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DOMENICA DEL GIUDIZIO UNIVERSALE O DEL CARNEVALE

Padre Aleksandr Schmemann - da "La grande Quaresima"

La domenica successiva è chiamata di “Carnevale”, poiché durante la settimana successiva è


prescritto dalla Chiesa un limitato digiuno, l’astensione dalle carni. Questa prescrizione è da
intendersi alla luce di ciò che è stato detto a proposito del significato di preparazione. La Chiesa
comincia ora ad “adattarci” al grande sforzo che essa aspetta da noi tra una settimana. Essa
gradualmente ci porta a conoscere lo sforzo-conoscenza della nostra fragilità, prevedendo la
nostra debolezza spirituale. Alla Vigilia di questo giorno (Sabato di Carnevale), la Chiesa ci invita ad
un’universale commemorazione di quanti si sono addormentati nella speranza della resurrezione e
della vita eterna. Questo è il grande giorno di preghiera per i suoi membri deceduti. Per
comprendere la connessione tra la Quaresima e la preghiera per tutti i defunti, bisogna ricordare
che la fede Cristiana è la religione dell’amore. Cristo ha lasciato ai suoi discepoli non una dottrina
di salvezza individuale, ma un nuovo comandamento, “di amarsi l’un l’altro”, ed aggiunse: “Da
questo tutti conosceranno che voi siete miei discepoli se vi amerete reciprocamente”. L’amore
dunque è il fondamento, la vera vita della Chiesa che, secondo sant’Ignazio di Antiochia, è “l’unità
di fede e d’amore”. Il peccato è sempre assenza di amore e, perciò, separazione, isolamento,
guerra di tutti contro tutti. La nuova vita dataci da Cristo e trasmessa a noi dalla Chiesa è, in primo
luogo, una vita di riconciliazione, di raccolta nell’unità di quelli che erano dispersi, di ristabilimento
dell’amore interrotto dal peccato.

Ma come possiamo cominciare il ritorno a Dio e la nostra riconciliazione con Lui se in noi
stessi non ritorniamo all’unico nuovo comandamento dell’amore? La preghiera per i defunti è
un’espressione essenziale della Chiesa in quanto amore. Preghiamo Dio di ricordare coloro che noi
ricordiamo e li ricordiamo poiché li amiamo. Pregando per loro, li incontriamo in Cristo, il quale è
Amore, e, in quanto tale, vince la morte, che è l’estrema vittoria sulla separazione sulla mancanza
d’amore. In Cristo non c’è differenza tra vivi e morti, poiché tutti sono vivi in Lui. Egli è la Vita e la
Luce per l’uomo. Amando Cristo, amiamo tutti coloro che sono in Lui; amando quanti sono in Lui,
amiamo Cristo. Questa è la legge della Chiesa e l’ovvia ragione per cui essa prega per i morti. È
proprio il nostro amore in Cristo che li conserva vivi, poiché li conserva in Cristo e quanto errano
coloro che in Occidente o riducono la preghiera per i morti ad una dottrina giuridica di “meriti” e
“compensazioni” o semplicemente la respingono in quanto è ritenuta inutile. La grande veglia per i
defunti del Sabato di Carnevale è il modello per tutte le altre commemorazioni dei defunti ed è
ripetuta nel secondo, terzo e quarto sabato di Quaresima.

È di nuovo l’amore che costituisce il tema della Domenica di Carnevale. L’Evangelo di questo
giorno tratta del giudizio finale (Matteo 25, 31-46). Quando Cristo verrà a giudicarci, quale sarà il
criterio del suo giudizio? La parabola risponde: amore, non semplice interesse per una giustizia
astratta e per un “povero”anonimo, ma un amore concreto e personale per una persona, per ogni
persona umana, che Dio mi fa incontrare nella mia vita. Questa distinzione è importante, poiché
oggigiorno sempre più i Cristiani tendono ad identificare l’amore cristiano con interessi politici,
economici e sociali; in altre parole essi scivolano dall’unica persona e dal suo unico destino
personale verso identità anonime quale “classe”, “razza”, ecc... Con ciò non si può dire che i loro
interessi siano sbagliati. È evidente che, nella sfera della loro vita, nelle loro responsabilità come
cittadini, nelle loro professioni, i Cristiani sono chiamati a darsi cura, impegnando il meglio delle
loro possibilità e della loro intelligenza, per una società giusta, eguale ed in genere più umana.
Tutto ciò, certamente, deriva dal Cristianesimo e può essere ispirato dall’amore cristiano. Ma il
Cristiano, in quanto tale, è alquanto differente e questa differenza deve essere compresa e
mantenuta se la Chiesa vuol preservare la sua unica missione e non diventare una semplice
“agenzia sociale”, il che essa non è affatto.

