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99] on 23/09/2017

MASSIMO DELL’UTRI

IL FUNZIONALISMO IN FILOSOFIA DELLA MENTE:


SUA ASCESA E CADUTA
NELLA VICENDA DI UN PROTAGONISTA

Abstract
The aim of this paper is to follow the steps along which one of the most pro-
mising conceptions of the nature of the human mind – the functionalist hypo-
thesis – gained a central place in the philosophical discussion of the Sixties
owing to the seminal work of Hilary Putnam, and was then after two decades
put to harsh criticism by Putnam himself, who only in recent years managed to
distil from it what he deems the only acceptable nucleus.

Keywords
Mind – Functionalism – Behaviourism – Identity theory – Hilary Putnam

1. In filosofia della mente Putnam è noto per aver proposto negli


anni Sessanta del secolo scorso un’interpretazione destinata a essere assai
influente, il funzionalismo, e per avere decenni dopo demolito l’ipotesi
funzionalista con una convinzione almeno pari a quella che ne aveva mo-
tivato la formulazione. Vediamo come e perché è potuta accadere una co-
sa del genere.
Nella prima metà del secolo scorso, due sono state le posizioni che,
contro il dualismo di stampo cartesiano e in accordo con l’imperante ge-
nerale ossequio nei confronti della scienza empirica, hanno occupato un
posto centrale nella discussione sulla relazione tra la mente e il corpo: il
comportamentismo e la teoria dell’identità tra mente e cervello1. Secondo i

1
Il comportamentismo era legato a illustri nomi quali Carnap, Hempel e Ryle,
mentre la teoria dell’identità era all’epoca principalmente sostenuta dai filosofi austra-
liani Place, Feigl e Smart. Cfr. M. DELL’UTRI, Il comportamentismo filosofico, Roma, Ca-

Studi Filosofici
XXXVII - 2014
Bibliopolis
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sostenitori della prima posizione, solo i comportamenti osservabili, o al


più le disposizioni al comportamento, costituiscono i dati su cui lo scien-
ziato può ragionare, e pertanto ogni elemento mentale – interno, priva-
to – può a buon diritto venir escluso; secondo i sostenitori della secon-
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da, tale esclusione è un errore, giacché l’esistenza di aspetti della nostra


vita mentale cosciente, privi della benché minima relazione col compor-
tamento, non può essere negata. Questo riconoscimento tuttavia, prose-
guono i teorici dell’identità, non equivale a considerare gli aspetti men-
tali della nostra esistenza come degli elementi non fisici: lungi dal posse-
dere un carattere spirituale, essi sono individuabili nella nostra neurofi-
siologia. Avere dolore, ad esempio, non è altro che avere una stimolazio-
ne più o meno intensa delle fibre C.
È questa in buona sostanza la cosiddetta teoria dell’identità ‘dei ti-
pi’, che identifica ogni tipo di stato o evento mentale con un tipo di stato
o evento del sistema nervoso centrale2. È una teoria che comporta una te-
si molto audace – quindi potenzialmente molto debole –, e cioè che, da-
ta l’identificazione di un certo tipo di stato mentale M con un certo tipo
di stato cerebrale C, ogni organismo in grado di essere in M – ad esempio
provare dolore – non potrà che essere in C (e in nessun altro tipo di stato
cerebrale). Questo implica la possibilità di formulare una legge psicofisica
che, conformemente al proprio carattere di legge, pretenda di registrare
una regolarità priva di eccezioni – l’identità di M e C –, sussumendo sot-
to di sé l’insieme infinito di esempi di M. Tutto ciò rappresenta tuttavia
un vincolo piuttosto ferreo, e per giunta ingiustificabile, sulla biologia di
qualunque organismo capace di provare dolore: nulla impedisce infatti

rocci 2008, pp. 315-327, e M. STANZIONE, La teoria dell’identità mente-cervello, ivi,


pp. 329-350.
2
Un’altra possibilità aperta ai sostenitori della teoria dell’identità tra mente e cer-
vello è data dall’interpretare le due entità uguagliate non come tipi generali ma come par-
ticolari occorrenze o esempi (token) di un tipo: una specifica occorrenza di uno stato men-
tale che si verifica in un certo luogo e in un certo tempo, da un lato, e una specifica oc-
correnza di uno stato cerebrale che si verifica nello stesso luogo e nello stesso tempo, dal-
l’altro. Questa è una versione meno forte della teoria, giacché l’identificazione di un sin-
golo specifico evento mentale (per esempio l’emicrania da me avvertita l’ultima notte di
Capodanno) con un singolo specifico evento neurale (per esempio la stimolazione delle
mie fibre C) non esclude che lo stesso evento mentale che occorre ora alla persona che
ho davanti si possa identificare con un evento cerebrale del tutto diverso (per esempio
con la stimolazione della sua amigdala), rendendo impossibile la formulazione di leggi
psicofisiche al riguardo.
IL FUNZIONALISMO IN FILOSOFIA DELLA MENTE 203

che anche organismi dalla composizione neurofisiologica assai diversa3 –


e dunque impossibilitati per forza di cose a trovarsi in un certo stato ce-
rebrale – possano provare dolore. Se dunque il modello che i teorici del-
l’identità dei tipi avevano in mente è quello del cervello umano, possiamo
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dire che essi hanno peccato di campanilismo di specie.


