Sei sulla pagina 1di 16

SIC 2020 – TEOLOGIA E SPIRITUALITA’ DEI VOTI

LA POVERTA’
Prof.ssa Stefania Tassotti

POVERTA’?????

Scriveva P. Radcliffe, quando era Maestro Generale dei Domenicani:

“Una volta, in una Provincia americana (domenicana), dopo una settimana di dibattito sulla
povertà, conclusero l’incontro con una cena in un costoso ristorante. Al termine, uno dei frati
disse: «Bene, se questo è il modo di finire la discussione sulla povertà, che cosa intenderemo fare
il prossimo anno dopo aver parlato della castità?»”. T. RADCLIFFE, Vita Consacrata e cultura
contemporanea, Ariccia 1996

“Con che coraggio parliamo di povertà, quando quello che tra noi sarebbe considerato oggi una
povertà quasi eroica, per milioni di esseri umani è un fatto normale di tutti i giorni e di tutta la
vita, quando non è addirittura un lusso? Digiunare per la vita a «pane e acqua» sarebbe per noi il
massimo dell’austerità, mentre per milioni di persone avere «il pane e l’acqua assicurati» sarebbe
già una specie di sogno”. R. CANTALAMESSA, Povertà, Milano 1996, 5-6.

LA POVERTA' COME MALE

1
SIC 2020 – TEOLOGIA E SPIRITUALITA’ DEI VOTI

POVERO

LA POVERTA' COME VALORE

Etimologicamente la parola povertà deriva dal latino "Paupertas" da cui l'aggettivo sostantivo
"pauper" il quale non è colui che non possiede niente ma colui che possiede poco, un poco che in
genere corrisponde al sufficiente per vivere in modo dignitoso.

Da qui deriva un concetto di povertà che indica una posizione di equidistanza tra la miseria e la
ricchezza.

Equidistanza tra la miseria e la ricchezza.

L'uomo si definisce e si costruisce


attraverso tre tipi di relazione:

2
SIC 2020 – TEOLOGIA E SPIRITUALITA’ DEI VOTI

In queste relazioni abbiamo dei fini cioè dei valori che raggiunti costituiscono l'essere dell'uomo e
abbiano dei mezzi cioè degli strumenti necessari per raggiungere i valori.

Quando gli strumenti sono proporzionati ai valori e sono tra loro rapportati in modo retto, l'uomo
cammina verso la sua realizzazione.

Eequidistanza tra la miseria e la ricchezza

Quando invece questo rapporto non è ordinato … né


proporzionato abbiamo l'alienazione.

PER
DIFETTO

PER
ECCESSO

3
SIC 2020 – TEOLOGIA E SPIRITUALITA’ DEI VOTI

La povertà è…

LA POVERTA' COME VIRTU' EVANGELICA

Dottrina biblica sulla povertà costituisce una realtà molto complessa.

Il povero comunque occupa un posto centrale nel progressivo dispiegarsi del disegno di salvezza.

La storia dei popoli è stata fatta dai potenti. I poveri non hanno mai un ruolo importante e sempre
appaiono come la categoria degli oppressi.

Nella bibbia sono i poveri che fanno la storia, sono loro che la portano al pieno compimento
secondo il disegno di Dio.

ANTICO TESTAMENTO: Si parla dei poveri 250 volte.

La dottrina riguardante a povertà è progressiva povertà socio - economica: sono persone


umiliate ed oppresse, incapaci di far valere i loro diritti nei confronti dei potenti.

Attenzione ai poveri passo in avanti, presa di coscienza che la situazione del povero non è frutto
del proprio peccato o della sorte avversa ma dal' ingiustizia cioè del peccato di chi lo spoglia e gli
usa violenza.

I Profeti sorgeranno in difesa dei poveri e della giustizia.

4
SIC 2020 – TEOLOGIA E SPIRITUALITA’ DEI VOTI

Coscienza religiosa : Fulcro nel fatto che il popolo era stato liberato dall’oppressione.

Chi opprime il fratello rinnega il nucleo della propria religione.

A partire dall’ esilio il povero viene visto non come il nemico di Dio ma come suo amico prediletto.
La povertà diviene il punto di partenza della preghiera (Salmi) Dio è presente al povero.

La povertà come virtù : la povertà è la conseguenza dell' adesione a JAHVE'.

Chi è coerente con la propria fede non diviene ricco e famoso ma al contrario è emarginato ed
oppresso.

