. Le organizzazioni che partecipano alla sua fondazione sono: la CGT, la Fédération
générale de l'enseignement, il Syndicat national des instituteurs, la Fédération nationale
des municipalités socialistes, la Commission des réalisations municipales du parti radica!
et radical-socialiste nonché l'Union des villes et communes de France. Vi aderiscono an­
che gli Amis de la nature, gli Amis de l'enfance ouvrière, il Cercle universitaire internatio­
nal, la Jeunesse lai:que et republicaine, le Oeuvres des patronages lai:cs de France e l'Union
sportive ouvrière. In entrambi i movimenti si ritrova il denominatore comune dei movi­
menti giovanili dell'epoca: il gusto della natura, il romanticismo anti-industriale, il culto
dello sforzo, un'ideologia di vita emancipata dalle comodità, il gusto e insieme la morale
del viaggio. Le pratiche comunitarie (veglie, canti, cori) non sono estranee allo scoutismo:
tutti portano le stesse scarpe, i pantaloni corti e le camicie aperte (A. Emorine, J. Lamou­
re, Histoire des A] en France, CLAJ, 1952; Barthélémy-Madaule, Mare Sangnier 1 873-1950,
Du Seuil, Paris 1973 ). Nel 1936 fra tutte le associazioni si contano 229 ostelli, 27.000 per­
nottamenti di cui 5.800 durante le vacanze di Natale. All'inizio del 1937 il Centro controlla
240 ostelli, di cui 15 sull'asse Parigi-Biarritz, 38 sull'asse Parigi-Mentone, 17 sull'asse Pa­
rigi-Strasburgo e 35 dedicati agli sport invernali. Nel 1938 il Centro ha 5 .000 membri, e
un giornale, «Le Cri des Auberges», fissa le tariffe : una notte costa all'epoca quattro fran­
chi. Nel 1939, CLAJ e LFAJ sono in grado si assicurare 60.000 pernottamenti. Alla vigilia
della Seconda guerra mondiale la Francia possiede 900 ostelli: tale rapida espansione è do­
vuta all'opera di L. Lagrange, sottosegretario di Stato per la gioventù e gli sport nel go­
verno del Fronte popolare. Su questo argomento, cfr. la tesi di dottorato di L. Heller-Gol­
denberg, Histoire des auberges de jeunesse en France des origines à la Libération (1929-
1945), 2 voli., Nice 1985, nonché A. Prost, I.:Ecole et la /amille dans une société en muta­
tion (1930-1980), Nouvelle Librairie de France, V, Paris 1981, pp. 484 sgg.
60 Sollecitato da un'edizione destinata alla gioventù, egli redige il famoso Scouting/or
Boys.
61 Cfr. G. Cholvy, Mouvements de jeunesse. Chrétiens et Jui/s: sociabilitéjuvenile dans
un cadre européen. 1 799-1968, Editions du Cerf, Paris 1985.
62 In Francia, la prima organizzazione di Giovani esploratori unionisti (protestanti)
viene istituita nel 191 1 (le prime giovani esploratrici faranno la loro comparsa nel 1 9 12 in
seno all'UCJF), seguita poco dopo da quella dei Giovani esploratori di Francia ( 1 .7 1 7 iscrit­
ti nel 1912, 4.832 membri attivi nel 1913, 9.642 nel 1914). I cattolici fondano il corpo de­
gli scout nel 1920 e delle guide (per le ragazze) nel 1923. Nel 1933 si contano più di 50.000
scout, 12.000 giovani esploratori unionisti e 16.000 giovani esploratrici. Cfr. P. Laneyrie,
Les Scouts de France. I.:évolution du mouvement des origines aux années 80, Editions du
Cerf, Paris 1985.
63 All'Union nationale des associations de tourisme et de plein air (UNATPA), fondata
nel 1920, viene riconosciuta una funzione di pubblica utilità, e ad essa sono affiliate 47 al­
tre associazioni e federazioni francesi: vi si possono annoverare organizzazioni come il
Club des quatre vents, la Ligue française pour l'enseignement, ecc. Sullo sviluppo e la re­
golamentazione del turismo in Germania nel diciannovesimo secolo cfr. M. Klafkowski,
Das Fremden/iihrungswesen, Berlin-Leipzig 1930.
64 Cfr. W.R. Krabbe, Gesellscha/tsveriinderung durch Lebensre/orm. Strukturmerkmale
122 I.:invenzione del tempo libero. 1850-1960

einer sozialre/ormerischen Bewegung im Deutschland der Industrialisierugsepoche, Gèittin­


gen 1974.
6' Cfr. Touristenverein <<Die Natur/reunde»: Denkschrz/t zum 60-jiihrigen Bestehen
1895-1955, Zi.irich 1955. Sul movimento internazionale degli Amici della natura cfr. Kra­
mer, op. cit. , pp. 60 sgg.
66 La cura atmosferica o cura d'aria, che lo svizzero A. Rikli (1823- 1906) istituisce in
Austria - a Veldes, in Alta Carniola - a partire dal 1855, completa la cura termale pro­
priamente detta. Il centro da lui creato si sviluppa fino alla Prima guerra mondiale. Il ba­
gno d'aria costituisce la base del trattamento, di cui il bagno di sole non fa che intensifi­
care gli effetti. Infine, la sudorazione provocata dall'awolgersi in una spessa copertura po­
ne termine alla seduta (cfr. Let There Be Light, 1895'). Il frontespizio del suo volume At­
mospheric Cure presenta un solitario escursionista che, alpenstock alla mano, respira a pie­
ni polmoni, vestito dei suoi «indumenti da montagna e del suo bagno d'aria», così come
vuole la tradizione (Bekleidung/iir den Ausmarsch zum Lichtlu/tbad in Weldes), vale a di­
re con una camicia larga, dal collo basso e le maniche corte, di tessuto non pregiato, con
un paio di pantaloni corti che gli lasciano le gambe nude e con dei sandali appesi alla cin­
tura. Cfr. anche F.E. Bilz, Das neue Naturheilver/ahren, Dresden-Leipzig 1926 (in partico­
lare Leibesiibungen und Atemkunst/iir Kranke und Gesunde, pp. 1479-528). Questi fondò
a Radeboul-Oberlèissnitz, presso Dresda, il Bilz' Sanatorium, e a Lèissnitzgrund il Bilz Un­
dosa-Wellenbad. In una piscina di alcuni metri venivano create artificialmente delle onde
per imitare quelle del mare.
67 Cfr. E. G. Eder, Sonnen und Wasserratten. Korperku!tur und Freilu/tbadebewegung
in Wiens Donaulandscha/t 1900-1939, «Archiv fi.ir Sozial-Geschichte», Verlag J.H.W.
Dietz Nachf., Bonn 1993, pp. 245-74.
68 Cfr. L. Ankenbrand, Der Wille zur Schonheit, Stuttgart 1928, pp. 27-32.
69 Cfr. «Der Kuckuck», 3, n. 28, 12 luglio 193 1 , p. 14.
70 Su tale equivoco si veda la storia del movimento dell'FKK (Freiekèirperkultur) in
Germania e in Austria; per il caso austriaco in particolare cfr. A. Schnitzinger, Entwick­
lung der Freikorperku!turbewegung in Osterreich, in Licht und Sonne. 50 Jahre Freikor­
perkultur, l Jahr INF/FNI, Wien 1954.
7 1 Cfr. G. Rouhet, Revenons à la nature et régénérons-nous, Paris 1913 ; G. Vigarello,
La nature et l'air du temps, in «Travaux et recherches en EPS», INSEP, febbraio 1980.
72 Cfr. P. Carton, Enseignements naturistes, Paris 1925.
73 Cfr. Rouhet, op. cit. , tavole.
74 lvi, p. 202.
75 Cfr. O. Friedlander, Letzer Glanz der Miirchenstadt, Wien 1985, p. 98.
76 Cfr. Dr. Carton, Traité de médecine, d'alimentation et d'hygiène naturistes, Paris
1920.
77 Cfr. Id. , Décalogue de la santé, Paris 1922, p. 1 1 .
78 lvi, p. 3 1 .
79 Cfr. G . Hébert, Code de la force, XVII.
8° Cfr. Id., Education phisique virile et morale par la méthode nature!le, 1936, I, p. 436.
81 Cfr. Dr. Carton, La Cure de soleil et d'exercise chez !es en/ants, 1917, p. 5 .
82 Cfr. per contrasto A. Colerus, Die Freude am Korper, «Der jugendliche Arbeiter»,
27, n . 8, 1928, pp. 7 sgg.
83 A. Rauch è autore degli studi Le Corps en éducation, PUF, Paris 1982; Le Souci du
corps, PUF, Paris 1983 ; Vacances et pratiques corporelles, PUF, Paris 1988. Di recente ha
pubblicato Boxe, violence du XXe siècle, Aubier, Paris 1992; Les vacances, PuF, Paris 1995.
Ha anche curato Sports et loisirs en Alsace au XXe siècle, CREECIEPS, Strasbourg 1994.
Capitolo quarto'''

Nel corso della seconda metà del diciannovesimo secolo, Parigi,


città della barricata e della sparatoria, del martirio, del crimine e del­
la miseria, si trasforma lentamente, nella sfera dell'immaginario, in
moderna Babilonia e si afferma come capitale dell'edonismo. Sulla
scia di questa rappresentazione, molti storici vedono in essa il labo­
ratorio di una cultura di massa che mescola confusamente, nel turbi­
ne dei divertimenti e dei piaceri, i sessi, le età e le classi.
Questa lettura, che deriva da un procedimento genealogico, è per
noi molto importante: si tratta di sapere se Parigi ha saputo, meglio
delle altre grandi città, diventare il crogiolo dentro il quale si è ela­
borato lo svago cittadino della modernità. n procedimento non è
esente dal rischio di incorrere in anacronismi e giudizi definitivi. Ju­
lia Csergo ne è consapevole. Si interroga sulle modalità della costru­
zione di questa temporalità, propria della capitale francese, che uni­
sce indissolubilmente la libertà del tempo, il primato del divertimen­
to e il consumo di massa. Da storica dei paesaggi urbani, analizza il
modo in cui si distribuiscono, nella città estroversa, le distrazioni a
poco a poco ritualizzate, la cui gamma riempie il nuovo tempo libe­
ro e fa apparire la cultura cittadina in gestazione. Infine, segue il ra­
dicarsi dell'etica edonista su cui si fonda e che determina l' organiz­
zazione commerciale del piacere.
Questa ricerca richiedeva che si prestasse attenzione alla «cineti­
ca immaginaria del boulevard», alla diversità dei ritmi della passeg­
giata, alla riorganizzazione della cultura notturna della città, alla ge­
nesi del parco di divertimenti. Obbligava a individuare l'emergere dei
desideri di velocità e d'istantaneità, la tolleranza crescente al «bacca­
no» e all'intensità delle luci, il richiamo esercitato dall'evocazione
dell'esotismo. Julia Csergo soddisfa queste esigenze. Ricostruisce la

,., Traduzione dal francese di Carla Patanè.


124 I:invenzione del tempo libero. 1850-1960

genealogia di uno svago di massa basato sul simulacro, sulla passività


visiva e sulla mediatizzazione. Traccia la genesi dei piaceri di un con­
sumo di massa, asservito e rumoroso, che sembrano culminare, al­
meno durante la Belle Epoque, negli istanti in cui si uniscono lo scop­
pio di risa e l'attrazione esercitata da corpi giovanili offerti soltanto
allo sguardo, nella loro vertiginosa mobilità.
A.C.
Estensione e trasformazione
del tempo libero in città
Parigi tra il diciannovesimo secolo
e l'inizio del ventesimo
di ]ulia Csergo'<

«Quando il buon Dio si annoia, lassù in cielo, apre la finestra e ri­


mira i viali di Parigi.» Nel suo primo impatto con la frenesia popola­
re di un martedì grasso a Parigi, a Heinrich Heine, che si trovava nel­
la «capitale del mondo» soltanto qualche mese dopo le Tre Gloriose,
torna in mente quello che egli dice essere un vecchio proverbio1 • At­
traverso i tanti festeggiamenti pubblici di un Direttorio che consacra
il regno della ricchezza e del suo sperpero, attraverso il dispiegarsi
frenetico della vita mondana al tempo della Restaurazione e della mo­
narchia di Luglio, le danze inebrianti di una Festa imperiale astuta­
mente orchestrata e il «Gai Paris» della Belle Epoque2, si impone in
tutto il mondo e prende sempre più piede l'immagine e la fama di una
Parigi città felice, città della festa, dei piaceri, delle distrazioni: «A P a­
rigi ci si diverte e ci si divertirà sempre ! »3 .
Nella variegata immagine che gli stranieri si fanno della città, tra
fervori rivoluzionari e spirito dell'Illuminismo, è importante questa
dimensione, sia essa una realtà effettiva o una suggestione che ingan­
na la vista. Ne danno testimonianza i loro resoconti di viaggio.
Mrs. Trollope, che soggiornò nella capitale della Francia nella pri­
mavera del 1 835, ritorna più volte sulla «gaiezza naturale» e sull'«ef­
fervescenza gioiosa» della folla parigina. Mark Twain, nel momento
stesso in cui poggia piede a Parigi, annota: «Tutto quello che ci cir­
condava era allegro e pieno di animazione»4.
Così, il tempo che scorre a Parigi sembra caratterizzarsi e distin­
guersi da quello di ogni altra città per la preponderanza, evidente e
generalizzata al suo interno, di un tempo libero, tempo dei giovani',
che non tiene in nessun conto le differenziazioni sociali, speso nel-

* Traduzione dal francese di Gabriella Vernole.


126 I.;invenzione del tempo libero. 1 850-1960

l'ozio, volto interamente al divertimento e a soddisfare il piacere. È


in ogni caso ciò che lascia intendere Mrs. Trollope, e con lei molti al­
tri, quando si domandano quale sia la ragione che fa di Parigi la città
del piacere: «Uno dei motivi per i quali Parigi è tanto più divertente
di Londra, è che, in proporzione al numero dei suoi abitanti, c'è mol­
ta più gente che non ha nulla da fare al mondo se non divertirsi e far
divertire gli altri»6.

Lo svago a Part'gt': t'l predomt'nt'o dt' un mz"to?

Non si può fare alcun paragone tra la storia degli svaghi a Parigi,
vale a dire tra il modo di percepire e usare in quella città il tempo li­
bero da occupazioni obbligate, con le sue caratteristiche, e la storia
dello stesso fenomeno in una città qualsiasi. Parigi costituisce uno
specifico scenario urbano attraversato da itinerari, disseminato di
luoghi particolari, ricco di modi di vivere e di forme di sociabilità
contraddistinte, sia nella realtà che nelle rappresentazioni fornitene,
dal sigillo della modernità.
È inutile ritornare in questa sede sull'importanza e originalità del
processo di civilizzazione della città di Parigi, in atto già dagli inizi
dell'età moderna7: è sufficiente solo ricordare che nel corso dei seco­
li Parigi incarna l'idea del movimento, dell'estrema mobilità di una
città che di continuo si estende, nell'avidità di speculazioni febbrili8,
con una popolazione che cresce a ritmi vertiginosi, in un trionfo del­
la tecnica che senza tregua sventra e fora la città per ordinaria meglio,
secondo una molteplicità di reti9• E, dunque, poiché essa è la prima
città del regno e residenza del re, città dei saperi e della cultura, dei
poteri e delle rivoluzioni, Parigi dà il la all'edonismo e ne diventa il
centro universale.
È soprattutto a partire dal diciassettesimo secolo che si viene ela­
borando questa sua immagine attraverso il duplice tramite degli uo­
mini di cultura che vi si affollano10 e della costruzione di un nuovo
modo di rappresentarsi il territorio1 1 : questi due aspetti ci permetto­
no di comprendere come la città si vede e quale si mostra, nel suo rap­
portarsi, vuoi reale vuoi immaginario, con la provincia e il resto del
mondo12•
Questa elaborazione di una città incantatrice, centro del piacere e
dell'arte, del buongusto e dello spirito, raggiunge il suo apice nell'età
dei Lumi, quando, in una Parigi resa più grande e magnifica, vengo­
no creati nuovi spazi e nuovi edifici per il divertimento, come ad
f. Csergo Estemione e trasformazione del tempo libero in città 127

esempio il Palais-Royal. Molti poeti, come Doigny du Ponceau o An­


dré Chenier, avevano già cantato il popolo felice della Courtille , ma
solo alla vigilia della Rivoluzione l'abate de Launay, per primo, dedi­
ca un lungo poema ai Plaisirs de Paris13 • Restif, appassionato amante
della città, soccombe a sua volta allo spettacolo che questo luogo uni­
co, questo centro di diffusione della libertà, «regala ad ogni passo, ad
ogni istante», «dove si respira più liberamente, dove si è pervasi da
una deliziosa follia». Un luogo ricco di una vita intensa, in cui circo­
la un'energia del tutto particolare. Louis-Sébastien Mercier, che de­
dica alla città la prima opera letteraria di una certa levatura, la bat­
tezza con uno dei suoi motti più felici «bettola d'Europa», ma anche
«mucca da mungere della Francia», il luogo dove gli stranieri vanno
a sperperare il loro danaro14. Con il Direttorio, infine, la rappresen­
tazione di Parigi assume il suo aspetto definitivo e codificato, dalla
doppia componente élitaria e populista, di città del gioco e della fe­
sta, del lusso e della frivolezza.
Durante il diciannovesimo secolo Parigi ispira le reazioni più con­
trastanti, che seguono il ritmo e l'andamento economico. Proprio per
la sua immagine di città illuminata e godereccia essa diviene para­
dossalmente, sotto un'apparenza amabile e brillante, simbolo ripu­
gnante di miseria e decadenza. La percezione di questa ambivalenza,
fondata in parte sul tradizionale moralismo religioso, che identifica
lo spazio cittadino con un luogo di perdizione e di vizio15, affonda
lontano le sue radici. La ritroviamo in Saint-Simon: «Parigi è la fogna
dei piaceri dell'Europa» -, in Voltaire: «Parigi, oro e fango» - e an­
che in Rousseau. Riportato in auge da Louis-Sébastien Mercier, que­
sto motivo raggiunge il suo culmine con il Romanticismo, quando la
città, troppo cresciuta rispetto alla sua struttura amministrativa e
troppo popolosa, si viene a trovare in uno stato di «compressione so­
ciale»16. Quello che era lo splendore vorticoso dei piaceri che occu­
pavano il tempo dei Parigini, ora, in una città già frenetica, che subi­
sce un moto accelerato a causa della modernità urbana, diventa an­
che tumulto, agitazione febbrile e artificiosa, mentre i contrasti so­
ciali, amplificati dal mostruoso incremento demografico, finiscono
per generare il caos.
Così come la sua realtà fisica è fatta di «frastuono, fumo e fan­
go»17, anche la costituzione morale della città, in contrasto con le lo­
di che suscitano la sua magnificenza e le sue sontuose architetture,
mostra un suo doppio, una faccia sotterranea fatta di laidezza e di vi­
zio, di espedienti e di infamie: «Non è esagerato considerare Parigi
un inferno. Guardate che è la verità» scrive Balzac. «A Parigi, ogni
128 !;invenzione del tempo libero. 1 850-1960

cosa emana vapori, brucia, brilla, ribolle, s'incendia, evapora, si spe­


gne, si riaccende, fa scintille , scoppietta e si consuma»18.
Ispirato da questo scenario, realistico e immaginario ad uno stes­
so tempo, ogni rigo che le case editrici dedicano a Parigil9 gronda di
espressioni, modi di dire, metafore, che moltiplicano i riferimenti ai
mali della città20: covo di briganti e criminali, che diventa avido pa­
sto per consumatori di romanzi d'appendice, oscuro labirinto in cui
Mme de Beaumont dona a Rastignac il suo nome come filo d'Arian­
na, abisso in cui si tuffano tutti i Rubempré, antro impeciato di cor­
ruzione di cui è impregnato il romanzo sociale, questo abisso di ten­
tazioni riesce ancora a far battere il cuore dei Parigini che decretano
il successo di quella Parigi messa in musica che è la Louise di Char­
pentier, rappresentata all'Opéra-Comique nel 1900.
Questo «mito» così ben analizzato da Pierre Citron, fu individua­
to da Roger Caillois, che già nel 1 93 7 sottolineava il processo di «pro­
mozione del decoro urbano a qualità epica». n suo impatto è stato
così potente, da far tralasciare il problema della sua fondatezza21 , in­
tanto che veniva contrassegnando in profondità ogni tentativo di
comprensione della storia del tempo libero a Parigi. Di esso sono im­
pregnate, fra Secondo Impero e Belle Epoque, tutte le rappresenta­
zioni dei luoghi, degli itinerari, delle attività del tempo libero, in un
discorso che «ostenta un immaginario e lo presenta come referenzia­
le»22. Per effetto di questo «mito», tutto quanto il tempo parigino si
muta in un tempo libero consacrato interamente al divertimento.
Ma c'è di più. Nella grande città che è diventata l'emblema stesso
della modernità e del progresso tecnologico e materiale, questo «mi­
to» sembra in parte fondare esso stesso l'industria del tempo libero
che prospera sulle rovine di una viziosa Babilonia, in un doppio di fe­
sta e di sommossa, di vizio e di virtù, su uno scenario di sangue e ses­
so23 , in un'ambivalenza di piacere e delitto. È tutto questo che ispi­
ra, nel mentre stesso che la crea, la produzione letteraria che si nutre
dell'immaginario su Parigi.
Ma mettiamo da parte per un po' le illusioni romanzesche e sof­
fermiamoci sulle «Cronache» di Parigi e della vita a Parigi che, dopo
la grande moda delle «Fisiologie»24, offrono una rappresentazione
compilatoria e codificata dell'universo parigino. La Grande Ville di
Kock ( 1 842), Le Diable à Paris di Stahl ( 1 842), il Tableau de Paris di
Texier ( 1 853) o ancora il Paris vivant di Caze ( 1 885), La vie à Paris di
Claretie per citarne solo alcuni, offrono durante tutto il secolo, a se­
conda dei loro percorsi, gli stereotipi parigini. È quindi attraverso il
cliché dello sfaccendato, o della parigina, prendendo in esame il tem-
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 129

po domenicale o quei luoghi in cui si viene costruendo la sua «tipi­


cità» (cabaret, caffè, caffè concerto, sale da ballo), che si delineano la
geografia e i riti convenuti dell'esercizio del tempo libero, della so­
ciabilità e della convivialità parigini, tutti orientati essenzialmente
verso una varietà di luoghi di divertimento.
Non c'è bisogno di aspettare le «guide portatili» per veder pro­
pagandato il mito del «Gai Paris». Con lo sviluppo del turismo bor­
ghese legato alla crescita e al perfezionamento tecnico della rete fer­
roviaria di cui Parigi è il cuore, nulla più arresterà la marea umana
che si riversa in città, trasmutando in motivo letterario la distanza fra
la provincia e la capitale. Assorbendo speranze, energie e desideri di
fuga di quanti hanno costantemente gli occhi fissi su Parigi, il turismo
permette di introdursi nel mito della città, trasformato in passeggia­
ta domenicale25.
A partire dagli anni trenta dell'ottocento, proliferano le guide che
dividono a scacchiera l'intera Francia, dedicando dei volumi specifi­
ci a Parigi, in un boom editoriale legato essenzialmente all'afflusso di
turisti messo in moto dalle Esposizioni Universali26. Strutturate in­
torno a un elenco organizzato e definito dei luoghi, degli itinerari not­
turni e diurni, del patrimonio e delle attività che la città offre, queste
guide mettono nelle mani dei visitatori le chiavi della città stessa: do­
ve dormire, come spostarsi, dove mangiare. Da un lato divulgano i
codici comportamentali dei Parigini - come ci si veste (forse che Ra­
stignac per il suo debutto in società non si preoccupa innanzi tutto di
dare un appuntamento al sarto?), a che ora mangiare, i luoghi in cui
ci si mette in mostra - dall'altro cadenzano ora per ora l'impiego del
tempo in città offrendo, dalla visita ai monumenti ai negozi alla pas­
seggiata, passando anche per gli spettacoli, un campionario delle pra­
tiche codificate del tempo libero.
Sotto il Secondo Impero compaiono nuovi tipi di guide: diverse
dalle precedenti, esse non danno indicazioni né sul patrimonio ar­
chitettonico27, né forniscono consigli utili, ma si dedicano esclusiva­
mente a quei luoghi o a quegli itinerari che consentono un uso pia­
cevole del tempo. Guide del giorno e della notte, della città in piena
luce e di quella sotterranea28, del centro e dei dintorni snocciolano
dei paragrafi monografici intorno ai temi della passeggiata, della dan­
za, dei ristoranti, delle case di piacere, e scandiscono il tempo di Pa­
rigi secondo l'orario dei divertimenti e il loro consumo. Les Nuits pa­
risiennes di Méry (1855), Les Plaisirs de Paris di Delvau (1867), di De­
bours (1889), Lennoy (1889), il Paris viveur di Mané (1862), il Paris
vicieux di Véron (1886), il Paris Cythère di Delsol (1 893), i Trottoirs
130 L'invenzione del tempo libero. 1 850-1960

et lupanars di Virmaitre (1 897), senza contare i Noctural Pleasures o/


Paris ( 1 889), Pleasures Guide o/Bachelors (s.d.), o How to enjoy in Pa­
ris (1927), enumerano e mettono alla portata di tutti luoghi e prati­
che di svago. Rincarando la dose nel rappresentare l'identità ricreati­
va della città, queste guide cantano instancabilmente Parigi in un di­
scorso che si presenta «come enunciazione esaustiva del reale»29, fis­
sando così i paradigmi della sociabilità e dell'impiego del tempo in
città.
In tal modo esse rassicurano l'immaginario parigino, sancendo in
modo definitivo lo slittamento delle rappresentazioni dal politico a
un'etica edonistica: la città dei Lumi diviene da questo momento la
città del neon, la capitale universale del piacere30• E di più, questo di­
scorso delle guide, predisponendo gli itinerari che praticheranno
quelli che desiderano incontrare la Parigi dei propri sogni - allegra,
sbarazzina, motteggiatrice - crea un modello di edonismo per il pro­
vinciale e costituisce una continua tentazione per gli insoddisfatti che
desiderano fuggire la vacuità, la noia, la mediocrità della provincia3 1 :
«Mi sommerge questa montagna di stupidaggini, mi occorrerebbe il
Tout Paris», scriveva nel 1 894, da Moulins, il giovane Charles-Louis
Philippe32. Quanto fascino esercita, quanti sogni nutre, in quest'e­
poca di nuova mobilità, «la città amata» dal contadino traviato, la Pa­
rigi dell'immaginario? E come si manifesta - nel solco della tradizio­
ne inaugurata da Restif de la Bretonne: «si vegeta in provincia, non si
vive che a Parigi» - questo desiderio della città luccicante, di conti­
nuo confessato e ripetuto da parte di tutti i letterati saliti a respirare,
nella loro scalata alla fama e alla gloria, l'atmosfera deliziosa e civiliz­
zata di Parigi?
Città insidiosa, metropoli che porta alla rovina i frugali borghesi
della Ferté-sous-Jouarre33 , Parigi resta tuttavia il luogo in cui tribù di
immigrati, per poco o per sempre che lo siano, vanno, nello stesso
momento, a cercare la propria identità e a perdersi, e tutto nella più
grande allegria.

I ritmi del tempo e dello svago a Parigi

In questa profusione di discorsi che si vanno elaborando su Pari­


gi, il tempo che qui si vive si organizza intorno alla sola necessità di
utilizzarlo integralmente per lo svago. Così si innescano i primi effet­
ti di un 'tempo libero' che nel ventesimo secolo è divenuto l'unico
scopo del vivere collettivo ed è destinato a nutrire i miraggi di felicità
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 13 1

della società industriale, che va instaurando un rapporto diverso con


il lavoro e con la ricerca del piacere, piegando gli schemi temporali in
una nuova relazione con il tempo libero e la sua fruizione.
Nella Francia del diciannovesimo secolo vige un'estrema diversi­
ficazione di tempi: il loro unificarsi è di parecchio successivo all'uni­
ficazione delle monete e delle unità di misura. È solo nel 1 89 1 che l'o­
rario di Parigi si estende a quello di tutta la Francia34.
In una Parigi che accoglie il flusso incessante di una popolazione
tanto composita, i cui comportamenti tipicamente contadini sono per
di più caratterizzati da una varietà di costumi regionali, si vengono ad
incontrare un considerevole rimescolamento degli usi del tempo e
una rimarchevole differenziazione dei tempi sociali35. In questa città
il tempo del borghese non è certo quello dell'operaio, il tempo del
piccolo funzionario non è quello dell'uomo di mondo; e, anche nella
loro comune ignoranza del computo aritmetico delle ore, il tempo
dell'operaio di Parigi non è lo stesso della mano d'opera immigrata.
Bene lo sanno le guide di Parigi che dedicano interi capitoli a tutto
ciò che occorre sapere su un tempo definito come 'parigino', soprat­
tutto riguardo agli orari dedicati al vivere sociale, come quelli delle
visite, o dei pasti.
In queste pagine si vogliono analizzare proprio le modalità della
limitazione dell'orario di lavoro e gli obiettivi che ci si prefigge di rag­
giungere con essa. Non torneremo più su come questo processo si sia
accompagnato al declino degli antichi ritmi, a una più rigorosa disci­
plina dell'orario e al restringimento delle maglie temporali che deli­
mitano frontiere più rigide tra tempo libero e tempo occupato. Pos­
siamo tuttavia aggiungere che la ricerca di efficienza e di redditività,
che contraddistingue i ritmi del tempo occupato, si estendono allo
stesso tempo dei divertimenti, che si va dilatando e la cui posta, se pu­
re d'altro tipo, resta tuttavia della stessa natura: si tratta anche lì di
stimolare lo sviluppo di una industria dello svago, attraverso lo svi­
luppo del consumo dello svago stesso36•
A questo tipo di giustificazione economica, che poi guarderemo
in dettaglio, si sovrappone una giustificazione edonistica della ric­
chezza borghese di cui son testimonianza letteratura e pensiero del
diciottesimo secolo, così efficacemente studiati da Robert MauzP7. ll
tempo borghese esplica la sua azione benefica, sia producendo ric­
chezza, sia annettendo un prestigio simbolico all'esibirla attraverso i
consumi di tipo edonistico. Nella logica del profitto, la società bor­
ghese si vuole «gaudente della sua ricchezza», siano materiali e tan­
gibili oppure no i beni che essa accumula. Accade la stessa cosa col
132 /_;invenzione del tempo libero. 1 850-1960

piacere che, una volta sottratto al suo antico stigma di indolenza e di


vacua oziosità, si vede legittimamente assaporato, poiché è attività
che si compra, frutto dell'arricchimento ottenuto col lavoro e espres­
sione di felicità nel sociale38_ Sentita come «unica e provvidenziale di­
mensione umana», una felicità moderata è ben distinta dallo spleen
che i ricchi provano per il troppo tempo libero e i troppi divertimenti
di cui godono. Ma è anche lontana dalla miseria abbruttente, carat­
teristica di una classe popolare il cui modo di divertirsi ci viene rap­
presentato come oscillante tra condotta viziosa e spensierata gaiezza.
E, dunque, alla ricchezza solamente attiene la pratica edonistica39.
Qui, come in altri ambiti, per esempio quello della sessualità40,
nella tensione che si genera tra il lavoro che produce e il piacere che
sperpera, si evidenzia l'orrore della perdita e dello spreco che carat­
terizza la razionalità borghese: il tempo è visto come una risorsa ben
precisa che non si può aumentare o dilatare ad libitum, un bene da
non sciupare in modo sconsiderato41 . Questa è la ragione per la qua­
le, in quest'ansia di redditività, nel momento stesso in cui si viene a
liberare una certa quantità di tempo, ecco che scatta un'altra suddi­
visione del tempo, individuale, questa volta, correndo l'obbligo di or­
ganizzare il tempo libero, di riempirlo, di occuparlo. Problema mol­
to sentito nel campo dell'organizzazione dello svago della classe ope­
raia e che diviene un traguardo ben preciso della lotta di classe, im­
pegnando in un serrato dibattito Marx e Lafargue, proprio sul tema
del 'diritto alla pigrizia '42.
La storia del concetto di 'impiego del tempo' bene evidenzia le
preoccupazioni che vengono fuori dalla messa in sequenza del tem­
po libero e del tempo lavorativo. Essa risponde alla volontà di veder
realizzarsi un tempo «utile in ogni suo momento», da cui sono ban­
diti i cosiddetti «tempi morti». A questo titolo essa, con la storia del­
le misure e della nuova coscienza del tempo, costituisce parte inte­
grante della storia della modernizzazione43 . E qui conviene soffer­
marci per meglio comprendere la storia degli svaghi a Parigi. li di­
ciottesimo secolo vede l'emergere delle singole individualità44 e del­
la sfera intima: è il momento in cui la razionalizzazione degli usi del
proprio tempo individuale nella vita quotidiana trova una propria co­
dificazione in procedure specifiche di scrittura: quelle dell'impiego
del tempo, il diario, l' agenda45•
La preoccupazione non è di ora: già nel 1673 Courtin sottotitola
il suo Trattato della pigrizia: Arte del ben impiegare il tempo. Contro
l'idea di un «tempo perduto» - da cui è estraneo il divertimento ben
regolato, utile alla salute e alla vita sociale -, contro la pigrizia e il di-
f. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 133

sorientamento che generano torpore e istupidimento, egli consiglia,


agli uomini di riguardo che dispongono di un considerevole tempo
libero, di organizzarne e contabilizzarne l'uso, scadenzandolo in
un'agenda. Nel 173 9, Pecquet si serve degli stessi sistemi in un'ope­
ra consacrata interamente all'impiego del tempo libero. Molto presto
dunque, giunti nell'epoca dell'industria e della finanza, si affaccia la
necessità di occupare quello che l' Encyclopédie definisce «il tempo
che resta dopo che abbiamo compiuto il nostro dovere e che possia­
mo adoperare in modo divertente e costumato». E questo non sol­
tanto con lo scopo di contrastare, attraverso una dieta regolata del
tempo, i guasti dello spleen e della noia, ma anche nello sforzo - con
il ben calcolarlo - di non sprecarlo. È un concetto ormai d'uso co­
mune quando J ullien pubblica il suo Essai sur l'emploi du temps ou
méthode qui a pour objet de bien régler sa vie, nel 1 808, cui fa seguito
nel 1 8 13 il Mémorial horaire ou Thermomètre d'emploi du temps.
La sua opera si indirizza a persone oziose o semi-oziose alle quali
consiglia di registrare i propri comportamenti associandoli a stati d'a­
nimo e sentimenti. Non si tratta qui di massimizzare il tempo ai fini
di un'utilità economica, ma di misurarlo e di frazionarlo in sequenze
ritmiche che si ordinano secondo determinate attività. Ora queste ul­
time non si organizzano intorno al solo dualismo tempo liberato-tem­
po obbligato, ma intorno a dimensioni temporali che coesistono in
ciascun individuo. Jullien ne individua quattro, che sono altrettanti
modi di rapportarsi al tempo e fa comparire in ciascuno di essi un
tempo utile moralmente, economicamente, fisicamente e che non si
può in alcun caso ridurre al solo concetto di technè.
In una prospettiva moralista e igienista - che non è certo la nostra,
in questa sede - ciascun individuo può stabilire un armonioso rap­
porto temporale fra le diverse attività di svago: sotto il punto di vista
fisico, egli dedicherà più o meno tempo ai pasti, alla convivialità, agli
esercizi necessari per il corpo, passeggiate, bagni, caccia ecc.; sotto il
punto di vista morale, dedicherà il suo tempo di più o di meno alla
preghiera, o ai rapporti con i famigliari o con i suoi più intimi; sotto
il punto di vista culturale, a seconda delle proprie inclinazioni, si de­
dicherà ai diversi ambiti del sapere; sotto il punto di vista sociale, con­
sacrerà il suo tempo al piacere degli spettacoli, delle visite, delle fe­
ste, del gioco e persino al far niente, che qui riceve un suo vero e pro­
prio statuto.
Nella misura in cui il tempo e le attività di svago di cui ci stiamo
occupando si situano correttamente in un punto di intersezione tra
sfera privata e sfera pubblica, la prospettiva evidenziata da Jullien è
134 I:Invenzione del tempo libero. 1850- 1960

importante per redigere una storia degli usi e dell'economia del tem­
po libero, poiché essa è in gran parte a fondamento di ogni discorso
sugli svaghi di Parigi.
Se tralasciamo le differenze sociali della città, la distanza qualitati­
va e quantitativa che separa il tempo lavorativo da quello del riposo o
della ricca oziosità, il tempo della gioventù da quello della vecchiaia,
quello dell'individuo e quello del gruppo famigliare - i tempi e gli usi
del tempo a Parigi possono assomigliare a quelli di un'alta società, e
di questi la provincia, anche quella più abbiente, ignora tutto.
Infatti la temporalizzazione immaginaria alla quale si rifanno -
nella loro codificazione dell'impiego del tempo in città - le opere
consacrate agli svaghi di Parigi, è quella modellata sulla società di cor­
te del diciottesimo secolo46, che vede un tempo dedicato sostanzial­
mente alla sociabilità e all'otium, un tempo in cui si mescolano stret­
tamente sfera pubblica e sfera privata. Diffondendo questo modello
e facendo leva sulla tendenza, accentuata tra gli strati più popolari
della borghesia, a riappropriarsi, nel gioco di strategie di differenzia­
zione, di un tempo che appartiene a una classe cosiddetta affluente47,
queste opere, rilanciate da una stampa di massa, contribuiscono a
unificare e uniformare gli usi del tempo libero. Quest'ultimo, e l'in­
dustria ad esso collegata, si organizzano quindi soltanto intorno ai
meccanismi del divertimento del corpo e dello spirito, nell'unico am­
bito di una sfera pubblica ed esteriore, che dà vita a un collante so­
ciale.
Da questo momento, le rappresentazioni degli usi e costumi del
tempo libero prendono il soprawento sulla loro realtà, sottoposti co­
me sono a una rigida contabilità materiale e morale: nel momento in
cui il tempo libero si vede progressivamente rinserrato nelle maglie
di una rete spazio-temporale di occupazioni divertenti, in cui persi­
no l'arte del conversare si vede trasformata in scienza48, chi è che può
ancora gingillarsi49 con la propria vita?
Essendo cresciuto nel ricordo delle giornate del 1 848, l'anno del
suo arrivo a Parigi, Jules Vallès vi trova materia per una presa di po­
sizione militante ne Le Dimanche d'un jeune homme pauvre che pub­
blicherà nel 1 860. In una città in cui tutto si risolve in febbrile con­
sumazione del tempo libero, Vallès, nel suo 'pariginismo' controcor­
rente, fa balenare la sua visione del contrario dello svago, del colore
della noia, della disperazione, del nulla, per lo studente povero che
ha interrotto gli studi: «Oggi è domenica, come sono lunghe e tristi
le ore [ . . ] . Come uccidere la noia [ . . . ] ? Come ammazzare il tempo
.

[ ] ? Ogni piacere ti è vietato»50.


. . .
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 135

Se i piaceri di Parigi sono negati a chi non possiede denaro, come


può lo storico comprendere la gioia che nasce dal solo stare nella città
di Parigi, capace di dispensare scintille di felicità semplici e non co­
stose?5 1 Come fare a comprendere quelle attività del tempo libero, di
quel tempo permesso a chi lavora o a chi vive delle proprie rendite,
tempo che appartiene a lui solo e di cui è padrone di far ciò che vuo­
le? Come studiare quelle attività in cui ci sono tempi morti o inter­
ruzioni, o quelle ancora che si caratterizzano per una temporalità po­
rosa, all'interno della quale, nell'ambito di occupazioni discontinue,
si possono inserire spazi di tempo libero?
In che modo cogliere le attività di quei tempi non scanditi dal pen­
dolo delle tante forme di occupazioni organizzate: vale a dire l'espe­
rienza interna del tempo che scorre «senza che accada nulla», in cui
non si guadagna, quel tempo libero che André Comte-Sponville in­
travede talvolta, nella verità di una domenica, come «intervallo di pa­
ce e di subitanea quiete, in cui la vita lentamente si raggomitola nel
riposo, l' otz"um degli antichi, l'eternità dei saggi»?52
Quando viene caricata di senso sociale («ammiro e sono ammira­
to»), la stessa passeggiata si distingue dal girovagare del bighellone,
che ben conosce il teatro del mondo, o dalla fantasticheria solitaria53 ,
o dall'attimo di pausa in cui si contempla un tempo che si fa immo­
bile (si guarda scorrere la Senna, si pesca, in un'attesa assopita, all'i­
sola de la Grande Jatte) o dalle due chiacchiere alla buona su una
panchina, o dall'andare qua e là, ai giardini pubblici, dove si assapo­
ra l'aria a piccoli passi, e ci si siede per leggere e sonnecchiare. O si
differenzia, infine, dal semplice riposo dei provinciali venuti a Parigi
per essere impiegati nella realizzazione delle grandi opere urbane.
Infatti, se il contadino che fa il muratore a Parigi ricrea le moda­
lità e il rituale della vita sociale del suo villaggio, nell'intimo della sua
camerata e nei suoi itinerari quotidiani, per esempio in un'osteria, che
spesso è sempre la stessa, o al momento della colazione, quando è se­
duto sul bordo del marciapiede, pure sappiamo bene che raramente
egli si fa tentare dalle distrazioni della città, e questo non soltanto per
un motivo di economia. TI suo comportamento non si può inquadra­
re in quella che si potrebbe definire «etica del divertimento»: per lui,
e ben lo attestano i lavori di Alain Corbin, come molto spesso acca­
de per l'agricoltore, «la distrazione coincide col riposo» e le sue rare
uscite nelle balere fuori porta non sono altro che passeggiate esplo­
rative54.
Al di fuori della febbre e della giostra incantata dei divertimenti,
sono numerosi i Parigini che ritrovano, nel cuore stesso della città o
136 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

nelle sue immediate vicinanze, luoghi e atmosfere che rimandano gli


echi rassicuranti della loro provincia, che da luogo natio diviene luo­
go dell'anima: la dolcezza di una particolare stagione, il profumo di
un giardino, il giuoco delle ombre, le rive e le banchine della Senna
- «Ci manca poco che l'erba spunti in mezzo al pavé» scrive, nel
1 897, meno di due anni dopo il suo arrivo a Parigi, il giovane Char­
les-Louis Philippe55 _

Agli inizi del ventesimo secolo, quando i modi di vivere il tempo


moderno si estendono a tutto l'insieme del tessuto sociale - al punto
che, nel 1907 , il computo delle ore trionfa lassù sulla Tour Eiffel, do­
ve un quadrante luminoso mostra minuto per minuto lo scorrere del
tempo - è questo il paesaggio che alimenta una nuova mitologia del­
lo svago a Parigi: la mitologia del piacere semplice e frugale di una
strada pittoresca, di una festa intima e popolare, della poesia delle
banchine, delle mansarde, dei balli del 14 Luglio56.

I ritmi e gli itinerari di una città «tutta da godere»

A partire dagli splendori della Restaurazione e dal consolidarsi di


un «Tout-Paris» che si sostituisce all'aristocrazia nell'operare il tra­
sferimento del divertimento dalla corte al mondo parigino, la grande
città mette in mostra l'uso che essa fa del suo tempo57. Sotto il Se­
condo Impero si vanno costituendo degli stereotipi intorno a uno
spazio urbano governato ufficialmente da scadenze orarie, a loro vol­
ta condizionate dall'obbligo di utilizzare in modo esaustivo il tempo
libero. Fino alla Belle Epoque, questo «calendario della vita a Pari­
gi», ispirato nelle sue regole agli usi dell'aristocrazia, è formulato in
un insieme di cronache e guide che rivelano, con qualche leggera va­
riante, ai turisti come anche ai provinciali ansiosi di «sprovincializ­
zarsi»58, il giro iniziatico del consumo del tempo a Parigi. Attraverso
una retorica dell'elencazione numerica degli orari e dei luoghi, si co­
stituisce una modalità specifica dell'uso del tempo e dello spazio e di
essa è bene impadronirsi, al fine di rispecchiare, in questo dare a cia­
scuno il suo, l'immagine, pur se fallace59, del modo d'essere parigini:
è sapere per esempio che la stagione delle corse dei cavalli scandisce
la vita parigina che si apre con il loro inizio per chiudersi alla fine del­
la primavera col Grand-Prix; che il ritmo delle stagioni del bel mon­
do trascina il «Tout-Paris» a ritrovarsi, d'estate, alle stazioni balneari
della Manica, e d'autunno, a battere i cespugli per le partite di caccia
campestri; che gli orari di Parigi obbediscono a regole ferree: essere
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 137

visti al Bois, prima di tornare in centro per il pranzo, verso le tredi­


ci60, cimentarsi nel pattinaggio, prima delle sedici per le donne per
bene, dopo le sedici per la massa delle 'donnine' sfaccendate, al pa­
lazzo Des Glaces, dove è possibile affittare, durante la stagione, co­
me all'Opéra, palchi e posti in platea; fra le sedici e le diciotto biso­
gna correre al ritmo sfrenato delle signore di mondo, tra visite e ne­
gozi, saloni e mostre, mentre i mariti si incontrano al club61 . Avere il
tempo di passeggiare di nuovo verso il Bois - il venerdì, il giorno del­
le corse di cavalli, è il più elegante tra i giorni della settimana - prima
di ritornare tra le diciotto e le venti, a seconda della stagione, a pren­
dere l'aperitivo e a cenare sui boulevard, mai prima delle venti, però,
e poi affollarsi allo spettacolo, rispettando anche lì le regole del ca­
lendario settimanale. Lunedì e venerdì si va all'Opéra, martedì al
Français, sabato al Nouveau Cirque, a partire dalla mezzanotte si tro­
va il tempo per un cenino, ci si attarda in qualche caffè e infine verso
l'alba ci si sposta dalla parte delle Halles o ci si rifugia con un ultimo
tocco di raffinatezza sul Pré Catelan a prendere un latte caldo62.
È soprattutto intorno a uno scenario cittadino e a uno spazio pub­
blico appositamente allestito per celebrarvi «la vita parigina» che si
organizzano, sotto il Secondo Impero, tempo e svaghi, con i quali Pa­
rigi si identifica. Le trasformazioni urbanistiche che vi si sono succe­
dute dal diciassettesimo secolo prendono il loro assetto più coerente
con Napoleone III, quando vengono portate a termine, in conformità
del progetto dell'Imperatore, che dal suo esilio britannico ritorna con
l'idea di fare di Parigi una capitale splendida e festosa, disseminata di
spazi verdi, e maestosa secondo una monumentalità che trae la sua
ispirazione dalla tradizione classica.
Parigi entra allora nella modernità e prende il suo attuale assetto
topografico63 . L'Imperatore, che ha ordinato un gran numero di de­
molizioni, presiede di persona ai lavori di risanamento e di sventra­
mento della città - mediante l'apertura di grandi arterie, la sistema­
zione di raccordi stradali e di marciapiedi che facilitano la circola­
zione, e l'annessione dei quartieri periferici - e di abbellimento tra­
mite l'illuminazione pubblica e la creazione di corsi, parchi, giardi­
ni64.
L'Esposizione Universale del 1 867 esibisce ai visitatori l'aspetto
rinnovato di una città ariosa e ordinata, al di là del solo interesse stra­
tegico, secondo le esigenze di visibilità di una città che si costituisce
in «paesaggio» e che si mette in mostré5• Jeanne Gaillard ha ben evi­
denziato come l'urbanizzazione del Secondo Impero, se da un lato è
riuscita a spossessare il popolino dell'uso tradizionale e quotidiano
138 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

della strada, con il deportarlo nelle periferie della città, dall'altro, con
l'haussmanizzazione, raggiunge l'effetto, e ciò non deve apparire pa­
radossale, di conferire a tutti, in tempi così marcatamente segnati dal­
la mobilità fisica, economica e sociale, uno «stesso diritto» di posse­
dere e godere della città66. Per ciò stesso l'haussmanizzazione con­
trassegna in profondità la rappresentazione della vita e della sociabi­
lità parigine col sigillo della pubblicità che si coagula ormai intorno
a luoghi, attività e percorsi regolamentati e controllati. È un'annota­
zione che ritorna continuamente durante tutto il secolo. Mrs. Trollo­
pe è divertita dal bisogno che spinge i Parigini a distrarsi e a vivere
fuori casa. Anche Mrs. Gore nota: «È vero che J acques Bonhomme
è per temperamento un ragazzo più allegro di John Bull, ma egli è in­
coraggiato nella sua spensierata allegria dalle autorità pubbliche che
allestiscono per lui più divertimenti di quel che non facciano le auto­
rità britanniche»67•
Sotto il Secondo Impero questa caratteristica diviene la norma;
scrive Alain Delvau nel 1 867: «Vivere chiusi in casa, e lì pensare, man­
giare e bere da soli, amare da soli, soffrire, morire da soli, è questo
che troviamo scomodo e noioso. Noi abbiamo bisogno di vivere in
pubblico, alla luce del sole, nella strada, nei ritrovi, al caffè, nei ri­
storanti»68.
È vero che qualche scintilla rivoluzionaria cova ancora sotto la ce­
nere, ma sono il gioco e la festa di una folla dimentica dell'intempe­
ranza e del furore collettivo che caratterizzano ormai il rappresentar­
si dello spazio pubblico e della vita nella capitale. La Parigi delle cloa­
che e della miseria è stata ormai demolita e il suo avvicinarsi al resto
della Francia per merito della ferrovia sono altrettanti elementi che,
nel clima euforico dell'Impero, riescono a bilanciare la proverbiale
criminalità della città mitica, in cui lo «stare insieme»69 si organizza
ormai in una buona armonia e sociabilità quotidiana.
È in questo scenario risanato e risistemato secondo l'esigenza di
una nuova dimensione temporale, che si costruisce e si rappresenta
l'uso di un tempo libero i cui appuntamenti ricorrenti, fino alla Bel­
le Epoque, si concentrano sempre, fatta eccezione per Montmartre,
sugli stessi luoghF0. A partire dalle prospettive, dalle simmetrie e dal­
la «belle ordonnance» care all'Imperatore e organizzate per la pas­
seggiata e il godimento dello spettacolo della città, intorno ai luoghi
pubblici consacrati dalle guide turistiche, attraverso la piazza, i pon­
ti, il boulevard, la passeggiata, il parco o il giardino, si viene elabo­
rando un nuovo modo di guardare alla città, un diverso riappro­
priarsi di essa come opera d'arte da contemplare e di cui fruire da un
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 139

punto di vista particolare. È dall'alto del viale dell'Osservatorio che


Lousteau spiegava Parigi a Lucien, descrivendo ai suoi piedi «questo
tino che ribolle» e prendendone le distanze. È dal Pont Neuf che
Maxime du Camp ammira il panorama degli equilibri e degli intrec­
ci che abbracciano tutta la storia e l'attività della città7 1 •
Sono tanti i luoghi che si attraversano; si segnala una sosta per am­
mirare la prospettiva, l'armonia dell'architettura, la simmetria degli
spazi, poi si riprende la passeggiata che invariabilmente riporta al
centro del traffico cittadino, sul boulevard, questo «punto nevralgi­
co» della città. Il boulevard, famoso per la sua animazione efferve­
scente, è il luogo degli incontri e degli appuntamenti parigini: «Sop­
primere i boulevard - scrive Delvau - sarebbe come decapitare Pari­
gi [ . ] . Essi non sono solo il cuore e il cervello di Parigi, sono anche
. .

