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PROGRAMMAZIONE DIDATTICA E DIRITTI UMANI

PERCORSI

Nel corso degli incontri con i docenti delle scuole medie superiori, piuttosto che
esemplificare particolari strategie didattiche, ho preferito proporre dei percorsi tematici
significativi accompagnati da riflessioni, considerazioni critiche e discussioni, con lo
scopo di individuare aspetti ed argomenti capaci non solo di captare l’interesse per la
loro correttezza argomentativa, ma soprattutto di risvegliare il “sentire”: in ogni
“sentire”, infatti, è implicita una tendenza ad agire, scopo ultimo di ogni intervento
educativo e obiettivo imprescindibile se il campo dei contenuti è quello dei Diritti
Umani.

Per prima cosa si è ribadita l’opportunità di una preparazione di base e di un modo di


essere e di proporsi da parte degli insegnanti tale da permettere innanzitutto una prassi
diffusa di rispetto e considerazione della dignità di ogni persona, e quindi dei diritti che
ne derivano, rafforzata da sentimenti di fiducia, stima e comprensione. In secondo luogo
una conoscenza delle tematiche relative ai diritti umani che consenta di affrontare gli
argomenti delle singole discipline secondo il paradigma dei diritti umani, dello
“sviluppo umano” e dell’interculturalità, in sintonia con lo spirito e i contenuti di questo
corso e delle relative relazioni.

***

PERCORSI PROPOSTI

PRIMO PERCORSO: Studio attento e approfondito di alcuni passaggi di Carte


internazionali o Documenti delle Nazioni Unite al fine di evidenziarne i valori di
fondo.

“Ogni vero cambiamento parte dalla rettifica delle parole”


(Confucio)

Come lascia intendere Confucio, è importante soffermarsi sulle parole, riscoprirle


per ricostruirne i significati forti e ritrovarne il valore e la fecondità; in un’epoca in cui
c’è una perdita di valore della comunicazione a causa di un eccesso di “dire”, la forza
dei diritti umani passa anche attraverso la forza che noi riusciamo ad attribuire alle
parole che li esprimono. Facciamo allora un esempio tenendo presente quanto suddetto.
Il “Preambolo” della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo dice che la
“dignità e i diritti uguali e inalienabili sono il fondamento della libertà, della giustizia
e della pace.” Da queste parole deduciamo innanzitutto che libertà, giustizia e pace
sono gli obiettivi che l’umanità dovrebbe darsi per un vero sviluppo, uno sviluppo cioè
capace di dare senso, sicurezza e benessere agli individui e alla comunità, accanto alla
possibilità di far emergere le potenzialità racchiuse in ogni uomo, le sole capaci di dare
un valore aggiunto alla ricchezza della vita.
Prima di vedere come si possono raggiungere questi obiettivi, cerchiamo di far
emergere il contenuto “forte” racchiuso nelle parole che li esprimono, quel significato
che, andando a toccare la sfera cui attinge il nostro essere originario, può essere per noi
motivo di cambiamento.

Per capire pienamente il significato di DIGNITA’, dobbiamo prima chiarire il


termine VALORE, nel senso di essere valore, non di avere valore.
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** E’ valore ciò che non rimanda a nient’altro per caratterizzarsi,
che vale di per se stesso,
che contiene in sé tutti gli elementi per proporsi,
che non fa riferimento a nient’altro per definirsi,
che non ha bisogno di confrontarsi con qualcosa di esterno
per avere consistenza.**
Particolarmente significativo per una maggiore interiorizzazione di questo
concetto è il seguente brano di Italo Calvino:
** ”Dalla profonda distesa delle cose deve partire un segno, un richiamo, un
ammicco: una cosa si stacca delle altre cose con l’intenzione di significare
qualcosa… che cosa? Se stessa; una cosa è contenta d’essere guardata dalle altre
cose solo quando è convinta di significare se stessa e nient’altro, in mezzo a cose
che significano se stesse e nient’altro.” (I. CALVINO, Palomar, Torino 1983, p.
117)**
(Può essere utile dal punto di vista didattico proiettare con lavagna luminosa queste
parole tra due asterischi – come pure le successive – in modo che chi ascolta abbia la
possibilità di soffermarsi anche visivamente su quanto viene detto; è opportuno farne
una lettura lenta, proponendo ulteriori approfondimenti, analisi, esemplificazioni,
connessioni.).

