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Intervista a Dario Padovan di Graziano Merotto e Devi Sacchetto - Padova, 12 Agosto, 2009

Devi Sacchetto
Volevamo chiederti una tua ricostruzione della figura di Franz da un punto di vista politico e, per
quello che l’hai conosciuto, anche umano.

Dario Padovan
Proviamo a capire un po’ la figura di Franz [Franco Da Re]: come io l’ho conosciuto. Fatemi fare
mente locale su un po’ tutte le fasi. Io ricordo in modo più preciso che il primo incontro con Franz è
avvenuto in relazione al movimento per la pace: quando esplodono le manifestazioni; il cosiddetto
movimento per la pace, composto da componenti molto diverse e differenziate. Questo movimento
si manifesta per la prima volta alla fine del 1982, nell’ottobre del 1982, con una grande
manifestazione per la pace, contro i missili, il riarmo nucleare, e portò un milione di persone in
piazza, a Roma.
Contemporaneamente, io ero militante dei Collettivi Politici Veneti. Ecco, vedevamo il movimento
come qualcosa dove andare a fare egemonia, a frammentarlo per poi portarsi a casa una manciata di
militanti per poter sopravvivere. Devo dire che da questo punto di vista, Franz e quelli del suo giro,
Fausto [Schiavetto] per capirci, avevano un’idea più organica del movimento: un movimento con
delle potenzialità. Io, essendo all’epoca un militante leninista serio, semi-bolscevico, pensavo che
questo movimento per la pace non fosse così radicale. Ero anche giovane. Ovviamente le parole
d’ordine sono così ampie dove ci sta dentro tutto. Sono delle parole d’ordine “ombrello”; dentro
tutti sono in una logica di non differenziazione. Tuttavia, i problemi che ponevano erano
interessanti: il riarmo, la logica della globalizzazione che all’epoca si stava determinando; il
problema dei rapporti Est-Ovest; il problema dei rapporti con il movimento operaio, socialista e
comunista nell’Occidente. Cioè, come questi movimenti dovevano rapportarsi a questi temi, in un
momento in cui lo scontro stava raggiungendo il culmine, da un lato; ma dall’altro era un momento
in cui si stava determinando la fine dell’Unione Sovietica, di cui nessuno di noi aveva la
percezione. La cosa importante è che, ad un certo momento, esce il progetto di installare i missili
Cruise a Comiso, per cui improvvisamente il movimento pacifista ha un obiettivo concreto: non era
più questione di avere delle manifestazioni con una bella parola d’ordine, astratta come pacifismo,
ma, invece, l’idea di opporsi concretamente a Comiso: il fatto di applicare le parole d’ordine, i
contenuti, le pratiche del movimento a questo obiettivo. E qui si inizia a selezionare i militanti.
Perché da un milione di persone in piazza, la prima estate che abbiamo passato a Comiso eravamo
un migliaio. L’estate dell’‘83 è stato un importante esperimento ed esperienza politica: da un lato,
ha messo a confronto i residuati della sinistra antagonista, che non era stata raccolta dalla rete o
messa in totale incapacità da parte dello stato; dall’altro, poneva in campo i militanti pacifisti.
Questi, da un lato provenivano da Lotta Continua, poi diventati ambientalisti. La cosa interessante
era che il pacifismo che si andava formando era, da un lato, di formazione ed estrazione cattolica,
diciamo così; dall’altro, questi militanti che avevano transitato in questa area abbracciando non
soltanto l’ideologia ma anche le forme di lotta pacifiste che misero in pratica a Comiso. Tutto
questo, nonostante noi, li prendevamo in giro questi perché facevano training autogeno, le prove per
quando sarebbero stati picchiati, per addestrarsi ad uno stile non-violento; ecco noi li prendevamo
in giro. Però, alla fine, quando ci hanno gonfiato davanti ai cancelli, se avessimo imparato
qualcosina anche noi, forse ci saremmo fatti meno male. Anche se ben pochi dei nostri erano stati
menati perché se ne erano scappati ben prima: la fuga era la strategia che dal punto di vista fisico ha
pagato di più ma non tanto da quello mediatico e politico. Quello che ha fatto il giro sui mass media
sono le botte, le schiene menate dei pacifisti rimasti davanti ai cancelli a prendersi le botte. Io ero al
cancello numero 3 dove non hanno attaccato. Ora, mi sembra di capire che questo era stato il mio
incontro con Franz e il giro della Sinistra Piave all’epoca: le due figure centrali erano Franz [Franco
Da Re] e Fausto [Schiavetto]. Pensavo un po’ che questi erano un ponte tra le esperienze del
pacifismo cattolico e i residui bolscevichi, leninisti, autonomisti; li pensavo così. Fausto