Il povero, il debole, il perseguitato diviene, così, il credente per eccellenza.

La povertà è vista non come disgrazia ma come grazia.

I poveri sono i protagonisti sia perché sono i destinatari della buona novella sia perché è
attraverso di loro che Dio stabilisce il suo regno.

NUOVO TESTAMENTO:

La povertà di Gesù:

in Lui la povertà trova la sua attuazione e la sua suprema espressione.

Con Lui viene superata la concezione che vedeva la ricchezza come segno di benedizione di Dio. Al
contempo viene proclamata la Beatitudine.

La vita di Gesù e la sua persona ci trasmettono il suo insegnamento.

LA POVERTA’ DI GESU’

Povertà interiore: Gesù è il povero di JAHVE' , ciò che lo caratterizza è la sua confidenza (fiducia)
in Dio.

La sua povertà oltre che materiale è superamento alla pretesa di bastare a se stesso e che si
concretizza in umiltà, mitezza, semplicità.

Povertà ontologica: Incarnazione.

Come pro-cesso di spogliamento delle sue prerogative divine e di abbas-samento a livello della
natura umana ferita e indigente, umi-liata e sofferente (cfr. Fil. 2,5).

Egli, che è Dio, si fa creatura, cioè essere finito, limitato e, per di più, soggetto a tutte le
conseguenze del peccato, compresa la distruzione di se stesso con la morte. E' questo il mistero
incredibile della povertà di un Dio.

Povertà sociale : Scelta celibataria in un contesto culturale nel quale generare figli era una
aspirazione universale, anzi un dovere.

Avere una grande famiglia era considerato la più grande ricchezza e la sterilità una grande
umiliazione e disgrazia.

5
SIC 2020 – TEOLOGIA E SPIRITUALITA’ DEI VOTI

D'altra parte la tradizione giudaica era unanime nel ritenere vincolante per ogni uomo il precetto
della Genesi: "Crescete e moltiplicatevi" (1,28), fino al punto da affermare che "non procreare
significa versare sangue umano".

Scegliere il celibato, pertanto, significava non solo restare "poveri" e "incompiuti", ma rendersi
oggetto di condanna e di scherno.

Povertà e beni materiali : Gesù è (ha) voluto appartenere alla categoria dei poveri. Quando Luca
ricorda la purificazione della Vergine e il "riscatto" del bambino secondo la legge (Es 13,2.12)
parla esplicitamente di "una paio di tortore o due piccioni" (Lc. 13,2,12) che era l'offerta che i
poveri dovevano dare.(Cfr. Lev. 5,7)

Gesù non era ricco né benestante ma probabilmente stava meglio di tanti suoi contemporanei .

Egli ha evitato di assumere un tipo di povertà "scioccante" come quella del battista durante la vita
pubblica:

✓ Avevano una cassa comune ( Gv. 12,6)

✓ Ebbe amici ricchi (Lc. 19, 2ss; Gv. 11, 1ss; 3, 1ss)

✓ In caso di bisogno aveva risorse particolari ( Cfr. Mt. 17,24-27)

Non disdegnò partecipare ai banchetti dei ricchi (Mt. 9,10-13; Lc. 19,2 ss.)

La povertà di Gesù è un "essere per gli altri". Se Egli non ha niente per sé, non è perché lo ha
rifiutato o disprezzato, ma perché lo ha dato: il suo tempo, la sua dottrina, la sua pa-rola, la sua
gloria, la sua pace, la sua gioia, il suo corpo e il suo sangue, la sua vita intera.

A servizio di tutti che non gli lasciano nemmeno il tempo per mangiare, Gesù non fa altro che
dare e darsi. La sua povertà non è altro che incondizio-nata disponibilità nel compiere il servizio di
amore che il Padre gli ha affidato.

I suoi discepoli non erano ricchi però:

Avevano una barca in proprio (Mc. 1, 16-20 ; Mt. 4,18-21) o un lavoro o redditizio (Mc. 2,13;
Mt.9,9)

Gesù chiede di seguirlo ed anche il distacco reale dai propri bene e della propria famiglia (libertà
da vincoli o legami).

"Le volpi hanno le tane e gli uccelli del cielo hanno nidi, ma il figlio dell'uomo non ha dove
posare il capo" ( Mt. 8,20)

Gesù in effetti non aveva nulla di proprio e tutto attendeva dalla provvidenza del Padre,
provvidenza che non gli è mai mancata (Lc. 22,35).