Partendo da questo concetto di VALORE, possiamo dire che


**La DIGNITA’ di un essere consiste nel fatto che la sua specificità gli
appartiene intrinsecamente e originariamente come valore; riconoscergliela come
tale significa rispettare la sua dignità.**
Un esempio letterario significativo in proposito può essere dato dai seguenti “versi”
di Ovidio (da presentare dopo aver spiegato brevemente il mito di Perseo e Medusa):
**”Perseo si lava le mani vincitrici nell’acqua e, perché la ruvida sabbia non
sciupi la testa anguicrinita, rende soffice il terreno con uno strato di foglie, vi
stende verghe che nacquero in mare e di sopra vi posa la faccia della Medusa, la
figlia di Forco.” (OVIDIO, Metamorfosi, IV, vv.740-743)**
Su questo fondamento, dunque, poggiano i diritti umani, che vediamo andare tutti
nella direzione di salvaguardare la preziosità di ogni essere umano, la sua straordinaria
unicità da sviluppare in tutta la sua estensione.

Agire nel rispetto della dignità di ognuno, cioè nel senso indicato dai diritti umani,
significa dare forma a una comunità caratterizzata da LIBERTA’, GIUSTIZIA e PACE.

Nello spirito prospettato non può che essere limitativo affermare che la LIBERTA’
consiste nella possibilità di fare tutto ciò che vogliamo ponendoci come unico limite il
non invadere la libertà altrui. Essa, infatti, sembra indicarci qualcosa di più, nel senso
che noi possiamo dire di essere veramente liberi solo quando siamo nelle condizioni di
portare a compimento tutte le nostre potenzialità; ma questo ha senz’altro maggiori
possibilità di riuscita se apparteniamo ad un contesto che si fa carico della nostra
realizzazione e ci aiuta.

**LIBERTA’ etimologicamente indica lo stato di chi è membro legittimo, cioè


riconosciuto come parte integrante e imprescindibile della comunità (vedi lat.
Liberi, figli).**

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Il concetto di “membro legittimo” può essere declinato in due modi:
1) Come la persona del cui “destino” la comunità si prende cura senza condizionarlo
(>rispetto); è libero chi sente riconoscimento, considerazione e stima intorno a sé,
chi si sente aiutato a realizzare la sua personalità e a costruire la sua identità;
2) Come il soggetto che fa parte a tutti gli effetti della comunità ed ha titolo per influire
in essa e trasformarla; è libero chi è riconosciuto “importante”, chi “conta” ed “ha
valore”, per cui le sue parole e le sue azioni sono prese in seria considerazione; è
libero chi sente la responsabilità che ciò comporta.
Per continuare l’approfondimento si possono invitare gli alunni a scoprire altri
aspetti della libertà, in particolare per quanto riguarda la “libertà da…”, la “libertà
di…”, la “libertà per…”. Una riflessione, ancora, può essere fatta sul rapporto
“libertà/liberazione”.