l'anima del mondo. Parigi, priva dei suoi boulevard, sarebbe come
l'universo in gramaglie»72•
Aperto nella sua maggior parte da Luigi XIV, desideroso di com­
memorare le sue vittorie, il boulevard che, su un percorso di cin­
que chilometri, conduce dalla Madeleine alla Bastiglia è in auge già
dal 1750. Con Napoleone III, esso si estende ad ovest attraverso gli
Champs-Elysées e poi l'avenue dell'Imperatrice, si allarga e si allinea
in tracciati diritti che favoriscono la circolazione e lo sviluppo del
commercio, si abbellisce, viene lastricato o bitumato, reso ombroso
da filari di alberi e diviene il grandioso raccordo di tutti i punti della
città. Rumoroso fino allo stordimento per una circolazione esorbi­
tante, ingombro fino a ribollire, esso trascina una marea di uomini e
di affari confusi in questo pullulare favoloso che i cronisti si affanna­
no a codificare, stabilendo una nomenclatura dei «tipi parigini».
Il fatto è che con l'immigrazione dalla provincia, il numero di pe­
doni nel centro di Parigi è considerevolmente aumentato. Allo stesso
tempo si sono moltiplicati e sono diventati alla portata di tutti i mez­
zi di trasporto resi necessari dal cambiamento di scala della città. Ciò
ha generato un restringimento dello spazio e un riawicinamento di
quartieri fino ad allora distanti fra loro, tanto che i Parigini tutti si so­
no sentiti autorizzati a prendere possesso dello spazio cittadino, an­
che se è utile cautelarsi dall'anticipare troppo l'estensione di questo
fenomeno73 .
Dunque il boulevard è il divertimento più alla portata di tutti, il
più abituale: è la stessa Parigi che si offre a tutti, per una passeggiata
aperta a tutti. Lo si frequenta sul tardo pomeriggio e la sera per de­
dicarsi a quel tipo di passeggiata in cui ci si incrocia senza perdersi né
140 I.;invenzione del tempo libero. 1 850-1960

perdere gli altri di vista e si è felici di ammirare uno spettacolo vario


come quello di un caleidoscopio74•
Le panchine, fino ad allora appannaggio dei giardini, entrano ora
nel tessuto cittadino75 poiché vengono a far parte di quel progetto
urbanistico che vuoi fare dei boulevard dei «saloni all'aria aperta»,
con lo scopo di suggerire e favorire nello stesso tempo un modo nuo­
vo di stare insieme e di vivere la città. Sistemate lungo i boulevard,
talvolta nelle stesse piazze pubbliche, create apposta per chi sta pas­
seggiando, le panchine sono un invito a sostare e a rilassarsi, e insie­
me a godere della strada come fosse un quadro, divenendo poi, con
il colpo d'occhio che consentono tanto sulla prospettiva urbana,
quanto sul tumulto della vita parigina, uno dei modi principali di av­
vicinarsi alla città e di farla propria.
Al di là del solo aspetto spettacolare, sul rettifilo dei boulevard, a
partire dall'inizio del secolo, ma in modo più consistente dal Secon­
do Impero, si articola un'organizzazione commerciale del piacere e
del divertimento: animatori da strada, suonatori d'organo, venditori
di lanterne magiche, acrobati, giostrai, ambulanti che stanno seduti
in buffi baracchini, serpeggiano nelle pieghe di una folla densa che
passeggia, si ferma, bamboleggia e di un gran numero di banchi, chio­
schi, colonnine tappezzate di réclames, di accattoni che si aggirano
davanti ai teatri e di pacchiane boutiques con le ultime novità76.
Era molto meravigliata Mrs. Trollope dell'animazione che si im­
padroniva degli Champs-Elysées il giorno della Festa del Re: «Non si
potevano fare dieci passi in nessuna direzione senza imbattersi in
qualche divertimento». In quest' ariaji"n de siècle, ogni giorno è festa,
vi sono ancora carrozze di signori che sfilano in un movimento pen­
dolare che le porta dal boulevard al Bois; si moltiplicano chioschi di
pane speziato, di cialde, di amaretti, giochi di destrezza, cavalli di le­
gno, teatri all'aria aperta, balli, caffè concerto, music-hall, panorama,
circhi, in un'inflazione di divertimenti che attendono al varco il pas­
sante.
Ma prima di tutto il boulevard è terra d'elezione dei caffè, questi
luoghi d'incontro che si sono venuti moltiplicando a Parigi dacché
l'esotica bevanda s'è imposta come antidoto fisiologico e sociale del­
l' alcool e soprattutto dopo che, con la Seconda Repubblica, si è libe­
ralizzato il sorgere delle rivenditel7. Lungo i boulevard si snodano i
locali più di grido, che nella bella stagione moltiplicano i loro tavoli­
ni all'aperto, fino a rendere impossibile il camminare sui marciapie­
di; durante tutto il giorno vi fa ressa una folla elegante che si dà ani­
ma e corpo ai consumi del tempo libero - tè, caffè, tabacco - poi ci
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 141

si fa un bicchierino, si gioca a carte o al domino, si chiacchiera e so­


prattutto ci si entusiasma della mostra di sé78.
È lungo i boulevard dei Cappuccini e degli Italiani, le principali ar­
terie della Parigi «in festa», per lungo tempo regno della ricchezza e
dello spirito, che si aprono i locali più prestigiosi, la cui fama, che da­
ta dall'inizio del secolo, persiste secondo stereotipi universalmente
accettati: il Grand Café che ospita la sede del Jockey-Club; il café An­
glais la cui fama non subisce interruzioni dal 1 8 15 fino alla sua chiu­
sura avvenuta nel 1 9 13 ; il café de la Paix; Tortoni fondato nel 1798 dal
gelataio Velloni; il café Riche e il café de Bade, luogo d'incontro, fino
allo scoppio della guerra, di civettine e letterati da strada; il café de Pa­
ris, preferito da chi frequenta l'Opéra; il café de Madrid, il Procope
del diciannovesimo secolo; e infine lo stravagante café des Variétés, in
cui si riunisce la bohème dell'arte e della letteratura.
In un discorso gastronomico fondato sulla tradizione, e che con­
sacra e mette al primo posto l'eccellenza e la raffinatezza della cuci­
na parigina, il boulevard è anche il luogo deputato per l'istituzione
culinaria79• Parigi, a pranzo e a cena, si ritrova al café Riche, da Cham­
peaux, al café Anglais - riconosciuto nel 1900 come il «Conservato­
rio della nostra cucina nazionale» -, al café de la Paix, o ancora da
Véry, Véfour o da Les Frères Provençaux, locali del Palais-Royal la
cui fama risale alla Restaurazione ma che saranno in auge fino al 1 880.
Sugli Champs-Elysées, Le Moulin-Rouge, Ledoyen e Mongrol sono
annoverati tra i ritrovi più eleganti; chi è abituato a fare le ore picco­
le prenota salottini riservati da Lapérouse, da Lavenue, da Silvain o
da Maxim's, già luogo d'incontro di vetturini ora divenuto un locale
promettente, sottolineando così, alla boa del secolo, lo spostarsi del­
la geografia dei ristoranti di grido verso l'VIII arrondissement.
È dal suo posto d'osservazione sul boulevard di Gand che Balzac
aveva elaborata la sua Théorie de la démarche traendone le seguenti
conclusioni: «Un uomo che passeggia lentamente mostra che ha del
tempo per sé, che dispone di tempo libero: dunque ci troviamo di
fronte a un uomo ricco, un nobile, un uomo di pensiero, un saggio»80.
Osservazioni che non tenevano conto della democratizzazione del
boulevard che si avvia sotto la Terza Repubblica: con la limitazione
dell'orario di lavoro giornaliero e l'estensione del riposo settimanale,
passeggiare a passi lenti, pavoneggiarsi al boulevard non è più ap­
pannaggio esclusivo delle classi agiate. Anche i gruppi famigliari più
modesti ormai vi si arrischiano, senza incorrere più nei sarcasmi del­
la gente di mondo81; soprattutto i boulevard di Montmartre, della
Poissonnière, della Bonne-Nouvelle, sono costellati di locali che ven-
142 Uinvenzione del tempo libero. 1 850-1960

gono incontro al desiderio di sociabilità del popolino: in essi la folla


si diverte allegramente già dello stesso spettacolo che essa offre di sé.
Si abitua inoltre a pranzare fuori casa, in ristorantini a prezzo fisso,
presso le mescite, le rivendite di vino, o ancora nei nuovi locali in cui
si può bere della birra, dove l'aria è impregnata di fumo e di un te­
nace odore di cibo, come lo Zimmer della rue Blondel o il Dreher del­
la place du Chàtelet82.
Se il boulevard della Belle Epoque non è più quello di un tempo,
se pare «essere passato di moda»83 , tuttavia rimane carico di signifi­
cato per una 'plebaglia' che ha ereditato le strategie di distinzione ca­
re all'alta società; ne fa fede il «Tout-Paris», questo nuovo panorama
dell'Esposizione del 1 889, che si ispira proprio al boulevard offren­
do, a qualcosa come 3 10.000 spettatori, la possibilità di ammirare su
una tela circolare lo spettacolo delle celebrità giudicate le più adatte
ad essere esibite. Anche se lo si può considerare come sintomo del­
l' emergere di una cultura popolare incentrata sul culto di vedettes e
di idoli - aspetto sul quale torneremo a soffermarci - tuttavia questo
panorama testimonia in modo evidente del nuovo prestigio del bou­
levard84.
L'assetto urbanistico del Secondo Impero concepisce il tempo de­
dicato alla passeggiata come un continuum che si svolge intorno a
parchi e giardini, considerati proprio come altrettanti «boulevard
verdi». Fino a quel momento le aree verdi obbedivano a una funzio­
ne essenzialmente residenziale, ora invece diventano parti integranti
dello spazio cittadino e costituiscono delle griglie di aerazione e di re­
spirazione della città, veicoli di salubrità pubblica, luoghi di passeg­
giata ma anche di rigenerazione estetica e culturale.
Sul modello di Hyde Park, la cui sistemazione aveva strappato
l'ammirazione dell'Imperatore, i parchi intorno a Parigi, il bois de
Boulogne e il bois de Vincennes, finirono per essere sistemati in un
asse est-ovest perfettamente simmetrico, secondo un assetto urbano
delle aree verdi pensate per le classi oziose e agiate, che erano quelle
destinate a farvi investimenti.
Nel prolungamento degli Champs-Elysées, il bois de Boulogne,
luogo deputato al passeggio e all'ostentazione già dagli inizi del se­
colo, viene ora completamente ristrutturato seguendo le indicazioni
dell'Imperatore in persona. Nel periodo che va dal 1 852 al 1 858, i
suoi 850 ettari, articolati su vaste prospettive, dispiegano una stupe­
facente realtà costruita dall'uomo: ben 85 chilometri di viali e di sen­
tieri, di giardini fioriti, di !aghetti, di isolette, di corsi d'acqua e ca-
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 143

scatelle. Vi sorgono caffè e ristoranti che agevolano una sociabilità da


boulevard.
A quel vero e proprio «parco di divertimenti» che è il Bois, si af­
fiancano i due campi da corse: Longchamp restaurato e rimesso a
nuovo nel 1 857 e il nuovo ippodromo di Auteil, unito al complesso
nel 1870.
Nel 1 860, il Bois, riportato in auge da un sovrano che non disde­
gna di frequentarlo con regolarità85, si arricchisce del Giardino Zoo­
logico, fondato dalla Società imperiale di acclimatamento, destinato
a raggruppare quelle specie di animali e vegetali che sono stati im­
portate in Francia di recente. Vi sono scuderie, una bacheria, una
grande voliera, un acquario concepito sul modello di quelli rinvenu­
ti a Ercolano, dei dromedari e dei pony con i bimbi in groppa, delle
carrozzelle tirate da lama o struzzi, un padiglione cinese, grotte, una
serra trasformata in sala di lettura e piccolo ristoro, e, verso la fine del
secolo, un deposito per biciclette. Sono nuove offerte commerciali di
divertimenti che offrono ai gruppi familiari in visita un ventaglio va­
riegato di passatempi, allegri, esotici e originali. Al termine di queste
trasformazioni il bois de Boulogne si guadagna la fama di «più bella
passeggiata d'Europa».
A est di Parigi, il bois de Vincennes, ripiantato inizialmente da
Luigi XV, subisce analoghe trasformazioni: forte di più di 40 chilo­
metri di viali e di 15 chilometri di sentieri, laghetti, isole, corsi d'ac­
qua e cascatelle, nel 1 865 si arricchisce di un campo da corse che at­
tira il pubblico elegante di Longchamp. Quest'ultimo è tuttavia fre­
quentato da un tipo di pubblico che ha poco a che fare con quello del
bois de Boulogne. Questo è animato, rumoroso e brill ante durante
tutta la settimana, l'altro, che è stato ristrutturato in una posizione li­
mitrofa al boulevard della Bastiglia, e in prossimità di una città come
Vincennes che gode di una pessima fama per via della sua bruttezza
e sporcizia86, esibisce una gaiezza paradossale, sbiadita e triste pro­
prio perché popolare. Vi vengono installate soltanto alcune delle at­
tività di svago che rendono animato il bois de Boulogne. Nel 1 867
Delvau lo descrive «[. .. ] silenzioso e deserto, tranne che la domenica
quando vi si recano i piccoli borghesi e gli operai del faubourg Saint­
Antoine». Una fama negativa che si consolida verso la fine del seco­
lo, quando la passeggiata domenicale diventa un fatto generalizzato.
Nel 1900, de Lannoy, nella sua Guide du /laneur, annota: «La dome­
nica, il parigino di Belleville e di Ménilmontant vi si reca a mangiare,
tutto contento, una salsiccia all'aglio condita di buonumore», mentre
torme di ragazzini, dediti a giochi rumorosi, si dondolano su im-
144 L'invenzione del tempo libero. 1 850-1 960

provvisate altalene; tanto e così egregiamente che «il lunedì mattina,


il bois de Vincennes [non] è [altro che] un tappeto unto e bisunto»87.
Appartati rispetto al frastuono della città e delle sue appendici
campestri, estranei alla sua vita convulsa, i giardini con le loro pan­
chine, che servono tranquilli viali, con i loro angolini nascosti, con le
loro terrazze da cui si possono ammirare dei bei panorami, segnano
un passo diverso, un diverso modo di stare insieme, una dimensione
del tempo più ricca di interiorità88.
Con il Secondo Impero, a Parigi vengono creati ex-novo o riadat­
tati quattro parchi e ventiquattro giardini pubblici; nell'intento an­
nunciato dall'Imperatore di «regalare» ad ogni quartiere, forse per ri­
compensarlo dell'incremento dello spazio costruito - in una città fino
ad allora soprattutto campestre -, un giardino, un'oasi naturale, «do­
ve la classe operaia possa impiegare in modo sano una parte delle ore
di riposo dopo il lavoro»89• Alcuni di questi polmoni verdi conserva­
no la sistemazione tipica dei giardini dell'Ancien Régime, con i loro
cespugli di fiori, le loro vasche, le fontane e i viali ornati di busti di
marmo, quelle statue che facevano notare a Victor Hugo come nel
cuore di una Parigi materiale, laida, bestiale, e quasi in opposizione ad
essa, quei marmi conservassero «la nudità, la calma e la bellezza»90.
Citiamo, senza soffermarci, al centro di Parigi le Tuileries, l'anti­
co giardino dei nobili, passerella degli elegantoni, ormai in calo di
prestigio; il Lussemburgo dal fascino discreto e riposante che con­
serva il suo status di giardino dei poeti e di angolo di svago per sarti­
ne e studenti del Quartiere Latino91; il Giardino Botanico, «immen­
sa biblioteca di storia naturale», ricca di specie animali e vegetali. A
nord-ovest, il parco Monceau, creato nel 1778, è aperto al pubblico
ma solo la popolazione del quartiere pare apprezzare le sue «ombre
orientali». A nord, il triste parco dei Buttes-Chaumont sorge sul vec­
chio sito della forca di Montfaucon, in seguito adattata a cava e le cui
gallerie sotterranee erano il nascondiglio di malandrini e vagabondi
che d'inverno andavano a riscaldarsi accanto ai forni per la calce; an­
che a sud-est della città viene creato un parco, quello di Montsouris,
in ossequio al criterio di simmetria che governa i lavori di urbanizza­
zione del Secondo Impero.
Il passeggio è qui l'attività di svago più comune, vi si abbandona
gente di tutte le età e di tutte le condizioni, vecchi benestanti che sfug­
gono la noia di casa, bimbi sorvegliati dalle governanti, famiglie della
piccola borghesia venute a prendere aria e ad ammazzare il tempo.
Il giardino del Palais-Royal, anche se un po' fuori moda, è sempre
animato, secondo una tradizione inaugurata dall'Ancien Régime, e
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 145

conosce ancora qualche attività di svago, come i concerti gratuiti, in


primavera, le mescite e i teatri di Guignol.
. Oasi di solitudine, riserve naturali adatte a sognare e a piccole fe­
licità quotidiane «quando, nelle belle giornate, l'anima si piega su se
stessa e non si fa più un dovere delle apparenze»92, questi giardini,
nella letteratura del diciannovesimo secolo, godono di una reputa­
zione di pace e di felicità. Come se fossero una rappresentazione del­
la campagna in piena Parigi, essi rassicurano, al pari di «figure ami­
cali» di città, il provinciale immigrato. Citiamo il caso di Marie Don­
nadieu che, durante una passeggiata al Lussemburgo, ha un risveglio
di memoria sensoriale: «La stagione era dolce, l'autunno aveva quel
retrogusto di cotogne zuccherate che lega un po' la bocca e che poi
ritorna e regala un profumo insistente che riesce a superare il legno
rugoso dei vecchi cotogni»93 .
Tra le passeggiate che vengono fuori dalle moderne forme di ur­
banismo, un ruolo particolare si deve assegnare alle gallerie, queste
strade commerciali coperte di vetrate e che si possono percorrere so­
lo a piedi. Luoghi di passaggio tra l'esterno e l'interno, tra il viale e la
boutique, il giorno e la notte, le gallerie prendono piede nella prima
metà del secolo, sul modello della galleria di legno del Palais-Royal,
costruita nel 1786 e subito divenuta allora centro della vita notturna
parigina. Nel 1 863 Parigi conta non meno di 1 83 gallerie: fra di esse
alcune assicurano un comodo collegamento fra due strade: è il caso
della galleria Verdeau, della galleria dell'Opéra, o della galleria Vi­
vienne. Altre non rispondono per nulla a questo criterio d'utilità im­
mediata. Fondamentalmente lo scopo di queste «città nella città»94 si
lega solo molto superficialmente alla volontà di razionalizzare i flus­
si della circolazione. Come Walter Benjamin ha ben intuito e Bernard
Rouleau ha poi dimostrato, il moltiplicarsi di queste gallerie coincide
con il trionfo della borghesia e tiene a battesimo la nuova era del con­
sumismo95: sono vetrine del benessere economico e soprattutto luo­
ghi di scambio commerciali, in cui si affastellano beni di consumo e
spettacoli curiosi come i panorama o il museo Grévin. Possono esse­
re considerate uno degli scenari sui quali si rappresentano le distin­
zioni sociali dei Parigini: la galleria Jouffroy, che si apre sul boulevard
Montmartre, è luogo di incontro e di passeggio mondano; dall'altro
lato del boulevard, la galleria dei panorama, in funzione dal 1799, di­
venta, con i suoi negozi di grido, luogo privilegiato di una borghesia
provinciale che sta per conquistare lo status di 'parigina', e si auto­
gratifica nella contemplazione delle vetrine e nei consumi ostentati­
vi. La galleria dei Princes serve solo ad «ammirare ed essere ammira-
146 I:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

ti», mentre quella del Saumon si dimostra terreno di caccia riservato


agli abbordaggi galanti.
Se è vero che le trasformazioni urbanistiche del secolo preceden­
te hanno creato nuovi spazi e nuove forme di svago, esse hanno an­
che modificato la dimensione temporale del divertimento, regola­
mentando il regno della notte, una notte che ormai è disvelata, esplo­
rata, e dunque «priva di fascino» - per riprendere l'espressione cara
a Wolfgang Schivelbusch96, una notte che il gas e l'elettricità rendo­
no del tutto trasparente.
Viene così liquidata la notte inquietante, cavernosa e tenebrosa di
Balzac o di Sue, quella della ruelle du Doyenné, per esempio, «in cui
l'anima gela [ . . .] e ci si chiede che cosa mai accadrà questa sera, quan­
do questo vicoletto diviene pericoloso e i vizi di Parigi, avviluppati
nel mantello della notte, hanno libero sfogo»97. Così sotto controllo,
la notte di Parigi permette che si instauri un nuovo ordine notturno
che diviene una delle forme caratteristiche della città moderna98•
Un ruolo decisivo lo gioca in questo campo l'illuminazione pub­
blica: essa rischiara la vita sociale dell'Impero e consente che si pro­
lunghi il tempo dedicato ai consumi, mettendo a disposizione uno sce­
nario rassicurante, indispensabile perché si sviluppi l'illuminazione
commerciale che - per merito della gaiezza del neon e stando ai rac­
conti di viaggio che, tutti indistintamente, magnificano la notte pari­
gina - assume l'aspetto festoso di un fuoco d'artificio permanente99.
In questo spettacolo, che Walter Benjamin ha descritto come il fe­
nomeno di una notte che si dà a vedere al pari di un interno illumi­
nato all'aria aperta, il boulevard sancisce lo sfarzoso trionfo della lu­
ce, mentre le vetrine assomigliano ormai a una scena, la strada a una
sala da teatro, e i passanti, che fanno ressa davanti ai negozi illumi­
nati, a un pubblico100.
Nel solco della tradizione delle luminarie della Festa barocca del­
le classi dominanti d'Ancien Régime, il diciannovesimo secolo vede
instaurarsi, prima nella cornice della Festa imperiale e poi generaliz­
zarsi intorno al «Gai Paris» della Belle Epoque, una cultura della not­
te che fa scivolare verso la sera i tempi e le occupazioni di una «clas­
se affluente» che pranza più tardi, cena dopo lo spettacolo, rende più
lunghe e numerose le veglie, in un modo di vivere il tempo pubblico
che si va trasformando in segno di distinzione.
La notte diviene così elemento di separazione tra questa élite pa­
rigina e la maggioranza della popolazione, che segue ritmi diversi del
giorno e della notte: gli operai, ad esempio, che, in un capovolgi­
mento delle temporalità quotidiane, essa incrocia di primo mattino,
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 147

quando iniziano la loro giornata di lavoro, oppure i provinciali, la cui


vita continua ad essere scandita dall'orologio solare col suo succe­
dersi dei giorni e delle notti.
E mentre, a causa del diffondersi della luce artificiale, l'immagi­
nario della notte e i suoi ritmi temporali subiscono un capovolgi­
mento, l'inquietudine che tradizionalmente si accompagna al buio
notturno si trasferisce nei sotterranei, questi antri ricchi di una pro­
fondità infinita che lo sventramento della città ha rivelato101• Nel
1 844, in un numero della «Revue de Paris», Esquiros nota il singola­
re contrasto tra una superficie illuminata e l'insondabile oscurità dei
sotterranei in cui «il silenzio, la solitudine, la notte vi awolgono co­
me tra le fredde pieghe di un sudario»102.
Nel periodo compreso tra il 1 830 e il Secondo Impero, in un'on­
data di «misteri», la letteratura macabra e criminale si impadronisce
di questo tema alimentando - attraverso i drammi ambientati nei sot­
terranei di Parigi da Eugène Sue, Vietar Hugo, Esquiros o Alexandre
Dumas - l'immaginazione popolare avida di vite segrete e di popola­
zioni inquietanti, notturne e sotterranee.
La nascente industria del tempo libero se ne impadronisce a sua
volta: la passeggiata si snoda allora nel labirinto tenebroso delle ca­
tacombe. Lungo gallerie fiancheggiate di reperti umani e di ossa
deformi in esposizione, la visita nella «città dei morti» non costitui­
sce con il suo realismo un'abitudine di svago delle classi popolari, agli
inizi: quand'anche, come alcuni si lamentano, «le catacombe non
provocano il brivido d'orrore che se ne attendono i visitatori»103,
queste escursioni convogliano, in un romanticismo d'oltretomba, il
terrore di una buona società che lancia la moda del divertimento se­
polcrale. Nel 1 852, Méry dedica un'intera guida ai Salonr et router­
rainr de Parir, mentre le cantine del famoso café Anglais assumono
«l'aspetto di catacombe», per l'anonimo autore del Parir viveur104•
Nella ricerca del brivido dato da una penombra umida e ghiac­
ciata figura anche la straordinaria rete delle fogne che diviene a sua
volta oggetto di escursioni, acuendo l'ambiguo senso di fascino e ri­
pulsa che suscita la modernità dell'immensa cloaca sulla quale sorge
Parigi105•
Una meccanizzazione spinta all'estremo prevale in questi sordidi
itinerari sapientemente rischiarati e percorribili prima in vagoni e poi
in battelli a pelo d'acq_u a che coprono la distanza da rue Saint-Denis
fino alla Madeleine. «E diventata quasi una gita di piacere visitare le
fogne - nota Maxime du Camp -. Tutti i mesi si organizza un'escur­
sione pubblica e vanno a ruba i biglietti distribuiti dal comune»106.
148 L'invenzione del tempo libero. 1 850-1960

Sulla scia della popolarità crescente di questi itinerari sotterranei,


gli scavi costituiscono il momento culminante dell'Esposizione del
1 889: nel corso di una spettacolare «Discesa agli Inferi», grandi qua­
dri en trompe l'oeil di gallerie fognarie, catacombe, cave, miniere di
carbone e di ferro, si dispiegano sotto gli occhi dei visitatori, asse­
condando quell'intento pedagogico funzionale al progresso indu­
striale che la Repubblica coltiva.

Il mercato del tempo libero e la cultura cittadina del divertimento

La seconda metà del diciannovesimo secolo vede nascere a Parigi


i primi germi, peraltro ancora informi, del modello a noi coevo dello
svago di massa. E questo a causa della circolazione degli svaghi stes­
si permessa dalla moderna tecnologia e dal moltiplicarsi di uno spa­
zio pubblico rinnovato107.
L'immaginario collettivo che si formò allora durerà per tutto il se­
colo: la mitica capitale del piacere diviene il «Gai Paris», simbolo di
una nazione che addenta con ottimismo quest'epoca del maggior
consumo mai visto di divertimenti, e per il maggior numero di per­
sone.
Senza tener conto né dei dislivelli sociali né della differenziazione
tra i diversi gusti e pratiche di divertimenti, le Folies-Bergère e il
Moulin-Rouge, rinomati luoghi di distrazione «alla parigina», e la
Tour Eiffel, stupefacente testimonianza del trionfo della tecnica e del­
l'industria108, incarnano le nuove direzioni verso cui si incanalano i
comportamenti pubblici del piacere - elementi simbolici che sanci­
scono universalmente, ancora una volta, il primato degli svaghi della
capitale francese.
Così, seguendo il modello cui hanno dato impulso le élite bor­
ghesi, si istituzionalizzano le attività del tempo libero della nuova cul­
tura democratica, per mezzo di una organizzazione industriale e com­
merciale del divertimento.
Com'è noto, fino ai nuovi lavori urbanistici dell'inizio del dician­
novesimo secolo, gli svaghi delle classi popolari di Parigi si svolgeva­
no in uno spazio urbano la cui geografia sfugge - per l'essenziale - a
un rigido inquadramento sociale. Gli studi di Daniel Roche hanno di­
mostrato come, nel diciottesimo secolo, il popolo parigino, che go­
deva di un tempo libero abbastanza consistente, trovasse nelle strade
e nei confini circoscritti da ciascun quartiere la cornice entro la qua­
le si svolgeva la sua vita, con i suoi riti collettivi. Era sulla strada che
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 149

si mettevano in campo i modi della sociabilità quotidiana e che si me­


scolavano sfera pubblica e sfera privata, le attività consuete del lavo­
ro e quelle del relax, o del divertimento, che si organizzavano di pre­
ferenza in 'quel tempio dello svago popolare' che era l'osteria o an­
cora nelle feste dall'allegria febbrile e dalle tendenze liberatorie, a
lungo identificate con i dissoluti chahut e galop109• E lì, mentre si goz­
zovigliava e si consumavano vino e tabacco, intorno al movimento dei
corpi, ai giochi d'azzardo e di soldi, si rafforzava il senso di un'iden­
tità collettiva e nel contempo si elaboravano le strategie di un'econo­
mia parallela che erano anche strategie di sopravvivenza1 10.
Nel cuore dei quartieri popolari, esclusi dai grandi lavori di urba­
nizzazione pubblica, fino alla prima metà del diciannovesimo secolo,
persistono sia gli usi tradizionali della strada, come anche le scene
convenzionali della turbolenta sociabilità del popolino di Parigi, con
i suoi toni rustici e tradizionalisticil l l . Una sopravvivenza che auto­
rizza la netta separazione dei due modi di vivere la grande città, quel­
lo del centro e dell'ovest, improntato a urbanità e modernità, e quel­
lo contrassegnato dall'arcaismo popolare dell'est e della periferia, di
cui Belleville , uno dei grandi poli di attrazione e di agglomerazione
popolare, fornisce un esempio eloquente, almeno fino alla sua an­
nessione112.
Con l'haussmanizzazione e la risistemazione delle funzioni urba­
ne, questo residuo di cultura comunitaria, tipico della Francia rura­
le, viene sostituito da una cultura dello svago che mette in moto un
drastico mutamento degli usi della strada113• Nello stesso tempo, con
l'innalzamento quasi generale dei livelli di vita114, si diffonde il mo­
dello di una Francia che dispone di un surplus di ricchezza, suscetti­
bile di essere investita - dopo aver soddisfatti i bisogni fondamenta­
li - in uno stile di vita raffinato e divertente. Mentre l'arte di vivere di
una borghesia che accede al potere rispecchia le aspettative e i desi­
deri della maggioranza115, contemporaneamente la volontà economi­
ca e politica di organizzare gli svaghi del popolo rispecchia l'esten­
dersi della domanda sociale di divertimento.
La Terza Repubblica, mossa da un ideale egualitario e democrati­
co, si sforza di favorire un livellamento delle condizioni sociali e dei
consumi tale da indurre un miglioramento sensibile della qualità del­
la vita e una trasformazione della propria immagine1 16. In quest'otti­
ca, la borghesia diffonde e anzi rafforza la ricerca attiva di piacere e
di divertimento, valori che in altri tempi erano gelosamente seque­
strati da un'aristocrazia ansiosa di preservare la propria separatezza,
ma che la borghesia, nella sua vocazione universalista, estende all'in-
150 !;invenzione del tempo libero. 1 850-1 960

sieme della società, nello slancio di un Secondo Impero che si consa­


cra, durante diciotto anni, alla frivolezza parigina. La cultura del con­
sumismo, nata e cresciuta con la città, si estende così a tutti i Parigi­
ni, dando vita a comportamenti caratterizzati da una maggiore incli­
nazione a dedicare tempo e denaro ai proprii divertimenti. André
Rauch ha dimostrato come il successo di uno spettacolo di boxe - una
zuffa movimentata tra due individui che si può andare a vedere pa­
gando una certa somma - attiene meno a considerazioni economiche
(il prezzo dei posti, per esempio) , che a una nuova concezione del
consumo di piacere, che rende sensata ormai una spesa del genere 1 17•
Intorno al 1 880, anche se il potere d'acquisto del popolo perma­
ne basso, soprattutto a Parigi, si può dedurre una sua tendenza al rial­
zo a partire dal generalizzarsi dell'accesso a questi consumi tutt'altro
che indispensabili: è un fenomeno che Anne-Marie Thiesse ha mes­
so in luce studiando il sorgere, durante la Belle Epoque, di pratiche
di lettura a lungo considerate superflue dal popolino. Tendenza che
si precisa ulteriormente attraverso il diffondersi delle incursioni po­
polari ai grandi magazzini, implicita testimonianza del duplice pro­
cesso di dilatazione e banalizzazione del tempo libero e del desiderio
di consumismo1 18•
La rilevanza economica di questi comportamenti non sfugge alle
autorità della Repubblica che da un lato sono poco inclini a incorag­
giare le forme di sociabilità e quindi di solidarietà che scaturiscono
dal popolo, e dall'altro manifestano una preferenza verso i modi del­
la festa nati dal rimescolamento socio-culturale urbano e dunque
consoni agli ideali repubblicani. Questi modi di divertirsi si inseri­
scono in un tipo di cultura che, nell'analisi di Mauri ce Agulhon e
Maurice Crubellier, non viene fuori né dalle forme popolari tradizio­
nali, né da una versione semplificata di modelli più colti ed élitistici,
ma da un «collage di elementi presi a prestito e di altri creati di sana
pianta». Fra di essi si può intravedere «l'abbozzo di un sistema», de­
stinato a favorire nello stesso tempo sia l'uniformarsi degli usi del
tempo libero, sia la differenziazione di queste pratiche e della loro
percezione1 19•
Modellati secondo il tradizionale cliché festivo di sfilate, banchet­
ti, balli e fuochi d'artificio, che ancor oggi sono il coronamento di
ogni ricorrenza popolare, i divertimenti decretati per le Esposizioni
Universali del 1 878 e del 14 Luglio 1 880 commemorano per la prima
volta l'avvento della Repubblica 1 2 0 e fanno presentire l'era della mas­
sificazione e dell'industrializzazione del tempo libero. In città gli spa­
zi in cui si organizza lo svago si moltiplicano e vedono una parteci-
f. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 15 1

pazione più accresciuta. Gli «intrattenitori pubblici» abbandonano i


marciapiedi dei boulevard per divenire «intrattenitori di professio­
ne» al servizio di imprenditori che investono in locali a pagamento
specializzati nel proporre ai curiosi, che ormai costituiscono un
«pubblico», divertimenti regolari e ufficializzati.
Alcuni di questi industriali hanno contrassegnato la loro epoca12 1 :
per esempio Joseph Holler che, i n omaggio al «diritto alla gioia», dal
Secondo Impero fino alla fine del secolo moltiplica le iniziative nel
settore dello svago, élitario o popolare che sia; a lui si devono il tota­
lizzatore, che consente ai piccoli giocatori di scommettere sulle cor­
se dei cavalli ( 1 867) , il Nouveau Cirque ( 1 886) , le Montagnes Russes
( 1 887 ) , il Moulin-Rouge ( 1889) , e l'Olympia ( 1883 ) . C'è poi il can­
tante Félix Mayol che prende a dirigere i caffè concerto più in voga
creando nel 1910 il Concert Mayol; e ancora Aristide Bruant, che rie­
sce a fare di Montmartre, anche a scapito degli altri grandi boulevard,
uno dei poli di attrazione della Belle Epoque, realizzando un'unione
feconda fra le tecniche del capitalismo e l'esibizione del ribellismo
culturale e dell' anticonformismo122.
n prosperare dell'industria e del commercio dello svago proven­
gono in effetti da uno sforzo di razionalizzazione e standardizzazio­
ne, rese possibili da imprenditori che perseguono un modello eco­
nomico liberistico. In questo ambito, le leggi del mercato e della li­
bera concorrenza diffondono il principio della redditività e del pro­
fitto a patto che al consumatore sia garantito il massimo del diverti­
mento nel più breve tempo possibile.
Le nuove fabbriche del divertimento assicurano così un prolifera­
re continuo di svaghi che ruotano - secondo gli stessi princìpi in vi­
gore negli altri settori di produzione - intorno a programmi che pe­
riodicamente vengono rinnovati e ristrutturati. Attrezzati nella pro­
spettiva di attività modulari capaci di attrarre una clientela diversifi­
cata, il Moulin-Rouge o il Casino de Paris offrono spettacoli di mu­
sic-hall o di ballo in alcune sere, mentre la domenica pomeriggio vi si
svolgono kermesse o vi si allestiscono piste di pattinaggio. Gli orari,
che diventano fissi, sono comunicati a mezzo stampa, le prenotazio­
ni del posto assicurano degli avanzi di cassa, mentre le sale, dagli im­
pianti via via più perfezionati, incominciano ad essere classificate se­
condo la gerarchia dei prezzi. Durante gli spettacoli, i numeri, inter­
vallati da stacchi musicali, si susseguono senza un attimo di tregua, in
un ritmo sfrenato che cattura l'attenzione del pubblico. n ricorso al­
l'innovazione tecnologica, ottimizzando il tempo utile allo svago, ren­
de più omogenee le temporalità del divertimento: abbiamo già detto
152 L:invenzione del tempo libero. 1850-1960

di come l'uso imponente dell'illuminazione artificiale abbia esteso il


prolungarsi delle attività diurne. Elenchiamo qui di seguito altre in­
venzioni che permettono di non tener più conto delle esigenze sta­
gionali che fino a quel momento avevano scandito il calendario dei
divertimenti: nel 1 885 si inaugura la piscina Rochechouart, la prima
in cui funziona un sistema di riscaldamento e che quindi è utilizzabi­
le in ogni periodo dell'anno123 ; e poi, nel 1 893 , i tetti regolabili che
coprono gli Ambassadeurs e poco dopo l'ippodromo dell'Alma e che
assicurano la regolarità delle rappresentazioni, oltre ad un accresciu­
to comfort per il pubblico, quale che sia il tempo atmosferico. Fra il
1 879 e il 1 9 13 , - anni durante i quali la popolazione della grande Pa­
rigi di fatto non raddoppia mentre invece il flusso turistico conosce
un incremento considerevole - si raddoppiano anche gli introiti dei
locali destinati allo svago, senza fare distinzione fra le varie attività124.
L'esempio che a questo riguardo offre il caffè concerto, una delle
prime forme organizzate della sociabilità urbana contemporanea, è il­
luminante: questi locali, ribattezzati teatro dei poveri, a motivo del lo­
ro successo fra la gente del popolo, all'inizio proliferano nel centro di
Parigi per estendersi in seguito nei quartieri della cintura, intorno al­
la piazza Chichy, e sui bowevard periferici, dove, seguendo la loro
vocazione democratizzante, vengono incontro alle masse popolari.
L'Ufficio Statistico di Parigi documenta a partire dal 1 893 un ac­
crescimento rimarchevole degli introiti di questi impianti trasforma­
ti in music-hall verso la fine del secolo. Introiti che vengono stimati a
32.669.084 franchi, nel 1 893 , raggiungendo i 68.452.3 95 nel 1 9 1 3 .
Torneremo s u forme e contenuti che s i danno a questi spettacoli,
giacché essi costituiscono elementi determinanti dell'attrazione eser­
citata dal caffè concerto sul pubblico più popolare. Soffermiamoci
ora sulle strategie economiche che gli imprenditori mettono in atto
convinti come sono dell'esistenza di un mercato e decisi a rendere il
divertimento commerciale «economicamente e culturalmente acces­
sibile». La scelta è quella di privilegiare un utile che scaturisca da un
prezzo d'accesso contenuto, che si pensa possa attirare un alto nu­
mero di consumatori. In tal modo viene a delinearsi una gerarchia dei
locali, da quelli più alla moda fino alle balere e ai caffè concerto di in­
fimo ordine.
La capacità di mescolare le varie classi sociali che la leggenda as­
segna al caffè concerto - il cui accesso è consentito col solo obbligo
della consumazione, una decisione che lega ufficialmente il bere (vi­
no all'occorrenza) al divertimento - è un mito che si poggia più su
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 153

una forma di rappresentazione idealizzata di uno svago che si dice


«alia portata di tutti», che sul reale ceto dei frequentatori.
Fra il 1890 e il 1900, mentre il salario medio giornaliero raggiun­
ge i tre franchi per un operaio non qualificato, e i sette per nn ope­
raio qualificato, il prezzo più basso per accedere alle roccaforti dei di­
vertimenti più élitari, l'Opéra o il Théàtre-Français, si innalza rispet­
tivamente a quattro franchi e a due franchi e cinquanta. Il N ouveau
Cirque e l'Olympia richiedono alla loro sceltissima clientela da due a
cinque franchi, gli Ambassadeurs da 0,75 a cinque franchi, i Jardins
de Paris quattro franchi o un franco e mezzo, con l'obbligo nel se­
condo caso di ripetere la consumazione ad ogni ora. Al Moulin-Rou­
ge e alle Folies-Bergère, divenuti locali turistici di lusso, si pagano ri­
spettivamente da due a tre franchi, e da tre a sei franchi per nna con­
sumazione. Un gran numero di locali esibiscono così delle tariffe che
escludono automaticamente i lavoratori, e richiamano una piccola o
media borghesia, rinfrancata dal ritrovarsi «entre-soi». Altri, invece,
tramite un prezzo più accessibile, preferiscono aprire le porte a una
clientela più variegata: per esempio Le Moulin de la Gaiette che chie­
de un minimo di venticinque centesimi per le donne e cinquanta per
gli uomini. Anche in molti altri luoghi di divertimento sembra acqui­
sito lo stesso principio democratizzatore. Per fare un esempio: nel
1 890 l'ingresso agli ippodromi di Longchamp e di Vincennes rimane
estremamente selettivo visto che il prezzo va dai cinque ai venti fran­
chi, ma il prato permette ai piccoli scommettitori del nuovo PMU, con
solo un franco, di seguire - benché ai margini del gran mondo - lo
spettacolo e il risultato delle corse125.
In realtà, il popolino di Parigi frequenta assai poco il centro della
città, che è appannaggio piuttosto di una società di borghesi e di tu­
risti. È invece nn habitué dei caffè, dei ristoranti, dei caffè concerto o
dei padiglioni per la musica dei quartieri di residenza 126, quartieri pe­
riferici o di recente annessione come Saint-Ouen, i Gobelins, la Vil­
lette, o ancora, per quel che ne rimane, di nicchie della Parigi popo­
lare a est della città. Nel ritmo del consumo degli svaghi, condizio­
nato dalla cadenza che impone il lavoro salariato127, è soprattutto il
sabato sera che operai e impiegati, che hanno appena ricevuto la lo­
ro paga settimanale e si preparano al riposo domenicale, si ritrovano
al Ba-Ta-Clan del boulevard Voltaire, a L'Epoque del boulevard Beau
Marchais, al Concert Cluny, gestito da garzoni di macelleria. Soldati
e servette mostrano la loro preferenza per il Café-Concert de la Pé­
pinière, mentre i piccoli artigiani del faubourg Tempie generalmente
si rilassano alle Folies Rambuteau. Ricordiamo ancora, frequentati
154 I.:invenzione del tempo libero. 1 850- 1960

«dalle classi popolari più basse», il lugubre Bai des Familles della rue
du Fouarre, o il Cabaret du Père Lunette, nei quali una massa di
straccioni si abbandona agli eccessi alcolici seguendo con un orec­
chio solo le solfe di artisti decrepiti; o ancora i tantissimi caffeucci bi­
sunti in cui un pubblico di habitués gioca a domino o a carte, fuma,
ciarla, e con soli quindici o trenta centesimi beve del caffè, del vino,
o dell'assenzio, mentre le donne e i ragazzini vi si affollano, un po'
per distrarsi e un po' anche per godere di quel calore e di quell'illu­
minazione che scarseggiano nei loro alloggi. Mentre i locali del cen­
tro con i loro prezzi proibitivi tengono lontano il pubblico meno agia­
to, qui una società eterogenea può incontrarsi liberamente, poiché
nulla impedisce all 'uomo di mondo o al borghese che ha voglia del
brivido o di eccitarsi con prostitute del popolo di venire qui a inca­
naglirsi.
La stessa cosa accade per un altro dei divertimenti popolari: il tea­
tro128. All 'apice della gerarchia troviamo teatri che godono di sov­
venzioni, hanno un biglietto di ingresso dal costo elevato e sono ri­
servati al mondo della cultura, e teatri che hanno il repertorio del
Boulevard: l'aristocratico Vandeville, l'elegante Bouffe-Parisiens, o
quel tempio dello snobismo che è l' Athénée. Le operette dalle sma­
glianti coreografie, le commedie melodrammatiche, attirano, invece,
un t>ubblico popolare dalle aspirazioni piccolo-borghesil29•
E paradossale, ma questo movimento generalizzato di democra­
tizzazione delle attività di svago mette in moto un parallelo processo
di privatizzazione, attraverso il quale si distingue un'élite che prefe­
risce incontrarsi in privato per assistere a versioni esclusive di quegli
spettacoli che vengono offerti a tutti.
Così, quello che rende famosa Parigi, e cioè un'apparente circola­
zione pubblica dello svago, nasconde nel chiuso di circoli, apparta­
menti, dimore campestri, forme molteplici di sociabilità e di svago
privati - cene, concerti e balli - che la dicono lunga sull'atteggia­
mento di chiusura nei confronti della nuova era democratica. Per fa­
re un esempio, citiamo il circolo privato, fondato da Ernest Mollier
in rue de Bénouville, in cui, nel periodo che va dal 1 880 al 1920, si
riunisce il fior fiore della magistratura, della medicina e della finan­
za, ansioso di custodire la propria privacy, al riparo dai piccolo-bor­
ghesi e dalle masse popolari 1 3 0 .
In conclusione, l'organizzazione del tempo libero su scala in­
dustriale non ha messo fine né alla separazione dovuta al censo e al
luogo in cui si vive, né a quegli usi popolari di sociabilità e di buon
vicinato, usi che mantengono ambiti di consumi omogenei. Altret-
J. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 155

tanti elementi che, alla vigilia della Prima guerra mondiale, sono an­
cora un deterrente al lento processo di massificazione dello svago, in
funzione del quale si vanno con fatica abbozzando questi «indistinti
raggruppamenti della modernità» che cancellano, stando ai lavori di
Christophe Prochasson sull' awento della cultura di massa, «classi,
geografia, sesso»13 1 .

