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La successione legittima

nozione è la successione che avviene per volontà di legge quando non vi sia testamento
Fino a questo punto abbiamo parlato delle regole generali che disciplinano il fenomeno della successione
universale. Ora dobbiamo concentrare la nostra attenzione sull'erede, su chi ha diritto di succedere.

Se il de cuius è morto senza lasciare testamento, la successione è interamente regolata da norme di legge
( art. 457 c.c.) , norme che tendono a privilegiare le persone che hanno avuto un rapporto di parentela più
stretto con il defunto, rispetto a coloro che hanno un grado di parentela più lontano. Se, poi, esisteva un
rapporto di coniugio anche il coniuge del defunto concorrerà con i parenti nella successione ereditaria.

Ma andiamo con ordine.

Abbiamo detto che presupposto della successione legittima è la mancanza di testamento;


specifichiamo che questo tipo di successione ha luogo anche quando un testamento è nullo o è stato
annullato, quando è privo di disposizioni patrimoniali o quando il testamento prevede solo legati oppure,
infine, quando il testamento dispone solo per alcuni beni.
Insomma la mancanza di una valida o completa volontà del testatore in merito alla individuazione degli eredi
che subentreranno nel suo patrimonio, apre la strada alla successione legittima.

Ciò detto, cominciamo a vedere, insieme all'art. 565 c.c. chi sono le categorie di successibili, chi sono, cioè,
coloro che hanno titolo alla vocazione legittima.

nella successione legittima l'eredità si devolve al coniuge, ai discendenti, agli ascendenti, ai


categorie dei
collaterali, agli altri parenti e allo Stato , nell'ordine e secondo le regole stabilite dalla
successibili legge.
L'art. 565 individua, quindi, le persone che possono avere diritto all'eredità, ma non ne disciplina
puntualmente l'ordine; in prima approssimazione possiamo vedere che succedono i parenti e\o il coniuge ed
anche lo Stato. Quest'ultimo, però, succede solo quando non sia possibile la successione degli altri chiamati.

Vediamo, allora, chi sono i chiamati e in che ordine succedono cliccando sui collegamenti posti qui sotto.

1. la successione dei parenti


2. la successione del coniuge superstite

La successione dei parenti


La regola fondamentale per questo tipo di successione è quella che i parenti più vicini escludono i più lontani,
ed infatti l'art. 566 dispone che:

Al padre ed alla madre succedono i figli in parti uguali


I figli succedono, quindi, in parti uguali; se sono due avranno diritto, quindi, a due quote dell'eredità, se tre, a
tre quote dello stesso valore e così via.

Si tratta, quindi, di stabilire la divisione di quote in relazione al grado dei parenti e ai loro reciproci rapporti;
di seguito spieghiamo le varie ipotesi che, però, possono essere viste in via riassuntiva nel  successivo
collegamento relativo alla successione dei parenti.

L'esistenza di figli esclude tutti gli altri parenti, ma i figli concorrono con il coniuge superstite secondo le
regole che vedremo in seguito.
Mancanza di discendenti.

Se mancano discendenti legittimi o naturali, e sempre nell'ipotesi i cui non vi sia il coniuge, il codice detta le
regole sull'ordine di successione degli altri parenti; ribadiamo la regola secondo cui i parenti più vicini
escludono quelli di grado più lontano, ma vediamo nel dettaglio la disciplina codicisitica.
Precisiamo che ogni qual volta parleremo di fratelli del defunto, senza ulteriori specificazioni, intendiamo
riferirci sia ai fratelli sia alle sorelle.

succedono il padre e la madre in eguali porzioni, o il


non vi sono discendenti né fratelli o sorelle né genitore che sopravvive, ma sono esclusi gli adottanti delle
loro discendenti ( art. 568 c.c.) persone maggiori di età ( art. 304 c.c.) 

non vi sono discendenti, né genitori né fratelli o succedono per una metà gli ascendenti della linea paterna
sorelle né loro discendenti e per l'altra metà gli ascendenti della linea materna, cioè i
( art. 569 c.c.) nonni

succedono i fratelli e le sorelle in parti uguali, ma i fratelli e


non vi sono discendenti, né genitori né altri
le sorelle unilaterali conseguono però la metà della quota
ascendenti ( art. 570 c.c.)
che conseguono i germani

la successione si apre a favore del parente o dei parenti


non vi sono discendenti, né genitori, né altri
prossimi , senza distinzione di linea, ma non ha luogo la
ascendenti, né fratelli o sorelle o loro discendenti
successione oltre il sesto grado

l'eredità è devoluta allo Stato. L'acquisto si opera di diritto


senza bisogno di accettazione e non può farsi luogo a
non vi sono successibili
rinunzia. Lo Stato, erede necessario,  non risponde dei
debiti ereditari e dei legati oltre il valore dei beni acquistati

Nelle ipotesi riportate in tabella abbiamo ipotesi di concorso tra persone con lo stesso grado di parentela.

Vediamo cosa accade se si verifica il concorso tra parenti che non hanno lo stesso grado.

tutti sono ammessi alla successione del medesimo per capi,


successione di genitori e fratelli consanguinei
purché in nessun caso la quota, in cui succedono i genitori o
del defunto 
uno di essi, sia minore della metà

ciascuno di essi consegue la metà della quota che consegue


successione di genitori e fratelli unilaterali del
ciascuno dei germani o dei genitori, salva in ogni caso la
defunto
quota della metà in favore dei genitori

L'art. 571 contempla anche l'ipotesi in cui i genitori non vogliano o non possano venire alla successione.
In tal caso subentrano gli ulteriori ascendenti ( i nonni ). Questi ascendenti si divideranno la quota che
spettava ai genitori ( o al genitore) secondo le già viste regole dell'art. 569.

Vedi succesione del coniuge superstite

Video, l'indegnità
nozione è la situazione di chi avendo compiuto gravi atti contro il de cuius quando questi era in
(art. 463 c.c.) vita è escluso dalla successione
Il codice civile parla dell' indegnità all'articolo 463, articolo appena successivo a quello relativo alla capacità
succedere. Si potrebbe pensare, quindi, che l'indegno non ha  la capacità a succedere.
In realtà, l'indegnità non è una forma di incapacità in quando l'indegno può acquistare ma deve restituire
quanto ricevuto (potest capere sed non retinere).

L'indegnità non si verifica automaticamente all'avverarsi dei casi previsti dall'articolo 463, ma è necessaria la
domanda di parte ed una sentenza, costitutiva, che la accerti.

Passiamo, ora, all'esame dei singoli casi (tassativi) di indegnità;

omicidio o tentato omicidio commessi contro la persona della cui successione si tratta, o il coniuge, un
discendente o un ascendente della medesima.
calunnie rivolte contro queste persone denunciate ingiustamente per un reato punibile con l'ergastolo o la
reclusione per un tempo minimo di tre anni oppure aver testimoniato falsamente contro di loro imputati per
i predetti reati;
attentato alla volontà di testare concretizzatosi in violenza o dolo contro persona della cui successione si
tratta;
soppressione, alterazione, falsificazione, occultamento del testamento.
La sentenza che pronuncia l'indegnità ha efficacia retroattiva; ciò comporta che l'indegno dovrà restituire i
frutti che gli sono pervenuti dal momento dell'apertura da successione (art. 464 c.c.), ma essendo questa una
pena, non si comunica ai figli dell'indegno; tuttavia per evitare che l'indegno possa comunque trarre
vantaggio dalla suo status di genitore l'articolo 465 del codice civile dispone che l'indegno non ha diritto
all'usufrutto o alla amministrazione dei beni che la legge accorda ai genitori.

abbiamo già ribadito che l'indegnità non è una forma di incapacità e per questo motivo l'indegno può essere
riabilitato
L'articolo 466 del codice civile permette, infatti, alla persona che ha subìto l'attività dell'indegno di
riabilitarlo con atto pubblico o con  testamento. Questa attività deve avvenire dopo la commissione dei fatti
da parte dell'indegno, non essendo pensabile che si possa preventivamente autorizzare qualcuno a
commettere gli atti che portano l'indegnità.

Un altro modo per conseguire l'effetto della riabilitazione è quello previsto dal secondo comma dell'articolo
466 secondo cui l'indegno, non espressamente riabilitato, può essere oggetto di una disposizione
testamentaria quando il testatore è conoscenza della causa di indegnità; in tal caso succede nei limiti della
disposizione testamentaria ma se, a causa del testamento, è stato leso nella sua quota di legittima non
potrebbe esperire l'azione di riduzione e dovrebbe comunque accontentarsi di ciò che ha ricevuto in base alla
disposizione testamentaria.

Ricordiamo che si può essere esclusi, per testamento, dalla successione per una nuova forma di indegnità.
Dispone, infatti, l’art. 448 bis introdotto dalla l. 219\2012, rubricato “Cessazione per decadenza dell'avente
diritto dalla potestà sui figli” secondo il quale: ” Il figlio, anche adottivo, e, in sua mancanza, i discendenti
prossimi non sono tenuti all'adempimento dell'obbligo di prestare gli alimenti al genitore nei confronti del
quale è stata pronunciata la decadenza dalla responsabilità e, per i fatti che non integrano i casi di
indegnità di cui all'articolo 463, possono escluderlo dalla successione”.
Questa ipotesi ha trovato poi il suo corrispettivo nel novellato art. 463, al secondo comma n. 3) bis, secondo il
quale è escluso dalla successione come indegno:"3-bis) Chi, essendo decaduto dalla responsabilità
genitoriale nei confronti della persona della cui successione si tratta a norma dell'articolo 330, non è stato
reintegrato nella responsabilità alla data di apertura della successione della medesima".

In materia di indegnità la legge 11 gennaio 2018, n. 4 ha introdotto l’art. 463 bis che introduce una
particolare forma d’indegnità, o meglio una sorta di sospensione cautelare dalla successione nei confronti di
particolari soggetti che sono sottoposti a procedimento penale per ipotesi di reato, che se accertati,
comporterebbero l’indegnità. Abbiamo visto, infatti, che gli effetti dell’indegnità si producono, seppure
retroattivamente, dalla pronuncia della sentenza. Ora per tutto il tempo del processo, il probabile indegno
poteva comunque accedere alla successione, cosa che si è voluta evitare proprio con il nuovo articolo 463 bis
che sospende dalla successione coloro che sono sottoposti a indagini penali per omicidio volontario o tentato
omicidio nei confronti del de cuius, se questi era il coniuge o l'altra parte dell'unione civile, uno o entrambi i
genitori, del fratello o della sorella.

Riportiamo il testo dell’art. 463 bis.


«Art. 463-bis (Sospensione dalla successione).
Sono sospesi dalla successione il coniuge, anche legalmente separato, nonché la parte dell'unione civile
indagati per l'omicidio volontario o tentato nei confronti dell'altro coniuge o dell'altra parte dell'unione
civile, fino al decreto di archiviazione o alla sentenza definitiva di proscioglimento. In tal caso si fa luogo
alla nomina di un curatore ai sensi dell'articolo 528. In caso di condanna o di applicazione della pena su
richiesta delle parti, ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale, il responsabile è escluso dalla
successione ai sensi dell'articolo 463 del presente codice.
Le disposizioni di cui al primo comma si applicano anche nei casi di persona indagata per l'omicidio
volontario o tentato nei confronti di uno o entrambi i genitori, del fratello o della sorella.
Il pubblico ministero, compatibilmente con le esigenze di segretezza delle indagini, comunica senza ritardo
alla cancelleria del tribunale del circondario in cui si e' aperta la successione l'avvenuta iscrizione nel
registro delle notizie di reato, ai fini della sospensione di cui al presente articolo».

La successione necessaria
L'argomento della successione necessaria è trattato nel codice nell'ambito delle disposizioni generali sulle
successioni, e non come un tipo particolare di successione, che si affianca a quella legittima e testamentaria.

Questa sistemazione può apparire strana, perché la successione necessaria si verifica di regola quando c'è un
testamento, ma il testatore ha leso la quota di coloro che avevano diritto a una parte dell'eredità o a una parte
dei beni ereditari, i legittimari, appunto.

Ma se guardiamo con attenzione le norme sulla successione necessaria, scopriamo che questa può verificarsi
anche quando non ci sia stato testamento, quando, cioè, il defunto ha con delle donazioni, effettuate in vita,
leso i diritti dei legittimari.

Da tutto ciò si intende come le regole sulla successione necessaria riguardino entrambi i tipi di successione
legittima e testamentaria,  e s'intende, altresì, come con la successione necessaria non vi sia un terzo tipo di
vocazione (necessaria), ma si è voluto garantire un diritto a determinati soggetti, indipendentemente
dall'acquisto della qualifica di erede.

Può accadere, allora, che vi sia vocazione legittima, ma a causa delle donazioni del defunto gli eredi potranno
agire come legittimari, per reintegrare la loro quota; la stessa cosa può verificarsi quando il testatore, pur
istituendo degli eredi, li leda nella quota che gli spetta come legittimari; in entrambi questi casi avremo degli
eredi, ma che hanno visto ledere i loro diritti in quanto legittimari.
Se, invece, il testatore ha disposto interamente del suo patrimonio, non indicando come erede nessuno dei
legittimari, avremo dei legittimari, ma non degli eredi.
Questa precisazione è importante perché il legittimario può essere o meno un erede, e la differenza diviene
evidente nel caso di azione di riduzione, di cui ci occuperemo più avanti, perché:
1. Se il legittimario non è un erede, agirà facendo valere esclusivamente un proprio diritto,
indipendentemente dalle disposizioni ereditarie che non lo riguardano; non dovrà, sempre per lo
stesso motivo, nemmeno accettare l'eredità  per agire.
2. Se il legittimario è un erede ed è stato leso nella sua quota, agisce sempre per reintegrare la sua
quota, ma in qualità di erede, con tutti gli svantaggi e vantaggi che tale qualifica comporta. 