Lo stesso percorso può essere fatto anche per quanto riguarda la GIUSTIZIA.
L’insegnante può stimolare la riflessione su questa parola proponendo dei significati
raccolti da contesti diversi e partendo ,ad esempio, dal racconto di un fatto biblico, tratto
dal film per la televisione “Abramo”.
Abramo, nella sua peregrinazione attraverso il deserto insieme al nipote Lot,
arriva in una valle fertilissima abitata dagli Amorrei. Il loro capo, nel colloquio
con Abramo, dice che il padre del padre di suo padre ha scavato ed ha trovato un
fiume sotterraneo, ne ha arginato l’acqua e ne ha ricavato un lago che ha reso
fertile quella terra. Lot a quel punto dice sottovoce ad Abramo: “Siamo più
numerosi; uccidiamoli e prendiamoci la terra”. Abramo, allora, con rabbia, grida:
“Non c’è giustizia fra gli uomini se le loro divergenze si misurano in numeri e
sangue”. E rivolto al capo degli Amorrei dice: “Se i tuoi antenati hanno reso verde
questa valle, essa ti appartiene e noi ti lasceremo in pace.”
A parte la novità assoluta del messaggio per quei tempi –nessuno si sarebbe fatto
scrupolo di appropriarsi con qualsiasi mezzo di quella valle- quale idea di giustizia e di
pace possiamo ricavarne? Senz’altro che
**La GIUSTIZIA consiste nell’esistenza e nel riconoscimento di un legame
legittimo –in questo caso il legame tra gli Amorrei e la terra che col loro lavoro hanno
reso fertile- e la PACE nella situazione in cui è possibile il godimento pieno di quel
legame.**
Questo è il senso delle parole di Abramo “e noi vi lasceremo in pace”: non ci sarà, cioè,
nessun condizionamento o interferenza in quel godimento. Il senso della “pienezza”,
insito nel concetto di “pace”, è confermato dal significato etimologico della parola
ebraica SHALOM: “Va’ nella pienezza”.
Sempre a mo’ di esempio e per stimolare gli alunni alla riflessione e alla
elaborazione di una nuova consapevolezza, si possono proporre i seguenti aspetti della
GIUSTIZIA, tratti anche da testi di carattere religioso, che, indipendentemente dal
credo di ognuno, sono portatori di una grande saggezza.

**La GIUSTIZIA:
 Cambia l’ostilità in amicizia, in rapporti positivi (non è preoccupata, cioè, di
decidere chi ha torto per fargli pagare la sua colpa, ma di capire come si è arrivati a
quel torto e mettere in atto ciò che serve per disinnescarne la causa, senza togliere in
ogni caso la responsabilità di chi lo ha commesso; questa giustizia è preoccupata

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innanzitutto di ricostruire i legami tra le parti, non di renderle inoffensive con la
punizione).
 Porta alla comprensione reciproca e alla solidarietà.
 Elimina oppressioni e privilegi.
 Sa applicare il principio della gratuità (possiamo facilmente constatare quanto
questo principio sia diffuso a livello familiare e amicale: si tratta di vincere le
resistenze che impediscono di allargarlo e di potenziarlo).
 Sa applicare il principio della dilazione e della compensazione (ciò significa che
la giustizia non mette mai alle strette).
 E’ capace di attenuare i tormenti e le sofferenze degli uomini (pensiamo
all’abisso che c’è tra la sofferenza e la miseria di una parte del mondo e la ricchezza
e i privilegi dell’altra parte, situazione che genera sentimenti di odio, di rivalsa, di
vendetta).
 Non tiene conto della volontà e dei capricci dei potenti.
 Sa emettere sentenze che mettono il criminale in grado di correggersi (la
giustizia vuole innanzitutto il bene della persona, non la vendetta).
 Sa comminare un castigo che permetta la riparazione morale e materiale del
danno arrecato (un castigo, cioè, che sia in grado di alleviare il “senso di colpa”).
 Permette di non condizionare e di non far paura a nessuno (secondo gli antichi
Egizi, dopo la morte, l’uomo giusto deve poter dire: ”Non ho fatto paura a
nessuno”).
 E’ lieve nel “pesare” le colpe (secondo i Tarocchi degli antichi Egizi, sul piatto
della bilancia opposto a quello delle colpe del morto viene messa una piuma).
 Sanziona, ma senza svilire, senza togliere dignità (Confucio diceva della giada, la
pietra dell’imperatore: “Tagliente negli spigoli, ma senza ferire, come la giustizia”).
 Si occupa degli altri senza togliere loro la libertà.**

Altre considerazioni sulla GIUSTIZIA:


 **In ebraico la parola, “elemosina” è data dal termine ZEDAKAH, che
significa propriamente “atto di giustizia”: la tradizione ritiene infatti che sia
l’ingiustizia umana che crea la miseria delle masse e l’accumulo delle ricchezze e
del potere da parte di pochi.
 Presso i Cinesi, la somma comprensione che sa perdonare era considerata
somma giustizia.
 Richiamando il concetto di “dignità” da cui siamo partiti, possiamo dire in
definitiva che la GIUSTIZIA mantiene o restaura l’uomo nella sua
DIGNITA’, offrendogli la possibilità di poter ancora SPERARE.**

