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Artichauts de Bruxelles (Carciofi di Bruxelles) n° 43,

Bruxelles, Gennaio 1999

Yves Le Manach

Tre personaggi in cerca d’altezza


Trois personnages en quête d’hauteur

Prima parte

Una corrispondenza situazionista


Jean-François Martos (Jeff), autore di una ortodossa storia
dell’Internazionale Situazionista (Editions Champ Libre 1989),
ha pubblicato la sua corrispondenza con Guy Debord.
Il libro si compone di tre parti: la corrispondenza tra i due
protagonisti; un primo allegato costituito da carteggi con terzi e
un secondo allegato con documenti diversi. Vi appaiono anche
alcune fotografie che tendono a dimostrare che Martos ha
vissuto a contatto con Debord e che le donne hanno il seno.
Questa corrispondenza affronta principalmente tre argomenti: il
tentativo dei debordisti di sovvertire la Spagna all’inizio degli
anni 80 (con il loro odio per l’eroe negativo che,
presumibilmente, manda a vuoto il tentativo), la guerra contro i
fratelli nemici dell’Encyclopédie des Nuisances e, per finire, lo
scioglimento del clan debordista.
Prima detestavo i carteggi, ma con la solitudine che
accompagna la disoccupazione, ho cominciato a prendere gusto
ad introdurmi nell’intimità della gente. Che estasi quando ho
scoperto, a pagina 113, al posto dei “Caro Jeff” e “Caro Guy”
di cui si servivano con una fedeltà esasperante, un secco
“Guy”, immediatamente seguito, a pagina 116, da un glaciale
“compagno”. Stavo scoprendo un vaudeville. Questo
vaudeville, in cui sono implicati Debord, Martos ed il loro
Memorie situazioniste

amico Jean-Pierre Baudet sarà oggetto di analisi in


quest’articolo.
Baudet, amico di Martos dal 1979, era entrato in contatto con
Debord per via delle sue attività alle edizioni Champ Libre. Era
incaricato di rivedere le traduzioni in tedesco di due libri di
Debord (Prefazione alla quarta edizione italiana della Società
dello spettacolo ed In girum ...), e di rivedere la traduzione di
Della guerra di Von Clausewitz, in collaborazione con lo stesso
Debord, specialista dello stratega tedesco, ma non
germanofono. Queste attività avvicinarono abbastanza i due
uomini perché avviassero una corrispondenza regolare che
rivela una qualche loro complicità.
Baudet, con una lettera ad un tale chiamato Fargette, diede
inizio alla guerra contro i fratelli nemici dell’Encyclopédie des
Nuisances. Ed è ancora lui che inizierà, senza averlo voluto, la
guerra interna tra i debordisti.

Un’iniziativa apparentemente innocente


Il 14 settembre 1988, Baudet ha l’idea di comunicare al suo
entourage la sinossi di un libro di un certo Günther Anders. Ne
invia una copia a Debord (Cher Guy), accompagnata da una
frase d’accompagnamento nella quale scrive: "Circa un anno
fa, Floriana aveva rifiutato la brutta traduzione di un libro
scritto nella sua lingua d’origine, il tedesco, ma in un modo,
ahimè, scolastico e pedante (Günther Anders: Die
Antiquiertheit des menschen / L’uomo è antiquato). Per quanto
questo rifiuto fosse giustificato, tuttavia è dannoso ignorare ciò
che questo libro contiene. Ecco dunque un riassunto molto
libero del primo volume, scritto nel 1956".
Questo riassunto (pubblicato in allegato al libro di Martos) fa
intravedere che Anders anticipava di trent’anni i Commentari
sulla società dello spettacolo di Debord.

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Memorie situazioniste

Facendo circolare questa sintesi, Baudet, grande ammiratore di


Debord, pensava di avere a che fare con un intellettuale sincero
che sarebbe stato felice di scoprire un predecessore delle sue
teorie, vedendovi una prova supplementare delle solide basi del
suo pensiero.
Forse per mancanza di abilità, oppure per sottomissione,
Baudet segnalava a Debord i punti deboli del suo lavoro: “La
mia terminologia non è sempre quella d’origine, poiché una
traduzione più fedele in questo caso avrebbe
considerevolmente allungato la salsa”, fornendo così la fune a
cui farsi impiccare.

L’arte di eludere gli affari imbarazzanti


Il 22 settembre 1988, Debord risponde a Baudet. Il “caro Jean-
Pierre” dei giorni felici lascia il posto ad un glaciale “Jean-
Pierre Baudet”: “Il riassunto molto libero della traduzione del
tedesco-americano, che nel 1956 ambiva, se ho buona
memoria, a sposare la metafisica con il giornalismo, e che il
grande successo del libro di Boorstin ha cacciato nell’ombra
prima che i contestatori, negli Stati Uniti degli anni successivi
abbiano potuto disporne, è in effetti ben epurato. Certamente
questo Anders acquista grande attualità se gli si fanno usare
alcuni termini presi dai più recenti commentari sullo spettacolo
(1). Ma allora non bisogna dire che è un “riassunto molto
libero”, che la terminologia “non è sempre quella d’origine”, e
che una “traduzione più fedele” avrebbe occupato troppo
spazio. È svelare il segreto, e rischiare di togliere tutto il suo
sapore alla mistificazione. Per farne gustare tutto il lato
comico, sarebbe necessario affermare all’opposto che si tratta
della più rigorosa e più onesta traduzione. E perché no? Chi se
ne frega?”

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Memorie situazioniste

Il tedesco-americano aveva delle ambizioni, il successo di un


altro lo ha cacciato nell’ombra, i contestatori non si sono
appropriati delle sue idee, è un fallito!
Contrariamente ai matematici, per i quali la teoria è un mezzo
di conoscenza, cioè un luogo di seduzione, di competizione e di
sacrifici rituali, per Debord la teoria era il luogo abbandonato e
deserto dove la teppa si dà appuntamento per regolare i suoi
conti.
Da questa risposta si comprende che Debord conosceva
Anders. Le accuse di mistificazione e di disonestà che rivolge a
Baudet, dimostrano che si è sentito messo in discussione nella
sua posizione d’intellettuale dominante. Questo lascia
intendere che il libro di Anders non era sprovvisto d’interesse e
costituiva un pericolo per l’originalità di Debord.
Perché, altrimenti, una tale reazione a proposito di un libro
senza successo?

Compromettere tutti
Nello stesso 22 settembre, Debord fa pervenire a Martos la
copia della sua risposta a Baudet, accompagnato dalla frase
seguente: “Poiché sembravi aver fretta, l’altra sera, di avere
notizie sul modo in cui avevo potuto accogliere il riassunto
speciale del pensiero di Anders, ora che l’ho letto ti comunico
tutto ciò che posso pensarne.” Si tratta di una frase non
nominale, come se Debord si sdegnasse di designare il suo
corrispondente con il suo nome. Siamo arrivati al punto:
Debord può salvaguardare la sua posizione ed avere la pelle dei
suoi amici soltanto prendendoli alle spalle. Ipocrisia e
duplicità, ecco le sue armi, non esistono bassezze che non
avrebbe commesso per conservare la sua posizione. Debord si
guarderà bene dunque dall’accettare il confronto sul terreno
delle idee. Si aggrapperà alla scarsa accortezza di Baudet per

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Memorie situazioniste

mantenere viva la polemica sulla frase d’accompagnamento di


Baudet e farà a Jeff un processo alle intenzioni.

Baudet cerca una spalla che abbia compassione


Il 26 settembre 1988, Baudet scrive al suo amico Martos (Cher
Jeff) per lagnarsi del messaggio offensivo di Debord: “(...) ho
riletto il mio riassunto riga per riga rispetto al testo di Anders.”
Non ho debordizzato niente, la mia sintesi è praticamente una
traduzione, e questo può essere provato con grande facilità.
Non ho fatto che condensare in una frase dei paragrafi,
conservando scrupolosamente il contenuto dei suddetti
paragrafi e le parole adoperate dall’autore.” Ma perché, allora,
aveva scritto a Debord che si trattava di un riassunto molto
libero, che la terminologia non era quella d’origine e che la
traduzione non era fedele?

Lucidità tardiva
Il 3 ottobre 1988, Baudet risponde a Debord (A Guy Debord).
Si tratta di una lettera in sei punti nella quale nega l’intenzione
di far pubblicare la traduzione di Anders (che era stata già
rifiutata), e precisa: “(...) non ho mai frequentato Floriana se
non per il piacere della sua compagnia, e mai come un editore
da sfruttare.”
Baudet comunica a Debord le stesse precisazioni rivolte a
Martos: non ha mai debordizzato Anders. Ma invece di mettere
in rilievo le eventuali somiglianze tra il libro di Anders e quello
di Debord, Baudet non riesce che a giustificarsi a proposito
della sua frase d’accompagnamento. Cade nella trappola tesa
da Debord.
Solo il sesto ed ultimo punto affronta la vera questione: “Se
questo Anders del 1956, tanto disprezzabile, ti sembra simile al
Debord del 1988, forse è il caso di rivedere interamente il tuo
giudizio negativo.” E porre di nuovo, in altre condizioni, la

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Memorie situazioniste

famosa domanda: “Chi se ne frega?” E' soltanto un soprassalto


di orgoglio quello al quale Debord dovrebbe rispondere.

Martos solidale con Baudet


Il 18 ottobre 1988, Martos risponde a Debord (Guy!). In questa
lettera si difende dall’accusa di essere complice di Baudet nella
presunta mistificazione, ipotesi che gli è “propriamente
intollerabile”. Tanto più che non conosceva Anders e che il
riassunto di Baudet lo aveva lasciato perplesso: “il linguaggio
utilizzato è quello del Jean-Pierre d’oggi, o quello dell’Anders
del 1956?”
Martos, che conosce perfettamente Baudet, sa che non è un
manipolatore, si chiede a quale scopo avrebbe potuto inventare
una tale mistificazione: per ottenere una pubblicazione a
Champ Libre, una volta conosciuto il rifiuto dell’editore? Per
permettere ai falsificatori dello spettacolo di dire che i
situazionisti dovevano tutto ad Anders nella stessa maniera in
cui già dicevano che dovevano tutto a Lefebvre ed a
Baudrillard? In breve, Martos non vede quale interesse avrebbe
avuto Baudet ad una mistificazione che implica “un tradimento
generale dei nostri fini e dei nostri metodi”. Non rimane che
una spiegazione possibile: “questa sintesi non è una deliberata
mistificazione, ma invece è stata la maniera di presentarla,
eccessivamente prudente e scrupolosa, che ha potuto farla
apparire tale”. “Per esserne certi, basterebbe confrontare alcuni
passi della sintesi, tra i più sorprendenti, con le pagine
corrispondenti del tuo libro, per constatare se è vero o no che
Jean-Pierre ha operato un lifting abusivo o una forzata
attualizzazione”.
Martos si mostra solidale con il suo amico Baudet. Tuttavia
questa solidarietà si limita soltanto alla forma ma egli si guarda
bene dal confrontare i passaggi più sorprendenti del riassunto
di Baudet con le pagine corrispondenti del libro di Debord.

