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Omero e la Storia, Carlier

Storia Greca (Università di Bologna)

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OMERO E LA STORIA, CARLIER


Introduzione: Gli autori delle 12 biografie di Omero non concordano sul suo luogo di
nascita: molte città della costa anatolica e delle isole vicine – Cuma, Smirne,
Colofone, Chio, pretendono di esserne la patria, ma alcuni lo fanno nascere anche ad
Atene, Egitto e perfino Roma. Per quanto riguarda l’epoca in cui è vissuto sono state
proposte molte date, dalla più antica (guerra di Troia) alla più recente (re Gige di
Lidia, cinque secoli dopo). Alcuni pensano sia figlio della musa Calliope o di un dio,
i più attribuiscono la sua nascita ad una fanciulla violentata, che avrebbe partorito sul
fiume Meles, e dà quindi il nome di Omero Melesigene, sarebbe divenuto “il Cieco”
dopo essere stato colpito da cecità. La tradizione è quasi unanime riguardo la morte,
avvenuta a Io nelle Cicladi, per disperazione (non aveva saputo rispondere
all’indovinello postogli dai giovani pescatori) o in seguito ad una caduta. Lucano, nel
II secolo d.C., sottolineava come parlare di Omero si traducesse nel parlare dei suoi
poemi, nei quali tra l’altro non parla mai di sé.
DAL MICENEO ALLE CITTÀ ARCAICHE
La riscoperta delle civiltà minoica e micenea: Fino al 1870 la maggior parte degli
storici riteneva che il mondo descritto da Omero fosse di pura fantasia: il
disvelamento del mondo miceneo è avvenuto con gli scavi intrapresi dal
commerciante Schilemann. Egli cominciò cercando il palazzo di Ulisse ad Itaca,
senza risultato; sulle colline di Hissarlik trovò tombe favolose, pensando fossero di
Priamo: l’archeologo al suo seguito mostrò come esse appartenessero a “Troia II”,
databile intorno al 2300 a.C., quindi 1000 anni prima della guerra di Troia.
Nonostante non riuscisse a ricollegarsi ad Omero, l’esistenza di civiltà ricche e
raffinate nel mondo Egeo del II millennio non poteva più essere contestata. Evans nel
1900 trovò nello scavo di Cnosso tre differenti sistemi di scrittura: minoico
geroglifico, lineare A (principalmente cretese) e lineare B. Gli scavi rivelarono inoltre
un palazzo a più livelli decorato da affreschi, la civiltà minoica era fiorita a Creta
prima delle manifestazioni micenee sul continente, che portò Evans a teorizzare che
fossero stati i cretesi a colonizzare il continente greco (civiltà micenea come versione
tarda e provinciale di quella minoica); sia i micenei che minoici venivano inoltre
pensati pre-ellenici. Fu Ventris a decifrare nel 1952 la lineare B, partendo dal
presupposto che essa corrispondesse a una lingua pre-ellenica, forse l’etrusco: in
realtà, quello che stava studiando era in greco, i micenei erano greci.
L’età del bronzo nel mondo Egeo: Nella storia dell’umanità uno dei cambiamenti più
importanti fu l’insorgere dell’agricoltura e dell’allevamento, rivoluzione neolitica
intorno al 10'000 a.C. in alcune regioni irrigue del vicino Oriente: relativa
sedentarietà e nascita delle città. Il mondo greco sembra essere stato coinvolto nella
rivoluzione intorno al 6500 a.C.. Alla fine del IV secolo si fa iniziare l’età del bronzo.
Se la storia inizia a Sumer nel 3000 a.C. con la scrittura, a Creta inizia solo un
millennio dopo, e sul continente greco ancora più tardi. Nel Bronzo Antico II