Soffermandosi e riflettendo su questi aspetti, gli alunni si formeranno un’idea più


ampia, più complessa, più completa della giustizia e saranno portati a “vedere” con più
chiarezza l’ingiustizia presente nel mondo, nel contesto in cui vivono, nei loro rapporti
personali e anche in se stessi, perché **c’è innanzitutto
una giustizia che ognuno deve a se stesso e consiste nel riconoscere ed accettare i
propri limiti, le proprie responsabilità, i propri lati oscuri: accettare se stessi è la
condizione indispensabile per accettare e considerare gli altri; e questo, da
fondamentale atto di giustizia, diventa profondo atto di pace. Capirlo ed
interiorizzarlo è uno straordinario e “dirompente” fatto educativo.**
Questo è talmente vero che, insieme alla stima di se’, rappresenta la strategia
educativa delle Nazioni Unite contro il razzismo.

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Ma, riprendendo il filo del discorso, quale rapporto c’è tra libertà e giustizia?
Anche questo rappresenta uno stimolo di ricerca, che può partire dalla
considerazione che se la libertà non è limitata e corretta dalla giustizia diventa fonte
di corruzione, di prevaricazione, di dominio.
** ”E’ indispensabile –dice Maria Zambrano- che un fiume abbia un letto,
altrimenti non si avrebbe un fiume ma un pantano. Potendo sfuggire, l’acqua
avrebbe l’illusione momentanea di avere ottenuto la libertà, di avere riacquistato
l’integrità della sua potenza. Ma la potenza si esaurisce in assenza di argini; anche
con il solo ostacolo rappresentato dalla sua estensione illimitata, la furia dell’acqua
incanalata scenderebbe sopraffatta sulla pianura sterminata” (M. ZAMBRANO,
Verso un sapere dell’anima, CORTINA, MILANO 1966, p. 12) **
Cosa significa allora, ad esempio, a livello di relazioni, limitare la propria “libertà”
di chiedere un compenso, per una prestazione data, applicando il “principio della
gratuità”? Quale il valore e la funzione del dono? Un campo di riflessione e di
indagine che lasciamo aperto.

Alla luce di queste ultime considerazioni, possiamo concludere che la giustizia


non è solo la ricomposizione di un equilibrio che è stato alterato, ma soprattutto il
riconoscimento del limite che la libertà originariamente e intrinsecamente possiede,
e che può promuovere l’ordine concreto, fecondo, benefico dei rapporti fra gli
uomini: la pace. Non è difficile trovare esempi che dimostrino come la pace sia la
conseguenza della giustizia.

Siamo arrivati a questo punto partendo da una analisi attenta di alcuni concetti del
Preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo; leggere ora, alla luce
di quanto detto, i diritti in essa contenuti significa considerarli sotto una luce nuova e
con una consapevolezza capace di dare al nostro agire uno spirito più in sintonia con
essi.

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SECONDO PERCORSO: Aspetti significativi dello “sviluppo umano”.

Dopo la relazione del Prof. Bosello, penso sia utile approfondire alcuni aspetti dello
“sviluppo umano” che facciano percepire agli alunni il grande valore, sia teorico che
pratico, di questo concetto; l’analisi degli indicatori, in particolare, può far loro capire
meglio su quali fondamenti umani, sociali e culturali esso poggia e quindi verso quale
direzione dovrebbe andare ogni tipo di intervento sociale. Possiamo introdurci
nell’analisi riprendendo il concetto di fondo:

** Lo sviluppo umano è un processo che permette un ampliamento delle


possibilità di scelta, cioè un’espansione delle libertà reali. **
Come dice A. Sen, premio Nobel 1998 per l’economia, ** “la sfida dello sviluppo
consiste nell’eliminare ciò che limita o nega all’uomo l’opportunità e la capacità di
agire e di costruire la vita che preferisce, come la fame e la povertà materiale al
pari della tirannia, la repressione, la precarietà economica”. **

Tutto questo passa attraverso la realizzazione di tre condizioni:

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1. Vivere a lungo e in buona salute (LONGEVITA’: 1° Indicatore dello sviluppo
umano). Questo è importante non solo per il valore intrinseco della vita, ma anche
perché aiuta gli individui a perseguire numerosi e vari obiettivi, soprattutto quelli
ritenuti più preziosi nella vita perché ne decidono il senso e permettono di
“sviluppare pienamente e liberamente la propria personalità” –diritto fondamentale
secondo un Rapporto del 1970 delle Nazioni Unite; è inoltre un indicatore
suppletivo di parecchie altre variabili dello sviluppo umano, non sempre facilmente
reperibili o misurabili, come la nutrizione.
2. Acquisire un sapere (ISTRUZIONE: 2° Indicatore).
Ciò permette:
 Più possibilità di fare l’esperienza della libertà in quanto implica minore
dipendenza dagli altri;
 Maggiori opportunità di trovare un impiego ben remunerato;
 Un migliore accesso all’informazione;
 Un maggiore contributo all’avanzamento della cultura, della politica, della
scienza e della tecnologia;
 Maggiori capacità di formulare i propri piani di sviluppo umano senza
condizionamenti o influenze esterne;
 Più creatività umana;
 Più capacità di risolvere i problemi localmente;
 Più possibilità e capacità di esprimersi, fattore determinante per il riscatto dei
gruppi più sfavoriti.
3. Avere accesso alle risorse necessarie per godere di un livello di vita conveniente
(REDDITO PRO CAPITE: 3° Indicatore).
Da quali elementi è caratterizzato il “livello di vita conveniente”?
 Sufficiente e corretta alimentazione;
 Casa;
 Cure sanitarie;
 Vestiario;
 Istruzione;
 Svaghi (arricchiscono la personalità);
 Vita di relazione;
 Sicurezza.
Dobbiamo avere l’avvertenza di tener presente che i dati relativi ai tre indicatori
suddetti hanno un grosso difetto comune: le medie con cui si esprimono mascherano le
grandi disparità esistenti all’interno di una popolazione; la longevità, ad esempio, varia
a seconda dei ceti sociali e i tassi di alfabetizzazione degli uomini e delle donne rivelano
spesso consistenti differenze; il reddito è inegualmente ripartito e talvolta la “forbice” è
molto pronunciata.

Due sono i principi fondamentali dello sviluppo umano:


1. gli individui sono la vera ricchezza di una nazione;
2. il benessere di una società non dipende dal livello del reddito, ma dalla
sua distribuzione e dal suo impiego.
. Possiamo vedere i risultati cui porta la loro applicazione attraverso lo studio del caso
Zimbabwe.
Raggiunta l’indipendenza nel 1980, il governo ha lanciato una serie di programmi
nei settori della sanità, dell’istruzione e della produzione destinati a correggere le
disuguaglianze razziali ereditate dal passato e a migliorare la situazione di poveri.
Queste le misure adottate:

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 Le spese intraprese per la sanità di base e per l’istruzione primaria sono state
rapidamente aumentate. Mentre le spese per la difesa e l’amministrazione
diminuivano –44% nel 1980, 28% nel 1984- quelle dell’istruzione e della sanità
passavano dal 22% al 27%. Nel bilancio dell’istruzione, la parte destinata
all’istruzione primaria passava dal 38% al 58% nello stesso periodo: ciò costituisce
un raddoppio delle spese reali per abitante per l’istruzione primaria. Una
proporzione crescente del bilancio in aumento della sanità è stato dedicato alla
prevenzione.
 Le riforme del credito e della commercializzazione dei prodotti hanno orientato
risorse verso gli agricoltori a basso reddito, per i quali la parte dei crediti accordati
dalla Agriculture Finance Corporation è passata dal 17% nel 1983 al 35% nel 1986.
 Programmi di alimentazione specifici sono stati messi in atto associati ad un
programma di lotta contro la siccità e a un programma integrativo di alimentazione
nei confronti dei bambini sottoalimentati. Nel momento culminante della siccità,
sono state distribuite delle razioni supplementari a più di 250.000 bambini.
Grazie a questi sforzi, i costi economici dell’aggiustamento non sono diventati costi
umani. Il tasso di mortalità infantile ha continuato a diminuire, il tasso di iscrizione alla
scuola primaria è aumentato a un ritmo accelerato, e l’incidenza della malnutrizione non
ha progredito nonostante la siccità.
Altri esempi in questo senso sono dati dallo Sri Lanka, il Cile, il Costarica, la
Giamaica, la Tanzania e la Tailandia, i quali possono dimostrare ben migliori risultati in
materia di sviluppo umano che in materia di reddito; ciò significa che essi hanno
destinato le loro risorse economiche a certi aspetti del progresso umano. All’opposto,
Oman, Gabon, Arabia Saudita, Algeria, Mauritania e Senegal, registrano migliori
risultati in materia di reddito che di sviluppo umano, il che significa che essi non hanno
destinato una parte sufficiente del loro reddito al progresso umano.
A questo proposito, il Primo Rapporto (1990) dell’UNDP sullo sviluppo umano
ricorda che portare squilibrio nell’esistenza delle persone per equilibrare i bilanci è una
politica dalla vista corta e che una crescita nell’equità è il miglior mezzo per accelerare
il processo di sviluppo umano.
Gli esempi citati dimostrano chiaramente che i fattori che possono influire sui livelli
e i cambiamenti dello sviluppo umano non sono solo quelli relativi agli aspetti macro-
economici, legati all’evoluzione dell’economia internazionale o micro-economici, che
giocano a livello familiare, ma soprattutto quelli meso-economici, definiti dal livello e
dalla struttura delle spese e dei programmi governativi nei settori sociali; le meso-
politiche coprono tutta la gamma delle politiche fiscali, comprese quelle che
assegnano direttamente la ripartizione dei redditi.
I principali strumenti del governo per agire direttamente sullo sviluppo umano sono:
 Le misure meso-politiche generali: disposizioni che influiscono sulla distribuzione
dei beni e dei servizi pubblici senza discriminazioni tra i diversi gruppi sociali e le
regioni, come il sistema generale dei sussidi alimentari, i programmi generali di
istruzione primaria o i programmi di vaccinazione su vasta scala statale.
 Le misure meso-politiche mirate: disposizioni che intervengono sulla distribuzione
di beni o servizi pubblici destinati a tutti i membri di gruppi-bersaglio dati, come i
programmi di buoni alimentari per i gruppi a basso reddito dello Sri Lanka, o un
programma di alimentazione complementare per tutti i bambini che soffrono di
malnutrizione in un paese.
Le misure meso-politiche s’impegnano a trattare i problemi della sanità,
dell’istruzione, dell’acqua potabile e di altri servizi sociali forniti di solito dallo Stato, e
possono misurarsi con le quote di spese di bilancio statale in funzione del PIL.

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All’interno dei bilanci sociali è opportuno operare delle distinzioni tra i differenti tipi
di spesa, a seconda dei settori, e tra le spese di funzionamento e d’investimento.
Possiamo affermare con una certa sicurezza, in base alla documentazione disponibile,
che c’è un rapporto stretto tra i livelli di successo nello sviluppo umano e l’importanza
relativa data ai differenti tipi di spesa nei settori sociali. Per esempio, le spese in materia
di insegnamento primario e di medicina preventiva hanno tendenza a tradursi in più
sostanziali miglioramenti dello sviluppo umano che le spese destinate all’insegnamento
superiore o alla medicina curativa, almeno se si parte da bassi livelli di sviluppo umano.
Come valutare i risultati degli interventi?
Empiricamente è stato dimostrato che la riduzione del tasso di mortalità dei bambini
di età inferiore ai cinque anni riflette in generale un miglioramento dell’alimentazione –
in particolare quella delle donne incinte, dei lattanti e dei bambini- come pure un
miglioramento dell’istruzione, soprattutto nel campo della alfabetizzazione delle donne.
Le stime della longevità, a loro volta, sono fortemente influenzate dai tassi di mortalità
infantile dei minori di cinque anni, in particolare nei paesi in via di sviluppo.
Le tendenze a lungo termine del tasso di mortalità infantile costituiscono, dunque, un
buon indicatore dello sviluppo umano. Ma questi tassi ci parlano solo di un aspetto dello
sviluppo umano: la formazione delle capacità umane. Non ci dicono nulla dell’uso
che ne viene fatto.
Le capacità umane possono essere usate in molte direzioni e attivare processi sia
positivi che negativi; lo sviluppo umano è fragile: un rallentamento economico e le sue
conseguenze -riduzione del reddito, flessione dell’occupazione, caduta dei salari e tagli
netti nelle spese sociali- possono rapidamente annullare i progressi fatti e provocare, ad
esempio, un forte aumento della criminalità, con tutti i disagi a livello umano che essa
comporta; per cui molte energie devono essere impiegate perché ciò non accada.