Come si è visto vi può essere un legittimario pretermesso, cioè non considerato nel testamento che ha
indicato altri come eredi. Viene da chiedersi se questo legittimario acquisti o meno la qualifica di erede. Non
essendo stato indicato come erede e non avendo accettato l'eredità non è un erede, ma può diventarlo.
Il legittimario pretermesso ( e non solo lui) può esercitare un'azione giudiziaria di riduzione delle
disposizioni testamentarie (artt. 554, 555, 564 c.c.) lesive della sua quota. In seguito al buon esito dell'azione
conseguirà la qualità di erede perché avrà conseguito una quota dell'eredità. L'accettazione dell'eredità
sarebbe quindi implicita nell'esercizio dell'azione ma avrà effetto solo quando sarà passata in giudicato la
sentenza che accoglie la domanda del legittimario pretermesso.
C'è però da osservare che non tutti gli autori sono d'accordo con la tesi secondo cui il legittimario
pretermesso diventi poi erede (Azzariti, Ferri); Ferri in particolare ritiene che il pretermesso abbia solo
diritto a una quota di utile netto e non consegua una quota dell'eredità in seguito all'esercizio dell'azione di
riduzione.

Cerchiamo, quindi, di puntualizzare i vari concetti esposti, definendo i protagonisti e le situazioni che
incontreremo nella nostra analisi.

si indicano i diritti sui beni del defunto che spettano a categorie di soggetti
successione necessaria determinate dall'art. 536 c.c.
legittimari sono le persone cui è riservata una parte dei beni ereditari
legittimario è il soggetto che è stato completamente escluso dalla successione con un testamento,
pretermesso successione che è andata a totale vantaggio di altri soggetti
non indica il diritto a succedere quando manchi un testamento ( il caso cioè dei
diritto alla legittima diritti dei chiamati in base ad una successione legittima) ma il diritto dei legittimari
alla quota dei beni ereditari loro destinata dalla legge
intangibilità della il testatore non può disporre della quota riservata ai legittimari. Il diritto alla
legittima legittima è quindi intangibile.
Ricordiamo ancora,  che si può essere esclusi, per testamento, dalla successione, nonostante il rapporto di
parentela,  anche indipendentemente dall'indegnità. Dispone, infatti, l’art. 448 bis introdotto dalla l.
219\2012, rubricato “Cessazione per decadenza dell'avente diritto dalla potestà sui figli” secondo il
quale:” Il figlio, anche adottivo, e, in sua mancanza, i discendenti prossimi non sono tenuti
all'adempimento dell'obbligo di prestare gli alimenti al genitore nei confronti del quale è stata pronunciata
la decadenza dalla potestà e, per i fatti che non integrano i casi di indegnità di cui all'articolo 463, possono
escluderlo dalla successione”.

Avendo quindi definito che cos'è la successione necessaria, vediamo come si svolge in pratica cliccando sui
collegamenti posti qui sotto.

I legittimari e le quote loro riservate


L'art. 536 c.c. ci indica chi sono i legittimari; vediamoli nella sottostante tabella.

categorie di
 il coniuge, i figli, gli ascendenti
legittimari
Sono queste le persone che non possono essere private di una parte dei beni del defunto, ma quanto gli spetta
di questi beni?
Vediamolo, nei grafici posti qui sotto:

1.

esistenza di un solo figlio


( art. 537 c.c. comma 1)
 

2.

esistenza di più figli


( art. 537  c.c. comma 2)

     
3.

esistenza dei soli ascendenti


( art. 538 c.c. )

4.

esiste solo il coniuge


( art. 540 c.c. )

5.
esistono il coniuge e un figlio
(art. 542 c.c. comma 1)

6.

esistono il coniuge e più figli


(art. 542 c.c. comma 2)

7.
 

esistono solo il coniuge e gli


ascendenti senza figli
(art. 544 c.c.)

              
In merito alla posizione del coniuge, dobbiamo effettuare due importati precisazioni;

in primo luogo al coniuge, anche quando concorra con altri chiamati, sono riservati i diritti di abitazione sulla
casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni.
Questi diritti, però, non gravano sulla porzione di legittima, ma sulla porzione disponibile  e, qualora questa
non sia sufficiente, per il rimanente sulla quota di riserva del coniuge ed eventualmente sulla quota riservata
ai figli.

Dobbiamo poi considerare la posizione del coniuge separato.;


l'art. 548 c.c. equipara la posizione del coniuge separato, cui non è stata addebitata la separazione, a quella
del coniuge non separato.
Se, poi, al coniuge separato è stata addebitata la separazione, gli potrà spettare un assegno vitalizio
commisurato alle sostanze ereditarie, se godeva degli alimenti da parte del coniuge deceduto.
La quota di legittima
Abbiamo visto qual è la quota che spetta ai legittimari, ma non sappiamo ancora come si calcola questa
quota; potremmo pensare che la quota dei legittimari potrebbe essere calcolata in questo modo: patrimonio
attivo del defunto- debiti = quota da dividere;

Tale modo di ragionare ci indurrebbe sicuramente in errore.

Il legittimario, infatti, può essere danneggiato anche dalle donazioni effettuate in vita dal defunto, ed è
giusto, quindi, considerarle ai fini della determinazione della quota.

 Secondo l'art. 556 c.c. per determinare la quota disponibile (e di conseguenza anche quella dei legittimari)
sarà necessario agire in questo modo:

1. Si forma una massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della morte;

2. Si detraggono i debiti in modo da far rimanere solo l'attivo (relictum);

3. Si riuniscono quindi fittiziamente i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione (donatum),
secondo il valore che avevano al tempo della successione;

4. Dalla somma di questi due valori (relictum + donatum) si forma l'asse su cui verranno calcolate la
quota disponibile e, per differenza, quella dei legittimari.

Questa operazione è in generale detta "riunione fittizia" e, come si vede, non è altro che l'operazione
contabile diretta a calcolare l'entità del patrimonio del de cuius e, di conseguenza, della quota di legittima,
anche se dobbiamo precisare che la riunione fittizia vera e propria è quella descritta al punto 3.

Dalla lettura dell'art. 556 sembra che il legittimario abbia diritto ad "una quota" del valore complessivo
dell'eredità, ma si ammette che il legittimario possa essere soddisfatto dal testatore con l'attribuzione di una
somma di denaro o di beni determinati dal valore corrispondente alla quota di legittima.
Il testatore potrebbe, poi, lasciare un legato al legittimario in sostituzione della legittima ( art. 551 c.c.), legato
che è facoltà del legatario accettare in sostituzione o chiedere la legittima.
Diversa è l'ipotesi dell'art. 552 c.c. che si riferisce alle donazioni o legati in conto di legittima.
Mentre nell'ipotesi dell'art. 551 il testatore vuole completamente escludere il legittimario dall'eredità,
trasformandolo in un legatario, in questo caso il testatore attribuisce dei beni (in donazione o in legato) al
legittimario come quota della sua legittima. Se questi beni saranno sufficienti a coprire la legittima, il
legittimario potrà ritenersi soddisfatto, se, al contrario, risulteranno insufficienti, il legittimario potrà
chiedere la differenza per integrare la propria quota.
Il diritto del legittimario è intangibile,  perché secondo l'art. 549 c.c. il testatore non può imporre pesi o
condizioni sulla quota spettante ai legittimari.

Azione di riduzione
è l'azione concessa al legittimario che ha visto ledere, in tutto o in parte, la sua quota
di legittima a causa delle disposizioni testamentarie o delle donazioni effettuate dal
nozione defunto. Con questa azione si tende ad ottenere la riduzione delle disposizioni
testamentarie o delle donazioni allo scopo di reintegrare la quota di legittima

Abbiamo visto come si calcola la quota riservata ai legittimari; se da questo calcolo risulta lesa, si può agire
con l'azione di riduzione;
riduzione di cosa?
Delle disposizioni testamentarie (legati compresi), delle donazioni effettuate che, appunto, si riducono in
modo da integrare la quota spettante al legittimario.

L'art. 557 c.c. ci indica chi sono i soggetti che possono proporre l'azione, i legittimati attivi:

 i legittimari lesi in tutto o in parte nella loro quota di legittima, i loro eredi o aventi
legittimati attivi
causa
Come si vede il diritto alla legittima ( e alla relativa azione) può essere trasmesso per atto tra vivi o mortis
causa ( si parla, infatti, di "eredi o aventi causa").

Il diritto è "irrinunciabile" finché il donante  è in vita, ma la rinuncia può avvenire dopo la morte del donante.

Potrebbe accadere che il de cuius abbia posto in essere delle vendite simulate, per evitare l'azione di
riduzione; in questo caso al  legittimario converrà prima dimostrare la simulazione e poi agire in riduzione.

Vediamo, ora, chi sono i legittimati passivi.

eredi, legatari o donatario, coloro, cioè, che sono stati beneficiari della disposizione
legittimati passivi
lesiva
 Ma come si riducono le disposizioni lesive?

Ci rispondono gli artt. 558 e ss.

Come prima regola è stabilito che:

La riduzione delle disposizioni testamentarie avviene proporzionalmente, senza distinguere tra eredi e
legatari
Riduzione proporzionale, quindi, ma il testatore potrebbe aver stabilito che la riduzione non avvenga in
maniera proporzionale; in questo caso le altre disposizioni non sono ridotte, a meno che non si riesca a
integrare la quota riservata ai legittimari.

Potrebbe accadere che, nonostante le riduzioni delle disposizioni testamentarie, non si giunga ad integrare la
quota di legittima.

In tal caso la riduzione riguarderà delle donazioni, procedendo in tal modo:

si riducono le donazioni cominciando dall'ultima e risalendo via via alle anteriori


Se, quindi, la riduzione dell'ultima (donazione) sarà insufficiente, si passera alla precedente; nel caso sia
ancora insufficiente, a quella ancora anteriore e così via. 

Si è giunti, quindi, alla riduzione e si è stabilito quanto deve dare il beneficiario al legittimario, ma come si
procede praticamente alla riduzione?

Con la restituzione totale o parziale del bene.

L'azione di riduzione è soggetta alla prescrizione ordinaria decennale.

Azione di restituzione
I beneficiari possono restituire spontaneamente i beni al legittimario, ma nel caso in cui ciò non avvenga, si
potrà ancora agire con una nuova azione, l'azione di restituzione ( artt. 561 c.c. e ss.).

Scopo dell'azione di restituzione è quello di far conseguire il pieno possesso dei beni al legittimario, ed è
esperibile sia contro i beneficiari sia contro gli aventi causa da questi.

Nel caso dei donatari, l'art. 562 c.c. contempla espressamente l'ipotesi della mancata restituzione della cosa
per causa a loro imputabile, come ad es. nel caso in cui sia perita. Sorgerà un diritto di credito nei confronti
del donatario, ma se questo risulterà insolvente saranno gli eredi e gli altri donatari anteriori a sopportare le
conseguenze di questa insolvenza.
Nel caso in cui l'azione sia esperita contro gli acquirenti aventi causa dai beneficiari ( art. 563 c.c.), si
provvederà ad agire contro i terzi, agendo dall'ultima alienazione e, se necessario, procedendo a ritroso alla
precedenti. È però necessario, prima di agire contro i terzi acquirenti, escutere prima il donatario.
È consentito al terzo acquirente di liberarsi dall'obbligo di restituire in natura le cose donate pagando
l'equivalente in danaro.

A parte quest'ultima ipotesi, i terzi acquirenti di beni immobili ben difficilmente potranno sottrarsi alla
restituzione; esiste tuttavia una salvezza prevista dall'art. 2652 n. 8, ma è comunque legata al trascorrere di
un lungo periodo di tempo (dieci anni); per i beni mobili, invece, vale il principio secondo cui il possesso in
buona fede vale titolo, espressamente richiamato dall'art. 563 comma 3.

AZIONE DI PETIZIONE (io sono erede ma non mi riconosco come tale)

possesso dei beni ereditari da parte di un terzo che si afferma erede o che possegga senza
presupposti alcun titolo
legittimato attivo l'erede, ma anche il coerede può agire con la petizione dell'eredità
legittimato
il possessore erede apparente e il possessore senza titolo.
passivo
accertamento della qualità di erede e condanna del possessore alla restituzione dei beni
ereditari. Se il possessore era in buona fede ed ha alienato i beni ereditari, all'erede sarà
scopo dell'azione dovuto il prezzo o il corrispettivo ricevuto (art. 535 c.c.), ma se era in male fede dovrà
recuperare la cosa, o, in mancanza, corrisponderne il valore, oltre al risarcimento del
danno

AZIONE DI RIVENDICAZIONE (proprietari)

Azione di rivendicazione
nozione è l'unica azione che il proprietario non possessore può esperire per recuperare la
(art. 948 c.c.) cosa posseduta o detenuta da altri
Questa azione è quindi possibile solo per chi, affermandosi proprietario, non solo vuole che si accerti questa
sua qualità, ma vuole anche che la cosa sia recuperata da chi la detiene o possiede. Si tratta, quindi, di un
proprietario che ha perso o non è riuscito mai a conseguire il possesso del bene.

Comunione e divisione dell'eredità


si ha comunione dell'eredità quando più persone, per effetto di una vocazione
nozione
congiuntiva, acquistano l'eredità
È una ipotesi che spesso si verifica nella realtà, poiché di solito la chiamata ereditaria riguarda più di una
persona; abbiamo, quindi, la figura del coerede che è titolare "pro quota" dell'asse ereditario insieme agli altri
eredi; si tratta, quindi, di titolarità di una quota ideale dei beni ereditari, e non di una parte determinata di
questi, e ciò ci fa intendere che ci troviamo di fronte una forma della ordinaria comunione dei beni  regolata
dagli artt. 1100 e ss. del codice civile; da quest'ultima, però, la comunione ereditaria si distingue perché non
riguarda solo la proprietà, ma una pluralità di diritti di natura eterogenea, quei diritti che rappresentavano  il
patrimonio ereditario.

