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DIRITTO DELLE SUCCESSIONI

LEZIONE n.1
Secondo libro del codice quello delle successioni è rimasto immutato dal 1939, uniche modifiche recenti non
sono in grado di modernizzare il sistema.
La successione è un fenomeno conseguente alla morte, senza la quale si considerano solo le successioni
societarie. Una morte provoca un problema di titolarità del patrimonio, il nostro ordinamento è strutturato per
evitare che non ci sia un successore. Non si può restare con i beni del defunto che rimangono reus nullio.
Questo sulla base della politica del diritto che vedono i beni oggetto di conflitto, dall’altro lato se i beni
diventassero dello stato difficilmente il soggetto provvederebbe ad accumularne, una tutela anche per
l’iniziativa del privato (non erano queste le parole)
I successibili art. 457 prima comanda la volontà del morto, unico negotio mortis causa è il testamento, la
prima volontà è quella del disponente, egli può disporre come meglio crede, potere abbinato alla facoltà può
cambiare idea tutte le volte che vuole. Non c’è un’aspettativa della controparte, è un negozio unilaterale
che può rimanere segreto fino al momento della morte. Vale a tutti gli effetti il testamento olografo dotato di
data, olografia e firma è sempre valido e il nostro ordinamento ha previsto una serie di impugnazioni qualora
ci sia una lesione della legittima o con altre modalità se ci sono dei vizi della volontà.
Il legislatore prevede degli ordini di forza in primis la volontà. La legge interviene solo quando la legge non
copre tutto il patrimonio. Il testamento che sia stato redatto in un momento in cui la parte non era pienamente
capace di intendere e volere, volontariamente contenga violazioni della legittima è valido fino
all’impugnazione. Ci sono termini differenziati in base al vizio impugnato, uno cinque dieci anni. La regola
forte è che se non c’è azione contro il testamento è valido.
A seguire la volontà c’è la legge, sussidiariamente, quando la volontà è espressa in parte o per niente. Senza
volontà la legge da l’ordine dei successibili. Successione per legge con eredi per legge
Terzo punto è il limite imposto dal legislatore della libertà di testare la legittima, limitazione che non rende
mai nulle le scelte del disponente che rimangono valide ed efficaci. Il legittimario che si lamenta è
strettamente personale. Successione necessaria che deve essere fatta valere.

Es. sposata con un figlio se non esprimo volontà metà dei beni vanno al figlio e uno al marito. Se ho una
sorella ci saranno un terzo al fratello o anche genitori.
Quando si apre una successione si han di fronte i chiamati all’eredità che solo una volta accettata l’eredità
diventano eredi.

Perché le regole della successione


Negli ultimi dieci anni si è lavorato molto sul provare ad anticipare il trasporto dei patrimoni, sono regole
vive che comunque hanno una parte molto stretta e connaturata al diritto mortis causa perché alcuni dei
rimedi posti ai legittimari riguardano anche gli atti tra vivi, non si tutela solo il passaggio a causa di morte.
Le strutture famigliari si sono estremamente modificate negli anni, nel 2016 legge Cirrinà che ha modificato
la struttura di moltissime situazioni regolamentando unioni dello stesso sesso e le convivenze.
Riforma della figliazione 2012/2013 vi era ancora disparità tra figli nati dentro al matrimonio o fuori,
non c’era rapporto tra più figli riconosciuti dallo stesso genitore ovvero tra nonno e figlio riconosciuto
perché creava solo il rapporto col genitore che effettuava il riconoscimento. In particolare, la riforma
della filiazione, operata con la l. 219/2012 e con il D.lgs. 154/2013 ha mostrato come la unificazione
dello status di figlio abbia inciso in maniera estremamente incisiva sul sistema delle successioni. In
particolare, la modifica dell’art. 74 c.c., costituendo la parentela anche nelle ipotesi di filiazione
extramatrimoniale, ha comportato una ridefinizione dei contenuti e delle categorie dei successori
legittimi.
Riforma 2016 famiglie fondate sulla convivenza e unioni civili, per le seconde rimandando alla
disciplina delle successioni in generale. La trasformazione dei modelli familiari, la diffusione delle
coppie di fatto e delle famiglie composite e ricomposte, in cui uno o entrambi i coniugi sono al
secondo matrimonio, l’apertura alle convivenze registrate impongono una riflessione sulla successione
basata sullo status del beneficiario, figlio o coniuge, senza tenere conto delle nuove relazioni sociali e
dell’importanza che vanno assumendo.
Le famiglie composite in cui i coniugi sono al secondo matrimonio comportano anche una
trasmissione orizzontale della ricchezza; infatti il secondo coniuge, per le tutele offerte alla sua
posizione ha diritto ad una quota importante del patrimonio del de cuius.

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Es. conviventi con beni in comune tutto intestato al defunto il convivente senza contratti di convivenza o
testamento è in successione ordinari senza prevedere il convivente e si cerca un ordine dei successibili.
I diritti degli eredi chiamati per legge sono dal 565 ess e art.506 la caduta residuale che vede come ultimo
successore lo stato.
Questa ha una funzione ben diversa di arricchire lo stato, ma una tutela dell’interesse collettivo per assicurare
una continuità nei rapporti giuridici del de cuius. Necessita di due presupposti il primo a carattere negativo
che no0n ci siano altri successibili e il secondo la cittadinanza italiana e che i beni siano nello stato italiano,
se sono all’estero e mancano i successibili c’è un conflitto di diritto, si valuterà l’ultima residenza. In Eu ci
sono due regolamenti che in base al paese di appartenenza ci sono determinate norme da applicare.

Es cugini di primo grado sono parenti in linea collaterale fino al quarto grado
Mio figlio e il figlio di mia cugina sono l’ultimo grado valido.

Si prevedono due concetti vocazione e delazione, uno a carattere soggettivo e uno oggettivo
Vocazione individuazione dei successibili
Delazione aspetto oggettivo quale l’offerta del compendio ereditario ai soggetti
Non è prevista una devoluzione, che li comprende entrambi, contrattuale perché sono vietati i patti successori
ex art.458 tutti i contratti che hanno oggetto successioni. Il divieto dei patti successori e la tutela dei
legittimari sono i due cardini del diritto successorio.
Ordine di lavoro: scelta del disponente – scelta del legislatore fatta sulla successione in base alle scelte
che avrebbe fatto una person a nel 1939 – rimedi di ristoro. Su questo ordine ci sono una serie di
meccanismi: indennità a succedere, escludere dalla successione qualcuno che si è comportato male ex
463 anche per colui che obbliga a testare, falsifica il testamento etc. la Rappresentazione dove se un
soggetto non c’è più e non ha voluto o potuto accettare l’eredità, la rinuncia prevede il blocco di
proseguimento per quella stirpe oppure la chiamata per rappresentazione.

La successione dello Stato, prevista dall’art. 586 c.c., ha la duplice funzione di tutelare l'interesse
collettivo alla conservazione dei beni del defunto e di assicurare la continuità dei rapporti giuridici del
de cuius. Affinché lo Stato divenga il successore legittimo di un soggetto devono essere compresenti
due presupposti: il primo, a carattere negativo, è la mancanza di altri successibili, il secondo, a
carattere positivo, è che il defunto abbia la cittadinanza italiana o quanto meno la residenza nello stato
italiano.
Quanto al requisito della mancanza di altri successibili, esso trova la sua ratio nel fatto che lo Stato è
successore solo per non lasciare che il patrimonio sia privo di un nuovo titolare, ossia acquista l'eredità
soltanto quando non possano operare né il meccanismo della successione testamentaria, né quello
della successione legittima.
La giacenza dell’eredità costituisce il naturale passaggio dei beni dal defunto allo stato. In particolare,
il curatore dovrà verificare se ricorrano i presupposti per la successione dello Stato, ai sensi dell'art.
586 c.c.

LEZIONE 08.03
Divieto dei patti successori
Divieto cardine del nostro ordinamento che si basa sull’art. 458, articolo magro con importanti informazioni
strutturali e che portano con sé anni di dottrina. Ricordiamo l’art.457 l’eredità si devolve per legge o
testamento, no per contatto e si connette con il principio della revocabilità delle disposizioni testamentarie ex
art 679. Una caratteristica delle successioni è che ha ad oggetto ciò che c’è nel patrimonio al momento della
morte, quod superest. L’irrevocabilità del contratto collide con l’oggetto di disposizione a causa di morte,
l’oggetto del contratto deve essere determinato e determinabile, in questi casi sarebbe determinabile solo al
momento della morte, non è un contratto ma una disposizione mortis causa vietata. Il contratto è evidente.
Ricordiamo poi il calcolo del patrimonio del morto si calcola vedendo l’avanzo dopo la morte e ciò che ha
donato in vita: relitto meno debiti più donato. Ciò che viene trasferito per contratto è esterno rispetto al
calcolo della legittima.
Natura giuridica dei patti: esistono tre tipologie di patti successori:
patti successori istitutivi mediante i quali un soggetto dispone contrattualmente, per il momento in cui
cesserà di vivere, dei beni rimasti nel suo patrimonio al momento della sua morte, si tratta della propria
morte. Contratto con il quale un soggetto, il futuro morto, opera una sistemazione del suo patrimonio per il
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momento in cui avrà cessato di vivere a favore di un qualsiasi altro soggetto che in quel momento futuro sarà
chiamato a succedergli. Il divieto non copre solo le fattispecie positive ma anche quelle negative ossia la
volontà di non includere o limitare una quota di un legittimario.
Es. per centomila euro ti nomino mio unico erede: istituzione contrattuale di erede
È un’esigenza primaria capire se il contratto può avere forme di validità: una giurisprudenza del 1971 ha
segnato una svolta nella definizione di negozio mortis causa: è un patto successorio se la finalità è quella di
modificare, costituire o trasmettere diritti successori di una successione non ancora aperta, se le cose oggetto
del contratto sono state riconosciute da entrambi i contraenti come entità successione o in essa ricompresi. Se
l’aspirante morte ha inteso provvedere alla propria successione privandosi dello ius penitendi, se l’acquirente
ha contratto o stipulato come avente diritto alla successione stessa, se il convenuto al trasferimento dal
promittente al promissario avrebbe dovuto ver luogo mortis causa. Quest’Ultimo può essere superato quando
lo stesso contenuto si attua tramite donazione.
Le due componenti che caratterizzano questi patti successori sono id quod supere e irrevocabilità:
id quod supere è soggetto ai più diversi mutamenti, non solo nell’ora per allora ma anche cosi: ho 10
appartamenti e ne dispongo solo uno a cuor leggero, ma se perdo gli altri nove quell’uno cambia il suo
valore.
La revocabilità se il potere di recesso spetta solo alla parte che muore, ho salvato il concetto di revocabilità
ma il contratto è valido? L’oggetto della successione rimane legata alla struttura contrattuale dove serve un
adempimento alla controprestazione che nel caso delle successioni sarà connotata dall’aleatorietà e dalla
necessaria componente potestativa. Va assicurata la libertà di revoca che tale non sarebbe se accetto una
controprestazione. La libertà testamentaria sta nella revocabilità come principio cardine che non genera
aspettative di diritto. Ricordiamo altre norme quali indennità a succedere dove chi ha indotto a fare,
modificare o revocare il testamento non può succedere, colui che ha subito dolo o violenza nel fare
testamento esso è annullabile.

Calcolo relitto più donatum meno debiti nel momento in cui dovessi usare il contratto, oltre al divieto ex 458,
un contratto successorio si scontrerebbe con altre disposizioni prima tra tutte la tutela della legittima
Un contratto successorio andrebbe in contrasto con altre norme dell’ordinamento: 457, i presidi sulla libertà
testamentaria, la tutela della legittima.
La promessa di istituzione che non è un patto ma è un atto del testatore, che presuppone un vero atto del
testato all’interno del testamento è una promessa inter vivos cosi come il patto successorio che ha ad oggetto
la promessa di istituire, ma se il patto successorio è obbligatorio il dubbio attiene la valenza di tale obbligo e
il risultato del testamento scritto in adempimento di tale impegno: il testamento è lesivo della sua libertà
testamentaria perché scritto pensando di essere obbligata. Se però ho fatto una promessa unilaterale che non
è idonea a creare un vincolo giuridico né a coartare psicologicamente la volontà. Se mi sento indotta a
scrivere testamento per quella dicitura il testamento non verrà considerato valido cosi come in caso di patto
successorio o promessa avente medesimo contenuto del testamento c’è ilrischio che venga considerato un
testamento coartato dai precedenti impegni ma dubbia è se rientra nel 624 violenza dolo o errore e potrebbe
essere per errore anche se a suo parere non risulta il riferimento giusto: il testamento esecutivo di un patto
successorio certamente non è un negozio libero, non c’è errore di diritto che come unica conseguenza ha
coartato il disponente, contrarietà ex 458.
Interpretazione estensiva: la libertà del disponente è un principio di ordine pubblico insuperabile.

Patti successori rinunciativi e dispositivi negozi inter vivos, perché hanno ad oggetto una disposizione di
beni che spettano al contraente ipoteticamente su una successione non ancora aperta, un’aspettativa su
successione altrui. Negozio con oggetto diritti che si acquisteranno all’apertura della successione: non sono
contrari al art. 457 bisognerebbe vedere la morte ha funzione causale o diversa. La dottrina ha cercato di
tracciare il confine tra contratti inter vivos dove la morte di una parte o di terza figura come condizione e
altri dove la morte ha funzione causale e sono nulli. L’evento futuro è incerto nel quandum. La difficoltà nel
distinguere la morte quale condizione, fine, termine o causa non è facile. Tutte le volte in cui la situazione
oggetto di regolamento non esiste fino a che la sua morte non avvenga, questa è causale facendo si che
l’oggetto si determini in conseguenza della morte.
Rinunciativi patti mediante cui l’erede ora per allora rinuncia l’eredità. Un erede legittimario o necessario,
unico interessato a rinuncia perché abbiamo un’aspettativa fondata sul diritto di legge che rinuncia in tutto o
in parte. I patti rinunciativi rendono possibile la programmazione della successione a favore di un soggetto
che senza rinuncia non sarebbe potuto arrivare alla successione. Si stabilizza e si ha certezza sul destinatario
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dei beni con ancora in vita il dante causa. L’idea è che se il morto fosse morto la rinuncia sarebbe stata
valida, ma nel caso in cui il dante causa è ancora vivo non sono validi perché la rinuncia ha per oggetto diritti
futuri dove solo successivamente nasceranno rientreranno nel patrimonio del disponente, non appartengono
al rinunciante e non è detto che siano nel patrimonio del disponente, e in più avrebbero ad oggetto un bene
non ancora determinato. La rinuncia all’aspettativa non è conforme in generale con i principi di diritto. Si
potrebbe parlare di rinuncia vera e propria solo quando il rinunziante fosse chiamato. La ratio di questo
divieto è che l’aspirante erede che non vuole ereditare, non si induca per inesperienza, prodigalità, eccesso di
disponibilità a disperdere le sostanze che potrebbe ereditare nonché invece disporre accordi socialmente
dubbi es. rinuncia a fronte di un compenso e che porterebbero alla iettatura della morte. La rinuncia
preventiva veniva usata per un’asse maschile.
Il nostro legislatore è un po’ badante e pensa che il disponente non sia in grado di disporre, cosi ci sono
queste cautele per aiutare. La regola aveva senso al tempo della sua promulgazione per favorire l’asse
ereditario maschile. La struttura degli strumenti alternativi al testamento è ampia e variegata vi rientrano non
solo il patto di famiglia ma anche donazioni con moria, sine moria, contratti fiduciari da usarsi dopo la
morte, trust etc. la struttura stabile si può avere con questi atti inter vivos che non richiedano la rinuncia
preventiva certo è che insuperabile la rinuncia non tanto alla successione quanto ai diritti del legittimario:
la rinuncia di un erede eventuale è gestibile con negozio inter vivos mentre quella del legittimario è più
complessa: es. tizio sposato con caia e ha due fratelli senza figli, caia e i due fratelli sono eredi, se vuole
lasciare tutto alla moglie lo può fare per testamento ma anticipatamente con donazione ed i fratelli mai
potranno lamentarsi perché gli eredi esclusi non sono legittimari.

LEZIONE 15.03
Successione legittima
Come abbiamo già accennato in altre lezione è la scelta del nostro ordinamento ogni qualvolta il morto della
cui successione si tratta non ha provveduto a regolare la successione. Regole predisposte per identificare un
erede tutte le volte in cui la persona della successione in questione non ha disposto. Gli articoli: art. 457 che
prevede che all’apertura della successione l’eredità si devolve per legge o per testamento, nello specifico
l’articolo dice che non si fa luogo alla successione legittima se non quando manca in tutto o in parte quella
testamentaria. Successione ab intestato, senza testamento, regola la successione fino al sesto grado. Facciamo
riferimento al titolo II libro II art. 565 e seguenti.
Le categorie dei successibili ex 565 prevede tre capi: successione dei parenti, del coniuge e dello stato. Il
secondo e il primo capo sono sovrapponibili nel senso che è prevista la successione del coniuge in concorso
con la successione dei parenti. Il capo terzo è strettamente sussidiario, ricordiamo come la successione
legittima assolva alla funzione socioeconomica, non è possibile che un bene il cui proprietario muore
rimanga privo di titolarità, anche per riguardo a terzi creditori. L’altro fondamento è la rilevanza sociale del
rapporto familiare, in particolare nel dover morale che ha ciascun individuo di provvedere alle esigenze
economiche della famiglia anche dopo la sua morte. La concezione di grande famiglia quella che arriva fino
al sesto grado è sfumata negli anni: nel ’39 quando è stato scritto il codice la famiglia si riteneva in senso più
ampio, diversa da oggi dove il sesto grado non è normalmente nella frequentazione di nessuno.
La successione legittima non è quella dei legittimari che chiamano necessaria e sono coloro che hanno diritto
anche contro la volontà del disponente. Non è una successione vera e propria, non si apre, ma è un modo
tecnico per definire il fatto che certi soggettivi devo comunque partecipare alla successione, non c’è
chiamata, sono gli eredi necessari che qualora non venissero chiamati potrebbero lamentarsi.
Situazione inversa di un problema di successione necessaria: sia tutte le volte in cui la successione
testamentaria sia quando c’è una successione legittima ma il disponente ha donato tutto in vita esaurendo
l’asse ereditario. Non per forza serve il testamento è trasversale ma non si apre è un modo per dire che ci
sono eredi oltre la volontà del morto che si basa sul titolo costitutivo morte e la tutela della famiglia, però
l’oggetto è ristretto, diverso. Nella successione legittima si considera solo ciò che residua al momento della
morte, le donazioni non sono considerate.
Ai sensi del 565 l’eredità si devolve a coniuge o unito civilmente, discendenti, ascendenti, collaterali dal
terzo e sesto grado e allo stato all’ordine stabilito dall’ordinamento. Ci sono degli ordini chiamata, l’ordine
precedente esclude l’ordine successivo. Abbiamo classi, ordini e gradi vige la legge della prossimità salvo il
caso della rappresentazione.
Parenti: art. 566 al padre e alla madre succedono i figli in parti uguali. Articolo riformato nel 2013 col
decreto 154 che ha dato attuazione alla legge del 2012 n. 119 riforma filiazione, togliendo la disparità di
trattamento tra figli legittimi o naturali. I figli sono tutti figli e uguali. Quanto alla riforma della figliazione
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aggiungiamo che il lgs ha operato per l’unificazione dello status, le situazioni erano differenziate solo
quando si andava a costituirsi lo status di filiazione. Nello specifico ce ne accorgiamo solo in ipotesi
residuali, in altri casi la riforma sarà più rilevante. C’era un rapporto di filiazione solo tra genitore e figlio,
senza risalire ad ascendenti né i fratelli. Art. 568 colui che muore senza lasciare prole, fratelli o sorelle o loro
discendenti succedono il padre e la madre in eguali porzioni, o il genitore che sopravvive. I genitori
succedono solo quando non ci sono figli né fratelli con figli. In realtà il 569 fa succedere i nonni ascendenti
in linea retta guardano la vicinanza di grado. La lettura del 568 va abbinata all’art. 570 a colui che muore
senza lasciare prole, ne genitori ne altri ascendenti succedono i fratelli e le sorelle in parti uguali. Per i
genitori fa l’ipotesi che non ci siano fratelli e viceversa con eccezione del 570 distingue i fratelli che hanno
tutti e due gli stessi genitori rispetto a quelli che ne hanno uno solo in comune. L’articolo sui concorsi tra
genitori e fratelli è il 571 tutti sono ammessi alla successione del medesimo per capi, purché in nessun caso
la quota in cui succedono i genitori sia minore della metà. Se entrambi i genitori non voglio entrare in
successione si procede verso gli ascendenti, normalmente la regola va verso i giovani.