In conclusione:

La povertà di Gesù è proclamazione di libertà, è richiamo a non lasciarsi asservire dai beni
materiali, costi quel che costi (cfr. Mt. 5,29‑30); l'uomo, infatti, vale immensamente di più che il
mondo intero (Mt. 16,26), e non sono i beni di questo mondo che lo potranno realizzare (Mt.
6,19‑21).

6
SIC 2020 – TEOLOGIA E SPIRITUALITA’ DEI VOTI

Al contrario, chi si attacca ad essi si chiude in se stesso, diventa schiavo del proprio egoismo e si
preclude la via della salvezza (Lc. 16.19-31; 12,16‑21). E questo gli darà un sereno dominio e una
su-prema libertà di fronte a tutto il resto. Anche in questo la po-vertà di Gesù è esemplare.

IN CONCLUSIONE:

Per quanto riguarda i beni terreni (danaro, amicizie, simpatia della folla) Egli ne usa solo nella
misura in cui possono servire allo stabilimento del Regno di Dio, e ne prescinde serenamente
quando non servono a tale scopo, mostrandosi totalmente libero da tutto il resto.

E' que-sta povertà‑libertà che Gesù vuole insegnare con il suo esem-pio e con la sua parola.

Ma non c'è libertà da, senza una li-bertà per, cioè senza un valore che la riempie e le dà
conte-nuto; e questo valore è il Regno di Dio.

CONTENUTI DELLA POVERTA EVANGELICA.

LA POVERTA' COME ACCETTAZIONE DEL PROPRIO ESSERE : UMILTA'

Povertà radicale : Essere creatura Quindi un essere dipendente

Un regalo che un altro ti fa

Povertà ontologica che diviene virtù quando è accettata e quando si vive secondo le sue esigenze

Essere creatura significa essere fatti da un altro, per un altro .

Significa concepirsi totalmente relativi a Dio e considerarlo l'unico assoluto della vita: perdere
l'ambizione di bastare a sé stessi.

Questo livello ontologico costituisce la povertà evangelica (Cristo per farsi povero ha assunto la
natura creata).

Questa povertà ontologica ci accomuna tutti, tutti dipendiamo da Dio creatore, assoluta parità
(fratelli).

Anche la povertà morale (limiti, debolezze, peccati) ci accomuna.

CONTENUTI DELLA POVERTA EVANGELICA.

LA POVERTA' COME ACCETTAZIONE DELLA VERITA' DEL PROPRIO DIVENIRE: OBBEDIENZA

Accettare la verità del proprio essere significa anche accettare la verità del proprio divenire.

L'uomo è povero perché è incompiuto, è un pellegrino in cammino verso una meta non ancora
raggiunta.

Tentazione: Volersi garantire il futuro, costruirlo a propria misura ponendo sé stesso come
criterio ultimo di valutazione.

L'uomo si propone come valore assoluto e si chiude all'infinito di Dio.

E' il peccato di Adamo che pretende di costruirsi secondo un proprio progetto.

7
SIC 2020 – TEOLOGIA E SPIRITUALITA’ DEI VOTI

Una povertà che si traduce in obbedienza:

Distacco dalle proprie idee / vedute.

Rinuncia alle certezze per aprirsi all' avvenire di Dio che è sempre nuovo ed imprevedibile.

CONTENUTI DELLA POVERTA EVANGELICA.

Povertà come superamento dell'istinto di possesso: Distacco- Libertà.

Peccato di Adamo, istinto di possesso come pretesa di appropriarsi del mondo e come ricerca
affannosa dei beni che ci circondano.

Le cose diventano il fine. Credo di realizzarmi nelle cose possedendole per cui ne divento
schiavo.

Per recuperare la libertà perduta bisogna ritornare a quell'atteggiamento iniziale che farà
guardare le cose non come una preda da conquistare ma come doni ricevuti.

Si tratta di avere quella libertà di spirito che comunemente si chiama distacco interiore.

Non significa disprezzo dei beni, è capacità di valorizzarli e di usarli come mezzi per la costruzione
del Regno.

Non basta il non avere, la mancanza.- Si può vivere nell'indigenza e nutrire al contempo un forte
istinto di possesso.

CONTENUTI DELLA POVERTA EVANGELICA.

La Povertà come superamento dell'istinto di dominio - servizio

L'uomo nel suo divenire si scopre come persona e cresce nella misura in cui entra in relazione
con gli altri.