Altra differenza riguarda il diritto di prelazione che spetta ai coeredi in caso di alienazione
della quota (o di parte di essa) ad un estraneo;

secondo l'art. 732 c.c. tale diritto spetta sempre agli altri coeredi, a meno che non vi abbiano rinunziato.
L'erede che intende alienare la sua quota deve fare in modo che gli altri possano esercitare il diritto di
prelazione; per giungere a tale risultato dovrà notificare agli altri eredi la sua proposta di alienazione con
l'indicazione del prezzo; il diritto di prelazione dovrà essere esercitato entro il termine di due
mesi dall'ultima notifica, trascorsi i quali l'erede sarà libero di alienare la sua quota anche ad estranei
all'eredità.

Viene da chiedersi cosa accade se non si effettuata la notifica;

ci risponde sempre l'art. 732 secondo cui i coeredi hanno il diritto di riscattare la quota non solo nei confronti
dell'acquirente, ma anche dagli aventi causa da questo, finché dura la stato di comunione.
È questo il "retratto successorio", cioè il diritto di riscatto della quota che spetta ai coeredi in seguito alla
mancata notifica; il coerede che avrà esercitato con successo l'azione diverrà proprietario della quota con
efficacia " ex tunc", ma dovrà corrispondere all'acquirente il prezzo che questi aveva pagato per la quota
ereditaria.

I coeredi godono in comunione i beni ereditari, ma questa può sempre essere sciolta per iniziativa anche di
uno solo di loro che non intenda più farne parte con la divisione dell'eredità, disciplinata dagli artt. 713 e ss.
c.c. di cui ci occupiamo nelle successive pagine.

La divisione dell'eredità
nozione è la facoltà che la legge attribuisce a ciascun  coerede di chiedere la cessazione della
(art. 713 c.c.) comunione ereditaria
Grazie a questa facoltà riconosciuta dall'art. 713, ogni coerede può sciogliersi dalla comunione ereditaria e
divenire unico proprietario dei beni che gli verranno assegnati.

Vediamone nelle successive tabelle le caratteristiche essenziali.

l'esercizio della facoltà prevista dall'art. 713 è imprescrittibile, tuttavia se


vi sono eredi istituiti minori d'età, il testatore può disporre che la divisione non abbia
luogo se non dopo un anno dal raggiungimento della maggiore età.
termine per chiedere la
Il testatore, inoltre, può disporre che la divisione anche parziale non abbia luogo
divisione prima che sia trascorso dalla sua morte un termine non eccedente il quinquennio. Il
tribunale potrà, tuttavia, disporre consentire la divisione anche prima dei termini
suddetti se ricorrono gravi circostanze
beni facenti parti dell'eredità; la divisione può aversi anche se la divisione ha
per oggetto beni immobili non facilmente divisibili.
oggetto della divisione In tal caso la divisione deve avvenire attribuendo il bene per intero nella porzione del
coerede che ha diritto alla quota maggiore o ai coeredi che ne chiedono
congiuntamente l'attribuzione ( art. 720 c.c.)
La divisione può essere di tre tipi, amichevole, giudiziale o testamentaria.

Cominciamo dalla prima che si ha quando i coeredi raggiungono un accordo sulle modalità della divisone
stipulando il relativo contratto.
In sintonia con la tesi che ritiene la natura dichiarativa, e non costitutiva, della divisone ereditaria, si giunge
alla conclusione cha anche questo contratto abbia tale natura dichiarativa ; di conseguenza il contratto ha
effetto retroattivo attribuendo il diritto sul singolo bene a ciascun erede sin dal momento della successione.

Passiamo alla divisone giudiziale. 

è promossa da uno o più eredi quando preferiscano adire l'autorità giudiziaria per
giungere alla divisione. Si tratta di una ipotesi di litisconsorzio necessario poiché
devono essere chiamati a partecipare al giudizio tutti i coeredi
la divisione si svolge attraverso distinte fasi
1. formazione della massa ereditaria compresi i beni che sono stati donati ai
coeredi dal de cuius; se il coerede era debitore del defunto deve imputare alla sua
quota il valore del suo debito ( artt. 724 e 725 c.c.)
2. stima dei beni ( art. 726 c.c.) secondo il loro valore di mercato , tuttavia il
testatore può indicare una persona che effettui la stima che non sia erede o
divisione giudiziale legatario: la divisione proposta da questa persona non vincola gli eredi, se l’autorità
giudiziaria, su istanza di taluno di essi, la riconosce contraria alla volontà del
testatore o manifestamente iniqua
3. formazione delle porzioni spettanti a ciascun erede ( art. 726 c.c.), ma se il
testatore ha indicato le porzioni, queste sono vincolanti per gli eredi; nel caso vi sia
ineguaglianza in natura delle quote ereditarie si provvede con un conguaglio in
denaro
4. assegnazione o attribuzione delle porzioni (art. 729 c.c.). L'assegnazione si
ha quando le porzioni sono uguali ed è fatta mediante estrazione a sorte, mentre
l'attribuzione si ha quando le porzioni sono diseguali
Veniamo, infine, alla divisone testamentaria.
Questa è effettuata direttamente dal testatore che divide i suoi beni tra gli eredi ( art. 734 c.c.);
Potrebbe accadere che il testatore  preveda la formazione dei c.d. "assegni divisionali" con i quali  indica con
quali beni dovranno essere formate le pozioni ( art. 733 c.c.).
In tal caso vi è comunque comunione ereditaria e gli assegni divisionali sono stati previsti dal testatore in
vista di una possibile divisone; non è questa, quindi, l'ipotesi dell'art. 734 che si riferisce, secondo l'opinione
preferibile, al caso in cui la divisione del testatore impedisce il sorgere della comunione ereditaria attraverso
la concreta attribuzione dei beni ai singoli eredi.
In definitiva l'ipotesi dell'art. 734 non sarebbe vera divisione poiché mancherebbe il fondamentale
presupposto della  precedente comunione ereditaria.

La divisone testamentaria è nulla quando il testatore non abbia compreso qualcuno dei legittimari o degli
eredi istituiti ( art. 735 c.c.), mentre se dalla divisione è stato leso il diritto alla legittima l'atto non è nullo, ma
il coerede leso nella sua quota di riserva  può esercitare l’azione di riduzione contro gli altri coeredi.

Gli artt. 761 e ss. del codice civile si occupano dei casi di annullamento e rescissione della divisone ereditaria,
vediamoli;

è possibile attenere l'annullamento quando la divisone  è l’effetto di violenza o di


annullamento dolo; non è previsto il caso di errore. L'azione si prescrive in cinque anni dal giorno
in cui è cessata la violenza o in cui il dolo è stato scoperto
rescissione per lesione la divisione può essere rescissa quando taluno dei coeredi prova di essere stato leso
oltre il quarto. Non hanno importanza, a differenza di quanto accade nella azione
( art. 763 c.c.)
generale di rescissione, i motivi che hanno portato alla lesione, essendo rilevante il
solo squilibrio oggettivo di oltre un quarto. L'azione si prescrive in due anni dalla
divisione. È possibile anche quando vi sia stata divisone effettuata dal testatore
quando il valore dei beni assegnati ad alcuno dei coeredi è inferiore di oltre un
quarto all’entità della quota ad esso spettante
Dalla lettura dell'art. 763 si potrebbe desumere che la rescissione sia possibile solo quando vi sia stata
formale divisione ereditaria;
l'art. 764, però, precisa che l'azione è possibile anche quando vi sia stato un qualsiasi altro atto che abbia per
effetto di far cessare tra i coeredi la comunione dei beni ereditari.
In altre parole può darsi che i coeredi invece di procedere alla divisone, abbiano compiuto degli atti con i
quali si giunga allo stesso risultato della divisone ereditaria, come, ad esempio, la cessione di quote tra
coeredi. La rescissione sarà quindi possibile anche in questo caso, vi sono dei casi, però, in cui la rescissione
non è ammessa; vediamoli:

1. Quando con una transazione si è posto fine alle questioni insorte a causa della divisione o dell’atto
fatto in luogo della medesima, anche se non si era intrapresa una lite giudiziaria;
2. Contro la vendita del diritto ereditario fatta senza frode a uno dei coeredi, a suo rischio e pericolo, da
parte degli altri coeredi o di uno di essi.

Se l'azione di rescissione ha successo, la divisone andrà rifatta, ma il coerede che si è visto attribuire una
quota maggiore di beni potrà impedire la divisione (o far cessare l'azione di rescissione)  dando il
supplemento della porzione ereditaria, in danaro o in natura, all’attore e agli altri coeredi che si sono a lui
associati.

La collazione
 è il rimedio previsto dalla legge per aumentare la massa ereditaria  grazie al quale i
nozione figli, i loro discendenti, e il coniuge che hanno accettato l’eredità devono restituire
alla massa ereditaria tutti i beni che sono stati loro donati in vita dal defunto, in
( art. 737 c.c.)
maniera tale da dividerli con gli altri coeredi

L'istituto della collazione è previsto dall'art. 737 al capo II del titolo IV del codice civile relativo alla divisione
ereditaria.

Questa collocazione effettuata dal legislatore ci fa già intendere come la collazione sia funzionale alla
divisione della eredità ed ha lo scopo da aumentare la massa ereditaria da divedere.

Prima ancora di approfondire la dinamica dell'istituto è importante sottolineare una differenza con una
situazione simile che abbiamo già visto parlando della lesione della quota di legittima, ci riferiamo, cioè alla
riunione fittizia della massa ereditaria.

La differenza è sostanziale, anche se di non immediata percezione;


accade, infatti, che nella riunione fittizia è necessario far rientrare nella massa ereditaria i beni che sono stati
donati per determinare la quota disponibile ( art. 556 c.c.).
I beni donati rientrano nella massa ereditaria ma solo per l'ammontare del valore necessario per reintegrare
la quota del legittimario che sia stata lesa dalle donazioni.

Nella collazione, invece, non ci sono legittimari da tutelare, ma una eredità da dividere, ed è necessario che
questa eredità sia completamente divisa comprendendo per intero anche i beni che vi sono usciti a causa di
donazioni.

Di conseguenza ben può accadere che il testatore dispensi nel contratto di donazione dalla collazione, ma tale
dispensa non avrebbe alcun valore quando leda la quota disponibile. In altre parole mentre è possibile evitare
la collazione, non è possibile evitare la riunione fittizia perché questa è funzionale alla salvaguardia del diritto
del legittimario.

Fatta questa distinzione e inquadrato l'istituto, vediamone i tratti essenziali.

soggetti tenuti alla 1. coniuge superstite


2. figli
collazione
sono gli stessi coeredi sopra indicati; questi, infatti, sono tenuti reciprocamente alla
beneficiari della collazione per la formazione della massa da dividere. L'azione non spetta, però, a
coloro che pur rientrando in dette categorie non sono divenuti eredi, come nel caso
collazione
in cui non accettino l'eredità

tutte le donazioni ricevute dal defunto a favore delle persone sopra indicate; alla
collazione si è tenuti sia quando si è stati beneficiati in una donazione (donazione
diretta) sia quando la liberalità risulti da atti diversi dalla donazione (donazione
oggetto
indiretta) come la rimessione del debito effettuata dal de cuius  a favore dell'erede o
anche in caso di negozio simulato

1. donazioni di modico valore a favore del coniuge( art. 738 c.c.);


2. le spese di mantenimento e di educazione e quelle sostenute per malattia, né
quelle ordinarie fatte per abbigliamento o per nozze;
3. le spese sostenute dal defunto per il corredo nuziale e quelle per l’istruzione
artistica o professionale solo quando non eccedono notevolmente la misura  
ordinaria, tenuto conto delle condizioni economiche del defunto (art. 742 c.c.), a
donazioni escluse
meno che tali spese a favore dei discendenti non siano state effettuate per pagare i
loro debiti o per soddisfare premi relativi a contratti di assicurazione sulla vita a loro
favore  (art. 741 c.c.);
4. la donazione rimuneratoria di cui all'art. 770 c.c.
5. le donazioni fatte dall'erede ai suoi discendenti o al coniuge ( art. 739 c.c.)

è possibile che il testatore dispensi validamente dalla collazione sempreché che


dispensa questa non leda la quota del legittimario

Prima di analizzare le modalità della collazione è importante effettuare una considerazione; potrebbe
sembrare, infatti, che la collazione sia possibile solo nella successione testamentaria, ma invece si può avere
anche nella successione legittima, essendo solo necessario che i discendenti o il coniuge siano chiamati per
quota.

Vediamo, ora, le modalità della collazione.

collazione in senso stretto o in natura; in tal caso si restituisce alla massa lo


stesso bene che si è ricevuto

collazione per imputazione; in questo caso il coerede donatario imputa alla


propria quota il valore che i beni donati avevano al momento della apertura della
successione;
modalità della successivamente si fa il calcolo complessivo per verificare il valore delle singole
collazione quote spettanti ad ogni erede;
il coerede donatario potrà imputare alla sua quota il valore del bene donato sino
alla concorrenza della sua complessiva quota, ma se il valore del bene imputato alla
quota del coerede donatario sommato al valore quanto già avuto per effetto del
testamento o della successione legittima, supera il valore complessivo della quota
di eredità a lui spettante, dovrà versare alla massa l'equivalente in denaro

Come è facile intuire con la collazione in natura la donazione si risolve perché il coerede restituisce il bene,
mentre in quella per imputazione il conferente conserva la proprietà del bene donato seppure come quota
della sua eredità.
Per  i beni immobili si possono scegliere entrambe le modalità, mentre per i beni mobili l'art. 750 c.c.
specifica che la collazione può essere fatta solo per imputazione.