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(2500/2200 a.C.) nelle Cicladi fiorì una civiltà raffinata, la cui espressione più nota
sono i famosi idoli ciclabili (statue); il sito più notevole è quello di Lerna, dove è
stata portata alla luce la Casa delle Tegole. È alla fine del Bronzo Antico (2000 a.C.)
che gli storici collocano l’arrivo dei greci in Grecia, basandosi su alcuni indizi: i
micenei sono greci e non vi sono indizi di invasioni tra il 2000 e il 1200 a.C.; la
toponomastica della Grecia presenta tracce di una precedente lingua non greca
(sostrato); l’arrivo di elementi indoeuropei in Asia minore non precede la metà del III
millennio. Il Bronzo medio (2000-1600) è caratterizzato da un netto contrasto tra il
continente greco, con piccoli borghi e villaggi dalla vita semplice, e Creta, dove la
civiltà palaziale si sviluppa con particolare splendore (palazzo come centro
economico e politico, ma anche residenza regale); periodo proto-palaziale (2000-
1700) e neo-palaziale (1700-1450: nel 1450 seconda distruzione di tutti i palazzi,
tranne Cnosso, probabilmente per mano micenea); attorno al 1700 si riscontra una
grande ondata di distruzione: assalti? Guerra intestina? Rivolta popolare? La presenza
minoica nell’Egeo è incontestabile: documenti d’archivio rinvenuti a Tera e
Samotracia; Tucidide parla della talassocrazia minoica come del primo esempio di
impero marittimo; la storia di Teseo e il minotauro presuppone la dominazione di
Minosse su Atene (dato storico o pseudostorico). Per quanto riguarda Micene
numerose ricerche di archeologia micenea in Grecia hanno portato ad alcune
conclusioni: 1. Il numero e dimensioni dei siti rinvenuti è in costante aumento tra il
1600 e il 1300, aumento demografico. 2. Strette relazioni tra mondo miceneo ed
Oriente, costa Siro-palestinese, Egitto (oggetti rinvenuti). 3. Dopo il 1370 i testi egizi
non nominano più i Keftiu (cretesi), soppiantati dai micenei. 4. Le piante dei palazzi
micenei di Micene, Tirinto e Pilo sono simili nella dimensione e nella presenza della
sala tripartita, il megaron. 5. La nostra conoscenza è in gran parte basata sul lineare
B, documenti di carattere economico datati all’ultimo periodo dell’Elladico Recente
(1450-1200) e circa 5000 di numero. Un esempio particolare è la tavoletta V 280 di
Cnosso, che potrebbe essere un calendario dei giorni fasti e nefasti. Anche i testi
relativi agli dei sono documenti economici: liste o menzioni di sacerdoti,
sacerdotesse, schiavi, lavoratori dei santuari; liste di terre consacrate; tributi richiesti
ai santuari; largizioni a favore dei santuari e divinità. Negli archivi compaiono i nomi
di numerose divinità greche, vi sono però divinità micenee scomparse poi. 6. Non
conosciamo con certezza alcun nome di re miceneo, durata di un regno, guerra.
La fine del mondo miceneo è spesso rappresentata come una catastrofe che colpì
all’improvviso la maggior parte dei siti intorno al 1200: la realtà è però più
complicata; es. la rocca di Micene nel 1200 viene distrutta, ma viene ricostruita. Per
la scomparsa della cultura palaziale non si è trattato né di un progressivo declino né
di un crollo improvviso. L’insediamento di gruppi di origine micenea a Cipro fu
probabilmente effetto dell’instabilità. L’uso del lineare B e di qualsiasi forma di
scrittura scompaiono alla fine del II millennio. Il mondo Egeo non è l’unico a

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conoscere un lungo periodo di turbamenti: es scompare l’impero ittita; l’Egitto deve