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Memorie situazioniste

Forse vuole conservarsi una via d’uscita nel caso in cui la


faccenda andasse male. Tuttavia, mettendo da parte la
questione delle idee, Martos alla fine ha commesso lo stesso
errore di Baudet. Da questo momento non c’è più alcun dubbio
che, per Debord, Martos non conti più nulla.
Baudet e Martos hanno risposto a Debord, la palla è ora nel
campo di quest’ultimo. Ma l’inverno arriva, un vento glaciale
che viene dalla Senna si ingolfa nella rue du Bac, risalendo fino
alla metropolitana di Saint-Placide. Debord decide di svernare.
Tornata la primavera, Debord risponderà alla sola domanda
scientificamente ed umanamente interessante: ha o no plagiato
Anders? Martos e Baudet resteranno solidali? La risposta nelle
prossime puntate.

(1) Debord faceva riferimento al suo libro Commentari sulla


società dello spettacolo, pubblicato alcuni mesi prima, nel
maggio 1988.

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Memorie situazioniste

Artichauts de Bruxelles n°55, Yves Le Manach, Bruxelles,


Aprile 2000,

Trois personnages en quête d'hauteur


"Tre personaggi in cerca d'altezza"

Seconda parte: l'estate 1989

RIASSUNTO DELL'EPISODIO PRECEDENTE


In piena guerra contro la banda dell'Enciclopedia delle
Nocività, Jean-Pierre Baudet che fa parte della banda di Guy
Debord, prende l'iniziativa, in settembre 1988, di riassumere
per i suoi amici il libro di Günther Anders: Die Antiquiertheit
des menschen. Ciò gli attira subito i fulmini di Debord. Mentre
quest'ultimo ha dovuto leggere un numero considerevole di
scritti che trattano dello "spettacolo" senza impermalosirsi,
prende a pretesto la mancanza di destrezza di Baudet che
annuncia a torto che il suo riassunto è molto libero e la sua
terminologia non sempre quella originale, per rimproverargli la
disonestà del suo lavoro. Baudet replica alla lettera di Debord e
scrive al suo amico Jean-François Martos per affermare che in
realtà non ha manipolato il pensiero di Anders. Forte delle
affermazioni del suo amico, Martos tenta di conciliare le due
parti. Mentre la palla era nel campo di Debord, Baudet, a
dispetto del tono definitivo della sua lettera del 3 ottobre 1988,
invia una lettera di scuse a Debord il 26 aprile 1989. Per
comprenderne la ragione, è necessario ritornare indietro.

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Memorie situazioniste

Floriana tra Debord e Baudet.


Quando nella sua lettera del 3 ottobre 1988, Baudet scriveva a
Debord: "non ho mai frequentato Floriana che per il piacere
della sua compagnia personale, e mai come un editore da
sfruttare", Debord volle vedervi un sottinteso che faceva
intendere che lui la considerava come un editore da sfruttare, e
che attraverso Floriana, Baudet diffamava l'amicizia che l'univa
a Lebovici.
Debord che continuava a frequentare la vedova di Lebovici,
portò alla sua conoscenza la polemica che l'opponeva ai suoi
comprimari e si lamentò della pretesa diffamazione. Floriana
che, da parte sua, frequentava Baudet, non vi vide una ragione
per rompere col suo traduttore, ma gli consigliò probabilmente
di scusarsi per calmare l'irascibile Debord.
Debord che aveva fissato la polemica sulla persona di Baudet,
trova in questa storia della diffamazione un pretesto
supplementare per allontanare sempre di più il rischio di un
vero dibattito.

Il diffamato diffamatore
Nella sua lettera del 26 aprile 1989, Baudet si difende dalla
frase incriminata per il fatto che era lui stesso accusato da
Debord "di essere un manipolatore di traduzioni e di
manifestare dei comportamenti insidiosi." Precisa: "...
parimenti la mia dichiarazione di amicizia per Floriana non
cercava in niente di nuocere alla tua amicizia. "
Se Debord si fosse sentito diffamato realmente da Baudet, non
avrebbe aspettato sei mesi per reagire. Ma il fatto che Baudet
intrattenesse un'amicizia sincera con Floriana poteva apparirgli
come una minaccia per l'autorità che intendeva esercitare
discretamente sul suo ambiente.

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Memorie situazioniste

Baudet finiva la sua lettera con una dichiarazione di fedeltà alle


sue convinzioni: "Non sono, in ogni caso, uno di quelli che
voltano le spalle per semplice avatar soggettivo: non diventerò
anti-debordiste, e non mi lascerò costringere, neanche da te."
Baudet non si situava nel mondo in funzione delle sue proprie
contraddizioni, ma in funzione di una difesa incondizionata del
debordismo. Era quello il suo punto debole.

Un'incompetente lettura
Dopo avere ricevuto questa lettera con la quale Baudet faceva
atto di vassallaggio, Debord, invece di rispondergli, si defila e
scrive a Floriana, il 13 maggio 1989, una lettera
particolarmente meschina. Dopo avere espresso la sua felice
sorpresa di ricevere il libro di Clausewitz che era appena stato
pubblicato (e senza fare nessun riferimento alla qualità del
lavoro di Baudet che ha rivisto questa edizione) Debord scrive:
"Baudet ha intravisto una luce di ragionevolezza. Si è
risparmiato un fulmine che era imminente dunque, inviandomi
delle astiose scuse; che difendono audacemente l'errore, non
nel suo impiego maldestro delle insinuazioni, ma nella mia
incompetente lettura. Questa incompetenza è stabilita da un
postulato psicologico: avrei tanto fretta di scoprirmi un
nemico, che i miei sospetti scenderebbero ora al livello
dall'insetto. Questo glorioso Chernobyl mi assicura fieramente
che le mie ingiuste provocazioni non arriveranno a renderlo
"antidebordista." Come se fosse questo il problema; e come se
avesse i mezzi per esserlo! Immagino che ciò tuttavia sia
dovuto costare molto a quell'anima meschina."
A dispetto del fatto che Debord tratti il suo vecchio amico
come insetto, come Chernobyl (Baudet aveva pubblicato presso
Champ Libre - con le congratulazioni di Debord - un libro sulla
catastrofe ucraina) e come anima meschina, non si vede molto

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Memorie situazioniste

bene quale imminente fulmine abbia potuto risparmiare a


Baudet. In realtà, avendo Anders alle calcagna, la posizione di
Debord in questa faccenda era molto fragile.

Il caso è con Martos


Nella stessa epoca, senza che la data sia precisata, Jean-
François Martos e Guy Debord si sono incrociati in via Jouye-
Rouve per caso (20° arrond.). Mentre per anni i due uomini
erano stati in contatto regolare, quasi professionale, non si sono
più visti né si sono scritti da ottobre 1988, data della lettera di
conciliazione di Martos. All'epoca di quest'incontro, la
discussione si è evidentemente orientata sulla faccenda Baudet-
Anders, diventata la sola faccenda Baudet.
In seguito a questo incontro, il 2 luglio 1989, Martos scrive,
non a Debord, che il destino ha appena tuttavia messo sulla sua
strada, ma a Baudet: (Jean-Pierre, il Caro è sparito) ed è
preceduta da una laconica Copia a Guy Debord.
In realtà, questa lettera a Baudet è una lettera di sottomissione
scritta a favore del solo Debord. Martos abbandona il suo ruolo
di mediatore. I mesi di allontanamento e la paura di perdere il
suo padrone l'hanno portato a scegliere il suo campo: tradisce
apertamente il suo amico. Questo è ciò che scrive: "La
discussione, gli argomenti utilizzati, poi una rilettura attenta
dell'insieme della corrispondenza mi porta a precisare ancora
più nettamente alcune evidenze. (...) Ti ripeto che la tua
presentazione di Anders era francamente equivoca... " Così
non è più il contenuto del riassunto di Anders ad essere preso in
considerazione, ma solamente le poche righe che
l'accompagnavano; Martos, lontano dal precisare le evidenze,
fa una svolta a 180°. Poi rimprovera a Baudet di trattare
Debord come un paranoico, di sospettarlo di menzogne
deliberate, di essere un imbecille ignorante... In breve,

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Memorie situazioniste

riconosce a Debord il diritto di insultare Baudet, ma nega a


quest'ultimo il diritto di difendersi. Tutti gli argomenti utilizzati
il 18 ottobre sono abbandonati e solo il punto di vista di
Debord è preso in considerazione. In questo volume di
Corrispondenza Martos si svalorizza da sé.
Queste persone che volevano cambiare il mondo, non
sembrano avere avuto altra ambizione che quella di preservare
la loro posizione in seno ad un gruppo, come fanno i gallinacei.
La prossimità di Debord è necessaria al prestigio di Martos, per
cui non esita a sacrificare il suo amico, ma anche ciò che
riteneva essere la realtà.