Il regno dello spettacolo e il sogno meccanizzato

Durante la Belle Epoque, mentre il potere politico persegue uto­


pisticamente la festa come strumento per agevolare l'unità nazionale
e il benessere economico dei Francesi132, tramite la creazione della
gioia sociale, il tempo libero si muta in tempo di consumo febbrile e
ossessivo delle manifestazioni esteriori della felicità.
Organizzata sul ritmo dell'industria, la sociabilità del gruppo ur­
bano che si vuole - quasi per costrizione - gaudente e festoso, pog­
gia su due meccanismi complementari: il primo è fondato sulla mo­
dernità e sulla potenza della scienza e della tecnica, utilizzati in alle­
stimenti spettacolari; l'altro riposa in gran parte sui comportamenti
basilari di quella cultura popolare della festa che esalta - riprendia­
mo qui l'ipotesi formulata da Mikhail Bachtin - i valori del «basso»
del corpo e della carne; valori che riusciamo a percepire attraverso i
comportamenti sfrenati e di una gaiezza esilarante, nel loro legame
con l'immagine grottesca che il popolo ha del corpo133 • Questi due
meccanismi, combinati col danaro e con lo spettacolo, si manifesta­
no nei nuovi orientamenti impressi alle attività di svago a Parigi, so­
prattutto in occasione delle Esposizioni Universali, «queste grandi
esaltazioni della modernità»134, che celebrano, elaborando formida­
bili sistemi di divertimento, i valori della civiltà del lavoro e quelli del
tempo libero. Sono proprio le Esposizioni Universali che radicano il
principio della superiorità di Parigi in quanto centro organizzato di
ncreaz10ne.
n nostro intento non è quello di ripercorrere la storia di queste
Esposizioni: di esse già è noto come abbiano costituito delle straor­
dinarie scommesse vuoi politiche vuoi economiche135 ; e non è nean­
che quello di compilare una tipologia esauriente delle attività di sva­
go che si vanno sviluppando in città. Il nostro scopo è invece quello
di individuare le forme e le modalità che coagulano in esse i valori
della modernità e fanno presagire i futuri divertimenti di massa e co­
me lo svago si andrà affermando come valore primario, in quanto
156 I.:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

strettamente connesso alla fine della costrizione e alla liberazione dal­


l'obbligo136.
L'Esposizione del 1 867 segna una tappa fondamentale nell'evolu­
zione del concetto di svago di massa. Secondo Walter Benjamin essa,
in quanto vetrina dello spirito di innovazione e del benessere econo­
mico dell'Impero, prefigura la «nascita dell'industria dello spettaco­
lo», in quanto testimonianza vivente dell'importanza che va assumen­
do la gioia dello sguardo nelle nuove tecniche del tempo libero137•
Nel corso di sei mesi, in un continuum di spettacoli di gala e di ri­
cevimenti, essa rafforza la leggenda di una Parigi del piacere in cui
il re di Prussia e Bismarck vengono ad ammirare «una società frivo­
la che non pensa che a ridere e a ballare». Per converso, in un fra­
stuono di bottiglie e in un persistente odore di cibo, l'Esposizione si
svolge all'insegna della festa popolare, della quale il notista Victor
Fournel mette in rilievo la volgarità: «Si direbbe una Fète des Loges
di dimensioni colossali installata a Parigi per far divertire il mondo
intero».
Mentre il «moderno» celebra il suo trionfo nelle architetture esi­
bite a Champ-de-Mars, le scienze si associano alle attività di svago e
si impongono negli spettacolari allestimenti di numerosi parchi di at­
trazione.
Questi allestimenti all'origine risentono senza dubbio della tradi­
zione degli spettacoli itineranti, nei quali le dimostrazioni di fiera, già
dal diciottesimo secolo, si arricchiscono delle nuove tecniche dell'il­
lusione ottica: tutto ciò che è tale da ingannare i sensi, dare le verti­
gini e divertire - palazzi incantati attraversati da scariche elettriche,
automi, panorama, lanterne magiche e fantasmagoriche -, eccita e
nutre il gusto del popolo verso lo spettacolo abbinato alla scienza.
Con il recupero da parte della Rivoluzione dei più rinomati «parcs
de Folies», questa tradizione assume tutt'altra ampiezza: la fiera ir­
rompe prepotentemente nei parchi attrezzati per lo spettacolo e chia­
mati genericamente «Tivoli»138• Durante tutta la prima metà del di­
ciannovesimo secolo macchinari costosi, invenzioni meccaniche e pi­
rotecniche, spettacoli e divertimenti vi attirano una folla d'alto bor­
do, ghiotta di ricreazioni festive.
La Terza Repubblica moltiplica i parchi di divertimento allo sco­
po di rispondere al desiderio di distrazione delle masse popolari e di
rendere accessibile a tutti una «festa organizzata», che mescola abil­
mente gioco e intenti pedagogici, soprattutto durante le Esposizioni
Universali che forniscono a numerosi provinciali il pretesto per un
primo viaggio nella Parigi del piacere.
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 157

A questo riguardo l'Esposizione del 1 878 non è la più rappresen­


tativa: le tocca anzitutto, nel clima della sconfitta, di esaltare la po­
tenza di una Repubblica al suo nascere, tesa a dare alle rare distra­
zioni che offre un carattere essenzialmente istruttivo. Al contrario, si
fa strada con forza il ricordo della festa del 1 867 per le Esposizioni
del 1 889 e del 1 900, dall'aspetto di giganteschi parchi di divertimen­
to, nei quali, ad un prezzo accessibile, la dimensione Iudica dello sva­
go prende definitivamente il soprawento sulla dimensione pedago­
gica. Nel 1 889, la commemorazione del centenario della Rivoluzione
fornisce il pretesto per un grande spettacolo, più gradito al popolo
che non il concerto ufficiale dato a Champ-de-Mars da duemila mu­
sicisti. La fortezza della Bastiglia, simbolo della lotta repubblicana, ri­
costruita su panorama, è riportata alle dimensioni di uno spazio Iu­
dica che rigurgita di attrazioni commerciali: conviti storici, giostre di
cavalieri, pantomime - l'«evasione di un prigioniero dalla Bastiglia»,
«negozi d'altri tempi» tenuti da commercianti nei costumi dell' epo­
ca - stanno accanto ad attrazioni moderne, montagne russe, cavalli
americani o palloni aerostatici. Nei sei mesi di durata dell'Esposizio­
ne il pubblico può inoltre divertirsi in un «paese di Fate» che ospita
personaggi di fiaba, da Cenerentola a Barbablù, o nel «parco di Buf­
falo Bill » , rifacimento di un Far-West invaso da cow-boy e Indiani,
che prelude all'arrivo in Francia dei divertimenti importati dagli Sta­
ti Uniti1 3 9•
Questa predilezione per i parchi di divertimento si afferma con
forza ancora maggiore con la colossale Esposizione del 1 900 che trac­
cia il rendiconto del secolo in una città interamente concepita come
un vasto «paese delle Meraviglie»140 • Quando, nella nostalgia di un
altrove «precedente» la barbarie scientifica e «l'indigestione di ferro,
ghisa e prodotti chimici»141, Albert Robida costruisce su pilastri il
«Villaggio svizzero» offre, al di là dell'attrattiva che esercita il pitto­
resco (senza dubbio legato al coevo sviluppo del movimento che va­
lorizza il folklore), il sogno allucinatorio di enormi cascate, di ghiac­
ciai, di alpeggi dove le mucche pascolano pacificamente. Altra 'me­
raviglia' è una «strada di Parigi» rivisitata al modo di un parco d' at­
trazioni, che cattura l'attenzione facendo rivivere l'allegria parigina,
in una ricostruzione dei soliti divertimenti che si sgranano lungo il
Reno, costeggiato di teatri, cabaret, caffè concerto, fiere e ristoranti.
Così, ricchezza e miracolo tecnologico si uniscono e si rafforzano a
vicenda, generando lo spettacolo della festa, riproducibile all'infini­
to, che diviene - per l'uomo della strada - la festa stessa.
158 L'invenzione del tempo libero. 1 850-1 960

L'attrazione esercitata da questi parchi di divertimento sulla folla


dei visitatori si fonda anche sull'uso dell'illuminazione, fonte di illu­
sioni, e che rende più gradevoli gli edifici e le atmosfere. Se l'indu­
stria del divertimento vi ricorre in modo massiccio per attirare i clien­
ti con lo sfolgorio della festa a pagamento, le Esposizioni Universali
moltiplicano gli effetti della luce su milioni di visitatori con l'illumi­
nazione a giorno di quelle consacrazioni monumentali che sono i «pa­
lais» du Gaz o de l'Electricité ( 1 900) .
Sul finire del secolo, per merito della sinergia tra elettricità e mec­
canica, i parchi di divertimento inaugurano nuove attrazionil42: il
clou dell'Esposizione del 1 889 resta la Tour Eiffel la cui strepitosa
tecnologia esalta i suoi fans impegnati nell'avventura della scalata a
piedi o della salita con gli ascensori elettrici. Nel 1 900 il pubblico che
si diverte sui «marciapiedi mobili», azionati dalla sola energia elettri­
ca, è avvolto, tra emozione e vertigine, in una sensazione cenestetica
comune, mentre, immobile, gli scorre intorno il paesaggio e variano
le distanze.
Al di là di questi prodigiosi meccanismi, il secolo che muore sem­
bra soprattutto segnato dal progredire dell'avventura fisica, legata al­
l'aumento della velocità. Mentre, intorno agli anni sessanta-settanta
dell'ottocento, l'accelerazione della velocità degli spostamenti pro­
vocava, perfino in occasione dei viaggi in treno, un senso di malesse­
re, alla fine del secolo il diffondersi dei trasporti in ferrovia, con le bi­
ciclette o in automobile, accresce in ogni strato sociale il fascino del­
la velocità e dei ritmi della modernità: nel 1 901 a Vincennes con so­
lo quattro soldi il popolino può inebriarsi di movimento facendo un
giro in automobile. In un mondo in cui «lo sguardo, come qualsiasi
altra cosa, non è più veloce del passo umano»143, questa rivoluzione
spazio-temporale va incontro alle aspirazioni profonde dei sogni di
velocità e di immediatezza che si percepiscono nelle radici della cul­
tura popolare. È soprattutto in questo ambito che si deve cercare il
motivo del successo della fiera che, per mezzo di questa magia del
movimento il cui effetto è quello di dilatare il tempo nello stesso
istante in cui si restringe lo spazio, suscita un meraviglioso senso di
potenza 144•
L'Esposizione del 1900 fa compiere un altro balzo innanzi all'at­
trazione che esercita la velocità e alla vertigine indotta dalle macchi­
ne, con la più gigantesca ruota mai costruita: alta centosei metri e pe­
sante seicentocinquanta tonnellate, può trasportare milleseicento
passeggeri inebriati e allucinati dalla sensazione di fendere l'aria e di
divorare lo spazio. Nel girotondo dei corpi risucchiati verso l'alto e
f. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 159

sbattuti in basso al momento della discesa, mentre tutto il mondo gi­


ra e i sensi perdono l'orientamento, una grande emozione si impa­
dronisce del corpo in preda alla vertigine del movimento145.
ll ritmo frenetico di questi divertimenti si impadronisce di Parigi
quando, nel 1909, una società americana costruisce un «Luna Park»
interamente meccanizzato e in grado di riprodurre vertiginosi Water
Schute, Scenic Railway, «misteriosi corsi d'acqua», «ruote diaboli­
che»; nel 19 12, sul quai d'Orsay sorge una Magie City, la cui ruota in­
fernale, dall'accelerazione pazzesca, viene chiamata significativamen­
te «centrifuga». Sulla scia di queste iniziative anche l'Esposizione
Universale del 1925 sarà in gran parte dotata di questi straordinari
meccanismi nei quali Robert de Beauplan vede dispiegarsi l'oscuro
istinto di una generazione che ha bisogno di forti stimoli per emo­
zionarsi 146 .
Attraverso questi congegni, come ha suggerito Véronique Nahoum­
Grappe, la moda della vertigine ormai slegata da qualsiasi connota­
zione patologica sembra essersi impadronita di ogni strato sociale e il
fascino dello spettacolo attira folle gigantesche conquistate dalla
gioia visiva e dalla potenza delle sensazionil47• Abbiamo già parlato,
a proposito dell'attrazione che le illusioni ottiche esercitano sulle
masse popolari, di queste macchine per sognare che, servendosi di
immagini e movimenti, suscitano fenomeni di tipo allucinatorio. So­
no tecniche di divertimento che impongono progressivamente, per
tutto il corso del secolo, la supremazia dell'immagine, come è prova­
to dal successo del panorama e del diorama, l'infatuazione per i qua­
li durerà fino all'avvento del cinema.
A partire dagli anni ottanta dell'ottocento, progrediscono sia il pa­
norama che la tecnologia a esso connessa: nella sua forma più rudi­
mentale, quella del telone dipinto, esso di orienta soprattutto verso
spettacolari «scenari catastrofici»: quelli di una «Pompei vivente», di
un «Vesuvio a Parigi» o ancora quelli che, inserendosi nella tradizio­
ne dei musei realistici in cui si mettono in mostra galere, tuguri e ana­
tomie in cera, esagerano in realismo dando in pasto alla curiosità del­
la gente gli avvenimenti più disparati e assassinii ancora più veri che
al naturale148. Il ricorso alla meccanizzazione arricchisce il panorama
di un «viaggio transiberiano Mosca-Pechino» - un compartimento
ferroviario sottoposto alle scosse della rotaia, mentre ai finestrini
scorrono i paesaggi - o di un «mareorama» che sgrana le sue imma­
gini di alto mare dinanzi agli occhi di spettatori fermi sul ponte di un
battello a vapore in preda alla furia degli elementi. Oppure un «ci­
nerama» che nel 1900 trascina un pubblico riunito nella navicella di
1 60 I:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

un dirigibile in un giro del mondo cinematografico proiettato in una


hall poligonale tappezzata di dieci schermi giganteschi. Così la seco­
lare tecnica del panorama si incontra con la novità del secolo, il cine­
ma, ed è su quest'ultimo che ormai si concentrano le attività di svago
e di divertimento delle masse149.
Nello stesso tempo, per simultaneità del movimento e trasfigura­
zione del reale, le sue tecniche e i suoi effetti spettacolari assimilano
il cinema a un'arte da fiera, molto simile all'illusionismo: dopo che
Louis Lumière organizzò il 28 dicembre 1 895 nei sotterranei del
Grand Café la prima proiezione pubblica, il destino del cinema sarà
affidato agli ambulanti. Il comico Max Linder e il mago Georges Mé­
liès se ne servono per i loro trucchi astuti. In pochi anni L:incendie o
l'Arrivée du train en gare conquistarono tutti, nelle città e nelle cam­
pagne. Molto rapidamente, soprattutto grazie ai circuiti di sale orga­
nizzati da Pathé e Gaumont nel 1909, il cinematografo diviene se­
dentario finendo poi per soppiantare definitivamente il panorama e
più in là i caffè concerto e i music-hall, che sfratta dalle sale in cui si
installa. Ormai, con un prezzo modico i Parigini possono accedere a
un consumo stupefatto e massiccio di immaginario.
Sono gli stessi motivi per i quali il cinema affretta il declino delle
forme tradizionali del viaggio fantasmagorico che si erano impadro­
nite di Parigi dopo la moda orientaleggiante degli inizi del romanti­
cismo e avevano assoggettato la città a una sorta di distorsione poeti­
ca arrivando a trasformarla in un paesaggio orientale - come quando
nel 1 830 a Théophile Gautier sembrava di scorgere dei minareti sui
tetti di Notre-Dame.
Per tutta la seconda metà del secolo, il sogno dell'Oriente disegna
una geografia ingannevole dello spazio urbano di Parigi, che assicu­
ra la fortuna dello svago a pagamento, alchimia per cui l'ordinario di­
viene straordinario e il mediocre raro: concerti orientali e danze del
ventre che si svolgono nei saloni moreschi del Moulin-Rouge dove la
bella Féridjée incarna il sogno dell'harem, ristoranti, stabilimenti bal­
neari, fumerie d'oppio, riportate nelle guide turistiche e teatri, sfrut­
tano la moda dell'esotismo nella messa in scena stereotipata di un
Oriente voluttuoso15 0 .
Attraverso le Esposizioni Universali, questa tentazione dell'altro­
ve, a lungo riservata all'élite, guadagna in modo corposo gli strati po­
polari, tra suk e bazar, templi e pagode, viuzze del Cairo, tende cabi­
le e capanne del Tonchino, danzatori di Giava e balletti cinesi. Né si
può giustificare con il solo orgoglio nazionalista il successo incontra­
to dalle Sezioni coloniali tra il 1 889 e il 1900. Infatti, nella loro simu-
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 161

lazione della realtà, queste vetrine dell'Impero repubblicano veicola­


no l'approccio ad una vita selvaggia. Così, quando il popolino di Pa­
rigi mostra la sua preferenza per uno spettacolo in grado di colpire
l'immaginazione, l'industria dello svago, con tutto il suo entusiasmo
produttivista, moltiplica festività e forme di divertimento, fino a ren­
dere Parigi un «Gargantua dello spettacolo»151 •
Lo stesso processo di meccanizzazione s i estende anche a d altri
settori: quello della violenza, per esempio, che, sotto forma di diver­
timento pubblico, si esprime nei modi codificati di un incontro di
boxe152; anche quello della risata e del sesso, questi emblemi insignì
della gaiezza della Belle Epoque, che trovano il loro terreno d'e­
spressione nel quadro della fiera e del music-hall.
In rotta con la noia di una vita borghese che ha le sue radici nella
morale e nella moderazione, questi spazi dedicati alla festa mettono
in mostra, nell'eccesso più vistoso, quell'ottimismo di fine secolo che
nessun ostacolo si pensa possa limitare153: le architetture inventate di
sana pianta, i fantasmagorici ornamenti, una gran quantità di sgar­
gianti decorazioni, di stucchi e di velluti, uno scintillio di paccottiglie
e di luci contribuiscono in questi luoghi di svago alla costruzione di
una spettacolare meccanizzazione del gusto popolare attraverso la
«falsa ricchezza» e il «povero lusso» vituperati dai fratelli Goncourt.
A differenza dei teatri classici in cui l'oscurità della sala, che segna
una demarcazione luminosa fra il pubblico e la scena, spinge a fissa­
re la propria attenzione sullo spettacolo, al caffè concerto la luce ri­
mane accesa: allo spettacolo sulla scena corrisponde, nella frenesia
del movimento e del brusio, l'esibizione di un pubblico che si dà spet­
tacolo di se stesso. Fra gallerie e corridoi, anche la sistemazione in­
terna degli edifici è fatta per incoraggiare la mobilità degli spettatori,
certo al fine di compensare il crescente immobilismo dovuto ai ritmi
di lavoro, ma anche per prevenire, con il far mostra di una certa tol­
leranza, ogni rischio di disordine. Al caffè concerto l'orario d'ingres­
so è libero, al pari dell'abbigliamento; nel mescolarsi gioioso della fol­
la i clienti fumano, mangiano, bevono, chiacchierano fra loro, si ab­
bandonano al ritmo dei valzer e delle polche, tra il frastuono e gli ap­
plausi, nello splendore delle luci in uno strano miscuglio di sensazio­
ni, nel crescere di un'eccitazione snervante provocata dalla luce, dal
fumo, dal brusio e dagli odori, mescolati fra loro, dell'alcool, della
birra e dei profumi delle donne venute a farsi ammirare. Nei locali
più popolari, questa eccitazione febbrile si esprime giungendo anche
a situazioni-limite in cui fischietti, balli sfrenati e cagnare arrivano
perfino a impedire lo svolgimento dello spettacolo.
1 62 I:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

Il fatto è che, malgrado tutti gli sforzi che la Repubblica fa per evi­
tare ogni eccesso di tipo carnevalesco, soprattutto mediante il divie­
to di usare coriandoli, girandole e petardi, il vocio, il fracasso e «l'a­
poteosi del baccano» fanno ancora parte integrante della festa154•
Se la canzone con la sua insulsaggine è sempre al centro di ogni
spettacolo, essa si struttura ormai nei generi più diversi e si circonda
di numeri di varietà155: balletti, operette, pantomime, funamboli, ca­
ni ammaestrati introducono il circo e la fiera nelle sale, prima che si
manifesti il trionfale successo della rivista. Nella loro esilarante inge­
nuità, tra emozioni sospese e contorsionismi lubrichi, questi numeri
risvegliano senza dubbio tra i Parigini di più recente estrazione il ri­
cordo sopito dei divertimenti paesani delle fiere e dei circhi ambu­
lanti che giravano per i villaggi.
A partire dal 1 900 la magia di un'elettricità meglio padroneggiata
diviene essa stessa oggetto di spettacolo: la luce bianca, la stessa che
ha esercitato tanta suggestione su Degas per esempio, delimita la sce­
na, stimola e modifica lo sguardo, ravviva il colore, sottolinea il mo­
vimento e la linea dei corpi, suscita emozioni, isola l'artista, crea l' ef­
fetto scenico. Alle Folies-Bergère, i fasci di luce scivolano sui vestiti
di Lo!e Fuller fino a farne una «stella di Parigi». Nei cabaret di Mont­
martre il gioco delle luci sfrutta di preferenza il repertorio della tra­
sgressione: al Néant lo spettatore entra sotto una verde luce mortua­
ria in una bara in cui lo attende un sinistro gioco di specchi. Riso e
sesso a loro volta sono utilizzati in un processo che trasforma le emo­
zioni in oggetto di consumo.
La Parigi degli svaghi a buon mercato si adatta all'idea che il riso
popolare non è un riso dai toni elevatil56, in questo periodo in cui la
Francia rivendica la sua identità e i suoi simboli, la gaiezza parigina
che mette bellamente in mostra le sue radici, riscopre la qualità inna­
ta del carattere celtico, che fa del ridere chiassoso materia di spetta­
colo comico.
A teatro, questa risata collettiva, che agisce da collante sociale, si
organizza in genere intorno a personaggi tradizionali, a fatti minuti
della vita di ogni giorno, a ribaltamenti di situazioni e gerarchie157; al
caffè concerto e al music-hall la risata trae spunto di preferenza dal
grottesco e dalle funzioni corporee - temi senz' altro popolari -, e vie­
ne espressa da «artisti» comici con gag basate sul russare, sul dar
ceffoni, sul prendere e dare botte. Di fronte a un pubblico esilarato
la grassa cantante Dufay schiaccia noci con il suo imponente seno; le
tiritere di un Dranem, che ripete a cascatella «les pt'its pois» o «le
trou de mon quoi», scatenano folli risate a bocche spalancate. L'av-
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 1 63

vento dell'industria del riso che scaturisce dalla corporalità si basa


soprattutto sullo sfruttamento meccanico e ripetitivo dell'imbarazzo
gastro-intestinale, dai rumorini flautati alle flatulenze più sonore. Fra
un esercizio ginnico e una cantata, il petomane Joseph Pujol ne è la
figura più rappresentativa, quando, piccola secca affettata silhouette,
egli scade nella volgarità, imitando di volta in volta la fanciulla, la suo­
cera, la sarta in un sibilo di stoffa che si lacera - mimando il suono di
un flauto mediante un tubo collegato all'orifizio anale: sono numeri
questi che provocano interminabili esplosioni di risate e accessi di
isteria che portano qualche donna sull'orlo dello svenimento158. Se,
sulla scia di una schietta allegria popolare e nella promiscuità del ca­
baret, il sesso è tradizionalmente materia di barzelletta oscena, se l'al­
lusione sconcia è oggetto di giochi di parole nelle compagnie di can­
to159, paradossalmente non si ride affatto di argomenti di sesso, né al
caffè concerto né al music-hall: malinconico correlato del corpo mes­
so in burla, il sesso che si offre come spettacolo vi suscita al contra­
rio tensione, fra urli ingiuriosi e emozione trattenuta.
Ben al di là di quel processo iniziato già dal diciottesimo secolo,
che vede la città sotto le sembianze di una donna, e nel generalizzato
impulso verso l'eros e il sesso, che tiene a battesimo il nascere dello
svago di massa, la fama di Parigi come «città dell'allegria» è stretta­
mente legata ai luoghi in cui il corpo femminile viene messo in mo­
stra. Nel 1 900 il Moulin-Rouge e les Folies-Bergère sono l'emblema
di una capitale in cui la «carne» è in libera offerta, mentre una gi­
gantesca Parigina accoglie a braccia aperte i visitatori dell'Esposizio­
ne Universale1 60 . li simbolo manifesto della Belle Epoque è così una
figura di donna carica di connotati erotici: essa campeggia sui mani­
festi pubblicitari affissi per le strade della città, nelle birrerie per don­
ne e nei music-hall in cui a servire ai tavoli ci sono delle fanciulle nu­
de dalla cintola in su. Al Moulin-Rouge le comparse vanno in giro esi­
bendo i loro seni nudi su dei vassoi di mele: qui e là si cominciano a
vedere incontri di lotta fra donne e numeri acrobatici con una pre­
dominante erotica ancor prima che lo strip-tease compaia ufficial­
mente nel repertorio del music-hall nel 1 894.
A tale data, Parigi annovera già una trentina di questi spettacoli
che contano più su un sapiente svestirsi che non sulla completa nu­
dità; con un calcolo raffinato, che la dice lunga su quanto siano cam­
biati i modi del desiderio erotico, l' étoile dell'Alcazar d'Eté, Mlle Ca­
velli, si toglie il cappello, il vestito, i mutandoni, il busto, la sottove­
ste e, tra un gesto e l'altro, tra un movimento e l'altro, lascia passare
1 64 L'invenzione del tempo libero. 1850- 1960

un intervallo lungo abbastanza «per dar modo agli spettatori di re­


cuperare l'autocontrollo».
Questo consumo del sesso e dell'immagine della donna, inserito
nel quadro più generale del tempo libero, ci rimanda alla storia della
prostituzione in generale161. A Parigi, dunque, è dalla metà del seco­
lo scorso che la scena viene occupata dalla figura della donnina alle­
gra (lorette) , che segna in profondità la rappresentazione del piacere
in quella città. Una figura che si colloca a metà tra galanteria e pro­
stituzione, al centro dei nuovi quartieri del piacere e degli affari - in
quel cerchio del denaro, in quel feticismo degli oggetti, che è a fon­
damento della città moderna. La lorette diventa la rappresentazione
concreta e tangibile della ricchezza del borghese, il simbolo dello
smodato desiderio di sfrenatezza e della sboccata voluttà del popolo:
essa è l'incarnazione vivente di una dimensione temporale e di un uso
del tempo libero che, sempre nell'ambito della festa, del godimento
e dei piaceri consumistici, cerca di raggiungere un certo livello di di­
stinzione1 62. Uno degli effetti della circolazione democratica dello
svago è quello di estendere al piccolo borghese la pratica della ga­
lanteria e della dissolutezza, che fino ad allora era appannaggio dei
ricchi: in genere non mancano clienti per la comparsa o la mediocre
cantante di caffè concerto che un direttore di pochi scrupoli mette a
disposizione. Ma anche a non tener conto di queste malcelate tatti­
che di prostituzione, si afferma ora e prende piede un nuovo ciclo di
consumo sessuale, sottoposto a un'esigenza di rendita e capace di
produrre di continuo piacere e allegria: questa codificazione spetta­
colare del gioco sessuale esibito dal popolo da una parte e dal voyeu­
rismo borghese dall'altra, esprime bene il tipo di rapporto che la so­
cietà contemporanea intrattiene col desiderio erotico. In un secolo in
cui predomina ancora una rigidezza moralistica e non ci si pone per
nulla il problema del piacere e della sessualità, e in cui le donne sono
sottoposte a un severo processo di privatizzazione della loro sfera in­
tima e del loro pudore, il sesso inquadrato e regolato dall'industria
del piacere canalizza gli istinti di dissolutezza di una borghesia se­
dotta dalla carne a buon mercato, offerta liberamente trasgredendo
ogni convenienza sociale.
Parigi si specializza inoltre nell'esibizione e nel consumo dei vari
aspetti della grossolanità e dell'animalità popolaresca, elementi di un
immaginario sconvolgente che ossessiona le menti dal tempo dei mas­
sacri rivoluzionari. Nell'ambito che qui ci interessa, questo immagi­
nario sovrintende alla 'danzo mania' popolare degli anni quaranta
dell'ottocento, all'effetto corruttore della quadriglia o del can-can, al-
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 165

la frenesia di una 'spaccata' troppo grande e troppo violenta, all'o­


scenità di una gamba slanciata troppo in alto. Alla fine del secolo è
questo l'immaginario che trionfa sulla scena del Moulin-Rouge con
le eccentricità erotiche di Reine-des-Prés o di Nini-Pattes-en l'air, che
sollevano le gonne passando la gamba sulla testa dei clienti; o con le
mosse sguaiate di La Goulue (donna dalla larga bocca) , o di Grille
d'Egout (chiusino di chiavica) , i cui soprannomi esprimono tutta la
ripugnanza che suscita la carne così offerta, o con i cortei afrodisiaci
delle girls nello spettacolo di rivista «Fin de Sexe», rappresentato nel
1905 . Ancora, nelle riviste da baraccone, con le «maggiorate fisiche
che si deliziano e vanno in estasi» sulle piste; con le acrobate «con i
peli delle ascelle e del pube tinti con essenza del Giappone»; con le
ballerine «dalle profonde scollature, dai seni pesanti» che ancheg­
giano e si slacciano le vesti, nell'eccitazione lubrica di un infernale gi­
rotondo, quando, davanti «agli sguardi ipnotizzati e torbidi per la lus­
suria, esplode la convulsione dei nervi e dei muscoli»163 .
L'inquietante terrore dell'isteria che ossessiona questo fine secolo
si cristallizza su queste figure laide, perché eccessive nei gesti e nella
carne, su questo piacere simtÙato da ragazze del popolo «dalle smor­
fie di clienti di Charcot», su questi «spettacoli da Salpetrière»1 64. Di
fronte alla minaccia che rappresenta, per la tranquillità delle coppie
borghesi, l'istinto animalesco delle donne del popolo - ciò che Jean
Lorraine definiva come «una specie di gusto crudele e malsano, che
l'isteria ridesta sempre al fondo della deboscia» -, fa riscontro una re­
golamentazione commerciale che purifica - in quanto la controlla -
l'attrazione esercitata dalla carne del popolo e dalla sua forza bestia­
le. Nell'eccitazione sessuale le spinte rivoluzionarie vengono ad esse­
re esorcizzate e stranamente convertite in una dinamica dell'alle­
gria165.
In questa vertigine consumistica tutto si trasforma in spettacolo -
la violenza, il nudo, il sesso - senza che si debbano temere reazioni
incontrollate da parte del pubblico, né battibecchi, né palpeggia­
menti: progressivamente gli spettatori si educano all'arte del solo go­
dimento degli occhi e finiscono per conquistare un padroneggia­
mento del proprio corpo che richiede puntualità, silenzio, riserva­
tezza e applausi a tempo debito. Rimane soltanto lo sguardo ad esse­
re mobilitato da ciò che accade sulla scena.
L'uso sapiente della luce artificiale, che consente gli effetti scenici
già ricordati, appare un preambolo indispensabile a queste trasfor­
mazioni del comportamento dello spettatore: al termine di un lento
processo, iniziato già dal diciottesimo secolo nei teatri classici, una
166 L'invenzione del tempo libero. 1 850-1 960

barriera luminosa isola il pubblico dal palcoscenico e distanzia lo


spettatore dallo spettacolo. Alla fine del secolo scorso, questa deci­
sione di oscurare la sala, che perviene ad annullare il fenomeno so­
ciale costituito dal pubblico1 66 , si estende agli spettacoli del music­
hall, costringendo una clientela ancora turbolenta ad una passività
'stupefatta' . Sommandosi alla cancellazione dei riti collettivi provo­
cata dai mutamenti urbanistici e allo strutturarsi di nuove categorie
socio-professionali sprovviste di tradizioni comuni, questo processo
incoraggia il consumo individuale di comportamenti uniformi nell'u­
so dello svago: lo stare insieme conviviale che consiste nell'andare in
compagnia a vedere uno spettacolo e nell'applaudirlo, condividendo
solo lo sguardo. Significativo a questo proposito è l'esempio della
danza. Il proliferare dei balli e la mania della danza che si erano im­
padroniti della capitale fino alla metà del diciannovesimo secolo, ne
avevano fatto una sorta di «svago di massa» prima del tempo. Con
l'haussmanizzazione e la democratizzazione dei divertimenti più éli­
tari, la borghesia a poco a poco abbandonò i balli pubblici. Alla fine
del secolo si riscontra un processo analogo fra le classi più popolari,
come se l'ascesa sociale e l'elevazione, pur se relativa, del livello di vi­
ta, comportasse inevitabilmente una disaffezione per i piaceri pub­
blici della danza1 67. Verso il 1 885 , la città non annovera quasi più bal­
li pubblici, che vengono confinati nelle piccole balere dei quartieri
periferici frequentati dagli operai; i grandi saloni da ballo del dician­
novesimo secolo hanno chiuso i battenti per diventare, nell'inarre­
stabile emergere di un piacere unicamente visivo, prima dei caffè con­
certo e dei music-hall e poi dei cinematografi. Ai J ardins de Paris o al
Moulin-Rouge i clienti non danzano più, ma si recano ad ammirare
uno spettacolo di professionisti; resistono, soltanto come espressione
della vita repubblicana nei quartieri, i balletti del 14 Luglio.
Non si deve giudicare questo fenomeno come un impoverimento
del divertimento o una limitazione della libertà, dovuti alla volontà
del potere di rompere i vecchi solidarismi e di favorire l'individuali­
smo: questa crescente passività dei consumatori dello svago si spiega
soprattutto con la meccanizzazione e l'industrializzazione delle for­
me di divertimento che hanno reso possibile la loro «massificazione».
Il progressivo ricorrere a tecnologie spettacolari e stupefacenti, ha via
via eliminato l'interazione esistente tra oggetto del divertimento e suo
fruitore. Tanto i suoni che le immagini, componenti entrambi della
cultura di massa, hanno giocato in questo caso un ruolo determinan­
te: anche prima del grande successo del cinema, il «teatrofono» era
divenuto la grande attrazione del boulevard, poiché permetteva di se-
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 1 67

guire, davanti ai teatri, gli spettacoli e le opere in diretta su un te­


lefono con amplificatore. C'era nelle sale da ballo un gran numero di
fonografi, e già dal 1893 i clienti del Moulin-Rouge potevano metter
su i dischi Edison dei cantanti in voga.
Abbiamo già rilevato come ci sia stato un fenomeno privatistico di
tipo reattivo in risposta alla democratizzazione di alcuni comporta­
menti di svago dei Parigini; al termine dell'evolversi delle tecnologie
dell'industria del divertimento, questo processo si estende in manie­
ra meno elaborata, ma più durevole, sulle attività di svago degli am­
bienti popolari. Con lo sviluppo dell'alfabetizzazione, per esempio,
si diffondono comportamenti di maggiore introversione, più perso­
nali, per esempio ci si dedica alla lettura (quella delle riviste, che le
donne sfogliano negli intervalli di tempo lasciati liberi dalle faccende
domestiche, quella dei giornali, praticata dagli uomini la domenica
dopo pranzo) e, più tardi, all'ascolto della radio in famiglia o insieme
ad altri, a casa o al caffè, un consumo, quest'ultimo, anche istruttivo,
prima di diventare, dopo la Grande Guerra, solo divertente168.
Mentre il cinema risponde al desiderio d'evasione attraverso l'im­
magine, l'arrivo del suono a domicilio portò con sé una notevole di­
saffezione del pubblico verso gli spettacoli di teatro o di music-hall.
Questi nuovi comportamenti mostrano tanto l'adattarsi degli am­
bienti popolari alle forme di consumo generate dall'urbanizzazione,
quanto l'ampiezza del processo di sviluppo della vita privata che si
verifica durante la Belle Epoque nel popolo di Parigi. Già da allora
le riunioni e le feste familiari acquistano la stessa importanza che ri­
vestivano poco più di un secolo prima le feste di vicinato o del grup­
po professionale169•

Domenica, tutti fuori città

Di pari passo con il consolidarsi dell'immagine di un «Gai Paris»


libero da ogni connotazione «infernale» e di uno «spirito Belle Epo­
que» che rivendica la propria inclinazione verso l'edonismo, la mas­
sificazione ripetitiva e generalizzata dei divertimenti, e l'aggancio dei
tempi dello svago ad un'economia di spesa e di consumo, danno nuo­
va vita a una lettura in nero di Parigi.
In una società messa a dura prova da un secolo di tensioni e di
sempre più rapide evoluzioni, nel viluppo creato dal progresso tec­
nico e dai cambiamenti nell'economia e nella società, in un'epoca in
cui di colpo ogni cosa ha preso un ritmo frenetico, vengono fuori, tra
1 68 !;invenzione del tempo libero. 1 850-1960

depressione ed euforia, nuovi modi di rappresentazione delle pato­


logie urbane. In contrasto con l'immaginario collettivo della monar­
chia di Luglio, che individuava il pericolo nelle classi socialmente pe­
ricolose, i tempi moderni elaborano il loro senso della patologia in­
torno alla fatica, alla spossatezza, all'anemizzarsi di masse indifferen­
ziate, ma tutte asservite alla catena di un produttivismo che non dà
tregua.
Quando sta per prendere piede l'era del divertimento di massa,
questa sindrome investe anche i tempi dello svago, i tempi delle «pe­
nose facezie» per Joris Karl Huysmans, «delle stoltezze contempora­
nee» per Léon Bloy, in una città cui si dà la colpa di aver fatto della
sua storia un oggetto di divertimento, di gaiezza ingannevole e di con­
sumismo spettacolare. n vasto «spiazzo della fiera» ridiventa «cam­
po di rovine» per un'élite che ostenta l'atteggiamento estetizzante
della noia e della melanconia mondana170 . Nella protesta contro il
progresso e l'ottimismo, contro lo sviluppo dell'industria e la volga­
rità dell'ostentazione del progresso materiale, il pessimismo deca­
dente di fine secolo vede in Parigi una capitale disseccata: «Da qua­
lunque lato si guardi, il piacere è morto», sentenziano i fratelli Gon­
court.
Questo esagerato tedio della vita, che oltrepassa il livello di una
consapevolezza di sé per quanto acuita, e che concentra i suoi strali
sul divertimento, sembra tuttavia esprimere molto poco di ciò che
sente la maggioranza dei Parigini. Possiamo forse intuire qualcosa
dell'esistenza di questo senso di malinconia o della sua consistenza,
se prendiamo in esame il tempo libero della classe media o della clas­
se operaia? Questa sindrome depressiva, sicuramente connessa a un
atteggiamento cattolico di tipo apocalittico, testimonia di una fine del
secolo tormentata dal senso di colpa di essersi troppo smarrita nei
piaceri: e così ci si chiede se non sia possibile ritornare alle sane feste
campagnole, allo spettacolo della natura, di contro alla dissolutezza
della città patologizzante. Intorno alla gita fuori porta e alle scampa­
gnate si vengono abbozzando nuovi modi di vivere il tempo della
città, modi in cui la natura viene fuori come luogo rinvigorente e co­
me possibile spazio di uno svago che rigenera e rimette in sesto171.
Di fronte al vivere freneticamente le ore del sabato sera, in cui il
moto accelerato e produttivista del divertimento è il contraltare del­
le ansie del secolo generate dalla modernità urbana e dai tempi lavo­
rativi, si vanno delineando i ritmi temporali della domenica. Lì dove
Léon Daudet non vede che «un terribile giorno di riposo per dei po­
veretti», è lì che oltre ai doveri religiosi si collocano le poste delle più
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 169

aspre lotte sociali172, in una tendenza alla massificazione del tempo


dello svago che deprime i decadenti. Piuttosto che giorno di piacere
e di gioia, la domenica è giorno di riposo, di assenza di fretta, di va­
canze. Lontano dallo stigma del lavoro essa rimanda al tempo psico­
logico e sociale dell'uomo e della natura, al tempo della libera espres­
sione del proprio sé individuale e della coesione famigliare. La do­
menica, teatri, music-hall, sale da ballo, riducono i prezzi; lo scopo
non è tanto quello di rendere più accessibile e facile per tutti lo sva­
go organizzato, quanto piuttosto di rendere redditizia l'apertura dei
locali, attirandovi una clientela impossibilitata a frequentarli in setti­
mana per mancanza di tempo e di denaro. Ma la domenica si presta
altresì ad un uso bucolico della città, a una rigenerazione mediante
passeggiate e marce all'aria aperta, a un lungo attimo di/ldnerie, a un
tempo per se stessi, sui boulevard, nei parchi, nei piccoli giardini
pubblici, nei boschi dove i Parigini meno agiati fanno il pic-nic, men­
tre i bambini giocano, e il tempo sembra essere scandito unicamente
dal dondolio dell'altalena. Già nel 1 860 Jules Vallès annota i tipici
comportamenti di questa folla tranquilla ed eterogenea che la dome­
nica va avanti e indietro sui boulevard: «l passanti camminano lenta­
mente, senza chiasso ... stanno passeggiando»173 .
È dal 1 849 che il PLM e i suoi treni turistici hanno reso la dome­
nica giorno di scampagnate e di verde per i Parigini più ricchi, indotti
a confrontarsi in modo diverso con una foresta ormai vista e sentita
sempre più come monumento storico e artistico174. Verso la fine del
secolo la notevole espansione della rete ferroviaria con la consistente
riduzione del prezzo dei biglietti, l'uso generalizzato della biciclet­
ta175, come anche la comparsa dell'automobile, mettono la campagna
e la foresta alla portata di tutti i Parigini. Le domeniche d'estate e di
primavera diventano giorni di fuga dalla città verso il verde: qui tut­
te le classi sociali, mescolate ma non indistinte, sembrano incontrar­
si nel modo più casuale.
Una volta oltrepassata la fangosa periferia piena di polvere che or­
mai in modo anarchico cinge quasi d'assedio la città, la campagna e
la foresta sono a portata di mano. I Parigini si sparpagliano in tutte le
direzioni, verso Ivry che offre abbondanti pascoli e un latte sopraffi­
no, o in direzione di Clamart o di Montreuil o di Bagnolet, lungo la
Marna, l'Oise e soprattutto lungo la Senna - «specchio delle gioie vo­
luttuose della domenica»176 quando l'acqua rimanda a un tempo al­
tro -; oppure ancora verso Billancourt, l'isola de la Grande }atte, e
ancora più lontano verso Robinson, Argenteuil o Bougival, Lagny o
Joinville oppure a più di un'ora di treno verso Pontoise o Rambouil-
170 L'invenzione del tempo libero. 1 850-1 960

let. Così sopraffatto dall'irresistibile voglia di verde di una moltitudi­


ne di Parigini, il territorio della vita e degli svaghi cittadini finisce per
estendersi ben al di là del solo agglomerato urbano. Dal suo canto an­
che l'industria dei divertimenti viene sollecitata a fare investimenti in
queste nuove aree di ricreazione: balli, caffè concerto all'aria aperta,
kermesse e feste fuori porta vengono a sconvolgere questi spazi ver­
di. Come nota anche Louis Morin nei suoi Dimanches parisiens: «In
tutti i luoghi che si possono raggiungere con le biciclette, caffè e ri­
storanti, come per incanto, hanno preso il posto delle bettole di pe­
riferia».
Ma qui le attività di svago conservano un carattere essenzialmen­
te campestre, in quanto meno soggette dei divertimenti cittadini alla
meccanizzazione. Ecco le vertigini delle giostrine con i cavallucci di
legno, cucine all'aperto e latterie dove si può ordinare una tazza di
latte appena munto, e i ristoranti che brulicano di clienti affamati per
l'aria buona e gli sforzi fatti nei giochi, al suono di una musica pigo­
lante o galoppante, mentre la folla va e viene, urla e si diverte in mez­
zo al puzzo della frittura e delle pietanze a base di pesce.
Benché investita dal business dello svago, la gita in campagna ri­
mane un momento di riposo dello spirito e un'occasione di grande
gioia per chi vive in città, che vi riscopre la felicità dello stare in com­
pagnia, di un ritrovarsi bucolico e bonaccione. Qui è possibile vive­
re tempi diversi: le consumazioni si alternano alle passeggiate, alle
pause, ai sonnellini, alle smemorate gite in canoa, ai bagni e al ripo­
sarsi poi sull'erba. Qui la felicità consiste nel ritrovarsi con un tempo
immobile e con il silenzio carico di vita di un attimo di sospensione.
Una nuova rappresentazione sociale della campagna e della foresta
inaugura il tempo della libertà, il tempo della domenica fuori porta.

Note

1 H. Heine, De la France (l• ed. 1832), Gallirn ard, Paris 1989, p. 89. Heine reinterpreta
in questo modo il proverbio tedesco «Wie Gott in Frankreich leben»?
2 Cfr. L.-S. Mercier, Le Tableau de Paris, Amsterdam, 12 voli., 1781- 1788; E. e ]. de
Goncourt, Histoire de la société française pendant le Directoire, (l" ed. 1864), Le Prome­
neur, Paris 1992; A. Martin-Fugier, La Vie élégante ou la formation du Tout-Paris 1815-
1848, Fayard, Paris 1990; E. Weber, Fin de Siècle. La France à la/in du XXe siècle, Fayard,
Paris 1986; C. Rearick, Pleasures o/the Belle Epoque. Entertainment and Festivity in Turn­
ofthe-century France, Yale University Press, London-New Haven 1985; T.]. Clark, The
Painting o/Modern Li/e. Paris in the Art o/Manet and his Followers, A. Knopf, New York
1985; e B. Stern-Shapiro (dir.), Pleasures o/Paris: Daumier to Picasso, Museum of Fine Art,
Boston 1991.
3 Cfr. Le Guide sentimental de l'étranger dans Paris par un parisien, 1878, p . 2 1 .
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 171

4 M . Twain, Le Voyage des Innocents. Un pique-nique dans l'Ancien Monde ( l ' ed.
1869), La Découverte, Paris 1982, p. 95.
5 Lo sviluppo di una «cultura giovanile» si potrebbe anche spiegare con l'accrescersi
del numero dei giovani redditieri che impiegano una parte rilevante del proprio tempo a
divertirsi. Cfr. Weber, op. cit. , p. 32, e A. Daumard, La Bourgeoisie parisienne de 1 815 à
1848, SEVPEN, Paris 1963 , e A. Daumard (dir.), Les Fortunes/rançaises au XJXc siècle, Mou­
ton, Paris-La Haye 1973 .
6 Nelle pagine del diario di Mrs. Trollope, l'ozioso, che non sempre appartiene neces­
sariamente all'alta società, è un gigolo; cfr. Voyage en France de Mrs. Trollope (l • ed. 1835),
Fayard, Paris, p. 1 1 3 . La stessa idea si ritrova in E. Bergerat, Revue de l'Exposition de 1889,
n. l, maggio 1889, che definisce Parigi come la «città delle 365 domeniche».
7 Cfr. G. Duby (dir.), Histoire de la France urbaine, t. III, La Ville classique de la Re­
naissance aux Révolutions, e t. IV, La Ville de l'age industrie!, Editions du Seuil, Paris 1983;
P. Francaste! (dir.), I:Urbanisme de Paris et l'Europe, 1600-1680, Klincksieck, Paris 1969;
P. Lavedan, Histoire de l'urbanisme à Paris, BHVP/Hachette, Paris 1975, e ]. Gaillard, Pa­
ris, la Ville 1852-1870. I:urbanisme parisien à l'heure d'Haussmann, Champion, Paris 1977.
8 Già dal diciottesimo secolo l'estensione della città costituisce per le autorità un pro­
blema difficile da risolvere. Cfr. M. Halbwachs, Les Expropriations et le prix des terrains à
Paris 1 860-1890, A. Colin, Paris 1909; A. Daumard, Maisons de Paris et propriétaires pari­
siens au XJXe siècle, Cujas, Paris 1965, e ].0. Rete!, Eléments pour une histoire du peuple
de Parzs au XJXc siècle, Csu, Paris 1966.
9 All'inizio del diciannovesimo secolo Parigi è una città molto grande che conta circa
seicentomila abitanti. Alla fine del secolo l'agglomerato parigino con il suo hinterland ne
conta più tre milioni. Cfr. A. Armengaud, La Population /rançaz"se au XJXc siècle, PUF, Pa­
ris 197 1 , e Histoire de la France urbaine, t. IV, cit. A proposito delle «reti», cfr. F. Caron
(dir.), Paris et ses réseaux: naissance d'un mode de vie urbain XJXe-xxe siècle, BHVP, Paris
1990.
1 0 P. Citron, La Poésie de Paris dans la littérature /rançaise de Rousseau à Baudelaire,
Editions de Minuit, Paris 1961; sull'analisi di una mitologia che ha le sue radici nella sto­
ria del diciannovesimo secolo e nelle sue fratture, cfr. Paris au XJXc siècle. Aspects d'un
mythe littéraire, PUL, Lyon 1984 ; ]. Guichardet (dir.), Errances et Parcours parisiens de Ru­
tebeufà Creve, Sorbonne nouvelle, Paris 1986; D. Oster, J.-M. Goulemot, Ecrire Paris, Edi­
tions Seesam, Paris 1990.
11 Cfr. Les provinciaux sous Louis XIV, «Revue de Marseille», n. 101, 2° trimestre 1975,
e M.-V. Ozouf-Marignier, La Formation des départements. La représentation du territoire
/rançais à la /in du XVIW siècle, Editions de l'EHESS, Paris 1989.
12 Cfr. A. Corbin, Paris-Province, in P. Nora (dir.), Les Lieux de mémoire, t. III, Les
Frances, vol. I, Conflits et partages, Gallimard, Paris 1992, pp. 778-823, e Paris-Province
1900, «Le Mouvement social», n. 160, luglio-settembre 1992.
13 In Citron, op. cit.
1 4 L.-S. Mercier, Nouveau Paris, 1799, t. III, p. 56.
15 Cfr. Les Tragiques d'A. d'Aubigné analizzate in questa prospettiva da M.-M. Frago­
nard, Parzs Babylone/Paris En/er chez Agrippa d'Aubigné, in Guichardet (dir.), Errances et
Parcours parisiens cit., pp. 2 1 -32.
16 Citron, op. cit. , p. 252.
17 Cfr. l'Emi/e, in CEuvres complètes, a cura di Gagnebin e Raynon, Gallimard, Paris
1969, t. IV, pp. 276-77. Alla fine del Libro IV: «Addio dunque, Parigi, città famosa, piena
di rumore, di fumo e di fango, dove le donne non credono più all'onore né gli uomini al­
la virtù. Addio, Parigi: noi cerchiamo l'amore, la felicità, l'innocenza; non ci allontanere­
mo mai abbastanza da te».
18 Balzac, La Fille aux yeux d'or, GF-Flammarion, Paris 1988, pp. 209-10.
1 9 Vedi L. Chevalier, Montmartre du plaisir et du crime, Laffont, Paris 1980, e Histoi­
res de la nuit parisienne (1940-1960), Fayard, Paris 1982. Vedi anche G. Macchia, Paris en
ruines, Flammarion, Paris 1988.
172 L'invenzione del tempo libero. 1 850-1960

20 Sulle patologie urbane tra mito e realtà statistica, cfr. Y. Lequin, Les citadins et leur
vie quotidienne, in Histoire de la France urbaine, t. IV, cit., pp. 301 sg.
2 1 R. Caillois, Paris, mythe moderne, in Le Mythe et l'homme (l" ed. 1937), Gallirnard,
Paris 1972. Vedi anche D. Oster, J.-M. Goulemot, Prefazione a La Vie parisienne, Sand­
Conti, Paris 1989, p. 37.
22
D. Oster, Parzs-Guide: d'Edmond Texier à Charles Virmaitre, in Oster e Goulemot
(dir.), Ecrire Paris cit., pp. 107-19.
23 Cfr. A. Corbin, Le sang de Paris, réflexions sur la généalogie de l'image de la capita­
le, in Le Temps, le Désir et l'Horreur, Essais sur le XIXc siècle, Aubier, Paris 1991.
24 Cfr. Oster, Goulemot, La Vie parisienne cit., p. 22.
25 Cfr. Corbin, Paris-Province cit., e J. Cassou, Du voyage au tourzsme, «Communica­
tions», 10, 1969, pp. 25-35.
26
Cfr. D. Nordman, Les Guides-Joanne, in P. Nora (dir.), Les Lieux de mémoire, t. II,
La Nation, vol. I, Gallimard, Paris 1986, pp. 529-69, e due tesi presentate per il diploma
universitario: G. Chabaud, P. Monzani, Les Guides de Paris aux XVIJe et XVIII' siècle, Pa­
ris-IV, 1979, datt. e F. Moret, J}Image de Paris à travers !es guides touristiques 1855-1889,
Paris-X, 1986, datt. Dello stesso autore, vedi Images de Paris dans les guides tourz"stiques en
1900, «Le Mouvement social», n. 160, cit., pp. 79-99.
27 Intorno ai legami fra modernità e interessi patrimoniali, cfr. F. Choay, Pensées sur la
ville, arts de la ville, in Hz"stoire de la France urbaine, t. IV, cit., pp. 157-27 1 .
2 8 È A . Privat d'Anglemont con i suoi Paris Anecdote (1854) e Parz"s Inconnu (1861)
che dà inizio a questa esplorazione della Parigi oscura e fantastica. «Esploratore nottur­
no», viene riconosciuto come il maestro incontestato di una serie di autori tra i quali A.
Delvau, Les Dessous de Parz"s (1860), e P.-L. Imbert, A travers Paris inconnu (1878).
29 Usiamo la stessa espressione di Oster in Paris-Guide: d'Edmond Texier à Charles Vi'r­
maitre, in Errances et Parcours cit.
3 0 L'espressione usata da A. Delvau nella sua guida del l867 verrà sistematicamente ri­
presa in tutte le guide successive francesi e straniere.
3 1 «l provinciali - scrive Flaubert nel l841 - vedono Parigi come un luogo estrema­
mente divertente, pieno di caffè, ristoranti, specchi, spettacoli e lampade a gas di grande
luminosità», in Correspondances cit., t. I, p. 40.
32 Cfr. C.-L. Philippe, citato in B. Vercier, Le Parzs de Charles-Louis Philippe, in Er­
rances et Parcours cit., p. 93 . Inoltre: Heine, op. cit. , 10 febbraio 1832.
33 Cfr. La Cagnotte di E. Labiche ( 1 864); P. Durand, Physiologie du provincia! à Parz"s
(1842).
34 Si deve agli orari dei treni se alla fine si impone una nuova precisione e omogeneità
del tempo.
35 Vedi A. Corbin, J}arithmétique desjours au XIX' siècle, in Le Temps, le Désir et l'Hor­
reur, Essais sur le XIX• siècle cit., e J. Léonard, Archives du corps. La Santé au XIX' siècle,
Editions Ouest-France, Rennes 1986, pp. 1 1 -52. Sulla distorsione dei tempi sociali, cfr.
Daumard, La Bourgeoisie parisienne cit., M. P erro t, Le Mode de vie des /amilles bourgeoi­
ses 1 873-1953, A. Colin, Paris 1961, e A. Corbin, Archai'sme et modernité en Limousin au
XIX' siècle, Rivière, Paris 1975. Sul mutamento dell'orario dei pasti, cfr. J.-L. Flandrin, Les
heures des repas en France avant le XIX' siècle, e A. Martin-Fugier, Les repas dans l'horai­
re quotzdien des ménages bourgeois à Paris au XIX' siècle, in M. Aymard, C. Grignon, F.
Sabban (dir.), Le Temps de manger, alimentation, emploi du temps et rythmes sociaux,
MsHIINRA, Paris 1993, pp. 197-232.
36 Noi parliamo qui dei piaceri di Parigi considerandoli come obiettivo economico di
un mercato dei consumi e di una politica turistica che M. du Camp analizza in Parzs, ses
organes, ses fonctions (6 voli.), 1869-1875, vol. VI, pp. 383-4.
37 R. Mauzi, [;Jdée de bonheur dans la littérature et la pensée /rançaz"ses au XVIII• siè­
cle, (l• ed. 1960), Slatkine, Genève-Paris 1979.
3 8 Nell'analizzare l'interdipendenza tra lavoro e piacere e piacere e lavoro, bisogne­
rebbe anche interrogarsi sui codici temporali legati alle rappresentazioni di tipo religioso:
sulle forme protestanti di astinenza nei confronti delle gioie che possono nascere dal la-
f. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 173

voro e dal capitale, e su quelle cattoliche, invece. Perché Londra e Parigi non hanno avu­
to un identico statuto mitologico?
39 Quanto ai modi di divertimento popolare e alla loro rappresentazione nel discorso
dei medici che si facevano osservatori sociali, cfr. Villermé, Tableau de l'état physique et
mora!des ouvriers employés dans les manu/actures, 1840. Sui comportamenti edonistici cfr.
in particolare J. Huizinga, Homo ludens. Essai sur la /onction sociale du jeu, Gallimard, Pa­
ris 1951 (ediz. ital. Einaudi, Torino 1949).
4 ° Cfr. J.-P. Aron, R. Kempf, Le Pénis et la démoralisation de l'Occident, Grasset, Paris
1978.
41 Cfr. B. Groethuysen, Origines de l'esprit bourgeois en France (l• ed. 1927), Galli­
marci, Paris 1977 (trad. it. Einaudi 1977), così come Sombart, Le Bourgeois cit., e N. Elias,
La Dynamique de l'Occident (l ed. 1939), Calmann-Lévy, Paris 1975.

