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GUERRE BUGIE E VIDEOCLIP

LA LIBIA E L'INFORMAZIONE
Dal 17 Febbraio le notizie sulle vicende libiche sono state tanto controverse
che ormai ogni giornalista avveduto confessa, tra un reportage e l’altro, la
contraddittorietà e, a volte, l’infondatezza delle molte informazioni circolate
sugli avvenimenti.
Sarebbe di grande utilità dedicare analisi attente non solo sulla genesi della
guerra civile in atto ma anche su come i Media si stiano muovendo intorno
al conflitto.
E’ sempre più difficile distinguere le notizie che registrano i fatti dalle
notizie create per determinare i fatti stessi.
E’ assodato dagli storici che l’incidente del golfo di Tonchino (l'attacco
vietnamita contro un cacciatorpediniere americano), che ufficialmente
scatenò la guerra tra USA e Nord Vietnam, non ebbe mai luogo. Di casus
belli creati per giustificare ostilità ne è piena la Storia. La continuità di
conflitti che Europa e USA condividono da 20 anni e il ripetersi di copioni
mediatici per giustificare le guerre all’opinione pubblica, dovrebbero
generare ben più che perplessità.
La “Fine della Storia” di Francis Fukuyama e il pensiero unico di Milton
Friedman pare traccino un’invisibile linea che, più o meno
provocatoriamente, potremmo far partire dal 11 Settembre 1973, data che
segna il golpe in Cile da cui avranno inizio le applicazioni neoliberiste di
Friedman, fino ad arrivare all’11 Settembre 2001, che definirà la
permanenza della “guerra al terrorismo” contro una lista di “paesi canaglia”,
fluttuante come l’andamento del mercato finanziario.
Lungo questa linea corre la mutazione percettiva e linguistica delle
popolazioni che subirono la Seconda Guerra Mondiale, perciò, nella seconda
metà del '900, coltivarono una cultura relativamente pacifista (intesa come
rifiuto della guerra tra le Nazioni), seppur all'ombra di una economia fordista
e keynesiana.
Peacekeeping, interventi umanitari, esportazione di democrazia, lotta al
terrorismo, fino al tentato strappo in avanti di guerra tra civiltà, intesa
quest'ultima accezione come tra religioni, estremo azzardo semantico non
riuscito, malgrado la sponda offerta dall'ultimo pontefice, più per necessità
di equilibri tra poteri finanziari che non per evitare assurdi scontri
generalizzati tra miliardi di esseri umani.
Cibernetica e linguistica hanno raggiunto livelli di ricerca e di applicazione
tali che pochi spot ben costruiti possono muovere milioni di voti nelle

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democrazie occidentali ma possono anche muovere eserciti per invadere
Stati in nome delle migliori intenzioni presunte e ben pubblicizzate.