Un’attività didattica che risulta particolarmente significativa per gli alunni è quella di
illustrare e commentare, con l’aiuto di una lavagna luminosa, alcuni grafici tratti dalle
copertine dei Rapporti dell’UNDP, ad esempio quelli degli anni 1990-1992-1997;
particolarmente significativo è il grafico del 1995 –anno della Conferenza di Pechino
sulla donna- il quale evidenzia visivamente quanto sia sottovalutato, a livello mondiale,
il contributo economico delle donne. Risulta infatti che:
 Le donne lavorano per un numero di ore maggiore rispetto agli uomini;
 Il lavoro degli uomini è dedicato per ¾ ad attività, per il mercato, retribuite, mentre
questo vale solo per 1/3 del lavoro delle donne;
 Il risultato è che gli uomini fanno la parte del leone quanto a reddito e
riconoscimento del loro contributo economico, mentre la maggior parte delle donne
rimane non retribuita, non riconosciuta e sottovalutata; ciò compromette la reale
possibilità di scelta delle donne, cosa che va ad abbassare l’indice di sviluppo
umano. E’ per questo che a partire dall’anno successivo il Rapporto UNDP ha tarato
l’indice suddetto anche sulla situazione delle donne.

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TERZO PERCORSO: Andare agli altri e scoprire se stessi

Possiamo iniziare questo percorso a partire da un passo di S. Weil:

** “Gli scambi di influenze fra ambienti molto diversi fra loro sono altrettanto
indispensabili quanto il radicamento nell’ambito naturale. Un determinato
ambiente dev’essere influenzato dall’esterno, non per essere arricchito, ma per
essere stimolato a rendere più intensa la propria vita. (…).
Quando un pittore di autentico valore va in un museo, la sua originalità si sente
rafforzata. Lo stesso deve accadere alle diverse popolazioni del globo terrestre e ai
diversi ambienti sociali.” (S. WEIL, La prima radice, S.E., MILANO 1990, p. 49) **

L’invito di S. Weil è quello di interrogarci davanti alla “verità” dell’altro, non per
diventare l’altro, ma per far sì che la verità posseduta si dispieghi con più chiarezza e
consapevolezza. Per fare questo è necessario allargare le nostre categorie mentali fino al
punto di comprendere anche l’altro, considerare la nostra nella prospettiva della
fondamentale unità dell’esperienza storica umana, all’interno della quale solo è
possibile cogliere il senso profondo delle stesse differenze.
Secondo questa prospettiva possiamo definire le culture come “modi differenti” di
 manifestare esigenze uguali,
 affrontare gli stessi problemi,
 rispondere alle stesse domande,
 esprimere istanze universali, cioè bisogni di ordine spirituale, intellettuale ed etico
che importano in modo impellente.
Dal punto di vista didattico, a questo punto, è molto importante invitare gli alunni a
scoprire questi “universali”, lasciando molto spazio a questa ricerca e alla relativa
discussione; è un momento prezioso per capire quante cose ci uniscano a tutto il genere
umano e soprattutto quali debolezze e precarietà ci accomunano, come dice bene Franco
Rella:

** “Mostrarsi in faccia al mondo, alle cose, agli altri. Mostrare la propria


solitudine e la propria fragilità. Cogliere così, forse, una verità. Di qui inizia il
tentativo di segnare sulla mappa del proprio stesso corpo, sulla cartografia del
proprio volto le tracce di un destino comune. Questo forse cerchiamo quando
fissiamo con i nostri occhi gli occhi di Vincent che ci fissano dalla tela.” (F.
RELLA, Gli occhi di Vincent) **