42 Cfr. Le Droit à la paresse. Ré/utation du droit au travail de 1848 (l• ed. 1 880), Cli­
mats, Paris 1992.
43 Sulla storia del tempo e della sua misurazione durante il processo di modernizza­
zione, vedi Léonard, op. cit. , p. 5 1 , e D.S. Landes, J;Heure qu'il est, Gallimard, Paris 1987
(ediz. ital. Mondadori, Milano 1984).
44 Sul tema dell'individualità, vedi C. Bénichou, Individualità e soggetto nella psicolo­
gia della fine del XIX secolo, in Figure dell'individualità nella Francia tra Otto e Novecen­
to, Marietti, Genova 1993 .
45 Cfr. H. Gouhier, Maine de Biran par lui-meme, Editions du Seuil, Paris 1970; L. Mu­
rard, P. Zylberman, Le Petit Travailleur in/atigable ou le prolétaire régénéré, «Recherches»,
n. 25, novembre 1976. Sui diari, vedi P. Pachet, Le Baromètre de l'cime, Hatier, Paris 1991.
46 Cfr. N. Elias, La Société de cour, Calmann-Lévy, Paris 1974 (trad. it. n Mulino, Bo­
logna 1987 2).
47 Sul concetto di «classe affluente», vedi T. Veblen, Théorie de la classe de loisir, Gal­
limard, Paris 1970 (ediz. ital. Einaudi, Torino 1949).
4 8 Ci riferiamo qui a una tematica sollevata da C. Bénichou, J;ignorance des savoirs, in
C. Langlois, F Laplanche (dir.), La Science catholique. J;Encyclopédie théologique de Mi­
gne entre apologétique et vulgarisation, Editions du Cerf, Paris 1992, pp. 94-122.
49 Nello stesso momento in cui si avverte una accelerazione dei ritmi temporali, la fi­
gura del flrineur, con il suo spirito di osservazione della città, poeta o artista che egli sia,
invade la letteratura, in Baudelaire per esempio, in contrapposizione con quella degli sfac­
cendati, moltitudine volgare e spettatrice passiva degli avvenimenti. Cfr. L. Huart, Phy­
siologie duflrineur, 184 1 . Anche se lo sguardo dei contemporanei sembra aver contezza di
questa accelerazione dei ritmi urbani, vi sono testimonianze che moderano questa rap­
presentazione: J. Romains, Journal, 6 ottobre 1908, 1932, inoltre L. Jerrold, in La France
hier et aujourd'hui, 1917.
50 J. Vallès, Le dimanche d'un jeune homme pauvre, in Les Ré/ractaires, CEuvres com­
plètes, edizione diretta da L. Scheler, Editions françaises réunies, Paris 1955, t. IV, pp. 165-
82. Vedi anche il suo Tableau de Paris, Chroniques publiées dans «Gil Blas» et dans «La
France» (1882 et 1 883), raccolte da M.-C. Bancquart, Messidor, Paris 1989.
51 n mito della frugalità e della felicità del popolo propagandato nel diciottesimo se­
colo, già in L.-S. Mercier comporta la sicurezza che, a Parigi, la felicità, per i poveri, è im­
possibile: Tableau de Parzs cit., t. I, p. xv.
52 A. Comte-Sponville, Le vide desjours où rien ne manque, «Dimanche, Autrement»,
n. 107, maggio 1989, pp. 28-34. Sulla storia delle sensibilità, cfr. A. Corbin, Histoire et
anthropologie sensorielle, in Le Temps, le Désir et l'Horreur cit., pp. 227-44.
53 Cfr. G. Thuillier, J;Imaginaire quotidien au XIX• siècle, Economica, Paris 1985, pp.
69-82.
54 Cfr. Corbin, Archaisme et modernité cit., così come Les paysans de Parzs. Hz"stoire des
Limousins du batiment au XIX• siècle, in Le Temps, le Désir et l'Horreur cit.
55 1 1 novembre 1897, citato da Vercier, op. cit. , p. 98.
56 Rintracciabili in Vallès, dal quale la strada è stata definita come un «antiboulevard»,
queste nuove rappresentazioni della frugalità popolare si possono leggere, per esempio,
174 I.;invenzione del tempo libero. 1 850- 1960

nei Croquis parisiens diJ.-K. Huysmans e alimentano la nuova immagine poetica di Parigi
sia nel cinema che nella fotografia degli inizi del ventesimo secolo.
57 Cfr. Martin-Fugier, La Vie élégante cit.
5 8 A. Delvau, Les Plaisirs de Paris (l• ed. 1867), Editions Seesam, Paris 199 1 , p. 20.
59 Cfr. A. Corbin, Paris-Province, in Les Lieux de mémoire, t. III, cit., vol. l, p. 789.
60 Negli Archives du corps cit., p. 29, J. Léonard conduce un'analisi dettagliata degli
orari dei pasti in funzione dei luoghi di provenienza e degli ambienti sociali.
6 1 Cfr. M. Agulhon, Le Cercle dans la France bourgeoise 1 810-1848. Etude d'une muta­
tion de sociabilité, «Cahiers des Annales», 36, A. Colin, ):>aris 1977.
62 Cfr. A. Delvau, Les Heures parisiennes, 1866; Anonimo, Guide des plaisirs de Paris,
1 899; A.-P. de Lannoy, Les Plaisirs et la vie de Paris. Guide du /laneur, 1900. Vedi anche
M. Allem, La Vie quotidienne sous le Second Empire, 1948; J. Lever, Les Idées et !es mr:eurs
au siècle de l'optimisme 1 848- 1 9 14, Flammarion, Paris 1969; H. Magnelier, Paris impérial.
La vie quotidienne sous le Second Empire, A. Colin, Paris 1990.
63 Cfr. W. Benjamin, Paris, Capitale du XIX• siècle (l • ed. 1927-29 e 1934-40), Editions
du Cerf, Paris 1989 (ediz. ital. Einaudi, Torino 1986). Vedi anche G. Haussmann, Mé­
moires, Paris 1 890, 3 voli.; P.-A. Touttain, Haussmann artisan du Second Empire, créateur
du Paris moderne, Griind, Paris 197 1 ; J. Gay, I.;Amélioration de l'existence à Paris sous le
règne de Napoléon III, Droz, Genève 1986; R.-H. Guerrand, Mr:eurs citadines. Histoire de
la culture urbaine XIX•-XX• siècle, Quai Voltaire, Paris 1992, pp. 193-240. Contro l'urba­
nistica moderna e sul «terrorismo della squadra e del compasso», cfr. V. Fournel, Paris
Nouveau, Paris Futur, 1 865, pp. 2 19-2 1 . Sull'estetica fin de siècle che si ribella contro la
modernità, cfr. J. Réda, Les Ruines de Parzs, Gallimard, Paris 1978.
64 Cfr. L. Passion, Marcher dans Paris au XIX• siècle, in Paris et ses réseaux cit.; sulle re­
ti elettriche, cfr. A. Beltran, La Fée et la servante: la société/rançaise /ace à l'électricité, Be­
lin, Paris 199 1 ; sugli acquedotti, cfr. J. Csergo, Liberté, Egalité, Propreté. La morale de l'hy­
giène au XIX• siècle, Albin Miche!, Paris 1988. Sulla razionalizzazione della circolazione
urbana e dell'uso del tempo, cfr. P. Aydalot, M. Roncayolo, Industrialisation et croissance
urbaine dans la France du XIX• siècle, Editions de l'EHESS, Paris 1981.
65 Cfr. A. Sutcliffe, The Autumns o/Centra! Paris. The Dea/eat o/Town Planning 1 850-
1 870, E. Arnold, London 1970.
66 Gaillard, Paris la Ville cit.; P. Sansot, ]ardins publics, Payot, Paris 1993.
67 Cfr. Mrs. Trollope, op. cit. , pp. 40, 52; Mrs. Gore, Parzs in 1 84 1 , London 1 842.
68 Delvau, op. cit., p. 60.
69 Espressione presa in prestito da Sansot, op. cit.
70 Sui limiti geografici della «vita parigina», cfr. Moret, op. cit. , e M.-C. Bancquart, Du­
Paris Second Empire au Paris des écrivains fin de siècle, in Ecrire Parzs cit., pp. 43-53.
7 1 Balzac, Illusions perdues, Folio-Gallimard, Paris, pp. 252-6 1, e du Camp, op. cit. , in ­
troduzione a t. I. n tema del panorama, dello sguardo che consente di appropriarsi della
città, è un tema ricorrente nella letteratura del diciannovesimo secolo.
72 Delvau, op. cit. , p. 94.
73 Cfr. E. Hénard, Les Voitures et !es passants. Etudes sur !es transformations de Paris,
1906, fase. 7. Sulla mobilità, intesa come significato profondo dell'urbanizzazione del Se­
condo Impero, cfr. E. About, Le Progrès, Paris 1 865; N. Evenson, Parzs, a Century ofChan­
ge 1 878-1978, Yale University Press, London-New Haven 1979. Sui limiti della mobilità a
Parigi, A. Morizet, Du vieux Paris au Paris moderne, 1932, p. 29, e J. Guichardet, Balzac
archéologue de Paris, Paris 1986. Nonostante agli inizi del ventesimo secolo si profili lo svi­
luppo del trasporto di massa, i lavoratori che costituiscono il popolino dei quartieri peri­
ferici non sembrano voler approfittare delle possibilità di spostamento offerte dai nuovi
mezzi di trasporto e infatti lasciano raramente il proprio quartiere di residenza.
74 Delvau, op. cit. , p. 29. n «Figaro illustré» del marzo 1888 presenta il boulevard co­
me «un teatro di varietà».
75 Secondo l'espressione di Sansot, op. cit. , p. 19. L'Encyclopédie consacra un intero ar­
ticolo alla «panchina da giardino»; sembra che, prima del diciannovesimo secolo, le pan-
f. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 175

chine pubbliche, chiamate anche «panchine di comodità», «panchine per riposare», e an­
che «panchine familiari» siano state installate solo nei giardini.
76 Verso il 1 830 cominciano a sorgere i bazar più importanti; sotto la monarchia di Lu­
glio il commercio di lusso si sposta dal Palais-Royal ai boulevard; cfr. J. Bertaut, Le Boule­
vard, 1957. Alla fine del diciannovesimo secolo, è sempre sui boulevard che si concentra­
no i negozi più belli di Parigi, cfr. Moret, op. cit.
77 Alla fine del secolo, a Parigi si contano circa ventisettemila caffè. Vedi M. Crubel­
lier, M. Agulhon, Les citadins et leurs eu/tures, Histoire de la France urbaine, t. IV, cit., p.
436; B. Lacoq, Le ca/é, in Les Lieux de mémoire, t. III, cit., vol. II.
7 8 Sul significato di «bere insieme», vedi V. Nahoum-Grappe, La Culture de l'ivresse.
Essai de phénoménologie historique, Quai Voltaire, Paris 1991. A.-P. de Lannoy scrive nel
1900: «Ci si va a sedere ai tavolini all'aperto di un caffè come si va alle corse, per vedere la
strada», op. cit. , p. 2 1 .
79 «La Francia è il Parnaso della cucina, e Parigi è la vetta del Parnaso», afferma la Gui­
de sentimental de l'étranger dans Paris, 1878, p. 2 1 . Cfr. P. Andrieu, Histoire des restaurants
en France, Paris 1955 ; }.-P. Aron, Le Mangeur du XIX• siècle, Laffont, Paris 1973 . Così co­
me J. -R. Pitte (dir.), Les Restaurants dans le monde et à travers !es ages, Glénat, Grenoble
1990.
80 Balzac, Théorie de la démarche, in La Comédie Humaine, studi analitici, abbozzi re­
lativi à La Comédie Humaine, Bibliothèque de la Pléiade, t. XII, 1981, e così Histoire et
Physiologie des boulevards de Paris, in Le Diable à Paris, t. II, 1846. Vedi inoltre Sur !es bou­
levards Madeleine-Bastille, il catalogo dell'esposizione della Bibliothèque cles Travaux hi­
storiques de la ville de Paris, 1992.
81 Cfr. Huart, Physiologie cit., p . 33. Egli schizza il quadro di una controtemporalità
propria dei boulevard, quella «di una famiglia, rispettabile ma annoiata, che come distra­
zione della domenica sera si offre una passeggiata lungo l'intero circuito dei boulevard, a
partire da La Madeleine fino alla Bastiglia. E siccome la domenica tutti i negozi sono chiu­
si, l'unica ricreazione per i suoi occhi è quella di una serie ininterrotta di serrande verdi
abbassate».
82 Cfr. G. Hell-Giraud, Brasseries de Part's XJXe-XX• siècle, in Les Restaurants dans le
monde et à travers !es ages cit.
83 Nei Mes Souvenirs. Les boulevards de 1 840 à 1870, 1 884, G. Claudin stigmatizza l'in­
vasione operata dal turismo che ha cambiato la fisionomia e lo statuto stesso del boule­
vard.
84 Cfr. C. Prochasson, De la culture des /oules à la culture de masse, in A. Burguière, J.
Revel (dir.), Histoire de la France, vol. III, Editions du Seuil, Paris 1993, pp. 42 1 -55.
85 Cfr. Lever, op. cit. ; cfr. anche M. Twain che passeggia al Bois il giorno della sfilata
imperiale, op. cit. , p. 1 18.
86 È questa formula poco allettante che la Guide-]oanne del 1863 usa per presentare il
bosco di Vincennes.
87 Delvau, op. cit. , p. 39, e de Lannoy, op. cit.
88 Cfr. Sansot, op. cit. , a proposito del giardino pubblico, che consente di astrarsi dal­
la città e di abbandonarsi alla «vacanza dell'essere», p. 75 e pp. 98- 100.
89 Haussmann, citato in B. Kalaora, Les salons verts: parcours de la ville à la /oret, in
Tant qu'il y aura des arbres. Pratiques et politiques de nature. 1 870-1960, «Recherches», 45,
settembre 1981, pp. 85-109.
90 V. Hugo, citato in Citron, op. cit. , t. II, p . 173 . Sulla statuaria e il suo ruolo educati­
vo sotto la Repubblica, cfr. Crubellier, Agulhon, op. cit. , pp. 424-9.
9 1 Cfr. J.-C. Caron, Générations romantiques. Les étudiants de Paris et le Quartier latin
1814-1850, A. Colin, Paris 1991.
92 G . Coquiot, Dimanches d'été, 1897, p p . 18-19.
93 C.-L. Philippe, Marie Donnadieu, citato in Vercier, op. cit. , p. 100.
94 Cfr. W. Benjamin, Les Passages, in op. cit. (ediz. ital. cit.). L'espressione si deve a B.
Lemoine, Les Passages couverts en France, DAA, Paris 1989, p. 7 .
95 Sul tema della galleria come zona dove h a inizio l'economia di mercato, cfr. W.
176 L'invenzione del tempo libero. 1 850-1 960

Benjarnin, op. cit. (ediz. ital. cit.). Cfr. inoltre B. Rouleau, Le Tracé des rues de Paris, CNRS,
Paris 1983 .
96 W. Schivelbusch, La Nuit désenchantée, Le Promeneur, Paris 1993.
97 Balzac, La Cousine Bette, in op. cit. , pp. 99-100; E. Briffault, La nuit de Paris, in Le
livre des Cent et un, 1832.
98 Vedi Paris la nuit di Méricourt (1855), che trae ispirazione dalle luci dell'Exposition
Universelle.
99 Cfr. ]. Lemer, Paris au Gaz., 1 861, o Gas Light andDay Light (s.d.);J. Rodenberg, Pa­
ris bei Sonnenschein und Lampenlicht, 1867, p. 45. Un altro argomento di riflessione po­
trebbe esser dato dal divario esistente tra l'illuminazione pubblica e quella delle abitazio­
ni private: si comprenderebbe meglio il fascino e la meraviglia che la strada e i magazzini
con le loro luci esercitano sui passanti.
100 «L' enorme quantità di gas che brucia dappertutto nelle strade riscalda e ispessisce
l'atmosfera al punto che, durante le notti di luglio, si ha l'impressione di essere in una enor­
me sala di concerto», scrive H. Jarnes nel 1876.
1 01 A Balzac le cave di Parigi fanno immaginare «i miliardi di anni, i milioni di popoli
che tanto la debole memoria umana quanto l'indistruttibile tradizione divina hanno di­
menticato», in La Peau de chagrin, Bibliothèque de la Pléiade, t. IX, p. 29. Su questo mon­
do sotterraneo, vedi J. Janin, Les Catacombes. 1839. E inoltre, L. Chevalier, Classes labo­
rieuses et Classes dangereuses à Paris pendant la première moitié du XIX• siècle, Plon, Paris
1958 (trad. it. Laterza, Roma-Bari 1976).
102 A. Esquiros, Les cimetières de Paris, «La Revue de Paris», febbraio 1 844. La visita
alle catacombe non ha alcun punto di contatto con quella ai cimiteri, che risente mag­
giormente di un rapportarsi romantico con la morte e con l'eternità e di una /lanerie sto­
rica alla ricerca di monumenti del passato e di personaggi illustri.
1 03 Cfr. E. Texier, Tableau de Paris, 1852, t. II, pp. 147-8.
1 04 In E. Texier, T. Delord, A. Frémy, Les Petits Paris, 1854.
105 Ne dà testimonianza il lavoro del Dr Parent-Duchatelet, Essai sur !es cloaques ou
égouts de la ville de Paris, 1 824.
1 06 du Carnp, op. cit.
107 Fenomeno che è da mettersi in rapporto con l'emergere di una cultura di massa nel­
l'ambito urbano. Cfr. Prochasson, op. cit.
1 08 Cfr. M. Agulhon, Paris, in Les Lieux de mémoire, t. III, cit., vol. III, pp. 869-909.
109 Cfr. D. Roche, Le Peuple de Paris. Essai sur la culture populaire, Aubier, Paris 1981,
pp. 242-77, che analizza l'essenza degli svaghi del popolo di Parigi nel XVIII secolo: «Sot­
to l'aspetto organico, la speranza è corporea, e, nel tempo liberato della festa, il popolo
esprime questo suo istante di libertà con la profusione e lo spreco del tempo e del dana­
ro», p. 273 . Su questo argomento, vedi anche ]. Rougerie, Espace populaire et espace révo­
lutionnaire, Institut d'histoire économique et sociale de Paris-1, 1977; A. Farge, Vivre dans
!es rues de Paris, Gallimard, Paris 1992, e P. Léon, Histoire de la rue, 1947; F. Gasnault,
Guinguettes et lorettes. Bals publics et danse sociale à Paris au XIX• siècle, Aubier, Paris
1986.
11° Cfr. Huizinga, op. cit. ; F. Freundlich, Le Monde du jeu à Paris au XVIII• siècle, Al­
bin Miche!, Paris 1995.
1 1 1 Sulle tradizioni campagnole e la loro permanenza, cfr. P. Laslett, Un monde que
nous avons perdu, Flarnmarion, Paris 1969; R. Muchembled, Culture populaire et culture
des élites dans la France moderne (XV•-XVIIJe siècle), Flarnmarion, Paris 1978; Y. Lequin,
Les citadins et leur vie quotidienne, e M. Crubellier, M. Agulhon, Les citadins et leurs cui­
tures, in Histoire de la France urbaine, vol. IV, cit., pp. 275-355 e 359-470. Sui «paesi pari­
gini», vedi L. Chevalier, La Formation de la population parisienne, !NEO, Paris 1950; A.
Corbon, Le Secret du peuple de Paris, 1865.
11 2 Cfr. G. Jacquemet, Belleville au XIX• siècle: du village à la ville, Editions de l'EHESS,
Paris 1984.
11 3 Quanto al declino delle pratiche tradizionali di sociabilità a Parigi, vedi H. Leyret,
En plein /aubourg, Mceurs ouvrières, Paris 1 895; P. Sorlin, La Société /rançaise, t. l, 1 840-
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 177

1914, Arthaud, Paris 1969; J.M. Merriman, Aux marges de la ville. Faubourg et banlieues
en France 1815-1870, Editions du Seui!, Paris 1994.
1 1 4 Y. Lequin, Les citadins, !es classes et !es luttes sociales, in Histoire de la France ur­
baine cit., p. 499.
1 1 5 Cfr. A. Plessis, Une France bourgeoise, in Histoire de la France. Les /ormes de la cul­
ture cit., pp. 22 1-300.
1 1 6 Cfr. G. d'Avene!, Le Nivellement desjouissances, 1913. In quest'ambito, l'esempio
più eloquente viene fornito dagli abiti e dal livellamento dei modi di apparire, cfr. P. Per­
rot, Les Dessus et !es dessous de la bourgeoisie. Une histoire du vetement au XIX" siècle,
Fayard, Paris 1981.
1 17 A. Rauch, Boxe, violence du XX" siècle, Aubier, Paris 1992, e Mises en scène du corps
à la Belle Epoque, «Vingtième siècle, revue d'histoire», n. 40, ottobre-novembre 1993, pp.
33-44.
1 1 8 A.-M. Thiesse, Le Roman du quotidien, lecteurs et lectures populaires à la Belle Epo­
que, Le Chemin vert, Paris 1984; M. Miller, Au Bon Marché: 1869-1920, Le consommateur
apprivoisé, A. Colin, Paris 1987; J.-P. Caracalla, Le Roman du Printemps. Histoire d'un
grand magasin, Denoel, Paris 1989; sul tema dell'immaginario dei consumatori e dei suoi
legami con l'architettura dell'abbondanza, vedi J.-F. Pinchon, Les Palais d'argent, catalo­
go dell'esposizione del Musée d'Orsay (1992), Musées nationaux, Paris 1992.
1 1 9 Cfr. Crubellier, Agulhon, op. cit., pp. 457-58.
1 20 La legge del luglio 1 880 che istituisce la commemorazione del 14 luglio 1789, de­
cretato giorno di festa nazionale, si situa in un momento in cui la propaganda patriottica
compie un considerevole sforzo incentrandolo intorno a tre poli di attività di svago carat­
teristici della sociabilità repubblicana: la ginnastica, il tiro a segno e la musica.
1 2 1 Sulle carriere degli impresari di spettacoli e sui modelli di riuscita sociale da loro
offerti, vedi C. Condemi, Les Ca/és-concert: histoire d'un divertissement, 1849- 1 9 14, Quai
Voltaire, Paris 1992, e Rearick, op. cit.
122
Cfr. J. Seigel, Paris bohème: culture et politique aux marges de la vie bourgeoise, 1830-
1930, Gallimard, Paris 199 1 .
1 23 Sulla storia delle piscine parigine, cfr. Csergo, op. cit. , cap. III.
1 24 Cfr. Rearick, op. cit. , p. 29.
1 25 Cfr. A. Husson, Les Consommations de Paris, 1 875; J. Singer-Kerel, Le Cout de la
vie à Paris de 1 840 à 1954, A. Colin, Paris 1961.
1 26 Thiesse, op. cit. , Appendice l, pp. 61-72. Dalle interviste realizzate con undici per­
sone nate tra il 1883 e il 1900 si ricava: l) che l'arrivo a Parigi coincide in genere per i pro­
vinciali con la scoperta del mondo degli spettacoli: teatro, caffè concerto, music-hall e più
tardi cinema; 2) che i locali maggiormente frequentati sono quelli di quartiere.
1 27 Cfr. J.-P. Rioux, Le sam' di soir après l'turbin, in «Frissons fin de siècle 1 889-1900»,
«Le Monde», 24 agosto 1990.
1 28 A lungo popolare, anche nelle campagne, grazie alle compagnie ambulanti, il tea­
tro attira spettatori di ogni ceto sociale, e, allo stesso titolo della canzone, costituisce un
buon affare in una società scarsamente alfabetizzata. Durante la Restaurazione, mentre il
teatro sovvenzionato presenta un repertorio austero e ufficiale, i teatri di boulevard si mol­
tiplicano e vengono contestando i testi tradizionali dei teatri nazionali. Negli anni succes­
sivi del secolo, le produzioni si differenziano considerevolmente grazie ad autori dram­
matici sempre più numerosi che mirano a soddisfare le aspettative di tutti i tipi di pubbli­
co, e in particolare della piccola e media borghesia e degli strati superiori del proletariato.
Sicché molto giustamente A.-P. de Lannoy può scrivere nel 1900: «ll teatro occupa un po­
sto preponderante nella vita dei popoli».
1 2 9 Cfr. Thiesse, op. cit. , Appendice 1: un rapido elenco dei teatri del centro di Parigi
che attirano il pubblico popolare: Ambigu, Chatelet, Mogador, Gymnase, les Célestins, El­
dorado. Due donne, l'una sposata con un capo contabile, l'altra figlia di un operaio del­
l' arsenale militare e di un'operaia delle filande dicono di aver frequentato, la prima il Théa­
tre-Français, e la seconda l'Opéra, l'Odéon e il Théatre-Français.
1 3 0 Vedi H. Thétard, Coulisses et secrets du cirque, 1934.
178 I.:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

m Prochasson, op. cit. , p. 422.


132 Sulla tematica così formulata, vedi M. Crubellier, M. Agulhon, Les citadins et leurs
eu/tures, in Histoire de la France urbaine, vol. IV, cit., pp. 359-470.
1 33 Cfr. M. Bachtin, I.:CEuvre de François Rabelais et la culture populaire au Moyen Age
et sous la Renaissance, Gallimard, Paris 1970 (ediz. ital. Einaudi, Torino 1979). Quanto al­
la persistenza dei valori carnevaleschi all'interno delle danze praticate nel diciannovesimo
secolo, vedi Gasnault, op. cit.
1 3 4 Cfr. Histoire de la France urbaine cit., vol. IV.
1 3 5 Su quest'argomento, vedi P. Ory, Les Expositions universelles, Rarnsay, Paris 1982;
J.-J. Bloch, M. Delort, Quand Paris allait à l'Expo, Fayard, Paris 1980.
1 36 Stiamo qui facendo riferimento a una tematica discussa con J.-P. Aron in occasio­
ne del seminario, da lui tenuto all'EHESS nel 1987, dedicato alla sensibilità contempora­
nea; vedi anche P. Yonnet, Jeux, modes et masse, Gallimard, Paris 1985.
m C. Prochasson, op. cit. Molto giustamente, l'autore adopera l'espressione «passio­
ne di vedere».
138 Vedi G.-A. Langlois, Folies, Tivolis et attractions, DnA-Ville, Paris 1991.
13 9 Quando parliamo di americanizzazione produttivistica dello spettacolo, facciamo
riferimento, ad esempio, al circo Barnum and Barley che presenta, nella sua permanenza
a Parigi negli anni 1901-1902, il più grande spettacolo del mondo: tre tendoni, 100 nume­
ri diversi, 900 artisti, 450 cavalli e 750 animali selvaggi che si esibiscono in una simulta­
neità di spettacoli grandiosi e sensazionali.
1 4 0 L' Esposizione del 1900, inaugurata da F Loubet, si estende per 1 12 ettari di terre­
no e attira 50 milioni circa di visitatori.
1 4 1 Nel suo insieme, l'Esposizione del 1900, rispetto alle esposizioni precedenti, met­
te in mostra meno innovazione tecnologica. Una caratteristica che deve essere messa in re­
lazione, senza dubbio, con la nostalgia del passato che in quell'epoca si esprime anche in
altri ambiti culturali.
1 4 2 Cfr. S. Gédion, La Mécanisation du pouvoir. Contribution à l'histoire anonyme, Cc!-
Beaubourg, Paris 1980.
14 3 Cfr. C. Studeny, Le Vertige de la vitesse, tesi discussa all 'EHESS, 1990, pp. 102-10.
1 44 Cfr. Léonard, Le temps vécu cit., pp. 1 1-53 .
1 4J Vedi V. Nahoum-Grappe, I.:ingouvernable gratuité: les conduites de vertige, «Com­
munications», 56, 1993, pp. 155-73.
1 4 6 Citato in Bloch, Delort, op. cit. , p. 132.
1 47 Nahoum-Grappe, op. cit. , p. 169 e, sulla vertigine data dall 'ebbrezza, La Culture de
l'ivresse cit. Sull'ebbrezza legata al consumo di psicofarmaci è inoltre da vedere Yvorel,
Les Poisons de l'esprit cit.
1 4 8 Diverse testimonianze concordano sull'inclinazione mostrata dai Parigini, a qual­
siasi categoria sociale essi appartenessero, per le visite, durante il tempo libero dedicato al­
lo svago, all'ingresso del carcere dei condannati della Roquette. Le Guides-Joanne segna­
lano come delle curiosità turistiche le esecuzioni pubbliche, non diversamente dalle visite
alle prigioni o all'obitorio, dove le camere mortuarie sono aperte al pubblico; lo stesso M.
Twain vi si recherà, durante il suo soggiorno a Parigi del 1 867.
1 49 Sul trionfo del cinema a spese del panorama, vedi A. e M. Jacques, Une Saison Lu­
mière à Montpellier, lnstitut Jean Vigo, 1988; vedi anche Lumières sur Lumière, Institut
Lumière/PUL, Lyon 1987 .
IJO Sul sogno d'Oriente che i bagni pubblici fanno sorgere, cfr. Csergo, op. cit. , pp. 183-
2 10; per le fumerie d'oppio, vedi Yvorel, op. cit.
IJI de Lannoy, Les Plaisirs et la vie de Paris cit.
1 J2 Cfr. Rauch, op. cit. Durante tutto il secolo si moltiplicano le leggi contro gli spetta­
coli cruenti - combattimenti fra animali, corride, ecc. Un segno non solo del sospetto che
ormai si nutre sul danno morale che questi spettacoli comportano, ma anche del loro es­
sere divenuti intollerabili per la sensibilità cittadina coeva. Sulla problematica più genera­
le della violenza e dei suoi limiti nel diciannovesimo secolo, cfr. F Chauvaud, De Pierre Ri­
vière à Landru. La violence apprivoisée au XJXe siècle, Brép ols, Paris 1991.
]. Csergo Estensione e trasformazione del tempo libero in città 179

1 53 Cfr. S. Zweig, Le Monde d'hier. Souvenirs d'un européen, Belfond, Paris 1982, p. 19.
154 Sulla tradizione del rumore e della festa, cfr. Léonard, Archives du corps cit., cap.
v. pp. 2 14-23 .
1 55 Intorno ai testi delle canzoni, vedi Condemi, op. cit.
15 6 Cfr. Senac-Mancaut, Histoire du caractère et de l'esprit /rançais, 1867, e L. Philibert,
Le Rire. Essai de littérature morale et psychologique, 1883.
15 7 Cfr. M. Bachtin, op. cit. ; sull'humour a teatro, cfr. T. Zeldin, Bonheur et humour, in
Histoire des passions /rançaises, Recherches, Paris 1979, vol. III, pp. 338-422.
158 Cfr. Y. Guilbert, La Chanson de ma vie. Mes mémoires, 1927.
15 9 Vedi M.- V. Gauthier, Chanson, sociabilité et grivoiserie au XIXc siècle, Aubier, Pa­
ris 1992.
1 60 Sul processo di femminilizzazione dell'immagine della città a partire dal diciottesi­
mo secolo, V. Nahoum-Grappe, Beauti-Laideur. I:esthétique du corps en question au XVIIJe
siècle, tesi presentata all'EHESS, 1987. A proposito della sua successiva erotizzazione, A.
Corbin, Coulisses, in P. Ariès e G. Duby (dir.), Histoire de la vie privée, vol. IV, De la Ré­
volution à la Grande Guerre, Editions du Seui!, Paris 1987, pp. 413-6 1 1 (trad. it. La vita
privata, vol. IV, I.:Ottocento, Laterza, Roma-Bari 1988, pp. 329-486).
161 Cfr. A. Corbin, Les Filles de noce. Misère sexuelle et prostitution aux XIX" et XX•
siècles, Aubier, Paris 1978, rist. Flammarion, Paris 1986.
162 Cfr. L. Czyba, Paris et la lorette, in Paris au XIX• siècle cit., pp. 107-23 .
163 M. Delsol, Paris Cythère, 1893, p. 149, e Coquiot, op. cit. , 1897.
164 Cfr. ]. Lorrain, Jeunesse, Sensations et souvenirs, 1895. Su questo «mal du siècle»,
cfr. Corbin, in Histoire de la vie privée, vol. IV, cit., pp. 563-61 1 (trad. it. cit., pp. 446-86).
E inoltre, Les énervés de la Belle Epoque, «Magazine littéraire», n. 288, maggio 199 1 .
1 65 Corbin ha messo l'accento su questo problema, in Le sang de Parzs cit.
166 Schivelbusch, op. cit. , pp. 159 sg.
167 Cfr. Gasnault, op. cit.
168 Sul tema della lettura, cfr. Thiesse, op. cit. Per quel che concerne gli usi sociali del­
la radio («ci vuole del tempo libero per ascoltarla»), cfr. R. Robin (dir.), Masses et culture
de masse dans les années trente, Editions Ouvrières, Paris 199 1 , pp. 61 sg.; P. Sansot, La
France sensible, Champ Vallon, Seyssel 1985.
169 Sul tema generale della privatizzazione, cfr. Ariès, Duby (dir.), Histoire de la vie
privée, vol. IV ci t. (trad. it. cit.); vedi anche R. Sennett, Les Tyrannies de l'intimité, Editions
du Seui!, Paris 1979.
1 7° Cfr. R. Klibansky, E. Panofsky, F. Saxl, Saturne et la Mélancolie, Gallimard, Paris
1989 (ediz. ital. Einaudi, Torino 1983), vedi anche G. Sagnes, I.:Ennui dans la littérature
/rançaise de Flaubert à Laforgue 1848-1 884, A. Colin, Paris 1969; e A. Symons, The Deca­
dent Movement in Litterature, 1983 .
17 1 Cfr. J.-L. Parisis, M. Peraldi, Desjardins des CEuvres aux chantiers du Maréchal. . . Mi­
se au vert et encadrement des masses, in Tant qu'il y aura des arbres, pp. 159-204.
1 72 Cfr. C. Thibault, Plaidoyers pour le repos dominical 1 880-1906 e De la Saint-Lundi
aux grands boulevards, <<Dimanche. Le temps suspendu, Autrement», n. cit. , pp. 97-104 e
1 1 6-20.
173 Vallès, Le dimanche d'un jeune homme pauvre cit., p. 49.
1 74 Cfr. Kalaora, Les salons verts. Parcours de la ville à la /oret, in Tant qu'il y aura des
arbres cit., pp. 85- 1 12.
1 75 Alle origini la bicicletta è un mezzo di trasporto il cui uso rimane riservato ai ricchi
oziosi; è solo un po' prima della guerra che la diminuzione del prezzo di vendita la mette
alla portata degli operai, soprattutto di quelli non ancora sposati.
17 6 L. Morin, Les Dimanches parisiens. Notes d'un décadent, 1898, p. 2 13 e p. 40.
Capitolo quinto''<

n tempo libero, che permette di rompere con i ruoli quotidiani,


comporta l'esperienza del vuoto delle ore. Era dunque opportuno
prestare attenzione alla codifica dei suoi impieghi, ai propositi di di­
stinzione, di promozione o di semplice distrazione che li determina­
no; soffermarsi, in particolare, su ciò che regola le maniere di essere,
contemporaneamente, spettatori e oggetto di spettacolo, nel mecca­
nismo complesso della rappresentazione sociale che costituisce il di­
vertimento collettivo.
Quest'ultimo si svolge nell'interazione degli individui e dei grup­
pi. Era importante analizzare il mobile schema dell'incontro sociale
che si effettua, secondo la qualità e la configurazione degli spazi, in
coincidenza della sospensione degli altri tempi sociali; cosa che por­
ta Gabriella Turnaturi a individuare, nell'intreccio dei comporta­
menti, la tensione che s'instaura fra l'intervento, la spontaneità crea­
trice e la passività; fra il bisogno di visibilità e la ricerca dell'oscurità.
Agli occhi degli inoperosi che si dedicano all'ozio coltivato, il tempo
libero può sembrare semplice dilatazione della disponibilità del quo­
tidiano; in realtà, è per loro tempo dell'ostentazione, della costruzio­
ne dell'identità sociale; dunque di una forte responsabilità verso di
sé. Per il lavoratore, invece, il tempo libero può essere reale momen­
to di evasione; a meno che non appaia come una sequenza privilegia­
ta di apprendimento delle tattiche di promozione.
Le città del nuovo regno d'Italia costituiscono un magnifico labo­
ratorio per chi si accinge a dipanare la matassa dei molti modi di vi­
vere il tempo libero. A partire dal 1 870, la forza delle tradizioni pro­
vinciali cede il passo all'apprendistato dell'Unità. Si opera il passag­
gio dalle corti alla corte. Le élite che viaggiano misurano le dimen­
sioni del territorio nazionale, mentre si sperimentano le istituzioni de-

* Traduzione dal francese di Carla Patanè.


1 82 I:invenzione del tempo libero. 1 850-1 960

mocratiche della nuova Italia. Soprattutto, l'esodo rurale, massiccio,


va a ingrossare delle città la cui configurazione non è stata ancora
sconvolta da un'industrializzazione che tarda a venire.
Gabriella Turnaturi ricostruisce qui le modalità successive dell'in­
contro sociale, le diverse maniere in cui si esprimono l'ansia colletti­
va e i propositi di distinzione con cui si porta a termine l'apprendi­
stato degli usi. All'interno di queste città eredi del vigore delle tradi­
zioni festaiole, segue il progressivo venir meno dell'esuberanza del
teatro spontaneo che si svolgeva in strada; accompagna il suo ritirar­
si all'interno della sfera privata; descrive la riscoperta della sponta­
neità nel brusio dei caffè concerto e dei teatri di varietà, poi il lento
affermarsi di una disciplina dei comportamenti che si compie nel
buio delle sale cinematografiche.
Attraverso la sottolineatura dei sincronismi, degli sfasamenti e di
complesse sovrapposizioni, Gabriella Turnaturi porta un prezioso
contributo alla genealogia dello spettacolo di massa.
A.C.
Divertimenti italiani dall'Unità al fascismo
di Gabriella Turnaturi

Un'ipotesi di lettura

Probabilmente non esistono attività che in sé caratterizzano il tem­


po libero. La stessa attività può essere tempo libero per alcuni e tem­
po di lavoro per altri. Lo sport, per esempio, può essere scelto e ave­
re il senso del tempo liberato per chi lo pratica da dilettante o per chi
ne gode come forma di spettacolo, ma è invece tempo di lavoro per
chi ne fa una professione; così come balli, cene, cerimonie possono
essere occasioni di divertimento scelte per passare il proprio tempo
libero da chi ne gode come forme d'intrattenimento in cui ci si distrae
dal proprio lavoro, ma non lo sono per chi, poniamo, in quelle stes­
se occasioni è costretto a essere presente per la propria professione,
per esempio, diplomatici, addetti alle pubbliche relazioni, rappre­
sentanti d'istituzioni pubbliche o private. Allora sarà meglio sposta­
re l'attenzione dalle attività del tempo libero agli attori del tempo li­
bero e dalla dimensione temporale a quella della scelta.
Per l'individuazione del tempo libero dunque non è importante
cosa si faccia, ma chi compia un'azione. La differenza di ceto, di edu­
cazione, di socializzazione, le diverse collocazioni professionali, le di­
versità di sesso si pongono nella scelta del tempo libero come vinco­
li e come risorse e ne definiscono le modalità e il senso. A seconda
della propria collocazione sociale infatti si accede a questa o a quella
attività di ricreazione. Si sceglie il modo di liberare il proprio tempo
in base ai vincoli che ci vengono imposti da ciò che siamo social­
mente. Allo stesso tempo ciò che siamo socialmente può essere usa­
to come risorsa per usufruire del tempo libero, per orientarci nelle
scelte. Si tratta dunque di riflettere su come i vari soggetti si collo­
chino rispetto al tempo libero e quale senso attribuiscano alle diver­
se attività. Ciò implica però un ulteriore mutamento di prospettiva:
184 I:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

lo spostamento dell'attenzione sul fattore scelta, sull ' elemento della


decisione di ciò che per ciascuno può apparire come attività da tem­
po libero. Attraverso questo mutamento di prospettiva sarebbe più
corretto parlare di tempo liberato piuttosto che di tempo libero, per­
ché ciò che si evidenzia è la scelta e lo sforzo di fare cose che non coin­
cidono con quelle del tempo di lavoro, la scelta di darsi chances di­
verse e maggiori. Non sottovaluterei inoltre il fatto che il tempo libe­
rato è spesso vissuto e spesso si presenta oggettivamente come un
tempo in cui la fortuna, il caso assumono un ruolo certamente più si­
gnificativo di quello rivestito nei tempi di lavoro.
La possibilità di scelta è immutabile nelle diverse fasi storiche? E
che differenza c'è fra il tempo libero del disoccupato, quello di chi è
inserito nel mercato e nel tempo di lavoro e quello eternamente libe­
ro di chi non ha mai avuto bisogno di lavorare?
Di più difficile definizione e comprensione si presenta il concetto
di tempo libero se riferito a soggetti e ceti estranei al mondo produt­
tivo, ai ritmi del lavoro. È anche per questi il tempo fatto passare, un
tempo svincolato e privo di consequenzialità? Come va definito?
Questa distinzione fra i diversi modi di usare e definire il tempo
libero si rende necessaria in una ricognizione dei divertimenti urba­
ni a cavallo tra la fine del diciannovesimo e l'inizio del ventesimo se­
colo, per un periodo storico, in cui rentier borghesi ed aristocratici,
occupati solo vagamente nell'amministrazione dei loro possedimen­
ti, sono ancora molto numerosi.
La categoria classica dell'otium può forse venire in soccorso, in­
tendendo con esso un tempo passato in attività di per sé piacevoli pur
non essendo preposte alla rigenerazione di energie per affrontare il
tempo di lavoro.
L' otium ha il proprio senso in se stesso, non è un tempo di vita, ma
una forma di vita. Ozio e tempo libero però, se possono essere distinti
concettualmente, non possono essere contrapposti né perché l'uno
escluda necessariamente l'altro, né perché l' otium sia storicamente
antecedente al tempo libero e da questo superato. Non esiste un tem­
po storico dell'ozio ed un tempo storico del tempo libero, piuttosto
questi convivono nelle stesse fasi storiche e sono distinguibili solo
perché i soggetti, gli attori sociali che vivono l'ozio o il tempo libero
sono diversi. Inoltre, nelle società dove non esistono divisioni in ca­
ste o la schiavitù, la stessa distribuzione sociale del tempo libero e del­
l' ozio non è rigida e stabilita una volta per tutte, ma nell'arco della
stessa vita si può avere esperienza di ambedue.
Ozio e tempo libero, divertimenti dell'ozioso e divertimenti di chi
G. Turnaturi Divertimenti italiani dall'Unità alfascismo 1 85

lavora, vanno quindi visti non disgiunti gli uni dagli altri se si vuole
tentare di ricostruire le diverse forme di divertimento collettivo pre­
senti nel periodo storico a cavallo fra il diciannovesimo e il ventesi­
mo secolo. Periodo in cui vivono gli uni accanto agli altri, gli oziosi e
i produttivi.
L'ozio dei rentier di fine secolo rimanda ad una nozione di tempo
come un unicum compatto dove, non essendoci stacchi significativi
fra un'attività e l'altra, ogni azione diviene consequenziale all'altra.
Quando il tempo libero è tempo di ricreazione, esso è riempito da at­
tività o non attività liberamente scelte e che sono fine a se stesse. In­
vece nel tempo libero degli oziosi, le attività scelte non sono fine a se
stesse, ma rafforzano il senso di quelle passate, il prestigio di quelle
presenti, e sono strumenti, chances per la realizzazione di quelle fu­
ture. Partecipare, per esempio, a un ballo di beneficenza o alle corse
non sono attività prive di conseguenze. Per un rentier, per il giovin si­
gnore fanno parte integrante del suo ruolo sociale, sono la sua stessa
vita, l'esserci o non esserci ha delle conseguenze sul piano delle rela­
zioni sociali e su quello della propria identità. Fuori di quell'ozio,
fuori di quei divertimenti egli non esiste né per sé, né per gli altri.
Le stesse attività, gli stessi divertimenti quindi possono assumere
un senso di costrizione e obbligatorietà per l'ozioso il quale non può
mancare, né scegliere, e un senso di liberazione-ricreazione per chi
lavora e ha possibilità di scelta fra diverse attività, tutte egualmente,
per lui, prive di consequenzialità.
Nell'Italia postunitaria esistevano alcune forme di divertimento
collettivo come le fiere stagionali, il Carnevale, le sfilate, le inaugura­
zioni, le esposizioni che si svolgevano in luoghi pubblici e a cui par­
tecipavano ceti diversi in una sorta di festa interclassista. In queste
occasioni si fruiva contemporaneamente da parte di soggetti diversi
del divertimento e come ricreazione e come una delle forme dell'o­
zio. A uno stesso divertimento si partecipava con modalità, aspetta­
tive e significati molto diversi fra loro. L'andar a vedere, durante il
Carnevale, la sfilata delle maschere nelle grandi città, per esempio,
era contemporaneamente una forma di occupazione del tempo libe­
ro-liberato per le classi lavoratrici e una delle tante forme dell'ozio
per i signori. La differenza stava non solo nel senso e nel significato
diverso attribuito a uno stesso divertimento, quanto nel fatto che per
gli uni era un tempo sottratto al lavoro, per gli altri un tempo ag­
giuntivo, una dilatazione di un modo di vivere. Inoltre per gli uni si
trattava di una delle poche forme di divertimento disponibili, per gli
altri una sola delle tante forme possibili, una risorsa fra le tante per
1 86 I.;invenzione del tempo libero. 1 850- 1960

divertirsi, per colorare il proprio ozio. E, mentre per i ceti popolari si


trattava di un'evasione, per gli oziosi era quasi un dovere, un'occa­
sione per mostrarsi e riconfermare il proprio status e quindi una for­
ma di occupazione, uno dei tanti obblighi sociali. Inoltre per l'ari­
stocrazia, i rentier e le donne della borghesia medio-alta, ogni forma
di divertimento era fortemente codificata e ritualizzata da un'infinità
di regole e norme di comportamento, per cui il tempo del diverti­
mento era doppiamente non libero. Per questi ceti il tempo libero ­
come tempo per sé - è solo quello vissuto in solitudine fuori dal pal­
coscenico, fuori dalla rappresentazione sociale. Solo il tempo e lo spa­
zio della solitudine diviene tempo di ricreazione, perché serve per
l'appunto a ricreare energie per la scena mondana, ovvero per il la­
voro dell'ozioso.

Pensò di non veder nessuno, nella giornata e di passar la sera a casa in


raccoglimento. Ricominciava per lui la vita di città, la vita mondana. Egli vo­
leva prima di riprendere quel vecchio esercizio, darsi a una piccola medita­
zione e a una piccola preparazione, stabilire una regola, discutere seco me­
desimo qual dovesse essere la condotta futura . . 1•
.

Bastano poche ore ad Andrea Sperelli, protagonista di Il Piacere,


per ricrearsi, per essere pronto per il lavoro che l'attende.

Egli si sentiva allegro, perfettamente guarito, pieno di vitalità. ll ritro­


varsi nel suo home gli dava una letizia inesprimibile. Tutto ciò ch'era in lui
più fatuo, più vano, più mondano, si risvegliava all ' improvviso. Pareva che
le cose circostanti avessero virtù di suscitare in lui l'uomo di un tempo. La
curiosità, l'elasticità, l'ubiquità spirituali riapparivano. Egli già incomincia­
va ad aver bisogno di espandersi, di rivedere amici, di rivedere arniche, di
godere . . . 2 •

Per chi vive nell'ozio il tempo del godimento, del divertimento


non è quindi tempo libero, ma tempo dedicato alla costruzione del
proprio sé attraverso le relazioni sociali. Costruzione e rappresenta­
zione sociale coincidono e a queste si dedica tutto il tempo e tutte le
energie, in un continuum temporale e di attività in cui non vi può es­
sere tempo libero. Paradossalmente per l'ozioso che vive e si realizza
attraverso la socialità non vi è riposo, né evasione, l'ozioso non può
sfuggire a se stesso. Il tempo dei divertimenti è dunque per questi il
tempo della responsabilità, perché è in quel contesto che si gioca il
proprio destino e la propria fortuna, nell'osservanza minuziosa delle
G. Turnaturl Divertimenti Italiani dall'Unità alfascismo 1 87

regole della rappresentazione sociale, nell'attenzione-tensione verso


la presentazione del sé più adeguata alla situazione sociale3 .
Ma anche il tempo libero di chi lavora può essere speso, usato co­
me tempo in cui investire per il successo e per la propria affermazio­
ne sociale. Fra i criteri di selezione delle forme e delle modalità di di­
vertimento interviene allora non più e non solo quello dell'evasione,
ma quello della possibilità di mobilità sociale.

Divertimenti collettivi. La strada come palcoscenico

Nel tracciare una mappa dei divertimenti cittadini in Italia, dal­


l'Unità sino al fascismo, si assiste ad un mutamento awenuto lungo
tre direttrici.
l ) Immediatamente dopo l'Unità d'Italia i luoghi e i tempi dell'o­
zio e del tempo libero non erano sempre rigidamente separati, ma
coincidevano in alcune occasioni.
2) Dalla diffusione di divertimenti pubblici ed interclassisti che si
svolgevano per lo più nelle strade e nelle piazze, si passa a diverti­
menti privati, in luoghi chiusi, e divisi per ceti e categorie professio­
nali.
3 ) L'unificazione culturale e dei modelli di comportamento si rea­
lizzò attraverso i divertimenti e il tempo libero solo più tardi con l'af­
fermarsi della cultura di massa e soprattutto del cinema.
Dalla mappa dei divertimenti qui esaminati sono stati volutamen­
te però tenuti fuori lo sport e i divertimenti più propriamente popo­
lari. In quanto ambedue gli ambiti, quello sportivo e quello popola­
re, meritano una riflessione specifica. Mi soffermerò quindi soprat­
tutto sui divertimenti urbani interclassisti e su quelli dei ceti medio­
alti.
Fino alla Prima guerra mondiale esistono in Italia contempora­
neamente vecchi e nuovi modi di divertirsi, modelli borghesi e mo­
delli aristocratici, in un miscuglio di tradizione ed innovazione, di fe­
ste campagnole e di divertimenti metropolitani. La caccia alla volpe
e il teatro di varietà, la musica nei salotti ed il café chantant, il rito del­
le passeggiate e le aste pubbliche, il teatro e il cinema, la festa per il
santo patrono e gli audaci veglioni del Carnevale si offriranno come
opzioni possibili per lungo tempo.
A partire dall'ultimo decennio del secolo scorso si vanno progres­
sivamente chiudendo gli spazi cittadini pubblici e prendono piede
sempre più forme private di uso del tempo libero. Dalla lettura dei
1 88 L'invenzione del tempo libero. 1 850-1960

giornali, dei romanzi, diari e cronache di quegli anni, fra l'Unità d'I­
talia e l' awento del fascismo, si può ricostruire come i divertimenti
cittadini vadano non solo privatizzandosi, ma anche differenziando­
si per ceti e categorie sociali. Solo il formarsi della società di massa e
della cultura di massa renderà i divertimenti di nuovo pubblici e in­
terclassisti: basti pensare alle folle degli stadi e delle sale cinemato­
grafiche, dove però lo stare insieme assumerà un senso del tutto di­
verso e non servirà più lo scopo della mobilità sociale e della promo­
zione del proprio status.
Da forme di divertimento pubbliche e collettive che si svolgevano
in grandi spazi aperti, nelle strade, nelle piazze, si passa alle feste nei
circoli, nelle case, nelle sedi delle associazioni professionali. I luoghi
pubblici, come luoghi della socialità e della rappresentazione socia­
le, si vanno sempre più riducendo sino a scomparire del tutto e la città
da unico grande palcoscenico si divide e frammenta in tanti piccoli
teatrini privati. Cessa l'invenzione urbana e quel modernismo per le
strade tipici della seconda metà del secolo scorso non solo in Italia. Il
mescolarsi di ceti diversi nelle feste del Carnevale, nei veglioni pub­
blici, in cui gruppi sociali e individui con poche altre possibilità d'in­
contrarsi facevano esperienza gli uni degli altri, scompare.
Termina e sembra esaurirsi la voglia, tutta metropolitana, di espor­
si a ceti ed esperienze diverse. Una nuova paura di contaminazione e
un'ansia di distinguersi porterà la vecchia élite e il nuovo ceto diri­
gente a rinchiudersi sempre più nella propria sfera. Non solo i diver­
timenti propriamente detti, ma anche lo scambio d'idee e d'opinioni
fra individui di ceti, classi, generazioni ed esperienze diverse - che av­
veniva per la strada e nei caffè - si trasferisce in luoghi chiusi, priva­
ti ed esclusivi con quel movimento che va dall'esterno verso l'interno
analizzato da Richard Sennet prima in La caduta dell'uomo pubblico
e più recentemente in La coscienza dell'occhio4•
La piazza, gli spazi aperti erano stati il grande palcoscenico dove
si svolgeva la vita collettiva e si passava il tempo libero. Ogni occa­
sione sembrava essere buona per teatralizzare gli spazi all'aperto: car­
nevali, sfilate, manifestazioni in costume storico, nozze di prìncipi,
esequie di uomini e donne importanti, erano tutti momenti e pretesti
per ritrovarsi nel doppio ruolo di spettatori e protagonisti. A esalta­
re il godimento collettivo dello spazio pubblico contribuiva senz'al­
tro il susseguirsi d'invenzioni che avevano bisogno contemporanea­
mente e di grandi spazi, per dimostrare i prodigi della scienza, e di
un pubblico vasto da stupire e familiarizzare appunto col progresso
identificato tout court con la scienza e la tecnica. Il pubblico, d'altra
G. Turnaturi Divertimenti italiani dall'Unità alfascismo 1 89

parte, non si tirava mai indietro da queste dimostrazioni e accorreva


numeroso come aweniva in occasione dell'illuminazione di strade,
monumenti e per le prime esibizioni di acrobazie aeree.
Ogni nuova illuminazione si trasformava facilmente in diverti­
mento, in un'opportunità di evasione e di trasgressione come è testi­
moniato dalle misure prese per mantenere l'ordine pubblico.
Occasioni di spettacolo gratuito, a cui comunque si accorreva, era­
no le riviste militari, le luminarie, le visite ufficiali di prìncipi e capi
di governo di paesi amici. La città si faceva palcoscenico non solo
simbolicamente, ma usando gli stessi trucchi impiegati nell'allesti­
mento degli spettacoli teatrali, si trasformava creando, a seconda del­
l' occasione, scenari diversi per destare stupore e meraviglia.
Per l'arrivo, nel 1 903 , a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro, di
Edoardo VII d'Inghilterra e di Guglielmo Il, imperatore di Germa­
nia, Roma si trasformò, ad esempio, decorando diversamente gli ele­
menti fissi come gli edifici e i monumenti, prima in un pezzo d'In­
ghilterra e poi in un villaggio bavarese. L'intento probabilmente fu
quello di stupire e divertire più i propri concittadini, che molto ap­
prezzavano queste forme di creatività urbana e architettonica, che gli
ospiti stranieri.