Sulla critica a questa tesi, nonché al comportamentismo, Putnam
inizia a imbastire la propria posizione in filosofia della mente. L’atten-
zione al comportamento manifesto e alla disposizione a esso viene da lui
considerata insufficiente per un resoconto plausibile della nostra vita
mentale, giacché basta immaginare una popolazione di ‘super-spartani’
addestrata generazione dopo generazione a sopportare persino il dolore
più acuto sopprimendone ogni manifestazione comportamentale, per
rendersi conto dei limiti esplicativi intrinseci al comportamentismo4.
D’altro canto, il peccato di campanilismo commesso dai teorici dell’i-
dentità dei tipi parla da solo: l’errore sta nel concentrare l’attenzione in
maniera esclusiva sulla biologia umana – sulle fibre C nel caso del dolo-
re. E l’errore consisterebbe nell’identificare in modo esclusivo la capacità
di provare dolore col possesso di fibre C. Basterebbe allora concentrare
l’attenzione non sulle fibre C in quanto tali, bensì sul ruolo che esse svol-
gono nell’ambito del funzionamento globale dell’organismo in cui si tro-
vano. Ecco dunque aperta una strada che Putnam giudica promettente:
badare non a ciò che le fibre C sono, ma a ciò che fanno, alla funzione da
loro ricoperta. Se l’importante è la funzione, allora ciò che individua uno
stato mentale M non è il suo sostrato fisico, bensì le relazioni funzionali
che M intrattiene con altri stati mentali, con gli stimoli sensoriali e con
le risposte comportamentali – relazioni di tipo causale. Questa l’ipotesi
funzionalista presentata da Putnam all’inizio degli anni Sessanta.
Il cambio di prospettiva operato da Putnam non era di poco conto:
se un’adeguata concezione della psicologia non riguarda il cosa ma il co-
me, allora è evidente che in linea di principio qualsiasi sistema, persino
un artefatto, è in grado di esibire un certo stato mentale – a patto che ta-
le sistema possegga un sufficiente grado di organizzazione funzionale. In
breve, la nostra psicologia è più simile al software di un computer di
quanto non lo sia al suo hardware. L’equiparazione originaria di Putnam

3
Ad esempio i molluschi.
4
Cfr. H. PUTNAM, Brains and Behavior (1963), in ID., Mind, Language and Reality,
Philosophical Papers, vol. 2, Cambridge, Cambridge University Press 1975, pp. 332 ss.
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– piuttosto sorprendente ai tempi in cui la introdusse nel dibattito –,


quella tra mente umana e programma di computer, correva lungo l’ana-
logia che si può intravvedere tra gli stati psicologici e gli stati logici di una
macchina di Turing. Ma cos’è una macchina di Turing?
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2. Impegnato nel programma volto a trovare un metodo per deci-


dere se una qualsiasi proposizione matematica è o meno dimostrabile (un
programma che riuscì a dimostrare irrealizzabile), il logico e matematico
inglese Alan Turing identificò la computabilità con la ‘calcolabilità effet-
tiva’ e considerò una qualsiasi funzione come effettivamente calcolabile
nel caso in cui sia possibile stabilire i suoi valori tramite un processo pu-
ramente ‘meccanico’5. Dopodiché descrisse una procedura effettiva di
calcolo nella forma di una macchina ideale – che doveva passare alla sto-
ria col nome di ‘macchina di Turing’ – in grado appunto di eseguire qual-
siasi operazione matematica in modo ‘meccanico’. Si tratta di un calcola-
tore ideale perché Turing assume che non abbia le limitazioni dei calco-
latori fisicamente realizzabili, e cioè una memoria fissa, per quanto am-
pia, una durata finita per i processi di calcolo, e un inevitabile deteriora-
mento: una macchina di Turing, al contrario, ha una memoria infinita e
una perfetta ed eterna efficienza. Che cosa essa sia è presto detto: è com-
posta di un nastro infinito (in entrambe le direzioni) e suddiviso in ca-
selle, di una testina di lettura in grado di spostarsi di casella in casella leg-
gendone il contenuto, eventualmente cancellandolo, scrivendo un certo
simbolo, o lasciando la casella invariata. Ogni operazione della macchi-
na è determinata dallo stato in cui si trova la testina in un dato momen-
to, da ciò che questa legge nella casella e dalle istruzioni di calcolo. Tali
istruzioni – variabili da macchina a macchina – costituiscono la tavola di
transizione, che specifica appunto il calcolo (un’addizione aritmetica, ad
esempio) che la macchina deve eseguire con i simboli letti nelle caselle.
L’idea alla base è che, se una certa funzione è computabile, allora esiste
una macchina di Turing in grado di computarla in un numero finito di
passi (come Turing avrebbe poi mostrato, ci sono problemi irrisolvibili e
numeri che non possono essere computati: in casi del genere, la macchi-
na progettata per risolvere quei problemi non si ferma mai e continua a
calcolare all’infinito).