La ricerca dell'altro nella misura in cui non si è superato l'istinto di possesso diviene lotta contro
l'altro che viene considerato non più un compagno di viaggio ma un concorrente che bisogna
sconfiggere .

L'accumulo di beni diviene un modo per privare l'altro di questi beni e quindi un modo per
alienarlo.

Secondo pericolo è quello di voler possedere l'altro quindi dominarlo togliendogli la libertà e
facendolo ruotare attorno noi stessi.

Non basta rinunciare a dominare, bisogna essere capaci di servire.

CONTENUTI DELLA POVERTA EVANGELICA.

Povertà come condivisione di beni: solidarietà - lavoro.

8
SIC 2020 – TEOLOGIA E SPIRITUALITA’ DEI VOTI

Riscoprire l'altro come compagno ed amico apre alla condivisione, significa ricevere e dare,
significa non impossessarsi dei beni ma usarli per il bene comune Questa condivisione non è solo
un dare qualche cosa ma dare attraverso una disponibilità personale. Significa mettere a
disposizione i propri doni, talenti, capacità. Saper ascoltare, dire una parola buona… in una parola
avere il cuore aperto verso l'altro.

Lavoro come mezzo di condivisione. Fatto con gli altri Fatto per gli altri.

CONTENUTI DELLA POVERTA EVANGELICA.

Dimensione materiale della povertà

SCELTA: Distacco interiore che nella generosità del dono diviene rinuncia effettiva .del superfluo
e uso parsimonioso del necessario .

In che cosa consiste il NECESSARIO?

Il Proprio giusto mezzo: è evidente che la scelta di povertà deve fare riferimento a tutta un
impostazione di vita .

Il criterio rimane sempre l'amore.

Per il Cristiano la Povertà ha un contenuto e una destinazione Cristologica

La Povertà di CRISTO si esplica nel suo abbassarsi ad essere noi..

Per noi la Povertà è rinuncia a noi stessi per essere Lui.

L'ideale per il cristiano non è la Povertà ma CRISTO.

LA POVERTA' RELIGIOSA

La povertà atteggiamento del cuore che investe tutta la vita fino a coinvolgere il possesso dei
beni materiali e la loro utilizzazione.

E' anche una condizione esterna, uno status sociale che si pone come requisito per arrivare alla
povertà. Povertà reale che si sceglie come mezzo per favorire la povertà spirituale e come segno
dell'adesione a CRISTO.

Fondamento biblico:

NUOVO TESTAMENTO: Povertà come condizione necessaria per accogliere il regno di Dio.

Nel regno di Dio si entra attraverso la fede intesa come fiducioso abbandono in Dio. - La fede
non è possibile per chi pone le sue sicurezze nei beni creati.

Chi trova un tesoro rinuncia a tutto per poterlo acquistare cfr. Lc. 12,33 - 34.

9
SIC 2020 – TEOLOGIA E SPIRITUALITA’ DEI VOTI

Questa rinuncia non è disprezzo dei beni ma riconoscimento del primato assoluto del Regno di
Dio.

Povertà evangelica è accoglienza del Regno e disponibilità totale a CRISTO..

Amore e fede sono autentici quando si è disposti a lasciare tutto per il Signore

Conseguenza della decisione di accettare la Signoria di CRISTO. – Non è quindi una scelta
personale ma accettazione di una sua richiesta.

Il giovane ricco del Vangelo (Mt. 19, 16 - 22)

Entrare nel regno è accettare di seguire Cristo fino in fondo

Accettare di rinunciare a tutto quando lui lo chiede e per il servizio che vuole

POVERTA' INDIVIDUALE CIC ( c.600)

Limitazione e dipendenza nell'usare e nel disporre dei beni. CIC (c.668,3)

Non basta essere soggetti ai superiori nell’uso dei beni ma occorre che i religiosi pratichino una
povertà esterna ed interna. (PC 13b).

Da cui segue il dovere di mettere in comune ciò che il religioso viene ad acquistare, secondo il
diritto proprio di ogni Istituto per cui è necessario che ogni Istituto indichi l'oggetto proprio del
voto, ci saranno molte differenze.

La più evidente: Alcuni Istituti chiedono la rinuncia anche al diritto di possedere con la
conseguente incapacità giuridica di mantenere ed acquistare beni (cfr. c 668,5), altri permettono
di mantenere la proprietà radicale ferma restando la limitazione e la dipendenza nell'usare e nel
disporre dei beni stessi.