Piazza Esedra e via Nazionale apparvero addobbate con pennoni ori­


fiamme e stendardi i cui drappi a vivi colori si vedevano muovere agitati dal
vento attraverso le cortine di verde formate da festoni di mirto che avvolti
a più girate in candide bende scendevano dalle borchie dorate a sorreggere
grandi corone 5 .
...

Bastò poi sostituire alle bandiere e d arazzi con s u scritto «God


save the King», quelle con «Heil Kaiser» e un nuovo scenario era
pronto.
Feste stagionali, tornei, sfilate in costume, baracconi e luna park
erano tutte occasioni per la folla «che si diverte di se stessa». Si deci­
de di divertirsi di se stessi e a tutti i costi, di mettere a frutto il tempo
libero, di farne tempo per la ricreazione godendo di rumori, suoni,
colori, luci. E l'essere in tanti, fra sconosciuti, senza formalità, né re­
gole rendeva più facile il perdersi, lo svagarsi. I meno abbienti gode­
vano dello spettacolo, del palcoscenico permanente offerto dalla città
gratuitamente, i nobili e i borghesi godevano del mostrarsi, dell' os­
servare, degli omaggi ricevuti, dei rituali della deferenza mostrata dal
popolo. Esisteva una buona ragione per ognuno per essere per la stra­
da a divertirsi tutti insieme.
1 90 I:invenzione del tempo libero. 1 850- 1 9 60

Intenti pedagogici e di acculturazione che spesso animavano la


promozione di feste collettive come le esposizioni o i festival popola­
ri venivano di fatto cancellati da una folla composita che non voleva
altro che divertirsi, essere lì dove erano gli altri, e partecipare alla
grande festa complessiva del progresso e della modernità. Uomini,
donne, bambini, adulti, borghesi, operai, aristocratici, professori e
analfabeti. Nessuno voleva mancare agli appuntamenti collettivi do­
ve non c'era bisogno di essere presentati. Tempo libero dunque per
pochi decenni fu anche la possibilità di uscire dai propri confini di
classe e di genere.
Ma oltre ai divertimenti organizzati su precise scadenze e festività,
era molto diffuso un divertimento povero, improwisato e impreve­
dibile che cadeva fuori dalla rigida divisione fra tempo libero e tem­
po di lavoro.
Per gli artigiani, le servette, gli uomini dai mill e lavori, i venditori
ambulanti, i faccendieri e gli sfaccendati, per tutti quelli che lavora­
vano o per la strada o sulla strada, o che comunque si trovavano ad
attraversare la città si aprivano all'improwiso spettacoli che diverti­
vano pazzamente e formavano un vero e proprio teatro per la strada.
Ritmi non ancora frenetici, modalità di rapporti interpersonali più
familiari rendevano possibile il godersi lo spettacolo delle macchiet­
te, dei matti, delle risse, dei comizi improwisati a cui si partecipava
contemporaneamente come spettatori e protagonisti inventando una
burla, un motto, un commento scherzoso.
Nella Roma di fine secolo alcuni di questi attori-macchiette di
strada, come il Sor Tito, il Conte Tacchia, godevano di una popola­
rità enorme, avevano un proprio pubblico che li aspettava e li incita­
va come delle vere e proprie star.
La città, con le sue strade, le sue piazze, costituiva un grande pal­
coscenico per tutti, per chiunque volesse mostrarsi, o godere dello
spettacolo offerto dalle signore in carrozza, dai giovin signori a pas­
seggio, dagli stravaganti e si poneva come un unico spazio comune
dove, pur restando visibili le differenze di ceto e di classe, ci si ritro­
vava tutti insieme. La città, le strade come chance dunque di diverti­
mento, e come risorsa alla portata di chiunque volesse approfittarne
e che tutti frequentavano pur conservando ogni ceto e categoria so­
ciale i propri spazi esclusivi. I ceti popolari certamente non andava­
no alle corse, alla caccia alla volpe o ai grandi teatri, così come l'ari­
stocrazia o la borghesia non frequentavano le fiere, le feste rionali, o
quelle religiose. Eppure si ritrovavano tutti insieme fino a quando
nuovi assetti urbanistici, paura da parte delle élite e della piccola bar-
G. Turnaturi Divertimenti italiani dall'Unità al fascismo 191

ghesia di esporsi ai ceti popolari che divenivano sempre più consa­


pevoli di sé e quindi meno ossequiosi verso regole di comportamento
che ribadivano la loro subalternità, non porteranno alla scomparsa dei
luoghi pubblici come spazi comuni per i divertimenti collettivi.
Oltre che per le strade signori e popolo s'incontravano spesso, at­
tratti tutti dalla stessa curiosità, dalla stessa attitudine voyeristica, an­
che nelle sale dei tribunali.
I grandi processi, soprattutto quelli che riguardavano vicende sen­
timentali, adulterii e dove il sesso veniva necessariamente evocato, at­
traevano vere e proprie folle. Ci si spostava persino in altre città pur
di seguire un processo famoso nell'attesa di ascoltare, camuffate da
linguaggi tecnici e giuridici, vicende e situazioni che mai sarebbero
potute entrare a far parte della conversazione dei salotti e delle case
perbene.
La stessa scansione temporale di quegli anni avveniva nella me­
moria attraverso le date dei grandi processi. Il 1 879, per esempio, fu
l'anno del processo Fadda, così chiamato dal nome del capitano Fad­
da assassinato da un cavallerizzo istigato da sua moglie.
Fra la folla immensa assisteva al processo un gran numero di si­
gnore e signorine dell'alta società. Tant'è che il poeta nazionale Gio­
sue Carducci scrisse per l'occasione alcuni versi:

Voi sgretolate o belle, i pasticcini l fra il palco e la galera [ . ] studiate, e


. .

gli occhi mobili dan guizzi l di feroce ideale, l gli abbracciamenti dei caval­
lerizzi l tra colpi di pugnali l e palpate con gli occhi abbracciatori l le schie­
ne ed i toraci l mentre rei gerghi tra sudici odori l testimonian sui baci6.

Non estranea a questa passione, a questo voler scrutare il volto di


imputati e testimoni fu forse la divulgazione di teorie psicologiche e
antropologiche, come quella di Cesare Lombroso, secondo le quali si
sarebbero potuti facilmente scoprire criminali e assassini ben osser­
vando le persone e studiandone le caratteristiche fisiche.
Le città si disputavano l'assegnazione dei processi, i sindaci si af­
fannavano a segnalare la propria municipalità come sede migliore.
Ottenere un processo per una città voleva dire un'improvvisa e pia­
cevole animazione e un gran movimento di denaro. Prosperavano in­
fatti in occasione dei grandi dibattimenti i commercianti, gli alberga­
tori e i teatri cittadini si affollavano del pubblico che cercava, termi­
nato il processo, svaghi serali.
I giornali dell'epoca, d'altro canto, seguivano le vicende dei pro­
cessi con dovizia d'informazioni segnalando gli spettatori di presti-
1 92 I:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

gio, l'abbigliamento delle signore più in vista, le mondanità organiz­


zate dopo i dibattimenti. Insomma di nuovo il pubblico era uno spet­
tacolo nello spettacolo, e di un processo si seguivano sia le diverse fa­
si che la mondanità che ne nasceva, proprio come avveniva per le cro­
nache teatrali. Assistere ai processi era una febbre, una moda, un do­
vere. Un'ansia dell'essere lì dove qualcosa d'importante avveniva,
un'ansia partecipativa, in mancanza di mezzi di comunicazione di
massa come è oggi la televisione, trascinava la gente in giro per l'Ita­
lia alla ricerca di emozioni offerte nelle aule giudiziarie dalle vite
altrui.

Dalle piazze ai circoli privati

Durante il Carnevale, almeno sino al 1 898, le città facevano a ga­


ra nell'allestire sfilate in costume, spettacoli, giochi. I teatri aprivano
le porte per veglioni che duravano tutta la notte, mascherarsi era un
obbligo per tutti, speciali comitati organizzavano ogni cosa da un an­
no all'altro, e sempre e dovunque folla, gente.
Gli anni fra il 1 870 e il 1 890 sono gli anni d'oro del Carnevale per
strada e del Carnevale come festa di tutti. Poi qualcosa comincia ad
incrinarsi e le cronache degli anni successivi lamentano la degenera­
zione della festa, ma anche la fine del divertimento collettivo. E sul­
le pagine di quegli stessi giornali pieni sino a poco tempo prima di
dettagli e descrizioni, appaiono cronache stringate e malinconiche.
Se si guarda alla situazione economica e sociale di quegli anni in
effetti c'era poco da stare allegri: crisi economica, tumulti popolari,
sommosse, mettono in crisi l'illusione di un'Italia unita e pacificata e
mettono a nudo i conflitti e le diseguaglianze della nuova nazione. Ad
aumentare il malessere generale contribuivano anche le vicissitudini
della guerra d'Africa e la sconfitta di Adua del 1 896.
Ma c'è qualcosa di più se spostiamo l'attenzione dal contesto alla
interazione fra i ceti sociali e ai nuovi aspetti che va assumendo il tem­
po libero. I divertimenti di piazza e corali non bastano più, comin­
ciano ad affermarsi i café chantant e i teatri di varietà, e si cercava di
passare il proprio tempo libero in modo meno ingenuo, più sofisti­
cato. Gli stessi ceti di frontiera, come la fascia superiore della classe
operaia e degli artigiani, gli impiegati, gli insegnanti, i piccoli com­
mercianti cercavano divertimenti meno popolari, dall'apparenza più
dignitosa e meno chiassosa, più consoni al decoro appena raggiunto.
A poco a poco i ceti di frontiera cominciano a prendere a spallate le
G. Turnaturi Divertimenti italiani dall' Unità alfascismo 1 93

mura dei luoghi di divertimento finora esclusivi della media borghe­


sia. n perbenismo borghese finisce così col riflettersi anche nei di­
vertimenti dei ceti popolari più desiderosi di mobilità sociale.
In un inseguimento verso la distinzione i ceti popolari vogliono di­
vertirsi più compostamente, la borghesia tenta d'inseguire l'aristo­
crazia che si è definitivamente ritirata nei suoi palazzi e diserta le piaz­
ze, i veglioni pubblici. Le élite iniziano così a fuggire dinanzi al ri­
versarsi sullo scenario di una folla che, fattasi più consapevole, meno
subalterna, occupa i luoghi di divertimento collettivo e vi introduce
modelli di comportamento non accettabili dal perbenismo. Da parte
soprattutto della media borghesia, la necessità di separarsi e distin­
guersi è duplice, in quanto deve contemporaneamente guadagnarsi,
attraverso la distinzione, la futura ammissione nei cerchi della socia­
lità aristocratica e dell'alta borghesia, e dall'altra frapporre un muro
fra sé e il popolo. Ma questo muro può restare saldo, come sostiene
Elias, solo fino a quando non verrà attaccato quello che divide i ceti
medi dalle élite1.
Si frantumano così gli spazi del divertimento collettivo, e ciascu­
no inizia a cercare luoghi, tempi e modalità più consoni alle proprie
aspirazioni ed ambizioni. A ogni ceto, se non ancora a ogni profes­
sione il proprio luogo e tipo di divertimento. A ciascuno il suo.
Già durante le feste di Carnevale compaiono i balli organizzati per
appartenenza professionale: il ballo dei portieri d'albergo, il veglione
dei giornalisti, dei parrucchieri, dei commessi e impiegati di com­
mercio, e le feste per coloro che si distinguevano nell'ordine e nella
pulizia.
Divertirsi tutti insieme non sembra più possibile, almeno entro le
vecchie formule e ogni gruppo sociale definisce i propri standard per
il tempo libero e, scelti i propri luoghi, li occupa e li difende, come
delle postazioni, tenacemente. D'altra parte, alla vigilia della Prima
guerra mondiale, quel processo di mobilità sociale che promuoveva
la borghesia di recente formazione nei ranghi della gente distinta
sembrava finito e con esso morivano anche quelle forme della socia­
lità miste che avevano la loro ragion d'essere proprio nel permettere
incontri e conoscenze, combinare matrimoni e affari fra la vecchia e
la nuova classe dirigente. Divertimenti frammentati e separati, l' af­
fermarsi di rigidi steccati fra i ceti decreteranno la fine dei grandi spa­
zi pubblici e il trionfo degli spazi chiusi e privati.
1 94 L'invenzione del tempo libero. 1 850- 1 960

I divertimenti di Roma Capitale

La presenza della Corte e del Parlamento influenzarono molto la


distribuzione, le modalità e la qualità del tempo libero e della socia­
lità romana. Fra l'élite si diffonde una competitività per entrare a far
parte del circolo più vicino ai reali. S'imitavano rigorosamente dei
modelli di divertimento della corte: i ricevimenti, i balli , le serate mu­
sicali venivano organizzati adeguandosi anche nei dettagli agli stan­
dard del palazzo reale. E la competizione si sviluppava nel mostrare
sfarzo, originalità, gusto squisito. Ma era ugualmente importante mo­
strare di avere i giusti contatti e rapporti col mondo della politica.

I nobili tenevano aperti i loro saloni per accogliere gli amici del proprio
rango gareggiando in sontuosità, ma malcelavano l'ambizione che avevano
di presentare nei salotti le personalità più spiccate della politica e dell'intel­
lettualità romana, anticipando in tono minore, ma sempre con perfetta si­
gnorilità, i grandiosi e lussuosi balli che si svolgevano nel periodo del car­
nevale al Quirinale, offerti da Re Umberto e dalla Regina Margherita8.

La presenza della Corte, dei ministeri, del Parlamento, inoltre,


mentre allargava i circoli delle élite con la presenza degli ambascia­
tori e della colonia straniera, dei deputati, ampliava anche quelli del­
la media borghesia, con il trasferimento nella Capitale di impiegati
ministeriali e di burocrati.
La vita sociale e l'organizzazione dei divertimenti ruotava molto
intorno alla politica. Si faceva a gara negli inviti ai deputati o ai ca­
pogabinetti dei ministeri, e lo stesso Parlamento divenne un luogo di
attrazione, un'altra sorta di spettacolo per la popolazione romana.
Assistere alle sedute d'apertura del Parlamento, alle cerimonie so­
lenni, alle discussioni più tempestose, in quegli anni in cui si speri­
mentava anche il far parte di una neonata nazione, era divenuto una
moda, un obbligo mondano da non perdere. Nobili e borghesi resi­
denti in altre città programmavano le loro visite a Roma intorno al ca­
lendario dell'inaugurazione del Parlamento che dava il segnale con­
temporaneamente all'apertura della nuova stagione politica e della
stagione mondana. Si disputavano i migliori posti, si sceglievano ve­
stiti appropriati, si sfoggiavano gioielli, come a teatro, e anche il po­
polo partecipava di questo spettacolo gratuito fuori nella piazza di
Montecitorio, guardando e commentando l'andirivieni dei deputati
e di tanti distinti signori e eleganti signore.
G. Turnaturi Divertimenti italiani dall'Unità al fascismo 1 95

A Roma vi capitarono negli ultimi giorni di novembre, per l'apertura del


Parlamento. Ella desiderava assistere alla seduta reale; Guglielmo disse in­
vece che era meglio vedere l'arrivo delle rappresentanze a Montecitorio [. .. ]
La piazza era già tenuta sgombra dai soldati; dinanzi al portone sotto il bal­
dacchino rosso cupo si componevano o scomponevano continuamente
gruppi di deputati, di giornalisti e invitati, e le prime carrozze cominciaro­
no ad arrivare. Ella guardava contrariata, avrebbe voluto arrivare anche lei
in carrozza senza rumore, sulla via sparsa di sabbia, attraversare la folla che
imponeva dinanzi al portone, esser notata, prender parte dello spettacolo9.

Le giornate del signore e della signora romana, tranne che per la


frequentazione dei circoli esclusivamente maschili, non differivano
molto fra loro: i luoghi di ritrovo erano gli stessi e così i ritmi dei di­
vertimenti. n passeggio per le strade principali, le compere, lungi dal­
l'essere esclusivamente femminili, erano occasioni mondane, oppor­
tunità d'incontri fra i sessi, occasioni per flirtare.
Le fiere, i balli, i galà di beneficenza costituivano una delle occa­
sioni mondane più diffuse, come testimoniano le cronache cittadine
dei giornali dell'epoca. n 1909, per esempio, anno del terribile terre­
moto che distrusse Messina, fu nella Capitale un anno di grande mon­
danità proprio grazie alla raccolta di fondi, alle fiere di beneficenza a
favore dei terremotati.
Trascorso il giorno fra passeggiate, cacce, aste pubbliche, concer­
ti, visite, tè, la sera veniva dedicata ai grandi pranzi, ai balli e al tea­
tro. Fra il 1 890 ed il 1 907 furono attivi, a Roma, con un'oscillazione
minima, fra i dieci e i quattordici teatri, che si ridussero di molto so­
lo quando il cinematografo prese piede definitivamente. La cittadi­
nanza romana particolarmente nei giorni festivi affollava i teatri, a se­
conda delle proprie disponibilità economiche, ma era soprattutto l' é­
lite ad esservi di casa, rispettando rigidamente l'ordine dei posti a se­
conda del proprio rango. La borghesia sedeva in platea o nei palchi
di secondo e terzo ordine, l'aristocrazia occupava le poltrone e i pal­
chi di primo ordine. Nei teatri, fra l'altro, non si davano solo opere
liriche o drammatiche, spesso anzi vi venivano ospitati danzatori, cir­
chi equestri, foche ammaestrate, e molte serate erano esclusivamente
dedicate alle élite tanto da chiamarsi serate high lzfe. Altre invece era­
no dedicate solo alle signorine, e le cronache riportavano sempre, ol­
tre al commento su ciò che andava in scena, i nomi altisonanti dei pre­
senti, la descrizione dei vestiti e delle acconciature delle signore. L'ab­
bigliarsi per il teatro era un'arte sottile, non bastava essere eleganti,
esibire la propria ricchezza, il proprio lusso 'cospicuo' , l' appartenen-
196 L'invenzione del tempo libero. 1850-1 960

za alla 'classe agiata', bisognava mostrare di conoscere perfettamen­


te il linguaggio degli abiti e parlare attraverso di esso correttamente
e con proprietà, a seconda delle occasioni. Le regole non scritte, ma
rigide imponevano certi abiti per la lirica e altri per la prosa, alcuni
erano adatti per un teatro e non per un altro.

A Torino per un Faust che davano al Carignano con artisti di prim'ordi­


ne, aveva tratto dai bauli un abito scollato giacché sarebbero andati in pal­
chetto, quando Guglielmo esclamò: «Ma al Carignano si va in abito da pas­
seggio e cappello. Si va scollate al Regio dopo Natale»10.

Spettacoli popolari si davano invece in altri teatri dove trionfava­


no le rappresentazioni dialettali, si esibivano buffoni e comici.

Café chantant e teatri di varietà

L'ultimo decennio del secolo scorso vede in tutta l'Europa il


trionfo di quei ritrovi particolarissimi e irripetibili, noti come café
chantant.
La formula del café chantant, che comprendeva la possibilità di
consumare bevande, alcolici e nello stesso tempo di assistere a spet­
tacoli prevalentemente musicali, nacque a Parigi e dovunque venne
trapiantata conservò un'impronta francese. In Italia il café chantant
d'imitazione parigina s'innestò nella tradizione canora e teatrale na­
poletana, per cui non mancava mai in questi spettacoli un inserto na­
poletano, fosse esso canoro o recitativo. ll successo fu immediato e
nobili e borghesi lo elessero a forma prediletta di svago. Natural­
mente c'era café chantant e café chantant, e ogni ceto sceglieva quel­
lo più adatto al proprio portafoglio e soprattutto al proprio stile di vi­
ta. Nei café chantant pomeridiani e in quelli popolari e donali si po­
teva assistere a spettacoli a carattere familiare dove si esibiva qualche
cantante, un fine dicitore, un prestigiatore. Nei café chantant esclu­
sivamente notturni, decorati con stucchi e specchi, si respirava un'a­
ria più maliziosa, lievemente peccaminosa, e intorno ad essi ruotava­
no giovani lions, belle donne, artisti. Alle artiste spesso veniva impo­
sto di sedersi ai tavoli con i clienti e battute a doppio senso e linguaggi
scurrili rendevano quell'ambiente poco adatto per i benpensanti.
D'altra parte nei café chantant più popolari, lo spettacolo si svolgeva
fra gazzarre, lanci di bucce d'arancia. Insomma, sia pure a livelli di­
versi, tutti i tipi di café chantant furono luoghi di grande libertà di
G. Turnaturi Divertimenti italiani dall' Unità alfascismo 1 97

comportamento, e di maggiore licenziosità. La funzione di questi ri­


trovi fu in questo senso emancipatoria e riportava in vita quei com­
portamenti, quel modo di divertirsi che erano scomparsi dalle piazze
e dalle strade, ed erano stati soffocati negli spettacoli educativi, nei
salotti borghesi. Seppure in spazi chiusi e con pubblici differenziati,
ben separati a seconda delle appartenenze sociali, il café chantant
riaccendeva una espressività e una creatività che sembrava persa. Il
pubblico dei café chantant, come poi sarà quello dei teatri di varietà,
costituiva una parte non irrilevante dello spettacolo stesso. Inoltre,
questi ritrovi spesso ospitavano artisti, e soprattutto artiste, stranieri,
svolgendo anche un ruolo di sprovincializzazione, di circolazione del­
la cultura canzonettistica, musicale e teatrale internazionale. I café
chantant, nati come spettacoli popolari in minuscoli ambienti dove
non esisteva neanche il palcoscenico, si andarono poi sempre più raf­
finando sino a diventare espressione della vita notturna esclusiva­
mente della élite maschile. E i giovani ricchi borghesi e i giovani no­
bili scapestrati finirono col diventare il pubblico naturale e ideale dei
café chantant.
Ma la censura ufficiale e la condanna moralistica dei benpensanti
assediavano sempre più da vicino queste cittadelle del divertimento
maschile così poco congrue al resto dell'organizzazione del tempo li­
bero, che si andava facendo invece sempre più borghese, moralista e
familiare.
Sulla tradizione dei café chantant s'innesta e prende piede il tea­
tro di varietà che conobbe il suo periodo d'oro fra il 1 890 ed il 1 9 1 0
sino a quando il trionfo del cinema non n e decreterà l a scomparsa. Si
esibivano nel teatro di varietà spesso compagnie familiari, quasi a ri­
badire il carattere di uno spettacolo adatto alle famiglie, in numeri co­
mici, giochi di prestigio, danze di ispirazione vagamente esotica, fra
alcune scurrilità e qualche concessione a un erotismo addomesticato
e goliardico. Essenzialmente contenitori di curiosità, i teatri di varietà
si adagiavano ancora su forme di divertimento paesane e ingenue, vi
si cercava lo stupore, l'inusitato, e dove quindi accanto a funamboli,
ventriloqui, lanciatori di coltelli, grandguignol musicali, ipnotismo e
fenomeni di catalessi, si mostravano i /reaks, la donna cannone, la
donna barbuta, l'uomo senza arti, la bambina senza mani. Fenome­
no, questo dell'esibizione dei cosiddetti 'mostri umani', che divertiva
quanto qualsiasi altro numero e che non scandalizzava né urtava la
sensibilità dell'epoca. Non si trova infatti mai nella stampa di quegli
anni una parola di condanna, e nemmeno di larvata riprovazione, per
questo uso in chiave comica delle disgrazie di esseri umani.
1 98 L:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

Fra tanta confusione, il teatro di varietà italiano produsse però


anche veri e propri artisti come Nicola Maldacea, Ettore Petrolini,
Alfredo Bambi, Raffaele Viviani ed infine il fenomenale Leopoldo
Fregali.
La storia artistica di Fregali, capace d'incarnare alla perfezione
più persone e personaggi diversi, è molto interessante per vedere co­
me le varie forme di divertimento si svilupparono attraverso il trava­
so da un genere all'altro e da un pubblico all'altro. Fregali debutta
nel 1 890 a Roma in un teatro di varietà, l'Esedra, ma tale è il succes­
so riscosso che nel 1 897 si aprono per lui le porte dei grandi teatri co­
me il Valle e il Costanzi a Roma, e qualche anno dopo il Fregoligraph,
una pellicola che mostrava i travestimenti di Fregali, sarà uno dei nu­
meri d'attrazione nei primi cinema nazionali.
n teatro di varietà si affermò quindi come un divertimento per tut­
ti, e suscitò persino l'entusiasmo dei futuristi, che dedicarono a que­
sta forma di spettacolo uno dei loro manifesti.

n teatro di varietà nato con noi dall'elettricità, non ha fortunatamente


tradizione alcuna, né maestri, né dogmi e si nutre di attualità veloce [ . . . ] si
propone di distrarre e divertire il pubblico con degli effetti di comicità, di
eccitazione erotica, di stupore immaginativo [ . . ] n teatro di varietà è il so­
.

lo che utilizzi la collaborazione del pubblico. Questo non vi rimane statico


come uno stupido voyeur, ma partecipa rumorosamente all'azione, cantan­
do anch'esso, accompagnando l'orchestra, comunicando con motti im­
provvisi e dialoghi bizzarri cogli attori. Questi polemizzano buffonesca­
mente coi musicanti.
n teatro di varietà utilizza il fumo dei sigari e delle sigarette per fondere
l'atmosfera del pubblico con quella del palcoscenico. E poiché il pubblico
collabora così colla fantasia degli attori, l'azione si svolge a un tempo sul pal­
coscenico, nei palchi e nella platea. Continua poi alla fine dello spettacolo
fra i battaglioni di ammiratori, smocking caramellati che si assiepano all'u­
scita per disputarsi la stella: doppia vittoria finale: cena chic e letto 1 1 .

Qualcosa è cambiato, e il manifesto dei futuristi, oltre all'entusia­


smo modernista, indica il formarsi di un pubblico e di un genere d'in­
trattenimento che si creano a vicenda e che insieme danno vita a mo­
delli di comportamento per il tempo libero impensabili solo pochi
anni prima. Quegli stessi comportamenti stigmatizzati ed evitati nei
veglioni pubblici diventano ora una modalità di divertimento dispo­
nibile per tutti, signori e non. Solo le donne ne verranno rigidamen­
te tenute fuori, se non come 'lavoratrici dello spettacolo' e come 'pre­
mio finale'. Anche se nessuna legge proibiva il loro ingresso ai teatri
G. Turnaturi Divertimenti italiani dall' Unità alfascismo 1 99

di varietà, di fatto le donne frequentavano solo gli spettacoli familia­


ri, e solo le più spregiudicate, che potevano difendere con i loro pa­
trimoni e con i loro cognomi la propria reputazione, osavano unirsi
alle compagnie brillanti dei frequentatori degli spettacoli più arditi.
Divertirsi prendendo parte attiva allo spettacolo, farsi protagoni­
sta con la folla e nella folla resterà comunque una conquista del nuo­
vo pubblico che non l'abbandonerà per molti anni a venire, e porterà
questa modalità anche nelle sale cinematografiche, dove i primi film
saranno proiettati fra commenti, lazzi, applausi e fischi, proprio co­
me al varietà.

Tutti insieme al buio

li cinema in Italia appare verso la fine del secolo scorso in forma


rudimentale nei baracconi delle fiere; come intermezzo degli spetta­
coli di varietà e in carrozzoni ambulanti. Solo intorno al 1 90 1 co­
minciano ad essere aperte alcune sale apposite che a Roma passano
da tre nel 1901 a dodici nel 1 907 , sino ad arrivare a trentanove nel
1910. E già nel 1913 viene istituita la prima legge di censura sui film,
segno questo della preoccupazione verso il nuovo divertimento che
non solo attraeva masse sempre crescenti, ma affermava subito anche
la sua capacità di formazione dell'immaginario dell'opinione pubbli­
ca. In Italia le prime dimostrazioni del cinematografo furono orga­
nizzate da agenti e operatori dei fratelli Lumière coordinati da Vitto­
rio Calcina, un fotografo torinese. La prima rappresentazione cine­
matografica, a Roma, avvenne il 12 marzo 1 896, presso lo studio fo­
tografico Le Lieure vicino a piazza Colonna, alla presenza del sinda­
co e di un pubblico scelto. Questo debutto viene registrato da «il Po­
polo Romano» come una curiosa applicazione dell'elettricità. li 2 1
febbraio 1 897 «li Popolo Romano» annuncia lo spettacolo composto
da: Raggi Roentgen-Grotta di Lourdes, Panorama-dintorni di Parigi.
La grotta di Lourdes faceva vedere l'apparizione e la sparizione del­
la Madonna a Bernadette. li cinema resta ancora una bizzarria e solo
pochi ne hanno fatto esperienza, tant'è che alcune pellicole vengono
esibite come sorpresa alle feste private del Circolo artistico, durante
il Carnevale del 1 897. Il pubblico era incuriosito più che divertito e
quegli spettacoli che duravano meno di un'ora mostrando solo mo­
vimenti di pesci, di treni, di transatlantici stentavano a imporsi come
una vera alternativa ad altre forme di divertimento. Il cinema otten­
ne pieno successo come divertimento di massa quando i film comin-
200 I:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

ciarono a raccontare storie, a essere più lunghi, e il pubblico trovò


una sua forma di partecipazione e di identificazione ancora emozio­
nalmente più forte di quella a cui si era abituato nei teatri di varietà.
Si finirà così col riportare nelle sale cinematografiche in maniera pa­
rossistica i comportamenti delle fiere e dei teatri di varietà.

li più bel cinematografo è quello di Santa Margherita, là ove brulicano


le popolane, ove ogni viso ha rilievo [ ] Oh come applaudono laggiù a cer­
. . .

te scene [. ] Torme di ragazzi vanno talvolta a vedere sfilare serie di pae­


..

saggi e si trovano davanti a scene d'appetiti volgari: la mia bocca non si ba­
cia no, e il pubblico a dire sì; le mie labbra non si toccano no, ed il pubbli­
co a cambiare ancora il ritornello in sì12 •
Questo protagonista è tutt'altro che passivo e inerte, tutt'altro che ipno­
tizzato e in balia del programma dalla prima all'ultima immagine fin dalle
prime manifestazioni, anzi, fa pesare la propria presenza, esprime stupore,
irritazione, dissenso e commozione per la sorte dell'eroina e non ha alcuna
pietà per chi ha rischiato i propri capitali. Basta poco perché la platea si tra­
sformi in un ring in cui il pubblico si scontra con l'azione dello schermo più
o meno violentemente13.

I primi divi cinematografici in Italia furono i reali che venivano ri­


presi in ogni occasione, dalle prime passeggiate, ai matrimoni, come
quello di Vittorio Emanuele con Elena di Montenegro che fu filma­
to in tutte le sue fasi. Mostrare le immagini dei regnanti consentiva di
attrarre il popolo a cui veniva garantita una forma di contatto con i
sovrani, la borghesia che veniva rassicurata dall'uso niente affatto ri­
voluzionario della nuova scoperta, e l'aristocrazia che si compiaceva
di questa rappresentazione-celebrazione vissuta come un atto di
omaggio verso il proprio ceto. Cinema e monarchia finirono così col
promuoversi reciprocamente, e i reali furono, seppur inconsapevol­
mente, fra i migliori propagandisti del nuovo spettacolo. Eppure an­
cora agli inizi del nuovo secolo il cinema stenta ad avere una vita au­
tonoma e a trovare una propria collocazione, e soprawive appog­
giandosi ai caffè concerto, ai teatri di varietà, ai vari spettacoli ambu­
lanti. E nelle sale cinematografiche vere e proprie fra una proiezione
e l'altra vengono offerti intermezzi tipici dei baracconi. Ancora nel
1 909 «il Popolo Romano» riporta la notizia di una bambina monca,
«che sapeva fare coi piedi ciò che gli altri fanno con le mani», esibita
come intermezzo. Ma l'innesto più riuscito fra teatro di varietà e ci­
nema fu senz'altro il Fregoligraph attraverso cui Fregali mostrava ciò
che aweniva dietro le quinte e si esibiva in varie trasformazioni. Il
Fregoligraph ebbe tanto successo che continuò ad essere proiettato,
G. Turnaturi Divertimenti italiani dall'Unità a/fascismo 201

anche senza la presenza di Fregali, al caffè concerto Olympia di Ro­


ma per più di un mese. Aweniva anche che i piccoli film mostrati ai
caffè concerto fossero poi ceduti a impresari ambulanti e proiettati
durante le fiere stagionali, nei mercati, raggiungendo così un pubbli­
co più vasto e più povero che considerava quei piccoli spettacoli ci­
nematografici come una delle tante meraviglie da fiera. Più tardi que­
sti baracconi con i loro manifesti colorati, i loro imbonitori s'installa­
rono anche nei centri cittadini, portando con sé quell'aria da fiera
paesana e quel pubblico fatto di popolani di nuovo per le strade. Una
forma di divertimento popolare pubblico, cittadino veniva così rein­
trodotto alla vista di quei ceti che si erano chiusi nei teatri, nei café
chantant, nelle loro case private al riparo dalle folle, e metteva in cri­
si la rigida divisione dei divertimenti fra le varie classi sociali.
n cinema degli ambulanti resta però divertimento delle classi po­
polari, escluse comunque dalle forme dello spettacolo borghese del
teatro.
In quel muro che aveva separato i divertimenti popolari da quelli
borghesi vengono ora aperte delle crepe attraverso cui si ripresenta
quel ceto popolare che si credeva occupato e rinchiuso una volta per
tutte in un circuito di divertimenti con luoghi, tempi e modalità pro­
pri. Il cinema, con le sue attrazioni da baraccone dunque, novello ca­
vallo di Troia, riportava tutti nel centro delle città e lasciava intrave­
dere di nuovo il rischio di ritrovarsi tutti insieme. Ma gli strepiti e le
paure dei benpensanti non servirono a molto: i tempi erano ormai
maturi per il nuovo spettacolo, il nuovo divertimento di massa.
Stava nascendo, intanto, un pubblico di spettatori veri, un pub­
blico che in massa veniva educato ad assistere al più popolare e al più
moderno degli spettacoli, un pubblico che lì nelle sale buie dei cine­
ma imparava, senza distinzioni di classe, ad essere spettatore.

Né le fiere ambulanti, né le strade delle metropoli, né le grandi esposi­


zioni universali, né il teatro, né le manifestazioni di piazza o la guerra ebbe­
ro la possibilità di educare così capillarmente l'individuo ad essere spet­
tatore14.

Ma questo stesso pubblico si fa a poco a poco più esigente e più


appassionato, e vuoi essere continuamente nutrito da nuove pellico­
le, nuove storie e sempre più lunghe. Quando i film iniziarono a nar­
rare storie si cercarono le firme di autori famosi come Matilde Serao,
Giuseppe Verga, Guido Gozzano, Grazia Deledda, Gabriele D'An­
nunzio, e iniziò il saccheggio dei grandi classici da Shakespeare a 0-
202 I;invenzione del tempo libero. 1 850-1960

mero. Quest'innesto della cultura nello spettacolo finì col nobilitare


il cinema anche per i ceti intellettuali.

Ci sono sere vuote, quando si constÙta invano la lista dei teatri [ .] sere
..

in cui il cervello stanco non ha la forza d'attenzione e non desidera una buo­
na commedia e un buon attore, così come non desidera un buon libro: sere
negate al cervello e all'arte. E si pensa all ora a una cosa leggera, non fatico­
sa, che non sia il teatro, ma che sia un pachino di più del caffè e del club
[ ] e allora il cinematografo offre questo quid medium15.
...

Così scriveva, nel l 9 16, Guido Gozzano, uno dei primi scrittori a
lavorare per il cinema. Paradossalmente è l'elaborazione della cultu­
ra in forma di spettacolo, la trasformazione della cultura da proprietà
esclusiva di gruppi ristretti a oggetto di consumo per le masse ad at­
trarre verso il cinema quei ceti e quella élite intellettuale che dappri­
ma aveva guardato ad esso con leggero disprezzo, proprio per i suoi
caratteri eccessivamente popolari ed ingenui. L'immissione di pezzi
di cultura, attraverso firme autorevoli o rifacimenti di opere lettera­
rie, attrae più che il pubblico popolare, già conquistato al cinema,
proprio gli intellettuali che possono così finalmente divertirsi senza
vergognarsi, autorizzati a godersi i film da quel legame sia pur tenue
e furbesco con la cultura alta.

Mi trovavo coi miei genitori e con mio fratello a passare le vacanze ad


Ala, piccolo centro del Trentina. Ricordo che mio fratello e io si rimase stu­
piti un certo pomeriggio quando nostro padre umanista disse che sarebbe
stato bene anticipare l'ora della cena per recarsi tutti al cinematografo. Si
comprese il perché dell'improvviso interesse paterno per una forma di spet­
tacolo che gli era costituzionalmente estranea, qualche ora più tardi, quan­
do apparve in lettere maiuscole, schiacciate in bianco su uno sfondo appe­
na più grigio il titolo della pellicola: L'Odissea di Omero16.

n cinema si fa quindi esempio di quella circolarità della cultura di


massa che procede per flussi continui fra cultura alta e cultura bassa,
cultura letteraria e cultura popolare, erudizione e divulgazione, at­
traendo, sia pur per diverse motivazioni, pubblici differenti per ceto
e per cultura. La trasposizione letteraria nel cinema e l'immissione di
autori nella nuova forma di spettacolo ne consacra il successo come
possibile divertimento in cui ognuno cerca, legge e recepisce cose di­
verse. La trasposizione di Omero, ad esempio, attrae il pubblico po­
polare per il carattere avventuroso della storia narrata e gli eruditi per
il suo carattere comunque istruttivo. Si crea così uno spettacolo non
G. Turnaturi Divertimenti italiani dall'Unità al fascismo 203

troppo lontano dal linguaggio degli intellettuali, e nel quale questi


possano riconoscersi senza troppi sforzi e senza perdere la faccia. La
commistione cultura-divertimento, tipica di tutta la storia del cinema
europeo e americano, diviene una particolarità della produzione ci­
nematografica italiana. I primi film, infatti, che resero famoso il cine­
ma italiano furono film storici, come Gli ultimi giorni di Pompei, Qua
vadis? e Cabirza. Bisognerà aspettare almeno un decennio perché gli
intellettuali godano dello spettacolo-cinema e delle altre forme della
cultura di massa, consapevoli delle sue trappole e delle sue falsifica­
zioni, e quindi ne godano senza mistificazioni, né pretese di trovarci
chissà quale cultura e contemporaneamente con la capacità di poter
guardare ad essa criticamente. Sta di fatto comunque che l' awicinar­
si dei ceti medi colti e degli intellettuali al cinema ne sancirà definiti­
vamente il successo. La modernità di questa forma d'intrattenimen­
to sta nell'essersi offerto come prodotto buono per più palati e capa­
ce di consentire la convivenza di molteplici atteggiamenti, usi e con­
sumi. Con il cinema si scardina il paradigma di divertimenti, come il
teatro, che richiedevano l'osservanza di norme precise, comportarsi
secondo un galateo, rispettare certe consuetudini, possedere una
qualche cultura.
li consumo del cinema è invece possibile senza il rispetto di alcu­
na regola: al cinema si va come più aggrada, non esiste né un guar­
daroba, né un galateo specifico, tutti possono accedervi. Fra l'altro la
differenziazione fra sale cinematografiche più pretenziose ed elegan­
ti e sale di periferia, in cui il costo del biglietto è molto più basso, ren­
de il cinema sin dall'inizio un modo di passare il tempo libero alla
portata di tutti. Nelle sale buie ci si mescola a sconosciuti, le incur­
sioni dei borghesi, soprattutto intellettuali, nelle sale di periferia so­
no frequentissime, ma le apparenze sono salve, le possibilità di con­
tatto ed esposizioni sono minime e si comunica solo attraverso la me­
diazione del film. Si afferma così un modo di stare insieme anonimo
e senza implicazioni sul piano sociale, una modalità di passare il tem­
po libero senza distinzione di ceto e finalmente neanche di sesso: le
donne vanno sin dall'inizio liberamente al cinema, senza neanche bi­
sogno di chaperon, né di particolari abbigliamenti, hanno finalmen­
te anche loro la possibilità di spendere il tempo libero, il tempo per
sé fuori dalle mura domestiche. Quel lento e difficile processo di uni­
ficazione di costumi, culture, tradizioni tanto diverse veniva così fi­
nalmente portato a termine nel buio delle sale cinematografiche ap­
prendendo un linguaggio e una lingua comuni.
204 /;invenzione del tempo libero. 1 850-1 960

Treni popolari e karkadè

n tempo libero e i divertimenti collettivi durante il fascismo meri­


terebbero una riflessione specifica e più ampia di quanto mi sia con­
sentito in questo lavoro17 _

Mi limiterò dunque solo a tracciare alcune linee generali su come


il fascismo cercò di organizzare il tempo libero, per altro senza riu­
scirei pienamente, e su come quella tendenza a diversificare e diffe­
renziare le varie forme di divertimento per ceti e strati sociali, già pre­
sente nei primi decenni del novecento italiano, venga rafforzata dal
regime fascista.
n tentativo più originale del fascismo, coerente con l'ideologia sta­
talista e totalitaria del regime, fu quello di organizzare e pianificare il
tempo libero cercando di trasformare tutti i divertimenti da privati in
pubblici. Tentativo che trovò però una forte resistenza soprattutto
nelle élite borghesi liberali e nell'aristocrazia, sprezzanti di ogni in­
gerenza nella propria vita privata e di ogni contaminazione con le
masse18.
Dopo l'occupazione degli spazi della politica, del lavoro, della cul­
tura, di tutta la società, il regime fascista tentò anche l'invasione del
tempo libero e della sfera privata. A questo scopo si servì anche della
precettistica, della codificazione delle buone maniere. Fra il 1922 ed
il 1940 furono pubblicati circa cinquanta galatei di cui molti ebbero
numerose edizioni, ma un vero e proprio boom si verificò fra il 193 8
e il 193 9. Negli anni in cui il fascismo tentò di farsi regime e s i sentì re­
gime furono pubblicati più di trenta galatei. Attraverso di essi fu ten­
tata una sia pur fragile 'fascistizzazione' della vita quotidiana19.
Tramite le norme dettate dai galatei fascisti si provò dunque a li­
quidare obiezioni, resistenze e modelli di vita eccessivamente perso­
nali e personalizzati. In questo senso l'impulso dato, negli anni tren­
ta, contemporaneamente alle organizzazioni dopolavoristiche e alla
pubblicazione dei galatei fascisti, rispondeva, sia pure in ambiti di­
versi, alla stessa esigenza di statalizzare la società e di organizzare il
consenso.
È agli inizi degli anni trenta, infatti, che il fascismo cercò d'impa­
dronirsi della società e quindi di dettar legge anche nella vita privata,
negli stili di vita, tentando di cancellare ogni separazione fra Stato e
società. L'Organizzazione nazionale dopolavoro fu lo strumento di
cui il regime si servì per programmare e controllare il tempo libero.
Le organizzazioni dopolavoristiche nacquero, infatti, con lo scopo di
esercitare un maggiore controllo, ma anche di suscitare il consenso,
G. Turna turi Divertimenti italiani dall'Unità al fascismo 205

attraverso la promessa di divertimenti a poco prezzo ed educativi, ap­


parentemente interclassisti, in cui impiegati e operai avrebbero avu­
to l'illusione di vivere il tempo libero con modalità signorili e bor­
ghesi. Per questo fine il settore che venne privilegiato dal regime fu
quello del viaggio, grande mito e grande moda degli anni trenta, dif­
fuso egualmente fra le élite cosmopolite che, mai come in questi an­
ni, viaggino continuamente, forse anche per sfuggire al provinciali­
smo fascista, e fra la piccola borghesia e gli operai. Viaggiare in tre­
no, e in nave, fu il sogno che il fascismo tentò di realizzare. Nell'ago­
sto del 1 93 1 vennero inaugurati i treni popolari che permettevano
agli iscritti al dopolavoro, grazie a piccoli sconti, di conoscere l'Italia.
L'intento era quello di offrire uno svago a varie categorie di lavorato­
ri, di creare l'ill usione della fine della divisione in classi, di raccoglie­
re consensi, di stimolare la conoscenza e l'amore per la propria na­
zione. Era questo ciò che il fascismo aveva previsto per il tempo li­
bero dei suoi impiegati e dei lavoratori. Quell'aggettivo 'popolare'
aggiunto alla parola treno doveva dare più l'idea di una cosa simpa­
tica, alla mano e abbordabile economicamente, che l'impressione di
qualcosa d'inferiore, di poco signorile.
Ma cosa succedeva realmente sui treni popolari e chi poi li fre­
quentava? Certamente non la fascia più abbiente della borghesia, ma
neanche gli operai, gli uni per snobismo e gli altri per il costo co­
munque eccessivo dei biglietti; ma anche gli impiegati, i dopolavori­
sti, che più frequentarono i treni popolari, non sempre furono con­
vinti che quei treni fossero alla loro altezza. Agli inizi la propaganda
ben organizzata ebbe i suoi effetti e i treni popolari si affollarono di
gitanti, ma passati i primi entusiasmi ed essendo il costo del biglietto
ancora abbastanza alto, ben presto le gite vennero dimenticate.

Accompagnati da una propaganda ben concepita, presto i treni popola­


ri divennero una nuova istituzione nazionale, celebrata in canzonette popo­
lari da un pubblico di basso ceto che raramente in precedenza, quand'an­
che fosse, aveva preso il treno per divertimento. Fra il 2 agosto e il 20 set­
tembre 1 93 1 , più di mezzo milione di viaggiatori usufruì degli sconti. La
maggior parte proveniva da centri urbani settentrionali; la sola Firenze di­
chiarò che durante la prima metà del 1 932 dalla stazione centrale di Santa
Maria Novella partirono 84 treni con 70 mila viaggiatori. Anche così , il co­
sto di questi 'treni popolari' non era affatto così popolare come pretende­
vano i loro organizzatori: i numerosi treni carichi di operai e di impiegati
portati a Roma per la celebrazione del decennale del fascismo in genere era­
no sowenzionati dai datori di lavoro. Appena l'euforia iniziale fu svanita e
la sezione locale smise di organizzare escursioni di massa, i viaggiatori dei
206 L'invenzione del tempo libero. 1 850-1 960

'treni popolari' scesero a circa 100 mila all'anno. Almeno alcuni di coloro
che ne usufruirono furono abbastanza coscienti della loro posizione socia­
le da lamentarsi che non furono disposte concessioni di sconti nei più spa­
ziosi scompartimenti di seconda classe20.

Ancor peggio andò il tentativo di realizzare il grande sogno di que­


gli anni: la crociera. Partire per una crociera, fare una breve crociera,
conoscere qualcuno che avesse fatto una crociera era divenuto un ve­
ro status symbol, forse perché l'accesso a questo tipo di divertimen­
to restò molto limitato. Per quanto si organizzassero viaggi a prezzi
scontati il costo di una crociera restava comunque alto, e per imbar­
carsi bisognava in qualche modo fornirsi di un abbigliamento ade­
guato. E chi durante il fascismo poteva permettersi tutto ciò? Inoltre
questi viaggi organizzati su navi modeste, per essere in qualche mo­
do gratificanti erano troppo lontani da quelle crociere di lusso di cui
si nutriva l'immaginario dei ceti meno abbienti. Impiegati, sartine e
operai continuarono così a sognare e nonostante la retorica inter­
classista vennero poi di fatto tenuti lontani dai divertimenti dei si­
gnori, nello stesso modo in cui vennero confinati ad abitare nei quar­
tieri periferici delle città.
Maggior successo ebbe invece l'organizzazione di rappresentazio­
ni teatrali per il popolo. Negli anni trenta speciali sconti vennero of­
ferti ai lavoratori iscritti al dopolavoro per gli spettacoli teatrali del
sabato mattina. Accedere al teatro, al tempio della cultura borghese
fu per molti un segno di promozione sociale e un riconoscimento gra­
tificante del proprio status. Il fascismo non solo incoraggiò il primo
consumo di massa dello spettacolo teatrale, ma si attribuì, con la po­
litica degli sconti, il merito di aver aperto a tutti un passatempo col­
to e raffinato e fino allora esclusivo.
Ma come passava il tempo libero e si divertiva quel ceto creato e
promosso dal regime, il ceto medio impiegatizio e ministeriale? Co­
me si divertivano i capiufficio e i capidivisione, gli impiegati e il per­
sonale ministeriale?
Fra le scarse possibilità economiche, la paura di compromettersi
e la prudenza questo ceto fingeva di divertirsi o nelle grandi adunate
o ai ricevimenti casalinghi fra tramezzini, vini liquorosi, karkadé e
quattro salti in famiglia che mai si protraevano oltre la mezzanotte.
La socialità anni trenta, quella gradita ai ceti medi e al fascismo
s'intende, fu vissuta sempre all'insegna della domesticità e dell'eco­
nomia, i galatei, bandito ogni divertimento in albergo, si riempiran­
no d'infinite regole per infiniti tipi di visite. Visite di convenienza, di
G. Turnaturi Divertimenti italiani dall' Unità al fascismo 207

dovere, ufficiali, di ringraziamento, ma sempre cerimoniose, e non si


accenna mai a visite di puro piacere, ai salotti dalle conversazioni bril­
lanti. Solo visite fra le signore dei capiufficio, in punta sulle sedie, con
un cappellino in testa, tutte intente a consumare, a bere ... Già, cosa
si poteva offrire senza sfigurare, spendendo poco e nello stesso tem­
po mostrando ardore patriottico? Dopo le sanzioni di Ginevra che
bloccarono l'esportazione verso l'Italia di materiali strategici, e a cui
seguì un regime di autarchia, all'ora del tè si sostituì l'ora della me­
renda. Fu una piccola rivoluzione nel mondo elegante femminile: si
studiarono nuove maniere per controbattere il sanzionismo, e non
volendo circoscrivere lo spuntino pomeridiano all'uso del tè, si cercò
di variare la merenda e di innaffiarla in tante maniere diverse. Me­
rende a base di panini imbottiti al formaggio, accompagnati da un
bicchiere di buon vino rosso. Si pensò pure al karkadè, «la bevanda
che dà la salute» calda d'inverno e fredda d'estate, e molte furono le
signore che sostituirono al tè questo infuso di fiori d'ibisco delle co­
lonie africane.
n braccio di ferro fra le signore, che magari erano appena arriva­
te all'uso del tè come uno status symbol e a cui il vino ricordava for­
se origini popolari, e i nuovi maestri delle buone maniere dovette es­
sere strenuo. Alla fine la vinse però un'elementare considerazione
economica, a cui il regime non poteva dichiararsi indifferente: le me­
rende a base di vino e panini imbottiti costavano molto di più rispet­
to a quelle in cui si beveva il tè.
n dibattito sul tè e sulle bevande da offrire fu particolarmente vi­
vace e sentito perché le visite pomeridiane in cui si offriva il tè erano
la forma di socialità più diffusa, l'unica possibile con poca spesa. Ve
ne erano di vario tipo: il tè intimo, il tè danzante, il cosiddetto tè pon­
te, owero un tè durante il quale le signore giocavano a bridge. Si par­
tecipava all'uno o all'altro a seconda della fascia sociale e della 'cor­
porazione' a cui si apparteneva e della disponibilità finanziaria, ma
avevano tutti in comune la caratteristica di essere ricevimenti molto
formali, molto 'per bene', a cui partecipavano persone tutte dello
stesso ceto e spesso della stessa professione, se non addirittura dello
stesso ufficio. Questi ricevimenti o piccoli tè non si protraevano mai
sino a tardi: il risultato fu quello di una socialità tutt'altro che mon­
dana, noiosa e ministeriale, del vorrei ma non posso, fatta di piccoli
pettegolezzi e di conti in tasca, sulla quale inoltre aleggiava sempre il
timore di dire o di ascoltare qualcosa di compromettente. Mettendo
a confronto i galatei ottocenteschi, e quelli di epoche più recenti su
questo tema si ha l'impressione che mai la socialità e la mondanità in
208 L'invenzione del tempo libero. 1 850-1960

Italia abbiano conosciuto periodi più bui e più miseri. Ma quanta di


questa mediocrità e miseria della socialità non era dovuta anche alla
crisi economica che afflisse gli anni trenta, e al fatto che ora a dare il
la, il tono, era un ceto ansioso di normalità e perbenismo?
Tramezzini, vini liquorosi, sgranocchiamenti, quattro salti e poi
tutti a letto. Si instaurava così un regime di noia e di rispettabilità an­
che nel tempo libero, che si distaccava dalla socialità un po' 'equivo­
ca' dei caffè, dei circoli, ma anche da quella praticata sino agli anni
venti dai signori e dalle signore. Gli inni al perbenismo e alla fruga­
lità, coniugati ad una effettiva e diffusa povertà, ridussero molto le
possibilità di divertimento, e ci fu chi prese in odio il fascismo anche
per questo.
Ma lo scambio di visite, una forma di socialità accessibile soprat­
tutto alle signore degli impiegati, dovette essere quasi frenetico. Un
terreno su cui si misurava il proprio inserimento in un ceto che pote­
va permettersi il lusso di ricevere, e che aveva fra i suoi doveri quel­
lo di ricevere. Si rafforzava così anche un certo spirito di corpo.
Da una parte le attività dopolavoristiche quasi obbligatorie, dal­
l'altra le visite, o le riunioni alla Casa del Fascio. Una signora della
buona borghesia, che pur frequentava circoli liberali e i giri monda­
ni che si davano convegno a Capri, così descrive il ritmo e la qualità
della sua vita sociale, quella ufficiale, quella permessa, quella quasi
obbligatoria. 1 93 7 :

Carissima mamma, tre volte alla settimana vado il pomeriggio alla casa
del fascio dove si è aperto un corso di economia domestica, tenuto dalle si­
gnore più in vista in città. L'economia consiste nello sprecare molto gas e
svariati ingredienti per insegnare alle donne del popolo a cucinare, e tutte
noi a lavorare per cucire vestine e corredini da neonati in favore delle figlie
delle medesime2 1 .