5
Cfr. A. TURING, On computable numbers, with an application to the Entscheidung-
sproblem, «Proceedings of the London Mathematical Society», XLII, 1936, pp. 230-265.
IL FUNZIONALISMO IN FILOSOFIA DELLA MENTE 205

Turing mette così in risalto un aspetto che sarebbe stato poi sfrut-
tato dai teorici dell’intelligenza artificiale e dai sostenitori della scienza
cognitiva in generale: il fatto che le capacità ‘intelligenti’ di un organi-
smo si basano sull’elaborazione di informazioni, e che questa consiste in
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calcoli che operano su rappresentazioni mentali. È un aspetto che viene


all’inizio utilizzato da Putnam con una certa cautela: nel suo primo sag-
gio dedicato all’ipotesi funzionalista egli intende infatti presentare solo
un’analogia tra menti umane e macchine6, mentre in seguito, più decisa-
mente, propone di identificare stati mentali e stati funzionali7.
Tuttavia, come si può intuire, l’aspetto ‘meccanico’ (ossia rigida-
mente conforme a regole) caratteristico di una macchina di Turing ren-
de difficile equiparare quest’ultima alla mente umana: se infatti il pas-
saggio da un stato all’altro di una macchina di Turing è determinato in
maniera univoca e automatica in virtù del cieco asservimento della mac-
china al proprio programma (la tavola di transizione), non c’è alcun au-
tomatismo ferreo che imponga a una mente umana di entrare in un cer-
to stato anziché un altro. Per questo Putnam modifica opportunamente
la nozione di macchina di Turing introducendo la nozione di automa
probabilistico, che differisce da una macchina di Turing per il fatto di ave-
re una memoria finita e per il fatto che passa da stato a stato in modo
probabilistico anziché deterministico; in più, Putnam immagina che un
automa del genere abbia degli organi sensoriali in grado di recepire la si-
tuazione nell’ambiente circostante, e organi motori in grado di produrre
dei cambiamenti in quell’ambiente stesso. Esattamente come nel caso de-
lineato da Turing, pertanto, esisteranno tanti automi probabilistici quan-
te sono le tavole (delle probabilità) di transizione specificabili.
Ora, un qualsiasi sistema empiricamente dato (una persona, un ani-
male, un computer e via dicendo) può essere la realizzazione fisica di una
molteplicità di automi probabilistici diversi, ciascuno in grado di esegui-
re determinate operazioni in conformità alla propria tavola di transizio-
ne. Per rendere conto di questo aspetto Putnam introduce la nozione di
Descrizione di un sistema S, stabilendo che essa è un’asserzione vera stan-

6
Cfr. H. PUTNAM, Minds and Machines (1960), in ID., Mind, Language and Rea-
lity, cit., pp. 362-385.
7
Cfr. H. PUTNAM, The Mental Life of Some Machines (1967), in ID., Mind, Lan-
guage and Reality, cit., pp. 408-428; e The Nature of Mental States (1967), in ID., Mind,
Language and Reality, cit., pp. 429-440.
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do alla quale S possiede stati distinti S1, S2, …, Sn collegati tra loro e con
gli input sensoriali e gli output motori in base alle probabilità di transi-
zione specificate da una determinata tavola di transizione, in modo che
quest’ultima possa essere considerata
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l’organizzazione funzionale di S relativamente a quella Descrizione, e


lo stato Si tale che S si trova in Si a un dato tempo sarà chiamato lo
Stato Totale di S (a quel tempo) relativamente a quella Descrizione8.