Coniuge e unito civilmente


Il codice aveva una struttura patriarcale che mirava al mantenimento del patrimonio rispetto alla tutela del
coniuge, evitare che acquistasse il coniuge e che si disperdesse nella famiglia del coniuge. Col codice del 42
il coniuge aveva solo l’usufrutto, mai la piena proprietà e l’aveva a titolo di legato dove i figli potevano
commutare in rendita vitalizia. Col venir meno l’esigenza del passato, la posizione del coniuge è stata
rivalutata ex riforma 1975. Da usufruttario per legato ex lege suscettibile pure di commutazione in solo
rendita è divenuto un erede legittimo, necessario non commutabile e con un ulteriore legato ex lege ex 540
c.2 gli dà diritto di abitare nella casa coniugale e utilizzare i mobili che la corredano per poter mantenere la
medesima vita, nella medesima casa in cui si è svolta la vita coniugale. Diventa il protagonista della
successione. Il rafforzamento e ampiamento stante il riconoscimento dei diritti è incredibile perché si discute
se il 540 c.2 vada a gravare sulla disponibile e non solo sulla sua quota. Oltre alla legittima questo diritto.
Cassazione del 2013 chiarisce che il 540 c.2 è un diritto che spetta non solo in presenza di successione
testamentaria ma anche in successione legittima e il valore deve essere stralciato dall’asse ereditario e poi
procedere alla divisione di quest’ultimo tra i legittimi come se fosse prelegato.
La questione è pratica se il de cuis ha debiti, il fatto che il coniuge sia legatario ex lege significa che anche se
continua a vivere nell’immobile non è possessore dei beni ereditari e potrà sempre accettare con beneficio di
inventario e non si considererà decaduto perché? Gode i beni a titolo di legato e questo si accetta senza
bisogno di atto o gesto purché non ci sia la rinuncia. Il titolo di legatario ex lege non ha i termini brevi per
l’accettazione con beneficio di inventario di tre mesi, come succede ha chi è in possesso di bene ereditari, ma
è a titolo proprio.
Art. 581 concorso del coniuge con i figli: in caso di concorso del coniuge con i figli, il coniuge ha diritto
alla metà dell’eredità se alla successione concorre solo un figlio e a un terzo negli altri casi. Il concorso con
ascendenti legittimi, fratelli e sorelle anche se unilaterali, determina la devoluzione a favore del coniuge
superstite dei 2/3 eredità. La mancanza di questi fa sì che il coniuge superstite erediti tutta l’eredità.
Attenzione: coniuge con figli abbiamo quote differenziate se il figlio è uno o più di uno. Coniuge senza figli
prende 2/3 il restante fratelli sorelle e ascendenti e questo normalmente uno non se lo aspetta, lascia una
disparità di trattamento delicata nei confronti degli uniti civilmente che secondo la legge 76/2016 non hanno
diritto ad accedere procedure di filiazione, rendendo normale il concorso tra fratelli sorelle e genitori. Il
testamento po’ rompere la legittima. Ex 582 che lascia una serie di problematiche aperte:
Coniuge putativo art. di Rif. 128 se il matrimonio è dichiarato nullo gli effetti del matrimonio valido si
producono in favore dei coniugi fino alla sentenza che pronuncia la nullità quando i coniugi l’hanno
contratto in buona fede, oppure il loro consenso è stato estorto. Se le condizioni si verificano solo per uno di
loro, gli effetti valgono soltanto a favore di lui e dei figli: processo in corso per matrimonio putativo, la parte
che ha contratto in buona fede sopravvive al coniuge in mala fede. Il primo può concorrere con un altro
coniuge ad esempio, perché il primo matrimonio era nullo per bigamia. Il coniuge putativo è comunque
escluso.
Coniuge separato è chiamato all’eredità come se non fosse separato, l’unico caso in cui non è chiamato
all’eredità è qualora sia intervenuta una sentenza di separazione allo stesso addebitata. In questo caso ha
diritto ad un assegno vitalizio se al momento dell’apertura godeva degli alimenti a carico del coniuge
defunto. Il coniuge a cui è stata addebitata la sentenza non è escluso, poteva esser nominato erede.
Se è già intervenuto il divorzio, il coniuge divorziato non è chiamato all’eredità.

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La legge 76 ha equiparato l’unito al coniuge, le regole sono le medesime con attenzione: no concorrenza tra
figli e l’unito (i primi potrebbero risalire a prima dell’unione), l’unito separato non può succedere (viene
meno l’unione civile con la separazione).
Cosa succede alle coppie non sposate? L’uno succede all’altro? La legge 76 del 2016 ha ugualmente disposto
delle convivenze, ma la legge non ha attribuito al convivente nessun diritto successorio. C’è una disposizione
improntate con oggetto la casa famigliare simile al 540 ma non è vitalizio, il lgs ha previsto che il convivente
possa continuare a vivere nella comune casa di residenza se il defunto ne era proprietario, ma per due anni o
per un periodo pari alla convivenza se superiore ai due anni ma non superiore a 5,il convivente può prevalere
sui diritti dei figli per quel determinato periodo.

Un bene alla morte non può rimanere senza proprietario l’art. 586 dispone che i beni qualora non ci siano
parenti fino al 6’ sarà devoluto allo stato. Acquisto a favore dello stato che avviene di diritto, non risponde
dei debiti o dei legati oltre il valore dei beni acquistati. Potrebbe esserci un legato senza nomina di erede, il
legatario non è erede si prende il bene legato e tutto il resto va allo stato.

Vocazioni legittimi anomale


Sono una scelta del lgs per deviare inderogabilmente rispetto alla struttura tradizionale della legge i principi
che orientano la successione legittima. L’anomalia può essere di tipo: soggettivo o oggettivo
Vocazioni anomale oggettive è per evitare il frazionamento di determinati beni che fanno parte dell’asse
ereditario. Es. vaso chiuso, compendio unico che comportano indivisibilità del terreno agricolo.
Vocazione anomale soggettive alterazione dell’ordine dei successibili per coinvolgere soggetti che non
sarebbero i destinatari della successione legittima es. ho un contratto di locazione di mobili urbani o un
divorzio con assegno periodico a carico dell’eredità a favore del coniuge divorziato superstite ho delle
modifiche del destinatario della successione solo su quel bene.

Ricordiamo poi i meccanismi di acquisto iure proprio: ci sono diritti che non rientrano in successione, ma
che vengono acquistati dal beneficiario direttamente es. assicurazione o diritto morale di autore.

L’indegnità
Causa di rimozione dalla chiamata ereditaria ad opera di legge. L’indegno è una persona che a causa della
sua condotta verso il morto non è ritenuta meritevole di succedergli. Il lgs ha previsto una serie di
comportamenti riprovevoli, per lo più reati, non atteggiamenti casalinghi quotidiani, in presenza di questi
dichiara escluso come indegni chi ha tenuto questi comportamenti, grave offese alla persona o alla libertà
testamentaria del de cuios. Il fondamento dell’istituto non è soggettivo, ma oggettivo per la gravità degli atti
compiuti e per la riprovazione morale che il lgs ha voluto applicare a tali attività. Il presupposto soggettivo
dell’indegnità è un presupposto che il lgs ha ritenuto che il morto se avesse saputo l’avrebbe escluso,
presunzione superabile da una chiamata espressa da parte del morto. La cassazione ha qualificato l’indennità
come secca causa di esclusione dalla successione, ha strutturalmente spostato dai punti dove si prevedono le
incapacità relative: se i beni fossero acquistati dall’indegno nella ipotesi dell’incapacità relativa entrerebbero
nella sua sfera giuridica patrimoniali e devoluti ai suoi successori, nella causa di esclusione dalla successione
sono devoluti ai chiamati in subordine
Natura giuridica art. 463 ss sanzione civile con fondamento pubblicistico ma è personale, la
rappresentazione in linea di principio dovrebbe essere salva. Tassativi i casi di indegnità che necessita di una
sentenza.
L’indegnità si fa valere all’apertura della successione, azione apposita a far valere l’indegnità a succedere,
bisogni che gli altri dicano sia indegno. Azione che ha un termine decennale che decorre dall’apertura della
successione, mentre se il fatto è posteriore da quando si viene a conoscenza es. n.5 463 chi ha soppresso o
celato testamento. L’azione di indegnità potrà essere esperita solo dopo l’apertura anche per atti che possono
esser compiuti anteriormente es. ha ucciso il coniuge o un discendente. Chi è legittimo a far valere
l’indegnità? Solo il chiamato in sub ordine o anche gli altri chiamati? Nel momento in cui diciamo che
l’azione ha natura personale e divisibile avrebbe più senso che esperiti sono solo i chiamati in subordine che
avrebbero un interesse diretto. Ma essendo una causa di esclusione comporta il passaggio dell’eredità a colui
che abbia il diritto di conseguirla in luogo dell’indegno e esperendo l’azione d’indegnità accettano l’eredità
senza una dichiarazione formale. Ci sono anche quelli che sarebbero successibili per rappresentazione
oppure i successibili per sostituzione testamentaria e infine anche coloro che in via surrogatoria avrebbero

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diritto a succedere all’eredità in luogo dell’indegno, i creditori, atteso che il lgs voleva dare una sanzione
personale che non devono subire terzi.
La legittimazione passiva spetta soltanto all’indegno che ha accettato l’eredità, se non accetta rimane
chiamato allora la domanda che si può fargli è “intendi accettarla” se così non fosse non serve azione di
indegnità. Mira a ottenere il rilascio dell’eredità acquistati dall’indegno e obbligo di restituzione dei frutti
acquistati nel mentre. La situazione è quella del chiamato che non può o non vuole accettare l’eredità,
applico sostituzione, rappresentazione e accrescimento. Se non ho né sostituti ne chiamati per
rappresentazione ne eredi per accrescimento vado per ordine di eredi legittimi. Chi propone l’azione sta
accettando l’eredità. I termini di accettazione non corrono in danno dei chiamati ulteriori se l’indegno ha
accettato l’eredità fino a quando sarà pronunciata.
Le cause indegnità più frequenti sono alterazione, distruzione o induzione al testamento dove possono essere
frutto di una controversia.
Cosa succede verso i terzi? Se il successore dichiarato indegno ha acquistato i beni e questo ha venduto il
bene? Sono validi gli atti di ordinaria amministrazione, invece dispositivi a titolo gratuito cadono. Se invece
sono stati caratterizzati dall’onerosità sono validi perché ricorrono i presupposti ex 534 acquisto compiuto a
titolo oneroso dal terzo che provi di aver contratto in buona fede con l’erede apparente, il terzo è salvo a
meno che conoscesse la causa di indegnità o gli eventi che hanno portato a tale causa. Oggetto di restituzione
sarà la contropartita percepita.
La riabilitazione dell’indegno ha natura giuridica di regolamento successorio, può essere contenuta nel
testamento, negozio unilaterale non recettizio e irrevocabile perché ispirato al perdono. Contenuto personale
che non può essere demandato, negozio formale. La riabilitazione non vale se si comprova l’esistenza di
errore, violenza o dolo la sanzione è che la riabilitazione è nulla e non convalidabile. L’indegno non
espressamente abilitato come tale e contemplato nel testamento è ammesso a succedere nei limiti della
disposizione testamentaria. In ogni caso la disposizione testamentaria non è una riabilitazione ma una
disposizione testamentaria che ammette a succedere l’indegno: indegno chiamato per testamento.

LEZIONE 22.03
Accettazione dell’eredità
Il legislatore del 1942 ha stabilito espressamente, all’art. 459 c.c., che l’eredità si acquista con
l’accettazione. Pertanto, l’effetto immediato della delazione non è l’acquisto della eredità ma solo il diritto
di poterla accettare. Ci sono due presupposti: la morte: primo presupposto, in ordine cronologico, per potere
accettare un’eredità è l’apertura della successione che, ai sensi dell’art. 456, si ha al momento della morte di
un soggetto. Una eventuale accettazione intervenuta in un momento precedente sarebbe nulla per mancanza
dell’oggetto. Secondo è la delazione: letteralmente l’offerta è il secondo presupposto indefettibile per
accettare l’eredità. Con essa si ha la devoluzione dell’eredità in favore dell’accettante. 
La stessa può essere attuale nei confronti dei primi chiamati o potenziale nei confronti dei chiamati sotto
condizione sospensiva o ulteriori, quali quelli che subentrano per rappresentazione, o successivi quali, ad
esempio, i sostituiti. La giurisprudenza afferma che nel periodo di pendenza per l’accettazione dell’eredità da
parte dei primi chiamati, i chiamati ulteriori possono validamente accettare l’eredità, fermo restando tuttavia
che l’efficacia dell’accettazione è subordinata all’attualità della delazione in loro favore. 
Con l’accettazione il chiamato alla eredità (rectius delato) cessa di essere tale e diviene erede.  

Effetti: Al fine di impedire qualunque soluzione di continuità tra i rapporti che facevano capo al de cuius e
quelli acquisiti dall’erede in virtù dell’accettazione, il nostro diritto positivo, così come disciplinato dall’art.
459 c.c., sancisce il principio della retroattività degli effetti dell’accettazione: l’erede, diviene titolare del
patrimonio ereditario e rientra in tutti i rapporti giuridici che facevano capo al de cuius fin dal momento in
cui si è aperta la successione, anche se l’accettazione non può che intervenire in un momento successivo. 
Soggetti legittimati all’accettazione: delati: soggetti naturalmente deputati ad accettare l’eredità sono
i delati immediati o in subordine. Gli stessi però, tenuto conto che l’accettazione, a differenza del testamento,
non è un atto personalissimo non sono gli unici abilitati a poter compiere, con varie modalità, tale atto. 
Rappresentante legale o volontario: i rappresentanti legali e i rappresentanti volontari possono, con
determinate modalità ed entro certi limiti, accettare l’eredità. Il creditore: Non è ammesso che i creditori
dell’erede possano agire in via surrogatoria, ai sensi dell’art. 2900, qualora l’erede rimanga inerte. .Le
principali argomentazioni sono che i creditori hanno sia il rimedio dell’actio interrogatoria, di cui all’art.
481, sia quello della impugnazione della rinunzia, disciplinato dall’art. 524 c.c. Più precisamente, sarebbe
lo stesso art. 524 c.c. ad escludere, quale rimedio alternativo, il rimedio generale della surrogazione. Inoltre,
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è stato affermato che nella formula dell’art. 2900 c.c., ovvero nei diritti che spettano verso i terzi al proprio
debitore, non rientra il diritto di accettare l’eredità e che lo stesso ha natura di diritto potestativo, non
compreso nello schema dell’art. 2900 c.c., che presuppone un obbligo e non una mera soggezione. Inoltre, il
diritto di accettare l’eredità è strettamente inerente alla persona del chiamato, il quale può avere anche un
interesse morale a rinunziare. Viceversa, è pacificamente ammesso che l’accettazione di una eredità dannosa
sia suscettibile, ai sensi dell’art. 2901 c.c., di revocatoria da parte dei creditori dell’erede. Infatti, chi agisce
in revocatoria deve dare soltanto la prova del pregiudizio che l’accettante abbia arrecato ai suoi creditori e
non quella della partecipatio fraudis ordita dai creditori del defunto. Curatore fallimentare: la
legittimazione del curatore fallimentare ad accettare l’eredità è espressamente disciplinata d.l. 9.1.2006, n. 5.
La ratio di tale norma trova la sua giustificazione nella natura stessa del fallimento che priva il fallito della
disponibilità del suo patrimonio. Parte della dottrina, tuttavia, riconosce al fallito la possibilità di rinunciare
all’eredità per ragioni morali. In tal caso, infatti, la tutela dei creditori sarebbe in ogni caso, assicurata
dall’art. 524 c.c. che consente di impugnare la rinuncia. Curatore dell’eredità giacente: il curatore
dell’eredità giacente non può accettare, in nome e per conto del chiamato o dei chiamati, l’eredità di cui è
stato nominato curatore, non avendo la rappresentanza di tali soggetti. Egli, infatti, ha maggiori poteri del
chiamato, con riferimento al contenuto dell’amministrazione, ma, allo stesso tempo, a lui non sono attribuite
determinate facoltà che competono al chiamato. Così, mentre il chiamato può accettare l’eredità a lui
devoluta, il curatore non può accettare l’eredità, in nome e per conto del chiamato, né può sollecitare il
chiamato ad accettare, esperendo l’actio interrogatoria. 

Tipi di accettazione 
Il nostro ordinamento conosce vari tipi di accettazione: pura e semplice o con beneficio di inventario;
espressa o tacita e, inoltre, presunta e legale. Le norme di riferimento sono, in ordine cronologico, l’art.
470 c.c., relativo all’accettazione pura e semplice e con beneficio di inventario; l’art. 474 c.c., relativo ai
modi di accettazione, l’art. 475 c.c., che disciplina l’accettazione espressa; l’art. 476 c.c., relativo
all’accettazione tacita, gli artt. 477 e 478 che contemplano la donazione, la vendita e la cessione dei diritti di
successione, nonché la rinuncia che importa accettazione; l’art. 485 2° comma, relativo al chiamato che è nel
possesso dei beni e che non compie l’inventario ed, infine, gli artt. 527 c.c., che disciplina la sottrazione dei
beni ereditari, e 586 c.c., relativo all’acquisto dei beni da parte dello Stato. 