Non c'era scampo, e soprattutto non c'era più possibilità di scam­


bio fra i modi di divertirsi dei vari ceti sociali.
Nelle case e nei salotti dove non era gradito, per una questione di
buon gusto, il saluto romano, si cercavano, s'inventavano diverti­
menti in puro stile fascista, come ad esempio questo cotillon propo­
sto dalla contessa Morozzo Della Rocca:

Ed eccone di carattere patriottico militare: berrettone a pelo degli anti­


chi granatieri sulle ben lisciate teste dei ballerini e un'immensa fiamma (gra­
nata) di cartone, appesa a tracolla delle dame, mentre echeggiano le note
G. Turnaturi Divertimenti italiani dall' Unità alfascismo 209

della Marcia Reale; fez rossi e cappelli alla bersagliera, mentre suona la fan­
fara; fez neri degli avanguardisti e bandiere tricolori delle dame, mentre il
grammofono intona Giovinezza ecc. ecc.22.

Ma mentre si proponeva una precettistica per una socialità pove­


ra e conformista, l'élite conservava i suoi riti mondani, i suoi balli, i
suoi ricevimenti. Per chi frequentava i balli della marchesa Casati, o
si spostava da una parte all'altra del mondo per sentire un concerto
o vedere uno spettacolo di balletto, le gite organizzate e le matinée
teatrali erano oggetto di scherno, se non un mondo del tutto scono­
sciuto. Viaggi, ricevimenti a base di cocaina, balletti russi erano i di­
vertimenti di un'élite aristocratica o alto-borghese indifferente sia al­
le ingerenze del regime nell'organizzazione della sociabilità sia ai so­
prusi del fascismo sul piano politico e sociale. Il bel mondo faceva a
meno dei divertimenti collettivi fascisti.
La distanza fra questi due mondi, fra questi diversi tipi di socialità
appare vistosamente se, ad esempio, si legge Usi e costumi di !rene
Brin23 che, pur scritto negli stessi anni, racconta di viaggi in Ameri­
ca, di donne in crisi, di interventi di chirurgia estetica, di cocaina, di
gran dame che preferivano vivere nei grandi alberghi e di Wally Simp­
son. Qui c'è tutta la follia, la nevrosi, la disperazione e l'ubriacatura
di quegli anni, e qui si parla anche di Freud e di Proust. Nei trattati
di buone maniere più popolari e più diffusi in quegli anni dominava
invece un'aria di famiglia, una calma e una tranquillità quasi mortale
e si raccomandavano le letture dei trattati d'igiene e la ginnastica da
camera. Gran parte dell'aristocrazia e dell'alta borghesia in quegli
anni scelse stili e comportamenti internazionali, e per molti questo fu
anche un modo eccentrico e privilegiato di prendere le distanze dal
fascismo. La mediazione fra questi due mondi era invece affidata al­
la letteratura popolare, che lasciava intravedere lussuosi apparta­
menti, conti e duchesse, finanzieri e dame del bel mondo, che finiva­
no sempre coll'abdicare al loro stile di vita vacuo e corrotto per ab­
bracciare invece gli ideali piccolo-borghesi. Si istituzionalizza così in
quegli anni anche un doppio linguaggio e un doppio codice di com­
portamento, perché mentre si celebravano le visite e i treni popolari,
aristocrazia e alta borghesia conservavano una socialità tutta loro.
La buona borghesia liberale, dal canto suo, difese strenuamente
assieme al colletto duro, al cappello e all'uso del lei, le proprie mo­
dalità di passare il tempo libero facendo della vita privata e degli sti­
li di vita un campo privilegiato della resistenza al fascismo.
E fra i borghesi abituati ai divertimenti di un tempo ci fu chi pre-
2 10 I.:invenzione del tempo libero. 1 850- 1960

se in odio il fascismo anche per la sua intrusività, per quella forzata


omogeneizzazione persino del tempo libero.

La sera non c'è più dove sbattere la testa, non c'è più un café chantant
decente e le grandi cocottes che scendono in strada sono diventate etere da
strapazzo. Mussolini viene dal popolo e riduce tutto alla miseria sua24 •

Fra l'élite, ci fu chi scelse, proprio in contrapposizione alle indi­


cazioni e ai desiderata del Duce, di trascorrere il proprio tempo libe­
ro con le modalità che sempre erano state quelle del proprio ceto.
«L'opposizione del mio mondo, privilegiato per censo, liberale per
nascita e abitudini si manifestò in pensieri e comportamenti»25.
Si passava così il tempo libero fra chiacchierate intelligenti nelle
case arredate con gusto, gite in montagna per rafforzare il corpo con
salubri passeggiate, si sciava e soprattutto si coltivava il culto della
propria inimitabilità e dei propri privilegi.

L'élite ergeva in pieno fascismo la sua torre d'avorio liberale: spregiudi­


catezza di costume e rigore di forme, devozione alla cultura e amore della
personalità26.

Così Elena Croce descrive quella resistenza di costume che vede­


va quotidiamente awenire a casa propria.

Di fatto se esteriormente, nel costume, nel corretto anglicismo, l'élite si


presentava come liberale, nell'intimo era romantico reazionaria, convinta di
possedere, per diritto divino, il segreto ineffabile della 'personalità'27.

Così ritirata in se stessa l'élite partecipava poco o nulla dei nuovi


divertimenti di massa, e l'unica concessione veniva fatta sul piano del­
l'igienismo sportivo.

Ma ormai il programma sportivo, che fra l'altro surrogava sempre più la


ridotta socievolezza mondana, veniva naturalmente a centrarsi, adeguando­
si alle borghesi villeggiature, sul mare o sulla montagna invernale. Erano
due territori che offrivano tutto il divertimento e l'eccitazione che si potes­
se desiderare, ed erano anzi diventati il simbolo della moderna gioia di vi­
vere28.

Il tempo libero dei più durante il fascismo si consumava così fra


le attività dopolavoristiche, le riunioni alla Casa del Fascio, le gare
ginniche e le visite. Non c'era scampo e soprattutto non c'era possi-
G. Turnaturi Divertimenti italiani dall'Unità al fascismo 211

bilità di scambio fra i diversi modi di divertirsi dei vari ceti sociali. I
diversi modi di vivere la socialità e il tempo libero tracciavano confi­
ni invalicabili fra i ceti, a dispetto di tutta la retorica fascista sull'in­
terclassismo e nonostante tutti gli sforzi del regime di organizzare e
standardizzare gli stili di vita. Dietro un' omologazione di massa, ogni
ceto finì poi con lo scegliere le forme di divertimento più consone al­
le proprie risorse.
Gli operai nei treni popolari, le élite liberali nei loro severi salotti
e nei rifugi alpini, l'aristocrazia e la borghesia vicine al fascismo nel­
le crociere e nei grandi alberghi, ognuno era comunque rigidamente
collocato al suo posto di divertimento.
Come luoghi comuni e possibilità di divertimento interclassista
non restavano che i grandi stadi, dove proletari e borghesi consuma­
vano uno dei nuovi riti di massa, e il cinema che con i suoi telefoni
bianchi, le sue dive e la sua propaganda univa, ancora una volta, nel­
l' anonimato e nel buio, ceti diversi.

Note

1 G. D'Annunzio, Il Piacere, Mondadori, Milano 1969, pp. 16-19.


2 Ibid.
3 Per Goffmann le regole di cortesia e di tatto non sono un elemento superficiale e fri­
volo del vivere sociale, quanto parte necessaria dell'accordo cooperativo, del sostegno re­
ciproco nella definizione di una situazione sociale. «È a queste fragili regole, e non al ca­
rattere incrollabile del mondo esterno che dobbiamo il nostro sentimento incrollabile del­
la realtà». E. Goffmann, Espressione e identità, Mondadori, Milano 1979. Ma su questo
punto vedi anche, sempre di Goffmann, I modelli d'interazione, n Mulino, Bologna 197 1
e Il comportamento in pubblico, Einaudi, Torino 197 1 . Inoltre è d a segnalare la bella in­
troduzione di P.P. Giglioli a I modelli d'interazione, cit.
4 R. Sennett, La coscienza dell'occhio, Feltrinelli, Milano 1992, p. 12 . Sul tema del rap­
porto tra sfera pubblica e sfera privata e il progressivo ridursi della sfera pubblica vedi an­
che R. Sennett, The/all o/public man, Knopf, New York 1977 e }. Habermas, Storùz e cri­
tica dell'opinione pubblica, Laterza, Roma-Bari 1974.
5 P. Scarpa, Sessantanni di vita romana, ERS editrice, Roma 1956, p. 35.
6 G. Carducci, Giambi ed Epodi, Zanichelli, Bologna 1908.
7 Ciò che accade in questa fase storica in Italia, soprattutto per quanto riguarda la so­
ciabilità e il leisure time, non è molto diverso da quanto descritto da Elias a proposito del­
la Germania del diciottesimo secolo: « .. .le porte verso il basso devono rimanere sbarrate.
E come qualsiasi altro ceto medio, anche questo si trovava rinchiuso in una tipica prigio­
ne: non poteva pensare d'infrangere le mura che gli sbarravano la via verso l'alto, nel ti­
more di veder crollare allo stesso tempo le mura che lo dividevano dal basso popolo». N.
Elias, La civiltà delle buone maniere, n Mulino, Bologna 1982, p. 101.
8 Scarpa, op. cit. , p. 3 1 .
9 F. De Roberto, I.;Illusione, Treves, Milano 1922.
lO
lvi, p. 122.
1 1 Il Teatro di Varietà, manifesto futurista del 1913 , pubblicato per la prima volta dal
«Daily Mail» del 21 novembre 1913. La versione qui riportata è invece stata pubblicata in
L. Scrivo, Sintesi del Futurismo, Storia e Documenti, Bulzoni, Roma 1968.
212 L'invenzione del tempo !Ibero. 1 850-1960

1 2 G. Bertolini, riportato da G.P. Brunetta in Buio in sala, Marsilio, Venezia 1989.


13 Brunetta, op. cit. , p. 73 .
14 A. Abruzzese, Forme estetiche e società di massa, Marsilio, Venezia 1992, p. 95.
15 G.P. Brunetta, Storia del cinema italiano, 1 895-1945, Editori Riuniti, Roma 1979, p.
93 .
1 6 Testimonianza del compositore Luigi Dallapiccola, riportata da G.P. Brunetta in
Buio in sala, cit., p. 59.
17 Fra gli studi sulle organizzazioni del dopolavoro e del tempo libero durante il fasci­
smo vedi in particolare V. De Grazia, Consenso e cultura di massa nell'Italia fascista, La­
terza, Roma-Bari 1981.
18
Sulla resistenza al regime, giocata soprattutto sul piano del tempo libero e della vi­
ta privata, vedi: Turnaturi, Gente perbene - Cent'anni di buone maniere, Sugarco, Milano
1988, in particolare il capitolo Le belle manierefasciste.
1 9 Turnaturi, Gente perbene, cit.
2 0 De Grazia, op. cit. , p. 208.
2 1 E. Canino, Clotilde fra le due guerre, Longanesi, Milano 1956, p. 213 .
22
E . Morozzo Della Rocca Muzzati, Signorilità: piacevole trattato di economia dome-
stica, di galateo e mondanità, Carraba, Lanciano 1928, p. 86.
23 I. Brin, Usi e costumz; 1920-1 940, Sellerio, Palermo 1981.
24 Canino, op. cit. , p. 213.
25 G. Benzoni, La vita ribelle. Memorie di un'aristocratica italiana fra Bella Epoque e Re-
pubblica, li Mulino, Bologna 1985, p. 1 17.
26 E. Croce, Lo snobismo liberale, Adelphi, Milano 1990, p. 9.
27 lvi, p. 10.
28 lvi, p. 39.
Capitolo sesto'�

L'invenzione degli usi del tempo libero è strettamente associata a


tutto quanto appartiene alla storia degli sviluppi, delle cadenze, dei
modi di percezione della durata e dei procedimenti per la sua mi­
surazione. È tributaria della crescente esigenza di puntualità e parte­
cipe dell'evoluzione delle figure dell'attesa, della noia, dell'impazien­
za. Va detto che la cesura fra i due secoli - l'opera di Bergson è suffi­
ciente a rammentarlo - è un momento d'intensa riflessione filosofica
e di molti esperimenti di laboratorio dedicati alla durata soggettiva.
Di conseguenza, il campo che sarebbe opportuno esplorare è im­
menso. In ciò che collega gli impieghi del tempo disponibile a questa
congerie di dati, abbiamo scelto di ricordare la pregnanza dei tempi
sociali destinati alla cura del corpo.
Fra i tempi associati alla disponibilità e all'ascolto del corpo,
Georges Vigarello ha scelto di soffermarsi sul tempo dello sport. Noi
sperimentiamo continuamente la specificità di questa invadente for­
ma di temporalità. Una comprensione anche minima delle prestazio­
ni annunciate quotidianamente dai media implica la valutazione e la
memorizzazione di serie di decimi, di centesimi, financo di millesimi
di secondo. Questa estrema precisione, questa divisibilità all'infinito
influenzano a poco a poco la rappresentazione del nostro tempo per­
sonale, assoggettandolo alle nozioni di prestazione, di record nonché
all'abitudine di prendere nota delle durate.
Georges Vigarello traccia qui la genealogia di questo tempo sepa­
rato, calcolato all'estremo, che, peraltro, si accorda con l'accentuarsi
della gamma delle regolarità. L'intensa attività che lo caratterizza e di
cui ha finito per diventare un simbolo spinge a riflettere su ciò che,
in un recente passato, ha legato il suo avvento alla cattiva coscienza
suscitata dall'aumento del tempo strappato al lavoro e alla produzio-

* Traduzione dal francese di Carla Patanè.


2 14 I:invenzione del tempo libero. 1 850-1960

ne; come se il dinamismo dello sport avesse avuto la funzione di esor­


cizzare la minaccia della passività e dell'ozio. Questo tempo iperatti­
vo esprime la certezza di un progresso, di cui si dà per scontata l'e­
ternità. Nessuno oggi immagina che possa verificarsi uno scadimen­
to delle prestazioni.
Questo tempo dello sport diventa, sempre più intensamente, quel­
lo dell'ascolto gioioso dei messaggi di quel corpo con cui, dalla fine
del diciannovesimo secolo, l'individuo tende a poco a poco a identi­
ficarsi; è una prova dell'attenzione che presta attualmente al modo di
accogliere le «sensazioni» e della tendenza a sacralizzare la «concen­
trazione», che potrebbe essere interpretata come un surrogato di
fronte al cedimento delle immagini della meditazione, dell'esercizio
spirituale o dell'ispirazione.
Georges Vigarello concentra la propria riflessione sulla creazione
di una temporalità sociale autonoma, di cui è manifestazione, in par­
ticolare, l'importanza crescente che assume la definizione del calen­
dario sportivo. Potremmo aggiungere che la registrazione delle im­
prese sportive ha generato, a poco a poco, un nuovo e grottesco com­
puto. Veniamo a sapere regolarmente che un campione ha realizzato
la più grande prestazione «di tutti i tempi», cioè, tutt'al più, degli ul­
timi settant'anni. Questa rimozione del passato storico in una prei­
storia sportiva rivela e rafforza, nei giovani, il crollo dell'attenzione
rivolta alla profondità temporale.
A.C.
Il tempo dello sport
di Georges Vigarello'"

Leggendo le Memorie di Chavatte, un modesto pettinatore di la­


na contemporaneo di Luigi XIV, rimaniamo sorpresi dalla quantità
dei giochi che questo operaio di Lille della fine del seicento pratica­
va: pallacorda, mazza, bourloires, birilli, nuoto, pattinaggio, tiro con
la balestra, addirittura il «gioco con la lancia e il cavallo di legno» nel­
le vie e nei fossati della città1 . Non c'è invece alcun riferimento alle
circostanze in cui questi giochi si svolgevano, a parte il fatto che era­
no vietati la domenica all'ora della messa e dei vespri; tutt'al più tro­
viamo qualche cenno alla stagione e alle feste patronali (i giochi sul
fiume ghiacciato con «pattini d'Olanda il giorno di San Martino» )2,
oppure alle feste in famiglia (i giochi dopo un battesimo nel 1676) 3 .
Chavatte gioca perlopiù quando ne ha voglia o per scommessa, sen­
za alcuna regolarità né sistematicità: non c'è organicità né prevedibi­
lità nella sua pratica Iudica. Nessun rapporto con lo sport moderno,
la cui organizzazione dimostra al contrario una programmazione nel
tempo, uno specifico calendario, con le sue prove regolamentate e ri­
gorosamente scaglionate nel corso dell'anno. Lo sport raggiunge len­
tamente, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, un' autono­
mia e una specificità temporale.
n mutamento è così profondo che le antiche pratiche fisiche, quel­
le del seicento o del settecento, non hanno quasi alcun rapporto con
quelle della Francia industriale. Anche il lessico non è già più lo stes­
so: le parole «sport» e «sportsman», prestiti dall 'inglese, non circola­
no in Francia prima degli anni quaranta dell'ottocento. n cambia­
mento non è certo repentino, ma senza dubbio testimonia innovazio­
ni decisive che awengono nella società del diciannovesimo secolo.

* Traduzione dal francese di Luca Falaschi.


2 16 �invenzione del tempo libero. 1 850-1960

Svago «produttivo» e tempo di rottura

È soprattutto la contrapposizione tra tempo del gioco e tempo del


lavoro che diviene più marcata, più sistematica, più definita. Lo
sportsman lo dimostra fino alla caricatura, lui che per sua fortuna non
è appunto costretto a lavorare. ll personaggio è nuovo, più nelle sue
intenzioni che nelle sue azioni: pone a confronto, per esempio, il la­
voro con i giochi che pratica per meglio giustificarli e sottolinearne
l'utilità.
Lo sportsman, descritto in Francia per la prima volta da Rodolphe
d'Ornano in Les Français peints par eux-memes nel 1 84 1 , è quasi
esclusivamente un amante dell' equitazione4• La sua passione sono le
corse, la sua curiosità si concentra sui pedigree. Legge le genealogie
dei cavalli registrate nello Stud Book francese fin dal 1 8285• Scom­
mette, compra purosangue, allestisce scuderie, vigila sul peso dei suoi
fantini. D'Ornano vede in lui il successo dell'anglomania importata
dai vecchi emigrati del tempo della Rivoluzione. Si ferma sulle biz­
zarrie dello sportsman, ride delle cure «estreme» dedicate alla scelta
dell'avena o al riscaldamento dei box, sottolinea persino qualche ele­
mento ossessivo nell'arte di prenotare le monte o di dare continuità
alle linee di sangue. Insiste su diversi segni di riconoscimento di que­
st'élite (l'abito, i rapporti con l'Inghilterra, la carrozza) : «Lo sports­
man non si preoccupa affatto di essere un gentiluomo, egli è un gen­
tleman»6 . D'Ornano accenna anche alla nostalgia dei valori aristo­
cratici: l'investimento nella razza, un'attenzione tenace alla differen­
za, il perseguimento di un'immaginaria perfezione attraverso il san­
gue fino a giungere al «fanatismo e al feticismo»7. Lo sportsman
ostenta la sua nobiltà, anche se presa in prestito o soltanto «finanzia­
ria», tramite la sua carrozza e i suoi cavalli. Da qui il senso sociale di
questa moda che coltiva l'anglomania: «Frequentare i salotti, iscri­
versi a un club, andare alle corse e nei boschi sono necessità sociali
dello stesso ordine»8•

Lo sportsman e il tempo «utile» Ma la novità dei termini «sport» e


«sportsman», intorno al 1840, la nascita in Francia di club, l'investi­
mento dei proprietari impongono queste pratiche al di là della mo­
da. La loro novità è ancora maggiore, dato che in Francia le corse esi­
stevano già. Non è il principio ad essere nuovo. Le corse dei cavalli si
svolgono a partire dal 1777 due volte l'anno, il 15 aprile e il 4 otto­
bre, nella spianata dei Sablons, sotto gli occhi della corte9• Il cam­
biamento sta nella quantità: dieci prove nel 1 822, più di venti nel
Tavolini all'aperto di un caffè sui grands houlevards ( 1 877 ) .
Jean Béraud, Davanti a l Théatre cles Variétés ( 1 885 ). Musées de la Ville de Paris.
Jean Lhernault, I boulevards (1869).
Musée Carnavalet, Parigi.

Jean Béraud, Le corse a Longchamp (1886).


Musée Carnavalet, Parigi.
Esposizione universale del 1900: gli artisti dei teatri
orientali si recano sulla spianata del Trocadéro.

A.P Mjasoldov, 〃 carnevale di Roma (1839),


Ermitage, San Pietroburgo.

Esposizione universale del 1889: la piattaforma del secondo piano della Tórre Eiffel.
Pattinaggio sul grande lago del Bois de Boulogne.

Vénditrice di palloncini.
«Il sabato al banco del
vinaio».

Parigi, inizi del secolo: si beve il caffellatte in strada.


Programma dell'«Eden» di Milano (1897).
Le «Sisters Barrison» alle Folies-Bergère.
L'«anello», un'attrazione da luna park sul boulevard de Clichy, a Parigi (1904).
Lottatori a Montmartre, intorno al 1900.
Si invitano i passanti ad entrare nel
cinematografo.
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Nuovo cinema Paradiso, film di Giuseppe Tornatore ( 1989).

Il «fregoligraph» nel
programma dell' «Olympia»
di Roma, nell895.
G. Vigarello Il tempo dello sport 2 17

183010• In più, fa la sua comparsa tutta una cultura: i commenti che


accompagnano le corse, l'organizzazione che si occupa del loro svol­
gimento. L'anglomania non può spiegare tutto questo da sola.
Personaggio inedito intorno al 1840, lo sportsman aspira a tra­
sformare il ruolo delle corse. Egli si definisce utile e ambisce a un ri­
sultato di tipo economico. La selezione dei cracks sarà, come mai pri­
ma d'allora, al servizio della potenza del paese. Il Jockey Club, fon­
dato nel 183 3 , è definito «società d'incoraggiamento per migliorare
la razza equina in Francia»11• Questa società rivendica un ruolo na­
zionale: accrescere le scuderie, selezionare gli stalloni, addestrare gli
animali incrementandone la forza muscolare. A più lungo termine,
ciò avrebbe reso possibile un miglioramento del lavoro agricolo, ol­
tre che della velocità delle vetture a trazione animale. Da attività sen­
za scopo di lucro, le corse diventano attività utili. Questo è ciò che af­
fermano i primi testi su questo sport nel 1840: «Quale, se non l'alle ­
vamento dei bei cavalli, dei buoni cavalli, è di fatto il ramo dell'eco­
nomia rurale che può compensare l'agronomo dilettante, il ricco pro­
prietario, il gentleman del loro prezioso lavoro?»12• La prospettiva di­
chiarata è creare uno svago che abbia una sua validità, trasformare il
passatempo di qualcuno in una pratica vantaggiosa per tutti; far sì che
gli uomini del tutto dispensati dal lavoro nella Francia borghese del­
la prima metà dell'ottocento appaiano come uomini che svolgono
una funzione o che possono offrire un servizio alla comunità. Il
Jockey Club francese è a questo proposito esemplare: con dodici ap­
partenenti alle grandi famiglie nobili sui sedici membri fondatori, si
pone una missione economica chiara, e cioè il miglioramento del mo­
tore animale13•
È in rapporto al lavoro che i punti di riferimento dei più fortuna­
ti, nella loro volontà di rendere la loro attività produttiva, mutano.
Tutto dipende dal ruolo affidato al loro tempo di svago nella parte
centrale del secolo: «Incoraggiare lo sport, diffonderne il gusto, que­
sta è e dev'essere la carriera, la professione dell'uomo che trae gran­
de felicità dagli svaghi che pratica. È il solo mezzo che egli abbia per
non rimanere improduttivo nella società, per essere, in una parola,
utile ai suoi concittadini e, in seguito, degno di onori e onorato»14. Il
nobile non possiede che il suo svago per impegnarsi nell'ambito del­
la comunità. Ed egli lo trasforma in compito e in attività «efficace».
Il primo «Annuaire du sport», nel 1858, aspira del resto a mettere in
luce gli effetti di quest'ambizione che si propone la prosperità della
nazione e il progresso: «Il}ockey Club ha reso i più grandi servigi al
paese e va considerato un'autentica istituzione di pubblica utilità»15.
218 I.;invenzione del tempo libero. 1850-1960

I primi sportsmen sottolineano implicitamente il rinnovamento


delle tematiche economiche e politiche in questa Francia del 1840. Il
sospetto di una qualche inutilità sociale va in ogni modo fugato. Per
i privilegiati si tratta di ripensare e magari di presentare altrimenti i
loro piaceri e i loro giochi. La loro legittimità non sta più soltanto nel
dare agli altri, ma anche nel produrre. E qui lo sport può essere d' aiu­
to: «È soprattutto alle classi opulente della società che questo diver­
timento è necessario, poiché, non avendo né bisogno né desiderio di
fare del lavoro un piacere, fanno del piacere un'occupazione»16• Ol­
tre alle corse, un'altra pratica ha lo stesso ruolo nell'ambito di questo
sport dei primordi, tutto aristocratico: la caccia, l'incremento delle
mute, quello delle razze di ratiers, di cani da guardia o di levrieri, con
i loro effetti sull'economia rurale. La rivista monarchica «Le Tribou­
let» insiste ancora, il 1 8 giugno 1 882, nella sua rubrica sportiva, sul­
l'importanza dell'esposizione canina organizzata nei giardini delle
Tuileries dal Circolo della caccia: «lodevoli sforzi per migliorare le
razze canine»17•
Lo sportsman del 1840 non inventa né le corse dei cavalli né la cac­
cia, certo, e neppure un tempo particolare destinato alla loro pratica,
ma sicuramente conferisce ad esse un'altra finalità, pensandole più
dal punto di vista della produzione e del lavoro.

Canottieri e f/.aneurs Un'altra pratica, anch'essa legata al lavoro, ma


per opporvisi e per creare un tempo di «deriva», acquista importan­
za sotto la monarchia di Luglio. Una pratica quasi cittadina, tecnica,
legata a una certa attrezzatura: il canottaggio, con i suoi cultori ap­
passionati di costruzioni navali e di calcolo. Alphonse Karr racconta
delle prime organizzazioni di vogatori nella Parigi degli anni 1830-
1840, dei loro giochi che si trasformano in sfide, delle loro gare, del­
le gite ad Asnières, a Suresnes, a Charenton18. Non sono più sports­
men appartenenti a grandi famiglie, ma giovani borghesi abbastanza
ricchi da poter comprare un'imbarcazione e trasformare in competi­
zioni delle semplici gite di piacere: «Sono onesti giovanotti di Parigi,
praticanti avvocati o assistenti di procuratori legali che saliranno su
La Foudroyante o su Le Flambard e andranno su e giù lungo la Senna
finché non riusciranno ad abbordare qualche rinomata osteria di
Asnières o di Charenton»19. Anche il canottiere ha un suo spazio in
Les Français peints par eux-mémes ( 1 84 1 ) . Personaggio nuovo nell'o­
rizzonte parigino, egli non aspira a rendere utile il suo svago, che con­
cepisce piuttosto come una fuga, un modo di rompere con il lavoro
e la quotidianità. Il canottiere ama la corsa, la sfida tra imbarcazioni,
G Vigarello Il tempo dello sport 219

tanto che fa di una semplice gita un'evasione: «l primi canottieri non


erano che dei gitanti di un nuovo genere»20. Fournier si abbandona
all'effetto epico quando descrive il canottaggio parigino nel 1842, in­
sistendo sull'immaginario della partenza, sull'allontanarsi e sui gran­
di orizzonti: «La Senna per lui non è la Senna, la sua barca non è una
barca [. . .] Ciò che vede è l'Oceano, è una nave, con ponti e inter­
ponti, alberi di trinchetto, alberi di contromezzana, portelli di mura­
ta e carronate [. . .] Per il canottiere, l'acqua della Senna è salata»21.
Tempo di rottura gradevole per il canottiere, tempo di piacere
produttivo per lo sportsman; in entrambi i casi, si tratta di giustifica­
re uno svago in rapporto al lavoro, e ciò rappresenta l'avvio di un
nuovo modo di dividere il tempo. Attraverso la più grande impor­
tanza conferita volta a volta al valore quasi astratto del lavoro e al tem­
po della vacanza e dell'abbandono, sorge in forma embrionale un
meccanismo che fonda uno svago organizzato: un tempo che si con­
trappone a quello del lavoro, molto al di là del tempo tradizionale e
fisso della festa, diverso anche da quello che fino ad allora era stato
rappresentato dalle fiere, dagli spettacoli o dal carnevale. Sportsmen
e canottieri riflettono a loro modo questa doppia valorizzazione di un
tempo produttivo e di un tempo di rottura. Lo sportsman, uomo che
non lavora, deve rendere proficui i suoi piaceri; il canottiere, uomo
che lavora, può imparare a rompere con la quotidianità. Entrambe le
figure sono testimonianza di una visione più pragmatica del tempo,
un tempo già scandito dai riferimenti ad una logica industriale: du­
rata operativa e sempre delimitata. Nessun rapporto - occorre ripe­
terlo - con il tempo caotico dell'ancien régime, quello dei maestri ar­
tigiani e dei lavoranti preda di «accessi alternati di lavoro intenso e di
fannulloneria»22. Nessun rapporto neppure con i giochi di Ménétra,
maestro vetraio nella Parigi del 1780, che quando ne aveva voglia, se
il tempo era buono o se c'era in ballo qualche scommessa, chiudeva
la bottega e prendeva a prestito una barca sulla Senna23• n canottie­
re del 1840 affronta la Senna la domenica, cura la sua barca in vista
delle gare, lui che non ha «che un giorno alla settimana da dedicare
ai suoi piaceri»24•
n tema delle vacanze, a questo proposito, comincia impercettibil­
mente a prendere forma. È Rodolphe Topffer, nei suoi Voyages en zig­
zag del 1 84 1 , che inizia a parlarne, con un convinto appello: «Geni­
tori, famiglie, affittate dunque delle carrette, unitevi per fare insieme
queste amene escursioni, portateci i vostri bambini [. . ] andate a gi­
.

rare le nostre campagne, a camminare sulle nostre montagne, a ripo-


220 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

sarvi sotto i nostri faggi»25. Anche Madame Amable Tastu tratta il te­
ma nel suo Voyage en France del 1846. Tempo ancora raro, non uffi­
cialmente riconosciuto e soprattutto impossibile da realizzarsi per la
maggior parte di coloro che lavorano, quello delle vacanze descritte
da Madame Amable Tastu, organizzate intorno a un libro, e non sul­
le ruote. li padre di Guillaume e di Henriette Dumontel rimane «in­
chiodato al posto di lavoro»26 di vicedirettore al ministero delle Fi­
nanze quando pensa di proporre loro un giro della Francia per ri­
compensarli del lavoro scolastico e offrire loro delle «vacanze». Il li­
bro viene letto ai bambini che egli mette in scena. Così i giri sono rac­
contati invece d'essere vissuti, il padre diviene narratore invece che
viaggiatore.
Eppure il tempo della rottura e della vacanza acquista forza in
questa prima metà del secolo. I canottieri della Senna ne sono l'a­
vanguardia timida ma chiaramente individuabile.

Le corse, l'istituzione e il calcolo Canottieri e sportsmen della mo­


narchia di Luglio, al di là delle differenze, si assomigliano: esistono in
rapporto al lavoro.
Si assomigliano anche nelle forme organizzative: gli uni e gli altri
si raggruppano in un club o una società. Il Jockey Club è l'esempio
canonico del mutamento nella sociabilità identificato da Maurice
Agulhon nella prima metà dell'ottocento. Resta dominato dagli ari­
stocratici, certo, ma la sua organizzazione si rivela più egualitaria, poi­
ché tutti i membri hanno uguale dignità; è dunque un embrione di
quella sociabilità più democratica che si viene pian piano afferman­
do nel diciannovesimo secolo. I circoli nautici, che si moltiplicano
dopo il 1850, organizzano una sociabilità dello stesso tipo. Un modo
di essere «moderni» proponendosi una meta collettiva: «incoraggia­
re e favorire certi esercizi igienici e fortificanti>P.
Il Jockey Club del 183 3 , il circolo nautico di Parigi del 1853 cam­
biano ancor più le pratiche dei giochi e degli esercizi proposti: stabi­
liscono e garantiscono regole valide per tutti, sono giudici di presta­
zioni e risultati. La proposta fatta dal Jockey Club di «commissari di
corsa» nominati dal prefetto in ogni dipartimento, la definizione ad
opera del circolo nautico parigino delle condizioni precise di ogni re­
gata fino ad arrivare ai particolari assai concreti del cronometraggio
sono altrettanti segnali in questo senso: «Il cronometro dovrà essere
stato caricato e osservato almeno per dieci minuti per assicurarsi che
la lancetta dei secondi concordi con quella dei minuti. In ogni caso è
più prudente segnare il tempo in minuti dopo i sessanta secondi. I
G. Vigarello Il tempo dello sport 22 1

cronometri si caricano a sinistra»28. Per la prima volta, una comunità


di giocatori liberamente eletti garantisce collettivamente lo svolgi­
mento, il tempo e il risultato del gioco.
Oltre alla volontà di unificare le regole, un'altra somiglianza tra
membri del Jockey Club e canottieri attiene all'accentuarsi della loro
attenzione verso le misure e le velocità del percorso. Certo le scom­
messe sulla rapidità non nascono nell'ottocento, ovviamente; i sensa­
li non ignoravano la velocità dei loro cavalli; Buffon, alla metà del set­
tecento, calcola la distanza percorsa dal cavallo più veloce e utilizza
la cifra ottenuta per fare dei confronti fra le diverse razze equine. È
piuttosto il principio del calcolo delle velocità, sono i suoi strumenti
e le sue forme a estendersi sempre più, fino ad istituzionalizzarsi. Lo
sportsman descritto da d'Ornano nel 184 1 non cede a nessun altro la
responsabilità di questo calcolo. Possiede un orologio con la lancet­
ta dei secondi indipendente e col quadrante dei secondi, strumento
ancora raro a quel tempo, visto che quasi tutti i quarantamila orolo­
gi fabbricati in Francia sono di qualità modesta29: «Porta, legato a
un'enorme catena d'acciaio, un orologio, un vero cronometro con i
secondi indipendenti, che gli permette di valutare con un rigore
astronomico la velocità dei cavalli da corsa e di conseguire la più mi­
nuziosa puntualità in tutte le prescrizioni dell'ippiatria»30•
I canottieri cronometrano sia le loro gare che i percorsi, e ciò li dif­
ferenzia da chi se ne va per fiumi in gita. Gare e velocità definiscono
la nuova pratica che porta nel 1858 il visconte di Chateauvillard a ve­
dere nella regata «la suprema espressione del canottaggio»3 1 • La re­
golare pubblicazione dei tempi segnati dalle barche e dell'esito delle
gare è il segno della novità. La descrizione di una regata di iole nel
«Constitutionnel» del 20 luglio 1845 ha in sé tutti gli ingredienti di
questa nuova attenzione. Charles de Boigne vi evoca lo spettacolo vi­
sto un mese prima alla festa di Neuilly: La Sorcière des eaux, attrez­
zata con sei remi, ha incontrato sulla Senna Le New York, iole del
principe di Joinville, attrezzata con quattro remi. La Sorcière des eaux
è arrivata dopo 6 minuti e 3 0 secondi, Le New York dopo 6 minuti e
3 5 secondi. Viene chiesta la rivincita per la settimana successiva, in
occasione della festa del basso Meudon, il 28 giugno 1845. L'assetto
del New York è stato modificato per permettergli di avere due remi
in più. I rematori del New York hanno pensato che fosse meglio dor­
mire a Saint-Cloud la vigilia della prova, in modo da evitare ogni af­
faticamento. Vince La Sorcière des eaux, coprendo la nuova distanza
in 1 1 minuti e 3 1 secondi, 19 in meno dei rivali. La supremazia si tra­
duce in secondi, e non più soltanto in distanza metrica. «Le Consti-
222 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

tutionnel» conclude lapidariamente: «Dopo una prova così lampan­


te, non c'è spazio per rivincite».
Questo articolo, apparentemente banale, rivela le nuove esigenze:
la precisione nel calcolo della durata, le prime awisaglie di una pre­
parazione preventiva alla gara con la scelta di dormire a Saint-Cloud
per favorire il riposo, ma soprattutto le modifiche tecniche fatte al­
l'imbarcazione per guadagnare secondi. Come rivelano i commenti
sulle barche rivali, che sottolineano la «loro sorprendente leggerez­
za»32, la loro strettezza e la snellezza della linea, la stabilità e la pre­
cisione di galleggiamento, l'attenzione si porta sulla tecnica di co­
struzione degli scafi, sul disegno delle prue, sulla qualità dei materia­
li. La velocità che si esige è prioritaria in ciò che si vuole dal costrut­
tore: non più «le comuni e pesanti barche piatte, ma quelle che ama­
no volteggiare sui flutti»33 . Un'esigenza che alla metà del secolo si fa
sentire nell'ambito delle competizioni in modo piuttosto forte: Leca­
ron enumera trenta cantieri parigini che nel 1858 costruivano barche
da regata34.
Alcune indicazioni a proposito di altri esercizi fisici evidenziano
questo rapporto più stretto che si viene a creare intorno al 1840- 1850
tra la pratica fisica e il calcolo dei tempi. Gli spadisti o coloro che si
esercitano con la mazza, quelli che praticano, come i ginnasti di Amo­
ros35, una scherma di nuovo tipo con il bastone, tendono sempre più
a contare i loro colpi nell'unità di tempo. Chapus fornisce le prime
cifre quando ricorda il virtuosismo dei praticanti, per meglio descri­
vere gli «sport a Parigi» alla metà del secolo: «È difficile dubitare del­
la potenza e dell'efficacia di un modo di difendersi con l'aiuto del
quale un uomo di ordinaria abilità arriva a distribuire da settanta a
settantacinque bastonate in 15 secondi. Il professar Lacour è giunto
al numero di ottantadue, nello stesso lasso di tempo»36. Uno sforzo
faticoso ma dagli effetti già percettibili per iscrivere ogni unità di mo­
vimento in un'unità di tempo. Lo stesso può dirsi per l'esercizio svol­
to dal pugile Coots nel 1843 , che pone in evidenza l'ossessione del
numero: «Nello spazio di un'ora, prendere con la bocca, in ginoc­
chio, e portare uno dopo l'altro al punto di partenza cento uova po­
ste ad eguale distanza su una linea diritta di cento metri, saltando ogni
volta una siepe da steeple-chase alta più di un metro»37. Oppure per
l'immagine più sfumata, ma pur sempre preziosa, data nel 1852 di
una scherma che sarebbe divenuta «romantica», abbandonando il
suo «classicismo» sotto la spinta «veloce, incalzante, agile» dei nuo­
vi maestri della metà del secolo, che attaccano «con una gragnuola di
colpi precipitosi»38.
G. Vigarello Il tempo dello sport 223

Senza alcun dubbio, la novità non si limita all'impercettibile crear­


si intorno agli anni 1840- 1850 di un'organizzazione dello svago, con
le pratiche del turf, del canottaggio o di altri giochi che ben presto ver­
ranno chiamati sport. La novità si fonda anche sul modo di rappre­
sentare il movimento corporeo, di sottolinearne la velocità e l' econo­
mia. È necessario illustrare l'influenza delle prime industrie in questi
cronometraggi di nuovo genere? o quella dei lavori in fabbrica, ridot­
ti in modo maggiore che in passato «a un ristretto numero di movi­
menti»39, secondo le parole dell'Encyclopédie moderne nel 1825, sot­
toposti a un «calcolo scrupoloso della durata per adeguarli allo speci­
fico numero di operai loro addetti»?40 o, più in generale, l'influenza
delle prime misure della velocità al fine di coordinare e regolare me­
glio le nuove ferrovie degli anni quaranta dell'ottocento? O, infine, il
tentativo quasi senza precedenti di mantenere costante la marcia del­
le locomotive che Adolphe J oanne ammira tanto nelle sue prime gui­
de, apparse anch'esse negli anni quaranta? È giocoforza constatare
delle convergenze: una nuova abitudine al «minutaggio»41, sia nel la­
voro che nei trasporti; la cura posta da Adolphe Joanne nel distin­
guere treni espresso, omnibus e a bassa velocità42; infine, l'uso di un
tempo scandito in secondi nel dare i risultati di competizioni e giochi.
Canottieri e primi sportsmen partecipano a questo progressivo pre­
cisarsi delle durate. I loro calcoli rappresentano qualcosa di nuovo.

La festa e il tempo imposto È necessario soffermarsi sui risultati otte­


nuti collocandoli nella giusta dimensione: il lettore di oggi potrebbe
rimanere sorpreso. La loro precisione non ha molti rapporti con le esi­
genze comunemente ammesse nello sport moderno. n loro uso rima­
ne legato alle circostanze di ogni gara. La loro registrazione viene ef­
fettuata per distinguere il vincitore dallo sconfitto, piuttosto che per
valutare in astratto le loro velocità. Va in questo senso l'articolo del
«Constitutionnel» sulle regate di Saint-Cloud o di Meudon, che pre­
cisa i secondi dando il tempo della Sordère des eaux o del New York,
ma non informa sulla distanza percorsa. Ne deriva il relativo interes­
se del tempo riferito: è impossibile stabilire la velocità della Sordère
des eaux. A volte è il grado di precisione nella misura del tempo che
può rivelarsi insufficiente o addirittura essere considerato inutile. Il
Guide di Brainne, che riferisce nel 1855 su una regata di Etretat, mo­
stra quanto il tema di chi prevalga nella gara sia ancora assai più im­
portante rispetto ai tempi segnati: «In seguito a una scommessa, L'On­
dine, veliero del circolo nautico di Rouen, ha gareggiato in velocità
con Le Furet, battello a vapore in servizio tra Rouen e La Baule, ed è
224 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

arrivato primo dopo una corsa di quasi cinque leghe, percorse in un'o­
ra e qualche minuto»43 «Quasi cinque leghe», «qualche minuto»: il
_

lettore deve fermare la sua attenzione sull'esito della sfida, non tanto
sulla prestazione in astratto. Unico dato di rilievo è che [;Ondine ha
battuto il battello a vapore Le Furet. Brainne non si sente obbligato a
trasporre le prestazioni e i risultati su una qualche scena unificata del­
lo spazio e del tempo, cosa che permetterebbe il confronto tra l'an­
datura tenuta dal Furet e quella di altri battelli, oppure con quelle te­
nute in altro luogo, in altri periodi o su altri mari. La gara rimane quel­
la svoltasi a Etretat un determinato giorno del 1855. La velocità «in­
trinseca» dell'Ondine non viene presa in considerazione.
I limiti di questo tempo numerato a metà del secolo sono percet­
tibili anche negli articoli di commento alle primissime corse di velo­
cipedi, poco dopo l'invenzione di questo mezzo di locomozione, av­
venuta nel 1855. Il confronto tra unità di tempo e unità di moto è
spesso presente qui, ma i racconti ne sottolineano subito l'aspetto fra­
gile, se non artificiale: «Si arriva a una velocità di cinquecento metri
al minuto, ma non sarebbe possibile mantenere a lungo questa mar­
cia vertiginosa. Queste esagerate velocità hanno un interesse mera­
mente sportivo e non possono essere fatte oggetto di alcuno studio
serio»44. È evidente quanto il risultato non sia ancora fissato né sta­
bilizzato come metro di giudizio e di confronto. Precisione dei tem­
pi e delle durate, certo, ma assenza di una scala unificata che possa
fornirne degli equivalenti astratti, restituirne il significato in uno spet­
tro della velocità e della lentezza. La velocità di cinquecento metri al
minuto non è ancora convertita in una velocità di trenta chilometri
all'ora, ad esempio, e, soprattutto, non è ancora riportata su di una
tabella delle prestazioni e dei risultati. «L'lliustration», d'altronde,
non riporta nessun tempo quando dà notizia delle corse in velocipe­
de svoltesi «a beneficio degli alluvionati» nel giardino delle Tuileries
nel settembre 1875: «Si trattava di fare otto chilometri, cioè sedici
volte la lunghezza del grande viale del giardino [ . . .] La lotta è stata
estremamente viva. A trionfare è stato l'inglese»45•
Queste prime pratiche sportive rendono sistematico l'uso del cro­
nometro, ma non ancora il calcolo astratto delle velocità ed il con­
fronto tra queste ultime.
Va detto che se si considera l'organizzazione delle prime corse si
capisce meglio la difficoltà di un confronto di questo tipo. Le prove
non hanno né la regolarità né la selettività di quelle di oggi. n ritmo
con cui si svolgono rimane legato alle feste cittadine o alle riunioni
promosse dai circoli. Esse sono a volte occasionate da circostanze ec-
G. Vigarello Il tempo dello sport 225

cezionali, come le corse svoltesi al giardino delle Tuileries nel 1875 , i


cui incassi dovevano essere devoluti agli alluvionati. Le prove non so­
no coordinate tra di loro, né inserite in una gerarchia. Decise volta
per volta, secondo il ritmo delle manifestazioni locali, non sono og­
getto di nessuna temporalità autonoma. La prova di Meudon, citata
dal «Constitutionnel», o quella di Etretat di cui parla Brainne, non
rientrano in alcun programma generale. li primo Annuaire du sport
del 1858 censisce queste occasioni di incontro come altrettanti mo­
menti dispersi, se non eterogenei: «Si svolsero nel 1 852 sul magnifi­
co bacino di Arcachon delle regate assai brillanti in occasione delle
feste di beneficenza»46, mentre le regate di Caen «non hanno ancora
raggiunto un'organizzazione definitiva»47• Vi sono ben poche corri­
spondenze dirette tra queste gare decise dalle città, come Parigi che
fissa per le gare di canottaggio la data della festa nazionale del 15 ago­
sto48. Queste prove, sicuramente nuove nello svolgimento come nel­
la concezione, appartengono a un calendario che non è il loro: ri­
mangono dominate dai festeggiamenti locali, caotici nel tempo e nel­
lo spazio dell'anno.
L'esempio delle pratiche che nascono intorno al 1850 è ancor più
chiaro: le feste organizzate dalle scuole di nuoto, in particolare. Mar­
guerite, un americano in visita a Parigi nel 1 854, assiste allo spetta­
colo annuale offerto dalla piscina Deligny: dimostrazioni natatorie e
di salvataggio, gare tra i nuotatori migliori della scuola. Il vincitore
ottiene una coppa offerta dall'Imperatore, e questo è indice del pre­
stigio e della notorietà del luogo. Tuttavia non esiste alcun program­
ma di incontri, né alcuna selezione tra scuole diverse al di là di que­
sto confronto occasionale49. L'Inghilterra vittoriana, viceversa, pre­
senta nello stesso momento la possibilità di una diversa organizza­
zione delle competizioni: un tempo pensato sulla scala dell'intero an­
no che instaura una gerarchia delle prove per sviluppare un pro­
gramma che le inquadri. Ma occorrono per questo rapporti di nuovo
tipo tra le istituzioni locali e quelle nazionali, così come occorre una
nuova autonomia dello sport e degli svaghi. Le prove possono così
disporsi in un tempo fatto apposta per loro, condizione decisiva per
permettere allo sport di esistere.

Tempo separato, tempo calcolato

Quando i nuotatori inglesi costituiscono, nel 1 83 7 , la National


Swimming Society, la concepiscono come una federazione, un rag-
226 !;invenzione del tempo libero. 1850-1960

gruppamento di società locali, un «club» nazionale che unisce i


«club» cittadini o regionali. La società promuove e organizza inizia­
tive, uniforma e coordina competizioni. Crea un tempo speciale, una
durata specifica grazie alla quale gli incontri abbiano più senso in rap­
porto gli uni agli altri. Programma un calendario compiendo un'o­
pera di gerarchizzazione e di ordinamento delle gare. Ad esempio,
nel 1840 invia nei principali centri urbani del paese una medaglia
d'argento «da conferire al miglior nuotatore, che si vedrà attribuito
il titolo di 'champion of the town of. . . '»50. In una seconda fase questi
campioni gareggiano a Londra, alla fine dell'estate, e al vincitore si
attribuiscono una medaglia d'oro e il titolo di campione nazionale.
Infine la terza fase, che prospetta una durata che va oltre l'anno e con­
sente di fare confronti tra campioni nel corso del tempo: il nuotato­
re che conseguirà per quattro volte consecutive la medaglia d'oro la
potrà conservare. L'originalità della National Swimming Society con­
siste nell'avere un'autonomia sufficiente per pianificare una tempo­
ralità indipendente dalle feste e dalle ricorrenze locali; una durata del
tutto laica, scandita unicamente dalle esigenze della pratica di un'at­
tività Iudica.