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[Schiavetto] aveva una formazione molto più M-L, marxista-leninista, molto più dogmatico dal
punto di vista dell’analisi politica; era, però, molto più flessibile dal punto di vista delle pratiche
politiche. Franz [Franco Da Re], invece, era molto meno rigido dal punto di vista dell’analisi
politica ed era anche flessibile dal punto di vista delle pratiche politiche. Franz [Franco Da Re] lo
apprezzavo per quello: un compagno sempre disposto a “dialettizzarsi”, a discutere sugli aspetti
concreti; non aveva pregiudizi su alcun tipo e forma di lotta. Certo, era espunta dal nostro orizzonte
il fatto di fare dell’altro, che lasciavamo fare ad altri. Ma sul piano delle pratiche di lotta pubbliche,
di massa, Franz [Franco Da Re] e noi dell’Autonomia avevamo idee simili. Cosa accadde in quegli
anni iniziali? Accadde che in Veneto, intorno a questo movimento per la pace, nascono una miriade
di gruppi. C’è una frazione, una parte regionale del movimento pacifista in Veneto molto forte.
Punto primo, perché trainata dai Beati Costruttori di Pace di Albino [Bizzotto] che entrano nella
scena pubblica; non sapevamo da dove venisse, ma mette in piedi questo movimento. Punto
secondo, Gamma 5 di Franco Carraro, che fonda questa radio che, dopo l’incontro con Albino
[Bizzotto], si converte al pacifismo. Gamma 5 diventa una “proto-lega di sinistra”, potremmo
chiamarla così. Si parlava in veneto. Non ho più seguito le vicende di Gamma 5, ma devo dire che
ho l’impressione che sia stato un incubatore di alcune forme organizzative poi riprese dalla Lega.
Non riesco a capire la genealogia di queste cose, come si sono disseminate. Ma di sicuro, lo stile di
Gamma 5 è entrato con contenuti completamente di segno opposto nello stile leghista di alcune
zone della nostra regione. Poi c’era il giro della Sinistra Piave di Franz [Franco Da Re] e Fausto
[Schiavetto], gli Autonomi di Padova e Mestre; insomma eravamo noi che qui organizzavamo con il
prete, con Gamma 5 con Radio Cooperativa, al tempo fondata da Albino [Bizzotto] ma il cui
progetto era originariamente costituito del giro di Franz [Franco Da Re].

Graziano Merotto
Prima Radio Cooperativa era a Mira. Era molto frequentata dagli ex di Lotta Continua, grosso
modo; con già qualche vena del “rosso che ride”, dell’anima verde: non so, [Michele] Boato, per
esempio. Ad un certo punto, viene prelevata, rilevata da Albino [Bizzotto], e spostata a Padova. Lo
studio di Mira continua per un po’; ce n’era anche uno a Treviso, ma sostanzialmente finiscono, e
resta solo Padova. Adesso non so se la cosa l’ha fatta solo Albino [Bizzotto] o se dietro lui c’erano
anche altri.

Dario Padovan
Gli M-L [marxisti-leninisti] non sono mai stati dentro Radio Cooperativa. C’erano i vecchi Pci, che
però si portavano dietro un po’ di ideologia comunista del Pci. All’epoca, per esempio, io e Fausto
[Schiavetto] abbiamo fatto dei periodi di rassegna stampa, trasmissioni, ecc. Devo dire che
all’epoca mi sembrava avere un taglio abbastanza pacifista e populista: nel senso che l’esempio
vero era Gamma 5, la radio di massa, dove in qualche modo, grazie ad Albino [Bizzotto], i due
pubblici dialogavano, in qualche modo. Quelli che ascoltavano ed intervenivano sui microfoni
aperti di Gamma 5 erano parte di quelli che intervenivano anche su Radio Cooperativa. La struttura
organizzativa era differente: all’epoca quella “pesante” era Gamma 5, molto più di Radio
Sherwood. Noi eravamo un radio settaria che non contava molto, ma che aveva evitato lo stile
populista alla Franco Carraro. Peraltro, devo dire che anche noi abbiamo utilizzato i pubblici sia di
Radio Cooperativa sia di Gamma 5 per poi attirarli verso Radio Sherwood. Però, in questa
triangolazione di radio, è nato un movimento pacifista. Ricordo, quella manifestazione a Mestre,
eravamo in 10mila, dove ci hanno caricato, ricordi?