Patto di famiglia
è un contratto che realizza un patto successorio lecito stipulato tra un
imprenditore, da un lato, e i suoi discendenti, il coniuge e gli altri legittimari,
dall'altro, con il quale lo stesso imprenditore trasferisce in vita l'azienda a uno
nozione
o più suoi discendenti senza che il coniuge e gli altri legittimari possano, dopo
(art. 768 bis c.c.)
la morte dell'imprenditore,
rimettere in discussione il patto chiedendo la collazione o la riduzione delle
disposizione testamentarie
Nella nostra nozione abbiamo sintetizzato l'essenza del patto di famiglia; ci siamo riferiti all'imprenditore che
stipula il patto, ma in realtà, il patto può essere stipulato anche da chi è titolare di partecipazioni sociali;
riferiamoci, però, al solo imprenditore per non complicare troppo il discorso.
Prima di entrare in dettagli tecnici, chiediamoci come mai il legislatore ha deciso di introdurre tale patto,
quale lo scopo che si è voluto realizzare.

Sappiamo che i patti successori sono vietati (art. 458 c.c.), e ciò sul, discutibile, presupposto che con tali patti
si vincolerebbe la volontà di un probabile testatore che deve comunque rimanere libera sino all'ultimo
secondo di vita; è noto, infatti, che il testamento è un atto sempre revocabile (art. 587 c.c.), e quindi non ci si
può certo impegnare per una situazione giuridica che prevede l'assoluta libertà del testatore.

Certo è, però, che alcune situazioni pratiche potrebbero rendere certamente utile un patto successorio;
pensiamo, infatti, all'ipotesi del povero vecchietto con una casa di proprietà, ma senza molti mezzi, che si
accorda con un'altra persona in questi termini: "quando morirò ti lascerò in eredità la mia casa, e fino a quel
giorno tu mi darai 400 euro al mese".
Si tratta di un patto istitutivo, che è nullo, ma è anche vero che il povero vecchietto avrebbe avuto una somma
per integrare la misera pensione sociale che gli passa lo Stato italiano.

Vi potrebbe essere, però, un'altra situazione: un imprenditore ha più figli, alcuni seri e lavoratori, e altri più
allegri, e sa che quando morirà, la sua impresa, frutto di tante fatiche e che magari aveva ricevuto dal padre,
andrà a tutti i suoi figli, e, per contrasti e litigi tra i figli seri e quelli allegri, quasi sicuramente prenderà la
strada del fallimento.
Potrebbe, per rimediare alla situazione, effettuare delle donazioni in vita a tutti i figli, dando, per es. un paio
di appartamenti ai figli allegri, e l'azienda a quelli seri, ma sappiamo che queste operazioni sono pericolose,
sia perché in caso di divisione dell'eredità, sarà necessario procedere alla collazione, sia perché poterebbe
ledere le quote che spettano ai legittimari.

Proprio per venire incontro a questa necessità, ma non ad altre, il legislatore ha previsto il patto di famiglia,
che è in pratica un patto successorio lecito, e ciò lo capiamo dal nuovo testo dell'art. 458 c.c. che esordisce
con un "Fatto salvo da quanto da quanto disposto dagli articoli 768 bis e seguenti".

Avendo capito perché si fa il patto di famiglia, dobbiamo anche vedere a quali condizioni questo può essere
valido.

 
forma del contratto atto pubblico a pena di nullità
parti contrattuali imprenditore (o titolare di quote sociali)
da un lato
uno o più discendenti dell'imprenditore
e da un lato ancora
il coniuge dell'imprenditore e tutti coloro che sarebbero legittimari al momento in
cui è stato stipulato il patto
Si tratta quindi di un contratto plurilaterale, volto a provocare un consenso completo con tutti i futuri eredi
dell'imprenditore ( o del titolare di quote sociali).
Dobbiamo, però, considerare, che non sarebbe giusto un patto di famiglia, che desse tutto ad alcuni figli
dell'imprenditore, e praticamente niente agli altri potenziali eredi e legittimari, ed è per questo motivo, che
l'imprenditore nello stipulare  un tal patto, deve salvaguardare anche le posizioni di questi ultimi;
il coniuge e i futuri legittimari, infatti, se non vi hanno rinunziato, devono ricevere dagli assegnatari (cioè i
figli che hanno ricevuto l'azienda), una somma di denaro (o dei beni in natura) che corrisponda alle quote che
a loro spetterebbero ex art. 536 e ss. c.c., cioè le quote che gli spetterebbero in quanto legittimari.
Questi beni sono loro assegnati come quota di legittima, cioè come quella quota che a loro spetterebbe come
legittimari, e ciò per tacitare da subito possibili future contestazioni, tanto che una volta stipulato il
contratto, le assegnazioni ricevute non possono essere oggetto di collazione o riduzione.

Potrebbe accadere che gli altri assegnatari si rifiutino di ricevere subito i beni o il danaro  che loro spetta, ma
in tal caso l'art. 768 quater c.c. dispone che l'assegnazione può essere effettuata anche con un successivo
contratto, ma collegato al primo, sempre che partecipino gli stessi che hanno partecipato al primo, o coloro
che li hanno sostituiti.

Andiamo ora a verificare dal punto di vista della validità, cosa accade se non si seguono le prescrizioni cui ci
siamo riferiti
Sappiamo della nullità dell'atto se non è stipulato per atto pubblico, ma potrebbe accadere che all'atto stesso
non partecipino tutti coloro che ne hanno diritto ex art. 768 quater; vediamo le conseguenze.

se gli assegnatari non liquidano loro le somme che gli spettano


mancata partecipazione alla stipula del
il patto è annullabile entro un anno dall'apertura della
contratto del coniuge e\o dei legittimari
successione
è possibile chiedere l'annullamento del patto entro un anno
vizi del consenso
dalla sua stipula
Si nota subito che il termine per chiedere l'annullamento del patto è di un solo anno, e non di cinque, come
accade di regola, ma ciò che più conta è che la mancata partecipazione del coniuge e dei legittimari non
comporta la nullità del patto, ma la conseguenza meno grave della annullabilità, conseguenza comunque
evitabile con la corresponsione a tali soggetti di quanto gli spetta.

Ricordiamo, infine, che il patto può essere sciolto o modificato dagli stessi che l'hanno stipulato, o mediante
un nuovo contratto, o con un recesso, solo, però, se previsto nel patto e certificato da un notaio (art. 768
septies c.c.).  

Le eventuali controversie che scaturiscono dal patto, non possono essere decise dal tribunale, ma da
organismi di conciliazione (art. 768 octies c.c.).
Ci si potrebbe chiedere perché le controversie non debbano essere decise dal tribunale, in fondo si tratta pur
sempre di contratto; la risposta è più empirica che giuridica.
È noto infatti che le cause ereditarie, come sarebbe in sostanza questa, durano talmente tanto tempo, che
spesso gli stessi eredi che l'avevano instaurata muoiono prima della sentenza. Affidando la cosa a detti
organismi di conciliazione si tenta di rendere più rapida la tutela.
patti successori
sono le convenzioni stipulate tra due o più soggetti con cui si di dispone della propria
nozione
successione, o i patti con cui un futuro erede o legatario dispone dei diritti che gli possono
(art. 458 c.c.)
spettare su una successione non ancora aperta, o rinunzia ai medesimi
Come si vede dalla nozione per patti successori possiamo indicare genericamente tutte quelle convenzioni in
base alle quali si dispone di diritti derivanti da future successioni; avendo chiarito questo concetto, ci
chiediamo se sia possibile disporre dei diritti relativi ad una futura successione, se, in altre parole, sono
ammissibili i patti successori.

Potremmo pensare, infatti, che se prima della morte il futuro chiamato all'eredità non ha alcun diritto sul
patrimonio del defunto, nulla gli vieterebbe di stipulare un accordo con lui quando era ancora in vita.

A guardare bene, però, una tale situazione creerebbe non pochi problemi, sia perché si tratterebbe di accordi
che diverrebbero efficaci dopo la morte di uno dei contraenti, sia perché il de cuius perderebbe quella libertà
di testare che la legge riconosce ad ognuno sino al momento della morte.

per questi motivi l'articolo 458 del codice civile stabilisce la nullità dei patti successori
I patti successori possono essere di tre categorie:

1. Patti istitutivi quando per contratto ci si impegna a disporre del proprio patrimonio dopo la morte
a favore di una determinata persona (esempio: mi accordo con Tizio a lasciargli la mia eredità)
2. Patti dispositivi quando si dispone di diritti che possono pervenire al soggetto da una futura
successione (esempio: mi accordo con Tizio a vendergli l'eredità che mi perverrà quando sarà morta
mia nonna)
3. Patti rinunciativi quando si rinuncia a successioni non ancora aperte (esempio: mi accordo con
Tizio a rinunciare alla eredità di mia nonna prima ancora che essa sia morta).

Sono vietate anche le donazioni mortis causa, cioè le donazioni in cui la morte costituisce la causa
dell'attribuzione. Proprio riguardo a queste donazioni si pongono i problemi per verificare se, pur essendo
qualificate donazioni, violano il divieto dei patti successori.

Si sono distinte diverse ipotesi, vediamole:

Donazione mortis causa subordinata alla condizione sospensiva della premorienza del donante (se morirò
prima di te questa casa sarà tua); questa ipotesi è molto controversa.
Si ritiene, infatti, la donazione valida se fatta contrattualmente, e ciò perché l'avverarsi della condizione con
efficacia retroattiva renderebbe l'atto stipulato e inter vivos e non mortis causa. Altri autori, invece, ritengono
nulla la donazione perché violerebbe in ogni caso il divieto di patti successori. È valida, invece, una
donazione di tale specie se sottoposta a condizione risolutiva ( ti dono la mia casa, ma se morirai prima di me
questa casa rientrerà del mio patrimonio).

Si ritengono validi i contratti con i quali si dispone del diritto di usufrutto a far tempo dalla morte del
soggetto titolare ed, ancora, si ritiene valido il vitalizio con il quale genitore dispone dei propri beni a favore
di un figlio che si obblighi a corrispondere ai suoi fratelli una somma di denaro al momento dell'apertura
della successione in sostituzione della loro quota di legittima.

La responsabilità genitoriale
Nozione indica l’insieme dei diritti e dei doveri, di volta in volta indicati dalla legge, che spettano e
gravano su entrambi i genitori verso figli.
In casi particolari la responsabilità è esercitata da un solo genitore.
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La responsabilità genitoriale è stata introdotta dal d.lgs. 154\2013   che ha riscritto gli articoli art. 315 e ss.
del codice civile. Da un lato ha meglio individuato i doveri dei genitori verso i figli, e dall’altro ha
puntualizzato i doveri dei figli verso i loro genitori.
Notiamo che la responsabilità genitoriale si ha in tutti i casi in cui vi siano dei figli, prescindendo dal fatto che
questi siano nati all’interno o al di fuori del matrimonio.

La responsabilità genitoriale ha quindi sostituito la vecchia potestà dei genitori.

Attualmente, quindi, i reciproci diritti e doveri dei figli e dei genitori sono disciplinati in due pari diverse del
codice civile, e cioè dall’art. 315 all’art. 337 octies,  e dall’art. 143 al 148, che disciplinano in generale i diritti e
doveri che nascono dal matrimonio, tra i quali spiccano quelli verso i figli.
Non è quindi possibile parlare compiutamente dei diritti e doveri dei coniugi se prima non si analizza la
responsabilità genitoriale.

In primo luogo, essendo cessata ogni disparità di trattamento tra figli nati nel matrimonio e figli nati al di
fuori del matrimonio, l’art. 315 dispone che:” Tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico”
 Cominciamo, allora, con i diritti e doveri del figlio, indicati dall’art. 315 bis; cominciamo dai doveri:

 Doveri del figlio: il figlio deve:


o rispettare i genitori;
o contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al
mantenimento della famiglia finché convive con essa.
o obbligo di risiedere presso la casa dei genitori.
In merito a quest’ultimo punto, l’art. 318 dispone che il figlio sino alla maggiore età o all'emancipazione, non
può abbandonare la casa dei genitori o del genitore che esercita su di lui la responsabilità genitoriale né la
dimora da essi assegnatagli.
Nel caso in cui lo faccia senza il permesso dei genitori, i genitori possono richiamarlo ricorrendo, se
necessario, al giudice tutelare.

 Ben più sostanziosi sono i doveri dei genitori verso il  figlio che ha diritto a:

 essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue
capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni;
 di crescere in famiglia;
 di mantenere rapporti significativi con i parenti.
Se il figlio minore ha compiuto i dodici anni, o se ha meno di quell’età, ma ha raggiunto una capacità di
discernimento, ha diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.
Abbiamo visto che il figlio ha diritto di mantenere rapporti significativi con i parenti, e quindi si può ritenere
che anche i parenti abbiano lo stesso diritto nei confronti del figlio della coppia, ma, in realtà, il codice si
occupa specificamente solo dei nonni (art. 317 bis), che hanno il diritto di mantenere rapporti significativi
con i loro nipoti minorenni, un diritto che comporta un dovere a carico dei genitori. A tal proposito il secondo
comma dell’art. 317 bis dispone che quando l’ascendente, cioè uno dei nonni, è impedito nel suo diritto, può
rivolgersi al giudice perché questi adotti i provvedimenti più idonei nell’esclusivo interesse del minore.

Veniamo ora alla responsabilità genitoriale vera e propria; questa, come detto, sostituisce la vecchia potestà
dei genitori.

Il codice non definisce tale potere-dovere, per una precisa scelta legislativa, poiché il concetto potrà evolvere
in relazione all’evoluzione sociale e giuridica della società. È esercitata di comune accordo da entrambi i
genitori; sempre di comune accordo i genitori stabiliscono la residenza abituale del minore.
In merito alla durata della responsabilità, questa  non cessa a seguito di separazione, scioglimento,
cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio; il suo esercizio, in questi casi è
determinato dagli articoli 337 bis e seguenti del codice, dei quali ci occuperemo in seguito.
Può darsi che uno dei genitori sia impossibilitato all’esercizio della responsabilità (art. 317) per lontananza,
incapacità o altro impedimento. In tal caso la responsabilità è esercitata in modo esclusivo dall’altro.

Come abbiamo visto la responsabilità genitoriale è esercitata di comune accordo tra i genitori, ma questo
accordo può anche venire meno.

