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Helen Mori

Professoressa Roberta Capelli


Filologia romanza I - LM 37
15 Novembre 2019

Delit e melancholia nella poesia d’amor cortese di Ausiàs March

INTRODUZIONE.

Ausiàs March è il più grande poeta lirico europeo del Quattrocento.


Il suo nome e la magnificenza della sua arte sono però divenuti motivo d’orgoglio per
la Spagna intera soltanto da pochi decenni. In seguito all’attenta riscoperta del suo ingegno
e grazie alla profonda rivalutazione del tratto rivoluzionario che lo contraddistingue, la
figura dell’autore valenzano e tutta la sua produzione letteraria sono stati riconsiderati e
valorizzati.
Oggi rappresentano a pieno titolo il fulcro più articolato, controverso, complesso,
misterioso ed affascinante attorno a cui ruota gran parte del panorama letterario spagnolo
del quindicesimo secolo. Andrebbe inoltre specificato che, spesso, critici e filologi non
esitano ad indicare Ausiàs March come il ‘Dante Alighieri valenzano’, a dimostrazione del
livello di riconoscenza che gli tributano in termini artistico - letterari.
Il lavoro che seguirà in queste pagine si propone di ricercare, attraverso un approccio
meditato, i tratti caratteristici dell’intricata poetica dell’autore e dello spiccato lirismo che
si manifesta nelle sue opere. In particolare, seguiranno un esercizio di traduzione, di analisi
e commento a un componimento poetico dell’autore, ossia, un breve estratto di una delle
sue più importanti opere letterarie: il Canzoniere.

L’AUTORE E LA SUA EPOCA.

Ausiàs March nasce a Valenza nel 1400. Le origini sono nobili: si stima che la sua
famiglia fosse appartenuta alla corte di Gandía, uno dei personaggi prediletti di Alfonso il
Magnanimo. Favorito dall’agiatezza delle sue condizioni sociali e per ragioni da ricercarsi
semplicemente nel piacere di viaggiare ed approfondire la sue conoscenze culturali, March
si spostò frequentemente, e una delle sue mete preferite fu proprio l’Italia.
In termini artistici, il suo impegno si è rivelato decisivo nel contribuire a stimolare e
vivacizzare il grande fermento culturale nella Cataluña di quell’epoca.
March fu un autore rivoluzionario. Per primo sostenne, infatti, la centralità del
valenzano indicandolo come lingua autorevole sia da un punto di vista artistico che
letterario: lo considerava importante e nobile tanto quanto il catalano o il provenzale.
Secondo March, il valenzano, doveva assurgere a modello di comunicazione per
veicolare le forme ed i contenuti dei più svariati generi letterari.
L’impresa anticonformista del poeta finalizzata a diffondere l’uso del valenzano come
lingua di riferimento per una nuova tradizione letteraria, si rivelò presto fallimentare e
dopo pochi decenni naufragò definitivamente.
L’universalità della lingua catalana, la storia, la sua diffusione capillare, la potenza
espressiva che essa garantiva alle opere letterarie, l’autorevolezza dei suoi autori di
riferimento, costituivano un patrimonio culturale e di conoscenza talmente radicato da
renderla un elemento identificativo della società del tempo.
In quel secolo, infatti, la lingua catalana ricopriva il ruolo di ‘Signora della prosa e
della poesia’, una sorta di modello assoluto che mai nessuno aveva osato mettere in
discussione. Per tanto, il catalano divenne fin da subito l’unica lingua ammessa a corte.
In effetti, fu proprio negli ambienti regali per eccellenza che trionfò il mecenatismo,
grazie al quale molti poeti trovatori poterono esprimersi e sviluppare liberamente la propria
arte beneficiando del sostegno e dell’aiuto di alcuni funzionari del Re.
Le classi d’élite dell’epoca divennero, di fatto, garanti della poesia dei trovatori, ed
orientarono la loro produzione letteraria affinché fosse fermamente rispettosa dei dettami e
del linguaggio tipici della corte e rimanesse aperta alle possibili influenze delle altre lingue
d’Europa, soprattutto francese ed italiano.

