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26.05.

2021

Gli atti della comunità europea sono: i regolamenti, le direttive, le raccomandazioni, le decisioni e le
sentenze. I regolamenti sono atti normativi approvati dagli organi della comunità europea in base alle
procedure e nelle materie previste e disciplinate nei trattati istitutivi. In quanto atti normativi, si
distinguono dalle decisioni perché i regolamenti sono generali ed astratti, mentre le decisioni sono atti
concreti, e i regolamenti si distinguono dalle direttive perché i regolamenti sono applicabili
direttamente senza bisogno di atti ulteriori, mentre le direttive indicano i fini e lasciano agli Stati il
compito di disciplinare i mezzi con cui raggiungere quei fini, così che le direttive diventano applicabili
solo dopo che gli Stati hanno approvato quegli atti per la loro operatività. Per recepire le direttive c'è
bisogno di una legge e in Italia è stata istituita la legge comunitaria, che di anno in anno recepisce le
direttive specificandole, mentre i regolamenti sono direttamente applicabili.
Le direttive, invece, sono prescrizioni rivolte agli stati affinché gli Stati raggiungano determinati
risultati, però utilizzando i mezzi che riterranno più opportuni e che dovranno stabilire con la legge che
recepisce le direttive.
Le raccomandazioni sono atti politici che invitano gli Stati a fare o a decidere qualcosa, ma non sono
obbligatorie per gli Stati. Sono raccomandazioni, atti politici che sollecitano gli Stati a fare qualcosa, ad
adottare un certo comportamento, una certa azione.
Le decisioni, invece, sono atti concreti, di carattere amministrativo adottati dagli organi competenti
sulla base dei trattati e dei regolamenti. Sono quindi, atti di carattere amministrativo, atti concreti
adottati dagli organi competenti nelle materie, sulla base di quanto dispongono i trattati.
Le sentenze sono gli atti della corte di giustizia delle comunità europee. Sia i regolamenti, che le
decisioni e le sentenze sono immediatamente obbligatorie per tutti i cittadini e per tutte le autorità,
per tutti i pubblici poteri, dentro tutti gli Stati appartenenti all' UE, contemporaneamente.

LA CORTE COSTITUZIONALE

La Corte Costituzionale è il secondo organo di garanzia costituzionale. Il presidente della Repubblica


ha il compito di risolvere le crisi, fa rispettare le procedure della costituzione, controlla che tutte le
leggi che stanno per entrare in vigore non siano contrarie ai principi costituzionali. La corte
costituzionale, invece, esercita una funzione giurisdizionale, che è la massima giurisdizione della
Repubblica. La sua competenza è quella di giudicare la legittimità costituzionale delle leggi e degli
atti aventi forza di legge. Quindi è il giudice delle leggi, e deve controllare che tutte le leggi non siano
difformi alla Costituzione. Alla Corte Costituzionale si accede normalmente con un giudizio, un giudizio
che si chiama in via incidentale cioè quando nell'ambito di un giudizio civile, penale o amministrativo,
il giudice, le parti o il pubblico ministero si accorgano che quella legge che deve essere applicata al
caso concreto sia difforme alla costituzione, il giudice sospende il giudizio e rimette la questione alla
Corte Costituzionale. Il giudizio rimane, nel frattempo, sospeso. La corte valuterà se quella legge è
conforme con la costituzione, e se è conforme il giudizio riprenderà e quella legge potrà essere
applicata tramite la sentenza del giudice. Se quella legge è difforme, viene cancellata
dall'ordinamento e il giudice dovrà applicare una legge che regoli casi diversi però analoghi, simili,
oppure dovrà aspettare una nuova legge che sostituisca quella abrogata. Quindi, questo giudizio della
corte, inizia a partire da un giudizio che si svolge davanti al giudice civile, penale amministrativo.