VOTO DI POVERTA’

La prima e fondamentale dimensione della povertà religio-sa sta proprio nel fatto che, per una
speciale vocazione divina, un uomo sceglie di partecipare lo "svuotamento" di Cristo attraverso la
rinuncia anche a diritti fondamentali della persona. Pur sentendosi capace di amare e di essere
amato, di proiettarsi in un'altra persona, di fondare un focolare, di avere bambini e di educarli,
egli vi rinuncia per amore di Cristo, partecipando, così, in un modo più radicale la sua "povertà".
Capace di programmarsi in libertà la propria vita, egli è chiamato da Cristo a rinunciarvi e a
sottomettersi aldilà di ciò che ad altri è normal-mente richiesto; e anche questa è una forma più
radicale di partecipare la povertà di Cristo.

Capace di dominare e di usare con indipendenza e autonomia dei beni di questo mondo, egli è
chiamato da Cristo a ri-nunciarvi per mettere tutto a disposizione del Regno. E anche questo è un
modo radicale di partecipare la povertà del Signore. Se il primo modo di "imitare" Cristo e di
entrare nel suo mistero noi lo chiamiamo "castità" e il secondo "obbedienza", ciò non toglie che
l'uno e l'altro co-stituiscono una forma suprema di povertà. E questo mostra come non avrebbe
senso parlare di "povertà religiosa", senza includere, ed essen-zialmente, la castità e l'obbedienza
(cfr. p. 55‑57) (9).

10
SIC 2020 – TEOLOGIA E SPIRITUALITA’ DEI VOTI

POVERTA' INDIVIDUALE

Sottolinea che si tratta di una scelta volontaria per mettersi sulla scia di CRISTO, per partecipare
alla sua vita ed alla sua missione.

Una povertà che assimila a Lui, che rende capace - come Lui - di arricchire gli altri. Che è segno
eloquente della sequela di CRISTO (Pc 13a)

Deve essere coltivata con diligenza perché è un grande dono di Dio. - Se dono la povertà non può
essere ridotta né ad un dovere, né ad una obbligo.

E' un un mezzo prezioso che mette a nostra disposizione per renderci più partecipi della sua
libertà; della sua disponibilità, del suo amore.

"Prima ancora che essere un servizio per i poveri, la povertà evangelica è un valore in se stessa,
in quanto richiama la prima delle beatitudini nell'imitazione di CRISTO povero" (VC. 90a)

Nel Pc 13b si afferma: " Per quanto riguarda la povertà religiosa non basta essere soggetti ai
superiori nell'uso dei beni, ma occorre che i religiosi pratichino una povertà interna ed esterna".
Cioè affettiva ed effettiva .

Da qui in dovere della rinuncia personale: se l'uso delle cose dipende della obbedienza, il non -
uso dipende dal' iniziativa personale

La sottomissione che viene richiesta dalla povertà garantisce anche nell'uso delle cose una
libertà interiore, una difesa per non attaccarsi ad esse.

La norma della nostra povertà non è tanto una regola scritta ma l'amore per GESU'. Proprio
perché mi sono donata totalmente a Lui, non c'è più niente che io possa dire mio per il semplice
fatto che io non sono più mia.

Il nostro istinto di proprietà è così ben radicato che con molta facilità ci "riprendiamo" quanto
pensiamo di aver donato. -- Questo è mio… Il mio tempo…Il mio lavoro…Il mio apostolato…

Il fatto che non basta essere dipendenti è necessario sottolinearlo per non cadere nel legalismo e
ridurre la povertà. Il povero sa che nulla gli è dovuto. Bisogna prendere sul serio le piccole
esigenze della povertà: dipendenza, prontezza nell'assolvere il proprio lavoro, la cura dei beni
affidati…

Amare e coltivare la povertà significa anche essere disponibili a condividere la vita con i poveri per
tanto ad essere solidali. Concretamente questo significa accettare come grazia e non come
disgrazia qualsiasi opportunità di vivere una vita di povertà più effettiva.

Alle persone consacrate è chiesta una rinnovata e vigorosa testimonianza evangelica di


abnegazione e di sobrietà, in uno stile di vita fraterna ispirata a criteri di semplicità e di ospitalità,
anche come esempio per quanti rimangono indifferenti di fronte alle necessità del prossimo. Tale
testimonianza si accompagnerà naturalmente al amore preferenziale per i poveri e si manifesterà
in modo speciale nella condivisione delle condizioni di vita dei più diseredati. Non sono poche le
comunità che vivono ed operano tra i poveri e gli emarginati, ne abbracciano la condizione e ne
condividono le sofferenze, i problemi, i pericoli" (VC 90b).