L’OPERA DI RIFERIMENTO.

Pagine del Canzoniere è dunque il titolo dell’Opera letteraria che ho deciso di tenere
in considerazione per poter svolgere il presente elaborato. Si tenga presente che tale punto
di riferimento è frutto di un lavoro svolto dal filologo Costanzo di Girolamo nel 1998.
In particolare, si tratta di una delle più recenti edizioni dell’opera letteraria più nota
di March, intitolata semplicemente Canzoniere. La versione più antica di tale testo risale al
secolo in cui visse il nostro autore ed è giunta a noi suddivisa in ben 13 manoscritti, per un
totale di 128 componimenti poetici e 9664 versi.
L’ardua impresa di raccolta e contestualizzazione dei testi lirici fu svolta per la prima
volta dall’editore A. Pagès nel 1912: egli si concentrò soprattutto sui componimenti
contenuti in due dei 13 manoscritti, D ed F. In seguito intervennero altri due o tre editori
che riorganizzarono l’opera secondo una propria interpretazione rispetto alle intenzioni del
poeta. March desiderava forse che le sue poesie venissero raggruppate per tema oppure
ordinate in base alle regole della cronologia? Nessuno potrà mai saperlo.
Non a caso infatti, le primissime impressioni che ebbero gli studiosi di fronte alla
confusione degli scritti, furono che, con ogni probabilità, l’autore del Canzoniere non ebbe
alcuna intenzione di ordinare la sua opera, oppure non fece in tempo a completare il lavoro.
Furono in realtà i primi copisti della raccolta a decidere di rispettare, nel limite del
possibile, un presunto ordine cronologico. Tuttavia, la verità pare essere un’altra: la
versione originale dell’opera altro non era che un disordinatissimo plico di fogli sparsi.
Il libro Pagine del Canzoniere di Costanzo di Girolamo vuole quindi proporre al
pubblico una raccolta dei componimenti di March organizzata in cicli, con l’obiettivo di
rimanere fedele ai raggruppamenti già attuati da alcuni editori a lui precedenti.
Inoltre, grazie a quest’opera è possibile distinguere il ciclo di appartenenza dei
poemetti in base alle tematiche che li contraddistinguono. Anche se, in realtà, il filo
conduttore del Canzoniere resta uno ed uno solo: l’amore.
L’AMOR CORTESE IN AUSIÀS MARCH.