affrontare due volte le invasioni dei “popoli del mare”.
L’età oscura: I più recenti testi in lineare B datano alla fine del XIII secolo, mentre le
prime iscrizioni alfabetiche sono della metà dell’VIII, nessuna documentazione
scritta tra questi secoli. Secondo la tradizione, due generazioni dopo la guerra di
Troia i discendenti di Eracle a capo dei Dori riescono a riconquistare il Peloponneso,
trovando da un lato resistenza da parte degli Arcadi (che quindi diventano autoctoni)
e dall’altro spingendo gli Achei verso l’Acaia; nell’Acaia vi erano gli Ioni, che si
rifugeranno prima ad Atene e poi in Anatolia. Allusioni a questi episodi si trovano,
oltre che in autori tardi, anche in poeti arcaici del VII e del VI secolo. I dati
archeologici che possediamo non ci permettono di confermare o meno questa
versione, il ce ha portato all’elaborazione di diverse teorie (es non vi è stata una
migrazione/invasione dorica; il “dorico” sarebbe in realtà la lingua parlata dagli strati
popolari dei reami micenei), l’ipotesi più verosimile si avvicina alle tradizioni
antiche: gruppi di dori provenienti dalla Grecia nord-occidentale (soprattutto Epiro) si
sarebbero insediati nel Peloponneso, approfittando della scomparsa del sistema
palaziale e dello spopolamento della regione. Questo periodo è definito spesso Dark
Age per due motivi: mancanza di fonti scritte (incontestabile) e condizioni di vita
precarie (contestabile). Snodgrass ha delineato un panorama di povertà,
spopolamento, minuscole comunità isolate, quasi totale interruzione dei rapporti tra
greci ed il resto del mondo: è grazie al progresso dell’archeologia che questa
immagine è stata in parte smentita, soprattutto grazie allo studio delle tombe (quelle
trovate in Eubea ad es testimoniano una grande ricchezza e contatti con l’Oriente già
dall’XI secolo). Due conclusioni: 1. L’evoluzione di diverse regioni in questo periodo
non avviene in modo parallelo, non basta neppure dividere una costa prospera ad una
Grecia occidentale e meridionale spopolata. 2. Anche dove il declino demografico,
economico e tecnologico è evidente nell’XI secolo, questa tendenza si inverte a
partire dal X. Quando i greci hanno mutato e adattato la scrittura fenicia (sostituendo
alcuni segni consonantici fenici – non presenti nel sistema fonetico greco – con un
segno vocalico) e perché? Le più antiche iscrizioni greche sono spesso graffite su vasi
e risalgono al 750 a.C.: iscrizioni di breve lunghezza che indicano specialmente
l’appartenenza di quell’oggetto. In alcuni casi, come nella coppa di Nestore (Ischia,
720: tre versi di cui due esametri) e scritte erotiche (Tera, 700: scritte su pareti),
queste iscrizioni testimoniano una padronanza della scrittura tale da presuppore un
lungo uso dell’alfabeto. Probabilmente, ad entrare in contatto con la scrittura fenicia
ed adottarla furono i mercanti greci: i luoghi dove fenici e greci si sono trovati in
contatto tra l’XI ed i X secolo sono numerosi: Al-Mina, Creta, Eubea, Cipro, coste
del Mediterraneo occidentale. Se la scrittura è stata adottata in un unico luogo e
un’unica data (uniformità), tra l’invenzione ed i primi documenti che abbiamo c’è

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stato un periodo di diffusione relativamente lungo, durante il quale presero piede


varianti regionali (eolico, dorico, ionico?).
GENESI E TRASMISSIONE DEI POEMI
La tradizione orale della poesia: Basandosi sull’utilizzo di epiteti diversi per lo stesso
personaggio sulla base della metrica, Parry ha concluso che i poemi omerici non sono
creazione di un giorno solo, ma eredità di una lunga tradizione di improvvisazione
orale, la tradizione epica ha cominciato a costituirsi in epoca pre-micenea (es
presenza della lira in un affresco di Pilo). L’ipotesi elaborata fu il far risalire la
tradizione dell’Iliade e dell’Odissea a prima della dispersione indoeuropea,
ricollegandosi alla tradizione sanscrita del Mahabharata (ipotesi fragile). Comunque,
non vi è dubbio che in Grecia vi furono molti poeti prima di Omero, la morte di
Patroclo si ispirerebbe alla morte di Achille così com’era raccontata in un poema
perduto, l’Achilleide. I bardi raramente recitavano un testo a memoria, affidandosi
per lo più all’improvvisazione, su temi tradizionali ed aiutandosi con formule note:
quando un bardo riprende un racconto che è stato cantato da un altro si sforza di
narrarlo meglio, aggiungendo dettagli e facendo comprendere meglio l’azione; talora
è il pubblico a indicare i soggetti che vuole ascoltare, i racconti tradizionali si
trasmettono di generazione in generazione, ma continuano a modificarsi.
La composizione dei poemi omerici: La recita dell’Iliade richiedeva più o meno
quattro giorni, l’Odissea tre. Alcuni ritenevano che omero avesse elaborato i poemi,
ma che essi fossero stati messi per iscritto da un poeta di talento della corte dei
Pisistratidi, tra il 560 e il 510 a.C. il testo dell’Iliade aveva un’autorità panellenica
ben prima di Pisistrato. Anche la lingua usata da Omero, il dialetto ionico, è più
arcaica di quella usata ai tempi dei Pisistratidi.
La redazione scritta e la trasmissione: Diverse ipotesi sono state avanzate riguardo la
redazione scritta: 1. Omero ha messo egli stesso per iscritto i suoi poemi. 2. Omero
ha dettato i suoi poemi ad un ascoltatore letterato. 3. Un discepolo di Omero ha
dettato i poemi, più lungo è il tempo trascorso tra la composizione e la redazione, più
la fase di trasmissione orale diviene rilevante. 4. La prima stesura scritta dei poemi
risale alla recensione di età pisistratide, probabilmente trasmissione scritta e orale si
sono spesso mescolate. Sarà solo alla metà del II secolo a.C. in Egitto, e poi in tutto il
mondo, che si imporrà un testo sostanzialmente uniforme dei due poemi.
I poemi attribuiti ad Omero: I filologi alessandrini distinguevano nettamente Omero
da poeti più tardi a cui attribuivano i diversi poemi del ciclo troiano (etiopide, piccola
iliade, i ritorni etc.). A Omero erano attribuiti 33 Inni e diversi poemi burleschi, tra
cui la Batracomiomachia (la guerra delle rane e dei topi, sorta di parodia dell’Iliade).
Solo alcune voci isolate attribuivano ad Omero solo l’Iliade. La lingua è all’incirca la
stessa nei due poemi (alcuni linguisti hanno però segnalato nell’Odissea alcuni tratti
più “recenti”); nell’Odissea le similitudini sono più rare, le variegate similitudini