Quando la sentenza della Corte abroga al legge dichiarandola incostituzionale, questa abrogazione vale
per tutti. Se invece, le sentenze non sono di abrogazione ma sono sentenze interpretative (quando la
corte costituzionale analizzando una legge, sostiene che letta in un determinato modo risulta
incostituzionale, ma se letta in maniera diversa, quindi attribuendole un altro significato, risulta
conforme alla costituzione), di rigetto, additive, queste fanno stato soltanto fra le parti del giudizio. La
corte costituzionale è anche il giudice delle competenze tra gli organi costituzionali; quando scoppiano
conflitti di attribuzione, di poteri o di competenze la Corte Costituzionale giudica questi conflitti di
attribuzione tra i poteri dello Stato. In questo caso, sono gli organi costituzionali, interessati difendere
la loro competenza, a sollevare il giudizio davanti alla corte costituzionale.

I RAPPORTI STATO ED ECONOMIA

In generale, lo Stato con le sue diverse forme storiche e i rapporti che lo stato intrattiene con società
e le articolazioni interne dello Stato, non le possiamo comprendere se le isoliamo dal loro rapporto
necessario con la base economica della Società, cioè con il modo storicamente determinato attraverso
cui gli uomini nella società producono e distribuiscono la ricchezza materiale. Cioè non possiamo capire
la natura e le caratteristiche dello stato nel quale viviamo se non capiamo le caratteristiche della
natura, dei rapporti economici, dei rapporti di produzione in cui siamo storicamente immersi.
La realtà sociale è un tutto articolato e alla base di questa complessa articolazione vi è l'economia.
Ogni allargamento e diversificazione delle funzioni sociali, è stato condizionato da un previo
allargamento dell'accumulazione della produzione, e viceversa cioè le funzioni sociali sono state
ridotte drasticamente quando la ricchezza prodotta diminuiva. Quindi le funzioni dello stato
aumentano quanta più ricchezza viene prodotta nel paese e diminuiscono al diminuire della ricchezza
prodotta.
Se analizziamo anche il processo storico, che ci ha portato dalla crisi della società feudale all'emergere
delle monarchie assolute fino alle rivoluzioni Borghesi del 1789, quella Francese, ma ancora prima
quella inglese, se consideriamo il passaggio dopo le rivoluzioni Borghesi al dominio dello Stato liberale
e alla crisi dello Stato liberale, e poi alle risposte che storicamente sono state date a questa crisi - come
in Italia il fascismo, in Russia il socialismo, in America il New Deal, anche se in Italia la risposta definitiva
alla crisi degli anni ‘20 fu data nel ‘48 con la Guerra di Liberazione, la resistenza e la creazione di una
nuova democrazia che sino agli anni ‘70, quando era forte il movimento operaio, abbiamo raggiunto
conquiste importanti di civiltà, soprattutto nel campo dei diritti sociali, lo statuto dei lavoratori, la
riforma del diritto di famiglia, conquiste in materia di assistenza, diritto alla contrattazione collettiva
Nazionale – ci rendiamo conto di un processo storico i cui passaggi possono essere compresi solo in
diretto rapporto con le modificazioni che sono avvenute nelle singole fasi storiche nel modo di
produzione e distribuzione della ricchezza.
Non è possibile oggi, capire e comprendere il pluralismo che caratterizza la nostra società nelle sue
diverse varianti e tendenze, quindi non possiamo capire l'attuale stato democratico e pluralistico, se
non abbiamo presenti i gruppi sociali che entrano in concorrenza tra di loro, soprattutto sul terreno
economico. Il nostro è uno stato democratico attraversato da conflitti sul piano economico, conflitti
che la costituzione riconosce quando nel secondo comma dell’Art.3 parla dell’obbligo dello stato di
rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che impediscono la libertà e l’uguaglianza e la
piena partecipazione effettiva dei lavoratori all'organizzazione politico, economico e sociale del paese.
C'è quindi un conflitto tra le classi.
Lo stato democratico pluralista ha per propria parte essenziale il conflitto fra le classi sociale, e così
anche il rapporto complesso che intercorre fra i partiti e lo Stato ( Lo stato è di partiti, secondo i giuristi)
rimane un gioco astratto e misterioso se noi non lo leghiamo a quei complessi movimenti che nascono
dall’interno degli interessi nei e per i rapporti di produzione e distribuzione della ricchezza. Anche i
partiti partecipano a conflitti per la produzione e distribuzione della ricchezza. È importante quindi
capire, non solo la sovrastruttura istituzionale, ma anche la struttura economica sottesa alla
sovrastruttura istituzionale. L’economia è la struttura e lo stato è la sovrastruttura ideologica. Gramsci
sosteneva, invece, che tra struttura e sovrastruttura non vi è il dominio di una sull'altra ma vi è un
reciproco condizionamento, nell’ambito del quale, ,chi detiene il potere economico ha molti più mezzi
anche per conquistare la cultura e l’ideologia e torcerla al servizio del suo dominio ed egemonia e
affermazione dei suoi interessi. Tra potere economico e politico si svolge quotidianamente una lotta
per l'egemonia.