Il caso contro la volontà di Debord


Ricevendo copia della lettera di Martos a Baudet, Debord
comprende che in realtà era a lui che era stata inviata. Mentre
non ha risposto mai alla lettera di mediazione del 18 ottobre,
risponde, con celerità, il 12 luglio 1989.
Con questa lettera che comincia da un distante Compagno,
Debord tiene a sottolineare che il loro incontro recente era
frutto del caso (lasciando intendere che il caso ha operato
contro la sua volontà). La lettera esordisce così: "Trovo che la
tua lettera del 2 luglio giudichi con una lucidità conveniente il
minimo indiscutibile che si deve comprendere a proposito di
questo incidente, volontariamente artificiale, "Anders-Baudet".
Sebbene giunga con un abbastanza sorprendente ritardo. "
Debord il cui prestigio è stato minacciato, fa come se si
trattasse di un incidente artificiale che avrebbe lui stesso
fabbricato. Ringrazia poi Martos per i documenti che questo
ultimo ha unito alla copia della lettera a Baudet.
Lungo tutta la loro frequentazione, Martos fu l'archivista [ma la
parola ha anche il significato di confidente] di Debord *.

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Memorie situazioniste

Durante quei mesi di esilio affettivo, Martos ha continuato a


lavorare segretamente per il suo padrone. Tradendo Baudet,
tenta di rientrare nelle buone grazie di Debord, mostrando
quale devoto impiegato sia rimasto.
I documenti uniti erano i seguenti: 1) un articolo del Time di
Londra che accusa Debord di essere un agente della C.I.A, 2)
una nota di lettura del libro del rock critic americano Greil
Marcus, Lipstick traces.
A proposito di questa nota di lettura che metteva l'accento sul
confusionismo del lavoro, Debord fa a Martos il seguente
commento: "È vero che c'è anche, stranamente, una parte di
ricerca onesta... " In questo caso gli va bene di parlare di
ricerca onesta, lui che manipola i suoi amici con cinismo per
non dover spiegarsi sui suoi eventuali rapporti col pensiero di
Anders.

Baudet non vuole disturbare nessuno


Il 15 luglio 1989, Baudet che comprende che la lettera che gli è
inviata è scritta in realtà per Debord, risponde a Martos: "Se
comprendo bene la lettera nella quale esponi questo che ti
appare adesso come un'evidenza, le lagnanze che sembri
condividere con Guy ai miei riguardi non si riferiscono tanto
alla mia traduzione di Anders quanto al tono con cui mi sono
rivolto a Guy. " Poi tenta, a sua volta, di fare la sua autocritica,
lamentandosi, un po' tardi, della forma che ha dato alla sua
presentazione (riassunto molto libero, terminologia che non è
sempre quella di origine). Poi, comprendendo il ridicolo della
situazione nella quale sta di nuovo mettendosi, tenta di
riprendersi: "Non aggiungerò più niente sull'argomento. Il
modo in cui tutto questo gira in tondo diventa stancante, e
certamente per tutti quanti. Occorrerà dunque che tu ti faccia

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Memorie situazioniste

un'opinione definitiva senza alcun contributo da parte mia. " Il


sipario scende su Baudet!
C'era tuttavia un modo molto semplice per fare in modo che il
conflitto non girasse più in tondo: mettere a confronto ciò che,
nei Commentari di Debord, poteva sembrare preso in prestito
dal libro di Anders. Ma Baudet ha accettato il suo ruolo di
vittima, non vuole disturbare nessuno e rinuncia a difendersi.
Non valeva la pena aver rivisto il Della guerra, di Von
Clausewitz, per farne un così misero uso.
Resta nondimeno che, per la posterità, la domanda sul rapporto
del pensiero di Debord con quello di Anders è posta. Ed,
inoltre, col pensiero di T.W.Adorno (La produzione industriale
di beni culturali, 1944) che precede il pensiero di Anders, e con
il pensiero di Bertolt Brecht (Teoria della radio, 1927-1932;
Sul cinema - 1922-1933) che precede quello di Adorno.
Mediante questa corrispondenza, ci si accorge che Martos
adotta un profilo da subalterno, il suo atteggiamento è
conforme al profilo e non si saprebbe allora volergliene.
Baudet dà prova di maggiore indipendenza, è per questo che ci
si può dispiacere che non abbia giocato tutte le carte vincenti
che deteneva: la possibilità di paragonare gli scritti di Anders
con quelli di Debord. La sua difesa incondizionata del
debordismo che è diventato un atteggiamento intellettuale alla
moda, spiega tutto. In quanto a Debord, questa corrispondenza
mostra che non solo praticava la crudeltà ed il cinismo tipici
degli alti dirigenti, ma che poteva rompere coi suoi amici a
causa di un libro! Questo uomo che aspirava, probabilmente
con sincerità, a trasformare il mondo, non produceva in realtà
che della separazione sociale.

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Memorie situazioniste

Debord ha evitato di doversi spiegarsi sul rapporto che poteva


esistere tra il suo pensiero del 1988 ed il pensiero di Anders
del 1956. Ha separato i due amici e ha avuto la pelle di
Baudet. Vuole avere la pelle del suo archivista Martos, e se sì,
in che modo? È ciò che saprete leggendo la terza parte di
questa appassionante corrispondenza situazionista.
__________
* In una lettera di ottobre 1986, per esempio, Debord diceva a
Martos, a proposito di un certo B.D. : "Inserisci questo tarato
insistente nei tuoi archivi." La cosa ha un tenue sentore di
polizia segreta.

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Memorie situazioniste

Artichauts de Bruxelles n°57, Yves Le Manach, Bruxelles,


Settembre 2000,

"Tre personaggi in cerca d'altezza"

Continuazione e fine

Dopo avere incontrato Guy Debord in una via del 20


arrondissement di Parigi, alla fine della primavera 1989,
Jean-François Martos sceglie di fare atto di vassallaggio
all'autore di Panegirico e tradisce il suo amico Jean-Pierre
Baudet per la sua lettera autocritica del 2 luglio 1989. Baudet
si ritira, lasciando faccia a faccia Debord e Martos.
Parecchi mesi più tardi, il 19 febbraio 1990, Martos scrive a
Debord. Pensa di aver rispettato un tempo di penitenza
sufficientemente lungo per pretendere di riprendere il suo ruolo
di informatore: "Troverai in allegato alcuni documenti che
dovevo mandarti già da un certo tempo. "
Questa lettera è il seguito della sua autocritica. Tuttavia non è
più questione per lui di giustificarsi nell'a faccenda Baudet-
Anders, ma di ritornare su un terreno meno bruciante, dunque
più propizio alla normalizzazione dei suoi rapporti con Debord:
la guerra contro l'Encyclopédie des Nuisances (Enciclopedia
delle Nocività), (vedere Artichaut n. 43); in particolare, contro
un certo Fargette che, respinto dai suoi stessi alleati
dell'Enciclopedia, incarna il male assoluto.

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Memorie situazioniste

Intendendo anticipare la strategia di Debord, Martos dirige la


sua critica agli Enciclopedisti, non sul contenuto del loro
pensiero, ma sulla natura dei loro rapporti.
Segnaliamo di passaggio che Martos riassume per Debord un
articolo apparso su A Batalha (giornale anarco-sindacalista
portoghese) Considerazioni sul situazionismo: "... la prima tesi
di La società dello spettacolo è manifestamente falsa, visto che
la separazione e la rappresentazione separata imperversavano
già nella Grecia antica, e che niente vi era vissuto dunque
direttamente." Martos, sostenitore del progresso, obietta che a
questo livello di analisi "bisognerebbe aggiungere anche che il
pitecantropo di Giava possedeva la televisione, i sette canali e
per di più a colori... " La questione, per quanto riguarda il
pitecantropo o l'homo-sapiens, non è di sapere se hanno la
televisione, ma di sapere se il loro modo di comunicazione
subisce una separazione. Vista la sua concezione della
separazione (la televisione), non è stupefacente che Martos non
abbia compreso ciò che era in gioco nella faccenda Anders.
Debord risponde il 24 febbraio 1990, (Caro Compagno).
Comunica a Martos "la fotocopia della quasi totalità di una
lettera che devi mantenere confidenziale, e che non puoi citare
dunque: ma puoi servirti di tutto ciò che vi è detto come di
solide certezze... " Questo documento, pubblicato come
annesso alla Corrispondenza, riguarda Fargette.
Questa risposta significa che Debord accetta il terreno degli
Enciclopedisti come accettabile per la continuazione dei loro
rapporti. Ma non a qualsiasi prezzo, perché include nella
faccenda Baudet: "Mi è costato, al momento trattarti così
freddamente, quando ci siamo incontrati in via Jouye-Rouve.
Ma non potevo certamente accettare, e tanto meno discutere
della tua incomprensione a proposito della corrispondenza
Baudet. (?) Costui argomenta esattamente come gli Enc, e
pretende anche di appoggiarsi sulla sua reputazione."

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Memorie situazioniste

Ad ogni concessione di Martos, Debord fa salire le richieste.


Martos ha voluto giocare come mediatore, ma ha dovuto tradire
Baudet. Vuole riportare la normalità sul terreno degli
Enciclopedisti, ma Debord stabilisce l'identità tra gli
Enciclopedisti e Baudet.
Ciò che non impedisce a Debord di concludere la sua lettera
con un'apparente cortesia: "Ti saluto, lo stesso, cordialmente.
Bacia Etiennette da parte nostra."
Forte del "Caro Compagno", del "mi è costato trattarti così
freddamente" e del "Ti saluto, lo stesso, cordialmente", Martos
scrive un biglietto datato 3 aprile 1990: "Caro Guy, partiamo -
finalmente! - nel Messico tra poche settimane, e per circa tre
mesi. Ma ci si può, certamente, vedere prima; se no vi si darà
notizie al ritorno. Con amicizia a tutti due, Jeff. " Proponendo
al Caro Guy di vedersi, pensa di avere ristabilito la normalità.
Ritornato del Messico, Martos scrive più lungamente a Debord,
il 11 settembre 1990. Si tratta di una lettera dedicata
essenzialmente agli Enciclopedisti.
Spinto da Debord, Martos non affronta più solamente l'aspetto
formale di questa guerra, ma la sostanza: "Gli enciclopedisti
sono convinti segretamente che il mondo non cambierà e che
importa soltanto di far parlare di sé." L'Enciclopedia è "il puro
prodotto del consenso degli anni ottanta, e questa negazione
consensuale si è già molto impegnata sul versante della
negazione integrata." (...) "alcuni prositu del dopo '68 sono
diventati pubblicitari, mediatici, esperti di cultura, e dunque
anche, inevitabilmente, degli agenti di una influenza e di una
sorveglianza più segreta, in breve dei disinformatori "versione
a" sono potuti diventare poi dei disinformatori "versione b."
Fargette "pretende adesso che questa teoria dello spettacolo
debba trasferirsi sullo sfondo della critica sociale ed afferma
confusamente che il superamento congiunto dell'arte e della