Graziano Merotto
Sì, era quella per il Libano, nel 1982.

Dario Padovan
Sì, c’erano anche le Donne in Nero, mi pare. Qui in Veneto abbiamo organizzato diversi momenti,

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diverse iniziative.

Graziano Merotto
Beh, la manifestazione a Vicenza, l’anno dopo nel 1983, dove c’era un sacco di gente. Però era
prima di Comiso.

Dario Padovan
La manifestazione attorno alla Ederle? Dove ci hanno caricato?

Graziano Merotto
Si, però su queste cose bisogna sentire anche Schiavetto. A parte che…quand’è che l’hanno messo
dentro? 1981 o 1982…

Dario Padovan
Non il 7 Aprile, comunque. Accusandolo, poi, di BR [Brigate rosse], MLS [Movimento per il
socialismo] ecc. Esce per motivi di salute o decorrenza dei termini, e scappa in Francia.

Devi Sacchetto
Scusa, prima dicevi che vi incontrate nell’‘82, più o meno. Tu prima cosa hai fatto? Vieni fuori da
Autonomia Operaia?

Dario Padovan
Entro subito, in Autonomia Operaia nel 1977: con gli autonomi di Rovigo. Nel ‘77 sono a Bologna
con gli autonomi della bassa padovana e di Rovigo. Facciamo a botte con MLS (Movimento dei
Lavoratori per il Socialismo) gli stalinisti di Capanna, e poi con Lotta Continua: non facciamo
entrare MLS (Movimento dei Lavoratori per il Socialismo) e poi ci prendiamo a sediate con Lotta
Continua; con Scalzone che sale sul tavolo e inizia a cantare l’Internazionale, senza voce come era.
Ci siamo dati un sacco di botte. Ecco l’egemonia politica! Nel frattempo PL [Prima linea] e BR
[Brigate rosse] volantinavano dentro.

Graziano Merotto
Ma, oltre ai padovani, c’erano anche altri, se non sbaglio a Mestre, ma anche dal Friuli…

Dario Padovan
Ci sono due percorsi dentro Autonomia Operaia. Dovrei parlarvi anche di questo. All’epoca c’erano
due grandi correnti: una, uscita da PO [Potere operaio] che aveva continuato con i Collettivi Politici
e li aveva trasformati in Collettivi Politici Veneti; questi erano più vicini alle posizioni di Rosso di
Milano, di [Toni] Negri ma non ne erano completamente…. L’altro, invece, erano i romani di
Scalzone. Qui, in Veneto, eravamo per le nostre. Però, c’erano dei giri tra Vicenza, Padova e
Venezia che facevano riferimento ai scalzoniani: i Cocorì, i vicentini e, però, ad un certo punto
parte un processo di unificazione con i Cocorì. Essendo noi, i Collettivi Politici Veneti egemoni,
una parte dei Cocorì se ne va subito perché non accettano lo stile organizzativo ed egemonico
nostro essenzialmente.

Graziano Merotto
Chiedo, appunto, perché c’erano, come sempre, delle difficoltà grosse con i padovani. Invece,
posizioni molto più dialettiche, voi e l’area della bassa, come anche i feltrini.

Dario Padovan
Sì, però, noi eravamo tutti nella stessa organizzazione. Si, c’erano facce diverse e, poi, c’era il gioco
del poliziotto buono e del poliziotto cattivo: i padovani erano quelli che tenevano la linea, mentre le

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aree periferiche lavoravano sul piano pratico con maggiore dialettica…dove non c’era egemonia.
Poi, una parte di Lotta continua era entrata nei Cocorì. A Padova non c’erano percorsi rilevanti di
Lotta Continua: anzi, erano sempre visti abbastanza male. Qui, Padova era una zona abbastanza
pura di un PO [Potere operaio], un potere-operaismo strano, che era passato per Rosolina,
ovviamente, ma che poi aveva mantenuto delle radici.

