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Vita dell’abate Daniele

Tra gli eroi della filosofia cristiana, da noi visitati nel deserto, ci fu anche l’abate
Daniele. In nessuna virtù egli era inferiore agli altri santi uomini che abitavano
l’eremo di Scito, però si distingueva fra tutti per la grazia dell’umiltà.
Una particolare nota di purezza e di mansuetudine gli aveva meritato che
l’abate Panuzio, unico prete di quella solitudine, lo eleggesse all’ufficio di
diacono, preferendolo in ciò a molti altri più anziani di lui.
Il vecchio Panuzio si rallegrava tanto della virtù di Daniele che, vedendolo pari
a sé nei meriti e nel metodo di vita, desiderava farlo pari a sé anche nella dignità
del sacerdozio. Perciò, mal sopportando di vederlo rimanere troppo a lungo in
un grado inferiore, e desideroso com’era di provvedersi in lui un successore
degnissimo, lo promosse al grado sacerdotale. Daniele però, senza nulla
perdere della sua abituale umiltà, finché visse Panuzio mai esercitò l’ordine
sacerdotale al quale era stato elevato: continuò a fare il suo ufficio di diacono,
mentre il suo maestro offriva le ostie spirituali. L’abate Panuzio, quantunque
fosse un uomo tanto santo da meritare talvolta la grazia di conoscere il futuro,
in questo caso vide riuscir vana la sua elezione e la sua speranza. Non molto
tempo più tardi, infatti, colui che s’era scelto come successore morì e se ne andò
a Dio prima del vecchio maestro.

Dalle conferenze di Cassiano