In tal caso l’art. 316 al secondo comma, dispone che in caso di contrasto sull’esercizio della responsabilità, ma
solo su questioni di particolare importanza, ciascuno dei genitori può ricorrere senza formalità al giudice
indicando i provvedimenti che ritiene più idonei.
In questi casi il giudice, sentiti i genitori e ascoltato il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e
anche di età inferiore ove capace di discernimento, suggerisce le determinazioni che ritiene più utili
nell'interesse del figlio e dell'unità familiare.
Se però il contrasto permane il giudice attribuisce il potere di decisione a quello dei genitori che, nel singolo
caso, ritiene il più idoneo a curare l'interesse del figlio.

Il figlio può poi anche nascere al di fuori del matrimonio. Fermo restando che non ci sono più differenze tra
figli nati nel matrimonio e gli altri figli, resta da stabilire a chi spetti la responsabilità genitoriale.

Per il quarto comma dell’art. 316 il genitore che ha riconosciuto il figlio esercita la responsabilità genitoriale
su di lui. Se il riconoscimento del figlio, nato fuori del matrimonio, è fatto dai genitori, l'esercizio della
responsabilità genitoriale spetta ad entrambi.
Quando però vi sia un genitore che non esercita la responsabilità genitoriale, questi ha il diritto di vigilare
sull'istruzione, sull'educazione e sulle condizioni di vita del figlio. Dei casi di decadenza o cessazione della
responsabilità genitoriale ce ne occuperemo in seguito.
La responsabilità genitoriale si esprime, in concreto, attraverso una serie di diritti e doveri che gravano sui
genitori esercenti tale responsabilità, vediamo di riassumerli.

1. Doveri di mantenimento verso i figli;


2.Rappresentanza del minore e amministrazione dei suoi beni;
3. Usufrutto legale sui beni del figlio;
4. Decadenza dalla responsabilità genitoriale;
5. Ascolto del minore;
6.La responsabilità nella crisi della coppia;
7. Assegnazione della casa familiare;
8. Affidamento a un solo genitore.

Doveri di mantenimento verso i figli


Abbiamo visto i diritti del figlio nei confronti dei genitori tra cui spicca il diritto di mantenimento (art. 315;
art. 316 bis ) che insieme agli altri diritti, oltre ad avere una rilevanza morale, ne ha anche una economica.

Tali doveri gravano su entrambi i genitori, ed è necessario stabilirne in che misura.

Secondo il primo comma dell’art. 316 bis i genitori devono adempiere i loro obblighi nei confronti dei figli in
proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo.
Quindi chi più ha, più contribuisce, ma può anche capitare che i genitori non abbiano mezzi sufficienti per
provvedere al mantenimento.

In tal caso subentrano gli altri ascendenti, cioè i nonni e, se esistenti, i bisnonni, che, in ordine di prossimità,
sono tenuti a fornire ai genitori i mezzi necessari affinché possano adempiere i loro doveri nei confronti dei
figli.

Si tratta quindi, sia per i genitori, sia per gli altri ascendenti di un vero obbligo giuridico e non solo morale,
tanto che in caso d’inadempimento il presidente del tribunale, su istanza di chiunque vi abbia interesse,
sentito l'inadempiente e assunte informazioni, può ordinare con decreto che una quota dei redditi
dell'obbligato, in proporzione agli stessi, sia versata direttamente all'altro genitore o a chi sopporta le spese
per il mantenimento, l'istruzione e l'educazione della prole. Il decreto del presidente del tribunale è titolo
esecutivo ( art. 474 c.p.c.), ed è quindi titolo per azionare un processo esecutivo.

Contro il decreto del presidente del tribunale è ammessa opposizione entro venti giorni dalla sua notifica, e
l’opposizione si propone nelle forme del decreto ingiuntivo ( artt. 633 e ss. c.p.c.). Si ha quindi una curiosa
commistione tra provvedimenti di volontaria giurisdizione ( il decreto del presidente del tribunale) e il rito
sommario non cautelare del decreto ingiuntivo. Anche se l’opposizione non è proposta ( o è proposta fuori
termine) è comunque possibile chiedere la revoca o la modificazione del provvedimento del presidente del
tribunale, ma con le forme del processo ordinario ( di cognizione).

Decadenza dalla responsabilità genitoriale


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Gli articoli 330 e ss. del codice civile si occupano dei casi di decadenza dalla responsabilità genitoriale e le
vicende successive a questa eventualità.

Vediamo, in primo luogo, in quali ipotesi si può perdere, si decade, dalla responsabilità genitoriale;

Si decade dalla responsabilità genitoriale quando il genitore:

 viola o trascura i doveri ad essa inerenti;


 abusa dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio.
È il giudice che pronuncia la decadenza dalla responsabilità genitoriale, e può per gravi motivi ordinare
l'allontanamento del figlio dalla residenza familiare oppure l'allontanamento del genitore o convivente che
maltratta o abusa del minore.

D’altro canto il giudice può reintegrare il genitore nella responsabilità genitoriale quando, cessate le ragioni
per le quali la decadenza è stata pronunciata, è escluso ogni pericolo di pregiudizio per il figlio (art. 332).

Può darsi che la condotta del genitore non sia tale da fargli perdere la responsabilità genitoriale, ma sia
comunque pregiudizievole al figlio. In tal caso il giudice (art. 333) secondo le circostanze, può adottare i
provvedimenti convenienti e può anche disporre il suo allontanamento dalla residenza familiare oppure
l'allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del minore.

Un’altra ipotesi, sempre relativa alla responsabilità genitoriale, riguarda la possibile rimozione
dall’amministrazione dei beni del minore di entrambi i genitori o del genitore; questa ipotesi (art. 334) si
verifica quando il patrimonio del minore è male amministrato.
Il tribunale, di fronte a tale situazione, può:
·         stabilire le condizioni a cui i genitori devono attenersi nell'amministrazione, oppure,

·         rimuovere entrambi o uno solo di essi dall'amministrazione stessa e privarli, in tutto o in parte,
dell'usufrutto legale.
 Se tutti e due i genitori sono stati rimossi dall’amministrazione, questa sarà affidata a un curatore.

Come nel caso della riammissione alla responsabilità genitoriale, anche quando è stata disposta la rimozione
dalla amministrazione, si può disporre la riammissione quando sono cessati i motivi che hanno determinato
la rimozione (art. 335).
La procedura per tutti i provvedimenti che abbiamo visto è determinata dall’art. 335.

Adozione
Questo istituto nato originariamente per dare ad una persona che non avesse avuto figli la possibilità di
averne uno con un atto legale, ha subito nel corso degli anni una radicale trasformazione, poiché si è avuto
sempre più riguardo all'interesse del minore in stato di abbandono, cercando di inserirlo in una famiglia che
gli permetta di provvedere ai suoi bisogni e di sviluppare la propria personalità.

Per questo motivo la materia dell'adozione è regolata dalla legge n. 184 del 1983 che ha disciplinato in
maniera organica l'adozione dei minori ed ha abrogato tutte le norme del codice civile, e delle precedenti
leggi speciali, in materia.

La situazione attuale, quindi, è regolata dalla succitata legge per quanto riguarda l'adozione dei minori, e dal
codice civile limitatamente ai casi, invero molto rari, dell'adozione delle persone maggiori di età.

Legge sulla adozione di minori, inoltre, ha previsto la figura dell'affidamento dei minori cui si ricorre in via
temporanea quando determinate circostanze impediscono al minore di vivere nella propria famiglia.

Occupiamoci , quindi, di questi argomenti cliccando sui collegamenti posti qui sotto.

1. adozione dei minori


2. adozione dei maggiori d'età
3. adozione internazionale
4. affidamento dei minori
5. Adozione dei minori
è un istituto  previsto per il minore in situazione di abbandono perché privo di assistenza
nozione morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi e volta a
fornirgli una famiglia  che sia  idonea ad educarlo, istruirlo e mantenerlo

6. Con l'adozione si vuole quindi fornire un ambiente familiare al minore che ne è privo.
7. La materia è regolata dalla legge n. 184 del 1983 che ne stabilisce le condizioni essenziali.
8. Cerchiamo, quindi, riassumerle nelle sottostanti tabelle.

condizioni relative situazione di abbandono  si realizza riguardo ai minori  privi di assistenza morale e
ai minori da materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi, purché la mancanza
di assistenza non sia dovuta a forza maggiore di carattere transitorio
adottare
consenso del minore di anni 14 il minore, il quale ha compiuto gli anni 14, non può
essere adottato se non presta personalmente il proprio consenso, che deve essere
manifestato anche quando il minore compia l'età sopraindicata nel corso del
procedimento. Il consenso dato può comunque essere revocato sino alla pronuncia
definitiva dell'adozione
audizione del minore di anni 12  se l'adottando ha compiuto gli anni 12 deve
essere personalmente sentito; se ha una età inferiore può, se opportuno, essere sentito,
salvo che l'audizione non comporti pregiudizio per il minore.
minori di età inferiore ai 12 anni se il minore  ha una età inferiore ai 12 anni se
opportuno può essere sentito, salvo che l'audizione non comporti pregiudizio per il
minore

9.  

l'adozione è permessa ai coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni tra i quali non


sussista separazione personale neppure di fatto
condizioni relative
devono essere idonei ad educare, istruire ed in grado di mantenere i minori che
agli adottanti intendono adottare
l'età degli adottanti deve superare di almeno 18 e di non più di 40 l'età dell'adottando

10. Un minore in situazione di abbandono può, quindi, essere adottato; ma l'adozione non può aver
luogo senza che il tribunale dei minorenni abbia dichiarato lo stato di adottabilità.
11. Lo stato di adottabilità non è ancora adozione. Sarà necessario che gli aspiranti genitori adottivi "si
facciano avanti" manifestando la loro intenzione al tribunale dei minorenni con un'apposita
domanda. Vediamo, quindi, cosa accade ricordando che cliccando sulle parole in corsivo si attivano i
relativi ipercollegamenti.

 
 

12. L'adozione comporta una serie di conseguenze giuridiche. Vediamole nella sottostante tabella.

l'adottato acquista lo stato di figlio legittimo degli adottanti


effetti
assume e trasmette il cognome degli adottanti
dell'adozione cessano i rapporti dell'adottato verso la famiglia d'origine, salvi i divieti matrimoniali

13. Nonostante che l'adottato divenga in pratica un figlio legittimo degli adottanti, l'adozione può
sempre essere revocata.
Vediamo le condizioni della revoca.

revoca  su domanda dell'adottante, quando l'adottato maggiore di quattordici anni abbia


dell'adozione attentato alla vita di lui o del suo coniuge
su domanda dell'adottante, quando l'adottato si sia reso colpevole verso di loro di
delitto punibile con pena restrittiva della libertà personale non inferiore nel minimo a
tre anni
su domanda dell'adottato o del P.M. quando i fatti di cui sopra sono stati
compiuti  dall'adottante contro l'adottato, oppure contro il coniuge o i discendenti o gli
ascendenti di lui
su domanda del pubblico ministero in conseguenza della violazione dei doveri
incombenti sugli adottanti

14. Concludiamo, ricordando che in particolari casi l'adozione può essere concessa anche al di fuori delle
condizioni previste dalla legge.

Adozione dei maggiori d'età


serve a creare un rapporto di parentela civile quando l'adottato non sia figlio naturale o
funzione
legittimo dell'adottante

L'adozione delle persone maggiori di età ha perso l'originale funzione di creare un rapporto di parentela tra
adottato e adottante quando questi era privo di discendenza naturale o legittima.

La sentenza della Corte Costituzionale del 19 maggio 1988 numero 431 ha dichiarato illegittimo
l'articolo 291 del codice civile nella parte in cui" non consente l'adozione a persone che abbiano discendenti
legittimi o legittimati maggiorenni e consenzienti ".

Allo stato attuale, quindi, le finalità di questo tipo di adozione rispondono più ad esigenze di solidarietà
sociale, come quelle di fornire assistenza a persone che si trovino in situazioni debolezza economica o sociale,
che ad esigenze di altro tipo.

Vediamo ora, nella sottostante tabella e, le caratteristiche essenziali di questo tipo di adozione.

l'adottato deve essere maggiorenne


l'adottante deve superare di almeno 18 anni l'età dell'adottato
non è consentita nei confronti dei figli naturali anche se non siano stati riconosciuti
condizioni e
per l'adozione è necessario l'assenso dei genitori dell'adottando e l'assenso del coniuge
presupposti dell'adottante e dell'adottando
se l'adottante ha figli legittimi o naturali maggiorenni non si può procedere all'adozione
senza il loro consenso

L'adozione è consentita nei confronti di chiunque, con l'unica eccezione dei figli naturali. È addirittura
consentita l'adozione di più persone, anche con un unico atto (art. 294 c.c.), mentre non si può essere
adottati da più di una persona, salvo che gli adottanti siano coniugi.

Consideriamo gli effetti dell'adozione.

produce i suoi effetti dalla data del decreto del tribunale che la pronunzia (art. 298 c.c.)
l'adottato assume il cognome dell'adottante e lo antepone al proprio, se è stato adottato
da coniugi assume il cognome del marito (art. 299 c.c.), ma non si crea nessun rapporto
di parentela tra adottato e parenti dell'adottante
effetti
l'adottato conserva tutti i diritti e i doveri verso la sua famiglia di origine (art. 300 c.c.)
l'adottato acquisita i diritti di successione che spettano ai figli legittimi dell'adottante,
ma quest'ultimo non acquisita alcun diritto di successione nei confronti dell'adottato
(art. 304 c.c.)

L'adozione può, infine, essere revocata per:


1. Indegnità dell'adottante quando l'adottato abbia attentato alla vita di lui o del suo coniuge, dei
suoi discendenti o ascendenti, ovvero si sia reso colpevole verso loro di delitto punibile con pena
restrittiva della libertà personale non inferiore nel minimo a tre anni
2. Indegnità dell'adottato, per gli stessi motivi di cui sopra, quando, però l'attentato o i reati siano
stati compiuti dall'adottante contro l'adottato o contro  il coniuge o i discendenti o gli ascendenti di
lui.