In alcuni periodi o in specifici settori, il potere politico riesce a guadagnare spazi di manovra e ad
imporre obiettivi nei confronti del potere economico, in altri periodi, invece, il potere economico è
l'unico che riesce a guidare e ad orientare il potere politico, come sta avvenendo negli 30 ultimi anni
da quando è in corso la controrivoluzione neoliberista. Quindi, possiamo dire, che se nei primi decenni,
in particolare negli anni ‘70 del ‘900, è accaduto che il potere politico, spinto da forti movimenti di
massa, ispirandosi alla carta costituzionale, è riuscito a guidare il potere economico - ricordiamo l'ente
Nazionale idrocarburi di Enrico Mattei. In alcuni settori come la sanità, l'industria, si tentarono ad
esempio forme di programmazione cercando di indirizzare la domanda e l'offerta e le scelte produttive
delle aziende, a partire dai comitati di zona, dai consigli di quartiere, dai consigli di fabbrica, tramite la
rete delle assemblee elettive locali e sino al parlamento che poi elaborava questa legge di
programmazione che era frutto di una partecipazione dal basso, un'esperienza che poi è stata
interrotta a partire dagli anni ‘80 da quando è iniziata la contro rivoluzione liberista – quindi se negli
anni ‘70 si cercò di affermare il principio della programmazione Democratica della economia, Oggi ci
troviamo proprio nella fase di crisi di quella nuova tendenza che prese piede nei primi anni ’80, per poi
affermarsi negli anni ‘90 e ancora di più dopo la crisi del 2012, in cui il potere economico non più
nazionale ma sovranazionale e globale, si è liberato dai condizionamenti della politica, e impone al
potere politico tempi e modi dell'azione.
La nostra costituzione oggi vive una gravissima crisi. Quindi oggi abbiamo in qualche modo, due logiche
contrastanti. La logica che è contenuta nel nostro testo costituzionale, e poi la realtà effettiva praticata
in questi anni recenti, che hanno visto sempre più l'imporsi dei poteri di fatto delle tecnocrazie contro
la costituzione. La nostra costituzione però è ancora viva e vegeta, è ancora una Costituzione che
resiste, è una Costituzione che nonostante le ferite che le sono state inferte continua ad essere un
punto di riferimento.

Negli ultimi 30 anni è stata ferita perché sono prevalsi dei rapporti di forza che hanno portato
all'accantonamento delle istanze di progresso della Costituzione, però tutto questo ha rivelato le
insormontabili verità e contraddizioni che esistono tra capitalismo e democrazia. La democrazia
cercava di addomesticare il capitalismo, traendone il lato positivo della redistribuzione della ricchezza
e per questo poneva limiti al capitalismo, cioè i limiti previsti dalla Costituzione. Il capitalismo non ha
voluto più questi limiti e infatti, con la costruzione dell'Unione Europea, il potere è riuscito ad emigrare,
sottraendosi dal conflitto sul territorio con le masse e rinchiudendosi in sedi tecnocratiche e non
rappresentative, come la Commissione Europea o come una Banca Centrale Europea, dove adotta
decisioni che vengono calate dall'alto. Si dice il nome dell'Europa ma non si dice che in Europa vanno i
nostri ministri economici e finanziari, concordano con gli altri ministri economico-finanziari e con le
tecnocrazie e le politiche di austerità e di taglio, e poi ritornano in Italia per applicarle però poi dicono
che lo dice l'Europa. Vi è stato, quindi, un progressivo, esautoramento della Costituzione in favore di
un potere economico. E il potere è stato recalcitrante ai limiti imposti dalla costituzione sin dal
momento dell'adozione della Costituzione. Abbiamo assistito in questi ultimi 30 anni ad un progressivo
adattamento della Costituzione a favore di un potere economico che è divenuto sempre più legibus
solutus, svincolato dalle leggi, svincolato dai limiti.