Graziano Merotto
In tutta questa situazione, d’improvviso compaiono questi due personaggi con tutto un filone dietro:
Don Albino Bizzotto, che nessuno aveva mai visto prima, e Franco Carraro. Tutte queste dinamiche
che tu hai ricostruito attraversavano tutta la sinistra cittadina. E questi? Si tirano dietro un bel po’ di
gente…

Dario Padovan
Questi hanno fatto man bassa dentro il Pci! Il problema qui è la crisi iniziale del Pci locale, che poi
è diventata una slavina. In parte era già iniziata negli anni Settanta con la Fgci: l’unica fortuna che
avevano qua era di avere [Pietro] Folena che in qualche modo aveva tenuto le fila; e devo dire che,
avendolo poi conosciuto di recente, è un bravo politico. [Pietro] Folena giovane è un figlio d’arte,
ma qui aveva tenuto: si sono forgiati bene perché qui l’Autonomia padovana era egemone tra
universitari e studenti medi, dove non c’era altra forza. Io, poi, arrivo qui nel 1979; dagli inizi del
1980 mi trasferisco stabile a Padova: devo dire che erano già allo sbando, ma le strutture c’erano
ancora. C’erano un sacco di compagni che facevano politica nella sinistra di Padova. Comunque la
sinistra qui a Padova era l’Autonomia, non c’era niente da fare. Comunque, intorno all’‘81-‘82,
avviene un cambiamento. Il 7 aprile non lascia intatto neanche il Pci: per quanto il Pci fosse stato
quello che con i propri magistrati ha dato il via alla stagione di repressione, repressione quella di
massa, basata su teoremi e sulla criminalizzazione ideologica, tutto questo non ha lasciato il Partito
indenne. Secondo me, alla base non è piaciuta questa operazione; comunque, ci fossero stati o meno
dei terroristi ecc…a parte quelli più convinti e ideologizzati, il resto non ci stava. Certo, i militanti
più vecchi del Pci non potevano passare all’Autonomia, ma quando esce Albino [Bizzotto], da un
lato, con il suo movimento pacifista e [Franco] Carraro, dall’altro, che vendeva formaggio a
Cadoneghe [Padova] e aveva aperto questa radio…insomma si portano via un sacco di gente; grazie
al movimento per la pace, Libano, Nicaragua, Salvador, Palestina. Non dimentichiamo che tutto
quello che passava in America Latina era centrale per le mobilitazioni. Ecco, tutto questo ha portato
via migliaia di militanti al Pci. Certo, probabilmente continuavano a votare Pci, ma erano divenuti
struttura portante delle feste, delle iniziative di Gamma 5: tutte le “siorette”…ricordate le mamme,
le donne contro i militari in Libano? ecco. Il 1980…quella manifestazione…era nato il comitato di
mamme contro l’andata dei militari in Libano, dei propri figli; ed era il più forte di tutta Italia.
Ricordo la manifestazione di 10mila persone a Mestre, dove ci caricano e ci fanno il culo: insieme
con le manifestazioni di Roma, le “mamme contro i militari in Libano”; Comiso inizia, dunque, a
triangolarsi una cosa strana, ma interessante. Ed è stata in grado di sconvolgere il panorama politico
in Italia. Noi siamo usciti dalla sconfitta degli anni Settanta, ormai è chiaro: l’insurrezionalismo
degli anni Settanta era sconfitto. Quello che si andava preparando era una stagione di resistenza, e
basta: per portare a casa i compagni in galera, ecc. Invece, qui in Veneto, forse anche in altre parti
come a Bologna se non sbaglio, ci sono state cose interessanti; anche rispetto ad adesso. Il problema
degli anni Ottanta, secondo me, era questo: noi ci portavamo dagli anni Settanta la visione
insurrezionalista; pensavamo a questo periodo come un periodo tattico, come una sorta di ritirata
per poi ripartire una volta reintegrati i ranghi; e scontavamo una totale incapacità di leggere le cose.
Devo dire che Franz [Franco Da Re], Fausto [Schiavetto] e gli altri erano più legati al presente:
questo non è un movimento da usare per rifare le cose del passato, quella stagione là per loro era
finita. Mentre, per esempio, noi siamo passati per secessioni interne, rotture, ecc. per capire che
bisognava andare da un’altra parte. Ricordo che sul discorso dell’ambiente, gli autonomi ci sono
arrivati dieci anni dopo.

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Devi Sacchetto
Scusa, l’intervento nel mondo del lavoro, delle fabbriche non esisteva? Nel movimento pacifista i
lavoratori c’entrano?

Dario Padovan
Sì, sì, certo che c’entravano. C’erano ancora i Consigli di fabbrica, i sindacati schierati. Abbiamo
fatto l’intervento alla Montedison, al Petrolchimico; un paio di scioperi su di una vertenza interna.
Dunque, avevamo fatto questi scioperi al Petrolchimico.. Avevamo fatto cose interessanti. Poi c’era
qualche fabbrica che aveva chiuso. Però nell’‘82-‘83 avevamo ancora qualcosa al Petrolchimico o
in fabbrichette. A Battaglia Terme.