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Memorie situazioniste

politica non è né "possibile" né "auspicabile." Al suo posto


raccomanda la "costituzione paziente di un eclettismo
coerente"... "
Per il militante sinistroide lo "spettacolo" non è il rapporto tra il
capitale ed i salariati stabilito tramite i mass media con un atto
giuridico contestabile o il rapporto tra i cittadini e la nazione
stabilito tramite i mass media con un atto giuridico del tutto
contestabile, per il militante sinistroide lo "spettacolo" è
associato alla critica d'arte: è il rapporto che l'unisce al suo
televisore: il colore è cattivo! Ecco in che modo il militante
sinistroide è capace di esprimere un giudizio estetico.
Al sottinteso preciso di Debord: "Baudet pensa come un
enciclopedista e tu, Martos, sei l'amico di Baudet", Martos
risponde con una critica degli Enciclopedisti, ma senza
ammettere che lui, vecchio amico di Baudet, è per ogni aspetto
simile a Baudet, dunque simile agli Enciclopedisti. È là che
Debord l'aspetta.
Debord risponde il 22 dicembre 1990, servendosi del "Caro
Jeff". La lettera comincia in modo commovente: "Ti ringrazio,
ancora una volta, per i documenti che mi trasmetti. Ed io non
dimentico i numerosi anni, durante i quali non mi avevo
mantenuto contatto realmente con nessun altro; e quanto sia
stato allora prezioso questo unico aiuto."
Un terzo delle lettere che Debord ha inviato a Martos
cominciano con dei ringraziamenti per gli invii di documenti,
ma questo "ancora una volta" è gravato da un sottinteso: è
l'ultima! Il riferimento nostalgico agli anni di solitudine,
storicizzando i loro rapporti, li allontanano al passato. Non
avendo altro interlocutore che Martos, la sua solitudine ha
dovuto essere grande, ma ciò sta cambiando.
Dopo alcune altre considerazioni, Debord arriva al vivo
dell'argomento: "Se non sapessi ciò che si pensa, qui o là, e

19
Memorie situazioniste

particolarmente nel tuo ambiente più prossimo, che mi lascio


andare spesso a vari tipi di sospetto senza alcun fondamento,
contro le persone più leali ed i meglio intenzionati; essendo
mosso dalla pura vanagloria di far credere che avrei scoperto
infine un nemico, dopo quarant' anni di sforzi sempre
infruttuosi; (...) - Se non sapessi tutto ciò, dico, ti farei notare
che è evidentemente facile manipolare un ignaro e pretenzioso
demente, geloso del mondo intero, ed un amabile vigliacco che
ha passato la sua vita ad ubbidire incondizionatamente al
demente." L'improbabile "nemico" è Baudet, e Debord (il
pretenzioso demente) accusa Martos, (l'amabile vigliacco) di
continuare a frequentare il nemico. Debord vuole che Martos
critichi Baudet e l'Enciclopedia delle Nocività, ma vuole anche
che confessi di essere loro alleato.
Il 27 luglio 1988, due mesi prima dello scoppio dell'affaire
Anders-Baudet, Debord aveva fatto pervenire a Martos
(l'autore di La storia dell'Internazionale Situazionista) delle
precisazioni sugli pseudonimi che aveva utilizzato. Precisava:
"... è molto probabile che diventerai lo storico che "farà
autorità" su tali questioni... ."
Nella sua lettera del 22 dicembre 1990, Debord ritorna sulla
qualità di storico di Martos: "Siccome sei, per eccellenza, il
mio storico (perché diffido molto degli altri, lo si sa bene) ti
comunico un testo semi-confidenziale... ."
Debord fa riferimento ad una nota concernente le difficoltà di
traduzione del tomo 1 di Panegirico e che non ha niente di
confidenziale, poiché è destinata agli eventuali traduttori.
Debord si burla un'ultima volta di Martos che ha appena
licenziato facendogli regalo del guinzaglio. Martos non
riceverà mai più lettere né rivedrà il suo amico.
Martos che non ha compreso ancora che era stato licenziato,
risponde a Debord quattro mesi più tardi, il 31 aprile 1991.

20
Memorie situazioniste

Rimanda a Debord i suoi intenerimenti: "Non ho dimenticato


tutti questi anni, né ciò che mi ha potuto apportare l'insieme
delle nostre discussioni, e tutto il resto."
Annega in un mare di dettagli senza importanza la sua ultima e
vana autocritica. Affrontando la questione della liquidazione di
Champ Libre alla quale non ha preso alcuna parte, giunge a ciò
che gli pare essere il centro di una relazione che non esiste più:
"Di colpo, nel tuo paragrafo seguente ("Se non sapessi ciò che
si pensa qui o là... "), vedo bene, evidentemente, che parli in
primo luogo di Baudet - che, peraltro, non fa parte del mio
"ambiente più prossimo"... " Questa giustificazione non è
quella buona, Debord non parlava in primo luogo di Baudet,
parlava in primo luogo del simpatico imbecille: Martos. Ma in
ogni modo, è troppo tardi.
Più in là Martos rievoca la morte di Floriana, di Patrick Cheval
e della madre di Etiennette: "A proposito, è già un certo tempo
che non abitiamo più insieme, Etiennette ed io", e conclude:
"Tocca questa volta a me scusarmi del ritardo con cui ti
scrivo: gli ultimi mesi sono stati piuttosto movimentati."
Vorrebbe fare credere che anche lontano da Debord, la vita
continua altrettanto vivace come di prima.
Sempre trascinando il suo guinzaglio, Martos scrive ancora una
volta a Debord (Caro Guy) il 13 marzo 1992: "Nessuna nuova,
buona nuova". Ancora una volta fa atto di vassallaggio: "non
ho avuto più alcun contatto con Champ Libre dalla scomparsa
di Floriana."
Si tratta di una lettera improntata alla nostalgia: "Dopo Berlino,
Praga e Bruges, viaggiavo recentemente a Venezia, e
imbattendomi per caso sui tuoi Commentari che costeggiavano
la Storia dell'I.S. nella vetrina della libreria Patagonia (è
vicina ad un ponte e anche ad un canale) mi sono chiesto se
non vi era stato, anche lì, un tiro mancino di SugarCo... " *.

21
Memorie situazioniste

È romantico: i due uomini non si vedono più, ma i loro libri


continuano a toccarsi nella vetrina di una libreria di Venezia.
Ma che cosa gliene importa di SugarCo, a Debord? Adesso
pubblica da Gallimard!

Nella sua Presentazione della Corrispondenza con Guy


Debord, Martos scrive, nel settembre 1997, a cinque anni dagli
avvenimenti riferiti in questa Corrispondenza: "Tengo a
dissipare qui la spiacevole impressione che potrebbe avere il
lettore, stupendosi di constatare talvolta qualche lacuna, o
piuttosto una sorta di discontinuità in questa corrispondenza.
Che non prenda ad immaginarla troncata: il dialogo continua
anche allora, evidentemente, ma questa volta a viva voce. E
quando ci si vede, a che cosa serve scriversi? "
La discontinuità (decisiva) tra il 1989 e il 1994 (data del
suicidio di Debord) non è fatta di dialogo, ma della sua
assenza. Alcuni anni più tardi, mentre Martos consegna al
lettore la fine miserabile dei suoi rapporti con Debord,
vorrebbe credere ancora all'esemplarità di questa amicizia.

_________
* SugarCo: l'editore italiano di Debord e Martos.

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Memorie situazioniste

Artichauts de Bruxelles n°13, Yves Le Manach, Bruxelles,


1998
Série "Mémoire Situationniste" [Memoria Situazionista]

Guy & Gérard

A guisa di epitaffio per la nuova edizione dei 12 numeri della


Rivista
Internationale situationniste
[Internazionale situazionista]
(Librairie Arthème Fayard, maggio 1997)

LE CONVENZIONI LEGALMENTE STIPULATE ...

Questo libro rivela tre contratti cinematografici conclusi da


Guy Debord con le società appartenute a Gérard Lebovici:
Simar Film e Soprofilms. Questi contratti riguardano La
società dello spettacolo (1973), il Sesto film di Guy Debord
(1977) - che diventerà In girum... - e Sulla Spagna (1982).

23
Memorie situazioniste

Non figurano in questo libro i contratti di Debord riguardanti il


suo quinto film: Confutazione di tutti i giudizi ... - ugualmente
concluso con Simar Film - né il suo settimo ed ultimo film:
Debord, la sua arte ed il suo tempo. Non figurano neppure i
suoi contratti letterari con i suoi successivi editori. Questo libro
dunque non costituisce uno studio esauriente sui rapporti che
Debord ha intrattenuto con i diritti d'autore, ma riguarda
unicamente certi aspetti dei suoi rapporti con Lebovici.
Non c'è bisogno di essere uno specialista di normative
cinematografiche, per comprendere che questi contratti erano
abbastanza favorevoli a Debord per quanto riguarda la sua
libertà d'artista. Dal punto di vista finanziario, in quest'epoca di
denaro facile, i vantaggi di Debord sembrano relativamente
modesti.

... SONO VINCOLANTI PER I CONTRAENTI ...