Accettazione espressa 
L’accettazione è espressa quando, in un atto pubblico o in una scrittura privata, il chiamato all’eredità ha
dichiarato di accettarla o ha assunto il titolo di erede. Essa consiste in una dichiarazione espressa di volontà
diretta a produrre, come effetto, l’acquisto della eredità stessa. Natura giuridica: Anche se la maggior parte
dei suoi effetti sono stabiliti dalla legge, è un negozio giuridico che rientra nella categoria dei negozi per
adesione. Tale categoria negoziale presuppone una precedente offerta che, nel caso di specie, è rappresentata
dalla delazione rispetto alla quale l’accettazione rappresenta il negozio conclusivo di una fattispecie a
formazione progressiva. È un atto inter vivos in quanto i suoi effetti si producono in considerazione dell’atto
di accettazione e non della morte. È unilaterale in quanto l’accettazione rimane un atto a sé stante, autonomo
e indipendente. Non è un atto recettizio in quanto non deve essere né comunicato né notificato ad alcuno. È
un actus legitimus in quanto non tollera né l’apposizione di termini né di condizioni. La ragione di questi
limiti va ricercata nell’esigenza di tutelare tutti i terzi contro il sorgere e il perdurare di uno stato di
incertezza. È un negozio formale in quanto deve essere contenuto in un atto pubblico o in una scrittura
privata. Tenuto conto dei requisiti formali, non è ammessa, ed è quindi priva di rilievo giuridico,
un’accettazione verbale. La stessa non varrebbe, infatti, neanche quale accettazione tacita la quale in ogni
caso scaturisce da un atto dispositivo, o è scritta in un negozio di qualunque genere o è tacita e viene
conclamata e concreta con un atto dispositivo di un bene parte dell’eredità. I rappresentanti legali per
effettuare l’accettazione devono essere autorizzati dal giudice tutelare, le ipotesi sono quelle dell’art. 320
relativo ai genitori, dell’art. 374, n. 3 relativo al tutore e infine dell’art. 394 terzo comma, c.c. relativo al
curatore. Il delato può anche nominare un rappresentante volontario con procura. Non vi è alcun dubbio
che la nomina possa avvenire con una procura speciale ovvero generica (ad accettare qualunque eredità sarà
devoluta al rappresentato). 
Dubbi sussistono circa il rilascio di una procura generale, si teme che l’oggetto possa essere considerato
indeterminato. In virtù del principio cambiare idea non si può essendo la successione mortis causa è la
continuazione dei rapporti giuridici del defunto) l’accettazione è irrevocabile, ma non personalissimo.  

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Nullità dell’accettazione parziale 
L’art. 475, terzo comma, c.c. dispone la nullità dell’accettazione parziale della eredità. Il principio è
collegato a quello previsto dall’art. 520 c.c., che vieta la rinunzia fatta solo in parte. Il vigente ordinamento
giuridico non prevede una distinta accettazione della eredità a seconda del titolo della delazione,
testamentaria o legittima, ma un solo diritto di accettazione che ha per oggetto il diritto alla eredità e non il
titolo della delazione ereditaria. Non cambia a seconda del titolo. L’accettazione della eredità da parte del
chiamato ab intestato, avendo per oggetto il diritto della eredità e non il titolo della delazione ereditaria,
estende i suoi effetti anche alla delazione testamentaria eventualmente dovuto alla successiva scoperta di un
testamento, in relazione alla quale non è conseguentemente configurabile una autonoma prescrizione del
diritto di accettazione. Unica deroga consiste nel fatto che la rinuncia del chiamato all’eredità alle
disposizioni testamentarie a titolo particolare non gli impedisce di chiedere l’esecuzione della successione
legittima, che – venuta meno per qualsiasi ragione la successione testamentaria – diviene operante. Es. legato
che può acquistare il legato e rinunciare all’eredità che gli spetta, sono due differenti chiamate una a titolo
generale e una particolare

Accettazione tacita  
A differenza della rinuncia alla eredità, che può essere solo espressa, l’accettazione può essere anche tacita.  
Il più delle volte i soggetti chiamati all’eredità non avvertono la necessità, per sentirsi eredi, di compiere un
atto formale di accettazione. Il semplice possesso dei beni, la continuazione dell’attività del defunto e,
soprattutto, la presentazione della dichiarazione di successione con il pagamento delle relative imposte
sono attività che, per il comune sentire, costituiscono accettazione di eredità.  
Il principio della continuità delle trascrizioni viene spesso assicurato con l’esecuzione della trascrizione di
un atto dispositivo ai sensi degli artt. 476, 477 e 478 c.c. piuttosto che con una dichiarazione di accettazione
espressa dell’eredità che è un negozio poco diffuso, salve le ipotesi di accettazione con beneficio di
inventario. Se i beni sono mobili il possesso vale titolo, si possono dare prove es. denuncia di successione e
pagamento imposte, sotto i centomila euro e priva di immobili non serve una denuncia di successione.
Quando un soggetto dispone per la prima volta dei beni derivanti dalla eredità riceverà una pubblicità.
Presupposti dell’accettazione: ex art. 476 si evincono i due presupposti richiesti dal legislatore per
accettare tacitamente l’eredità:
il compimento da parte del chiamato di un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di
accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede. Vendo un bene parte dell’eredità
dopo di che si ricostruiscono a ritroso i passaggi possessorio, il compimento dell’atto deve essere dispositivo,
non di mera manutenzione, il secondo tipo di atto consente di definire gli atti compiuti dal chiamato nella
qualità diversa di erede: al coniuge spetta il diritto di abitare della casa famigliare: se dispone della cada
pagando le bollette non è erede ma legatario. Se l’erede è socio della società di cui il defunto era titolare ed
anche comproprietario di un bene l’atto dispositivo del terreno in comune verrebbe compiuto non come erede
ma comproprietario. Chi dispone ha un altro titolo per disporre del bene o è erede?
Con il primo requisito la norma precisa le caratteristiche dell’atto che deve essere di disposizione e non di
mera gestione conservativa; con il secondo definisce il perimetro nel quale l’atto di disposizione varrebbe
accettazione. Infatti, vi possono essere atti dispositivi che il chiamato compie in una qualità diversa da quella
di erede. È il caso dell’erede che è anche socio amministratore della società del defunto oppure dell’erede
che, oltre ad essere tale, è anche comproprietario di un cespite ereditario. In tali casi vi sarebbe solo il primo
requisito (atto dispositivo che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare) ma, poiché l’atto
verrebbe compiuto ad altro titolo, mancherebbe il secondo (che non avrebbe il diritto di fare se non nella
qualità di erede). In altri termini, nei suddetti esempi, gli atti dispositivi verrebbero posti in essere non in
qualità di erede bensì in quella di socio o di comunista. 
Natura giuridica: l’accettazione tacita è un semplice atto non negoziale. Sono sufficienti i requisiti
legislativamente richiesti per aversi accettazione a prescindere dalla volontà di accettare. L’acquisto
dell’eredità, secondo tale orientamento, si determina anche in presenza di una riserva espressa volta a non
volere assumere la qualità di erede. 

Accettazione Presunta 
Parte della dottrina considera le fattispecie contemplate dagli artt. 477 e 478 non casi tipici di accettazione
tacita ma un tertium genus di accettazione c.d. presunta. Si tratterebbe, quindi, di un’eccezione al principio
sancito dall’art. 474 c.c. a mente del quale esistono solo due modi per accettare l’eredità: l’accettazione
espressa e l’accettazione tacita. Anche la giurisprudenza ha negato l’identità di natura tra l’accettazione tacita
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disciplinata dall’art. 476 c.c. e le fattispecie di cui agli artt. 477 e 478 c.c., confermando la categoria
dell’accettazione presunta, accanto a quella espressa e a quella tacita. 
Il compimento di uno degli atti di cui agli artt. 477 e 478 c.c., a differenza della previsione dell’art. 476 c.c.,
comporta, in ogni caso, l’acquisto della eredità. Pertanto, non occorrerà da parte del giudice alcuna attività
volta ad interpretare tali comportamenti per verificare la rispondenza ai requisiti richiesti dall’art. 476 in
quanto è lo stesso legislatore che ha direttamente collegato ad essi l’acquisto della eredità.  
Inoltre, gli articoli in esame sanciscono il principio della indisponibilità della delazione.  
Si è opportunamente precisato che i contratti di cui all’art. 477 c.c. comportano accettazione anche se
sottoposti a condizione o a termine nonché se stipulati in forma preliminare. Infatti, a prescindere sia
dalla forma (definitiva o preliminare) sia dall’apposizione di elementi accidentali, essi sono atti che
presuppongono necessariamente la volontà di accettare da parte del chiamato e che lo stesso non avrebbe il
diritto di fare se non nella qualità di erede. Le fattispecie che l’art. 478 c.c. prende in considerazione sono
due: la rinuncia fatta verso corrispettivo; la rinuncia senza corrispettivo a favore di alcuni soltanto dei
chiamati. Non sono rinunce, esse solo formalmente sono rinunce mentre, in realtà, sono dei negozi indiretti
attraverso i quali si intende, utilizzando un meccanismo alternativo alla donazione, avvantaggiare determinati
soggetti. L’art. 478 c.c., quindi, fa riferimento alle c.dd. rinunce traslative o bilaterali, riconducibili allo
schema della vendita dei diritti di successione, e non alla rinuncia vera e propria. Non rientra, invece,
nell’àmbito dell’art. 478 c.c. la rinuncia senza corrispettivo (gratuita) a favore di tutti i chiamati. Essa, infatti,
è una rinuncia abdicativa vera e propria disciplinata dall’art. 519, secondo comma.

Accettazione Legale 
Esistono, infine, tre fattispecie particolari che la dottrina di volta in volta, ha considerato ipotesi di acquisto
senza accettazione o accettazione ipso iure. Esse sono: il possesso dei beni ereditari da parte del chiamato
e l’infruttuoso decorso del termine per il compimento dell’inventario oppure per la dichiarazione di
accettare con beneficio di cui all’art. 485, secondo e terzo comma, c.c.; La sottrazione dei beni ereditari di
cui all’art. 527 c.c.; L’acquisto dei beni da parte dello Stato di cui all’art. 586 c.c. 
 
Termini per accettare l’eredità 
Il primo comma dell’art. 480 c.c. stabilisce quanto segue: «Il diritto di accettare l’eredità si prescrive in
dieci anni dal giorno dell’apertura della successione».  
L’inerzia del chiamato potrà avere l’ampiezza temporale prevista dall’art. 480 c.c. (dieci anni) soltanto se: 
a) il chiamato non si trovi nel possesso di beni ereditari (art. 485 c.c.); 
b) il chiamato non possessore abbia compiuto l’inventario (art. 487 c.c.); 
c) l’autorità giudiziaria non abbia fissato, ai sensi dell’art. 481 c.c., al chiamato non possessore o possessore
incapace un termine per l’accettazione c.d. actio interrogatoria. 
In definitiva, il chiamato inerte perderà il suo diritto di accettare allo scadere del termine decennale soltanto
se non si verificano le situazioni appena evidenziate che determinano l’acquisto dell’eredità o la perdita
del diritto di accettare in tempi più brevi.
Natura giuridica: l’opinione della prevalente dottrina e della giurisprudenza prevalente afferma che sia
un vero e proprio termine di prescrizione (e non di decadenza) almeno per quattro motivi.  
In primo luogo, per espressa qualificazione legislativa; in secondo luogo, per la coincidenza con la durata del
termine generale di prescrizione che è di dieci anni e, quindi, di una coincidenza tra l’art. 480 e l’art. 2946
c.c.; in terzo luogo, perché relativo ad un atto di esercizio di un diritto potestativo e non ad una attività da
porre in essere; in quarto ed ultimo luogo, perché la prescrizione è fissata a garanzia della certezza delle
situazioni giuridiche e non a tutela dell’interesse privato dei chiamati ulteriori.

Disciplina applicabile: non è applicabile la regola dell’interruzione della prescrizione, in primo luogo
perché l’interruzione stessa (art. 2943 c.c.) determinerebbe l’acquisto della eredità e quindi l’estinzione del
diritto; in secondo luogo, non sarebbe possibile configurare una interruzione per riconoscimento, mancando
un soggetto nei confronti del quale il diritto possa essere fatto valere. Inoltre, non sono applicabili le cause di
sospensione previste dall’art. 2941 c.c. (sospensione per rapporto tra le parti), in quanto per l’accettazione
non esistono rapporti tra le parti ma solo la sospensione prevista dall’art. 2942, n. 1, c.c., in virtù della quale
la prescrizione rimane sospesa contro i minori non emancipati e gli interdetti per infermità di mente, per il
tempo in cui non hanno rappresentante legale e per sei mesi successivi alla nomina del medesimo o alla
cessazione della incapacità. Ai sensi dell’art. 2938 c.c., la prescrizione del termine per accettare non può
essere rilevata di ufficio: l’accettazione, pertanto, può essere anche tardiva. 
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Decorrenza del termine e Morte del de cuius 
Il legislatore ha fissato, in via generale, il dies a quo del termine prescrizionale nella data di apertura della
successione. Il secondo comma e il terzo comma dell’art. 480 c.c. prevedono due eccezioni alla decorrenza
del termine: Comma 2 Istituzione condizionale deve e può accettare immediatamente, l’accettazione non
sopporta condizioni. Per l’istituzione sospensivamente condizionata il termine decorre dal giorno in cui si
verifica la condizione ovvero quando la delazione diventa attuale. La norma si riferisce soltanto alla
condizione sospensiva. Infatti, il chiamato sotto condizione risolutiva è sin dal momento dell’apertura della
successione titolare del diritto di accettare e può, dunque, immediatamente esercitarlo acquistando così
l’eredità.  
Comma 3: Chiamati ulteriori Anche per i chiamati ulteriori, se i precedenti hanno accettato, il termine può
iniziare a decorrere dal momento in cui la delazione diviene attuale e cioè da quando l’acquisto dei primi
chiamati sia venuto meno. Come è evidente, in tali casi, il legislatore ha opportunamente coordinato la
disciplina della norma in oggetto con l’art. 2935 c.c., ai sensi del quale la prescrizione comincia a decorrere
dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere.  
Il comma 4, mancata conoscenza del testamento si è ritenuto che la mancata conoscenza del testamento da
parte del chiamato non impedisca il decorso della prescrizione.  

Legittimazione ad eccepire la prescrizione: secondo i princìpi generali in tema di prescrizione, questa non
può essere rilevata di ufficio dal giudice (2938 c.c.), ma deve invece essere eccepita da chi vi abbia
interesse. 

Riduzione del termine per accettare: Il termine decennale di cui all’art. 480 c.c. non opera nei seguenti tre
casi: quando il chiamato, ex art. 485 c.c., sia nel possesso dei beni ereditari e non compia l’inventario entro
tre mesi dall’apertura della successione divenendo erede puro e semplice; quando il chiamato non possessore
abbia compiuto l’inventario senza preventivamente accettare e non abbia successivamente accettato l’eredità
con beneficio nel termine di quaranta giorni così perdendo il diritto di accettare ex art. 487, terzo comma,
quando l’autorità giudiziaria, ex art. 481 c.c., abbia, su istanza di chi ne ha interesse c.d. actio interrogatoria,
fissato un termine infradecennale entro il quale il chiamato dichiari se accetta o rinuncia all’eredità. 
La ratio dell’art. 481 va ricercata nello scopo di ottenere una rapida conclusione della vacanza ereditaria. In
altri termini, la c.d. actio interrogatoria è volta ad abbreviare il termine previsto nell’art. 480 su iniziativa
degli interessati, che l’attivano tramite un provvedimento giurisdizionale. 
La natura giuridica del termine contemplato dall’art. 480 c.c. di decadenza. Quanto alla legittimazione
attiva il legislatore discorre giuridicamente di «chiunque vi abbia interesse». Relativamente alla
legittimazione passiva secondo la dottrina, l’azione può essere promossa contro qualsiasi delato, anche se
persona giuridica o incapace purché questi abbia un rappresentante legale (art. 2942, n. 1, c.c.).  L’azione
non può essere esperita nei confronti del chiamato che sia nel possesso dei beni ereditari, trovando in tal caso
applicazione l’art. 485 c.c. Ovviamente l’azione può essere promossa solo nei confronti di chi sia
destinatario di una delazione attuale, quindi non è ammissibile contro l’erede istituito sotto condizione
sospensiva o i nascituri. 

Accettazione tardiva  
Spirato il termine decennale dalla apertura della successione, se nessun altro ha accettato l’eredità, il
chiamato ha ancora la possibilità di divenire erede. Come ha affermato la giurisprudenza, se altri non hanno
opposto l’eccezione di prescrizione, il diritto del chiamato non ha perso il suo “vigore”: è come se il termine
di prescrizione non fosse ancora interamente decorso. Coerentemente, si ritiene che un chiamato all’eredità
possa acquistare la qualità di erede, per accettazione espressa, tacita o presunta dell’eredità, anche dopo il
decorso del termine decennale stabilito dall’art. 480 c.c., quando, come già precisato, nessuno degli
interessati, compreso lo Stato, eccepisca l’estinzione per prescrizione del diritto di accettare. 
 
Accettazione con beneficio di inventario   
Ai sensi dell’art. 470 c.c., l’eredità può essere accettata puramente e semplicemente o col beneficio di
inventario. Le ragioni sottostanti alla accettazione beneficiata sono soprattutto tre: la limitazione della
responsabilità, la possibilità di agire (in ogni caso) in riduzione e, infine, la tutela degli incapaci e delle
persone giuridiche diverse dalle società. Sotto il primo profilo, in particolare, l’accettazione beneficiata è
volta a far assumere la qualità di erede evitando l’effetto naturale della integrazione dei patrimoni. 
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L’accettazione beneficiata ha, pertanto, una valenza strategica nel nostro ordinamento che si realizza
attraverso una fictio iuris quale è appunto la separazione dei patrimoni, con le conseguenze indicate nell’art.
490 c.c. a mente del quale «l'effetto del beneficio d'inventario consiste nel tenere distinto il patrimonio del
defunto da quello dell'erede. Conseguentemente: 1) l'erede conserva verso l'eredità tutti i diritti e tutti gli
obblighi che aveva verso il defunto, tranne quelli che si sono estinti per effetto della morte (…)». 
Questo effetto fondamentale rappresenta l’unico modo per impedire che il patrimonio dell’erede divenga, a
seguito dell’accettazione, attaccabile anche dai creditori del defunto.  
Oltre che per l’effetto segregativo, il chiamato alla eredità può optare per tale tipologia di accettazione per
un’altra finalità non di poco momento. Ai sensi dell’art. 564 c.c., infatti, il legittimario che non ha accettato
l’eredità col beneficio di inventario non può chiedere la riduzione delle donazioni e dei legati, salvo che le
donazioni e i legati siano stati fatti a persone chiamate come coeredi. 
Pertanto, anche se l’eredità è attiva, il legittimario che ritiene di essere stato leso da liberalità effettuata
dal de cuius, è tenuto, per agire contro i beneficiari delle disposizioni lesive, ad accettare col beneficio di
inventario. Il fondamento di tale norma risiede nella tutela dei legittimari e dei donatari estranei, per i quali è
necessaria la preventiva constatazione ufficiale della consistenza dell’asse ereditario che accerti l’effettiva
lesione. Infine, la terza ragione che sta a fondamento della accettazione beneficiata risiede nelle cautele
proprie del beneficio che impongono una corretta amministrazione del patrimonio.  
Natura giuridica: l’accettazione col beneficio di inventario è una fattispecie complessa a formazione
progressiva che si compone di due distinte fasi, tra loro funzionalmente collegate di cui una,
l’accettazione, costituente una dichiarazione di volontà unilaterale e l’altra, l’inventario, una operazione
materiale. Entrambi gli elementi della fattispecie sono necessari per il perfezionamento dell’accettazione
beneficiata e della sua conseguente efficacia. L’art. 485, terzo comma, c.c., prevede che il chiamato alla
eredità che sia nel possesso dei beni, una volta compiuto l’inventario, ha 40 giorni per scegliere se accettare
o rinunciare all’eredità. Trascorso questo termine senza che abbia scelto, è considerato erede puro e
semplice. A mente dell’art. 487, terzo comma, c.c., il chiamato che non è nel possesso dei beni ereditari,
quando ha dichiarato di volere accettare col beneficio di inventario, se non compie l’inventario entro tre
mesi è considerato erede puro e semplice. L’unica eccezione a tale regola si ha nel caso in cui la fattispecie
non venga completata dal rappresentante legale dell’incapace: ai sensi dell’art. 489 c.c., il soggetto incapace
viene protetto dal sistema legislativo e, pertanto, egli non può mai divenire erede puro e semplice, ma
è considerato erede beneficiato e non decade sino al trascorrere di un anno dal compimento della maggiore
età o dal cessare dello stato di incapacità. 