Graziano Merotto
Ricordo qualche presa di posizione dei consigli di fabbrica alla Zoppas-fonderie. Poi, c’era dentro
qualcuno del circolo su Comiso, ecc. Sempre qualche presa di posizione, solidarietà.

Dario Padovan
Io devo dire che nel giro della Sinistra Piave…sì, perché mi sono avvicinato a loro man mano che
mi allontanavo dal giro degli autonomi. Mi ricordo che al circolo di Fregona [Treviso] sono andato
parecchie volte dove incontravo Mario Azzalini, Franz [Franco Da Re], ecc. Poi, qui, ad un certo
punto sono andato ad abitare con Fausto [Schiavetto], quando ho chiuso la mia vicenda, qui.
Dunque, non è che condividessi tutto, ma dal punto di vista della pratica politica, del fare ancora
qualcosa, mi sono avvicinato all’unico giro con il quale io e i compagni usciti dall’Autonomia
potevamo dialogare. Noi ci eravamo già spostati sul discorso ambientale: avevamo partecipato al
blocco della centrale con i pescatori a Polesine Camerini. Poi, a delle manifestazioni contro la
caccia. Insomma, avevamo già intrapreso un percorso verso l’ambientalismo radicale con questi
compagni di Padova e di Rovigo… Lì c’era una storia interessante, molto caldeggiata da Fausto
[Schiavetto], e a cui partecipava anche Franz [Franco Da Re]: la riscoperta del locale da sinistra;
c’avevamo provato. Per questo dico che c’era tutto questo filone di Gamma 5, in parte poi ripreso
da Fausto [Schiavetto]: la sua ideologia non era solo ML [marxista-leninista]; era un populismo ML
[marxista-leninista]; più maoista che da marxismo scientifico. Dunque, in questi anni riscopriamo
questa dimensione, che era anche carina: eravamo tutti compagni, il mito della resistenza, delle
radici operaie, proletarie, popolari. Nessuno pensava che poi la Lega ci avrebbe espropriato di tutto.
Era il periodo in cui si iniziava a parlare di municipalismo libertario; iniziavano le prime forme di
democrazia radicale dirette, che adesso gli autonomi hanno scoperto…vent’anni dopo. Noi queste
cose le avevamo già messe in cantiere, all’ordine del giorno: la democrazia diretta nelle fabbriche,
l’idea di una sinistra che dovesse radicarsi nel territorio. Non è che siamo stai noi a fornire la
strategia agli altri; però, la Lega ha anche iniziato lì. Noi all’epoca eravamo ancora in tempo per
fermare la Vandea.

Graziano Merotto
Sì, mi ricordo che si discuteva con Franz [Franco Da Re] di questa cosa. Tutto sommato, si diceva
che se il movimento verde prendesse una via un po’ diversa, non istituzionale, probabilmente la
Lega avrebbe un po’ più di filo da torcere.

Devi Sacchetto
Ci spieghi un po’ di più di questo campeggio di Comiso? Come vi siete organizzati?

Dario Padovan
Comiso l’organizza mi pare…Fausto [Schiavetto]?

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Graziano Merotto
No, erano loro, i vittoriesi. Franz [Franco Da Re], Jordan [Jordan Buttignol], la Lidia [Lidia
Uliana].

Dario Padovan
Bravo. Noi andiamo a fare il nostro giro. Io vado prima a fare il giro dei compagni dell’Autonomia
per preparare Comiso. Nel frattempo, chi aveva preso il campo?…chi aveva firmato per l’affitto?

Graziano Merotto
Loro, i vittoriesi. Poi, c’erano tutte le dinamiche interne, i comitati locali che tiravano indietro, ecc.
Se non c’erano loro che partivano, forse non si sarebbe fatta.

