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XII – Che cosa sia la volontà che viene situata tra la concupiscenza della carne

e quella dello spirito


Tra le due concupiscenze che la sollecitano, la nostra volontà sceglie e mantiene
una vituperevole via di mezzo: non si diletta delle brutture del vizio, ma
neppure acconsente ai sacrifici della virtù. Cerca di star lontana dalle passioni
della carne, ma non vuol sostenere quelle prove dolorose senza le quali non si
possono compiere i desideri dello spirito. Vuol possedere la castità del corpo
senza castigare la carne; acquistare la purezza del cuore, senza la pratica delle
veglie; essere ricca di virtù, senza rinunziare al piacere della quiete; possedere
la grazia della pazienza, senza essere colpita dalla rudezza delle ingiurie;
praticare l’umiltà di Cristo, senza patire la perdita degli onori mondani.
Vorrebbe, sì, abbracciare la semplicità della religione, ma non perdere per
questo gli applausi e le approvazioni degli uomini; vorrebbe professare
integralmente la verità, ma senza dispiacere minimamente ad alcuno; in una
parola: pretenderebbe assicurarsi i beni eterni, senza rinunciare a quelli
presenti.
Una simile volontà non ci acconsentirà mai di raggiungere la vera perfezione;
ci indurrà piuttosto in uno stato deplorevole di tiepidezza: ci farà somiglianti a
colui che il Signore colpisce col suo rimprovero nell’Apocalisse: ”Io so le tue
opere, che non sei né freddo né fervente. Fossi tu freddo oppure fervente! Ma
poiché sei tiepido, e non fervente né freddo, sto per vomitarti dalla mia bocca
» (Ap 3,15-16).
Rallegriamoci dunque che le guerre insorgenti da ogni parte, tra la carne e lo
spirito, rompano il grigiore della nostra tiepidezza! Se, per compiacere alla
nostra volontà, ci lasciamo andare un poco verso il rilassamento, subito il
pungiglione della carne insorge e ci percuote: i vizi e le passioni non ci
permettono di rimanere in quello stato di purezza che tanto ci diletta, ma ci
trascinano, per ima via spinosa, verso quella fredda voluttà che ci fa orrore. Se
invece, accesi di fervore spirituale e decisi a sopprimere le opere della carne,
pensiamo di consacrarci completamente alla pratica della virtù, e ciò senza
tener conto della fragilità umana, ecco che la debolezza della carne ci frena e ci
richiama dalla nostra dannosa esagerazione.
Nel contrasto tra le due opposte concupiscenze, la volontà dell’anima, che trova
ripugnanza ad abbandonarsi completamente ai desideri della carne, ma trova
altresì difficile faticare e sudare per osservare la virtù, viene a stabilirsi in un
certo stato di equilibrio. Il contrasto tra le due forze opposte allontana
l’inclinazione più dannosa e pone in noi una specie di facoltà regolatrice che
segna con giusta distinzione i confini tra ciò che è spirituale e ciò che è carnale,
senza permettere che l’anima nostra inclini di più a destra, sollecitata dagli
ardori eccessivi dello spirito, o a sinistra, incitata dall’aculeo del vizio.
Questa guerra intestina di cui ciascuno di noi è ogni giorno campo di battaglia,
ha, come buon risultato, quello di condurci a quel « quarto effetto » di cui sopra
parlavamo, a fare cioè anche le cose che non vorremmo, quando siano giovevoli
all’anima. E di che si tratta più esplicitamente? Di acquistare la purezza del
cuore, non già attraverso l’ozio e la tranquillità ma con la fatica continua e la
contrizione dello spirito; di conservare la castità con digiuni severi, nella fame,
nella sete, nella vigilanza; di dare al nostro cuore l’orientamento verso Dio per
mezzo della lettura divina, le veglie, la preghiera continua, la nuda solitudine
del deserto; di conservare la pazienza con la sopportazione delle avversità; di
servire il nostro Creatore tra le offese e gli obbrobri; di dir la verità anche a
costo di attirarci – se necessario – l’abbandono e l’inimicizia del mondo.
Finché dura nel nostro corpo questa lotta, noi siamo strappati alla pigra
sicurezza ed eccitati all’amore della virtù: è così che si stabilisce in noi un giusto
equilibrio. La tiepidezza della nostra libera volontà viene ad essere corretta: il
suo correttivo è, da una parte, l’ardore dello spirito che la stimola, dall’altra
parte, il freddo rigore della carne che fa da contrappeso all’ardore dello spirito.
La concupiscenza dello spirito non permette che l’anima sia trascinata verso i
vizi sfrenati, la fragilità della carne – a sua volta – non permette che lo spirito
si spinga fino ad un desiderio irragionevole della virtù. In tal modo resta
impossibile ai vizi d’ogni sorta di pullulare; resta impossibile anche alla nostra
malattia capitale, che è la superbia, di manifestarsi e produrre in noi ferite più
gravi.
Dalla lotta fra gli opposti nasce l’equilibrio. Si apre così, fra i due eccessi, la via
della virtù, saggia e moderata: quella è la via che guida i passi del soldato di
Cristo. Se la debolezza della nostra volontà tanto accidiosa, porta l’anima
troppo violentemente verso i piaceri della carne, la concupiscenza dello spirito
pone un freno, perché lo spirito non sa adattarsi ai vizi del mondo. Ma se il
fervore eccessivo d’un cuore esaltato trasporta lo spirito a pratiche impossibili
e inopportune, la infermità della carne lo ricondurrà al giusto grado d’intensità.
Lo spirito perciò, dopo aver superato lo stato di torpore della volontà, ed aver
raggiunto una buona moderazione nel fervore, avanzerà con slancio e con
fatica, per la via della perfezione, fattasi ormai sicura e piana.
Qualcosa che fa al caso nostro si legge nel Genesi, là dove è narrata la
costruzione della torre di Babele, quando la improvvisa confusione delle lingue
pose fine alle bravate sacrileghe ed empie degli uomini. La tremenda concordia
della ribellione a Dio, (meglio sarebbe dire la concordia nel danneggiare se
stessi con l’attentato alla divina maestà) sarebbe durata chissà quanto se Dio
non avesse chiamato gli uomini a miglior consiglio con la confusione delle
lingue e il contrasto delle parole. Fu quel benefico disaccordo a rimettere sulla
via della salvezza coloro che da una detestabile concordia erano condotti verso
la perdizione. La divisione che entrò fra loro li condusse a riconoscere quella
fragilità umana che prima, nell’orgoglio della colpevole concordia avevano
ignorato.

Dalle conferenze di Cassiano