Affidamento dei minori


è l'istituto di natura assistenziale con il quale si vuole ricostruire un adeguato ambiente
nozione familiare
al minore che ne sia temporaneamente privo

Ci occupiamo in questa sede dell'affidamento previsto dalla legge n. 184 del 1983 che, come negli altri casi
dove è previsto l'affidamento, tende a salvaguardare l'interesse del minore ad avere chi si occupi del suo
mantenimento, educazione ed istruzione.
A conferma di questo spirito che ha animato il legislatore all'art. 2  l. 184\83 dispone che:

Il minore che sia temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo può essere affidato ad un'altra
famiglia, possibilmente con figli minori, o ad una persona singola, o ad una comunità di tipo familiare, al fine
di assicurargli il mantenimento, l'educazione e l'istruzione.

Alla presenza delle condizioni previste dall'art. 2 si attiverà la procedura che porterà all'affidamento.
Vediamola nella sottostante tabella

 
 

Nel provvedimento che dispone l'affidamento si deve indicare:

 specificatamente le motivazioni di esso;


 tempi e i modi dell'esercizio dei poteri riconosciuti all'affidatario;
 il periodo di presumibile durata dell'affidamento;
 il servizio locale cui è attribuita la vigilanza durante l'affidamento;

Occupiamoci, ora, della figura dell'affidatario.

chi può essere


1. Famiglia; 2. Persona singola; 3. Comunità di tipo familiare
affidatario
diritti 1. esercizio della potestà dei genitori in quanto compatibile con la sua qualità di
affidatario
2. può ricevere, previo provvedimento del giudice, gli assegni familiari e le prestazioni
previdenziali relative al minore 

L'affidatario deve accogliere presso di sé il minore, provvedere al suo mantenimento e alla


obblighi sua educazione e istruzione

Trascorso il periodo previsto per l'affidamento il minore potrà tornare presso la sua famiglia oppure si
avvierà la procedura di adozione.

Amministrazione di sostegno
ha lo scopo di tutelare le persone prive in tutto o in parte di autonomia
nell'espletamento delle funzioni della vita quotidiana mediante interventi di
funzione dell'istituto persone,  denominati amministratori di sostegno, di carattere temporaneo o
permanente

Con la riforma del capo XII del codice civile introdotta con la legge 9 gennaio 2004 n. 6, si è deciso di fornire
una tutela più incisiva per coloro che per effetto di una infermità o per una menomazione fisica o psichica, si
trovano nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi ( art. 404 c.c.).

Osserviamo subito le persone che possono beneficiare dell'amministrazione di sostegno hanno la capacità
d'agire, ma a causa dell'infermità che le ha colpite si trovano nella impossibilità di provvedere ai propri
interessi, mentre se l'infermità è di tal natura da realizzare le condizioni per l'inabilitazione o per
l'interdizione, non sarà possibile chiedere l'amministrazione di sostegno, dovendo appunto provvedere con
quegli istituti.
Può accadere, tuttavia, che durante il giudizio d'interdizione o di inabilitazione il tribunale, su istanza di
parte o d'ufficio, ritenga che sia opportuno applicare l'amministrazione di sostegno; in tal caso provvederà a
trasmettere gli atti al giudice tutelare per l'eventuale concessione del beneficio. Lo stesso provvedimento può
essere chiesto, anche d'ufficio, nel caso di revoca dell'interdizione o dell'inabilitazione

Vediamo quindi come i nuovi articoli (404\413) del codice civile disciplinano l'istituto.

persone che, per effetto di una infermità ovvero di una menomazione fisica o
psichica, si trovano nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere
ai propri interessi ( art. 404 c.c.)

secondo la giurisprudenza di merito anche gli anziani possono beneficiare


persone che possono dell'amministrazione di sostegno
beneficiare
minori non emancipati che si trovano nelle condizioni d'infermità richieste, ma il
dell'amministrazione di decreto che dispone l'amministrazione di sostegno può essere emesso solo
sostegno nell’ultimo anno della minore età e diventa esecutivo a decorrere dal momento in
cui la maggiore età è raggiunta

interdetti e inabilitati, ma solo se è stata pronunciata sentenza che revoca


l'interdizione o l'inabilitazione

L'amministrazione di sostegno può essere chiesta dallo stesso interessato, anche se minore,


interdetto o inabilitato, e da coloro che possono chiedere l'interdizione o l'inabilitazione secondo
l'art. 417 c.c. 
Oltre queste persone,  l'art. 406 c.c. prevede che la richiesta possa essere avanzata anche dai responsabili dei
servizi sanitari e sociali direttamente impegnati nella cura e assistenza della persona, ove siano a conoscenza
di fatti tali da rendere opportuna l’apertura del procedimento di amministrazione di sostegno.
Se la richiesta proviene da un interdetto o inabilitato, deve essere presentata, congiuntamente all’istanza di
revoca dell’interdizione o dell’inabilitazione, davanti al giudice competente per quest’ultima.

La domanda per l'amministrazione di sostegno si propone con ricorso da depositarsi presso la cancelleria


del giudice tutelare, che svolte le indagini ex
art. 407 .c.c. provvede con decreto che ha il contenuto previsto dall'art. 405 c.c.
Per il decreto sono previste particolari forme di pubblicità, poiché deve essere essere comunicato all’ufficiale
dello stato civile per le annotazioni in margine all’atto di nascita del beneficiario. Presso il giudice tutelare,
inoltre, è tenuto un registro delle amministrazioni di sostegno dove sono iscritti  il decreto di apertura
dell’amministrazione di sostegno, il decreto di chiusura ed ogni altro provvedimento assunto dal giudice
tutelare nel corso dell’amministrazione di sostegno ( art. 405 c.c. ; art 47 disp. att. c.c.).
Vediamo ora chi può essere scelto come amministratore di sostegno.

lo sceglie preferibilmente l'interessato, in previsione della propria eventuale futura


incapacità, mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata
se la scelta non è stata effettuata oppure il giudice ritiene, in presenza di gravi
motivi, che si debba scegliere una persona diversa da quella indicata, la scelta è
rimessa al giudice tutelare
amministratore di
sostegno nella scelta, il giudice tutelare preferisce, ove possibile, il coniuge che non sia
separato legalmente, la persona stabilmente convivente, il padre, la madre, il figlio
(art. 408 c.c.)
o il fratello o la sorella, il parente entro il quarto grado ovvero il soggetto designato
dal genitore superstite con testamento, atto pubblico o scrittura privata autenticata
non possono ricoprire le funzioni di amministratore di sostegno gli operatori dei
servizi pubblici o privati che hanno in cura o in carico il beneficiario

Veniamo ora agli effetti dell'amministrazione di sostegno;

questa si risolve in una limitazione della capacità d'agire del beneficiario che potrà compiere solamente gli
atti necessari a soddisfare le esigenze della propria vita quotidiana, mentre negli altri casi  ma dovrà
avvalersi della rappresentanza esclusiva o dell'assistenza dell'amministratore di sostegno

L'amministratore, però, non potrà compiere gli atti che riguardano il beneficiario, senza averlo
preventivamente e tempestivamente informato; in caso di dissenso con lui, dovrà preventivamente informare
il giudice tutelare ( art. 410 c.c.).

Per particolari categorie di atti ( v. art.  374 c.c.  richiamato dall'art. 411 c.c.) sarà necessaria l'autorizzazione
del giudice tutelare.
In particolare il giudice tutelare deve autorizzare gli atti di straordinaria amministrazione ex
artt. 375 e 376 c.c.

Accettazione dell'eredità
nozione è l'atto unilaterale e non recettizio attraverso il quale il chiamato all'eredità esercita il
(art. 470 c.c.) suo diritto di acquistare l'eredità
Secondo l'art. 459 c.c. l'eredità si acquista con l'accettazione che, se esercitata, produce i suoi effetti sin dal
momento in cui si è aperta la successione; dalla lettura di questo articolo si comprende come sia necessario
distinguere il diritto di accettare l'eredità dal negozio di accettazione.
È chiaro che l'uno presuppone l'altro e che tale diritto sorge in testa al chiamato all'eredità dal momento della
apertura della successione.
Vediamo gli aspetti essenziali del diritto di accettazione.

diritto potestativo che sorge in testa al chiamato all'eredità dal momento della apertura
natura della successione
il diritto di accettare l'eredità si prescrive in dieci anni dal giorno dell'apertura della
successione e, in caso d'istituzione condizionale (artt. 633 e ss. c.c.), dal giorno in cui si
prescrizione verifica la condizione (art. 480 c.c. ma ricordiamo l'ipotesi dell'art. 485 c.c.); in caso di
accertamento giudiziale della filiazione il termine decorre dal passaggio in giudicato della
sentenza che accerta la filiazione stessa.
se il chiamato all'eredità muore senza aver esercitato il suo diritto, questo si trasmette ai
trasmissione del suoi eredi (art. 479 c.c.); la regola dell'art. 479 si spiega considerando che il diritto di
diritto accettazione, avendo prevalente natura patrimoniale, si trasmette agli eredi insieme al
patrimonio del de cuius
è l'ipotesi dell'art. 481 c.c. dove, per porre fine ad una situazione di incertezza, si consente
decadenza dal a chiunque abbia interesse di chiedere che l'autorità giudiziaria fissi un termine entro il
potere di quale il chiamato dichiari se accetta o rinunzia all'eredità. Trascorso questo termine senza
accettazione che abbia fatto la dichiarazione, il chiamato perde il diritto di accettare, decade dal potere
di accettare l'eredità
In merito a quanto riportato in tabella, è necessario fare due importati precisazioni in merito alla
prescrizione e alla decadenza dal potere di accettare l'eredità.

Sulla prescrizione del diritto di accettare l'eredità, osserviamo che se vi sono altri chiamati, il termine corre
anche per loro, a meno che non vi sia stato acquisto dell' eredità poi venuto meno da parte dei primi
chiamati.

Sulla decadenza dal potere di accettare ricordiamo che oltre l'ipotesi riportata in tabella ex art. 481, si decade
dall'accettazione anche nel caso dell'art. 487 ultimo comma.

Consideriamo, ora, il negozio di accettazione.

Come già detto, si tratta di negozio unilaterale e non recettizio attraverso il quale il chiamato all'eredità
esercita il suo diritto di acquistare l'eredità. Si tratta di un atto che non ammette l'apposizione di termini o
condizioni (actus legitimus), che, se apposti, lo renderebbero nullo; analoga conseguenza si avrebbe nel caso
di accettazione parziale (art. 475 c.c.). La nullità, però, non fa perdere al chiamato il diritto di accettare (o di
rinunziare) che potrà sempre esercitare in un secondo momento.
Una volta esercitata l'accettazione, non sarà più possibile revocarla: semel heres semper heres.

Veniamo ora ai tipi di accettazione.

L'art. 470 c.c. distingue, in merito alle modalità di accettazione, due ipotesi.

in questo caso l'erede accetta provocando la confusione del suo patrimonio con quello del
accettazione pura
de cuius; di conseguenza sarà responsabile per i debiti che gravano sull'eredità anche se
e semplice
sono superiori all'attivo ereditario
accettazione con in questo caso l'erede, per evitare la confusione del suo patrimonio con quello dell'erede,
beneficio di accetta con beneficio di inventario. In tal modo risponderà dei debiti che gravano
inventario sull'eredità solo nei limiti del valore dell'attivo dell'eredità
Ci occuperemo successivamente dell'accettazione con beneficio di inventario; osserviamo da subito, però, che
questa non è una condizione posta all'accettazione e, comunque, comporta l'acquisto della qualità di erede.

In merito alla forma dell'accettazione (art. 474 c.c.) distinguiamo tra:

accettazione si ha quando, in un atto pubblico o in una scrittura privata, il chiamato all'eredità ha


dichiarato di accettarla, oppure ha assunto il titolo di erede. Per la sua validità è quindi
espressa
necessaria la forma scritta; di conseguenza sarà nulla una accettazione verbale
(art. 475 c.c.)
si verifica questa ipotesi quando il chiamato all'eredità compie degli atti concludenti e dal
significato univoco dal quale si desume la sua volontà di accettare. Il comportamento del
chiamato deve essere valutato oggettivamente, nel senso che da questo deve emergere la
accettazione tacita
volontà di accettare, indipendentemente dall'accertamento della sua effettiva volontà;
(art. 476 c.c.) questa ipotesi si verifica, ad esempio, nel caso di pagamento dei debiti ereditari con
denaro prelevato dall'eredità o, all'opposto, nella riscossione dei crediti scaturenti
dall'eredità
 Gli articoli 477 e 478 c.c. prevedono due ipotesi di accettazione tacita qualificata, cioè espressamente
previste dalla legge; vediamole.

donazione, vendita e cessione dei diritti di successione: se il chiamato all'


eredità dona, vende o cede i suoi diritti di successione, tale comportamento vale come
accettazione legale accettazione (tacita qualficiata) dell'eredità
rinunzia ai diritti di successione fatta verso corrispettivo o a favore di alcuni
dei chiamati: importa accettazione (tacita qualificata) dell'eredità
La seconda ipotesi di accettazione legale non deve far pensare ad una sanzione per il chiamato che invece di
rinunciare semplicemente, rinuncia dietro corrispettivo o a favore di alcuni soltanto dei chiamati.  È vero,
invece, che il chiamato per trasferire i diritti di successione deve necessariamente divenirne prima titolare, ed
è per questo che tale rinunzia (detta anche rinunzia traslativa) integra un'ipotesi di accettazione tacita.

Altre ipotesi di accettazione senza espressa dichiarazione sono:

1. presa di possesso dei beni ereditari senza aver compiuto l'inventario nel termine  entro tre mesi dal
giorno dell'apertura della successione (art. 485 c.c.);
2. sottrazione dei beni ereditari (art. 527 c.c.);

Queste ipotesi, però, non integrano una accettazione tacita, ma, piuttosto, un caso di accettazione ope legis
che si verifica anche contro la volontà del chiamato.