DALLA TELEVISIONE AL WEB 2.0


Siamo ben oltre la lungimiranza di Marchall McLuhan e Guy Debord.
La guerra permanente corre, trapassa il globo e le menti, dai campi profughi
ai salotti illuminati dai monitor e non si sa più chi sta guardando chi. Nel
1990, mentre l'etere portava in ogni casa il bagliore di Baghdad, già era stata
disegnata una nuova umanità che della fiction aveva fatto il proprio
analgesico. La notizia, con il suo valore di rigorosa veridicità, stava
morendo con lo scempio dei corpi sotto le bombe da un lato e lo
sconvolgimento dei vocabolari dall'altro, come se l'immagine reiterata
svuotasse di senso la parola.
Una narrazione imperiale, che non si è più interrotta, si è migliorata e
perfezionata via via, col potere del capitale finanziario in crescita
esponenziale, proporzionale al crescente monopolio sull'informazione e sul
king of the goods: il petrolio.
Al potere del mezzo televisivo, pastore di tutte le masse, è sopraggiunto la
rivoluzione del web 2.0 e ancora non riusciamo a definirne i contorni.
Dai bagliori asettici sotto cui si stendevano città ridotte a macerie, dalle
immagini televisive che riportavano dentro un indistinto grandangolo le
guerre, con una piattezza tale da apparire davvero “umanitarie” (ma non
umane), dopo 20 anni che si sorbiva il brodo della cena e si giocava col
bambino davanti alle cronache slave, asiatiche, africane o arabe,
improvvisamente il telespettatore, diventato internauta interattivo, ha
scoperto che sotto quelle bombe c'erano salotti uguali ai suoi.
La dinastia Bush si allunga dalla guerra tecnologica degli interventi
“chirurgici” dei bombardieri, apoteosi sintattica, all'era digitale take away,
per consumare ogni conflitto comodamente da casa. Ogni marine, dal 20
Marzo 2003, potrà pattugliare le vie arabe, pur connettendosi in video-
conferenza oltreoceano.
Però il diavolo fa le pentole e non i coperchi: la rete sbaraglia i filtri
editoriali e i giornalisti embedded, la notizia riappare dalle videocamere e
foto digitali amatoriali, spesso degli stessi militari sul campo. Le immagini
dei detenuti di Abu Ghraib girano il mondo e restituiscono la vera faccia
della guerra.
Brian De Palma in “Redacted” restituisce al pubblico il cinema di denuncia,
attingendo direttamente dai blog, dai siti e dai post dei soldati americani in
Iraq.

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DAL MEDIO ORIENTE ALL'EURASIA
In parallelo alle “guerre umanitarie” si aprono nuovi scenari: le rivoluzioni
colorate.
Col nuovo millennio, mentre in Afghanistan e Iraq nuovi e innovativi
armamenti hanno sfogo, dal cuore dell'Europa nuovi movimenti sollevano
masse, per lo più di giovani, contro i loro governi, alla domanda di
democrazia e libertà.
Serbia, Giorgia, Ucraina, Kirghizistan: i governi cadono repentinamente,
stringendo un cappio intorno alla Russia, dove si susseguono sempre più
frequenti gli attentati ceceni.
Bush esalta le rivoluzioni in un discorso a Tbilisi: “abbiamo acceso un
fuoco, nello spirito degli uomini, che riscalda chi sente la sua potenza e
brucia chi tenta di combatterne l'avanzata. Un giorno, questo fuoco indomito
di libertà, arriverà a toccare tutto il nostro pianeta”.
Ogni movimento è ispirato dal libro di Gene Sharp “Dalla dittatura alla
democrazia”. Fondatore della Fondazione Einstein, collabora con altre
fondazioni e ONG con sede a Washington, tra le più prestigiose e ricche
troviamo: American Enterprise Istitute, Open Society, Freedom House,
International Republican Istitute, USAID. Tutte hanno sempre al proprio
attivo personalità provenienti dall'esercito, se non direttamente riferibili a
organi di intelligence e sono in relazione con le lobbies presenti al
Congresso, impegnate nel diffondere democrazia ma soprattutto interessi
economici e basi militari statunitensi. In cima alle rispettive filiere si arriva a
due figure di spicco, una per prestigio economico e l'altra militare,
rispettivamente bipartisan per appartenenza politica; George Soros,
democratico, e John McChain, repubblicano e artefice dell'invasione in Iraq.
Il core degli interventi di tutte queste organizzazioni è sempre lo stesso:
investire milioni di dollari in Media alternativi ai regimi-target.
la sottile linea che corre lungo diversi 11 Settembre si percepisce continuo,
con le giuste connessioni (Mercantili, Mediatiche, Militari) e la chiarezza del
fine: egemonia finanziaria, culturale, geopolitica.

LA GUERRA VIA CAVO


Per decenni il dominio occidentale si è retto sul controllo dei mezzi di
comunicazione di massa e l'ingente spesa di mantenimento di questi ne ha
rafforzato nel tempo il monopolio, fino ai proibitivi costi delle reti satellitari.
La liberalizzazione dell'informazione, con rispettivo abbattimento di oneri,
prodotta dal web 2.0, costituisce quindi una contraddizione nel sistema, nel
mantenimento dell'egemonia generata dal controllo e manipolazione
dell'informazione stessa?