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dell’Iliade servirebbero a ravvivare il racconto della guerra e non cadere nella


monotonia. Istruzioni, riti, costumi, usanze sono identici; l’ideologia regale è però
diversa. Gli dei nell’Iliade si sfidano e parteggiano per Achei o troiani, nell’Odissea
invece sono più solidali tra loro. attribuirli entrambi ad Omero è tradizione antica: la
soluzione più semplice è però attribuirla a due poeti differenti, il poeta dell’Odissea,
che conosce bene l’Iliade, si è impegnato a rivaleggiare con l’arte del predecessore,
ma anche a marcare la propria distanza per quanto concerne concezioni politiche e
religiose.
LE SOCIETÀ OMERICHE
La grande dimora aristocratica (oikos): Al centro dell’Odissea è la grande casa
aristocratica: l’azione del poema si svolge principalmente nelle dimore di Ulisse,
Nestore, Menelao e Alcinoo; nell’Iliade spesso il poeta accenna all’oikos che il
guerriero ucciso dovrà lasciare per sempre, oikos designa al tempo stesso la famiglia
e i beni che le appartengono. I poemi omerici sono relativamente poveri di dettagli
sul modo in cui le grandi proprietà venivano coltivate. Nei poemi omerici vi è un solo
esempio di poligamia, quello di Priamo: gli altri uomini hanno una sola moglie e più
concubine, cosa che spesso può generare conflitti. Le concubine sono tutte le schiave
possedute dal padrone: è la guerra la prima fonte di schiavitù. I poemi non citano
alcun caso di affrancamento, ma uno schiavo gode in qualche caso di autonomia; una
prigioniera concubina può inoltre diventare sposa legittima (Patroclo consolava
Briseide dicendo che Achille, una volta tornato, l’avrebbe sposata). Tra gli uomini
liberi più frequentemente menzionati (non aristocratici) vi sono da una parte i teti
(lavoratori la cui sopravvivenza dipende dal magro salario che sono in grado di
guadagnarsi) e dall’altra i demiurgi (sia artigiani, sia indovini o aedi). Il demos
omerico, citato sempre vagamente, era composto soprattutto da piccoli agricoltori.
Scambi e prestigio: i poemi omerici descrivono numerosi tipi di scambi ritualizzati in
seno all’aristocrazia, i doni d’ospitalità e quelli d’occasione, ognuno offre ospitalità a
chiunque la richieda, che comprende l’offerta di un pranzo, alloggio, abiti e splendidi
doni al momento del congedo. I doni danno luogo ad un obbligo: chi li ha ricevuti
dovrà a sua volta accogliere l’ospite nella sua dimora con pari magnificenza e doni; il
più delle volte questo obbligo è di carattere ereditario. Quando ospiti ereditari si
incontrano sul campo di battaglia, evitano di incrociare le armi. Un re o un
aristocratico non dona mai oggetti preziosi a qualcuno che non sia del suo stesso
rango. Anche le alleanze matrimoniali vengono guadagnate tramite doni che
costituiscono il “prezzo” per ricevere la donna in sposa; il padre della sposa la dota di
gioielli e altri doni che sanciscono l’alleanza conclusa.
La vita politica: L’assenza di vita politica è per Omero il marchio di totale
selvatichezza, es società dei ciclopi. Il Catalogo delle navi nell’Iliade presenta una
carta politica del mondo acheo divisa in tre livelli: 1. I borghi (qualche volta chiamati