** Cosa significa allora “interculturalità”?


(Forse) un modo di cercare se stessi all’interno di un incontro unitario, in cui
nessuno nega se stesso, ma tutti cercano, insieme, qualcos’altro; rappresenta
quindi la possibilità per ognuno di essere se stesso e, contemporaneamente di
cambiare con gli altri: e questo è ciò che definisce la nostra identità, che non può
prescindere dal confronto con l’altro. **

In altro modo, possiamo dire che l’interculturalità è la modalità attraverso cui


l’incontro/confronto con l’altro ci fa prendere coscienza delle leggi che stanno
all’interno del nostro stesso orizzonte. E questo è possibile perché, come dice Massimo
Cacciari,
** “l’altro è in noi, a prescindere da come lo trattiamo, dal fatto che l’odiamo o ci è
indifferente. Questa è la fondazione trascendentale di ogni idea di solidarietà: il

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mio socius essenziale, cioè me stesso, è un altro”. (M. CACCIARI, Dialogo sulla
solidarietà, E.L., ROMA 1995, pp.20-21) **

Parole che non possono non riguardarci e che non possiamo ignorare senza
assumerci grosse responsabilità per quanto concerne la costruzione della nostra identità.
Questi altri brani, poi, completano ed approfondiscono lo stesso argomento:

** “Io non posso ignorare l’altro perché io “sono” l’altro, perché io mi sono
straniero. Io posso riconoscere lo straniero in quanto tale perché io lo conosco in
me; non potrei predicarlo fuori di me, riconoscerlo fuori di me.
Questa è la rivoluzione antropologica necessaria per considerare la solidarietà
al di fuori del pragmatismo – tutt’altro che disprezzabile, se svolto
intelligentemente. Ammettere che la condizione del nostro essere noi stessi è avere
l’altro in noi. Non un altro di comodo, non una convivenza pacifica, garantita, ma
proprio quell’altro straniero, colui col quale possiamo essere in pace (hospes) o in
conflitto (hostis) perché è davvero autonomo e possiede sue autonome ragioni. Il
rapporto con lui è arrischiato, non è mai equivalente. Tale rapporto ha sempre un
aspetto di gratuità, di dono. Mai possiamo essere garantiti che ciò che gli diamo
possa ritornare”. (Ivi, pp. 21-22).**

** “Chi si presenta davvero come straniero, colui che lo ospita in sé’,


affrontandone il rischio, potrà anche offrirsi all’incontro con l’altro da sé,
gratuitamente senza contraccambi. Chi è straniero, è necessariamente ospitante;
chi ospita l’hostis che riconosce in se stesso, ospiterà anche colui che viene da fuori,
riconoscerà in lui quella stessa imprevedibilità e incomprensibilità che ha
conosciuto in se stesso – e che costituisce fonte ed energia di ogni interrogazione”.
(M. CACCIARI, L’invenzione dell’individuo; in MICROMEGA, Almanacco di
filosofia ’96, p.127).**

** “Essere responsabili verso lo straniero non è più, ad un certo punto, questione


che riguarda l’etica, ma, nella sua necessità per l’io stesso di essere, questione che
riguarda l’ontologia”. (A. FOLIN, Jabès lo straniero; in AUT AUT n. 241/91).**
La responsabilità verso l’altro (estraneo), dunque, è ciò che ci dà fondamento e
consistenza, e traccia i contorni che ci definiscono. Basterebbe la piena consapevolezza
di questo per cambiare radicalmente il nostro modo di relazionarci con l’altro, con lo
straniero.

E per quanto riguarda l’analisi del nostro modo di entrare in relazione con l’altro, è
utile confrontarci con questa sottile e profonda considerazione di Schopenhauer:
** “Per riconoscere e ammettere spontaneamente e liberamente il valore altrui,
bisogna averne di proprio”. (A. SCHOPENHAUER, Il mondo come volontà e
rappresentazione.). **

Alla luce di questo, quali conclusioni deve trarre chi abitualmente è portato a
disprezzare gli altri? E il razzismo, cosa nasconde? Lasciamo aperta la discussione.

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Antonio Zulato

Maggio 2002

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