Senza alcun dubbio, potremmo concordare con Di Girolamo nel sostenere che
“al centro del Canzoniere di March […] si accampa la “macro metafora dell’amore”. 1
L’aggettivo macro sta ad indicare che la presenza del sentimento amoroso si fa pervasiva
all’interno di opere liriche medievali di questo tenore.
Sostanzialmente, il topos principale che è tipico di questo genere letterario si fonda
su un paradosso, quello della fin’amor: desiderare o attendere un amore, soprattutto se
inafferrabile, si trasforma sempre in un processo di crescita personale da un punto di vista
etico, morale e spirituale. La totale dedizione, la comprensione e l’accettazione del valore
del sacrificio sono dunque i sentieri che portano il cavaliere verso il perfezionamento
assoluto delle sue virtù e dei suoi comportamenti all’interno della società.
In particolare, Di Girolamo individua due scuole di poeti trovatori: la prima, che è da
considerarsi la più antica, considera troppo severi i tratti della fin’amor, giungendo persino
alla conclusione che tale sentimento corrisponda senza alcun dubbio alla castrazione.
La seconda, quella a cui appartiene Ausiàs March, ha come elemento distintivo la
considerazione che l’amore è sempre un’ottima occasione per fermarsi a riflettere, in
maniera metafisica, sul senso più profondo e universale dell’amare, del soffrire, del vivere
e del morire. Nella poesia di March, non mancano inoltre gli interrogativi inerenti alla
salvezza dell’anima, sia che si tratti dell’amante, sia che si tratti dell’amata.
Tuttavia, il focus del nostro studio analitico non vuole e non deve assolutamente
discostarsi da quello che rappresenta la magnificenza e la bellezza del concetto di amore
che risiede nell’ingegno di March. Rivoluzionario, innovativo e moderno potrebbero essere
gli aggettivi qualificativi più adeguati per definire il contributo artistico che ancora oggi
offrono le sue opere letterarie.
Ciò che importa davvero è che la poesia di Ausiàs March è stata in grado di presentare
una propria idea di amor cortese e una propria concezione del sé come amante.
Di fatto, in March l’amore è una congiunzione astrale imperfetta o, se si preferisce
utilizzare termini più specifici, una mescla all’interno della quale convivono sia l’idea di
istinto sessuale, detto anche desig o voler, che l’idea di sentimento spirituale.
Ed è proprio in questo contesto che egli si inserisce come “miglior amante che vive in
un mondo privo di valori”.2 Forte è quindi il gusto per l’autoreferenzialità e la predilezione
per il senso di soggettività che traspaiono dal suo lirismo. Egli proietta se stesso in quei
versi e si immagina come un uomo destinato a convivere con un senso di tristezza e di
desolazione molto forte perché in lui è radicata la convinzione secondo la quale non esiste
una dama al mondo in grado di ricambiare i suoi sentimenti con la stessa intensità.
La donna cantata è al contempo la musa a cui March si rivolge nelle sue poesie d’amore. In
particolare, lo pseudonimo che l’autore le riserva è detto senyal3.
In questo genere di lirismo, la donna è completamente libera di sperimentare il delit,
ossia i piaceri della carne. Per tanto, sarebbe ancor più corretto sostenere che la
raffigurazione del genere femminile è qui ancorata al mero desiderio di consumare l’amore
fisico in quanto atto fine a se stesso. In alcuni tratti si denotano atteggiamenti di misoginia,
tanta è la sfiducia che egli riserva alle donne considerate figure tentatrici strettamente
associate alla funzione procreativa.

1
Di Girolamo, Costanzo, Pagine del Canzoniere, Luni Editrice, 1998, pg. 16
2
Di Girolamo, Costanzo, Pagine del Canzoniere, Luni Editrice, 1998, pg. 18
3
Di Girolamo, Costanzo, Pagine del Canzoniere, Luni Editrice, 1998, pg. 15-16.
Stilema lirico tipico della poesia in catalano, dalla quale March prende spunto. Nello specifico, si tratta di uno
pseudonimo attraverso il quale il poeta trovatore celava il vero nome della dama cantata. In Ausiàs March, il senyal
solitamente occupa le prime quattro sillabe del primo emistichio della tornada finale.
Nei componimenti poetici di March traspare quindi un forte senso di sfiducia
nell’esperienza carnale intesa come atto fisico incapace di condurre sia l’amante che
l’amata ad uno stadio di perfezionamento spirituale. Secondo il poeta, l’amore che concede
e garantisce la salvezza e la purificazione dell’anima appartiene soltanto agli angeli,
pertanto gli esseri umani devono accettare la verità secondo cui la loro esistenza, se pur
permeata da nobili sentimenti, non può che restare vincolata alla precarietà e all’effimerità.
Nello studio del pensiero metafisico di March, questa tendenza è denominata “pessimismo
laico”. 4 La sofferenza è dunque l’unica sorte dell’essere umano e tale visione emerge con
grande enfasi in quasi tutti i 9664 versi del Canzoniere.
Come ben presto si noterà nella traduzione del componimento poetico, sono il disagio
e lo sconforto psico-fisico a dominare questa scuola di poesia amorosa: l’amante soffre di
continuo a causa di un desiderio carnale che lo opprime, lo affligge e lo stordisce.
L’amore secondo March è una vera e propria malattia, una melancholia5 che toglie il
sonno, che priva della fame e risucchia le energie, tanto che colui che ama non può che
correre il pericolo di morire.