Ciò permette di formulare l’ipotesi funzionalista – ossia che, per


esempio, provare dolore è uno stato funzionale dell’organismo – nel mo-
do seguente:

(1) tutti gli organismi capaci di sentire dolore sono automi probabi-
listici;
(2) ogni organismo capace di sentire dolore possiede almeno una De-
scrizione di un certo tipo (vale a dire: essere capace di sentire dolore
è possedere un tipo appropriato di organizzazione funzionale);
(3) nessun organismo capace di sentire dolore è scomponibile in par-
ti che abbiano separatamente Descrizioni del tipo di cui si è detto in
(2)9;
(4) per ogni Descrizione del tipo di cui si è detto in (2), esiste un sot-
toinsieme di input sensoriali tale che un organismo con quella De-
scrizione prova dolore quando e solo quando alcuni dei suoi input
sensoriali sono in quel sottoinsieme10.

Gli automi probabilistici ereditano così una caratteristica fonda-


mentale delle macchine di Turing, ossia quella di fare completamente
astrazione da una loro possibile realizzazione fisica: potrebbero essere co-
stituiti di materiale elettronico, di tessuto cerebrale, di cartone o di for-
maggio sardo ma, se possiedono una Descrizione del tipo di quella sopra
indicata, allora gli si può attribuire lo stato mentale corrispondente11. Re-

8
H. PUTNAM, The Nature of Mental States, cit., p. 434.
9
Con questa clausola Putnam intende evitare che ‘organismi sociali’, come ad
esempio gli sciami di api, siano considerati capaci di sentire dolore.
10
Ibid.
11
Questa è una versione della tesi della realizzabilità multipla degli stati mentali, ti-
pica di ogni versione del funzionalismo: dato uno stato mentale K, esso può essere rea-
lizzato da supporti fisici diversi (o, addirittura, da supporti non fisici come, ammesso che
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cuperando una tesi aristotelica, Putnam afferma che ciò che conta è la
forma, non la sostanza12, e che, anzi, il fatto di rivolgere larga parte degli
sforzi intellettuali al tentativo di appurare qual è la sostanza effettiva de-
gli esseri umani – se cioè siamo fatti di pura materia o se oltre a questa
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c’è qualcosa in più, qualche sostanza ‘spirituale’ –, non ha fatto altro che
determinare un’impasse della discussione. In un’ottica decisamente anti-
riduzionista, Putnam sostiene che «the real concern is [...] with the au-
tonomy of our mental life», e che il fatto di possedere una mente dotata
di una sua caratteristica attività costituisce «un aspetto reale e autonomo
del mondo»13: non c’è solo una realtà fisica, ce n’è anche una mentale.
Come si vede, «l’ipotesi dello stato funzionale non è incompatibile col
dualismo»14, anche se il riconoscimento putnamiano di una sfera menta-
le autonoma fa del tutto a meno di «entità misteriose, agenti fantasma, o
élan vital»15, rimanendo in un’ottica rigorosamente naturalistica.

3. Nel proporre l’ipotesi funzionalista, Putnam stesso ne ammette un


certo grado di vaghezza. La Descrizione di cui si parla nella clausola (2),
ad esempio, andrebbe opportunamente integrata inserendo nell’organiz-
zazione funzionale di un qualsiasi organismo alcune funzioni matematiche
– come una funzione di preferenza razionale e una funzione del grado di con-
ferma –, che siano in grado di assegnare delle ‘utilità’ alle varie situazioni
in cui l’organismo si può trovare, determinando il comportamento del-
l’organismo stesso in accordo con i teoremi del calcolo delle probabilità e
con la regola ‘agisci in modo da massimizzare l’utilità stimata’. In questo
modo gli automi probabilistici potrebbero essere considerati agenti razio-
nali («nel senso in cui il termine è usato nella logica induttiva e nella teo-
ria economica»)16 capaci di apprendere dall’esperienza e di ‘criticare’ il mo-
do in cui il programma stabilisce la successione di stati logici.

esista, uno spirito disincarnato), a patto che K abbia un’appropriata Descrizione funzio-
nale (cfr. H. PUTNAM, Minds and Machines, cit., p. 371).
12
Cfr. ARISTOTELE, De anima, 412 a6-b9, e H. PUTNAM, Philosophy and Our Men-
tal Life (1973), in ID., Mind, Language and Reality, cit., p. 302.
13
H. PUTNAM, Philosophy and Our Mental Life, cit., p. 291. Cfr. anche p. 302:
«Qual è la nostra forma intellettuale? è la domanda da porsi, non qual è la materia. E qual-
siasi cosa possa essere la nostra sostanza, spirito, materia o formaggio svizzero, non pone
alcuna restrizione interessante di primo ordine sulla risposta a tale domanda».
14
H. PUTNAM, The Nature of Mental States, cit., p. 436.
15
H. PUTNAM, Philosophy and Our Mental Life, cit., p. 303.
16
H. PUTNAM, The Mental Life of Some Machines, cit., p. 409.
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Anche il sottoinsieme di cui si parla nella clausola (4) andrebbe me-


glio precisato, chiarendo ad esempio come tra gli organi sensoriali del-
l’automa vi siano dei sensori del dolore preposti alla trasmissione degli in-
put nel sottoinsieme, e stabilendo che la funzione di preferenza raziona-
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le assegna a questi input un alto grado di disvalore.