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Baricco in “I nuovi barbari” considera l'invenzione dell'algoritmo che
sorregge Google rivoluzionario quanto, o oltre, l'invenzione della carta
stampata di Gutenberg. Le mutazioni antropologiche generate non ci sono
ancora date sapere.
Sicuramente quando Soros o McChain distribuivano milioni di dollari, per
ricoprire di carta stampata gli angoli più remoti del Centro Asia, non
disdegnavano l'uso della Rete e del digitale, anzi.
Dall'altro lato le più recenti guerre, soprattutto dall'invasione del Libano nel
2006 e di Gaza nel 2009, hanno generato, nell'opinione pubblica mondiale,
indignazione e risentimento, per la quantità di immagini scaricate su
YouTube e le cronache dei blogger sulle centinaia di civili uccisi in maniera
indiscriminata. Altrettanto sgomento non si genera per tutti i civili uccisi in
Afghanistan, povera di tecnologia informatica.
Quando gli incursori israeliani fecero strage di attivisti, sulla nave di aiuti
umanitari Mari Marmara, le immagini arrivarono in tempo reale ovunque,
provocando manifestazioni in tante piazze e non pochi problemi diplomatici.
La tastiera di ogni computer è un'arma, pacifica o meno, a seconda dall'uso
che se ne fa. Era un bel dire “il mezzo è il messaggio”, ma, da un lato, la
linea liberista ha usato tutti i mezzi per portare sempre lo stesso messaggio,
mentre dall'altro il mezzo telematico detiene oggi il forte potenziale di
portare un messaggio generalizzato di democrazia inedito.
La moltitudine di internauti ha i pregi e gli svantaggi di essere tale: mentre si
appresta a riportare in primo piano sentimenti e pulsioni umane indipendenti
dalle regole del Mercato, valorizzando e accorciando le differenze che sono
sempre stato espediente di conflitto, rimane preda di organismi complessi
che dalla manipolazione dell'informazione hanno fondamento.
La Rete si apre al mondo e a tutte le sue contraddizioni e ricchezze, libera
come l'aria ma come l'aria può essere viziata. L'eccesso di informazione che
contiene porta in sé la debolezza del mezzo: tutto e il contrario di tutto può
essere affermato, perciò si crea una nuova frattura tra fatti e notizia. Certe
notizie acquistano veridicità non per la qualità delle fonti ma per la quantità
dei link ma forse questo non è un dato negativo...
Potranno ricche agenzie di intelligence produrre tanti link, più di quelle
prodotte da milioni di cittadini in rivolta?

VERSO IL NORD D'AFRICA


Le rivoluzioni in Tunisia ed Egitto stanno già assumendo una dignità storica.
Nessuna rivoluzione colorata in Eurasia può vantare un simile rilievo, visto
il carattere manipolatorio da cui sono state generate e gli epiloghi deludenti
che hanno avuto.