Dario Padovan
Ecco, capito chi era stato a farlo?! Infatti, il Comitato Popolare Veneto, a cui noi non avevamo
aderito perché eravamo autonomi, era composto da Albino [Bizzotto], Gamma 5, Vittorio Veneto,
cioè Fausto [Schiavetto], Franz [Franco Da Re], e tutti i comitati che nel frattempo erano fioriti; ed
erano centinaia. C’erano comitati per la pace in ogni paese: da cui hanno imparato, poi, i cosiddetti
Forum Sociali, ecc. Noi li avevamo già fatti, già sperimentati. C’erano 150 comitati popolari in
Veneto attorno alla storia dei soldati in Libano e a Comiso, alla pace, all’ambiente, ecc. Gli unici
che non avevano capito il processo eravamo noi, gli Autonomi. Cioè, io l’avevo capito perché
avevo compreso le capacità di questo movimento, e ho spaccato su quello. Avevano un’ideologia
ancora operaista, ma neanche: forse centrata sul problema del lavoro, e quello non era lavoro, era
pacifismo, ideologia. E tutto si centrava sul ruolo organizzativo: le avanguardie, la soggettività.
Ormai eravamo alla fine di un ciclo. So che avevano provato a costruire una simil-teoria grazie
anche agli scritti di compagni che poi non ci sono più stati: tipo Luciano Ferrari Bravo. Però,
all’epoca prevaleva l’idea operaia di Toni Negri, dell’operaio massa, l’operaio sociale; un po’
questa visione che poteva in qualche modo fornirti una lettura della realtà. Però, alla fine
dell’‘82-‘83, non c’era più niente: ti hanno sgominato..

Graziano Merotto
Una delle letture era, appunto, quella per cui il tutto era un ripiego rispetto…Il fatto che dopo la Fiat
non riuscissi più a quagliare dentro le fabbriche, e il Pci aveva dato via anche sul terreno
dell’internazionalismo, ecc. Cavolo, il Pci era quello che aveva sostenuto i Cruise a Comiso! Anche
se dopo Comiso, nell’‘83, a Roma il movimento si spacca subito. Sul fatto che un corteo va
all’Ambasciata Usa e l’altro no. E si porta dietro i vari Crucianelli, Ingrao: la grande opera di
recupero.

Dario
Si, perché anche noi abbiamo spaccato. Nell’ottobre dell‘‘83, dopo i fatti di Comiso, noi siamo
andati là con l’idea di preparare lo scontro: una volta là, spacchiamo, facciamo il nostro corteo con
50-60mila persone. C’era un milione di persone a Roma, e noi facciamo la nostra parte. Non mi
ricordo che cosa hanno fatto lì i vittoriesi, il Comitato Popolare Veneto: sono rimasti per conto
proprio. Perché? qual è la logica? A livello nazionale, l’Autonomia era più forte dei Comitati
Popolari Veneti: avevamo gli studenti, i Volsci mobilitavano migliaia di persone, quelli di Milano.
Dunque, da un lato il Pci, che riesce a recuperare parte del movimento pacifista, almeno quella
istituzionale; dall’altra, gli Autonomi che spingono per lo scontro e l’attacco all’Ambasciata
americana, ecc. In mezzo sono rimasti il giro di [Franco] Carraro, Albino [Bizzotto] ecc. Poi, in
Veneto abbiamo un po’ ricomposto fino al campeggio dell’‘86 ad Aviano, sempre organizzato dai
vittoriesi.

Graziano Merotto

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Sì, organizzato dal Comitato per la Pace con Albino [Bizzotto], [Franco] Carraro, che per un po’ ci
stanno, un po’ forzando…con l’idea, con il terrore, perché probabilmente l’aria padovana era di
nuovo diventata pestilenziale…

Devi Sacchetto
Scusa, ritorniamo su Comiso. Tu parti con gli Autonomi?

Dario Padovan
Sì, parto con gli autonomi. A Comiso, la struttura organizzativa dipendeva dal Comitato Popolare
Veneto di Don Albino [Bizzotto] e degli altri. Però, noi portiamo questa esperienza che abbiamo
fatto in altre decine di campeggi anti-nucleari in tutti gli anni Ottanta: i Volsci avevano organizzati i
campeggi a Brindisi, in Calabria, ecc. La parte sul nucleare era un modellino che era già stato
sperimentato: quindi, andiamo nel paese, dove facciamo attività, a Vittoria, ecc. e poi blocchiamo i
lavori di ristrutturazione alla base. Li blocchiamo tutti i giorni. Ad un certo punto, dopo tre o
quattro giorni, questi non potevano lavorare e ci hanno caricato. Ci hanno pestato, hanno rotto i
blocchi e fatto passare i pullman dei lavoratori. La cosa è andata avanti un po’: siamo tornati a
bloccare, perché la notizia delle botte ai pacifisti aveva fatto scalpore sui giornali; e poi abbiamo
chiuso lì. E’ stata una grande vittoria politica. Ovviamente, non abbiamo bloccato i Cruise, ma è
stato l’inizio di una discussione molto seria. Ripeto: un milione e mezzo di persone ad ottobre non è
male. Poi c’è stata la spaccatura con gli Autonomi, come ti dicevo prima, ma è stata un’esperienza
importante. Personalmente mi ha formato, mi ha forgiato moltissimo dal punto di vista politico; e
mi ha anche aperto un po’ la mente. Ora, questi movimenti sono diventati l’unico aspetto
importante che possiamo trovare.