Costruire un calendario Uno degli elementi più originali dello sport


si manifesta qui: club raggruppati in un'associazione più ampia per
mettere a punto un quadro di incontri gerarchizzati, campionati locali
e nazionali o addirittura internazionali. Per la prima volta, un'attività
laica di svago impone un programma e una temporalità autonomi.
D'altro canto va detto che a questa regolarità delle manifestazioni, co­
sì come a questo collegamento tra circoli, non si arriva d'irnprowiso.
L'esempio della National Swimming Society mostra soltanto la preca­
rietà dell'organizzazione inglese. Soltanto alla fine del secolo, ad
esempio, il nuoto francese mette a punto qualcosa di analogo.
A metà del secolo compaiono in Francia altre strutture, ma tutte
presentano i rischi, se non proprio le incertezze, propri di iniziative
essenzialmente private. il circolo nautico di Francia, che si ritiene
raggruppi altri circoli, organizza ad esempio il primo campionato
francese di canottaggio nel 1875, mentre il campionato della Senna,
la più antica prova del calendario sportivo francese, esiste dal 1853 .
Questo campionato francese è prima di tutto - occorre dirlo - un au­
spicio degli organizzatori più che una realtà: molti circoli di provin­
cia, che si regolano a modo loro per quanto concerne caratteristiche
costruttive e stazze delle barche, non partecipano alle competizioni.
C'è bisogno di un congresso delle società di canottieri, tenuto nel
G. Vigarello Il tempo dello sport 227

1880, per raggiungere un primo abbozzo di convergenza, mentre per­


mane una spaccatura tra una Federazione delle società nautiche del
Nord della Francia e un'Unione nautica delle società del Sud-Ovest.
Si rende necessario un nuovo congresso, svoltosi nel 1890, perché si
riesca ad imporre un accordo nazionale sulla gerarchia dei campio­
nati, la graduatoria dei rematori, le classi delle barche (iole da mare,
iole da fiume, imbarcazioni libere)51• Lo stesso anno nasce da questi
gruppi regionali una Federazione francese delle società di canottag­
gio, «consorzio» che unifica i sottoinsiemi geografici. È nell'ultimo
decennio del secolo che si rende dunque possibile l'elaborazione di
un calendario nazionale delle gare nautiche.
Gli iter e i rischi sono identici per le prove ciclistiche, quelle do­
tate di maggior prestigio negli ultimi decenni del secolo. Esse pro­
muovono una macchina dalla forte carica seduttiva, uno dei primi
manufatti prodotti su larga scala, come anche uno dei primi ad acce­
lerare i tempi dei tragitti familiari: «il primo sforzo riuscito da parte
dell'essere intelligente in direzione della liberazione dalle leggi della
gravità»52• Bisogna attendere il 1881 perché si crei un'Unione veloci­
pedistica di Francia, mentre un campionato francese esiste dal 1880.
La prova nazionale acquista nel 1884 fondamenta più solide con la
disputa di selezioni regionali: i campionati preliminari del Nord, del
Midi, dell'Est e dell'Ovest rappresentano la partizione fondamenta­
le in relazione allo spazio e al tempo interessati dalle prove tra loro
coordinate. Ma l'unità non è sempre acquisita: un'Alleanza velocipe­
distica di Francia, di origini più popolari, a testimonianza tra l'altro
della diffusione del mezzo e della democratizzazione della pratica,
contesta nel 1885 l'egemonia dell'Unione. Qualche rivista ciclistica si
lagna anche, negli anni ottanta dell'ottocento, della «mancanza d'in­
tesa che attualmente esiste tra i nostri club velocipedistici»53 : prove
disparate e locali che si disputano senza alcun collegamento tra loro;
a volte vengono addirittura fuori titoli di campione nazionale o in­
ternazionale conferiti a Grenoble o a Bordeaux54. Ciò rende difficile
il costituirsi di un calendario complessivo. La rivista «Sport vélo­
cipédique» tenta di vararne uno nel 1880: «Le società si servano del
nostro organo e pubblichino sulle nostre colonne la data esatta di una
giornata di corse [...] Le altre società dovranno nell'interesse genera­
le dello sport scegliere un'altra data»55• Ma la proposta, molto empi­
rica, non si fonda sul principio di un programma annuale discusso in
sede preliminare. Solo negli anni novanta l'Unione velocipedistica di
Francia arriva a definire un calendario unificato.
Vanno ribadite le difficoltà dell'impresa. Guy Laurans ha mostra-
228 L:invenzione del tempo libero. 1850-1960

to in che misura nel mondo sportivo dell'inizio del ventesimo secolo


fossero ancora vitali le tradizionali pratiche della sfida, incuranti di
qualsiasi calendario: il confronto tra individui, che ignora l'istituzio­
ne e nel contempo aspira ad essere sport. È il caso di Paul Milas, del
club atletico di Mèze, popoloso borgo di viticoltori della Linguado­
ca, che sfida nel 1909 sulla stampa locale un certo Molinier per il ti­
tolo di campione di sollevamento pesi. «A questo scopo, io gli pro­
pongo un match da svolgersi al cospetto del pubblico di Mèze inte­
ressato a questo sport»56• Alla fine dell'incontro viene conferito un ti­
tolo di campione locale che è al di fuori di ogni contesto nazionale.
Non ci si preoccupa minimamente che il vincitore rientri in una ge­
rarchia più ampia, né vi è alcun riferimento a un'istituzione che ga­
rantisca le regole, classifichi e registri le prestazioni. Allo stesso mo­
do, la squadra di calcio di Lunel sfida qualche anno dopo quella di
Marsillagues al di fuori di qualsiasi programma di incontri o di qual­
sivoglia riferimento alle organizzazioni calcistiche. Un match isolato,
regolato come una «questione d'onore», per stabilire una supremazia
locale. Quelli di Marsillagues si affrettano a rispondere sull' «Eclair»:
«La sfida che questa società ci lancia sarà accettata»57. Guy Laurans
ricorda figure di «campioni» della Linguadoca dell'inizio del secolo,
consacrati tali in modo non dissimile dai forzuti da fiera o dai vinci­
tori delle feste di villaggio di ancien régime. E ciò conferma quanto
l'istituzione sportiva si unifichi faticosamente, penetri con lentezza
nel territorio, contrastata dalla resistenza delle divisioni geografiche
o dalla dispersione delle iniziative private. Eppure questa istituzione
si unifica, fino a raggiungere l'obiettivo della disputa di campionati
francesi di canottaggio, ciclismo, calcio, rugby, atletica, ginnastica, ed
anche di automobilismo dopo il 1 895 . In questi ultimi quindici anni
del secolo lo sport esiste già nella sua forma specifica, con un suo ca­
lendario strutturato. Cosa che «L'Illustration» giunge ad esprimere a
chiare lettere per l'atletica: «Dimentichiamo le scommesse, le quota­
zioni, i bookmaker e tutti gli annessi e connessi, comprese le corse
truccate [. . . ] A partire dal 1885 vi è stata una lieta trasformazione. Il
Racing vince il campionato belga. Ormai si è awiati verso lo sport ve­
ro, soprattutto dopo i campionati organizzati a Parigi nel 1886»58.

Un tempo polarizzato Questo meccanismo cronologico di incontri è


tanto più importante in quanto permette un confronto numerico tra
le prove stagionali o annuali. Pone i risultati in serie; orienta l'atten­
zione verso il miglioramento delle prestazioni, con uno specifico in­
vestimento in uno dei valori dominanti di fine secolo: il progresso. Un
G. Vigarello Il tempo dello sport 229

modello ispirato al concetto di crescita su cui il giornale «Le Temps»


riflette dopo ogni campionato studentesco parigino, manifestazione
organizzata annualmente a partire dal 1888: «Non solo gli alunni
nuotano meglio, con una velocità maggiore e più a lungo che negli
anni passati, non solo danno prova di una resistenza allo sforzo che
ancora non si conosceva in loro, ma la condizione fisica che dimo­
strano è del tutto differente da quella di trenta mesi fa»59• Il tempo
dello sport ha assunto il suo indirizzo, fino al punto di diventare un
leitmotiv: «l nostri sportsmen hanno segnato dei progressi tangibi­
li»60. Le prove acquistano un valore dimostrativo, si trasformano in
segni di ascesa, garanzie di progresso, al punto che i promotori del­
l'Esposizione universale del 1900 considerano lo sport una prova tan­
gibile del progresso, associando Giochi olimpici e testimonianza di
modernità. L'Esposizione parigina è la prima tra queste manifesta­
zioni universali a utilizzare nella regia lo sport: gare esibite al pari del­
le macchine, associate a queste ultime, come loro suscettibili di un
perfezionamento continuo. I concorsi di salto, corsa, tiro, lawn-ten­
nis, disseminati intorno ai padiglioni degli espositori o nei Bois in­
torno a Parigi, sono l'occasione per commentare i miglioramenti nei
risultati rispetto ai primi Giochi olimpici di Atene, svoltisi quattro an­
ni prima, nonché per parlare delle potenze politiche ed economiche
in ascesa, dei campioni americani, «questa razza giovane e superba
che si è formata nel Nuovo Mondo»61 . Lo sport ha inventato un tem­
po parallelo a quello quotidiano di fine secolo, ma anch'esso orienta­
to verso il futuro e il progresso.
Il calendario ha un effetto ancor più preciso sul contenuto del tem­
po di svago, accrescendo incessantemente la sua importanza e facili­
tando l'invenzione di periodi preparatori, quelli in cui dominano i
momenti di apprendistato e le fasi di perfezionamento. Il calendario
conferisce un ordine non soltanto alle manifestazioni ludiche, ma an­
che alle fasi di preparazione che le precedono. Permette l'alternanza
tra allenamenti e prove. Scandisce il tempo che separa le prove. Cer­
to l'allenamento non è un'invenzione di fine ottocento: i fantini e i pu­
gili sanno da tempo che un difficile equilibrio tra esercizio fisico e die­
ta può far perdere peso e far aumentare la forza. Defrance ha soste­
nuto 1ft prima tesi in medicina sull'allenamento62 nel 1859, mostran­
do come un'attività programmata di corsa e un'alimentazione ad hoc
avessero inciso sul peso di Cribble prima dell'incontro con Molineau
nel 1810, facendolo scendere in tre mesi da 1 88 a 152 libbre.
Lo sport non ha creato l'allenamento, ma il calendario accresce
come non mai la sua funzione e la sua legittimità. Nel 1890 «L'illu s-
230 I:invenzione del tempo libero. 1850-1960

tration» constata: «ll lavoro di preparazione agli incontri di campio­


nato è una cosa seria, l'allenamento ha esigenze assai imperiose, an­
che la scelta del campo richiede molta attenzione»63 . n tema si bana­
lizza alla fine del secolo. L'allenamento di Carpentier è utilizzato ad­
dirittura nel 1912 per la pubblicità di una fonte d'acqua minerale:
«Mettete come me lo stomaco a dieta con la fonte Perrier»64. Vengo­
no create prove ad hoc per la preparazione dei corridori, come fa il
club velocipedistico di Bordeaux in vista del campionato francese del
1 885 : «Lo scorso 22 febbraio il club velocipedistico di Bordeaux ha
fatto disputare le prime corse di allenamento dell'anno. I corridori
del club hanno iniziato a prepararsi per la grande battaglia del cam­
pionato francese e per l'annuale corsa giovanile del 3 1 maggio»65. Da
qui deriva una costante attenzione tesa ad ottimizzare la durata della
pratica e ad affinare i gesti che la compongono. Indice di questa lo­
gica, la seguente constatazione, fatta nel febbraio 1885 : «l corridori
mancano ancora di allenamento»66, o questo annuncio del club velo­
cipedistico di Tours: «Molti corridori hanno già ricominciato ad al­
lenarsi in vista delle corse della stagione»67• Da ciò derivano anche
consigli miranti a far sì che la preparazione vada al di là del tempo
passato allo stadio o al velodromo. La rivista «Véloce Sport», illu­
strando nel 1885 i dieci comandamenti del ciclista, pubblica l'imma­
gine di un corridore che pedala nel suo appartamento: la bicicletta
poggia su dei sostegni, la catena muove una ruota che ha l'unica fun­
zione di far girare un girarrosto piazzato nel camino. «Farai in modo
da allenarti anche accanto al focolare»68. L'immagine ha ancora più
senso in quanto rivela un'ambiguità: questo tempo che «rosicchia» i
momenti della quotidianità ben al di là della gara è contemporanea­
mente accettato e respinto. Accettato perché costituisce l'oggetto di
un comandamento che si impone al buon corridore, ed è garanzia di
risultati e di progressi. Respinto perché deve rimanere un tempo uti­
le ad altro: la bicicletta sulla quale il corridore si allena serve almeno
ad arrostire qualche pollo . . . I momenti passati fuori dalla gara non
possono appartenergli del tutto. Lo sport produce un tempo dedica­
to allo svago ma contemporaneamente non arriva ancora ad affer­
marlo come del tutto appartenente allo svago stesso.

Il record obbligato Con il susseguirsi regolare di incontri, col loro rit­


mo annuale e lo specifico allenamento necessario per affrontarli, lo
sport dà vitf a un tempo autonomo. È una durata separata, più ori­
ginale di qu11nto non appaia: essa, infatti, non contribuisce soltanto a
creare nuovi cicli temporali, i campionati e la loro preparazione, ma
G. Vigarello Il tempo dello sport 23 1

anche ad inventare nuovi calcoli sul tempo medesimo. Il ricorrere


delle competizioni stimola il paragone con i risultati precedenti: ogni
prestazione è confrontata con altre; ogni prova è proiettata su di una
tabella. Oxford-Cambridge, ad esempio, la regata di canottaggio or­
ganizzata regolarmente dopo la metà dell'ottocento, viene presto pre­
sentata come una possibile occasione di record: «La gara che si di­
sputerà sarà su una distanza di quattro miglia e mezzo, più o meno
quattro leghe. A memoria di atleta, non si è mai fatto segnare un tem­
po inferiore a 19 minuti e 35 secondi. Ma il vigore dei campioni di
oggigiorno è tale che da loro si attendono prodigi»69. Lo stesso av­
viene per la venticinque chilometri ciclistica di Parigi, alla fine del­
l' ottocento: la distanza e il percorso, sempre identici, contribuiscono
a far considerare eccezionale la prestazione di Fournier nel 1895:
«Ventimila petti incitano i corridori. Ad aggiudicarsi il primo posto
è stato Fournier: venticinque chilometri coperti nel tempo prodigio­
so di 37 minuti e 35 secondi»70• Attraverso queste competizioni uffi­
cializzate, successive e ripetute, la pianificazione cronologica dello
sport contribuisce a istituire il record. Ne derivano tempi di percor­
so sempre più sorvegliati e confrontati tra loro.
La regolarità· degli spazi rafforza questa tendenza. La creazione
del velodromo e dello stadio, con le piste artificiali e le distanze stan­
dardizzate, stimola a confrontare le prestazioni. La sistematica ripe­
tizione, settimana per settimana o mese per mese, delle prove dei mil­
le o dei diecimila metri, ad esempio, impone quasi implicitamente il
riferimento al record, con una certa dose di esitazione a confermare
che si sta andando verso l' omogeneizzazione. La distanza delle corse
disputate nel 1885 al velodromo di Montpellier, dove la pista è lunga
trecento metri, è basata sul numero tre (tremila metri, seimila metri,
ecc.), mentre al velodromo di Bordeaux, che ha una pista lunga cin­
quecento metri, ci si basa invece sul numero cinque (cinquecento me­
tri, mille metri, cinquemila metriF 1 . L' «anello» di cinquecento metri
diviene alla fine del secolo il riferimento per le corse ciclistiche, e al­
lo stesso tempo per i risultati e i record. Un'identica omogeneizza­
zione si ha per le corse nell'atletica, gli ostacoli, ad esempio, dove la
distanza tra le barriere viene standardizzata intorno al 1890: «Gli
ostacoli non sono messi a caso. Al contrario, tutto è calcolato e il sal­
to è assolutamente matematico da quando si sono adottati i princìpi
inglesi. La corsa si disputa sui cento metri. Ogni nove metri un osta­
colo di l ,03 metri conficcato nel terreno in modo tale da poter cade­
re se il piede lo tocca»72•
A tutto ciò si aggiungono pressioni più legate alla sfera economi-
232 !.:invenzione del tempo libero. 1850-1960

ca, provenienti dal mercato delle macchine. Un record battuto divie­


ne un argomento buono per far vendere cicli di una certa marca. Di
questo tenore è per esempio la pubblicità del triciclo Rotary del 1886:
«il Rotary ha recentemente eclissato tutte le precedenti prestazioni
realizzate in triciclo»73 ; oppure quella della bicicletta Humber: «Cin­
quantanove record in una settimana sono stati ottenuti sulle Humber
costruite a Beeston, risultati straordinari»74; oppure, ancora, quella
del triciclo Royal Crescent di Coventry, «titolare di tutti i record del
mondo, dai tremila ai diecimila»75. È uno dei primi casi di legami tra
prestazione sportiva e mercato, due termini suscettibili di potenziar­
si a vicenda.
Svariati fattori hanno contribuito a favorire questa tendenza sem­
pre più forte alla precisione nel registrare le durate. La cultura del
tempo muta alla fine del secolo, come dimostrato dalle pubblicità de­
gli «orologi-cronometro», più numerose e più circostanziate: «Ricor­
rendo al cronografo Just, saprete come vivete, il tempo che impiega­
te per gli affari, i pasti, gli svaghi, il riposo [ . . ] Grazie a lui, valutere­
.

te se date a ciascun atto della vostra vita il giusto tempo»76• È lenta la


penetrazione del tempo numerato e calcolato nella vita quotidiana, il
tempo del lavoro, dei trasporti, o, semplicemente, quello segnato da
questi orologi che si vanno sempre più diffondendo. In definitiva è la
percezione delle distanze che cambia con il riferimento ripetuto alle
macchine (locomotive, velocipedi, presto automobili); emerge un
modo più sistematico di calcolare il rapporto tra la distanza e il tem­
po: la velocità espressa in chilometri all'ora, ad esempio, diviene alla
fine del secolo la misura standard per indicare la rapidità di un vei­
colo. È questa espressione in termini numerici che permette di con­
dannare il guidatore pericoloso, come indica il primo episodio, avve­
nuto il 19 aprile 1899, di un'automobile fermata sui boulevard pari­
gini perché procedeva alla velocità «estrema» di 60 chilometri l' ora77•
E sempre grazie ad essa che è possibile apprezzare le qualità di un vei­
colo, come dimostra il giudizio sulle macchine della società L'Ener­
gie, considerate eccezionali all'inizio del ventesimo secolo: «La Vie au
grand air» loda la loro velocità riferendo un unico dato, i 5 1 chilo­
metri orari raggiunti su una salita con pendenza dell0%78.
Lo sport non crea questi nuovi calcoli, in gran parte già alimentati
dalle locomotive e dalle macchine di nuova invenzione. Soltanto, li
rende più sistematici, più familiari; le corse ciclistiche degli ultimi an­
ni dell'ottocento, ad esempio, vengono sempre commentate facendo
riferimento alla velocità tenuta dal vincitore: Terront vince nel 1894
la prima Parigi-Brest-Parigi, di 1 . 1 96 chilometri, alla media di 16 chi-
G. Vigarello Il tempo dello sport 233

lometri l'ora, mentre Milis prevale nella Bordeaux-Parigi, di575 chi­


lometri, alla media di 26 chilometri l'ora79; sono altresì prove di que­
sta familiarità i ripetuti tentativi di record dell'ora o i primi tachime­
tri installati sulle biciclette di fine secolo: «Dilettanti e professionisti
hanno interesse a conoscere in qualsiasi momento la velocità alla qua­
le pedalano. Nessuno degli strumenti finora inventati ha raggiunto lo
scopo, se non il tachimetro»80. n chilometro l'ora è l'unità di misura
che conferma un'attenzione nuova verso il tempo, e anche l'impor­
tanza e il ruolo dello sport in quest'attenzione.

Moltiplicare il tempo A questo punto si può vedere più chiaramen­


te come una tensione dawero moderna possa percorrere il tempo
dello sport. Mai come alla svolta del secolo lo sport è apparso sim­
boleggiare la nuova visione della velocità e del tempo accelerato. «La
Petite République» non può celare la sua ammirazione nei confronti
delle automobili della Parigi-Bordeaux del 1 899, anche se definisce
«infernale» l'andatura di questi bolidi che «superano talvolta la velo­
cità di 70 km l'ora»81 . Nel suo trattato d'igiene del 1897 , Rochard non
nasconde la sua ammirazione per Zimmerman, la cui bicicletta arri­
va a toccare i 60 chilometri l'ora, anche se considera come «sforzo ec­
cessivo» quest'andatura, «che equivale a quella dei treni espresso»82•
«L'Auto» del 17 luglio 1903 si dedica ad uno scrupoloso confronto
in termini numerici tra il tempo di Garin, il vincitore del primo Tour
de France, e quello dei treni in servizio ordinario tra le stesse città toc­
cate dalla corsa. 97 ore per i treni, 94 per il ciclista. «L'Auto» grida
alla scoperta: «Garin batte le locomotive»83 . Lo sport della svolta del
secolo rappresenta senza dubbio al più alto livello l'ideale di un tem­
po che si desidera intenso e rapido, quello appassionatamente evo­
cato nel manifesto futurista del 1909: «Noi affermiamo che la ma­
gnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellez­
za della velocità [ . . . ] un automobile ruggente, che sembra correre sul­
la mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia»84. I futuristi in­
sistono del resto sull'importanza dello sport quando si riferiscono al
ribollire vertiginoso del mondo, all'universo plastico, meccanico e
sportivo85•
Inoltre, mai come alla svolta del secolo il tempo dello sport ha sim­
boleggiato in modo così netto la rottura con la durata familiare: il
contrario dell'agitazione, una deliberata presa di distanza da una
quotidianità sperimentata come febbrile, se non convulsa. Pierre de
Coubertin, al pari di altri, scopre intorno al 1 890 il tema dello stress.
Percepisce come la società francese sia divenuta d'improwiso agita-
234 I;invenzione del tempo libero. 1850-1960

ta, impaziente, sovraccelerata. Si convince del fatto che il carico di fa­


tica nervosa è complessivamente aumentato. Conferisce allo sport la
missione di distendere e di prospettare uno spazio di vacanza: «Esso
soltanto può al medesimo tempo e su larga scala sviluppare energie e
arrecare serenità in una società frenetica»86. Sintetizzando, lo sport
avrebbe il compito di rimediare a un male nuovo, quello dell'eccita­
zione e del nervosismo. Spiegazione, questa, awalorata da una lette­
ratura sportiva che nasce intorno al 1900: «È lo stress, reale o imma­
ginario che sia, alla base della nascita dei giochi atletici e della loro af­
fermazione»87. In termini più scientifici, per Philippe Tissié, anima­
tore della rivista «Les Jeux scolaires», la ginnastica e lo sport sono la
base dell' «igiene di chi è affaticato»88; egli illustra come i «nervi mo­
tori», stimolati dall'esercizio, «trasmettano poi questa energia ai mu­
scoli per il compimento dell'atto volontario»89, donando vigore al­
l'uomo nervoso e indebolito.
Il tema dell'evasione e della fuga ha conosciuto alla fine del seco­
lo un rinnovamento: ha acquisito maggiore legittimità e una presen­
za più insistente, come indicano le campagne sull'orario giornaliero
e settimanale di lavoro. La società industriale porta a immaginare rit­
mi quotidiani nuovi. Certo si tratta di una lotta di lunga lena: la gior­
nata di dieci ore e la settimana di sei giorni, proposte per la prima vol­
ta alla Camera dei deputati il 26 maggio 1879 da Martin Nadaud e ri­
prese più volte in seguito, sono adottate soltanto il 4 luglio 19 1290. Lo
stesso può dirsi per le vacanze: alla vigilia della Prima guerra mon­
diale, gli impiegati degli uffici e del settore commerciale sono prati­
camente gli unici a beneficiare di una settimana di ferie pagate91. Pe­
raltro l'aspetto culturale è in primo piano nelle rivendicazioni, e fan­
no la loro comparsa nuovi oggetti d'inquietudine: la presa di co­
scienza dello stress e la sua denuncia.
Una curiosità inedita mette in luce gli «eccessi» del lavoro scola­
stico, i danni provocati da spossanti tirocini o quelli derivanti dalla
massa dei compiti; di questo tenore la descrizione canonica di Sarcey,
in cui il cameriere analfabeta compie sforzi di concentrazione sovru­
mani per imparare a leggere: «Mi ascoltava con un'attenzione straor­
dinariamente intensa, vedevo la vena delle tempie gonfiarsi per lo
sforzo e il sudore che gli solcava la fronte [. . . ] Otto giorni dopo, eb­
be una febbre meningea»92; o ancora i racconti di Mosso su soldati
«assai robusti [. . . ] che impallidiscono e svengono per la debolezza
dopo ogni esame» di valutazione del loro livello93 ; o, infine, quelli di
Guyau sulle «violente cefalee», gli indolenzimenti e gli stati di pro­
strazione di cui sembrano vittime gli stressati liceali94.
G Vigarello Il tempo dello sport 235

Lo sport è allora - e questo è un fatto inedito - ciò che compensa


il lavoro. Ne deriva una doppiezza apparentemente contraddittoria:
lo sport come tempo di tregua e, d'altra parte, di accelerazione. Da
un lato il desiderio di distensione, dall'altro quello dell'intensità dei
movimenti. Pierre de Coubertin cerca di superare questo apparente
conflitto insistendo sull'arte di ripartire il tempo di riposo, ricorren­
do all'immagine della «chaise longue», intermezzo obbligato tra il la­
voro e lo sport: «Tra una fatica e l'altra, alcuni istanti di riposo asso­
luto faranno meraviglie»95. Non c'è dunque alcuna contraddizione: i
due tempi, tregua e velocità, possono sicuramente convergere. L'in­
vestimento nella tregua è quello promosso dall'organizzazione del la­
voro nelle società industriali. L'investimento nella velocità è quello
promosso dall'immaginario tecnico e dal progresso. L'idea dominan­
te alla fine del secolo è che la tregua non sia sempre assenza di movi­
mento: può rientrare in tutto e per tutto, semplicemente, nella vo­
lontà di separare tempo di svago e tempo di lavoro. È lo svago, e so­
lo lo svago, a costituire l'elemento di rottura, oggetto di gesti intensi
come di frenetiche attività. Cosa che alcuni adepti dello sport sotto­
lineano con insistenza: «l fanciulli che si dedicano alle fatiche men­
tali trovano nell'esercizio corporeo un'opportunità di riposo attra­
verso il meccanismo dell'alternanza tra forme di lavoro»96. Si tratta
di dare concretezza al tema dello svago attivo, della distensione che
stimola, come fa ad esempio la scuola alsaziana a partire dal 1890: cin­
que giorni nei Vosgi nel mese di luglio, con marce di diciotto chilo­
metri al giorno in due tappe97.
L'originalità del tempo sportivo inventato nell'ultimo ventennio
dell'ottocento diviene addirittura triplice: un tempo distinto dalla vi­
ta ordinaria, con un suo ritmo autonomo e sue proprie manifestazio­
ni; un tempo di rottura che riceve un notevole impulso in opposizio­
ne al lavoro; infine, un tempo caratterizzato da un'intensa attività,
sempre più dominato dall'ansia per la precisione cronometrica. Que­
sto tempo dello sport è tuttora chiaramente identificabile, con l'or­
ganizzazione del tutto specifica di festività profane ed il suo puntare
su valori collegabili sia alla vacanza che all'efficacia tecnica. Testimo­
ne delle trasformazioni della società industriale, questo tempo rende
concreto il distacco dai vecchi calendari religiosi e l'avvento di un'at­
tività Iudica imposta dall'organizzazione del lavoro, con il suo imma­
ginario di efficienza e di progresso.
236 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

Lo sport e la società «informata»

Ma il successo dello sport, la sua presenza nella stampa, la con­


quista da parte sua degli spazi urbani o di quelli dei manifesti pub­
blicitari nel ventesimo secolo ne fanno un testimone ancor più pre­
zioso. La spettacolarizzazione degli incontri sportivi, l'ininterrotta
pubblicizzazione delle prestazioni e dei record mostrano che nelle
nostre società l'immagine del tempo subisce un ribaltamento più ac­
centuato. Non si tratta più solo del tempo dello svago o di quello del
lavoro, bensì di quello della sensibilità quotidiana. E divenendo me­
no «separato» dalle attività ordinarie, e partecipando di più al nostro
tempo di ogni giorno fino a identificarvisi che lo sport mostra fino a
che punto il ventesimo secolo abbia trasformato l'immagine della du­
rata. Il gusto per il tempo accelerato, certo, ma anche quello per
l'informazione e l' «inatteso», un tempo del quale gli incontri sporti­
vi sono una riserva inesauribile, con i loro imprevisti, l'alternanza in­
finita di «sconfitte» e «successi», la sequela di gesti, rituali, regole e
cerimonie. I ristÙtati sportivi ritrasmessi e ripetuti in continuazione
accentuano il gusto per la «notizia»: un'informazione sempre riat­
tualizzata, strisciante, onnipresente, quella che caratterizza la società
dei nostri giorni. È in questo senso che il tempo dello sport potreb­
be divenire il simbolo del nostro tempo.

Lo sport e la consumazione dell'avvenimento La folla dei Parigini am­


massati nel faubourg Montmartre, il 2 luglio 192 1 , per scorgere il raz­
zo luminoso che avrebbe annunciato la vittoria o la sconfitta di Car­
pentier contro Dempsey indica innanzitutto il crescere della parteci­
pazione popolare agli avvenimenti sportivi. Essa testimonia poi so­
prattutto un nuovo uso della trasmissione delle notizie98: il telegrafo
senza fili, il razzo, i telegrammi che diffondono la notizia stessa che
inizia a comparire sui muri di piace de la Concorde, rue Royale o lun­
go i boulevard, le edizioni speciali dell'«Auto», infine, messe imme­
diatamente in vendita. In un attimo il match viene trasfigurato in av­
venimento «storico», sùbito registrato e diffuso.
Occorre ribattere, sicuramente, sull'importanza conquistata dallo
sport, sulla sua conversione in spazio mitico: il combattimento tra
Carpentier e Dempsey lo mostra perfettamente con il suo inserirsi
nell'immaginario francese del 1920, con l'aspettativa di rivincita su di
un'America potente il cui aiuto militare aveva urtato l'orgoglio na­
zionale. Il verdetto viene atteso come qualcosa di simbolico. Da qui
questa folla impaziente, da qui le misure eccezionali prese allo scopo
G. Vigarello Il tempo dello sport 237

di dare informazioni. Ma lo sport consente in questo caso di speri­


mentare una particolare forma di ubiquità: l'annuncio del risultato al
di là delle frontiere e degli oceani, nel momento stesso in cui il risul­
tato si produce, un'informazione quasi istantanea. Senza dubbio il te­
legrafo o il telegramma non sono delle novità. Nuovo è piuttosto il
modo di utilizzarli: raggiungere una folla compatta per informarla
istantaneamente, porre in concreto un vasto pubblico dinanzi all'e­
strema contrazione dello spazio e del tempo.
A suo modo, la stampa aveva già operato in questo senso. A par­
tire dalla fine dell'ottocento i dispacci telegrafici trasformano in po­
che ore gli avvenimenti accaduti nei luoghi più lontani in notizie di
giornale. Ciò evidenzia l'inesauribile riserva di notizie costituita dal­
lo sport, al punto che «L'Auto» inventa nel 1903 il Tour de France
per aumentare le vendite. Crea lo spettacolo e ne distilla gli echi. li
meccanismo è chiaro: permettere al lettore del giornale di seguire,
giorno dopo giorno, una corsa di cui non saprebbe nulla se restasse
al bordo della strada; coltivare la sua aspettativa e la sua eccitazione
per meglio invogliarlo alla lettura e spingerlo a essere fedele. Si è ob­
bligati a seguire le varie edizioni del giornale. I dispacci dell' «Auto»
danno colore alla gara: «È incredibile, è uno spettacolo unico, ci te­
legrafa il nostro inviato speciale Victor Breyer. Sono arrivati a tenere
sull'intero tratto una media di 3 0 km l'ora (Bordeaux-La Rochel­
le)»99. «L'Auto» predispone già nel 1909 un sistema di dispacci per
comunicare a innumerevoli punti dislocati stÙ territorio la classifica
dei corridori appena dopo che il traguardo è stato tagliato: «l caffè
avranno i risultati facendone richiesta telegrafica; la risposta è gra­
tuita»100. La radio degli anni trenta non fa che proseguire sulla stra­
da dell'informazione istantanea. Molti commentatori che seguono la
corsa, in particolare Georges Briquet10\ accentuano drammatica­
mente il senso dell'avvenimento: gli episodi e le peripezie sono im­
mediatamente comunicati, gli epiloghi e le testimonianze subito va­
gliati. D'un tratto, la corsa esiste perché di essa si parla e si scrive, e
anche perché gli episodi che vi accadono conoscono una diffusione
immediata.
In questa prima metà del ventesimo secolo lo sport diviene l'e­
sempio canonico dell'informazione costante. Ogni gesto è anche
un'indicazione, ogni prestazione ha un aspetto di irreversibilità. È ciò
che emerge dai comunicati dell' «Auto» sull'arrivo delle squadre ai
Tour degli anni trenta: «La squadra romena ha lasciato Bucarest»;
«La squadra jugoslava è arrivata a Parigi»; «Quale sarà la tattica dei
belgi?»102. O dai comunicati che arrivavano dalla prima coppa del
238 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

mondo di calcio, disputata a Montevideo nel 1930: «Ieri a Montevi­


deo la Francia ha battuto il Messico [. .. ] È un risultato assai lusin­
ghiero»103. O ancora, la «corrispondenza particolare»104 dell' «Ex­
celsior» che annuncia il record dell'ora battuto da Jean Bouin a Stoc­
colma il 6 luglio 1913 , e cita i tempi «intermedi» fatti segnare al quin­
to, decimo e quindicesimo chilometro.
Lo sport incarna l'immagine del tempo attuale: un susseguirsi so­
vrabbondante di avvenimenti, un flusso ininterrotto d'informazioni.
Non è più un semplice spazio di tempo nell'ambito della nostra quo­
tidianità, non è soltanto un'attività separata, ma piuttosto un fedele
riflesso di questa quotidianità: ogni risultato crea una nuova infor­
mazione, ogni incontro sportivo, ogni gesto compiuto da un campio­
ne rappresenta un avvenimento. Le pagine sportive dei giornali lo di­
mostrano, accumulando le notizie sotto forma di flash: «Il quindici
francese sconfitto per la prima volta nella tournée in Sudafrica»; «Be­
nazzi in serio dubbio per il primo test con gli Springboks»; «l sei fran­
cesi impegnati a Wimbledon conoscono i loro avversari»; «Jean Ti­
gana ingaggiato come direttore tecnico dall'OL»; <<Johan Museeuw
vince la prima tappa del Giro della Svizzera»105. Titoli che creano
eventi, eventi che esistono solo in quanto passano per i mass media.
Lo sport alimenta una sovrabbondanza di annunci e di notizie, allo
stesso modo in cui gli odierni media giocano con il nuovo. È il desi­
derio di una comunicazione istantanea e universale a prevalere sul
suo contenuto, è il desiderio di un'informazione che si rinnova con­
tinuamente a prevalere sulla sua profondità. Lo sport incarna meglio
di qualsiasi altra pratica contemporanea sia il bisogno che l'illusione
di un'informazione generalizzata, fino a raggiungere l'alluvione delle
chiacchiere. Ci restituisce, anche qui più efficacemente di qualsiasi al­
tra cosa, l'immagine della nostra modernità: una società che molti­
plica l'avvenimento per meglio scongiurare il nuovo, «per angoscia
del tempo liscio e uniforme delle società industriali, per bisogno di
consumare il tempo come gli oggetti, per paura dell'avvenimento
stesso»106. Lo sport, con la costanza dei suoi risultati, il suo calenda­
rio sempre più denso, i suoi giochi sempre più diversificati, serve al­
la macchina informativa dalla quale deriva la trama della nostra tem­
poralità.

I.;immagine di un corpo «informato» Il tema dell'informazione è pe­


netrato nella nostra quotidianità fin dai primi decenni dell'ottocento
ed è giunto a trasformare le sensazioni a noi familiari. Ma anche qui
lo sport impone la sua presenza.
G. Vigarello Il tempo dello sport 23 9

È l'immagine del corpo a essere modificata da questa ricerca


d'informazioni, un corpo che si valorizza quanto più il complesso di
informazioni che provengono dalle sue zone periferiche sarà con­
trollato: un controllo istantaneo, immediato. Lo sport rende concre­
ta, dopo qualche decennio, l'immagine di questo corpo informato,
capace di prendere coscienza, all'istante, dell'insieme delle sensazio­
ni possibili. Allenatori e commentatori privilegiano l' «ascolto» dei
sensi. n campione deve, in primo luogo, «trovare» o «ritrovare le sue
sensazioni». Egli si dedica a un'opera di sorveglianza attenta e con­
centrata: «prendere coscienza del proprio corpo con tutte le sue ar­
ticolazioni, perché si possa esprimere liberamente»107. Le immagini
delle qualità corporee hanno subìto un rovesciamento: non più sol­
tanto l'energia, ma le percezioni. Ottenere «un'immagine di tutte le
parti del proprio corpo»108, scrutare le cinestesi così come gli effetti
sui muscoli, «sollecitare il sistema nervoso, altamente recettivo, per
riuscire ad avere un'informazione minuziosa»109, concentrarsi stÙ
«movimento della propria persona» H o . Anche il tempo rientra nel di­
scorso, ovviamente: queste informazioni devono arrivare ed essere
elaborate istantaneamente. La percezione del corpo viene completa­
mente modificata, come mostra l'immagine di un eroe di Pirsig che
attraversa in moto le pianure dell'Ovest americano ascoltando ogni
vibrazione del mezzo meccanico, fino a sentirle totalmente dentro di
sé: «sensibilità cinestetica profonda che permette di apprezzare la
flessibilità dei materiali»111•
Le nuove tendenze sono caratterizzate dalle tecniche di rilassa­
mento, dai gesti controllati e «mentalizzati», da tutti quegli esercizi
che sviluppano l'adeguamento percettivo, l' «agilità, distensione e vi­
scosità dei movimenti»1 12, dal rilassamento elaborato, «intima cono­
scenza di se stessi»1 13• La foto di recente pubblicata dall' «Equipe­
Magazine» di uno schermitore che misura i suoi tempi di reazione
agli imptÙsi di nn bersaglio elettronico collegato a un computer indi­
ca chiaramente quali siano i nuovi parametri di riferimento: «Grazie
ad un bersaglio dotato di segnali luminosi, che si accendono con rit­
mo irregolare, Eric Srecki, campione olimpico di spada, è in grado di
studiare, attraverso un computer appositamente predisposto, i suoi
tempi di riflessione e di reazione. E ovviamente di migliorare, per
quanto è possibile, il suo rendimento»l 14. Lo stesso avviene in altri
sport con gli studi fatti con caschi elettronici per calcolare i tempi di
reazione dell'occhio di fronte al diverso piazzamento di palle o ber­
sagli: «Un mezzo efficace per migliorare le qualità di anticipo nel qua­
dro di un'attività in cui la minima frazione di secondo può rivelarsi
240 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

decisiva»1 15• L'immagine dominante della comunicazione ha trasfor­


mato il modello ideale del corpo: non più soltanto la forza o l'esteti­
ca, ma l'informazione esaustiva e immediatamente disponibile.
Il contenuto delle pratiche, d'altronde, cede sempre più spazio ai
giochi che favoriscono l'informazione sensoriale. È il trionfo delle at­
tività di pilotaggio e di scivolamento, proprie dei nuovi attrezzi spor­
tivi, i surf, i deltaplani e simili, gli sci o i windsurf, dove il lavoro sen­
soriale può prevalere su quello muscolare. Le nuove pratiche si ba­
sano sull'informazione: il lavoro del surfista, quello del windsurfista
o del paracadutista si colloca interamente nell'ambito della sorve­
glianza di informazioni venute dall'ambiente piuttosto che nell' eser­
cizio di una forza direttamente applicata all'ambiente stesso. L'atti­
vità sta tutta nella «retroazione», nella sua velocità e precisione:
«Queste macchine ludiche vedono concentrati nella loro costruzione
i risultati più avanzati del progresso tecnologico e nell'utilizzazione i
dati forniti dai più teorizzati saperi razionali» 1 16•
Lo sport va in primo luogo pensato nel tempo della velocità e del
calcolo. Una veloce panoramica storica mostra tuttavia quanto la sua
ricchezza cwturale vada al di là di questo. Lo sport corrisponde al­
l'invenzione di un tempo separato da quello quotidiano, che rompe
con il vecchio calendario delle feste per creare un programma profa­
no, una durata ispirata indubbiamente dal lavoro, se non dall'indu­
stria, progettando al contempo la fuoriuscita dalla dimensione del la­
voro. Essa crea lo svago organizzato con tutti i suoi caratteri. Ma que­
sta durata si fonda anche sul nostro attuale ideale d'informazione e
d'inflazione di avvenimenti. Distilla l'interminabile serie delle notizie
quotidiane fino al punto di assumere un valore esemplare. Essa è di­
venuta uno dei nostri modelli di temporalità più globalizzanti. Lo
sport gioca più di ogni altra pratica sociale con l'ansia della sorpresa
e del nuovo: ma lo fa per meglio esorcizzarla.

Note
1 A. Lottin, Chavatte ouvrier lillois, un contemporain de Louis XIV, Flammarion, Paris
1979.
2 lvi, p. 338.

3 lvi, p. 339.
4 R. d'Ornano, Le sportsman parisien, in Les Français peints par eux-memes, t. Il, Paris
1 84 1 .
5 Cfr. A . Martin-Fugier, La Vie élégante ou la/ormation du Tout-Paris, 1815-1848, Edi­

tions du Seuil, Paris 1993 , p. 333, e N. de Blomac, La Gloire et le ]eu, Fayard, Paris 1991 .
6 D'Ornano, op. cit. , p. 278.
G. Vigarello Il tempo dello sport 241

7 lvi, p. 280. M . d e Saint-Martin tratta questo tema in I.:Espace de la noblesse, Métail­


lé, Paris 1993 , p. 140.
8 «Journal pour tous», 1854, p. 77.
9 G. de Courtade, Bibliographie sportive, Paris 1892, p. 25; cfr. anche de Blomac, La
Gloire cit.
1 0 <<Journal pour tous», 1854, p. 77.
11 E. Chapus, Annuaire du sport en France, Paris 1858, p. 9.
12 E. Gayot, Guide du sportsman, Bruxelles 1839, p. 4.
13 Cfr. J. Thibault, Sports et éducation physique, 1870-1970, Vrin, Paris 1972, p. 80.
14 Du sport et des steeple-chases à Bordeaux, Bordeaux 1857, p. 4.
15 Chapus, op. cit. , p. 19.
16
H. Alken, The National Sports o/Great Britain with descriptions in English and French,
London 1 82 1 , prefazione.
17 «Le Triboulet», 18 giugno 1882, p. 12.
18
A. Karr et al. , Le Canotage en France, J. Taride, Paris 1858.
1 9 <<Journal pour tous», 1853, p. 77.
20 F. Lecaron, Le canotage de promenade, in Karr, op. cit. , p. 35.
2 1 Fournier, Les canotiers, in La Grande Ville, Paris 1842, t. I, p. 236.

22 E.P. Thompson, introduzione a M.R. Marrus, The Emergence o/Leisure, New York
1976.
23 J.-L. Ménétra, ]ournal de ma vie, presentazione di D. Roche, Montalba, Paris 1982,
p. 176.
24 I.:Illustration, in «Le Sport nautique», 3 maggio 1873 .
25 R. Topffer, Voyages en zigzag, Paris 1846, p. 260.
26 A. Tastu, Voyage en France, Paris 1846, p. 3 .
2 7 I.:Illustration cit.

28 Regolamento della società parigina di regate, citato in Karr, op. cit. , p. 219.
2 9 Cfr. D.S. Landes, I.:Heure qu'il est. Les horloges, la mesure du temps et la /ormation

du monde moderne, trad. frane., Gallimard, Paris 1987, p. 405 (tit. or., Revolution in time;
trad. it., Storia del tempo. I.:orologio e la nascita del mondo moderno, Mondadori, Milano
1984).
30 D'Ornano, op. cit. , p. 279.
31 A. de Chateauvillard, Le canotage sérieux, in Karr, op. cit. , p. 6 1 .
32 E . Jung, De l'aviron, ivi, p. 123 .
33 C. Friès, Les canotiers, in Prisme. Encyclopédie morale du XIX•siècle, Paris 1 84 1 ,
p. 225 .
34 F. Lecaron, Les courses de canot et !es régates, in Karr, op. cit. , p. 189.
35 Colonnello spagnolo che aveva aderito all'Impero, Francisco Amoros fonda nel
1818 la prima palestra e la prima società ginnica di Francia. Cfr. M. Spivak, Francisco Amo­
ros y Ondeano, in P. Armaud (a cura di), Corps en mouvement, Privat, Toulouse 198 1 .
36 Chapus, op. cit. , p. 102.
37 Coots, in «L'lliustration», 29 luglio 1 843 .
38 A. Desbarolles, I.:escrime romantique, in I.:Almanach des plaisirs, Paris 1852, p. 6 1 .
39 Articolo Manu/acture, di E . Courtin, in Encyclopédie moderne, t. XV, Paris 1832,
p. 547.
40 C. Dupin, Géometrie et mécanique des arts et métiers et des beaux arts, t. III, Paris
1826, pp. 128-29.
41 Cfr. C. Studeny, La Vertige de la vitesse. I.:accélération de la France (1830-1940), tesi
all'EHESS, 1990.
42 A. Joanne, De Paris à la Méditerranée, Hachette, Paris 1 857, p. 443. Su questi pun­
ti cfr. Studeny, op. cit.
43 C. Brainne, Buveuses et buveurs d'eau, Paris 1861, p. 322.
44 Manuel du vélocipède, a cura di Le Grand Jacques, illustrazioni di E. Benassis, Li­
brairie du Petit Journal, Paris 1869, p. 2 1 .
242 !.:invenzione del tempo libero. 1850-1960

45 Course de vélocipèdes dans le jardin des Tuileries, in «L'illustration», 25 settembre


1875.
46 Chapus, op. cit. , p. 253 .
47 lvi, p. 254.
48 lvi, p. 256.
49]. de Marguerite, The ins and the outs o/ France, New York 1855, pp. 2 17-18.
5° Cit. in T. Terret, Les Dé/is du bain. Formes de pratiques, modèles de résistance dans
!es processus de di/fusion de la natation sportive, tesi, Lyon-11, 1992, p. 337.
5 1 G. Chaussat, Aviron, in Encyclopédie des sports, Paris 1924, pp. 4 15-17.
52 «L'Auto», 10 luglio 1911, p. l.
53 «Le Sport vélocipédique», 1880, p. 20.
54 «Le Véloce Sport», 1885, p. 83 .
55 «Le Sport vélocipédique», 1880, p. 20.
56 «L'Eclair», 1 1 marzo 1909, cit. in G. Laurans, Qu'est-ce qu'un champion? La compé­
tition sportive en Languedoc au début du siècle, in «Annales E.S.C.», settembre-ottobre
1990, p. 1556.
57 «L'Eclair», 23 aprile 1916.
58 Les sports athlétiques, in «L'illustration», 7 giugno 1890.
59 «Le Temps», 16 maggio 1891.
60 Les sports athlétiques cit.
6 1 Lesjeux de 1900, in «La Vie au grand air», 1900, p. 582.
62 F -J. Defrance, De l'entrainement, tesi in medicina, Paris 1859. Le tesi in medicina
sull'argomento sono numerose dopo il 1860: T. Amourel, Essai sur l'entrainement et ses
applications en médecine, Montpellier 1860; A. Dambax, De l'entrainement, Paris 1866.
63 Les sports athlétiques cit.
64 «L'Excelsior», 14 giugno 1912.
65 «Le Véloce Sport>>, 1885, p. 7 .
66 Ibid.
67 lvi, p. 10.
68 lvi, p. 57.
69 «Le Temps», 24 marzo 1875.
7 0 «L'illustration», 3 gennaio 1895.
7 1 «Le Sport vélocipédique>>, 1885, pp. 1 1 9 e 122.
72 Les sports athlétiques cit.
73 «Le Sport vélocipédique>>, 1886, p. 48.
74 lvi, p. 795.
75 lvi, p. 480.
76 Pubblicità del cronografo Just, in «La Petite République», 12 aprile 1903 .
77 «La Gazette de France>>, 20 aprile 1899.
7 8 «La Vie au grand air>>, 6 luglio 190 1 .
79 «Le Temps», 10 settembre 1891.
80 «L'illustration>>, 3 gennaio 1895.
8 1 «La Petite République>>, 27 maggio 1899.
82 ]. Rochard, Traité d'hygiène publique et privée, Paris 1897, p. 843.
83 «L'Auto», 17 luglio 1903 .
84 FT. Marinetti, Manifeste futuriste, in «Le Figaro», 20 febbraio 1909 (testo in italia­
no in Manz/esti delfuturismo, Lacerba, Firenze 1914).
85 Manifesto futurista di Milano ( 1913 ), cit. in ]. Pierre, Le Futurz'sme et le Dadaisme,
Editions Rencontre, Lausanne 1966, p. 105.
86 P. de Coubertin, Essai de psychologie sportive (1913), Millon, Grenoble 1992, p. 124.
87 Crafty, Paris sporti/, anciens et nouveaux sports, Paris 1896, p. 27.
88 P. Tissié, La Fatigue et l'entrainement physique, Paris 1897, p. 162.
89 lvi, p. 167.
90 N. Samuel, M. Romer, Etapes de la conquete du temps libre, ADRAC, Paris 1981,
p. 12.
G. Vigarello Il tempo dello sport 243

91 Cfr. in questo volume il testo di Jean-Claude Richez e Léon Strauss.


92 Cit. in Tissié, op. cit. , p. 121.
9 3 lvi, p. 122.
94 M. Guyau, Education et hérédité, Paris 1889, p. 103 .
95 De Coubertin, op. cit. , p. 25.
96 M. Boigey, I;Education physique de l'en/ance à l'adolescence, Paris 1929, p. 50.
97 «Le Temps», 26 luglio 1890.
98 li libro di André Rauch, Boxe, violence du XX• siècle, Aubier, Paris 1992, fornisce
un'interessante descrizione del fatto, pp. 123 sgg.
99 «L'Auto>>, 26 luglio 1907.
1 00 lvi, 5 luglio 1909.
1 01 G. Briquet, Soixante ans de Tour de France, La Table Ronde, Paris 1962.
102 <<L' Auto>>, 3 luglio 1936.
103 «L' Auto>>, 14 luglio 1930.
104 «L' Excelsior>>, 7 luglio 1913.
1 05 «Libération>>, 16 giugno 1993 .
106 P. Nora, Le retour de l'événement, in J. Le Goff, P. Nora (a cura di), Paire de l'his-
toire, t. I, Gallimard, Paris 1974, p. 220.
107 M.J. Houareau, Les techniques du corps, in I;Encyclopédie pour mieux vivre, p. 405.
108 M. Feldenkrais, La Conscience du corps, Laffont, Paris 197 1 , p. 57.
109 J. Syer, C. Connolly, La Préparation psychique du sporti/, le menta! pour gagner, trad.
frane., Laffont, Paris 1988, p. 62 (ed. or., Sporting body sporting mind, 1984; trad. it., Gui­
da per atleti all'allenamento mentale. Corpo e mente nell'attività sportiva, Zanichelli, Bolo­
gna 1987).
1 1 0 «Vraie Santé>>, n. l, 1992, p. 18.
1 1 1 R.M. Pirsig, Traité du zen et de l'entretien des motocyclettes, Seui!, Paris 1978, p.
273 (ed. or., Zen and the Art o/Motorcycle Maintenance [1974] ; trad. it., Lo Zen e l'arte del­
la manutenzione della motocicletta, Adelphi, Milano 198 1 ) .
1 1 2 K . Tokitsu, Méthode des arts martiaux à mains nues, Laffont, Paris 1987, p. 54.
1 1 3 J.-M. Salètes, Les techniques de relaxation, in I;Encyclopédie pour mieux vivre cit.,
p. 70.
1 1 4 «L' Equipe-Magazine», numero speciale, Sport et techno, 8 maggio 1993, p. 3 8.
1 1 5 lvi, p. 40.
11 6 C. Pociello, Les éléments contre la matière, sporti/s glisseurs et sporti/s rugueux, in
«Esprit>>, febbraio 1982, p. 30.
Il destino contrastato del football
di A lain Corbin*

La storia dello sport va ampiamente al di là del nostro progetto,


che riguarda strettamente gli impieghi del tempo. Vogliamo soltanto,
attraverso la rievocazione del destino ricco di contrasti del football,
dimostrare secondo quali procedimenti l'elaborazione, la diffusione
e il trasferimento di un'attività sportiva entrano nella genealogia del­
lo svago, quindi dello spettacolo di massa, e intervengono nella co­
struzione delle identità individuali e collettive.
n football, quando è apparso, aveva la funzione, nelle intenzioni
dei suoi promotori, di mantenere i ragazzi delle public schools all'in­
terno degli spazi di gioco del loro istituto, impedendo loro così di va­
gare per le strade e nei terreni incolti del vicinato. Quest'intento di­
sciplinare determina la fisionomia di questo sport fino alla fine del
decennio che si apre col 1870. Inizialmente, il football si diffonde nel
Sud dell'Inghilterra. Come il rugby, il gioco del pallone rotondo ri­
veste, negli ambienti agiati dei giovani che frequentano le public
schools, un'evidente funzione iniziatica e fa quindi parte del rituale di
inserimento in quei collegi prestigiosi.
Il football va d'accordo con i valori che in quel momento sono al­
la base del sistema educativo, della società militare e dell'edificio im­
periale. Uno stretto legame unisce la figura del gentleman e l'etica
sportiva, riflesso della morale sociale dominante. Il football fa parte
dell'educazione che si propone di inculcare la padronanza di sé, il
controllo delle pulsioni e il rispetto dei codici. Si basa sul /air play e
sull'avversione per l'ungentlemanly conduct. Inoltre, contribuisce al­
l' esaltazione della virilità (manliness) , fisica e morale. Nell'ambiente
che li ha visti nascere, il football e il rugby vengono praticati, più che

* Traduzione dal francese di Carla Patanè.