Per quanto vaga, tuttavia, Putnam ritiene l’ipotesi funzionalista
molto meno vaga delle ipotesi rivali, in particolare dell’ipotesi avanzata
dai teorici dell’identità e di quella avanzata dai comportamentisti. Vedia-
mo perché.
Putnam chiarisce, innanzitutto, il tipo di interpretazione che biso-
gna dare all’‘è’ che compare in un’asserzione come ‘Il dolore è K’, dove K
è una lettera variabile che può essere sostituita da un enunciato come ‘sti-
molazione delle fibre C’, oppure ‘una certa disposizione comportamen-
tale’, oppure ‘un certo stato funzionale’. Contrariamente alla metodolo-
gia sviluppata in filosofia analitica intorno alla metà del secolo scorso,
volta all’analisi semantica dei termini (compresi i termini usati, e a volte
coniati, dagli scienziati), la relazione che nell’asserzione citata sopra uni-
sce due proprietà – la proprietà di ‘provare dolore’ e la proprietà di ‘ave-
re K’ – non ha unicamente a che vedere coi significati dell’espressione
‘provare dolore’ e dell’espressione che si sostituisce a K. Secondo Putnam,
l’‘è’ che mette in relazione le due proprietà non è l’‘è’ dell’analisi del si-
gnificato, quella che stabilisce una equivalenza semantica – una sinoni-
mia – tra le due espressioni che circondano ‘è’. Infatti, ritenere che due
proprietà possano essere identiche solo se le espressioni corrispondenti
sono sinonime equivale a fondere «le due nozioni di “proprietà” e “con-
cetto” in una nozione singola»17, operazione non sempre lecita. Sia pur
in modo approssimativo, infatti, possiamo considerare il significato di un
termine come il concetto dell’oggetto a cui il termine si riferisce: termini
con lo stesso significato rimandano dunque allo stesso concetto; con
buona approssimazione, pertanto, possiamo prendere il concetto di giu-
menta e quello di femmina del cavallo come un unico concetto – data la
sinonimia dei termini corrispondenti. Ciò nonostante, affermare ad
esempio che la proprietà di essere acqua è la proprietà di essere H2O non
equivale ad affermare che il concetto di acqua è il concetto di H2O, co-
me si può facilmente constatare dalla differenza tra il significato del ter-

17
H. PUTNAM, The Nature of Mental States, cit., p. 430. Putnam attribuisce questa
‘fusione’ di concetto e proprietà a Rudolf Carnap (cfr. R. CARNAP, Meaning and Necessity,
Chicago, University of Chicago Press 1947).
IL FUNZIONALISMO IN FILOSOFIA DELLA MENTE 209

mine ‘acqua’ e il significato del termine ‘H2O’. Soprattutto, se al contra-


rio si ritenesse che le espressioni ‘acqua’ e ‘H2O’ sono sinonime, ciò equi-
varrebbe a ritenere analitico l’enunciato ‘L’acqua è H2O” – a ritenerlo
cioè vero in virtù dei significati delle espressioni che lo compongono, e
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dunque conoscibile a priori. Ma tutto ciò non è che un errore grossola-


no: che occorra l’esperienza per conoscere la verità dell’enunciato ‘L’ac-
qua è H2O’ è fin troppo ovvio, come è ovvio che il concetto di acqua e
quello di H2O sono concetti differenti.
In quale modo interpretare dunque l’‘è’ in ‘Il dolore è K’, visto che
non si tratta di un’asserzione analitica di identità?
Come appare chiaro dall’esempio appena fatto, ‘L’acqua è H2O’,
abbiamo qui a che fare con un’identità di tipo teorico, nel senso che l’as-
serzione di un enunciato del genere discende direttamente da una o più
teorie che ne garantiscono la verità. L’‘è’ qui in questione è l’‘è’ dell’i-
dentificazione teorica, quella permessa dalle migliori teorie che abbiamo
a disposizione, quelle fornite dagli psicologi, dai neurofisiologi, dai fisi-
ci, dai chimici – a seconda del caso. È in virtù della presenza di uno sfon-
do di teorie che un’asserzione come ‘Il dolore è K’ non stabilisce una me-
ra correlazione tra la proprietà di provare dolore e la proprietà K, ma un’i-
dentità a tutti gli effetti. E non un’identità analitica, bensì sintetica: «Nes-
suna teoria importante sulla natura della mente può essere confermata o
respinta mediante un esame del significato dei termini mentali», dichia-
ra Putnam; e infatti «la mia posizione è un’ipotesi sintetica, non un as-
sunto sul significato dei termini mentali»18.
L’‘è’ che compare nella clausola (2) è dunque lecito, se interpretato
nella giusta maniera – quella che specifica un’identità sintetica tra pro-
prietà. Tuttavia, questa è anche l’interpretazione che è possibile ascrivere
alle asserzioni di identità dei teorici dello stato cerebrale e dei comporta-
mentisti; perché allora le loro proposte sono secondo Putnam più vaghe
e perciò meno plausibili?