LA POETICA.

Il linguaggio lirico di March è particolarmente rarefatto ed eclettico, in quanto


caratterizzato dalla compresenza di svariati registri.
Tuttavia ciò che colpisce maggiormente è la pervasività delle “comparazioni”6:
si tratta di figure retoriche del contenuto basate su immagini di brevissime narrazioni, sia
di matrice onirica che realistica, attraverso le quali il poeta suggerisce la sua
interpretazione personale riguardante gli stati d’animo e le condizioni di vita che va
descrivendo. La comparazione andrebbe quindi intesa come forma alternativa al concetto
standard di metafora, pur non rappresentandone il corrispettivo.
Critici e filologi che hanno analizzato i manoscritti originali del Canzoniere,
sostengono che al suo interno vi sia una presenza piuttosto esigua di metafore.
Non si tratta di una casualità, bensì di una precisa scelta artistica che riflette il gusto di
March per l’oscurità del linguaggio.
Ed è in questi termini che la poesia rivoluzionaria di March sceglie di rivelare i suoi
tratti innovativi, i quali non riguardano soltanto i contenuti, ovvero le modalità di definire
l’amore cortese, ma anche la forma, in tutta la sua indecifrabilità.
E se le metafore offrono paragoni tra immagini molto dirette ed esplicite, il linguaggio
della comparazione garantisce quell’aurea di mistero che March tanto prediligeva.
Per tanto, nell’opera di riferimento utilizzata per questo studio analitico, Di Girolamo
definisce la poetica di March come “poetica dell’anacoluto”.7 Il termine “anacoluto”
si riferisce ai meccanismi ed ai passaggi logici volutamente occultati dal poeta al momento
della stesura dei versi lirici. Nei componimenti poetici di March la struttura sintattica è
infatti molto articolata e complessa: in essa le catene espositive, argomentative e descrittive
sono spesso caratterizzate dalla presenza della figura retorica dell’ellissi.

4
Di Girolamo, Costanzo, Pagine del Canzoniere, Luni Editrice, 1998, pg. 28
5
Di Girolamo, Costanzo, Pagine del Canzoniere, Luni Editrice, 1998, pg. 37
6
Di Girolamo, Costanzo, Pagine del Canzoniere, Luni Editrice, 1998, pg. 31
7
Di Girolamo, Costanzo, Pagine del Canzoniere, Luni Editrice, 1998, pg. 33
LA VERSIFICAZIONE.

Per quanto riguarda la versificazione, March predilige il verso décasyllabe, con una
cesura appena dopo la quarta sillaba che lo separa in due membri. La stanza, detta anche
cobla (8 versi), è qui bipartita in due sezioni da quattro versi ciascuna e che vengono
denominate rispettivamente “fronte” e “sirma”. Andrebbe inoltre specificato che in questi
componimenti poetici la rima più utilizzata è quella incrociata abbacddc per entrambe le
sezioni “fronte” e “sirma”, e che è sempre l’ultima rima di una stanza ad esser ripresa dalla
prima rima della seguente. Questa struttura in particolare è detta struttura a cobles
capcaudades.8 Ma la vera innovazione rispetto alla tradizione versificatoria catalana sta nel
fatto che il nostro autore decise di introdurre una nuova concezione di tornada9: quattro
versi finali, anziché due, che diano l’idea di inizio di una nuova coblada.
Geniale sarebbe da considerarsi anche l’invenzione Marchiana della rima detta stramp10:
nello specifico, si tratta di parole di genere femminile che rimano soltanto con se stesse se
analizzate all’interno di una sola stanza, mentre in realtà rimano altrove con parole presenti
in altre strofe.

TRADURRE UN COMPONIMENTO A SCELTA.

Seguirà ora il processo di analisi e traduzione di un componimento poetico di March.