Una delle componenti dello spirito di povertà è la disponibilità nel servizio disinteressato.

11
SIC 2020 – TEOLOGIA E SPIRITUALITA’ DEI VOTI

Fare il meno possibile e scansare ogni responsabilità nei momenti difficili è l'esatto contrario dello
spirito di povertà.

Non basta essere disinteressati e distaccati nel materiale, bisogna esserlo anche a livello affettivo:
continuare a fare del bene a chi non mostra gratitudine.

Povertà è anche rottura con l'egoismo e con la pretesa di realizzazione personale, è il


superamento del desiderio di avere cariche, privilegi, sicurezze.

Condivisione dei beni. Mettere in comune significa mettere a servizio degli altri per amore e
mettersi a servizio degli altri.

La povertà è una esigenza di comunità ed un mezzo particolarmente efficace per costruirla.

La comunità favorisce l'attuazione di una povertà veramente evangelica e umana perché permette
la rinuncia totale alle proprietà e all’ uso personale dei beni e al contempo assicura i mezzi
necessari di sussistenza e di apostolato evitando così la miseria.

E' relativamente facile evitare la ricchezza intesa come situazione socioeconomica di chi vive nel
lusso e si può permettere il superfluo.

Più difficile è stabilire il confine tra povertà e benessere senza confonderli.

Povero colui che ha l'essenziale ma non raggiunge il ivello di vita corrente della società in cui
vive.

BENESTANTE COLUI CHE RAGGIUNGE IL LIVELLO MEDIO DI VITA DEL PROPRIO AMBIENTE.

Per noi il rischio è di crederci poveri perché non siamo ricchi.

Un buon criterio per stabilire ciò che è necessario è il confronto con i poveri.

RISCHI DELLA POVERTÀ RELIGIOSA

La condivisione dei beni all'interno della comunità , il rapporto giuridico con il centro dell'Istituto,
l'assistenza in caso di bisogno portano il religioso a non vivere in uno stato d'insicurezza proprio
del povero. In un modo o nell'altro l'avvenire è assicurato. Da qui un triplice rischio:

✓ Indifferenza

✓ Imborghesimento.

✓ Legalismo: Sostituire il fiducioso abbandono alla provvidenza con la adesione ad una


Istituzione che non fa mancare il necessario. Si può superare nell'impegnarsi a cercare
veramente il regno di Dio e considerare tutto il resto un di più. La sicurezza offerta dal'
Istituto si deve trasformare in un richiamo costante e provocatorio alla generosità del
servizio.

✓ Indifferenza: Confondere il distacco interiore con l'indifferenza e la mancanza di


responsabilità circa la produzione dei beni materiali. ( Ce chi ci pensa !).

Il povero è colui che si guadagna da vivere con il frutto del proprio lavoro.-

12
SIC 2020 – TEOLOGIA E SPIRITUALITA’ DEI VOTI

Il povero evangelico lavora per vivere , ma anche per far vivere .

"I Religiosi si devono sentire soggetti alla comune legge del lavoro ( pc 13c).

Non basta accontentarsi di poco, questo poco bisogna guadagnarselo altrimenti perdiamo la
nostra dignità e diventiamo parassiti.

Anche il lavoro può diventare fonte di ricchezza (siamo tanti e possiamo accumulare)

Per evitare questo pericolo è necessario spendere per i poveri e per le necessità della Chiesa.

Imborghesimento : Acquistare insensibilmente una mentalità borghese fino a chiudersi nelle


propria e dignitosa povertà e diventare indifferenti di fronte ai fratelli più bisognosi.

Il religioso che fa voto di povertà per mettersi alla sequela di CRISTO deve partecipare anche alla
sua passione per i poveri fino ad amarli con lo stesso amore (cfr. PC 13e).

Il segno più chiaro di povertà sarà la capacità di capire i "bisognosi", di entrare in sintonia con
loro.

E' necessario fare tutto questo da poveri, non atteggiarsi a far da poveri, ma esserlo veramente.

E’ NECESSARIO UN SANO REALISMO

Religiosi come gruppo e come singoli.- Hanno una larga disponibilità di beni e di mezzi per la
formazione culturale e professionale e per la crescita spirituale.