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Tuttavia ci sono vari punti in comune: la richiesta di democrazia e libertà,
alcuni elementi simbolici, una carattere non violento. Non si capisce chi
abbia nominato la rivoluzione egiziana “dei gelsomini” ma l'attinenza con le
rivoluzioni delle rose o dei tulipani, rispettivamente in Giorgia e in
Kirghizistan, fanno pensare a un'attribuzione eterodiretta, piuttosto che a una
identificazione con un corso di ingerenze americane.
Mubarak e la sua polizia segreta sono stati fedeli alleati degli USA e di
Israele e garanti delle più grosse company. Perché mai abbattere il vicario
per sostenere il suo superiore?
E' vero che in piazza Taharir sono comparse bandiere di Otpon,
l'organizzazione che guidò la rivoluzione di velluto in Serbia. Eppure c'è una
peculiarità nei fatti egiziani che scompagina gli scenari sociali e
internazionali. La composizione sociale degli insorti assomiglia molto di più
alle rivolte nell'Europa Occidentale piuttosto che Orientale e il Cairo appare
molto più vicino a Londra, Roma o Atene piuttosto che a Belgrado o Biskek.
Per la prima volta i lavoratori precari e della conoscenza, spesso assimilabili,
si presentano al mondo come soggetto sociale trainante, insieme a donne,
studenti e con il sostegno della classe operaia, che già da mesi scioperava
nelle fabbriche.
La centralità del canale informatico, dei social-network e dei blog è
innegabile e la massa di messaggi veicolati in ogni direzione ha sancito la
veridicità del movimento e disgregato il potere che, è bene ricordare,
manteneva da decenni gli equilibri e gli interessi favorevoli all'asse israelo-
americana.
Più di tutto, la narrazione razziale costruita in 20 anni di guerra, che
rappresentava un popolo arabo retrogrado, incolto e ostaggio di un
fondamentalismo onnipresente, si è sciolta in un paio di settimane con il
giubilo della piazza in mondovisione e la speranza che il filo del 11
Settembre si spezzi per una nuova era.
Sembrerebbe che, a questo punto, il web e una consapevolezza diffusa delle
speculazioni sul prezzo del grano o dei ricatti sul debito sovrano rendano il
re nudo ma il re non ha una sola testa, controlla l'economia mondiale, tutte le
reti di connessione marine e satellitari e, soprattutto, tutti i canali televisivi.
Il 17 Dicembre 2010 Mohamed Bouazizi si dà fuoco per protesta contro gli
abusi della polizia tunisina e nulla sarà più come prima: dal Marocco allo
Yemen le popolazioni islamiche si sollevano contro i rispettivi regimi, fino
all'Afghanistan, l'Iraq e l'Iran. Ma le telecamere non daranno pari risalto a
tutte le piazze, solo quelle non occupate dai tank democratici riceveranno
dignità di cronaca, oppure quelle in cui l'evidenza del web non consentirà
loro di sottrarsi.

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Da questo momento è utile un'analisi semeiotica che riveli il peso dei Media
sugli avvenimenti, comparando i dati con gli equilibri geopolitici. Tra tutte
le emittenti, Al Jazeera detiene il primato sulla notizia e sempre più è fonte
autorevole per tutte le altre testate e l'informazione online. L'emittente del
Qatar ha vari pregi: finanziari (è riuscita ad arruolare la crema del
giornalismo internazionale, strappando noti giornalisti alla BBC), redazioni
ben distribuite su tutti i continenti, una presenza capillare negli Stati arabi e,
soprattutto, una certa credibilità tra i mussulmani per il rigore e
l'indipendenza dimostrata nei conflitti in Medio Oriente.
Al Jazeera ha dimostrato nel tempo un buon giornalismo di stampo
anglosassone, dimenticato spesso dai Media occidentali per gli eccessi di
influenza esercitate dalle rispettive diplomazie.
Mentre delle rivolte in Marocco e Algeria arrivano scarse notizie, tanto da
dare l'impressione che si voglia proteggere la legittimità dei rispettivi regimi,
ormai indifendibili in Tunisia ed Egitto grazie allo sfondamento mediatico
della Rete, esplode la rivolta in Libia.
L'ANOMALIA LIBICA
In Libia si registra l'anomalia mediatica, dove arrivano prima i cronisti dei
blogger. Al Jazeera, dal 17 Febbraio, inizia a dare i primi dati allarmanti, che
scuotono l'opinione pubblica mondiale e della Cirenaica.
Si parla di 10 mila morti, di bombardamenti aerei sulle manifestazioni, di
fosse comuni, di orde di mercenari africani che terrorizzano le città, di armi
di distruzione di massa, della caduta imminente di Tripoli in mano agli
insorti, della diserzione di due avieri, atterrati a Malta per essersi rifiutati di
attaccare i civili.
Su tutti i TG è chiaro: Gheddafi è un tiranno sanguinario al pari di
Ceausescu, Milosevic, Saddam. I paragoni sono tanto evidenti che qualche
giornalista nostrano, nella confusione delle news, evoca le fosse comuni in
Romania e Kosovo, che si rivelarono false ma funzionali a mobilitare
l'opinione pubblica.
Per tutte le notizie che attingono da Al Jazeera c'è un primo elemento che
non torna: Al Jazeera non ha una redazione in Libia, tranne un
corrispondente privo d troupe televisiva. Ma ormai è tardi e la guerra civile
in atto, migliaia di profughi si raccolgono sui confini a est e a ovest, la
caccia all'africano si confonde con le notizie insistenti sui mercenari pro-
Gheddafi, diventa quest'ultima l'ossessione dei notiziari ma mai viene
offerto alcun riscontro.
Le notizie sui siti web (molti dei quali israeliani) si moltiplicano fino ad
apparire inverosimili e scatenare dibattiti online che dividono il “popolo