Elementi della fattispecie: Accettazione e inventario. 


L’accettazione con beneficio di inventario è una fattispecie complessa, composta dall’accettazione e
dall’inventario, che coniuga l’intento pratico di accettare l’eredità con quello, talvolta essenziale, di limitare
la responsabilità dell’accettante. Inoltre, essa, ai sensi dell’art. 564 c.c., costituisce il presupposto per agire in
riduzione e, infine, tutela i soggetti incapaci. Come vi evince dall’art. 485, il legislatore, pur considerando
necessarie entrambe le formalità della fattispecie, non impone un ordine assoluto tra le stesse ma ne
disciplina i differenti effetti (artt. 485 e 487). Pertanto, per il chiamato è possibile compiere prima
l’accettazione beneficiata e poi l’inventario e viceversa. L’accettazione e l’inventario, quali elementi
costitutivi della fattispecie complessa, vengono qui di seguito singolarmente analizzati. 
Accettazione.
Natura giuridica: è un negozio giuridico unilaterale in quanto il chiamato, pur aderendo a una precedente
delazione, non assume la qualità di controparte che è tipica della struttura dei contratti, mentre l’accettazione
rimane un atto a sé stante; non è recettizio in quanto non deve essere né comunicato né notificato ad alcuno;
è un actus legitimus in quanto non tollera né l’apposizione di termini né di condizioni. 
Forma: l’art. 484 statuisce che l’accettazione col beneficio di inventario si fa mediante dichiarazione
ricevuta da un notaio, appartenente anche ad un distretto diverso da quello in cui si è aperta la successione, o
dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione. L’accettazione con beneficio di
inventario deve avere la forma dell’atto pubblico anche se né il codice né la legge notarile richiedono la
presenza dei testimoni. In altri termini, poiché la forma è richiesta ad substantiam, in caso di sua
inosservanza non è possibile che l’atto sia convertito da accettazione col beneficio in accettazione pura e
semplice. 

Pubblicità. Tenuto conto dei rilevanti effetti che l’accettazione col beneficio di inventario produce, il
legislatore ha previsto che tale tipo di accettazione sia pubblicizzata in modo efficace. La ratio dell’art. 484
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c.c., infatti, risiede nel rendere edotti, al fine di tutelarli, tutti coloro che, direttamente o indirettamente, sono
coinvolti nella complessa procedura dell’accettazione beneficiata: i creditori (del defunto e dell’erede) e i
legatari. La prima forma di pubblicità prevista dall’art. 484 è l’inserzione nel registro delle successioni,
tenuto presso il tribunale del circondario in cui si è aperta la successione. Tale forma di pubblicità, anche se
non ha natura né dichiarativa né costitutiva, è richiesta ai fini della regolarità procedurale della complessa
fattispecie. La sua mancanza, infatti, come si evince dall’art. 505 c.c. che disciplina la decadenza dal
beneficio, non inficia la validità della accettazione beneficiata e non comporta la decadenza. 
La seconda tipologia di pubblicità contemplata dall’art. 484 è una singolare forma di trascrizione che ha
effetti e natura diverse dalla pubblicità dell’accettazione della eredità che trova, invece, la sua fonte nell’art.
2648 c.c. anche essa ha natura di pubblicità notizia in quanto la sua mancanza, ai sensi dell’art. 505, non
produce la decadenza dal beneficio. 
 
L’inventario non è un negozio giuridico ma una mera operazione giuridica. Consiste nella individuazione
e descrizione dei beni caduti in successione, nonché nella elencazione di tutti i crediti e debiti della
eredità. È volto alla esatta determinazione della consistenza del patrimonio ereditario a garanzia dei creditori
ereditari e dei legatari, attesa la limitazione della responsabilità dell’eredità beneficiata. 
La fonte normativa dell’inventario risiede nel Codice di procedura civile (artt. 769 ss.) e, in virtù del
richiamo contenuto nell’art. 777 c.p.c., la disciplina si applica non solo all’inventario prescritto dall’art. 484
ss. c.c. ma a tutti gli inventari ordinati dal legislatore.  
In caso di apposizione di sigilli: nel caso in cui siano stati apposti i sigilli, l’inventario si richiede da parte
delle persone che hanno diritto di ottenere la rimozione degli stessi. L’istanza si propone con ricorso ed il
tribunale provvede con decreto. L’individuazione dei legittimati alla richiesta di inventario scaturisce dalla
combinazione di tre disposizioni, gli artt. 769, 1° co, 763, primo comma e 753, nn. 1, 2 e 4, c.p.c. Pertanto,
sono legittimati a chiedere l’inventario coloro che possono chiedere la rimozione dei sigilli, e possono
chiedere la rimozione dei sigilli tutti quelli che possono chiederne l’apposizione, eccettuati i coabitanti e le
persone di servizio del de cuius (art. 753, n. 3). Conseguentemente, la legittimazione spetta: all’esecutore
testamentario; a coloro che possono avere diritto alla successione; ai creditori. 
In caso di non apposizione dei sigilli: quando non sono stati apposti i sigilli, l’esecuzione dell’inventario
può essere chiesta dalla parte che ne assume l’iniziativa direttamente al notaio designato dal defunto nel
testamento oppure, in assenza di designazione, al notaio scelto dalla stessa parte. È opportuno sottolineare
che la facoltà attribuita alla parte di incaricare il notaio designato dal defunto o, in mancanza, di sceglierne
uno di propria fiducia, sempre che non siano stati apposti i sigilli, è di recente introduzione. L’ultimo comma
dell’art. 769 c.p.c., infatti, è stato aggiunto ex art. 13, d.l. 212/2011, conv. in l. 10/2012. 

Termini 
I termini entro i quali l’inventario deve essere sia iniziato sia completato dipendono essenzialmente da due
circostanze. La prima è il possesso o il non possesso dei beni da parte del chiamato mentre la seconda è
l’ordine con cui si pongono in essere gli elementi della fattispecie complessa e, quindi, se l’operazione di
inventario preceda o segua l’accettazione. Da tali circostanze scaturiscono cinque ipotesi, di cui due
collegate al possesso e tre al non possesso dei beni ereditari che qui schematicamente si riportano. 
Chiamato nel possesso dei beni 
1) Ai sensi dell’art. 485, primo comma, il chiamato all’eredità, quando a qualsiasi titolo è nel possesso dei
beni ereditari, deve fare l’inventario entro tre mesi dal giorno dell’apertura della successione. 
2) Ai sensi dell’art. 485 terzo comma, il chiamato che ha compiuto l’inventario nel termine di cui al primo
comma ma non abbia ancora accettato ha un termine di quaranta giorni da quello del compimento
dell’inventario per accettare. 
Chiamato non in possesso dei beni 
3) Ai sensi dell’art. 487, primo comma, il chiamato che non è in possesso dei beni ereditari può far
accettazione fino a quando il suo diritto non è prescritto ex artt. 480 e 481 c.c. 
4) Se ha fatto la dichiarazione, ai sensi dell’art. 487, secondo comma, deve compiere l’inventario nel
termine di tre mesi dalla stessa. 
5) Ai sensi dell’art. 487, terzo comma, quando il chiamato ha fatto l’inventario non preceduto da
dichiarazione di accettazione, questa deve essere fatta nei quaranta giorni successivi al compimento
dell’inventario. 

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Inosservanza dei termini: le conseguenze in cui incorre il chiamato, per il caso di inosservanza dei termini,
sono di due tipologie: egli, infatti, o è considerato erede puro e semplice, in virtù di una accettazione c.d.
legale, oppure perde il diritto di accettare l’eredità. 
La prima conseguenza (erede puro e semplice) si verifica nei casi esaminati nei numeri 1, 2 e 4; la seconda
(perdita del diritto di accettare) nei casi di cui ai numeri 3 e 5. 
Fase successiva all’accettazione: una volta compiuta l’accettazione ed eseguito l’inventario e, quindi,
completata la fattispecie complessa della accettazione beneficiata, il chiamato, divenuto erede, accede ad uno
stadio successivo al quale sono collegati gli effetti del beneficio di inventario, i poteri e gli obblighi di
amministrazione e la liquidazione della massa ereditaria. 

Gli effetti del beneficio di inventario 


La separazione: l’effetto fondamentale dell’accettazione beneficiata è quello della separazione in virtù del
quale l’erede diviene titolare di due masse patrimoniali: quella propria, di cui era già titolare prima della
apertura della successione, e quella del de cuius, acquistata con l’accettazione. 
Le conseguenze della separazione patrimoniale scaturente dalla accettazione beneficiata sono espressamente
previste dallo stesso articolo 490 il quale, al primo comma, enuncia l’effetto principale della separazione
patrimoniale e poi, ai nn. 1), 2) e 3) del secondo comma, ne regola gli effetti. Tale disciplina mostra, in modo
concreto, il significato e la portata di una separazione patrimoniale, c.d. imperfetta. 
Il primo di tali effetti prevede che l'erede conserva verso l'eredità tutti i diritti e tutti gli obblighi che aveva
verso il defunto, tranne quelli che si sono estinti per effetto della morte: sopravvivono i rapporti giuridici che
preesistevano alla accettazione tra il defunto e l’erede i quali, in caso di accettazione pura e semplice, si
sarebbero estinti per confusione ai sensi dell’art. 1253 c.c. Ai sensi del n. 2) dell’art. 490, l’erede non è
tenuto al pagamento dei debiti ereditari e dei legati oltre il valore dei beni a lui pervenuti. 
Ulteriore effetto della accettazione col beneficio di inventario è quello di limitare intra vires hereditatis la
responsabilità dell’erede; egli non solo risponde intra vires ma anche cum viribus hereditatis, vale a dire,
oltre che nei limiti di quanto ereditato, anche con esclusione dei beni propri che restano separati.  
Ai sensi dell’art. 490, n. 3, c.c., infine, i creditori dell'eredità e i legatari hanno preferenza sul patrimonio
ereditario di fronte ai creditori dell'erede. Come è evidente, i creditori ereditari, in virtù della separazione
patrimoniale, hanno sui beni ereditari una sorta di prelazione legale analoga a quella dei privilegi speciali. 
Oltre a tali effetti, testualmente previsti dall’art. 490, altre conseguenze scaturiscono dall’accettazione col
beneficio le cui regole trovano la loro fonte fuori dal libro secondo del Codice civile. Essi, sinteticamente,
sono il divieto di iscrizione di ipoteca giudiziale sui beni ereditari di cui all’art. 2830; la sospensione della
prescrizione tra l’erede e l’eredità accettata col beneficio di cui all’art. 2941, n. 5, c.c. Infine, per i profili
processuali, l’art. 780 c.p.c., prevede che le domande dell’erede con beneficio di inventario contro l’eredità
sono proposte contro gli altri eredi. In mancanza di altri eredi il giudice nomina un curatore in
rappresentanza della eredità. 

Estensione degli effetti agli altri chiamati 


A mente dell’art. 510 c.c., tutti gli effetti scaturenti dall’accettazione beneficiata fatta da uno dei chiamati
giova a tutti gli altri. Il legislatore, infatti, ha voluto estendere a tutti i chiamati gli effetti favorevoli derivanti
dalla accettazione col beneficio compiuta da uno soltanto. 

Obblighi e poteri dell’erede beneficiato 


Il perimetro delle regole dettate per l’amministrazione dei beni ereditari, dopo che il chiamato ha accettato
col beneficio di inventario, è delineato da due esigenze contrapposte. 
Da un lato, il diritto dell’erede di disporre del patrimonio ereditato che è di sua proprietà, e dall’altro, la
necessità di tutelare la destinazione del patrimonio separato, volta a garantire i creditori del de cuius e i
legatari. In altri termini, l’erede beneficiato, come ogni proprietario, ai sensi dell’art. 832, ha sui beni
acquistati per successione il diritto di disporre in modo pieno ed assoluto ma, nel contempo, tale diritto è
limitato dal vincolo di destinazione impresso dalla legge al patrimonio separato.   
Queste due opposte esigenze sono la chiave di lettura di alcune scelte compiute dal legislatore le quali sono il
frutto di un compromesso volto a rispettare interessi antitetici in ragione dei quali l’erede beneficiato ha
diritti (rectius poteri) ed oneri. Alla luce delle su esposte circostanze, ben si comprendono le sanzioni
comminate dal legislatore nei confronti dell’erede che disattende alcune delle regole dettate in tema di
beneficio di inventario. Mentre l’abuso del diritto espone l’erede beneficiato al risarcimento del danno,

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l’inosservanza dell’onere di chiedere le autorizzazioni ex art. 493 c.c., comporta la decadenza dal beneficio,
o l’annullabilità dell’atto dispositivo, se il beneficiato è incapace. 
A mente dell’art. 496, inoltre, «l’erede ha l'obbligo di rendere conto della sua amministrazione ai
creditori e ai legatari, i quali possono fare assegnare un termine all'erede». 

Gli atti di straordinaria amministrazione 


L’art. 493 consente il compimento di atti di straordinaria amministrazione ma nel rispetto di alcune regole,
quale l’autorizzazione giudiziale, l’elencazione degli atti contenuta nell’art. 493 non è tassativa.
 
Liquidazione: se nell’attivo ereditario non vi sono liquidità, sarà necessario, per pagare i creditori, procedere
alla vendita dei beni, sia mobili sia immobili, nel rispetto delle regole procedurali a cui lo stesso art. 493 fa
rinvio. Ai sensi dell’art. 495, trascorso un mese dalla esecuzione delle forme pubblicitarie previste dall’art.
484, l’erede, se non vi è stata alcuna opposizione da parte dei creditori o dei legatari, ha due possibilità. Egli,
infatti, a sua scelta, può procedere alla liquidazione dell’attivo in modo individuale oppure in modo
concorsuale. Viceversa, nel caso di opposizione, dovrà procedere alla liquidazione concorsuale. Oltre alle
suddette tipologie di liquidazione, l’erede ha una terza opzione in quanto ai sensi dell’art. 507, può rilasciare
tutti i beni ereditari a favore dei creditori e dei legatari. 

Liquidazione individuale 
Con tale forma di liquidazione l’erede, a mente di quanto disposto dall’art. 495, trascorso il termine di un
mese in esso contenuto, paga i creditori e i legatari a misura che si presentano, salvi i loro diritti
di poziorità quali privilegi, pegni e ipoteche. Il principio contenuto nell’art. 495 «a misura che si presentano»
farebbe, di primo acchito, pensare alla massima libertà da parte dell’erede di effettuare, con le liquidità
esistenti nell’eredità, i pagamenti. Invece, ai sensi di quanto disposto dagli artt. 495, secondo comma, e 499,
secondo comma, c.c., tale facoltà è mitigata. L’erede, infatti, deve preferire i creditori ai legatari. Pertanto,
questi ultimi concorrono solo sull’eventuale residuo. Il pagamento, come prima detto, è, di regola, effettuato
prelevando somme dall’attivo ereditario. Nulla vieta, però, all’erede di pagare con denaro proprio.  
A conclusione della procedura di liquidazione individuale, è prevista, quale forma di controllo finale, il
rendimento del conto ai sensi dell’art. 496. A valle di tale controllo la procedura dovrebbe considerarsi
definita e, conseguentemente, i beni dell’asse ereditario cessare di essere tali. Una volta che i beni ereditari
non sono più tali non sarà più necessaria l’autorizzazione da parte del giudice per non decadere dal
beneficio. 

Liquidazione concorsuale 
L’erede beneficiato può ricorrere a questa tipologia di liquidazione sia spontaneamente sia, in caso di
opposizione alla liquidazione individuale ex art. 495, obbligatoriamente. È utile precisare che se gli eredi
beneficiati sono due o più, colui che ha preso l’iniziativa di promuovere la procedura concorsuale, deve
convocare gli altri coeredi avanti al notaio, nel termine da questi fissato (ex art. 498, terzo comma, c.c.) per la
dichiarazione dei crediti (art. 504 c.c.). Con il che, deve intendersi preclusa agli altri coeredi sia la scelta di
un altro notaio che la possibilità tanto di opporsi all’iniziativa assunta quanto di iniziare parallelamente una
nuova liquidazione. 