Nessuno ignora l'amicizia che Guy Debord portava a Gérard


Lebovici: "mio editore e mio amico" scriveva (1).
In Des contrats [Dei contratti], precisa alcuni aspetti di questa
amicizia: "Non vi è niente di simile in tali contratti; ed è
proprio questa forma speciale che li rende così onorabili. Sono
stati scelti per tutto ciò che hanno di preferenziale. Sono fatti,
tutti, per ispirare fiducia ad una parte sola: quella che, sola,
poteva meritare l'ammirazione. " (p. 7). Scrivendo questo,

24
Memorie situazioniste

Debord ammette il legame privilegiato che l'univa a colui che


aveva saputo riconoscere ed ammirare il suo merito: Gérard
Lebovici.
Commentando questi contratti, Debord l'ammirevole scrive:
- "l'artista non doveva, in nessun caso, spiegare in che modo
avrebbe operato per venire a capo di una sorta di exploit
apparentemente insolubile" (p. 7);
- dover annunciare il titolo di un lavoro a venire, è il genere di
costrizione contrattuale che "sarà soppressa in seguito
vantaggiosamente" (p. 7);
- "un terzo film è stato scelto in più per non essere neppure
girato alla fine" (2) (p. 7);
- tutti questi contratti non avranno mancato di essere
abbastanza ben calcolati per soddisfare a ciò che vi è di più
lussuoso in qualcuno dei miei bisogni" (p. 7).
E di concludere che si tratta naturalmente, in questo caso, di un
"principio poco favorevole alla speculazione finanziaria" (p.
8).
Descrivendo queste clausole, Debord riconosce la generosità
del suo ammiratore. Ma sarebbe falso credere che i rapporti tra
Guy e Gérard fossero a senso unico. Un certo Boggio, del
quotidiano Le Monde, che voleva esporre nella maniera più
istruttiva possibile l'assassinio di Lebovici, aveva rilevato che
l'editore, frequentando Debord, si era progressivamente
"allontanato dalla norma socialmente ammessa nel suo
ambiente professionale" (3). E Debord aveva sottolineato: "Si
può ben dire anche che se n'era fatto una gloria" (p. 8). Così

25
Memorie situazioniste

Lebovici si comprometteva frequentando Debord, e si


aspettava di ricavarne, in cambio, un certo prestigio.
I contratti conclusi tra Guy e Gérard - nella misura in cui non
esprimono il rapporto di forza abituale in questo genere di
esercizio, non fanno che tradurre le relazioni private tra i due
uomini - non aggiungono niente alla critica di una società che
si definisce "di diritto".
Non aggiungono nulla neppure alla teoria debordiana dello
spettacolo. Al contrario! Debord, volendo sistematizzare la sua
amicizia in un quadro giuridico, non ha fatto che conservare
l'ambiguità tra il diritto ed i sentimenti. Questa manipolazione
dell'affettivo e del giuridico che è il segreto delle tirannidi, fu
anche il segreto del debordismo.

... DEVONO ESSERE ESEGUITE IN BUONA FEDE ...

In una lettera inviata alle edizioni Le temps qu'il fait [Il tempo
che fa] - tre giorni prima del suo suicidio - Debord scriveva:
"Poiché non siamo più molto lontani dal mese di dicembre, vi
mando, per il nostro progetto editoriale, un'idea di
illustrazione di copertina che mi è effettivamente venuta. È una
carta dei tarocchi di Marsiglia. La più misteriosa e la più bella
secondo me: il mago. Mi sembra che questa carta
aggiungerebbe, e senza doverlo implicare troppo
positivamente, qualcosa che si potrebbe vedere come una certa

26
Memorie situazioniste

padronanza della manipolazione; e ricordandone


opportunamente tutta l'estensione del suo mistero" (p. 65).
Nel libro Des contrats non figurano che tre contratti e tutti tre
riguardano Guy e Gérard. Non potevano essere redatti che con
il loro reciproco accordo. Quando Debord scrive che si
potrebbe vedere, mediante l'immagine del mago, "una certa
padronanza della manipolazione", vuole dire, dopo 22 anni di
riflessione, che non vi era complicità tra lui ed i suoi mecenati,
ma un rapporto di conflitto.
Senza voler implicarsi troppo positivamente, si può dire che
Debord era ammirevole e che Lebovici era bravo solamente ad
ammirare, concedere i fondi e ad essere manipolato.
Debord pretende di ricordare opportunamente tutta l'estensione
del mistero che ricopre la sua padronanza della manipolazione.
Quando si sa che questa padronanza si esercitava - nel quadro
di questi contratti - unicamente alle spese di Lebovici, e
quando che si sa che Lebovici è morto assassinato, non si può
che essere colti da spavento o da scoramento.
In realtà l'ortodossia champ-libriste [campo-liberista], posta in
rilievo dai due compari, è costata molto cara, non solo
all'esperienza situazionista, ma alla credibilità stessa di Debord.
Oggi, neppure un solo liceale oserebbe rifarsi a lui. Cosicché si
può dire che Debord, abusando delle sue stesse frottole, ha
compiuto un torto solamente a sé stesso.
Questo libro postumo non ha altro obiettivo che esibire le
pretese qualità di Debord a scapito di un cadavere. Si tratta
delle vanterie di un suicida alle spalle di un assassinato. Vi è in

27
Memorie situazioniste

ciò qualcosa di esemplare - e nello stesso momento di


repellente - di quello che fu il debordismo.

... POSSONO ESSERE REVOCATE SOLTANTO CON IL


LORO RECIPROCO CONSENSO ...

Debord era un esperto in materia di proprietà privata


intellettuale. Non mi sembra inutile ricordare ciò che
scrivevano i situazionisti dimissionari di Strasburgo nel 1967:
"Se l'unico (Debord) controlla e garantisce la "legittimità"
rivoluzionaria degli altri, se dispone del potere in seno ad un
gruppo che voleva la dissoluzione di tutti i poteri, questo
potere ha delle basi molto reali. Dispone della rivista (marchio
depositato di cui è il proprietario ... )" (4).
L' Unico, l'ammirevole, era tanto difficilmente criticabile
quanto lo sono tutte le forme di potere: tanto dal punto di vista
della legalità che dal punto di vista della manipolazione dei
sentimenti. Sarebbe stato necessario un vero omicidio del
padre per avere ragione di lui. Per questo, da molto tempo, non
era più situazionista.

... O PER LE RAGIONI CHE LA LEGGE CONSENTE.

28
Memorie situazioniste

I primi situazionisti hanno, per mezzo delle tecniche


sperimentali (la deriva, la creazione di situazioni ...),
contribuito ad approfondire la nostra comprensione dello
spazio ideologico capitalista e ne hanno facilitato la critica.
L'atteggiamento situazionista che privilegia l'esperienza
piuttosto che la fede in una qualsiasi ideologia, non è ostile ad
una critica degli aspetti giuridici della società. Così il contratto
di cittadinanza che poggia su finzioni come la nazione o la
sovranità - e il cui l'unico obiettivo è quello di rendere i
salariati disponibili allo sfruttamento -, completato dal
contratto di lavoro che si distingue per il legame di
subordinazione del salariato nei confronti del datore di lavoro,
si offrono a delle sperimentazioni di tipo situazionista.
Nel quadro della critica dell'ideologia dominante, l'apporto di
questo libro postumo è nullo. La teoria dello spettacolo sembra
aver avuto come unico obiettivo quello di creare un velo di
opacità che vieta ogni penetrazione della critica. Va le a dire il
contrario di ciò che era ricercato dall'I.S. Questa
drammatizzazione artificiale della critica, che riposa su uno
pseudo-segreto, ha riabilitato il gauchisme, inoltre consacrando
Debord come unico centro del mondo.
È frustrante, per un operaio della mia generazione, constatare
che quello che passava come il più dotato dei situazionisti,
abbia dedicato l'ultima metà della sua vita a distruggere ciò che
aveva contribuito ad elaborare nella prima metà. Nello stile del
mago, Debord ha raccontato frottole fino alla tomba. Cosa che
è perfettamente nella natura del mago.

29
Memorie situazioniste

Note:
(1) : Considérations sur l'assassinat de Gérard Lebovici ,
Champ Libre 1985, pagina 9.
(2) : Debord, che pretende di far credere che questo film sia
stato scelto per non essere girato, si vanta. Ecco ciò che
scriveva alla vedova di Lebovici, il 25 aprile 1984 :
«L'ampiezza del soggetto, la relativa brevità dei termini, la
considerazione altresì dell'orribile assassinio (...) questo
insieme di ragioni mi conduce a dichiarare di sentirmi
attualmente incapace di proporre a Soprofilms una maniera
conveniente di sviluppare la sceneggiatura «De l'Espagne» »,
Des contrats, pagina 63. Così, contrariamente a ciò che afferma
nel 1994, aveva avuto intenzione, prima del 1984, di realizzare
questo film.
(3) : Considérations... pagine 60 e 61.
(4) : L'Unique et sa propriété, pour une critique de l'avant-
gardisme, suivi de documents relatifs à l'éclatement de
l'Internationale Situationniste, Strasburgo 1967, pagina 9.
Questo testo, lievemente rimaneggiato, è stato pubblicato in
Alternative Libertaire n°174, maggio 1995.

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Memorie situazioniste

Artichauts de Bruxelles n°23, Yves Le Manach, Bruxelles,


Novembre 1997

Serie "Parchi pubblici e Giardini"

Il segreto incenerito di Guy Debord

La funzione del cinema è di presentare una falsa coerenza


isolata, drammatica o documentaria, come sostituzione di una
comunicazione e di un'attività assente. Per demistificare il
cinema documentario, bisogna dissolvere ciò che si chiama il
suo soggetto.
Guy Debord.

La prima volta che ho incontrato Guy Debord era nel 1965,


casualmente, alla libreria La Vecchia Talpa. Ebbi l'opportunità
di incontrarlo ancora parecchie volte, meno fortuitamente,
negli anni che seguirono. Particolarmente nel 1968. Per un
giovane operaio della mia generazione, era più valorizzante
rivendicare a sé l'Internazionale Situazionista, con le sue teorie
solforose e dissenzienti, piuttosto che dei sottoprodotti
stalinisti, come il PC di Waldek Rochet, la Vie ouvrière [Vita
Operaia] di Arlette Laguiller o le guardie rosse di André
Glucksman e Serge July.