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della Rete”: agenzie israeliane di contractor sarebbero scese in campo al
fianco del colonnello, oltre 500 mila africani si starebbero dirigendo verso i
confini del Ciad, e, dulcis in fundo, Gheddafi sarebbe ebreo, a rivelarlo due
miti signore di origini libico-ebraiche che, un anno prima, sarebbero state
intervistate da un'emittente israeliana. Intanto, come dai migliori copioni, il
rais a giorni alterni sarebbe morto o in fuga, per fonte delle autorevoli Al
Jazeera e Al Arabiya.
Sorgono le prime perplessità sull'attendibilità delle notizie, gli inviati che
arrivano a Tripoli non trovano alcuna conferma di quanto pervenuto nei
giorni prima, le contraddittorie corrispondenze da Bengasi non fanno
intendere con chiarezza il profilo degli insorti e tra le righe si bisbiglia di
reparti militari arrivati dall'Europa, per addestrare e dirigere.
Forze speciali olandesi vengono catturate dai lealisti, pochi giorni dopo gli
insorti catturano e subito rilasciano militari inglesi delle mitiche SAS.
Maurizio Matteuzzi, inviato a Tripoli da il manifesto e accreditato dal
governo locale, il 26 Febbraio scrive un articolo di stupore: nessun quartiere
di Tripoli è mai stato bombardato, nessuna fossa comune rilevata dove erano
state segnalate, nessun aeroporto espugnato dai rivoltosi e tanto meno alcun
assedio alle porte della città che, malgrado la tensione, non appare essere
sull'orlo del precipizio.
Matteuzzi scrive: “qui i libici [a Tripoli] ti fermano per la strada per
denunciare il ruolo giocato da Al Jazeera e Al Arabija, (che non hanno qui
una redazione) nella guerra dell'informazione. Al Jazeera, liquidata come
portavoce di Bin Laden dagli occidentali quando lavorava sulla guerra in
Iraq, “eroe” della rivolta popolare in piazza Tahrir del Cairo, sulla Libia si è
prodotta su una serie di scoop a senso unico e spesso infondati”.
Dopo una settimana di permanenza in Libia, Matteuzzi scrive, in riferimento
alla presunta proposta degli insorti, indirizzata alle flotte al largo delle coste,
di bombardare i mercenari di Gheddafi: “Mercenari di cui si parla molto ma
di cui si vede poco e si sa ancora meno”- e ancora -"Hafiz Ghoga, portavoce
del Consiglio Nazionale di Bengasi, così motivava l'appello: “i mercenari
africani configurano un'invasione del paese”.
Il montare di scoop infondati, fatte le appropriate connessioni, creano
interrogativi: l'immaginario montato sui mercenari non evoca nell'opinione
pubblica solo mammalucchi invasori, le affermazioni di Hafiz Ghoga
procurano anche condizioni giuridiche per un intervento militare
internazionale.
Si direbbe che il dado è tratto: il Consiglio di Sicurezza dell'ONU si riunisce,
le sanzioni partono dalla UE, miliardi di dollari libici sono congelati in tutto
il mondo e una flotta internazionale si concentra davanti alle coste libiche,