Le fasi di ricognizione, di liquidazione e di chiusura, sono così sintetizzabili: 


1) invito a creditori e legatari: l’erede, tramite un notaio del luogo di apertura della successione, ai sensi
dell’art. 498, secondo comma, deve invitare i creditori e i legatari a presentare, entro un termine stabilito
dallo stesso notaio, la dichiarazione di credito, tale termine non può essere inferiore a trenta giorni; si tratta,
dunque, di una comunicazione formale con la quale il pubblico ufficiale rende noto agli interessati che si sta
dando luogo alla procedura; 
2) presentazione delle dichiarazioni di credito: una volta ricevuto l’invito dal notaio, gli interessati devono
presentare le loro dichiarazioni di credito consistenti nella loro dichiarazione di volere partecipare alla
ripartizione concorsuale dell’attivo ereditario; prima fase
3) liquidazione dell’attivo: seconda fase. Finita la fase di ricognizione, quindi scaduto il termine fissato per
la presentazione delle dichiarazioni di credito, inizia la seconda fase che è rivolta alla liquidazione
dell’attivo; l’erede provvede, con l’assistenza del notaio, a liquidare le attività ereditarie, ossia a vendere,
previa autorizzazione del giudice, i beni necessari per pagare i debiti del de cuius art. 499, c.1; 

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4) formazione dello stato di graduazione e sua pubblicità: una volta monetizzata l’eredità, l’erede potrà
confrontare la somma di cui dispone con le dichiarazioni di credito ricevute e, quindi, sempre con
l’assistenza del notaio, formare il c.d. stato di graduazione tenendo conto di eventuali cause di
prelazione ex art. 499, secondo comma, c.c.; ai sensi dell’art. 500 c.c., l’autorità giudiziaria su istanza di
alcuno dei creditori o legatari, può assegnare un termine all'erede per liquidare le attività ereditarie e per
formare lo stato di graduazione (488, 496, 505 c.c., 749 c.p.c.); 
5) pagamento dei debiti ereditari: divenuto definitivo lo stato di graduazione, ossia quando non vi sono
stati reclami o è passata in giudicato la sentenza che ha deciso su di essi, l’erede provvede a soddisfare i
creditori e legatari in conformità dello stato medesimo (art.  502, 1° co); 
6) fine della fase ereditaria: ultima fase, a differenza della liquidazione individuale, la quale può dirsi
conclusa dopo cinque anni dall’accettazione col beneficio solo per i beni mobili, quella concorsuale, ai sensi
dell’art. 502 c.c., termina trascorsi tre anni dal momento in cui lo stato di graduazione è divenuto definitivo. 
Tale circostanza consente di potere alienare i beni, ormai non più ereditari, senza dovere richiedere
l’autorizzazione al giudice ex art. 747 c.p.c. Allo spirare del termine, quindi, i beni già di proprietà
dell’erede, sia mobili sia immobili, cessano di formare il c.d. patrimonio separato e si confondono
definitivamente con il patrimonio personale dell’erede il quale risponderà delle sue obbligazioni secondo il
principio generale sancito dall’art. 2740 c.c. 

Rilascio dei beni ai creditori 


La terza opzione che il legislatore riserva all’erede beneficiato è quella contemplata dall’art. 507 che
consente, a determinate condizioni e nel rispetto di una rigorosa forma di pubblicità, di abbandonare
l’amministrazione dei beni ereditati. Con tale atto, che non trasferisce la proprietà a terzi, l’erede si libera
solo dell’obbligo di gestire il patrimonio separato nell'interesse dei creditori e dei legatari. In particolare, il
rilascio è un atto unilaterale, in quanto proviene dall’erede, recettizio poiché deve essere portato a
conoscenza degli interessati e formale. 
L’art. 507 detta le quattro condizioni per effettuare il rilascio che sono le seguenti: 
a) presupposto di ordine temporale: non oltre 1 mese dalla scadenza del termine stabilito per presentare le
dichiarazioni di credito; 
b) presupposto di ordine procedurale: l’erede non deve avere fatto alcun atto di liquidazione; tale
presupposto è collegato al successivo; 
c) presupposto di ordine quantitativo: il rilascio deve avere ad oggetto l’intero compendio ereditario
poiché tutto l’asse risponde dei debiti; pertanto esso deve essere totale e, come visto nel secondo
presupposto, nessun bene deve essere stato liquidato; 
d) presupposto soggettivo: il rilascio va fatto indistintamente a favore di tutti i creditori. 

Fine o perdita del beneficio 


Generalità: il beneficio di inventario può terminare o fisiologicamente o per decadenza dallo stesso. In
alcuni casi, inoltre, si può perdere il diritto prima di averlo conseguito. 
Conclusione fisiologica della procedura: la conclusione fisiologica della procedura si verifica quando
l’erede, nel rispetto di tutte le norme che regolano l’accettazione col beneficio di inventario, sia sostanziali
sia di rito, porta a termine la liquidazione concorsuale.  
Perdita del beneficio: la perdita del beneficio, invece, si verifica o per rinuncia o per decadenza. 
Rinuncia: la limitazione della responsabilità che scaturisce dall’accettazione col beneficio di inventario è
posta nell’esclusivo interesse dell’erede. Il legislatore, pertanto, come previsto nell’art. 490, secondo
comma, n. 3 c.c., consente all’erede di rinunziarvi. 
La rinuncia è un atto unilaterale perché proveniente solo dall’erede, recettizio, in quanto deve essere portato
a conoscenza dei creditori e dei legatari, e informale. La rinuncia, poiché produce effetti opposti a quelli
dell’accettazione beneficiata e, quindi, la confusione dei patrimoni, è un atto sottoposto alla azione
revocatoria se fatto in frode dei creditori del de cuius o dei creditori dell’erede. 
Perdita e decadenza: mentre la rinuncia è una facoltà attribuita all’erede che ha accettato col beneficio, la
decadenza è una sanzione connessa all’inosservanza degli oneri che gravano sullo stesso. Gli effetti di tale
sanzione scaturiscono dalla volontà del legislatore di bilanciare due esigenze contrapposte quali quella
dell’erede, che è proprietario, e quella dei creditori e dei legatari, che hanno interessi alla corretta gestione
dell’attivo ereditario. Il beneficio si può perdere sia prima sia dopo averlo acquistato. La perdita del diritto al
beneficio prima di averlo conseguito può verificarsi quando il chiamato non rispetta i termini previsti dagli
artt. 485, secondo e terzo comma, c.c. (relativo al chiamato all’eredità nel possesso dei beni) e dall’art. 487,
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secondo comma (relativo al chiamato all’eredità che non è nel possesso dei beni). Inoltre, ai sensi dell’art.
527 c.c., perdono la facoltà di godere del beneficio i chiamati che hanno sottratto i beni ereditari. Nei casi su
menzionati il chiamato non ha mai conseguito lo status di erede beneficiato. In altri casi, invece, il chiamato
una volta accettata l’eredità col beneficio può decadere dallo stesso e perdere i vantaggi scaturenti dalla
separazione patrimoniale. La decadenza di verifica nei seguenti casi in cui l’erede beneficiato disattende, di
volta in volta, norme sostanziali o di rito, e cioè:  
Quando l’erede aliena o sottopone a garanzia, pegno o ipoteca, beni ereditari, transige su di essi (fatta
eccezione per i beni mobili, dopo cinque anni dall’accettazione beneficiata), senza la previa autorizzazione
giudiziaria o senza l’osservanza delle forme prescritte dagli artt. 747 e 748 c.p.c. (art. 493); quando, in mala
fede, l’erede ha omesso di denunciare nell’inventario beni appartenenti all’asse ereditario o vi ha denunciato
passività inesistenti (art. 494); 3) quando, in caso di opposizione alla liquidazione individuale, l’erede non si
attiene alle norme già esaminate per la liquidazione concorsuale (art. 505, primo comma); 4) quando l’erede,
che abbia promosso egli stesso la liquidazione concorsuale (art. 503), esegua pagamenti prima che sia
definita la liquidazione medesima (a meno che non si tratti di crediti privilegiati o ipotecari) o non osservi il
termine che il giudice abbia fissato per il suo compimento (cfr. art. 505, secondo e terzo comma). 

La rinuncia 
Il Codice civile non fornisce una nozione dell’istituto. Si può definire la rinuncia come atto dismissivo di un
diritto, ovvero l’atto per mezzo del quale un soggetto esclude volontariamente dal proprio patrimonio,
perdendola, la titolarità di una determinata situazione giuridica. Nello specifico la rinuncia alla eredità
pertanto, può essere definita come il negozio giuridico dismissivo o abdicativo del diritto di accettare
l’eredità. Da tale definizione scaturiscono due corollari:
In primo luogo, chi abdica non declina la qualità di erede che (quale rinunciante) non ha mai rivestito, ma
la qualità di chiamato alla eredità. In tal senso si è espressa anche la giurisprudenza quando afferma che per
l’atto di rinuncia occorre solo la qualità di chiamato alla eredità e non quella di erede, la quale può derivare
al chiamato soltanto dall’accettazione11 o quando puntualizza che la pura e semplice rinunzia all’eredità è
abdicativa, in quanto nei diritti del rinunciante subentrano per diritto proprio o i coeredi o gli altri chiamati.  
In secondo luogo, che è rilevante solo la perdita di un diritto o di una posizione giuridica, mentre sono
indifferenti, in quanto non permeano la causa del negozio, i vantaggi che scaturiscono a favore di altri
soggetti. Tale risultato, infatti, è solo eventuale e del tutto indiretto o mediato. 
Come si vedrà in seguito, tali effetti ulteriori possono incidere sulla sfera delle motivazioni che inducono il
chiamato a rinunciare e, di regola, nella rinuncia vera e propria, non incidono sulla causa. 
Natura giuridica: la funzione tipica di ogni rinuncia è meramente abdicativa, volta cioè a dismettere un
diritto o una situazione giuridica del quale l’autore è titolare. Conseguentemente, la causa di tale atto non
potrà essere né onerosa, né gratuita ma neutra. La rinuncia è, in primo luogo, un negozio giuridico
unilaterale, non recettizio e formale. Unilaterale perché produce effetti esclusivamente per il dichiarante e
non necessita dell’altrui accettazione in quanto il titolare del diritto lo dismette autonomamente.  
Non è recettizio perché ha efficacia senza che debba essere portato a conoscenza di altri.  
È formale perché la rinuncia può essere fatta solo nella forma previsa dall’art. 519 e cioè soltanto se la
volontà di rinunciare è manifestata con dichiarazione scritta ricevuta da un notaio (che può essere un
qualunque notaio della Repubblica) o dal cancelliere (che può essere solo quello del tribunale competente per
territorio ovvero del luogo nel quale si è aperta la successione). La legge richiede altresì che la dichiarazione
del rinunciante sia inserita nel registro delle successioni tenuto presso il tribunale del luogo di apertura della
successione.  La rinuncia, inoltre, è un atto di straordinaria amministrazione perché incide sul patrimonio
di chi la effettua. Tale caratteristica è confermata dalle norme che sono poste a tutela degli incapaci e che
richiedono l’autorizzazione giudiziale (artt. 320, terzo comma, e 376 n. 3). Non è un atto personalissimo in
quanto può essere eseguita oltre che dal rappresentante legale (artt. 320 e 374) anche dal rappresentante
volontario se espressamente autorizzato. È un actus legitimus perché, come l’accettazione, a mente dell’art.
520 non tollera l’apposizione di elementi accidentali. 
I soggetti: legittimati a rinunciare alla eredità sono in primo luogo i chiamati alla eredità.  
La rinuncia può essere effettuata anticipatamente anche dai chiamati in subordine quali quelli sotto
condizione o ulteriori per rappresentazione o per legge. 
Termini per la rinuncia: per la rinuncia alla eredità, a differenza della accettazione (artt. 480-481), non è
precisato alcun termine. La rinuncia può essere compiuta validamente nello stesso termine stabilito per
l’accettazione. A tal uopo, due precisazioni sono opportune. In primo luogo, una rinuncia compiuta da chi
non ha più diritto è invalida. Volendo essere più precisi essa, poiché priva di causa, potrebbe essere un
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negozio nullo. Il momento iniziale per accettare l’eredità, di regola, decorre o dal momento di apertura della
successione o da un momento successivo come, ad esempio, dal verificarsi della condizione per i chiamati
sotto condizione. Il termine per rinunciare è poi collegato alla situazione oggettiva del possesso o del non
possesso dei beni ereditari. 
Nel primo caso, se il chiamato all’eredità non rende la formale dichiarazione di rinuncia all’eredità entro tre
mesi dalla morte del de cuius, diviene erede puro e semplice (art. 485, comma 2 c.c.) e, di conseguenza, non
ha più la possibilità di rinunciare. Nel secondo caso (non possesso), il chiamato può far redigere l’inventario
(nelle forme di cui all’art. 769 ss. c.p.c.) e, entro quaranta giorni dal compimento di questo, può accettare
l’eredità, altrimenti perde il diritto di accettarla, e quindi non vi è necessità di effettuare la rinuncia. Se, poi,
il chiamato non in possesso di beni si limita a restare inerte, ha la possibilità di accettare o rinunciare fino al
decimo anno dall’apertura della successione (art. 480 c.c.), decorso il quale il diritto di accettare l’eredità si
prescrive (quindi una rinuncia sarebbe inutile). 
Effetti: ai sensi dell’art. 521, primo comma, chi rinunzia all'eredità è considerato come se non vi fosse mai
stato chiamato. In altri termini, il rinunciante è fittiziamente considerato come non chiamato alla eredità con
effetti retroattivi fino al giorno della apertura della successione. 
A mente dell’art. 521, «il rinunziante può tuttavia ritenere la donazione o domandare il legato a lui fatto
sino alla concorrenza della porzione disponibile, salve le disposizioni degli articoli 551 e 552». 
Tale norma applica alla rinuncia all’eredità i principi generali in tema di successioni: essendo, infatti,
l’acquisto dell’eredità indipendente dall’acquisto del legato e della donazione, risulta evidente che il
rinunziante può trattenere ciò che gli è stato attribuito a tale titolo. 
Gli articoli 522 e 523 c.c regolano, poi, gli effetti della rinuncia rispettivamente per le successioni legittime e
per quelle testamentarie. 
Nel primo caso la parte di eredità del rinunciante si accresce a favore di coloro che avrebbero concorso col
rinunziante salvo il diritto di rappresentazione; nel secondo caso, invece, si accresce a favore dei
coeredi ex art. 674 oppure si devolve agli eredi legittimi ex art. 677. È appena il caso di precisare che nelle
successioni testamentarie l’accrescimento opera solo se il testatore non ha previsto una sostituzione e se non
opera la rappresentazione. Infatti, nel sistema successorio i su richiamati istituti hanno luogo nel seguente
ordine: sostituzione, rappresentazione e accrescimento. 

Revoca 
Mentre l’accettazione, in virtù del principio semel heres semper heres, è un atto definitivo e immodificabile,
la rinunzia ai sensi dell’art. 525, è un atto, a certe condizioni, ritrattabile. Tale facoltà riconosciuta al
chiamato deriva dalla circostanza che con l’atto di rinuncia il chiamato dismette il diritto di accettare
l’eredità ma non perde definitivamente la posizione di chiamato. La rinuncia comporta, quale effetto
provvisorio, la dismissione del diritto di accettare l’eredità il quale si trasforma in perdita del diritto
all’eredità, come effetto inappellabile, solo a seguito dell’acquisto dell’eredità da parte dei chiamati ulteriori
o a seguito della prescrizione (art. 525 c.c.). I chiamati ulteriori sono, nell’ordine, i sostituti se vi è
sostituzione testamentaria, i rappresentanti se vi è rappresentazione, i coeredi se vi è accrescimento e, infine,
i parenti di grado più prossimo secondo le norme della successione legittima. Anche se la rubrica della
norma utilizza il sintagma “revoca della rinuncia”, in realtà essa si sostanzia in una vera e propria
accettazione. La natura di accettazione di tale atto è espressamente prevista nell’art. 525 che, in contrasto con
la rubrica, utilizza la locuzione “questi possono sempre accettarla”. Conseguentemente, trattandosi, in realtà,
di accettazione, la revoca della rinuncia, a differenza della rinuncia vera e propria, potrà essere, oltre che
espressa, anche tacita, presunta o legale. Con altre parole, il chiamato, dopo avere rinunciato all’eredità,
ricorrendone i presupposti, potrà o accettarla espressamente o compiere atti idonei a realizzare una
accettazione tacita o presunta. 

Impugnazione della rinuncia da parte dei creditori 


Se la rinuncia ad una eredità attiva impedisce ai creditori del rinunciante di avere un patrimonio più ampio
sul quale far valere le proprie ragioni ex art. 2740, questi, a prescindere dell’intento fraudolento del
rinunciante, possono impugnare l’atto di rinuncia. In àmbito procedurale va subito chiarito che la
legittimazione attiva spetta ai creditori del chiamato che ha rinunciato mentre quella passiva ricade sul
debitore rinunziante. L’oggetto dell’azione è l’atto di rinuncia in sé, a prescindere che lo stesso sia ancora
revocabile o irrevocabile ai sensi dell’art. 525. Tale azione presenta dei caratteri di originalità: in particolare
non è surrogatoria, perché ha una mera funzione strumentale ai fini dell’esecuzione individuale e non
comporta accettazione ed acquisto dell’eredità da parte del debitore. Non è revocatoria sia perché l’art. 524
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non richiede la frode del debitore sia perché l’azione non tende, come la revocatoria, alla sola dichiarazione
d’inefficacia della rinuncia, ma anche al recupero dei beni allo scopo di soddisfare i creditori del
rinunciante. Da un punto di vista sostanziale, invece, è opportuno notare che il testo dell’art. 524 è impreciso
nel momento in cui afferma che i creditori possono farsi autorizzare ad accettare l’eredità. Se così fosse,
invero, i creditori dovrebbero assumere la qualità di eredi, ma non è così. Infatti, tale qualifica spetta a coloro
che sono stati chiamati e che hanno accettato l’eredità in luogo del rinunciante. Conseguentemente, l’eredità
3o la porzione di eredità in cui è subentrato il chiamato ulteriore sarà, in virtù della sentenza che ha
riscontrato il pregiudizio dei creditori nell’atto di rinuncia, destinata al soddisfacimento delle ragioni del ceto
creditorio. 

Rinuncia abdicativa e donazione indiretta 


Il nucleo essenziale di ogni tipo di rinuncia risiede nella dismissione di un diritto da parte del suo
titolare: tale atto, pertanto, non può essere, per sua natura, né oneroso né gratuito. La sua causa, perciò, è
neutra. La rinuncia vera e propria ha, infatti, una mera funzione abdicativa nella quale si riscontra anche il
risultato minimo che il rinunciante, in ogni tipo di rinuncia, intende perseguire: la perdita della titolarità di
una determinata situazione soggettiva. 
Il legislatore nell’art. 519 c.c. non definisce la rinunzia alla eredità ma, argomentando dal secondo comma di
tale norma, si può dedurre che esistono due modalità per il chiamato alla eredità per poter rinunciare alla
eredità attuando un tipico atto di rinuncia. Infatti, il chiamato, sempre con le formalità richieste per tale atto,
può dichiarare sia di rinunciare alla eredità di Tizio sic et simpliciter, come previsto dall’art. 519, secondo
comma, sia di rinunciare all’eredità di Tizio a favore di Caio, Sempronio e Mevio, che sono tutti gli altri
chiamati. Da tali precisazioni discende che per restare nell’àmbito della vera e propria rinuncia alla eredità,
in primo luogo, non rilevano eventuali motivazioni che hanno indotto il rinunciante ad effettuare tale atto
(quali, ad esempio, intenti liberali) e, in secondo luogo, che una rinuncia gratuita fatta a favore solo di alcuni
chiamati o una rinuncia verso corrispettivo sono solo formalmente rinunce mentre, in realtà, sono, come
vedremo, negozi diversi e non vere e proprie rinunce. 
La rinuncia abdicativa, ovvero la rinuncia vera e propria, non può, di regola, configurarsi come una
donazione indiretta. L’eventuale animus donandi, infatti, resterà relegato nella sfera dei motivi e, come tale,
senza quella vis idonea a permeare la causa del negozio in modo da trasformarla da negozio con causa neutra
a negozio con causa liberale. 