Per alcuni è meglio non parlare di voto di povertà dato che questa è la mancanza di beni dovuti e
necessari quindi un male per la persona e condizione che in realtà non è scelta dai religiosi.

Fare voto di povertà costituisce un richiamo o una provocazione come lo sono le beatitudini.

Forme "diverse" di povertà

Essere poveri vorrà dire, allora, rendersi ad imitazione di Gesù mediazione della misericordia del
Padre verso i bisogni della umanità

Chi incontra Cristo che contempla sul monte, e si sente spinto a rendersi "luogo" dove Egli possa
continuare a vivere questo atteggiamento, vivrà la sua povertà riducendo tutto al necessario per
vivere e consumando la vita in sacrificio perché "la edificazione della città terrena sia sempre
fondata nel Signore e a Lui diretta, né avvenga che lavorino invano quelli che la stanno
edificando" (L.G. 46b). Una dimensione importante di questa povertà sarà proprio quella di vivere
nella oscurità della fede e di rinunciare in partenza a vedere i frutti del servizio che si sta
compiendo.

POVERTA' INDIVIDUALE

Chi incontra Cristo che predica la verità e converte i peccatori, sarà trascinato nel suo stesso
servizio, e vivrà la povertà innanzitutto come libertà di fronte a tutto e di fronte a tutti. Egli farà
particolarmente sua la norma da Cristo data ai predicatori del Vangelo: "gratuitamente avete
ricevuto, gratuitamente date" (Mt. 10,8).

13
SIC 2020 – TEOLOGIA E SPIRITUALITA’ DEI VOTI

Tutto sarà utilizzato perché il suo servizio alla propagazione del Regno sia compiuto sempre nel
modo più conveniente.

POVERTA' INDIVIDUALE

Chi incontra Gesù che cura gli ammalati, accoglie i deboli e gli oppressi, moltiplica il pane per gli
affamati, sarà spinto, anche lui, a fare altrettanto. Egli, allora, non solo non si disinteresserà dei
beni di questo mondo, ma cercherà di utilizzarli tutti e, anche, di moltiplicarli, perché gli ammalati,
i deboli, gli oppressi, gli affamati siano sollevati dalla loro indigenza e raggiungano condizioni di
vita più degne dell'uomo.

Egli sarà povero non solo perché riduce a poco quello che utilizza per sé, ma anche perché
dispone di molto da donare agli altri. Ed è precisamente la generosità nel donare che darà la
misura della sua povertà.

Restare poveri usando molti beni può anche non essere facile, ma è una delle testimonianze più
necessarie nella nostra società opulenta dove l'abbondanza dei beni, invece di aprire il cuore alla
generosità, fa chiudere sempre più gli uomini nel proprio egoismo.

POVERTA' INDIVIDUALE

Chi incontra Gesù che condivide la vita degli oppressi, degli emarginati e dei perseguitati sarà
spinto dalla forza interiore di una particolare grazia vocazionale, a diventare come Lui e a
condividerne la esperienza.

La sua povertà, allora, consisterà nel mettersi, nella condizione di coloro che in un determinato
contesto sono considerati "poveri", e accontentarsi di ciò di cui loro si "devono" accontentare.
Condividendo la loro vita, la loro insicurezza e le loro privazioni si mostrerà loro che, per il
cristiano, nessuna situazione è povera di beni spi-rituali e che, anzi, è proprio sui poveri che la
misericordia di Dio si china con particolare benevolenza.

Ma questo lo si po-trà fare solo se, vivendo la loro stessa condizione, ci si mostra ugualmente
riempiti di Dio e, perciò, partecipi della sua stes-sa beatitudine. L'annuncio del "beati i poveri"
diventa credi-bile e convincente se fatto da chi, essendo povero, si mostra beato!

TESTIMONIANZA

La testimonianza del religioso va data, come sempre han-no fatto i Santi, (da D. Bosco a Teresa di
Calcutta, all'umile frate che simpatizza con il barbone), soprattutto a livello di rapporto personale.

La migliore testimonianza di autentica ca-rità cristiana è data dalla nostra capacità di saper
incontrare davvero l'altro e di trattarlo come persona.

Quale è, dunque, il modo migliore per rendere compren-sibile e credibile la nostra povertà?

14
SIC 2020 – TEOLOGIA E SPIRITUALITA’ DEI VOTI

E' la solidarietà che dimo-streremo verso i bisognosi, attraverso un comportamento che manifesti
come la "scelta preferenziale per i poveri", che la Chiesa da tempo sta proclamando, non è
rimasta un puro slogan pubblicitario.