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equipaggiata con mezzi pesanti da sbarco, l'aviazione USA, dislocata in
Italia, attende il comando per la “no fly zone”, di irachena memoria. Sarcozy
il 10 Marzo riconosce ufficialmente il Consiglio nazionale di Bengasi e
ammonisce gli alleati: o si interviene o siamo disposti a bombardare da soli
Tripoli. Appena due mesi dopo che la Francia si era proposta al presidente
Bel Ali in aiuto per reprimere le manifestazioni tunisine.
Perché la Francia appoggia il regime in Tunisia , mentre riconosce gli insorti
in Libia ?
Perché Israele dovrebbe inviare mercenari sul fronte opposto alla NATO?
Quanti militari europei ci sono a Bengasi e con quali mandati?
Da quali fronti stanno scappando i profughi e quali sono le ostilità nei loro
confronti, oltre alla presunta “caccia al mercenario”?
Perché tanta enfasi sui mercenari e nessuna notizia sul ruolo dell'esercito
regolare e della milizia?
Dove sono finiti i piloti scappati a Malta? Due colonnelli di rango non
offrirebbero un ottimo scoop al pubblico?
Tanto più un evento è torbido e tanto più sorgono le domande.
A due mesi dal sacrificio di Mohamed Bouazizi, tutti i Media hanno
interpretato l'insorgenza libica come intrinseca ai tumulti dal Maghreb al
Mashrek, hanno destato le stesse simpatie che piazza Tahrir era riuscita a
conquistare in tutto il mondo, attraverso una sobria rappresentazione di ceti
sociali, donne, gruppi confessionali o etnici che chiedevano dignità e
democrazia. In Libia non è stato dato sufficiente risalto alla peculiarità del
conflitto tribale in corso, all'ombra degli immensi giacimenti, che alcuni
isolati esperti hanno stigmatizzato, fino a intravedere l'ombra dei Balcani, in
un conflitto che potrebbe risolversi con uno smembramento dei confini dello
Stato tra Tripolitania, Fezzan e Cirenaica.
La campagna stampa prodotta dal “giorno della collera”, del 17 Febbraio, è
stata tale che è difficile non pensare alla regia di qualche agenzia di
intelligence che, da tempo, aspettava il momento propizio per far detonare la
stabilità politica della Libia. Le condizioni createsi per una “guerra
umanitaria” sono apparse su tutti i telegiornali come un copione, col ripetersi
di atti e linguaggi, bugie e rettifiche, da evocare Colin Powell quando, al
Congresso delle Nazioni Unite e in mondovisione, agitava una provetta,
presumibilmente di antrace, per dimostrare che Saddam Hussein fosse in
possesso di armi chimiche e legato ad Al Qaeda.
La confusione mediatica è stata tale non solo da far presupporre che abbia
ulteriormente fomentato la guerra civile, a discapito di una risoluzione tra le
parti ma che abbia ricacciato nell'ombra le rivolte negli altri paesi arabi,
dove già emergono i primi atti controrivoluzionari che dividono e

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reprimono, attraverso l'uso collaudato della faziosità religiosa ed etnica.
In Italia l'impatto mediatico ha diviso la Sinistra, che negli anni si era
opposta ai bombardamenti da Belgrado a Baghdad, tra discutibili posizioni
di interventismo o di stima verso il colonnello.
I telegiornali del 10 Marzo, per fonte delle ONG sanitarie presenti sul
campo, stimavano i morti a 400 circa, dopo tre settimane di guerra civile,
rispetto alle migliaia dei primi giorni.
Il dipanarsi delle notizie ha riportato il dibattito nella Sinistra alla misura e
all'equidistanza, più attenta alle soluzioni del conflitto piuttosto che alle
ragioni di parte, lasciando il Partito Democratico nei giudizi di merito da una
parte e alle condanne a Gheddafi dall'altra, pur avendo votato appena l'anno
prima la ratifica di accordi bilaterali con il colonnello, firmati dal Ministro
degli Esteri D'Alema nel 2007.