In conclusione, a mio parere, si possono sintetizzare tre ipotesi. 


1) La rinuncia abdicativa viene effettuata dal chiamato solo per dismettere l’eredità e, in tal caso, la sua
funzione è neutra e il rinunciante non ha altra motivazione se non quella di non volere accettare l’eredità. In
tale caso, la causa del negozio coincide con le motivazioni del rinunciante. 
2) La rinuncia abdicativa viene effettuata dal rinunciante, oltre che per dismettere il proprio diritto di
accettare, anche per avvantaggiare tutti gli altri chiamati con intento liberale. In tale ipotesi la causa della
rinuncia resta neutra mentre le reali intenzioni del dichiarante sono liberali. Pertanto, formalmente il negozio
è meramente abdicativo in quanto la diversa e ulteriore finalità che la parte ha voluto realizzare resta relegata
nella sfera dei motivi. 
3) La rinuncia abdicativa viene effettuata con spirito di liberalità in favore di tutti gli altri chiamati e tale
circostanza viene espressamente enunciata dal dichiarante. 
In tale ipotesi la rinuncia alla eredità è una liberalità indiretta in quanto, da un lato, l’atto ha entrambi i
requisiti che caratterizzano le liberalità quali l’animus donandi e il depauperamento inteso come perdita
della posizione giuridica di chiamato e quindi perdita della possibilità di arricchirsi della corrispondente
quota ereditaria e, dall’altro, il passaggio dell’animus donandi dalla sfera dei motivi in quella della causa in
virtù della espressa dichiarazione del rinunciante in tal senso. Inoltre, come in genere accade nei c.d. negozi
indiretti, la parte utilizza uno schema negoziale (la rinuncia) per perseguire fini diversi (liberalità).  

Rinuncia che importa accettazione 


L’art. 478, anche se rubricato “Rinuncia che importa accettazione”, in realtà, contempla due casi di
accettazione c.d. presunta. Il primo caso è la rinuncia verso corrispettivo. In tale ipotesi, solo formalmente
il chiamato utilizza il termine “rinuncia” mentre, in realtà, compie un negozio diverso. Egli, infatti, attua un
negozio bilaterale e a titolo oneroso anziché un atto unilaterale e neutro quale è appunto la rinuncia. Il
secondo caso è la rinuncia gratuita solo a favore di alcuni chiamati. Tale rinuncia va letta in
contrapposizione a quella contenuta nel secondo comma dell’art. 519, in virtù del quale la rinunzia, fatta
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gratuitamente a favore di tutti coloro ai quali si sarebbe devoluta la quota del rinunziante, ha effetto solo se
ricevuta da un notaio o dal cancelliere competente per territorio. Il legislatore ha, in entrambi i casi
contemplati nell’art. 478 c.c., chiarito che il chiamato non ha compiuto un atto abdicativo volto a rinunciare
alla eredità ma ha compiuto, con modalità diverse, una accettazione c.d. presunta. In un caso, il primo,
tramite un negozio bilaterale oneroso e in un altro, il secondo, tramite un negozio bilaterale e gratuito. 

Donazione dei diritti successori 


Il chiamato che non intende avvantaggiarsi dei diritti successori può, anziché rinunciare, donare i suoi diritti
a tutti gli altri chiamati o a un terzo. Questa ipotesi, disciplinata, configura un altro caso di accettazione c.d.
presunta della eredità. Anche in questo caso non si ha un negozio unilaterale con effetti abdicativi bensì un
vero e proprio contratto di donazione. Invero, nel caso in cui il chiamato voglia esternare il suo intento
liberale, ovvero quello di beneficiare, tramite la perdita effettiva della quota ereditaria a cui è stato chiamato,
tutti gli altri chiamati può, anziché dichiarare di rinunciare, effettuare una donazione diretta della sua
quota. In tal modo egli, da un lato, diviene erede e, dall’altro, non relega il suo intento liberale alla sfera dei
motivi così come accade percorrendo la strada della rinuncia abdicativa. 
Pubblicità: l’unica forma di pubblicità a cui è sottoposta la rinuncia alla eredità è l’iscrizione nel registro
delle successioni tenuto presso il tribunale del luogo dell’apertura della successione ai sensi dell’art.
52 disp. di att. c.c. La rinuncia, infatti, non va trascritta nei registri immobiliari ex art. 2643, n. 5 c.c.,
secondo i quali si devono rendere pubblici gli atti tra vivi di rinunzia ai diritti reali immobiliari perché, da un
lato, essa non determina una vicenda circolatoria o traslativa e, dall’altro, non ha ad oggetto un diritto sui
beni immobili, anche qualora questi siano compresi fra i beni ereditari, bensì il diritto di natura personale ad
accettare l’eredità. 
 
LEZIONE 29.03
Chiamata all’eredità
La delazione è il lato dell’offerta di diritti e doveri giuridici al chiamato per legge o testamento, diritto di
accettazione o rinuncia. Il diritto di accettazione una volta esercitato abbiamo già visto le regole nel caso in
cui si a già in possesso dei beni o meno. Qualora si verifichi il decesso del chiamato prima che egli abbia
potuto accettare o rinunciare il suo diritto diventa una componente del suo patrimonio cosi che sarà
trasmesso il diritto di accettazione agli eredi che hanno accettato questa seconda eredità che vede nel
patrimonio il diritto del primo dante causa. Agli effetti dell’art. 479 se un soggetto muore prima di aver
accettato l’eredità viene trasmesso agli eredi, i successori a titolo universale subentreranno nell’identica
posizione del de cuios. Il titolo dell’eredità è di aver accettato in via intermedia, gli eredi ricevono per
trasmissione il diritto di accettare la detta eredità.
Ultimo comma: se sono erede di Caio che a sua volta era erede di Sempronio se rinuncio all’eredità di caio
rinuncio anche a quella di sempronio. Se accetto l’eredità di caio è evidente che gli si trasmette nel suo
complesso ogni tipologia di chiamata: sia i poteri del chiamato all’eredità (ex 460 ss) poteri da esercitare
senza la qualità di erede eccetto nel caso in cui ci sia un curatore dell’eredità, i comportamenti del chiamato
comporterebbero l’accettazione. Oltre ai poteri ex 460 potrà esercitare tutti i diritti spettanti al trasmittente
(caio). Temine di prescrizione decorre dall’apertura della successione di Caio, non ci sono termini
intermedi. Il chiamato originale può fissare dei termini giudiziali per l’accettazione dell’eredità, ex 481, il
termine giudiziale rimane valido, anche se il chiamato muore, per coloro a cui è stato trasmesso il diritto. La
trasmissione della delazione è una trasmissione legale, un effetto legale della morte del chiamato. Rimane il
principio della indisponibilità della delazione secondo cui il chiamato non può con atto dispositivo
disporre della delazione con atti inter vivos, ciò comporterebbe un’accettazione tacita dell’eredità visto l’atto
dispositivo dell’intera eredità ex 477.
Presupposti: esistenza di un chiamato all’eredità che deve morire prima della accettazione, che non l’abbia
accetta né rifiutata e che sia ancora in corso il termine d’accettazione. Il trasmissario, erede del chiamato
che riceve la vocazione indiretta deve essere capace e degno di succedere nei confronti del morto
intermedio. Il secondo morto deve essere degno di succedere al primo morto, perché l’ultimo, l’erede vivo
non succede per diritto proprio ma derivato.
Effetti: ci sono due eredità distinte, quella dell’originale de cuios e quella del trasmittente, non si può
accettare solo quella di sempronio ma prima bisogna accettare quella di caio. Se accetto l’eredità di
sempronio effettuo un’accettazione tacita dell’eredità di caio ex 476 esercitando un diritto che fa parte
dell’eredità. La rinuncia: rinunciando all’eredità di caio non potrò separatamente accettare quella di
sempronio, la rinuncia dell’eredità di sempronio comporterà accettazione tacita dell’eredità di caio. Se
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rinuncio all’eredità del de cuius sempronio non si ha perdita immeditata del diritto di accettazione ex 525
fino a che il diritto di accettare l’eredità non è prescritto contro i chiamati che vi hanno rinunciato, questi
potranno accettarle entro i termini e che non sia stata accettata dagli altri chiamati.
Poteri del trasmissario, colui chiamato alla seconda eredità, art.460 poteri del chiamato ma lui chiamato
non è, lo era il dante causa. Dovrà agire ex 641 e 642
Ipotesi di più chiamati all’eredità ex 479 il diritto di accettare è unico e si trasmette a tutti gli eredi creando
una titolarità pro quota in capo a tutti i chiamati, se tutti accettano ognuno succederà per la medesima quota
per cui era erede del trasmittente, caio, se solo alcuni degli eredi di caio accettano questi acquistano pro
quota la parte del rinunciante, non è un accrescimento ma solo la conseguenza dell’unicità del diritto di
successione che non può essere divisibile. Questa è la modalità di trasmissione del diritto uno degli altri
meccanismi per spostare il diritto di accettare acquistare l’eredità spetta al disponente dove la trasmissione è
un effetto legale nel caso in cui il chiamato muoia e mancano disposizioni, se il disponente invece ci ha
pensato avviene il meccanismo della sostituzione testamentaria e si verifica tutte le volte in cui il testatore
dopo aver istituito erede e legatario una determinata persona dispone che nel caso in cui egli non possa o non
voglia accettare l’eredità, alla persona designata debba succedere un sostituto.

Sostituzione: il codice disciplina due forme: art. 688 predisposta dal testatore, art. 692 fedecommissaria
quale deroga al divieto di ordine successivo, stante alla finalità assistenziale e quindi con norma specifica ed
eccezionale non soggettata ad applicazione analogica.
Art. 688 prevede che il testatore possa sostituire all’erede prestabilito un'altra persona per il caso in cui il
primo non possa o non voglia accettare l’eredità. Questo ha fondamento nella tutela della volontà del
testatore al quale è consentito di precludere l’operatività della rappresentazione e dell’accrescimento ovvero
della successione legittima. Non c’è meccanismo di legge, la sostituzione supera il tutto. Il fenomeno che si
verifica al momento dell’apertura della successione vs chiamato e sostituito. Ci sono due teorie, parte della
dottrina sostiene che ci sia una condicio iuri in quanto la mancata accettazione del primo chiamato è un
presupposto previsto dall’ordinamento. La tesi però non tiene conto e qualifica una condizione legale in
maniera magra, non è sufficiente la mera previsione legislativa, bensì è necessario che la subordinazione
dell’efficacia della fattispecie negoziale, ad evento incerto volontà o meno accettazione, avvenga ad opera
delle leggi e non delle parti. Dire che è una condicio iuris quando in realtà se non è prevista nel testamento
non opera è una forzatura. Resta una scelta del testatore quale condictio facti perché è il testato che con atto
di volontà subordina l’efficacia della sostituzione al verificarsi di un determinato evento, il chiamato non può
o non vuole accettare. Il fenomeno che si realizza all’apertura della successione occorre distinguere tra la
successione dell’istituito chiamata immediata e incondizionata, a quella del sostituito che è condizionata e
subordinata alla morte del chiamato pre-accettazione o la sua non volontà di accettazione. L’istituito è
immediatamente e completamente chiamato all’eredità e può esercitare i poteri ex 460 e il termine
decennale, il sostituto essendo destinatario di una delazione eventuale ha una aspettativa, non ha poteri ex
460 e nel mentre non può accettare l’eredità. Ex 480 c.2 il termine decorre dal giorno in cui è chiamato.
Al sostituto spetta una tutela giuridica: apposizione di sigilli all’eredità se teme turbative, inventario e potrà
fare al suo istituito principale l’azione interrogatoria ex 481.
Quando opera la sostituzione: quando il primo chiamato non vuole o non può accettare l’eredità. Ipotesi di
impossibilità: premorienza, morte presunta, incapacità, indegnità, se c’è una condizione sospensiva o
risolutiva il verificarsi della condizione. La volontà di non accettare: rinuncia espressa, prescrizione diritto
di accettazione eredità ex 480 481 487.
L’art.688 c.2 prevede un a presunzione relativa di volontà se il testatore ha disposto solo per alcuni casi si
presume la disposizione anche sul caso non espresso, salvo diversa volontà. È riconosciuto al testatore una
sostituzione plurima ex 689 la possibilità di sostituzione di più persone al posto dell’una. Ammessa la
sostituzione reciproca tra coeredi istituiti meccanismo complesso che se istituiti con quote diseguali quelle
della prima istituzione si presume ripetuta anche nella sostituzione. Ammissibile anche una sostituzione
parziale, istituito tizio e non vuole accettare nomino nella quota di un terzo Marco il resto successione per
legge. Successioni successive nomino A che se non accetta nomino B etc.
Obblighi sostituto ex 690 obblighi imposti all’istituito, gravano sia i legati obbligatori sia.

La rappresentazione
Art. 467 e seguenti meccanismo in base al quale il rappresentante, verificatosi eventi che impediscono la
successione dell’ascendente da questo rappresentato, subentra in luogo di quest’ultimo nella successione
ereditaria del de cuius o nell’acquisto del legato dal medesimo predisposto. La rappresentazione non ha nulla
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a che vedere con la rappresentanza. Il rappresentato ha rilievo per determinare quota o entità che deve essere
devoluta al rappresentante. Si tratta di una successione iure proprio, figlio del figlio. Rispetto a trasmissione
è un diritto derivato mentre la rappresentazione diritto proprio. Il fondamento della rappresentazione è la
tutela della famiglia, nella sua accettazione più completa, opera a favore del figlio il stato di filiazione si
acclarato e riconosciuto, la famiglia oggetto di tutela è quella del morto, nel caso in cui il chiamato sia
estraneo la rappresentazione non opera infatti ha una struttura specifica.
Natura giuridica: è riconosciuta come fictio iuris, è la legge a riconoscere l’erede il rappresentante, avendo
sempronio caio e giovanni, morto caio, giovanni è figlio e rappresentante e caio morto il rappresentato. È la
legge che fingerebbe che egli sia nella stessa posizione. In realtà sarebbe una finzione a tutti gli effetti se il
diritto attribuito non fosse mai del rappresentante cosi da poterlo esercitare, ma non c’è finzione il
rappresentante acquista i beni iure proprio non per rappresentazione. Parte della dottrina la considera una
conversione legale della vocazione del rappresentato in quella del rappresentante. Nel caso di
rappresentazione si verifica una sorta di conversione che assomiglia ai negozi giuridici. Però il fenomeno
della conversione ha come presupposto la nullità del primo negozio; la prima chiamata quella del
rappresentato o manca o viene a cadere in caso di rinuncia o premorienza, non c’è una conversione vera e
propria. Possiamo parlare di chiamata indiretta? La dottrina ha provato a distinguere la vocazione dalla
delazione, la vocazione indiretta la chiamata è mediata per relazione dovendosi verificare determinate
circostanze, in tale ipotesi la vocazione si qualifica in relazione ad una precedente chiamata del
rappresentato. Una vocazione indiretta non è presente propriamente presente nella rappresentazione, mentre
lo è nella trasmissione perché il trasmissario a cui arriva la chiamata utilizza quella del trasmittente tanto che
il trasmissario deve essere capace e degno rispetto al trasmittente. Parliamo di delazione indiretta sia
soggettivamente che oggettivamente, può essere talvolta immediata nel caso di premorienza o differita
indegnità o rinuncia. Sotto il profilo soggettivo: il rappresentante viene alla successione in quanto il primo
chiamato non venga alla successione non potendo o non volendo accettare l’eredità. Sotto il profilo oggettivo
la delazione del rappresentante è in diretta perché l’oggetto della successione è determinato con riferimento a
quello del rappresentato. Presupposti: successione legittima o testamentaria, 467 c.2 comunque anche
nell’ipotesi di rappresentazione prevale il principio ex 457 non si fa luogo alla successione legittima quando
manca in tutto o in parte quella testamentaria. La rappresentazione nella successione testamentaria opera
solo quando il testatore non ha provveduto per il caso in cui l’istituito non voglia o possa accettare, non ha
disposto sostituzione o non ha escluso la rappresentazione solo in questo caso opererà la rappresentazione.
Tra i presupposti abbiamo la premorienza del rappresentato rispetto al de cuius o la commorienza
(dichiarazione di morte presunta), assenza indegnità che non si estende al rappresentante iure proprio,
rinuncia o perdita del diritto di accettazione ex decorrenza termine 481.
I rappresentanti ovvero i soggetti a favore dei quali si realizza la chiamata per rappresentazione sono
individuati dall’art. 467 c.1 discendenti senza distinzione alcuna, in linea collaterale solo a favore dei
discendenti di fratelli e sorelle non in linea retta infinita art. 468, 469.
Trasmissione che prevale su sostituzione che prevale su rappresentazione. Quando non opera nessuno,
abbiamo la devoluzione per legge attraverso accrescimento di pari grado o individuazione di un grado
ulteriore di chiamati.

La successione avviene per stirpi e non capi, non rileva che sia uguale o meno il grado di discendenti e il loro
numero. Es. due figli premorti a uno può succedere il figlio all’altro il nipote. L’accrescimento opererà solo
all’interno di ciascuna stirpe. La rappresentazione ha luogo anche nel caso di unicità di stirpe, un solo figlio.
Per la determinazione quota di riserva deve aversi riguardo al numero di rappresentati es. sempronio caio
gio e marco la quota e su gio e marco. Il legittimario che succede per rappresentazione risulta svantaggiato
rispetto a quello che succede direttamente, in caos di perimento dell’azione di riduzione dovrà fare
imputazione ex se di donazione o legati fatti all’ascendente mentre se questi ove fosse succeduto nona
avrebbe dovuto imputare le donazioni dei discendenti. Se gio aveva ricevuto donazione e muore gli altri
dovranno imputare pro quota la donazione, ma se questo fosse vivo avrebbe dovuto imputare la sua
donazione. Il discendente che succede per rappresentazione deve portare ciò che ha ricevuto l’ascendente per
collazione anche se abbia rinunciato all’eredità di costui. I figli di gio possono rinunciare all’eredità di gio,
essere chiamati per rappresentazione all’eredità di sempronio ma su questa porteranno in collazione cio che
ha ricevuto gio anche se loro non hanno accettato tale eredità.