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poleis) e piccoli ethne: quasi 300, collocati all’interno di ciascun contingente. 2. I 29


gruppi politici corrispondenti ai contingenti (spesso regni sottomessi a un unico
sovrano, es Focidesi, Arcadi). 3. La comunità di tutti gli achei. Il consiglio pan-acheo
non comprende tutti i capi dei contingenti, ma solo i re più potenti, valorosi o saggi.
Le comunità descritte da Omero sono inoltre suddivise in fratrie e forse anche in
tribù. Tutte le comunità politiche dei poemi omerici possiedono un’assemblea (agorà)
e un consiglio, o più di uno; il re non è costretto a tener conto dell’opinione popolare,
es Agamennone che rifiuta di rendere Criseide al padre. Il sistema politico di Omero
si può dunque riassumere nella seguente formula: il popolo ascolta, gli anziani
propongono, il re dispone.
Il lessico regale: “Anassein”: esercitare un potere regale; anax è però utilizzato anche
per designare il signore dell’oikos, il padrone di uno schiavo o un dio. Basileis si
riferisce sempre a un gruppo di anziani che delibera su affari comuni: il singolare
(basileus) o plurale designa quasi sempre l’individuo a capo di una comunità, colui
che decide dopo aver sentito i pareri. Se si traduce basileus con “re” va ricordato che
questi re non sono mai a capo di stati nel senso proprio della parola, ma di comunità
politiche stratificate, così come regalità non è sinonimo di monarchia.
I privilegi regali: Sia il re che i basileis del consiglio degli anziani possiedono un
geras, ovvero un privilegio che comporta onore e vantaggi materiali (es nella
spartizione del bottino); in alcuni passi però comporta prerogative politiche. Il geras,
come fa capire Ulisse, è un privilegio promanato dal popolo, anche se spesso è
ereditario (Ulisse augura ai convitati di Alcinoo di conservare il geras che il popolo
ha loro conferito). Il re può distribuire geras ad anziani o uomini valorosi (Achille
ottiene un solo geras, Briseide, che poi gli verrà tolto dallo stesso Agamennone). Gli
aristocratici del mondo omerico passano parte del loro tempo a far festa; esistono vari
tipi di banchetto: eranos (ognun porta il suo contributo), conviti di nozze, conviti di
funerali, banchetti regali, questi ultimi sono sempre di carattere politico. In cinque
passi dell’Odissea è descritto il prelievo di “doni” presso il popolo da parte del re o
degli aristocratici, la riscossione è destinata a far fronte a spese eccezionali o a
risarcimenti, e non ad accrescere la ricchezza del palazzo. Solo un passo descrive i
doni del popolo come fonte di reddito per il re, il canto 9 dell’Iliade (themistes che gli
uomini delle sette città offerte da Agamennone ad Achille faranno a quest’ultimo,
unico caso perché Agamennone, re avido, cerca di far leva sulla presunta avidità di
Achille per placarlo), privilegi impopolari. Uno dei compiti del re è quello di far
osservare scrupolosamente il calendario religioso: la negligenza del re espone tutto il
popolo a terribili vendette. In qualsiasi momento egli ritenga opportuno, può
decretare offerte, libagioni o sacrifici eccezionali (es Agamennone per sedare la peste
inviata da Apollo), sono sempre atti collettivi. In caso di assenza del re, i riti religiosi
non si trascurano, il re non è intermediario indispensabile tra dei e uomini. Per quanto
riguarda la guerra, e nello specifico i negoziati, la procedura diplomatica è costituita