LA CULTURA DELLA PACE


Se ai popoli non è dato sapere ciò che gli avviene intorno, ogni richiamo alla
libertà diventa vano oppure utile a quel principio, di ultima generazione, per
cui la libertà riguarda solo l'individuo e la sua capacità di arricchirsi, diventa
una merce come tante che si possono comprare sul mercato, la libertà di
essere sufficientemente competitivi per potersi permettere un po' più di
libertà.
Le rivoluzioni colorate, patinate come i migliori prodotti di marketing,
hanno colorato più i telegiornali che la qualità della vita di coloro che le
hanno fatte, a parte i giovani leader che le hanno provocate e che ora godono
posizioni di privilegio, non solo nei loro paesi ma anche negli Stati Uniti.
Al rassicurante immaginario di democrazie fiorite nelle ex repubbliche
sovietiche, si accostava l'urgente necessità di affrontare le nuove minacce
che solo il tempestivo intervento militare avrebbero scongiurato, per
esportare democrazie che, dopo 10 anni, nessuno ha visto.
Le cabine di regia sono sempre le stesse e vendono allo spettatore umano
parole note ma che per la cronaca ormai appartengono a una neolingua:
libertà, democrazia, diritti, giustizia. Parole violentate, svuotate per tutte le
vittime innocenti uccise, in loro nome, da un sistema predatorio di risorse, di
lavoro, di dignità.
La Storia recente è stata tanto distorta, in maniera capillare e diffusa dai
Media mainstream, che parlare di “cultura della pace” pare un pallido
esalare di umanità o, peggio, l'eco della propaganda di guerra a cui tutti sono
assuefatti. Guerra, in primis, tra poveri, tra lavoratori, tra donne, tra vicini,
perché la Finanza dà a ogni cosa un prezzo, per quanto sia indispensabile
alla vita.

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E' necessaria cultura, ricerca, studio, stimolare il senso critico atrofizzato,
per comprendere le cause e le ragioni dei conflitti. L'inchiesta giornalistica è
rara a vantaggio dell'opinionismo, l'informazione è ammaestrata in talk show
che mantengono il senso in uno stato permanente di superficie, come olio sul
mare, privata di ogni profondità.
Il giornalismo è Quinto Potere di fatto e con pari dignità degli altri poteri
democratici, per gli strumenti dati di arricchire o manipolare l'opinione
pubblica, perciò dovrebbe rispondere a un rigore proporzionale al proprio
ruolo. Il giornalista non esula dagli editori e dai poteri economici correlati,
perciò sarebbe opportuno rivelasse i conflitti di interesse a cui è esposto, al
pari degli studi scientifici, con vincoli deontologici che lo portino a
contenere la notizia dentro la veridicità dei fatti, guidato dal rigore delle
fonti.
In Kosovo non ci furono bombardamenti su colonne di profughi da parte
serba, furono gli aerei della NATO che li bombardarono, per scongiurare le
false stragi serbe. Oggi nessuno più bada al governo mafioso e settario,
messo in carica dall'alleanza atlantica, a Pristina e alla base militare
americana Bondsteel, divenuta la più grande d'Europa.
Il percorso di liberazione ed emancipazione dei popoli non passa attraverso
la tensione emotiva costruita dall'informazione, con architetture linguistiche
manichee, ma con la ricerca costante della verità che Ernesto Guevara
considerava rivoluzionaria, a differenza della narrazione egemone
mainstream, che vuole il pensiero sempre più debole per chiudere ogni
evento dentro il recinto della relatività.

Marcello Sordo

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