Graziano Merotto
Concludiamo un po’ su Franz [Franco Da Re]. Hai qualche ricordo? Le assemblee si tenevano
spesso a Padova, no? Sia prima di Comiso, e anche dopo; e a Padova, la gestione delle assemblee
era sempre un po’ difficile. A parte [Fausto] Schiavetto, che forse era più conosciuto, hai qualche
ricordo di queste figure? Era spesso Franz [Franco Da Re] che apriva l’assemblea: alla fine, lui era
visto un po’ come il tramite tra i Beati [costruttori di pace] e il resto del movimento.

Dario Padovan
Franz aveva un’intelligenza pratica enorme. Era un po’ un mediatore tra le frange estreme
dell’Autonomia. Credo che non abbia mai litigato con nessuno e che non sia neanche stato oggetto
di critiche feroci come invece è accaduto per Fausto [Schiavetto]. Su Fausto [Schiavetto], gli
autonomi ne hanno dette di cotte e di crude. Franz [Franco Da Re] aveva grande intelligenza per la
gestione delle cose: era uno portato costantemente alla mediazione, ed era anche bravo a mediare!
Ritengo sia una qualità difficile da avere, soprattutto in situazioni così complicate. Poi, a livello
personale era un amicone. Mi ricordo un paio di cene a casa sua: soprattutto una, a Vittorio Veneto,
dove aveva fatto il risotto con i funghi. E ci davamo dentro a prosecchino da Sinistra Piave! Poi,
altre volte al Circolo di Fregona (Treviso) dove ci ubriacavamo, invece, di torcolato. Il Circolo era
bellissimo, con questo focolare al centro, dove si mangiavano costesine, ecc. A livello politico, con
Franz [Franco Da Re] si poteva discutere. Poi, i miei punti di vista erano diversi: la sua formazione
marxiana era molto canonica, una conoscenza di Marx molto classica. Io, invece, ero formato nella
tradizione operaista, presuntamente critica, alcune letture che si facevano, rileggendole adesso…
vabbé, Invece, Franz [Franco Da Re] non aveva una visione così teoricamente fondata, ma era uno
che era in grado di gestire situazioni politiche. L’ideologo, dall’altra parte, era Fausto [Schiavetto]:
del globale, delle relazioni internazionali; riusciva a legare in qualche modo la cose che facevamo
localmente con i grandi sistemi di equilibrio mondiale dei poteri, della classe operaia. Invece, Franz
[Franco Da Re], senza fare questi voli pindarici…

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Dev Sacchettoi
Quindi il tuo periodo di frequentazione con Franz [Franco Da Re] è grosso modo compreso tra il
1982 e il 1986, anno della fine del movimento.

Dario Padovan
Si, 1986-1987. Però, poi, abbiamo fatto anche un po’ d’altro. Nel 1990, io occupo l’università qui
con la Pantera, e poi basta. Io chiudo. Però, ho fatto anche un lungo lavoro con gli anarchici, con
Germinal. Poi, c’era di mezzo la guerra in Yugoslavia per cui ho fatto un altro percorso che è durato
5-6 anni; ho fatto il dottorato. Però, quella parte lì è stata interessante, quella con gli anarchici. Ho
imparato diverse cose: una visione del mondo più flessibile, meno strutturata. Io, poi, ho continuato
a fare un po’ il verde: c’era l’ecologia sociale, poi il municipalismo. Certo, ci incontravamo in
occasioni delle manifestazioni. Ma…Franz è mai stato ambientalista?

Graziano Merotto
Sì, sì. Consigliere comunale coi Verdi nell’‘85. C’era il tentativo di costruire tra trevigiani e
veneziani; si è tentato di fare qualcosa a Vicenza; si è girato un po’ tra rampe, basi, ecc. In realtà
non successe niente. Ah, poi, c’era il Sudafrica con la Mostra dell’oro a Vicenza: il rappresentante
del Sudafrica in Italia che veniva chiamato spesso a parlare ecc. Niente, poi si arriva al Golfo con il
‘90-‘91, dove si rimette in piedi un po’ il movimento per la pace; però molto locale. Nel corso degli
anni Novanta si va un paio di volte ad Aviano.

Dario Padovan
Si, c’è un po’ questa idea della Serbia socialista, comunista. A me non piaceva. Non so se Franz
[Franco Da Re] condivideva questo aspetto.