31
Memorie situazioniste

Vivevo a Bruxelles da poco tempo quando Patrick Cheval mi


rese visita. Fu stupito di scoprire le centinaia di pagine
manoscritte che si ammucchiavano sotto i miei gomiti. Patrick
trovò i miei testi interessanti e mi promise di parlarne a Debord
che intratteneva delle relazioni amichevoli con le Edizioni
Champ Libre. Ebbi così l'opportunità di corrispondere con Guy
Debord all'inizio degli anni 70 e di incontrarlo un'ultima volta
nel 1973.
Devo a Patrick Cheval ed a Guy Debord l'aver potuto
pubblicare un libro con delle buone condizioni. Oggi, mentre il
diritto individuale di esprimersi è abbandonato al
corporativismo dei professionisti, non conosco molti
intellettuali capaci di una tale solidarietà con un operaio.
Con il favore del maggio 68, l'Internazionale Situazionista si
ritrovò al centro di un vasto dibattito. Guy Debord che aveva
delle aspirazioni da stratega, avrebbe potuto essere alla testa di
un vero esercito per la dissoluzione dei costumi. Ma il tempo
dei combattimenti era per lui trascorso, non gli restavano più
che delle velleità e dei ricordi. Gliene volli molto per questo,
ma era una cosa idiota: se Debord aveva preferito la comodità
di Champ Libre, era perché non era più capace, in un modo o
nell'altro, di dare battaglia. E se noi non avevamo saputo, cin
Debord o no, strutturare il nostro dibattito, è perché eravamo
troppo stupidi o troppo ignoranti per meritare un tale onore.
Abbiamo avuto il generale che meritavamo.
Lungo gli anni settanta, Debord, con il pretesto di lottare contro
la sua destra pro-situ, eliminò in realtà la sua sinistra. Un fatto
che è nell'ordine delle cose. Infine da solo, potè dare
consistenza ad un ortodossia situazionista consacrata, in gran
parte, ai suoi propri meriti. All'inizio degli anni 80, disgustato
dal vedere Debord restare silenzioso quando Lebovici, in un
modo intellettualmente inaccettabile, licenziò Jean-Pierre
Voyer, ruppi con Champ Libre, dunque anche con Debord.

32
Memorie situazioniste

2. IL SEGRETO
Ciò che, spesso, permette di comprendere i documentari - è la
limitazione arbitraria del loro soggetto. Descrivono
l'atomizzazione delle funzioni sociali e l'isolamento dei loro
prodotti. Si può, al contrario, considerare tutta la complessità
di un momento che non si risolve in un lavoro di cui il
movimento contiene indissolubilmente dei fatti e dei valori, e
di cui il senso non appare ancora. La materia del
documentario sarebbe allora questa totalità confusa.
Guy Debord.

Nel 1983 scoprii un segreto di Debord. Lo scoprii quasi


inavvertitamente, la parte intenzionale appartenendo alla realtà
stessa del segreto. Non si trattava di un segreto succoso sulla
sua appartenenza ad uno o l'altro servizio segreto oppure a una
loggia massonica (di ciò parlerò in altra parte), no, il segreto
che avevo scoperto era più fondamentale e permetteva di
comprendere da un angolo nuovo il suo procedere estetico, non
solo in ciò che riguardava la filosofia, ma soprattutto in ciò che
riguardava la forma. Ciò che mi permise di comprendere che
era proprio là dove Debord pretendeva di essere più originale -
nella sua opera cinematografica - che in realtà aveva più
copiato. Giocando col fuoco, scommettendo sulla mancanza di
curiosità dei suoi contemporanei, Debord aveva svelato gli
elementi di questo segreto - anche se in seguito, pentendosi
forse di questa temerarietà, aveva tentato di confondere le piste
con dei riferimenti che costituivano quasi una confessione.
Quando che nel novembre 1994, appresi dalla televisione del
suicidio di Debord, beneficiando di un insperato tempo libero,
lavoravo precisamente su un testo in cui mi preparavo a
rivelare pubblicamente ciò che avevo scoperto.

33
Memorie situazioniste

Rivelare un tale segreto non avrebbe avuto senso che nella


misura in cui Debord ne avesse avuto conoscenza. Se volevo
rivelare questo segreto, è unicamente perché volevo colpire
Debord; volevo pungerlo, forse anche fargli male. Ciò non
riguardava il pubblico se non nella misura in cui sarebbe stato
il testimone della crisi del penultimo dei situazionisti, la
pubblicità doveva servire ad allargare solamente la ferita.
Questa cattiveria - di cui sono incapace di discernere la parte di
gratuità e di realmente giustificato - non gli avrebbe fatto
certamente piacere, ma avrebbe potuto anche, in un certo
modo, esserne lusingato. Avrebbe avuto la testimonianza che
almeno una persona aveva letto non solo ciò che scriveva, ma
l'aveva letto sufficientemente con spirito critico per trovare la
traccia di un segreto, ed aveva trovato abbastanza coraggio per
ricercarne la genesi.
Accessoriamente ciò mi sarebbe valso un modesto prestigio di
cui mi sento frustrato adesso. A che pro svelare un segreto alle
persone la cui passione o il mestiere sono di analizzare e di
criticare e che non sono stati capaci di scoprirlo da soli. Non
parlo qui di cultura o di erudizione, ma della semplice curiosità
che consiste nell'aprire un dizionario. Se queste persone
meritavano di essere i testimoni della crisi di Debord - perché
questa crisi sarebbe stata anche la loro - non meritano di
conoscere questo segreto nell'assenza del suo inventore.
Se Debord avesse saputo, prima di suicidarsi, che avevo
scoperto questo segreto, forse avrebbe lasciato questo mondo
con meno amarezza. Avrebbe saputo, al di là della ferita, che
questo mondo non era tanto privo di curiosità quanto pensava.
Mi trovo adesso, non solo privato di un modesto prestigio, ma
resto solo con un segreto che tacevo da undici anni. Mentre un
segreto è una cosa talmente dolorosa da tacere, eccomi prigione

34
Memorie situazioniste

e prigioniero di questo segreto divenuti inutili. Posso dire che


Debord mi è crepato tra le mani.
La morte di un uomo che si è conosciuto può rattristare,
rendere gioiosi o lasciare semplicemente indifferente. Il
sentimento che mi lascia la morte di Debord, eccetto l'amarezza
per questa parte della mia gioventù che è fuggita con lui, è
quello di una terribile frustrazione. Avevo fatto della
rivelazione di questo segreto uno degli scopi della mia
esistenza e arriverei a chiedermi se questa esistenza non sia
diventata inutile se non avevo, grazie a Dio, il compito
confortante di scoprire almeno altri segreti sostanziosi quanto
questo.

3. L'INCENERIMENTO
Debord mi domanda: Questo glorioso Alvarez di Soria è stato
pubblicato mai?
Sporgendomi sulla Senna - dove Alice Becker-Ho disperse le
ceneri di Guy gettandole dalla punta del Vert-Galant - gli
rispondo: No.
Ricardo Paseyro.

Voglio trattenere solamente ciò che c'è di buono nella vita di un


uomo. Al di là delle frustrazioni di cui fu inconsapevolmente la
causa, Guy Debord resterà ai miei occhi quello che ha scoperto
la prima parte del segreto del centro: "L'unica avventura, (...),
è contestare la totalità di cui il centro è questo modo di
vivere..." aveva scritto.
È questa scoperta appassionante, ma a mio avviso incompleta,
che Debord provò a realizzare decidendo, il 30 novembre 1994,

35
Memorie situazioniste

che non avrebbe accettato un giorno di più questo modo di


vivere.
L'editore di Panégyrique II [Panegirico II] * pretende che
questo suicidio sia stato un ultimo Potlatch. Tuttavia non ha in
alcun modo destabilizzato il "centro". Al contrario! I rapaci si
sono precipitati sul cadavere, hanno custodito il silenzio su ciò
che, essendo criticabile, poteva essere oggetto di un dibattito, e
ricoprendo di lodi ciò che era insignificante, l'hanno trascinato
alla periferia per rinforzare il loro posto di servitori del centro.
Rimanendo solo col mio segreto, ed optando per una
conclusione romantica, dunque macabra, decisi, alcuni giorni
dopo la notizia della morte di Debord, di bruciare le pagine del
mio manoscritto. Raccolte le ceneri in una busta, andai a
gettarle nelle acque del canale di Willebroeck dell'altezza del
ponte degli Armatori.
Il movimento delle chiatte, coniugate al gioco delle chiuse, non
tardò a portarle nella direzione di Anversa e, al di là, fino al
Mare del Nord. Se le correnti oceaniche sono propizie, un
giorno, al largo della Groenlandia, a meno che non sia al largo
delle Galapagos, nel silenzio degli abissi, le ceneri di Debord si
riveleranno forse alle ceneri del segreto. Allora avrò, in parte,
raggiunto il mio scopo.

* Librairie Arthème Fayard, 1997.

36
Memorie situazioniste

Artichauts de Bruxelles n°26, Yves Le Manach, Bruxelles,


Dicembre 1997,

Serie "Memoria situazionista"

Il quartiere dove il negativo teneva la sua corte

Tra il Luxembourg ed il jardin des Plantes


Non molto distante dal centro del mondo

Certi miei lettori non apprezzano che tratti dell'Internazionale


Situazionista sia perché non conoscono questo argomento che
li annoia, sia perché trovano che l'I.S. sia una storia vecchia.
Altri, al contrario, apprezzano questo soggetto e vorrebbero che
ne parlassi ancora. Altri, infine, essendo molto interessati
all'I.S., non apprezzano il modo derisorio in cui ne parlo e mi
considerano un traditore. L'I.S. è l'ultima avanguardia artistica
di questo secolo. Gli strumenti di investigazione critica che
mise a punto, la deriva, il deturnamento o la creazione di
situazioni, non mi sembrano essere stati oggetto dello sviluppo
che meritavano.
Le leggi fondamentali del deturnamento e della creazione di
situazioni, come sono state definite dall'I.S., sono la
svalorizzazione del senso iniziale della struttura deturnata e
l'organizzazione di un nuovo significato che conferisca a questa
struttura una nuova portata. I situazionisti non hanno applicato
queste leggi che nella prospettiva della critica dell'arte; per
quanto riguarda la critica sociale, hanno adottato il punto di

37
Memorie situazioniste

vista ortodosso del "proletariato". Ora, mi sembra che questi


strumenti possano essere estesi alla critica sociale e,
permettendo che questa pratica designi immediatamente il suo
oggetto, farla finita con la separazione del gauchisme e del
militantismo. È di questa parte non sviluppata dell'I.S. che mi
interesso ancora.
Ma le cose non sono tanto semplici.
Finita la guerra, noi lasciammo Toul an Neunet, e ritornammo
in rue Saint-Placide (dove nacque il poeta Hégésippe Moreau e
dove morì lo scrittore J. - K. Huysmans) a Parigi, nel sesto
arrondissement.
I miei anni di infanzia si svolsero nel quartiere Sèvres
Babylone. Frequentavo la scuola materna di rue Vanneau, dove
vissero Karl Marx e Georges Darien, e dove viveva ancora
André Gide, poi la scuola elementare di Rue Chomel. Con mio
fratello e con mia sorella, andavamo a giocare in Square
Commaille o in Square du Bon Marché. Presto andai al
patronato Olier, Rue d'Assas ...
Durante quel periodo, incontravo spesso Michèle Bernstein e
Guy Debord che abitavano in Rue du Bac e venivano a
distendersi, anch'essi, in Square Commaille. Incrociavo anche i
loro amici dell'Internazionale Lettrista in Place Saint-Germain
des Prés "dove la nebbia dissimula degli appuntamenti che
portano al suicidio" o al Mercato Mabillon, dove giravano le
vedute per la prima versione immaginosa del film di Debord,
Hurlements en faveur de Sade [Urla in favore di Sade]. Ma non
mi notavano perché i più giovani tra loro avevano almeno 10
anni più di me.