La Costituzione è stata bloccata, prima dalla costituzione di Yalta, che ne sovradeterminò le
potenzialità, poi è stata ostacolata con l'entrata in vigore del trattato di Roma del ‘57 che introdusse
un limite rigoroso al sostanziale perseguimento degli obiettivi della costituzione che sostanziano lo
stato sociale. Col trattato di Roma si iniziò a deviare verso le politiche liberiste e poi sempre più con
trattati successivi, fino al neoliberismo spinto del Trattato di Maastricht, e poi del fiscal Compact, e poi
di tutti i provvedimenti anticrisi che dettano le politiche di austerità alle quali siamo sottoposti e quindi
a tutti i tagli dello Stato Sociale.
Quindi, c'è stata una vera e propria rivoluzione passiva, una controrivoluzione che inizia con la fine
degli accordi di Bretton Woods negli anni ‘70, quando il sistema dei cambi infissi venne sostituito con
quello dei cambi flessibili e quindi si avviò il processo di liberalizzazione dei capitali, di finanzializzazione
dell’economia che determinò la fine del Capitalismo Keynesiano; una libertà dei movimenti dei capitali
che va letta come il riconoscimento della liberazione dei capitali dagli stati e quindi la liberazione
dell’economia dalla sovranità popolare e dalla democrazia. Quindi il potere economico che si libera dai
controlli della democrazia, della sovranità popolare. Si afferma in questo modo quella che chiamiamo
mondializzazione o globalizzazione che altro non è che un alto grado di intensità della congiunzione
internazionale dei fattori produttivi, che collega sul piano mondiale l'economia, la Finanza, gli apparati
multimediali, la ricerca tecnologica e poi applicazioni industriali nei settori avanzati; per effetto di
questa connessione, l'impresa capitalistica è riuscita a collocarsi in una posizione dominante rispetto
ad ogni altra istituzione.
La forza materiale della globalizzazione economica è stata enorme, anche se oggi inizia a mostrare i
segni di crisi, e l'assetto dei poteri globali opera come un fattore esterno e condizionante degli
ordinamenti costituzionali. In pratica, l'organizzazione sovranazionale ha sottratto potere agli stati
mediante il controllo del territorio statale a favore della finanza mondiale, e conseguentemente a
favore del potere monetario, della potestà monetaria sul tasso di cambio, sul tasso interno, della
potestà impositiva, in quanto è il capitalismo che può scegliere da quale stato e in quale misura può
essere sottoposto alla leva fiscale, della disponibilità di risorse e quindi dell'autonomia statale delle
politiche sociali sempre più condizionate dai vincoli di bilancio, dal ruolo di raccordo tra economia e
bisogni sociali. Insomma, un esproprio della sovranità popolare, più che della sovranità Nazionale.
Quindi, c'è stato un forte impatto sulla democrazia, sono state inferte delle ferite da questo
sommovimento dei rapporti economici sociali, politici e funzionali e anche giuridici che hanno
desertificato i luoghi della democrazia, hanno sconvolto le forme della democrazia, quindi lo stato in
qualche modo ha subito una sconfitta. Lo Stato Sociale ha smesso il ruolo che il costituzionalismo del
secondo dopoguerra gli aveva assegnato, ovvero il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine
economico sociale per prefigurare una nuova società fondata sulla giustizia sociale, e invece l'impresa
appare oggi come l'unica istituzione vincente e che si sovraordina agli stati in modo assoluto. Quindi
ancora oggi nonostante 70 anni dall'entrata in vigore della Costituzione, resta un rapporto irrisolto.
ambiguo tra democrazia e capitalismo; nel senso che formalmente si parla di soggettività del cittadino,
però il cittadino è anche un salariato e sfruttato e questa sua condizione di sfruttamento è difficile
superarla per far coincidere la figura della persona umana con quella di persona titolare di diritti,
distinzione che è invece rimasta.