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da due momenti: 1. Di fronte al popolo, dopo il dibattito dei re-consiglieri, il re


decide l’invio di un’ambasciata, definisce il messaggio o il risultato da ottenere e
designa l’araldo o ambasciatore. 2. L’araldo presenta di fronte all’assemblea del
popolo destinatario del messaggio l’ultimatum o le proposte a lui affidate: i re-
consiglieri le discutono e il popolo a seconda dei casi tace (approva) o grida
(disapprova); il re poi decide la risposta. Durante lo scontro vero e proprio il ruolo dei
re è variabile: Omero, comunque, insiste sull’effetto di trascinamento che esercita il
comandante a cui gli dei hanno conferito l’ardine guerriero e la superiorità, la sorte di
un’intera armata dipende spesso da uno solo, che sia il re o un altro eroe. L’azione
guerriera in senso proprio del re varia molto a seconda degli individui. Un ulteriore
compito di chi esercita il potere e detiene lo scettro è l’esercizio della giustizia, che
rimane privilegio di un piccolo gruppo di aristocratici. Non solo il re può esercitarla,
ma la sua sentenza ha maggiori probabilità di essere rispettata. Secondo la
ricostruzione di Glotz all’epoca di omero la famiglia conservava ancora il suo diritto
di vendetta, solo alla fine del VII secolo i colpevoli di omicidio sarebbero stati
tradotti dinnanzi ai tribunali cittadini.
L’ideologia regale: Nell’Iliade le due qualità fondamentali del mondo omerico sono il
coraggio nel combattimento e la saggezza nel consiglio: Agamennone, il più regale
dei re achei, non è però né il più prode né il più intelligente; Ettore è il miglior
guerriero di Troia, non presenta cupidigia e non commette ingiustizie contro eroi di
riguardo, anche se comunque manca di perspicacia. Come sottolinea Agamennone
nel primo capitolo, gli dei hanno assegnato ad Achille il valore guerriero, ma gli
hanno rifiutato la regalità; gli dei distribuiscono doni, così come distribuiscono lo
scettro (è Zeus ad affidare il potere supremo), la mancanza di qualità ha come causa
la volontà degli dei. Nell’Odissea i re o sono cattivi re o sono dotati di tutte le virtù
(non vi sono, come nell’Iliade, re imperfetti), Ulisse è definito re perfetto grazie alla
giustizia del suo governo e grazie alle sue qualità (valore atletico, coraggio,
intelligenza), ad egli non è bastato, come ad Agamennone, di godere della volontà
degli dei, ma deve conquistarla.
OMERO E LA STORIA
I poemi omerici come fonte storica: La questione ha suscitato un intenso dibattito,
che spesso si è ridotto a contrapporre i “naif”, che credono a tutto quello che dice
Omero, e gli spiriti critici che definiscono Omero un mentitore, il problema è più
complesso. La distinzione tra finzione e storia non ha senso: il cantore sostiene di
narrare le imprese realmente compiute dagli eroi del passato, e l’ascoltatore si aspetta
di udire un racconto veridico (il margine di libertà del narratore varia a seconda delle
tradizioni). I poemi omerici recano il segno di tutti i secoli della loro lunga genesi, dal
passato miceneo fino ai secoli IX e VIII. Il quadro che emerge da essi è di notevole
coerenza, ciò non significa necessariamente che sia storico o reale, ma che si è
costituito un amalgama interno).