All'eredità, come abbiamo visto, si può rinunziare, ma una volta accettata non è possibile la revoca della
accettazione; è però possibile impugnare l'accettazione in due ipotesi:

impugnazione
impugnazione per violenza o dolo: possibile solo per l'accettazione espressa. La
dell'accettazione violenza o il dolo sono rilevanti da chiunque provengano (art. 482 c.c.)
Non è possibile impugnare l'accettazione anche per errore a causa dell'espresso divieto del primo comma
dell'art. 483 c.c. Il rigore del primo comma dell'art. 483 è tuttavia mitigato dal successivo secondo comma,
dove si fa il caso che si scopra un testamento dopo che si sia intervenuta l'accettazione. In tal caso l'erede non
è tenuto a soddisfare i legati scritti in esso oltre il valore dell'eredità, o con pregiudizio della porzione
legittima che gli è dovuta.

Accettazione con beneficio di inventario


è una dichiarazione resa con atto pubblico attraverso cui l'erede dichiara di accettare con
nozione
beneficio di inventario evitando, in tal modo, la confusione del suo patrimonio con quello
(art. 490 c.c.)
del defunto
Con l'accettazione pura e semplice l'erede confonde il suo patrimonio con quello del defunto che divengono,
in tal modo, un unico patrimonio; questa conseguenza può non sempre essere conveniente per l'erede,
perché se nel patrimonio del de cuius i debiti superano i crediti, l'erede sarà tenuto comunque ad onorarli.
Per questo motivo potrebbe convenire accettare l'eredità, non puramente e semplicemente, ma con beneficio
di inventario in modo da non dover rispondere con il proprio patrimonio per i debiti che erano del defunto.
A volte l'accettazione beneficiata non è facoltativa, ma obbligatoria; in particolare devono accettare con
beneficio d'inventario:

1. i minori o gli interdetti (art. 471 c.c.);


2. i minori emancipati o gli inabilitati (art. 472 c.c.)
3. le persone giuridiche, le associazioni, fondazioni e gli enti non riconosciuti, escluse, però, le società
commerciali (art. 473 c.c.).

La necessità della accettazione beneficiata non significa che questa sia automatica, perché è pur sempre
necessario che vi sia un atto di accettazione compiuto (per quanto riguarda i minori e gli interdetti) dal tutore
o dal genitore con l'autorizzazione del giudice tutelare, e per il minore emancipato e l'inabilitato, con il
consenso del curatore e l'autorizzazione del giudice tutelare.

In tutti gli altri casi l'accettazione beneficiata è facoltativa, ma qual è l'effetto del beneficio
d'inventario?

Ci risponde l'art. 490, che dopo aver affermato che l'effetto principale dell'accettazione beneficiata consiste
nel tener distinto il patrimonio del defunto da quello dell'erede, ne specifica le conseguenze.
In particolare con l'accettazione beneficiata l'erede:

conserva verso l'eredità tutti i diritti e tutti gli obblighi che aveva verso il defunto, tranne quelli che si sono
estinti per effetto della morte; in tal modo l'erede potrà soddisfare i crediti che aveva nei confronti del
defunto
non è tenuto al pagamento dei debiti ereditari e dei legati oltre il valore dei beni a lui pervenuti; in tal modo
l'erede eviterà una damnosa ereditas, estinguendo tutti i pesi che gravano sull'eredità solo con l'attivo
dell'asse ereditario senza intaccare il suo patrimonio
i creditori dell'eredità e i legatari potranno soddisfarsi sul patrimonio ereditario a preferenza (e quindi
prima)  dei creditori dell'erede
Vediamo, ora, la forma richiesta dalla legge per l'accettazione con beneficio d'inventario (art. 484 c.c.).

è necessario l'atto pubblico a pena di nullità; la dichiarazione deve essere


ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è
aperta la successione, e inserita nel registro delle successioni conservato nello
stesso tribunale
forma dell'accettazione entro un mese dall'inserzione, la dichiarazione deve essere trascritta, a cura del
beneficiata cancelliere, presso l'ufficio dei registri immobiliari del luogo in cui si è aperta la
successione.
La trascrizione consente all'erede di pagare regolarmente i creditori o i legatari
(art. 495 c.c.)
la dichiarazione di accettazione deve preceduta o seguita dall'inventario
Il chiamato all'eredità  può trovarsi o meno nel possesso dei beni ereditari, in tal caso:

deve fare l'inventario entro tre mesi dal giorno dell'apertura della successione o
è  nel possesso dei beni della notizia della devoluta eredità. Se non fa l'inventario entro i tre mesi, si
ereditari considera che abbia accettato puramente e semplicemente; ugualmente accade  se
(art. 485 c.c.) compiuto l'inventario, entro di quaranta giorni dal compimento medesimo non
dichiara se accetta o rinuncia all'eredità
 non è nel possesso dei
può fare la dichiarazione di accettare col beneficio di inventario fino a che il
beni ereditari diritto di accettare non è prescritto
(art. 487 c.c.)
Come si vede l'accettazione con beneficio di inventario deve essere pur sempre preceduta o seguita
dall'inventario; diversamente avrà l'efficacia di una accettazione pura e semplice, ma che cos'è
l'inventario?
Rispondiamo: è una operazione dal carattere prevalentemente contabile (artt. 769  e ss. c.p.c.) che serve a
determinare l'attivo e il passivo del patrimonio ereditario; l'art. 775 c.p.c. indicando analiticamente il
contenuto del processo verbale dell'inventario, ci fa capire in maniera precisa in cosa consiste l'inventario.

Non bisogna credere che con l'accettazione con beneficio d'inventario il chiamato all'eredità non divenga
erede; al contrario diverrà erede, ma i suoi poteri sul patrimonio del defunto non saranno certamente quelli
pieni che gli sarebbero derivati dalla accettazione pura e semplice; con l'accettazione beneficiata, infatti,
l'erede diviene l'amministratore del patrimonio del de cuius, patrimonio che amministra nel suo interesse e
in quello dei creditori e dei legatari; proprio perché l'erede amministra pur sempre delle cose sue,
l'art. 491 c.c. prevede la sua responsabilità  per l'amministrazione solo per colpa grave. Pagati i creditori e i
legatari con l'attivo disponibile del patrimonio ereditario (art. 495 c.c.), l'erede non sarà responsabile per i
crediti rimasti ancora insoddisfatti, mentre i creditori potranno ancora agire in regresso contro i legatari per
le somme che sono ancora loro dovute.

Chiudiamo l'argomento riportando le ipotesi di decadenza dal beneficio di inventario;

alienazione dei beni ereditari senza autorizzazione (art. 493 c.c.)


decadenza dal beneficio di omissioni o infedeltà nell'inventario (art. 494 c.c.)
inventario nelle altre ipotesi previste dall'art. 505 c.c. (inosservanza delle procedure previste
dalla legge)

Separazione dei beni del defunto da quelli dell'erede


Con l'accettazione beneficiata l'erede evita le conseguenze di una damnosa ereditas che lo costringerebbe ad
onorare i debiti del defunto anche con il suo patrimonio; è pur vero, però, che potrebbe verificarsi la
situazione opposta: il patrimonio del defunto è in attivo, mentre quello dell'erede è in passivo;
tale evenienza danneggia principalmente i creditori e i legatari del de cuius , che, in seguito alla accettazione
dell'eredità non beneficiata, dovranno concorrere con i creditori dell'erede.  Stabilito che i creditori (e gli
eventuali legatari) non possono costringere l'erede ad accettare con beneficio d'inventario, l'unica strada a
loro disposizione sarà la richiesta di separazione dei beni del defunto da quelli dell'erede.

Fatte queste premesse, possiamo definire l'istituto.

separazione dei beni


con questo istituto i creditori e i legatari del de cuius acquistano un titolo di
del defunto da quelli preferenza sui beni del suo patrimonio rispetto ai creditori dell'erede (art. 512 c.c.)
dell'erede
Come si vede la separazione non produce gli stessi effetti della accettazione beneficiata, non separa i due
patrimoni, ma fa preferire il creditore separatista rispetto ai creditori dell'erede. La conferma a quanto
abbiamo appena affermato la ritroviamo nell'ultimo comma dell'art. 512 secondo cui  la separazione non
impedisce ai creditori e ai legatari che l'hanno esercitata, di soddisfarsi anche sui beni propri dell'erede, cosa
che non sarebbe stata possibile se vi fosse stata separazione dei patrimoni.

Ma come si fa in pratica a effettuare la separazione? Ci rispondono gli articoli 517 e 518 relativamente alla
separazione sui beni mobili o immobili del patrimonio del defunto.

Cominciamo con la separazione sui beni mobili ex art. 517.

Secondo il citato articolo la separazione è chiesta con ricorso al tribunale del luogo dove si è aperta la
successione. Depositata la domanda il tribunale ordina l’inventario, nel caso non sia stata già fatto, e dà
anche le disposizioni necessarie per la conservazione dei beni mobili oggetto del ricorso. Nel caso in cui
l’erede abbia già alienato i beni in tutto o in parte, il diritto alla separazione comprende solo il prezzo della
alienazione non ancora pagato all’erede.

Per i beni immobili, invece, dovranno seguirsi le regole previste dall’art. 518 necessariamente più complesse
rispetto a quelle sui beni mobili.

In questi casi, infatti, la separazione sugli immobili e sugli altri beni capaci d'ipoteca,  si esercita mediante
l'iscrizione del credito o del legato sopra ciascuno dei beni stessi. In particolare l’iscrizione si esegue nei modi
stabiliti per iscrivere le ipoteche, indicando il nome del defunto e quello dell'erede, se è conosciuto, e
dichiarando che l'iscrizione stessa viene presa a titolo di separazione dei beni.  Regole particolari, rispetto al
normale regime delle iscrizioni ipotecarie, sono previste nel caso vi siano più iscrizioni sugli stessi beni. Il
terzo comma dell’art. 518, infatti, dispone che in questi casi le iscrizioni a titolo di separazione, anche se
eseguite in tempi diversi, prendono tutte il grado della prima e prevalgono sulle trascrizioni ed iscrizioni
contro l'erede o il legatario, anche se anteriori. Per il resto si applicano le regole previste per le ipoteche.

In entrambi i casi, però, è stabilito un termine per chiedere la separazione. Per l’art. 517, infatti, la
separazione deve essere chiesta entro tre mesi dall’apertura della successione, ma potrebbe darsi che sia stata
regolarmente chiesta nei termini e quindi i creditori e i legatari che l’hanno chiesta e ottenuta avranno una
preferenza sul patrimonio del de cuius nel caso in cui l’erede non soddisfi i loro crediti.

Tuttavia per l’art. 515 l’erede può far cessare la separazione o  impedirla pagando i creditori e i legatari, e
dando cauzione per il pagamento di quelli il cui diritto è sospeso da condizione o sottoposto a termine oppure
è contestato.

I creditori (e i legatari) del de cuius hanno la facoltà di esercitare la separazione, ma non per questo sono tutti
obbligati ad effettuarla; può accadere, infatti, che alcuni di loro effettuino la separazione, mentre altri
ritengano più opportuno non procedere in tal senso.

Si potrebbe pensare che la separazione effettuata da uno dei creditori giovi anche agli altri, ma l'art. 514 c.c.
espressamente esclude questa possibilità stabilendo al primo comma che la separazione giova solo ai
creditori che l'hanno chiesta.

Nel caso vi siano creditori e legatari che hanno chiesto la separazione e altri che non l'abbiano fatto vi
saranno i separatisti e i non separatisti.

a) i separatisti, potranno giovarsi della separazione e quindi essere preferiti in caso di esecuzione sul
patrimonio del defunto;
b) i non separatisti, non avranno tale preferenza e dovranno concorrere con i creditori dell’erede in una
eventuale esecuzione sul patrimonio del de cuius.
Tuttavia l’art. 514 regola i rapporti che potremmo definire “interni” tra creditori separatisti e creditori non
separatisti, distinguendo due ipotesi:

 La parte separata del patrimonio del defunto è in grado di soddisfare i creditori e i legatari che hanno
ottenuto al separazione e la parte non separata sarebbe in grado di soddisfare i creditori e i legatari
non separatisti. In questo caso i “separatisti” potranno soddisfarsi integralmente sulla parte separata
del patrimonio.
 La parte non separata del patrimonio del de cuius non è in grado di soddisfare i creditori non
separatisti. In questo caso i detti creditori (e legatari) non separatisti possono concorrere con i
creditori separatisti. Questa ipotesi si applicherà anche al caso in cui tutto il patrimonio sia stato
separato facendo rimanere i non separatisti senza nessuna porzione del patrimonio del de cuius dove
soddisfarsi.
Il secondo comma dell’art. 514 precisa poi  che se parte del patrimonio non è stata separata (e quindi
abbiamo una parte separata e una non separata) il valore di detta parte non separata si aggiunge al prezzo dei
beni separati per determinare quanto spetterebbe a ciascuno dei concorrenti, e quindi si considera come
attribuito integralmente ai creditori e ai legatari non separatisti.

Rappresentazione  
   
la rappresentazione è quell'istituto che fa subentrare i discendenti nel luogo e nel
nozione
grado del loro ascendente, in tutti i casi in cui questi non può o non vuole accettare
(art. 467 c.c.) l'eredità o il legato
Per comprendere la rappresentazione, che non ha nulla a che fare con la rappresentanza, è opportuno seguire
l’ordine del codice civile.