Riguardo, poi, alla povertà esterna, essa diventa secondaria e inevitabile, allo stesso tempo.
Secondaria, perché l’importante è la povertà interiore; inevitabile, perché l’uomo è una realtà
unica e, quindi, la semplicità di vita e l’austerità diventano un aiuto imprescindibile per rendere
possibile e credibile la povertà interna. Ecco perché, nonostante la sua secondarietà, essa è il
banco di prova (lo dimostra la storia!) della povertà interna e teologica.

Quando si è poveri non si può non riflettere su quanto si ha. Sebbene, per quanto si riferisce agli
aspetti più esteriori e materiali, bisognerà aver presente:

il momento storico in cui si vive,

il luogo o società in cui ci si trova,

e il carisma e missione da portare a termine.

Ciò che può essere austero in un’epoca, in un luogo o secondo un carisma, può non esserlo in un
altro o per un altro. La fedeltà creativa alle proprie radici vocazionali (cf. VC 36-37) e l’attenzione
vigilante e critica ai segni dei tempi (cf. VC 87-92), ci diranno come va capito e vissuto.

POVERTA’ COMUNITARIA

Una delle caratteristiche tipiche della povertà religiosa è quella della condivisione totale dei beni.
Si rinunci alla proprietà radicale o no, essi vengono messi tutti in comune, e nessuno può
accampare diritti personali sul loro uso e sul frutto del proprio lavoro.

Anche in questo la povertà è una imitazione radicale di quella di Cristo che ha passato la vita a
dare tutto quello che aveva. Mettere in comune è mettere a servizio degli altri per amore, e ciò
significa, identicamente, mettersi a servizio degli altri.

POVERTA’ COMUNITARIA

Il dare le cose non è che un segno dell'atteggiamento di oblazione personale nei riguardi degli
altri, in cui ogni religioso deve vivere (cfr. E.T. 21).

La povertà è una esigenza di comunità ed un mezzo particolarmente efficace per costruirla. Ed è


proprio la comunità che favorisce la attuazione di una povertà veramente evangelica e umana
perché, da una parte permette la rinuncia totale alla proprietà e all'uso personale dei beni e,
dall'altra, assicura i mezzi necessari di sussistenza e di apostolato, evitando, così, che ci si ritrovi
in "miseria".

POVERTA’ COMUNITARIA

E' necessario anzitutto ricordare che il "diritto a possede-re" da parte delle Comunità (Istituti) non
è assoluto. Il Con-cilio lo presenta come una "concessione", e lo lega, comun-que, a ciò che è
necessario per il sostentamento dei religiosi e per il sostegno delle opere (P.C. 13f). Se è difficile
15
SIC 2020 – TEOLOGIA E SPIRITUALITA’ DEI VOTI

stabilire ciò che è "necessario", è, però, chiaro che il diritto si riferisce solo a quello, e che,
pertanto, è un abuso (non un diritto) possedere cose inutili, superflue o non utilizzate per gli scopi
indicati.

Ne segue che ciò che non è necessario deve essere devoluto in beneficenza; e ciò non come
opera supererogato-ria di carità, ma come stretto dovere di giustizia (cfr. S.R.S. 31) legato, oltre
che alle esigenze generali del Vangelo, anche allo stesso voto di povertà, in forza del quale non si
ha diritto di possedere più del necessario.

Il Concilio lo insegna esplici-tamente quando afferma che gli Istituti "sono tenuti ad evitare ogni
forma... di accumulazione di beni" (P.C. 13f).

La Solli-citudo Rei Socialis, sulla scia della Populorum Progressio e dei Padri è ancora più
categorica (n. 31 e nota 60). Accumulare beni, dunque, è andare contro il voto religioso, oltre che
con-tro la carità, ossia la giustizia evangelica.

POVERTA’ COMUNITARIA

Un buon criterio per stabilire ciò che è "necessario" sarà proprio quello di confrontarsi con gli altri
poveri, e di parte-cipare, condividendoli, i bisogni della gente. La comunità si dovrebbe interrogare
di sovente su "cosa ha fatto" e su "cosa si può fare ancora" per i poveri; su "come vivono" e su
"cosa fanno affidamento" i poveri.

Il "grido dei poveri" continua a salire. E chi più dei religiosi deve essere ad esso attento e
la-sciarsi da esso interpellare? (cfr. E.T. 17)

16

Potrebbero piacerti anche