A. Corbin Il destino contrastato delfootball 245

per vincere, per dimostrare la propria fedeltà a una concezione mo­


rale del gioco. La memoria registra non tanto la vittoria quanto il ri­
cordo collettivo della solidarietà di squadra, dell'armonia dei movi­
menti, della qualità dei comportamenti collettivi; il che comporta una
certa indifferenza nei confronti del risultato. Nello stesso tempo, que­
sto football delle origini, praticato da giocatori la cui reputazione non
va al di là di stretti confini geografici, esige il dilettantismo o, più esat­
tamente, esclude qualsiasi forma di professionismo. Quest'ultimo su­
scita implicitamente l'immagine della forza, dell'abilità, della resi­
stenza che richiede il lavoro; sottomette la pratica dello sport al sala­
rio e al contratto. n giocatore dilettante non intende dedicarsi inte­
ramente a un'attività che gli farebbe perdere il controllo del suo tem­
po. Qualche decennio più tardi, potrà manifestare il suo disprezzo
nei confronti dello sport di massa e della folla esaltata che frequenta
gli stadi.
A partire dal 1880, si diffonde un football diverso rispetto al mo­
dello élitario che raccoglie l'eredità degli esercizi e dei giochi di o­
rigine aristocratica. Questa nuova forma di uno sport vecchio di qua­
si trent'anni deriva dalla volontà, espressa dai membri dell'upper
middle class, di promuovere le rational recreations. n loro scopo è
contenere e canalizzare la forza, la destrezza e la violenza popolare
con la creazione e lo sviluppo di esercizi fisici rigorosamente codifi­
cati. Nello stesso tempo, si manifesta in questi ambienti la volontà di
restringere gli spazi del tempo libero delle classi inferiori considera­
to troppo erratico. Questo progetto di acculturazione, di controllo
delle pulsioni elaborato all'interno della classe media è realizzato da
sportivi provenienti dalle public schools. Costoro cercano di dimo­
strare ai lavoratori delle fabbriche, dei docks e dei magazzini che esi­
stono altre attività fisiche e altri giochi oltre alla marcia, al canottag­
gio, al lancio di bocce o di freccette; l'azione condotta presso i mina­
tori della Tyne è un esempio di questa strategia. Ben presto, i lavora­
tori si appropriano del nuovo sport che viene sottratto, di conse­
guenza, ai suoi promotori.
La pratica del football si afferma nell'ambito dell'impresa o, più
frequentemente, in quello della parrocchia, che sia essa anglicana o
non conformista. È quanto accade a Everton, a Birmingham, ad
Aston Villa. Nel corso del tempo, il progetto di acculturazione po­
polare rimane, ma si modifica. Alla fine del secolo, gli eugenisti, os­
sessionati dallo spettro della degenerazione, si aggiungono a tutti
quelli che vedono nel football un prezioso collante sociale. La Prima
guerra mondiale rilancia il progetto di acculturazione attraverso il
246 L:invenzione del tempo libero. 1850-1960

football; alcuni lo individuano come mezzo per trasformare la cultu­


ra operaia in cultura nazionale.
Inizialmente, questo football dal volto nuovo riguarda il Nord del­
la Gran Bretagna; ma, ben presto, la sua diffusione abolisce la di­
stanza geografica che separava i due modelli. Ciò che conta è ormai
la vicinanza del luogo di lavoro allo spazio di gioco. Le due attività si
compenetrano. Per esempio, il club Arsenal è indissociabile, in origi­
ne, dai docks di Woolwich. n football diventa, contemporaneamente,
un affare di quartiere. Mette radici nella cultura maschile del bere,
cioè nel pub. Il club esprime e conforta la solidarietà locale. Defini­
sce un territorio, quello su cui esercita la sua influenza culturale e al­
l'interno del quale contribuisce a determinare le relazioni sociali.
n reclutamento dei club di football non è limitato agli operai; ab­
braccia l'insieme delle categorie popolari, nonché un largo settore
della lower middle class. Per individui raccolti nell'ambito dell'im­
presa, del pub, della parrocchia o, più semplicemente, del quartiere,
l'adesione al club di football riveste la funzione di un rito d'integra­
zione. In quest'ambiente, l'attività sportiva continua a richiamarsi al­
la cultura della rivalità locale, alla tradizione popolare della sfida, del­
la gara, della prodezza. L'indifferenza nei confronti del /air play va
d'accordo con l'accettazione del ruolo del denaro. Il nuovo football
ammette la scommessa e la vincita. Secondo il principio in virtù del
quale l'attività del corpo al lavoro giustifica il salario, si tollera, in que­
sto caso, il professionismo. Nel 1914, duemila giocatori hanno ac­
quisito lo status di professionista o di semiprofessionista, con grande
scandalo di coloro che vedono nel contratto una forma di tradimen­
to o, quanto meno, un ostacolo all'arruolamento nelle forze armate.
Apparso negli anni immediatamente successivi al 1880, questo
professionismo sportivo viene legalizzato con la creazione, nel 1888,
della Football League. La totale consacrazione dell'individuo all'e­
sercizio sportivo in un'epoca in cui si precisano la figura e i metodi
dell'allenamento, determina la ricerca del record ed è alla base della
cultura dei giocatori -divi a cui l'abilità e lo stile assicurano una fama
che supera di gran lunga i limiti della regione. Il legame che si stabi­
lisce così fra la mitologia dell'impresa sportiva, la registrazione delle
prestazioni e la gestazione di una cultura imperniata sullo svago di
massa è fondamentale.
La comunità di origine - il quartiere, la parrocchia, l'azienda - si
costruisce una memoria: quella della serie dei riferimenti gloriosi che
alimentano l'orgoglio collettivo. A partire da quest'epoca, la parteci­
pazione alle attività del club di football, il successo di one o/ us (uno
A. Corbin Il destino contrastato delfootball 247

di noi) diventano mezzi di identificazione e possono anche essere av­


vertiti come elementi di promozione sociale. Attraverso questo mec­
canismo del riferimento, il tempo dello sport entra nei procedimenti
di costruzione delle identità. È pensabile, inoltre, che susciti in alcu­
ni il sogno del successo individuale e che, in questo modo, serva da
contrappeso alla standardizzazione del mondo del lavoro. Questo se­
condo modello di football permette lo spettacolo collettivo, meglio
ancora, presuppone la partecipazione di una folla che, con l'esalta­
zione, o addirittura lo smarrimento momentaneo, compensa, secon­
do Norbert Elias, l'accentuarsi del processo di civilizzazione.
Nonostante i sogni di tutti quelli che vorrebbero fare del football
uno strumento di coesione sociale, la fusione tra i due modelli non si
realizza prima degli anni venti. n football-spettacolo entra a far par­
te, allora, di uno svago di massa in cui si mescolano le età, i sessi e le
classi.
È pur vero che avvengono continui scambi tra il football dei col­
leges e quello dei pubs; ciò diventa particolarmente evidente in occa­
sione del loro trasferimento sul Continente. Al di là del Channel, il
football si è imposto più o meno rapidamente a seconda delle cultu­
re somatiche e delle tradizioni ludiche. Inoltre, l'importazione di
ognuno dei games e degli sport britannici ha una sua propria storia.
Per esempio, dovremo soffermarci sul confronto tra i diversi model­
li di pesca con la lenza. n football non sfugge a questa specificità del­
le forme che assume il trapianto.
n football si sviluppa innanzitutto nei porti dove esistono magaz­
zini di proprietà di compagnie di navigazione britanniche. È il caso
di Le Havre ( 1 872) , di Amburgo ( 1 880), di Oporto ( 1 885). In Sviz­
zera e in Belgio, all'origine dei club ci sono alcuni giovani inglesi ve­
nuti a studiare sul Continente. A loro è dovuta, per esempio, la fon­
dazione di quelli di San Gallo ( 1 879) , di Losanna ( 1 880), e di Zurigo
(i Grasshoppers, 1886) . In Spagna, in Austria - in particolare a Vien­
na - e soprattutto in America Latina, l'importazione del football è
opera di dirigenti, tecnici e operai britannici, venuti a lavorare in can­
tieri situati all'estero. Inversamente, succede che alcuni continentali,
dopo aver scoperto il nuovo sport in occasione di un soggiorno nel
Regno Unito decidano, al ritorno, di trapiantarlo in casa loro. È in
questo modo che il football fa la sua comparsa a Tourcoing e nella
città di Amiens.
In Francia, questo trasferimento assume una reale importanza so­
lo a partire dal decennio successivo al 1880: riguarda alcuni grandi
borghesi, spesso protestanti o ebrei, commercianti, studenti, allievi di
248 I.:invenzione del tempo libero. 1850-1 960

licei, funzionari. Tutti vedono nella pratica del football un segno di


buona educazione. A questa fase iniziale ( 1 880- 1906), segue un pe­
riodo di democratizzazione ( 1 9 1 8- 1 932). Grazie al football dei pa­
tronati, confessionali o laici, il nuovo sport diventa il gioco preferito
del popolo francese. Nel 1932 viene introdotto il professionismo,
mentre si diffonde, anche nelle campagne, una pratica sportiva fede­
le al dilettantismo.
L'esempio del football mette in evidenza le diverse funzioni dello
svago e dello spettacolo sportivo. Essi riescono rapidamente a pala­
rizzare il tempo quotidiano, a determinare i riferimenti della memo­
ria. A partire dalla fine del diciannovesimo secolo, il football defini­
sce i suoi territori. È già fattore d'integrazione sociale. Già interviene
nella costruzione delle identità. All'interno dei gruppi di supporters,
l'insistente ripetersi dell'opposizione fra «noi» e «loro» stimola la va­
lorizzazione di sé. Ma il football, oltremanica, assume anche altre fun­
zioni. Dalla fine del diciannovesimo secolo, esprime l'intrecciarsi del­
lo sport con la civiltà britannica; la vittoria riportata in occasione di
una partita internazionale diventa simbolo della superiorità inglese.
Si comprendono, di conseguenza, i tentativi compiuti fra l'inizio
delle ostilità e la primavera del 1915 allo scopo di assoggettare que­
sto sport allo sforzo bellico. Per coloro che avvertono e proclamano
la superiorità dello stadio rispetto al pub, il football appare allora co­
me un'attività in grado di rafforzare il legame che unisce il fronte al­
la nazione e di canalizzare le energie. li conflitto, in quest'ambiente,
è descritto come il greater game e la battaglia come la partita supre­
ma. La metafora sportiva colora e maschera con eufemismi le ango­
sce del tempo di guerra.

Indicazioni bibliografiche

Qui abbiamo un grosso debito nei confronti di B. Cabanes, Entre chien


et loup. Culture de guerre et contrale des loisirs ouvriers à Londres pendant la
Première Guerre mondiale, maitrise Paris-X-Nanterre, 1990 (sotto la dire­
zione di J.-J. Becker e ]. Winter) .
Si troverà un'abbondante bibliografia concernente la storia dello sport
in R. Hubscher, I.:Histoire en mouvement. Le sport dans la société/rançaise,
XJXe.xxe siècle, A. Colin, Paris 1 992.
Per quanto riguarda il football:
W.]. Baker, The Making o/ the Working-class Football Culture in Victo­
rian England, «]ournal of Social History», 1 979.
A. Corbin Il destino contrastato delfootball 249

C. Korr, West Ham United. The Beginning o/ Pro/essional Football in


East London, 1 895- 1914, <<Journal of Contemporary History», 13 aprile
1978.
N. Fishwick, Association Football and English Social Lzfe, 1 9 10-1950, te­
si Ph.D., Oxford 1 984 .
T. Mason, Association Football and English Society, 1863 - 1 9 15, Harve­
ster, Brighton 1 980.
A. Wahl, Lefootball, un nouveau territoire de l'historien, «Vingtième siè­
cle», 26, aprile-giugno 1990.
A. Wahl, Pour une histoire régionale du football, in Sports et loisirs en Al­
sace au xx· siècle, Editions CREEC, Strasbourg 1 994.

Sul football e la guerra:


C. Veitch, 'Play up! Play up! And Win the War'. Football and the First
World War, <<Journal of Contemporary History», 20 luglio 1 985 .
Capitolo settimo*

Gli studi dedicati agli impieghi del tempo libero sono stati scritti
quasi tutti da autori che avevano lo sguardo costantemente rivolto al­
la città, alla periferia, alla fabbrica, alla bottega o all'ufficio. Sotto
quest'aspetto, la storia è rimasta prigioniera del modello elaborato in
considerazione delle società anglosassoni. Parallelamente, il rischio
di incorrere nell'anacronismo è grande. La tentazione di leggere il
passato in funzione di quanto è avvenuto porta a trascurare i lavora­
tori della terra e gli artigiani che sono legati alla loro attività. Porta,
inoltre, a sottovalutare l'influenza dei ritmi cosmici e biologici. Ma se
si vuole evitare di sancire abusivamente la modernità degli usi del
tempo, occorre preventivamente esplorare il significato delle con­
suetudini rurali e verificare la validità dei concetti che utilizziamo
quando vengono applicati al popolo delle campagne.
Sfortunatamente, un simile progetto si scontra con la varietà del­
le situazioni geografiche e delle strutture antropologiche. Queste ri­
chiederebbero una suddivisione all'infinito della ricerca. In questo
campo, il caso della Francia presenta un vantaggio: quello di riunire,
in un territorio nazionale, spazi molto diversi. Ciò non può essere suf­
ficiente, tuttavia, per cogliere il senso e gli usi del tempo di non-la­
voro a livello di tutte le campagne europee.
La conclusione di Jean-Claude Farcy è senza appello: «Andare al­
la ricerca della nascita di un vero e proprio tempo libero nel mondo
rurale prima del 193 0 sarebbe vano». In quest'ambiente non esiste­
vano, allora, né vacanze né ferie pagate. Nel settore della piccola pro­
prietà, in cui vige la coltivazione diretta, il tempo disponibile arriva
financo a diminuire, mentre le relazioni sociali si riducono e s'impo­
veriscono. Al di là di questa conclusione perentoria, Jean-Claude
Farcy ci propone una storia del tempo libero ricca di sfumature. li
tempo di non-lavoro esiste nelle campagne, come esisteva in prece-

* Traduzione dal francese di Carla Patanè.


252 L'invenzione del tempo libero. 1850-1960

denza nelle miniere e nelle fabbriche. Ma si tratta, fondamentalmen­


te, di un tempo vissuto sotto lo sguardo dell'altro. È soggetto all'im­
perativo dell'attività. Ha come scopo la realizzazione di un'opera tan­
gibile. Chi non sa far altro che «bighellonare», dopo essersi ripreso
dalla grande fatica, chi ostenta la propria inoperosità o, peggio, la
propria noia, la donna che non sa come «occuparsi» o si abbandona
in misura eccessiva al piacere della civetteria, ispirano tutti disprez­
zo. All'interno di questa società rurale, bisogna saper ammazzare il
tempo. A proposito dei lavoratori della terra è anacronistico, allora,
dissociare in modo troppo rigido lo svago dal lavoro, il piacere dallo
sforzo, il gioco dalla gara per imparare. Sono pochi i momenti che
sfuggono a simili associazioni: sicuramente, il tempo della messa e
dell'uscita dalla chiesa; come pure quello della «bisboccia» all'oste­
ria della fiera dopo il successo di una transazione commerciale. Ma la
festa in sé non è del tutto slegata da riferimenti al lavoro.
Jean-Claude Farcy dimostra compiutamente che non per questo
bisogna lasciarsi ingannare dalla figura insistente della «società tra­
dizionale». Questa è una costruzione del diciannovesimo secolo, ela­
borata in funzione di obiettivi che sono stati oggi ben chiariti. Nelle
campagne, gli usi del tempo di non-lavoro non sfuggono alla storia.
Il declino delle strutture comunitarie, la riorganizzazione delle iden­
tità territoriali e delle consuetudini festive, entrambi strettamente le­
gati all'esodo rurale, hanno modellato l'evoluzione degli impieghi del
tempo. Tale evoluzione è, inoltre, il prodotto di fattori più sottili. Il
lento venir meno del compito di animazione affidato alla gioventù, il
moltiplicarsi delle associazioni di caccia, di pesca e di quelle sporti­
ve, la loro crescente influenza sulle attività ludiche e festive del vil­
laggio, il diffondersi di modelli suggeriti dalla migrazione tempora­
nea, dall'abitudine della libera uscita acquisita in occasione del servi­
zio militare, dalle «vacanze al paese» di cugini cittadini, suggerisco­
no nuovi usi del tempo disponibile.
Soprattutto, il sempre maggiore riconoscimento dell'affinità elet­
tiva porta a una lenta emancipazione rispetto alle relazioni comuni­
tarie e ai riti collettivi. La convivialità festiva tende a ripiegarsi, a po­
co a poco, sulla cerchia familiare. L'invito a prendere il caffè - o il dol­
ce - dimostra, da solo, il progresso delle relazioni determinate da una
scelta. Timidamente, l'individuo impone i suoi riferimenti e i suoi pia­
ceri: l'evoluzione delle maniere di danzare, i primi passi di un'abitu­
dine alla lettura dimostrano che sta emergendo lentamente un tempo
per sé. Nel profondo delle campagne queste manifestazioni indivi­
duali, che accompagnano un progresso della sfera intima, si accorda­
no con le consuetudini più affermate che si rilevano in altri ambienti
e che dovremo prendere in considerazione.
A.C.
Il tempo libero al villaggio
( 1 83 0- 1 930)
di ]ean-Claude Farci'

L'introduzione, nel 1936, delle vacanze retribuite è stata a volte in­


terpretata come il simbolo del passaggio fra due civiltà differenti: il
tempo delle vacanze consacrerebbe, in un'epoca in cui la popolazio­
ne cittadina diventa prevalente, il trionfo della civiltà urbana e tecni­
ca sulla civiltà rurale1• Mezzo secolo più tardi, quando la sociologia
del tempo libero si compiace nel sottolinearne l'estendersi incessan­
te2, diventa obbligatorio constatare come gli agricoltori appaiano gli
esclusi di tale movimento: meno numerosi nel prendere vacanze, i lo­
ro svaghi li differenziano oltremodo dal resto della popolazione3 .
Risalire nel tempo alla ricerca degli svaghi della società rurale può
sembrare allora una scommessa. Si pensi, per esempio, all'incom­
prensione dei contadini verso le vacanze dei cittadini e al disprezzo nei
confronti di coloro che non sanno come «ingannare il tempo», che si
può cogliere nella testimonianza di Emile Guillaumin. Tiennon trac­
cia del ricco fattore Fauconnet un ritratto privo di compiacimento:

Portava a passeggio la propria inoperosità dalla cucina alla stalla al giar­


dino [. . . ] , rifuggendo qualsiasi occupazione. Ho potuto rendermi conto, du­
rante il mio soggiorno in quella casa, che l' oziosaggine non è affatto invi­
diabile. Il lavoro, spesso faticoso, doloroso, opprimente, ma sempre inte­
ressante, se non addirittura appassionante, è tuttora il miglior diversivo al­
la noia. Fauconnet si annoiava in modo atroce4.

Peraltro, allorché l'ingiustizia disgusta, si fa strada la coscienza di


una schiavitù del lavoro. Lo stesso Tiennon, di ritorno dalla fattoria,
rivede i venticinque anni che vi ha trascorso come «lavori forzati a

* Traduzione dal francese di Claudia Giobbio e Paolo Piccolini.


254 I:invenzione del tempo libero. 1850-1960

vita», avendogli concesso solo la neve alcune «mezze giornate di ri­


poso»5.
Si ritrova la stessa percezione durante gli scioperi del 1936, allor­
ché Auguste Santerre, uno dei «migliori» operai dello zuccherificio
agli occhi dei suoi capi, esplode:

Sì, signore, vi mollo, come dite voi. Perché ne ho abbastanza [ . ] abba­


.. ,

stanza di questa vita da matto, senza alcuna interruzione, senza riposo, sen­
za niente. Ma alla fine [ . . ] non siamo bestie, no di certo ! Io la domenica vo­
.

glio riposarmi, senza aver bisogno di prendermi due ore per andare a mes­
sa, sempre con la vostra benedizione [ . . . ] e poi, ogni tanto, vorrei proprio
vedere qualche altra cosa e non solo campi, campi solo, sempre campi . . . 6.

Disprezzo dell'ozio, assenza di riposo, ma anche primi e tardivi


desideri di evasione, altrettante testimonianze che ci allontanano dal­
le nozioni moderne di tempo libero e di svago. La conquista di que­
sto nuovo tempo da vivere sembra ignorare la classe contadina7 e ur­
tare contro i valori rurali tradizionali. Per chi s'interroga sulla genesi
del tempo libero prima del 183 0, una riflessione sulle forme tradi­
zionali di svago rurale e sul nuovo impiego del tempo libero, che si fa
strada con l'integrazione progressiva delle campagne nella compagi­
ne della nazione, è quindi una premessa indispensabile. Conviene pe­
raltro sottolinearne i limiti fin da principio: la questione, poco esplo­
rata dagli storici se non sotto il profilo della sociabilità8 e della scom­
parsa della civiltà tradizionale9, soffre dell'assenza di fonti specifiche.
Il riferimento obbligato agli studi sulla «vita 'quotidiana'» - mano­
grafie di Frédéric Le Play10, autobiografie, opere di folklore - non sa­
rebbe sufficiente a tracciare una sintesi. Ci limiteremo pertanto a sug­
gerire alcune linee di ricerca sul tempo libero nella «società rurale tra­
dizionale», sui mutamenti del suo impiego nel corso del periodo
1830-193 0 e sui fattori atti alla comprensione delle differenziazioni
dell'evoluzione constatata.

Lavoro, tempo libero e divertimenti nella «società rurale tradizionale»

I.:interpretazione del lavoro e del tempo libero L'ozio, padre di tutti


i vizi: tale concezione è proprio quella di Tiennon quando appunta il
suo disprezzo verso il fattore arricchito «che cerca nell'eccitazione
dell'alcool un diversivo [ . . ] alla propria oziosaggine»n . Essa proce-
.
].-Cl. Farcy Il tempo libero al villaggio (1830-1930) 255

de di pari passo con un attaccamento al lavoro constatato da nume­


rosi osservatori. Si avrebbe quindi torto a mettere in discussione le
osservazioni sul lavoro riportato come «unica ricreazione» nella mag­
gior parte delle monografie rurali dirette da Frédéric Le Play. Lo stes­
so Santerre, rievocando la sua infanzia in una famiglia di tessitori del
Nord della Francia, osserva: «La vita che conduciamo non lascia spa­
zio alle parole. n nostro solo ed unico scopo è mangiare, dormire e
lavorare». n lavoro uccide persino la sociabilità elementare della con­
versazione familiare. Lo scambio di parole sul tempo «Mi fa solo per­
der tempo», replica il padre12•
Tale esempio, preso tra le categorie più povere del mondo rurale,
è sicuramente al limite, ma è rappresentativo di una tendenza gene­
rale, osservata a suo tempo da colui che spesso viene presentato co­
me il primo teorico del tempo libero, Paul Lafargue:

Nella nostra società, quali sono le classi che amano il lavoro per il lavo­
ro? I contadini proprietari e i piccoli borghesi, gli uni curvi sulle loro terre,
gli altri incatenati alle loro botteghe, che si muovono come la talpa nella sua
galleria sotterranea e che non si raddrizzano mai per osservare con piacere
la natura13•

Vi è tuttavia una certa distanza tra questa valorizzazione del lavo­


ro e l'ideologia puritana che condanna ogni distrazione come fonte
di peccato. Nelle campagne, segnatamente nella prima metà del di­
ciannovesimo secolo, il lavoro è innanzitutto percepito come una ne­
cessità vitale. Da qui il disprezzo per il lavoro malfatto, che diminui­
sce il livello dei raccolti e quindi quello di sostentamento. Per contro,
il lavoro ben fatto valorizza il suo artefice e gli conferisce prestigio
nella società d'interrelazioni.
Vi è anche tutto un aspetto di creazione e di realizzazione di sé nel
lavoro che non è possibile trascurare. Tiennon è stimato per la cura
con cui tratta i suoi buoi e giustifica così l'orgoglio che ne trae: «La
soddisfazione profonda che provavo per la mia opera era certo il mi­
gliore dei miei piaceri e il più sano»14. n carattere artigianale dell' ap­
prendistato rafforza questo aspetto e spiega il prestigio del «maestro­
garzone», modello per i giovani. Impugnare per la prima volta la fal­
ce o le stegole dell'aratro è un'esperienza vissuta come un'emancipa­
zione e un rito di passaggio15, un ingresso nel mondo degli adulti. N e­
cessità vitale, il lavoro è anche un'«opera» mentre, per l'operaio del­
l' officina, appare come il simbolo dell'alienazione umana.
256 !;invenzione del tempo libero. 1850-1960

Conosciamo, per riprendere l'espressione di Michelet, le «ser­


vitù»16 dell'operaio «che dipende dalle macchine»: un ritmo di lavo­
ro regolare e continuo, compiti ripetitivi, una totale dipendenza nei
riguardi del datore di lavoro. Una tale alienazione nel lavoro non po­
teva non generare, alla lunga, la ricerca di uno svago di compensa­
zione, da conquistare oltre e contro il tempo di lavoro.
Per i contadini, il tempo di lavoro è apparentemente ancor più im­
pegnativo. Mentre l'operaio può esprimere la propria libertà17 nel
tempo diventato disponibile dopo il lavoro, altrettanto non può veri­
ficarsi per l'agricoltore: non c'è mai tempo libero, anzi c'è sempre
qualcosa da fare. Non far niente è, d'altronde, difficilmente concepi­
bile. Fin dalla più giovane età, si è presa l'abitudine a rendersi utili, i
bambini vedendosi affidato il governo degli animali in funzione del­
le loro capacità fisiche. Queste ultime sono alla base del ciclo della vi­
ta: quando le forze declinano, la superficie dell'azienda agricola ten­
de a diminuire e la vecchiaia è ancora un'età attiva; seppur ospitati
dai parenti, i vecchi non possono immaginare l'inattività: «Più si con­
siglia loro di riposare, più essi continuano a prodigarsi». Il tempo bio­
logico segna il ritmo del lavoro nel corso della vita: non circoscrive
un'età del riposo.
Tale vita, inconcepibile senza lavoro, non è, tuttavia, vissuta se­
condo i modelli dell'alienazione. Innanzitutto perché la maggioranza
dei contadini, padrona del tutto o in parte dei mezzi di produzione,
se conosce altre servitù, è libera nel proprio lavoro: il coltivatore va­
lorizza il proprio «bene» (la terra) e organizza la produzione a suo
piacimento. D'altra parte, l'assenza di meccanizzazione e di divisio­
ne del lavoro introducono un'ulteriore differenza di fondo: non c'è
continua ripetizione degli stessi gesti, sottomessi al tempo della mac­
china. Il ritmo di lavoro si adatta al ritmo di ciascuno e l'importanza
della manualità compensa il carattere ripetitivo di alcuni compiti (l'a­
ratura, la battitura con il correggiato) . La frequenza della policoltu­
ra, l'importanza della pluriattività in molte regioni, la costruzione ar­
tigianale degli utensìli, al pari dell'evoluzione delle condizioni me­
teorologiche, fanno variare la natura dei lavori, perfino nel corso del­
la stessa giornata. Si aggiunga inoltre una qualche libertà nell'orga­
nizzazione dei compiti: i coltivatori sono così padroni dei loro ritmi.
L'assenza dei ritmi forzati e cadenzati della macchina, la necessità di
assecondare il ritmo biologico di ciascuno (in particolare il ritmo re­
spiratorio)18 fanno sì che il lavoro sia relativamente lento19 e consen­
ta un margine d'improvvisazione e di libertà.
In tale contesto, la nozione moderna di tempo libero è da rifiuta-
].-Cl. Farcy Il tempo libero al vzllaggzò (1830-1930) 257

re e lo schema d'analisi sviluppato dalla sociologia del tempo libero


(vacanze, fine-settimana, giornata) è senza effetto. L'elasticità del­
l'impiego del tempo giornaliero si contrappone alla concentrazione
cittadina del tempo libero in fine di giornata. n tempo del lavoro non
è un tempo pieno: si alterna con tempi di non-lavoro. Pause-pasto e
siesta, spostamenti frequenti (tanto più la parcellazione è frazionata
e sparsa) , diversi incontri riempiono la giornata e fanno dire che non
si vede «passare il tempo» nel senso che si è sempre stati occupati,
senza che tutto ciò implichi peraltro un lavoro continuo, dalla matti­
na alla sera. n riposo di fine-settimana, concentrato nella sola dome­
nica, è più evidente ma non è generalizzato a tutto l'anno (la Chiesa
tollera l'inosservanza del giorno del Signore durante i grandi lavori)
né accettato da tutte le popolazioni. Quanto al periodo delle vacan­
ze, è evidentemente uno dei più anacronistici, salvo considerare il
tempo delle vacanze scolastiche. Ma proprio quest'ultimo, per im­
porsi, ha dovuto adeguarsi al ritmo stagionale della vita rurale e ri­
spettare, in particolare, il periodo dei grandi lavori estivi, in cui il sup­
porto dei bambini non è affatto superfluo.
Questo tempo ciclico fa così succedere a periodi dalle lunghe gior­
nate di fatica (fienagione, mietitura, vendemmia) periodi più tran­
quilli, in cui il lavoro rallenta, soprattutto durante l'inverno. L'anno
lavorativo sposa il ciclo delle stagioni. I contratti d'ingaggio dei lavo­
ratori agricoli ne sono la perfetta illustrazione: i quattro mesi estivi
(da san Giovanni a Ognissanti) equivalgono, per il carico degli im­
pegni, agli altri otto mesi. L'inverno è la «stagione morta», quella del
riposo relativo, nella misura in cui la durata e l'intensità del lavoro di­
minuiscono in ragione dell'altezza del sole e delle intemperie (nevi­
cate, gelate intense) . Tale impiego del tempo non è dunque raffron­
tabile con quello dei salariati e degli impiegati, costretti agli orari del­
l' officina20 e della città.

Nella civiltà rurale «tradizionale» non v'è, dunque, una netta se­
parazione tra lavoro e tempo libero. I momenti dello svago possono
essere anche quelli del lavoro, secondo l'esempio della veglia d'in­
verno che è, sotto certi aspetti, un mezzo indiretto per ingannare il ci­
do naturale, prolungando artificiosamente la durata del giorno. Tale
concezione utilitaristica del tempo libero investe soprattutto i lavori
di natura ripetitiva, propri del piccolo artigianato domestico: lavoro
a maglia, filatura (canapa, lana) e rammendo della biancheria per le
donne, sistemate il più vicino possibile alla fonte di luce; stigliatura
della canapa, sfrondatura delle noci, fabbricazione di piccoli utensìli
258 !.:invenzione del tempo libero. 1850-1960

(panieri, gerle e cestini in vimini o paglia di segale, gale di paglia, so­


stegni, granate) per gli uomini. Secondo le regioni, il trattamento dei
raccolti (veglie di despouguères delle Lande, durante le quali si scar­
tocciano le pannocchie di granturco21) si abbina ai preparativi per la
stagione successiva (fabbricazione e riparazione degli utensìli).
n lavoro stesso, d'altronde, può essere occasione di festeggiamen­
ti. Già l'apprendistato dei bambini è vissuto in parte sotto forma di
gioco, almeno finché non implica il collocamento come garzone pres­
so un'altra famiglia. Il governo delle bestie lascia molta libertà ed è
fonte di scoperta della natura e di giochi con i compagni. L'ingaggio
dei garzoni di fattoria ha luogo in occasione di louées, che hanno, per
un verso, un aspetto di festa. Nella Champagne, l'ingaggio degli sta­
gionali delle Ardenne è suggellato da un abbondante banchetto a ba­
se di prosciutto22. In Bretagna, la scelta dei garzoni da parte dei da­
tori di lavoro si basa non solo sulla reputazione sul lavoro, ma anche
sulla forza e sulla destrezza manifestate durante giochi popolari e
danze che «erano altrettanti banchi di prova in pubblico»23 . L'emu­
lazione gioca un ruolo rilevante durante i grandi lavori, tanto più che
la manodopera impiegata è generalmente giovane. L'ingaggio nor­
malmente è sancito da un banchetto che riunisce tutti coloro che han­
no partecipato alla prova. Poelée del Morvan, parcée della regione di
Caux, cochelet o tue-chien della Champagne, reboule del Forez, pas­
sée d' aout altrove concludono la mietitura, precedute a volte dalla ce­
rimonia dell'ultimo covone. Quanto alla vendemmia, si combinano
più elementi: schizzi di uva nera sul viso delle ragazze durante il la­
voro - usanza che presenta carattere tanto ludico che punitivo nei ri­
guardi delle lavoratrici maldestre -, giochi, canti e danze la sera e, al­
la fine della vendemmia, la cerimonia dell'ultimo carro, seguita tal­
volta da un banchetto24.
Le pratiche di aiuto reciproco confondono analogamente lavoro e
festa, nel quadro di un'economia non monetaria: il lavoro è libero e
gratuito, ma implica la reciprocità dello scambio di doni e controdo­
ni25. Tali lavori in comune, realizzati tra pari, rinsaldano sistematica­
mente la comunità dei vicini e sono diffusi in una vasta area della
Francia rurale del diciannovesimo secolo. Nel Rouergue, festeggia­
menti e libagioni concludono le bouados26, riunendo vicini e amici
per il trasporto di legname o di pietre, per la pulitura dei fossati e la
posa dei collettori di scolo. In Bretagna, i dissodamenti notturni, il ri­
facimento dell'impiantito delle case e la realizzazione di aree di bat­
titura confondono strettamente fatica e piacere. L'area n uova mobi-
].-Cl Farcy Il tempo libero al villaggio (1830-1930) 25 9

lita tutto un «quartiere» della pieve per calpestare e spianare l' argile­
à-crapaud.

Nel giorno stabilito, all'ora stabilita, tutti si radunano da ogni lato nella
corte in questione, avendo delegato, ciascuna famiglia, almeno uno dei suoi
componenti per il lavoro di danzare. Perché, in effetti, si tratta di una dan­
za. I suonatori sono pronti, ingaggiati dal proprietario dell'area, che ha fat­
to anche preparare da bere e da mangiare in abbondanza [ . . ] E il lavoro ha
.

inizio insieme alla festa [ . . ] . n proprietario si è accordato con alcuni dei mi­
.

gliori suonatori che avranno il compito di guidare l'operazione, compito de­


licato e che richiede una buona dose di abilità [ . . . ] . L'essenziale non è forse
riuscire a ottenere un'area di battitura perfetta, piana, assolutamente rego­
lare che farà commentare agli intenditori, parlando di coloro che si sono af­
faticati senza risparmiarsi per sistemare una tale area di argile-à-crapaud: «Si
sono dati veramente da fare danzando ! »?27

Infine, nel prolungarsi del lavoro, il frequentare fiere e mercati è,


nel contempo, una necessità per gli scambi e un tempo libero che la­
scia spazio allo svago individuale. Il mercanteggiare si coniuga con il
gioco. In Guascogna, all'inizio del ventesimo secolo, un osservatore
rileva la tendenza

al commercio di cavalli che si regge su alcuni animali che i contadini com­


prano e vendono tra loro e che per molti si riduce ad una sorta di gioco d'az­
zardo. Infatti vi sprecano il loro tempo, non ne ricavano alcun guadagno,
ma giustificano così la loro presenza nelle fiere . . .28 .

La loro attrattiva particolare consiste nel fatto che sono al tempo


stesso feste29. Luogo fondamentale della sociabilità maschile, le fiere
resistono a tutto danno delle autorità, anche quando, grazie allo svi­
luppo dei trasporti, non sussiste più una giustificazione economica.
Riunendo una folla numerosa, esse offrono la possibilità di un godi­
mento individuale del tempo libero, nell'anonimato, lontano dalla
pressione della comunità; lo spettacolo dei mercanti, degli imprendi­
tori e dei commedianti ambulanti, lotterie e giochi d'azzardo, per non
parlare delle consumazioni al cabaret, sono altrettante tentazioni al­
le quali è difficile resistere. La fiera introduce una pausa nella vita la­
vorativa di cui è la ricompensa, tramite il guadagno ricavato dalla ven­
dita degli animali. Raro momento in cui si dispone di molto denaro,
è anche occasione di bagordi: il padre di Tiennon «si dà agli stravizi»
dopo la vendita dei suoi maialP0. In tal senso, la fiera fa parte del
260 L:invenzione del tempo libero. 1850-1960

«tempo libero» tradizionale del contadino, alla stessa stregua delle fe­
ste, della veglia e della domenica.

Il calendario rurale del tempo libero Stabilire il calendario del tempo


libero rurale significa essenzialmente compilare una lista delle feste
che segnano le principali interruzioni nell'anno agricolo. Si prenda il
caso del dipartimento delle Ardenne per il quale si dispone di un gran
numero di informazioni organicamente raggruppate3 1• Le feste sta­
gionali si dispongono in funzione del lavoro della terra: incorniciano,
infatti, i due periodi principali dell'anno, quello di attività intensa,
(maggio, san Giovanni) e quello di attività ridotta (Ognissanti, ciclo
di dodici giorni da Natale all'Epifania, Carnevale) . L'usanza del gran­
turco deposto sulla soglia delle case la notte tra il 30 aprile e il l o mag­
gio continua a sussistere nel diciannovesimo secolo. Essa è a volte so­
stituita o integrata dalla «fiera di maggio» (trasferimento degli stru­
menti per l'aratura e domestici) . Rituali agrari e sessuali simboleggia­
no l'ingresso nel periodo dei grandi lavori. Per contro, i fuochi di san
Giovanni, che rivestono lo stesso significato, sembrano in declino
dopo la metà del secolo. Con Ognissanti si entra in un altro periodo:
i rintocchi delle campane della veglia precedono, nella regione d'At­
tigny, il gioco del tiro del collo dell'oca e annunciano la festa dei mor­
ti. Il Natale rientra prevalentemente nella sfera del tempo religioso,
anche se la processione dei pastori caratterizza le zone di allevamen­
to degli ovini. Con il nuovo anno (sveglia con la fanfara, mattinata al­
le autorità, visita delle «strenne») e la festa dei magi, poco celebrata
in questa regione, si ritrovano le cerimonie profane. Più importante
il ciclo del Carnevale, che è il periodo dei «grandi fuochi», anche se
la distinzione tra il fuoco del martedì grasso e il fuoco dei buires (pri­
ma domenica di Quaresima) si è, poco a poco, attenuata. Tale fase di
uscita dall'inverno è quella che offre la maggior parte di tempo libe­
ro, durando di rado le altre cerimonie più di un giorno. Essa, dun­
que, porta ancora il segno del rallentamento invernale e nel contem­
po annuncia l'ingresso in un periodo di più intensa attività.
Le feste propriamente religiose si inseriscono in questo calendario
stagionale: settimana di Pasqua, processioni delle rogazioni prima
dell'Ascensione, soppiantate poco a poco dal Corpus Domini con i
suoi repositori. Segnando anche un periodo di interruzione del lavo­
ro, richiedono maggior partecipazione ai bambini che agli adulti. So­
lo il Corpus Domini, nelle regioni cattoliche, assume le sembianze di
una festa patronale. Fanno eccezione anche i pellegrinaggi, sempre
molto seguiti dalla popolazione rurale che vi trova riuniti i vantaggi
].-Cl. Farcy Il tempo libero al vzllaggio (1830-1930) 261

della festa e delle pratiche magiche, giudicate necessarie alla preser­


vazione della salute e dei raccolti.
Pur esistendo numerose celebrazioni di santi, le feste corporative
sono poco importanti nel mondo rurale: la più seguita è la festa di
sant'Eligio, patrono dei coltivatori, il primo dicembre. Altrove, si ce­
lebra san Vincenzo, nelle regioni viticole, e san Fiacrio, patrono dei
giardinieri. Ma la festa che diventerà più importante è quella che ogni
villaggio organizza in nome del santo patrono. Protraendosi a volte
per diversi giorni l'assemblée (la ducasse, il pardon, la /rairie, il voto,
la vogue ecc. secondo le regioni) rappresenta una pausa più lunga nel­
la vita della comunità. Nelle Ardenne, al principio del diciannovesi­
mo secolo, ha inizio il sabato con la mattinata sotto il municipio. La
domenica è il giorno più ricco: messa grande al mattino, pranzo di fa­
miglia, riunita per l'occasione, vespri, giochi e danze il pomeriggio. I
giovani continuano a danzare il lunedì e il martedì. Nel corso del se­
colo, questi balli avranno la tendenza a protrarsi fino a notte fonda e
il «giro del villaggio» in musica si sostituirà all'omaggio ai notabili. Si
aggiungano le feste familiari, in particolare le nozze, che riuniscono,
in alcune regioni, diverse centinaia di invitati, mentre il banchetto di
famiglia è occasione di baldorie di cui si serba a lungo il ricordo. La
durata di queste agapi (almeno mezza giornata) , inframmezzare e
protratte da canti e balli, fanno delle nozze la più importante inter­
ruzione del tempo familiare. In un mondo che esce dall'autosussi­
stenza, l'importanza attribuita a questo banchetto «unico» è com­
prensibile. Si ritrova lo stesso atteggiamento nella festa del maiale,
che è spesso occasione di un banchetto eccezionale, in famiglia o tra
vicini.
Tali feste scandiscono il ciclo annuale del lavoro e della vita fami­
liare, ma offrono uno spazio limitato allo svago, tanto più che di fre­
quente coincidono con la domenica. Concentrate soprattutto nella
stagione attiva (le feste patronali in particolare), esse lasciano l'inver­
no in parte sguarnito.

Tale stagione, in effetti, si traduce in un rallentamento dell'attività:


le giornate nei campi si accorciano e sono soggette alle intemperie.
Brevità del tempo e difficoltà di comunicazione circoscrivono all'in­
terno della casa l'impiego del tempo divenuto disponibile. La veglia
è, in un certo qual modo, il versante invernale delle feste dell'estate:
non si dice, infatti, in Borgogna, /aire assemblée nel senso di parteci­
parvi? Mentre la festa è pubblica e riguarda tutto il villaggio, la ve-
262 L'invenzione del tempo libero. 1850-1 960

glia32, invece, rappresenta il circolo elementare della sociabilità rura­


le, quello del vicinato, pur estendendosi a volte al quartiere o alla fra­
zione (Limousin)33. È organizzata su basi comunitarie: ciascuno, in­
fatti, porta il suo contributo per quanto riguarda l'illuminazione e il
cibo. Che abbia luogo in una stalla, in una cantina (nella Champa­
gne), in un essiccatoio per le castagne (Sud-Ovest) oppure in casa, la
veglia comincia dopo il pasto serale e si protrae spesso fino a mezza­
notte, da Ognissanti alla settimana grassa, più volte la settimana. Or­
ganizzata dalle donne34, raduna di rado più di una quarantina di per­
sone; talvolta riunisce tutti i componenti delle famiglie invitate, talal­
tra ha un carattere più «specialistico» (secondo l'età o il sesso) in fun­
zione dei lavori effettuati.
Tale forma tradizionale di «tempo libero» collega saldamente sva­
go e lavoro artigianale. Al primo fa riferimento tutto ciò che rientra
nell'ordine della parola: conversazioni degli uomini sui lavori e sul­
l'attualità del villaggio (commentata sotto forma di un «teatro del
quotidiano») , ricordi di guerra dei vecchi soldati, storie di spiriti, rac­
conti fantastici destinati all'educazione morale dei bambini35• Tale
cultura, essenzialmente orale, trascura lo scritto: la lettura ad alta vo­
ce di un giornale è un evento eccezionale36. I giochi, i canti e a volte
le danze rallegrano la serata, animati soprattutto dai giovani. Talvol­
ta un leggero spuntino (castagne, noci, bevande) , più abbondante la
sera dell'ultima veglia (il causconail nella regione di Maçon), comple­
ta il programma dei festeggiamenti.
All'interno di questo gruppo ristretto, ma che è emanazione della
comunità, il ruolo della gioventù è incerto. Integrati nel lavoro e nel­
lo svago di queste riunioni, i giovani tentano di sfuggire al controllo
sociale per ciò che li tocca più da vicino, i rituali del corteggiamento.
È durante la veglia che le ragazze preparano il corredo. I giochi han­
no a volte un marcato carattere sessuale: /aire le lapin, le puits d'a­
mour, la savate, in Lorena37. All'approssimarsi del Carnevale, i gio­
vani si emancipano dal gruppo familiare e, riuniti in bande, vanno a
sorprendere con i loro scherzi le diverse veglie del villaggio, soprat­
tutto quelle in cui vi sono ragazze da marito. Una preparazione al ma­
trimonio si abbozza così in occasione della veglia. Tutto ciò sta a si­
gnificare che la ricchezza degli usi del tempo libero invernale contra­
sta con gli altri giorni dell'anno.

I giorni della settimana non trascorrono senza concedere qualche


momento di riposo: pause nel lavoro, soste lungo la strada e al caba­
ret durante gli spostamenti, conversazioni sull'uscio tra vicini, al rien-
].-Cl. Farcy Il tempo libero al villaggio (1830-1930) 263

tro dai campi - è l'occasione, questa, per conoscere le novità del gior­
no - e dopo il lavoro domestico. Per la moglie di un bracciante agri­
colo del vigneto di Borgogna nel 1860, «l'unica distrazione è quella di
riposarsi, la sera, davanti all'uscio di casa, dopo aver terminato il suo
lavoro»38. Il passaggio dei saltimbanchi e del venditore ambulante, le
visite ai parenti e agli amici nel quadro dell'aiuto reciproco interrom­
pono allo stesso modo la continuità di una giornata di lavoro.
È pur vero che queste visite sono riservate soprattutto alla dome­
nica, giorno teoricamente di riposo. Il tempo libero consacrato alla
chiesa è dubbio. In particolare, per le domestiche, è, a volte, un sem­
plice momento di riposo, accordato con parsimonia. Nella Sarthe dei
primi anni del 1900,

era costume, per le serve, recarsi a messa di tanto in tanto [. . ] . Ciascuna por­
.

tava solennemente con sé il suo libro. Si leggeva un po'. Ci si sentiva so­


prattutto bene, le braccia libere, i piedi fermi. Pensavano a Dio? Non trop­
po. Pensavano a star bene, a non far niente per un'ora39.

Per altri, meno spossati dal lavoro della settimana, la messa è sva­
go, nella misura in cui è tanto spettacolo quanto atto di pietà:

Una chiesa, per quanto modestamente parata, un altare su cui risplende


qualche ornamento, i canti sacri, cerimonie che parlino tanto all'immagina­
zione e agli occhi che all'anima, ecco ciò che i contadini vanno sempre a cer­
care nella chiesa del villaggio40.

Partecipano ai canti, traggono piacere nell'interpretare il senso


più o meno recondito della predica che a volte trovano un po' lunga.
L'uscita dalla messa, sul sagrato della chiesa, è un vero e proprio
foro in cui si scambiano le notizie della famiglia e del paese; in cui
contadini, artigiani e braccianti si accordano sui prossimi lavori; in
cui gli uomini, nel piacere dell'incontro41, fissano il programma del­
lo svago pomeridiano. La messa è uno dei momenti essenziali della
sociabilità femminile che si rinnova, nel pomeriggio, con la parteci­
pazione ai vespri; nella Bretagna dei primi del secolo, la cerimonia re­
ligiosa si protrae con l'invito a prendere il caffè42. Gli uomini prefe­
riscono andare al cabaret. Le mescite sono ancora poco numerose al­
l'inizio del diciannovesimo secolo e i contadini frequentano più la lo­
canda del borgo che la «bettola», situata lungo una strada che fa te­
mere cattivi incontri (barrocciai, soldati, viaggiatori che fanno il giro
della Francia)43. Nei Pirenei, i caffè restano a lungo appannaggio del-
264 L:invenzione del tempo libero. 1850-1960

le città e dell'élite sociale44. Per la comunità del villaggio, il cabaret


rappresenta il secondo circolo di sociabilità, dopo quello del vicina­
to; ci si ritrova tra amici per parlare, bere e giocare a carte.
Così, nel seguire rapidamente l'impiego dei diversi momenti del
tempo libero nella «civiltà tradizionale», si resta colpiti dalla rarità
dello svago individuale. n tempo libero, strettamente legato al lavo­
ro, di cui scandisce il calendario, esprime, attraverso il suo impiego,
differenziato secondo l'età e il sesso, le norme della vita sociale delle
comunità rurali.

Specificità degli svaghi tradizionali L'impiego del tempo libero varia


secondo l'età: l'esempio della domenica pomeriggio ne è la riprova.
Nella regione del Beaujolais, gli uomini più anziani fanno «il giro col­
lettivo e contraddittorio» delle vigne che si conclude con la visita al­
le cantine, mentre i giovani e gli adulti preferiscono recarsi alla lo­
canda45; i bambini seguono le donne ai vespri.
È la gioventù che approfitta in misura maggiore del tempo libero,
giocando un ruolo determinante nell'animazione delle feste e delle
usanze del villaggio46. Abbiamo già notato i legami tra feste del lavo­
ro e manodopera agricola giovanile, sia che si tratti di manifestazioni
di aiuto reciproco che della fine della mietitura e della vendemmia.
Promotrice dei riti stagionali (piantagione del granturco, scherzi di
Carnevale, fuochi della prima domenica di Quaresima e di san Gio­