L’art. 467, infatti, ci dice, in primo luogo, cos’è la rappresentazione.  È un istituto abbastanza semplice,
perché si riferisce al caso in cui soggetto, chiamato all’eredità, si trovi nella condizione di non potere o non
volere accettare l’eredità (o il legato).  Non vuole perché rinuncia, non può perché, magari, è indegno o anche
è morto prima di aver accettato l’eredità.
Cosa accade, o meglio, cosa dovrebbe accadere in questi casi?
In teoria dovrebbero applicarsi una serie di regole specifiche, come gli articoli 522 e 523, o anche l’art. 479,
ma invece si applica la regola prevista dall’art. 467: al posto del chiamato che non può o non vuole accettare
l’eredità, subentrano i suoi discendenti, ma non vi subentrano semplicemente, ma nel luogo e nel grado del
loro ascendente, insomma si sostituiscono in tutto e per tutto al loro ascendente, ne prendono il posto.
Bene, ma allora, ci si potrebbe chiedere, ogni volta che qualcuno non può o non vuole accettare l’eredità ci
sarà sempre e comunque rappresentazione?
No. Bisogna vedere che rapporto di parentela c’era tra la persona che non ha voluto o potuto accettare
l’eredità, e il de cuius.

Per l’art. 468 la rappresentazione opera rispetto al de cuius in due modi, in linea retta e in linea collaterale.
In altre parole bisognerà vedere se la persona che non ha voluto o potuto accettare l’eredità era un
discendente, anche figlio adottivo, del de cuius (e quindi c’era un rapporto di parentela in linea retta) o era
fratello o sorella del de cuius (quindi parentela in linea collaterale).
Solo in questi casi i discendenti di questi parenti succederanno per rappresentazione, mentre se il rapporto di
parentela con il de cuius era di altro tipo, per es. un ascendente del de cuius che non ha potuto o voluto
accettare l’eredità, non si avrà rappresentazione e si applicheranno le normali regole previste per la
successione.

Secondo l’art. 469:

Estensione del diritto di rappresentazione. Divisione.


La rappresentazione ha luogo in infinito, siano uguali o disuguali il grado dei discendenti e il loro numero
in ciascuna stirpe.
La rappresentazione ha luogo anche nel caso di unicità di stirpe.
Quando vi è rappresentazione, la divisione si fa per stirpi.
Se uno stipite ha prodotto più rami, la suddivisione avviene per stirpi anche in ciascun ramo, e per capi tra
i membri del medesimo ramo.
All’infinito vuol dire che se i discendenti chiamati in rappresentazione non possono o non vogliono accettare,
subentreranno i loro discendenti e così di seguito.
Per quanto riguarda il concetto di stirpe, questa indica il gruppo di discendenti di ciascun chiamato.
Nell’ambito della stirpe, tutta insieme subentrata per rappresentazione, la divisione si fa per capi.
Se, ad esempio, due figli del de cuius abbiano rinunciato all'eredità e uno di loro aveva tre figli mentre l'altro
ne aveva uno solo, avremo due stirpi.  L'eredità del nonno non verrà divisa in quattro parti uguali, ma in due
parti uguali di cui una metà sarà ulteriormente suddivisa per tre (i capi), mentre l'altra metà andrà tutta
intera all'unico figlio.
Abbiamo visto che la rappresentazione opera in maniera automatica e ciò è tanto vero soprattutto della
successione legittima. Ma cosa accade nella successione testamentaria?

Secondo l'articolo 467 comma 2 la rappresentazione si applica negli stessi modi della successione legittima
anche nella successione testamentaria.
Il testatore, tuttavia, può aver previsto il caso in cui l'istituito non voglia o non possa accettare l'eredità o il
legato designando la persona da sostituire.
Può accadere, ad esempio, che nel testamento il testatore scriva: " istituisco mio erede Tizio, ma nel caso in
cui rinunzi all'eredità, istituisco mio erede Sempronio ". In queste ipotesi non si avrà rappresentazione e i
figli di Tizio non subentreranno nella posizione del loro genitore.

 sostituzione
è prevista dal testatore nel caso in cui il chiamato non voglia o non possa accettare;
nozion
in questo caso il testatore  può istituire un altra persona che sostituisca il primo chiamato (art. 688
e
c.c.)
Ci troviamo nel campo delle successioni testamentarie, ma ne parliamo adesso per comodità espositiva.
Come si vede dalla nozione può accadere che uno dei chiamati si trovi nelle condizioni di non volere o potere
accettare l'eredità; questa situazione può aprire la strada alla rappresentazione o all'accrescimento, ma il
testatore, volendo evitare le conseguenze automatiche previste dalla legge, indica un'altra persona in
sostituzione dell'erede istituito.

Analizzando il testo dell’art. 688, vediamo che si riferisce a due ipotesi, e cioè che il chiamato non
voglia oppure non possa accettare l’eredità.

Può quindi accadere che il testatore abbia contemplato solo una delle due ipotesi, per es. quando non voglia,
ma è poi accaduto che il chiamato non possa accettare l’eredità.
Cosa fare in questi casi? Ci risponde il secondo comma dell'art. 688 secondo il quale:
“Se il testatore ha disposto per uno solo di questi casi, si presume che egli si sia voluto riferire anche a
quello non espresso, salvo che consti una sua diversa volontà”.
Com’è facile intuire la sostituzione, essendo puntuale espressione della volontà del testatore, prevale sulla
rappresentazione e sull'accrescimento. Per aversi, quindi, sostituzione (detta sostituzione ordinaria, per
distinguerla dalla sostituzione fedecommissaria che vedremo fra poco) è necessario che vi sia una doppia
istituzione, che cioè vi sia l’indicazione di almeno due chiamati, ma non basta; questa doppia istituzione
deve anche essere successiva, nel senso che gli eredi non sono chiamati per entrare in possesso
contemporaneamente dell'eredità, ma in ordine successivo, prima l'uno e poi l'altro.

La sostituzione può essere di tre specie (art. 689 c.c.):

1. semplice si sostituisce una sola persona all'unico chiamato;


2. plurima si sostituiscono insieme più persone a l'unico chiamato o a più chiamati sostituisce una
sola persona;
3. reciproca si verifica quando il chiamato a sostituire l'erede che non voglia o non possa accettare è
un altro coerede. In questo caso il testatore può stabilire che se uno dei coeredi, non importa chi, non
voglia o non possa accettare eredità sarà sostituito dagli altri coeredi.

Approfondiamo quest’ultimo caso della sostituzione reciproca. Qui accade che la sostituzione avvantaggi gli
altri coeredi che erano stati istituito insieme al coerede che però non ha potuto o voluto accettare l’eredità.
Può darsi che tutti i coeredi erano stati istituiti in parti uguali; in tal caso la sostituzione non modificherà la
proporzione delle quote che avevano in precedenza, ma se le quote dei coeredi chiamati in sostituzione erano
diseguali, tale diseguaglianza dovrà rimanere nella stessa proporzione anche dopo la sostituzione.
Gli obblighi dei sostituiti sono gli stessi degli istituiti, salvo che il testatore non abbia disposto diversamente
(art. 691 c.c.).

 
Sostituzione fedecommissaria

nozione è un istituto con funzione assistenziale


Per capire la sostituzione fedecommissaria è necessario partire dalla particolare situazione prevista
dall'articolo 692.

Abbiamo tre protagonisti:

1. un genitore, un ascendente o coniuge;

2. un interdetto, figlio, discendente o coniuge delle persone di cui sopra;

3. persone o enti che si prendono cura dell'interdetto.

Il genitore vorrebbe istituire erede suo figlio interdetto, ma si preoccupa anche che questi sia ben trattato
dall'ente o delle persone ( da non confondersi con il tutore) che hanno cura di lui.

Per raggiungere efficacemente questo scopo, istituisce erede suo figlio che, con la rappresentanza legale del
tutore, diverrà erede. Stabilisce, però, che alla morte del figlio eredi del suo patrimonio diverranno gli enti o
le persone che hanno avuto cura di lui; in tal modo questi ultimi agiranno nei confronti dell'interdetto nella
maniera migliore possibile, ben sapendo che la violazione degli obblighi di assistenza farà venir meno la
sostituzione.

L'articolo 692 sottopone a rigidi vincoli la sostituzione fedecommissaria al di fuori dei quali questa è nulla.
Vediamoli nella sottostante tabella:

l'istituito può essere solo un interdetto (o un minore che si trovi in condizioni di


presupposti abituale infermità mentale tale da far presumere al raggiungimento la maggiore età la
sua interdizione) figlio discendente o coniuge del testatore
i sostituiti possono essere solo le persone, la persona, o gli enti che sotto la vigilanza del
soggetti sostituiti tutore hanno avuto cura dell'interdetto istituito
inefficacia della la sostituzione è inefficace quando sia stata revocata o negata l'interdizione; è inefficace
sostituzione rispetto le persone o agli enti che hanno violato gli obblighi di assistenza
Particolarmente interessante è la posizione dell'istituito che dovrà restituire i beni alla sua morte.

Secondo l'articolo 693 del codice civile l'istituito ha il godimento e l'amministrazione dei beni che formano
oggetto della sostituzione e può compiere tutte le innovazioni dirette ad una loro migliore utilizzazione. A lui
si applicano, in quanto applicabili, le norme relative all'usufruttuario.

Si è parlato, in conseguenza di ciò, di proprietà temporanea o risolubile, ma altra dottrina preferisce


individuare questo caso come ipotesi di usufrutto o, infine come proprietà gravata da un vincolo reale di
indisponibilità.
Il sostituito (cioè l'ente o la persona che si occupano dell'interdetto), invece, non ha un diritto ma una
semplice aspettativa di diritto che si realizzerà al momento della morte dell'istituito.

Alla morte dell'istituito l'eredità si devolve al sostituito, ma potrebbe accadere che questi muoia prima
dell'interdetto. In tal caso l'istituito acquista la piena disponibilità dei beni ereditari che passeranno, alla sua
morte, ai suoi successori legittimi.

la sostituzione di cui ci stiamo occupando è l'unica ammessa dal codice civile, ed è anche chiamata
"fedecommesso assistenziale" ; ribadiamo che ogni altro tipo di sostituzione che non abbia le finalità
assistenziali che abbiamo visto è nulla (v. ultimo comma art. 692); sarebbe quindi nulla una sostituzione che
con  una doppia vocazione obbliga un chiamato a conservare i beni ereditari per restituirli al secondo
chiamato
 

Rinunzia alla eredità


nozione è una dichiarazione che dà luogo ad un negozio unilaterale e non recettizio
(art. 519 c.c.) attraverso cui il chiamato dichiara di non volere accettare l'eredità
Come si vede con la rinunzia il chiamato, in pratica, rifiuta l'eredità a lui offerta. È forse più corretto parlare
di rinuncia al diritto di accettare l'eredità, piuttosto che di rinuncia all'eredità ( che presuppone che l'eredità
sia stata già accettata). È vero, infatti, che una volta accettata l'eredità, non sarà più possibile revocare
l'accettazione, ma non è vero il contrario.
Secondo l'art. 525 del codice civile, infatti, è possibile la revoca della rinunzia, ma solo se non sia avvenuta
l'accettazione da parte di un altro  chiamato di grado ulteriore.
Il riferimento al potere di revoca ci porta a parlare della prescrizione del diritto alla rinunzia.

La rinunzia può essere effettuata sino a quando il diritto di accettare non sia prescritto (perché dopo sarebbe
inutile), e d'altro canto, si può revocare la rinunzia solo entro il termine di prescrizione del diritto di accettare
l'eredità.
Il motivo è intuitivo.
Con la dichiarazione di rinunzia il chiamato non perde il diritto di accettare l'eredità ( ex art. 525 ) ed è per
questo che può revocare la rinunzia nel termine di accettazione. Questa revoca avviene, in pratica, con una
vera e propria accettazione, espressa o tacita che sia, e prevale sulla dichiarazione di rinunzia che, invece, 
deve essere fatta con dichiarazione, ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui
si è aperta la successione, e inserita nel registro delle successioni; è quindi necessario l'atto pubblico.

Ma vediamo gli elementi essenziali della rinunzia all'eredità.

negozio solenne unilaterale e non recettizio


non sopporta termini condizioni e non è possibile la rinunzia parziale, pena la nullità
caratteristiche della
della rinunzia ( si tratta di actus legitimus)
rinunzia ha efficacia retroattiva, nel senso che chi rinunzia all'eredità è considerato come se non
fosse mai stato chiamato (art. 521 c.c.)
Con la rinunzia l'eredità si devolve agli altri soggetti che ne hanno diritto.

Bisogna distinguere tra le successioni legittime e testamentarie.

si ha accrescimento a favore di coloro che avrebbero concorso con il rinunciante,


successioni sempre che non vi sia rappresentazione.
legittime se il rinunziante è  solo, l'eredità si devolve a coloro ai quali spetterebbe nel caso che egli
mancasse (art. 522 c.c.)
successioni se il testatore non ha disposto una sostituzione e non c'è rappresentazione, vi sarà
accrescimento o devoluzione agli eredi legittimi
testamentarie
(art. 523 c.c.)
La rinunzia, oltre a poter essere revocata, può essere impugnata dal rinunziate o dai suoi creditori.
Vediamo entrambe le ipotesi.

il rinunziante può impugnare la rinunzia solo se è l'effetto di violenza o di dolo. Il


termine di prescrizione è di cinque anni dal giorno in cui è cessata la violenza o è stato
scoperto il dolo (art. 526 c.c.). Si ammette la possibilità di impugnazione per errore
impugnazione della ostativo, mentre, al pari dell'accettazione, si esclude che abbia rilevanza l'errore vizio
rinunzia i creditori del rinunziante, se danneggiati dalla rinunzia,  possono farsi autorizzare ad
accettare l'eredità in nome e luogo del rinunziante, al solo scopo di soddisfarsi sui beni
ereditari fino alla concorrenza dei loro crediti. Il loro diritto si prescrive in cinque anni
Dal diritto alla rinunzia si può anche decadere; analizziamo le ipotesi.

quando il chiamato ha sottratto o nascosto beni ereditari (art. 527 c.c.)


decadenza dal  
diritto di rinunzia il tutte le ipotesi in cui il chiamato abbia accettato l'eredità