L’amore cristiano è “l’impossibilità possibile” di vedere Cristo in un altro uomo, chiunque esso
sia, che Dio, nel suo eterno e misterioso disegno, ha deciso d’introdurre nella mia vita, sia pur
soltanto per pochi momenti, non come occasione per una “buona opera” o per un esercizio di
filantropia, ma come inizio di un’eterna associazione in Dio. Infatti, cos’è realmente l’amore se non
quel misterioso potere che trascende ciò che è accidentale ed esterno “nell’altro” (la sua figura
fisica, il livello sociale, l’origine etnica, la capacità intellettuale) e raggiungere l’anima, l’unica
“radice” personale di un essere umano, in realtà la parte di Dio in lui? Se Dio ama ogni uomo, ciò
avviene perché egli solo conosce il tesoro inestimabile ed assolutamente unico, “l’anima” o la
“persona” che egli ha dato ad ogni uomo. L’amore cristiano è dunque la partecipazione a questa
divina conoscenza ed il dono dell’amore divino. Non c’è un amore “impersonale”, poiché esso è la
meravigliosa scoperta della “persona” nell’“uomo”, di ciò che è personale e unico in ciò che
comune e generale. È la scoperta in ogni uomo di ciò che è “degno di essere amato” in lui, il che
deriva da Dio.

A questo riguardo l’amore cristiano è alle volte l’opposto dell’“attivismo sociale”, con cui
qualcuno identifica il Cristianesimo attuale. Per un “attivista sociale” l’oggetto dell’amore non è la
“persona”, ma l’uomo, un’unità astratta di una non meno astratta “umanità”. Ma per il
Cristianesimo l’uomo è degno di essere amato, poiché egli è una persona. Lì la persona è ridotta ad
un uomo, qui l’uomo è visto solo come persona. L’“attivista sociale” non ha interesse per ciò che è
personale e facilmente lo sacrifica per il “comune interesse”. Il Cristianesimo può sembrare
piuttosto scettico, ed in un certo qual modo lo è, nei confronti di questa astratta umanità, ma
commette un peccato mortale contro se stesso ogni volta che tralascia il suo interesse ed amore
per la persona. L’attivismo sociale è sempre “futuristico” nel suo accostarsi; esso agisce sempre in
nome della giustizia, dell’ordine, della felicità futura per essere compiuto. Il Cristianesimo si cura
poco di questa problematica futura, ma pone l’accento su momento attuale, l’unico momento
decisivo per l’amore. Questi due atteggiamenti non si escludono reciprocamente, ma non
debbono essere confusi. I Cristiani, certamente, hanno delle responsabilità verso “questo mondo”
e le debbono adempiere. Questa è l’area dell’“attivismo sociale”, che riguarda esclusivamente
“questo mondo”. L’amore cristiano, comunque, tende al di là di “questo mondo”. Esso è un raggio,
una manifestazione del Regno di Dio: esso trascende e supera tutte le limitazioni, tutte le
“condizioni” di questo mondo, poiché la sua motivazione, come pure i suoi obiettivi e la sua
perfezione, è in Dio. E noi sappiamo che anche in questo mondo, che pure è nel male, le uniche
vittorie durature e che trasformano la realtà sono quelle dell’amore. Ricordare all’uomo questo
amore personale e la vocazione di riempire il mondo peccatore con questo amore, questa è la
missione della Chiesa.

La parabola del giudizio finale riguarda l’amore cristiano. Non tutti tra noi siamo chiamati a
lavorare per l’“umanità”, tuttavia ognuno di noi ha ricevuto il dono e la grazia dell’amore di Cristo.
Sappiamo che tutti gli uomini, in definitiva, hanno bisogno di quest’amore personale, il
riconoscimento in loro della loro unica anima nella quale la bellezza di tutta la creazione è riflessa
in un’unica via. Anche noi sappiamo che ci sono uomini in prigione, in preda alle malattie, ed alla
sete ed alla fame, poiché questo amore personale è stato loro negato. Ed infine sappiamo che, per
quanto stretto e limitato sia il quadro della nostra esistenza, ognuno di noi è stato reso
responsabile da questo vero dono dell’amore di Cristo. E così saremo giudicati se abbiamo
accettato o meno questa responsabilità, se abbiamo amato o rifiutato di amare. Poiché “quanto
avete fatto per uno dei più piccoli di questi miei fratelli, voi l’avete fatto per me...”.

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