4. La difficoltà principale in cui la proposta comportamentista si


imbatte è secondo Putnam data da un’irrimediabile circolarità. Spiegare
cos’è il dolore sostenendo che è «una certa disposizione comportamenta-
le», e specificando poi tale disposizione comportamentale come «la dis-
posizione di X a comportarsi come se X provasse dolore»19, non spiega

18
H. PUTNAM, Mind, Language and Reality, cit., pp. XII-XIV.
19
H. PUTNAM, The Nature of Mental States, cit., p. 438.
210 MASSIMO DELL’UTRI

nulla: sarebbe come spiegare che oggi è una bella giornata sostenendo che
il sole brilla nel cielo azzurro, specificando poi tale situazione meteorolo-
gica come ‘la situazione che si verifica quando è una bella giornata’. È
proprio il non riuscire a descrivere senza usare il termine ‘dolore’ la dis-
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posizione comportamentale correlata in modo invariabile col dolore (e ti-


pica di qualsiasi organismo, indipendentemente dalla specie di apparte-
nenza) a tingere di vaghezza la proposta comportamentista. Inoltre, qua-
lora il comportamentista esprimesse la sua ipotesi unicamente in riferi-
mento al comportamento manifesto, e considerasse come rilevante ai fi-
ni dell’attribuzione di stati psicologici solo ciò che avviene all’esterno di
un organismo, allora la sua ipotesi non solo sarebbe vaga ma addirittura
falsa. Infatti, nel caso in cui due animali abbiano i nervi motori perenne-
mente anestetizzati, e soltanto uno dei due abbia perennemente aneste-
tizzate anche le fibre del dolore, avremo che dei due uno solo sentirà do-
lore, ma entrambi avranno lo stesso comportamento (effettivo e poten-
ziale): è dunque falso che qualsiasi organismo che provi dolore abbia ne-
cessariamente un comportamento (effettivo o potenziale) tipico del do-
lore20. Parimenti, è falso che qualsiasi organismo che abbia un compor-
tamento (effettivo o potenziale) tipico del dolore provi necessariamente
dolore: basta immaginare un attore dotato di eccezionali qualità recitati-
ve che simuli un perfetto stato di dolore. Infine, conclude Putnam,

anche se ci fosse una qualche disposizione comportamentale invariabil-


mente correlata col dolore (in modo indipendente dalla specie!), e spe-
cificabile senza usare il termine “dolore”, nondimeno sarebbe più plau-
sibile identificare il provare dolore con uno stato la cui presenza spieghi
questa disposizione comportamentale – uno stato cerebrale o uno sta-
to funzionale – che con la disposizione comportamentale stessa21.

Messa di lato la proposta comportamentista, rimarrebbe tuttavia sul


campo quella dei teorici dello stato cerebrale. È a questo punto che Put-
nam fa valere l’idea del campanilismo di specie citato sopra. Rimanendo
al caso dello stato mentale di dolore, infatti, non solo il teorico dell’i-
dentità deve riuscire a specificare uno stato cerebrale in cui possa trovar-
si qualsiasi organismo che prova dolore e in cui non debba trovarsi un
qualsiasi organismo che non lo provi, ma deve essere anche ‘nomologi-

20
Si ricordi il caso dei super-spartani visto all’inizio.
21
Ivi, p. 439.
IL FUNZIONALISMO IN FILOSOFIA DELLA MENTE 211

camente certo’ che si tratta di uno stato cerebrale di qualunque entità ter-
restre ed extraterrestre che si possa scoprire in futuro e che sia in grado
di provare dolore. E tutto ciò rende assai ambiziosa tale ipotesi. Di più,
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l’ipotesi diviene ancora più ambiziosa non appena ci rendiamo con-


to che il teorico dello stato cerebrale non afferma soltanto che il do-
lore è uno stato cerebrale; egli è ovviamente interessato a sostenere
che ogni stato psicologico è uno stato cerebrale. Perciò, se siamo in
grado di trovare anche un solo predicato psicologico che possa veni-
re applicato chiaramente sia a un mammifero che a un polipo (dicia-
mo “essere affamato”), ma il cui “correlato” fisico-chimico è differen-
te nei due casi, la teoria dello stato cerebrale crolla. Mi sembra sia al-
tamente probabile che noi si sia in grado di farlo22.