Riassunto dei tre meccanismi: la trasmissione prevale su sostituzione che prevale su rappresentazione.
Perché ex 467 c.2 prevale la sostituzione. Questo ordine è dato dal fatto che la prevalenze della trasmissione
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deriva dal fatto che la delazione non muore con la morte dell’istituito, presupposto è morte del chiamato in
un momento successivo all’apertura e prima dell’accettazione, mentre sostituzione e rappresentazione del
primo chiamato prevedono che il chiamato sia morto prima della successione di cui si tratta, nell’ipotesi di
sempronio e caio, opera la trasmissione del diritto di accettarla da parte di sempronio tutte le volte in cui
muore S caio è vivo, non ha deciso, muore C trasmissione, il suo diritto segue la sua eredità. Avendo S C e
figli deve morire caio prima di S perché si possono attuare i meccanismi di sostituzione e rappresentazione.
Nella trasmissione la vocazione è indiretta perché il titolo passa da s a C e poi agli altri. Sostituzione e
rappresentazione prevedono una vocazione diretta per effetto delle stesse. La delazione è eventuale nella
sostituzione e indiretta nella rappresentazione. Il trasmissario stante la vocazione indiretta deve essere capace
e degno verso il nuovo morto. In caso di rappresentazione e sostituzione capaci e degni verso S quale
chiamata diretta. Il testatore può derogare quest’ordine facendo prevalere la sostituzione sulla
rappresentazione oppure una sostituzione ordinaria es. prevedendo che c’è un istituito sottoposto a
condizione che egli non accetti personalmente l’eredità. Il testatore può escludere che la sostituzione
prevalga sulla sostituzione con clausola a contrario: la sostituzione opera solo in assenza di discendenti in
linea retta o a favore dei quali opera rappresentazione.

LEZIONE 12.04
Diritti riservati ai legittimari
Nel nostro ordinamento la struttura delle successioni prevede che ci siano degli eredi legittimi e legittimari,
la successione dei legittimari è disciplinata dagli articoli 536 al 564, è una successione parallela. Sappiamo
che ci sono due modi: la successione si apre alla morte e l’eredità si devolve per legge o per testamento.
Questa non è una modalità di devoluzione della successione ma è una modalità di attribuzione dell’eredità
stabilita dal legislatore, il criterio è che indipendentemente da quello che succede all’apertura della
successione, sia essa devoluta per legge o testamento, ci può essere un correttivo disposto alla sola tutela dei
legittimari.
I legittimari sono quei soggetti legati per vicinanza al disponente, stretti, che non possono essere esclusi dalla
sua successione. Esistono teorie che vedono categorie di legittimari talmente stretti da non poter essere
esclusi dalla successione così da affiancarla alla successione legittima es. art. 536 coniuge figli e ascendenti.
La differenza sostanziale rispetto alla successione legittima è che questi tre sono chiamati anche contro la
volontà del disponente. Contro la volontà del disponente ci si aspetta che la successione legittima si apra solo
se è morto e ha fatto una successione testamentaria e ha lasciato meno a qualcuno, ma la successione dei
legittimari può aprirsi contemporaneamente sia in caso di successione legittima che testamentaria, più
evidente per la seconda. Una delle problematiche è che:
l’erede è stato escluso dalla successione, Maria vedova ha tre figlie e nomina nel testamento solo due di
queste e la terza non è chiamata, questa deve esercitare un’azione per far valere i suoi diritti di legittima,
l’azione non è un’impugnazione del testamento, questo rimane valido, ma è un’azione di riduzione (sul
tavolo del lgs è da più di tre anni che si discute di una riforma per ridurre le quote dei legittimari).

Caratteri della successione necessaria


Opera in parallelo, in aggiunta, solo su iniziativa della parte lesa.
Oggetto è solo la quota di legittima, non l’intero patrimonio, le quote sono minori rispetto alle quote ab
intestato perché nella successione cumulativamente concepita il morto ha una quota a propria disposizione
libera. Il presupposto è la lesione della legittima.
C’è un principio complicato nell’individuazione dei legittimari che sono i figli, il coniuge, gli ascendenti e
gli aventi causa eventuali che potrebbero essere lesi da una rinuncia di una quota di successione:
in caso di concorso tra coniuge e figli la quota ha un valore e anche in caso di concorso tra coniuge e
ascendente ha un valore. Esiste un principio della quota mobile dove questa viene stabilita a posteriori una
volta aperta la successione in relazione a quali sono le categorie in concorso, questa ha a che vedere con i
legittimari e non rispetto al patrimonio. Cambia il tipo di frazione ma anche la disponibile sulla base di quali
e quanti sono gli aventi diritto alla quota di legittima. Il patrimonio che viene suddiviso è frazionato
togliendo una frazione della disponibile (1/3 o ¼ rispetto ai legittimari)
Individuare i legittimari: il coniuge è un legittimario fuori scala perché il codice art. 540 c.2 che prima del
‘75 non esisteva, modificato in toto dove prima del ’75 erano previsti solo dei diritti di usufrutto e non di
nuda proprietà; riceve oltre a piena proprietà e usufrutto riceve anche un super bonus anche quando
concorra con altri chiamati (figli o ascendenti) riceve il diritto di abitazione nella casa famigliare e di uso
sui mobili che la corredano siano essi di proprietà del defunto o comune cosi da evitare la modifica della
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casa rispetto allo status del coniuge ancora vivo. Diritto di abitazione e diritto di uso, diritti vitalizi. La norma
sapendo che la quota di legittima era complicata da individuare aggiunge che i diritti di uso e abitazione
gravano sulla porzione disponile e qualora non sia sufficiente per il rimante sulla quota disponibile del
coniuge e per il rimanente sulla quota dei figli problematica numero uno vede che facendo gravare sulla
disponibile si rischia di ridurre lo spazio di autonomia del coniuge morto, l’idea è che se nella successione
c’è solo un immobile anche se avrebbe potuto e dovuto costituire legittima degli altri prevale l’art. 540 c.2.
Il coniuge separato rimane legittimario, no divorzio no addebito, stessa situazione per l’unito.

Calcolo della legittima


Art. 566 calcolo della disponibile determinazione del relictum, detrazione dei debiti e riunione fittizia della
donazione, per la detrazione dei debiti è difficile la loro individuazione mentre per reclictum o donatum si
calcola al momento dell’apertura della successione (con tutte le problematiche della svalutazione e
rivalutazione di immobili) particolare attenzione alle donazioni: queste possono essere effettuate con atto di
donazione, atto pubblico con testimoni, animus donandi componente essenziale che non è una causa ma una
forma pubblica. La donazione indiretta ha una differenza, ok animo di arricchimento del donante, ma attuata
con forma legata al negozio tipico a causa onerosa attraverso cui transita l’animo liberale ipotesi più diffusa
intestazione a nome altrui.
Questione patto di famiglia si discute se i beni oggetto del patto di famiglia siano oggetto di richiamo alla
massa ereditari a o meno: tesi positiva perché nel momento in cui si va a fare l’imputazione in sé, l’oggetto
del patto rientra in quello che viene imputato. La tesi negativa si basa sulla valorizzazione data dal legislatore
al patto di famiglia quale sorta di successione su massa ereditaria distinta escludendo una riunione fittizia
perché la finalità era proprio quella di cristallizzare la situazione e non doverla ridiscutere successivamente.
Primo punto individuazione della quota riservata a ciascun legittimario.
Punto due imputazione ex se prevista dall’art. 564 il quale prevede le condizioni per agire in riduzione così a
verificare che con le donazioni pregresse non abbia già colmato il suo diritto di legittima. Principio
riequilibratore. Lettura articolo: il legittimario che non ha accettato con beneficio di inventario l’eredità non
può chiedere la riduzione della donazione e dei legati, salvo che le donazioni e legati siano stati fatti a
persone che chiamate come coeredi vi abbiano rinunciato. Se non ha accettato con beneficio di inventario
non si inizia il calcolo salvo che siano coeredi. Questo perché i destinatari delle donazioni, dei legati,
chiamata in eredità potrebbero essere soggetti terzi che non hanno idea del patrimonio ereditario del cuis, coi
da non aver possibilità di difendersi. L’inventario è fondamentale. comma 2 se non è stato dispensato dal
donante o testatore i legati e le donazioni sono da intendersi in conto come se fossero in acconto sulla sua
quota di legittima o successione futura, se invece il disponente voleva che quei beni risultassero gravanti
sulla disponibile e non risultassero parte della legittima doveva precisare che la donazione è stata fatta con
dispensa di imputazione e quindi da gravare sulla disponibile. Questa dispensa è una donazione, aggiunge
al beneficiario una porzione di eredità in più, ci sono due opzioni: o si inserisce nella donazione o se viene
effettuata in un secondo momento o nella forma della donazione o ha forma di testamento come lascito
(super bonus donazione). Con la dispensa di imputazione graviamo sulla quota disponibile.
La finalità è quella di consentire al soggetto che agisce in riduzione di procede con tala azione avendo
verificato che non ci sono i presupposti per dire che ha ricevuto troppo.

Chi sono i soggetti tenuti e quali i beneficiari dell’imputazione?


I soggetti tenuti all’imputazione sono coloro che agiscono in riduzione, ma anche quelli che la subiscono
perché ciascuno è tenuto a imputare e beneficia dell’imputazione altrui. Quando si va a fare il calcolo si
andrà a vedere che il soggetto che abbia agito in riduzione non abbia già comporto la sua quota di legittima
con i beni e poi quando va ad agire in riduzione verso qualcuno bisogna andare a verificare che spazio c’è,
l’idea è che la riduzione operi dalla attribuzione più recente e poi a ritroso. Chi ha ricevuto la donazione
molto prima rispetto ad un altro nel meccanismo dell’imputazione sarà beneficiato perché tratterrà la sua
donazione con vantaggio rispetto agli altri. Si calcola la disponibile depauperando gli ultimi arricchiti e non i
primi.
La dispensa di imputazione può essere una clausola accessoria ma anche la volontà di donazione autonoma.

Collazione
Operazione contabile ed eventuale che opera così: i suoi presupposti sono una donazione senza dispensa
bisogna avere a che fare con coniugi o ascendenti del de cuis e l’accettazione eredità.

24
Con l’imputazione ex se faccio il calcolo se posso agire in riduzione, quando invece opero con collazione mi
impegno a trasferire ai coeredi quanto in più io possa aver ottenuto. Se da un lato quando opero con
imputazione sconto in anticipo di eredità, quando opero in collazione sto andando a ricreare una parità di
trattamento tra posizioni di coeredi, meccanismo di calcolo e di redistribuzione della ricchezza che opera
prima dell’azione in riduzione e solo a favore di coniugi e discendenti. La dispensa da imputazione è una
liberalità ulteriore e con efficacia nei limiti della disponibile residua, la dispensa da collazione è una
liberalità ulteriore, si applica solo tra condividenti legati da parentela stretta e solo nella operazione iniziale
contabile di riunione fittizia e apporzionamento.
Ricordiamo che la tutela dei legittimari e la loro quota sono principi di ordine pubblico, il legittimario può
sempre ripristinare il suo diritto, art. 457 c.3.
L’intangibilità della legittima è solo quantitativa o anche qualitativa? Da principio il concetto era con
certezza che fosse intangibile sotto il profilo qualitativo oltre che quantitativo, ossia: l’erede leso pretermesso
aveva diritto di ottenere una quota a parte di tutti i beni che componevano l’eredità. In parte questa dottrina
era avvalorata dal fatto che si considerava impossibile tacitare i legittimari con beni non ereditari. Oggi la
visione è andata modificandosi, a partire dal 2005 col patto di famiglia, la lettura è diventata più favorevole
ad una lettura di intangibilità meramente quantitativa perché è più sistematica come lettura, meglio pochi in
comunione visto che è indesiderata data la volontà di esclusione del soggetto, vista la possibilità di
quantificare il diritto alla quota e che questa è espressa in denaro. Il patto di famiglia ha valorizzata questa
posizione permettendo lo scorporo di un bene, azienda, dal patrimonio ereditario, l’attribuzione dello stesso
con una quota ben specifica e con l’individuazione in denaro effettuata da assegnatario o disponente che sia
ha creato la prima breccia vera nella lettura dell’intangibilità quantitativa diventando intangibilità qualitativa
della legittima rafforzando la posizione quantitativa ma sminuendo la qualitativa.

La tutela dei legittimari è talmente forte che il legislatore non si è limitato all’art. 457 ultimo comma e la
disciplina dal 536 a 564, ma ha previsto anche delle altre modalità collaterali di tutela del divieto: art.459
divieto di apposizione di pesi e condizioni sulla quota del legittimario. Pesi e condizioni si intendono
come non apposti, parte impugnabile del testamento ma non necessariamente con azione di riduzione. L’altra
tutela che il legislatore ha previsto: cautela sociniana art.550 (giurista romano), lascito eccedente la
porzione disponibile.
Quando il testatore dispone di un usufrutto o di una rendita vitalizia il cui reddito eccede quello della
porzione disponibile, i legittimari, ai quali è stata assegnata la nuda proprietà della disponibile o di parte di
essa, hanno la scelta o di eseguire tale disposizione (tenere la nuda proprietà gravata da usufrutto) o di
abbandonare la nuda proprietà della porzione disponibile. Nel secondo caso il legatario, conseguendo la
disponibile abbandonata, non acquista la qualità di erede chiedono poi in riduzione la quota di eredità per
intero, essendo il diritto del legittimario diritto disponibile solo dopo l’apertura della successione lascia al
legittimario, nudo proprietario, se accettare la nuda proprietà o agire in riduzione per ottenere l’intero.

Azione di riduzione
Art. 553 - 564 l’azione è strutturata in tre azioni: azione di riduzione pura e due azioni di restituzione per il
recupero dei beni. La prima è un’azione in senso stretto volta ad accertare la lesione della quota di legittima e
rendere inefficace le disposizione testamentaria e le donazioni, azione di impugnazione della situazione
successoria, azione di accertamento costitutivo della lesione e che comporta l’inefficacia relativa
sopravvenuta per le disposizioni lesive, relativa per solo colui che agisce, azione personale dell’erede leso o
pretermesso escluso, lo scopo è l’accertamento della lesione e rendere inefficace solo verso di lui le
disposizioni testamentarie lesive e le donazioni a partire dall’ultima fatta.
Condizioni: ACCETTAZIONE CON BENEFICIO DI INVENTARIO
Per garantire terzi e legatari che non conoscono effettiva consistenza asse ereditario
NO, se legittimario è pretermesso e NO se contro solo coeredi)
IMPUTAZIONE EX SE
Il legittimario deve calcolare le anticipazioni che ha ricevuto come anticipazioni della quota di legittima
NO, se disponente ha dispensato
Per le disposizioni testamentarie opera proporzionalmente, perché fatte tutte contestualmente, se la
riduzione proporzionale non è sufficiente si va a ridurre la donazione dall’ultima all’indietro ex art. 559,
queste si riducono solo dopo la riduzione dei beni disposti nel testamento

Azione di restituzione sua prefe


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Azione reale contro i beneficiari di azioni ridotte, si può avere direttamente contro legatario o donatario
(erede), ma anche contro i terzi acquirenti dai beneficiari di azioni ridotte.
Art. 561 restituzione immobili da donatario e legatario è previsto che gli immobili siano restituiti liberi da
peso e ipoteca. Modifica del 2005 ex legge semplificazione, il lgs ha deciso di mettere un termine a questo
diritto degli eredi ed era commisurato all’ordinario termine di prescrizione dell’azione di restituzione,
termine breve di 20 anni dalla data di donazione e possibilità di opposizione a donazione con nuovo scorrere
del termine. Qui si marca la differenza tra azione di restituzione e riduzione.
Art. 563 ha introdotto il medesimo termine, questa separazione ha evidenziato che l’azione di restituzione è
reale, di condanna e che ha per oggetto un bene determinato, il presupposto è l’avvenuto esercizio
dell’azione di riduzione.
La dottrina prima e poi la giurisprudenza: vista la differenza tra le azioni e il divieto del legislatore è
tassativo alla rinuncia preventiva è per l’azione di riduzione, ma ha reso la restituzione disponibile: con la
rinuncia ad opposizione si permette il consolidamento dei termini perché non è possibile una rinuncia
completa alla restituzione? È un’azione reale, il legittimario che rinuncia all’azione di riduzione rinuncia alla
garanzia reale che gli spetterebbe su una serie di beni. Così si sostiene la possibilità di rinunciare, con in vita
il donante, all’azione di restituzione: è un patto successorio? No, perché è una garanzia.
Valida la rinuncia all’azione di restituzione per i notai coraggiosi.

Divisone operata dal testato ex art. 733 e seguenti


Art. 735 La divisione nella quale il testatore non abbia compreso qualcuno dei legittimari o degli eredi
istituiti è nulla. Il coerede che è stato leso nella quota di riserva può esercitare l'azione di riduzione contro gli
altri coeredi. Alcuni autori hanno interpretato la norma letteralmente, sostenendo che si ha nullità in tutti i
casi in cui il testatore nella divisione non comprenda (istituendo e apporzionando) qualcuno dei legittimari o
degli eredi istituiti. Per la dottrina preferibile e Cass. 3599/1992 la norma va interpretata secondo la ratio
legis: la divisione è nulla solo quando non sono stati lasciati fuori dalla divisione beni sufficienti a
formare le porzioni dei soggetti pretermessi.
Questo significa che la divisione non può mai dirsi nulla al momento della redazione del testamento:
potranno sempre sopravvenire beni ulteriori.
Quando invece il testatore comprenda nella divisione il legittimario, ma gli assegni beni per valore inferiore
alla quota di legittima, la divisione non è nulla. Il legittimario dovrà esperire l’azione di riduzione «L'azione
del coerede leso nella legittima dalla divisione operata dal testatore è vera e propria azione di riduzione e
non di rescissione, ciò risultando dal principio dell'intangibilità della riserva.» (Relazione del Guardasigilli
al codice civile, art. 355)

Da questa norma si desume che il legittimario non possa essere apporzionato esclusivamente con denaro o
beni non facenti parte dell’eredità – pena la nullità della divisione stessa, però è una lettura molto poco
moderna infatti Cass. n. 2560/1974: Nell'ipotesi in cui il legittimario non è né ignorato né leso, ma risulta
chiamato sulla base di un'attribuzione di cosa altrui con i relativi oneri posti a carico dell'erede beneficiario,
l'azione che l'erede può e deve esperire, anche congiuntamente all'azione di divisione, è l'azione di nullità
della divisione testamentaria ai sensi del primo comma dell'art. 735 c.c.
Altro esempio Cass. n. 16698/2015
Il principio di intangibilità della legittima comporta che i diritti del legittimario debbano essere soddisfatti
con beni o denaro provenienti dall'asse ereditario, con la conseguenza che l'eventuale divisione operata dal
testatore contenente la disposizione per la quale le ragioni ereditarie di un riservatario debbano essere
soddisfatte dagli eredi tra cui è divisa l'eredità mediante corresponsione di somma di denaro non compresa
nel "relictum" è affetta da nullità ex art. 735, comma 1, c.c.
Divisione che al suo interno prevede un bene altrui.

