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XIX – Risposta sul triplice stato delle anime

Daniele – Tre sono, secondo la Scrittura, gli stati dell’anima: il primo è lo stato
carnale, il secondo animale, il terzo spirituale. Di tutti e tre questi stati parla s.
Paolo. Ecco che cosa dice degli uomini carnali: « Vi ho dato del latte a bere, non
del cibo solido, perché non eravate ancora in grado di tollerarlo. Ma neanche
ora siete in grado, perché siete ancora carnali » (1 Cor 3,2). E aggiunge: « Dal
momento che vi sono in voi gelosie e contese, non è egli vero che siete carnali?
» (1 Cor 3,3).
Dell’uomo animale l’Apostolo parla in questi termini: « L’uomo animale non
capisce le cose dello spirito di Dio: per lui sono stoltezze » (1 Cor 2,14).
E dell’uomo spirituale parla così: « L’uomo spirituale giudica tutto, ed egli non
è giudicato da alcuno » (1 Cor 2,15). Ancora: « Voi siete spirituali, correggete
questi tali con spirito di mitezza ».
Per mezzo della rinuncia noi abbiamo cessato di essere uomini carnali, ci siamo
cioè separati dalla vita secolaresca e abbiamo rotto i rapporti con i disordini
della carne. Ora però, animati da santa premura, dobbiamo impegnarci con
tutte le nostre forze per passare immediatamente allo stato spirituale, onde non
avvenga che, sopravvalutando la rinuncia al mondo e alle opere della carne, ci
persuadiamo falsamente di aver raggiunto in un momento la più alta
perfezione, facendoci così più fiacchi e più lenti a purificarci dalle altre
passioni. Se cadessimo in questa illusione non ci fermeremmo certamente a
mezza strada fra lo stato carnale e quello spirituale. Non andremmo verso lo
stato più alto, perché convinti che per essere perfetti è sufficiente la separazione
esteriore dal mondo e dai suoi piaceri, la liberazione dalle corruttele e dalle
imprese della carne; ma neppure rimarremmo fissi in una posizione
intermedia. È fuori dubbio che non potremmo evitare di cadere nello stato più
temibile in cui possa trovarsi un’anima. Noi cadremmo inevitabilmente nello
stato di tiepidezza che è il peggiore di tutti; così non ci resterebbe altro che
essere vomitati dalla bocca del Signore, secondo quanto dice egli stesso
nell’Apocalisse: « Fossi tu almeno freddo o caldo! Ma sei tiepido, e io sto per
vomitarti dalla mia bocca » (Ap 3,15-16).
A buon diritto il Signore dice di voler rigettare con un movimento di ripulsa
coloro che, dopo essere stati ricevuti nelle viscere della sua carità, hanno
contratto una dannosa tiepidezza. Costoro potevano essere – ci si perdoni
l’immagine – un sano nutrimento per il Signore, hanno invece preferito essere
violentemente espulsi dal suo cuore. Son divenuti somiglianti al cibo
detestabile che lo stomaco rifiuta sotto gli stimoli della nausea: questo cibo è
assai peggiore di quello che mai si accostò alle labbra divine.
Il cibo freddo si fa caldo quando penetra nella nostra bocca: noi ce ne nutriamo
con piacere e giovamento, ma il cibo rigettato per la sua insopportabile
tiepidezza, non possiamo più portarlo alle labbra, anzi non possiamo neppur
guardarlo di lontano senza provare un senso di repulsione.
È giusto dunque che l’anima tiepida sia proclamata la peggiore di tutte. L’uomo
carnale, vale a dire il mondano o il pagano, per giungere alla vera conversione
e per salire alla più alta santità, si troverà sommamente avvantaggiato su colui
che ha fatto professione di vita monastica ma non ha abbracciato risolutamente
la via della perfezione, né si è conformato alle leggi della disciplina monastica,
facendo perciò raffreddare il fuoco del fervore iniziale.
L’uomo carnale sarà salutarmente umiliato dai vizi della carne, si riconoscerà
immondo: forse un giorno correrà pentito alla fonte della vera purificazione e
salirà poi al culmine della vita perfetta: il disgusto che proverà per lo sta- sto
d’infedeltà e freddezza in cui si trova, lo riempirà di santo ardore e gli darà ali
per volare più facilmente alla perfezione. Ma colui che fin da principio ha
disonorato con la sua tiepidezza il nome di monaco; che ha portato nella sua
professione né umiltà né zelo, una volta colpito dal cancro della tiepidezza, sarà
da quello corroso; né per volontà propria, né per richiamo fraterno di altri, sarà
capace di gustare la perfezione. Egli infatti dice in cuor suo, come ci assicura il
Signore: « Sono ricco, sono nell’abbondanza, non ho bisogno di nulla » (Ap
3,17). A lui però vanno anche applicate le parole che seguono: « Tu sei meschino
e miserabile e pitocco e cieco e nudo » (Ap 3,17). Egli è peggiore di un uomo
mondano perché non ha coscienza della sua miseria, del suo accecamento, della
sua nudità: in lui non c’è nulla da correggere; egli non ha bisogno né delle
ammonizioni né delle correzioni dei fratelli, perciò non accetta neppure una di
quelle parole che potrebbero salvarlo. Non si accorge che il titolo di monaco è
per lui un peso che lo schiaccia: la pubblica opinione lo crede santo, gli rende
onore come a un servo di Dio: per questo il giudizio e la condanna saranno per
lui più gravi.
Ma perché dilungarci su cose che l’esperienza ci ha fin troppo comprovate? Noi
abbiamo visto spesso uomini freddi, carnali, cioè mondani o pagani, diventare
ferventi e spirituali, mai abbiamo visto verificarsi qualcosa di simile in uomini
tiepidi e animali. Leggiamo anzi che il Signore, rappresentato dal suo profeta,
tanto detesta i tiepidi da comandare agli uomini spirituali e ai suoi dottori di
astenersi dal- l’istruirli e dall’ammonirli. Spargerebbero infatti il seme della
parola di vita in terreno sterile e incolto, tutto coperto di acute spine; perciò è
meglio allontanarsi da loro e andare a spargere il seme in una terra nuova. In
altre parole; è meglio trasferire ai pagani e ai mondani l’insegnamento della
dottrina e la seminagione della parola che salva.
« Così dice il Signore agli uomini di Giuda e agli abitanti di Gerusalemme:
dissodatevi un campo novale e non seminate sopra le spine » (Ger 4,3).

Dalle conferenze di Cassiano