Di fatto, sarà grazie al confronto con la traduzione italiana di C. di Girolamo che
diverrà possibile cimentarsi in un’impresa tanto ardua. Il testo scelto, tratto da Pagine del
Canzoniere, corrisponde al poemetto d’esordio che apre le danze all’intera raccolta. Il tema
di cui tratta è quello dell’alternanza tra il senso patologico di melancholia Marchiana, e
l’insaziabile, logorante, piacevole desiderio d’amore, il delit, che non può mai avere fine.

8
Di Girolamo, Costanzo, Pagine del Canzoniere, Luni Editrice, 1998, pg. 39
9
Di Girolamo, Costanzo, Pagine del Canzoniere, Luni Editrice, 1998, pg. 34.
Il termine tornada significa “congedo”, si tratta quindi della stanza di chiusura del componimento.
10
Di Girolamo, Costanzo, Pagine del Canzoniere, Luni Editrice, 1998, pg. 42
I (a) I (b)

Axí com cell qui’n lo somni·s delita Così come colui che nel sonno gode11
e son delit de foll pensament ve, e il suo piacere non è che un’illusione,
ne pren a mi, que·l temps passat me té così son io, il passato racchiude la mia
4 l'imaginar, qu·altre bé no y habita, immaginazione e nessun altro bene,
sentint estar en aguayt ma dolor, sentendo che il mio dolore sta in agguato11,
sabent de cert qu’en ses mans he de jaure. so per certo che cadrò nelle sue mani 11.
Temps de venir en negun bé·m pot caure; Ciò che ha da venire non porta gioia;
8 ço qu’és no-res a mi és lo millor. quel che è nulla è per me miglior cosa.

Del temps passat me trob en gran amor, Sono un grande amante del tempo passato,
Amant no-res, puys és ja tot finit; nulla amo perché è già tutto finito11;
d'aquest pensar me sogorn e·m delit, al sol pensiero gioisco e mi rallegro,
12 mas quan lo pert, s'esforça ma dolor, è perdendolo che aumenta il mio dolore,
sí com aquell qui és jutgat a mort come colui che è condannato a morte11
he de lonch temps la sab e s'aconorta, e da tanto tempo lo sa e si fa forza11
e creure·l fan que li serà estorta, e gli fan credere che verrà graziato,
16 e·l fan morir sens un punt de recort. lasciandolo morire senza ricordi.

Plagués a Déu que mon pensar fos mort, Piacesse a Dio che il mio pensiero morisse
e que passàs ma vida en durment! e che passassi la mia vita dormendo!11
Malament viu qui té son pensament Vive male chi ha nemica la mente
20 per enemich, fent-li d'enugs report; che gli fa il resoconto di ogni peccato;
e com lo vol d'algún plaer servir e quando vuole concederle un piacere
li·n pren axí com don’ab son infant, fa come una madre con i suoi figlioli,
que si verí li demana plorant che se piangendo le chiedono un veleno
24 ha ten poch seny que no·l sab contradir. è così folle che non sa contraddirli.

Fóra millor ma dolor soferir Sarebbe meglio sopportare il dolore


que no mesclar pocha part de plaer che mescolare una parte del piacere
entr’aquells mals qui·m giten de saber, a quei tormenti che mi fanno impazzire,
28 com del pensat plaer me cové’xir. se devo privarmi del piacer pensato.
Las! Mon delit dolor se convertex; Ahimè! Il piacer si converte in dolore;
doble's l'affany aprés d'un poch repòs, doppio l’affanno dopo poco riposo11,
sí co·l malalt qui per un plasent mos come il malato che per un sol boccone
32 tot son menjar en dolor se nodrex. trasforma tutto il mangiare in sofferenza11;

com l'ermità, qu’enyorament no·l crex come l’eremita che più non rimpiange
d'aquells amichs qu’avia en lo món, gli amici di una volta perché da tempo
essent lonch temps qu’en loch poblat no fon, non mette più piede in un luogo abitato
36 fortuït cas un d'ells li aparex, e a caso un giorno uno di loro ritorna
qui los passats plaés li renovella, a ricordargli quei piaceri passati,
sí que·l passat present li fa tornar; facendo tornare il passato presente;
mas, com se'n part, l'és forçat congoxar: ma poi andandosene lo lascia in angoscia:
40 lo bé, com fuig, ab grans crits mal apella. il bene, in fuga, chiama il male a gran voce.