LEZIONE 19.04
La tutela dei legittimari è articolata in una fase strutturale, vista sopra, quando il disponente viene a mancare
i legittimari scoprono la consistenza del patrimonio ereditario e valutano se e in che modo sono lesi,
decidono poi di agire per ottenere la riduzione. Abbiamo distinto tra azione di riduzione e restituzione
disciplinate dagli articoli 536 e seguenti (564) vengono individuati i soggetti legittimari o eredi necessari e la
tutela nasce dal contemperamento dell’autonomia di ciascun disponente che è un aspetto primario delle
successioni, art. 457 prima opera il testamento e in secondo luogo la successione di legge, questa volontà è

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limitata dai diritti dei legittimari al c.3 art. 457 Le disposizioni testamentarie non possono pregiudicare i
diritti che la legge riserva ai legittimari
La porzione di legittima è l’utile netto minimo che il legittimario ha diritto di conseguire, ossia la parte
della massa ereditaria astrattamente e fittiziamente individuata secondo le disposizioni di cui art. 456 e art.
536.
Abbiamo: RELICTUM MENO DEBITI PIU DONATUM
Se nell’eredità vi sono debiti, la quota di eredità riservata al legittimario sulla base della porzione di legittima
cui egli ha diritto sarà più ampia dovendo tener conto della parte dei debiti che gravano proporzionalmente
sugli eredi.

La tutela dei legittimari


Passa come prima azione DALL’AZIONE DI RIDUZIONE ex art. 553 È l’azione che ha lo scopo di far
accertare sia l’an sia il quantum della lesione e conseguentemente di far dichiarare l’inefficacia (totale o
parziale) delle disposizioni testamentarie e delle donazioni, le quali eccedano la quota di cui il testatore
poteva disporre. Azione che serve a capire se c’è una lesione, a quanto ammonta e dichiara inefficace per il
quantum le disposizioni testamentarie o donativi. Efficacia RELATIVA che fa salve le volontà del testatore,
diventa parzialmente inefficace solo per la quota relativa al legittimario rese.
Natura giuridica:
• Non è un’azione di nullità
• Non è un’azione di rescissione o di risoluzione

È azione di accertamento costitutivo. Accerta la lesione e dall’accertamento consegue automaticamente la
modificazione giuridica del contenuto del diritto dei legittimari
È un’azione di inefficacia relativa e sopravvenuta, in quanto produttiva di effetti solo con riguardo al
legittimario che ha agito e da esperirsi successivamente all’atto dispositivo, non retroagisce perché produce
effetti solo per il legittimario che ha agito a cui spetta tutela e ripristino. Il legittimario se vuole agisce in
riduzione o se no rimane inerte e la disposizione testamentaria si attua così come indicata. L’an e quantum
sono verificati con riferimento all’apertura della successione.
È un’azione personale in quanto esperibile solo contro i beneficiari delle disposizioni lesive. Due eredi lesi
entrambi vs donatari e non reciprocamente a meno che non abbia ricevuto più del dovuto
È un’azione con effetti retroattivi reali qui c’è un piccolo arco temporale di retroattività perché colui che
diventa erede, diventa erede senza soluzioni di continuità rispetto al disponente.

Come si riducono le successioni art. 553 Riduzione delle porzioni degli eredi legittimi in concorso con i
legittimari. Quando sui beni lasciati dal defunto si apre in tutto o in parte la successione legittima, nel
concorso di legittimari con altri successibili, le porzioni che spetterebbero a questi ultimi si
riducono proporzionalmente nei limiti in cui è necessario per integrare la quota riservata ai legittimari, i
quali però devono imputare a questa, ai sensi dell’art. 564, quanto hanno ricevuto dal defunto in virtù di
donazioni o di legati.
Es. se al momento dell’apertura della successione Tizio aveva Figlio 1, figlio 2, figlio 3 e Tatiana “l’amica”
nel concorso dei legittimari con Tatiana, le porzioni che spettano a Tatiano si riducono proporzionalmente
nei limiti che sia necessario per reintegrare la quota dei legittimari, i legittimari però devono imputare alla
quota ciò che hanno ricevuto dal defunto in donazione o legato. (skip ci sono tre slide che lei salta)

Concetto di imputazione ex se art. 564 Il legittimario che non ha accettato l’eredità col beneficio
d’inventario non può chiedere la riduzione delle donazioni e dei legati, salvo che le donazioni e i legati
siano stati fatti a persone chiamate come coeredi, ancorché abbiano rinunziato all’eredità. Per evitare l’abuso
del legittimario al contrario perché se non accetto in riduzione e agisco nei confronti di un successibile che
non sarebbe legittimario né erede legittimo, ma chiamato direttamente, costui potrebbe non avere diritto a
conosce l’ampiezza dell’asse -> requisito uno: effettuare l’accettazione con beneficio di inventario così che
anche donatario e successibile estraneo di verificare il complessivo e vedere la lesione della legittima.
In ogni caso il legittimario, che domanda la riduzione di donazioni o di disposizioni testamentarie, deve
imputare alla sua porzione legittima le donazioni e i legati a lui fatti, salvo che ne sia stato espressamente
dispensato. Se ha quota cento e donazione trenta spetterà solo settanta. Il legittimario che succede per
rappresentazione deve anche imputare le donazioni e i legati fatti, senza espressa dispensa, al suo ascendente.
La dispensa non ha effetto a danno dei donatari anteriori.
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Ogni cosa, che, secondo le regole contenute nel capo II del titolo IV di questo libro, è esente da collazione, è
pure esente da imputazione.

Il meccanismo si complica quando il legittimario è chiamato in rappresentazione del suo discendente.


Es nonno con figlio premorto da cui ha avuto un nipote, questo chiamato in rappresentazione dovrà imputare
le donazioni e i legati fatti senza la dispensa non a sé ma al genitore il cui figlio succede per effetto della
rappresentazione. Tutte le volte che faccio dispensa per collazione e imputazione questa non ha effetto in
danno ai donatari anteriori che hanno ricevuto prima di quel momento, altrimenti permetteremo di
depauperare donazioni precedenti, si discute se sia una clausola autonoma o possa considerarsi clausola
accessoria alla donazione (autonoma ma con valore di donazione, mai a travolgere donazioni precedenti)

Come ridurre le disposizioni testamentari


Aperta la successione ho una struttura di riduzione delle disposizioni lesive con a base il criterio di riduzione
temporale dalle più prossime alla morte andando all’indietro nell’arco temporale. L’ultimo è il testamento,
prima riduco le disposizioni testamentarie che portino lesione e vado indietro guardando le donazioni.
Avviene proporzionalmente. Il testatore se sospetta di aver effettuato delle lesioni può suggerire quale delle
disposizioni deve avere preferenza rispetto le altre, sorta di dispensa da imputazione e collazione contenuta
nel testamento, possibile e valida nei limiti del necessario.
Le donazioni che eccedono la quota di cui il defunto poteva disporre sono soggette a riduzione fino alla
quota medesima, le donazioni non si riducono se non dopo esaurito il valore dei beni di cui è stato disposto.
Possono i donatari cambiare l’ordine di riduzione delle donazioni? Sono possibili dei rapporti di provvista o
fra i donatari o fra donatari e erede pretermesso, d’accordo tutti è possibile e il legittimario leso per
modificare l’ordine di riduzione. Atto di valore prettamente economico perché i diritti dei legittimari che nati
intangibili, si è visto dal punto di vista qualitativo assottigliarsi e valorizzando l’aspetto economico
quantitativo fino a poterlo comporre a titolo bonario di beni che non fan parte dell’eredità (al limite con la
reintegrazione più che riduzione e restituzione)

Soggetti che possono chiedere la riduzione Art. 557 La riduzione delle donazioni e delle disposizioni
lesive della porzione di legittima non può essere domandata che dai legittimari e dai loro eredi o aventi
causa. Essi non possono rinunziare a questo diritto, finché vive il donante, né con dichiarazione espressa, né
prestando il loro assenso alla donazione.
I donatari e i legatari non possono chiedere la riduzione, né approfittarne. Non possono chiederla né
approfittarne nemmeno i creditori del defunto, se il legittimario avente diritto alla riduzione ha accettato con
il beneficio d’inventario.
L’azione di riduzione si prescrive ai sensi dell’art. 2946 nel termine ordinario di dieci anni ... decorrenti da?
a) Apertura della successione
b) Pubblicazione del testamento
c) Accettazione eredità (per le istituzioni ereditarie lesive)
APERTURA DELLA SUCCESSIONE (PER LE DONAZIONI LESIVE)
È quest’ultima la tesi delle SS.UU. n. 20644/2004
Si rinuncia dalla data della morte non fino a che il donante è in vita

EFFETTI:
Se il legittimario era stato leso ottiene la devoluzione di una ulteriore quota di eredità che, sommata a
quella nella quale è già chiamato, gli permette di conseguire per intero la riserva spettantegli.
Se il legittimario era stato pretermesso si crea uno stato di comunione ereditaria fra l’erede o i coeredi
testamentari e il legittimario. Riacquista la posizione ed è inopponibile

AZIONE DI RESTITUZIONE artt. 561-563 È l’azione successiva alla prima che ha lo scopo di
recuperare dal beneficiario delle disposizioni lesive o dal terzo acquirente i beni oggetto di tali disposizioni
rese inefficaci dall’azione di riduzione. Azione reale non perseguibile contro soggetti determinati, diritto di
sequela del bene oggetto della disposizione lesiva, perciò, può essere esercitata VS ogni soggetto titolare sia
esso primo donatario beneficiario sia successivi acquirenti. Abbiamo due azioni una contro i destinatari delle
disposizioni oggetto di riduzione, l’altra vs destinatari degli acquisti successivi i terzi acquirenti.

PRESUPPOSTI: AZIONE IN RIDUZIONE con sentenza passata in giudicato.


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Per agire VS terzi acquirenti serve L’ALIENAZIONE DEL BENE.
PREVENTIVA ESCUSSIONE DEL BENEFICIARIO DELLE DISPOSIZIONI RIDOTTE
QUESTIONE L. 80/2005 riforma per migliorare la circolazione dei beni oggetto di disposizione lesiva

EFFETTI della restituzione esperita vittoriosamente


Nel caso in cui vi è restituzione nei confronti del destinatario della disposizione lesiva, primo donatario, il
bene restituito è privo di ogni peso o ipoteca che donatario può aver gravato nel mezzo, il lgs ha voluto
ridurre l’impatto di questa liberazione, salvo il disposto del n. 8 dell’art. 2652 La possibilità per il
legittimario di ottenere dai terzi la restituzione dei beni immobili oggetto della disposizione ridotta è
subordinata alla circostanza che la domanda di riduzione sia stata trascritta nei dieci anni dall’apertura
della successione o, se la trascrizione sia stata eseguita dopo il decennio, che essa sia comunque anteriore
alla trascrizione dell’atto con il quale il terzo ha acquistato, a titolo oneroso, diritti sui detti beni.
Introduzione di una variabile: La Legge n. 80/2005 ha cercato di facilitare la circolazione dei beni di
provenienza donativi, inserendo un ulteriore presupposto per l’esperimento dell’azione di restituzione.
Non devono essere trascorsi venti anni dalla trascrizione della donazione
Se i vent’anni sono già decorsi quando si apre la successione, il legittimario può solo chiedere la condanna
del donatario al pagamento dell’equivalente in denaro del bene donato, con la conseguenza di vedere
frustrate le proprie pretese nel caso in cui il patrimonio del donatario risulti insufficiente.

ATTO DI OPPOSIZIONE
La riforma del 2005 ha introdotto anche il seguente comma: ART. 563 per non far validamente decorrere i
venti anni.
Salvo il disposto del numero 8) dell'articolo 2652, il decorso del termine di cui al primo comma e di quello di
cui all'articolo 561, primo comma, è sospeso nei confronti del coniuge e dei parenti in linea retta del donante
che abbiano notificato e trascritto, nei confronti del donatario e dei suoi aventi causa, un atto
stragiudiziale di opposizione alla donazione. Il diritto dell'opponente è personale e rinunziabile.
L'opposizione perde effetto se non è rinnovata prima che siano trascorsi venti anni dalla sua trascrizione.
Diritto soggettivo di natura potestativa esercitabile durante la vita del donante e nei primi venti anni dalla
donazione, atto che può essere dimostrato al donatario e a ogni altro possibile avente causa
Soggetti legittimati: coniuge e parenti in linea retta del donante
Natura giuridica: a) natura negoziale
b) atto giuridico in senso stretto
È un atto stragiudiziale che deve essere notificato e trascritto (onere). Sospende nei confronti
dell’opponente, personale, il decorso del termine di vent’anni dalla data della trascrizione della fondazione,
perciò permette all’opponente di conservare l’azione di restrizione contro terzo avente causa del donatario.
È una tutela per il legittimario che con l’opposizione può agire in restituzione contro il terzo acquirente dei
beni donati anche se all’apertura della successione risultano già decorsi vent’anni dalla trascrizione della
donazione (poiché invece senza opposizione gli sarebbe stata preclusa l’azione di restituzione).
L’opposizione perde effetto se non è rinnovata prima che siano trascorsi vent’anni dalla sua trascrizione.
Possibili rimedi per facilitare la circolazione dei beni donati ai sensi dell’art. 563, ultimo comma, il diritto
di opposizione è rinunciabile da parte degli aventi diritto
Il legittimario rinunciante si preclude così la possibilità di agire in restituzione se all’apertura della
successione sono già trascorsi venti anni dalla trascrizione della donazione così però il bene può circolare
senza rischi solo una volta decorso il suddetto ventennio!

La rinuncia all’opposizione
Ha aperto la domanda: ma possono rinunciare all’azione di restituzione, facendo salva quella di riduzione?
Agisco per chiedere l’integrazione della quota ma rinuncio alla garanzia reale sui beni?
OSTACOLI ALLA RINUNCIA
Art. 557 Non si può rinunciare all’azione di riduzione finché vive il donante. Fase proattiva, no assenso
donazione ma ex 563 ultimo comma dici che non ti opponi alla donazione cosi che dopo venti anni il bene
può circolare.
Art. 458 Nullità dei patti successori rinunziativi, ossia degli atti con i quali taluno rinunzia ai diritti che gli
possono spettare su una successione non ancora aperta.
Posso rinunciare solo alla garanzia reale su specifici beni? Sembra che il legittimario possa pensare su quali
beni conservare la garanzia. A lei non convince molto la tesi positiva, qui noon stiamo cambiando l’ordine di
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riduzione che rimarrà il medesimo, all’ordine della restituzione ovvero l’inefficacia delle disposizioni lesive.
Il legittimario scegli in una situazione complessa
TESI POSITIVA
• Il legislatore nella nuova stesura dell’art. 563 ha valutato che il legittimario leso non può perdere
prima del decorso del ventennio il diritto di agire in restituzione.
• Il ventennio è un elemento impeditivo; un termine non disponibile da parte del legittimario.
• Prima del ventennio l’interesse del terzo acquirente e della conseguenziale circolazione di beni non è
meritevole di tutela da parte dell’ordinamento.
• Il legittimario non può rinunciare ad un diritto futuro in quanto non può avere contezza del valore
del diritto rinunciato al momento dell’apertura della successione. (modo poco consono nel 2021
perché l’ordinamento badante viene meno in tema di circolazione dei beni)
La liceità della rinuncia all’azione di restituzione durante la vita del donante e prima che sia spirato il
termine ventennale di cui all’art. 563, primo comma c.c., si fonda soprattutto su tre argomentazioni:
1. Sulla netta differenza tra l’azione di riduzione e quella di restituzione.
2. Sull’assenza di conflitto con il divieto dei patti successori rinunciativi e sulle numerose eccezioni al
disposto di cui all’art. 458 c.c.
3. Sulla ratio della riforma del 2005.

NETTA DIFFERENZA TRA L’AZIONE DI RIDUZIONE E QUELLA DI RESTITUZIONE


 TESTUALE: Le due azioni non sono più disciplinate unitariamente ma in articoli diversi
 PETITUM
Riduzione  dichiarazione di inefficacia di donazioni e disposizioni testamentarie lesive
Restituzione  recupero res fuoriscita
 LEGITTIMAZIONE PASSIVA
Riduzione  verso beneficiari donazioni e disposizioni testamentarie lesive
Restituzione  verso gli aventi causa dei beneficiari delle donazioni e delle disposizioni lesive
 FUNZIONALE
Riduzione  è universale = unica azione contro tutti i legittimari
Restituzione  è particolare = singole azioni contro i rispettivi aventi causa dal donatario
 CAUSA PETENDI
Riduzione  azione di impugnativa
Restituzione azione di condanna

Si potrebbe immaginare questa equazione:


L’azione di riduzione (art. 553 e ss.) STA all’azione di restituzione (art. 563 c.c.) COME l’azione di
revocatoria (art. 2901 c.c.) STA all’azione esecutiva (art. 2902 c.c.).
L’interesse del legittimario ad agire verso il terzo acquirente dal donatario è disponibile ai sensi dell’art.
563 c.c. Sarebbe irragionevole ritenere che detto interesse sia disponibile con riferimento al periodo
successivo al ventennio dalla trascrizione della donazione e, viceversa, indisponibile riguardo al periodo
precedente.

La tesi che oggi sembra prevalere è quella della ammissibilità della rinuncia all’azione di restituzione
come confermato dalle sole due pronunce di merito sul punto ossia dal Tribunale di Torino con decreto n.
2298 del 26 settembre 2014 e dal Tribunale di Pescara con decreto del 24/5/2017
“… la dichiarazione di rinuncia all’azione di restituzione verso i terzi acquirenti prevista dall’art. 563 c.c. è
da reputarsi atto legittimo poiché, diversamente dall’azione di riduzione ex art. 557 c.c. (azione personale
di accertamento costitutivo, non rinunciabile prima dell’apertura della successione) e dall’azione di
restituzione contro i beneficiari diretti di cui all’art. 561 c.c. (anch’essa personale), ha natura reale e
caratteristiche analoghe all’azione di rivendica, oltre a non essere esperibile decorsi venti anni dalla
trascrizione della donazione anche qualora il donante sia in vita..”.

Oltre alla rinuncia all’opposizione la prassi ha individuato altri rimedi:


fideiussione assicurativa per il caso di evizione da parte del legittimario, oppure estensione di garanzia per
evizione ovvero il donatario quando vende garantisce i vizi e evizione dell’appartamento e garantisce un
ulteriore ipotesi di evizione sopravvenuta derivante dall’azione di riduzione, c’è fiducia nel donatario che sia
sufficientemente capiente per garantire perché si sta dicendo se l’erede legittimario agisce in riduzione, non
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ottiene abbastanza e deve agire in riduzione sulle donazioni, non trova abbastanza allora viene dall’avente
causa. Prendersi la garanzia per evizione dal donatario funziona poco essendo egli stesso dovuto al
pagamento all’erede. Funziona solo nei casi in cui ha mantenuto la nuda proprietà e l’usufrutto sia nelle mani
del disponente, potendo così il donante disponete può garantire anche egli per l’evizione -> il debito della
garanzia torna a far parte del patrimonio ereditario rendendo meno appetibile la donazione rispetto altre. A
lei non piace.
Meglio in assenza di azione di restituzione, con legittimari non disponibili o non interessati, scioglimento per
mutuo dissenso della donazione. Sciolta la donazione il donante riprende il bene, le banche consigliano
permettendo così la possibilità di vendita senza difficoltà.
Rimedio che porta una problematica: ha costi rilevanti donazione poi annullamento della stessa per vendere
liberamente e passaggio di denaro con ennesima donazione.

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