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Vi fu una guerra di Troia?: Blegen dal 1932 al 1938 ha condotto a Troia scavi
metodici: egli approva i filologi che sostengono la storicità della guerra di Troia;
questa “verità storica” guida Blegen nella sua interpretazione dei dati archeologici e
ciò gli ha consentito di dichiarare che l’archeologia conferma la tradizione e che il
livello di Troia VII è quella di Omero. Criticato da Finley che ritiene che Troia VII è
stata distrutta probabilmente contemporaneamente a molti siti micenei da predoni
provenienti da Nord; inoltre la piccola cittadella ritrovata contrasta con la descrizione
omerica della Troia dalle ampie strade. Comunque, la tradizione omerica sembra aver
conservato un ricordo abbastanza fedele della situazione politica alla fine dell’Età del
bronzo nelle sue grandi linee.
La cultura materiale: I primi scavi di Schliemann a Micene hanno riportato alla luce
reperti simili a oggetti descritti con grande precisione da Omero: l’elmo fatto di denti
di cinghiale (Iliade) o la celebre coppa d’oro che corrisponde quasi esattamente a
quella di Nestore (Iliade). Rimane comunque difficile comparare testi omerici e dati
archeologici, es difficoltà nel tracciare la pianta del palazzo di Ulisse sulla base del
racconto e nel distinguere elementi rituali consueti da quelli eccezionali del funerale
di Patroclo (probabilmente praticavano l’incinerazione, ma non vi è mai una netta
corrispondenza tra ciò che è raccontato e l’usanza micenea). Un altro aspetto
importante è il ruolo dell’aedo, che da un lato tenta di non cadere in anacronismi,
dall’altro non può totalmente astrarsi dalla cultura materiale a lui familiare (es uso del
ferro).
Società omeriche e società storiche: I carri rivestivano grande importanza nel mondo
miceneo, garantivano comunicazioni rapide e consentivano al palazzo di controllare il
territorio ed intervenire in caso di pericolo. Probabilmente i micenei mutuarono dai
loro vicini anatolici la tecnica militare di squadroni compatti di carri lanciati a grande
velocità, gli aedi non avevano idea dell’impiego militare dei carri, e quindi
immaginavano fossero stati utilizzati solo come mezzo di trasporto da una parte
all’altra del campo di battaglia. Per quanto riguarda l’economia, la tradizione epica
non ha conservato alcun ricordo di essa: Omero non parla mai di scribi né di
contabilità perché non ne ha nessuna nozione. È possibile però comparare alcune
descrizioni con i dati degli archivi micenei: il palazzo miceneo era un grande centro
di produzione che controllava una parte consistente dell’attività economica del regno
ed eseguiva rilevanti prelievi fiscali; per contro, il palazzo omerico non è che un
oikos aristocratico. Nel campo della vita politica i poemi omerici descrivono un
sistema politico perfettamente coerente ed assai verosimile: 1. Il mondo omerico e le
città greche arcaiche e classiche hanno numerosi punti in comune: il lessico è in gran
parte lo stesso e due istituzioni fondamentali, l’assemblea ed il consiglio, giocano un
ruolo importante anche nelle comunità omeriche. Per contro, a volte si è messo in
dubbio che all’epoca della composizione dei poemi in Grecia vi fossero dei re: per
Aristotele, però, i basileis delle città greche erano gli eredi assai indeboliti di

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precedenti dinastie regali. La regalità omerica e le regalità arcaiche presentano inoltre


convergenze: anche qui il lessico è più o meno lo stesso, così come i privilegi regali; i
re omerici sono sacerdoti, capi militari e giudici, così come ci vengono presentati i re
arcaici nei documenti. Come il basileus omerico, quello arcaico è circondato da uno o
più consigli aristocratici, spesso designati – come in Omero – basileis. 2. Se la
regalità ancora nell’VIII secolo è il regime più diffuso, numerose tradizioni
convergono nel rappresentarci il potere regale conteso e messo in discussione, sfondo
storico dei poemi es conflitto tra Agamennone e Achille; il conflitto è più acuto
nell’Odissea (eredità e investitura divina non bastano più), guardando Ulisse in un
certo senso l’ideologia regale dell’Odissea preannuncia l’ideologia tirannica. 3. La
storia politica dell’età oscura rimane alquanto misteriosa: la teoria attualmente in
voga ipotizza la sparizione delle strutture micenee, la dispersione della popolazione
in piccoli gruppi e infine l’improvviso emergere della polis. È ragionevole però
accogliere le indicazioni di Tucidide e Aristotele, attribuendo un regime regale alle
prime città ed alle comunità politiche che le hanno precedute, piuttosto che
immaginare uno scenario simile a quello della società dei Ciclopi omerici. 4.
L’evoluzione politica dell’età arcaica è più definibile, modificazione del
funzionamento delle assemblee e dei consigli: le assemblee si riuniscono ad intervalli
regolari ed il loro svolgimento obbedisce a regole sempre più precise, vi è inoltre la
rotazione delle funzioni tra i cittadini. L’invenzione più radicale fu però quella del
voto (anche se la sua adozione fu progressiva e difficile): la legge del numero prende
il posto della sanzione regale. Il campo nel quale Omero – così come Esiodo – ha
avuto più rilevanza è stato quello religioso, per Erodoto i due poeti hanno fissato le
genealogie e le attribuzioni divine. In ultima battuta, a patto di tener sempre presenti i
caratteri propri della tradizione epica, lo storico può utilizzare i poemi omerici come
fonti storiche.

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