38
Memorie situazioniste

Dopo la scuola elementare, sono andato al corso


complementare di Rue du Pont de Lodi, frequentato alla stessa
epoca, lo seppi più tardi, dall'editore di La Digitale. Prendendo
le vie Cherche-Midi, Four, Buci e Dauphine, continuavo ad
incontrare Guy Debord. La mattina, quando andavo a scuola,
lui usciva dall' Estrapade e scendeva in Rue Dauphine per
ritornare a casa. La sera, quando lasciavo la scuola, l'incrociavo
mentre risaliva Rue Dauphine per ritrovare i suoi amici all'
Estrapade.
Nel 1956 la mia famiglia attraversò il Boulevard Saint-Michel
e ci trasferimmo nel quinto Arrondissement, di fronte alla
moschea, tra il Jardin des Plantes, Arènes de Lutèce e la chiesa
di Saint-Médard. Siccome continuavo ad andare a scuola in
Rue du Pont de Lodi, continuavo ad incontrare Michèle
Bernstein, Guy Debord ed i loro amici.
In un quartiere che contava più editori, gallerie d'arte e
antiquari che macellerie e bar-tabacchi, non ero stato per niente
preparato al lavoro industriale. Tuttavia, non avendo compreso
come si giocava al gioco dell'uguaglianza delle possibilità, finii
velocemente in un centro di apprendistato di Rue Boinod, nel
diciottesimo Arrondissement. Passato il mio CAP, mi ritrovai
ad essere operaio meccanico in una fabbrica aeronautica, a
Courbevoie.
Durante quegli anni che non furono i più gioiosi della mia
esistenza, incontrai raramente Bernstein, Debord ed i loro
amici che, intanto, erano diventati situazionisti. Non
appartenevano a quella categoria di persone che frequentava il
diciottesimo Arrondissement o Courbevoie.

39
Memorie situazioniste

Nel 1960, aderii alla Gioventù Comunista del quinto


Arrondissement. Le attività militanti mi riportarono al mercato
Mouffetard, dove vendevamo L'Avant-Garde [L'avanguardia],
il nostro triste giornale, in Rue Saint-Jacques (dove abitava M.,
una compagna degli studenti comunisti) o in Rue de la
Montagne-Sainte-Geneviève, dove abitava il nostro
responsabile politico. Ricominciai ad incrociare non solo
Michèle Bernstein, Guy Debord ed i situazionisti, per strada,
ma anche nei bistrots di Place Contrescarpe: ero cresciuto.
Ho passato una buona parte della mia infanzia e della mia
adolescenza ad incrociare Bernstein, Debord ed i loro amici,
ma fu solamente nel 1963, al mio ritorno dall'Algeria, quando
abitavo in Porte Saint-Ouen (ancora nel diciottesimo
Arrondissement), che Odette mi mise tra le mani i primi
numeri della rivista situazionista. Dopo il partito comunista,
ero diventato simpatizzante dell'ultra-sinistra. In quell'epoca
subivo, più di oggi, le influenze dell'operaismo, così non riuscii
a trovare un interesse immediato per le tesi situazioniste,
stampate su carta patinata, e che mi sembravano troppo
specializzate nella critica dell'arte per essere di qualche utilità
all'emancipazione di un meccanico aeronautico.
È soltanto nell'agosto del 1964, all'epoca di un viaggio in treno
tra Parigi e Hossegor, che nello spazio di una notte divorai il
numero 9 dell'I.S. che Nathalie aveva infilato nel suo zaino.
Trascorsi quelle vacanze sulle spiagge delle Lande a leggere ed
a rileggere quella copia - era l'unica letteratura che avevamo
con noi - e a discuterne con Danièle e Nathalie. Di ritorno a
Parigi, Nathalie mi procurò altri numeri della rivista. Non
avevo più pregiudizi contro la carta patinata.

40
Memorie situazioniste

*
Sono nato a Parigi, all'angolo di Rue d'Assas e di rue
Guynemer, giusto di fronte al Jardin du Luxembourg, ma è a
Toul an Neunet, ai confini di Plésidy e di Magoar, che i miei
occhi hanno scoperto il mondo, che ho pronunciato le mie
prime parole e ho fatto i miei primi passi. E' il ricordo fugace di
quegli anni che mi permette di rivendicare un'identità bretone,
abbastanza inconsistente, devo ammetterlo.
Il ritorno a Parigi costituì una rottura discreta ma tenace, la mia
prima sensazione di esilio. Tuttavia non rimpiango la mia
infanzia passata tra Montparnasse ed il Contrescarpe, il Senato
e la Camera dei deputati. Senza appartenere alla categoria dei
privilegiati che possono scegliere liberamente il luogo della
loro residenza, la casualità dell'ufficio HLM e la volontà di mia
madre che, avendo sempre vissuto nel sesto Arrondissement,
non ci teneva per niente a trasferirsi a Porte Clignancourt, mi
hanno dato la fortuna di posare i miei passi accanto a quelli di
Boris Vian e di Boby Lapointe. Non direi che abbiamo vissuto
nel centro del mondo, ma non ne eravamo molto distanti.
*
Il Continente Contrescarpe è stato descritto a più riprese
durante gli anni '50, altrettanto bene da G.-E. Debord e G -J
Wolman che da Gilles Ivain, ma vorrei citare qui alcuni
passaggi della descrizione che ne ha fatto Jacques Fillon nella
rivista surrealistica di Bruxelles Les Lèvres nues nel 1955:
"Il centro di Parigi è la regione del Contrescarpe, di forma
ovale la cui circonferenza si può percorrere in tre di cammino
circa. La sua parte nord è costituita dalla Montagne-Geneviève;
il terreno scende verso sud con una pendenza dolce. Gli

41
Memorie situazioniste

abitanti sono molto poveri, e generalmente di origine nord-


africana. È là che si incontrano gli emissari di diversi poteri
mal conosciuti.
Dopo un'ora di cammino verso sud si giunge alle Butte-aux-
Cailles, all'insegna di un clima dolce e temperato. Gli abitanti
sono molto poveri, ma la disposizione delle vie tende alla
sontuosità di un labirinto.
A quarantacinque minuti di cammino in direzione ovest, si
trova frequentemente, dalle 19.30 alle 8, un giardino pubblico
spopolato, di una topografia sorprendente, comunemente
chiamato Square des Missions Etrangères.
A trenta minuti di cammino verso nord-est, parecchi passaggi
paralleli che non conducono da nessuna parte, delimitano un
piccolo agglomerato cinese. Gli abitanti sono molto poveri.
Preparano delle pietanze complicate, poco nutritive e
fortemente piccanti.
A cinquanta minuti di cammino a nord del Contrescarpe, dopo
avere attraversato praticamente un'isola deserta, chiamata da
molto tempo île Louis, si incontra un bar isolato, luogo di
riunione costante dei polacchi. Sono molto poveri. Vi si trova
una vodka eccellente ad un prezzo modico.
Tali sono gli interessi di una deriva ben condotta."
*
È lì che abbiamo vissuto quando eravamo bambini ed è lì che si
trovava il nostro focolare familiare fino al 1997.
Nella sceneggiatura del suo film In Girum ..., Guy Debord
scriveva: "C'era allora, sulla riva sinistra del fiume (...) un
quartiere dove il negativo teneva la sua corte". Ho respirato
questo negativo, non molto, ma a sufficienza per dire che se c'è

42
Memorie situazioniste

qualcosa di situazionista in me lo devo più all'architettura ed


all'atmosfera della città in cui ho vissuto che al valore assoluto
della teoria. Non sono diventato situazionista, ci sono nato. Ciò
mi dà un'autorità abbastanza difficilmente contestabile.

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Memorie situazioniste

Artichauts de Bruxelles n°30, Yves Le Manach, Bruxelles,


1998

Il Centro del mondo

1. PERSISTENZA DI UNA DOMANDA

Nella sua Prefazione alla quarta edizione italiana di La


Società dello spettacolo (1979) Guy Debord scriveva:
"Probabilmente, una teoria generale calcolata per questo fine
(scuotere realmente una data società) ha il dovere di evitare in
primo luogo di apparire come una teoria visibilmente falsa; e
non deve esporsi dunque al rischio di essere contraddetta dai
fatti in seguito. Ma occorre anche che sia una teoria
perfettamente inammissibile. Occorre dunque che possa
dichiarare cattivo in sé, alla stupefazione indignata di tutti
coloro che lo trovano buono, il centro stesso del mondo
esistente avendone scoperta la natura esatta. La teoria dello
spettacolo soddisfa queste due esigenze. "
Non basta che una teoria demistifichi la natura esatta del
dominio, occorre anche che i dominati se ne si impossessino.
Da questo punto di vista, tutto ci dimostra che Debord non ha
messo a nudo il centro del mondo. Altrimenti non ci saremmo
dove siamo oggi. La sola domanda pertinente resta quella di
J.P. Voyer: perché, a dispetto della teoria dello spettacolo, gli
schiavi non si rivoltano? Domanda alla quale se ne può
aggiungere un'altra: quale è l'interesse delle teorie?