Plena de seny, quant amor és molt vella, Piena di senno, quando l’amore invecchia,
absencia és lo verme que la guasta, l’assenza è il tarlo che lo rovina,
si fermetat durament no contrasta, se la ferma costanza non lo contrasta11
44 e creure poch, si l'envejós consella. senza prestar tanto ascolto all’invidioso.

I (c) I (b)
11
Vedi il commento finale. Esempio di scelta traduttiva quasi letterale.
Come colui che mentre dorme gode, Così come colui che nel sonno gode13
ma il suo piacere non è che un’illusione, e il suo piacere13 non è che un’illusione,
così io sono: il passato m’imprigiona così son io, il passato racchiude la mia
l’immaginazione, e altro bene non la abita, immaginazione e nessun altro bene13,
sapendo che il dolore sta in agguato sentendo che il mio dolore13 sta in agguato,
e che per certo cadrò nelle sue mani. so per certo che cadrò nelle sue mani.
Il tempo che verrà non può portarmi gioia, Ciò che ha da venire non porta gioia13;
quello che è nulla è per me il migliore12. quel che è nulla è per me miglior cosa13.

Io sono un grande amante del passato, Sono un grande amante del tempo passato,
non amando nulla12, perché è già tutto finito; nulla amo13 perché è già tutto finito;
al suo pensiero12 godo e mi rallegro, al sol pensiero gioisco e mi rallegro13,
ma se lo perdo12 cresce il mio dolore, al solo perderlo, aumenta il mio dolore13,
come colui che è condannato a morte come colui che è condannato a morte13
e da tempo lo sa e si fa forza, e da tanto tempo lo sa e si fa forza
e gli danno a credere12 che sarà graziato e gli fan credere che verrà graziato,
e lo mandano a morte12 senza nessun ricordo. mandandolo a morire13 senza ricordi.

Volesse Dio che il mio pensiero fosse morto Piacesse13 a Dio che il mio pensiero morisse
e che passassi la vita dormendo! e che passassi la mia vita dormendo!
Vive male chi ha per nemica la mente Vive male13 chi ha nemica la mente
che gli fa il resoconto di ogni pena, che gli fa il resoconto di ogni peccato;
e quando gli concede la grazia di un piacere e quando vuole concederle un piacere13
fa come la madre con il suo bambino fa come una madre con i suoi figlioli,
che, se piangendo le chiede un veleno, che se piangendo le chiedono un veleno
è così folle da non dirgli no. è così folle13 che non sa contraddirli.

Meglio sarebbe sopportare il dolore Sarebbe meglio sopportare il dolore13


che mescolare un poco di piacere che mescolare una parte del piacere13
a tormenti che mi fanno impazzire, a quei tormenti13 che mi fanno impazzire,
se devo abbandonare il piacere pensato. se devo privarmi del piacer pensato13.
Ahimè, la gioia si converte in pena; Ahimè! La gioia si converte in dolore13;
si raddoppia l’affanno dopo un breve riposo, doppio l’affanno13 dopo poco riposo,
come il malato che per un buon boccone come il malato13 che per un sol boccone
trasforma il suo mangiare in sofferenza; trasforma tutto il mangiare in sofferenza13;

o come l’eremita, che ha smesso di rimpiangere come l’eremita che più non rimpiange13
i vecchi amici, perché da tempo ormai gli amici di una volta perché da tempo
non mette piede in un luogo abitato, non mette più piede in un luogo abitato
e il caso un giorno gliene riporta uno e a caso un giorno uno di loro ritorna
che gli ricorda i piaceri passati, a ricordargli quei piaceri passati13,
sicché12 gli fa tornare il passato presente, facendo tornare il passato presente;
e quando parte lo lascia nell’angoscia12: ma poi andandosene lo lascia in angoscia13:
il bene, quando fugge, chiama il male a gran voce. il bene in fuga chiama il male a gran voce13.