Per sostenere il capitalismo planetario si ricorre ad una strategia da sempre usata dal potere, che è la
repressione, che, ad oggi, sta ritornando anche nelle forme crude del passato, ma c'è anche una
repressione di tipo neoliberale, che assume forme adeguate alla modernità, e che usa oltre agli
strumenti tradizionali di repressione anche gli strumenti più raffinati come la capacità di selezionare o
escludere le domande sociali, la capacità di organizzare una convergenza interstatale delle politiche
economiche monetarie di bilancio e tributario, come dimostra l'Unione Europea, il trasferimento in
sedi sovranazionali del potere decisionale. Il fine di questi strumenti è quello di neutralizzare la carica
contestativa che le contraddizioni economiche generano, per impedire che queste contraddizioni
economiche possano acquisire una espressione politica e quindi, da un lato si finisce per optare per un
modello diseguale, opposto rispetto al progetto della democrazia sociale e dall’altro si chiudono gli
spazi della democrazia politica - sul versante economico, le privatizzazioni, mentre su quello politico,
le leggi elettorali maggioritarie, un rafforzamento degli esecutivi e poi la strategia sovranazionale della
delocalizzazione delle decisioni.
Quindi avvertiamo sempre di più una differenza, un'incompatibilità fra una Costituzione come quella
nostra nata dalla Resistenza antifascista e il pensiero unico che è l'ideologia monopolistica
dell'impresa.
Oggi si avverte la mancanza di un moderno Principe, di un partito cioè un soggetto politico organizzato,
che muova da posizioni anticapitalistiche e rivendichi questa incompatibilità tra democrazia e
capitalismo, che rivendichi questa incompatibilità anche nel nome della Costituzione; e quindi, la
Costituzione può diventare per i movimenti, per i lavoratori, per gli studenti, una sorta di programma
minimo perché muove dalla coscienza della tensione fra democrazia e capitalismo e quindi della
necessità di limitare, assoggettare il capitalismo a piani, a programmi, a controlli, rimettendo al centro
la persona umana socialmente qualificata di cui parla la Costituzione, ovvero il lavoratore e la sua
emancipazione.
Vi è la necessità di ritornare ad attuare la nostra Costituzione. In conclusione possiamo rilevare come
la democrazia prevista dalla costituzione, ovvero il costituzionalismo Democratico nel suo significato
emancipante a livello sociale, può trovare plurimi contatti con i movimenti che oggi lottano nel
territorio, e quindi la Costituzione è vero che sino ad oggi non è riuscita fino in fondo a trasformare la
realtà e performarla, la struttura e il potere economico ha resistito alla pressione della sovrastruttura
costituzionale, e la costituzione è stata in qualche modo ibernata, ma come tutte le ibernazioni, come
tutto lo scenario del gelo, vede anche l'interruzione di momenti di disgelo. Per esempio, a partire dal
riconoscimento da parte della Corte Costituzionale dell' efficacia immediata delle norme costituzionali:
proprio quando vi fu la fase di congelamento della Costituzione, la Corte Costituzionale poi intervenne
dicendo che tutte le norme costituzionali hanno un'efficacia immediata e che quindi non è giusto
distinguere tra norme immediatamente precettive e norme programmatiche, sono tutte
immediatamente efficaci, e quindi le norme costituzionali devono interpretarsi "Magis ut valeat"
quindi sopra a tutto. Poi la costituzione si è risvegliata anche nell’essere assunta come programma
negli anni ’60 e ‘70 dei più grandi partiti rappresentativi della classe operaia, come il Partito Comunista
e socialista.
C'è stato un momento, una fase in cui essere democratici e comunisti in Italia significava e comportava
che ci si dovesse muovere nell'ambito della Costituzione, esigendo il rispetto della legalità
costituzionale e l'applicazione di tutte le norme costituzionali, anche perché i socialisti e comunisti
furono i massimi promotori della nuova costituzione.
Poi, un momento di disgelo lo abbiamo avuto nel decennio ’69-’78, quando abbiamo avuto le grandi
conquiste; ma poi negli anni ‘80 e seguenti, fino ad oggi, è iniziata una nuova glaciazione, parallela
all'ascesa del neoliberismo e all'interno dell'attrazione di quasi tutto il palco politico nel contesto della
cultura neoliberista, cui hanno ceduto anche quei partiti che prima rappresentavano i lavoratori.