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Memorie situazioniste

Rimane il fatto nondimeno che la questione del centro del


mondo assillava Debord poiché provò il bisogno di riprendere
il suo testo del 1979 in conclusione dell'ultimo libro pubblicato
in vita: Cette mauvaise réputation... [Quella cattiva
reputazione] (1993), adornandolo del seguente commento:
"Per ravvivare il rammarico di quelli che non hanno compreso
esattamente al momento, aggiungerò che ciò che c'era di più
ammirevole nella citazione che rievoco adesso consisteva nella
terribile verità di questa parola: il centro stesso del mondo
esistente." Vedremo, nel capitolo 5, che la terribile verità si
accompagnava ad una terribile ambiguità.

2. ALL'ORIGINE, IL CENTRO ERA A CANNES

La prima volta, a mia conoscenza, che si trova un riferimento


ad un "centro del mondo" nel letteratura lettrista o situazionista
è in un resoconto di una deriva condotta da Debord e Gil J.
Wolman, datata martedì 6 marzo 1956: Rilievo di ambienti
urbani per mezzo della deriva. (Les Lèvres Nues [Le labbra
nude], n° 9, Bruxelles, novembre 1956.)
In seguito ad una deriva che li condusse da via dei Jardins-
Paul, nel quarto Arrondissement, fino nel diciannovesimo
Arrondissement, ai piedi della rotonda di Claude Nicolas
Ledoux il cui fascino aumenta singolarmente a causa del
passaggio, a distanza molto ravvicinata, della curva della
metropolitana sopraelevata, Debord scriveva: Studiando il
terreno, i lettristi credono di poter affermare l'esistenza di
un'importante crocevia psicogeografico - la rotonda di Ledoux
occupandone il centro - che può definirsi come un'unità
Jaurès-Stalingrad, aperta su almeno quattro versanti
psicogeografici notevoli (canale Martin, viale della Cappella,

45
Memorie situazioniste

via di Aubervilliers, canale dell'Ourcq) e probabilmente oltre.


Wolman ricorda a proposito di questa nozione di crocevia
l'incrocio che designava a Cannes, nel 1952, come il centro del
mondo."
Wolman può essere considerato dunque come colui che ha
introdotto la nozione di centro del mondo nell'ambiente
dell'avanguardia artistica degli anni cinquanta.
I lettristi rilevarono l'esistenza di faglie e di fratture nell'unità
dei tessuti urbani; certi punti di una città potevano essere al
centro di parecchi di queste faglie. L'intervento cosciente e
volontario in tali luoghi dove si inaspriscono le contraddizioni
sociali poteva permettere di creare un certo ambiente, e a volte
anche una certa confusione. Tuttavia, questi centri, anche se
hanno in quanto centri psicogeografici, un certo rapporto col
dominio, non designano per niente il centro stesso del mondo
esistente.

3. L'ETÀ D'ORO DEL "CENTRO"

È nella sinossi del suo film Critica della separazione * (1961)


che Debord ha fornito la maggiore precisazione su questa
domanda del centro e sull'uso che se ne poteva fare: "L'unica
avventura, noi diciamo, è contestare la totalità il cui il centro è
questo modo di vivere, di cui è consentito fare la prova ma non
impiegare la nostra forza."
Se si accetta che totalità e mondo giocano, nella sociologia
situazionista, lo stesso ruolo di valori dialettizzanti e possono
essere talvolta sinonimi, si deve anche accettare che Debord
avrebbe potuto altrettanto bene scrivere: l'unica avventura, è
contestare il mondo il cui il centro è questo modo di vivere...

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Memorie situazioniste

Il ramo materno della mia famiglia è originario di Chambon nel


Berry, ad alcuni chilometri solamente da Bruère-Allichamp
abitualmente considerato come il centro geografico della
Francia. Con tutta modestia ritengo di essere un po' qualificato
in ciò che riguarda la questione del centro. Mi permetterei di
avanzare i seguenti postulati, atti a prolungare il pensiero del
giovane Debord, dunque:
1) il centro del mondo non è solamente il modo in cui viviamo,
è anche il modo in cui siamo obbligati a vivere.
2) il centro del mondo non è solamente questo modo in cui
viviamo e questo modo in cui siamo obbligati a vivere, ma è
anche, soprattutto, questo modo in cui accettiamo di vivere.
3) il dissolvimento del centro del mondo può essere compreso
allora solamente in quanto rifiuto del modo in cui viviamo e
che accettiamo.
Amo molto questa ipotesi, sottintende che il centro del mondo
non ci sia totalmente estraneo. Per dissolverlo basterebbe
cambiare il nostro modo vivere. Si può dire che il centro del
mondo è l'espressione della nostra sottomissione e che ogni
azione che possiamo esercitare su noi stessi è un'azione contro
il mondo ed il suo centro. La lotta contro il centro non si pone
in termini di lotta di classe, come se il centro ci fosse estraneo,
ma in termini di impegno personale, in termini di
disobbedienza.
A dispetto delle apparenze, il mondo di cui intendiamo essere
alla periferia non c'è per niente esterno, ci attraversa. Il
cambiamento del mondo, che può sembrare lontano, addirittura
improbabile, è, in un certo modo, già in noi, nella nostra
capacità potenziale a dissolvere i modi di vivere che ci
dispiacciono.
Debord che raggiungeva allora il suo massimo rendimento
intellettuale, scriveva poi nella stessa sinossi, con la bella

47
Memorie situazioniste

semplicità delle cose concepite bene (affonderà in seguito in un


stile parodico proprio di ogni decadenza intellettuale): "tutto
l'equilibrio esistente è rimesso in questione ogni volta che
degli uomini sconosciuti provano a vivere diversamente."

4. REGRESSIONE DEL "CENTRO"

Sotto l'autorità di Debord, la nozione di centro del mondo


conobbe un sviluppo regressivo nell'attività dell'Internazionale
Situazionista.
Nel n° 8 dell'I.S. (gennaio 1963) si trovava il riferimento scritto
ad una svolta oscura: "La Conferenza * * ha deciso la
riorganizzazione dell'I.S., considerata come un solo centro
unito, sopprimendo le divisioni per sezioni nazionali. Questo
centro non sarà più costituito da delegati di gruppi locali ma si
considererà esso stesso come rappresentante in toto degli
interessi della nuova teoria della contestazione (...) L'ultimo
Consiglio Centrale designato ad Anversa che avrà anche il
compito di eleggere nell'anno che segue quelli dei candidati
che saranno ammessi come partecipanti di un I.S. diventata
nella sua totalità questo centro, comprende Michèle Bernstein,
Debord, Kotányi, U. Lausen, J.V,. Martin, Jan Strijbosch, A.
Trocchi e Vaneigem. "
Il centro del mondo che, nel 1952, designava dei luoghi
contraddittori nei tessuti urbani e, nel 1961, "questo modo in
cui viviamo", diventava, nel 1963, un tipo di Comitato
Centrale costituito da otto persone incaricate di incarnare un
nuovo centro del mondo di fronte al vecchio. Una tale
progressione può essere qualificata come reazionaria.

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Memorie situazioniste

A dispetto delle ricerche psicogeografiche della prima ondata


situazionista, la seconda ondata fu incapace, nel Maggio 68, di
investire il minimo crocevia. Né la Sorbona né il sinistro IPN *
* * della via di Ulm o le fabbriche Renault a Billancourt non
sapranno materializzare il centro del mondo esistente.

5. IL CENTRO COME CONSERVATORISMO

In Panegirico (1989) Debord scriveva: "Niente è più naturale


che considerare ogni cosa a partire da sé, scelto come centro
del mondo; ci si trova per ciò stesso capaci di condannare il
mondo senza neppure voler ascoltare i suoi discorsi
ingannevoli. Bisogna solamente fissare i limiti precisi che
delimitano necessariamente questa autorità: il suo proprio
posto nel corso del tempo, e nella società, ciò che si è fatto e
ciò che si è conosciuto, le proprie passioni dominanti."
Per il vecchio Debord, il centro del mondo non era più questo
modo in cui viviamo (e che è criticabile) non era neppure più
un Comitato Centrale, il centro del mondo, mediante alcuni
gustosi limiti, era diventato Debord stesso.
Georges Bataille scriveva, in Le Coupable [Il Colpevole]
(Gallimard 1944): "Rido del solitario che pretende di riflettere
il mondo. Non può rifletterlo, perché essendo lui il centro della
riflessione, smette di esserlo in base a ciò che non ha centro.
Immagino che il mondo non somigli a nessun essere separato e
che si chiude, ma a ciò che passa dall'uno all'altro quando noi
ridiamo, quando c'amiamo: immaginandolo, l'immensità mi si
è aperta e mi perdo in lei. "
Ci si rende conto, alla lettura di Bataille che Debord non aveva
compreso niente di ciò che è in gioco nella critica del centro

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Memorie situazioniste

del mondo: la liberazione della comunicazione. Perché là dove


la comunicazione è libera, non ci potrebbe essere centro.
Dovunque esista un centro (ed una periferia), deve essere
combattuto.

Tchouang-tseu riporta che Houei Che avrebbe detto: "Conosco


il centro del mondo; è a nord di Yen ed al sud di Yue. " E
Tchouang-tseu commenta: "Houei Che pensava che ciò
meritava nel mondo intero una grande considerazione e poteva
illuminare i dialettici. E tutti i dialettici del mondo vi trovarono
il loro piacere. "
Tchouang-tseu era forse migliore taoista di Houei Che.
Tuttavia, mi sembra buono, in ciò che riguarda la questione
dell'interesse dei dialettici per il centro del mondo che Houei
Che abbia avuto ragione.

Note:
* Se esistono due scritti di Debord che meritano di passare alla
posterità, sono, secondo me, Sur le passage de quelques
personnes à travers une assez courte unité de temps [Sul
passaggio di alcune persone attraverso una abbastanza breve
unità di tempo] (1959) e Critique de la séparation [Critica
della separazione] (1961).
** Si tratta della quinta conferenza dell'I.S. che si tenne ad
Anversa dal 12 al 16 novembre 1962.
*** Per me l'Istituto Nazionale di Pedagogia di via d'Ulm è
sinistro poiché è lì che sono stato orientato, nell'estate del 1956
ed in un'intervista ubuesca, ad un destino di operaio.
Traduzione di Omar Wisyam

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