Piena di senno, se l’amore è assai vecchio Piena di senno, quando l’amore invecchia,
è l’assenza il verme che lo corrode12, l’assenza è il tarlo che lo rovina13,
se non si oppone ferma la costanza se la ferma costanza non lo contrasta
e il non prestare ascolto all’invidioso. senza prestar tanto ascolto all’invidioso.

12
Vedi il commento finale. Esempio di resa in italiano che ai nostri tempi risulta piuttosto antiquata e/o ambigua.
13
Vedi il commento finale. Esempio di resa in italiano fedele ai due campi semantici principali: melancholia e delit.
COMMENTO FINALE.

Con il ricorso alle tre lettere (a), (b), (c), si è voluto rispettivamente indicare: la
versione originale in valenzano del componimento poetico di March (a), l’esercizio di
traduzione umilmente compiuto che voleva essere l’obiettivo di questo studio analitico (b)
e infine la traduzione in italiano gentilmente proposta da Costanzo di Girolamo nel suo
libro Pagine del Canzoniere (c).
Si consideri inoltre che, avendo a disposizione pochi strumenti per poter tradurre
direttamente una lingua tanto antica ed elitaria come il valenzano del Quattrocento, la
versione che ha operato da guida e solido sostegno per la realizzazione di questo esercizio
di traduzione è stata senz’alcun dubbio quella italiana di C. di Girolamo.
Pertanto, la vera sfida qui risiede nell’analizzare attentamente il testo originale, per
poter così comprendere il perché della metrica e di determinate scelte lessicali che, nel
1998, vennero applicate da Di Girolamo nella fase di resa in italiano di una poesia tanto
maestosa, quanto articolata e complessa.
Dunque, il primo accostamento di testi - rispettivamente le versioni (a) e (b) - vuole
mettere in luce l’impronta quasi letterale11 che ha caratterizzato quasi tutta l’impostazione e
il risultato stesso del processo traduttivo.
Di fatto, la scelta di un’affiliazione il più possibile sincera alla versione originale del
componimento vuole riflettere qui il gusto per una traduzione che sia il più possibile fedele
all’italiano dei nostri tempi, del presente a noi più vicino. Ad esempio, nel confronto tra i
testi (b) e (c), si presti attenzione al rifiuto di termini come “sicché”, “assai” e perifrasi
antiquate o comunque costruite in maniera ambigua come “lo mandano a morte”, “gli
danno a credere”, “quello che è nulla è per me il migliore”, “quando parte lo lascia
nell’angoscia”12.
Si badi inoltre che l’intero testo indicato dalla lettera (b) è costituito da versi
dodecasillabi. Ci si è concessi infatti di azzardare ad omologare il quantitativo di sillabe
per ogni verso, dato che l’antimusicalità che, secondo Di Girolamo, è tipica della poesia di
March, viene ad ogni modo accentuata dalla presenza di rime stramps.
Di conseguenza, sarebbe più che plausibile sostenere che il susseguirsi di soli
dodecasillabi possa conferire al testo un certo tipo di ritmo, ma ciò non può e non vuole
essere interpretato come una mancanza di rispetto nei confronti dello stile di March.
L’antimusicalità della sua poesia non deve per forza inglobare il concetto di aritmia,
ma può semplicemente indicare il fatto che in questo genere di lirismo manchino per
l’appunto determinate figure retoriche del suono, come ad esempio determinate rime,
assonanze, allitterazioni e via dicendo.
Infine, per quanto riguarda la resa del contenuto, nella versione in italiano (b), si è
cercato di rispettare, al massimo delle possibilità, i due campi semantici attorno ai quali
ruota l’intero componimento poetico d’amor cortese, ovvero, la melancholia e il delit13.
BIBLIOGRAFIA.

Di Girolamo, Costanzo, Pagine del Canzoniere, Luni Editrice, 1998.