Al contrario, sostiene il Putnam degli anni Sessanta, l’ipotesi fun-


zionalista appare più analizzabile delle sue rivali, tanto da un punto di vi-
sta matematico, quanto da un punto di vista empirico. Posto che in ge-
nere si attribuisce un certo stato mentale a un organismo osservando il
suo comportamento, abbiamo che le somiglianze riscontrabili nel com-
portamento di due sistemi costituiscono una buona ragione per sospet-
tare somiglianze nella loro organizzazione funzionale, e – invece – una
ragione assai più debole per sospettare somiglianze nella loro costituzio-
ne fisica. Oltre a ciò, almeno per quanto riguarda gli stati psicologici fon-
damentali (provare fame, sete, ira, ecc.), ci sono buone ragioni per rite-
nere che le probabilità di transizione di questi stati tra di loro e con le
manifestazioni comportamentali siano le stesse in organismi appartenen-
ti a specie diverse, giacché è così che identifichiamo stati del genere; non
considereremmo infatti affamato un certo animale se esso non avesse un
comportamento diretto al cibo e questo non fosse seguito da uno stato
di sazietà. Di contro al teorico dello stato cerebrale, che deve sperare in
una futura formulazione di leggi neuro-fisiologiche indipendenti dalle spe-
cie, il funzionalista non deve far altro che sperare in una futura formula-
zione di leggi psicologiche indipendenti dalle specie, e questo – oltre a ri-
marcare la già citata autonomia della vita mentale e, dunque, della psi-
cologia – rende l’ipotesi funzionalista non solo meno vaga e più analiz-
zabile ma anche più esplicativa rispetto alle sue rivali: «Comprendere per-
ché una macchina, diciamo, calcola l’espansione decimale di π [pi greco]

22
Ivi, pp. 436-437.
212 MASSIMO DELL’UTRI

può richiedere di far riferimento alle proprietà astratte o funzionali della


macchina, al programma della macchina, e non alla sua composizione fi-
sica e chimica»23. Ed è questa, conclude Putnam, la via lungo la quale as-
solvere a quello che sembra essere il compito della psicologia: «Produrre
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modelli “meccanici” degli organismi»24.

5. Già all’inizio degli anni Settanta Putnam matura la consapevolez-


za che l’analogia tra mente umana e macchina di Turing non regge. Co-
me abbiamo visto, infatti, una macchina di Turing può trovarsi in uno sta-
to alla volta, e tali stati sono ‘istantanei’, ossia rappresentano la situazione
totale del sistema in un dato momento stabilendo lo stato successivo.
Inoltre, l’apprendimento e la memoria non determinano, da soli, nuovi
stati della macchina: essi non sono rappresentati come acquisizione di
nuovi stati, bensì come acquisizione di nuova informazione stampata sul
nastro. Il comportamento della mente umana è però assai diverso: innan-
zitutto, apprendimento e memoria giocano un ruolo importante nella de-
terminazione dei suoi stati; in secondo luogo, questi non sono istantanei,
non fissano da soli e in maniera univoca lo stato mentale successivo. So-
prattutto, non rappresentano la situazione totale della mente in un dato
momento, giacché a farlo sono più stati contemporaneamente.
Tutto ciò mette in luce quello che per Putnam è un aspetto negati-
vo delle macchine in filosofia della mente: se da un lato hanno un in-
dubbio ruolo positivo per il fatto di indurre ad apprezzare la differenza
tra struttura astratta e sue molteplici realizzazioni concrete, evidenziando
come le loro più importanti proprietà non sono fisico-chimiche, dall’al-
tro spingono a un’ingiustificata iper-semplificazione, ventilando implici-
tamente l’idea che l’organizzazione funzionale umana possa essere tanto
ristretta e ben determinata come quella di una macchina.
Si tenga però presente che la critica delle macchine di Turing come
modello della mente umana non equivale ancora a una critica del fun-
zionalismo: infatti, «il funzionalismo è vincolato alla tesi secondo cui gli
stati mentali sono stati computazionali, e non al modello della macchina
di Turing»25. Una crepa tuttavia si era aperta nel sostegno filosofico che
Putnam dava all’ipotesi funzionalista. Una delle virtù di quest’ultima da