Graziano Merotto
A quel punto, tutti erano un po’ finiti per conto loro. Sia per la storia del Golfo sia per quella della
Yugoslavia le posizioni erano differenti…

Dario Padovan
Però sul Golfo non erano già differenti le posizioni!

Graziano Merotto
Sì, ok, ma sostanzialmente tutto è finito in uno, due anni: 1990 e 1991. Non ricordo grandi
manifestazioni.

Devi Sacchetto
Che rapporti avevate a livello internazionale?

Dario Padovan
Fausto [Schiavetto] va insieme con tutto il giro a fare la manifestazione a Melville (Francia) contro
i Superphoenix, nell’‘85. Poi ci sarà Chernobyl (Urss) e l’inizio della grande battaglia sul nucleare.
Io ero ancora con gli Autonomi, ma ricordo che, in contemporanea con il movimento per la pace,
c’era tutto il filone sull’energia. Però, quando vado alla manifestazione di Montalto di Castro
(Viterbo), dopo Chernobyl, avevo già rotto con i miei, nell’‘86 appunto. Andiamo nell’ottobre-
novembre 1986 alla manifestazione dove ci hanno caricato. Avevamo fatto anche delle
manifestazioni a Legnago (Verona), dove c’era un sito nucleare, poi a Cavarzere (Venezia).
C’erano tutti questi temi che si accavallavano ed erano gli unici che tenevano assieme le persone,
no? Io esco nell’’86-‘87 dall’Autonomia. Ed esco sulla storia del movimento pacifista. Ricordo che
quando esco, mi porto dietro una bella fetta di compagni in concomitanza della manifestazione di
Aviano, nell’‘86. Io esco lì, e con il mio gruppo vado con Franz [Franco Da Re] e con Fausto

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[Schiavetto]. E lì, ci sono stati gli scazzi e la fine di quel movimento perché Jacky ha menato
Franco Carraro. Ti ricordi? Era stato lui…

Graziano Merotto
Jacky era il capo, colui che doveva far ripartire tutto, e invece…

Dario Padovan
Certo, ma perché i nostri avevano già deciso: avevano già deciso la rottura. Ecco perché io ero
uscito: non ci stiamo più, basta. Erano usciti alcuni dei vecchi che erano venuti a mettere ordine:
adesso ci pensiamo noi, ora basta tarallucci e vino; ma chi sono questi pacifisti? Ma chi è questo
prete? Ma ci stiamo annacquando ideologicamente, ecc…tu qua, tu là; dovete fare così così e così, e
rompere. Un pretesto per spaccare lo trovi sempre. Il loro modus operandi è un modellino dove tu
entri, tiri avanti fino a che tu pensi di aver trovato un nuovo gruppetto che pensi abbia iniziato a
simpatizzare per te: il problema, allora, è tenere in piedi il movimento fino a che lo spacchi a metà e
ti porti a casa un po’ di persone. Loro si sono conquistati così Radio Cooperativa di Montebelluna,
ecc. Nel giro di vent’anni hanno tirato su così: Montebelluna, qualcosa a Pordenone, dove poi li
hanno ripersi, un po’ a Vicenza, dove non erano mai entrati ed ora avevano posto una prima piccola
base.

Devi Sacchetto
Però tutto era vissuto in maniera strumentale, dici te?

Dario Padovan
Da parte degli autonomi, sì. Questi non hanno mai avuto un discorso sull’ambiente. I Verdi, li vedi
che non sono ancora in grado di gestire il discorso ambientale: questi navigano a vista; sono
strumentali, funzionalisti; non hanno la percezione del cambiamento epocale del capitalismo. Sì,
fanno le cose di opposizione: le antenne, l’aeroporto. Ma al di là di qualsiasi logica di alleanze
sociali. Noi, già negli anni Ottanta, avevamo il problema del fare l’alleanza tra agricoltori, operai,
giovani, nuove generazioni, ecc. Ce lo ponevamo come problema, perché è fondamentale in quanto
movimento politico. Ci chiedevamo quali fossero le alternative, quale mondo vogliamo. Poi, alla
fine, quando pensi in termini ecologici, ambientali, ti chiedi che cosa vuoi pianificare. Non è
soltanto il problema di entrarci fintantoché ti serve per serrare i ranghi per poi ripartire per la
rivoluzione comunista. Era una sfida già di altra natura: si poneva il problema della democrazia, ma
già all’interno delle strutture stesse. Un’organizzazione come quella a cui ho partecipato non è mai
stata democratica. Quando noi andavamo in qualunque assemblea, avevamo già preordinato tutto.