Non possiamo escludere che questo congelamento, questa ibernazione delle costituzioni europee del
secondo dopoguerra, potrà in futuro nuovamente sciogliersi, stante l'oramai palese insostenibilità
della devastazione totalitaria della civiltà umana compiuta dal neoliberismo che ha imposto la tirannia
del capitale.
Quindi, centralità della persona umana, Diritti Sociali, giustizia sociale, solidarietà, eguaglianza
sostanziale sono le parole d'ordine della Costituzione che possono ancora oggi ispirare un programma
di scongelamento, rinascimento. Occorre sicuramente rilanciare la validità dei principi e degli
strumenti del costituzionalismo emancipante come fondamento per un nuovo posizionamento nel
conflitto sociale dalla parte degli oppressi, dalla parte degli sfruttati, in chiave contro egemonica.
Dobbiamo capire che si tratta di un programma di radicale controtendenza rispetto alla razionalità
dominante che pervade tutti i campi dell'esistente, e che ha stravolto l'assetto istituzionale, imposto
la figura antropologica dell'uomo economico e che ha sostituito l'homo sapiens in un contesto di
rapporti di forza nettamente sbilanciato. Quindi visioni del mondo come quelle della Costituzione
fondate sulla centralità della persona e la sua emancipazione, in realtà, sono rivendicate. Le visioni del
mondo odierne fondate sulla rivendicazione dei diritti della persona e sulla emancipazione, sono in
qualche modo uguali alla visione che ha la Costituzione dell'individuo e della società. Ma la Costituzione
può vivere, solo se la usiamo come strumento di contropotere, come strumento antagonista nei
germogli di rivolta o di pratiche contro egemoniche, se ne facciamo la base della cultura critica. La
Costituzione ovviamente non può vivere solo dei movimenti, perché ha bisogno di trovare voce nelle
istruzioni, nell'intermediazione dei partiti e quindi oggi sentiamo la mancanza di un soggetto collettivo,
di un nuovo partito, una forza politica, capace di essere un punto di riferimento per le lotte che si
svolgono nel territorio che assuma come programma minimo la Costituzione, il programma della
Costituzione.
In una fase storica in cui il pensiero unico produce tante terribili vulnus (offesa di un diritto) alla libertà
e all'uguaglianza, il rilancio delle conquiste di civiltà derivate dalla costituzione diventa un imperativo
morale per tutti noi.
Occorre quindi ricostruire il blocco storico, il blocco di forze politiche, sociali diverse di cui partito è
parte, ovvero trovare il modo di dar vita ad un fronte, ad un contropotere collettivo, creando uno
schieramento che connetta nella loro pluralità le azioni, la fantasia, le energie dei vari segmenti della
società che ancora esercita un pensiero critico. Quindi tutti questi soggetti devono tentare di costruire
un soggetto politico organizzato di sinistra che renda manifesto il potenziale della Costituzione anche
nelle stanze delle istituzioni.
Quindi un nuovo intellettuale collettivo, un nuovo moderno principe che ha di fronte a sé elementi
come Diritti Sociali e il lavoro, la giustizia sociale, le potenzialità dirompenti che derivano dalle norme
costituzionali, come l’Art.41 comma 2 e 3 della Costituzione, secondo cui, l'impresa non può ledere la
dignità sociale delle persone e che la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché
l'attività economica pubblica e privata sia coordinata e indirizzata ai fini sociali; e così anche le
potenzialità dirompenti della nostra forma di governo, che pur deformata nella prassi attuale,
garantisce ancora la limitazione del potere, la tutela dei diritti, l'espressione della sovranità popolare
del pluralismo e del conflitto. L’attuazione della costituzione è un programma già scritto, concreto
rispetto al sistema dominante e schiude un futuro da immaginare. Ovviamente della Costituzione
vanno riparate le ferite, cancellato il pareggio di bilancio, revisionato il titolo V, va applicata la legge
elettorale proporzionale, va attuato, nella nuova fase dello scontro di classe, il diritto di sciopero.
Occorre organizzare un fronte politico, sociale, che potrebbe trovare una via nella militanza per la
costituzione, muovendo dalle conquiste del passato.