23
H. PUTNAM, Mind, Language and Reality, cit., p. XIII.
24
H. PUTNAM, The Nature of Mental States, cit., p. 435.
25
O. SHAGRIR, The Rise and Fall of Computational Functionalism, in Hilary Putnam,
ed. by Y. Ben-Menahem, Cambridge, Cambridge University Press 2005, p. 230.
IL FUNZIONALISMO IN FILOSOFIA DELLA MENTE 213

lui sottolineata sin dall’inizio era, come si ricorderà, lo spirito anti-ridu-


zionista, condensato nel rifiuto di ogni riduzione della sfera mentale a
qualsiasi altra sfera da considerare più basilare – a un sostrato fisico-chi-
mico, per esempio. Ben presto egli si rende però conto che anche il fun-
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zionalismo non era privo di una venatura riduzionista: dopotutto, l’i-


dentificazione degli stati mentali con stati computazionali non era che
una riduzione dei primi ai secondi, una riduzione che nelle intenzioni
iniziali doveva essere attuata dalla psicologia non appena questa avesse
portato a termine il suo programma, quello – come abbiamo visto – di
«produrre modelli “meccanici” degli organismi». Ecco un passo tratto
dalla ricostruzione che lo stesso Putnam ne ha fatto decenni dopo:

Una volta che la psicologia sia progredita a sufficienza nella realizza-


zione dell’“inevitabile programma” di precisare l’ipotesi secondo cui
gli stati mentali sono stati funzionali, sarà possibile – così sostenevo
– confermare questa ipotesi in modo analogo a come abbiamo con-
fermato le identificazioni teoriche in fisica26.

Tuttavia, tanto nell’idea che la psicologia abbia il compito di pro-


durre un modello meccanico di un organismo qualsiasi (non solo uma-
no e non solo naturale), quanto nella connessa idea che sia possibile con-
fermare ipotesi psicologiche allo stesso modo in cui si confermano ipo-
tesi fisiche, vi è una venatura utopistica, a sua volta derivante da un at-
teggiamento scientistico – un atteggiamento di eccessivo e, in fin dei con-
ti, acritico ossequio nei confronti della scienza e delle sue potenzialità.
Parte della maturazione e dei cambiamenti attraverso cui la filosofia di
Putnam è passata è dovuta al distacco dalla convinzione che una risolu-
zione certa e definitiva dei problemi, compresi quelli filosofici, passi ne-
cessariamente attraverso un’applicazione del metodo scientifico. Pensare
che la scienza sia in grado di risolvere tutti i problemi, e in particolare che
la psicologia possa essere resa scientifica in virtù di una sua semplice com-
binazione con, ad esempio, la scienza dei calcolatori, non è che utopia al-
lo stato puro.
Anti-riduzionismo, anti-scientismo e anti-utopismo – tutte facce di
uno stesso poliedro – sono di certo fattori che hanno cooperato per far
abbandonare a Putnam il funzionalismo. Ma il colpo decisivo gli è stato

26
H. PUTNAM, Putnam, Hilary, in A Companion to the Philosophy of Mind, ed. by
S. Guttenplan, Oxford, Blackwell 1994, p. 509.
214 MASSIMO DELL’UTRI

inferto da uno dei risultati più importanti conseguiti da Putnam in filo-


sofia del linguaggio, e cioè che il significato di buona parte delle nostre
parole, nonché il contenuto dei nostri pensieri, non sono determinati
semplicemente dalla nostra organizzazione funzionale – non dipendono
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cioè unicamente da quel che accade all’interno delle nostre teste. Il con-
tenuto della nostra vita mentale dipende in gran parte dal mondo che è
all’esterno della mente, ed è questa convinzione che ha determinato l’ab-
bandono del funzionalismo computazionale in favore di un funzionali-
smo liberalizzato: identificare stati mentali con stati computazionali, af-
ferma ora Putnam, non è che fantascienza. La mente è sì un sistema di
capacità, ma queste, lungi dall’esaurirsi in operazioni interne di calcolo,
sono capacità operative e interattive, poliedrici modi di funzionare in
continuo contatto con l’ambiente circostante e realizzabili in sistemi co-
stituzionalmente differenti27.
Così, portata da Putnam al centro del dibattito sviluppatosi a par-
tire dagli anni Sessanta e successivamente da lui stesso demolita, a più di
cinquant’anni di distanza l’ipotesi funzionalista trova il suo unico accet-
tabile sedimento in una concezione che vede la mente umana non come
una cosa ma come un sistema di abilità interattive indissolubilmente le-
gato all’ambiente.

27
Cfr. H. PUTNAM, Philosophy in an Age of Science, ed. by M. De Caro and D. Ma-
carthur, Cambridge (Mass.), Harvard University Press 2012, Part Six.